Dalla Cina all’Italia, rifugiati per religione

Testo di Luca Lorusso


Quella cinese è la terza comunità extra Unione europea in Italia: 277mila a fine 2017. Tra questi, i rifugiati e richiedenti asilo sono sempre stati poche decine. Fino al 2015, quando il loro numero è cresciuto d’improvviso. Motivo: le persecuzioni religiose in patria. In Italia nove domande d’asilo su dieci vengono rigettate, a volte per semplice incomprensione del fenomeno.
Ne abbiamo parlato con l’associazione A buon diritto e con Massimo Introvigne, esperto di nuovi movimenti religiosi e di persecuzioni in Cina.

«Sia la mia religione, sia le chiese domestiche sono proibite [in Cina] e le persone vengono arrestate e picchiate», dice Quian (nome di fantasia), donna cinese di 49 anni, al funzionario italiano che la interroga per valutare la sua richiesta di protezione internazionale in Italia. «Nel 2009 mi sono ammalata, una parente mi ha fatto avvicinare alla religione del Quan Neng Shen, mi ha dato il testo sacro, da lì ho scoperto che l’uomo è stato creato da Dio, e ho cominciato a credere. Tutte le malattie che avevo sono passate […], ho cominciato a parlare della Bibbia ai miei parenti e agli amici. Dal dicembre 2012 […] il governo ha cominciato a perseguitarci […]. Quando hanno scoperto che appartenevo a questa religione hanno iniziato a fare una cattiva propaganda negativa, dicendo che appartenevo a una setta. Mio marito […] mi ha picchiata e non mi ha più creduto, abbiamo litigato, abbiamo divorziato […]. Sono andata in una casa di accoglienza che riuniva persone dello stesso credo; ci riunivamo e recitavamo il nostro testo sacro. Un giorno, insieme a una sorella, sono stata arrestata. […] Ci hanno portate in cella, il mattino dopo sono venuti e ci hanno chiesto a che religione appartenessimo, noi non abbiamo risposto, ci hanno picchiato sul volto e sulle gambe. Nel pomeriggio del secondo giorno hanno pagato la cauzione di mille yuan e siamo state scarcerate. […] Ho pagato e mi hanno fatta uscire, quei poliziotti erano corrotti».

Il 4 luglio 2016, quando Quian affronta il colloquio con la Commissione territoriale che giudicherà la fondatezza della sua richiesta d’asilo, la donna è in Italia da quasi un anno. Le tre ore di domande in italiano e di risposte in mandarino, mediate da un interprete, condurranno la commissione a rigettare la sua richiesta.

Il successivo 8 novembre Quian viene informata dell’esito. Esattamente come succede a 9 richiedenti asilo cinesi su 10, entro 30 giorni dovrà ricorrere in tribunale, altrimenti verrà espulsa.

Incense Jing’An Temple (Shanghai). / www.flickr.com/photos/onourtravels/6322706753/

Fenomeno nuovo

Il 2016 è l’anno del picco: ben 870 nuove domande d’asilo di persone cinesi. Il numero non è elevato, ma impressiona se confrontato a quelli degli anni precedenti: 355 nel 2015, 85 nel 2014 e mai sopra le 45 prima del 2014. Mentre nel 2017 e nel 2018 saranno rispettivamente 315 e 365.

Di questo aumento improvviso si rendono conto alcuni soggetti che operano nell’ambito del diritto d’asilo. Tra questi l’associazione A buon diritto (www.abuondiritto.it) con sede a Roma che, non solo registra l’aumento dei richiedenti asilo cinesi, ma sottolinea la specificità del fenomeno in un rapporto del 2017 intitolato Manicomio religioso.

Di persone provenienti dalla Cina ce ne sono molte in Italia. È una comunità straniera «antica», registrata fin da inizio ‘900. Oggi è la terza comunità extra Ue, dopo Marocco (391.388) e Albania (382.829), per numero di permessi di soggiorno rilasciati: 277mila a fine 2017 (ultimo dato Istat disponibile). I richiedenti asilo cinesi però sono sempre stati pochissimi.

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«Manicomio religioso»

«A buon diritto ha una serie di sportelli legali su Roma. La responsabile dell’area legale aveva iniziato a notare l’aumento del numero di persone di nazionalità cinese che venivano a chiedere consulenza. Parliamo del 2015-16. Erano soprattutto ragazze che facevano il passa parola e venivano a informarsi su che cosa fosse la domanda di protezione internazionale, come potessero farla e quali fossero i loro diritti», ci dice Francesco Portoghese, uno degli estensori del rapporto pubblicato nel giugno 2017, operatore legale che si occupa di diritto d’immigrazione e d’asilo per A buon diritto.

«L’arrivo di due donne cinesi nel 2015 è stata un’assoluta novità – è scritto nell’introduzione del report -, fino a quel momento per noi l’Asia era rappresentata dai pakistani, dagli afghani e dai bengalesi. […] Da subito lo strumento utilizzato fu google traduttore senza il quale sarebbe stato impossibile anche solo immaginare la loro richiesta. […] La sorpresa arrivò quando sullo schermo apparve in italiano la frase da loro digitata in cinese, che diceva letteralmente “chiediamo un manicomio religioso”. […] probabilmente la parola era stata tradotta dal cinese in asylum e da qui in italiano in manicomio». Le due ragazze chiedevano protezione internazionale per motivi religiosi.

«Con questa sorta di equivoco linguistico abbiamo poi giocato per fare il titolo del report – aggiunge Portoghese -. Quando chiedevamo quali fossero i motivi della domanda di protezione, loro ci rispondevano sempre “motivi religiosi”».

Todenhoff-Uyghur girl https://www.flickr.com/photos/90987386@N05/8266389125/

Culti vietati e perseguitati

Tutti i casi seguiti dall’associazione di Roma riguardano persone perseguitate per il loro credo. «Non c’è un riconoscimento sostanziale della libertà di religione in Cina – continua Francesco Portoghese -. Nonostante nella sua Costituzione sia prevista, vi è un articolo del codice penale cinese, il 300, che mette al bando diversi culti ritenuti pericolosi». Quando una persona è indiziata di fare parte di un credo religioso vietato «possono scattare anche misure restrittive della libertà personale, come ad esempio l’arresto, e, nel cento per cento dei casi delle persone che ci hanno raccontato le loro storie, non c’è stata la possibilità per loro di vedere un avvocato, di comparire davanti a un giudice. Venivano prese e portate dentro prigioni o strutture per limitare la loro libertà. Alcune hanno riferito anche di essere state percosse in maniera molto violenta».

Portoghese ci racconta che dalle storie riportate dai cinesi richiedenti asilo, emergono due forme di persecuzione subite: «Una fisica: la violenza perpetrata da parte delle forze dell’ordine. E una psicologica: perché una volta che il tuo nome si conosce, non puoi più stare tranquillo, sai che in un modo o nell’altro potranno arrivare a te o alla tua famiglia. Ed è anche questo il motivo per cui a volte queste persone tranciano di netto i legami famigliari e abbandonano il paese».

Muslim Market in Xi’an China https://www.flickr.com/photos/bryonlippincott/41695069100/

I «mercati» religiosi in Cina

Per capire meglio la questione delle religioni perseguitate in Cina, abbiamo parlato con Massimo Introvigne, considerato uno dei maggiori conoscitori a livello internazionale di quelli che lui chiama «nuovi movimenti religiosi»: «Mi occupo della questione tutti i giorni. Ho recentemente scritto un libro per Elledici sulla Chiesa di Dio onnipotente: la chiesa cinese che attualmente conta il maggior numero di richiedenti asilo in Italia». L’avvocato torinese, fondatore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni, www.cesnur.org), ci spiega che i culti professati in Cina si possono suddividere in tre gruppi, chiamati dal sociologo Fenggang Yang «mercato rosso, grigio e nero». Del «mercato rosso» fanno parte le cinque associazioni patriottiche alle quali è consentito operare pubblicamente sotto il controllo del Pcc, il partito comunista cinese: la Chiesa delle tre autonomie (che raggruppa i cristiani protestanti), l’associazione buddista, quella islamica, quella taoista e la chiesa cattolica patriottica (della quale abbiamo parlato recentemente nel dossier MC marzo 2019, ndr).

Le religioni del «mercato nero» sono quelle presenti nella lista dei cosiddetti xie jiao (cioè degli «insegnamenti non ortodossi», tradotto spesso con «sette malvagie»), considerate pericolose per il governo ed esplicitamente vietate e perseguitate.

I culti del «mercato grigio» sono tutti gli altri, tra cui, ad esempio, la chiesa cattolica sotterranea.

Se i membri di un xie jiao rischiano il carcere, oltre a torture e vessazioni arbitrarie da parte delle autorità, anche i fedeli del «mercato grigio», da poco più di un anno subiscono limitazioni sempre più frequenti alla loro libertà di culto: chiese, templi, moschee non riconosciuti, che erano sopravvissuti per la tolleranza di alcune autorità locali, ora vengono chiusi in gran numero.

