Lo scorso 1° aprile a Monterrey, in Messico, la nazionale di calcio dell’Iraq ha battuto per 2 a 1 la Bolivia. L’Iraq è così diventata la 48esima e ultima squadra a qualificarsi per i mondiali che si terranno in Messico, Canada e Stati Uniti tra giugno e luglio.
Nel giorno della vittoria, migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale Baghdad per festeggiare la vittoria e una qualificazione che mancava da quasi quarant’anni.
Il successo calcistico è avvenuto in un momento molto delicato per il Paese, coinvolto suo malgrado nella guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Ne è rimasta coinvolta anche la squadra irachena che ha raggiunto il Messico, sede della partita decisiva, dopo un viaggio di tre giorni, durante il quale alcuni suoi giocatori sono stati costretti a percorrere via terra parte del tragitto a causa della sospensione dei voli aerei a seguito del conflitto.
Il principale leader sciita dell’Iraq, Muqtada al-Sadr. Nel Paese gli sciiti sono in maggioranza. (Screenshot)
Essendo a maggioranza sciita (55-60 per cento della popolazione), l’Iraq è considerato vicino all’Iran, pur con vari contrasti al proprio interno. Tale vicinanza è stata confermata lo scorso 4 aprile quando migliaia di sciiti iracheni – seguaci di Muqtada al-Sadr, leader del «Movimento sadrista», forte partito d’opposizione – si sono radunati a Baghdad e in altre città per protestare verso la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro Teheran. Va anche ricordato che alcune milizie sciite fortemente antiamericane – come «Kataib Hezbollah» e «Harakat al-Nujaba» – hanno sempre rifiutato di disarmarsi.
Quanto alla nazionale di calcio iraniana, questa si era qualificata per il campionato mondiale americano già un anno fa. Da allora la situazione del Paese è però precipitata culminando nella guerra in corso dal 28 febbraio e producendo conseguenze anche sullo sport.
Prima di una partita amichevole ad Antalya, in Turchia, i giocatori della nazionale iraniana mostrano foto degli scolari uccisi da un attacco di Usa-Israele. (Screenshot)
Lo scorso 31 marzo, ad Antalya, in Turchia, prima di una partita amichevole e davanti al presidente della Fifa, Gianni Infantino (grande amico di Trump), la squadra iraniana ha protestato contro gli attacchi militari di Stati Uniti e Israele mostrando zaini per bambini e foto di vittime della guerra durante l’esecuzione degli inni nazionali.
A metà marzo, il presidente Trump aveva detto che l’Iran farebbe bene a non partecipare ai mondiali per la sua stessa sicurezza. Un avvertimento minaccioso come nella consuetudine del tycoon. Dopo che si era ipotizzato prima un ritiro della squadra e poi il trasferimento delle partite dell’Iran in Messico, è intervenuta la Fifa, organizzatrice della manifestazione, per confermare partecipazione e programma della squadra iraniana.
Al momento, tuttavia, non esiste una certezza assoluta sulla sua presenza al mondiale visto l’imperversare del conflitto nell’area mediorientale. E vista l’imprevedibilità del presidente americano che potrebbe negare alla delegazione iraniana l’ingresso negli Stati Uniti. La speranza è che lo spirito dello sport prevalga sulle conseguenze della guerra e che l’Iran possa partecipare regolarmente ai mondiali. Nonostante Trump.
È l’ennesimo passo indietro che il nostro continente, con il nostro Paese in testa, compie sulla tutela dei diritti umani.
Il diritto di asilo. Report Migrantes 2025
Mentre il Parlamento europeo emanava le nuove norme, la fondazione Migrantes – organismo pastorale della Cei, Conferenza episcopale italiana – girava l’Italia per presentare la nona edizione del suo rapporto 2025 sul diritto di asilo. Lo scopo è quello di domandare alle istituzioni italiane, europee e internazionali di intervenire sul fenomeno delle migrazioni con umanità e ragionevolezza.
Pubblicato da Tau edizioni con il sottotitolo «Richiedenti asilo: le speranze recluse», il report mette al centro numeri e statistiche, ma anche analisi approfondite sui molti aspetti legati alla mobilità umana nel nostro tempo a tutte le latitudini.
«Il volume si articola in tre parti – troviamo scritto nella pagina web migrantes.it -: Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda; Guardando all’Italia, con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico. Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati statistici, con tabelle, grafici e cartine».
