L’ardente aspettativa della creazione
«Quando andremo in paradiso, troveremo anche il mio cagnolino e il mio gattino?». Come spesso accade, le domande dei bambini, in apparenza ingenue, sanno andare al cuore della questione, con quella schiettezza e precisione che da adulti spesso perdiamo.
La fine ultima delle relazioni dice molto sul modo con cui possiamo viverle già ora. Sono effimere e destinate a perdersi? Oppure rispondono a una promessa di continuità? Nel piano divino, la creazione è soltanto lo sfondo su cui si muove l’uomo, oppure ha una sua autonoma importanza?
Dove siamo arrivati
Nel nostro percorso di lettura di ciò che la Bibbia sa dirci sul rapporto dell’uomo con la natura, abbiamo iniziato (cfr MC aprile 2026) cogliendo che, da una parte, si tratta di un tema affrontato raramente, ma che, dall’altra parte, è posto proprio all’inizio, nel racconto della creazione, laddove la Scrittura esprime il fondamento della comunione tra gli esseri umani e la natura. Entrambi riceviamo dalla medesima fonte il dono della vita. Sullo sfondo di un racconto che pone l’uomo come culmine della creazione, il capitolo terzo della Genesi osa addirittura affermare che la sfiducia umana verso Dio ha comportato la frattura della comunione diretta anche tra il Creatore e la creazione (su questo abbiamo ragionato a maggio).
Ciò significa che la creazione è ormai autonoma, separata e condannata a deperire e sparire? È una conclusione che si potrebbe ricavare dalla percezione della libertà della natura. Una libertà che porta con sé il rischio di un’estraneità dal piano di Dio. Senza la consapevole decisione di vivere come il Creatore, come potrebbe, la creazione, ritornare a Lui? (Vedi quanto scritto a luglio).
Allo stesso tempo, a giugno abbiamo visto che la natura si dispiega come un grande inno all’amore divino, al punto da poter essere invitata, dall’autore sacro della Scrittura, a lodarlo e anche a costituire oggetto di lode da parte dell’umanità.
Abbiamo visto che il mondo cristiano non si limita a offrire sagge indicazioni di vita: pretende invece di aver conosciuto l’intenzione di Dio sull’esito delle sue promesse, e questo esito, buono, cambia il modo di vivere la vita.
Per il fatto di essere chiamati a diventare figli di Dio, iniziamo già da ora a vivere da figli, consapevoli che così esprimiamo al meglio il nostro volto autentico e la nostra dignità.
Ma se noi siamo figli di Dio, qual è la sorte del resto della creazione? È destinata a svanire nel nulla?
Dal punto di vista cristiano, l’esito delle promesse divine dice molto anche della dignità attuale di ogni creatura.
Le intuizioni dei profeti
I profeti, solitamente, non argomentano, non spiegano il motivo per cui Dio agisce come agisce. Si limitano a intuire qualcosa del cuore divino. Le loro intuizioni sono preziose, perché, sia pure senza spiegare, offrono agli esseri umani una direzione nella quale guardare.
Quando i profeti si spingono a immaginare un futuro nel quale parlerà soltanto Dio, troviamo, da una parte, l’abbondanza di frutti, dall’altra la concordia tra elementi diversi della natura, e tra la natura e l’uomo.
Esempi sull’abbondanza dei frutti si trovano in Am 9,13: «Chi ara si incontrerà con chi miete e chi pigia l’uva con chi getta il seme; i monti stilleranno vino nuovo e le colline si scioglieranno»; in Ger 31,27: «Renderò la casa di Israele e di Giuda feconde di uomini e bestiame»; in Is 27,6: «Israele riempirà il mondo di frutti».
Queste parole dei profeti indicano di certo l’abbondanza e la ricchezza per gli esseri umani, ma anche il pieno successo della creazione.
La concordia tra gli elementi naturali è, invece, illustrata da Is 11,6-8, quando il profeta immagina che, nel tempo del messia, lupo e agnello dormiranno insieme, vitello e leone pascoleranno guidati da un bambino.
