Dieci anni in eSwatini


Dieci anni fa, il 27 gennaio 2014, il missionario della Consolata argentino José Luis Ponce De León «prendeva possesso» della diocesi di Manzini nel regno dello Swaziland, oggi eSwatini, proprio il giorno in cui si celebravano i 100 anni dell’inizio della evangelizzazione in quel piccolo paese immerso nel Sudafrica.

Raccontaci del tuo cammino come vescovo».

«Sono arrivato in Sudafrica dall’Argentina, mio Paese natale, nel 1994. Ero poco più che trentenne. Sono stato nelle parrocchie di Damesfontein, Piet Retief e Madadeni, e dal 1999-2004 superiore delegato dei Missionari della Consolata. Finito questo compito nel 2005 sono diventato parroco a Daveyton (Johannesburg). Da lì mi hanno inviato al capitolo generale della Consolata in Brasile e nel 2006 mi hanno chiamato a Roma, come segretario della Direzione generale dell’Istituto e procuratore presso la Santa Sede.

Non so se sia perché mi ero fatto un po’ conoscere in Vaticano o per la mia esperienza sudafricana, ma nel mese di novembre del 2008 sono stato nominato vicario apostolico di Ingwavuma (un vicariato apostolico del Sudafrica che era senza vescovo da tre anni). Da lì è cominciata la mia avventura.

Avevo tre mesi di tempo per organizzare l’ordinazione e l’entrata canonica nel vicariato. Ho però dovuto chiedere una dispensa perché a Ingwavuma nei primi mesi dell’anno è estate e fa davvero troppo caldo per poter fare una celebrazione «impegnativa» come un’ordinazione. Quindi questa è stata fatta il 18 aprile del 2009.

Ad ogni modo c’è un ricordo bello del mio ingresso nel vicariato ancora prima di essere ordinato. Era il 29 gennaio, anniversario della nostra fondazione come Missionari della Consolata, quando con padre Ze (José) Martins, che era venuto a prendermi all’aeroporto, abbiamo attraversato la frontiera di quella che sarebbe stata la mia terra, la mia missione, il vicariato. Assieme abbiamo fatto una preghiera al beato Allamano per benedire quell’impresa che era cominciata. Ingwavuma è un territorio molto bello, prossimo all’Oceano Indiano, immediatamente a sud del Mozambico e est dello Swaziland, oggi eSwatini».

Com’è avvenuto il tuo spostamento a Manzini, nell’unica diocesi cattolica del regno di eSwatini?

«È successo che il mio predecessore in eSwatini è morto improvvisamente all’età di 67 anni.
Evidentemente nessuno se l’aspettava e quindi a Roma hanno pensato bene di nominarmi amministratore della diocesi rimasta senza pastore.

Geograficamente, anche se una frontiera ci divideva, non eravamo lontani. Poi anche la lingua Siswati è molto vicina allo Zulu che è la lingua con la quale si celebra e si educa nei due territori, quindi molto conosciuta.

Bisogna comunque dire con chiarezza che eSwatini e il Sudafrica non sono la stessa cosa. Tutta la storia di apartheid e di violenza del Sudafrica non sono conosciute a eSwatini. Se in Sudafrica come bianco desti subito sospetti circolando fuori dalle zone dove dovresti stare, non succede lo stesso in eSwatini. Lì invece risulta strano se ti scoprono a girare da solo, non perché sei bianco, ma perché sei vescovo, e nella loro mentalità il vescovo va con la macchina e con l’autista.

Insomma, in poco tempo mi sono trovato a essere responsabile di due diocesi in due nazioni diverse. Ricordo che in una comunità cristiana una signora aveva detto che sarebbe stato perfetto se fossi rimasto per sempre a eSwatini perché loro erano contenti e non volevano che me ne andassi. La mia risposta era stata che un vescovo si sposa con una diocesi e che mia moglie era Ingwavuma. La sua risposta era stata lapidaria: “Monsignore, noi siamo una cultura poligama… se puoi avere tutte le donne che vuoi, non vedo perché un vescovo non possa avere tutte le diocesi che voglia”. Alla fine, è andata proprio così. In eSwatini sono stato prima amministratore, poi sono diventato vescovo titolare e sono diventato amministratore di Ingwavuma… insomma, il mio momento di poligamia l’ho anche avuto, aveva ragione la signora».

E come ti sei trovato nella nuova diocesi, tra l’altro unico vescovo cattolico?

«È vero, sono l’unico vescovo cattolico ma non sono solo. Unico in eSwatini, ma ben accompagnato dalla conferenza episcopale che riunisce i vescovi di tre paesi (Sudafrica, eSwatini e Botswana), e anche da un organismo nato nel 1976, il Consiglio delle chiese cristiane, che riunisce tredici Chiese che operano in eSwatini e che da quell’anno, ad esempio per affrontare assieme l’emergenza dei rifugiati provenienti dal Sudafrica dell’apartheid e dal Mozambico durante la guerra civile. Quando la violenza è arrivata anche in eSwatini nel 2021 (vedi MC gennaio 2023) questa solidarietà episcopale ed ecumenica è stata importantissima. Il Consiglio delle chiese è rispettato, ascoltato, indipendente. Insieme abbiamo sempre insistito riguardo la necessità di un dialogo nazionale che ci permetta di discernere insieme il nostro futuro. Come ho scritto in passato, c’è una situazione nella quale alcuni hanno tutto e si sentono sicuri e altri si domandano come fare per avere il minimo necessario per sopravvivere. E noi siamo pastori di tutti loro».