Dati mondiali, storie individuali
Il focus delle analisi riguarda, come sempre, l’Italia e l’Unione europea, ma in questa edizione, per la prima volta, i curatori hanno voluto approfondire cosa si muove sul tema dell’asilo anche al di là dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti di Donald Trump.
Si passa, così, dalle pagine che spiegano i motivi per cui 123,2 milioni di persone nel 2024 sono state spinte a lasciare la propria casa e il proprio territorio, a quelle sui sistemi di accoglienza in Italia. Da quelle che raccontano l’odissea di Amadou, un ragazzo del Gambia, tra le pieghe della burocrazia italiana, a quelle sulla crisi della cultura europea. Dalle pagine che raccontano esperienze virtuose come l’accoglienza in famiglia di minori non accompagnati, a quelle che parlano di leggi mai emanate che permetterebbero ai famigliari di conoscere la sorte di parenti scomparsi durante la migrazione.
Arretramento globale
Veniamo, dunque, a sapere, tra le altre cose, che nel mondo, nel 2025, il numero di persone in fuga è calato di quasi sei milioni rispetto all’anno precedente, ma il calo è dovuto al rientro di molti, spesso non volontario, in paesi non sicuri. Tre rifugiati su quattro si trovano in paesi a basso o medio reddito, quindi non in Europa e nemmeno negli Usa. Gli sfollati climatici nel 2024 erano 46 milioni.
Scopriamo che, mentre nell’Ue le domande di asilo nel 2024 sono calate (-13%; Germania -30%), in Italia si è registrato il massimo storico (quasi 159 mila), e che, nel frattempo, il nostro Pese ha avuto un record di dinieghi: il 64% delle domande di asilo sono state respinte, contro una media europea del 51%.
Leggiamo anche che in Italia, tra le persone beneficiarie di protezione internazionale e temporanea, due su tre vivono in condizioni di povertà relativa.
Riguardo agli Usa, il report della fondazione Migrantes parla di un modello di politica migratoria dell’amministrazione Trump che rischia di porre fine al sistema di asilo. E non risparmia critiche al sistema Ue che erode gradualmente il diritto di asilo. Mentre sottolinea la trasformazione della cooperazione internazionale in Italia, dove l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione originaria di riduzione della povertà nei paesi del Sud globale, e ha assunto un ruolo sempre più legato alle logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico nazionale, ad esempio finanziando la Guardia costiera libica.
L’appello della fondazione Migrantes
«Il Report 2025 – è l’appello lanciato dalla fondazione Migrantes sul suo sito, sul quale si può anche leggere e scaricare una sintesi dei contenuti – invita istituzioni e società civile a ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il fondamento irrinunciabile di ogni democrazia».
Luca Lorusso
Stati Uniti-America Latina. Duecento anni dopo
Nel controverso documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), uscito lo scorso novembre, l’amministrazione Trump parla esplicitamente della riesumazione della cosiddetta «dottrina Monroe». Infatti, a pagina 5, con riferimento all’emisfero occidentale, si legge: «affermeremo e applicheremo un “corollario Trump” alla dottrina Monroe».
Con questo termine si fa riferimento a un’affermazione, fatta nel 1823, dal presidente statunitense James Monroe in base alla quale, mentre si riconosceva l’indipendenza delle repubbliche ispanoamericane, si avvertivano i paesi europei (in particolare, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Paesi Bassi) che l’emisfero occidentale era interdetto a qualsiasi loro futura colonizzazione. Ben presto, però, la dottrina Monroe si trasformò da monito contro il colonialismo europeo in una sorta di «diritto d’ingerenza». L’America Latina divenne il famoso «cortile di casa» al quale soltanto gli Stati Uniti avevano possibilità d’accesso. Cosa accaduta fino ad alcuni decenni fa.
Negli ultimi anni gli Usa si sono (relativamente) disinteressati e il loro posto è stato occupato da altri, in particolare dalla Cina. Per arrivare a questo, Pechino non ha usato la forza militare (hard power), ma la forza della diplomazia (soft power). Nel continente, le aziende cinesi – spesso di proprietà statale – sono importanti investitori nei settori minerario (Perù, Bolivia), energetico (Cile, Argentina) e infrastrutturale (Perù, Panama). Il Paese ha superato gli Stati Uniti come principale partner commerciale in molti paesi latinoamericani (Brasile, Cile, Perù, Uruguay). Pechino ha anche ampliato la sua presenza culturale, per esempio con gli istituti Confucio e con la propria televisione di Stato (China global television network, Cgtn), che trasmette in spagnolo e portoghese
Nel maggio 2025, la Cina ha ospitato i leader latinoamericani e caraibici in un vertice a Pechino.
