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South Africa Fifty (Il giubileo d’oro della Consolata in Sudafrica)

Indice

I tre aspetti salienti della consolata in Sudafrica

Nati in terra di frontiera

Sono gli anni dopo il concilio Vaticano II. Anche i Missionari della Consolata cercano un nuovo stile di evangelizzazione. Si aprono per loro nuovi paesi di missione, nuove culture con cui confrontarsi, ma anche nuove forme organizzative. Così si diffonde l’approccio delle piccole comunità missionarie, agili ad adattarsi alle situazioni. Fondamentale anche la componente formativa per i giovani che iniziano il cammino missionario.

La nascita della delegazione (chiamata così in quanto piccolo gruppo, ndr) del Sudafrica avvenne il 10 marzo 1971. Fu l’avvio di un cammino nuovo per l’Istituto, nella ricerca di nuove terre e di nuovi stili di evangelizzazione, e pertanto una vera «terra di frontiera». Erano gli anni che seguivano il concilio Vaticano II e la celebrazione del Capitolo generale del 1969. L’Istituto si sforzava di aprire nuove strade che potessero incarnare al meglio il carisma di Giuseppe Allamano in un’epoca di grandi cambiamenti nella Chiesa e nella società.

Terra di frontiera

Ai nostri primi missionari destinati al Sudafrica veniva affidato l’impegnativo compito di camminare su terre da noi non ancora esplorate, a contatto con nuove realtà missionarie e di evangelizzazione, capaci di arricchire il tradizionale stile missionario dell’Istituto.

Il 9 novembre del 1971, padre Mario Bianchi, superiore generale, a pochi mesi dall’inizio dell’avventura sudafricana, così scriveva in una lettera circolare all’Istituto: «[…] Ma già ora vi è uno sviluppo importante nell’Istituto, non di numero, ma di qualità; cioè di situazioni nuove in cui l’Istituto viene a trovarsi e a cui deve fare fronte: inserimento in nuovi campi di missione e quindi in confronto con popoli, culture e religiosità differenti (è il caso dell’Etiopia e Sudafrica); cambiamenti talora profondi nelle aree geografiche in cui già siamo inseriti, sotto il punto di vista di Chiesa, vita politica o sociale; cambiamenti e sviluppi anche nella sensibilità spirituale, vita comunitaria e organizzativa all’interno dell’Istituto. Queste nuove situazioni conducono a una crescita qualitativa e spirituale dell’Istituto se tutti noi sapremo affrontarle con coraggio, pazienza e saggezza».

Quanto padre Mario Bianchi proponeva all’inizio di questa avventura missionaria, penso che mantenga ancora oggi tutta la sua validità: l’invito a scoprire sempre nuove strade della missione nella comunione con il cammino delle chiese, nel cercare e trovare nuovi modi per rendere più efficace la comunicazione del Vangelo di Cristo e nel solidarizzare con i popoli. Nel fare tutto ciò in maniera efficace, è necessario che il nostro discernimento sia sempre accompagnato dalla preghiera costante allo Spirito Santo, e dal desiderio di rispondere al meglio allo spirito del nostro beato fondatore Giuseppe Allamano.

Piccoli gruppi

L’Istituto desiderò che le nuove aperture realizzate dopo il Concilio fossero tutte di piccole dimensioni. Simili a quella del Sudafrica furono le altre nuove aperture di quegli anni: Etiopia, Congo (Zaire) e Venezuela. Il fatto di andare in piccoli gruppi, sebbene possa apparire un elemento di fragilità e povertà, offre innumerevoli risvolti positivi: una maggiore agilità nell’attuare scelte nuove e migliorare situazioni, crescita costante nella comunione e fraternità comunitaria, ricambio facile di personale nelle nostre presenze pastorali, maggiori possibilità di collaborazione con la Chiesa locale evitandole inopportuni condizionamenti.

Siamo coscienti che l’elemento comunitario gioca un ruolo importante nella nostra crescita personale e nello svolgimento del nostro servizio.

Grazie alla ricorrenza dei 50 anni dalla nostra apertura in Sudafrica, abbiamo avuto l’opportunità di ripercorrere il cammino fatto dai confratelli negli anni passati, e le scelte da loro operate. Tutto ciò ci può servire a confrontare la situazione attuale della nostra missione con il sogno che l’Istituto ebbe nell’avviare la nostra presenza in Sudafrica e nel corso di questi cinquant’anni. Ogni celebrazione giubilare, come desiderava il Beato Allamano, deve attingere ispirazione dalle origini e alimentare gli impegni attuali con lo sguardo sempre aperto al futuro.

Una comunità formativa

Pensando alla delegazione attuale del Sudafrica, non posso dimenticare di sottolineare il privilegio che abbiamo avuto accogliendo la comunità del seminario di Merrivale, e la responsabilità che abbiamo nell’assicurare ai nostri giovani missionari l’ambiente migliore per la loro crescita e maturazione vocazionale. Li sentiamo come parte integrante e importante della delegazione. Gioiamo con loro per le varie tappe che ogni anno essi raggiungono. Li accogliamo volentieri nelle nostre comunità durante le loro esperienze pastorali. Sperimentiamo con loro la bellezza del fare missione in Sudafrica anche se poi la maggioranza emigrerà in altre terre di missione. La convivenza con i missionari li spinge a rallegrarsi per la scelta missionaria fatta e a un impegno sempre maggiore nella loro ultima fase formativa di base.

In conclusione, voglio riaffermare la convinzione profonda che l’efficacia apostolica, e quella missionaria in primo luogo, è basata sulla testimonianza dell’amore che lega le persone che proclamano il Dio della misericordia.

