Mondo. I migranti: la realtà e la propaganda

 

I numeri sono un forte antidoto contro l’ignoranza, l’ideologia e la propaganda. Si arriva a questa conclusione dopo la lettura del dossier «La migrazioni fra noi», predisposto dal Centro nuovo modello di sviluppo (Cnms) e uscito in questi giorni. Sono sufficienti alcuni dati – ripresi da fonti istituzionali – per comprendere la distanza tra la realtà e le informazioni che circolano.

Per esempio, i Paesi che ospitano il maggior numero di profughi sono nell’ordine: l’Iran 3,8 milioni, la Turchia 3,1 milioni, la Colombia 2,8 milioni, la Germania 2,7 milioni, l’Uganda 1,7 milioni. Invece, lo Stato con la maggiore incidenza di rifugiati è il Libano dove si trovano 137 rifugiati ogni mille abitanti. Segue la Giordania con 60 rifugiati ogni mille abitanti.

Il dossier del Cnms di Francesco Gesualdi, composto da 23 schede ricche di dati e illustrazioni grafiche che rendono facile la comprensione, fornisce i numeri essenziali per capire la dimensione umana ed economica del fenomeno migratorio.

Tra i numeri più significativi troviamo che il 60% delle persone che hanno cercato rifugio all’estero appartengono a cinque nazioni: Siria 6,3 milioni, Venezuela 6,2 milioni, Ucraina 6,1 milioni, Afghanistan 6,1, Palestina 6 milioni. In Africa, si segnala la drammatica situazione del Sud Sudan.

Nella classifica dei Paesi che hanno più connazionali trasferiti all’estero, al primo posto si colloca l’India (circa 19 milioni), seguita dal Messico (circa 12 milioni), dalla Russia e dalla Cina (circa 10 milioni ciascuna) e dalla Siria (quasi 8 milioni).

Molti migranti inviano soldi alle famiglie rimaste nei paesi di origine. Nel 2022, a livello mondiale, le rimesse complessive sono ammontate a 831 miliardi di dollari. I primi tre Stati da cui partono le rimesse risultano essere: gli Usa (79 miliardi), l’Arabia Saudita (39 miliardi), la Svizzera (31 miliardi). Le prime tre Nazioni riceventi sono: l’India (111 miliardi), il Messico (61 miliardi) e la Cina (51 miliardi).

Nel 2023 nel mondo si sono contati 26 milioni di sfollati per disastri naturali (carestie, siccità, alluvioni, terremoti). Secondo la Banca mondiale, entro il 2050 gli sfollati per cambiamenti climatici potrebbero ammontare a 216 milioni di persone.

Grafico dei residenti stranieri in rapporto alla popolazione. Tratto dal dossier 2025 del Cnms.

In Europa, il Paese con più residenti stranieri è la Germania (12,3 milioni). Seguono il Regno Unito (10,7 milioni), la Spagna (6 milioni), la Francia (5,6 milioni) e l’Italia (5,1 milioni). In rapporto alla popolazione nazionale la classifica cambia: Svizzera (27%), Austria (18,8%), Norvegia (16,8%). L’Italia è al decimo posto con una percentuale del 8,7% sul totale della popolazione.

I posti di lavoro occupati dagli stranieri difficilmente sono sottratti agli italiani, perché molti di essi non sono graditi ai nativi. In Italia, il 92% degli immigrati svolge lavori a bassa e media qualifica, contro il 62% degli italiani. Il 30% è impiegato addirittura in occupazioni elementari, contro il 10% della media nazionale.

Nel 2023 i lavoratori stranieri hanno contribuito al 8,8% del Prodotto interno lordo (Pil) italiano. Hanno versato oltre 24,9 miliardi di euro di contributi previdenziali e pagato 10,1 miliardi di euro di imposte sul reddito.

Grafico degli stranieri clandestini presenti sul territorio italiano. Tratto dal dossier 2025 del Cnms.

Gli stranieri clandestini in Italia sono stati stimati in 458 mila persone. Il Centro nuovo modello di sviluppo a conclusione del dossier scrive: «La clandestinità non giova a nessuno. Oltre a condannare i clandestini alla perdita di dignità, alimenta il lavoro in nero, il caporalato, l’economia criminale. L’unico modo per uscirne è l’emanazione di un decreto di sanatoria che regolarizzi tutti i clandestini. È già successo in passato con enorme beneficio per tutti».

