Insegnaci a pregare 9: Pregare, un collirio per la vista del cuore


Prima della riforma liturgica del Concilio ecumenico Vaticano II, valeva su tutto la «forma rituale»: non si parlava di «liturgia», ma di «sacre cerimonie», istituzionalizzate al punto da essere una materia obbligatoria di studio nella formazione dei preti, che dovevano studiare le «Rubriche» che contenevano le norme esatte per eseguire scrupolosamente i gesti, i movimenti e i tempi del rito (vedi «Rubrica»), e, come un galateo, regolamentavano tutto. Un’altra materia di studio era la «Sacra eloquenza» con cui s’insegnava al futuro predicatore l’arte dell’oratoria, mentre l’esegesi era relegata tra le materie minori. Nel messale tridentino (ultima edizione del 1962) all’inizio dell’offertorio vi era una pagina con un disegno dell’altare con le parti numerate e due schemi (a forma di croce e di cerchio) che insegnavano come incensare l’altare.

Dal rito alla Liturgia

Si giunse persino all’assurdo di considerare la validità della Messa a partire «dall’offertorio» in poi. Si poteva andare comodi in chiesa, «tanto la Messa è valida dall’offertorio», dispensandosi quindi completamente dalla già ridotta liturgia della Parola, dall’atto penitenziale e dal salmo d’introito, considerati accessori. La stessa Parola di Dio era pleonastica. Ciò che importava era la misteriosità della formula della consacrazione, l’atto magico per eccellenza di un rito anonimo cui era sufficiente «assistere» come ad un teatro per altro incomprensibile (v. 2a puntata). Al momento della consacrazione, il prete prendeva l’ostia, si chinava su di essa coprendola con tutto se stesso e sussurrava le parole latine sil-la-ban-do-le scrupolosamente e soffiandole (letteralmente) sul pane e poi sul calice. Durante la grande «preghiera» della Chiesa ognuno poteva fare quello che voleva: pregare per conto suo, sgranare il rosario, dormire e annoiarsi, oppure confessarsi. La Messa, che era affare privato del prete, era valida lo stesso perché era importante «soddisfare il precetto», cioè essere fisicamente presenti.

Rubrica e Precetto

a. Il termine «rubrica» deriva dall’aggettivo latino «rúber, rúbra, rúbrum» che significa «rosso». Ciò è dovuto al fatto che nei codici antichi di Messali e Corali (e anche oggi nelle edizioni ufficiali), le indicazioni delle modalità di preghiera (seduti, in piedi, braccia elevate, in ginocchio, voce alta, sottovoce, ecc.) erano scritte più piccole e in rosso per distinguerle dal testo scritto di norma in nero.

b. In ogni chiesa e parrocchia, la domenica, si celebravano le messe a ogni ora, al fine di dare a tutti la possibilità di «soddisfare il precetto», e per semplificare le cose si predisponevano le confessioni «durante la Messa», finendo per non fare bene né l’una né l’altra. In questo modo si privilegiava solo la comunione cui si poteva accostare «purché confessati», finendo così per ridurre il «sacramento della Confessione» a mera preparazione al ricevere la comunione nella Messa.

Aneddoto

Negli anni del pre-concilio, la questione della validità della Messa era diventata un’ossessione: bisognava essere in chiesa esattamente da quel momento «preciso», non un pelo di più non uno di meno, segno che ormai il legalismo aveva raggiunto le fibre profonde, corrompendo il cuore. A Genova, in una parrocchia della città alta, forse perché stanco di dovere richiamare «all’obbligo», vi fu un parroco che ebbe la stravagante idea di sistemare due semafori – sì, due semafori! – alla porta della chiesa, uno verde e uno rosso, comandati dall’altare. Quando iniziava la Messa, il celebrante pigiava il pulsante verde per avvertire che la Messa era iniziata e si poteva ancora entrare. Al momento dell’«offertorio», un attimo prima dello svelamento del calice, attendeva ancora qualche secondo e poi «zac!», pigiava il pulsante rosso. Da quel momento la Messa non era più valida. Eventuali ritardatari, erano fuori tempo massimo e dovevano andare a cercarsi un’altra messa per «soddisfare il precetto». Si poteva fare a meno della Parola di Dio, ma non del rituale, centrato tutto sul concetto di sacrificio.


In questo contesto pregare non era più rapporto di vita, ma una sudditanza di paura, un pedaggio da assolvere, un obbligo dovuto: si offrivano a Dio una serie di gesti rituali (e formali), nemmeno «ben fatti», in cambio della sua benevolenza. Il campanello suonato due volte dal chierichetto aveva la funzione pedagogica di ricordare alla massa anonima presente passivamente che il prete era giunto a metà Messa (1° campanello) o alla comunione, cioè quasi alla fine (2° campanello). Del tutto assente la preghiera corale della Chiesa. Come meravigliarsi della secolarizzazione dei decenni successivi che spazzò questa parvenza di religiosità in un batter d’occhi come pula dispersa dal vento? Eppure oggi sono in crescita gli adoratori di quel tempo che fu. Ciò che importava era la presenza «fisica» per il tempo necessario dell’obbligo o, come si diceva, del precetto, in attesa… che tutto finisse al più presto per riprendere la vita profana, lontano da Dio e… dai preti.

Dio è un idolo?

Spesso, nella concezione della preghiera ridotta esclusivamente a richiesta, riduciamo Dio a un «tappabuchi», per usare una magistrale definizione del grande teologo luterano Dietrich Bonhöffer (Resistenza e resa: lettere e appunti dal carcere, Bompiani, Milano 1969, 264). In altre parole ci attendiamo da Dio che compia quanto noi non siamo in grado di realizzare, per cui domandiamo tutto: dalla pace alla salute, dalla riuscita di un esame o di un concorso ai numeri del lotto. Il Dio che preghiamo è un idolo-giocattolo nelle nostre mani, un distributore automatico che risponde a gettone, secondo le necessità e le urgenze, ogni qualvolta lo vogliamo noi. Eppure il salmista ci aveva messo in guardia da confondere il Dio dell’alleanza con gli idoli alienanti:

«“Dov’è il loro Dio?”. 3Il nostro Dio è nei cieli, tutto ciò che vuole, egli lo compie. 4Gli idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. 5Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, 6hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. 7Le loro mani non palpano, i loro piedi non camminano; dalla loro gola non escono suoni» (Sal 115/114, 2-7; v. anche Sal 135/134, 15-17).

Eppure non dovremmo essere impreparati, se avessimo ascoltato i profeti che Dio, nella sua bontà aveva inviato alla sua Chiesa. Ne citiamo due soli nella marea di voci e di stili che hanno risuonato tra la fine del II e l’inizio del III millennio: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, la cui profezia fu riconosciuta da un Papa in maniera formale e pubblica, ammettendo così la responsabilità, se non la colpa, di chi li perseguitò in modo miope e sconsiderato. Con loro si potrebbero citare p. Davide Maria Turoldo e p. Camillo De Piaz, don Zeno Saltini di Nomadelfia, p. Ernesto Balducci, p. Aldo Bergamaschi, p. Giovanni Semeria e mille altri ancora, tutti colpiti o esiliati o ridotti al silenzio perché indicavano la via del vangelo.


Nota estemporanea a latere

Nel 2017, ricorrendo il 50° anniversario della morte di don Lorenzo Milani, vi fu un pullulare di celebrazioni, specialmente dopo il duplice viaggio di papa Francesco a Bozzolo di Mantova e a Barbiana di Firenze (26 giugno 2017) per restituire la patente di ortodossia cattolica a due preti perseguitati dalla gerarchia del tempo: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. La retorica celebrativa, ieri come oggi, è una costante sia nella società civile sia ecclesiale: si celebrano entusiasticamente i «profeti morti», perché non possono dare più fastidio, mentre li si perseguita da vivi (cf Lc 11,47). Nelle celebrazioni retoriche del 2017, nessuno badò al fatto che i due preti, già negli anni ’50-’60 del secolo scorso avessero posto in evidenza il vuoto delle celebrazioni rituali che producevano solo disaffezione, allontanamento, disinteresse. Specialmente don Lorenzo Milani con l’opera «Esperienze pastorali», analisi spietata della realtà sacramentale del suo popolo che rispecchiava l’andazzo costante di tutta Italia e del mondo cattolico. Fu messo all’indice, non perché eretico, ma perché «inopportuno». Oggi quell’opera è un documento profetico ancora valido.


Per un approfondimento:

Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, in Tutte le opere, a cura di Federico Ruozzi et alii, tomo I, Mondadori, Milano, 477-80;
Don Primo Mazzolari, La parrocchia, La Locusta, Vicenza, 1957; ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999;
Tempo di credere, Vittorio Gatti, Brescia 1941.


Preghiera: estraniamento o passione di vita?

San Paolo, come abbiamo già visto, conferma il nostro timore e cioè che noi non sappiamo pregare: «Non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26). Pensiamo che la preghiera sia prevalentemente una recita vocale di formule, che con l’uso diventano meccaniche: le parole fluiscono per conto loro e il cuore naviga per conto proprio. Non è un caso che nella confessione, un «peccato» ricorrente, quasi un canovaccio, era: «Non ho detto le preghiere al mattino e alla sera», oppure, «Mi distraggo durante le preghiere». È facile confondere la preghiera con un bisogno psicologico di protezione o forse di alienazione: la vita è tanto dura e cattiva che ogni tanto fa bene ritirarsi in disparte e non pensare a niente. È la preghiera come estraniazione, ma spesso non sappiamo nemmeno che, mentre crediamo di pregare, stiamo solo parlando con noi stessi.

Ribadiamo, ancora una volta e con forza che prima di essere un momento o un atteggiamento, la preghiera è uno stato dell’essere, esattamente come l’amore che non è una caratteristica di qualcuno, ma la dimensione intima e univoca della vita, come sperimentò – lo abbiamo già sottolineato più volte – Francesco d’Assisi che diventò preghiera lui stesso perché amò Gesù e il suo messaggio «sine glossa» cioè alla follia e senza condizioni (cfr. Fonti Francescane, Movimento Francescano, Assisi 1978, 630). Non imparò prima a pregare per diventare discepolo di Gesù. Egli amò senza condizione, a fondo perduto, e la conseguenza fu la preghiera come identità di vita. Insieme a Francesco, una donna, anzi una ragazza, è stata capace di capire l’equazione della vita: pregare è amare. Alla sorella Céline che le chiedeva cosa dicesse quando pregava, Teresina rispondeva: «Io non gli dico niente, io lo amo». In altre parole, solo gli innamorati sanno pregare perché conoscono la dimensione della parola che diventa silenzio e conoscono il silenzio come pienezza della parola. Pregare è una relazione d’amore, e come tale esige un linguaggio d’amore con tempi e spazi d’amore.

Se amare è «perdere» tempo per la persona amata, allo stesso modo, pregare è perdere tempo per sé e Dio, perché la preghiera è lo spazio e il tempo riservati all’intimità d’amore. Più profondo è l’amore, più tempo è necessario, e spazio e tempo non possono essere gli scarti, ma devono essere scelte di prima qualità. Un tempo e uno spazio che non si esauriscono nello svuotamento di sé, ma nella pienezza che l’altro porta con sé. La pienezza di Dio è la Parola, il Lògos come progetto/proposta d’amore di Dio al mondo attraverso di me, orante/amante. La Parola di Dio diventa così il fondamento della preghiera, ma anche la dimensione e il nutrimento dell’orante. Come gli innamorati si educano a vedere il mondo e la vita con gli occhi dell’amato o dell’amata, arrivando addirittura a prevenirne i desideri, così l’orante è colui che sta «sulla Parola» (Gv 8,31) per imparare a vedere la vita, la storia e le proprie scelte con gli occhi di Dio.

Collirio per la vista

La preghiera è «il collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista» di cui parla l’Apocalisse (cf Ap 3,18): illimpidirsi lo sguardo da ogni strato di sovrapposizione per essere in grado di vedere con lo sguardo dello Spirito. In questo senso la preghiera è alimento costante del dubbio perché toglie ogni sicurezza esteriore ed effimera: non è la garanzia della certezza, ma l’alimento della ricerca che esige l’umiltà come condizione. Purificarsi lo sguardo significa liberarsi dalle idee che si hanno di Dio e domandarsi sempre se quella che abbiamo conseguito è quella vera e definitiva. Finché vi sarà storia la preghiera cristiana amerà il dubbio non come sistema, ma come condizione di purificazione e di fedeltà. Paradossalmente il dubbio protegge Dio dal rischio di trasformarlo in «idolo».

Nel nostro modo di pregare siamo talmente presi dalle «cose da dire» che non ci rendiamo conto di non lasciare alcuno spazio all’eco della Parola di Dio: siamo talmente occupati ad ascoltare quello che diciamo che non lasciamo tempo all’ascolto di Dio, il quale tace, rintanato in un cantuccio perché il nostro pregare è solo un cuore in un vuoto di cui forse abbiamo paura. Quando abbiamo la sensazione che Dio taccia, è segno che noi parliamo troppo. Nella celebrazione dell’Eucaristia sono molto importanti i momenti di silenzio, perché costituiscono la cassa di risonanza della Parola. Se le parole si accavallano, si inseguono con la fretta di giungere alla fine, abbiamo compiuto un rito, ma non abbiamo celebrato. La Parola senza il silenzio è un suono senza senso, perché il silenzio è la mèta della parola.

La preghiera è comunicazione d’amore con una Persona che è il perno della vita: per questo deve essere centrata sulla stessa persona di Dio, come suggerisce l’inno trinitario all’inizio dell’Eucaristia, il Gloria a Dio. L’inno, databile sec. IV d.C., ha un andamento tripartito perché si rivolge a Dio Padre, a Gesù Cristo, allo Spirito Santo: tutto in questa preghiera, una delle più belle della liturgia di tutti i tempi, è centrato sulla Persona di Dio e costituisce così la preghiera «teo-logica» per eccellenza: «Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo, ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente».

Cinque azioni espresse dai verbi per una sola ragione: «Per la tua gloria immensa». Quante volte siamo passati sopra a questo vertice/vortice da capogiro e non ci siamo accorti di lambire il cuore stesso di Dio, mentre ci siamo affrettati a rotolare le parole senza nemmeno renderci conto del senso? Nella nostra chiesa, noi osserviamo, al modo monastico, una pausa di tre secondi ad ogni frase per permettere al cervello di assaporare l’irruzione della gratuità di Dio, spezzando la fretta e costringendo la superficialità a gustare ogni parola / evento perché gli occhi che leggono abbiano il tempo di accorgersi di essere penetrati nella «teo-loghìa», divenuta afflato di preghiera e d’intimità senza tornaconto. «Per la tua gloria immensa», cioè per te stesso, perché meriti di essere il fine del desiderio dell’Assemblea, perché tu sei Dio e noi carne e sangue della tua divinità. La ragione del vivere e del pregare è «dare gloria» a Dio, che non significa cantare un canto, ma riconoscere la sua «gloria» nel senso ebraico del termine.

Kabòd/Dòxa

La «Kabòd» ebraica, che il greco traduce con «Dòxa», indica il «peso/la consistenza/la stabilità» di Dio. In altre parole «per la tua gloria immensa» significa prendere coscienza che Dio è il «valore/il peso» più importante della vita del credente. Non è un caso che al tempo di Gesù il termine «Kabòd» fosse uno dei Nomi santi con cui si indicava Dio, in sostituzione del «santo tetragramma» Yhwh. Ne consegue che «per la tua gloria immensa» significa che preghiamo per lui, perché merita di essere il fine del desiderio dell’Assemblea, perché è Dio e noi carne e sangue della sua divinità.

Non siamo «in» Chiesa per adempiere un dovere o ottemperare a un obbligo, ma «siamo Chiesa» per partecipare al banchetto dell’amore e lasciarci immergere nel pozzo della misericordia di Dio che è la sua Gloria, la sua Kabòd/Dòxa. Quando preghiamo, infatti, se preghiamo nello Spirito, noi siamo abitati da Dio che ci accoglie nella tenda del suo amore per svelarci il suo nome, il suo volto e il suo cuore. Pregare è vedere Dio che contempla noi. Questa preghiera trasforma la nostra esistenza in Kabòd/Gloria di Dio. Come? Offrendo al Signore «presente, ma invisibile» tutto, istante dopo istante, ogni gesto, ogni scelta, ogni alito dell’esistenza, anche le cose più banali della nostra quotidianità (come fare la spesa, prendere un autobus, fare le pulizie in casa, studiare, preparare da mangiare o una lezione) e tutte le mille azioni «inutili» che spesso buttiamo perché non vi prestiamo abbastanza attenzione, affinché tutto lui trasformi in benedizione sul mondo che egli ama alla follia (Gv 3,16), attraverso di noi.

Paolo Farinella, prete
[9 – continua]




Germania e la questione migratoria


Per navigare questo dossier

Dal nazionalismo all’accoglienza.
Germania: ieri, oggi, domani

«Wir schaffen das» («Ce la facciamo»).
Le sfide dell’immigrazione.

Il lungo percorso del dialogo.
Immigrazione e fedi religiose in Germania.

Schede.
Dati demografici

Le Chiese.
Alcune date storiche.

 


Dal nazionalismo all’accoglienza

Germania: ieri, oggi, domani

Dopo gli orrori nazisti, la Germania è cambiata in maniera profonda e sorprendente. Potenza economica e politica, è la seconda destinazione a livello mondiale per le migrazioni, subito dopo gli Stati Uniti. Nonostante alcune tensioni e la presenza di movimenti xenofobi («Alternativa per la Germania» e «Pegida»), la Germania di oggi è un paese aperto, plurale e inclusivo. Anche se ora occorre attendere le (inevitabili) conseguenze del voto del 24 settembre 2017.

La Germania è il paese europeo dove l’ideologia nazionalista, portata alle sue più estreme conseguenze, ha messo in atto i crimini più feroci contro l’umanità. Il mito della razza ariana propugnato dai nazisti, quello di una presunta purezza etnica da conseguire e preservare a ogni costo, l’eugenetica e lo sterminio sistematico degli ebrei e di altre minoranze, rappresentano un’onta di infamia che, volenti o nolenti, sarà legato ancora a lungo al nome di questo paese.

Questo anche in ragione del fatto che, a dispetto di casi straordinari ma episodici come quelli di un Dietrich Bonhoeffer e degli studenti della Rosa Bianca, l’opposizione interna al Reich hitleriano e alla messa in opera della soluzione finale ha riguardato solo un numero assai esiguo di individui, incapaci di impensierire in alcun modo la colossale macchina della morte messa in piedi dal regime nazista e dalla sua propaganda. A fronte di ciò, come scriveva nella sua «Storia della Shoah» lo storico Georges Bensoussan, furono un milione i tedeschi coinvolti direttamente o indirettamente nello sterminio degli ebrei, fra campi di concentramento ed esecuzioni di massa delle Einsatzgruppen (le famigerate «unità operative» guidate da Reinhard Heydrich), soprattutto nei territori dell’Europa orientale, dove trovarono in molti casi terreno fertile anche fra le popolazioni locali. Assai più numerosi, inevitabilmente, i tedeschi che sapevano, oppure fingevano di non sapere, pur avendo avuto di fronte a sé segni inequivocabili e avvisaglie chiarissime rispetto a quanto avveniva.

Ciononostante, chi conosce bene questo paese dall’interno, non può che guardare con sincera ammirazione al cambiamento sociale e culturale avvenuto nella Repubblica Federale dal dopoguerra ad oggi. Un mutamento che ha investito il mondo della politica e della cultura, nonché le coscienze di milioni di tedeschi che prima hanno riconosciuto gli errori e orrori compiuti nel passato e poi hanno tentato di cambiare se stessi e il paese senza reticenze e compromessi. Il risultato che abbiamo di fronte a noi è per molti versi sorprendente. La Germania odierna è un paese aperto, plurale e inclusivo, a dispetto delle sfide della convivenza e dell’accoglienza, e delle inevitabili tensioni che ne sono sorte negli ultimi anni.

Non solo: forse più di ogni altro paese, la Germania di oggi ambisce a rappresentare un baluardo della tolleranza nel mondo, in anni – quelli che stiamo vivendo – dove le campagne elettorali europee (e non solo: basti pensare a Trump negli?Stati Uniti) paiono segnate in modo sempre più netto da rigurgiti nazionalisti e razzisti, che si fanno avanti in modo rapido e spaventoso anche nei nostri media e nelle coscienze di molti di noi. Ed ecco allora che quella che è stata senza dubbio una tragedia e un’onta, quella dei crimini compiuti dai nazisti, si è trasformata per molti versi, inaspettatamente, anche in una risorsa e in un antidoto sicuro contro l’odio sempre più imperante nei confronti dei rifugiati e degli stranieri.

La Germania dopo il 24 settembre 2017

Certo, non è tutto oro quel che luccica. Anche in Germania si è fatta avanti una destra populista e xenofoba, quella del partito «Alternativa per la Germania» (Alternative für Deutschland, Afd). Nelle elezioni del 24 settembre l’Afd ha raccolto il 12,6 per cento dei voti e ben 94 seggi nel Bundestag. Un partito, questo, che come il movimento anti-islamico di Pegida (Patriotische Europaeer Gegen die Islamisierung des Abendlandes, Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente), ad esso per molti versi associabile, raccoglie però consensi in modo assai più marcato nell’ex Germania orientale, dove gli spettri del totalitarismo comunista continuano a pesare. Ma non si tratta, purtroppo, in molti casi, solo di slogan e vuote parole. Crescono di frequenza anche le aggressioni, gli episodi di intolleranza e di violenza nei confronti del diverso, poco importa se si tratti di un rifugiato, di un musulmano o di un ebreo, tutti ugualmente colpiti negli ultimi anni. Eppure, considerando le sfide che il paese si è trovato ad affrontare soprattutto dal 2015 in poi, non si può che trarre un bilancio positivo, con una punta di invidia nei confronti di una macchina statale che è stata capace di reggere all’urto dei tempi, senza cercare facili capri espiatori o piegarsi, per mero interesse politico, agli slogan razzisti anche da noi fin troppo noti.

La crisi dei rifugiati (2015) e gli attentati (2016)

Dicevamo poc’anzi dello spartiacque epocale rappresentato per la Germania dal 2015. Ebbene, proprio da qui si deve partire per comprendere la situazione attuale: nel 2015 si era nel pieno della crisi dei rifugiati, quando erano in tanti – o, meglio, la quasi totalità – i giornalisti nostrani che, dal caldo delle loro poltrone a Roma e a Milano, davano politicamente per spacciata la Merkel, «colpevole», secondo molti di loro, di aver spinto troppo avanti la sua politica dell’accoglienza, nota come Willkommenskultur in tedesco. Le cifre degli arrivi, a ben guardare, sono davvero impressionanti, anche se oggi sappiamo essere un po’ inferiori a quelle gonfiate e diffuse dai media in quei mesi.

Sono stati 865.374 gli individui entrati illegalmente in Germania nel 2015, secondo i dati ufficiali riportati dalla polizia federale tedesca lo scorso anno. Fra questi, primi per paese d’origine sono stati i siriani (73.920), seguiti da afghani (38.750), iracheni (22.394) ed eritrei (17.225). Tutti, com’è facile notare, fuggiti da luoghi segnati da terrorismo, guerre o dittature feroci. Notevoli anche i dati di comparazione rispetto all’anno precedente. Dal 2014 al 2015 l’immigrazione dall’Afghanistan alla Germania è aumentata del 877%, dall’Iran del 1.005% e dall’Iraq (dove era in piena espansione lo Stato islamico) addirittura del 2.155%. Dati che rendono bene l’entità di un fenomeno che ha cambiato il volto del paese, ponendolo di fronte anche a una sfida politica e culturale di vaste proporzioni.

In Germania il 2015 non sarà ricordato solo per la crisi dei rifugiati. Anche il terrorismo, da molti anni assente, ha fatto il suo macabro ritorno nel paese provocando un mutamento dello scenario politico e della sicurezza altrettanto importante. Ricordiamo, su tutti, gli attacchi dell’estate di quell’anno, da Ansbach a Würzburg, entrambi rivendicati dall’Isis. L’anno successivo, invece, è stato funestato da episodi di ancor più vasta portata: la strage di Monaco di Baviera del 22 luglio 2016, dove hanno perso la vita 10 persone, e l’attacco terroristico al mercatino di Natale a Berlino, il 19 dicembre, costato 12 vittime. Non si è trattato in tutti i casi di attentati a sfondo religioso. Tutti, invece, i protagonisti di questi macabri eventi erano, almeno per origine, stranieri. Ebbene, il clima che si respirava nelle strade, il dibattito sui media e su internet di quei giorni, non è minimamente paragonabile all’odio e alla tensione che hanno segnato la brutta estate italiana che ci siamo appena lasciati alle spalle.