Massimo Introvigne, tra le altre cose, ha fondato nel maggio 2018 un quotidiano online sulla libertà religiosa in Cina: bitterwinter.org. In esso sono frequenti i resoconti di chiese, templi, moschee distrutti, di arresti di massa e detenzioni arbitrarie, di torture subite da membri dei culti xie jiao. Anche a causa del comprensibile uso di pseudonimi da parte degli articolisti (una quarantina dei quali – ci informa Introvigne – sono stati arrestati), la verificabilità delle notizie è difficile, ma la lettura di diversi rapporti di Amnesty international, Human right watch, Pew research center e altri, nonché del Report on international religious freedom 2018 del Dipartimento di stato Usa, uscito a fine giugno, che cita tra le fonti proprio Bitter Winter, affiancata all’opacità che circonda la vita del paese asiatico, rendono credibili molti di quei racconti.

Rifugiati cinesi nel mondo

L’aumento del numero di cinesi richiedenti asilo per motivi religiosi non è un fenomeno solo italiano, ma mondiale.

«Nel 2018, i cinesi che nel mondo hanno chiesto asilo per ragioni religiose è stato di 2.571 – ci informa Introvigne, citando dati dell’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati -. Il numero complessivo di nuovi richiedenti asilo cinesi è stato di 21.754». Circa un cinese su dieci che l’anno scorso ha fatto richiesta di protezione internazionale nel mondo, quindi, non aveva motivi di persecuzione etnica o politica, ma religiosa.

Questi dati, che riguardano le nuove richieste d’asilo del solo 2018, non sono da confondere con i dati complessivi che riguardano anche i rifugiati già riconosciuti e tutti i richiedenti asilo in attesa già da prima. A fine 2018, infatti, i cinesi rifugiati nel mondo erano in totale 212.050, quelli richiedenti asilo 94.367.

«Ho tenuto la relazione introduttiva a un incontro alle Nazioni Unite, qualche settimana fa a Ginevra, sui rifugiati provenienti dalla Cina in tutto il mondo. Il fenomeno è esploso negli ultimi anni, in particolare dopo il 2014, con un picco nel 2018. L’anno scorso, la Cina è diventata il nono paese al mondo per numero complessivo di rifugiati, e questa è una novità, perché per molti anni non figurava tra primi venti».

Pare che nel 2019 il numero di persone in fuga stia scendendo. Questo, per Introvigne, probabilmente a causa dell’avanzamento delle tecnologie usate dal governo per impedire, ad esempio, il rilascio tramite la corruzione di passaporti regolari.

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Accoglienza schizofrenica

In Italia e in Europa, viene accolta in prima istanza circa una richiesta d’asilo su dieci, mentre in altri paesi l’accoglimento è maggiore.

«L’atteggiamento nei confronti dei rifugiati per motivi religiosi, nel mondo, è abbastanza schizofrenico – afferma Introvigne -, nel senso che vari paesi hanno atteggiamenti diversi. Canada e Usa hanno una percentuale di accoglimento delle domande dell’80 per cento, la Nuova Zelanda si avvicina al 100 per cento. Giappone e Corea, invece, non accolgono quasi nessuno. Il Giappone, su 20mila domande negli ultimi cinque anni, ne ha accolte 19. Non dalla Cina, ma da tutto il mondo. La Corea tende ad accogliere solo quelli della Corea del Nord. L’Europa è un po’ nel mezzo».

Ma perché allora i 6.095 cinesi che hanno fatto domanda d’asilo politico in Europa nel 2018, non sono andati in Canada, negli Usa o in Nuova Zelanda, dove è più facile ottenere asilo? «Negli Usa è più facile ottenere asilo – risponde Introvigne -, ma è molto più difficile ottenere il visto».

Per quanto riguarda il picco di richieste del 2016 in Italia, in effetti, un elemento importante da tenere in conto è quello che il nostro paese nel 2015 rilasciava il visto turistico con molta facilità in occasione del Giubileo straordinario e dell’Expo di Milano.

«Non escludo – aggiunge Introvigne – che nel caso della Chiesa di Dio onnipotente ci sia anche un’idea di distribuirsi nel mondo per fare attività missionaria, benché al momento essa non abbia dato grandi risultati».

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Insufficienza d’informazioni

Il caso dei richiedenti asilo cinesi in Italia può essere un punto di osservazione interessante per capire qualcosa di più su come vengono valutate le domande di protezione internazionale. Al netto delle storie di persecuzione palesemente false, infatti, molti dinieghi sembra siano dipesi più dalle informazioni parziali in possesso delle commissioni territoriali, e dalle traduzioni cinese-italiano, a volte molto carenti, che dalle storie personali dei richiedenti.

A giudicare dagli atti di diniego, come quello consegnato a Quian nel novembre 2016, in alcuni casi l’asilo pare essere stato negato anche a causa delle informazioni parziali o vecchie in possesso dei funzionari sulla Cina e sui movimenti religiosi perseguitati: «La riunione a Ginevra di cui ho parlato, aveva anche lo scopo di migliorare le banche dati di informazioni sulle minoranze religiose in Cina usate dalle commissioni. Erano, infatti, molto vecchie – conferma Introvigne -. Per esempio sulla Chiesa di Dio onnipotente e sugli Uiguri (minoranza musulmana perseguitata dal Pcc, – vedi i link a fine articolondr) dicono cose che erano vere dieci anni fa, se lo erano».

Un altro problema è poi quello della lingua: «L’asilo viene negato in parte per difficoltà di comunicazione – prosegue lo studioso torinese -. Per esempio, abbiamo notato che la qualità degli interpreti utilizzati dalle commissioni è molto bassa. In Italia è un problema particolare, perché sono pagati poco. Io conosco una ragazza a Torino che lo fa molto bene, per passione. Ma se uno non lo fa per passione, è chiaro che preferisce fare l’interprete per una multinazionale cinese.

C’è poi anche un problema culturale, nel senso che queste persone spesso non sanno come raccontare la loro storia in un modo coerente e credibile a chi non è abbastanza informato. Questo è un problema che riguarda tutti i rifugiati. Nel caso dei cinesi che, in Italia, sono in gran parte della Chiesa di Dio onnipotente, fino a qualche tempo fa nessuno sapeva di cosa si trattasse. Si andava su internet e si trovavano informazioni derivate dalla propaganda cinese. Questa cosa è migliorata con la comparsa, ad esempio, del mio libro, che ho depositato in parecchie cause».

La questione dei passaporti

Un altro problema, legato al tema delle informazioni sulla Cina, è quello del passaporto. Come mai, si domandano i funzionari italiani, e lo domandano in modo insistito ai richiedenti asilo, le autorità cinesi hanno rilasciato un regolare passaporto a un perseguitato?

«La questione del passaporto va studiata molto attentamente – risponde Introvigne -. Possiamo provare a dare delle risposte. La prima è che molti scappano prima di essere scoperti e quindi è chiaro che non figurano in nessun data base di ricercati. Qui si pone un problema di interpretazione delle leggi sui rifugiati: il perseguitato non è solo quello che è già stato arrestato, ma anche quello che, se fosse scoperto, sarebbe arrestato. L’altro fattore è che in Cina ci sono milioni di casi di corruzione ogni anno. Comperarsi un passaporto credibile non è difficile. È vero che il riconoscimento facciale, che le impronte digitali, rendono la cosa ogni anno un po’ più difficile, ma è anche vero che, pagando, tutto si può alterare. Si può acquistare, ad esempio, la complicità di uno che a una certa ora all’aeroporto non ti controlla.

Quello che secondo me spiega la questione passaporti è la massiccia corruzione. Pagando il giusto a un poliziotto corrotto, non c’è tecnologia che tenga».

Il terrore della delazione

Secondo gli ultimi dati analizzati dal Pew research centre risalenti al 2016, la Cina è il paese al mondo nel quale sono maggiori le restrizioni alla libertà religiosa da parte del governo, mentre l’ostilità sociale, da parte dei privati cittadini, è tra le più basse. Non si registra un numero elevato di episodi di intolleranza o violenza privata nei confronti dei membri delle minoranze religiose. Per questo forse il governo deve ricorrere a incentivi economici per indurre le persone a denunciare i membri delle religioni vietate: «Ci sono delle taglie economicamente interessanti per chi denuncia un appartenente a uno xie jiao. Sono più alte per i leader, ma esistono anche per i semplici fedeli», conferma Introvigne.

Quando i cinesi fuggono dal loro paese per timore di essere arrestati e arrivano in Italia, sono generalmente molto spaventati e vivono nel costante timore della delazione. «È chiaro che quando uno arriva – ci dice Introvigne -, ha molta paura e una tendenza un po’ paranoica a vedere agenti cinesi dappertutto che “mi spiano, mi vogliono rimandare in Cina, metteranno in pericolo i miei famigliari”. Dopo un po’ che vive in Italia, però, e dice qualche parola in italiano, comincia a prendere un po’ di sicurezza».