Rocco Artifoni




Mondo. Morire di parto nel Sud globale

 

Tra il 2000 e il 2023 la mortalità materna è diminuita del 40% a livello mondiale.
Una buona notizia che, però, va tenuta insieme a un’altra: nel 2023 le donne che hanno perso la vita per cause legate alla gravidanza e al parto sono state 260mila. Il tasso di mortalità registrato (197 decessi ogni 100mila nati vivi) è ancora troppo alto per raggiungere l’obiettivo stabilito dall’Agenda 2030 (70 ogni 100mila).
Infine, anche tramite i dati sulla mortalità materna, si può certificare il divario che divide i paesi ricchi da quelli poveri. Due decessi su tre, infatti, sono avvenuti in Paesi fragili o colpiti da conflitti, il 70% in Africa subsahariana.

 

«Non si dimentica mai l’esperienza di quando una donna ti sta scivolando via tra le mani e sai che è troppo tardi», dice all’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) la dottoressa Hadiza Galadanci, docente di ostetricia e ginecologia all’Università Bayero di Kano, in Nigeria.
Parla di una donna che muore di emorragia mentre partorisce un bambino. Muore, cioè, a causa di una complicazione del parto che è frequente, ma, quando affrontata in modo adeguato, non mortale.
Tuttavia, i decessi per emorragia rappresentano il 27% dei casi di mortalità materna, e avvengono quasi tutti in Africa subsahariana, dove persistono numerose sfide, tra cui la mancanza di accesso all’assistenza prenatale, ad assistenti al parto qualificati, a farmaci e a strutture sanitarie.

Nel 2023 sono state 260mila le donne che nel mondo hanno perso la vita per cause legate alla gravidanza e al parto, un tasso di mortalità pari a 197 ogni 100mila nati vivi, troppo alto per raggiungere nel 2030 l’obiettivo di 70 ogni 100mila stabilito dall’Agenda 2030.
Il 92% di tutti i decessi si sono verificati nei Paesi a basso e medio reddito, e la maggior parte di essi si sarebbero potuti prevenire. Il 70% del totale è avvenuto in Africa subsahariana.

Il Paese della dottoressa Galadanci, la Nigeria, è stato nel 2023 il Paese «peggiore» nel quale diventare madre. Il tasso di mortalità materna e il numero assoluto di decessi sono stati i più alti al mondo (993 ogni 100mila nati vivi: circa 75mila donne, 205 ogni giorno).

Dopo la Nigeria, il tasso più alto si è registrato in Ciad (748, per 6mila decessi), poi in Sud Sudan e in Centrafrica (entrambi con un tasso di 692, per 2.300 e 1.700 decessi).
Il primo paese non africano per tasso era l’Afghanistan, con 521 donne morte ogni 100mila nati vivi. Il primo per numeri assoluti era, invece, l’India, con 19mila decessi (e un tasso, inferiore alla media mondiale, pari a 80).

Per fare un confronto: in Italia i decessi per cause correlate alla gravidanza e al parto sono stati 25 nel 2023, per un tasso pari a 6 ogni 100mila nati vivi.

Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, Trends in maternal mortality, lanciato il 7 aprile in occasione della Giornata mondiale della salute, mette sul piatto questi dati.

Lo fa sottolineando che, grazie al miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari essenziali in molti Paesi, tra il 2000 e il 2023 il tasso di mortalità materna è diminuito del 40%. Ma lo fa soprattutto denunciando la riduzione graduale dei fondi globali che hanno fatto registrare un notevole rallentamento nei progressi dal 2016 in poi, e che, secondo Unicef Italia, anche alla luce dei recenti tagli agli aiuti, «minacciano i fragili progressi nel porre fine alle morti materne».

La Giornata mondiale della salute ha dato il via a una campagna annuale intitolata «Inizi sani, futuri di speranza», per spronare i governi e la comunità sanitaria a intensificare gli sforzi per porre fine alle morti materne e neonatali prevenibili, e a dare priorità alla salute e al benessere a lungo termine delle donne.

Leggendo il rapporto Onu sono molti i dati interessanti che offrono un’immagine plastica delle disuguaglianze tra paesi ad alto reddito e quelli a basso reddito, e tra quelli con istituzioni stabili, e quelli coinvolti in conflitti di vario genere.

«Tra il 2000 e il 2023 – si legge sul sito dell’Organizzazione mondiale della sanità -, l’Europa orientale e l’Asia meridionale hanno ottenuto la maggiore riduzione complessiva del tasso di mortalità materna: un calo, rispettivamente, del 75% (da 38 a 9) e del 71% (da 405 a 117). […] La maggiore riduzione del rischio di mortalità materna durante questo periodo si è verificata nella regione dell’Asia centrale e meridionale, con un calo dell’83%, da 1 donna su 71 nel 2000 a 1 su 410 nel 2023. […].
L’elevato numero di morti materne in alcune aree del mondo riflette le disuguaglianze nell’accesso a servizi sanitari di qualità ed evidenzia il divario tra ricchi e poveri. Nel 2023, il tasso di mortalità materna nei Paesi a basso reddito era di 346 su 100mila nati vivi, contro 10 su 100mila nati vivi nei Paesi ad alto reddito.