Stefano Camerlengo


Breve racconto di cinquant’anni di presenza

Le sei «fasi» della storia

Dai pionieri Jack Viscardi e John Berté a Piet Retief, e dal loro lavoro «ponte» con le famiglie dei migranti mozambicani, all’arrivo nelle townships di Newcastle e poi di Pretoria e Johannesburg. Con l’attività pastorale e di formazione di leader. E poi l’apertura del seminario di Merrivale, per arrivare alla «figliazione» con la nuova missione nel regno di Eswatini.

Alla fine degli anni Sessanta, il Capitolo generale dei Missionari della Consolata accettò la richiesta di iniziare una presenza missionaria nella prefettura di Volksrust (oggi diocesi di Dundee). I padri Giovanni (Jack) Viscardi e Giovanni (John) Berté furono i primi ad arrivare il 10 marzo 1971. La prima missione fu Piet Retief. Per 24 anni essi diffusero il Vangelo in diverse zone, nel territorio oggi conosciuto come diocesi di Dundee.

Giovanni Berté, durante un’intervista che gli feci nel 1996, per il venticinquesimo, divise in quattro fasi il lavoro dell’Istituto nei primi 24 anni passati unicamente nel territorio della diocesi di Dundee. Trovandoli attuali, voglio riportarli qui di seguito.

I primi quattro passi

Primo. La prima tappa in Sudafrica fu nella Prefettura di Volksrust, guidata dal vicario monsignor Marius Banks. I missionari iniziarono a Piet Retief, poi gradualmente andarono a Ermelo (Damesfontein), Evander, Secunda, Embalenhle, Kriel, Standerton e Bethal. Un importante atto di consolazione fu quello di diventare ponte tra alcuni mozambicani, lavoratori delle miniere del Transvaal, e le loro mogli e figli in Mozambico. Questo fu possibile perché i missionari della Consolata erano presenti anche nel paese di origine dei migranti.

Secondo. Al momento della creazione della diocesi di Dundee (anni Ottanta), i missionari andarono nelle aree rurali di Pongola e Pomeroy. Ci fu l’idea di andare a Amakhasi, ma non si materializzò. Tutte le attività erano volte a enfatizzare la presenza della consolazione tra i poveri. In quel periodo i missionari aiutavano anche il vescovo nella parrocchia di Dundee.

Terzo. Nel 1991 i Missionari della Consolata, incoraggiati dal vescovo Michael Paschal Rowland, andarono nelle townships (città riservate ai neri) di Newcastle. Le energie spese al centro pastorale di Damesfontein per la formazione di leader e catechisti, con la nuova area pastorale, iniziarono ad essere utilizzate a beneficio dell’area densamente popolata del decanato di Newcastle. Presto i segni dei tempi chiamarono i missionari a focalizzarsi su progetti, raduni di studio e ritiri in aiuto dei malati di Hiv.

Quarto. Il 20 giugno 1995 si iniziò una presenza missionaria a Waverley e Mamelodi West rispettivamente un sobborgo e una township di Pretoria, capitale del Sudafrica. Qui uno degli obiettivi era rafforzare la consapevolezza della responsabilità missionaria nella chiesa locale, e formare giovani a diventare missionari della Consolata dal Sudafrica al mondo.

Avendo lavorato per molti anni in aree rurali, dai primi anni Novanta, consapevoli del fenomeno di urbanizzazione, i missionari della Consolata iniziarono una presenza in diverse townships, inizialmente nella diocesi di Dundee e successivamente nell’arcidiocesi di Johannesburg (Daveyton 2004). Molti giovani furono accompagnati nel loro discernimento vocazionale, le comunità parrocchiali pregavano per le vocazioni e una squadra vocazionale diocesana fu attivata nella diocesi di Dundee, dove religiose e religiosi, preti e clero locale potevano incontrarsi e pianificare periodicamente. Una squadra simile fu realizzata pure in Eastern Deanery, Pretoria. Sfortunatamente queste due squadre dovettero sciogliersi per mancanza di nuove forze, dopo la tragica morte del padre comboniano Giorgio Stefani a Pretoria (20 ottobre 2005), e di suor Anna Thole, delle Nardini Sisters, nella diocesi di Dundee (1 aprile 2007).

Due passaggi ulteriori

Il padre John Berté (andato in Paradiso il 5 gennaio 2005), all’epoca, non mi aveva menzionato altri possibili passaggi storici.

Voglio però aggiungere due passaggi successivi che reputo importanti.

Quinto. Grazie all’intuizione del consigliere generale per l’Africa, padre Matthew Ouma, il primo settembre 2008 ha aperto i battenti il seminario teologico interculturale di Merrivale (Kwa Zulu Natal), e un anno dopo è stata pure aperta la parrocchia St. Martin de Porres, Woodlands, nell’arcidiocesi di Durban. Il seminario è composto dagli studenti religiosi professi della Consolata originari di diversi paesi dell’Africa, ma non ancora da sudafricani.

Sesto. Un nuovo capitolo della storia dell nostro istituto in Sudafrica è iniziato nel 2016, con l’apertura della missione nel piccolo regno di Eswatini (che si scrive pure eSwatini, ndr), dove il missionario argentino José Luis Ponce de León è diventato il vescovo della diocesi di Manzini, l’unica nel piccolo regno.

Passato remoto

Voglio ricordare qui due momenti storici che hanno anticipato la nostra presenza in Sudafrica e hanno legato l’istituto al paese.

Nel 1940, 89 missionari della Consolata furono portati dagli inglesi in Sudafrica dal Kenya, come prigionieri di guerra italiani. Furono rinchiusi a Koffiefontein, cittadina mineraria nel Free State al centro del paese, per tre anni.