Praticanti del Falun Gong che dirigono l’attenzione ai problemi dei diritti umani in Cina https://www.flickr.com/photos/infomatique/3741254945/in/photostream/

La rete comunitaria

Normalmente, comunque, fanno in fretta a inserirsi nella comunità dei loro concittadini. Dice Francesco Portoghese: «La comunità cinese presenta molte peculiarità, prima di tutto perché c’è una forte componente di persone cinesi arrivate in Italia per lavoro. C’è una rete etnica molto presente. Le persone, anche prima di ottenere la protezione, erano già in contatto con altri connazionali, tanto è vero che in alcuni casi rifiutavano anche di entrare nel sistema di accoglienza per richiedenti asilo, preferendo dimorare da amici. Questo da un certo punto di vista ha rischiato di creare una sorta di ghettizzazione perché erano persone terrorizzate che si fidavano, ma neanche tanto, solo dei loro connazionali, e avevano molte difficoltà a rapportarsi con le forze dell’ordine per il semplice fatto di vedere una persona in divisa, e quindi era molto difficile approcciarle». Introvigne, sulla vita dei richiedenti asilo cinesi in Italia, aggiunge: «Diciamo che i richiedenti asilo cinesi un lavoro lo trovano, magari non completamente regolare. Perché poi, nella comunità cinese, c’è quello dello stesso paese o della stessa etnia che ti dà un lavoro in nero. È evidente però che, anche se possono vivere in Italia in modo irregolare, si battono per ottenere almeno una protezione sussidiaria. Tra l’altro i membri della Chiesa di Dio onnipotente e anche degli Shouters (altro movimento religioso cinese, ndr), hanno una morale tradizionale protestante fondamentalista, per cui a loro non piace violare la legge. Se potessero avere un lavoro regolare, non clandestino, sicuramente preferirebbero. E poi è una comunità che non pesa sullo stato, che ha delle forme di aiuto interne, nella quale chi è benestante aiuta gli altri. Sono comunità autosufficienti. E da questo punto di vista sono dei buoni cittadini».

Rompere i legami famigliari

Nei loro racconti, i richiedenti asilo cinesi spesso parlano della necessità di rompere tutti i legami con le loro famiglie rimaste in Cina. Nel report di A buon diritto viene raccontato di una donna che, per mantenere la propria fede, è scappata dalla Cina lasciando in patria il figlio tredicenne senza nemmeno avvisarlo, e troncando ogni contatto.

«Questo è un tasto doloroso – afferma Introvigne -. Spesso cercano di evitare i contatti per paura di mettere nei pasticci i propri famigliari. C’è chi telefona ma cerca di evitare qualunque argomento sensibile perché sa che esiste una sorveglianza, e c’è chi non telefona neppure.

Di tornare, naturalmente, non se ne parla. Primo perché in Italia, con il decreto sicurezza, se uno torna anche per una breve visita dopo aver ottenuto asilo, glielo tolgono, ma poi perché ci sono diversi casi di persone che pensavano di non essere note al Pcc come membri della Chiesa di Dio onnipotente o di un altro gruppo, e che, invece, tornati in Cina, magari per un’operazione chirurgica che lì costa meno, sono stati arrestati. Il che conferma che una sorveglianza della Cina sui profughi all’estero c’è».

La religione è un pretesto?

Leifeng Pagoda in Hangzhou. /  https://www.flickr.com/photos/onourtravels/6322741761/in/photostream/

Nel report di A buon diritto si esprime il dubbio che la persecuzione religiosa, a volte, possa essere falsa e che venga usata come pretesto per ottenere lo status di rifugiato e aggirare così la chiusura degli ingressi in Italia stabiliti con il decreto flussi, oppure per nascondere un fenomeno di tratta di persone: «Sì, ci sono stati anche dei casi di prostituzione – afferma Introvigne -. Prostitute che sono entrate con false storie di persecuzione religiosa. Questo è sempre possibile. Quindi, il consiglio che, da una parte, si può dare alle commissioni territoriali e, dall’altra, si può dare ai movimenti religiosi, è di affinare un sistema di certificazione di chi è membro del movimento e di chi non lo è. Ci sono stati casi, ad esempio in Australia, in cui la stessa Chiesa di Dio onnipotente ha smascherato dei falsi rifugiati che dicevano di essere suoi membri».

Quando le commissioni che devono verificare se il richiedente è veramente membro di un movimento religioso perseguitato, fanno domande sulla sua teologia, ma basandosi su informazioni spesso vecchie o parziali, il rischio di sbagliare è alto. Sono diversi i casi nei quali le risposte dei cinesi richiedenti asilo erano giuste, ma non combaciavano con le informazioni a disposizione della commissione.

L’obbligo di proteggere

Nel clima di aspra propaganda sui migranti che si respira in Italia, può essere utile soffermarsi su una tipologia così particolare di persona: il rifugiato per motivi religiosi. Se non altro per constatare che il fenomeno «immigrazione» è complesso e vario, almeno quanto sono complesse a varie le singole storie personali di quelli che chiamiamo «immigrati».

«Sappiamo che in Italia, nei confronti dei rifugiati non c’è un atteggiamento di accoglienza, e nell’opinione pubblica vi è una grandissima confusione tra rifugiati e immigrati, mentre è chiaro che sono due categorie giuridiche diverse – afferma Introvigne -. Esiste il problema, come ci ricorda papa Francesco, di accogliere gli immigrati, però, mentre accogliere gli immigrati è una questione politica, accogliere i rifugiati è un obbligo che deriva dai trattati internazionali che abbiamo sottoscritto».

Luca Lorusso


Su Cina e cristianesimo

Sugli Uiguri, vedi su MC




Obesi e denutriti, il paradosso alimentare

Testo di Rosanna Novara Topino


Nel mondo ci sono 821 milioni di persone denutrite e 672 milioni di obesi. Sia gli uni che gli altri sono in aumento. Cerchiamo di analizzare le molteplici cause di questo paradosso alimentare.

Ai giorni nostri stiamo assistendo a un vero e proprio paradosso, per quanto riguarda l’accesso al cibo a livello mondiale. Secondo il rapporto Food security and nutrition in the world (Lo stato della sicurezza alimentare e nutrizione nel mondo) del 2018, realizzato congiuntamente da cinque agenzie Onu – la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), il World Food Programme (Programma alimentare mondiale, Pam), il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms / Who) e il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) – attualmente vi sono al mondo 821 milioni di persone denutrite e 672 milioni di obesi.

Fame zero: obiettivo fallito

Per quanto riguarda la fame nel mondo, non solo siamo ancora lontani dall’obiettivo che si erano prefissati gli stati di eliminare la fame entro il 2030 (il Sustainable development goal of zero hunger, l’obiettivo dell’annullamento della fame con uno sviluppo sostenibile), ma negli ultimi tre anni si è assistito a un trend in crescita, con una persona su nove al mondo che soffre la fame, soprattutto in Africa, Asia e America Latina, praticamente un ritorno alla situazione di dieci anni fa. Stanno nuovamente aumentando il rischio di insufficienza di peso alla nascita, il ritardo nella crescita e l’anemia nelle donne gravide, rispetto al minimo storico di 783,7 milioni di persone denutrite nel 2014.

Le cause di questa tendenza al rialzo del numero di persone denutrite (vedi anche l’articolo seguente a pag. 68, ndr) sono molteplici. Ai gravi conflitti che interessano diversi paesi si è aggiunta una notevole variabilità climatica, spesso con fenomeni estremi, che compromettono la produzione delle risorse alimentari, quindi la loro disponibilità continuativa.

Le alterazioni climatiche causano non solo la riduzione della quantità degli alimenti, ma anche della qualità dei nutrienti e della loro diversità.

Altre cause importanti sono il crescente fenomeno dell’urbanizzazione (nel 2008 il numero delle persone che vivono in città ha superato quello degli abitanti delle zone rurali); la volatilità dei prezzi degli alimenti a seguito dell’aumento della speculazione finanziaria, che ha vincolato il prezzo del cibo ad altre commodity (prodotti primari o materie prime, che rappresentano fondamentali oggetti di scambio internazionale perché sono fungibili, cioè sono gli stessi indipendentemente da chi li produce), ad esempio alle quotazioni del petrolio. Questo è accaduto, ad esempio, tra il 2010 e il 2011 quando vi fu un rialzo dei prezzi dei prodotti alimentari di quasi il 20% che ridusse alla fame altri 44 milioni di persone, grazie alle operazioni finanziarie dei trader e degli investitori che considerano il cibo semplicemente come un qualunque oggetto di indicizzazione e di speculazione finanziaria.

