Da Rambo a Barb. Come gli Usa vedono se stessi

Il cinema, come uno specchio, rimanda l’immagine della società che lo produce. Tre film statunitensi degli ultimi 45 anni, accomunati da una scena particolare, sembrano mostrare un Paese in declino.

Negli anni Sessanta del Novecento, uno dei più grandi artisti viventi, Michelangelo Pistoletto, produsse quadri che chiamò «superfici specchianti». Era il suo modo per far entrare dentro l’arte la realtà e il pubblico. Il dipinto diventava riflesso reale della vita che lo circondava.

Il cinema fa lo stesso. Riflette la realtà. E ci permette di riflettere sulla realtà. Ogni film è una rappresentazione di come la cultura legge il mondo. Ogni regista si fa portatore, consapevole o inconsapevole, delle visioni e dei valori che permeano la sua società.

Se poi si prova a guardare il cinema inforcando «gli occhiali di Gandhi», cioè nella prospettiva della nonviolenza, allora si scoprono cose molto interessanti. Gli «occhiali di Gandhi» sono uno strumento inventato dal Centro studi Sereno Regis di Torino per rappresentare l’approccio gandhiano alle arti visive: cosa avrebbe detto Gandhi se avesse guardato questo o quel film? Quali considerazioni ne sarebbero scaturite?

Così abbiamo analizzato tre film molto diversi per scoprirne i fili rossi che li collegano, e le narrazioni sotterranee che veicolano.

Il filo di sutura di Rambo

I tre film sono «Rambo», di Ted Kotcheff, del 1982, «Sicko», di Michael Moore, del 2006, e «Dead of winter» di Brian Kirk, del 2025. Tre film che ci possono raccontare lo stato di salute degli Stati Uniti, e il perché negli anni questa nazione ha agito in modo sempre più aggressivo e violento.

In ciascuno dei tre film c’è una scena non usuale che, a mia memoria, compare al cinema per la prima volta in Rambo. Si tratta della scena in cui il protagonista si sutura da solo una ferita a un braccio dopo aver estratto il necessario dal suo pugnale da survival. Lo fa in mezzo ai boschi, dove si è rifugiato perché «rifiutato» dalla società per la quale aveva combattuto in Vietnam.

A parte la distorsione cognitiva intrinseca (Rambo pensa di aver «difeso» la sua patria, mentre, invece, era stata questa ad attaccare il Vietnam), nel film vediamo un giovane prestante che cerca un posto dove mangiare mentre attraversa una cittadina di provincia, un uomo che vuole starsene per i fatti suoi, ma che subisce provocazioni e ostracismo ai quali risponde con violenza. La considerazione che Rambo volesse solo starsene per i fatti suoi è importante, tenetela per dopo. Sono i primi anni Ottanta del Novecento, gli Stati Uniti d’America sono appena tornati (sconfitti) dal Vietnam, e stanno vivendo un – breve – periodo di quiete nelle relazioni sempre turbolente con il resto del mondo.

Diciamo, si «leccano le ferite».

Sicko e la sanità

Il secondo film, «Sicko», inizia con un altro ragazzo che si sutura una profonda ferita alla gamba (peraltro, l’altra gamba è stata amputata). Ma in questo caso il ragazzo è a casa sua: sono i primi anni del Ventunesimo secolo, e questo ragazzo si ricuce da solo la ferita perché ha perso ogni diritto all’assistenza sanitaria pubblica, il tema su cui Michael Moore basa il suo film.

Siamo appena dopo le guerre del Golfo e dopo l’11 settembre: gli Stati Uniti hanno ripreso prepotentemente la loro politica di «esportazione della democrazia». Ma, in casa, germogliano i semi dell’abbandono: lo Stato sociale declina, l’assistenza pubblica latita, i giovani statunitensi devono «fare da sé». Di nuovo.

Dead of winter

Il terzo film, «Dead of winter», ci presenta una scena analoga: ma chi si ricuce la ferita questa volta è una donna anziana, Barb. La protagonista è una vedova che compie un viaggio solitario nel Minnesota ghiacciato per onorare la memoria del marito.

Durante il viaggio si perde e, per caso, scopre una coppia armata che tiene una ragazza segregata in un luogo sperduto.

Barb diventa, suo malgrado, l’unica speranza di sopravvivenza per la ragazza in un ambiente spietato. Altro elemento simbolico significativo.

Importante la frase che la donna (una magistrale Emma Thompson, peraltro) dice a se stessa per darsi coraggio nell’affrontare il doloroso gesto: «Forza, è come cucire una vecchia trapunta».

Una vecchia coperta.

Come gli Usa si vedono

In geopolitica, ci insegna Dario Fabbri, direttore di «Domino», uno degli elementi che determinano l’atteggiamento di politica internazionale delle nazioni è come esse percepiscono se stesse a livello di narrazione popolare. E Fabbri descrive da tempo gli Stati Uniti come una nazione depressa.

La mia tesi è che, nei tre film appena citati, possiamo leggere questa discesa americana nella depressione.

Quarantacinque anni fa, John Rambo si curava le ferite da sé: allontanato dalla società, incompreso, voleva solo «starsene per i fatti suoi» (vi risuona la riedizione della «dottrina Monroe», «l’America agli americani», di Trump?), ma non poteva: urgeva un obbligo, quello di difendersi, di ritrovare la sicurezza perduta.

Nel 1982, però, Rambo era un giovane nel pieno delle forze, capace di mettere in scacco un’intera cittadina, una «macchina da guerra» (parole del colonnello incaricato di convincere Rambo a smettere di devastare quei poveri provinciali). Se regge l’analogia, gli Stati Uniti si vedevano come una nazione forte, oppressa dai troppi impegni internazionali, ma in grado di reagire con grandissima forza, tanto da dimostrare di «essere la più forte».

Mezzo secolo dopo, l’immagine degli Stati Uniti è ridimensionata: simboleggiata da un’anziana, appesantita dal dover difendere una ragazzina incapace di badare a se stessa (l’Europa? Il resto del mondo?). La donna, lungi dall’interpretare il ruolo «storico» del vecchio saggio, deve ingaggiare battaglia pur dovendo fare i conti con un corpo che non risponde più come un tempo, che fatica, che rallenta.

Un’immagine triste in un film che, non a caso, finisce male (ma qui mi fermo, per chi odia le anticipazioni).

In cinquant’anni gli Stati Uniti, se seguiamo l’analogia, si vedono in declino, senza forze, eppure ancora oppressi dall’obbligo di reagire «contro i cattivi».

Il film di Michael Moore fa da anello di congiunzione.

Situato anche cronologicamente a metà strada tra gli altri due, ci mostra una delle ferite «interne» degli Usa: la scomparsa dello stato sociale, la privatizzazione della sanità, l’abbandono dei più deboli. Uno Stato che non si cura dei suoi cittadini non può che vedere aumentare il tasso di depressione collettiva.

Se il cinema è uno specchio, questi tre film rimandano impietosamente un’immagine di declino dell’impero americano, di cui stiamo vedendo, tremando, gli ultimi guizzi di rabbiosa furia.

Dario Cambiano
Centro studi Sereno Regis




Rd Congo. Una guardia per le miniere

A fine aprile 2026, il governo della Repubblica democratica del Congo (Rdc) ha annunciato la creazione di una Guardia mineraria. Unità paramilitare d’élite, questo organo nasce con l’obiettivo di supervisionare il settore estrattivo, su cui si regge gran parte dell’economia del Paese. La Rdc infatti produce circa il 70% del cobalto mondiale, ha enormi riserve di rame e litio, nonché di tantalio. Tutti minerali cruciali per la transizione ecologica e la cui domanda globale è in continua ascesa.

La Guardia mineraria

La creazione della nuova forza paramilitare è stata annunciata dall’Ispettorato generale delle miniere (Igm), creato nel 2023 dal governo di Kinshasa per combattere le frodi nel settore estrattivo. Secondo quanto annunciato dall’Igm, la Guardia mineraria deve garantire la sicurezza dei giacimenti e dei trasporti dalle zone di estrazione ai luoghi di lavorazione o alle frontiere. Ed è inoltre destinata a sostituire progressivamente le forze militari tradizionali nelle zone minerarie.

Il governo congolese ha anche fornito un calendario preciso: entro il 2027, elementi della Guardia mineraria dovranno essere presenti in tutte le province del Katanga e del Kivu. Per la fine del 2028, invece, i paramilitari saranno operativi in tutte le 22 province estrattive.

A giugno 2026, è previsto l’inizio dell’addestramento del primo contingente di circa 2.500-3.000 uomini, formati in collaborazione con la Maison militaire (un ufficio delle forze armate che risponde direttamente alla presidenza).

Stati Uniti sì, anzi no

Secondo quanto dichiarato dal governo congolese, l’istituzione della nuova forza ha un costo di 100 milioni di dollari. Per far fronte a questa spesa, inizialmente, Kinshasa aveva annunciato il coinvolgimento di Stati Uniti ed Emirati arabi uniti come finanziatori chiave.

Ma, poche ore dopo l’annuncio, Washington ha smentito, sottolineando: «Il governo degli Stati Uniti non finanzia gruppi paramilitari per la sorveglianza delle miniere». Ma, al contempo, non ha negato un consolidamento della propria presenza nella Rdc, dicendo che «i governi di Stati Uniti e Rdc si impegnano a promuovere crescita economica condivisa, stabilità e prosperità attraverso l’Accordo di partenariato strategico (un’intesa incentrata sullo sfruttamento dei minerali, ndr)».

