Sudan. Genocidio e condanne a morte

A inizio luglio, le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale (Cpi) hanno annunciato contemporaneamente di aver raccolto prove sufficienti per dimostrare che le Forze di supporto rapido (Rsf) – una delle due fazioni principali nella guerra in Sudan – hanno commesso crimini contro l’umanità e genocidio nelle città di el-Geneina ed el-Fasher (entrambe nel Darfur).
Le violenze nei due centri urbani sono avvenute nel contesto del conflitto che attraversa il Paese da aprile 2023. Scatenata da una lotta per il potere, la guerra contrappone l’esercito regolare (Saf), comandato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, leader de facto del Paese secondo la comunità internazionale, e il gruppo paramilitare delle Rsf, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo (conosciuto anche come Hemedti).
Da più di tre anni, la popolazione vive in un Paese spaccato: l’esercito controlla l’Est e la capitale Khartoum, mentre le Rsf predominano nell’Ovest. Il numero di vittime è imprecisato, ma stime di diverse organizzazioni internazionali arrivano a contarne 150mila. Le ultime indagini di Cpi e Onu hanno contribuito a raccontare il clima di violenza, abusi (anche sessuali) e violazioni dei diritti umani, che dall’inizio del conflitto si verificano in tutto il Paese e sono commessi da entrambi gli schieramenti.

Da el-Geneina a el-Fasher

C’è un filo lungo due anni e mezzo e costellato di violenze che collega la città di el-Geneina – capitale del Darfur occidentale, conquistata dalle Rsf nel giugno 2023, poco dopo lo scoppio della guerra – a quella di el-Fasher – occupata dai paramilitari nell’ottobre 2025, dopo un assedio di 18 mesi.
A inizio luglio, in un’intervista alla Bbc, la viceprocuratrice capo della Cpi, Nazhat Shameem Khan, ha dichiarato di essere in possesso di «prove evidenti» del fatto che le Rsf hanno commesso crimini di guerra nelle due città e di avere materiale che «collega quanto accaduto sul campo a specifiche persone, facenti parte della leadership del gruppo paramilitare».
Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’Onu, costituita per indagare su quanto accaduto a el-Fasher, ha annunciato di avere prove delle violenze delle Rsf durante l’assedio e la conquista della città: uccisioni, stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, blocco dei rifornimenti, bombardamenti a tappeto dei sistemi di produzione alimentare e uso della fame come arma di guerra. Gli investigatori hanno detto che i paramilitari (composti prevalentemente da arabi) hanno condotto una campagna violenta, pianificata e coordinata dai vertici stessi del gruppo per annientare specifiche comunità di origine africana, in particolare zaghawa e fur. Per l’Onu si tratta di un tentativo di genocidio.

La condanna di Hemedti
Entrambe le indagini proseguono. Nel frattempo, un tribunale di Port Sudan (capitale provvisoria del Paese, dato che Khartoum è vicina alla linea del fronte) ha accusato Hemedti e altri 15 esponenti delle Rsf di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio nel Darfur, condannandoli a morte. Tra i 15 figurano anche due fratelli di Hemedti – Abdelrahim Hamdan Dagalo (secondo in comando) e al-Qoni Hamdan Dagalo – nonché il comandante delle Rsf nel Darfur occidentale, Abdul Rahman Juma Barkallah.
Il tribunale ha anche chiesto la confisca dei beni delle Rsf e domandato all’Interpol (l’Organizzazione internazionale della polizia criminale, incaricata di facilitare la cooperazione tra le forze di polizia in tutto il mondo) di emettere un mandato di arresto internazionale nei confronti dei condannati.
Tuttavia, l’impatto della sentenza è pressoché nullo: tutti i massimi vertici delle Rsf al momento si trovano nei territori controllati dai paramilitari, al di fuori dalla portata del regime di al-Burhan. Il quale, d’altra parte, non è, a sua volta, esente da accuse di violenza e abusi nei confronti dei civili: secondo l’Onu, dall’inizio degli scontri, le Saf hanno contribuito al blocco degli aiuti umanitari, bombardato ospedali e abusato di donne e bambini.

Il nuovo epicentro della guerra
Ora, con il Darfur praticamente tutto sotto il controllo delle Rsf, la regione meridionale del Kordofan è diventata il nuovo epicentro del conflitto. Tant’è che l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Volker Turk, ha avvertito che una catastrofe simile a quella di el-Fasher potrebbe ripetersi nella città di el-Obeid.
Sotto assedio da ormai un anno e mezzo, il centro abitato è privo di acqua pulita ed è sottoposto all’attacco costante dei droni. In città vivono mezzo milione di persone e circa 83mila sfollati. Tutt’intorno sono stati documentati torture, rapimenti, violenze sessuali ed esecuzioni sommarie.
Mentre la giustizia internazionale tenta di fare il proprio corso, portando la luce sui fatti del passato, quelle stesse violenze rischiano di ripetersi ancora oggi. E a pagarne le conseguenze sono ancora una volta i civili.

Aurora Guainazzi