Il ritratto ufficiale di Donald Trump e il frontespizio del documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), uscito lo scorso novembre.
Secondo il corollario Trump, l’emisfero occidentale deve tornare sotto il controllo degli Stati Uniti politicamente, economicamente, commercialmente e militarmente. Il tycoon si sta però muovendo come un elefante in un negozio di cristalli. Ad oggi, la sua strategia si è tradotta principalmente nel meccanismo ricattatorio dei dazi (emblematico il caso del Brasile) e, in un caso, nell’uso della forza (ancorché limitata) contro un paese, il Venezuela di Maduro.
Donald Trump, che si muove sempre e comunque nell’ottica del business, sta cercando di riguadagnare terreno soprattutto negli stati latinoamericani retti da governi di destra (o di estrema destra): l’Argentina di Javier Milei, l’Ecuador di Daniel Noboa, El Salvador di Nayib Bukele, la Bolivia di Rodrigo Paz Pereira e, da ultimo, il Cile di José Antonio Kast (da marzo 2026). Tuttavia, visto che, in questi ultimi decenni, il soft power (poder blando, in spagnolo) di Pechino è stato molto efficace, l’affermazione del corollario Trump potrebbe trovare molti ostacoli.
Paolo Moiola
Venezuela-Usa. Trump manda la marina
Sulla testa di Nicolás Maduro pende una taglia da 50 milioni di dollari. L’enorme ricompensa che gli Stati Uniti hanno messo sul presidente del Venezuela è destinata a chiunque fornisca informazioni che portino alla cattura del leader latinoamericano, che secondo indiscrezioni, sarebbe nascosto in un bunker. A pochi giorni da questo atto simbolico e politico, ne è seguito uno strettamente militare. Washington ha dispiegato tre cacciatorpediniere con base missilistica, aerei militari e sommergibili d’attacco nelle acque caraibiche di fronte al Venezuela. A completare il contingente, oltre 4mila marines, come parte della lotta al traffico di droga e in particolare allo spaccio di fentanyl. Questo, secondo gli Stati Uniti, partirebbe proprio dal Venezuela, quartier generale del Cartel Tren de Aragua, una delle sei organizzazioni criminali incluse dal governo di Trump nella lista dei «gruppi terroristici». Negli ultimi anni, l’aumento della domanda di fentanyl ha messo in ginocchio un’intera generazione negli Stati Uniti, dove il consumo di questo oppioide sintetico rappresenta la prima causa di morte per overdose. In risposta, il presidente venezuelano ha mobilitato oltre 4 milioni di membri della Milizia nazionale, principalmente volontari e veterani che fanno parte del quinto componente della Forza armata nazionale bolivariana, fondata da Hugo Chávez nel 2007.
Conflitto militare nel mar dei Caraibi? Nel mar dei Caraibi si respira aria di guerra. Ma cosa è successo davvero in queste ultime settimane? Se da qualche tempo le relazioni bilaterali Usa-Venezuela parevano leggermente più distese, come dimostrato anche dal rinnovo della licenza all’impresa petrolifera Chevron, che sfrutta giacimenti petroliferi in Venezuela, e da un dialogo per l’intercambio di prigionieri, improvvisamente lo scenario è cambiato. All’inizio di agosto Trump ha firmato un decreto che permette l’intervento militare degli Stati Uniti in Paesi terzi per debellare la rete del narcotraffico e ha accusato Maduro di essere il leader e il finanziatore del Cartel de los Soles. Da lì, il dispiegamento di forze di fronte alle coste del Venezuela, senza nessun tipo di negoziazione con il governo di Caracas.