L’odio non fa breccia

Quali sono le ragioni di questa differenza, che sempre più si configura a livello europeo come un’eccezione? Perché l’odio non fa breccia che in modo marginale nella Germania odierna? La prima risposta, come detto, va ricercata forse nella storia. La Germania risorta dalle macerie del Terzo Reich, sopravvissuta al terrorismo della Raf e agli anni di piombo, ha in sé più di altre nazioni gli anticorpi per resistere alla spirale cieca della violenza islamista e del razzismo. A Berlino, a Dresda, a Amburgo, a Stoccarda – città che solo pochi decenni fa erano un cumulo di macerie – sono ancora in pochi ad essere disposti a invertire l’orologio della storia, a subire il fascino del sangue e ad auspicare un ritorno ai proclami di guerra e alle crociate.

Ma non basta. Un altro punto fondamentale da ricordare, a mio avviso, anche in termini comparativi rispetto all’Italia e ad altri paesi dell’Europa orientale, dove le sirene dell’intolleranza trovano oggi orecchie più recettive, è che qui l’integrazione di milioni di cittadini di origine straniera è ormai un fatto compiuto da decenni, almeno nelle grandi città del Sud e dell’Ovest. Là dove la presenza è più recente, come nell’ex Ddr, servirà inevitabilmente più tempo, come d’altronde da noi in Italia. Non dimentichiamo infine che ad Est, punto da non trascurare, i dati sulla povertà e sull’emarginazione sociale sono ancora assai più alti che in altre parti del paese, con il solito, triste profilarsi di una guerra fra poveri.

Le paure dei tedeschi: una classifica

Dati alla mano vediamo com’è articolata la società tedesca di oggi, dove la componente legata all’immigrazione, come detto, è in continua crescita. Sono 18,6 milioni i residenti di origine straniera in Germania, pari a oltre un quinto della popolazione totale, che ammonta a 81 milioni di individui. Si è avuto, a tal proposito, un aumento record nell’ultimo anno, il 2016: +8.5% secondo i dati dell’Ufficio statistico federale, ovvero il più alto in oltre un decennio. Un fenomeno ancor più marcato nei grossi centri urbani dove le opportunità di impiego sono assai maggiori. Prendiamo ad esempio Stoccarda, dove l’anno prima, nel 2015 – e sono gli ultimi dati disponibili – il 42,2% dei residenti era di origine straniera, con punte del 58,2% per i minorenni. Numeri importanti, tali da mutare profondamente il volto di una città, dalle scuole fino al lavoro e al tempo libero. Eppure, anche a livello di percezione diffusa, le città sono sicure, assai più che in Italia, e l’immigrazione non risulta oggi al primo posto fra le preoccupazioni dei tedeschi. Il cambiamento climatico (71%) e il timore di nuove guerre (65%) la fanno da padrona, secondo una recente ricerca riportata sul quotidiano Westdeutsche Allgemeine Zeitung, staccando la paura del terrorismo (63%) e, di molto appunto, quella degli immigrati (45%).

Un mosaico multiculturale (con tanti cittadini comunitari)

Ma vediamo ora quali sono, fra i cittadini stranieri residenti in Germania, i gruppi nazionali più rappresentati all’interno del mosaico multiculturale tedesco. Secondo i dati ufficiali dell’Ufficio statistico federale, primi sono i turchi, che nel 2016 toccavano quota 1 milione e 492mila, seguiti dai polacchi a 783mila unità. Terzi i siriani, pari a 637mila residenti, quarti invece noi italiani, 611mila (con una crescita di 15 mila individui rispetto all’anno precedente). Seguono rumeni, greci, croati, bulgari, afghani, russi e iracheni. Interessante notare come dal 2016 ad oggi il numero di migranti provenienti dagli altri paesi dell’Unione europea sia più che triplicato. In un solo anno, il 2016 appunto, risulta che siano stati 634mila i cittadini Ue che hanno scelto di vivere in terra tedesca. Non sono quindi solo i cittadini cosiddetti extracomunitari a immigrare. Una Germania che rappresenta la seconda destinazione a livello mondiale per l’immigrazione, seconda solo agli Stati Uniti, stando a una ricerca dell’Oecd pubblicata nel 2014.

Numeri a parte, se visto dall’interno, il melting pot in salsa tedesca sembra funzionare piuttosto bene. Se forte è l’impegno delle scuole e delle istituzioni religiose nel fronteggiare la diffidenza nei confronti dell’altro e il razzismo, è anche il mondo del lavoro a fare la differenza. Sono sempre di più le aziende che scelgono come lingua di lavoro l’inglese nei loro uffici, ed è grande la richiesta di manodopera in alcuni Land, come quelli del Sud, dove si è raggiunta quasi la piena occupazione. All’ingresso del quartier generale della Mercedes, che ha sede qui a Stoccarda, e dove si usa sempre di più la lingua di Shakespeare per lavorare, si legge in un banner: «Qui non c’è posto per il razzismo». Certo, ancora una volta, non è tutto oro quello che luccica, e non vi è dubbio che siano in molti a sfruttare i nuovi arrivati, cui vengono proposti a volte contratti da precari e con retribuzioni sempre più basse, con il risultato che le diseguaglianze avanzano rapidamente, creando sacche di povertà sinora sconosciute soprattutto in provincia, nelle periferie e nelle città del Nord e dell’Est del paese.

Non si può tuttavia trascurare, ed è il dato di gran lunga più incoraggiante, come la risposta più efficace alla crisi dei rifugiati e all’insorgere del razzismo sia giunta proprio dalla società civile tedesca, che ha dato il suo meglio mobilitandosi dopo il 2015. In Germania, le persone in vario modo impegnate nel volontariato sono 31 milioni (pari al 38% della popolazione), in Italia invece – per fare un raffronto – solo 6 milioni (pari al 10%). Una differenza che si spiega anche con la grande generosità dimostrata dalle associazioni, dalle chiese e da tanti semplici cittadini che hanno sentito il bisogno di impegnarsi in prima persona per fronteggiare quella che forse è la più grande sfida del nostro tempo: la sfida dell’accoglienza.

Simone Zoppellaro


«Wir schaffen das» («Ce la facciamo»)

le sfide dell’immigrazione

Si dice che l’immigrazione rappresenti per la Germania solo un’occasione per avere manodopera a basso costo. Questo probabilmente valeva ai tempi dei Gastarbeiter («lavoratori ospiti»). Oggi la situazione è diversa. Anche se i problemi non mancano. Come l’esistenza di profonde diseguaglianze e la scarsa mobilità sociale. Senza dimenticare la questione della vasta minoranza turca, divisa su Erdogan, il dittatore di Ankara su cui la stessa Europa rimane incerta.

Siamo alla fine di dicembre del 2015, in Germania, nel pieno della crisi dei rifugiati. Nel suo discorso di capodanno, il verde Winfried Kretschmann, governatore del terzo Land più popoloso della Federazione tedesca, quello del Baden-Württemberg, nell’affrontare il tema spinoso e dibattuto dell’immigrazione rievoca la sua esperienza familiare. I suoi genitori, racconta nel messaggio ai suoi concittadini, furono costretti a lasciare la Prussia orientale, ovvero l’odierna Polonia, alla fine della seconda guerra mondiale, e giunsero in Germania come profughi fra grandi stenti e perdendo anche un figlio, un fratello maggiore del governatore, allora appena nato. Kretschmann, politico navigato e fra i maggiori esponenti del suo partito a livello nazionale, ben lungi dal cadere nella mera aneddotica, sapeva di toccare con le sue parole una corda profonda per molti tedeschi. Come a dire: i drammi di ieri e di oggi, in fondo, non sono così diversi.

Si stima che furono fra i 12 e i 14 milioni i tedeschi espulsi o fuggiti nell’immediato dopoguerra dai paesi dell’Europa orientale occupati dal Terzo Reich. La larga parte di loro si rifugiò in Germania, ma furono in molti a cercare fortuna negli Stati Uniti, in Australia, e in altri paesi. Un dramma di proporzioni bibliche, inevitabilmente oscurato ieri come oggi dal collasso militare tedesco e dai crimini compiuti dal nazismo, ma non per questo meno doloroso. In?Germania sono tantissime le persone che hanno ancora nei ricordi familiari dei loro genitori o nonni episodi come questi. Un dramma che si è riproposto con l’arrivo a Ovest di circa 4 milioni di profughi provenienti dalla Ddr, l’ex Germania comunista, nel corso della sua storia quarantennale.

Questi due eventi insieme, che investirono nell’arco di pochi decenni – come si desume dalle cifre appena riportate – una fetta enorme della popolazione tedesca, contribuiscono a dare oggi una connotazione diversa, meno astratta, più personale e simpatetica, al fenomeno migratorio, e in particolare nei confronti di quanti – e sono tantissimi – fuggono da guerre e persecuzioni, rischiando spesso la vita. E non sarà un caso, allora, come ci ha raccontato in un’intervista la candidata al Nobel per la pace Nadia Murad, che lo stato del Baden-Württemberg sia uno dei pochi luoghi al mondo ad aver fornito rifugio e assistenza a circa duemila fra donne e bambini appartenenti alla minoranza degli yazidi, in fuga dalla persecuzione messa in atto dallo Stato Islamico. Una decisione, come ci ha spiegato la stessa Murad, dovuta a un interesse personale del già ricordato Kretschmann, cattolico praticante e figlio di profughi di guerra, che ha preso a cuore questa causa dimenticata da tutti. Non è difficile immaginare che per lui, come per tanti tedeschi, storie come questa risultino fin troppo famigliari, difficili da accantonare con una scrollata di spalle o con uno sbadiglio.

Neuer Markt, Hansestadt Rostock

Il precedente storico dei «Gastarbeiter»

Il peso della storia, di una storia tragica e ingombrante, ancora una volta, fa la differenza. Il movimento per la pace, quello per il disarmo e contro la vendita di armi (specie se alle dittature), le manifestazioni di piazza e le attività organizzate dal basso, dalla società civile, per l’accoglienza e per contrastare il razzismo, sono oggi realtà assai più diffuse in Germania che in molti paesi europei. Uno fiorire straordinario che parte dalle parrocchie, dalle feste di quartiere, dalle scuole e da quella galassia sconfinata che è rappresentata dall’associazionismo tedesco. Sbaglia, affidandosi spesso a un ottuso cinismo, chi afferma che l’immigrazione per la Germania rappresenti solo un’occasione per avere manodopera a basso costo per le imprese. Semmai si dovrebbe sottolineare, cosa spesso ignorata da molti, come l’afflusso di profughi e immigrati negli ultimi anni abbia creato – parallelo all’impegno del volontariato – anche moltissimi nuovi posti di lavoro per i tedeschi, dall’insegnamento della lingua, al campo sociale, fino alla mediazione culturale.

Ammirevole anche la qualità dei servizi offerti da centri informativi e uffici per l’immigrazione, dove il personale risulta disponibile, ben attrezzato a interagire con persone di diversa cultura, e parla diverse lingue. Un altro mondo, rispetto alle esperienze spesso frustranti e umilianti che devono subire molti stranieri in Italia o nelle nostre rappresentanze all’estero, dove il servizio risulta in tanti, troppi casi davvero scadente, quando non lesivo per l’immagine dell’Italia nel mondo. Certo, a nostra parziale discolpa bisogna sempre ricordare che il fenomeno migratorio in Germania ha radici più profonde rispetto a quelle del nostro paese, dove l’esperienza è ancora acerba e limitata. Radici che risalgono agli anni Cinquanta e al boom economico di una Germania federale risorta delle ceneri morali e materiali della caduta del nazismo.

Li chiamavano Gastarbeiter, «lavoratori ospiti», con un eufemismo neanche troppo velato che stava a significare che sarebbe stato meglio se, una volta compiuto il lavoro, se ne fossero tornati al loro paese. Ma ciò, come ben noto, nella larga parte dei casi non è avvenuto, e furono anzi in molti a portare con loro in Germania partenti e amici. Fra i primi ad arrivare come manodopera per l’industria tedesca ci siamo proprio noi italiani, insieme a greci, turchi, marocchini e portoghesi. Si trattava in molti casi di accordi bilaterali stretti fra l’allora capitale Bonn e i governi di questi paesi. Dopo l’erezione del muro di Berlino, nel 1961, che ebbe l’effetto di far diminuire i profughi provenienti dalla Germania orientale, aumentò ulteriormente la richiesta di manodopera e, di conseguenza, l’arrivo di immigrati necessari soprattutto alla crescita dell’industria.

L’altra faccia della medaglia: grandi diseguaglianze, scarsa mobilità sociale

Storie di sacrifici e di fatica, di umiliazioni, riscatti o fallimenti, come lo sono sempre quelle legate all’immigrazione, in qualsivoglia tempo e paese. Storie difficili, che solo in rari casi portano a un’ascesa sociale nelle file della borghesia per la generazione successiva. Un divario sociale, culturale ed economico che, inevitabilmente, continua a pesare anche negli immigrati di seconda e terza generazione, ovvero nei figli e nei nipoti degli operai arrivati in Germania nel dopoguerra e negli anni del boom. Come dichiarato in una recente intervista dalla cancelliera Merkel: «C’è ancora un divario significativo tra i giovani che hanno una storia d’immigrazione e i giovani che non ce l’hanno». Certo, esistono eccezioni importanti in tal senso, e sono sempre più frequenti. Ne ricordiamo due, brevemente: il leader del partito verde Cem Özdemir, di origine turca e circassa (regione storica del Caucaso, ndr), che è fra i protagonisti indiscussi della scena politica odierna; o, ancora, il nostro Giovanni di Lorenzo, direttore del settimanale Die Zeit, uno dei più prestigiosi del paese, cresciuto in Italia fino all’età di undici anni.

Eppure, come sottolineato anche dalla cancelliera, tanto resta ancora da fare. La Germania, dati alla mano, è uno dei paesi in Europa dove le disuguaglianze fra ricchi e poveri sono più alte e la mobilità sociale risulta ridotta ai minimi termini. Date queste premesse, la prospettiva di una completa parificazione sociale ed economica per le comunità di immigrati pare essere un obiettivo ancora lontano, innestando nei segmenti più fragili della popolazione, anche se in piccola parte, il germe dell’intolleranza, mentre parallelo, come vedremo, fra alcuni giovani immigrati cresce quello del radicalismo religioso. Ecco allora spiegata l’ascesa del partito «Alternativa per la Germania», che è riuscito per la prima volta nella storia del dopoguerra tedesco a riportare alla ribalta una politica, almeno in parte, riferibile alla galassia dell’estrema destra, infrangendo un tabù sociale e politico molto forte. Ma si tratta pur sempre, a ben vedere, di un unico partito, a fronte di uno schieramento politico – destra inclusa – che si mantiene compatto nel voler combattere la propaganda xenofoba e populista. Emblematico anche il panorama dei media, dove lo spazio dato a populisti e predicatori d’odio è incomparabilmente più basso che da noi.

Turchi che manifestano per Erdogan a Colonia. OLIVER BERG/dpa

Il caso della minoranza turca (e kurda)

Passiamo ora ad analizzare quello che è il fenomeno più rilevante, ma anche il più complesso e difficile, nella sfida dell’integrazione. Ci riferiamo al caso dei turchi tedeschi, la minoranza più rappresentata in Germania, come detto. Una comunità che, dopo la deriva autoritaria intrapresa dal presidente Erdogan nel loro paese, sta pagando oggi in prima persona, vuoi le tensioni interne alla comunità, sempre più marcate, vuoi i rapporti sempre più tesi fra Berlino e Ankara. Punto di svolta, da questo punto di vista, è stato il tentativo di colpo di stato in Turchia del luglio 2016, cui è seguita un’ondata di repressione senza precedenti contro giornalisti, politici, intellettuali e forze dell’ordine, che ha trasformato un paese relativamente liberale in una dittatura spietata.

Dopo il fallito golpe in Turchia, migliaia di turchi si sono riversati nelle strade di molte città tedesche – da Berlino a Monaco, da Hannover a Stoccarda – per festeggiare lo scampato pericolo. Ma, dopo l’euforia, è arrivata l’ora della vendetta, e tutti i nodi irrisolti sono venuti al pettine. Puntuale e immediata, la resa dei conti contro i sostenitori di Fethullah Gülen – predicatore turco in autoesilio negli Stati Uniti, accusato di essere l’uomo ombra dietro al colpo di stato – si è allargata anche alla Germania. Una tensione che si è manifestata ovunque, dalle associazioni alle piazze, fino anche alle moschee e alle scuole. Il tutto mentre lo scontro contro la minoranza kurda, dopo un periodo di parziale riavvicinamento, è tornato a precipitare, quando si moltiplicavano ancora una volta gli arresti e le vessazioni. Un dato non irrilevante per il nostro discorso, data la fortissima presenza kurda in Germania, che ha anche, al suo interno, una componente assai politicizzata, che è scesa in piazza più volte in diverse città tedesche, arrivando in alcuni casi allo scontro verbale e fisico con i sostenitori di Recep Tayyip Erdogan, altrettanto numerosi.

Il risultato è una comunità a tratti lacerata, costretta – volente o nolente – a scegliere fra una fedeltà sempre più esigente alla madrepatria turca e al suo dittatore, e quella a una Germania che guarda con sempre più sospetto ad Ankara, anche a causa dell’arresto di diversi cittadini tedeschi. Fra questi, ricordiamo il noto giornalista con doppia nazionalità Deniz Yücel, imprigionato il febbraio scorso con l’accusa di essere una spia. Emblematico anche il caso del già ricordato Cem Özdemir, che ha ricevuto continue minacce di morte, e proprio da membri della comunità turca tedesca, a causa delle sue posizioni politiche di supporto all’opposizione turca colpita e repressa, e che oggi è sotto scorta. Il politico verde, fra l’altro, è stato anche fra i promotori della risoluzione del parlamento tedesco sul genocidio armeno, approvata il 2 giugno 2016. Un riconoscimento che ha creato ulteriori tensioni e fratture nella comunità, dato il persistente negazionismo di Ankara nei confronti del genocidio perpetrato nell’allora Impero Ottomano. Senza dubbio, un momento di crisi dura come l’attuale la comunità dei turchi tedeschi non l’aveva mai vissuto nella storia recente.

Sicurezza e benessere per tutti

Ma la sfida per l’accoglienza e l’integrazione in Germania risulta più ampia, e per molti versi meno drammatica. Superata al meglio la crisi del 2015, ci sono ottime ragioni per poter sperare in uno sviluppo armonico della società, eludendo i rischi e le tensioni sempre insiti, volenti o nolenti, in una società aperta e multiculturale. Su tutto, continuano a risuonare nelle orecchie dei tedeschi, come in un ritornello, le celebri parole con cui Angela Merkel ha più volte commentato la crisi dei rifugiati: «Wir schaffen das», «Ce la facciamo».

La Germania, vuoi per la sua storia tragica e insieme di riscatto, vuoi per il ruolo politico ed economico sempre più rilevante che riveste a livello internazionale, ha in sé tutte le carte in regola per riuscire a offrire una prospettiva di sicurezza e relativo benessere a tutte le componenti di una società sempre più plurale, senza rischiare di ricadere in un passato che nessuno, almeno da queste parti, sembra oggi più rimpiangere.

Simone Zoppellaro


Il lungo percorso del dialogo

Immigrazione e fedi religiose in Germania

Nel variegato panorama religioso tedesco, le due principali Chiese, la cattolica e la protestante, sono in prima fila nella battaglia per l’integrazione degli immigrati e per l’accoglienza dei profughi. Con l’immigrazione è arrivata una crescita a due cifre dell’islam. In esso, accanto a una minoranza estremista vicina alla Stato islamico, si trova una maggioranza che ha accettato le regole della democrazia occidentale.

Il 19 ottobre 1945, a pochi mesi dalla capitolazione del regime hitleriano, i rappresentanti della Chiesa evangelica tedesca si riunirono a Stoccarda per riflettere sul ruolo e sulle complicità dei cristiani, e in particolare di una delle due anime principali del cristianesimo tedesco, quella protestante, rispetto agli orrendi crimini compiuti dal nazismo. Ne risultò un documento importante, noto come «Dichiarazione di colpa di Stoccarda» (Stuttgarter Schuldbekenntnis), in cui per la prima volta la Chiesa evangelica assunse la sua parte di responsabilità storica, per quanto non soffermandosi ancora in termini specifici sull’olocausto. Leggiamo nel documento: «Attraverso di noi infinita sofferenza è stata portata a molti popoli e paesi». Da parte sua, anche la Chiesa cattolica tedesca ebbe responsabilità importanti, fra cui quella di aver agevolato la fuga dalla Germania (soprattutto verso il Sud America, ndr), dopo la fine della guerra, a centinaia di criminali nazisti, grazie al rilascio di documenti di viaggio sotto falso nome.

Dietrich Bonhoeffer

Certo, non soltanto ai protestanti e ai cattolici tedeschi va attribuita la responsabilità di quanto avvenuto all’epoca del Terzo Reich, responsabilità che deve essere senz’altro condivisa ed estesa a ogni segmento sociale. Né è possibile tralasciare, d’altra parte, come già accennato, l’eroico sacrificio del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer o dei giovani cattolici del movimento studentesco della Rosa Bianca, che pagarono con la vita l’opposizione al nazismo. Eppure, come dimenticare che le vie dell’odio e del sangue passarono anche da qui, attraverso una distorta interpretazione e stravolgimento del messaggio cristiano?

Tutto ciò premesso, ancora una volta, è giusto riconoscere come il cambiamento avvenuto in seguito non sia stato affatto una semplice formalità, una svolta determinata esclusivamente dalla contingenza di una sconfitta militare. Ad ammissioni di colpa come quella di Stoccarda corrispose dunque in seguito un mutamento sociale e culturale profondo ed effettivo, tale da risultare per molti aspetti, se visto in prospettiva storica almeno, sorprendente. E stupisce così vedere come le Chiese tedesche, la cattolica come la protestante, siano oggi in prima fila a battersi per l’integrazione degli immigrati e per l’accoglienza ai profughi. Sintomo che un percorso si è ormai concluso, e che la storia – quando affrontata con serietà e coraggio – può essere davvero maestra di vita. Un’apertura che ha portato, come avvenuto negli ultimi mesi, a esempi radicali in cui si è vista la chiesa, in questo caso quella evangelica, offrire alloggio e protezione a richiedenti asilo afghani e iraniani respinti e minacciati di espulsione dallo stato.

Le Chiese tedesche e gli ebrei

Le chiese in Germania hanno poi avuto, sin dall’immediato dopoguerra, un ruolo importante per un tema delicato e difficile: quello del ripristino di un rapporto di fiducia e collaborazione con gli ebrei dopo gli orrori della Shoah. Esistono oggi in Germania, a livello locale, oltre 80 associazioni per la cooperazione ebraico-cristiana (Gesellschaft für christlich-jüdische Zusammenarbeit), in cui sono impegnati sia protestanti che cattolici. Le prime erano state create proprio nel 1948 a Monaco, Stoccarda e Wiesbaden con il fine di promuovere un nuovo dialogo fra le chiese cristiane e gli ebrei. La dichiarazione Nostra aetate, di cui sono da poco ricorsi i cinquant’anni, aveva dato poi ulteriore impulso da parte cattolica anche in Germania, per un ritorno al dialogo con la cultura ebraica dopo tanti, troppi secoli di misfatti e incomprensioni.

Anche grazie al contributo delle diverse chiese, si è potuto così assistere nel dopoguerra alla lenta rinascita dell’ebraismo in terra tedesca. Una comunità che è rimasta numericamente molto esigua ancora fino agli anni Ottanta, quanto nell’allora Germania Ovest gli ebrei erano fra i 25 e i 30mila. Assai più ridotto il numero, invece, nella Ddr comunista, dove gli ebrei erano poco più di un migliaio ed ebbero, in quanto comunità, possibilità assai limitate – anche a causa del pregiudizio ideologico del regime contro le religioni – tali da inibire ogni tentativo di dare vita a una rinascita culturale dopo il genocidio. Un notevole incremento si è avuto invece, nella Germania ormai riunificata, dopo la caduta del muro di Berlino, e questo soprattutto grazie all’arrivo di decine di migliaia di ebrei dall’ex Unione Sovietica. Sono così saliti a più di 100.000 gli ebrei in Germania, in larga parte residenti nei grandi centri, e sono tante le nuove iniziative volte a far risorgere una presenza culturale ebraica, almeno nelle maggiori città.

Immigrazione e islam

Tra le comunità religiose tedesche legate all’immigrazione, la maggior crescita degli ultimi anni spetta senza alcun dubbio all’islam. Un islam non meno vario e diversificato del cristianesimo tedesco, dove convivono sunniti e sciiti, seguaci del predicatore turco in esilio Gülen e mistici sufi, insieme a infinite altre denominazioni, che in molti casi hanno anche finito per attrarre nuovi fedeli fra i nativi tedeschi. Ed ecco allora che i musulmani rappresentano oggi, secondo gli ultimi dati ufficiali, il 4,9% della popolazione tedesca, pari a poco più di 4 milioni di persone, con una crescita annua che si attesta in un solo anno, fra 2015 e 2016, al 12,5%. Una crescita che corrisponde, sul versante cristiano, a un leggero calo su base annua, cosa che fa temere ad alcuni un sorpasso nei prossimi decenni come prima religione del paese: rispettivamente -0,8% per i cattolici, e -1,5% per i protestanti, che sono rispettivamente 23 e 21 milioni. Una differenza che si spiega, ancora una volta, con l’immigrazione: assai più numerosa è infatti quella proveniente dai paesi di confessione cattolica che protestante. Non vanno infine dimenticati i 2 milioni di cristiani ortodossi e gli oltre 800mila appartenenti ad altre denominazioni cristiane. Quanto al calo progressivo del cristianesimo in genere, questo si spiega anche in base a una caratteristica peculiare della legislazione tedesca, che prevede l’esenzione dal pagamento della tassa destinata alle chiese (e alle diverse fedi non cristiane) per chi rinunci formalmente alla sua appartenenza a esse, dichiarandosi non religioso. Una scelta, questa, sempre più gettonata, vuoi per il risparmio economico che ne deriva, vuoi perché si assiste oggi a una progressiva e sempre più rapida secolarizzazione della società tedesca.