Nel 1948 alcuni missionari, invece, furono mandati dall’Italia all’Università di Cape Town, per specializzazioni o per accreditare i loro titoli di studio secondo il sistema britannico, prima di partire per Kenya e Tanzania come insegnanti.

Devo infine ricordare che, anche se l’Istituto è presente nel paese da così tanti anni, non c’è ancora un missionario della Consolata sudafricano, perché inizialmente l’obiettivo fu lo sviluppo della chiesa sudafricana, attraverso la promozione del clero locale.

Rocco Marra


Un missionario «senior» fresco di Sudafrica

Riflessioni dell’ultimo arrivato

Padre Mario Barbero è un missionario della Consolata di lungo corso. Questo significa che conosce molti confratelli del passato e del presente. In Sudafrica era stato solo per brevi visite, quando lavorava in altri paesi del continente. Da poco più di un anno si è trasferito a Pretoria, dove si sente l’ultimo arrivato. Ci racconta le sue avventure con il calore che sempre lo contraddistingue.

Non è la prima volta che vengo in Sudafrica, ma adesso sono arrivato con un regolare permesso di lavoro e con visto di residente. La prima volta venni nell’ottobre 2003 proveniente dalla Repubblica democratica del Congo assieme a una coppia congolese per prendere parte all’incontro panafricano del Marriage encounter. Dal 1978, infatti, faccio parte del Wwme (Worldwide marriage encounter, in Italia Incontro matrimoniale), movimento familiare internazionale e, dovunque ho lavorato, mi sono sentito sostenuto da coppie, sacerdoti, consacrate e consacrati di questa associazione.

Andavo a Johannesburg con una coppia di Kinshasa per prendere parte a una settimana d’incontro con coppie e sacerdoti di nove paesi africani impegnati nella pastorale familiare. In quell’occasione avevo chiesto al superiore delegato, padre Ponce de León (ora vescovo di Manzini in Eswatini), di poter prolungare di una settimana il mio soggiorno per visitare le nostre missioni in questo paese. Così nel giro di una settimana visitai quasi tutte le comunità dei missionari della Consolata nel paese. Fu con grande emozione che nei pressi di Delmas pregai sul luogo dell’incidente mortale dei padri Paolino Ferreira e Alexius Lipingu.

Una seconda visita in Sudafrica, sempre con visto turistico, fu più lunga, da dicembre 2007 a giugno 2008, un soggiorno di sei mesi nella parrocchia di Daveyton, nell’arcidiocesi di Johannesburg, come aiuto al mio amico padre Ettore Viada, compagno di studi a Roma.

Sebbene fossi prete da oltre quarant’anni, era la prima volta che mi trovavo in una parrocchia a tempo pieno, e fu molto bello. Quasi ogni giorno, accompagnato da un parrocchiano, visitavo le persone malate e gli anziani nelle loro case, leggendo sui loro volti la gioia nel ricevere la visita di un sacerdote e soprattutto la Comunione. Indimenticabile la scena di una signora anziana che, vedendomi arrivare, esclamò: «I am so happy, father!». Sabato e domenica prestavo servizio nelle chiese succursali di San Martin e San Lambert.

Tre giorni dopo il mio arrivo a Daveyton, mi chiamò la responsabile della pastorale familiare di Johannesburg per invitarmi a pranzo e per farmi conoscere un salesiano impegnato nella pastorale giovanile e dei fidanzati, naturalmente non me lo feci ripetere due volte.

In quei sei mesi ebbi anche la possibilità di prendere parte alla celebrazione del trentesimo anniversario del Marriage encounter in Sudafrica (iniziò nel 1978 come in Kenya) e di animare due fine settimana del programma Retrouvaille.

Inoltre, con padre Tarcisio Foccoli, mio compagno di ordinazione e superiore delegato dell’epoca, vissi un’altra esperienza memorabile: andare a Merrivale, nell’arcidiocesi di Durban, per vedere una casa che sarebbe poi stata la prima residenza del seminario teologico che si progettava di aprire (e che di fatto si aprì il primo settembre 2008): una novità molto importante per la nostra presenza sudafricana.

Sorpresa gradita

Nel mese di novembre 2019, mentre da tre anni risiedevo nella nostra comunità di Rivoli (To), il padre generale, Stefano Camerlengo, mi propose una nuova partenza per il Sudafrica, questa volta con regolare visto di residenza. Era la terza destinazione in Africa dopo il Kenya e la RdC, inframmezzati da due «parentesi» di dodici anni ciascuna, in Usa e in Italia.

Mentre preparavo i documenti per richiedere il visto regolare, cercai di rinfrescare le mie memorie sull’Istituto in Sudafrica cominciando dalla sua preistoria.

Infatti la prima presenza di missionari della Consolata nel paese non era stata pianificata dai nostri superiori o da una decisione di un Capitolo generale, ma dal governo inglese che allo scoppio della guerra nel 1940, senza tanti complimenti, vi deportò ben 89 nostri missionari che lavoravano in Kenya (foto sopra), i quali da un giorno all’altro si trovarono con l’etichetta di nemici di sua Maestà britannica. Questi nostri confratelli, con la laboriosità tipica dei missionari, durante quasi quattro anni nel campo di concentramento di Koffiefontein pregarono, studiarono, si tennero aggiornati sulla Bibbia e sulla teologia, tessendo anche relazioni con altri prigionieri italiani confinati con loro, aiutandoli anche a rinfrescare la loro pratica religiosa. Scorrendo il loro elenco vidi che li avevo conosciuti quasi tutti in Italia o durante i miei dodici anni in Kenya, e alcuni di loro (in particolare fratel Guido Grosso, indimenticabile formatore al Consolata seminary di Langata) mi raccontarono come si erano tenuti occupati in quel periodo.