La reazione dei Paesi latinoamericani La manovra statunitense apre scenari di conflitto che potrebbero degenerare in tempi molto brevi e coinvolgere il Venezuela e, indirettamente, anche i Paesi limitrofi come la Colombia, che rischia di vedere le proprie frontiere affollate da cittadini venezuelani in fuga e da membri dei diversi cartelli e bande criminali. Di fronte a tale dispiegamento di forze, le reazioni di altri Paesi latinoamericani non si sono fatte attendere. Se Caracas ha definito l’operazione statunitense come pura dimostrazione di forza, una interpretazione non molto diversa arriva anche dal Messico. La presidenta Claudia Sheinbaum si è detta sgomenta di fronte a un decreto che autorizza l’intervento militare statunitense nella lotta al narcotraffico senza l’autorizzazione del Paese interessato. Un’azione come questa, più vicina all’invasione che a un’operazione di contrasto alla criminalità organizzata, rischia di destabilizzare gli equilibri politici in tutta l’America Latina. Inoltre, il governo messicano mette in dubbio anche le accuse di narcotraffico che gli Stati Uniti hanno rivolto contro Maduro, in quanto non ci sarebbero prove concrete della sua collusione nel traffico di droga.
L’opposizione venezuelana Intanto, gli unici ad applaudire l’azione statunitense sono gli oppositori del chavismo, che da sempre auspicano un intervento militare da parte degli Stati Uniti che spazzi via il regime. Tra di loro, ovviamente, la leader dell’opposizione María Corina Machado che, dal luogo segreto in cui si trova in esilio, ha espresso riconoscenza verso il presidente Trump.
E intanto la gente in Venezuela… Mentre Maduro, dal suo bunker, e Trump, dalla Casa Bianca, decidono il futuro dello stato bolivariano, a pagarne le conseguenze è la popolazione venezuelana. Lo stipendio minimo nel paese è di 5 dollari, cifra che non basta neanche per l’acquisto di una scatola di ibuprofene o qualsiasi altra medicina di uso comune. La mancanza di liquidità ha portato circa 7,9 milioni di persone, il 28% di tutta la popolazione, a migrare nei vicini stati di Colombia, Perù, Brasile ed Ecuador. Si tratta di un esodo iniziato circa dieci anni fa che da dopo la pandemia si è orientato verso gli Stati Uniti. Tuttavia, a partire da gennaio 2025, con l’insediamento del secondo governo Trump, sono state cancellati i pochi programmi umanitari che permettevano ai cittadini venezuelani di entrare nel territorio statunitense in forma legale. Da quel momento, si osserva un flusso inverso e centinaia di migliaia di venezuelani stanno ritornando nel proprio Paese o in quelli limitrofi con il sogno americano spezzato, dopo anni trascorsi nel limbo dei Paesi di transito senza essere riusciti ad arrivare a destinazione né rientrare in patria. Ad attenderli ci sarà un Paese sospeso tra corruzione di stato e povertà indotta dalle sanzioni statunitensi che al momento non ha nessuna prospettiva economica da offrire ai propri cittadini. Proprio in questi giorni, la Fao, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha annunciato il dimezzamento dei fondi umanitari dovuta alla chiusura di Usaid, agenzia di cooperazione governativa statunitense, voluta dalla stessa amministrazione Trump all’inizio del suo mandato. Questo significa che i venezuelani potrebbero patire denutrizione e malnutrizione grave, in quanto già nel 2024, secondo i dati dell’Onu, oltre l’82% delle famiglie si trovava in situazione di povertà e il 53% di povertà estrema.
Simona Carnino
Sudafrica. I rifugiati che piacciono a Trump
Occhi azzurri, capelli biondi, pelle chiara e proprietari terrieri. Questo è l’identikit dei rifugiati che piace a Donald Trump che ha deciso di accelerare le procedure per permettere a richiedenti asilo di origine afrikaner di ottenere protezione politica negli Stati Uniti.
Una generosità che fa a pugni con le politiche migratorie promosse del tycoon che puntano a smantellare completamente il sistema di accoglienza nordamericano lasciando nella disperazione migliaia di migranti dalle sembianze meno occidentali, provenienti dall’America Latina o da altri paesi africani e asiatici, in fuga da guerre, disastri ambientali e situazioni economiche precarie.
Afrikaner Gli afrikaner (parola olandese) sono una minoranza etnica del Sudafrica di origine europea, in particolare olandese e tedesca, di lingua afrikaans. Sono i discendenti dei primi colonizzatori di questa zona, alla fine del XVII secolo. Sebbene fino a 30 anni fa fossero solamente il 14% della popolazione (oggi sono l’8% circa), hanno costituito la classe dirigente economica e politica che ha governato fino alla fine dell’apartheid nel 1994. Dopo quella data, hanno perso il potere politico pur rimanendo tra le famiglie economicamente più influenti del territorio.