Nel 2023, 37 Paesi sono stati classificati come in conflitto o in fragilità istituzionale/sociale, e rappresentavano il 61% delle morti materne globali, nonostante rappresentassero solo il 25% dei nati vivi.
Il tasso di mortalità materna è significativamente più alto nelle aree colpite da conflitti (504 decessi ogni 100mila nati vivi) rispetto ai contesti fragili (368) e ai contesti non in conflitto né fragili (99)».

Le donne nei Paesi a basso reddito hanno un rischio di mortalità materna più elevato: 1 su 66 contro 1 su 7. 933 nei Paesi ad alto reddito. «Le donne povere nelle aree remote – prosegue l’Oms – hanno meno probabilità di ricevere un’assistenza sanitaria adeguata. Questo è particolarmente vero per le regioni a basso reddito con un numero troppo piccolo di operatori sanitari qualificati […]. Gli ultimi dati disponibili suggeriscono che, nella maggior parte dei Paesi ad alto e medio reddito, circa il 99% di tutte le nascite beneficia della presenza di un’ostetrica, un medico o un’infermiera qualificata, mentre solo il 73% nei Paesi a basso reddito, e l’84% in quelli a reddito medio-basso».

La maggior parte delle morti materne è prevenibile, poiché le soluzioni sanitarie sono ben note. La salute materna e quella del neonato sono strettamente collegate. Per quanto riguarda le morti neonatali, si stima che ogni anno siano oltre 2 milioni i bambini che muoiono nel primo mese di vita, e circa altri 2 milioni che nascono morti. Per questo «è importante – dice l’Oms – che tutti i parti siano assistiti da operatori sanitari qualificati, poiché una gestione e un trattamento tempestivi possono fare la differenza tra la vita e la morte delle donne e dei neonati».

«Nel contesto degli Obiettivi di sviluppo sostenibile – conclude l’Oms -, i Paesi si sono uniti sull’obiettivo di accelerare il declino della mortalità materna entro il 2030. […] “ridurre il tasso di mortalità materna globale a meno di 70 per 100mila nascite […]”. Il tasso globale nel 2023 era di 197 per 100mila nati vivi […]. Tuttavia, le conoscenze scientifiche e mediche sono disponibili per prevenire la maggior parte delle morti. […] è il momento di intensificare gli sforzi coordinati e di mobilitare e rinvigorire gli impegni a livello globale, regionale, nazionale e comunitario […]».

Luca Lorusso




Rwanda-Burundi. Tensioni alle stelle

 

A fine marzo, in un’intervista alla «Bbc», il presidente del Burundi, Evariste Ndayishimiye, ha citato «report credibili d’intelligence» che lasciavano presagire un possibile piano d’attacco del Rwanda nei confronti del suo Paese.

Già qualche settimana prima, Ndayishimiye aveva detto che Kigali stava «annettendo parti di Paesi vicini». Si riferiva all’espansione del Movimento del 23 marzo (M23) nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). Infatti, forte del sostegno economico e militare rwandese, l’M23 sta conquistando ampie parti di Nord e Sud Kivu. «Se la comunità internazionale non interverrà – ha sottolineato Ndayishimiye – presto il Rwanda attaccherà anche il Burundi». Kigali, dal canto suo, si è detta «sorpresa» dalle parole del presidente burundese.

Relazioni complesse
Tuttavia, non è una novità che le relazioni tra Rwanda e Burundi siano tese. Nelle ultime settimane poi, complice l’escalation di violenza nell’Est della Rdc, l’ostilità tra i due vicini – che condividono profondi legami storici e culturali – si è intensificata.
Molto ruota attorno ai conflitti congolesi e alla porosità dei confini. Nelle province orientali della Rdc, infatti, operano diversi gruppi armati, tra cui movimenti che vogliono rovesciare i governi di Rwanda, Uganda e Burundi. Così, spesso, questi Paesi si accusano a vicenda di sostenere gruppi rivali con l’obiettivo di destabilizzare i rispettivi regimi.
Ad esempio, per il Burundi, dietro al Red-Tabara (che dal Sud Kivu cerca di deporre Ndayishimiye) c’è il sostegno del Rwanda. Mentre Kigali ritiene che il Burundi appoggi le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (formate da alcuni responsabili del genocidio del 1994 rifugiatisi nella Rdc).
Accuse reciproche che, in alcuni casi, sono sfociate in tensioni politiche e rotture diplomatiche. A inizio 2024, dopo alcuni attacchi del Red-Tabara lungo il confine congo-burundese, Ndayishimiye ha denunciato il supporto economico e militare del Rwanda al movimento (accuse tra l’altro dimostrate da report informali dell’Onu, come avvenuto anche con l’M23). Di fronte alla smentita di Kigali, il governo burundese ha espulso alcuni diplomatici rwandesi e chiuso il confine tra i due Paesi.
Un qualcosa di simile si era già verificato nel 2015: dopo un tentativo di colpo di stato (fallito) ai suoi danni, l’allora presidente burundese Pierre Nkurunziza aveva accusato il Rwanda di aver reclutato, addestrato ed equipaggiato i golpisti (sospetti ancora una volta confermati dall’Onu) e aveva chiuso il confine tra i due Paesi. Il passaggio era stato riaperto solo sette anni dopo, nel 2022.