Kinshasa si è quindi affrettata a dichiarare che «il progetto della Guardia mineraria si inserisce in una dinamica di cooperazione e dialogo con diversi partner internazionali, in particolare Stati Uniti ed Emirati arabi uniti». La situazione dunque è molto confusa e il ruolo di attori esterni non è ancora chiaro.

Un quadro ben più complesso

In realtà, gli Stati Uniti sono coinvolti nel settore minerario congolese. Eccome. Nell’estate del 2025, parallelamente ai negoziati tra il governo congolese e quello ruandese con l’obiettivo di porre fine al conflitto nell’Est della Rdc (dove Kigali è direttamente coinvolta con militari sul campo e sostegno diretto ai gruppi armati ostili a Kinshasa), il governo statunitense ha anche avviato iniziative per aprire la strada a investimenti delle proprie aziende estrattive nel Paese.

Più recentemente, invece, la Rdc ha siglato un accordo di collaborazione con la Vectus global, società di mercenari di proprietà di Erik Prince, magnate molto vicino al presidente statunitense Donald Trump e agli Emirati arabi uniti. Alla società è stato affidato il compito di riscuotere i crediti del settore estrattivo e combattere il contrabbando. E il fatto che il suo proprietario abbia un passato di violazioni dei diritti umani, del diritto umanitario internazionale e di scarsa trasparenza fa sorgere qualche preoccupazione sulla decisione. A ciò poi si aggiunge il fatto che gli uomini della società dovrebbero agire solo nelle province meridionali dell’Haut Katanga e del Lualaba ma, in realtà, la loro presenza è già stata riscontrata anche nel Sud Kivu.

Militarizzazione continua

Ancora una volta la strategia intrapresa dal governo congolese per contrastare corruzione, contrabbando di minerali e generare maggiore ricchezza per il Paese è la militarizzazione. Una soluzione che in passato ha già mostrato più volte il proprio fallimento: i gruppi armati dilagano nell’Est, la corruzione è imperante nel settore minerario e tra l’élite politica, mentre il contrabbando di minerali garantisce importanti guadagni ai Paesi confinanti con la Rdc.

I livelli di povertà nel Paese sono tra i più elevati al mondo, l’insicurezza alimentare è diffusa, gli sfollati interni sono quasi otto milioni. Ora, con anche una nuova epidemia di Ebola da fronteggiare, la società civile congolese condanna quello che secondo lei è l’ennesimo spreco di risorse per creare una struttura militare. Quando invece i fondi dovrebbero essere destinati a politiche per migliorare realmente la vita quotidiana dei cittadini.

Aurora Guainazzi




Africa-Usa. I dati sanitari, nuovo colonialismo

Declinare l’America first global health strategy – la strategia sanitaria annunciata nel settembre 2025 dal governo di Donald Trump – nel continente africano si sta rivelando più complicato del previsto.

Superato il multilateralismo – con la chiusura di Usaid, l’agenzia statunitense per la cooperazione allo sviluppo, e l’annuncio dell’uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità -, gli Stati Uniti stanno puntando su accordi bilaterali con diversi Paesi africani. In cambio di aiuti per la sanità locale, queste intese impongono ai beneficiari la condivisione di dati sensibili e cartelle cliniche, senza il consenso dei pazienti.

Di fatto, è una nuova frontiera del neocolonialismo statunitense in Africa: non sono solo le risorse naturali ad attirare lo sguardo di Donald Trump, ma anche il patrimonio sanitario di un continente in rapida crescita demografica. Per le ricerca delle aziende farmaceutiche poter mettere le mani su queste informazioni è un vantaggio competitivo enorme.

Il contenuto degli accordi

A oggi, gli Stati Uniti hanno siglato circa trenta accordi. Secondo le dichiarazioni ufficiali del governo Trump, queste intese – spesso della durata quinquennale e i cui testi raramente sono pubblici – mirano a «proteggere il popolo statunitense dalle minacce delle malattie infettive», concentrandosi su quelle più diffuse e «pericolose» per gli Stati Uniti: Hiv/Aids, malaria e tubercolosi. Ma, con l’obiettivo di tutelare i cittadini statunitensi, spesso non viene fatta una reale valutazione delle priorità e delle sfide sanitarie locali.

Inoltre, gli accordi puntano anche a «porre fine alla dipendenza a tempo indeterminato [dei Paesi africani, ndr] dai contribuenti statunitensi». Secondo Washington, infatti, tra il 2001 e il 2024, sono stati investiti oltre 175 miliardi di dollari in aiuti sanitari, ma con pochi successi. Ora, il supporto finanziario statunitense è vincolato al raggiungimento di specifici obiettivi ed è destinato a ridursi gradualmente nel tempo.

In più, condizione imprescindibile è che i Paesi beneficiari contribuiscano economicamente, aumentando pian piano la propria spesa. In totale, il Dipartimento di Stato ha calcolato che il valore complessivo degli accordi siglati sinora è di 20,6 miliardi di dollari (di cui 12,8 forniti da Washington e 7,8 dai beneficiari).

Ma, nel frattempo, in cambio dei fondi, gli Stati Uniti chiedono qualcosa di molto prezioso per la ricerca delle proprie aziende farmaceutiche: le cartelle cliniche dei pazienti africani.

Tra rifiuti e cause giudiziarie

Proprio l’obbligo di condivisione dei dati personali, senza garanzie sull’accesso a vaccini e trattamenti derivati, ha spinto lo Zimbabwe a rifiutare a febbraio un accordo quinquennale dal valore complessivo di 367 milioni di dollari. Nel definirlo «sbilanciato», il presidente Emmerson Mnangagwa ha sottolineato che il dialogo resta aperto. Ma unicamente con l’obiettivo di garantire la sostenibilità della lotta all’Hiv/Aids, la cui prosecuzione è in difficoltà dopo la fine del Pepfar (il programma creato dagli Stati Uniti per contrastare la malattia). Trasformare dati e risorse sanitarie in una leva negoziale è invece fuori discussione.

Anche in Kenya – il primo Stato africano a firmare un accordo sanitario con Washington a dicembre 2025 – la Consumer federation of Kenya (associazione indipendente per la protezione dei consumatori) ha denunciato la violazione della privacy dei pazienti locali. Sottolineando che «l’accordo non rispetta la Costituzione e la legge sulla salute e minaccia la riservatezza dei dati medici dei kenyani», l’associazione ha portato l’intesa davanti all’Alta corte, ottenendone la sospensione.

Se lo Zambia ha rifiutato parte dell’accordo, senza però aver ancora preso una decisione finale, il Ghana ha già rigettato l’intesa. I negoziati tra Accra e Washington erano iniziati a novembre e prevedevano la fornitura di 109 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti, mentre non era chiara la cifra di cofinanziamento ghanese. Ma, ancora una volta, a far fallire l’intesa è stato il rifiuto del Ghana a condividere dati sensibili.

Nuovo neocolonialismo

Alcuni Paesi come il Senegal hanno siglato accordi che non prevedono la violazione della privacy dei pazienti. Ma non tutti gli Stati – soprattutto se agiscono individualmente – hanno la stessa forza negoziale di fronte a una potenza come gli Stati Uniti. Mentre per i colossi farmaceutici, intenzionati ad acquisire un vantaggio competitivo nei confronti di europei e asiatici, le informazioni sanitarie del continente sono particolarmente preziose.

Ma intanto che gli Stati Uniti esplorano questa nuova forma di neocolonialismo, alcuni Paesi come lo Zambia, nonostante le difficoltà, cercano di sviluppare autonomamente dei sistemi sanitari sostenibili e resilienti. Così da ridurre il più possibile il rischio di trovarsi imbrigliati in nuove forme di ricatto.

Aurora Guainazzi




Sapore di «woke»

Il termine indica l’opposizione a qualsiasi forma di discriminazione: razziale, sessuale, sociale, etnica, religiosa. Per il presidente statunitense è, invece, l’origine di tutti i mali. Da cancellare a ogni costo.

Donald Trump l’aveva annunciato in campagna elettorale e l’ha confermato nel suo discorso tenuto il 4 marzo 2025 davanti al Congresso: avrebbe fatto qualunque cosa per demolire tutto ciò che ha il sapore di woke. E, per dimostrare fin dove è disposto a spingersi, il 6 febbraio 2026 ha pubblicato un post, elaborato dall’intelligenza artificiale, che rappresenta Barack Obama e la moglie Michelle nelle sembianze di scimmie. Benvenuti fra le bravate oscurantiste dell’uomo eletto per la seconda volta a presidente degli Stati Uniti d’America, il Paese da molti additato come faro della democrazia.

Nascita ed evoluzione di un termine

«Stai all’erta. Vota». Immagine Marcia Fudge-Wikimedia 2018.

Prima che Donald Trump tornasse alla Casa Bianca, solo pochi in Italia conoscevano l’esistenza del termine woke e un numero ancora più piccolo era a conoscenza del suo significato politico. Da un punto di vista linguistico, woke è un’espressione dialettale delle comunità nere degli Stati Uniti, per indicare lo stato di veglia contrapposto a quella di sonno. Ma, come succede pure in italiano, sveglio ha anche un significato metaforico che indica la capacità di capire al volo la realtà. Come esortazione, poi, è un invito «a tenere gli occhi aperti, a stare all’erta».