Cosa è successo nel 2021?

«Nel mese di maggio del 2021 è stato trovato barbaramente ucciso un giovane universitario. Tutti i sospetti ricadevano sulla polizia e la celebrazione del suo funerale è stata carica di rabbia e di tensione. I giovani, in modo particolare, hanno cominciato a presentare le loro aspettative ai rappresentanti eletti in Parlamento. A un certo punto il Primo ministro in carica (in realtà l’acting Prime minister – colui che fa la funzione di primo ministro) ha deciso di fermare la protesta.

Noi, Consiglio delle Chiese, abbiamo chiesto un incontro con il Governo e lo stesso giorno che siamo stati ricevuti sono scoppiata incontrollate e violente la rabbia, la frustrazione, la ribellione soprattutto dei giovani.

ESwatini ha sempre avuto un buon sistema educativo, anche dal Sudafrica molti sono venuti a studiare da noi nel tempo della segregazione razziale. Eppure, tutti questi giovani studenti sanno che almeno la metà di loro non troverà un lavoro. Come avere speranza riguardo il futuro? Come pensare a far nascere la propria famiglia?».

Che chiesa hai trovato quando sei arrivato in eSwatini?

«Una chiesa cristiana con radici profonde anche se frantumata in miriadi di sette. È presto detto: i cattolici, che sono la chiesa più numerosa, non superano il 5% della popolazione.

L’evangelizzazione di questo Paese è stata intrapresa dai Servi di Maria italiani che arrivarono, lo scoprii quando mi caddero fra le mani i tre volumi della storia della loro missione in questo territorio, nel 1914. Dopo di loro arrivarono i Salesiani, ma con un solo centro, poi nessun altro per più di 60 anni. Nel frattempo, la missione era diventata Prefettura apostolica il 19 aprile 1923.

Quando arrivai a eSwatini, senza saperlo, ero alle porte della celebrazione del centenario dall’inizio della missione. Abbiamo quindi cercato di rendere solenne la celebrazione perché bisognava riconoscere il grande lavoro fatto, che ha dato consistenza alle parrocchie e alle comunità cristiane. Sto parlando di 17 parrocchie e 120 comunità ben organizzate.

Una delle cose che feci al principio, per poter vedere la mia Chiesa non con gli occhi del vescovo ma con gli occhi dei miei sacerdoti, è stata quella di andare a celebrare l’eucaristia domenicale nelle diverse cappelle senza mai avvisare prima la comunità. Lo facevo con la complicità dei sacerdoti che mi hanno sempre assecondato. Ho trovato celebrazioni nutrite, partecipate, comunità accoglienti e cordiali anche se qualche volta un po’ sorprese di vedere questo nuovo sacerdote che le visitava».

E adesso hai chiamato in diocesi anche i Missionari della Consolata?

«Mi sembrava doveroso farlo. Ricordo di aver scritto una lettera al capitolo generale dell’istituto del 2017 nella quale parlavo di noi come l’ultima nata e riconoscevo il servizio carismatico e lo stile della mia stessa comunità nei giovani missionari arrivati un anno prima.

I missionari della regione del Sudafrica si erano già mossi, e devo ringraziare Dio non solo per la presenza ma per lo stile “consolatino” di lavorare, sempre vicini alle persone.

Quando sono arrivati, ho affidato loro una nuova parrocchia ricavata da quella della cattedrale. Ricordo che una comunità espressamente aveva chiesto di non essere separata dall’anteriore parrocchia, che loro stavano bene così com’erano. Io ai missionari che erano arrivati non avevo detto niente, avevo solo chiesto di cominciare la visita, casa per casa, delle famiglie. Forse è stata una fortunata coincidenza, ma loro, senza sapere niente, hanno cominciato precisamente dal settore che non li voleva. I cristiani non erano abituati a vedere i sacerdoti a casa loro e si sono subito affezionati e gli stessi che non volevano stare nella nuova parrocchia, poco tempo dopo e pubblicamente, hanno fatto sapere che quella era la parrocchia dove stavano meglio».

Durante seminario di studio e sensibilizzazione sul problema dell Aids all’Hope House, centro della Caritas diocesa di Manzini

Che sfide hai davanti?

«Non vedo una riflessione su quello che è successo nel 2021. Vedo più la tentazione di pensare che sia stato il problema di un piccolo gruppo e che non ci sia più bisogno di parlarne. Infatti, la nazione sembra sia tornata a una situazione di calma nella quale nessuno parla più di quello che è successo due anni fa.

Io ho sempre visto questo come chi ha un dolore nel corpo: se non capisce da dove arriva, può prendere un calmante ma il problema rimane. Il tempo ci permetterà di capire di più.

Poi a livello ecclesiale penso che l’esperienza del Covid, dalla quale siamo appena usciti, ha lasciato anche molti insegnamenti. Nel caso nostro, le chiese sono ancora piene, ma la vita parrocchiale gira troppo attorno alla figura del sacerdote. Nei prossimi anni avremo anche delle nuove ordinazioni ma poi da quattro anni nessun seminarista è entrato in seminario.

Papa Francesco vuole una Chiesa più sinodale, con maggiore partecipazione e presenza di ministeri e questa è una sfida che non possiamo non raccogliere.

Quando papa Francesco pochi anni fa ha voluto celebrare uno speciale mese missionario, noi abbiamo celebrato tutto un anno missionario. Poi abbiamo creato un sistema online per raccogliere le preoccupazioni, i sogni, i desideri delle persone… e abbiamo ricevuto dei riscontri che non possiamo lasciare cadere».