Nel 1948 c’era stata poi una presenza Imc programmata per il Sudafrica: l’apertura, a Cape Town, di una «casa di studi» per i missionari destinati a frequentare corsi di specializzazione per insegnare nelle scuole, soprattutto in Kenya. Tra i tanti, non posso non ricordare qui padre Giuseppe Bertaina (ucciso in Kenya nel 2009), che avrebbe lasciato memoria indelebile, e padre Carlo Capone che si laureò in medicina (cosa rara per un prete a quel tempo, per cui richiese un permesso speciale dal Vaticano) e svolse poi un grande lavoro nel coordinare i servizi del Catholic Relief Services (la Caritas degli Stati Uniti, ndr) in tutta l’Africa.

Mi ricordo bene quando l’Istituto, dopo il Capitolo del 1969, decise di programmare nuove aperture anche per snellire la presenza massiccia nelle nostre zone storiche d’Africa: Kenya, Tanzania e Mozambico.

E così vennero, nei primi anni ‘70, la riapertura in Etiopia, e le nuove aperture in Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo), e in Sudafrica. Conobbi i due pionieri, i padri Giovanni Berté e Jack Viscardi, fin da quando erano ancora studenti di teologia a Torino.

Quanti nomi conosciuti

Per prepararmi all’arrivo in Sudafrica, padre Rocco Marra, attuale superiore delegato, mi inviò la lista di tutti i confratelli che dal 1971 fino all’ultimo (che sarei io, credo) erano stati destinati a questa delegazione. Per me, scorrere quell’elenco fu come fare un pellegrinaggio nella storia del nostro Istituto. Essendovi entrato da ragazzino nel 1950, avevo avuto modo di conoscere buona parte di quei 68 nomi che erano sulla lista: missionari dapprima solo italiani poi di varie nazionalità, che avevano lavorato qui per brevi o lunghi periodi, ognuno con le proprie caratteristiche, dando ciascuno il suo contributo in questa Chiesa durante i passati cinquant’anni. Quattordici sono già stati «trapiantati» sull’altra sponda dal Signore.

Guardando alla lista dei missionari e alle zone dove l’Istituto aveva lavorato notavo una certa mobilità, sia di personale, sia geografica. Molte missioni erano state iniziate e poi cedute ad altri. All’inizio c’era stata una concentrazione nella zona del Kwa Zulu Natal e Mpumalanga, dove poi era nata l’odierna diocesi di Dundee. In seguito erano venute le aperture nelle arcidiocesi di Pretoria (1995) e Johannesburg (2004). Sono stati passaggi da una sola diocesi a varie diocesi, da zone prevalentemente rurali ad aree urbane.

Le novità più rilevanti negli ultimi quindici anni furono l’apertura del seminario teologico di Merrivale (2008) e l’apertura di una comunità nello Swaziland/Eswatini (2016), con il vescovo, monsignor José Luis Ponce de León (già dal 2013). Mi sembrano, ancora oggi, due segni di vitalità e di coraggio: l’impegno «ad gentes» in Eswatini, e l’impegno nella formazione di missionari per il mondo.

La decisione di aprire un seminario teologico internazionale e interculturale fu un dono per la nostra piccola delegazione, non solo per contribuire a formare missionari per l’Istituto, ma anche perché la presenza di seminaristi missionari, dà un volto giovanile e dinamico al nostro gruppo. I seminaristi infatti trascorrono dei periodi di servizio nelle varie parrocchie portando una testimonianza dell’universalità della Chiesa. In dodici anni, il seminario di Merrivale ha «prodotto» diciassette sacerdoti missionari, che ora servono in dieci paesi di quattro continenti, ognuno portando qualche impronta di quanto ricevuto dalla società e Chiesa sudafricana.

Negli ultimi vent’anni il nostro gruppo di missionari della Consolata ha cambiato visibilmente composizione sia come provenienza che come età. Nei primi trent’anni di presenza in Sudafrica i missionari erano europei e latinoamericani, dopo, la maggioranza ha iniziato a provenire da paesi del continente.

La nostra è una delegazione giovane, con un’età media dei sacerdoti di 45 anni, quella dei seminaristi di 30 anni.

Chissà se i nostri primi missionari, arrivati in Sudafrica nel 1940 come prigionieri di guerra dal Kenya, avrebbero mai immaginato che in pochi decenni vari confratelli proprio del Kenya sarebbero stati le nuove forze della Consolata ad annunciare il Vangelo nel paese.

Covid relief projects

«Lockdown in Pretoria»

Sono arrivato in Sudafrica il 26 febbraio 2020, con uno degli ultimi voli Alitalia, Roma-Johannesburg, in tempo per concelebrare con padre Rocco la messa serale del mercoledì delle Ceneri. Un mese dopo, anche qui è scattato il lockdown e le chiese sono state chiuse alla partecipazione dei fedeli. La quaresima si è interrotta alla terza domenica, quando avevo appena conosciuto alcuni parrocchiani. Ho vissuto questi lunghi mesi come un regalo del Signore per prepararmi meglio al ministero parrocchiale, ricordando che «la preghiera è il nostro primo dovere». Per me la chiesa non era chiusa e potevo, non solo celebrare messa ogni giorno, ma anche passare un po’ più di tempo a pregare per i miei parrocchiani. Anche se non li conoscevo ancora, il Signore sapeva dove indirizzare le mie preghiere! Ho cominciato a comunicare con loro con messaggi whatsapp e con video quasi settimanali di commento alle letture liturgiche. Ho potuto apprezzare anche la generosità di famiglie che (come i corvi per il profeta Elia, in 1 Re 17,6) mi portavano da mangiare. Con il passare delle settimane ho migliorato la mia competenza culinaria e sono diventato sempre più esperto a preparare gli spaghetti al dente.