L’espressione assunse connotati politici negli anni Trenta quando nove adolescenti neri di Scottsboro (foto pagina seguente), una cittadina dell’Alabama, finirono sotto processo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due donne bianche. Il processo si concluse con un verdetto di colpevolezza e la condanna a morte di quasi tutti gli imputati. Ma, per come si era svolto il dibattimento, apparve chiaro a tutti che si era trattato di un processo farsa, animato solo da un intento punitivo di matrice razzista. In effetti, la giuria era formata solo da maschi bianchi ed erano state accettate per buone prove del tutto inconsistenti.

A seguito del processo si levarono molte proteste e il cantante nero Huddie Ledbetter – in arte Lead Belly – diede il proprio contributo componendo una canzone che invitava tutti i neri degli Stati Uniti a evitare l’Alabama. E, nel caso qualcuno non avesse potuto rinunciarvi, Lead Belly raccomandava di «essere woke», ossia di tenere gli occhi bene aperti per non incorrere in rappresaglie razziste. Così l’Alabama divenne l’emblema del razzismo e woke la parola d’ordine contro la discriminazione razziale.

Più tardi, attorno agli anni Settanta, il termine venne adottato anche dal movimento Lgbt che lottava per i diritti delle minoranze sessuali, e woke assunse il significato più ampio di opposizione a qualsiasi forma di discriminazione, sia essa razziale, sessuale, etnica, religiosa o sociale. Un’opposizione che, messa in positivo, si traduce nell’aspirazione a una società più giusta e più inclusiva, per cui woke è diventato sinonimo di parità, accoglienza, diritti.

Le leggi anti discriminazione

Il primo grande successo del movimento woke si concretizzò nel 1964, quando venne emanato il Civil rights act. Il provvedimento, promosso da John F. Kennedy, ma firmato da Lyndon Johnson, metteva fuori legge qualsiasi forma di discriminazione attuata nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, nelle scuole.

La lotta alla discriminazione continuò nel 1965 con una legge che vietava qualsiasi pratica tesa a escludere dal voto chi aveva bassi livelli di istruzione o di reddito. Nell’ambito più specifico della discriminazione sessuale, nel 1993 venne votata una legge per mettere fine all’esclusione degli omosessuali dall’arruolamento nell’esercito, purché non manifestassero pubblicamente la loro tendenza sessuale. Ma, nel 2010, un provvedimento firmato da Barack Obama tolse anche questo vincolo, e l’esercito si aprì totalmente a qualsiasi orientamento sessuale.

Intanto, nel 2009, era stata emanata una legge contro i crimini animati da odio verso gay e transgender. Più tardi anche Joe Biden si spese a favore delle categorie più svantaggiate tramite l’emanazione di vari ordini esecutivi che non solo destinavano più fondi a senza casa, invalidi e senza reddito, ma obbligavano gli uffici e le agenzie federali a dotarsi di tutti gli strumenti necessari ad assicurare l’assunzione, la parità salariale e di carriera alle persone tradizionalmente discriminate su base razziale, sociale e sessuale.

Non a caso tali provvedimenti hanno preso il nome di Dei, acronimo di «diversità, equità, inclusione».

Revisionismo e disprezzo

Appena tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato tre ordini esecutivi, o meglio tre «contrordini», per annullare le iniziative di Biden, sostenendo – addirittura – che è discriminatorio cercare di favorire determinate categorie. Purtroppo, è stato solo l’inizio di un processo revisionista di proporzioni ben più vaste.

Deciso a ripristinare il modello anti woke in ogni ambito del vivere economico e sociale, Trump ha dato battaglia a tutto ciò che ha il sapore di solidarietà, equità, inclusione. Ed ha cominciato proprio dalla solidarietà, ordinando la sospensione di tutti i programmi di cooperazione internazionale che gli Stati Uniti gestivano nei paesi più poveri tramite Usaid,l’agenzia statale di cooperazione.

Si sperava che si trattasse di un provvedimento temporaneo, invece il primo luglio 2025 l’Usaid venne chiusa definitivamente e ai paesi più poveri è venuto a mancare un canale di assistenza importante.

A titolo d’esempio, nel 2024 l’agenzia aveva erogato fondi per 32 miliardi di dollari, per la maggior parte destinati a programmi di aiuto alimentare e sanitario. Secondo uno studio della rivista scientifica Lancet, la soppressione dell’attività dell’Usaid può significare la morte per oltre 14 milioni di persone da qui al 2030. Del resto, il disprezzo di Trump per la cooperazione internazionale emerge anche dalla decisione, assunta nel gennaio 2026, di ritirare gli Stati Uniti (e i loro contributi) da ben 66 organismi internazionali, fra cui l’Organizzazione mondiale della sanità.

La «grande bella» legge

In ogni caso il provvedimento anti woke di cui Trump va più fiero viene assunto nel luglio 2025 quando il Congresso approva una legge di proposta governativa che il tycoon battezza Big beautiful bill, grande bellissima legge Di naturafinanziaria, il provvedimento introduce tagli fiscali alle classi più agiate, riduce i fondi destinati all’assistenza sanitaria e alimentare, aggrava i costi per le pratiche dei migranti, potenzia le forze di polizia addette alla repressione dell’immigrazione clandestina. In breve, è un capolavoro di disuguaglianza sociale, di lotta ai poveri, di lotta ai migranti.

Negli Stati Uniti, più di 43 milioni di persone (il 12,9% della popolazione) vivono in condizione di povertà estrema, addirittura incapaci di mangiare adeguatamente. Riescono a sbarcare il lunario grazie ai buoni cibo ricevuti dallo Stato spendibili nei supermercati. Ma un’altra cinquantina di milioni di persone, per un totale di 90 milioni di individui, non sono in grado di pagarsi un’assicurazione sanitaria e riescono ad avere le cure minime solo grazie al programma di assistenza governativa denominato Medicaid.

Secondo le indagini condotte dall’Ufficio studi dei parlamentari democratici, i tagli previsti dal Big beautiful bill lasceranno 15 milioni di americani senza nessun tipo di assistenza medica, mentre priveranno 5 milioni di poveri dei buoni alimentari. E mentre la spesa sanitaria è stata ridotta di 800 miliardi di dollari, quella per contrastare l’immigrazione clandestina è stata aumentata di 140 miliardi di dollari. Soldi che, stando alle rivelazioni del Financial Times, sono stati in parte destinati ad aziende edili come Fisher Sand & Gravel per la costruzione del muro alla frontiera con il Messico, in parte ad aziende come Palantir, Deloitte, Amazon, Microsoft, per il potenziamento
del servizio di sorveglianza
elettronica, in parte al ministero dell’Interno per il rafforzamento dell’Ice, il famigerato corpo di polizia istituito per dare la caccia ai migranti irregolari (cfr. MC aprile 2026).

Le operazioni dell’Ice

«Non posso respirare», lo slogan del movimento statunitense Black lives matter. Foto Obi-Unspash.

L’Ice venne istituito nel 2003 da George Bush e, per il nome che porta, era concepito come una sorta di guardia di frontiera antimmigrazione. Ice, infatti, sta per Immigration customs enforcement che può essere tradotto come Controllo migratorio alle frontiere. Trump però l’ha trasformato in un corpo che esegue rastrellamenti all’interno del territorio statunitense per scovare gli immigrati irregolari sparsi per il Paese.

L’operazione speciale è iniziata nell’aprile del 2025 con un ordine esecutivo firmato da Trump per «proteggere la comunità americana dagli alieni criminali». Dopo aver lamentato che alcuni Stati della nazione stanno disobbedendo alle leggi federali in quanto «continuano a usare la loro autorità per violare, ostacolare e sfidare le leggi federali sull’immigrazione», Trump ha ordinato agli uffici interni di individuare tali Stati e di assumere tutte le misure necessarie per ripristinare il rispetto della legge federale.

Gli Stati finiti nella lista nera sono diciassette, fra cui California, New Jersey, Massachusetts, Washington. Ma le cronache ci dicono che il Minnesota è risultato essere lo Stato più preso di mira, forse perché si trova al confine con il Canada, nazione che Trump rivendica come cinquantunesimo componente degli Stati Uniti. Trump vi ha mandato truppe speciali dell’Ice per rintracciare tutti gli stranieri soggiornanti con permessi ritenuti abusivi, per arrestarli e rinchiuderli in appositi centri di detenzione e, infine, deportarli nel proprio paese di provenienza, o anche altrove, come testimoniano le deportazioni effettuate verso il Salvador, Costa Rica, Messico, Panama, addirittura Rwanda, Uganda, Sud Sudan, Eswatini (ex Swaziland). Alla popolazione di Minneapolis, capitale del Minnesota, l’intervento dell’Ice ha ricordato i rastrellamenti eseguiti dalle SS per scovare gli ebrei e deportarli nei campi di concentramento. Perciò, c’è stata una forte opposizione popolare che è costata la vita a due dimostranti e difensori dei diritti umani.

Qualche numero

In termini numerici la quantità di immigrati deportati dagli Usa nel 2025 è simile a quelli deportati nel 2024: 675mila contro 650mila. È cambiata però la loro composizione. Sotto Biden il 75% degli arresti avvenivano alla frontiera, il 25% nel resto del Paese; sotto Trump il 25% sono avvenuti alla frontiera, il 75% dispersi sul territorio. Un’inversione dovuta al rallentamento del flusso migratorio indotto dal clima di paura provocato dalle misure di Trump e allo sguinzagliamento dei poliziotti dell’Ice sul territorio nazionale.