Tensioni crescenti
Negli ultimi mesi, le tensioni sono cresciute. Infatti, dietro all’M23 – che ha dichiarato di voler arrivare a Kinshasa – c’è il Rwanda. È sempre più evidente che, attraverso il gruppo armato, Kigali sta tentando di estendere la propria influenza sull’intera Rdc, attraente per la posizione geopolitica e la ricchezza di risorse. D’altronde, già durante la Prima guerra del Congo (1996-1997) il Rwanda aveva sostenuto l’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo di Laurent-Désiré Kabila, arrivando a Kinshasa.

Il Burundi, invece, ha condannato l’avanzata dell’M23 e il supporto rwandese. Sta anche continuando a sostenere militarmente il governo congolese, nonostante il ritiro di parte dei suoi 12mila soldati (erano presenti nella Rdc da fine 2021 a fianco dell’esercito della Rdc per combattere il Red-Tabara e altri gruppi attivi nel Sud Kivu).
Attualmente, i militari burundesi si concentrano nei pressi di Uvira, città strategica sulle sponde del lago Tanganyika, a pochi chilometri dalla capitale economica del Burundi, Bujumbura. L’obiettivo è creare una zona cuscinetto al confine congo-burundese per impedire ai militari rwandesi e all’M23 di arrivare a minacciare il Burundi.
Ma – nonostante a febbraio i diplomatici di Rwanda e Burundi avessero stabilito che l’M23 non avrebbe occupato Uvira – il movimento è sempre più vicino alla città. E così Ndayishimiye ha sottolineato la possibilità che Kigali voglia attaccare anche il suo Paese.

Crisi umanitaria
Il tutto nel contesto di un’enorme crisi umanitaria. I flussi di rifugiati crescono di giorno in giorno: secondo l’Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati), nella Rdc ci sono 7,3 milioni di sfollati interni (il numero più elevato di sempre). Mentre i congolesi che, nei primi tre mesi del 2025, hanno cercato rifugio in Paesi vicini sono almeno 100mila.
Di questi, 70mila si sono riversati in Burundi, impattando su un sistema di accoglienza già fragile. Infatti, il World food programme (programma di assistenza alimentare dell’Onu) ha tagliato le razioni alimentari individuali del 50-75% per raggiungere il maggior numero possibile di sfollati.
Dunque, l’avanzata dell’M23 e del Rwanda non sta solo creando il rischio concreto di un’escalation regionale, ma anche aggravando una situazione umanitaria già estremamente fragile.

Aurora Guainazzi




E la chiamano economia 7/2024

Ebook "E la chiamano economia 7/2024

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Fu un saggista e storico scozzese di nome Thomas Carlyle (1795-1881) a definire l’economia «scienza triste» (dismal science). Si ritiene che questa definizione sia stata ispirata dalla previsione del pastore ed economista Thomas Robert Malthus (1766-1834) secondo cui la popolazione mondiale sarebbe cresciuta sempre più velocemente del cibo, condannando l’umanità a povertà e difficoltà senza fine.
L’economia si merita questa definizione dispregiativa? Se guardiamo alle diseguaglianze che essa produce (con i ricchi sempre più ricchi) e alla distruzione ambientale (il riscaldamento globale di origine antropica, ma non solo), allora la risposta è «sì, se la merita». Eppure, come ci racconta Francesco Gesualdi nelle sue analisi, il benessere per tutti non sarebbe un’utopia se si capisse che la crescita infinita è insostenibile e ci fosse la volontà politica di imboccare strade diverse.
Un esempio che si muove in questa direzione si può trovare nell’ultima puntata dell’anno, «Riparare alla barbarie». In essa il nostro autore parla della «due diligence», la direttiva dell’Unione europea (2024/1760), per le grandi imprese. Secondo la norma, il profitto è lecito soltanto «se ottenuto nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’integrità del pianeta».
Pur senza risolvere i tanti problemi sul tappeto, già l’implementazione effettiva (e globale) di questa norma farebbe fare un salto qualitativo importante all’economia nel suo complesso. Buona lettura. (Paolo Moiola)