Chi fuori e chi dentro Lunedì 12 maggio, i primi 59 afrikaner sono stati accolti negli Stati Uniti come rifugiati politici. Il loro arrivo è avvenuto proprio mentre l’amministrazione Trump ha reso di fatto inaccessibile il sistema di richiesta d’asilo, sbattendo la porta in faccia anche a persone provenienti da Afghanistan, Myanmar, Sudan e Repubblica democratica del Congo, oltre che alle migliaia di persone migranti che ogni giorno partono dall’America Latina e in particolare dal Venezuela, ma anche Guatemala e Honduras e che attualmente rischiano di essere deportati nelle carceri del Salvador solamente per aver provato ad attraversare la frontiera statunitense senza documenti. Nonostante, la chiusura ufficiale del programma di asilo, il vicesegretario di Stato, Christopher Landau, aveva dichiarato che ci sarebbero potute essere delle eccezioni. Ed ecco che gli afrikaner ne diventano l’emblema. Unici rifugiati accettati, in un mare di dinieghi. Ma perché proprio gli afrikaner – pur avendo perso centralità politica, ma restando privilegiati economicamente rispetto alla maggioranza dei loro concittadini sudafricani – hanno diritto all’asilo politico, mentre un migrante venezuelano in fuga dal regime di Nicolas Maduro deportazione appena mette piede negli Stati Uniti?
Da anni il presidente Trump sostiene gli attivisti bianchi sudafricani denunciano violenze e lo sgombero forzato dalle loro terre operate dall’attuale governo del Paese africano che, secondo loro, potrebbe portare a un vero e proprio genocidio del loro gruppo etnico. Una presunta discriminazione dell’«uomo bianco» su cui Trump, paladino dei Wasp (White anglo-saxon protestants, come sono chiamati negli Usa), si è lanciato a capofitto, brandendo la bandiera del vittimismo bianco. Secondo Donald Trump gli afrikaner starebbero vivendo sulla loro pelle una vera e propria discriminazione razziale. Dichiarazione smentita dallo stesso governo sudafricano, che ancora porta i segni dell’apartheid, e che ha fatto venire la pelle d’oca a buona parte della comunità internazionale. Sebbene sia vero che alcune famiglie afrikaner abbiano visto le proprie terre confiscate negli ultimi anni, questa misura fa parte di un processo di giustizia storica. Per secoli, il Sudafrica ha vissuto sotto un regime bianco che ha sottratto le terre alla maggioranza nera della popolazione, privandola del diritto alla proprietà, a un’educazione di qualità, e relegandola di fatto alla povertà estrema.
Dalla fine dell’apartheid, il governo sudafricano ha cercato di riequilibrare le profonde disuguaglianze economiche, anche attraverso la redistribuzione delle terre precedentemente espropriate e assegnate agli afrikaner. Tuttavia, nonostante la confisca di alcuni terreni senza indennizzo e alcuni omicidi a danno di membri di questo gruppo etnico, i bianchi in Sudafrica continuano a rappresentare l’élite economica, mantenendo un potere tale da renderli di fatto immuni da ogni reale forma di discriminazione sociale, economica e razziale. Inoltre, nonostante le confische, i bianchi possiedono ancora la metà delle terre produttive del paese.
La difesa degli afrikaner rappresenta un precedente chiaro per Trump. Negare l’asilo politico a una persona di etnia latina, indigena o proveniente dalla maggioranza della popolazione africana e asiatica, ma accogliere a braccia aperte un gruppo di sudafricani bianchi è una difesa urlata degli interessi delle persone bianche su tutto e tutti, ovunque nel mondo e in particolare nel suo Paese. Tutto questo, mentre il 20 gennaio 2025, giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, Trump ha smantellato nel giro di poche settimane il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo, cancellando la possibilità di ottenere un’udienza per discutere la propria situazione e, anche se in casi limitati, ottenere lo status di rifugiato politico. A ciò si aggiunge la promessa di deportazioni di massa di tutti gli altri migranti, accompagnata da un nuovo programma varato dall’amministrazione Trump che prevede la possibilità per le persone in condizione irregolare negli Stati Uniti di «autodeportarsi» volontariamente.