Le molte facce dell’islam tedesco

Tornando all’islam tedesco, dicevamo – ed è un punto fondamentale da ricordare – che questo non è riducibile a un’unica matrice, ma è al contrario assai composito e multiforme. Se questo è vero per la religione musulmana in generale, che è nella realtà ben lungi dalle semplificazioni a cui ricorrono troppo spesso i nostri media, nel contesto tedesco questa pluralità risulta per molti versi ancora più accentuata. Da un lato, troviamo così luoghi e istituzioni all’avanguardia del mondo musulmano per modernità e apertura; dall’altro, un islam più tradizionale e ancorato nelle sue consuetudini nelle comunità immigrate più o meno recenti, da quella turca a quella siriana; infine, non manca una porzione, assai piccola da un punto di vista numerico, ma significativa perché senza dubbio pericolosa, di musulmani radicalizzati e spesso connessi, in modo più o meno diretto, alla galassia del terrorismo internazionale.

Ma, anche qui, ancora una volta, è importante combattere i pregiudizi e le facili semplificazioni. Estremismo religioso di matrice salafita e crisi dei profughi sono questioni distinte, che non vanno poste in diretta relazione. A spiegarcelo è Yan St-Pierre, esperto di antiterrorismo fra i più importanti in Germania e direttore del Modern Security Consulting Group di Berlino, che abbiamo interpellato: «La scena salafita in Germania è molto variegata. Mentre gli elementi stranieri svolgono un loro ruolo – sia tramite i migranti residenti a lungo termine, sia tramite la comunicazione internazionale – la maggior parte degli individui appartenenti a questi movimenti sono nati e cresciuti in Germania».

Il caso di Seyran Ates

Sempre per voler contrastare comode semplificazioni e luoghi comuni, ricordiamo come il luogo di culto musulmano più aperto in Germania, in tutti i sensi, sia iniziativa di un immigrata di prima generazione. Ci riferiamo a Seyran Ates, avvocata femminista di fede musulmana, nata in Turchia, che ha fondato a Berlino una moschea dove sono le donne a guidare la preghiera e la congregazione è mista e non separata. Un luogo di preghiera aperto a tutti, anche ai gay, ma curiosamente non alle donne che portino un velo integrale, dato che questo è ritenuto un modello di religiosità non auspicabile da questa congregazione, in quanto simbolo del patriarcato e non rimandabile in alcun modo direttamente al dettato coranico. Cosa peraltro verissima, quest’ultima, come sa bene chiunque abbia studiato il testo sacro dei musulmani.

Eppure, come testimoniano anche le continue minacce e intimidazioni subite dalla coraggiosa Seyran Ates, l’intolleranza e il fanatismo religioso hanno radici anche in Germania. E ciò in ragione di una piccola minoranza il cui operato viene naturalmente amplificato dagli strumenti dell’odio e della violenza, assai più visibili e percepibili, purtroppo, del quietismo che contraddistingue la vita religiosa di larga parte dei musulmani tedeschi.

Islam e terrorismo

La violenza fa notizia, l’opera paziente dell’integrazione e della pace molto meno, come sappiamo. Abbiamo già parlato degli attentati di matrice religiosa compiuti in Germania in tempi recenti. A dispetto delle stime assai variabili e in parte contraddittorie, sono diverse centinaia i combattenti che negli ultimi anni hanno lasciato la Germania per unirsi ai miliziani del sedicente Stato islamico. Molti di loro, ricordiamolo, sono giovanissimi o persino adolescenti, che – in diversi casi attestati – non hanno nulla a che fare con un retroterra di immigrazione. Una storia, quella radicalismo islamico in terra tedesca, che in Germania ha radici profonde. Già sul finire anni ’90 era infatti attiva la cosiddetta «cellula di Amburgo», il cui leader, Mohammed Atta, è noto in tutto il mondo per aver guidato l’attacco dell’11 settembre.

Una sfida importante, quella contro l’estremismo. affrontata dalla società e dalle istituzioni tedesche. Importante perché investe non solo la sfera della sicurezza, ma inevitabilmente anche l’educazione e la prevenzione del radicalismo. Temi e questioni, questi, che spesso si intersecano gli uni alle altre, e che non possono restare separati. Come ci ha raccontato ancora l’esperto di antiterrorismo Yan St-Pierre: «La Germania è notevolmente migliorata nel suo modo di rapportarsi a tale questione. Ha adattato la sua strategia, passando da un puro sistema di forze di sicurezza a uno che risulti più inclusivo e flessibile, e preveda l’utilizzo di organizzazioni private, Ong e l’integrazione di approcci e idee provenienti sia dalla sfera civile che da quella delle organizzazioni di sicurezza». Una sfida su cui si gioca il futuro del paese, ma anche dell’Europa intera, dato il pericolo concreto di nuovi attentati e la centralità della questione nelle agende politiche del vecchio continente.

Ma non sono solo le tre religioni abramitiche, ovvero ebraismo, cristianesimo e islam, a contraddistinguere il panorama religioso della Germania di oggi. A parte gli oltre 29 milioni di tedeschi che dichiarano di non avere alcuna affiliazione religiosa, e rappresentano il 36,2% della popolazione, ovvero una fetta assai consistente e in continua crescita, troviamo altre minoranze religiose legate spesso alle migrazioni. Fra questi, ricordiamo almeno buddhisti, induisti e sikh. Da menzionare è anche il caso degli yazidi, minoranza religiosa perseguitata e sterminata dal sedicente Stato islamico, che secondo l’ultimo censimento risultano essere 60.000. In Germania si trova oggi, come dimostrato da una recente indagine demografica, più della metà della diaspora di questo popolo sofferente. Un’oasi di pace per una cultura che rischia di scomparire, ma anche un segno che la solidarietà in Germania ha dato buoni frutti.

La speranza di «House of One»

Per concludere con un altro segno di speranza, cosa quanto mai utile in un’epoca in cui alle religioni si associano sempre più di frequente intolleranza e violenza, parliamo di un progetto importante di convivenza e condivisione fra differenti culture e fedi: un unico edificio che raccolga sotto uno stesso tetto una chiesa, una sinagoga e una moschea, permettendo ai fedeli di diverse religioni di pregare fianco a fianco. Un sogno che diventerà presto realtà a Berlino, dove le tre grandi religioni di Abramo avranno per la prima volta uno spazio comune. Il progetto – realizzato dallo studio di architettura Kuehn Malvezzi che ha vinto il concorso indetto nel 2012 – sorge sul sito dove si trovano i resti della più antica chiesa di Berlino, la chiesa di San Pietro (Petrikirche), risalente al tredicesimo secolo e distrutta negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale. Questo è il messaggio della House of One, «la Casa dell’Uno», così chiamata in onore del Dio unico che contraddistingue e accomuna i tre monoteismi: un simbolo di pace, in un mondo dove fanatismo e odio avanzano in modo sempre più deciso. Ma, insieme, anche un segno concreto di rinascita e riscatto per una nuova Germania risorta dalle ceneri del nazismo.

Simone Zoppellaro


Schede

Dati demografici

Popolazione – 82 milioni di persone.

Stranieri – I residenti di origine straniera che vivono oggi in Germania sono 18,6 milioni, pari a oltre un quinto della popolazione totale, con un aumento record dell’8,5% nel 2016 rispetto all’anno precedente.

Nazionalità – I cittadini stranieri residenti in Germania in ordine per nazionalità: primi sono i turchi, che nel 2016 toccavano quota 1 milione e 492mila, seguiti dai polacchi a 783mila unità. Terzi i siriani, pari a 637mila residenti, quarti invece gli italiani, 611mila (con una crescita di 15mila individui rispetto all’anno precedente). Seguono rumeni, greci, croati, bulgari, afghani, russi e iracheni.

Comunitari – L’immigrazione in Germania non riguarda solo i cittadini cosiddetti extracomunitari. Dal 2016 ad oggi il numero di migranti provenienti dai paesi dell’Unione europea è più che triplicato. Nel solo 2016, risulta che siano stati 634mila i cittadini Ue che hanno scelto di vivere in Germania.

Illegali – Numero di ingressi illegali nel paese nel 2015, nel pieno della cosiddetta crisi dei rifugiati: 865.374 (dati ufficiali riportati dalla polizia federale tedesca). Fra questi, primi per paese d’origine sono stati i siriani (73.920), seguiti da afghani (38.750), iracheni (22.394) ed eritrei (17.225).

Le Chiese

Chiese e fedeli – Le prime due chiese per numero di fedeli sono la Chiesa cattolica con 23,6 milioni e la Chiesa evangelica 21,9 milioni.?Seguono la Chiesa ortodossa 2 milioni e altre Chiese cristiane 851mila. I musulmani sono 4,5 milioni, gli ebrei 99mila, i senza confessione o non religiosi 29,8 milioni.

1945, 19 ottobre: la Chiesa evangelica di Germania pronuncia la «Dichiarazione di colpa di Stoccarda».

Alcune date storiche

  • 1945, 30 aprile: Adolph Hitler si toglie la vita nel suo bunker a Berlino.
  • 1945, 7 maggio: il generale Alfred Jodl firma a Reims, in Francia, i documenti della resa tedesca.
  • 1945, 26 giugno: nascita dell’Unione cristiano-democratica (Cdu), il partito più importante della scena politica tedesca, di cui farà parte anche l’attuale cancelliera Angela Merkel.
  • 1945, 20 novembre: si inaugura il processo di Norimberga contro alcuni dei maggiori criminali del regime nazista.
  • 1949: la Germania viene divisa. Nascita della Repubblica federale tedesca ad Ovest, il 23 maggio, sotto l’influenza degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e della Francia, mentre il 7 ottobre nasce la Repubblica democratica tedesca (Ddr) ad Est, che gravita nell’orbita sovietica.
  • 1950: ha inizio il boom economico della Germania federale.
  • 1953, 17 giugno: un’ondata di scioperi nella Germania orientale viene soppressa nel sangue.
  • 1955, 9 maggio: la Germania federale entra a fare parte della Nato.
  • 1961, 13 agosto: costruzione del muro di Berlino.
  • 1989, 9 novembre: caduta del muro di Berlino.
  • 1990, 3 ottobre: la Germania viene ufficialmente riunificata.
  • 2005, 22 novembre: Angela Merkel viene eletta cancelliere in un governo di coalizione fra i partiti della Cdu-Csu e della Spd (partito socialdemocratico).
  • 2015: la crisi dei rifugiati tocca il suo punto più alto. La Germania della Merkel sceglie una politica delle porte aperte.
  • 2016, 19 dicembre: attacco terroristico rivendicato dall’Isis al mercato di Natale a Berlino.
  • 2017, 24 settembre: elezioni federali in Germania e rielezione di Angela Merkel (Cdu-Csu). Il partito Alternative für Deutschland (Afd) diventa però la terza forza nel Bundestag.

Simone Zoppellaro

Website: tinto|graphy // instagram: @tintography

 




Brasile: La lotta per la terra


Pur essendoci una enorme disponibilità di terreni coltivabili, in Brasile la terra è un privilegio riservato a pochi. Mentre quattro milioni di famiglie senza terra («sem terra») debbono lottare per la sopravvivenza quotidiana, i latifondisti – grandi sostenitori del governo golpista di Temer – sono oggi più spregiudicati che mai. Secondo l’annuale rapporto della «Commissione pastorale della terra» (Cpt), nel 2016 i conflitti rurali sono stati 1.079. Ecco perché in Brasile, il paese più violento al mondo, per la terra si uccide e si muore.

Colniza, cittadina del Mato Grosso, 19 aprile 2017. Quattro pistoleri, assoldati da un impresario del legno (madeireiro), uccidono 9 contadini tra i 23 e i 57 anni che si erano insediati su un’area in disputa. Vari corpi vengono trovati legati e due con la gola tagliata: la perizia stabilirà che le vittime sono anche state torturate.

«Questo massacro – scrive il 21 aprile la locale prelatura di São Félix do Araguaia (guidata da dom Adriano Ciocca Vasino e dom Pedro Casaldáliga, vescovo emerito) – accade in un momento storico di usurpazione del potere politico attraverso un golpe istituzionale (la destituzione della presidenta Dilma e la sua sostituzione con Temer, ndr). […] Viviamo in una situazione di “terra senza legge”, una vera guerra civile nel nostro paese».

Pau d’Arco, cittadina del Pará, maggio 2017. Fazenda Santa Lúcia, 5.694 ettari di terra di proprietà della famiglia Babinski. Dal 2013, su un’area non utilizzata della fazenda, si susseguono varie occupazioni di piccoli gruppi di contadini senza terra (sem terra) e azioni di recupero del possesso da parte del (supposto)1 proprietario (ações de reintegração de posse). Il 24 del mese la situazione precipita. Le forze di polizia – civile e militare, 29 persone in totale -, in combutta con l’impresa di sicurezza della fazenda (la Elmo Segurança Especializada), uccidono 10 contadini sem terra, compresa una donna.

Nel silenzio delle istituzioni, la presa di posizione congiunta di cinque importanti organismi della Chiesa cattolica brasiliana2 è immediata e durissima: «La versione ufficiale degli organi pubblici dello stato – si legge nella nota pubblicata il 31 maggio – è stata che le morti sono avvenute in un confronto armato, in quanto gli agenti di polizia erano stati accolti a fucilate. Questa versione pretende di far credere che il popolo brasiliano sia imbecille e non abbia capacità di discernimento. Com’è possibile che, in un confronto armato, nessuno dei 29 poliziotti coinvolti nell’azione sia stato ferito? Perché la scena del crimine è stata smantellata, con gli stessi poliziotti che hanno trasportato i corpi in città?».

«È evidente – continua la nota – che questa esacerbazione dei conflitti agrari per numero e violenza è collegata alla crisi politica e al prevalere delle forze dell’agroindustria sui poteri dello stato brasiliano».

A parte i due episodi qui raccontati (i più eclatanti a causa del numero delle vittime), nei primi sette mesi del 2017 sono stati assassinati 48 contadini. Secondo Conflitos no campo Brasil 2016, il rapporto della «Commissione pastorale della terra», lo scorso anno nel paese ci sono stati 1.079 conflitti agrari e 61 persone assassinate, 5 al mese.

I conflitti legati alla terra sono una costante del Brasile, paese che, tra l’altro, detiene – con 60.000 omicidi all’anno – il (poco lusinghiero) primato mondiale nella classifica della violenza3.

Brasnorte, MT, Brasil: Área de plantação de soja próxima ao município de Brasnorte, noroeste do Mato Grosso. (Foto: Marcelo Camargo/Agência Brasil)

La concentrazione fondiaria e le terre improduttive

La causa prima della questione agraria in Brasile nasce dal latifondo e dalla concentrazione della terra in pochissime mani.

Basandosi sui dati (prudenziali)4 raccolti da Incra (Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária) con riferimento al 2010, il 55,8 per cento delle terre disponibili è in mano al 2,5 per cento dei proprietari (i latifondisti). Il restante delle terre si divide tra: il 19,9 per cento in mano a medi proprietari (7% dei proprietari), il 15,5 per cento a piccoli proprietari (26%, pari a circa 1,3 milioni di famiglie) e 8,2% a proprietari di minifondi (64%, circa 3,3 milioni di famiglie). Anche se la definizione di grande, media, piccola e mini non è stabilita dal numero di ettari, ma dai cosiddetti moduli (unità di misura variabili che tengono conto di vari parametri)5, è evidente che la maggior parte dei proprietari di piccoli fondi o di minifondi hanno vita dura, spesso ai limiti della sopravvivenza. Al fondo di questa scala della diseguaglianza, ci sono circa 4 milioni di famiglie contadine, corrispondenti a 20 milioni di persone, che non hanno accesso alla terra: sono i cosiddetti sem terra. In questo quadro fondiario s’inserisce un altro dato essenziale, quello delle terre improduttive: il 72 per cento dei latifondi – pari a 2,3 milioni di chilometri quadrati – è considerato tale.

Delle terre improduttive si è occupata la Costituzione del 1988 – negli articoli 184 e 185 -, prevedendo la loro espropriazione per interesse sociale e per i fini della riforma agraria.

 

La riforma agraria e l’Incra

L’Incra, nata nel 1970, è l’organismo federale che ha il compito di attuare la riforma agraria. Come?

Stando alla prima delle sue cinque direttive strategiche, essa dovrebbe promuovere la democratizzazione dell’accesso alla terra attraverso la creazione di insediamenti rurali sostenibili e la regolarizzazione delle terre pubbliche; la sua azione dovrebbe inoltre contribuire allo sviluppo sostenibile, alla riduzione della concentrazione della struttura fondiaria e alla riduzione della violenza e della povertà nelle campagne.

Se facciamo riferimento ai numeri da esso divulgati, l’istituto avrebbe beneficiato con un lotto di terra quasi un milione di famiglie brasiliane, per l’esattezza 977.039. Non è dato tuttavia sapere quante di esse siano ancora sulla terra assegnata e quante l’abbiano abbandonata o venduta.

«So – racconta fratel Carlo Zacquini da Boa Vista – di molti terreni abbandonati perché gli agricoltori non potevano viverci; non avevano la possibilità di vendere i loro prodotti, o non avevano accesso ad assistenza medica. Insomma, dovevano scegliere tra la terra e la vita».

Si calcola che un 12% dei lotti assegnati tornino all’Incra. Gli esperti spiegano che il problema dell’abbandono dipende dalla mancanza di una politica agricola (ad esempio, incentivi per produrre) e di infrastrutture negli insediamenti rurali.

In ogni caso, in Brasile la questione agraria rimane più viva che mai. Anzi, in questi ultimi venti anni si è aggravata per l’entrata in scena di una nuova, potente variabile: l’agronegócio.

I costi sociali e ambientali dell’agrobusiness

Dagli anni 2000 il panorama agricolo brasiliano è radicalmente mutato: alle tradizionali monocolture di canna da zucchero, caffè e cotone si sono aggiunte le grandi monocolture industriali – piantagioni di soia, coltivazioni per biocombustibili (sia biodiesel che etanolo), miglio, foreste coltivate a eucalipto e pino – e l’allevamento estensivo, bovino e avicolo. L’agronegócio (agrobusiness, in inglese) vale oggi il 23% del Prodotto interno lordo del Brasile. È l’unico settore produttivo che, in questi anni di grave crisi economica per il paese, ha continuato a crescere.?Anche nel 2017, nonostante lo scandalo della carne adulterata6.

Detto del suo peso e della sua importanza in ambito economico, occorre enumerare le conseguenze negative che l’agrobusiness comporta: accaparramento delle terre e conseguente incremento della loro concentrazione; inquinamento ambientale da utilizzo intensivo di agrotossici; devastazione ambientale causata dalla deforestazione e dalla perdita di biodiversità; riduzione della forza lavoro agricola e sfruttamento di quella impiegata; emarginazione e morte dell’agricoltura familiare. A ben guardare, dunque, i benefici economici dell’agrobusiness sono di gran lunga superati dai costi sociali e ambientali che lo stesso comporta.

Come ha ricordato la Conferenza dei vescovi brasiliani in un documento del 2014 sulla questione agraria, il predominio politico e ideologico dell’agrobusiness ha trasformato la terra in una merce qualunque, in palese contrasto con la funzione sociale e ambientale stabilita dalle norme costituzionali del 1988.

Il Movimento dei sem terra, la Chiesa, le occupazioni

Qualche anno prima dell’88, nel gennaio del 1984, a Cascavel, nello stato del Paraná, era nato il Movimento dei sem terra (Mst), un’organizzazione contadina che in poco tempo sarebbe diventata una protagonista della storia brasiliana. Già nel suo primo congresso, celebrato nel gennaio del 1985, il Movimento adotta il principio dell’«occupazione della terra come forma di lotta» (a ocupação de terra como forma de luta).

«I latifondisti – scrivono le autrici del libro La lunga marcia dei senza terra – definiscono le occupazioni di terre “invasioni”, un attentato al sacro diritto di proprietà garantito dalla Costituzione, e lo dicono senza pudore, come se le loro sterminate proprietà non fossero il frutto dell’invasione di terre indigene, del furto di terre pubbliche e del grilagem ai danni di piccoli proprietari e posseiros. […] L’occupazione, evidenziano [i senza terra], è in perfetto accordo con la Costituzione, la quale stabilisce che tutte le proprietà improduttive devono essere espropriate»7.

Il Movimento dei sem terra ha trovato un modus vivendi anche con la Chiesa cattolica brasiliana, come racconta bene La lunga marcia dei senza terra: «Se, negli anni Sessanta, la Chiesa cattolica aveva sostanzialmente appoggiato la dittatura militare, l’orientamento, grazie allo sviluppo della teologia della liberazione, era in seguito cambiato, traducendosi nella nascita della Cpt e nella formazione di una schiera di vescovi progressisti. Così, [sottolinea João Pedro Stédile, leader dei sem terra] “se in precedenza la linea della Chiesa era stata: “Non preoccuparti, avrai la tua terra in paradiso”, il nuovo indirizzo diventa: “Considerando che hai già la terra in paradiso, lottiamo perché tu l’abbia anche qui”»8.

Assai meno comprensivi della Chiesa cattolica sono i media, in particolare Rede Globo, la prima rete televisiva del paese, e Veja, il principale settimanale brasiliano. Questi non perdono occasione per attaccare frontalmente l’Mst, accusato di ogni cosa, finanche di terrorismo.

Il Movimento però non arretra. Anzi, nell’attuale clima di grave crisi politica, economica e morale, da luglio 2017 esso ha accentuato le occupazioni. Al grido di «Corrotti, ridateci le nostre terre», gruppi di senza terra hanno occupato fazendas di persone importanti. O di politici. Come una fazenda di Rondonópolis, nel Mato Grosso, appartenente al gruppo Amaggi, impresa della famiglia del ministro dell’agricoltura Blairo Maggi, fazendeiro, uno dei più grandi produttori mondiali di soia (e uomo simbolo in tema di conflitto d’interessi).

Se il danno patrimoniale conta di più

Sotto il governo di Temer (persona indagata per corruzione, ma disposta a qualsiasi concessione alle lobbies parlamentari pur di rimanere in sella)9 la situazione sociale nel paese si è aggravata.

«La criminalizzazione e la destrutturazione di Incra e Funai (l’organismo che si occupa delle terre indigene, ndr) – si legge in un recente rapporto del Comitato brasiliano dei difensori dei diritti umani – sono utili per il proposito della bancada ruralista del Congresso nazionale di farla finita con le politiche agrarie che riguardano le lavoratrici e i lavoratori rurali sem terra, gli indigeni, i quilombolas10 e i restanti popoli della campagna, della foresta e delle acque»11.

Che il clima sia pesante per i diritti delle frange più deboli della popolazione lo si capisce anche dalla cronaca quotidiana. Lo scorso 9 agosto, a Belém, capoluogo del Pará, un giudice ha stabilito l’immediata liberazione degli 11 poliziotti militari e dei 2 poliziotti civili che erano stati incarcerati per il massacro del 24 maggio a Pau d’Arco, nel Sud dello stato, in cui erano rimasti uccisi 10 contadini (e di cui abbiamo parlato all’inizio).

Una decisione probabilmente avventata e incomprensibile, ma legittima, presa da un organo autonomo dello stato. Tuttavia, si fa notare, che i 22 contadini accusati di aver assaltato il 28 ottobre 2016 la Fazenda Serra Norte, a Eldorado dos Carajás (sempre nel Pará)12, sono ancora in carcere.

Davanti a questi fatti, si arriva alla conclusione che, nel Brasile del 2017, un danno patrimoniale è più grave di un omicidio. O almeno è così se la morte riguarda dei sem terra.