Il Deportation data project conferma che, nel primo anno di amministrazione Trump 2, il numero di deportati, prelevati in località lontane dai confini, è aumentato quattro volte e mezzo. E pensare che gli Stati Uniti, al pari tutti i Paesi industrializzati, afflitti da processi d’invecchiamento, hanno un assoluto bisogno di immigrati.

L’American immigration council sostiene che perfino gli immigrati irregolari – all’incirca 10 milioni – contribuiscono al finanziamento dei servizi sociali e sanitari statunitensi tramite le tasse che pagano su ciò che consumano. Nel 2023, il loro contributo è stato pari a 89 miliardi di dollari. E se prendiamo i 50 milioni di immigrati complessivi presenti negli Stati Uniti, scopriamo che contribuiscono al 17% delle imposte raccolte nel Paese, mentre sono determinanti in settori chiave come agricoltura, costruzioni, industria alimentare. Chissà che dove non è riuscita la coscienza, riesca lo spirito di convenienza a convincere il popolo Maga che il futuro è woke o non è.

Francesco Gesualdi




Italia-Ue, l’erosione del diritto di asilo

A febbraio, l’Unione europea ha approvato, in materia di asilo politico, le nuove norme sui paesi terzi e paesi di origine sicuri. Norme che violeranno – più di quanto non succeda già ora – il diritto di protezione internazionale di migliaia di persone migranti, considerando sicuri, ad esempio, paesi di origine come l’Egitto, o il Bangladesh, oppure l’Albania come paese terzo nel quale si può deportare i migranti in attesa dello status di rifugiato.

È l’ennesimo passo indietro che il nostro continente, con il nostro Paese in testa, compie sulla tutela dei diritti umani.

Il diritto di asilo. Report Migrantes 2025

Mentre il Parlamento europeo emanava le nuove norme, la fondazione Migrantes – organismo pastorale della Cei, Conferenza episcopale italiana – girava l’Italia per presentare la nona edizione del suo rapporto 2025 sul diritto di asilo. Lo scopo è quello di domandare alle istituzioni italiane, europee e internazionali di intervenire sul fenomeno delle migrazioni con umanità e ragionevolezza.

Pubblicato da Tau edizioni con il sottotitolo «Richiedenti asilo: le speranze recluse», il report mette al centro numeri e statistiche, ma anche analisi approfondite sui molti aspetti legati alla mobilità umana nel nostro tempo a tutte le latitudini.

«Il volume si articola in tre parti – troviamo scritto nella pagina web migrantes.it -: Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda; Guardando all’Italia, con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico. Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati statistici, con tabelle, grafici e cartine».

Dati mondiali, storie individuali

Il focus delle analisi riguarda, come sempre, l’Italia e l’Unione europea, ma in questa edizione, per la prima volta, i curatori hanno voluto approfondire cosa si muove sul tema dell’asilo anche al di là dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti di Donald Trump.

Si passa, così, dalle pagine che spiegano i motivi per cui 123,2 milioni di persone nel 2024 sono state spinte a lasciare la propria casa e il proprio territorio, a quelle sui sistemi di accoglienza in Italia. Da quelle che raccontano l’odissea di Amadou, un ragazzo del Gambia, tra le pieghe della burocrazia italiana, a quelle sulla crisi della cultura europea. Dalle pagine che raccontano esperienze virtuose come l’accoglienza in famiglia di minori non accompagnati, a quelle che parlano di leggi mai emanate che permetterebbero ai famigliari di conoscere la sorte di parenti scomparsi durante la migrazione.

Arretramento globale

Veniamo, dunque, a sapere, tra le altre cose, che nel mondo, nel 2025, il numero di persone in fuga è calato di quasi sei milioni rispetto all’anno precedente, ma il calo è dovuto al rientro di molti, spesso non volontario, in paesi non sicuri. Tre rifugiati su quattro si trovano in paesi a basso o medio reddito, quindi non in Europa e nemmeno negli Usa. Gli sfollati climatici nel 2024 erano 46 milioni.

Scopriamo che, mentre nell’Ue le domande di asilo nel 2024 sono calate (-13%; Germania -30%), in Italia si è registrato il massimo storico (quasi 159 mila), e che, nel frattempo, il nostro Pese ha avuto un record di dinieghi: il 64% delle domande di asilo sono state respinte, contro una media europea del 51%.

Leggiamo anche che in Italia, tra le persone beneficiarie di protezione internazionale e temporanea, due su tre vivono in condizioni di povertà relativa.

Riguardo agli Usa, il report della fondazione Migrantes parla di un modello di politica migratoria dell’amministrazione Trump che rischia di porre fine al sistema di asilo. E non risparmia critiche al sistema Ue che erode gradualmente il diritto di asilo. Mentre sottolinea la trasformazione della cooperazione internazionale in Italia, dove l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione originaria di riduzione della povertà nei paesi del Sud globale, e ha assunto un ruolo sempre più legato alle logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico nazionale, ad esempio finanziando la Guardia costiera libica.

L’appello della fondazione Migrantes

«Il Report 2025 – è l’appello lanciato dalla fondazione Migrantes sul suo sito, sul quale si può anche leggere e scaricare una sintesi dei contenuti – invita istituzioni e società civile a ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il fondamento irrinunciabile di ogni democrazia».

Luca Lorusso




Usa. Migranti che se ne vanno

Per la prima volta negli ultimi 50 anni, gli Stati uniti rischiano di chiudere l’anno con un saldo migratorio negativo con un impatto altrettanto negativo sull’economia in settori chiave come l’edilizia e l’agricoltura dove manca manodopera.
Josè ha 31 anni avanza a piccoli saltelli lungo la via pedonale di Città del Guatemala. Cammina a stento, con due stampelle e una sola gamba. Anni fa un incidente in moto in Venezuela lo ha reso invalido ma non gli ha impedito di migrare. A gennaio 2024 è partito da Caracas con l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti, fermandosi per mesi in un accampamento a Tijuana, sulla frontiera Nord del Messico, in attesa di un appuntamento per richiedere asilo politico, che non è mai arrivato. Dopo circa un anno e mezzo di vita di stenti ha deciso di tornare nel suo paese di origine e, come lui, hanno fatto anche decine di migliaia di migranti provenienti da diversi paesi dell’America Latina.
«Non è possibile entrare legalmente negli Stati Uniti, né vivere in strada in Messico, quindi torno a casa e poi vedrò dove altro andare», racconta José.

La via del ritorno
Ad aver intrapreso la stessa via di ritorno sono anche migliaia di persone già presenti nel paese. Le retate promosse dall’amministrazione Trump in bar, luoghi di culto, centri sportivi e spazi di lavoro, hanno generato un pervasivo senso di terrore nella gente. In molto preferiscono abbandonare il paese volontariamente piuttosto che rischiare di essere intercettati e successivamente deportati dall’Ice (Immigration and customs enforcement, ndr), la temuta polizia migratoria statunitense responsabile del controllo di dogane e immigrazione. In questo modo, il rientro in patria, falsamente volontario quanto forzato da sentimenti di paura angoscia, evita mesi di carcere in un centro di detenzione per migranti e riduce l’imprevedibilità dell’intero processo. Lasciare gli Stati Uniti diventa una scelta attiva per cui si definisce una data specifica, si compra un biglietto aereo su volo commerciale e si parte, senza aspettare di essere eventualmente fermati dalla polizia, detenuti e deportati forzatamente. Il viaggio di ritorno dei deportati, invece, è psicologicamente traumatico. Incatenati alla vita e ammanettati mani e piedi, con la divisa carceraria addosso, i migranti mettono piede nel proprio paese di origine come criminali, umiliati di fronte ai familiari che spesso li aspettano all’aeroporto militare dove arrivano.
Di fronte a questo scenario di deportazione di cui l’amministrazione Trump non è ideatrice, ma certamente la più grande promotrice, molti decidono di non migrare affatto, chi è già in cammino sta facendo dietro front e chi è già presente sul territorio statunitense sta preparando le valigie per rientrare a casa o trasferirsi in uno Stato dell’America Latina più accogliente.

Questi tre nuovi modi di vivere la migrazione verso gli Stati Uniti, stanno portando il maggior ricettori di migranti del mondo ad avere un saldo migratorio negativo, per la prima volta dalla Grande depressione del 1930.

Cosa significa
Dopo anni di crescita ininterrotta, la popolazione migrante negli Stati Uniti è in declino. Come riportato recentemente dal Pew Research Center, importante istituto di ricerca e statistica indipendente, sono di più le persone che lasciano il paese di quelle che vi arrivano.
Tra gennaio a giugno gli Stati Uniti hanno perso quasi un milione e mezzo di persone nate all’estero e la popolazione straniera si è ridotta da 53,3 milioni di gennaio a 51,9 milioni a giugno. Tra di loro rientrano tanto persone con visto che irregolari.
Questo ha comportato una riduzione della manodopera in particolare nell’agricoltura e nell’edilizia, settori dove la presenza dei migranti è storicamente massiccia. A giugno solamente il 19% della forza lavoro era composto da stranieri, con una perdita di oltre 750mila lavoratori rispetto a gennaio.