Mandato dei catechisti alla cattedrale di Manzini.

Questo è quindi un anno speciale.

«Sono dieci anni che sono vescovo di Manzini. Sono stato nominato 29 novembre 2013 ma fatto l’ingresso il 26 gennaio 2014 in occasione del centenario dell’arrivo dei primi missionari Osm, ordine dei Servi di Maria, detti anche Serviti, avvenuto il 27 gennaio 1914. Mai nella mia vita sono rimasto così a lungo in un posto. Sono anche 110 anni dell’arrivo dei primi missionari cattolici. Vorrei fosse un anno giubilare per la nostra diocesi che ci permetta – nello spirito del cammino sinodale – guardare insieme dove siamo arrivati e come rispondere alle sfide del presente».

Prime comunioni nella cattedrale di Manzini

Cosa ne pensi del sinodo?

«Quando papa Francesco ha annunciato un sinodo sulla sinodalità, l’ho accolto come un momento provvidenziale per la nostra diocesi. Quando nel 2019, abbiamo celebrato un intero anno missionario, di fatto non l’abbiamo mai chiuso a causa delle normative Covid-19. Quell’anno, all’insegna del motto «battezzati e inviati» (ancora oggi molto vivo), la nostra diocesi vide realizzarsi una serie di iniziative.

Sotto il Covid-19, ad esempio, i nostri social media si sono sviluppati e sono oggi il principale strumento di comunicazione tra di noi. Ci sono circa 1.500 persone sul nostro Whatsapp diocesano e molte altre ci seguono in particolare su Facebook.

Il cammino sinodale ha sfidato la nostra diocesi ad aprire spazi di “ascolto” alla gente. La nostra gente è abituata ad “ascoltare” il vescovo e i sacerdoti, ma difficilmente chiede spazi per parlare. Abbiamo preparato sondaggi cartacei e online, in inglese e in Siswati. La prima indagine si è occupata in particolare dei nostri punti di forza e di debolezza, con chi camminiamo e chi ci lasciamo alle spalle. La seconda si è occupata della liturgia: le nostre celebrazioni, le omelie, i ministri laici (condurre le funzioni senza sacerdote, i ministri dell’Eucarestia, i lettori).

È stato durante il primo sondaggio che abbiamo notato che molte persone parlavano delle difficoltà dei nostri giovani, in particolare dopo il Covid-19. Abbiamo deciso di continuare il cammino sinodale affrontando questa sfida. A febbraio del 2022 abbiamo avuto una sessione in cui quattro giovani (di diverse fasce d’età), provenienti da ciascuna delle 17 parrocchie, si sono riuniti e hanno risposto ad alcune domande sulle loro gioie e difficoltà. Il Consiglio pastorale diocesano si è riunito contemporaneamente in un’altra sala. Li tenevamo separati per paura che i giovani non si sentissero liberi in presenza degli «anziani». Poi, li abbiamo riuniti per condividere le loro risposte.

Un processo simile è stato fatto in ogni parrocchia. Poi, alla fine dell’anno, abbiamo chiesto a tutti i consigli parrocchiali di riflettere sul modo in cui noi, la Chiesa, dovremmo affrontare la situazione politica. Ho chiesto loro di individuare azioni concrete da intraprendere a livello locale (e non di dirmi cosa avrei dovuto fare). Solo tre parrocchie hanno risposto condividendo ciò che era stato detto, su ciò che si era deciso di fare e se era stato fatto o meno (e perché). Le persone partecipano, ma alle attività, meno alla riflessione. C’è bisogno di creare spazi di dialogo e di far dialogare.

Il nostro piano è quello di sviluppare “club per la pace” e “gruppi di Laudato si’” in ogni parrocchia (non è ancora chiaro se si tratterà di due cose diverse o dello stesso gruppo)».

Cosa sperate da questo anno giubilare?

«Celebrando i 110 anni dell’arrivo dei primi missionari cattolici e il decimo anniversario del mio insediamento, la nostra diocesi avrà un anno giubilare da gennaio a novembre.

Sarà un’opportunità per continuare il nostro cammino sinodale e celebrare il primo congresso delle scuole cattoliche (riflettendo sull’identità cattolica delle nostre 60 scuole).

Vogliamo poi sviluppare i “club per la pace” e i “gruppi Laudato si’” in ogni parrocchia.

Inoltre, dare forma a iniziative di cui si è parlato più volte, come lo sportello della famiglia (attuando iniziative di preparazione al matrimonio tenendo conto delle questioni culturali e del sostegno alle coppie dopo il matrimonio). C’è poi lo sportello della salute (coordinando il lavoro del nostro ospedale, delle cliniche, dell’hospice, degli infermieri parrocchiali, dell’équipe di consulenti traumatologici, ecc.).

Importante è anche il rilancio di Caritas eSwatini (l’ufficio nazionale della Caritas che coordinerà il lavoro delle 17 Caritas parrocchiali).

Sarà un anno nel quale daremo fondamento alle cose che vogliamo continuare in futuro e, naturalmente, un anno di rinnovamento personale e familiare. Il (possibile) motto «Lazzaro, vieni fuori», sarà una chiamata a una nuova vita in Gesù coinvolgendo ogni aspetto della nostra vita personale, familiare e ecclesiale.