E la chiamano economia 6/2023

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Pochi, tanti o troppi? Si parla di esseri umani e del dilemma sul loro numero. Francesco Gesualdi, fondatore del «Centro nuovo modello di sviluppo» e autore di «E la chiamano economia», se ne è occupato nei numeri di aprile e maggio 2023 di Missioni Consolata.
La situazione vede i paesi ricchi con tassi di natalità bassi o negativi e una popolazione invecchiata (bisognosa – dunque – di pensioni e assistenza medica), mentre – al contrario – i paesi poveri hanno tassi positivi e una popolazione giovane che non trova lavoro. Otto miliardi di persone – questa l’attuale consistenza della popolazione mondiale – sono un problema se il sistema politico ed economico rimane quello vigente.
Osserva Gesualdi: «Considerato che il mondo è formato da aree con una penuria di giovani e altre con un eccesso, sarebbe interesse di tutti un riequilibrio attraverso una maggiore libertà di movimento delle persone». Una soluzione tanto semplice quanto banale.
Anche il mito dell’equazione «più gente, più inquinamento» viene ridimensionato. «Troppo spesso – spiega il nostro autore – attribuiamo la responsabilità degli squilibri naturali a chi fa molti figli. Ma dimentichiamo che le popolazioni ad alta fertilità sono anche quelle con tassi di consumo e di inquinamento al di sotto della soglia di sostenibilità».
Buona lettura. (Paolo Moiola)




E la chiamano economia 5/2022

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Il 2022 è stato l’anno dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. Oltre ai morti, al dolore e alle devastazioni, il conflitto ha prodotto pesanti conseguenze sulle relazioni internazionali e sull’economia mondiale. In primis, l’aumento dei prezzi di beni primari come il grano e l’esplosione delle spese militari. La domanda è: sarebbe possibile «avere un mondo senza eserciti?». La risposta è «sì», ma occorrono alcuni passaggi obbligatori, spiega l’autore.

Anche la transizione verso un’esistenza più sostenibile si dimostra una strada piena d’ostacoli visto che l’utilizzo delle fonti fossili – carbone, petrolio e gas – rimane di gran lunga la preferita. Al momento, neppure l’auto elettrica è la soluzione dei problemi, visti gli enormi costi ambientali delle sue batterie. «Dobbiamo ritrovare il senso del limite», ripete senza sosta l’autore. Un autore molto apprezzato dai lettori.

A fine anno la redazione ha ricevuto la lettera di una abbonata in cui, tra le altre cose, si legge: «Mi appassiono perfino all’economia che, spiegata da Francesco Gesualdi, ha tutto un altro sapore!». Per Francesco (Francuccio) Gesualdi e Missioni Consolata un nuovo incentivo per continuare a raccontare l’economia come – forse – nessun altro sa (o vuole) fare. Buona lettura a tutte e tutti. (Paolo Moiola)




E la chiamano economia 4/2021

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Il 2021 è stato l’anno della rivincita sul Covid-19, il virus che ha travolto il mondo. La diffusione dei vaccini – pur non accettati da tutti e non disponibili per tutti – ha posto un argine importante alla pandemia. Tuttavia, anche in questo caso, l’economia ha giocato un ruolo centrale e, purtroppo, ancora una volta, non fondato sull’equità. Nel suo primo contributo dell’anno, Francesco Gesualdi spiega lo scandalo dei brevetti su farmaci e vaccini che fanno mantenere altissimi e spesso inaccessibili i prezzi. È lecito – si chiede, tra l’altro, l’autore – ricevere soldi pubblici per la ricerca scientifica e poi imporre prezzi elevati per aumentare i profitti privati?

Oltre ai vaccini, nell’Unione europea, la battaglia contro la pandemia e le sue conseguenze sull’esistenza quotidiana delle persone ha visto il varo del «Next generation Eu» che, in Italia, è stato chiamato «Piano nazionale di ripresa e resilienza». Ci sono i fondi, ma anche tanti dubbi.

Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani, ci aiuta poi a leggere l’enciclica «Fratelli tutti» di Francesco, un papa da sempre attento all’economia sia per quanto concerne le sue (intollerabili) distorsioni («Questa economia uccide») che le sue relazioni con l’ambiente e la nostra Casa comune.