La diffusione delle tossine

Altra causa dell’aumento della fame nel mondo è stata una maggiore diffusione e contaminazione degli alimenti da parte di aflatossine o altre micotossine: tossine prodotte da muffe o funghi, di cui le specie più comuni che colpiscono i vegetali sono l’Aspergillus, soprattutto nel mais, il Penicillium, una muffa che contamina i cereali e i legumi in fase di raccolta e di conservazione, il Fusarium, una muffa, che contamina le piante e i semi durante la coltivazione, nonché i prodotti alimentari derivati.

Sicuramente i cereali, il mais in primis, sono i vegetali più colpiti. Seguono i legumi, le arachidi, le noci, le mandorle, il cacao e tutti i loro derivati, nonché le spezie. Possono risultare contaminati anche latte e carne, se i mangimi per animali a base di mais sono stati precedentemente contaminati. Va ricordato che l’aflatossina B1 è un cancerogeno del gruppo 1, cioè il più pericoloso e colpisce soprattutto il fegato.

Senza verdure, senza frutta

La malnutrizione è spesso causata anche dalla dieta povera di nutrienti derivati dai diversi tipi di verdure. Purtroppo molto spesso gli enti finanziatori, i donatori e i governi si concentrano sulla produzione e fornitura di calorie, piuttosto che di nutrienti. Basti pensare che, da ormai quasi tre decenni, nell’Africa subsahariana e in Asia la produzione di alimenti si è concentrata soprattutto sulle commodity come mais, frumento e riso e molto meno sui prodotti autoctoni come miglio, sorgo e ortaggi. Per buona parte dei poveri, le verdure rappresentano spesso un bene di lusso e la ricerca agricola internazionale impiega molti più fondi negli studi per il miglioramento della produzione dei cereali che di ortaggi e frutta. Questo significa non essere lungimiranti, perché la produzione di frutta e di ortaggi è il modo più sostenibile ed economico per porre rimedio alla malnutrizione – dovuta a carenze di micronutrienti, come la vitamina A, ferro e iodio -, che colpisce circa un miliardo di persone in tutto il mondo. Tali carenze comportano uno sviluppo mentale e fisico inadeguati, causano cecità e anemia soprattutto nell’infanzia e inoltre una riduzione delle prestazioni lavorative e scolastiche, che si ripercuotono sull’economia di comunità povere e già gravate da altri problemi sanitari. La denutrizione e la malnutrizione infatti hanno ripercussioni sul sistema immunitario, che risulta meno efficiente nella difesa dalle malattie, le quali si presentano perciò di gravità e durata superiori rispetto a quanto succede nelle persone alimentate bene. Si è osservato che ridotti consumi di verdure sono correlati a tassi di mortalità più alti per bambini sotto i 5 anni di età. Attualmente sono circa 151 milioni al mondo, circa il 22%, i bambini sotto i 5 anni con un ritardo nella crescita. In Niger ad esempio, le persone hanno a disposizione giornalmente circa 100 grammi di verdura, mentre la dose giornaliera di frutta e verdura raccomandata è di circa 600-800 grammi e questo paese è tra quelli con le più alte percentuali di malnutrizione e di mortalità infantile al mondo.

Attualmente oltre due terzi del suolo terrestre sono rappresentati da terreni coltivati per lo più a monocolture. Questo comporta la perdita di biodiversità agricola, nonché l’impossibilità per i piccoli agricoltori di accedere ai mercati. Per risolvere il problema della fame, tra le altre cose, è perciò indispensabile tornare ad un sistema agricolo salutare, sostenibile e praticabile, dove trovano spazio i piccoli agricoltori, che devono potere accedere a mercati dove le loro merci siano valutate equamente, in modo da ricavare un reddito dal proprio lavoro.

È poi fondamentale imparare (e insegnare) a cucinare gli ortaggi in modo da preservarne le proprietà nutritive. Spesso infatti le verdure vengono cotte troppo a lungo, perdendo così gran parte dei nutrienti, quindi per migliorare il loro valore nutrizionale è necessario abbreviare i tempi di cottura.

Per migliorare la produzione agricola sostenibile sono indispensabili servizi di divulgazione agricola nelle comunità rurali, gestiti da persone realmente competenti. Attualmente nell’Africa subsahariana i divulgatori agricoli, che un tempo fornivano informazioni su nuove varietà di sementi, sulle tecnologie per l’irrigazione e sulle condizioni atmosferiche, sono stati sostituiti da commercianti di fertilizzanti e di pesticidi, spesso con scarsissime conoscenze e formazione. Un aiuto in tal senso potrebbe venire dalla tecnologia informatica. Esistono già servizi su internet come «FrontlineSms», che offrono informazioni in tempo reale e permettono agli agricoltori di rimanere in contatto tra loro e con potenziali clienti. Inoltre, poiché in Africa l’80% di coloro che coltivano la terra sono donne, che solitamente hanno maggiori difficoltà di accesso alle informazioni tramite passaparola, internet rappresenta un modo per ottenere le stesse informazioni, che di solito sono una prerogativa maschile. Laddove l’agricoltura è praticata maggiormente da donne, che quasi mai sono proprietarie del terreno, un miglioramento nella legislazione per l’accesso femminile alla proprietà, all’istruzione e al credito bancario, potrebbe rappresentare un ulteriore passo avanti per un’agricoltura di qualità e sostenibile.

Geografia dell’obesità

L’altra faccia di un’alimentazione inadeguata e di un’infrastruttura agricola carente è rappresentata dal dilagare a livello mondiale dell’obesità che colpisce 672 milioni di persone nel mondo. Secondo uno studio condotto da Majid Ezzati dell’Imperial College di Londra e da oltre mille ricercatori della Ncd Risk Factor Collaboration sulle variazioni dell’indice di massa corporea (Bmi), cioè del rapporto tra altezza e peso di oltre 112 milioni di persone di 200 paesi tra il 1985 e il 2017, sta cambiando la geografia globale dell’obesità. La tendenza all’aumento di peso è presente quasi ovunque e questo fenomeno risulta più accentuato nelle aree rurali dei paesi poveri o a medio reddito. Quando l’indice di massa corporea è nel range 19-24, la persona ha un peso nella norma, tra 25-30 è in sovrappeso, oltre 30 è obesa. Lo studio ha dimostrato che nell’intervallo di tempo considerato, le donne dei paesi presi in esame hanno acquisito 2 punti di Bmi e gli uomini 2,2 in media, corrispondenti a un aumento ponderale di circa 5-6 chilogrammi. In particolare gli aumenti ponderali sono stati più marcati per le donne nelle aree rurali in Egitto e in Honduras (con 5 punti in più), per gli uomini nell’isola caraibica di S. Lucia, in Barhein, Perù, Cina, Repubblica Dominicana e Stati Uniti (con oltre 3,1 punti in più). I motivi di tale aumento soprattutto nelle zone rurali possono ascriversi a modesti aumenti di reddito, ad una agricoltura più meccanizzata, ad un maggiore uso dell’auto. Se però consideriamo l’aumento di peso della popolazione mondiale e facciamo un confronto tra molti dei cibi consumati attualmente e quelli consumati prima del secondo conflitto mondiale, ci rendiamo conto che a farla da padrone sono quantità smodate di cereali prodotti e trasformati, soprattutto mais e soia.

A tutto mais

Il granoturco o mais, grazie alla sua enorme capacità di adattamento ad ogni tipo di terreno e alla sua altrettanto enorme versatilità di trasformazione, è presente in tutto ciò che mangiamo o quasi. Esso viene usato come mangime per animali d’allevamento: bovini, ovini, suini, pollame, ma anche salmoni e pesci gatto. Queste specie sarebbero erbivore o tutt’al più onnivore le prime quattro e carnivore le ultime due, se considerate in natura, ma che vengono riprogrammate tutte come vegetariane dalla moderna zootecnia. Troviamo poi il mais in ogni cibo confezionato. Se diamo un’occhiata agli ingredienti, spesso vi troviamo componenti come amido modificato, lecitina, mono-, di-, trigliceridi, coloranti che danno un gradevole aspetto dorato, acido citrico: sono tutti derivati del mais. E che dire delle bevande gassate o di quelle non gassate al gusto di frutta, dove è onnipresente l’Hfcs (High Fructose Corn Syrup), uno sciroppo dolcificante a base di fruttosio ricavato dal mais, che fece la sua apparizione nel 1980? O della birra, il cui alcool deriva dalla fermentazione del glucosio sempre proveniente dalla stessa pianta? Del resto uno dei primi impieghi della montagna di mais a disposizione, negli anni ’20 del secolo scorso, fu proprio quello di distillarlo e di trasformarlo in whisky nella valle dell’Ohio. All’epoca il mais dette origine a una massa di alcolizzati, oggi ci fa diventare obesi.