La parrocchia dove mi trovo, Queen of the most holy Rosary di Waverley, Pretoria (capitale della nazione), è la prima nostra presenza in città dal 1995. Nel 2020 era in programma la celebrazione del Giubileo d’argento (25 anni dalla fondazione). Naturalmente, a causa della pandemia, non si è fatta nessuna festa, se non il ricordo nella preghiera.

Il primo parroco della Consolata è stato padre Jack Viscardi, che era in comunità con padre Alexius Lipingu, tanzaniano, responsabile di St. Mary’s Mamelodi West, una parrocchia della township a mezz’ora di macchina da Waverley. I due confratelli prestavano il loro servizio pastorale nelle due parrocchie come coparroci.

Padre Alexius lo avevo accolto in seminario a Nairobi nel 1978, e accompagnato all’ordinazione nella sua parrocchia nel 1987. Destinato al Sudafrica nel 1993, era diventato superiore della delegazione, e nel 1999, a 43 anni, è morto in un incidente stradale. Mai avrei immaginato di diventare suo successore in questa parrocchia dove egli è ricordato con simpatia e gratitudine.

In questi 25 anni, vari confratelli di varie nazionalità si sono succeduti qui nel servizio pastorale. Oltre a padre Lipingu, altri due sono già in Paradiso, Jesus Ossa, colombiano, e Jack Viscardi. Li ho frequentati in Italia negli ultimi anni della loro vita: padre Jesus lavorava con la comunità latinoamericana a Torino e padre Jack era nella casa di Alpignano (To). Quando prego il rosario passeggiando su e giù nella chiesa del Santo Rosario e quando celebro la messa, quasi sento la loro presenza fisica nel mistero della comunione dei Santi a intercedere per i loro (ora miei) parrocchiani.

Mario Barbero

St. Gabriela Healin Center, a Mtubatuba: centro di prevenzione e cura dell’Hiv/Aids,


Il vescovo di Manzini indica i fattori di successo

Piccole comunità, grandi greggi

Piccoli gruppi missionari, anziché presenze ingombranti. E la capacità di aderire con dinamismo al mutare delle esigenze del contesto. Ma anche un’attività pastorale dominante, che ha favorito la formazione di leader della chiesa locale. Questi gli aspetti determinanti nei cinquant’anni di missione appena trascorsi.

Era il 1992 quando ho scritto a padre Giuseppe Inverardi, prima della fine del suo secondo mandato come superiore generale, chiedendo di essere destinato altrove. Da sei anni ero in Argentina, dove sono nato. Ero entrato nell’Istituto «per essere inviato» e non per rimanere. È vero che avevo anche la curiosità di sapere se sarei riuscito ad imparare un’altra lingua (avevo fatto il noviziato e la teologia in Colombia), e a inserirmi in un’altra cultura, diversa di quella dell’America Latina.

Durante una sua visita in Argentina lui mi ha chiesto: «Dove vorresti andare?». Anche se mi ero reso disponibile per andare in qualsiasi nazione, ho detto: «Preferirei un gruppo piccolo». Dietro la mia risposta c’era l’immagine delle nostre presenze dove, dopo tanti anni di servizio missionario, siamo cresciuti nel personale ma anche nelle strutture, cose che possono rendere più difficile una nostra disponibilità a rispondere alle nuove sfide.

Lui aveva già un’indicazione: «Abbiamo pensato al Sudafrica». Mesi dopo, nel 1993 sono stato ufficialmente destinato al Sudafrica dove sono arrivato all’inizio del 1994 dopo alcuni mesi passati a Londra per migliorare la lingua inglese.

Quasi trent’anni dopo, penso che quella intuizione sia stata importante.

La nostra presenza in Sudafrica è stata marcata da due elementi particolari: è sempre stata «piccola» nel numero dei sacerdoti missionari (la delegazione non ha mai avuto fratelli) e non è mai stata legata a una infrastruttura. Questo ha permesso ai missionari di spostarsi con facilità per dare una risposta alle diverse sfide.

È stato così che nel 1991, in risposta al vescovo della diocesi di Dundee, l’Istituto ha preso in consegna le parrocchie del decanato di Newcastle, per sviluppare un lavoro d’équipe secondo il nostro carisma missionario.

Qualche hanno dopo, nel 1994, è stata decisa la prima presenza fuori della diocesi di Dundee: due parrocchie nell’arcidiocesi di Pretoria (Waverley e Mamelodi) e nel 2003 la prima presenza nell’archidiocesi di Johannesburg.

La comunità dei professi è nata nel 2008 seguita da una parrocchia «a fianco» nell’arcidiocesi di Durban nel 2009, e poi una seconda parrocchia a Mamelodi (Pretoria) nel 2015.

Più tardi, nel 2016, è iniziata la presenza dell’Istituto nella diocesi di Manzini, nel Regno di Eswatini(*).

Quando guardo indietro vedo una grande dinamicità in un gruppo così piccolo e una grande capacità di risposta ai bisogni della diocesi e alle proposte dei vescovi.