Paolo Moiola

Colniza, MT, Brasil: Área degradada no município de Colniza, noroeste do Mato Grosso. (Foto: Marcelo Camargo/Agência Brasil)

Note

  • (1) Sulla fazenda in questione circolano voci di grilagem. Con tale termine si definisce l’occupazione di terre a partire da una frode e da una falsificazione di titoli di proprietà.
  • (2) Comissão Pastoral da Terra (Cpt), Conselho Pastoral dos Pescadores (Cpp), Serviço Pastoral do Migrante (Spm), Cáritas Brasileira, Conselho Indigenista Missionário (Cimi).
  • (3) Fonte: Ipea-Fbsp, Atlas da violência 2017, Rio de Janeiro, giugno 2017.
  • (4) La classificazione di Incra è stata fatta con i dati dichiarati dai proprietari.
  • (5) Un modulo è un’unità di misura, espressa in ettari, che tiene conto non soltanto dell’estensione, ma anche delle condizioni geografiche e ambientali che caratterizzano quella proprietà rurale. Un modulo può quindi variare da regione a regione e da municipio a municipio. Per esempio, un modulo dell’Amazzonia ha una dimensione diversa da quella delle regioni del Nordest o del Sud. Per approfondire la (complessa) tematica si consulti il sito di Incra.
  • (6) Si tratta dello scandalo carne fraca («carne debole»). Riguarda l’esportazione di carne – sia di bovino che di pollo – adulterata con prodotti chimici. Ha coinvolto anche i giganti brasiliani del settore: JBS e BRF.
  • (7) In Claudia Fanti – Serena Romagnoli – Marinella Correggia, La lunga marcia dei senza terra, pag. 47.
  • (8) Ibidem, pag. 25.
  • (9) Pur coinvolto in uno scandalo di corruzione, il presidente golpista Michel Temer è stato salvato dal voto della maggioranza del Congresso nazionale (2 agosto). Un salvataggio che lo pone ancora più in balia dei gruppi parlamentari che lo sostengono. Ultimo dazio pagato è il decreto presidenziale che estingue la riserva amazzonica Renca, aprendo quel territorio incontaminato alle mire delle compagnie estrattive (23 agosto).
  • (10) Sono comunità etniche – quasi sempre costituite da popolazione nera – con tradizioni e pratiche culturali proprie. Si stima che nel paese siano oltre 3.000.
  • (11) In Vidas en luta, rapporto del «Comitê Brasileiro de Defensoras e Defensores de Direitos Humanos», 2017, pag. 20.
  • (12) Eldorado dos Carajás è la località tristemente famosa per il massacro di 19 sem terra, avvenuto il 17 aprile del 1996, a opera della polizia militare dello stato del Pará.

 

Bibliografia

  • Claudia Fanti – Serena Romagnoli – Marinella Correggia, La lunga marcia dei senza terra, Emi, Bologna 2014;
  • Conferência Nacional dos Bispos do Brasil (Cnbb), A Igreja e a questão agrária brasileira no início do séc XXI, 2014;
  • Comissão Pastoral da Terra, Conflitos no campo 2016, maggio 2017;
  • Comitê Brasileiro de Defensoras e Defensores de Direitos Humanos, Vidas em luta: criminalização e violência contra defensoras e defensores de direitos humanos no Brasil, 2017;
  • R.S.Caldart – I.B.Pereira – P.Alentejano – G.Frigotto (curatori), Dicionário da Educação do Campo, Rio de Janeiro – São Paulo 2012.

Siti web


Popoli indigeni e sem terra

Evitare una guerra tra poveri e defraudati

Colniza, MT, Brasil: Toras de madeira em pátio de serraria próximas ao município de Colniza, noroeste do Mato Grosso. (Foto: Marcelo Camargo/Agência Brasil)

La questione della terra riguarda sia i contadini che i popoli indigeni. Con differenze sostanziali.

Quali relazioni esistono tra la terra dei popoli indigeni e la terra reclamata dai sem terra? Sono soggetti in contrasto per uno stesso obiettivo? Un articolo pubblicato sul sito del Mst (25 aprile 2017) si concludeva così: «La alleanza tra sem terra e popoli indigeni è cruciale per affrontare il capitalismo e per combattere l’agrobusiness».

Al di là di una teorica alleanza (comunque non così scontata), ci sono situazioni che non possono non produrre contrasti, anche gravi: come comportarsi quando dei sem terra invadono e occupano un territorio indigeno? E se arrivano dei piccoli allevatori di bestiame? O dei contadini senza terra che si sono trasformati in garimpeiros (cercatori d’oro) o madeireiros (tagliaboschi)?

Detto questo, le differenze tra popoli indigeni e sem terra rispetto alla terra sono sostanziali.

Per l’aspetto socioeconomico e antropologico – I sem terra sono dei contadini che vedono la terra come elemento economico per il sostentamento loro e delle proprie famiglie. Essi praticano un’agricoltura di tipo stanziale. Per i popoli indigeni la terra ha in primis una valenza culturale e religiosa, mentre l’aspetto economico è secondario e anzi l’aggettivo «economico» risulta forzato. All’agricoltura stanziale gli indigeni preferiscono la caccia, la pesca e la raccolta dei frutti della foresta. È vero tuttavia che, dopo alcuni secoli di contatto (quasi sempre disastroso) con i non indigeni, alcuni popoli o singoli individui hanno acquisito abitudini occidentali e abbandonato usanze proprie.

Per l’aspetto giuridico – La politica agricola, quella fondiaria e la riforma agraria sono trattate dagli articoli 184-191 della Costituzione federale del 1988. Tuttavia, per i diritti dei sem terra occorre fare riferimento alla legge ordinaria. Per esempio, alla legge n. 4.504 del 30 novembre del 1964 che organizza la riforma agraria e la politica agraria. Per i popoli indigeni invece la fonte primaria dei loro diritti sulla terra è data dalla stessa Costituzione

del 1988, la prima tra le fonti del diritto. Gli articoli costituzionali 231 e 232 stabiliscono il diritto dei popoli indigeni al possesso permanente delle terre tradizionalmente occupate e all’uso esclusivo delle ricchezze del suolo, dei fiumi e dei laghi che su quella terra si trovano. I popoli indigeni non ne sono però i proprietari e dunque, per esempio, non possono vendere la terra. La proprietà della stessa è del governo brasiliano, il quale si riserva anche il diritto di sfruttarne il sottosuolo. A livello giuridico internazionale, per i popoli indigeni è importante ricordare anche la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), che il Brasile ha sottoscritto.

Per l’aspetto istituzionale – I sem terra debbono fare riferimento all’«Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária» (Incra). L’organo federale di riferimento per i popoli indigeni è invece la «Fundação Nacional do Índio» (Funai). Sia Incra che Funai sono oggi sotto attacco da parte del governo e del Congresso nazionale. Un ruolo molto importante riveste, infine, il «Ministério Público Federal» (Mpf), il guardiano della Costituzione del 1988.

Paolo Moiola




I Perdenti 29: Don Giuseppe Rossi, martire della carità e della libertà


Foto da archivio Marco Sonzogni

Martire della carità e della libertà, così è definito don Giuseppe Rossi, parroco della frazione di Castiglione Ossola, facente parte del Comune di Calasca – Castiglione nella provincia di Verbania. La sua figura di sacerdote e martire, s’inquadra nel fosco scenario del declino del regime fascista in Italia, in cui prese a brillare la luce della Resistenza. In quel periodo sia i partigiani, sia i nazifascisti in ritirata, negli scontri armati che ebbero, subirono rilevanti perdite. In mezzo finirono comunità innocenti decimate dalle rappresaglie, alcune di grande efferatezza come a Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, ecc. dove le vittime si contarono a centinaia.

In questo martirologio di donne, bambini, vecchi, bisogna includere tanti sacerdoti e parroci delle zone coinvolte, che perirono insieme ai loro fedeli che non vollero abbandonare. Cercarono anzi di difenderli invitandoli a trovar «asilo» nelle chiese, cosa che però non fermò la ferocia dei nazifascisti.

Fra tanti eroici sacerdoti e parroci, ci è caro ricordare don Giuseppe Rossi.

Egli nacque il 3 novembre 1912 a Varallo Pombia (Novara), studiò nel Seminario diocesano e fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1937 a 25 anni. Era un prete alto e magro con occhiali rotondi, all’ordinazione scelse una frase di San Paolo come motto del suo ministero sacerdotale, che si rivelerà profetica: «Darò quanto ho, anzi darò tutto me stesso per le anime vostre».

Dopo qualche incarico come vice parroco, nel 1939 il vescovo lo nominò parroco di Castiglione Ossola. Un anno dopo, il 10 giugno 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania di Hitler. Negli anni che seguirono don Giuseppe Rossi, come pastore e guida di quella comunità, fece quello che poteva per gli angosciati fedeli della sua parrocchia, fino all’offerta totale della sua vita.

Caro don Giuseppe, noi generazione che vive in tempi lontani dalla seconda guerra mondiale, guardando la tua fotografia vediamo un «pretino» magro e asciutto, con tanto di talare, che incarna il modello dei sacerdoti della tua epoca…

Quelli erano tempi difficili, portare la talare era normale, ma in certe circostanze significava assumere degli atteggiamenti che mettevano bene in luce da che parte si stava.

Nominato parroco di un paese di montagna in età abbastanza giovane, che iniziative prendesti quando arrivasti a Castiglione Ossola?

Cominciai a girare in bicicletta tutto il paese, visitando famiglia per famiglia, in questo modo mi accorsi subito che a causa della mancanza di generi alimentari, legata alla guerra in atto, molta gente viveva in povertà. Decisi di comprare il riso alla borsa nera per sfamare la mia gente. Mia sorella Maria cucinava diverse minestre che poi alla sera, approfittando del buio, io stesso distribuivo nelle case dei più bisognosi.

La cappelletta dove avvenne il martirio. Foto da archivio Marco Sonzogni

E a livello di azione pastorale quali furono le attività che mettesti in atto?

Organizzai l’Azione Cattolica per i ragazzi, la Conferenza di San Vincenzo per i più poveri. Con le poche risorse che riuscivo a racimolare cercavo di dare una mano alle missioni e nonostante il triste periodo della guerra mi impegnavo nell’attività catechetica. Attraverso la celebrazione della santa messa quotidiana, per quanto mi era possibile, cercavo di alimentare la speranza fra la mia gente.

Già, la guerra. Chi non l’ha vissuta non riesce a immaginare come essa ti sconvolga la vita, anche se non sei al fronte a combattere…

Infatti i giovani partiti per il servizio militare mi scrivevano lunghe lettere dai diversi fronti e io, parroco della loro comunità, rispondevo a ciascuno, cercando di far sentire la mia presenza accanto a loro assicurando la mia umile preghiera.

Dopo l’8 settembre del 1943, seguì un periodo di generale sbandamento e di grandi eventi politici e purtroppo anche tragici, molti dei giovani della Val d’Ossola, salirono sui monti dell’alta valle e si arruolarono nelle formazioni partigiane.

Il mosaico nella cappelletta. Foto da archivio Marco Sonzogni

Nell’agosto-settembre 1944 nel territorio dell’Ossola fu istituita una Repubblica partigiana. Pur avendo chiaro da che parte stare, pubblicamente non presi posizione per nessuno, anzi cercai di mantenere una condotta il più prudente possibile per non far correre inutili pericoli alla mia popolazione.

L’episcopato piemontese del resto si era espresso molto chiaramente invitando il clero a non schierarsi per nessuna delle parti in causa, ma rimanere al di sopra di esse, proprio per offrire a tutti indistintamente un servizio come «Buoni pastori».

Per questo volli essere un riferimento per tutti quegli uomini di ambo le parti che cercavano testimoni che incarnassero valori morali e religiosi per i quali valesse la pena di vivere e non morire, ma nel contempo soffrivo nel profondo del mio cuore nel vedere i sacrifici che i miei giovani facevano per conquistare la libertà e abbattere la dittatura.

In questo senso è rimasta famosa fra la tua gente una tua frase: «Chiunque bussa alla mia porta perché ha bisogno, io lo aiuto».

Ne avevo coniato un’altra che esprimeva lo stesso concetto: «Io aiuto chiunque si rivolge a me, perché per me tutti sono figli di Dio».

E il 26 febbraio 1945 fu il giorno del dolore. I partigiani furono informati che una colonna di fascisti della brigata «Muti» stava salendo la Valle Anzasca da Pieve Vergone per stabilire un presidio proprio a Calasca-Castiglione. Si appostarono sulle rocce vicino al paese. Erano in pochi, ma una strozzatura della valle dava loro un enorme vantaggio naturale.

Nell’attacco morirono due fascisti e altri 15 rimasero feriti. I partigiani si dileguarono, ma i fascisti organizzano una feroce rappresaglia, bruciando le case delle frazioni più vicine al luogo degli spari e rastrellando quanti trovano in strada per gli interrogatori. Tutti gli abitanti maschi fuggirono dal paese, mentre le donne si chiusero in casa. Alcuni parrocchiani mi invitarono a seguirli nella loro fuga, ma io non mi mossi, preferendo restare al mio posto.

I militi della «Muti», non contenti di aver bruciato case e rastrellato una cinquantina di persone fra vecchi, donne e bambini, presero anche te – il parroco – accusandoti di aver fatto suonare le campane per segnalare ai partigiani il passaggio della colonna militare.

I fermati, o meglio gli ostaggi, furono trattenuti fino a sera dopo un intero giorno di interrogatori. Stando con loro, a tutti raccomandavo di avere fiducia e calma, perché si faceva largo nella mia coscienza il pensiero che se la sarebbero presa solo con il pastore del gregge, ovvero io, loro parroco. Infatti dissi loro: «Prima di voi ci sono io. Sarò solo io a essere ammazzato».

E andò proprio così?

Verso sera fummo tutti liberati e tornammo alle nostre case e io in canonica, dove mia sorella mi scongiurava di scappare in montagna; ma non ci fu il tempo, infatti dopo pochi minuti si presentarono quattro Camicie Nere che mi arrestarono senza darmi nemmeno il tempo di infilare le scarpe e mi portarono via.

 

Don Giuseppe da quella sera sparì, lo trovarono alcune settimane dopo in un vallone sotto il paese, sepolto in una fossa che era stato costretto a scavare con le proprie mani. Il cranio gli era stato spaccato dal calcio di un fucile, aveva ricevuto una pugnalata alla schiena ed era stato finito con un colpo sparato in viso. Non si seppe mai chi lo uccise. Il comandante del presidio fascista di allora fu condannato nel 1946 per crimini di guerra, poi dopo aver chiesto perdono alla mamma di don Giuseppe e al parroco don Severino Cantonetti suo successore, scontò solo qualche anno di carcere.

A cento anni dalla sua nascita, il gesuita novarese Francesco Occhetta, in un articolo su «Civiltà Cattolica» dell’agosto 2014, che illustrava i motivi dell’apertura della sua causa di beatificazione, scrisse chiedendosi se il suo sia stato un vero martirio: la risposta è più che ovvia, in quanto la sua «testimonianza di vita evangelica» – in greco, martyrion – va ben oltre la sua drammatica esecuzione e rimanda a un modo di appartenere a Cristo nascosto nell’anonimato nonostante le crisi. La fedeltà di una promessa è portata al sacrificio di sé per la salvezza degli altri. È quanto la Scrittura riassume in un versetto: «Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita» (Ap 2,10).

La vita di don Giuseppe Rossi, tramanda alle generazioni future la grandezza della missione sacerdotale nel cruento sacrificio del martire.

Don Mario Bandera

L’urna contenente il corpo del martire nella chiesa di Castiglione.

Don Giuseppe Rossi, un sacerdote «per tutto e per tutti»

Mons. Franco Giulio Brambilla (Vescovo di Novara, diocesi che territorialmente comprende anche tutte le Valli dell’Ossola) nella messa di chiusura dell’anno centenario della nascita di don Giuseppe Rossi, celebrata il 22/09/2013 nella sua parrocchia di montagna, con il successore don Severino Cantonetti, sacerdote quasi centenario, decano del clero novarese e intrepido custode della memoria del predecessore, si era chiesto in che cosa e perché il modello di prete incarnato da don Giuseppe Rossi fosse ancora di attualità. Aveva dato tre risposte.

Anzitutto perché «il sacerdote, che don Rossi incarnava, era “per tutto e per tutti”, egli era un prete che ha vissuto, oltre alla vicinanza, la dimensione della prossimità. La parrocchia potrà cambiare le forme, ma non dovrà mai perdere questo elemento decisivo, che caratterizzò il tempo di don Rossi: dovrà sempre essere “per tutto e per tutti”. La porta della chiesa deve avere la soglia più bassa; cioè la porta deve essere la più accessibile a tutti».

Il secondo motivo – disse Mons. Brambilla – è la cura personale verso ogni parrocchiano. Quel sacerdote modello ha fatto sì che la parrocchia tradizionale fosse anche «per ciascuno». Non era, cioè, riferita solo «al quantitativo, ma anche al qualitativo»: sapeva valorizzare la storia, la vocazione, l’intuizione di ciascuno, e curare le persone con uno sguardo personale. Don Giuseppe era un parroco che proprio grazie alla sua grande umanità ha costruito la sua storia, insieme alla storia delle famiglie della piccola porzione di terra che era chiamato a servire, il suo essere prete fu un servizio totale e gratuito alla sua gente fino all’offerta della propria vita.

Infine la terza dimensione – aveva concluso il vescovo – è quella di aver avuto a cuore «il privilegio dei poveri, quelli che hanno la vita che fa fatica ad andare avanti nelle relazioni. Le relazioni sono oggi quelle che vengono più penalizzate».

da www.diocesinovara.it




Cultura-agricoltura: un nuovo stile di vita


Il paradigma dello sfruttamento infinito delle risorse del pianeta rimane dominante, sebbene abbia evidenziato i suoi enormi limiti. Esiste però un movimento che mostra un nuovo equilibrio con la natura. La terra ci fornisce cibo, ma noi dobbiamo prenderci cura di essa. Nasce il concetto di «agricoltura permanente», che getta le basi per un diverso modello di vita.

È possibile progettare un nuovo tipo di sviluppo basato su sistemi di vita sostenibili sia per le persone, sia per il pianeta? Questa domanda è lecito porsela in un’epoca come la nostra contraddistinta da una serie di profondi scossoni a livello economico e sociale. Si continua a parlare di un modello di sviluppo fondato sulla «crescita economica», sulla globalizzazione dei mercati e delle merci e sullo sfruttamento delle risorse della terra. Tuttavia, questo paradigma dominante appare proprio quello che ha prodotto le ultime crisi economiche in varie zone del mondo. Ormai da tre decenni, sappiamo che l’umanità ha iniziato a vivere al di là dei propri limiti ecologicamente sostenibili. In pratica, consumiamo più risorse rinnovabili di quante il pianeta possa metterne a disposizione, come evidenzia l’organizzazione internazionale di ricerca Global Footprint Network, impegnata da decenni ad analizzare il peso dei nostri stili di vita sugli equilibri ambientali.

Il modello attuale ha una visione eccessivamente globale dell’economia, poiché le maggiori industrie e multinazionali hanno bisogno di espandere i loro mercati per sopravvivere e per avere profitti. Questo approccio non tiene però conto delle peculiarità locali e regionali, negando e annullando le specificità di un territorio e della popolazione che lo abita. Negli ultimi decenni il modello della crescita economica costante e infinita è stato più volte messo in discussione, tanto da far emergere alcune alternative che si prefiggono di recuperare i nostri legami con la natura per avere un impatto più leggero sul pianeta. Questa rivalorizzazione di un’ecologia profonda la troviamo per esempio nel movimento della permacultura, approccio che cerca di riprendere antichi saperi, fondati in parte sulla saggezza contadina, rielaborandoli e attualizzandoli con nuove filosofie.

Riprogettare e ridefinire i nostri stili di vita

Il punto centrale della permacultura è lavorare la terra senza sfruttarla in modo invasivo, rimanendo in armonia con essa. L’Accademia di permacultura italiana definisce questo approccio «processo integrato di progettazione che dà come risultato un ambiente sostenibile, equilibrato ed estetico». Si tratta di un modello di progettazione, di conservazione consapevole ed etica di ecosistemi caratterizzati da diversità, stabilità e flessibilità tipiche degli ecosistemi naturali.

La permacultura può essere applicata a un balcone, a un piccolo orto, a un grande appezzamento o a zone naturali, così come ad abitazioni isolate, villaggi rurali e insediamenti urbani. Allo stesso modo si applica a strategie economiche e alle strutture sociali. Si tratta quindi di progettare il proprio sistema di vita e l’ambiente in cui si abita partendo da una visione consapevole. Oggi è fondamentale recuperare un’interazione dinamica, proficua fra uomo e ambiente.

Agricoltura «permanente»

La permacultura mette al centro il concetto e la pratica dell’ecologia consapevole, attuabile a livello territoriale, oltre che a livello di gestione economica e di insediamenti umani.

Non a caso il termine permacultura integra insieme i termini inglesi permanent e agricolture: una sintesi che sottolinea l’importanza di sviluppare un modello socio economico e ambientale fondato su bassi consumi di energia fossile e sulle colture che durano diversi anni.

È a partire dagli anni ’70 del secolo scorso che incomincia a diffondersi la permacultura. È grazie alle ricerche degli australiani Bill Mollison e David Holmgren, i primi a parlare di agricoltura permanente, secondo i quali una cultura umana non può sopravvivere a lungo senza la base di una agricoltura sostenibile e una gestione etica della terra. Solo nel 2000 questo approccio è stato diffuso in Italia.

Applicare nella vita

Allievo di Mollison (1928-2016), Holmgren (classe 1955) è autore di diversi libri, tra cui «Permacultura» (ed. Il Filo Verde di Arianna, 2012). Holmgren ha imparato a creare terreni ecosostenibili attingendo dalla natura e dalle tradizionali conoscenze contadine; a riciclare e a utilizzare con più efficienza e parsimonia le risorse. Tra i tanti concetti, ecco a cosa è giunto a pensare: «Se facciamo entrare i bambini quando sono ancora molto piccoli in contatto con la gioia di raccogliere la verdura direttamente nell’orto, sarà più alta la probabilità che crescano con una comprensione profonda e intuitiva della nostra dipendenza dalla natura e dall’abbondanza dei raccolti».

Da qui l’importanza di accompagnare bambini e adolescenti nelle fattorie didattiche e in tutti quegli spazi che offrano l’opportunità di mostrare loro che non esistono solo centri commerciali, panini e merendine preconfezionate ma che c’è tutto un mondo vivo, vitale al di là del cemento urbano e della scatola televisiva. Holmgren invita la gente a essere partecipe dei cicli della natura e a preservare la biodiversità. Ciò è possibile per esempio diminuendo il consumo di oggetti in plastica, scegliendo detersivi alla spina e altri prodotti per i quali si riducono gli imballaggi.

Altrettanto importante è cercare di produrre una parte del cibo quotidiano: dal pane alla pasta, dallo yogurt alle torte, dalla frutta alla verdura. Chi vive in campagna può scegliere di seminare e piantare le colture più adatte a quel tipo di habitat (in base al terreno e al microclima), realizzando così un progetto di autoproduzione per la famiglia. Chi invece vive in città può tessere relazioni sociali che gli permettano di utilizzare prodotti «a km zero»: come contattare qualche piccola impresa agricola non distante dalla città o rivolgersi al più vicino Gruppo d’acquisto solidale (Gas).

Fondamentale anche l’uso sapiente dell’acqua attraverso, per esempio, sistemi di immagazzinamento della pioggia.

Semplice, ma rivoluzionario

Sepp Holzer è tra i pionieri della permacultura. Austriaco, classe 1942, Holzer è contadino e autore di diverse pubblicazioni sull’agricoltura biologica, che hanno riscosso notorietà a livello internazionale. A Sud di Salisburgo, Holzer ha creato la fattoria detta Der Krameterhof, caratterizzata da una straordinaria biodiversità. Il padre gli aveva lasciato in eredità un appezzamento di terra di 20 ettari e lui, nell’arco di 50 anni, l’ha estesa sino a raggiungere 45 ettari, dove sono coltivati differenti legumi, verdure, funghi, erbe medicinali e diverse varietà di alberi da frutto. Vi sono allevati anche vari animali e pesci d’acqua dolce, come trote, carpe e lucci. Tutto questo in una fattoria situata a un’altitudine che va da 1.100 ai 1.500 metri sopra il livello del mare. Gli inverni sono molto rigidi, ecco perché questo luogo, abbarbicato sul monte Schwarzenberg, viene chiamato «la piccola Siberia austriaca». Ma qui non vi sono né steppe desertiche, né terreni aridi. Anzi, tutt’altro. In base alle caratteristiche del suolo, Sepp sceglie quali piante seminare: per esempio, nei terreni asciutti coltiva aromatiche come timo, salvia e maggiorana, oltre che grano amaranto che non richiede molta acqua. Inoltre, Sepp ha rigorosamente bandito le monocolture e i semi ibridi: le prime impoveriscono il terreno, i secondi minacciano la biodiversità e costringono i contadini ad acquistarne regolarmente. Negli ultimi decenni la questione della perdita di diversità genetica negli orti e nelle fattorie è diventata anche questione politica, tanto che la Commissione agricoltura del parlamento europeo, nel 1991, stabilì un programma di conservazione delle risorse genetiche vegetali, incentivando reti di raccolta e progetti europei di banca del gene. Il lavoro di Sepp risponde perfettamente all’esigenza di salvaguardia della biodiversità, poiché ha seminato differenti varietà di piante, seguendo al contempo le consociazioni vegetali, un metodo che evita l’utilizzo di pesticidi chimici. Ogni verdura e frutta viene infatti associata a piante che hanno distinte funzioni: vi sono quelle che allontanano i parassiti dalle coltivazioni principali, e altre che li attirano su di sé, in modo da richiamare insetti che sarebbero dannosi per i vegetali dell’orto. Piante consociabili per esempio ai pomodori sono le carote, il prezzemolo e il tagete, mentre alla lattuga e all’insalata si possono associare fragole e ravanelli. Il metodo delle consociazioni vegetali aiuta poi ad attirare nell’orto insetti benefici, come le api, importanti per l’impollinazione dei fiori, e le coccinelle, preziose alleate contro la diffusione di afidi e moscerini.