E perché c’è tutto questo mais (e soia) da impiegare ovunque? Perché il prezzo delle materie agricole tende a scendere con il tempo, specialmente se aumenta la produzione nei campi o la lavorazione. C’è quindi una tendenza da parte degli agricoltori a seminare sempre più e a occupare nuovi terreni, per potere avere lo stesso guadagno. Questo spiega l’espansione delle monocolture.

Rosanna Novara Topino
(fine terza parte – continua)


Glossario essenziale

Aflatossine: sono micotossine prodotte da due specie di Aspergillus, un fungo tipico delle zone con clima caldo-umido. Si tratta di sostanze genotossiche e tra le più cancerogene. Esse possono contaminare arachidi, frutta a guscio, granoturco, riso, fichi ed altra frutta secca, spezie, oli vegetali grezzi e semi di cacao. Esistono diversi tipi di aflatossine. Le più diffuse sono la B1 prodotta dall’Aspergillus flavus e dall’Aspergillus parasiticus e la M1, che deriva dal metabolismo della B1 e può contaminare il latte, se gli animali produttori si sono nutriti di mangimi contaminati dalla B1.

Micotossine: sono composti tossici prodotti da diversi tipi di funghi appartenenti solitamente ai generi Aspergillus, Penicilium e Fusarium. Esse possono entrare nella filiera alimentare a partire da colture, principalmente di cereali, destinate alla produzione di alimenti e di mangimi.

Denutrizione: consiste essenzialmente in una carenza di calorie e di proteine, nonché di vitamine e di minerali. È un tipo di malnutrizione.

Malnutrizione: è uno squilibrio tra i nutrienti necessari per un organismo e quelli che effettivamente riceve. Essa comprende sia l’ipernutrizione (eccesso di calorie o di qualsiasi nutriente), sia la denutrizione.

Obesità: sindrome caratterizzata da un aumento patologico del peso corporeo, dovuto ad un’eccessiva formazione di adipe (grasso) nel tessuto sottocutaneo. Il grasso corporeo può aumentare sia per l’aumento delle dimensioni degli adipociti (cellule adipose), sia per l’aumento del loro numero. I trigliceridi costituiscono circa il 65% del tessuto adiposo ed il 90% della massa adipocitaria. Quasi tutti i casi di obesità sono dovuti, da un lato alla predisposizione genetica, dall’altro ad uno scorretto stile di vita, che consiste in uno squilibrio tra apporto calorico e consumo energetico.


Nutrienti contenuti nei sette gruppi alimentari

Gruppo 1

  • carni, pesci, uova: proteine di elevato valore biologico, ferro, alcune vitamine del gruppo B.

Gruppo 2

  • latte e derivati: proteine di elevato valore biologico, ferro, alcune vitamine del gruppo B.

Gruppo 3

  • cereali, patate: carboidrati, proteine di medio valore biologico, alcune vitamine del gruppo B.

Gruppo 4

  • legumi secchi: proteine di medio valore biologico, ferro, alcune vitamine del gruppo B.

Gruppo 5

  • grassi da condimento (oli di oliva, di semi, burro, margarina, lardo, strutto): grassi, acidi grassi anche essenziali (acido linoleico e linolenico), vitamine liposolubili (A,E).

Gruppo 6

  • ortaggi e frutta  di colore giallo arancione o verde scuro (carote, albicocche, cachi, melone, zucca, peperoni, spinaci, biete, broccoletti, cicoria, indivia, lattuga, radicchio verde, ecc.): vitamina A, minerali, fibre.

Gruppo 7

  • ortaggi tipo crucifere (cime di rapa, broccoli, cavolfiore, cavolo, cavolini di Bruxelles, cavolo cappuccio), patate novelle, peperoni, radicchio, spinaci, agrumi, fragole, frutti di bosco, ananas, kiwi, ecc.: vitamina C, minerali, fibre.

R.N.T.




Stiamo buttando via troppo cibo

Testo di Chiara Giovetti


Secondo uno studio della Fao ogni anno un terzo del cibo prodotto a livello mondiale finisce nell’immondizia o si rovina prima di essere consumato, danneggiato da trasporti inadeguati o da pratiche agricole non efficienti. Nel contempo, un abitante su dieci del pianeta soffre di malnutrizione cronica, mentre due miliardi di persone sono sovrappeso e, di queste, 650 milioni sono obese.

Secondo i dati della Fao ogni anno un miliardo e trecento milioni di tonnellate di cibo, pari a un terzo di quello prodotto, finisce sprecato@.

Detto così può sembrare solo l’ennesimo numero del quale si fatica a farsi un’idea concreta. Ma proviamo a metterla in questo modo: immaginiamo dei container standard da 20 piedi e supponiamo di caricarli con 28 tonnellate di cibo ciascuno; immaginiamo poi di metterli sulle più grandi navi portacontainer attualmente esistenti, capaci di trasportare 21 mila container ciascuna. Per caricare 1,3 miliardi di tonnellate ci servirebbero 2.200 navi: buttare quella quantità di cibo equivale ad affondarne ogni giorno sei. O lasciare che 127 mila camion che trasportano uno di questi container svuotino la merce in una discarica.

Così fa più impressione, ma non è finita qua. Lo studio della Fao è del 2011, quindi non recentissimo. Per questo nel 2018 un gruppo statunitense di consulenti – il Boston Consulting Group – ha tentato di attualizzarlo e, secondo le proiezioni che ha ottenuto@, lo spreco è aumentato: nel 2015 siamo arrivati a 1,6 miliardi di tonnellate, per una perdita economica pari a 1.200 miliardi di dollari. Una misura del denaro bruciato? Equivale a poco meno del Pil della Spagna, o a una trentina di manovre finanziarie dell’Italia.

Il Boston Consulting Group prevede anche che nel 2030 si arriverà a più di 2 miliardi di tonnellate di cibo perso o sprecato, pari a 1.500 miliardi di dollari.

Date queste premesse, il raggiungimento del sotto-obiettivo di sviluppo sostenibile 12.3 stabilito dalle Nazioni Unite («Entro il 2030, dimezzare l’ammontare pro-capite globale dei rifiuti alimentari e ridurre le perdite di cibo lungo le catene di produzione e fornitura, comprese le perdite post-raccolto»@) appare decisamente lontano.

Altro aspetto da considerare è quello delle conseguenze sull’ambiente: la produzione di questo cibo che poi non si utilizza è responsabile dell’8% delle emissioni di gas serra a livello mondiale: lo spreco alimentare emette gas serra come Russia e Giappone messi insieme@.

Come si butta cibo nei paesi in via di sviluppo

Sempre secondo i dati Fao@, i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo dissipano all’incirca le stesse quantità di cibo: rispettivamente 670 e 630 milioni di tonnellate. Tuttavia, lo spreco pro capite dei consumatori di Europa e Nord America è compreso tra i 95 e i 115 kg all’anno, mentre i consumatori dell’Africa subsahariana, dell’Asia meridionale e del sud-est asiatico buttano annualmente via fra i 6 e gli 11 chilogrammi. Viceversa, nei paesi in via di sviluppo le perdite avvengono prevalentemente non a livello del consumatore bensì nelle fasi di produzione e di trasformazione.

Lo studio di un caso pubblicato dalla Fao sulla produzione di manioca, pomodori e patate in Camerun illustra@ nel dettaglio quali problemi intervengono nelle varie fasi dalla raccolta alla commercializzazione. Nel caso del garri di manioca, cioè della manioca trasformata in farina, ad esempio, la perdita complessiva è pari al 41,6% rispetto alla produzione iniziale, con il 30% della perdita che avviene in fase di pre-raccolta o raccolta, il 5,6% durante la pelatura, il 3,1% nel momento in cui la si grattugia e il 2,9% nella fase di stoccaggio.

Una tecnica utilizzata per conservare la manioca, spiega lo studio, è ritardare la raccolta finché non vi è sufficiente domanda del prodotto. La radice tuberizzata può rimanere in terra fino a 18 mesi dopo la maturazione, ma se non raccolta nei tempi corretti diventa rapidamente legnosa. Inoltre perde amido e valore nutritivo ed è più esposta agli attacchi di insetti e roditori e alle malattie.

Pelatura e grattatura inducono un’ulteriore dispersione del prodotto perché sono quasi sempre effettuate manualmente, asportando più radice di quella che sarebbe necessario eliminare o eliminando pezzi troppo piccoli per essere grattugiati a mano. Altre perdite derivano dall’imballaggio del garri in sacchi di juta o di polipropilene non nuovi e non adeguatamente lavati che si rompono o che, ostruiti da altri residui, non lasciano passare abbastanza aria per garantire l’eliminazione dell’acqua durante la fermentazione e portano così il prodotto a marcire o a inumidirsi perdendo valore di mercato. Il resto, in fase di commercializzazione, lo fanno i tempi lunghi del trasporto dovuti alla stagione delle piogge o al dissesto delle strade, l’inadeguatezza degli imballaggi, la mancanza di refrigerazione, l’esposizione a sole, vento e polvere durante la vendita nei mercati.