Meno 1,5 milioni in sei mesi
I funzionari dell’amministrazione Trump hanno salutato con favore i dati, sottolineando che alcuni uffici pubblici che si occupano di tematiche migratorie avrebbero visto un alleggerimento del carico di lavoro e che l’economia statunitense si starebbe riprendendo.
Tuttavia, non sono dello stesso parere molti economisti che evidenziano come mancanza di manodopera rischia di avere un impatto negativo sull’economia, soprattutto ora che molte fasce di lavoratori della generazione X e Baby Boomer si stanno avviando verso la pensione.
Ma al di là dell’eventuale impatto economico, l’estremo nazionalismo statunitense e il rifiuto ad accogliere lavoratori stranieri qualificati o meno, sta logorando l’immagine del Paese.
Il rischio è che gli Stati Uniti smettano di essere il paese dell’«American Dream». E mentre Trump rifiuta i migranti, può essere che i migranti rifiutino gli Stati Uniti, come cominciano a dimostrare i dati. Un paradosso, e anche un po’ un declino, per una nazione diventata grande grazie alla manodopera straniera e la creatività migrante, ma che potrebbe diventare una realtà a partire dalla comunità scientifica e accademica, storicamente composta da persone provenienti da diversi contesti geografici, che potrebbe vedere più negli Stati Uniti un polo fertile per l’incontro culturale.

Simona Carnino




Mondo. Pandemia nucleare a 80 anni da Hiroshima e Nagasaki

Corre il riarmo nucleare mondiale, mentre rischia di sbiadirsi la memoria dei massacri di Hiroshima e Nagasaki di 80 anni fa. E i vescovi giapponesi richiamano al disarmo.

Il massacro più veloce della storia umana avvenne il 6 agosto del 1945 in Giappone.
Quel giorno, alle 8,15 del mattino, gli Usa colpirono Hiroshima con una bomba atomica uccidendo sul colpo tra le 70 e le 80mila persone. Gran parte della città fu rasa al suolo.
Il secondo avvenne tre giorni dopo a Nagasaki, dove gli Usa sterminarono, con una seconda bomba, altre 40mila persone.

Benché sia impossibile avere una contabilità certa delle conseguenze di quegli attacchi, è chiaro che mai era avvenuta una strage di massa così imponente in un tempo così breve, in una modalità così indiscriminata e devastante anche per le infrastrutture e l’ambiente naturale.

Altre decine di migliaia di persone morirono nelle settimane successive per le conseguenze dirette dell’esplosione e degli incendi e distruzioni provocate dalle bombe. Si parla di circa 140mila totali per Hiroshima entro la fine del 1945, e di circa 70mila per Nagasaki.
Complessivamente 210mila persone con due sole bombe in due città che contavano, insieme, circa 600mila abitanti.

Voci inascoltate

Basterebbero questi dati, senza elencare le conseguenze che ancora oggi, a distanza di 80 anni, pesano sulla vita di molti, per rendere evidente quanto il bando delle armi nucleari dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità della comunità internazionale.

Eppure, oggi, le voci che si alzano contro la proliferazione delle armi atomiche, pur essendo molte, sono quasi sempre della sola società civile. E ottengono poco ascolto e poca risonanza. Tanto che nel 2024, le nove potenze nucleari mondiali – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – hanno continuato indisturbate a modernizzare i propri arsenali.

La corsa agli armamenti nucleari

Secondo gli ultimi dati del Sipri (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), all’inizio del 2025 erano presenti nel mondo circa 12.241 testate nucleari, delle quali 9.614 in scorte militari pronte all’uso. Di queste, 3.912 risultano schierate su missili o aeromobili, con circa 2.100 mantenute in stato di allerta operativa elevata, prevalentemente da Stati Uniti e Russia.

Il centro di ricerca svedese sottolinea che tutti i Paesi dotati di armi nucleari stanno investendo in programmi di ammodernamento, che vanno ben oltre il semplice mantenimento degli arsenali.
Questo, a partire da Usa e Russia che detengono insieme quasi il 90% delle testate nucleari mondiali. E dalla Cina che ha accelerato la propria espansione, passando da 500 a circa 600 testate in un solo anno.

A 80 anni da dalla prima bomba atomica usata contro l’umanità, il Sipri sottolinea che la riduzione del numero di testate a livello globale (da 12.405 nel 2024 a 12.241 nel 2025) è dovuta al lento smantellamento di quelle obsolete da parte di Usa e Russia, e non al disarmo. La tendenza generale è, invece, di crescita e potenziamento.

Per gli analisti del Sipri, la mancanza di nuovi trattati di controllo e la crescente opacità delle dottrine nucleari dei Paesi detentori delle armi atomiche, alimentano l’instabilità geopolitica, rendendo, seppur involontariamente, più vicino il rischio di conflitto nucleare.

La voce della Chiesa giapponese contro il riarmo nucleare

Tra le voci che si alzano per domandare maggiore responsabilità ai governanti del mondo, quella della Conferenza episcopale giapponese (Ceg) è particolarmente significativa.

In vista della ricorrenza degli 80 anni dai due massacri di Hiroshima e Nagasaki, i vescovi del Paese hanno firmato una dichiarazione per domandare l’abolizione delle delle armi atomiche: «[…] noi vescovi della Conferenza episcopale giapponese, l’unico Paese a essere stato vittima di un bombardamento atomico, […] con questa dichiarazione, ribadiamo il nostro fermo impegno per raggiungere l’abolizione delle armi nucleari.
A Hiroshima e Nagasaki, molte persone persero la vita nei bombardamenti del 1945, e ancora oggi molti continuano a soffrire per le loro conseguenze. È una tragedia che non deve ripetersi», scrivono.

E proseguono: «L’esistenza delle armi nucleari è un affronto alla dignità degli esseri umani e al mondo che Dio ha creato come “buono” e costituisce una grave minaccia per tutte le forme di vita. […].
Inoltre, nella più ampia prospettiva degli “hibakusha” (i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki), non possiamo dimenticare l’esistenza di vittime legate ai test nucleari e all’estrazione dell’uranio.
Pertanto, dichiariamo eticamente inaccettabili lo sviluppo, i test, la produzione, il possesso e l’uso di armi nucleari».

Per i vescovi della Chiesa giapponese, la cosiddetta deterrenza nucleare di cui si parla in diverse cancellerie del mondo è un mezzo inefficace per risolvere i conflitti, e, in più, getta l’umanità in un «dilemma di sicurezza» che, «inevitabilmente, conduce sull’orlo di una guerra nucleare. Non possiamo tollerare in alcun modo questo modo di pensare».

E concludono: «Come Vescovi […] continueremo a far conoscere al mondo intero la realtà dei bombardamenti atomici e a denunciare la disumanità delle armi nucleari; saremo solidali con i movimenti nazionali e internazionali che lottano per l’abolizione delle armi nucleari e promuoveremo azioni concrete per raggiungere questo obiettivo; sosterremo i principi del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) ed esorteremo il governo giapponese a ratificarlo il prima possibile; trasmetteremo l’ideale di pace alle generazioni future attraverso l’educazione alla pace e attività di sensibilizzazione».

Luca Lorusso




RD Congo-Rwanda. Pace interessata

«Io sono chiaramente favorevole alla pace, sono sempre contento quando le armi vengono deposte, quando si decide in qualche modo di porre fine alle violenze, ma quello che non va bene è l’ipocrisia». Fridolin Ambongo, il cardinale di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Condo, commenta con queste parole il recente accordo siglato a Washington tra il suo Paese e il vicino Rwanda.
Egli teme che gli interessi personali dei soggetti che hanno deciso di mettersi attorno a un tavolo renda fragile l’accordo, quando invece c’è un grande bisogno di una pace duratura, soprattutto per l’Est del Paese, piagato da decenni di conflitti violenti.

«La corsa ai minerali strategici è oggi, soprattutto in Africa – prosegue il cardinale -, all’origine della proliferazione dei gruppi armati», ma le soluzioni non possono essere calate dall’alto e non possono arrivare dall’esterno.

Monsignor Ambongo, in Vaticano, ai giornalisti presenti per la presentazione del documento delle Chiese del Sud del mondo sulle questioni climatiche, in vista della Cop30 di novembre in Brasile, ironizza sulla soluzione proposta da Donald Trump alla Rd Congo e al Rwanda: «Siete in guerra tra di voi e la causa della guerra sono i minerali. Io, il grande Trump, arriverò, vi riconcilierò e voi mi darete i minerali», dice il cardinale riferendo quello che lui ritiene essere il pensiero e l’interesse del Presidente degli Stati Uniti nella mediazione di questa contesa nel cuore dell’Africa. Ambongo ricorda che Trump «ha provato questa soluzione in Ucraina, ma non ha funzionato».

Il problema, hanno evidenziato in tante occasioni gli esponenti delle Chiese africane, è che tutti vogliono mettere le mani sul Continente: «Terra ricca di biodiversità, minerali e culture, ma impoverita da secoli di estrattivismo, schiavitù e sfruttamento. L’Africa non è un continente povero; è un continente saccheggiato», sottolinea il cardinale della Repubblica Democratica del Congo.

La pace tra Congo e Rwanda rischia dunque di essere effimera, spiegano fonti della Chiesa congolese, perché non si tocca uno dei nodi principali all’origine delle violenze che devastano in particolare la regione del Kivu, ovvero il ruolo delle milizie M23, sostenute dal vicino Rwanda che, dopo avere occupato a gennaio scorso Goma, nel Nord, sono entrati anche a Bukavu, capoluogo del Sud della stessa regione.

Nonostante i dubbi e soprattutto i timori, la Chiesa congolese sostiene il processo di pace, perché esso prevede la cessazione delle ostilità, cosa di cui c’è assoluto bisogno in quelle terre.

«Ci sono nostri fratelli e sorelle che soffrono nell’Est del Paese. Di fronte a questa situazione, sosteniamo la firma di un accordo per porre fine alla guerra e porre fine alle sofferenze del nostro popolo», ha detto Ambongo auspicando che nonostante gli interessi che hanno portato alla firma, sia possibile cominciare a scrivere una nuova pagina.