Un terreno più fertile

In permacultura è stata inoltre riscoperta l’antica pratica del sovescio, utilissima per rendere più fertili i terreni, soprattutto se esposti al sole o se soggetti a climi secchi. La tecnica consiste nel coltivare vari tipi di erbe quando il suolo è a riposo o quando si pratica la rotazione delle colture tramite un’alternanza stagionale o annuale delle piante seminate. I vegetali coltivati seguendo la pratica del sovescio vengono tagliati e poi mischiati al suolo in modo da apportare ad esso sostanze nutritive come l’azoto. In alternativa, le erbe e le piante una volta falciate possono essere lasciate sul terreno a decomporsi, in modo da formare un humus ricco di microelementi. Questa tecnica evita l’erosione dei terreni e li protegge dal vento, dalla siccità e da altre intemperie.

Un altro metodo impiegato anche in permacultura per ovviare alla carenza di sostanze nutritive nel suolo è la creazione delle cosiddette aiuole rialzate. Come suggerisce il nome si tratta di uno spazio nell’orto o nel giardino, generalmente di piccole dimensioni, realizzato al di sopra del terreno naturale. Le aiuole vengono rialzate di 20-30 centimetri e sono circondate ai lati da assi in legno o muretti a secco. Questo metodo è valido nel caso si vogliano coltivare fiori o verdure in un ambiente più ricco di elementi nutritivi rispetto al terreno che abbiamo a disposizione, perché troppo calcareo, o perché caratterizzato da un pH nocivo per le piante che vogliamo far crescere.

Ridurre gli scarti

David Holmgren suggerisce questo slogan: «Rifiuta, riduci, riutilizza, ripara e ricicla». Se si seguono questi consigli, la produzione di rifiuti – che rappresentano un vero problema per tutte le società, soprattutto per quella capitalistico-occidentale – diminuisce notevolmente. Ecco il significato dello slogan:

  • – rifiutare di farsi coinvolgere nella mania del consumare a ogni costo, comprando cose che in realtà non ci servono;
  • – ridurre materiali ed energia o la frequenza del loro consumo;
  • – riutilizzare oggetti, come i contenitori con tappo a tenuta ermetica o vecchi tessuti della nonna, o scatole di cartone delle uova;
  • – riparare, in primis indumenti, piuttosto che buttare e poi comprare oggetti nuovi;
  • – riciclare per esempio gli scarti vegetali per produrre compost.

Un approccio culturale

Come suggerisce la parola stessa, permacultura non è soltanto un metodo di agricoltura biologica, ma più complessivamente un modo di progettare e vivere la vita secondo una visione ecologica rispettosa dell’ambiente e delle relazioni umane. Centrale in tutto questo è la cultura intesa in modo «sostenibile», molto differente rispetto all’approccio industriale ancora dominante nel mondo, come mette in evidenza la tabella riportata in queste pagine.

Silvia C. Turrin


Perché fare un orto

Qualche decennio fa, molte famiglie disponevano di un orto, piccolo o grande che fosse. Poi c’è stato il boom del cibo facile e dei supermercati sottocasa dove trovare tutto con comodità. Da qualche tempo a questa parte in molte nazioni, Italia inclusa, si sta tornando indietro. C’è chi coltiva sul proprio balcone o si è creato in giardino uno spazio ad hoc per la semina di qualche ortaggio, oppure c’è chi ha preso in affitto un appezzamento di terra per autoprodursi cibo fresco. Queste scelte potrebbero davvero rivoluzionare i nostri stili di vita e il sistema in generale. Basta guardare cosa hanno realizzato i britannici durante la Seconda guerra mondiale seguendo le direttive del piano «zappare per la vittoria»: sono riusciti a raggiungere l’autosufficienza alimentare grazie alla messa a coltura di un milione e mezzo di lotti di orto, che hanno prodotto circa una tonnellata di cibo per ogni terreno.

I corsi Imparare la permacultura

Chi desidera conoscere più a fondo queste tematiche, e praticare concretamente i principi della permacultura, può seguire un corso introduttivo riconosciuto a livello mondiale da tutte le organizzazioni di Permacultura della durata di 72 ore. Si tratta del modulo standard, denominato «Corso di progettazione in Permacultura», che deve essere tenuto da un insegnante abilitato. Chi vuole compiere un passo in più, e diventare progettista in permacultura, può seguire un corso di apprendimento, sotto la supervisione di tutor, della durata di almeno due anni. Al termine, previa presentazione del progetto, verrà riconosciuto il Diploma di progettazione in permacultura applicata.

Per info:

  • http://www.permacultura.it
  • http://www.permaculturaitalia.com



Allamano, un carisma per essere sempre “di moda”


Sono arrivati, come frutto del Capitolo da poco celebrato, gli «Atti», un modesto fascicoletto i cui semi, macinati e impastati, dovranno diventare il pane buono che alimenterà la futura attività missionaria, «rivitalizzata e ristrutturata». Tra le varie indicazioni, non poteva sfuggirci un’annotazione, che così suona: «Al Consiglio Continentale spetta mantenere vivo nel Continente l’approfondimento, lo studio, l’inculturazione e la trasmissione del carisma… promuovendo momenti di spiritualità centrati sul carisma (esercizi spirituali allamaniani, pedagogia allamaniana, ecc.)» (cfr. nn. 30 e 169). Poche e timide righe per ricordare a tutti i missionari l’importanza di rivitalizzare il nostro carisma (cioè la nostra stessa vocazione) che ha come sua limpida sorgente Giuseppe Allamano. Il suddetto suggerimento non sarebbe tanto originale, se non fosse per due paroline decisamente interessanti e cioè che, oltre allo studio e approfondimento del carisma, bisognerebbe curarne anche «l’inculturazione e la trasmissione». Per questo, l’invito viene rivolto non tanto all’Istituto nella sua totalità (come avveniva nel passato), ma ai singoli Continenti dove sono presenti i missionari e che, dal Capitolo, sono usciti come i veri protagonisti della missione Imc. Queste parole allargano il cuore perché, anche se appena sussurrate, ci confermano che l’Allamano non è un dono solo per noi, italiani o europei, ma può esserlo anche per altri popoli, altre culture, altri mondi diversi dal nostro (Allamano, missionario doc!). In più, questo dono non è relegato in un museo o in un santuario, ma è vivo e deve essere accolto da quelli che amano e invocano il Fondatore dei missionari della Consolata; occorre, perciò, «trasmettere e far conoscere» ciò che lui è stato per la Chiesa e il mondo. Proprio come avevano scritto i missionari, preparandosi al Capitolo: «Tra le ricchezze del passato che ci appartengono, c’è anche Giuseppe Allamano, un gioiello prezioso che non può rimanere chiuso in un forziere per paura di perderlo, ma deve tornare ad essere indossato, perché è soltanto esibendolo che potremo far vedere a chi ci incontra come il suo stile possa adattarsi anche alla moda del tempo presente. Uno dei nostri obiettivi consiste nel far nuovamente “indossare” il Fondatore. Non è parlando di lui che se ne mostra la bellezza spirituale, è “vivendone il carisma” che il suo pensiero, la sua dimensione spirituale, la sua ricchezza e profondità possono tornarci a dire qualcosa, anche oggi».

Giacomo Mazzotti

 

«Voi badate ai miei comandi, alle mie esortazioni e anche ai semplici desideri, che ben conoscete. Ecco ciò che vorrei da voi: la buona volontà, lo sforzo generoso e costante di assimilare lo spirito dell’Istituto». (Giuseppe Allamano)


Per leggere tutti i testi clicca sull’immagine

 




Tratta e sfruttamento nel 21° secolo


Negli ultimi 5 anni 89 milioni di persone nel mondo hanno subito una qualche forma di schiavitù. Nel solo 2016 sono stati 40 milioni: 25 per lavoro forzato, 15 per matrimoni forzati. Una persona ogni 185. Il 51% donne, il 20% bambine il 21% uomini, l’8% bambini. Il solo lavoro forzato genera un giro di denaro di 150 miliardi di dollari l’anno. E il contrasto non sembra efficace.

La tratta di esseri umani (in inglese trafficking in human beings) è stata definita nel 2000 dalle Nazioni Unite come «reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere […] a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi. […] Il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere un bambino ai fini di sfruttamento sono considerati “tratta di persone” anche se non comportano l’utilizzo di nessuno dei mezzi [descritti sopra]»1.

Leggere dietro i dati

Secondo le ultime stime dell’Oil2 (Organizzazione internazionale del lavoro), nel 2016 circa 40,3 milioni di uomini, donne e bambini di ogni parte del globo sono stati vittime di una qualche forma di schiavitù: sfruttati o costretti a sposarsi sotto minacce, violenze, coercizioni, inganni, abusi di potere. Di essi, erano 15,4 milioni le vittime di matrimoni forzati (il 37% minorenni), e 24,9 milioni le vittime di lavoro forzato (il 71% di sesso femminile, vedi box per maggiori dettagli). Nel mondo, nel 2016, erano 151,6 milioni i minori lavoratori (tra i 5 e i 17 anni).

Le cifre sono grosse, ma lette in un report dell’Oil rischiano di rimanere inerti. Diventa un esercizio assai utile allora provare a guardare dietro e dentro i dati per comprendere l’urgenza con cui l’umanità deve prendersi carico della situazione per tentare una risoluzione.

Il libro di Anna Pozzi, Mercanti di Schiavi, cerca di farlo. Snocciolando una quantità enorme di altri dati e informazioni, presenta situazioni di paesi concreti, racconta storie di persone, vittime o attiviste, e l’operato di gruppi e associazioni che in tutto il mondo lottano perché la schiavitù venga affrontata e debellata.

Dal mondo all’Italia

Diviso in tre parti, il volume accompagna il lettore in un itinerario che inizia da uno sguardo generale sul fenomeno, prosegue con l’approfondimento delle diverse forme di schiavismo presenti nel mondo e si conclude con un approfondimento sulla situazione italiana.

Nella prima parte, infatti, Anna Pozzi, offre al lettore uno sguardo complessimo con una rassegna globale delle forme dello schiavismo contemporaneo, i numeri del fenomeno, le sue cause e le azioni – spesso fallimentari – che, a livello di istituzioni internazionali, si sta cercando di sviluppare per contrastarlo. Nella seconda ci presenta alcuni approfondimenti tematici: la schiavitù come sfruttamento sessuale, la piaga del lavoro minorile, le spose bambine, la tratta e il traffico di persone legati alle migrazioni, il mercato delle gravidanze; ma anche alcuni approfondimenti legati a specifiche aree del pianeta: il Brasile, il Medio Oriente, l’Africa, l’Asia. La terza parte punta l’obiettivo sulla nostra Italia, a dimostrazione del fatto che «praticamente nessun paese è immune da questo fenomeno». La produzione dei pomodori, ma anche quella di frutta e di uva da vino, lo sfruttamento della prostituzione, il lavoro schiavo nel campo del tessile, il caso delle nigeriane e quello dei minori stranieri non accompagnati che «spariscono».

Far crescere la consapevolezza

Anna Pozzi affronta il vasto mondo della tratta e dello sfruttamento con lo stile giornalistico che la contraddistingue3. Descrive il fenomeno, lo racconta attraverso i dati, la narrazione di singoli casi, ma anche attraverso il racconto di quali sono le strategie, purtroppo spesso inefficaci, di istituzioni come l’Onu, l’Ue, la Corte penale internazionale, gli organi dei singoli paesi. Tra le pagine più belle ci sono quelle in cui l’autrice presenta le azioni concrete messe in campo da alcuni dei tanti uomini e donne che si battono in tutto il mondo su questo tema. Ecco allora emergere alcune figure come padre Mussie Zerai, la suora comboniana Azezet in Israele, il premio Nobel per la pace Kailash Satyarthi che ha liberato 80mila piccoli schiavi in India e in altri paesi. Nel libro si parla anche dell’impegno di papa Francesco, ad esempio istituendo la prima giornata mondiale ecclesiale contro la tratta di persone l’8 febbraio 2015.

Il bilancio che viene fuori dal libro non sembra essere molto positivo, nonostante le molte iniziative dal basso e le dichiarazioni di leader mondiali. Più volte Anna Pozzi afferma, infatti, che sembra non esserci ancora una reale presa di coscienza della gravità di questa piaga. Tra i molti dati che offre c’è, ad esempio, quello che parla di un altissimo livello d’impunità, anche in Italia, quello che indica un aumento del numero di minori coinvolti, quello che ci parla di una grande adattabilità delle organizzazioni criminali al mutamento delle situazioni, oppure quello che dà a noi italiani il primato nel turismo sessuale.

Immaginiamo che sia proprio da questo quadro poco positivo che ha preso le mosse il lavoro di approfondimento e denuncia di Anna Pozzi, allo scopo di costruire una maggiore consapevolezza da parte di tutti su una problematica solo apparentemente lontana.

Luca Lorusso

Note:

  1. Dall’articolo 3 del Protocollo addizionale sulla tratta del 2000, uno dei tre Protocolli addizionali alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine transnazionale organizzato.

  2. Il rapporto Global estimates of modern slavery. Forced labour and forced marriage (Stime globali della schiavitù moderna: lavoro forzato e matrimonio forzato) pubblicato a settembre 2017 dall’Oil e da Walk Free Foundation in collaborazione con l’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Una bella presentazione si trova su http://www.alliance87.org/2017ge
  3. È giornalista e scrittrice, lavora per «Mondo e Missione», la rivista del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), ha realizzato diverse iniziative per parlare del problema della schiavitù, anche in collaborazione con suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata molto attiva su questo fronte, e tra le altre cose ha anche fondato un’associazione dal nome «Slaves no more».

Il libro

Anna Pozzi, Mercanti di schiavi. Tratta e sfruttamento nel XXI secolo,
San Paolo, Milano 2016, 215 pagine, 14,50 Euro.


Dati su
Matrimoni e lavoro forzato

  • 15,4 milioni di vittime di matrimoni forzati
    Il 63% ha contratto il matrimonio in età adulta (tra essi, il 77% è donna). Il 37% ha subito il matrimonio da minorenne (tra loro è femmina il 96% e il 44% aveva meno di 15 anni). La più giovane vittima registrata dall’Oil aveva 9 anni al momento del matrimonio. In totale, l’84% delle vittime è di sesso femminile.
  • 24,9 milioni di vittime di lavoro forzato
    Il 71% è donna o bambina. In totale, una vittima su quattro è minorenne (il 25%).
    Il lavoro forzato viene distinto in tre tipologie:

    • 1- Il lavoro forzato presso privati che conta 16 milioni di vittime nel 2016. Di questi, il 59% sono di sesso femminile, l’81% adulti, il 19% minorenni.
    • Le vittime di questa forma di schiavitù ritrovano la libertà in media dopo 20,5 mesi. Sul totale, il 24,3% è impiegata in lavori domestici, il 18,2% nell’edilizia, il 15,1% nell’industria; l’11,3% nell’agricoltura e nella pesca, il 9,5% in alberghi e ristorazione, il 9,2% nel commercio all’ingrosso, il 6,8% nei servizi personali, il 4% nelle miniere, l’1,6% nell’accattonaggio e in altro.
    • 2- Il lavoro forzato imposto dalle autorità statali che conta 4,1 milioni di persone. Di queste, alcune lavorano per anni, molte per poche settimane.
    • 3- Lo sfruttamento sessuale forzato che coinvolge 4,8 milioni di vittime. Tenute, in media, per 23,4 mesi nella loro situazione, la stragrande maggioranza (99,4%) sono donne e ragazze. I minori rappresentano il 21,3% del totale.
  • Il tasso di schiavitù per area del mondo
    Altro dato interessante e il tasso di schiavitù per aree geografiche: il più alto è in Africa, con 7,6 vittime ogni 1.000 persone. Il secondo nell’area Asia meridionale e Pacifico, con il 6,1 per mille, il terzo in Europa e Asia centrale, con il 3,9 per mille, il quarto negli stati arabi, con il 3,3 per mille e infine nelle Americhe con 1,9 vittime ogni mille persone.

L.L.

 


     

 

 

 

La collana «#VoltiDiSperanza»
delle edizioni Velar / Marna

Diari dal Sud

Piccoli libri dai quali emergono volti e storie di persone incontrate dall’autore in diversi luoghi del mondo. Racconti di viaggio per ricordare situazioni drammatiche su cui porre attenzione: dalle violenze dell’Isis in Iraq a quelle di Al-Shabaab a Garissa, in Kenya del Nord, dalla guerra silenziosa nel cuore del Messico, alla violazione dei diritti umani nel carcere di Challapalca in Perù.
È la voce di don Luigi Ginami quella che attraversa le pagine dei volumetti editi a partire da dicembre 2016 dalle edizioni Velar Marna. Una voce che racconta, nello stile semplice e diretto dei diari di viaggio, paesi e situazioni di cui è bene non perdere il ricordo.

Sacerdote della diocesi di Bergamo e presidente della Fondazione Santina Onlus, don Luigi parte almeno due volte all’anno per un luogo diverso allo scopo di incontrare le comunità aiutate dalla sua associazione. Da ogni racconto di viaggio emergono volti e storie di persone. E sono proprio alcune di queste a dare il titolo a ciascuno dei volumetti: Nasren, ad esempio, è una ragazzina yazida conosciuta nel campo profughi Dawidiya, a 70 km da Mosul, in Iraq, affetta da «Disturbo post traumatico da stress» causato dall’incontro con gli uomini del Califfato nero nell’agosto del 2014, quando aveva 11 anni. Janet Akinyi, giovane donna di 22 anni, che don Luigi non ha incontrato perché assassinata il 2 aprile 2015 nell’università di Garissa, in Kenya, assieme ad altri 147 studenti, da un commando di al-Shabaab. Padre Dominic, sacerdote vietnamita che ha subito la prigionia durante il regime comunista nel suo paese.

 

 

 

 

Il ricavato della vendita dei volumi andrà ai progetti della Fondazione Santina, in favore delle realtà raccontate.




Sommario MC Novembre 2017

In questo numero il dossier è dedicato alla realtà, problemi sociali, politici e religiosi e opportunità dell’immigrazione in Germania. Tre articoli affrontano il problema della terra e dell’ambiente: la deforestazione del Borneo, i conflitti per la terra in Brasile e l’esperienza alternativa della «Permacultura». C’è poi una condivisione di vita missionaria dalla Corea del Sud, più le nostre caratteristiche rubriche. Buona lettura

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???  03  ???   Editoriale: Lacrime nascoste di missionari

Dossier

???  35 ???  Germania:  Essere tedeschi di Simone Zoppellaro

Articoli

??? 10  ???   Malaysia: Borneo: giungla addio di Marco Bello
??? 15  ???   Corea del Sud: L’ospite d’onore di Gian Paolo Lamberto
??? 43  ???  Brasile: Una pallottola non manca mai di Paolo Moiola
??? 53  ???  Italia: Una prospettiva per guardare il futuro di Silvia C. Turrin

Rubriche

??? 05  ???   Cari Missionari
??? 08             Chiesa nel mondo a cura di Sergio Frassetto
??? 23  ???   Pregare 9. Pregare, un collirio per la vista del cuore di Paolo Farinella
??? 19  ???   Cooperando: Come sta la sanità in Costa d’Avorio di Chiara Giovetti
??? 50  ???   I Perdenti /29 Don Giuseppe Rossi di Mario Bandera
??? 58  ???   Librarsi: Mercanti di schiavi di Luca Lorusso
??? 61  ???  ALLAMANO a cura di Sergio Frassetto


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Sommario MC ottobre 2017

Sommario di questo numero di ottobre, il mese missionario. Si conclude la fotostoria sul capitolo generale dei missionari della Consolata che diventano anche responsabili di una parrocchia a Taiwan; poi c’è spazio per la Malaysia, per l’esperienza di Nawal che salva i migranti nel Mediterraneo e di padre Solalinde che da lo stesso in Messico; da leggere è il dossier che ci fa conoscere Kim, il giovane dittatore della Corea del Nord, che sembra in rotta di collisione col mondo. E poi le rubriche di Farinella, Bandera, Chiara Giovetti; e le lettere; e per concludere le belle pagine di AMICO. Buona lettura.

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???  03  ???   Editoriale: Missione … e Malaria

Dossier

???  35 ???    Kim, il dittatore incompreso di Piergiorgio Pescali

Articoli

??? 10  ???   Malaysia: Allah, ma non per tutti di Marco Bello
??? 15  ???   Italia: Ogni Continente la «sua» Missione di Gigi Anataloni
??? 21  ???   Taiwan: Nell’isola «bella» un parroco africano di Eugenio Boatella
??? 26  ???  Italia-Mediterraneo: È il cuore che mi paga di Luca Lorusso
??? 51  ???  Messico: Un salto nel buio di Paolo Moiola
??? 58  ???  Islam: Finché il jihadismo rimane «halal» di Angela Lano

Rubriche

??? 05  ???   Cari Missionari
??? 08             Chiesa nel mondo a cura di Sergio Frassetto
??? 31  ???   Insegnaci a pregare 8. Pregare nel cuore della lotta di Paolo Farinella
??? 62  ???   Nostra Madre Terra: Zanzare e plasmodium, una coppia pericolosa di Angelo Dutto
??? 66  ???   Cooperando: La Cina in Africa: che cosa è cambiato /1 di Chiara Giovetti
??? 70  ???   I Perdenti /28 Admira Ismic e Bosko Brkic di Mario Bandera
??? 73  ???  AMICO a cura di Luca Lorusso


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Missione … e malaria


In una valle delle nostre splendide Alpi un gruppo di giovani di una parrocchia di città, a fine agosto, sta facendo il campo estivo. Accanto alla casa che li ospita cresce una alberello di prugne, che, ormai mature, dolcissime e assolutamente bio, cadono sul sentiero che i giovani percorrono più volte al giorno. In terra prugne calpestate. In alto rami carichi di blu profondo. Passano i ripassano i giovani. Non vedono le prugne. Non allungano la mano per cogliere quella bontà fresca e gratuita.

Un’altra storia. Da un altro mondo. Africa, Tanzania. Un missionario scrive entusiasta ad amici e benefattori delle meraviglie che il Signore sta operando: le ordinazioni di tre nuovi missionari, dieci giovani che hanno completato il loro periodo di noviziato e iniziano gli studi di teologia, e molti altri che finita la scuola secondaria entrano in seminario per iniziare il cammino di formazione per essere un giorno testimoni di Gesù nei più remoti angoli del mondo.

Due storie apparentemente slegate tra loro, da due mondi molto diversi.

Missione, gioia contagiosa

Ho pensato a questi due fatti leggendo il messaggio di papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale del 22 ottobre. «La missione della Chiesa, destinata a tutti gli uomini di buona volontà, è fondata sul potere trasformante del Vangelo. Il Vangelo è una Buona Notizia che porta in sé una gioia contagiosa perché contiene e offre una vita nuova: quella di Cristo risorto», scrive papa Francesco. Un messaggio trasformante, realizzato attraverso l’annuncio del Vangelo, nel quale Gesù si fa «sempre nuovamente nostro contemporaneo».

Leggendo queste parole ho pensato a quei ragazzi di città talmente abituati alla frutta del mercato o del frigo di casa da non accorgersi di quella ancora sull’albero. Forse ci rappresentano un po’, abituati come siamo a lasciarci saziare da social, televisione, giornali, fake news, opinione pubblica, guru, politicanti e specialisti vari che ci sommergono di «ricette» per vivere felici senza problemi, al punto da trascurare l’ascolto di quella Parola di Vita che è Gesù stesso, Parola spesso relegata a una frettolosa oretta domenicale – ferie, ponti e settimane bianche permettendo -.

Ho pensato anche ai giovani del Tanzania, più poveri e con meno mezzi di noi, perché sono ancora capaci di «arrampicarsi sugli alberi per cogliere la frutta fresca» della Parola di Dio che li apre alla gioia contagiosa e trasformante dell’incontro con il Cristo risorto e con gli altri.

Beati noi, però, perché Dio non si stanca mai di offrirci la sua «frutta fresca e gratuita».
Beati noi, perché Dio crede nell’uomo più dell’uomo stesso.

Malaria e manipolazione della verità

Malaria. Cambio argomento, provocato dalle assurdità che vedo, leggo e sento in questi giorni a proposito di malaria. Comincio autodenunciandomi come suo possibile «portatore sano» e potenziale fonte di contagio (cfr. articolo pag. 62) per chi mi sta vicino con zanzara anofele di mezzo. Questo perché dopo 21 anni di Kenya e un po’ di Tanzania, di punture di zanzare portatrici del parassita ne ho prese a volontà, anche se la malaria vera e propria non l’ho mai avuta. Mi vergogno come italiano della strumentalizzazione della morte di una bambina e del dolore della sua famiglia per diffondere notizie false che alimentano odio e razzismo, sfruttando buon cuore, ignoranza e paure della gente. Certo la malaria non è una bella malattia. L’ho visto di persona. Ricordo che all’ospedale di Wamba nel Nord del Kenya, durante i periodi di siccità e fame moriva almeno un bambino al giorno di malaria. Inoltre so bene che più di un missionario ha perso la vita per lo stesso motivo, tra di essi alcuni cari amici. Ma usare il pretesto della malaria per alimentare il razzismo e aumentare l’odio verso persone come i migranti dall’Africa che di dolore, violenze e sofferenze sono carichi, mi sembra ingiusto e indegno del nostro essere italiani.