Come si butta cibo nei paesi industrializzati

Nei paesi industrializzati, continua il rapporto Fao@, i motivi della perdita sono legati ad altri fattori. In primo luogo, la necessità per i produttori di cibo di rispettare gli accordi presi per contratto con i rivenditori spinge a produrre più del necessario per assicurare la fornitura anche in caso di imprevisti – eventi naturali estremi, epidemie – che danneggino la produzione.

Vi sono poi gli standard molto rigidi legati all’aspetto dei prodotti: il rapporto cita una ricerca che lo scrittore e storico inglese Tristram Stuart ha realizzato per scrivere il suo libro del 2009 dal titolo Waste – Understanding the global food scandal. Stuart ha visitato un’azienda agricola britannica, la M.H. Poskitt Carrots nello Yorkshire, una delle principali fornitrici della catena di supermercati inglese Asda, legata al colosso statunitense della grande distribuzione Walmart. Nel corso della visita sono state mostrate all’autore grandi quantità di carote che, in quanto leggermente curve, venivano scartate e destinate al consumo animale. Nel settore del confezionamento le carote passavano poi attraverso dei sensori fotografici che rilevavano eventuali difetti estetici: le carote che non erano di un arancio brillante o che avevano macchie o che erano rotte venivano gettate in un contenitore di mangime per bestiame. Asda, riferiva lo staff dell’azienda, richiede che le carote siano dritte così che i consumatori possano pelarle con un solo, semplice gesto lineare. In questo modo il 25-30% delle carote veniva scartato, la metà per motivi estetici.

Altri motivi di perdita di cibo sono legati al processo produttivo industriale stesso, che rendono più sconveniente scartare cibo che utilizzarlo o riutilizzarlo. Come nel caso, citato dal rapporto, di un’azienda olandese produttrice di patatine fritte: tagliare le patate per renderle della forma e dimensione desiderata produce pezzi tagliati in modo irregolare che sono ancora del tutto commestibili ma che è più conveniente per l’azienda buttare che tentare di recuperare.

Ancora, il rapporto cita l’abitudine dei rivenditori dei paesi industrializzati a riempire gli scaffali per fornire al consumatore, che se la aspetta, la più ampia scelta possibile. In questo modo, però, i prodotti più lontani dalla scadenza vengono preferiti a quelli che scadono prima, benché questi ultimi siano ancora sicuri e commestibili.

Infine, pratiche come le offerte 3×2 nei supermercati o le formule all you can eat nei ristoranti, conclude il rapporto, invogliano i clienti ad acquistare e consumare anche ciò di cui non hanno necessità.

Immagini da “La Terza Settimana” a Torino

Che cosa si butta di più

A livello mondiale, frutta e verdura, insieme a radici e tuberi, hanno i più alti tassi di spreco di qualsiasi cibo, con il 45% di prodotto buttato. Spariscono anche un terzo dei cereali e un quinto dei latticini, della carne e dei semi e legumi. Finisce sprecato un prodotto ittico su tre e l’8% dei pesci catturati viene ributtato a mare morto, moribondo o pesantemente danneggiato.

Nell’infografica di Save the Food@, l’iniziativa per la riduzione della perdita e dello spreco di cibo, la Fao propone esempi utilizzando un solo tipo di prodotto per categoria – mele per frutta e verdura, pasta per cereali, vacche per carne, e così via – per dare di quello che buttiamo una misura un po’ più visualizzabile rispetto alle percentuali. Ogni anno eliminiamo cibo equivalente a 3.700 miliardi di mele, un miliardo di sacchi di patate, 75 milioni di mucche, 763 miliardi di confezioni di pasta – cento per ogni abitante del pianeta – 574 miliardi di uova, 3 miliardi di salmoni atlantici e 11 mila piscine olimpioniche di olive.

L’Africa subsahariana perde poco meno di un terzo della carne, di cui la metà nella fase dell’allevamento, mentre l’Europa ne spreca un quinto prevalentemente concentrato nel momento del consumo. Quanto ai cereali, il Nord America e l’Oceania ne buttano oltre un terzo – circa il 25% nella sola fase di consumo e poco più del 10% nelle altre fasi – mentre l’Asia meridionale e il sudest asiatico ne disperdono un quinto soprattutto nella produzione e nella raccolta.

Che cosa si sta facendo

La risposta breve è: non abbastanza. Dal punto di vista legislativo diversi Paesi europei – fra cui Italia, con la legge 166/16 Francia e Regno Unito – hanno adottato misure per far fronte al fenomeno@.

Vi sono poi numerose iniziative, alcune delle quali si avvalgono della tecnologia e della vasta diffusione dei dispositivi mobili@.

L’app Too good to go (Troppo buono per essere buttato), lanciata tre anni fa da due allora venticinquenni londinesi, permette di verificare quali negozi o ristoranti nella propria zona hanno cibo ancora buono ma che non sarà venduto nella giornata, di pagarlo e di passare presso l’esercizio a ritirare la cosiddetta Magic Box, cioè la scatola contenente quanto si è acquistato. Altre app (o siti) permettono poi di scambiarsi con gli utenti il cibo che si ha in casa e che non si è in grado di consumare, di donare alimenti a associazioni caritatevoli, di leggere consigli su conservazione dei cibi e ricette per il riuso di ciò che rischiamo di non consumare, di visionare le offerte di prodotti alimentari vicini alla scadenza nei supermercati della zona, di compilare liste della spesa “intelligenti” per evitare di acquistare ciò che non ci serve, e così via. In Italia vi sono realtà come il Banco Alimentare, Terza Settimana e Equoevento@, solo per citarne tre fra tante, e non mancano le iniziative di sensibilizzazione.

Tuttavia, commenta Shalini Unnikrishnan del Boston Consulting Group sul Guardian@, la risposta globale è ancora frammentata, limitata e in definitiva insufficiente rispetto alla vastità del fenomeno.

Chiara Giovetti


Cibo perso:

è il cibo che va perduto nelle fasi della filiera
produttiva che riguardano la produzione, il dopo raccolta e la trasformazione.

Cibo sprecato:

è il cibo che va perduto nel punto finale della
catena alimentare, quella della vendita (negozi
e ristoranti) e del consumo ed è legata al comportamento di rivenditori e consumatori.

Fonte: Fao, Global Food Losses and Food Waste, 2011@

Su MC:




I Perdenti 45. Il comandante José Gervasio Artigas

Testo di don Mario Bandera


José Gervasio Artigas nacque a Montevideo in Uruguay il 19 giugno del 1764, a quel tempo territorio giuridicamente soggetto al Vice Reame spagnolo del Perù, e concluse la sua esistenza terrena a Quinta Ybyray località nei pressi di Asunción del Paraguay, il 23 settembre del 1850.

Fu un militare rioplatense e uno dei più importanti statisti nelle lotte per l’indipendenza dei paesi che si affacciano sul Rio de la Plata. In Uruguay è considerato il padre della patria, così come in Argentina è ricordato con stima e affetto per il contributo dato a quella nazione nella lotta per staccarsi dalla Spagna.

I suoi contemporanei lo onorarono con il prestigioso appellativo di «Protettore dei popoli liberi».

La sua formazione culturale e spirituale la ricevette presso il convento dei francescani di Montevideo. In gioventù fu tra i membri fondatori del corpo dei Blandengues, milizia armata che aveva il compito di difendere Montevideo. Successivamente, per non essere obbligato ad accettare la tutela spagnola sulla sua città, abbandonò con 1.500 famiglie (circa 16 mila persone) il territorio dell’Uruguay rifugiandosi nel Nord dell’Argentina, realizzando così un esodo impressionate che colpì l’opinione pubblica del tempo, sia in America Latina come in Europa.

Nel 1815 riprese la lotta per sottrarre la sua terra ai tentativi di annessione portati avanti questa volta da una coalizione militare tra portoghesi e brasiliani. Purtroppo, dopo diversi tentativi, i loro sforzi ebbero successo e nel 1820 in una battaglia campale le truppe fedeli ad Artigas vennero sconfitte, e lui, come Comandante Generale venne esiliato in Paraguay. Nel 1856 – a titolo postumo – il governo uruguayano lo dichiarò «Fundador de la nacionalidad uruguaya oriental».

Monumento a José Gervasio Artigas en el bosque, ciudad de La Plata.

Comandante Artigas se non sbaglio la tua famiglia era una delle più rinomate della città.
I tuoi avi furono tra i primi coloni europei a insediarsi in forma stabile a Montevideo.

Non ti sbagli affatto, la mia gente era emigrata dalla penisola iberica con il proposito di acquistare e coltivare la terra nel continente americano visto che in Spagna ciò era abbastanza difficile. In Uruguay i miei avi trovarono le condizioni favorevoli per realizzare i loro desideri, ciò che a loro stava a cuore.

