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Ogni continente la «sua» Missione
Al centro della foto 1: il riconfermato superiore generale, padre Stefano Camerlengo, 61 anni, marchigiano verace, con lunga esperienza in RD Congo, dove è arrivato diacono quando ancora si chiamava Zaire.
Accanto a lui, con maglietta a righe, il vice superiore generale, padre James Lengarin della famiglia samburu dei Leaburia di Maralal, Kenya, 46 anni. Padre James ha fatto diversi anni di servizio missionario in Italia, prima al Sud e poi nel seminario teologico di Bravetta (Roma). Ultimamente era in Kenya come amministratore.
Il primo a sinistra è il consigliere con responsabilità di coordinamento per le Americhe, padre Jaime Patias, 53 anni, del Rio Grande do Sul in Brasile, giornalista nella nostra rivista Missões e poi responsabile delle comunicazioni per le Pontificie opere brasiliane.
Il secondo da destra è il consigliere per l’Africa, padre Godfrey Msumange, 44 anni, nativo di Iringa in Tanzania, missionario in Italia per anni, ben conosciuto a Vittorio Veneto e poi parroco della parrocchia della Speranza a Torino, nominato superiore regionale in Tanzania a metà del 2016.
Padre Antonio Rovelli (il primo a destra), 59 anni, brianzolo di Barzago (Lecco), missionario in Uganda a Bweyongerere, poi attivissimo in Italia nell’animazione e nella cooperazione, e negli ultimi anni responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Torino, è il consigliere incaricato per l’Europa.
L’elezione si è conclusa il 13 giugno e ha segnato il passaggio tra la prima parte (di analisi e condivisione) e la seconda (di programmazione) del capitolo. Fondamentale è stato l’approfondimento di quello che siamo e facciamo nel mondo, analizzando in dettaglio i progetti che i missionari della Consolata hanno elaborato in ogni continente.


Un continente che pur occupando solo il 30% delle terre emerse, ha oltre il 60% di tutta l’umanità. È il luogo di nascita di tutte quelle che sono chiamate le «religioni del libro»: Giudaismo, Cristianesimo e Islam, tutte sono nate nel Medioriente. Induismo, Buddismo, Giainismo, Sikhismo provengono dall’Asia del Sud; Confucianesimo, Taoismo e Shintornismo nell’Asia dell’Est. In questa realtà i Cristiani sono solo l’8,4% della popolazione totale (foto 2).
In questa situazione la Chiesa cattolica deve affrontare delle serie sfide:

Sono arrivati nel continente solo nel 1988 con la prima apertura in Corea del Sud; nel 2003 insieme alle missionarie della Consolata sono andati in Mongolia e nel 2014 a Taiwan. Organizzati in realtà giuridica unitaria dal 21 marzo 2016, con l’etiope padre Defar Tamrat come superiore (foto 3), i 19 missionari (11 in Corea in 3 comunità, 4 in Mongolia a Ulanbaatar e Arvaiheer e 4 in Taiwan nella nuova parrocchia del Sacro Cuore a Hsinchu – vedi pag 21) vivono la loro presenza in Asia con coraggio e tanta speranza.
Sono il gruppo di missionari tra i più giovani dell’Istituto, con 42 anni di età media (38 in Sud Africa e 68 in Italia); sono una comunità multiculturale con asiatici, africani, latino americani ed europei uniti nell’unico scopo di testimoniare e annunciare Gesù a chi non lo conosce. Per fare questo sono impegnati nel dialogo interreligioso e con le culture; sono una presenza di consolazione (foto 4, la Consolata dipinta con il linguaggio simbolico e i colori della Corea) in mezzo ai giovani, agli immigrati e agli emarginati.
La loro forza è essere comunità vive, fraterne e multiculturali, che sono in comunione e collaborano con la Chiesa locale, con altre forze missionarie, con le missionarie della Consolata e i laici cristiani del posto.
La speranza: raddoppiare quanto prima il numero dei missionari presenti a Taiwan e poi anche in Mongolia. Un desiderio: stabilire presto anche un piccolo centro di formazione teologica per i nuovi missionari per dare loro la possibilità di iniziare da giovani a imparare le lingue (che richiedono diversi anni di studio) e le culture locali.