Jaime C. Patias e Gigi Anataloni

Archivio MC

Siti

https://bhubesi.blogspot.com/ il blog del vescovo di Manzini

Cattedrale di Manzini

 




eSwatini: Comunicato del vescovo sull’uccisione di Thulani Maseko


La sera del 22 gennaio 2023 «è stato brutalmente ammazzato a colpi di arma da fuoco Thulani Maseko, avvocato per i diritti umani e influente oppositore a eSwatini (ex Swaziland), l’unica monarchia assoluta nel continente africano. […] Maseko è stato anche il fondatore di MSF, una coalizione di partiti di opposizione, associazioni e chiese. Era un importante avvocato ed editorialista per i diritti umani nel regno e aveva in corso una battaglia giudiziaria con il re Mswati III per la decisione del monarca di rinominare il Paese Eswatini.»  (Africa exPress).

Sull’uccisione ci sono state molte reazioni, tra cui quella quella del responsabile per i Diritti umani delle Nazioni Unite.

Qui la dichiarazione che il vescovo di Manzini, mons José Luis Ponce de León ha pubblicato il 23 gennaio.


DIOCESI DI MANZINI – ESWATINI (Swaziland)

Dichiarazione del vescovo cattolico di Manzini

 “In mezzo a tutto ciò che sta accadendo nel paese, notiamo che nessuno è al sicuro. La mentalità dell’occhio per occhio sembra aver afferrato la nazione. La violenza ha raggiunto livelli allarmanti”. (Thulani Maseko)

“Una società che accetta questo livello di violenza è condannata a sperimentarne livelli ancora più alti che possono solo generare più morte e sofferenza”.  Questo è stato il mio messaggio dopo l’uccisione di due agenti di polizia a Manzini nell’ottobre 2022. Da allora si sono verificati altri omicidi. Purtroppo, sembra che li abbiamo accettati come la “nuova normalità” nel Regno di Eswatini.

Domenica 22 gennaio 2023 ci siamo svegliati con la notizia dell’insensata uccisione di Thulani Maseko. Il numero di dichiarazioni nazionali e internazionali sulla sua uccisione e la copertura mediatica parlano del tipo di persona che era e del suo ruolo nel momento presente del nostro paese.

Era preoccupato per i livelli di violenza che si stanno sperimentando e per l’impatto che hanno nella vita di molti. Credeva che solo un dialogo nazionale che includesse tutti potesse essere una solida base per il futuro del nostro paese.

Ha scritto: “Non c’è dubbio che eSwatini stia sopportando una guerra civile di basso profilo. Siamo preoccupati che senza il dialogo, il prossimo anno sarà più violento. (…) Alla fine di tutto, dobbiamo sederci e plasmare insieme il destino del paese.

La sua uccisione punta a coloro che fanno una scelta per la violenza, la morte, la paura e l’esclusione come fondamenta del nostro futuro comune. A loro si applicano le parole di nostro Signore: “Se aveste compreso anche voi, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai vostri occhi”. (Lc 19,41-42)

Rispondere alla sua uccisione con la violenza significherà andare contro ciò che lui ha rappresentato. Mostrerà anche che “ciò che costruisce la pace” è nascosto ai nostri occhi.

Come dice Papa Francesco: “La pace, che è un nostro obbligo, è prima di tutto un dono di Dio”.  (22.05.2022) Pertanto, in questo momento critico del nostro Paese, invito ogni persona della diocesi di Manzini a pregare quotidianamente per il dono di Dio della pace, ma anche  a a prendere un concreto impegno personale ad essere “operatore di pace” (Mt 5, 9), a rendere possibile la pace senza addurre scuse che il tempo non è giusto o che non è possibile resistere alla tentazione della violenza. Che questo avvenga attraverso le nostre parole e azioni, poiché entrambi, parole e azioni, hanno il potere di costruire e distruggere. Non dovremmo mai sottovalutarle.

Lo Spirito del Signore risorto ci dia la saggezza e il coraggio di trovare le vie per spezzare il ciclo della violenza.

I nostri cuori raggiungono nella preghiera la famiglia di Thulani Maseko, gli amici e tutti coloro che piangono la sua morte. Il Dio di ogni consolazione conceda loro pace e forza.  Gesù, il Buon Pastore, lo accolga a casa.

+ José Luis Ponce de León IMC
vescovo di Manzini
23  gennaio 2023

(Citazioni dalla rivista “The Nation”, gennaio 2023)


Su Eswatini nell’archivio MC

Eswatini: il vescovo chiama alla calma e al dialogo in mezzo a proteste e violenze

Eswatini: visita di solidarietà dei vescovi dell’Africa australe

ESwatini. Un paese in guerra con se stesso?




ESwatini. Un paese in guerra con se stesso?

ESwatini. Un paese in guerra con se stesso?

Dopo i disordini del 2021, gli insistenti appelli al dialogo lanciati da tutte le Chiese del paese sembravano aver aperto vie di speranza. In realtà, nuovi episodi di violenza ai primi di ottobre 2022, segnalano una situazione che sta degenerando, come scrive il vescovo in questo testo indirizzato alla sua gente, ma anche a tutti noi.

Alcuni di noi non hanno mai dimenticato la violenza sperimentata in eSwatini nel giugno 2021@. Nel mio caso perché non ero riuscito a raggiungere casa a Manzini dopo un incontro a Mbabane con il primo ministro in carica. I blocchi istituiti lungo la strada dai giovani mi avevano costretto a cercare un posto alternativo dove dormire. Avevamo trascorso quella notte ascoltando una sparatoria nelle vicinanze. La mattina seguente ci eravamo svegliati trovando pneumatici e veicoli bruciati e pietre sulla strada.