E con il passare degli anni la tua famiglia andò conquistando rispetto e autorevolezza tra la popolazione autoctona.

Mio padre come colono desideroso di acquisire terreni fertili (purtroppo tutti da dissodare, bonificare e coltivare) si mise subito all’opera, coadiuvato in questo da tutta la nostra famiglia, anche dai miei nonni, dando così una testimonianza di gente volenterosa e caparbia, con tanta voglia di lavorare.

Tu però preferivi svolgere altre mansioni.

Osservando i gauchos, i mandriani delle praterie che a cavallo riuscivano a dominare mandrie bovine ed ovine molto consistenti, incominciai anch’io a domare cavalli, a usare il lazo e le bolas e, inevitabilmente, le armi.

Iniziasti così una nuova attività che ti realizzava pienamente sul piano umano e sociale.

Cavalcare per la pampa, scambiare bestiame con altri proprietari terrieri, comprare dei puledri per poi passare la frontiera e venderli in Brasile, dove erano molto richiesti, era per me e per i miei compagni motivo di orgoglio e soddisfazione oltre che fonte non indifferente di guadagno.

In quel periodo venisti a contatto con i Blandengues, volontari creoli che sopraintendevano il mercato del bestiame e tramite loro avesti contatti con la tribù dei Charruas, l’etnia indigena che occupava da tempo immemorabile la sponda orientale del Rio de la Plata.

Grazie a loro andai a vivere per un certo tempo in un villaggio charrua dove negli anni trovai una compagna che mi diede anche un figlio che chiamai Manuel, anche se nella tribù tutti lo chiamavano Caciquillo.

Nel 1797, approfittando di una amnistia generale emessa dal Re di Spagna per coloro che nelle colonie non si erano macchiati di delitti di sangue, entrasti a far parte del corpo dei Blandengues.

Subito mi spedirono insieme ad altri compagni a sorvegliare e controllare la vasta frontiera con il Brasile.

Lì incontrasti una persona che ebbe un’influenza significativa sulla tua vita.

In quella terra di confine incontrai un afro-montevideano che era stato catturato dai portoghesi e ridotto in schiavitù. Ebbi pena per quel giovane e decisi di comprarlo per ridargli la libertà.

Da allora Joaquin Lenzina, più noto come el negro Ansina, grato per averlo tirato fuori dalla schiavitù, mi accompagnò per il resto della vita, diventando il mio miglior amico e nell’esilio paraguaiano biografo ufficiale della mia esistenza.

Intanto che voi in America Latina eravate impegnati nelle vostre faccende, Napoleone Bonaparte in Europa conquistava una nazione dietro l’altra, tra cui la Spagna, facendo inoltre prigioniero Re Ferdinando VII.

Quando si venne a conoscenza dei fatti che trasformavano radicalmente la situazione sociale e politica in Europa, le colonie iberiche, non avendo più una Corona Reale a cui far riferimento, si sentirono svincolate dalla sottomissione alla monarchia spagnola e i vari movimenti indipendentisti – sull’esempio degli Stati Uniti d’America – costituitesi nelle varie capitali latinoamericane promuovevano e alimentavano l’idea che era giunta anche per loro il momento tanto atteso dell’indipendenza.

Purtroppo le truppe spagnole di stanza nei paesi dell’America Latina, la vedevano in altro modo. Essi dicevano: «Adesso il nostro Re è prigioniero di Napoleone, ma quando sarà rilasciato tutto dovrà tornare come prima».

Ovviamente le popolazioni delle nascenti nazioni latinoamericane non accettavano questo modo di procedere per cui inevitabilmente sorsero dei conflitti tra le truppe spagnole e i patrioti dei diversi paesi dell’America del Sud.

Tu, intravedendo il caos che sarebbe sorto dopo la sconfitta della Spagna tra le diverse città desiderose di avere un ruolo da protagonista nella storia latinoamericana, elaborasti l’idea federalista come collante per tenere insieme le varie province latinoamericane.

La mia idea di federalismo era molto semplice: un governo centrale forte a cui doveva essere affidata la gestione economico finanziaria per ogni paese, nonché la difesa del territorio di fronte a un attacco esterno. Per il resto ogni realtà locale (Perù, Venezuela, Argentina, ecc.) potevano imbastire la loro vita sociale e politica secondo il volere dei propri cittadini.

Tutto ciò non fu possibile realizzarlo a causa dell’opposizione, neanche tanto nascosta, che fece la potenza imperiale di allora, cioè l’Inghilterra, che piano piano andava sostituendosi alla Spagna sulla scena internazionale.

Infatti una delle conseguenze di questa nuova fase fu il mio esilio in Paraguay voluto sia dalla Spagna che dall’Inghilterra. Con il mio fedele amico e servitore Ansina, fui confinato in una località vicina ad Asunciòn, in una forma che possiamo paragonare agli arresti domiciliari, in quella situazione passai oltre trent’anni.

Ma intanto le mie idee facevano sempre più presa tra le varie popolazioni sudamericane fino a diventare patrimonio culturale e universale di tutte le nazioni che allora premevano per trovare il loro posto sul nuovo scenario internazionale.

Nel 1814 organizzasti a Buenos Aires la Unión de los Pueblos Libres (Unione dei popoli liberi). Durante quella assemblea tutti i delegati presenti all’unanimità ti onorarono con il titolo di Protettore dei popoli liberi. Un bel riconoscimento per le tue idee e per il tuo modo di conquistare le nuove nazionalità ai principi che propugnavi da sempre di uguaglianza e di libertà.

Fu un momento molto gratificante per me in quanto stava a significare che tutta la mia vita era stata spesa per la libertà delle colonie spagnole che si affacciavano sul Rio de la Plata, per la dignità dei popoli indigeni e per l’uguaglianza di tutti gli emigranti che cominciavano a riversarsi in Uruguay e nelle province argentine.

Però le nuove autorità che si erano sostituite ai vecchi padroni spagnoli, pur dichiarandoti personaggio prestigioso ed eroe nazionale di tutta la storia latinoamericana, strinsero un accordo per mantenerti confinato ad Asunciòn nel Paraguay, impedendoti così di avere un ruolo di dirigente politico nella nuova società che tu avevi così generosamente aiutato a nascere e svilupparsi.

Ho sempre cercato di realizzare fino in fondo il compito che la Provvidenza mi aveva affidato, per cui anche il mio esilio forzato in Paraguay l’ho vissuto come parte importante della mia vita.

E per come si sono evolute le cose nei paesi latinoamericani, dove nonostante tutto è rimasta traccia del mio disegno federalista, penso che tutta la mia azione abbia inciso in maniera positiva sullo sviluppo successivo di quelle nazioni.

Confinato nella remota e inospitale Villa di San Isidro Labrador Curuguaty, visse gli ultimi anni della sua vita coltivando la terra. Fu in questa città che Artigas, nel 1825, sposò Clara Gómez Alonso, sua compagna fino alla morte. Da questa unione nacque nel 1827 Juan Simeón, l’ultimo della sua numerosa prole, che divenne tenente colonnello in Paraguay e confidente del maresciallo Francisco Solano López.

Artigas seppe conquistarsi la fiducia degli indios guaraní, che nella loro lingua lo chiamavano Caraì Marangatù (padre dei poveri). Dopo trent’anni di esilio in Paraguay, morì a 86 anni. Il 23 settembre 1855, i suoi resti mortali furono rimpatriati in Uruguay con una solenne cerimonia, e furono collocati in Plaza Indipendencia a Montevideo, in un imponente mausoleo meta ancora oggi di numerosi visitatori.

Don Mario Bandera




La Polveriera


«I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere risollevati, dei nostri cuori per sentire di nuovo il calore dell’affetto, della nostra presenza per superare la solitudine. Hanno bisogno di amore, semplicemente» (messaggio di papa Francesco per la III giornata mondiale dei poveri).

Quanto dà fastidio questo papa che, un giorno sì e l’altro pure, continua a parlare dei poveri, non accontentandosi mai, neppure di quello che la chiesa, le parrocchie, i missionari fanno per loro. Ne ha parlato anche nel bel mezzo di questa caldissima estate, nel suo messaggio per la celebrazione (il prossimo 17 novembre), della giornata che lui stesso ha inventato per tenere accesa nel popolo cristiano l’attenzione verso tutti i poveri del mondo. Diventano, così, graffi impietosi le parole di papa Francesco che, avendo messo i poveri – davvero – al centro, non può tollerare che siano trattati con retorica e sopportati con fastidio, giudicati parassiti, scartati e sfruttati. Perché i poveri non sono numeri, ma persone a cui andare incontro. E, citando don Mazzolari, aggiunge: «il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera, se le dai fuoco, il mondo salta!».