Queste manipolazioni a scopi di politica elettorale non sono accettabili, né per i migranti che ne pagano il prezzo con ulteriori sofferenze, né per ogni italiano, perché come italiani ci meritiamo più rispetto di quello che certi nostri politici ci danno. Solidarietà e volontariato sono due impagabili caratteristiche del nostro paese che noi missionari conosciamo bene. Due forze di vita che si manifestano sia sul nostro territorio sia nella miriade di associazioni e gruppi che aiutano a livello internazionale. Solo che non fanno rumore, come la foresta che cresce. «L’italiano qualunque», quello che ama la pace, quello dal cuore grande, ha gli anticorpi al plasmodio dell’intolleranza e del razzismo. Usiamo l’insetticida della fraternità, della compassione e della vera umanità contro le zanzare dell’odio e del razzismo che si nutrono delle nostre paure.




Cari Missionari: di Rohingya, Trasparenza e preghiera e missione


Rohingya

Preg. P. Gigi,
vorrei condividere alcune riflessioni sul dossier sui Rohingya che mi aveva gentilmente mandato. Il testo è buono anche se non aggiornato, per questioni di tempo, alla seduta del Tribunale dei Popoli che ha avuto luogo il 6-7 marzo 2017 a Londra. C’è però un punto su cui ho avuto qualche perplessità. L’articolista sembra essere incorso in un’ingenuità quando riferisce un’opinione secondo cui la situazione di questa popolazione sembra più difficile ora che non sotto la dittatura. Ma è chiaro che sotto la dittatura tutti erano compressi e bloccati e nessuno poteva fare ascoltare le proprie ragioni, né questo popolo né nessun altro gruppo o persona perseguitati, ma questo non vuol dire che «si stava meglio quando si stava peggio», facile slogan qualunquista e filofascista. Io sono sempre convinta che Aung San Suu Kyi sia una persona straordinaria e piena di buoni propositi, ma questioni così antiche e complesse hanno bisogno comunque di un tempo un po’ disteso per la loro risoluzione. Quindi segnalare e sollecitare va bene, ma condannare no. Forse l’autore non voleva dire questo, ma la forma usata induce un po’ a pensarlo e mi sembra perlomeno un’ingenuità. Cordiali saluti. Grazie,

Maria Rosaria Salvini
26/07/2017

Abbiamo passato la email a Piergiorgio Pescali per un suo commento.

Nel mio lungo dossier (e soprattutto nei documenti, interviste, libri elencati come riferimenti alla fine del dossier e che ne sono l’ossatura) delle mancanze di Aung San Suu Kyi (Assk) si è parlato ben poco. Anzi, direi quasi nulla rispetto a quello che avrei dovuto fare. E volutamente, proprio perché si è voluto lasciare spazio alla comprensione della complicata vicenda dei Rohingya che ha le sue radici nella colonizzazione britannica, è scoppiata durante la Seconda Guerra Mondiale con la lotta tra britannici (appoggiati dalle etnie non bamar) e giapponesi (appoggiati dal governo di Aung San e dai Bamar [Birmani]), per divampare negli anni Settanta, durante la giunta militare.

Se c’è stata «ingenuità», allora sono in buona compagnia, perché della stessa ingenuità si sono «macchiati» Muhammad Yunus, Josè Ramos Horta, Shirin Ebadi, Desmund Tutu, Malala Yousafzai, Emma Bonino, Oscar Arias, lo stesso Ufficio di Diritti Umani delle Nazioni Unite, l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari (Unocha), l’Unicef e molte altre singole persone e agenzie umanitarie che hanno chiesto (inutilmente) ad Assk di condannare «senza se e senza ma» le violenze di cui sono vittime i Rohingya e di mostrare (inutilmente) la volontà del governo di risolvere il problema non solo dei musulmani, ma delle decine di etnie che costellano il paese. Hanno peccato di ingenuità anche quelle persone che per anni hanno sostenuto Aung San Suu Kyi ed oggi si ritrovano inevitabilmente delusi a criticare il suo operato. Famosa l’intervista (proprio sui Rohingya) della Bbc (una delle emittenti che più hanno appoggiato la Lady durante il periodo di prigionia) in cui la stessa Assk ad un certo punto è sbottata dicendo che nessuno l’aveva avvisata che l’intervistatrice, troppo precisa nell’elencare le mancanze del governo, era musulmana. Già, perché la signora Assk, dopo aver tanto predicato contro il regime militare, oggi si trova a giocare dalla stessa parte del Tatmadaw (l’esercito birmano), negando i diritti ai lavoratori, negando le terre ai contadini di Monywa, negando ai Kachin il diritto all’autodeterminazione e giustificando le rappresaglie dell’esercito. Tutto in nome di una identità unitaria del paese.

Ho iniziato a frequentare il Myanmar nel 1988, quando ancora si chiamava Birmania. Ero presente al primo comizio pubblico di Assk e ho incontrato la Lady diverse volte prima, durante e dopo gli arresti domiciliari, quando in Occidente era una perfetta sconosciuta. Ho incontrato Michel Aris, il marito, il primo figlio Alexander e i numerosi professori con cui Assk ha lavorato ad Oxford. La figura che ne ho tratto è molto diversa dall’ Assk edulcorata e iconica propinata dal film agiografico di Luc Besson, forse per via degli astii e dei rancori che si erano instaurati tra queste figure e Assk. La sua miopia politica è sempre stata evidente, ma è stata celata da validi collaboratori (oggi purtroppo morti o troppo anziani) e dal fatto che, dalla sua casa – in cui era agli arresti domiciliari -, poteva criticare (anzi, per usare un termine più adatto, «condannare») senza dover dimostrare le sue capacità di governo. Ma quando si è trovata a dover affrontare i problemi che lei stessa, con ingenuità, denunciando, aveva detto che avrebbe risolto, ecco che è crollata perdendo consensi.

Assk ha accentrato su di sé tutte le cariche più importanti del governo, anche quelle che permettono di interloquire direttamente sul problema dei Rohingya (Assk è ministro degli Esteri, primo ministro, Consigliere di Stato, presidente del Comitato Centrale di pace nel Rakine, presidente del Comitato Unione e Dialogo, ministro dell’Ufficio del Presidente).

Sono stato espulso dal Myanmar di Than Shwe; diverse volte mi sono stati sequestrati appunti, fotografie, macchine fotografiche, registrazioni. Non sarò certo io, quindi, a chiedere il ritorno al regime militare, ma di fronte a quanto sta avvenendo non basta «segnalare», occorre anche «condannare» quello che è contro giustizia e democrazia.

Piergiorgio Pescali
09/08/2017


Trasparenza

Gentile direttore,
la lettera «Sorpresa e tristezza» (MC 7/2017 p.7) merita qualche ulteriore riflessione. Nessuno nega la possibilità, anche all’interno di una stimata congregazione come quella dei MC, che esistano mele marce. Succede nelle migliori famiglie […]. L’interesse delle rimanenti mele buone dovrebbe però essere quello di evitare che in futuro possano accadere fenomeni fraudolenti, e questo solitamente nelle diocesi e negli ordini religiosi non accade. Una gestione più trasparente dei beni mobili e immobili di proprietà sarebbe un valido antidoto. Se per esempio venisse rispettata la legge che impone di pubblicare i bilanci, e quindi rendere conto di come vengono amministrati i beni e quale provenienza abbiano, sarebbe sicuramente più difficile per i malintenzionati, interni ed esterni agli enti, agire in modo fraudolento.

La fondazione Missioni Consolata Onlus pubblica già da anni i bilanci, ma non evidenzia le proprietà e nulla viene riportato riguardo il loro utilizzo, anche se nella stragrande maggioranza dei casi queste informazioni non farebbero che aumentare il grado di soddisfazione in chi, riponendo in voi fiducia, vi affida donazioni e lasciti. L’ente cui lei appartiene è già innovativo: è abitudine infatti della maggior parte degli enti religiosi cattolici di nascondere ogni dato relativo, nonostante la Cei imponga da anni di redigere un bilancio anche alla più sperduta parrocchia, fino a quando l’ennesimo scandalo li obbliga a difendersi da accuse fondate urlando al complotto.

Gli amici protestanti su questo argomento sono avanti anni luce e vengono ripagati dall’opinione pubblica con un 8 per mille decuplicato rispetto al numero di fedeli. MC dovrebbe farsi promotore all’interno del mondo cattolico torinese, magari in compagnia dei Camilliani che hanno recentemente subito analoghe vicissitudini, di una campagna perlomeno torinese che invochi più trasparenza nelle gestioni economiche. Sono sicuro che troverebbe numerosi compagni di viaggio. Con sincero affetto,

Paolo Macina, Torino
04/07/2017

Caro Sig. Paolo,
concordo pienamente con lei sulla necessità della trasparenza, anche se ritengo che per essere davvero tale debba essere molto di più che un fatto legale o di pubbliche relazioni. Trasparenza si sposa anzitutto con giustizia, con onestà, con gratuità, con servizio e, per noi missionari e religiosi, con povertà. Per una vera trasparenza non basta certo aumentare o inasprire le leggi (dello stato, con 75mila leggi e 160mila norme varie), i canoni (del diritto Canonico, 1.752) o le normative (delle Costituzioni e Direttori di Diocesi e Istituti religiosi).

È una realtà che abbiamo sperimentato anche durante il nostro recente Capitolo generale: abbiamo una caterva di normative, documenti, direttorii, regolamenti, ma senza una profonda conversione personale, una vera passione per Gesù Cristo che diventa imitazione del suo stile di vita, tutto rischia di restare lettera morta. Grazie quindi della sua email, che esprime una preoccupazione che va ben oltre la nostra piccola realtà e coinvolge tutta la Chiesa.

Avevo preparato una lunga e articolata risposta, poi l’ho messa da parte perché troppo lunga per queste pagine. Ho fatto qualche ricerca e non mi risulta che esista una normativa precisa che impone agli enti religiosi di pubblicare i bilanci. Ci sono però tre punti chiave che tutti i documenti della Chiesa sottolineano: trasparenza, legalità e chiarezza. Fossero sempre applicati, avremmo risolto molti problemi.

Concludo con una mia considerazione. Gesù dice che dobbiamo valutare «dai frutti». Noi missionari della Consolata, e tutti gli altri missionari, non siamo un’organizzazione segreta di stampo mafioso o massonico, agiamo (e facciamo anche sbagli) alla luce del sole. Giudicateci dalle nostre opere.

In questi giorni di ferragosto abbiamo appena sepolto un missionario che in vita sua (50 anni di messa celebrati lo scorso anno) ha perso il conto di quanti milioni di lire (e forse di euro) ha maneggiato per aiutare i poveri e dare la possibilità a tantissimi bambini (quanti? non credo abbia mai tenuto il conto) di andare a scuola in Kenya, in Colombia e in Ecuador e costruirsi così un futuro diverso. Padre Giuseppe Ramponi è uno dei tanti Missionari della Consolata, l’810°, che ha dato tutto per amore, anche se ha fatto i suoi sbagli. La sua ricchezza e la sua debolezza? L’amore per i bambini poveri dell’Ecuador per i quali «rompeva» tutti, affidati ora al buon cuore dei suoi tanti amici.


Preghiera per ringraziare

Egregio sacerdote don Paolo Farinella,
sono particolarmente interessato alla sua rubrica «Non sappiamo pregare». Ogni sera dedico ore cercando di interpretare per un rinnovo della mia coscienza, un modo nuovo per ringraziare il Signore per quanto mi ha concesso nell’arco della mia vita: 83 anni. Purtroppo debbo rinunciare a malincuore, causa la mia scarsa preparazione teologica. Sono credente e praticante, apro e chiudo la giornata ringraziando il Signore, come mi ha insegnato la mia cara mamma. Le chiedo umilmente scusa per quanto espresso.

Domenico Musso
Rivoli, 20/07/2017

Risponde don Paolo.

Carissimo Domenico, il suo modo di pregare altro non è che l’Eucaristia: ringraziare. È il vertice della preghiera cristiana. È vero che noi non sappiamo pregare (lo dice san Paolo!), ma è anche vero che lo Spirito Santo agisce in noi «sia che dormiamo sia che vegliamo» (sempre lo stesso san Paolo!). Mi permetta un piccolo suggerimento: non si accanisca più nel dedicare ore nell’interpretazione, si abbandoni soltanto, chiuda gli occhi e dica con san Tommaso, l’apostolo birichino: «Mio Signore e mio Dio». Il resto è in più. Pregare non è consumarsi nella ricerca, ma nell’imparare a «vedere Dio» con gli occhi del cuore. Lei è figlio, Dio Padre l’ama come è e non pretende nulla di più, perché lui è abituato a prendersi tutto con dolcezza e tenerezza: «Signore, non ho niente da darti, solo me stesso, prendimi così perché ti cerco con la stessa sete della cerva. Mi basta sapere che tu ci sei. Grazie e buon giorno… buona notte, Signore!». Un caro saluto affettuoso e grazie per la sua bella lettera.

Don Paolo Farinella
11/08/2017


Di pecorelle «buone» e altro ancora

Cari missionari,
ho ricevuto il numero di giugno [di MC, ed è] stata una gradita sorpresa, [vedere che] avete preso sul serio certe argomentazioni che non sono solo mie. Vorrei fare però delle precisazioni, [cominciando dal] titolo [perché] non intendevo discutere se siate o no ancora cattolici. Un giudizio temerario.

Titolo. Io intendevo enfatizzare che la rivista si occupa sempre più di cose collaterali. Le pagine più direttamente di formazione sono quelle di don Farinella che io poi ho criticato e ora aggiungo anche che non possono essere rivolte a tutti. Anzi lo sono, ma spesso sono o troppo difficili, o troppo provocatorie o troppo e solo per le pecorelle smarrite, troppo poco per quelle che non vorrebbero smarrirsi e per le quali ci sono sempre e solo rimproveri. Se però la scelta editoriale è questa lo si può dire, così si fa meno confusione. Però mi chiedo «chi si occupa delle pecorelle non smarrite?». In teoria sono 99 su 100, sappiamo che ora sono molte meno. Fa bene il pastore a inseguire quelle smarrite ma a me sembra che tanti pastori più che altro si occupino di rompere la staccionata e poi dicono, essendo noi ormai adulti, che non c’è né dentro né fuori (anzi guai a parlare di dentro e fuori, si è divisivi, scandalo) e le pecorelle «buone» devono con il dialogo convincere quelle altre. Anzi ormai siamo andati oltre e il dialogo non è più un mezzo ma il fine. Bisogna rimanere in dialogo, una sorta di stallo e se uno si convince, indurlo al dubbio che magari è meglio non convertirsi. Gesù però parlava di dentro e fuori, non è venuto a portare la pace, anzi la spada, era divisivo e ci ha indicato come esempio i bambini che credono con fiducia perché ha parlato la mamma e non gli adulti che discutono sempre tutto per partito preso. Mi scusi ma anche questa cosa dei cristiani adulti non mi va bene. Faccio un discorso fondamentalmente logico. Io credo che quelli che si definiscono come cristiani adulti intendano dire che hanno prima, diciamo, sentito il messaggio cristiano, l’hanno sottoposto a critica, girato e rigirato, hanno voluto fare come Tommaso e mettere il dito nella piaga, e poi e solo poi hanno accolto il messaggio. Ed è una cosa meritevole ma rimane il fatto che Gesù ama Tommaso ma «consiglia» di non fare come lui. L’esempio che indica è quello dei bambini e di quelli che credono senza mettere il dito nella piaga.

Fintanto che non si spiega in modo convincente quanto tutta questa pastorale creativa di questi cristiani adulti si accorda con gli insegnamenti di Gesù si fa una gran confusione, anzi purtroppo è già stata fatta, e quindi si fa un danno alla Chiesa. Io credo che faccia cosa buona il cristiano che non dice di essere adulto così si evita almeno la confusione. Di tutto c’è bisogno tranne che di ulteriore confusione.

[…] Ribadisco i complimenti per l’ottimo articolo riguardo alla Siria e tutta l’informazione che fate riguardo il Medio Oriente che dovrebbe passare sui telegiornali e senza la quale si ha una immagine distorta della situazione. Cordiali saluti

Andrea Sari
10/07/2017

Caro Sig. Andrea,
come le ho scritto personalmente, ho tagliato la sua email che avrebbe occupato da sola non tre, ma ben quattro pagine. Cercherò di pubblicarne altre parti nei prossimi numeri. Per quanto riguarda il titolo, ha ragione. Sono caduto nella trappola di voler attirare l’attenzione a tutti i costi. Come quel titolo di prima pagina letto in questi giorni su un quotidiano: «Sala giochi in chiesa». Che? Hanno messo i videogames o le slot machine? No, solo un angolo dove i bambini possono giocare in pace.
A risentirci. Intanto lascio ai nostri amici lettori dire la loro sulle pecorelle non smarrite. Ogni bene a lei.


Preghiera e missione

Caro Direttore,
allego una preghiera ispirata dal Messaggio di Papa Francesco per la prossima 91a Giornata Missionaria Mondiale.

La missione al cuore della fede cristiana.

O Signore nostro Gesù Cristo crocifisso e glorioso,
Radunati attorno a Te, apostolo del Padre, continuamente ci riscopriamo Tuoi discepoli-missionari, accogliendo con intima gioia il Tuo invito ad annunciare il Vangelo dell’amore. Il fondamento della missione della Tua Chiesa, di cui siamo membra vive, è la forza trasformatrice del Tuo Vangelo, che è la Tua stessa Persona. Nutrendoci con la Tua Parola, che è Spirito e vita, riceviamo luce per seguirti con fiducia e coraggio, riconoscendoti nostra Via e indicandoti ai nostri fratelli.

Alla Tua scuola sperimentiamo che sei la Verità che ci rende liberi da ogni egoismo, ricevendo la Tua Vita. In ubbidienza al Padre Tuo e nostro, desideriamo imitarti, lasciandoci trasformare dallo Spirito Santo perché la nostra vita sia culto, proclamazione e irradiazione di Te, che continuamente ti fai carne in ogni situazione umana.

Tu mediante la missione della Tua Chiesa – tempo provvidenziale della salvezza nella storia – continui a evangelizzare e agire, diventando nostro contemporaneo, affinché chi ti accoglie con fede umile e carità operosa sperimenti il potere trasformante del Tuo Spirito vivificante, che rende fecondo il cuore e il creato, come fa la pioggia con la terra.

La Tua Pasqua è energia vitale che rinnova il mondo, facendo germogliare la risurrezione dove tutto sembra che sia morto. Chi si apre al Tuo Vangelo, si scopre gioiosamente chiamato a partecipare al mistero della Tua passione, morte e risurrezione.

Mediante il Battesimo liberi gli uomini dal dominio del peccato e della morte, facendoli rinascere come nuove creature dall’acqua e dallo Spirito. Mediante la Cresima effondi il sigillo del Tuo Santo Spirito, che fortifica i battezzati indicando loro itinerari e metodi nuovi di testimonianza e di vicinanza al prossimo. Mediante l’Eucaristia, farmaco d’immortalità, Ti fai Pane del cammino per continuare attraverso di noi, Tuo Corpo e Tua Sposa, la Tua missione di Buon Samaritano, curando le ferite dell’umanità dolorante, e di Buon Pastore, cercando appassionatamente chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta.

Divino Maestro, benedici in particolare i giovani perché siano viandanti della fede, felici di portarti in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra, vivendo la loro responsabilità missionaria con immaginazione e creatività.

Signore della Chiesa, suscita in ogni comunità cristiana il desiderio di uscire dai propri confini e dalle proprie sicurezze per raggiungere le periferie esistenziali e geografiche bisognose del Tuo Vangelo. Fa’ crescere in tutti noi un cuore missionario, perché rispondiamo alle vaste necessità dell’evangelizzazione con la preghiera, con la testimonianza della vita e con la comunione dei beni.

Maria, Madre dell’evangelizzazione, che – mossa dallo Spirito – hai accolto il Verbo della vita con umile fede, aiutaci a dire il nostro «eccomi» per collaborare a far risuonare nel nostro tempo il Vangelo della vita che vince la morte, perché a tutti giunga il dono della salvezza.

Lode, onore e gloria Te, Gesù Signore, il primo e il più grande evangelizzatore. Amen. Alleluia!

Don Francesco Dell’Orco
Bisceglie, 06/06/2017

 

 




Corea del Nord. Verità e segreti oltre il 38° parallelo


Kim, il dittatore incompreso.
Kim Il Sung, detto il Grande leader, suo figlio Kim Jong Il e suo nipote Kim Jong Un, l’attuale presidente, hanno guidato la Corea del Nord (Repubblica democratica popolare di Corea) dal 1948 a oggi. In questo dossier presentiamo un viaggio tra politica, economia, diritti umani e nucleare per scoprire se la Corea del Nord costituisca un pericolo reale, soprattutto dopo il sesto test atomico (con la prima bomba termonucleare) effettuato da Pyongyang lo scorso 3 settembre. E senza scordare che la guerra di Corea (1950-1953) ancora non è stata chiusa con un accordo di pace.

L a «Storia delle Cinque dinastie», compilata nel 974 dallo storico cinese Xue Juzheng durante la dinastia Song, racconta che nel 946 d.C. il monte Paektu – al confine tra la Corea del Nord e la Cina – fu sconvolto da una violenta eruzione. I geologi fanno risalire a quell’evento naturale la formazione del lago del Paradiso, lo specchio d’acqua che riempie il cratere del vulcano. Sembra però che la guida che mi accompagna ansimando lungo la parte nordcoreana della caldera non sia al corrente di questa acquisizione scientifica riguardo alla formazione del lago: «Da qui si domina tutta la Corea. Le acque di questo lago hanno visto due degli episodi più importanti della storia della Corea», racconta seduto guardando la riva opposta appartenente alla Cina. «È qui che è nato Dangun (il leggendario fondatore del paese, ndr) ed è qui che, quattromila anni dopo, il Grande Leader Kim Il Sung ha donato a una Corea umiliata e colonizzata, il suo futuro leader: Kim Jong Il. Kim Il Sung, Kim Jong Il e Kim Jong Un sono i veri e unici eredi di Dangun e il lago del Paradiso ne è il perpetuo testimone».

I primi cenni storici riguardanti Dangun risalgono al XIII secolo d.C.. Egli è il leggendario fondatore del primo regno coreano nel 2333 a.C., un personaggio sospeso tra mito e realtà che Kim Il Sung ha voluto storicizzare e prendere come pietra miliare per rafforzare la successione di Kim Jong Il, meno carismatico del padre, facendolo nascere ai piedi del monte Paektu, il «sacro luogo della rivoluzione coreana dove il giovane generale Kim Il Sung creò la guerriglia antigiapponese».

In Corea del Nord epopee, leggende, miti, fatti storici si intrecciano tra loro in un groviglio inestricabile alimentando molta letteratura fantasiosa che circonda il paese asiatico e di cui un certo tipo di giornalismo poco serio, alla ricerca di facili scoop e di likes sui social network, si è ormai appropriato.

Leggende metropolitane e bufale sulla Corea del Nord se ne contano a decine. Anche le redazioni delle testate più quotate e popolari troppo spesso preferiscono sorvolare sulla verifica delle fonti e sulla veridicità delle notizie per conquistare la loro fetta di lettori (e di pubblicità).

Certamente parlare con cognizione di Corea del Nord, un paese difficile (ma non impossibile) da visitare ed in cui è complicato (ma non impossibile) separare la propaganda dalla realtà, non è facile. Per questo molti si accontentano di riportare come veri fatti ripresi da testate satiriche o semplicemente da siti poco attendibili (vedi sotto: «Piovono le bufale»).

I «signori dei soldi» e il mercato immobiliare

Varcare a Nord il 38° parallelo non è, come pretendono molti, un viaggio a ritroso nel tempo: la Corea del Nord, in particolare dopo che, nel 2011, Kim Jong Un è succeduto a Kim Jong Il, è una nazione in continua trasformazione economica, sociale e, seppur in modo meno evidente, politica.

L’attuale giovane leader nordcoreano ha dimostrato di credere nel mercato rivoluzionando un governo gerontocratico e anchilosato dai militari, mettendo al loro posto tecnocrati ed economisti.