Manuela Tulli




Usa. Chi protesta e chi se ne va

Mentre Donald Trump rilancia la retorica della «crisi migratoria» e minaccia deportazioni di massa, una parte del Paese si ribella. Dallo scorso venerdì 6 giugno, Los Angeles è diventata l’epicentro del malcontento contro la narrativa anti migrante del presidente, trasformandosi in teatro di manifestazioni che durano ormai da giorni. Oltre mille persone sono scese in piazza per protestare contro le nuove retate dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione, che ha preso di mira il distretto tessile della città, portando all’arresto proprio venerdì scorso di 44 migranti presi durante un raid condotto con spray urticanti e accerchiamenti della polizia federale.
Le proteste si sono rapidamente estese a San Francisco, Paramount e diverse città della California. La risposta di Trump è stata immediata: ha schierato 4mila soldati della Guardia nazionale e, per la prima volta da decenni, anche 700 marines in assetto antisommossa. Il tutto senza il consenso del governatore della California, Gavin Newsom, quando in genere questo tipo di dispiegamento della Guardia nazionale avviene solo con l’autorizzazione dello Stato interessato.
Di fatti, Newsom ha condannato duramente la decisione di Trump, definendola una violazione del diritto che ha portato a un’escalation di violenza ingiustificata che non fa altro che alimentare il caos nelle strade. Il governatore ha ricordato che le manifestazioni erano iniziate in modo pacifico per cui, dal suo punto di vista, non era necessario l’intervento militare.
Infatti, dopo l’entrata in scena della Guardia nazionale, la tensione è esplosa: sono state arrestate almeno 150 persone, descritte dallo stesso presidente come colpevoli di promuovere «anarchia» o «violenza generalizzata».

Perché l’esercito
Trump giustifica il dispiegamento come una misura necessaria per ristabilire «l’ordine e la sicurezza nazionale». Per Trump, la «crisi» è diventata un vero marchio di fabbrica, un brand funzionale a concentrare nelle sue mani un potere sempre più autoritario. E infatti, se la crisi non c’è, la crea. Dietro la sua retorica emergenziale si nasconde la volontà di concentrare poteri straordinari e agire in modo autoritario, come se il Paese fosse in guerra. Anche se gli Stati Uniti non stanno vivendo un conflitto armato nei i propri confini, Trump costruisce le base di una guerra interna contro i migranti, chi li sostiene e le istituzioni democratiche degli Stati federati. In questo caso, il bersaglio è la California, il cui governatore ha denunciato l’intervento come una provocazione e un abuso di potere. Il fatto che Trump abbia mobilitato la Guardia nazionale senza l’assenso dello Stato di California ne è una prova evidente. Questo attacco appare anche come una sfida aperta alla California e alle sue «città santuario».

Le «città santuario»
Le «città santuario» sono le città, contee o Stati le cui amministrazioni limitano intenzionalmente la propria cooperazione con le autorità federali in materia di immigrazione. In pratica, le forze dell’ordine locali non trasmettono informazioni sullo status migratorio dei residenti e, in alcuni casi, non detengono persone solo perché prive di documenti. È una forma di resistenza istituzionale delle città e giurisdizioni democratice, che però si scontra frontalmente con la linea dura dell’amministrazione Trump. Da anni molte città della California sono considerate città santuario, così come ad esempio Los Angeles.
Il governatore Newsom ha definito lo schieramento militare come un attacco diretto ai governi locali democratici, accusando la Casa Bianca di voler trasformare la questione migratoria in una guerra politica.

Le autordeportazioni
Negli ultimi mesi si sta diffondendo un fenomeno meno visibile ma in crescita: quello delle autodeportazioni. Sempre più migranti, spaventati dal rischio di arresto o separazione familiare, scelgono di lasciare volontariamente – e spesso in tutta fretta – gli Stati Uniti. Alcuni fanno ritorno nei loro Paesi di origine, altri cercano rifugio in Canada o Messico.
Le retate non servono solo ad aumentare gli arresti: hanno l’effetto collaterale, forse voluto, di instillare paura. Una vera strategia del terrore che spinge molti a partire prima di essere presi, detenuti e deportati con la forza.
Trump, da parte sua, ha introdotto incentivi economici per chi sceglie di andarsene spontaneamente, offrendo tra i 600 e i mille dollari.
«Molti arrivano volontariamente in Guatemala, pagandosi il biglietto – spiega una fonte dell’Istituto di migrazione guatemalteco – perché richiedere il contributo significa essere identificati, e questo è rischioso perché temono di essere arrestati, anche se di fatto intendono lasciare il Paese di propria iniziativa».

Simona Carnino




Myanmar. Quattro anni di guerra civile

 

Nel conflitto civile che da quattro anni insanguina il Myanmar non si vedono spiragli di pace. In primis perché nessuno dei due contendenti in lotta – la giunta militare al potere e le forze di opposizione – è disposto a fare concessioni all’avversario, continuando a dichiarare di volerlo sconfiggere. In seconda battuta a causa dell’assenza della comunità internazionale che finora si è dimostrata impotente o indifferente. Con due eccezioni: Cina e Russia. Mentre, infatti, il blocco occidentale e gli Stati Uniti d’America hanno lasciato campo libero, le due potenze hanno continuato a sostenere la giunta militare al potere, al fine di tutelare i loro interessi strategici ed economici.

La Casa Bianca, nel tempo dell’amministrazione Trump, non sembra volersi coinvolgere per promuovere il ritorno della democrazia in Myanmar.
Nel 2022, il Congresso Usa aveva approvato il Burma Act, un provvedimento legislativo che autorizzava «l’assistenza umanitaria e il sostegno alla società civile» tramite un programma Usaid (United States agency for international development) volto ad assistere giovani esuli birmani nel loro percorso di istruzione e formazione.
Il presidente Trump, bloccando i finanziamenti all’agenzia governativa, ha fermato anche 45 milioni di dollari stanziati per oltre 400 studenti birmani che erano sostenuti tramite il Development and inclusive scholarship program dell’Usaid.

L’opposizione birmana e il governo in esilio, il National unity government (Nug), hanno incassato lo stop degli aiuti Usa con amarezza, puntualizzando che le forze della resistenza birmana non si fermeranno e che continueranno nella lotta fino al rovesciamento del regime.

Anche nelle giornate di analisi e riflessione organizzate a Roma dall’Associazione Italia-Birmania insieme, in occasione del quarto anniversario del golpe, all’inizio di febbraio, si è osservato con disappunto l’atteggiamento dell’Occidente che – focalizzato sulla guerra in Ucraina e sul conflitto in Medio Oriente – sembra aver dimenticato il quadrante del Sudest asiatico e la sofferenza del popolo birmano.

I quattro anni di guerra civile, gli ultimi due particolarmente cruenti, restituiscono ora il volto di un paese tormentato e deturpato da profonde ferite. Dal golpe che il 1° febbraio del 2021 ha rovesciato il governo democraticamente eletto, la nazione si ritrova a essere definita «il luogo più violento del mondo», come ha scritto l’Armed conflict location and event data project (Acled), organizzazione che monitora i conflitti nel mondo, rilevando oltre 50mila morti – tra i quali oltre 8mila civili -, più di 3,8 milioni gli sfollati e circa 23 milioni di cittadini interessati dal conflitto civile in corso, su una popolazione complessiva di 51 milioni di abitanti.
La popolazione è allo stremo, ha avvertito il Programma alimentare mondiale (Wfp) dell’Onu, prevedendo che oltre 15 milioni di persone soffriranno la fame nel 2025, sperimentando alti livelli di insicurezza alimentare, soprattutto nelle aree attraversate da scontri armati (in particolare negli Stati di Chin, Kachin e Rakhine, e nella regione di Sagaing). La crisi unitaria, si avverte, è destinata ad aggravarsi, anche perché le associazioni e Ong internazionali non hanno la possibilità e l’autorizzazione per soccorrere e portare aiuti ai civili.

In tale scenario la situazione sul terreno militare, nonostante il prosieguo dei combattimenti, sembra cristallizzarsi: da un lato, l’esercito birmano ha a disposizione, grazie ai rifornimenti dei potenti alleati, arsenali di armi pesanti, forze aeree, carri armati, e mantiene il controllo della parte centrale del Paese e delle grandi città come Mandalay, Naypyidaw, Yangon; dall’altro, le forze di opposizione hanno conquistato aree e municipalità nelle zone di confine, quelle che vengono orgogliosamente definite «zone liberate», cioè sottratte al potere della giunta, e controllano, secondo gli analisti, il 50% del territorio nazionale.

Intanto il regime militare al potere, che ha lanciato una campagna di reclutamento obbligatorio per rafforzare le fila dell’esercito, ha prolungato lo stato di emergenza fino a luglio 2025 e ha annunciato che entro l’anno terrà una tornata elettorale.
Si tratta, tuttavia, di un piano difficile da realizzare, dato che il censimento elettorale è stato possibile soltanto in 145 municipalità sulle 330 che compongono lo Stato, cioè meno della metà, e in zone abitate solo dalla gente dell’etnia maggioritaria, i bamar, in una nazione che si configura come multietnica e multiculturale.

La sola notizia positiva negli ultimi mesi è stata quella dell’accordo di cessate il fuoco, limitato alla regione del Nordest, siglato tra esercito e gruppi ribelli grazie alla mediazione della Cina che, come detto, tiene a tutelare i propri interessi commerciali e ha così ristabilito il traffici alla frontiera.