Simona Carnino
Trump e Brexit, effetti sulla cooperazione
testo di Chiara Giovetti |
A un anno e mezzo dall’insediamento di Donald Trump come 45° presidente degli Stati Uniti, la comunità internazionale guarda con preoccupazione alle dichiarazioni della Casa Bianca circa le intenzioni di tagliare la spesa per l’aiuto allo sviluppo. E tiene d’occhio i possibili effetti della Brexit.
«Ci sono nazioni che prendono da noi miliardi di dollari e poi ci votano contro. Lasciate che facciano, risparmieremo un sacco di soldi. Non ci importa»@. Così il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato lo scorso dicembre il voto in Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che dichiarava nulla e priva di effetto la decisione della Casa Bianca di spostare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Le dichiarazioni del presidente hanno fatto seguito a quelle di Nikki Haley, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite che, dopo aver posto il veto – lei sola su quindici votanti – all’adozione della risoluzione contro Trump in Consiglio di sicurezza, non aveva esitato a commentare: «Ciò a cui abbiamo assistito qui oggi è un insulto. Non lo dimenticheremo»@.
E aveva poi affidato a Twitter una ulteriore precisazione: «Ci segneremo i nomi dei paesi che prima ricevono il nostro aiuto e poi votano contro di noi»@.
Queste frasi di Trump e della Haley illustrano una delle linee che l’aiuto allo sviluppo statunitense pare voler seguire, quella di aiutare gli amici. In un documento riservato visionato dalla rivista Foreign policy, lo staff di Haley cita tre progetti finanziati dagli Stati Uniti che «sarebbe il caso di rivedere alla luce dello scarso supporto alle posizioni statunitensi in sede Onu» da parte dei paesi beneficiari. Si tratta di un progetto di formazione professionale in Zimbabwe da 3,1 milioni di dollari, di un programma di lotta al cambiamento climatico in Vietnam (6,6 milioni) e della costruzione di una scuola in Ghana (4,9 milioni). I tre stati, che nel 2016 dagli Usa hanno ricevuto complessivamente 580 milioni di dollari, hanno appoggiato Washington rispettivamente nel 54, 38 e 19 per cento dei casi. Troppo poco per essere considerati veri amici.
C’è poi una seconda linea che l’amministrazione statunitense sembra voler imporre alla propria cooperazione allo sviluppo, sia bilaterale che multilaterale: quella di tagliare drasticamente i fondi. Trump aveva già portato un affondo lo scorso settembre nel suo primo discorso alle Nazioni Unite: «Questa organizzazione», aveva affermato, «si è troppo spesso concentrata non sui risultati ma sulla burocrazia e sulle procedure». E, continuava, «in politica estera noi ribadiamo il principio fondante della sovranità. Il primo dovere del nostro governo è verso il nostro popolo, i nostri cittadini – per soddisfarne i bisogni, garantirne la sicurezza, preservarne i diritti e difenderne i valori»@.
A dicembre, ci ha pensato ancora una volta Nikki Haley a dare sostanza alle parole del presidente: «Le inefficienze e le spese eccessive delle Nazioni Unite sono note», ha affermato in un comunicato stampa, aggiungendo: «Non permetteremo più che si approfitti della generosità del popolo americano» o che il suo contributo venga usato in modo incontrollato. Per questo, annuncia Haley, gli Usa hanno negoziato una diminuzione del proprio contributo all’Onu di oltre 285 milioni di dollari, riducendo inoltre «le attività di gestione e di supporto gonfiate» e «instillando disciplina e responsabilità in tutto il sistema delle Nazioni Unite».
Ad alleggerire il clima non ha certo contribuito l’uscita di Trump – mai confermata ma nemmeno smentita – in cui il presidente ha chiamato Haiti, El Salvador e alcuni Paesi africani «postacci» (o meglio, shitholes, la cui traduzione letterale è decisamente meno elegante di quella usata qui). Ma la pietra tombale sull’aiuto allo sviluppo è la decisione di tagliare quasi del 30% le risorse per Dipartimento di stato e Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid), che sono appunto i principali enti dell’amministrazione statunitense attivi nella cooperazione.