Ed i risultati si vedono, a cominciare dalle città che in questi ultimi anni sono state oggetto di un drastico riassetto urbanistico caratterizzato da un boom immobiliare. Strano a dirsi, in un regime a mercato socialista, la compravendita di immobili è oggi uno dei maggiori giri d’affari del paese tanto che a Pyongyang (ma non solo) c’è un nuovo quartiere residenziale i cui prezzi sono schizzati talmente alle stelle che viene spesso soprannominato Pyonghattan. Qui, lungo la Changjon Street, joint venture sino-nordcoreane hanno costruito appartamenti utilizzando strutture moderne, nuovi materiali, nuovi spazi che dovranno essere riprodotti negli altri centri urbani del paese. Case insonorizzate, vetrate più ampie per dare luminosità alle stanze, colori vivaci, coibentazione per risparmio energetico: sono le residenze dei donju, letteralmente «i signori dei soldi», i nuovi ricchi della Corea del Nord, coloro che, grazie a conoscenze o parentele all’estero, sono riusciti, durante gli anni Novanta e la prima decade del Duemila, a creare redditizie attività commerciali (si stima che i soli 10.000 nordcoreani che lavorano in Sud Corea inviino al Nord circa 10-15 milioni di dollari annui)1.

«I donju occupano quelle posizioni imprenditoriali e economiche che il governo, per mancanza di fondi o di inventiva, non riesce a colmare», spiega Kang Go-eun, professoressa di Economia alla Pyongyang University of Science and Technology (Pust), l’unica università privata della Corea del Nord, creata e finanziata dalla Chiesa cristiana evangelica sudcoreana ed in cui, durante l’anno scolastico, una sessantina di professori provenienti da Cina, Stati Uniti, Canada, Corea del Sud e Gran Bretagna, si alternano a insegnare a una élite di 500 studenti le basi dell’economia di mercato. Nelle aule della Pust, ma anche in alcuni corsi della più famosa università del paese, la Kim Il Sung University, si sta formando la futura classe economica della Corea del Nord, che si avvia sempre più verso un’economia di mercato.

È in questo nuovo contesto sociale che avvengono le cospicue transazioni immobiliari nordcoreane; mediatori contattano funzionari dei vari Dipartimenti regionali di assegnazione degli alloggi i quali, con una «commissione» che va dal 10 al 30%, riservano a chi ne fa richiesta i migliori appartamenti. Un affare da trilioni di won, vista la crescita esponenziale avuta negli ultimi anni dei prezzi degli immobili dal 2004 a oggi. Un appartamento di 100 metri quadrati sulla Changjon situato sui «piani reali» (fino al terzo o quarto piano di un edificio e così chiamati perché più accessibili senza l’ausilio di ascensori spesso fermi per mancanza di energia elettrica), può costare l’equivalente di 170.000 euro. In centro a Pyongyang i prezzi medi si aggirano sui 1.000 euro al metro quadrato, mentre a Chongjin, una città in piena fase di sviluppo sulla costa settentrionale ci si accontenta di 800 euro al metro quadrato. Se si pensa che nel 2004, quando iniziarono a funzionare le prime transazioni immobiliari, un appartamento a Pyongyang costava meno di 2.000 euro, si può capire quanto sia consistente il movimento di denaro che interessa il settore.

Il governo è naturalmente a conoscenza di tale commercio, così come di altre attività private quali ristorantini, pubs, bar, discoteche, negozi che permettono alla maggior parte delle famiglie nordcoreane di aumentare i loro introiti, ma fa buon viso a cattivo gioco. Un funzionario statale guadagna tra i 3.000 e i 5.000 won al mese, l’equivalente di 15-33 euro che però si riducono a 30-60 centesimi di euro al mercato nero2; un’inezia anche per un paese, come la Corea del Nord, dove – in teoria, ma in pratica avviene sempre più di rado – ogni cittadino avrebbe diritto a ricevere cibo e generi di prima necessità gratuitamente da parte dello stato. In realtà si stima che, per sopravvivere, una famiglia di quattro persone necessiterebbe un’entrata mensile di 100.000 won3. Molte famiglie guadagnano ben più della cifra minima di sopravvivenza e l’80% delle entrate di un nucleo famigliare proviene dalle attività private.

Nei centri commerciali: i prodotti e i prezzi (in «won»)

I prezzi non sono più determinati dallo stato, ma dal mercato (e quindi dal cambio nero). Nell’affollatissimo centro commerciale di Kwanbok trovo bottiglie di Chivas a 272.000 won, mele a 5.500 won al chilo, shampoo L’Oréal a 40.000 won, diverse marche di vino di produzione cinese a 100.000 won, un chilo di riso a 5.000 won, scarpe a 200.000 won, e poi lavatrici, frigoriferi, tablets, Pc e, cosa sempre più popolare in una nazione in cui sono normali black out energetici, pannelli solari che costano tra i 500.000 e i due milioni di won. Dal 2015 le strade di Pyongyang sono percorse da un numero sempre maggiore di biciclette elettriche cinesi Anqi, che trovo al centro commerciale a 2.620.000 won. Uno smartphone, che 2,5 milioni di nordcoreani posseggono, costa 2 milioni di won4.

Il tutto può essere pagato sia in contanti che con due tipi di carte di credito valide, però, solo all’interno del circuito nordcoreano: la «Narae» e la «Chonsong».

Trovo anche televisori a schermo piatto che potrebbero far sorridere pensando che ufficialmente nel paese vi sono solo tre canali dal palinsesto abbastanza scarno e ripetitivo, due dei quali trasmettono solo nei giorni feriali per 4 o 5 ore al giorno. In realtà le Tv sono i prodotti che vanno per la maggiore perché i nordcoreani adorano guardare i Dvd venduti al mercato nero delle serie televisive cinesi e soprattutto sudcoreane (la più popolare di queste porta sullo schermo le gesta militari di Taeyang-ui Huye, «I discendenti del Sole»). Il fenomeno è divenuto talmente virale che lo stesso Kim Jong Un ha ritenuto suo dovere denunciarne la corrente: «È necessario contrastare l’ideologia imperialista, l’avvelenamento culturale per proteggere e preservare strettamente il nostro stile di vita e la nostra cultura socialista […]. Dobbiamo stabilire una forte disciplina morale nella società. […]. È necessario aumentare ulteriormente il potere dell’ideologia politica e militare»5.

Situazione alimentare e migrazioni

Lontano dalle città, dove non esistono supermercati e centri commerciali, ci sono i golmokjang (mercati contadini non autorizzati, ma tollerati), e i jangmadang (mercati contadini autorizzati).

Le «Misure del 30 maggio», il pacchetto di riforme avviate da Kim Jong Un nel 2014, consentono ai contadini di trattenere tra il 30 e il 60% del raccolto per proprio consumo o per commercializzarlo, mentre ai dirigenti d’impresa vengono offerti forti incentivi sui profitti delle aziende statali. Questo ha permesso all’economia nordcoreana di riprendere vigore, tanto che recentemente in alcune contee questi jangmadang hanno iniziato a vendere anche piccoli animali d’allevamento, in particolare anatre, galline, maiali, conigli.

Nelle campagne la terribile crisi degli anni Novanta è solo un ricordo ma il problema alimentare perdura, anche se oggi non si muore più di fame, ma c’è malnutrizione e non si parla di disponibilità, ma di accessibilità al cibo. La produzione agricola è aumentata, ma per sfamare i 25 milioni di abitanti, il paese deve importare ogni anno tra le 400 e le 500mila tonnellate di cibo, circa il 10% della necessità alimentare6, sotto forma di aiuti internazionali, il 75% dei quali giungono rispettivamente da Cina, Sud Corea, Stati Uniti e Giappone. Nulla di strano che le nazioni più ostili al governo nordcoreano siano anche le più generose nell’elargire gli aiuti: a nessuno, infatti, gioverebbe un crollo improvviso del regime, che porterebbe milioni di profughi a varcare il 38° parallelo per dirigersi a Sud o a inondare le aree cinesi a ridosso della frontiera settentrionale.

«La Corea del Nord sta sfruttando questa paura di esodo biblico come “arma di migrazione di massa” per ottenere aiuti dall’estero», spiega Kelly Greenhill, professoressa alla Tufts University di Medford, Massachusetts, specializzata in politica dei flussi migratori. Un collasso improvviso del regime porterebbe nei mesi immediatamente successivi 300.000 profughi in Sud Corea e Cina, mentre nel primo anno la migrazione interesserebbe diversi milioni di nordcoreani7. Una cifra che terrorizza sia la Cina, ma anche, e soprattutto, la Corea del Sud, già alle prese con grossi problemi di inserimento dei 27.000 nordcoreani presenti sul suo territorio, molti dei quali devastati da problemi psicologici e dediti al crimine organizzato, all’alcolismo e alla droga8.

In Cina, poi, la situazione è ancora peggiore: qui molti dei 100.000 rifugiati nordcoreani sono visti come bassa manovalanza da sfruttare nei lavori meno gratificanti; nel peggiore dei casi, alcune delle ragazze hanno terminato il loro viaggio in bordelli gestiti da bande sino-coreane.

La versione ufficiale della Corea del Nord nei confronti di questi cittadini fuggiti dal loro paese è che siano «terroristi che si oppongono al sistema sociale della Dprk (acronimo inglese per «Repubblica democratica popolare di Corea», ndr), paese in cui i cittadini godono di una vita genuina e felice»9.

Naturalmente ben pochi a Nord del 38° parallelo sono ancora convinti di vivere in un paradiso, ma l’osmosi di notizie tra Nord e Sud ha anche cambiato la visione del mondo di molti nordcoreani. I talbukja, letteralmente «coloro che sono scappati dal Nord», nonostante le difficoltà rimangono in contatto con le loro famiglie e questo ha permesso di sfatare alcuni dei miti che rendevano Cina e Sud Corea delle mete incantate e ineffabili.

Questa disillusione, accompagnata anche dal sensibile miglioramento delle condizioni di vita registrato dai primi anni Duemila, ha fatto sì che le fughe, oggi principalmente dovute a motivi economici più che politici, si siano ridotte.

I rapporti economici con Cina e Russia e le sanzioni internazionali

Secondo il ministero dell’Unificazione della Corea del Sud, il 48,4% dei nordcoreani che nel 2014 si erano trasferiti al Sud erano disoccupati10. Per arrestare questa emorragia di giovani lavoratori (il 58,2% aveva tra i 20 e i 39 anni)11 Pyongyang deve trovare il modo di migliorare la propria economia e, soprattutto, modernizzare le proprie infrastrutture. Alle strade, porti, macchinari industriali fatiscenti e obsoleti si aggiungono frequenti interruzioni di energia elettrica che mantengono le compagnie straniere lontane dall’altrimenti allettante mercato nordcoreano.

Nel paese ci sono una trentina di aziende europee e, secondo un rapporto della Samsung Economic Research Institute, il governo ha commissionato alla Cina la costruzione e la ristrutturazione di impianti e servizi per 6,5 miliardi di dollari. Gli investimenti stranieri, che nel 2010 ammontavano a 1,475 miliardi di dollari, sono destinati ad aumentare, ma sino a quando la nazione asiatica non stabilizzerà le proprie leggi sul lavoro non sono molte le industrie intenzionate a concludere affari con Pyongyang.

«Guarda l’hotel Ryugyong», mi dice un membro di una delegazione europea in visita nel paese indicandomi l’edificio di 330 metri che avrebbe dovuto essere completato sin dal 1989 per divenire l’hotel più alto al mondo. «È dal 1987 che è in costruzione e a distanza di trent’anni non è ancora finito. È l’emblema di come sia inefficiente e inaffidabile il sistema nordcoreano».

Al tempo stesso, la necessità di «espandere e sviluppare le relazioni economiche con l’esterno»12 ha indotto Kim Jong Un a continuare con la realizzazione dell’idea avuta da Jang Song-taek (marito della sorella di Kim Jong Il e, quindi, zio di Kim Jong Un e da questo fatto prima imprigionare e poi fucilare, ndr) nel 2013 di creare tredici nuove «Zone ad economia speciale» (Zes).

La più redditizia e sviluppata è (era) il Kaesong Industrial Complex (Kic), creata nel giugno 2000 e chiusa temporaneamente dalla Corea del Sud nel febbraio 2016 in risposta al lancio del satellite Kwangmyongsong-4 e al presunto (ma mai avvenuto) test termonucleare. La Kic ospitava 123 compagnie sudcoreane che davano lavoro a 55.000 nordcoreani con un introito, per le casse di Pyongyang, di 90 milioni di dollari annui e un giro di affari di 1,2 miliardi di dollari, pari al 4,1% dell’intero Pil nordcoreano.

Da allora gli sforzi nordcoreani sono rivolti alla Zes di Rason, nel Nord Est del paese, in cui operano aziende cinesi e russe.

Dopo l’esecuzione di Jang Song-taek e la purga della fazione «cinese» (dicembre 2013), la Corea del Nord guarda con sempre maggiore interesse alla Russia come possibile partner commerciale e politico, non disdegnando, al tempo stesso, altri mercati come l’Iran o l’Africa. Il Mansudae Art Studio, il principale centro di produzione artistica nordcoreano, solo nel 2016 ha costruito statue e monumenti in 15 paesi africani.

Alla ricerca continua di investitori, ogni anno la Corea del Nord organizza viaggi di affari per imprenditori europei interessati a credere nel mercato nordcoreano, ma senza destare grandi interessi.

Dopo le recenti dure prese di posizione da parte di Pechino nei confronti di Pyongyang per via dei test missilistici e soprattutto del test termonucleare dello scorso 3 settembre, quest’ultima non ritiene più sufficientemente affidabile il vecchio alleato. Il simbolo del gelo che si è venuto a formare tra i due paesi lo trovo a Sinuiju, la città al confine cinese da dove passa la ferrovia che collega la Corea del Nord con Dandong e dove transita il 70% del commercio tra i due paesi. Qui mi siedo sulle sponde del fiume a guardare il Nuovo Ponte sullo Yalu che avrebbe dovuto rafforzare i legami economici sino-coreani. Costato 350 milioni di dollari e iniziato nell’ottobre 2011, la sua costruzione è stata sospesa nel 2013, subito dopo la fucilazione di Jang Song-taek. I suoi piloni si stagliano contro il cielo sorreggendo un inutile campata significativamente vuota perché i nordcoreani non hanno terminato la strada di raccordo con l’autostrada verso la capitale. La Cina, con un commercio bilaterale di 5,29 miliardi di dollari13, continua ad essere il principale partner commerciale della Corea del Nord, ma la Risoluzione 2270 delle Nazioni Unite che impone sanzioni economiche a Pyongyang ha indotto il governo cinese a ridurre del 75% le importazioni di carbone, la principale fonte di entrate economiche della nazione.

La Russia, che condivide con la Corea del Nord 17 chilometri di confine con solo un ponte ferroviario, sembra abbastanza restia ad entrare nel mercato coreano, ed obiettivamente non potrà mai sostituirsi alla Cina. Il commercio bilaterale tra le due economie è solo di 83,8 milioni di dollari (quasi interamente importazioni di prodotti russi)14 e recentemente è stato inaugurato il primo traghetto passeggeri che unisce la Corea del Nord con Vladivostok. I rapporti tra le due nazioni sono comunque migliorati da quando, nel 2012, la Russia ha cancellato il 90% degli 11 miliardi di dollari di debiti contratti da Pyongyang con l’ex Urss e creato il ministero dello Sviluppo dell’Estremo Oriente, divenuto il principale interlocutore di Mosca con il governo di Kim Jong Un. Al tempo stesso la Russia ha alzato a 50.000 la quota di permessi concessi a lavoratori nordcoreani nelle proprie industrie tessili, edili e di pesca nelle regioni di Amur, Khabarovsk e Primosky (per confronto, la Cina ha emesso 933.000 visti per lavoro a cittadini nordcoreani).

La guerra (1950-1953) e l’unificazione

Più complicati sono i rapporti con la Corea del Sud, nonostante tra i due stati esistano scambi commerciali che ammontano a 2,34 miliardi di dollari annui, pari all’8,8% del Pil della Corea del Nord15.

Seoul si sente minacciata dai test missilistici e nucleari nordcoreani: in caso (improbabile) di guerra sarebbe il Sud a subirne le maggiori conseguenze.

«La Corea del Sud deve prima di tutto divincolarsi dalla sudditanza americana. Solo allora il suo presidente avrà il potere di decidere il destino del popolo sudcoreano», mi spiega So Mi-yeon, la onnipresente (e obbligatoria) guida che mi accompagna durante la visita in Nord Corea ripetendo un mantra, quello della colonizzazione statunitense, ancora in voga nei libri di testo nordcoreani. Secondo Pyongyang, infatti, la penisola coreana è divisa in due non tanto perché vi sono due governi indipendenti e ostili tra loro, ma perché – come ha scritto il Rodong Sinmnun, il giornale del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori – il Sud sarebbe occupato da un «gruppo di fantocci sudcoreani che si comportano in modo avventato» succubi di Washington. I vari governi che si sono susseguiti nel Nord, guidati da Kim Il Sung, Kim Jong Il e oggi da Kim Jong Un, sarebbero i soli e legittimi rappresentanti del popolo coreano. Tra Pyongyang e Seoul non esiste ufficialmente belligeranza, ma un armistizio (quindi non un trattato di pace) tra Pyongyang e Washington. Gli sforzi della Corea del Nord per portare gli Stati Uniti al tavolo delle trattative si concentrano principalmente su questo punto: trasformare l’armistizio del 27 luglio 1953 in un vero e proprio trattato di pace. L’elezione di Moon Jae-in a presidente della Repubblica di Corea, salutata con ottimismo da quasi tutti i governi della regione a partire dalla Cina, è invece guardata con cautela dal Nord: «La Dprk e la Corea del Sud dovrebbero aprire un nuovo capitolo per migliorare le relazioni tra loro rispettandosi reciprocamente e stringendosi le mani come partner per giungere all’unificazione», scrive il Rodong Sinmnun, punzecchiando il nuovo inquilino della Casa Blu (nome della residenza del presidente della Repubblica della Corea del Sud, ndr) proprio sul tema apparentemente più propagandato da lui stesso: quello del dialogo tra Nord e Sud e della futura potenziale unificazione della penisola: «Se il governo sudcoreano insiste sulla proposta della “unificazione dei due sistemi” – una proposta assolutamente ingiusta – e decide di incamminarsi lungo la via della guerra, l’unica cosa che (Seoul, ndr) affronterà sarà la morte e una spaventosa distruzione». Pyongyang ha sempre osteggiato l’unificazione politica tout court, che vede come un tentativo di assimilazione del Nord da parte del Sud, preferendo ad essa una più soffice e meno traumatica via federale da realizzarsi in un lungo periodo di transizione durante il quale l’economia dei due paesi si integrerebbe mantenendo però un sistema politico e ideologico bicefalo. La soluzione proposta dal Nord potrebbe, nel giro di diversi decenni, livellare l’immenso abisso oggi esistente tra le due economie che vede il Pil pro capite della Corea del Sud sopravanzare quello del Nord di 20 volte (un nordcoreano produrrebbe ogni anno un Pil di 1,33 milioni di won contro i 25 milioni di won del collega sudcoreano), mentre in termini assoluti, il Pil del Sud è 38 volte quello del Nord (tabella a pag. 36).

Questo sistema di «due paesi una economia» si innesta sulla richiesta fatta dal Nord a Moon Jae-in di ridiscutere i confini del 38° parallelo e quelli marittimi. Su queste premesse il dialogo tra i due paesi sembra irto di ostacoli: le differenze di vedute, pur non essendo insormontabili, sono comunque ampie e quandanche Moon e Kim dovessero inaugurare una nuova versione della Sunshine Policy («politica alla luce del sole») c’è sempre l’incognita delle forze conservatrici (sia del Nord che del Sud) e dell’ambiguità politica di Washington e di Pechino. La Cina difficilmente perdonerà la Corea del Nord di aver dato l’occasione agli Stati Uniti di dispiegare il Thaad («Terminal High Altitude Area Defense», sistema antimissile statunitense, ndr) a pochi chilometri dalle sue coste dopo che lo stesso Giappone lo aveva rifiutato qualche anno addietro. Il Pentagono, da parte sua, non si azzarderebbe mai a scatenare una guerra suicida nella regione nordorientale asiatica sapendo anche che i suoi due alleati sono assolutamente contrari ad azioni di forza.

La politica del «byungjin»

Se nessuno vuole provocare una guerra, allora perché Kim Jong Un ha accelerato il programma missilistico e nucleare, strettamente legati tra loro? Nel 2012 la costituzione della Corea del Nord venne emendata con la dichiarazione che la Dprk era uno stato nucleare16. Il 31 marzo 2013 il Grande Leader ha inaugurato una nuova linea di sviluppo per il paese: la byungjin, o pyongjin («sviluppo parallelo»), che andava a sostituire la politica della songun («prima i militari») che aveva contraddistinto il governo di Kim Jong Il.

Il nuovo indirizzo economico-ideologico di Kim Jong Un intendeva perseguire una politica di sviluppo economico e sociale sostenuta dal programma nucleare: «Le forze nucleari della Dprk rappresentano la vita della nazione e non potranno mai essere abbandonate sino a quando le minacce nucleari e imperialiste esisteranno sulla terra… Solo quando lo scudo nucleare di autodifesa sarà completato, sarà possibile frantumare le ambizioni imperialiste Usa di annettere la penisola coreana con la forza per rendere i coreani dei moderni schiavi»17.

L’obiettivo era molteplice: concentrandosi solo sul programma nucleare la ricerca avrebbe subito un’accelerazione consentendo al tempo stesso di diminuire il budget della Difesa del 2-3% rispetto alla politica della songun dato che sarebbero state finanziate solo quelle attività correlate agli studi e ai test atomici. Il taglio ai militari avrebbe permesso a Kim Jong Un di rafforzare il proprio potere all’interno del Partito eliminando gli elementi ostili. L’eventuale successo dei programmi nucleari e missilistici ad esso connesso, avrebbe permesso a Kim Jong Un di elevare il prestigio internazionale del paese proponendosi, inoltre, come nazione guida per quegli «stati paria» impossibilitati a promuovere simili progetti. Infine, i ritorni finanziari dovuti al risparmio sulle spese militari e sui ricavi delle eventuali commesse derivate dalle ricerche avrebbe consentito di allocare più risorse per i programmi di sviluppo economico e sociale.

Quasi tutti gli obiettivi della byungjin sono stati raggiunti: dopo aver indebolito e allontanato (più con le cattive che con le buone) l’opposizione, Kim Jong Un ha completato – nel giugno 2016 – la scalata al potere sciogliendo la potentissima Commissione di difesa nazionale, di cui Jang Song-taek era vice presidente, per formare la nuova Commissione degli affari di stato, l’organo più importante della Corea del Nord che presiede la sicurezza interna ed esterna della nazione e di cui lo stesso Kim Jong Un è presidente. Con questa mossa il leader nordcoreano, oltre che essere presidente del Partito dei lavoratori (il segretario generale eterno è Kim Jong Il, morto nel 2011), Comandante supremo delle forze armate e presidente della Commissione centrale militare del Partito dei lavoratori, è de facto presidente dello stato (il presidente eterno è Kim Il Sung, morto nel 1994).

La trasformazione degli organi di stato ha consentito a Kim Jong Un di circondarsi di uomini a lui fedeli. Due dei tre vicepresidenti della Commissione degli affari di stato, il vice maresciallo Hwang Pyong-so e il primo ministro Pak Pong-ju, sono stretti collaboratori e sostenitori delle riforme volute dal Grande Leader, mentre il terzo, Choe Ryong-hae, ritenuto un cane sciolto e meno legato al presidente, è comunque isolato.

I test e la prima bomba termonucleare

I successi in politica interna di Kim Jong Un si sommano a quelli in campo militare. Dal suo insediamento il programma missilistico, atto a dotare le Forze armate nordcoreane di un missile balistico intercontinentale capace di trasportare una testata atomica, ha fatto passi da gigante, siglando la quasi definiva conclusione lo scorso 3 settembre 2017 con il sesto test nucleare che, a differenza degli altri, ha confermato il possesso della bomba termonucleare negli arsenali di Pyongyang.

Se Kim Jong Il aveva voluto il programma nucleare per consentire alla Corea del Nord di sopravvivere al disastro energetico e all’isolamento economico, la volontà di Kim Jong Un di dotarsi di armi nucleari è dovuta, oltre che per recuperare prestigio interno nei confronti dei militari, anche alle considerazioni fatte osservando la fine riservata ai suoi «colleghi» oltreoceano dalle potenze Occidentali.

Secondo la visione del Grande Leader la caduta in disgrazia di dittatori con cui la famiglia Kim aveva tessuto stretti rapporti di cooperazione (Gheddafi, Saddam Hussein, Assad) è stata favorita dalle loro «debolezze» nell’accettare le condizioni richieste da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Oltre che inutile sarebbe quindi dannoso per la leadership nordcoreana privarsi della minaccia nucleare. La byungjin, quindi, è la chiave che chiude la cassaforte del potere di Kim Jong Un. Gli scienziati e i tecnici nordcoreani stanno oggi lavorando su tre fronti intrecciati tra loro: quello missilistico, quello nucleare e quello termonucleare.

Il programma missilistico sarà completato solo quando dalle basi di lancio nordcoreane partirà un vettore potenzialmente capace di raggiungere il territorio statunitense (obiettivo raggiunto lo scorso 28 luglio con il razzo Hwasong-14), ma, al tempo stesso, capace di trasportare una ogiva nucleare.