In un quadro di violenza generalizzata, la Chiesa cattolica ha registrato il tragico episodio dell’uccisione del primo sacerdote: si tratta di don Donald Martin Ye Naing Win, ucciso il 14 febbraio nella sua parrocchia di Nostra Signora di Lourdes dell’arcidiocesi di Mandalay, nella regione di Sagaing, nel Centro Nord del Paese, una delle aree maggiormente interessate da scontri e combattimenti.
A compiere il brutale omicidio (il prete è stato accoltellato e mutilato) un gruppo di miliziani di forze di difesa locali per motivi ancora tutti da chiarire. Sulla morte del religioso le Forze di difesa polare, che combattono sotto l’egida del National Unity Government e che controllano quella porzione di territorio in Sagaing, hanno aperto un’indagine arrestando un gruppo di dieci aggressori.

Paolo Affatato




Guatemaltechi trascinati a casa


Gli stranieri senza documenti validi fermati negli Usa sono immediatamente arrestati, e poi rimpatriati su voli speciali. Alcuni di loro sono presi subito alla frontiera, mentre altri dopo anni vissuti nel Paese. La loro vita cambia bruscamente e in poche ore si ritrovano nella terra di origine. Senza risorse.

Città del Guatemala. È mezzogiorno di un mercoledì qualsiasi davanti al cancello principale della Forza aerea guatemalteca, l’aeroporto militare della capitale, alle spalle di quello civile. Un gruppo di persone è seduto su alcune panchine e sta chiacchierando animatamente, mentre una musica ripetitiva e riconoscibile annuncia l’arrivo del carretto dei gelati. Un bambino implora la madre di dargli una moneta per comprarsi un ghiacciolo, intanto la sorella lo osserva seduta ai piedi della nonna, che le intreccia i capelli.

Bambini, anziani e donne si affollano sull’avenida Hincapié, una delle arterie principali che attraversano la capitale, in attesa del volo charter dell’Ice (Immigration and customs enforcement), l’agenzia statunitense di controllo delle frontiere e dell’immigrazione, con circa 120 persone guatemalteche appena espulse dagli Usa.

Improvvisamente la porta si apre e una folla si riversa nella strada con in mano un sacchetto contenente pochi effetti personali, tra cui scarpe, libri, acqua e snack. Vengono consegnati dagli agenti dei centri di detenzione per migranti il giorno dell’espulsione. Negli sguardi di chi esce si percepisce spaesamento, ma anche la mobilità di chi cerca di intercettare il sorriso di qualcuno conosciuto e amato. Risate e lacrime si mischiano e riflettono emozioni contrastanti, perché se la gioia di rivedersi dopo tanto tempo è palpabile, è altrettanto forte il dolore per un incontro non programmato ha poco a che fare con un ritorno volontario.

Città del Guatemala. Arrivo di guatemaltechi all’aeroporto internazionale, con un volo charter di rimpatrio forzato dagli Usa. (Foto Simona Carnino)

«Ho fallito»

Un ragazzo appena deportato vede suo padre da lontano e gli si butta tra le braccia piangendo. «Perdonami. Ho fallito», gli dice con vergogna, mentre il padre gli asciuga le lacrime e risponde: «L’importante è che tu sia vivo. Ora vedremo cosa fare con il debito, ma prima ci prenderemo cura della tua salute per essere sicuri che tu stia bene». Poi attraversano la strada, salgono su un taxi e spariscono nel traffico, come quasi tutti gli altri, mentre la polizia guatemalteca fa salire su un pick-up gli ultimi quattro deportati, i quali a differenza degli altri, hanno crimini in sospeso nel Paese di origine che ora dovranno scontare.

Questa è una scena molto più che quotidiana. Infatti, ogni settimana atterrano in Guatemala tra gli otto e i nove voli di deportazione dagli Stati Uniti, per un totale di circa mille persone espulse. Dal primo gennaio al 13 di novembre sono state trasferite 45.022 persone in 386 voli, secondo l’Istituto guatemalteco per le migrazioni. Circa l’85% di esse è stato sorpreso dalla polizia statunitense quando provava ad attraversare il confine, mentre il restante 15% è costituito da guatemaltechi che avevano costruito una vita negli Stati Uniti dove vivevano da tempo, secondo i dati della «Casa del migrante», gestita dai missionari scalabriniani a Città del Guatemala, che fornisce assistenza alla popolazione mobile.

Città del Guatemala. Arrivo di guatemaltechi all’aeroporto internazionale, con un volo charter di rimpatrio forzato dagli Usa. (Foto Simona Carnino)

Giardiniere in Florida

Pedro (nome fittizio) è appena stato rimpatriato ed è in piedi di fronte al cancello della Forza aerea con lo sguardo fisso di fronte a sé. Sta aspettando che sua cugina lo vada a prendere per riportarlo nella comunità in cui è nato. Originario di San Marcos, nel sud ovest del Guatemala, Pedro ha 28 anni, otto dei quali trascorsi negli Stati Uniti: «In Florida lavoravo come giardiniere e questi che indosso oggi sono gli stivali che avevo quando la polizia mi ha fermato mentre tornavo a casa con un collega in macchina. Ci hanno chiesto i documenti e visto che non li avevo, mi hanno immediatamente portato in prigione, senza darmi neppure il permesso di andare a casa per cambiarmi. Dopo nove mesi, rinchiuso in carcere, sono stato espulso. Negli Stati Uniti avevo il mio lavoro, i miei amici e la mia ragazza. Cosa farò ora? Sono sotto shock. Non ho fatto nulla di male. Non me la sento di dire altro». Poi si gira, ritorna con lo sguardo verso un punto immaginario di fronte a sé e sprofonda in silenzio.

Secondo la Transactional records access clearinghouse dell’Università di Syracuse (stato di New York), il 62,2% delle persone detenute dall’Ice a luglio 2023 non aveva nessun tipo di precedente penale, proprio come Pedro. Questo significa che sono state espulse solamente per la mancanza del permesso di soggiorno. In realtà, in alcuni stati degli Usa questo è illegale, in quanto è necessario che la persona trovata senza documento abbia commesso un reato per avviare la pratica di deportazione. Il 37,8% delle restanti persone invece ha un crimine a suo carico, nella maggior parte considerato minore, come per esempio un’infrazione del codice della strada.

Città del Guatemala. Arrivo di guatemaltechi all’aeroporto internazionale, con un volo charter di rimpatrio forzato dagli Usa. (Foto Simona Carnino)

Straniero in patria

Proprio per il fatto di aver guidato senza patente, è stato espulso Bernabé Andrés Martin, 31 anni, di San Antonio Huista, Huehuetenango, Guatemala occidentale. Dopo il rimpatrio forzato, si è presentato alla Casa del migrante, dove chi come lui è stato appena espulso può ricevere assistenza medica, psicologica, materiale e orientamento per provare a reintegrarsi nel suo paese di origine. «Sono andato negli Stati Uniti a 18 anni. Prima vivevo in Messico, dove la mia famiglia mi ha portato quando avevo 2 anni. A 10 anni ho iniziato a lavorare vendendo cibo per la strada, mentre i miei genitori sono tornati in Guatemala dopo la morte di una delle mie sorelline. Sono emigrato negli Stati Uniti perché la mia famiglia era poverissima. I miei fratelli non avevano neppure le scarpe e io volevo aiutarli a studiare e vivere meglio – ricorda Bernabé – Se negli Stati Uniti inizi a lavorare a cottimo, nessuno ti chiede i documenti e riesci a guadagnare abbastanza. Io ho fatto un po’ di tutto, dal raccogliere di blueberries (mirtilli) al roofing (costruzione di tetti). So che non avrei dovuto guidare, ma le distanze negli Stati Uniti sono enormi e senza un’auto non riuscivo neanche ad andare al lavoro. Ho comprato un’auto per tremila dollari. Lì tutto è business e nessuno ti chiede la patente prima di vendertela».

Bernabé parla uno spagnolo tutto suo, mischiato a parole inglesi. Si sente più messicano che guatemalteco e, dopo una vita senza documenti, solamente ora, per la prima volta, ha la possibilità di richiederli.

«Quando la polizia statunitense mi ha portato in carcere, mi ha chiesto la nazionalità e mi ha deportato qui. Però anche le autorità guatemalteche hanno fatto fatica a trovarmi nel database dell’anagrafe perché io non ho mai vissuto in questo Paese. Ho appena richiesto la carta di identità e quando me l’avranno fatta, andrò a Huehuetenango da mia madre, dove sono nato, anche se non mi ricordo nulla di quella città. Per me è un luogo nuovo e sconosciuto», racconta Bernabé, disorientato.

Città del Guatemala. Arrivo di guatemaltechi all’aeroporto internazionale, con un volo charter di rimpatrio forzato dagli Usa. (Foto Simona Carnino)

Espulsioni di massa

Nella prima metà dell’anno fiscale 2023, il Dipartimento di sicurezza nazionale degli Stati Uniti ha espulso dai suoi confini nazionali oltre 1,2 milioni di persone straniere senza documenti regolari.

Bernabé e Pedro sono stati deportati secondo il «titolo 8» del codice degli Stati Uniti, così come tutte le persone espulse a partire dall’11 maggio, data in cui è stato abrogato il «titolo 42», una disposizione sanitaria reintrodotta dall’ex presidente Donald Trump nel marzo 2020 che autorizzava le espulsioni immediate dal confine in teoria per ridurre il contagio del covid 19, ma di fatto per non permettere ai richiedenti asilo di fare domanda nel Paese.