Una promessa simile è presente anche alla fine del libro di Isaia (65,25), in versetti scritti da un autore diverso rispetto ai versetti citati prima.
D’altronde, già secoli prima, un altro profeta, Osea, tutto preso dal narrare in forma simbolica la relazione di affetto tra Dio e il suo popolo (Os 2,18), immagina un’alleanza con animali selvatici e uccelli del cielo, per far vivere tutto nell’armonia (v 20).
Ripresa nel Nuovo Testamento
Il Nuovo Testamento è più breve del Vecchio e si concentra ancora di più sulle questioni fondamentali. Questo non toglie che faccia accenni alla creazione tutta: chi ha composto l’inno che troviamo all’inizio della lettera ai Colossesi (ci interessano in particolare i versetti 15-17 del primo capitolo) vede Gesù come colui che ricapitola in sé tutto ciò che si vede e ciò che è invisibile. Non specifica l’elenco delle cose visibili, ma non può non esservi compresa la natura, che non viene quindi dimenticata come qualcosa di secondario ed estraneo al discorso religioso, ma invece compresa in esso come suo punto focale.


Nell’Apocalisse di Giovanni, la creazione viene spesso richiamata nelle pagine finali, quelle che descrivono un mondo nuovo che scende direttamente dal cielo, dalle mani di Dio. La creazione, però, è rievocata anche nell’immagine iniziale che dà il tono all’intero libro. La grande visione del capitolo 4, infatti, quella in cui davanti al veggente si dipana l’intera struttura del mondo (e del libro), prevede, tra i personaggi, anche quattro esseri viventi. La tradizione cristiana nei secoli vi ha cercato i simboli degli evangelisti, ma l’interpretazione più probabile è che essi rimandino alla vita del mondo: quattro come i punti cardinali, con figure animali scelte per illustrare il meglio della vita, ossia l’intelligenza dell’uomo, il coraggio del leone, lo sguardo penetrante dell’aquila e la pazienza del bue (Ap 4,7). Ebbene, questi quattro «esseri viventi» (il greco parla direttamente di «animali») sono posti al centro del trono, che è immagine del regno di Dio, e tutto intorno al trono.
Quest’immagine intende suggerire che al centro del progetto divino c’è la vita di tutti, e che il cuore della vita è Dio stesso.
Lo stile è quello simbolico delle apocalissi, ma il messaggio è chiarissimo: la vita della creazione sta profondamente a cuore al Padre e all’Agnello.


Lo sfogo di Paolo (Rom 8)
Ma è un altro passo del Nuovo Testamento che ci conduce a vette altissime nella riflessione sulla creazione. Stiamo parlando dell’ottavo capitolo della lettera di san Paolo ai Romani.
Si tratta di un testo monumentale, un vero capolavoro dell’apostolo delle genti, probabilmente perché motivata da un bisogno profondo e impellente. Paolo era stato attaccato dai «giudaizzanti», i quali sostenevano che per diventare cristiani occorresse prima farsi ebrei, e quindi farsi circoncidere, rispettando tutta la legge mosaica. È molto probabile che la loro propaganda avesse fatto presa anche sulla comunità che Paolo guidava, quella di Antiochia, la quale forse gli aveva tolto le lettere di raccomandazione grazie alle quali poteva viaggiare venendo riconosciuto come apostolo. Per capire il senso di queste lettere basta che immaginiamo il nostro mondo: se qualcuno ci vuole convincere dell’affidabilità di una dieta, di un percorso medico o di benessere, probabilmente rimanderà a libri o siti, sia per approfondire, sia per far capire che non si tratta delle fantasie di una persona sola, ma di un percorso condiviso con altri. Nell’antichità questo rimando era ottenuto, dai cristiani, con la garanzia di una comunità. Se qualcuno avesse voluto verificare se Paolo diffondesse solo sue idee personali, avrebbe potuto rivolgersi alla sua comunità di riferimento per chiedere conferma.