Le domande naturali che ci poniamo sono: a che punto siamo, un anno e mezzo dopo? Che cosa è stato fatto da allora?

Alcuni, probabilmente, speravano che fosse business as usual, tutto come prima, ma gli eventi degli ultimi mesi devono essere stati un brusco risveglio per loro.

Un dialogo nazionale

Sembra esserci un accordo comune sulla necessità di un dialogo nazionale. Credo che ogni voce che ha parlato dal giugno 2021 (il governo, le organizzazioni politiche, le Chiese, le Ong) abbia ripetuto lo stesso appello.

Molti, se non tutti, hanno anche sottolineato la necessità di avere «un dialogo sul dialogo». Ricordo che mons. Sithembele Sipuka (presidente della Sacbc – Southern african catholic bishops’ conference) ne ha parlato durante una conferenza stampa al termine della visita di solidarietà a eSwatini. Questo «dialogo sul dialogo» dovrebbe aiutare tutte le parti coinvolte a mettersi d’accordo su cosa si intende per dialogo e su come dovrebbe svolgersi.

Purtroppo, a parte la richiesta di un dialogo nazionale, non pare essere successo molto di più. Sembra che si senta parlare più del «no» («nessun dialogo in mezzo alla violenza») che del «sì» (una via da seguire). Non si dice nulla sulle misure adottate nell’ultimo anno e mezzo per attuarlo. Abbiamo sentito che il denaro per un dialogo nazionale è stato stanziato, ma non abbiamo mai saputo se sia mai stato usato e come.

Il fatto che i membri del parlamento abbiano chiesto al primo ministro di parlarne con Sua maestà Mswati III rafforza l’impressione che non sia stato fatto nulla.

Questo crea, almeno in me, la preoccupazione che la parola dialogo stia lentamente (o rapidamente?) perdendo ogni significato. Diventa più uno slogan che una realtà concreta.

Nel frattempo, probabilmente si è sviluppato un circolo vizioso. La violenza è giustificata dalla mancanza di passi concreti verso il dialogo, e il dialogo non ha luogo a causa della violenza che non si ferma nel paese.

Chi avrà il coraggio di romperlo?

Visita di solidarietà di FOCCISA (the Council of Churches for Southern Africa), foto davanti alla cattedrale di Manzini

Il paese sta cambiando

L’ultimo mese (ottobre 2022, ndr) ha visto chiaramente un aumento della violenza (che è sempre stata presente a livelli più bassi). È una nuova realtà per questo paese che si è sempre vantato di essere presentato come pacifico. È interessante notare che la popolazione sembra aver accettato che la violenza sia ormai diventata parte della nostra vita ordinaria. Come ho detto nella mia dichiarazione (del 19/10/2022)@, è molto probabile che la violenza aumenterà e continueremo tutti ad adattarci ad essa.

Giovedì 10 novembre la violenza ha colpito parti di Manzini. Mentre stavo lasciando la città per Mbabane, ho potuto vedere il fumo provenire dalla zona in cui erano stati dati alle fiamme il posto di polizia presso la stazione dei Satellite Bus e altri negozi. Tornato a Manzini ho visto che l’esercito era stato schierato. Vedere l’esercito e non la polizia è stata la prima cosa che mi ha sorpreso. La seconda sorpresa è stata di vederli con il volto coperto, un’indicazione della loro paura di essere identificati dai violenti e di esporsi al richio di essere uccisi in seguito o di avere le loro case date alle fiamme.

Chi avrebbe mai pensato che eSwatini potesse cambiare così rapidamente? Chi avrebbe mai pensato che questo (che vediamo in altri paesi in Tv) potesse accadere tra di noi?

Anche le nostre relazioni ne sono influenzate. Visto che quel giorno non c’erano mezzi pubblici a Manzini, la gente cercava buoni samaritani disposti a dare un passaggio. Qualcuno ha deciso che non doveva essere così, e le persone soccorse sono state costrette a scendere dai veicoli e a camminare, mentre ad altri è stato impedito di aiutare chiunque. Anche questa è violenza, quando alcuni decidono per gli altri.

Vandalismi e distruzione nella biblioteca di una scuola, Aprile 2022

La violenza

La paura è un altro elemento che sembra essere diventato parte della nostra vita quotidiana.

Dopo gli eventi dello scorso anno, ricordo che alcuni cattolici che conoscevo bene mi informavano della presenza di membri dell’esercito che «visitavano» le case di notte. Nulla era stato detto sui media al riguardo. Doveva essere un coprifuoco in cui tutti noi dovevamo rimanere a casa.

Non molto tempo fa, tornando a casa dopo la cena a casa di un prete, ho trovato un posto di blocco fatto dai membri dell’esercito. Erano pesantemente armati. Non ero a conoscenza di blocchi stradali che si svolgevano da parte dell’esercito di notte. Siamo riusciti a scherzare mentre volevano sapere perché ero in viaggio di notte. Non è stato annunciato alcun coprifuoco, ma sembra che dobbiamo giustificare il motivo per cui viaggiamo di sera.

Un nuovo tipo di paura è diventato parte della nostra vita. Proviene dalle Swaziland Solidarity Forces (Ssf). Esse rivendicano gli attacchi incendiari e le uccisioni. Minacciano di uccidere o incendiare le proprietà di coloro che non fanno ciò che viene loro detto. Non so se qualcuno sa chi siano e chi li sta finanziando. Queste domande – per quanto importanti – sono difficili da porre.