L’anno si conclude con un articolo sull’irrisolta questione del «salario minimo», che in verità andrebbe declinato come «salario vivibile». Un salario, cioè, che con 40 ore di lavoro settimanale permetta al singolo lavoratore e ai suoi familiari di far fronte ai bisogni di base individuati in cibo, alloggio, vestiario, sanità, energia, trasporti, istruzione. Insomma, l’economia com’è e come dovrebbe essere. (Paolo Moiola)




E la chiamano economia 3/2020

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Per il terzo anno, la redazione di Missioni Consolata ha il piacere di offrire a lettrici e lettori la raccolta degli articoli pubblicati sulla rivista nell’ambito della rubrica d’economia di Francesco (Francuccio) Gesualdi, fondatore del «Centro Nuovo modello di sviluppo» di Vecchiano (Pisa).
Il 2020 è stato un anno segnato in maniera indelebile dalla pandemia di Covid-19. Il virus ha prodotto in primis morte e dolore, ma ha anche travolto i nostri modi di vivere, a iniziare dalla dimensione lavorativa ed economica.
La pandemia ha evidenziato una volta di più che l’attuale sistema economico – fondato su un mercato senza regole che ha come unico obiettivo il profitto – è insostenibile. Nelle sue pagine Gesualdi non si limita a descrivere il sistema, ma lo seziona per farne comprendere i meccanismi perversi.




E la chiamano economia 2/2019

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Dieci articoli per far conoscere la realtà dell’economia, pubblicati nel 2019.
Qualcuno ci ha chiesto: «Perché avete una rubrica di economia?». La risposta è duplice. La più ovvia: perché Missioni Consolata ha l’ambizione di occuparsi di varie tematiche. La seconda, invece,
racchiude una motivazione più articolata: perché l’economia influenza la vita di tutti, indistintamente e quotidianamente. eppure, anche in questa materia, l’ignoranza e le fake news regnano sovrane, soprattutto tra noi italiani.
Da oltre due anni Francesco Gesualdi (detto Francuccio), fondatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», collabora con la rivista curando le pagine che ci aiutano a capire – per esempio – perché un intervento pubblico nel sistema economico sia fondamentale, perché l’evasione e l’elusione fiscale
danneggino tutti i cittadini, cosa ci sia dietro la guerra commerciale tra stati uniti e Cina. e ancora: il temuto spread, il salario e il profitto, l’euro sì e l’euro no, la Banca centrale europea, il lavoro e la disoccupazione.
È vero: gli argomenti sono spesso spinosi o controversi, ma Francesco Gesualdi sa come esporli e renderli digeribili. ne abbiano conferma dalle lettere che giungono in redazione, quasi tutte di plauso.
Per tutto questo anche quest’anno abbiamo deciso di offrire ai lettori della rivista (e a chiunque altro) il libro che raccoglie le puntate de «e la chiamano economia» pubblicate da Missioni Consolata nel corso del 2019. Da questa raccolta esce un quadro variegato, spesso (giustamente) polemico, ma sempre propositivo.
Nel frattempo, la rubrica continua e continuerà a uscire – ogni mese – sulle pagine della rivista in un anno, questo 2020, già segnato dai pesanti riflessi economici prodotti prima dall’emergenza climatica (destinata ad aggravarsi) e poi da quella – transitoria – del coronavirus.




E la chiamano economia 1/2018

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Dieci articoli per far conoscere la realtà dell’economia, pubblicati nel 2018.

Se sul titolo di questa nuova rubrica abbiamo dibattuto a lungo, non così è stato per scegliere a chi affidarla. Abbiamo pensato subito a una sola persona: Francesco Gesualdi detto Francuccio. Nato nel 1949 nei pressi di Foggia, Francesco Gesualdi giunge a Barbiana (Firenze) nel 1956. Qui è allievo di don Lorenzo Milani fino al 1967, anno della sua morte. Assieme a lui partecipa alla stesura di «Lettera a una professoressa », probabilmente uno tra i più celebri libri di pedagogia. Dopo aver completato la formazione economica, fa l’insegnante e poi, per due anni, il volontario in Bangladesh.
Nel 1982 pubblica «Economia: conoscere per scegliere», un testo di divulgazione economica
destinato agli esclusi dalla lettura. Nel 1983 si trasferisce a Vecchiano (Pisa) per vivere un’esperienza semicomunitaria con altre famiglie decise a praticare concretamente la solidarietà. All’interno di questa iniziativa nasce il «Centro nuovo modello di sviluppo» (www.cnms.it).
Francesco Gesualdi è autore di molti libri, tutti aventi l’obiettivo di smontare pezzo perpezzo il sistema economico attuale e proporre un’alternativa di vita non soltanto sostenibile ma anche felice. Il filo conduttore degli articoli scritti nel 2018 riguarda i cambiamenti economici e politici indotti dalla globalizzazione. La stessa Unione Europea nasce come risposta alle nuove esigenze delle imprese (ma non dei suoi cittadini). Per questo molti contributi parlano dell’Europa e delle tante tematiche che ogni persona dovrebbe conoscere per poter scegliere, agire e votare in maniera consapevole.