Il cristianesimo appartiene all’Africa fin dalle sue origini, a partire dall’eunuco etiope a Simone nativo di Cirene (in Libia). San Marco, ad Alessandria d’Egitto, fondò una comunità fiorente (che, come quella nella vicina Etiopia, dura a tutt’oggi) e il Nord Africa, prima dell’invasione islamica, ha offerto una messe rigogliosa di martiri, santi e padri della Chiesa.

«Ex Africa semper aliquid novi – dall’Africa (viene) sempre qualcosa di nuovo», dicevano già i Romani. La vitalità della Chiesa africana è la sorpresa e il dono che Dio sta dando a tutto il mondo.
I missionari della Consolata, arrivati in Kenya nel 1902, sono presenti in 10 nazioni con 88 comunità e circa 400 missionari (compresi i 92 studenti professi) e sono pronti ad aprire a breve una nuova missione nel Nord del Madagascar.
I missionari di origine africana (439) costituiscono quasi il 45% di tutto l’Istituto e ne sono la parte più giovane. In 268 lavorano nelle varie nazioni dell’Africa e 166 sono negli altri continenti. Una vitalità missionaria bellissima per un continente che pur avendo ancora bisogno di missionari è capace di condividere dalla sua povertà.
Con la sobrietà e la concretezza che caratterizza il mondo africano, i missionari vogliono concentrare i loro sforzi su tre ambiti principali.

In questi anni tra i missionari della Consolata è venuto a crescere il senso di continentalità e al capitolo è stata la prima volta che quelli del Sud e del Nord hanno parlato a una sola voce. Apparentemente tra il Nord e il Sud le differenze sono molto accentuate sia dal punto di vista sociopolitico (pace contro instabilità politica, guerre e tensioni sociali) che economico (ricchezza e povertà, dominio e sfruttamento), religioso (mondo protestante e mondo cattolico) e linguistico. Ma un’analisi più attenta rivela che ci sono molti aspetti comuni: crisi economica, crisi etica valoriale e morale, corruzione, disastri ecologici, produzione/consumo di droga, genocidi di popoli indigeni, migrazioni, ecc. Tutte realtà che richiedono un nuovo impegno da parte di tutta la Chiesa.

In America (Nord e Sud) ci sono 261 (di cui 51 ancora in formazione) missionari della Consolata, con una media di età di 54 anni. Sono in Argentina, Brasile, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela, Messico, Stati Uniti e Canada, per un totale di 69 centri.
Facendo un bell’esame di coscienza, i missionari che operano nelle Americhe si sono resi conto che:
• solo il 30% di tutti loro è dedito alla prima evangelizzazione o impegnato con i popoli indigeni e gli afroamericani; • pochi missionari sono davvero disponibili al servizio a vita fuori dal proprio continente o anche solo in missioni disagiate, povere, senza comunicazioni (sia strade che web) e difficili per lingua e cultura.
Per questo il progetto rimette la missione ad gentes, a vita e ai poveri al centro con alcune opzioni preferenziali: • l’Amazzonia e i popoli indigeni, • le periferie urbane, • gli afroamericani, • i migranti e rifugiati, e tutte le periferie esistenziali. Questo insieme all’impegno di accrescere la collaborazione e corresponsabilità tra il Nord e il Sud nel campo della giustizia e della pace, nell’aiuto ai poveri e nella salvaguardia del creato.

In Europa, attualmente, ci sono 257 missionari, di cui 35 studenti (non europei), distribuiti in 35 comunità: 22 in Italia, 1 in Polonia, 4 in Spagna e 8 in Portogallo. L’età media è alta: 53 anni in Spagna, 60 in Portogallo e 68 in Italia (Polonia inclusa). Solo 4 giovani europei sono in formazione; la maggioranza dei missionari sotto i 50 anni proviene da nazioni extra europee.