Sul fronte nucleare, dopo i cinque test svoltisi tra il 9 ottobre 2006 e il 9 settembre 2016, i ricercatori nordcoreani lo scorso settembre sono riusciti a miniaturizzare l’ordigno, creando un’arma potente e sufficientemente leggera da poter essere trasportata da un razzo. Dopo l’annuncio fatto il 6 gennaio 2016 dalla Kcna (Korean Central News Agency, l’agenzia di stampa nordcoreana)18 che la Corea del Nord avrebbe fatto scoppiare la sua prima bomba termonucleare (la bomba all’idrogeno o bomba H), rivelatosi un bluff, ora il paese asiatico ha effettivamente testato la tanto temuta bomba H. L’effetto sismico generato dall’esplosione sotterranea attorno al sito di Punggye-ri il 3 settembre sarebbe stato provocato da una bomba di circa 120 kilotoni, tra le 6 e le 10 volte più potente dell’ultimo test nucleare avvenuto il 9 settembre 2016. È esattamente la potenza che dovrebbe avere una bomba termonucleare rispetto a quella di una normale bomba a fissione dato che la più semplice bomba termonucleare, quella a singolo stadio, avrebbe una potenza detonante pari a circa sei volte quella di una pari bomba nucleare.

Nel cuore del programma nucleare

Mentre ci spostiamo verso Chongjin da Wonsan, attraversiamo la città di Hamhung. Qui c’è la Hungnam Chemical Fertilizer Complex, una fabbrica di produzione agricola costruita negli anni Trenta dai giapponesi che oggi avrebbe anche un impianto per la produzione del Litio-6, metallo necessario per la produzione del trizio, componente fondamentale nella bomba a idrogeno.

Il Litio-6 è un isotopo contenuto nel litio naturale, elemento abbastanza abbondante in natura, ma perché lo si possa utilizzare nel programma nucleare occorre arricchire questo isotopo portandolo dal 7,56% al 40-95%. Nella fabbrica agricola di Hamhung esisterebbe un impianto di arricchimento per aumentare la percentuale di Litio-6. La General Precious Metal, azienda nordcoreana del gruppo Green Pine Associated Corporation, avrebbe cercato di vendere Litio-6 ad alta purezza online19.

Da diversi anni la Hungnam Chemical Fertilizer Complex è chiusa alle visite, ma riesco ad ottenere un permesso per visitare l’impianto di ricerca nucleare di Yongbyon. Qui, in mezzo ai campi coltivati, centinaia di scienziati, tecnici, lavoratori si occupano di realizzare l’incubo peggiore degli Stati Uniti: la bomba nucleare miniaturizzata. Subito mi viene mostrato il luogo dove sorgeva la torre di raffreddamento dell’acqua proveniente dal reattore, distrutta nel 2008 sulla base degli accordi nucleari con gli Stati Uniti20. Fu l’unico segno dato dal governo nordcoreano di rispettare i punti dell’intesa: pochi mesi dopo, il 14 aprile 2009, dopo l’ennesimo rifiuto di permettere le verifiche sullo stato di smantellamento dell’impianto di arricchimento di uranio per usi militari, il governo nordcoreano espulse dal sito di Yongbyon tutti i tecnici stranieri.

Nel 2009 Kim Jong Il aveva autorizzato la costruzione di un secondo reattore ad acqua leggera (Lwr) da 30 MWe21, ma i lavori, terminati esteriormente, non sono mai stati completati, quindi l’unico reattori oggi funzionante è il piccolo e vecchio reattore di grafite ad acqua pesante da 5 MWe. Ogni due anni le 8.000 barre di uranio, pari a circa 50 kg di combustibile nucleare, vengono estratte e lasciate per 5 mesi nelle apposite piscine di raffreddamento per poi essere processate nel laboratorio di radiochimica, situato poco distante dal reattore, su una penisola lungo l’ansa del fiume Taeryong.

Con un processo simile a quello utilizzato negli Stati Uniti, il Purex, plutonio e uranio vengono separati in circa 3-6 mesi di lavorazione per ottenere il plutonio-239, elemento base per la costruzione di bombe nucleari. L’ultimo periodo di attività del laboratorio risale all’estate 2016 e ad ogni ciclo si produrrebbero tra i 5,5 e gli 8 kg di plutonio, sufficienti per 2,5 bombe.

Poco distante il famoso impianto di arricchimento di uranio, avviato con l’aiuto di Abdul Qadeer Khan, padre della bomba nucleare pakistana, nel settembre 2009, solo cinque mesi dopo l’espulsione dei tecnici stranieri. Dal 2013 la potenza dell’impianto è stata raddoppiata ed oggi si stima che sia in grado di produrre uranio Wgu (Weapon Grade Uranium) necessario per la produzione di bombe nucleari a nucleo composito, molto più leggere rispetto a quelle tradizionali. Estrapolando i dati sopracitati è possibile fare una stima dell’arsenale nucleare in possesso dalla Corea del Nord: il paese sarebbe in grado di produrre tra le 3 e le 5 bombe nucleari ogni anno, avrebbe separato circa 33 kg di plutonio-239 e prodotto 175-645 kg di uranio Wgu (175 kg con 2.000 centrifughe; 645 con 4.000 centrifughe). Questi numeri portano ad una cifra di 13-30 bombe nucleari a disposizione del paese a cui si devono detrarre le bombe utilizzate nei cinque test sino ad oggi svolti (agosto 2017).

La situazione sanitaria

«Sappiamo che all’estero si domandano se sia giusto spendere soldi per il programma nucleare, mentre il popolo langue in un paese che fatica a ritrovare il benessere economico raggiunto negli anni Sessanta e Settanta», azzarda un fisico che lavora a Yongbyon mentre ci salutiamo. «Il fatto è che la Dprk è stata costretta a optare per la ricerca nucleare per proteggere il suo stesso popolo dalla prepotenza degli Stati Uniti». La frase del fisico nordcoreano mi torna in mente quando in seguito visito alcuni ospedali lontani dalle case di cura modello che vengono propinate alle delegazioni in visita. «La condizione sanitaria è problematica nei centri più isolati e nelle province più povere, dove non arrivano gli aiuti internazionali, le Ong hanno difficoltà a operare dove il sistema di assistenza sociale del governo è assente», mi dice un operatore della Croce Rossa Internazionale della provincia di Nord Hamgyong.

Qui, nella città industriale di Chongjin, i medici dell’ospedale provinciale lamentano la mancanza di medicine e di anestetici, ma la situazione si fa drammatica quando ci spostiamo verso Hoeryong, una cittadina di circa 120.000 abitanti posta al confine con la Cina dove nacque Kim Jong Suk, prima moglie di Kim Il Sung e madre di Kim Jong Il. Nel piccolo e fatiscente ospedale locale i pazienti sono ammassati in stanze prive di riscaldamento (in inverno la temperatura scende sotto zero), e i famigliari devono accudire i parenti portando loro coperte, lenzuola, cibo. Le medicine, quando si trovano, sono a pagamento e i medici sono costretti a ricorrere alla medicina tradizionale, più un palliativo che un rimedio. La corrente, così come in molte città nordcoreane lontane dai flussi turistici, arriva solo tre o quattro ore al giorno. Il sistema sanitario nordcoreano, però, si sta riprendendo: dal 2013 le malattie che uccidono maggiormente non sono più quelle trasmissibili, ma quelle cardiovascolari o tumori, un indicatore che, nonostante tutto, evidenza i progressi ottenuti. Tra il 2001 e il 2011 i casi di malaria sono crollati da 300.000 a meno di 25.00022, mentre i casi di Tbc sono scesi da 150 per 100.000 abitanti nel biennio 1996/97 a 27 per 100.000 abitanti nel 201223.

Anche la mortalità infantile al primo anno di vita è scesa dal 57,81 per mille nel quinquennio 1995-2000 a 21,99 nel quinquennio 2010-201524. Ancora alta, se comparata con i paesi dell’area25, ma inferiore a quelle di Cambogia, Myanmar, Pakistan, India, Indonesia.

La questione dei diritti umani

Alla situazione sanitaria fa il paio quella, estremamente dibattuta e spinosa, dei diritti umani. In mancanza di dati ufficiali, l’Undp non inserisce la Corea del Nord in alcuna classifica dell’indice di sviluppo umano26, mentre Amnesty International e Human Rights Watch continuano a registrare abusi ai danni dei cittadini nordcoreani da parte del loro stesso governo27. Lo stato asiatico ha replicato che «non ci sono diritti umani standard che ogni paese può accettare» perché «gli standard dei diritti umani internazionali non devono copiare gli “standard” di particolari paesi e neppure deve essere chiesto di seguire questi “standard”»28.

Nonostante organizzazioni umanitarie e agenzie delle Nazioni Unite abbiano più volte chiesto alla Corea del Nord il permesso di condurre inchieste e indagini in loco, Pyongyang ha sempre negato a loro accesso al paese29. Il Rapporto della commissione d’inchiesta sui diritti umani nella Dprk dell’Human Rights Council delle Nazioni Unite si è, quindi dovuto basare sulla testimonianza di 80 persone fuggite dalla Corea del Nord e rifugiate in Corea del Sud, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti30. Questo metodo ha, in un certo senso, falsificato il rapporto in quanto basato su testimonianze non completamente verificabili e prive di contraddittorio. Non per questo, però, le numerose prove, documenti di vario genere e video, oramai in possesso dalle organizzazioni internazionali lasciano dubbi sulla durezza con cui il regime soffoca ogni tentativo di opposizione interna. Il sistema songbun, che durante il periodo di Kim Il Sung era alla base della società nordcoreana dividendo i cittadini in classi sociali basate sulla fedeltà al regime e decidendo il luogo in cui la famiglia doveva vivere e a quale carriera scolastica e lavorativa potevano aspirare, oggi è meno discriminante31. L’importanza sempre crescente del denaro ha soppiantato il songbun, mentre, dalla prima decade del 2000, i reati di una persona non ricadono più sulla famiglia e sul parentado. Questo significa che solo chi compie una violazione viene punito (a differenza di quanto accadeva nel passato quando la colpa veniva espiata in forma collettiva e, in caso di reati politici, l’intero nucleo famigliare era spedito nei kwanliso, i campi di prigionia riservati agli oppositori del governo). Vi sarebbero tra le 80 e le 120.000 persone detenute in quattro kwanliso ed un numero indeterminato nei kyohwaso, i campi per reati comuni32.

La pena di morte è praticata in luoghi sia pubblici che segreti33 ed è indirettamente confermata anche dalla stessa Corea del Nord, la quale afferma che «le pene (per i crimini e atti pericolosi che violano il potere dello stato, il sistema socialista e la legge e l’ordine, ndr) vanno dalla pena di morte, la rieducazione attraverso il lavoro per un periodo indefinito, la rieducazione attraverso il lavoro per un periodo definito e la disciplina attraverso il lavoro. Pene addizionali sono la privazione del diritto al voto, la confisca delle proprietà, multe, privazione o sospensione di una licenza»34. Il governo nordcoreano difende la scelta di imporre la pena capitale affermando che essa «non costituisce una violazione del diritto alla vita […]. Mantenere o abolire la pena di morte in un paese non può essere un criterio in base al quale si possa giudicare se uno stato protegge o meno i diritti umani»35.

La Corea del Nord avrebbe anche rapito cittadini di 12 nazionalità diverse, tra cui circa 480 sudcoreani. Il Giappone ha ancora un contenzioso con Pyongyang per il rapimento di 17 cittadini giapponesi da parte dei servizi segreti nordcoreani tra il 1977 e il 198336. Il governo ha ammesso 13 rapimenti permettendo a cinque rapiti di far ritorno in Giappone con le rispettive famiglie.

Fatiche e problemi del giovane Kim

La Corea del Nord di Kim Jong Un sta cambiando. A chi afferma che il paese è retto da una dittatura si può rispondere che è vero così come è vero che i suoi cittadini non vivono in un paradiso. Ma sono anche finiti i tempi in cui la figura di Kim Il Sung era esente da ogni critica. Kim Jong Il è sopravvissuto perché era il figlio di Kim Il Sung ed ha vissuto «di rendita» sul mito del padre. Kim Jong Un ha la fortuna di assomigliare al nonno (cosa spesso sottovalutata fuori dal paese, ma importantissima in Corea del Nord), ma sa benissimo che questa somiglianza e la sua parentela non lo potranno proteggere per molto.

La sua giovane età lo ha costretto a ritagliarsi un posto nella leadership. Ecco il perché di tante esecuzioni e di tanti allontanamenti. Kim Jong Un ha anche dovuto smantellare la politica del songun che aveva contraddistinto la linea paterna, per formare un governo più tecnocrate e economico di quanto fosse quello Kim Jong Il, dominato dai militari.

La politica di Kim Jong Un è decisamente fuori dagli schemi, non solo della Corea del Nord. E paradossalmente il giovane leader si è mostrato molto più duro con i dirigenti del regime e del partito che con il popolo. D’altra parte, chiunque abbia visitato il paese durante le tre fasi del potere della famiglia Kim può facilmente testimoniare che la vita dei nordcoreani è decisamente migliorata da quando è salito Jong Un al potere.

Piergiorgio Pescali

 

Piovono… «bufale»

Periodicamente i media internazionali riportano con molta enfasi notizie riguardanti brutali o «curiose» epurazioni in Corea del Nord. Spesso, anche se non sempre, queste informazioni si rivelano essere delle «bufale» o, nel migliore dei casi, delle esagerazioni. Perché queste notizie riescono a farsi largo nei media internazionali? Generalmente gli articoli sono riadattamenti di pezzi originali pubblicati sulla stampa sudcoreana che, anche se non ancora confermati, trovano ampio seguito in tutto il mondo. La principale ragione per cui queste bufale vengono pubblicate – anche da parte di quelle redazioni che ancora controllano attentamente la veridicità delle notizie – verte sulla quasi totale mancanza di conoscenza del paese Corea del Nord.

Un’altra ragione può essere trovata in una precisa volontà da parte dell’editore e della direzione, di dare in pasto ai lettori notizie sensazionalistiche. Pochi giornalisti spendono il loro tempo a verificare e ad avere conferme delle notizie: essere i primi a dare l’informazione è ora più importante che appurarne la veridicità.

Anche la necessità politica di mostrare alcune nazioni, come, appunto, la Corea del Nord, in modo negativo così da rispecchiare il facile stereotipo del folle tiranno, del popolo affamato, di una società crudele e cinica, rientra nei motivi di questo tipo di divulgazioni.

È, infine, molto più difficile (e destabilizzante) presentare ai propri lettori una visione reale della Corea del Nord (molto differente dagli stereotipi generalmente utilizzati) piuttosto che continuare a scrivere di un paese che il lettore comune vuole sentirsi raccontare.

Quasi tutti i media che pubblicano notizie in seguito rivelatesi false, non fanno alcuna ammenda. E questo non solo perché perderebbero credibilità verso i loro aficionados, ma principalmente perché ai lettori stessi non interessano le rettifiche. Semplicemente non le leggono o non credono ad esse.

Di seguito alcune tra le più famose bufale riguardanti esecuzioni di nordcoreani che, al tempo della loro diffusione, hanno suscitato scalpore e che sono state utilizzate per biasimare il governo di Pyongyang. Da notare che quasi nessun giornale, Tv, radio, sito di informazione ha pubblicato una rettifica dopo che queste notizie sono state dichiarate ufficialmente false.

Nel febbraio 2016 l’agenzia sudcoreana Yonhap riportò l’esecuzione di Ri Yong Gil, capo di Stato maggiore dall’agosto 2013. Nel luglio 2016 Ri Yong Gil vivo e vegeto, apparve nella Tv di stato nordcoreana. Nel maggio 2016 venne anche eletto membro del Comitato centrale del Partito dei lavoratori di Corea.

Stessa sorte venne riservata a Hyon Yong-chol, ex ministro della Difesa, la cui prima uccisione da parte dello stato venne divulgata nell’aprile 2015 dai Servizi segreti nazionali (Ssn) della Corea del Sud (nella comunicazione si precisò che la sua esecuzione avvenne usando quattro cannoni di artiglieria antiaerea). Ragione della presunta condanna fu l’appisolamento durante un discorso di Kim Jong Un (stando alle accuse addebitate, sembra che gli ufficiali nordcoreani soffrano particolarmente di ipersonnia). Il 13 maggio 2015, gli stessi Ssn annunciarono di non poter confermare l’esecuzione. Nello stesso giorno diversi siti occidentali riportarono, forse non ricordando di averla già pubblicata in precedenza, la notizia della morte (la seconda) di Hyon Yong-chol. In alcuni altri paesi, tra cui l’Italia, alcune fonti di informazione annunciarono la notizia (la terza esecuzione) solo nel successivo ottobre, riportandola come se fosse accaduta pochi giorni prima.

Nel 2015 il Korea Times dichiarò che il vice maresciallo Ri Yong-ho, capo di Stato maggiore dal 2009 al 2012, era stato condannato a morte e ucciso nel 2012. Nel gennaio 2016 lo stesso Ri Yong-ho venne ripreso dalla stampa nordcoreana assieme a Kim Jong Un durante un test nucleare. Qualche sito (specialmente occidentale) confuse (e confonde ancora oggi) il vice maresciallo Ri Yong-ho con Ri Yong Gil o con il suo omonimo attuale ministro degli Esteri nordcoreano.

Anche Hyon Song-wol, ex fidanzata di Kim Jong Un, venne data per morta nell’agosto 2013 dal giornale sudcoreano Chosun Ilbo perché accusata di pornografia. Song-wol, però, riapparve nel maggio 2014 sugli schermi della televisione nordcoreana. Il professore giapponese Toshimitsu Shigemura, della Waseda University, a suo tempo ipotizzò che l’ex fidanzata del leader nordcoreano fosse stata uccisa per volere della moglie di Kim Jong Un, Ri Sol-ju.

Le notizie infondate riguardano anche i metodi di esecuzione: nel 2014 il Chosun Ilbo scrisse che l’uccisione di O Sang-hon, vice ministro del ministero della Pubblica sicurezza e nipote di Jang Sung-taek, fu compiuta utilizzando lanciafiamme bruciando il malcapitato ancora vivo. Qualche giorno prima i giornali di tutto il mondo scrissero che lo stesso Jang Sung-taek fu ammazzato dandolo in pasto a 120 cani affamati, senza rendersi conto che la fonte da cui proveniva la notizia era un giornale di satira.

Falsi anche gli articoli che annunciavano la condanna (a volte a morte, a volte ai lavori forzati) di alcuni ufficiali, rei di aver mostrato poca emozione e di non aver pianto in modo adeguatamente commosso durante il funerale di Kim Jong Il.

Infine, anche lo sport non viene risparmiato dalla disinformazione: per ben due volte (2010 e 2014) l’intera nazionale di calcio nordcoreana sarebbe stata incarcerata in campi di rieducazione per non essere stata in grado di raggiungere i vertici in competizioni internazionali. Naturalmente, anche queste, si rivelarono delle bufale. Mai rettificate.

Piergiorgio Pescali


  • Piergiorgio Pescali Giornalista e scrittore, laureato in fisica, storia e filosofia, si occupa di Estremo Oriente, in particolare di Sud Est Asiatico, Giappone e penisola coreana. Dal 1996 visita con regolarità la Corea del Nord. Da anni collaboratore di MC, suoi articoli e foto sono stati pubblicati da Avvenire, Il Manifesto, Panorama e, all’estero, da Bbc e Cnn. Dal 2010 cura per Asia Maior (asiamaior.org) il capitolo sul Myanmar.Ha pubblicato: Indocina, Edizioni Emil, Bologna 2010; ll custode di Terra Santa. A colloquio con Pierbattista Pizzaballa, Add Editore, Torino 2014; S-21. Nella prigione di Pol Pot, La Ponga Edizioni, 2015. Il suo blog è: www.pescali.blogspot.com.
  • A cura di: Paolo Moiola, giornalista redazione MC.
  • Avvertenza – Piergiorgio Pescali ha scritto questo dossier privilegiando l’analisi rispetto alla cronaca. Tuttavia, gli avvenimenti raccontati sono aggiornati fino al 3 settembre 2017. Ove fosse necessario, la redazione di MC si riserva di tornare con altri articoli su questi temi. (pm)

Note

 (1)   Andrei Lankov, Remittances from North Korean Defectors, East Asia Forum, 21 aprile 2011; Sonia Plaza, Is It Possible to Send Remittances to North Korea?, World Bank, 28 luglio 2011.
(2)   A luglio 2017 il cambio ufficiale si assestava a 130 won per dollaro, mentre il cambio al mercato nero era di 8.500 won per dollaro. Siti internazionali per trovare il valore ufficiale della valuta nordcoreana: www.xe.com; www.oanda.com.
(3)   Institute for Far Eastern Studies, Two Years after DPRK’s Currency Revaluation, Seoul, 8 dicembre 2011.
(4)   I prezzi si riferiscono al cambio non ufficiale di 8.500 won per dollaro, la cui quotazione è esposta anche all’interno del grande magazzino.
(5)   North Korea’s 7th Party Congress, discorso di Kim Jong Un, 6 maggio 2016.
(6)   FAO, Special Alert n. 340 – Prolonged dry weather threatens the 2017 main season food crop production, 20 luglio 2017.
(7)   Courtland Robinson, Famine in slow motion: A case study of internal displacement in North Korea, Refugee Survey Quarterly, 19(2), 113-127.
(8)   Woo-Teak Jeon, Shi-Eun Yu, Young-A Cho, Jin-Sup Eom, Traumatic Experiences and Mental Health of North Korean Refugees in South Korea, in Psychiatry Investigation 5, n. 4, 2008, pp. 213-220; Joanna Hosaniak, Jessica Jinju Pottenger, Pukhan Inkwon Simin Yonhap, Homecoming Kinsmen or Indigenous Foreigners? The Case of North Korean Re-Settelers in South Korea, Life and Human Rights Books, Seoul, 2011; Jun-Hong Kim, A Study on the Mental Health Outcomes of North Korean Male Defectors: Comparing with General Korean Males and Searching for Health Policy Implication, Journal of the Korean Medical Association 54, n. 5, 2011, pp. 537-548.
(9)  Report of the Dprk Association for Human Right Studies, 13 settembre 2014, cap. 2.
(10-11) Ministero dell’Unificazione della Corea del Sud, 2014 Statistics on North Korean Arriving in South Korea.
(12) Kim Jong Un, Speech at the North Korea’s 7th Party Congress, 6 maggio 2016.
(13) The Observatory of Economic Complexity, North Korea Economy, 2015; l’export nordcoreano in Cina è pari a 2,34 miliardi di dollari, mentre l’import è di 2,95 miliardi di dollari.
(14) The Observatory of Economic Complexity, North Korea Economy, 2015; l’export nordcoreano in Russia è pari a 5,58 milioni di dollari, mentre l’import è di 78,2 milioni di dollari.
(15) Ministero dell’Unificazione della Repubblica di Corea, Inter-Korean Exchanges and Cooperation, Seoul, 2014; l’export nordcoreano in Sud Corea è pari a 1,206 miliardi di dollari, mentre l’import è di 1,136 miliardi di dollari.
(16) Socialist Constitution of The Democratic People’s Republic of Korea, Preamble, p.2, Pyongyang, Juche 103 (2014).
(17) Kcna, Report on Plenary Meeting of WPK Central Committee, 31 marzo 2013.
(18) Kcna, DPRK Proves Successful in H-bomb Test, 6 gennaio 2016.
(19) United Nations, Report of the Panel of Experts established pursuant to resolution 1874 (2009) S/2017/150, 27 febbraio 2017, p. 15/326.§
(20) Joint Statement of the Fourth Round of the Six-Party Talks, Beijing, 19 settembre 2005.
(21) Kcna, Dprk Foreign Ministry Declares Strong Counter-Measures against Unsc’s Resolution 1874, 13 giugno 2009.
(22) United Nations Dpr Korea, Fighting Malaria and Tbc in Dpr Korea – A Partnership Approach, 10 agosto 2015.
(23) Who, Estimated Tubercolosis (TB) Cases and Death, 1990-2012, 12 agosto 2015.
(24) Unicef, Infant mortality rate, 9 settembre 2015.
(25) Mortalità al primo anno di vita in Sud Corea; 2,91 ‰, Cina 11,65‰, Giappone 2,2‰, Unicef, Infant mortality rate, 9 settembre 2015.
(26) Undp, Human Developmen Report 2016.
(27) Amnesty International, Annual Report – North Korea 2016/2017; Human Rights Watch, World Report 2017 – North Korea.
(28) Report of the Dprk Association for Human Right Studies, 13 settembre 2014, cap. 1.
(29-33) Human Rights Council, Report of the commission of inquiry on human rights on the Democratic People’s Republic of Korea, 7 febbraio 2014, cap. 2.
(34) Legge per i crimini adottata dal Comitato Permanente della Suprema Assemblea Popolare, Decisione n. 6, Articolo 27, §28, 15 dicembre 1990.
(35) Report of the Dprk Association for Human Right Studies, 13 settembre 2014, cap. 2.
(36) Ministero degli Affari Esteri del Giappone, Abuctions of Japanese Citizens by North Korea, 2012.