Namibia. La prima presidente donna

 

Venerdì 21 marzo è stata una giornata storica per la Namibia e il continente africano. Netumbo Nandi-Ndaitwah ha giurato come nuova presidente del Paese. È la seconda donna africana (dopo Ellen Johnson Sirleaf in Liberia) a vincere le elezioni per la massima carica del proprio Stato (mentre sono diverse altre le donne elette dal Parlamento o diventate presidenti dopo eventi come la morte e le dimissioni dei leader originariamente eletti).

Popolarmente chiamata «Nnn», Nandi-Ndaitwah è una figura storica della South west african people’s organisation (Swapo). Movimento di liberazione nazionale, dal 1990 (anno dell’indipendenza dal Sudafrica), la Swapo è il partito predominante della scena politica namibiana. Al suo interno, Nandi-Ndaitwah è entrata a soli 14 anni. Da leader dell’ala giovanile del movimento, ha poi scalato le gerarchie, arrivando a guidare ministeri come gli Affari esteri, il Turismo e l’Informazione.
A febbraio 2024 poi, Nandi-Ndaitwah è diventata vicepresidente della Namibia. Ha preso il posto di Nangolo Mbumba, che invece aveva giurato come nuovo capo di Stato dopo la morte del presidente eletto nel 2019, Hage Geingob. Pochi mesi dopo, a novembre, Nandi-Ndaitwah era la candidata della Swapo alla presidenza.
I risultati ufficiali le hanno attribuito il 58% dei consensi, ma sono stati contestati dall’opposizione che ha denunciato irregolarità e ritardi. Nonostante ciò, la Corte suprema namibiana ha rigettato le accuse e confermato la vittoria di Nandi-Ndaitwah.
Con la sua elezione, la Swapo si è assicurata il controllo delle strutture politiche del Paese per altri cinque anni. Al contempo, però, ha ottenuto il suo peggior risultato elettorale di sempre, confermando il declino che sta coinvolgendo molti dei partiti dominanti (spesso ex movimenti di liberazione nazionale) dell’Africa australe, dal Sudafrica al Botswana. In particolare, la Swapo ha perso dodici seggi (da 63 a 51) rispetto al 2019. Un declino figlio anche dei tanti problemi che attanagliano il Paese dall’indipendenza e che, finora, sono rimasti in larga parte irrisolti (e in alcuni casi sono addirittura peggiorati).

Disoccupazione
Ad esempio, la disoccupazione che nel 2023 (secondo l’agenzia statistica governativa) riguardava il 37% della popolazione (in crescita rispetto al 33% del 2018). Molti dei disoccupati sono giovani: il 44% dei namibiani tra 18 e 34 anni non ha un lavoro. Perciò, alla vigilia del giuramento, in un’intervista alla «Sabc» (canale televisivo sudafricano), Nandi-Ndaitwah ha annunciato un piano da 85 miliardi di dollari namibiani (circa 4,6 miliardi di dollari statunitensi) con cui «nei prossimi cinque anni – ha detto – creeremo almeno 500mila nuovi posti di lavoro».
D’altronde, dalla disoccupazione alla povertà il passo è breve. Già il 16% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno (la soglia di povertà assoluta). In più, una buona metà dei namibiani (circa 1,6 milioni di persone su 3 milioni di abitanti) non supera la linea di povertà dei Paesi a medio-alto reddito (il gruppo in cui la Namibia è collocata nelle classifiche internazionali): 6,85 dollari al giorno.