Stiamo progettando di costruire il nostro futuro sulla paura e su più violenza? Qualunque cosa seminiamo è ciò che abbiamo intenzione di raccogliere in seguito. Poiché la paura e la violenza sono attribuite al governo, stiamo progettando di sostituirle con la paura e la violenza di qualcun altro?

I media

Da un giornale locale di eSwatini

Quello dei mezzi di comunicazione è un altro settore in cui abbiamo assistito a cambiamenti. Ero solito dire in passato che si poteva trovare poco su eSwatini sui social media. C’era una sorta di autocensura in molti: «È meglio non parlare». Non è più così da giugno 2021. Molto di più può essere letto sui social media e sulle pagine web. La sfida è essere critici nei confronti di ciò che si legge. L’informazione è difficilmente «indipendente» e «imparziale», come proclamano i media.

Tutti noi dobbiamo interrogarci su ciò che viene e che non viene detto. Si può sottolineare che i media statali limitano ciò che viene riportato sulla violenza che ha luogo, ma la stessa cosa potrebbe essere detta di coloro che scelgono di non riportare nulla di positivo su quanto fatto dal governo perché potrebbe non piacere loro. Sembra importante dipingere l’altro come il nemico che deve essere affrontato.

Entrambe le parti dicono cose sui social media che non sono state provate e che l’altra parte nega che siano vere: «I mercenari sono entrati nel paese» e «ci sono stranieri tra i soldati del nostro esercito», sono due esempi familiari.

Violenza e media vanno insieme. L’informazione può essere usata come arma per instillare rabbia e paura. Anche qui bisogna chiedersi: chi paga per questo? A volte su Twitter è possibile trovare gli stessi post su profili di persone diverse che molto probabilmente non esistono. Tutto è impostato con un unico obiettivo: sostenere una parte o l’altra e influenzare il modo in cui le persone leggono la situazione.

In questi giorni è interessante vedere la mancanza di informazioni su eSwatini da fuori dei nostri confini. I media, che in passato parlavano così tanto dei nostri disordini, ora tacciono. Sembra che non ci sia alcun interesse per ciò che sta accadendo qui. Forse la nostra violenza non è abbastanza forte da renderla degna di essere denunciata.

Tentazioni

  • In mezzo a tutto questo, si possono individuare una serie di tentazioni che colpiscono ogni parte in causa:
  • «Questo passerà, le cose torneranno alla “normalità”. Tutto questo è solo il lavoro di pochi facinorosi».
  • «Non ci sarà corruzione una volta che avremo un sistema democratico».
  • «Possiamo distruggere il paese ora, lo ricostruiremo più tardi sotto un nuovo sistema politico».
  • La democrazia risolverà tutti i nostri problemi… in una notte.
  • Il pensare che chiunque può decidere per l’intera nazione.
  • Il pensare che combattere la violenza con la violenza le metterà fine.
  • Il pensare che la violenza di genere sia sbagliata ma la violenza politica sia giustificata.

Ignorare che:

  • eSwatini è una delle società più diseguali del mondo@;
  • nel paese manca formazione politica;
  • un futuro costruito sulla violenza innescherà solo altra violenza una volta che la popolazione sarà di nuovo infelice;
  • i nostri giovani provano rabbia, paura, frustrazione (ma non solo);
  • il 60/70% dei nostri giovani è disoccupato e potrebbe sentire di non avere nulla da perdere;
  • la maggior parte dei nostri giovani non ha mai fatto parte del processo che ha portato alla Costituzione del 2005 e potrebbe non identificarsi con essa.

È necessario inoltre:

  • Non ignorare quanto sia grande la necessità di un processo di guarigione già oggi a causa dei disordini dello scorso anno e quanto la violenza dividerà questa piccola nazione (famiglie e comunità) in futuro.
  • Non sentirsi superiori ad altri paesi senza imparare dalla loro esperienza di violenza e dai loro processi democratici.

Cattedrale di Manzini, preghiera per le vittime della violenza

Le chiese

Eswatini (già Swaziland) è conosciuto come un paese cristiano. Il numero di chiese, gruppi, profeti, pastori, apostoli e altri è molto grande. Ogni anno Sua maestà chiede un servizio di preghiera di ringraziamento a palazzo. Nonostante tutto questo, non riesco proprio a ricordare un momento in cui qualcuno di questi predicatori abbia mai aperto gli occhi della nazione sul fatto che questo tipo di disordini (che non erano mai stati visti prima) si sarebbero verificati. Tutti hanno rassicurato che tutto andava bene o sarebbe andato bene.

Tre sono i gruppi cristiani più conosciuti nel Regno, ciascuno dei quali riunisce un certo numero di chiese cristiane.Tra di essi c’è il Csc – Consiglio delle chiese dello Swaziland (di cui siamo padri e madri fondatori) che è il più piccolo (solo 13 Chiese). La cosa positiva è che la leadership di questi organismi fa del suo meglio per tenersi in contatto. La sfida consiste nel trovare un terreno comune su come affrontare la situazione. Ciò potrebbe essere dovuto a ragioni storiche e ai diversi modi in cui leggiamo la Bibbia.

Il Csc è stato il più visibile: ha rilasciato dichiarazioni, ha incontrato ogni possibile attore (governo, partiti politici, gruppi tradizionali …), ha coordinato visite di solidarietà nel paese, ha sostenuto le persone in prigione, ha fornito pacchi alimentari alle famiglie di coloro che sono morti durante i disordini.