Da maggio, gli Stati Uniti sono ritornati ad applicare il titolo 8 che, da ben prima della pandemia, ha sempre normato la materia dell’immigrazione. Il titolo 8, pur consentendo le richieste di asilo politico, permette le famose «espulsioni express», che possono avvenire in appena 48 ore, e inasprisce le sanzioni penali verso chi prova ripetutamente ad attraversare il confine in maniera irregolare.

Lo sa bene Edwin Omar Rabanales Ochoa, 26 anni, originario di un villaggio della regione di Quetzaltenango, nella zona ovest del Guatemala. Seduto accanto a Bernabé, inizia a parlare: «Sono andato negli Stati Uniti a tredici anni con mio zio. Volevo raggiungere mia madre, che era già lì con i miei fratelli. Nel 2018 l’Ice mi ha fermato a causa di un incidente stradale in cui sono stato coinvolto. Il mio amico che guidava è scappato e quando è arrivata la polizia sono stato incolpato del reato. Sono stato in prigione due anni e l’ultimo giorno di detenzione mi hanno deportato. Sono tornato in Guatemala nel 2020 e ho lavorato nei campi con mia nonna, ma a fare questo lavoro non si guadagna davvero niente qui. Nel 2021 ho provato a tornare negli Stati Uniti, pagando circa 8mila dollari a un coyote. Ma la polizia mi ha arrestato mentre cercavo di superare la frontiera e mi ha condannato ad altri due anni di carcere, perché era la seconda volta che mi fermavano senza documenti. Ora mia madre vorrebbe che emigrassi di nuovo, ma se la polizia mi ferma, mi possono dare anche quattro anni di prigione, perché sarebbe la terza volta», conclude Edwin.

Secondo le nuove disposizioni del titolo 8 a partire da maggio 2023, attraversare irregolarmente la frontiera comporta un divieto di ingresso negli Stati Uniti per cinque anni. A questo veto si aggiunge la detenzione che un migrante dovrà sempre affrontare prima dell’espulsione, con una durata che varia da caso a caso. «Quando la polizia statunitense mi ha fermato in frontiera, mi ha portato in un luogo che chiamiamo la hielera (ghiacciaia). È una stanza fredda con l’aria condizionata al massimo dove bisogna aspettare prima delle pratiche di identificazione.  Lì dentro si muore di freddo e sembra una tortura. Anche la mia prima detenzione negli Stati Uniti è stata difficile. Ero in una enorme gabbia di metallo con altri prigionieri che avevano commesso ogni tipo di reato. In estate il caldo è terribile perché non c’è un buon sistema di ventilazione e mi sentivo soffocare».

«Stai zitto…»

Per chi vive negli Stati Uniti da molti anni senza documenti, essere catturati dalla polizia migratoria è un momento terribilmente drammatico, perché spesso avviene quando meno se lo aspetta, per esempio all’uscita dal lavoro, o mentre si guida per tornare a casa o si beve qualcosa in un bar. La vita cambia improvvisamente.

«Quando sono andato in tribunale, il giudice mi ha detto che avevo violato la legge statunitense e che sarei stato espulso. Il processo è durato circa un’ora e poi la polizia migratoria mi ha portato in prigione. Non sono mai tornato a casa. Ho lasciato tutto lì, vestiti, cibo, mobili. Chissà che fine avranno fatto – racconta Bernabé -. È tutto molto veloce, sono arrivato qui con gli stessi pantaloni che avevo il giorno del processo. Inoltre, le autorità di immigrazione ti maltrattano e ti insultano tutto il tempo. Ti dicono: “Stai zitto, messicano di merda [Cállate fucking mexican]”. Dopo un mese di detenzione, mi hanno messo le manette, caricato sull’aereo e deportato. Questa situazione mi ha ferito parecchio, perché mi sono sentito un criminale. La polizia ti toglie le manette cinque minuti prima di arrivare in Guatemala. Inoltre, ti prendono tutto. Sono arrivato qui senza telefono né soldi».

Il senso di fallimento, la paura provata durante la cattura, l’angoscia per dover ricominciare da capo, la depressione e la tristezza di fronte ai sogni non realizzati sono alcune delle emozioni riportate dalla maggior parte delle persone espulse dagli Stati Uniti.

Città del Guatemala. Arrivo di guatemaltechi all’aeroporto internazionale, con un volo charter di rimpatrio forzato dagli Usa. (Foto Simona Carnino)

Senza speranza

«L’esperienza della deportazione cancella la speranza – spiega Francisco Pellizzari, missionario scalabriniano e direttore della Casa del migrante -. E senza speranza, ricostruirsi un futuro è impossibile. Dopo aver vissuto 20 o 25 anni negli Stati Uniti, guadagnando tra i 20 e i 30 dollari all’ora, le persone deportate non vogliono stare in un Paese dove per lo stesso lavoro si viene pagati a malapena un dollaro all’ora. A volte hanno sulle proprie spalle anche il peso del debito con il coyote che ora si fa pagare 15mila dollari per un viaggio. Quindi, la maggior parte dei deportati in realtà aspetta un’opportunità per ritornare negli Stati Uniti».

Nel 2023, il salario minimo non agricolo in Guatemala è di 434 dollari al mese. Sebbene il Pil sia cresciuto del 4% nel 2022, il Paese presenta alcuni dei più alti livelli di disuguaglianza dell’America Latina. Il Guatemala sta vivendo una grave crisi istituzionale e un ritorno all’autoritarismo capitanato dai grandi interessi economici e dai partiti sostenuti dal potere militare che stanno provando a ostacolare in ogni modo il presidente Bernardo Arévalo del partito social democratico Semilla, eletto con una grande maggioranza di voti il 20 agosto e che dovrebbe iniziare il suo mandato il 14 gennaio 2024.

«Negli Stati Uniti guadagnavo tra i 300 e i 400 dollari a settimana. Ho lavorato duramente per dodici anni della mia vita e con i miei risparmi mia madre è riuscita a costruirsi una piccola casa. Se non guadagnerò abbastanza qui, dovrò ripartire», conclude Bernabé con tristezza.

Simona Carnino




Usa-Vietnam: da nemici a partner strategici

Il 10 e 11 settembre il presidente degli Stati Uniti è stato in visita ufficiale in Vietnam, invitato dal segretario generale del Partito comunista vietnamita. Durante la visita è stato siglato un importante accordo.

Il presidente statunitense, Joe Biden, ha compiuto una visita di due giorni in Vietnam, il 10 e 11 settembre scorso. È stato invitato dal segretario generale del Partito comunista vietnamita (Pcv), Nguyen Pu Trong, di fatto la carica politica più importante nel Paese.

Usa e Vietnam hanno ristabilito relazioni diplomatiche, dopo la guerra, da quasi trent’anni: la normalizzazione è infatti avvenuta nel luglio 1995, quando Bill Clinton era presidente Usa.

I due paesi, negli anni, sono arrivati a un livello di scambio economico elevato, ma il 10 settembre hanno firmato il cosiddetto «partenariato strategico integrale per la pace, la cooperazione e lo sviluppo sostenibile». Si tratta del livello più alto di partenariato previsto dal paese asiatico con altri stati, e, prima di oggi, era stato siglato solo con Russia, Cina, India e Corea del Sud.

Il Vietnam deve mantenere un equilibrio difficile con la Cina, la quale, da un lato è il suo maggiore partner commerciale, dall’altro mostra strapotere e invadenza nelle acque del Mar cinese meridionale (in Vietnam chiamato Mare orientale).

Una buona relazione con gli Usa, a livello geopolitico, può aiutare in questo equilibrismo, pur evitando di schierarsi. Il Vietnam adotta la cosiddetta diplomazia del bambù, definita dallo stesso segretario generale come avente «radici forti, fusto solido, ma rami flessibili».

Gli Usa, invece, cercano alleanze in chiave anticinese nell’area dell’Indo-Pacifico, oggi la più strategica a livello mondiale.

È inoltre fondamentale per entrambi l’aspetto economico della relazione: «Il segretario generale [del Pcv] si è complimentato per la forte promozione della cooperazione economica, commerciale e degli investimenti, oltre che per la crescita economica inclusiva nella direzione dell’innovazione, centrale nelle relazioni tra i due paesi», riporta il Courrier du Vietnam, giornale di Hanoi in lingua francese.

Il partenariato è stato seguito dalla firma di una serie di accordi commerciali.

Secondo Christophe Paget, giornalista di Radio France international, «nel 2022 Il Vietnam è diventato il settimo mercato di esportazione degli Usa, superando il Regno Unito, mentre per il Vietnam gli Usa sono il primo mercato di esportazione».

Inoltre, le difficoltà commerciali degli Usa con la Cina in questa fase, spingono gli americani a cercare altre sponde. In particolare per i semiconduttori, ma anche per le terre rare, di cui il Vietnam è uno dei paesi con le maggiori riserve al mondo.

L’incontro di inizio settembre è solo una tappa del percorso. Lo scorso giugno Biden ha mandato una lettera d’invito a Trong per una visita ufficiale negli Usa.

Per approfondire

https://www.rivistamissioniconsolata.it/2023/06/12/cinquantanni-di-relazioni-italia-vietnam-stabilita-e-crescita/

https://www.rivistamissioniconsolata.it/2023/08/14/nemici-ieri-partner-oggi/