Disuguaglianza e terra
Povertà e disoccupazione sono frutto di una società estremamente disuguale. L’indice di Gini (strumento per il calcolo della disuguaglianza di reddito) della Namibia è 0,59, uno dei più elevati dell’area. È frutto di una struttura socioeconomica che non è ancora riuscita a superare il retaggio dell’apartheid a cui il Paese era sottoposto negli anni di dominio sudafricano.
L’esempio per eccellenza è la questione della terra – non a caso tema sensibile anche in Sudafrica – che Nandi-Ndaitwah ha definito «un problema serio in Namibia». Alla «Bbc», poco prima dell’inaugurazione, la nuova presidente ha dichiarato di voler applicare il principio del «willing-seller, willing-buyer» (un meccanismo basato sulla volontà, non sulla costrizione, dei proprietari terrieri bianchi a vendere i propri terreni). L’obiettivo è modificare un contesto rurale dove il 70% delle terre è ancora nelle mani dei bianchi, che però sono solo l’1,8% della popolazione.
Ma il settore agricolo non è l’unico problema. Come tanti altri Paesi africani, anche la Namibia – un territorio tanto vasto quanto ricco di risorse e scarsamente popolato – dipende in larga parte da produzione ed esportazione di materie prime grezze (soprattutto minerarie). Oltre a sviluppare il settore – creando industrie di raffinazione per aumentare valore e guadagni – Nandi-Ndaitwah vuole anche stimolare nuovi ambiti. Come le industrie creative e il digitale che, secondo lei, in futuro, saranno fonte di centinaia di nuovi posti di lavoro ed entrate economiche.
Le sfide che dunque attendono la prima presidente della Namibia sono numerose. Come ha dichiarato lei stessa, subito dopo l’elezione, «c’è ancora molto da fare».

Aurora Guainazzi




Colombia-Perù. Nate in Amazzonia

 

Nel cuore dell’Amazzonia, dove il fiume Putumayo bagna le terre peruviane e colombiane, sorge Puerto Leguízamo, in Colombia. È in questa cittadina di confine che, dal 21 al 23 marzo, si sono date appuntamento più di trenta donne indigene (adolescenti, giovani, adulte e nonne), per un incontro dal titolo suggestivo di «Mujer amazonica. Sembrando esperanza – cosechando vida» (Donna amazzonica. Seminare speranza – raccogliere vita).

Provenienti dalle comunità di confine di Perù e Colombia, le donne appartenevano ai popoli indigeni Kichwa, Murui Muina (noti anche come Huitoto o Witoto) e Siona. L’incontro – organizzato dalla «Misión Putumayo» di Soplín Vargas, in Perù – si è basato su tre pilastri: territorio, cultura e vita.

Lo scopo del convegno – arrivato alla terza edizione e ospitato negli spazi del Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano – era quello di condividere i ricordi di lotta e resistenza, discutere delle proprie conoscenze in materia di medicina, agricoltura e arte, sostenere la difesa dei diritti territoriali e impegnarsi nella cura della nostra Casa comune.

Dopo tre giorni di dibattito, le donne indigene, «seminatrici di speranza e mietitrici di vita», con il supporto delle organizzazioni indigene presenti (la peruviana Feconafropu e la colombiana Acilapp), hanno elaborato un Manifesto in nove punti da diffondere quanto più possibile.

Danze delle donne indigene negli spazi messi a disposizione dal Vicariato apostolico di Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano. Foto Fernando Flórez Arias.

Nel primo e nel secondo punto si dice che «i territori delle comunità indigene sono patrimonio collettivo, ancestrale e di gestione esclusiva» e che va fermata l’espansione della «frontiera estrattiva» che minaccia le comunità e gli ecosistemi. Il terzo punto chiede «il rispetto e la difesa dei diritti, della vita e dell’integrità delle donne indigene». Il quarto e il quinto riguardano il diritto alla salute e la richiesta di implementare «un nostro sistema sanitario, basato sulla medicina tradizionale e sulle conoscenze ancestrali». Il sesto punto affronta il problema economico chiedendo ai governi di dare «priorità alla produzione delle famiglie indigene e contadine del territorio» e di formalizzare le piccole imprese comunitarie. Il settimo punto riguarda la questione educativa e con esso si chiede di «formalizzare sistemi educativi indigeni» tali da consentire la sopravvivenza ancestrale come popoli indigeni. Infine, gli ultimi due punti affrontano i problemi della discriminazione e della violenza chiedendo alle autorità di «combattere con risolutezza ogni forma di violenza, discriminazione e violazione dei diritti delle donne, nel rispetto della vita e di Madre Terra».

Le donne indigene del Convegno in un momento all’aria aperta. Foto Fernando Flórez Arias.

L’appello finale è una dichiarazione di volontà, di amore e d’intenti. «Il nostro impegno – scrivono le donne amazzoniche – come donne native dell’Amazzonia è prenderci cura della Casa comune (il territorio). Restiamo impegnate a rivitalizzare e rafforzare la nostra identità culturale come contributo alla nuova generazione, come gratitudine e riconoscimento ai nostri saggi antenati, nonni e nonne. Continueremo a lottare per il rispetto dei diritti, della giustizia e dell’uguaglianza nei nostri territori e nella società in generale».

Fernando Flórez Arias