La Chiesa cattolica, da sola, è stata attiva anche in diversi modi: ha rilasciato dichiarazioni, incontrato le parti interessate, riunito alcuni cattolici per riflettere sulla situazione e sul contributo che possiamo dare alla costruzione della pace, sostenuto le vittime della violenza, fornito pacchi di cibo, offerto consulenza, creato club per la pace nelle scuole superiori, dedicato giorni o settimane speciali di preghiera per la pace, aperto spazi per il dialogo locale, condiviso brevi dichiarazioni sui social media sull’importanza della nonviolenza.

Qualche settimana fa (in ottobre 2022, ndr) la polizia ha chiesto di utilizzare la nostra cattedrale per un incontro di preghiera. La violenza che l’ha colpita ha innescato direttamente questo bisogno di riunirsi per pregare. Abbiamo acconsentito. L’avevamo aperta in passato alle vittime di violenza da parte delle forze di sicurezza. Tutti abbiamo bisogno della guarigione e della guida di Dio.

Non ho potuto evitare di ricordare che nel febbraio 2013 (se la memoria non mi inganna), la polizia aveva fatto irruzione nella stessa cattedrale per fermare un incontro di preghiera per la pace nello Swaziland accusando gli organizzatori di mascherare un raduno per disturbare le elezioni nazionali dietro un incontro di preghiera.

Quello che stiamo facendo è una goccia nell’oceano. Sono necessarie molte più gocce. C’è sempre una sfida tra i cattolici (forse i cristiani in generale) su chi abbia la responsabilità di affrontare i disordini. Come dico sempre scherzosamente: «Quando la gente dice “la Chiesa è tranquilla”, quello che intende è che “il vescovo è tranquillo”, come se gli altri avessero il diritto di stare tranquilli».

Come ho scritto sui social media non molto tempo fa: «Il nostro paese è come una persona malata, che cura il dolore, ma non ciò che lo sta causando».

+ José Luis Ponce de León
vescovo di Manzini

Il vescovo José Luis visita una scuola vicino ai confini con il Mozambico per incoraggiare gli insegnati dopo le violenze, danni e incendi subitie dalla scuola.




Eswatini: visita di solidarietà dei vescovi dell’Africa australe

La Conferenza episcopale cattolica dell’Africa australe (Sacbc), che comprende Sudafrica, Botswana e Eswatini, ha condotto una visita nel regno di Eswatini (o eSwatini, ex Swaziland), vista la situazione dopo i disordini che hanno causato decine morti e danni materiali nel giugno e luglio scorsi. La visita di «solidarietà e pastorale» scrivono i vescovi, è stata guidata dal presidente della Sacbc monsignor Sithembele Sipuka e si è svolta tra il 6 e il 12 ottobre.

La delegazione della Sacbc è stata accolta dal governo di Eswatini e le è stato possibile incontrare diversi gruppi sociali del paese. Oltre al governo, la delegazione si è intrattenuta con diversi enti cattolici, con il Consiglio delle chiese, con molti gruppi della società civile e con singoli individui che hanno condiviso la loro visione sul paese.

Come risultato della visita i vescovi della Sacbc hanno riscontrato un desiderio, da parte di molti settori, di considerare una modifica dell’attuale forma di governo. Le ragioni sono molteplici. Ma la cosa importante – riportano i vescovi – è che occorre dare attenzione a questa richiesta, se non si vuole fare sprofondare il paese in ulteriori disordini che causerebbero morti e perdite economiche.

La delegazione è ottimista sul fatto che tutte le parti consultate, governo incluso, si sono dette disponibili al dialogo e al negoziato. La preoccupazione resta nel fatto che non tutti sembrano concordi sulle modalità con cui impostare i negoziati.

Inoltre, ricordano i vescovi, molte persone hanno espresso il desiderio di recuperare quel rapporto simbiotico tra il re di Eswatini e il suo popolo, che pare sia andato perduto.

I vescovi concludono con la richiesta fatta al primo ministro della necessità che tutti siano coscienti della gravità del momento storico che il paese sta passando e della necessità di implementare misure che aiutino nella costruzione di una società giusta e pacifica.

Testo completo sul sito della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa australe

Danzatori tradizionali in Eswatini




Eswatini: il vescovo chiama alla calma e al dialogo in mezzo a proteste e violenze

testo dii Inés San Martín, capo dell’ufficio romani di Crux
Originale inglese – nostra traduzione da:
Crux, taking the Catholic pulse


L’unico vescovo (cattolico) dello Swaziland implora la calma tra l’aumento delle proteste e della violenza

ROMA, 4 luglio 2021 – Mentre i disordini continuano a crescere nell’unica monarchia assoluta dell’Africa, l’unico vescovo cattolico di Eswatini chiede calma e dialogo. Almeno 21 manifestanti sono stati uccisi dalle forze di sicurezza dello Stato nei giorni scorsi nella nazione sudafricana precedentemente nota in inglese come Swaziland.

“Come ho affermato in passato, combattere il fuoco con il fuoco porterà il nostro paese in cenere”, ha detto il vescovo argentino José Luis Ponce de León di Manzini in una dichiarazione rilasciata il 2 luglio. “Il ripristino della calma non deve farci pensare che le ragioni dei disordini siano state affrontate. Un dialogo aperto e all-inclusive, senza escludere alcun stakeholder, è l’unica via possibile per andare avanti.