Una presenza pastorale

Un altro elemento di questi 50 anni è che la nostra è sempre stata una presenza «pastorale». In molti luoghi sono state costruite delle cappelle o delle chiese, ma non c’è mai stato il bisogno di costruire delle scuole o centri di salute (realizzati questi dal governo). La nostra chiamata è sempre stata quella di creare o consolidare delle comunità, nella visita alle famiglie e nella formazione dei loro leader.

Per tanti anni, la Conferenza episcopale ha offerto corsi di formazione per i laici attraverso il centro pastorale Lumko. Ancora oggi ricordo quella volta in cui una delle incaricate del centro ha incontrato padre Pietro Trabucco, in visita in Sudafrica, e gli ha raccontato: «Voi, missionari della Consolata, non soltanto avete curato la formazione dei laici ma, in tutti i corsi, i religiosi erano seduti in mezzo alla gente. Anche loro hanno voluto essere formati insieme al popolo». Ed è vero. Diverse generazioni di missionari sono passate in Sudafrica, arrivate dall’Europa, dall’America Latina e dal resto dell’Africa, ma la cura della formazione dei laici è stata sempre presente nel cuore di ciascuno, forse nella consapevolezza che noi siamo di passaggio e sarà la gente del posto a portare avanti la crescita della chiesa.

L’anno scorso, un sacerdote diocesano al quale è stata affidata una delle nostre missioni, mi ha scritto dicendo: «Sono io oggi a godere dei frutti del lavoro dei Missionari della Consolata. Posso contare su leader preparati con grande cura».

Anche se tutto questo è parte essenziale della nostra identità, non è sempre facile vedere dei frutti quando si lavora in un contesto dove le chiese cristiane si moltiplicano come funghi, il senso di appartenenza a una chiesa è spesso debole, o quando uno dei laici formati sceglie di andare via e di dare inizio alla propria chiesa.

Ho sempre il ricordo di un incontro del nostro gruppo di missionari, una ventina di anni fa. Nella condivisione riguardo al nostro essere in Sudafrica era presente, in quasi tutti, la sensazione di non essere stati di grande aiuto alla chiesa locale. Io ero superiore delegato e ho guardato tutti in silenzio senza dire una parola. Eravamo già presenti in tre diocesi e i vescovi parlavano benissimo di tutti i nostri missionari, ma eravamo noi stessi a non riuscire a vedere l’impatto della nostra presenza.

Il Sudafrica è sempre una realtà molto sfidante, ed è soltanto la convinzione che è lo Spirito di Gesù risorto che si occupa dei frutti, la forza che ci guida e ci sostiene.

José Luis Ponce de León

 (*) Nota: dal 2018 lo Swaziland ha assunto il nome regno di eSwatini, ovvero terra degli Swazi. In questo dossier si è scelta la scrittura alternativa Eswatini.

foto dell’icona della Consolata che secondo una nostra tradizione e` stata donata dal Fondatore ai suoi missionari, conservata nell’ufficio di Mons. Luigi Santa, il quale l’ha data ai primi missionari che sono arrivati a Cape Town nel 1948, quando abbiamo aperto una casa per missionari destinati a fare corsi di specializzazione. Da Cape Town e` stata portata a Damesfontein, probabilmente nel 1981 e infine nell’attuale casa della delegazione a Waverley-Pretoria in aprile 2004.

Il partito di Nelson Mandela è spaccato in due

Alta tensione,  tra i figli di Madiba

Il presidente Ramaphosa cerca di fare pulizia nel partito al potere. Ma non è cosa facile, perché la corruzione è radicata e lui ha una maggioranza interna ristretta. Intanto la xenofobia verso gli immigrati africani non sembra diminuire. Anche a causa della crisi economica dovuta alla pandemia da Covid-19. Riuscirà il presidente nel suo intento? Ne parliamo con un esperto di Cape Town.

«Il presidente Cyril Ramaphosa sta facendo un buon lavoro, ma lentamente. Penso che non ci sia nessuno nell’Anc (African national congress, ndr) che potrebbe fare un lavoro migliore del suo, ma allo stesso tempo, lui non può fare il migliore lavoro di cui avrebbe le capacità, a causa del fatto che è in un partito molto diviso». Chi parla è padre Peter John Pearson, dell’arcidiocesi di Cape Town, contattato telefonicamente. Padre Pearson è incaricato dalla Conferenza episcopale del Sudafrica dei rapporti con il parlamento, ed è coinvolto in una dinamica democratica che prevede la partecipazione della società civile nella definizione di policy e nell’osservazione del lavoro legislativo.

L’African national congress è il partito al governo dalla fine dell’apartheid e le prime elezioni libere nell’aprile 1994. «È uno dei principali partiti che hanno portato alla liberazione del Sudafrica, non l’unico – ricorda padre Pearson -, ma quello con la storia più lunga. È molto vicino alla gente». In quelle elezioni vinse Nelson Mandela che fu presidente fino al 1999. Gli succedette Tabo Mbeki, sempre storico personaggio dell’Anc, per due mandati. Nel 2009 venne eletto Jacob Zuma, controverso personaggio, già indagato per corruzione quando era vicepresidente di Mbeki.

Zuma fu poi obbligato a dimettersi prima della fine del secondo mandato, nel febbraio 2018, per le pressioni dell’Anc, perché eraè coinvolto in troppi casi di corruzione.

L’Anc scelse Cyril Ramaphosa, diventato segretario generale del partito nel 2017, per sostituirlo. Alle elezioni generali del 2019 Ramaphosa fu confermato.