Da questi dati e, soprattutto da quello dell’età molto avanzata, nascono alcune domande: cosa ci stiamo a fare in Europa oggi? Con che tipo di presenze? Un tempo i missionari partivano dall’Europa per andare in missione in Africa e America Latina, oggi succede il contrario, i nostri missionari vengono in Europa per «fare la missione». Dobbiamo subire passivamente questa situazione accontentandoci di fare qualche servizio pastorale e di prenderci cura dei nostri anziani e malati?
La risposta dei missionari al Capitolo generale è stata unanime: non vogliamo subire il cambiamento ma viverlo perché crediamo che è urgente vivere la Missione anche qui a casa nostra. I tempi non sono facili, ed è sotto gli occhi di tutti che l’Europa sta vivendo grandi e rapidi cambiamenti e crisi profonde che coinvolgono Chiesa e società, famiglia e giovani, lavoro ed economia, sicurezza e migranti, ambiente e scuola, demografia e salute …

Questa situazione complessa e contraddittoria ci stimola a ripensare il nostro modo di essere nel continente: non più prevalentemente «cacciatori e raccoglitori» (di vocazioni e di aiuti) come eravamo un tempo, ma anche «agricoltori» che seminano il seme bello della Parola di Dio.
La presentazione dei progetti in queste righe è davvero ridotta all’osso. L’originale occupa molte pagine ed è frutto di mesi di consultazioni e molti incontri prima del capitolo. Ogni progetto è stato poi esaminato sotto il «fuoco incrociato» degli altri continenti per cogliere i punti di forza e di debolezza e arrivare a proposte realistiche e, allo stesso tempo, piene di speranza e futuro.
In questo siamo stati guidati da una riflessione del padre generale, che ha citato da Sant’Ignazio di Antiochia: «Vidi con gli occhi di Dio, pensai con la mente di Dio. Sentii con gli orecchi di Dio, amai con il cuore di Dio. Desiderai con i desideri di Dio, decisi con le decisioni di Dio». Un invito chiaro a fare un cammino di discernimento nella fede e nello Spirito per attualizzare quelli che sono i due obiettivi fondamentali della nostra vita missionaria: diventare santi e servire la Missione (che è Gesù). Un modo per ricordarci che non ci può essere vera ristrutturazione senza una profonda rivitalizzazione.

Dal risultato dei lavori dei gruppi continentali, senza bisogno di particolari discussioni, sono emerse – in parte sorprendendo i capitolari stessi – alcune convergenze importanti.
Apparentemente si è detta una cosa ovvia. Eppure la convergenza spontanea su questo punto così semplice ed essenziale ha sorpreso tutti, perché tutti – convinti come siamo di risolvere i problemi con nuove leggi – ci aspettavamo di sentire tante ricette e strategie diverse: più anni di formazione, più studio, più specializzazioni, più mezzi, più internet, più regole, più questo e più quello. Invece ci siamo trovati concordi nel ripartire da quello che è fondamentale: Gesù Cristo.

Il racconto della seconda parte del capitolo è più un verbale che un «reportage». In realtà non c’è stato niente di speciale nelle lunghe sedute, nei lavori di gruppo, nei momenti di preghiera comune, nel paziente lavoro della segreteria che ha fatto miracoli armonizzando testi in italiano, inglese, portoghese e spagnolo. Già, perché nonostante la lingua ufficiale fosse l’italiano, quando qualcuno voleva esprimere un concetto senza essere frainteso, lo faceva nella sua lingua (fortunatamente non in quella materna, perché allora ci sarebbe proprio stato da divertirsi).
Concludo questa storia con tre foto.
La foto 12, nella quale padre Stefano Camerlengo, superiore generale riconfermato, pone la parola «fine» al capitolo firmandone gli atti.
La foto 13, che vuole essere un grazie al personale della casa generalizia di Roma (insieme ai padri D. Pendawazima, ex vice generale, e R. Marcolongo, superiore della casa) per il loro eccellente e umile servizio ai capitolari.
L’ultima, la 14a, ricorda un momento della messa conclusiva, celebrata il 20 giugno nel seminario di Bravetta, a Roma, in onore della nostra «fondatrice», la Vergine e Madre Consolata. È il momento della gioia e del ringraziamento con le parole del Magnificat, il cantico di Maria. Ed è stata danza, in puro stile africano.

Gigi Anataloni