Il prelato ha anche chiesto il ripristino dei servizi Internet nel Paese “senza i quali dipendiamo dalle informazioni offerte dai media stranieri, e non dalla nostra stessa gente”. Questo – ha detto – permetterebbe alla Chiesa, alle Ong e organizzazioni politica di pubblicare i loro appelli alla pace e al dialogo,

Le proteste a favore della democrazia sono state scatenate il 24 giugno, ma fonti locali hanno detto a Crux che i disordini possono essere collegati alla morte di uno studente universitario all’inizio di maggio, con agenti di polizia sospettati del crimine. Questi si sono trasformati in appelli per riforme politiche, che hanno portato re Mswati III, che è il monarca assoluto dal 1986, a rilasciare alla fine della scorsa settimana un decreto che vieta le petizioni al governo che chiedono riforme democratiche.

La situazione si è ulteriormente aggravata a Eswatini a partire da lunedì sera, quando uno dei supermercati fuori Manzini, il più grande centro urbano del paese, è stato bruciato e un camion saccheggiato.

Mentre i figli di Mswati ostentano le loro opulente feste di compleanno sui social media, 6 cittadini su 10 di questa piccola nazione senza sbocco sul mare, incuneata tra Sudafrica e Mozambico, vivono in povertà, e gli osservatori ritengono che la disparità della situazione in cui vivono gli 1,1 milioni di persone del paese rispetto a quella del loro sovrano abbia portato ai disordini civili più esplosivi dall’indipendenza dello Swaziland 53 anni fa.

I manifestanti sono scesi in strada nella capitale esecutiva, Mbabane, a Manzini e altrove e il governo ha reagito in modo aggressivo. Ci sono testimoni, attivisti e personale ospedaliero che hanno riferito che l’esercito e la polizia hanno sparato contro i manifestanti e i saccheggiatori.

Martedì, (monsignor) Ponce de León, nell’ambito di una delegazione del Consiglio delle Chiese, ha incontrato il Primo Ministro del paese, perché temeva che i violenti disordini potessero presto intensificarsi, nonostante un apparente stato di quiete che più il risultato della forte risposta del governo alla protesta che una soluzione ai problemi più profondi.

Nella sua dichiarazione, il prelato ha citato l’enciclica di Papa Francesco sulla fraternità umana, Fratelli Tutti, per dire che “un autentico dialogo sociale implica la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro e di ammettere che può includere legittime convinzioni e preoccupazioni”.

Martedì scorso è stato imposto anche un coprifuoco dal tramonto all’alba e il primo ministro ad interim Themba Masuku ha dovuto negare notizie dei media secondo cui Mswati era fuggito dalla violenza nel vicino Sudafrica.

“Sua Maestà… è nel paese e continua a far avanzare gli obiettivi del Regno”, ha detto Masuku in una dichiarazione. “Facciamo appello alla calma, alla moderazione e alla pace.”

Ponce de León ha anche condiviso su twitter un messaggio pubblicato il 2 luglio dal Consiglio delle Chiese dello Swaziland, di cui è membro come vescovo dei cattolici del paese, dicendo che la domanda da farsi, nel vedere la violenza in atto e il danno alle proprietà della gente, è “cosa sta causando questo e quale potrebbe essere la soluzione?”

“Ciò è dovuto al fatto che ogni persona vuole progredire nella vita e quindi la distruzione cui si sta assistendo ora non sta portando il paese verso i suoi obiettivi”, afferma la dichiarazione, prima di segnalare diversi possibili motivi per la violenza, dalla pandemia di COVID-19 alla mancanza di opportunità di lavoro, che a sua volta ha “reso i giovani vulnerabili e frustrati”.

L’economia del paese, già in crisi prima della pandemia, ed è stata peggiorata da essa, con il lockdown che non ha reso la situazione migliore “poiché abbiamo visto altri problemi sociali, come la violenza di genere, aggravarsi”.

Il disagio causato da questi problemi è stato esacerbato, si legge nella dichiarazione, dalle “priorità sbagliate” del governo quando si tratta di stanziare fondi e “dall’aumento della brutalità delle forze dell’ordine contro la gente”, che ha portato alla perdita di vite umane, e non ha certo migliorato la situazione.

“Attualmente stiamo vivendo alti livelli di violenza sia da parte delle forze di sicurezza che dei manifestanti”, ha detto il Consiglio delle Chiese. “I manifestanti hanno lasciato dietro di sé una scia di distruzione con proprietà vandalizzate o bruciate, negozi saccheggiati e alcune persone ferite. D’altra parte, le forze di sicurezza hanno la loro parte nella violenza, visto che ci viene detto di persone che sono state picchiate, ferite con armi da fuoco o addirittura uccise dalle forze di sicurezza.

Ci sono state anche diverse segnalazioni di persone prese dalle loro case dagli agenti di sicurezza mentre le loro famigli sono tenute all’oscuro di dove sono stati portati.

“Tale violenza non è mai stata vita nel Paese e siamo preoccupati per gli effetti a lungo termine sulla popolazione di Eswatini”, si legge nella dichiarazione, prima di suggerire il dialogo come la migliore soluzione alle impasse, implorando le persone di “seppellire l’ascia di guerra e venire al tavolo per una soluzione negoziata dei problemi”.

Inés San Martín


Vedi anche:

appello di papa Francesco, Violenze in Africa meridionale, servono dialogo e riconciliazione.