South African President Cyril Ramaphosa is briefed by a nurse before getting inoculated with a Covid-19 vaccine shot at the Khayelitsha Hospital in Cape Town on February 17, 2021. (Photo by GIANLUIGI GUERCIA / POOL / AFP)

La corruzione, «benefit» del potere

«L’Anc è fortemente diviso – spiega padre Pearson – tra chi pensa che il potere sia l’occasione per approfittare [per arricchirsi], come fecero i bianchi prima, e chi ha una visione diversa. Il precedente presidente, Jacob Zuma, è accusato di molti casi di corruzione e irregolarità negli appalti. Secondo una stima, a causa della corruzione, sia nel pubblico che nel privato, il paese avrebbe perso tre trilioni di rand (circa 170 miliardi di euro, ndr), una cifra molto elevata per un paese a medio reddito come il nostro. Ogni atto di corruzione è un furto ai poveri. Rubando questi soldi si è sottratto un enorme investimento in servizi sociali per la gente, casa, educazione».

Nel mondo della politica è difficile togliere la corruzione, perché chi è dentro si è abituato a beneficiare dei suoi frutti.

La fazione del presidente attuale non è nel filone della corruzione, ma di chi lotta contro essa. Ramaphosa, sindacalista prima e poi uomo d’affari, è stato molto attivo nella lotta anti apartheid. «Purtroppo è arrivato al potere con una maggioranza molto piccola, per cui se vuole fare qualcosa, lo deve fare a piccoli passi, altrimenti mette a rischio il suo futuro politico».

Ramaphosa lavora molto con le commissioni, che si occupano dei casi di corruzione nelle diverse istituzioni di governance: «Verificano ad esempio i flussi di reddito di persone con incarichi importanti. Per cambiare le persone, il presidente usa le commissioni, in questo modo non può essere accusato di favoritismi. Però il processo ha bisogno di più tempo. Intanto almeno non sacrifica il suo avvenire politico nel breve periodo».

Suo feroce oppositore è Ace Magashule, segretario generale dell’Anc che guida una fazione del partito legata a Zuma. «Il presidente ha chiesto a Mashule e altri di dimettersi dai loro incarichi di partito. Ma questi non ne hanno intenzione. Si andrà allo scontro che potrebbe arrivare alle aule del tribunale. È un momento molto delicato», sostiene padre Pearson. «C’è un gruppo di persone nell’Anc che difende la democrazia. Ci sono alcuni veterani del partito che dicono: “Questa gente sta buttando tutto quello per cui abbiamo lottato e siamo finiti in carcere”. Per cui appoggiano Ramaphosa affinché faccia pulizia».

«Fortunatamente in Sudafrica abbiamo istituzioni molto indipendenti: il sistema giudiziario, la stampa, la libertà accademica, il diritto di organizzarsi e criticare il governo. Sono tutte cose che stanno ancora funzionando molto bene. E noi come chiesa stiamo appoggiando queste istituzioni, affinché la democrazia resti forte».

Migranti africani? No grazie

Il Sudafrica, essendo una delle economie più importanti del continente, attira molti africani dei paesi confinanti, e non solo, alla ricerca di lavoro e di una vita migliore. Padre Pearson si occupa della tematica: «La legislazione e la Costituzione in Sudafrica su migranti, rifugiati e richiedenti asilo è abbastanza liberale, sulla carta. Nella pratica c’è la tendenza a ridurre le possibilità e i diritti della gente che viene nel paese. Non sappiamo quanti siano, ma si stima intorno ai 4 milioni da altri paesi africani, dei quali la maggior parte ha passato la i confini di stato illegalmente, evitando i posti di frontiera».

Atti di xenofobia ricorrente occupano spesso le cronache. «Le cause sono molte, tra le quali complesse ragioni storiche. Uno dei motivi è il lavoro. Il tasso di disoccupazione nel paese è di circa il 32%, ovvero una persona su tre non lavora, senza contare i sotto occupati, che sono un’altra categoria. La gente pensa che i pochi lavori che ci sono siano minacciati dai migranti, i quali sono disposti a lavorare per salari più bassi e per più tempo, non appartenendo a sindacati. In realtà analisi e studi mostrano che non è esattamente così», sostiene Pearson.

«Anche a livello governativo, ci sono molti segnali, nelle politiche e nelle leggi, di chiusura verso gli stranieri, principalmente nei confronti degli africani. Per un europeo o un indiano, venire a vivere in Sudafrica non è così difficile, mentre per un nero africano sì. La chiamiamo esclusione strisciante, ovvero attuata poco alla volta».

Molti migranti fanno dei lavori, creano piccoli business, come la vendita di bevande e frutti per strada, altri hanno competenze e trovano lavoro in aree nelle quali i sudafricani non sono qualificati. «Vengono nella speranza che qui le cose siano un po’ migliori, perché nei loro paesi se la passano male, ad esempio in Zimbabwe. Sappiamo che ci sono circa due milioni di zimbabwesi che vanno e vengono dal Sudafrica. Alcuni lavorano sei mesi poi tornano indietro. Prendono i rischi per venire qui, perché nel loro paese non c’è nulla. Molti migranti però arrivano e non trovano lavoro, così aumentano il numero dei poveri», conclude padre Pearson.

La pandemia che preoccupa

Il lockdown a causa della pandemia è stato rigido in Sudafrica e solo adesso è meno restrittivo. «La pandemia è sotto controllo ma c’è molta preoccupazione per una terza ondata, a causa delle varianti e della stagione invernale che si avvicina», indica padre Pearson, «inoltre è chiaro che l’economia non può affrontare un altro lockdown duro».

Il nostro interlocutore termina con un monito: «L’anno prossimo ci sarà il congresso dell’Anc. Ramaphosa dovrebbe essere rieletto dal partito. In quell’occasione i falchi sperano di farlo fuori».