Occuparsi dei poveri, attendere con passione alla loro promozione non è allora un optional esterno all’annuncio del vangelo; al contrario, «è un servizio che è autentica evangelizzazione». E anche ai tanti volontari, che il papa ringrazia per la loro dedizione, chiede di non accontentarsi di venire incontro alle prime necessità materiali dei bisognosi, ma di «scoprire la bontà che si nasconde nel loro cuore, facendosi attenti alla loro cultura e ai loro modi di esprimersi, per poter iniziare un vero dialogo fraterno».

Le parole, appassionate e dure, del messaggio arrivano dritte al cuore di noi missionari che, seguendo l’invito di Giuseppe Allamano, nostro fondatore, siamo mandati tra le genti a portare la consolazione del Signore, che si attua «accompagnando i poveri non per qualche momento carico di entusiasmo, ma con un impegno che continua nel tempo». È questa la nostra vocazione ad vitam, che ci spinge ogni giorno a camminare con loro; ed è proprio in questo camminare insieme che la «Chiesa scopre di essere un popolo, sparso tra tante nazioni, con la vocazione di non far sentire nessuno straniero o escluso, perché tutti coinvolge in un comune cammino di salvezza». A noi missionari, allora, le parole di papa Francesco non danno fastidio; semmai ricordano, una volta di più, la bellezza e le esigenze senza sconti della nostra vocazione, che viviamo nella scia del nostro fondatore.

padre Giacomo Mazzotti

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Tra diritto e non diritto

Testo di Chiara Brivio


Immigrazione, sovranismo, razzismo, opinione pubblica, rapporto tra cristiani e politica. In un recente convegno presso la fraternità di Romena, il giornalista de «La Stampa» ha offerto un’analisi di alcuni dei temi più caldi della nostra Italia e del mondo odierno. Con il suo tono «apocalittico» tenta di rompere il silenzio e l’apparente indifferenza dell’opinione pubblica sulla deriva del discorso politico nei riguardi della dignità delle persone.

Nostro malgrado viviamo in un tempo nel quale espressioni come «migranti», «porti chiusi», «diritto di emigrare» (presunto o negato), «accoglienza», sono parti integranti della narrazione della nostra realtà quotidiana, non solo italiana, ma mondiale.

Lo stesso papa Francesco è tornato su questo tema firmando il 13 giugno scorso La speranza dei poveri non sarà mai delusa, il messaggio per la III Giornata mondiale dei poveri che si celebrerà il 17 novembre.

Nel messaggio, il pontefice evidenzia ancora una volta come «si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre. Il loro grido (dei poveri, ndr) aumenta e abbraccia la terra intera. Come scriveva don Primo Mazzolari: “Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta”».

Far saltare il mondo dei poveri

È stato proprio questo «far saltare il mondo» dei poveri e dei migranti il fulcro di un intervento del giornalista Domenico Quirico a un recente convegno della fraternità di Romena1 sul tema dell’accoglienza.

L’inviato de «La Stampa» – noto per i suoi reportage e articoli dalle zone più calde del mondo, rapito e tenuto prigioniero in Siria per cinque mesi nel 2013 -, a partire da uno dei suoi ultimi libri, Esodo. Storia del nuovo millennio, edito da Neri Pozza, ha proposto una riflessione a 360 gradi su alcune delle questioni più pressanti del nostro tempo: immigrazione, sovranismo, razzismo, rapporto tra giornalismo e opinione pubblica.

L’Esodo

Esodo è il racconto del viaggio che il giornalista ha intrapreso con i migranti sulle rotte verso l’Europa – quella africana, quella balcanica e quella dell’enclave spagnola di Melilla in Marocco -, che l’ha portato ad attraversare il Mediterraneo su un barcone, a rischiare di naufragare, e a essere salvato dall’intervento della guardia costiera italiana.

Parte del racconto è anche l’approdo a Lampedusa, dove il fatto di possedere il passaporto italiano ha significato uno spartiacque tra lui (che è potuto tornare alla propria identità e alla propria vita), e gli altri: «Il migrante è la personalità più straordinaria del XXI secolo – ha detto Quirico a Romena -. Non ha nulla, non ha passato, non ha presente, non ha futuro. Ha fatto saltare i confini nel secolo dei confini».

Il movimento di persone, il flusso enorme che nel continente africano è in moto da generazioni, nel libro del giornalista è descritto anche dalle voci dei compagni di strada: «La migrazione è una religione per noi, siamo tutti migranti, la nostra vita è la migrazione», afferma Nyang, maliano che conta i morti del suo villaggio.

«La speranza è inestirpabile. Perché mai i migranti non dovrebbero fuggire?», scrive Quirico, ponendo una domanda che sembra il rovescio dell’«aiutiamoli a casa loro». Fuggono perché a casa loro la differenza tra essere un «uomo» ed essere un «non uomo» a volte passa dal possesso di un kalashnikov, perché «casa loro» sono paesi nei quali «un passaporto è un’utopia», sono villaggi distrutti dalla guerra o sconvolti dal cambiamento climatico. Fuggono perché non vogliono più subire torture o vederle subite da altri, o essere costretti a farle subire.

Quel che resta è il diritto

«Che cos’è che distingue l’Occidente?», si è domandato Quirico nel suo intervento. «L’invenzione del diritto», è stata la sua risposta: l’idea che l’uomo nasca con dei diritti, come quelli fondamentali alla vita, alla libertà, alla ricerca della felicità. «Ma la ricerca della felicità comprende tutti i paesi, e si può ricercare muovendosi. La gente viene qui per sfuggire alla morte e per cercare la libertà e la felicità».

Ed è precisamente questa libertà di movimento, di superamento delle barriere e dei confini, che rende il migrante «un problema». Egli «ha fatto un gesto rivoluzionario: ha preso un barcone ed è arrivato qui», ha detto il giornalista, ma questo gesto rivoluzionario, che afferma il diritto dell’umanità alla vita e alla dignità, allo stesso tempo è usato dal potere come pretesto per affermare l’inesistenza del diritto, per sperimentare la creazione di una società «illiberale». Anche nelle nostre democrazie occidentali.

I migranti diventano il capro espiatorio, il nemico che non c’è ma che tuttavia deve continuare a esistere per motivare l’erosione dei diritti. Alla fine, ha affermato Quirico in tono apocalittico, «ci troveremo in una società illiberale dove se staremo buoni ci verranno dati dei diritti», proprio come accade già oggi nei paesi dai quali fugge la gran parte dei migranti. «L’unica cosa rimasta su cui bisogna battersi è il diritto. Il mondo oggi è diviso tra diritto e non diritto», tra una sparizione forzata e un processo giusto ed equo sulla base del diritto.

Il fallimento del giornalismo

La disamina di Quirico si è incentrata anche sul ruolo del giornalismo come strumento di comunicazione e di «commozione», e sulla sua (in)capacità di smuovere le coscienze e formare l’opinione pubblica.

«Mi muovo per raccontare la sofferenza altrui – ha affermato -, la sofferenza umana è il materiale su cui costruisco la mia narrazione». Tuttavia, ha continuato, oggi il meccanismo della narrazione della commozione sembra non sortire più alcun effetto: «In Siria ci sono stati 500mila morti in 8 anni, e molti di noi sono morti per scrivere 70 righe per raccontare la vita dei siriani. Risultato? Zero», ha concluso Quirico, non senza un pizzico di rammarico: «I razzisti sono al 50% oggi, nel 2011 erano al 3%. Un fallimento totale».

Una visione della realtà forse troppo negativa, quella del giornalista. Tanto negativa da evocare gli anni ‘30, decennio nel quale opinioni pubbliche sopite e intorpidite, composte da «gente per bene», decisero, «pur di non avere guai», di seguire una minoranza estremista facendola diventare maggioranza. Attenzione quindi a sottovalutare il problema. Attenzione a pensare che i razzismi, i sovranismi e i nazionalismi siano appannaggio di una minoranza. Bisogna mettersi in allerta sullo stato dell’opinione pubblica di oggi a livello globale, e comprendere meglio che «il nostro compito di giornalisti è fare in modo che nessuno possa dire “non sapevo”»: non possiamo non sapere dell’esistenza delle carceri libiche, delle orribili torture che subiscono i migranti, dei naufragi, della disperazione.

Cristiani e politica

A conclusione del suo intervento, Quirico si è, infine, posto una domanda sul rapporto tra i cristiani e il clima politico degli ultimi mesi e anni. Come può un cristiano definirsi tale se non difendendo i valori della carità e dell’accoglienza? Davanti a uno scioccante 30% di cattolici che ha deciso di votare Lega alle recenti elezioni europee, per Quirico la risposta è netta: «O sei cristiano o non lo sei. Chi è razzista non può essere cristiano!».

Note:

1- Sulla fraternità di Romena si veda: Massimo Orlandi, Un porto di terra, MC gennaio 2017.