È vero che non erano molte le persone che viaggiavano ai tempi di Paolo, ma tanti commercianti avevano reti estese di traffici, e Antiochia era un porto importante e molto frequentato. Deduciamo che Paolo fosse stato in qualche modo sfiduciato dalla sua comunità antiochena, e che avesse deciso di cercare il sostegno della comunità cristiana più importante dell’impero, quella romana. Gli sarebbe stato più facile ottenere lettere di presentazione da parte di Corinto, Efeso o Tessalonica, comunità che aveva contribuito a fondare, ma Roma era decisamente più autorevole. Il problema era che, a Roma, la presenza di cristiani provenienti dall’ebraismo era preponderante e, forse, si era già cominciato a sentire parlare di Paolo, in termini lusinghieri, persino là.
La sua mossa, allora, è stata quella di spiegare la propria teologia, di chiarire perché, secondo lui, la legge di Mosè era ormai inutile, e lo ha fatto nei confronti di una comunità di origine ebraica dalla quale sperava di essere sostenuto. Ne è nato un testo controllato e molto ben argomentato, che nella prima metà conduce i lettori in un percorso rabbinico estremamente convincente.
Potremmo immaginare un Paolo soddisfatto dell’esito (lui che, di solito, non rileggeva neppure i propri scritti) che si lascia andare in quella che è forse una delle pagine più toccanti del Nuovo Testamento, che fa venire i brividi al commentatore.
Il sogno della creazione
Nel capitolo 8 della lettera ai Romani Paolo scrive della fiducia che nasce dal sapersi chiamati a essere figli di Dio. Un’intuizione che ridimensiona le sofferenze attuali (v. 18).
Con uno scarto quasi sconcertante, Paolo passa a parlare del creato. L’immagine è quella di una creazione che allunga il collo e si solleva sulle punte dei piedi per vedere in anticipo ciò che spera, ossia che gli uomini siano svelati come figli di Dio (v. 19). Il punto, sostiene Paolo, è che la creazione stessa è sottomessa alla corruzione, alla propria fragilità, debolezza, all’essere orientata alla morte, pur senza desiderarlo né averlo mai scelto (v. 20). Essa spera che gli esseri umani vengano liberati dalla corruzione, come accadrà alla fine dei tempi, per essere a sua volta liberata (v. 21). È la creazione stessa, infatti, a trovarsi come nelle doglie del parto (v. 22), travagliata da una nascita che avverrà, ma che intanto fa soffrire e quasi disperare. La creazione, come noi, sa di essere destinata a quella che è, però, solo una speranza (vv. 23-25).
Il discorso passa quindi di nuovo agli esseri umani e allo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza, con gemiti che non si possono esprimere ma che il Padre comprende.
Si direbbe che qui qualunque distinzione tra il mondo umano e quello della creazione sia sfumata fino a sparire: tutti speriamo in una liberazione dal limite, dalla corruzione, dalla morte, ma la creazione deve attenderla per tramite nostro, passando da noi.
Questa liberazione è promessa in modo esplicito agli uomini, e a quel punto, esplode Paolo, non dobbiamo più aver paura di niente: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (v. 31), dove quel «noi» abbraccia stavolta tutto il creato. «Nulla ci separerà dall’amore di Dio» (v. 39), neppure il diverso ruolo che abbiamo nella sua opera creatrice.
E allora la risposta alla domanda dei bambini si fa più semplice: la creazione arriverà alla pienezza promessa da Dio, ma ci arriverà tramite noi, attraverso quel «signore della creazione» che siamo noi. Gli esseri umani hanno quindi il compito di ricondurre tutto al Padre, come noi siamo a lui ricondotti tramite Gesù.
Ciò che porteremo nel nostro cuore, è accolto nel cuore divino.
Angelo Fracchia
(Danza a tre, 5 – fine)