Distribuzione di aiuti Usaid ad Haiti – AFP PHOTO / JEWEL SAMAD
Le richieste di Trump e la reazione del Congresso
Gli Stati Uniti sono il più grande donatore mondiale di aiuto pubblico allo sviluppo in termini assoluti, con quasi 34 miliardi di dollari su 143 del totale dei Paesi membri dell’Ocse (dati 2016). Come percentuale sul reddito nazionale lordo, tuttavia, l’aiuto statunitense è pari allo 0,18%, meno dell’Italia (0,26%) e molto meno del paese più virtuoso, la Norvegia, che investe in aiuto pubblico allo sviluppo l’1,11%, cioè anche più di quello 0,7% che sarebbe la soglia fissata nel 1970 dalle Nazioni Unite come obiettivo al quale tutti gli stati donatori dovrebbero tendere@.
Sugli oltre 4 mila miliardi del bilancio federale, spiega George Ingram del centro di ricerca Brookings, la quota riservata all’aiuto estero è pari all’1%@. In media, gli americani erroneamente pensano che quella quota arrivi addirittura al 25% anche se, puntualizza sempre la Brookings, la ragione dell’equivoco è in gran parte da ricercarsi nel fatto che per «aiuto estero» molti intendono anche la spesa militare@.
Nel 2017 il budget proposto da Trump per il 2018 prevedeva 25,6 miliardi di dollari per finanziare il Dipartimento di stato e Usaid, cioè una riduzione dei fondi ai due enti pari al 28%. Ma, osserva la rivista on line Quartz, confrontando la richiesta del presidente con quanto effettivamente approvato dal Congresso, il taglio di fondi risulta essere stato solo di mezzo punto percentuale, una cifra lontanissima dalla proposta dello Studio ovale. Ecco perché, continua Quartz, è prevedibile che la stessa cosa si verifichi anche quest’anno, nonostante lo scorso febbraio la Casa Bianca abbia chiesto di nuovo una riduzione simile (30%) dei fondi destinati a Usaid e Dipartimento di stato.
«Una forte coalizione bipartisan», ha dichiarato alla rivista Politico il repubblicano Ed Royce, che presiede il Comitato affari esteri della Camera dei rappresentanti, «ha già bloccato una volta questo tipo di tagli che avrebbero messo a rischio la nostra sicurezza nazionale. Quest’anno ci attiveremo di nuovo». La «draconiana» proposta di Trump, gli fa eco il collega democratico Eliot Engel, sarà «già morta al suo arrivo alla Camera»@.
La nave Liberty Grace noleggiata dal World Food Program (WFP) nel porto di Pot Sudan carica di cibo donato da Usaid – AFP PHOTO / ASHRAF SHAZLY
Tagli effettivi
Pur non avendo raggiunto l’ampiezza auspicata da Trump, una serie di tagli ci sono effettivamente stati. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa), ad esempio, riceverà quest’anno dagli Stati Uniti solo 60 milioni di dollari invece dei 364 dello scorso anno. Il commissario generale di Unrwa, lo svizzero Pierre Krähenbühl, ha dichiarato all’agenzia Reuters che 525 mila bambine e bambini in 700 scuole gestite dall’agenzia potrebbero essere colpiti dal taglio dei fondi e che anche l’accesso dei palestinesi all’assistenza sanitaria di base è ora a rischio@. Inoltre, il provvedimento rischia di avere un impatto negativo anche sulla sicurezza della regione. «Se volete chiederci come facciamo a evitare che i giovani palestinesi si radicalizzino, la risposta non è tagliare 300 milioni di dollari dei nostri fondi», ha detto Krähenbühl al The Guardian@.
A sottolineare lo stesso rischio di instabilità e conflitto era stata nel febbraio del 2017 una lettera@ firmata da 120 generali e ammiragli statunitensi a riposo e diffusa attraverso la Us Global Leadership Coalition, una organizzazione no-profit con sede a Washington composta da aziende e Ong. «Il nostro servizio in uniforme ci ha insegnato che molte delle crisi che la nostra nazione affronta non hanno solo una soluzione politica», si legge nella lettera, che sottolinea anche quanto, in un mondo con 65 milioni di sfollati e grandi flussi di rifugiati, le agenzie per lo sviluppo siano «fondamentali nel prevenire il conflitto e nel limitare la necessità di mettere a rischio le vite dei nostri uomini e donne in uniforme». Gli alti ufficiali citano il generale James Mattis, l’attuale segretario della Difesa di Trump, che durante un’audizione al Senato nel 2013 disse@: «Se voi non finanziate pienamente il Dipartimento di stato, io alla fine sarò costretto a comprare più munizioni». Le forze armate, conclude la lettera, guideranno la lotta al terrorismo sul campo di battaglia, ma avranno bisogno di partner civili forti nella battaglia contro gli elementi che favoriscono l’estremismo: la mancanza di opportunità, l’insicurezza, l’ingiustizia e la disperazione».