Marco Bello

Covid relief projects

Pennellate di Sudafrica

Il Sudafrica si trova all’estremo Sud del continente africano. I primi europei a toccare le coste di questo paese, grande quattro volte l’Italia, furono i portoghesi nel 1487. Da allora se ne servirono come scalo obbligato gli inglesi, i francesi e gli olandesi diretti verso oriente. I primi che ne rivendicarono il possesso, costruendo una base fortificata, furono i coloni olandesi che arrivarono a Città del Capo nel 1652. Essi cominciarono subito a espropriare la terra agli indigeni (Boscimani e Ottentotti).

Questi coloni, con 200 ugonotti francesi, formarono la comunità boera, che cercò poi l’indipendenza dall’Olanda.

Nel 1795 l’Olanda, occupata dalla Francia, chiese aiuto all’Inghilterra, e questa decise di occupare una parte del Sudafrica. Seguirono poi lunghe tensioni e guerre fra boeri e inglesi che si conclusero con la vittoria di questi ultimi. Nel frattempo in Inghilterra avveniva la rivoluzione industriale e le fabbriche necessitavano di molti minerali: l’Africa del Sud poteva darglieli.

I coloni, padroni di tutte le miniere, avevano però il problema della manodopera. La popolazione africana viveva ancora esclusivamente di agricoltura. Il governo locale, composto di soli bianchi, emanò delle leggi fatte apposta per costringere la popolazione a lasciare le terre e andare a lavorare in miniera. Così però i raccolti diminuirono e le famiglie s’impoverirono. Dall’Asia poi, soprattutto dall’India, arrivarono in cerca di lavoro numerosi immigrati.

Agli inizi del XX secolo, i bianchi decisero, sulla base di conquiste militari, di impadronirsi di quasi tutta la terra dei neri.

Nel 1951 si sancì la divisione dei bianchi dal resto della popolazione, e poi la separazione degli africani in gruppi linguistici. Nacque così l’apartheid: un’astuta struttura politica che assicurava alla minoranza bianca di avere il dominio su tutto il paese e sulla maggioranza nera.

Nel 1991, grazie anche alle pressioni internazionali, il governo del Sudafrica si aprì alla formazione di un governo di transizione multietnico e nel 1993 fu pubblicata una bozza della Costituzione per l’abolizione di ogni forma di discriminazione. Con le elezioni popolari del 1994, il paese iniziò a respirare una nuova aria di libertà e tranquillità, sotto la guida del presidente Nelson Mandela. La strada percorsa è stata lunga, ma il Sudafrica di oggi è un paese pacifico, affrancato dal suo passato e consapevole del suo potenziale economico.

Economia

Le potenzialità economiche del Sudafrica sono impressionanti. Tra di esse, una delle principali è il settore minerario che produce il 30% delle entrate totali di valuta straniera. Grazie a esso il Sudafrica è uno dei paesi più ricchi al mondo e le sue compagnie di estrazione sono molto importanti e di notevoli dimensioni (sono presenti vasti giacimenti di oro, zinco, uranio, platino, piombo, ferro, argento e miniere di diamanti).

Molto importanti sono l’industria chimica, della lavorazione della plastica e l’industria dei mezzi di trasporto. Quest’ultima ha registrato una crescita pressoché continua anche grazie alle società multinazionali dell’automobile attratte dagli incentivi del governo di Pretoria. La Fiat, ad esempio, ha avviato nel ’99 la produzione in Sudafrica delle sue automobili destinate ai mercati emergenti.

Un altro settore importante è quello agricolo che ha notevoli potenzialità, data la grande estensione di terreno coltivabile e un clima temperato. I prodotti del Sudafrica stanno ora conquistando i maggiori mercati africani, e non solo.

Altri due settori sono quello delle attrezzature mediche, in forte espansione grazie all’estensione dei servizi sanitari alla popolazione nera, e quello dei sistemi di sicurezza, provocato dalla piaga, purtroppo molto diffusa nella realtà sudafricana, della criminalità.

Il visitatore straniero è subito colpito dagli alti muri di recinzione e dai fili elettrici che circondano le abitazioni della popolazione bianca e delle fabbriche. Con la fine dell’apartheid, nel 1994, i bianchi hanno abbandonato i centri cittadini delle principali città andando a insediarsi nelle periferie che nel tempo si sono trasformate in confortevoli centri residenziali e commerciali. La popolazione di colore invece ha intrapreso il percorso inverso, uscendo dalle townships in cui era stata relegata (anche se tuttora esse sono vicine alle grandi città e mostrano dimensioni impressionanti) per occupare i centri città svuotati.

Il turismo è un’altra realtà importante e ancora poco sviluppata in rapporto al potenziale esistente: i parchi a Nord di Johannesburg, la natura tropicale e il mare dell’area di Durban, la bellezza di Città del Capo con i vigneti a perdita d’occhio, le montagne dolomitiche, una fauna e una flora che lasciano senza fiato, sono solo alcuni aspetti che testimoniano la varietà della bellezza di questo paese.

Alle prospettive positive esistenti nel campo economico e politico, si oppongono però aspetti negativi, che gettano un’ombra sulle speranze di sviluppo di questo paese: l’altissimo livello della disoccupazione (32%), diffusa soprattutto nella popolazione nera, la scarsa formazione dei lavoratori, una situazione sociale con una forte disparità, la criminalità dilagante, la piaga dell’Aids che pare colpisca circa il 18% della popolazione.

Pietro Trabucco

 

Padre Benedetto Bellesi che ha servito in Sudafrica per molti anni e poi redattore e direttore di MC

Hanno firmato il dossier:

Archivio MC