Sulla stessa lunghezza d’onda sembra trovarsi Marcela Escobari, studiosa che collabora con Brookings, che cerca di controbattere all’affermazione con cui il Direttore dell’ufficio Gestione e Budget dell’amministrazione Trump, Mick Mulvaney, ha giustificato i tagli: «Per finanziare l’aiuto dovrei spiegare perché questa spesa ha un senso per una famiglia che vive a Grand Rapids, Michigan».
«Ecco che cosa direi a quella famiglia», risponde Escobari, che ha lavorato per vent’anni nello sviluppo ed è esperta in particolare di America Centrale: «quando i cartelli della droga sono in grado di controllare i governi locali, il 95 per cento dei crimini in quei paesi rimangono impuniti e i criminali possono trasportare droga negli Usa più facilmente. L’instabilità nella regione, inoltre, genera flussi migratori verso gli Stati Uniti e questi flussi sono composti specialmente da minori non accompagnati». Viceversa, una regione stabile e sicura continuerà a importare prodotti statunitensi. «Un calcolo approssimativo», continua Escobari, «mostra che gli Usa spendono fra i 29 mila e i 52 mila dollari per ogni migrante detenuto alla frontiera. Con quella cifra sarebbe possibile finanziare in America Centrale istituzioni che forniscano formazione professionale e uno spazio per il dopo scuola in grado di proteggere centinaia di adolescenti in quartieri dove la criminalità è più diffusa».
Popa d’acqua allestita in Sud Sudan dall’Usaid – AFP PHOTO / ASHRAF SHAZLY
L’aiuto allo sviluppo dopo la Brexit
Altro aspetto che la comunità internazionale sta osservando e cercando di prevedere è quello degli effetti della Brexit sull’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Mentre l’Unione Europea dovrà fare i conti con la dipartita di un membro che nel 2016 ha speso 13,4 miliardi di sterline in Aiuto per lo sviluppo (Aps) – cioè circa un quinto del totale Ue e il secondo maggior contributo a livello globale dopo gli Usa – l’effettiva uscita dall’Unione rimetterà a disposizione di Londra circa un miliardo e mezzo di sterline che sinora ha versato al Fondo europeo per lo sviluppo (Edf).
Bond, una rete di circa 450 organizzazioni della società civile britannica, in un articolo dello scorso agosto ha individuato tre tendenze che la Brexit potrebbe accelerare.
La prima è lo spostamento delle risorse dal DfID (il dipartimento per lo sviluppo internazionale) ad altri dipartimenti, con particolare attenzione a quelli che promuovono un ruolo più attivo del settore privato nella cooperazione.
La seconda è un possibile aumento del volume di Aps dedicato agli investimenti, cioè a progetti di aiuto al commercio, come infrastrutture e rafforzamento delle capacità dal lato dell’offerta di cui i paesi in via di sviluppo hanno bisogno per connettersi ai mercati regionali e globali.
Resta solido l’impegno del Regno Unito a mantenere l’aiuto pubblico allo sviluppo allo 0,7%, anche se il primo ministro britannico Theresa May, nel confermare questo, ha anche precisato che «il Governo dovrà guardare a come il denaro verrà speso e assicurarsi che saremo in grado di spenderlo nel modo più efficace possibile».
Resta da vedere se e quanto questo 0,7% varierà in valore assoluto. All’indomani del referendum che vide la vittoria di Leave e un immediato crollo della sterlina, il direttore dell’Overseas Development Institute, Kevin Watkins, aveva commentato al The Guardian: «Se il Regno Unito perde un punto percentuale all’anno in crescita, il che è più o meno in linea con la maggior parte delle previsioni, ci saranno implicazioni per il valore dello 0,7%, il che a sua volta avrà ripercussione sui finanziamenti per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile».