Nel 2025 abbiamo realizzato alcuni progetti in ambiti classici, in particolare l’accesso all’acqua, e in altri che invece cercano di affrontare nuove difficoltà o di rispondere a problemi vecchi con strumenti nuovi.
Nel 2024, 2,1 miliardi di persone non disponevano ancora di servizi di approvvigionamento di acqua potabile gestiti in modo sicuro. Lo riferisce il rapporto@ realizzato dal Programma congiunto di monitoraggio dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Oms/Unicef), incaricato di monitorare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile relativi all’acqua potabile, alla sanificazione e all’igiene.
Dei 2,1 miliardi di persone senza acqua sicura, 1,4 miliardi dispongono solo di servizi di base, cioè acqua da fonti migliorate ma non garantite come sicure per il consumo umano e raggiungibili con uno spostamento che richiede fino a 30 minuti fra andata, ritorno e attesa in coda alla fonte d’acqua. Ci sono poi 287 milioni di persone che dispongono di servizi limitati, cioè devono affrontare uno spostamento che supera i 30 minuti, 302 milioni con servizi non migliorati e 106 milioni che usano acqua di superficie, ad esempio da fiumi, laghi, stagni.
Negli ultimi dieci anni, si legge ancora nel rapporto, i progressi ci sono stati, visto che 961 milioni di persone hanno ottenuto l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro, con un aumento della copertura dal 68% del 2015 al 74% del 2024. Ma, per raggiungere la copertura universale in questi cinque anni che ci separano dalla scadenza degli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030, l’avanzamento dovrebbe essere otto volte più rapido rispetto al decennio passato. Dal monitoraggio emergono poi diseguaglianze molto profonde a livello sub regionale: se in Australia e Nuova Zelanda l’accesso a servizi idrici gestiti in modo sicuro è già totale, in Africa subsahariana si è passati dal 26% del 2015 al 32% dell’anno scorso. L’Africa, quindi, dovrebbe andare non otto, ma venti volte più veloce per garantire a tutti l’accesso all’acqua pulita entro la fine di questo decennio.
20241231_Chumviere Boreole Blessing
Kenya, alto rischio idrico
Nel rapporto, una scheda si concentra sull’analisi dell’insicurezza idrica in Kenya, evidenziando che oltre la metà del territorio del Paese è interessato da alti livelli di rischio.
Fra le zone coinvolte c’è la contea di Isiolo, che si suddivide in zone semi aride e aride. Secondo l’analisi contenuta nella Strategia idrica della contea di Isiolo 2023-2025@ l’area, che ha una temperatura media annuale intorno ai 29°C, è anche una delle più vulnerabili del Paese rispetto al cambiamento climatico. Fra i fenomeni ricorrenti ci sono ondate di siccità, piogge imprevedibili e inondazioni: l’instabile distribuzione dell’acqua incide sul fragile equilibrio fra le comunità di agricoltori e quelle di pastori e anche sulla convivenza tra fauna selvatica ed esseri umani.
Nel 2025, grazie al sostegno di donatori privati, i missionari della Consolata hanno realizzato due progetti idrici nella zona di Isiolo: un pozzo a Leparua, dove i lavori a fine ottobre erano ancora in corso, e uno a Chumviere, realizzato alla fine del 2024 e attivo dall’inizio del 2025. La perforazione del pozzo, si legge nella relazione finale, è arrivata a una profondità di 68 metri e interrotta a questa profondità dopo che la trivella ha raggiunto la prima falda acquifera a 60 metri. I rilievi preliminari avevano identificato una seconda falda a 140 metri, ma non è stato possibile raggiungerla sia per i limiti della trivella che per le caratteristiche del suolo. Il pozzo si trova sul terreno della parrocchia ma, spiega Naomi Nyaki dall’ufficio cooperazione di Nairobi, «i missionari hanno installato una stazione idrica ben strutturata dove la comunità può andare ad attingere acqua». Il sistema di pompaggio è alimentato con l’energia di 18 pannelli fotovoltaici, collocati a poca distanza dalla torre idrica che regge la cisterna.
Chumviere Boreole – Isiolo – water tank and solar panel
Africa, scommettere sul sole
È un impianto fotovoltaico anche quello che alimenta la nuova pompa sommersa del pozzo della parrocchia di Makambako, in Tanzania, installata grazie alla raccolta fondi della parrocchia Regina delle Missioni, vicino alla Casa Madre dei missionari della Consolata a Torino. Il pozzo, oltre a servire la parrocchia e la casa dei missionari a Makambako, fornisce l’acqua anche alla scuola materna e primaria, che ha circa 400 alunni.
L’uso dell’energia solare nelle missioni è sempre più diffuso: l’anno scorso, le iniziative ricevute dall’ufficio progetti della Fondazione Missioni Consolata, che comprendevano l’installazione di pannelli fotovoltaici, rappresentavano il 15% del totale della richiesta di finanziamento. Gli impianti in genere alimentavano pompe di pozzi che portavano l’acqua a scuole, centri di salute e sistemi di irrigazione. Nel caso della scuola professionale Our Lady Consolata a Bweyogerere, Uganda, il progetto in corso – finanziato dalla diocesi di Torino in collaborazione con l’associazione Impegnarsi serve – prevede invece l’uso del fotovoltaico per illuminare aule e dormitori della scuola.
La capacità installata in impianti di larga scala è di circa 13,7 gigawatt, mentre la componente cosiddetta distribuita – cioè gli impianti fotovoltaici nelle case o nelle aziende – produce 6,4 gigawatt. Ulteriori 1,4 sono poi energia solare a concentrazione, cioè ottenuta usando specchi o lenti che concentrano la luce del sole verso un ricevitore che ne sfrutta il calore per azionare un motore termico.
A limitare lo sviluppo del fotovoltaico su larga scala in Africa sarebbero una serie di fattori, fra cui gli elevati costi infrastrutturali, la presenza di reti inadeguate che faticano a trasportare e distribuire grandi quantità di energia, ostacoli normativi e, in alcuni Paesi, conflitti e disordini. In questo senso, commentava nell’articolo di Cairns l’analista della Iea Heymi Bahar, gli impianti solari domestici e le mini-reti potrebbero «fare da ponte» in attesa dell’estensione e dell’adeguamento della rete.
Attenzione al disagio
Oltre ai progetti più «classici» della cooperazione, come quelli idrici, e a quelli che assecondano un’esigenza di innovazione nella produzione di energia, il 2025 ha visto anche la realizzazione, in Brasile, del progetto «Amico per la vita», che mira a formare operatori in grado di prevenire il disagio, in particolare fra i giovani e nelle comunità indigene, e accompagnare le persone e le famiglie colpite dal problema dei suicidi. Anche se la raccolta fondi non ha raggiunto la cifra richiesta, è stato possibile coprire oltre l’80% dei costi e il progetto è stato realizzato: benché le iniziative che rispondono a bisogni primari come la salute, l’istruzione e l’acqua continuino a essere una priorità per i donatori, si sta comunque sviluppando una sensibilità verso temi nuovi, come la salute mentale, legati a un’attualità che tocca le comunità del Nord come del Sud del mondo. Nelle pagine di Amico, viene proposta una riflessione sulle iniziative di solidarietà del 2025 che, oltre alla prevenzione dei suicidi in Brasile, hanno riguardato l’approvvigionamento idrico in Kenya, con l’installazione di una pompa per un pozzo, anche in questo caso alimentata con energia solare.
Chiara Giovetti
AGENDA 2030, L’ITALIA ARRETRA SU SEI OBIETTIVI
Rapporto Asvis 2025
L’Italia è su un sentiero di sviluppo insostenibile: lo ha detto lo scorso 22 ottobre Enrico Giovannini, direttore dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile – Asvis, durante la presentazione del rapporto 2025 all’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, a Roma. Il rapporto misura dal 2016 i progressi dell’Italia verso il raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (Sdgs): su sei di questi – alimentazione, salute, acqua, disuguaglianze, ecosistemi terrestri e partnership – l’Italia è peggiorata rispetto al 2024, mentre risultano stabili o in lieve miglioramento otto obiettivi: lotta alla povertà, energia pulita, lavoro dignitoso, imprese e innovazione, città sostenibili, economia circolare, ecosistemi marini, pace e giustizia. Si registrano, infine, miglioramenti su istruzione, parità di genere e lotta al cambiamento climatico.
Al ritmo attuale, alcuni sotto obiettivi non saranno comunque raggiunti. Tra questi, ci sono il dimezzamento rispetto al 2019 del divario occupazionale di genere, la riduzione del 15% della dispersione nelle reti idriche, il raggiungimento del 42,5% di energia prodotta usando fonti rinnovabili, l’azzeramento del consumo di suolo e la riduzione del 50% dei feriti per incidenti stradali rispetto al 2019. Anche l’Unione europea è indietro: sul 37% degli Sdg, i ritardi accumulati sono tali da rendere improbabile il loro raggiungimento entro cinque anni. «Le persone e le imprese vogliono andare in questa direzione», ha detto Giovannini riferendosi a una visione di Europa «con più unità, per essere più indipendenti, ma aperti al mondo, fermi nella difesa dei nostri valori, delle nostre libertà e della capacità di scrivere il nostro destino», aggiungendo poi che «apparentemente, non tutta la politica vuole andare in questa direzione».
Serve un salto, un’accelerazione: il rapporto propone una tabella di marcia e alcune leve per rimuovere gli impedimenti alla trasformazione. La sostenibilità non è, sottolinea ancora Giovannini, una questione solo ambientale: ha come suoi pilastri la pace, la giustizia e i diritti. E, in un momento storico così difficile e conflittuale – di questo passo la spesa militare globale nel 2035 sarà pari a quattro o cinque volte quella registrata alla fine della guerra fredda – il richiamo a questi pilastri è un appello all’importanza del multilateralismo, «indispensabile per affrontare questioni globali come la crisi climatica, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la tutela della salute, la lotta alle pandemie, la gestione del crescente debito, soprattutto dei paesi in via di sviluppo».
Il multilateralismo non è mai stato così in crisi, eppure proprio l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti verso le istituzioni internazionali potrebbe aprire prospettive di collaborazione inattese, ad esempio nelle scelte di finanza per lo sviluppo. Questo è uno degli aspetti che è emerso dal webinar organizzato lo scorso 15 ottobre dalla «Campagna 070», promossa da quattro reti di organizzazioni attive nella cooperazione: Focsiv, Aoi, Cini e Link2007.
Il relatore del webinar è stato Paolo Gentiloni, ex commissario europeo per l’economia e ora copresidente del gruppo Onu sulla crisi del debito. Egli ha individuato alcune convergenze emerse alla quarta conferenza sulla finanza per lo sviluppo (Siviglia, 30 giugno – 3 luglio 2025). C’è stata, innanzitutto, convergenza sull’analisi della situazione: oggi, più che un aumento del debito si registra l’aumento dei costi del servizio del debito, cioè degli interessi da pagare. I Paesi debitori, quindi, hanno meno rischi di default sistemico – che dipende appunto dalla capacità di pagare o meno il debito alla scadenza prevista -, ma gli interessi sono un costo così esorbitante da impedire loro non solo di investire nello sviluppo, ma anche di garantire servizi essenziali. Altre convergenze hanno riguardato la necessità di alleviare il peso del debito attraverso varie forme di rinegoziazione e l’opportunità di rivedere i meccanismi per definire la sostenibilità del debito da parte delle istituzioni finanziarie internazionali (principalmente Banca mondiale e Fondo monetario internazionale). Infine, c’è stata convergenza anche sull’ipotesi di promuovere quelli che in gergo si chiamano borrowers club, cioè piattaforme che permettano ai Paesi debitori di coordinarsi e scambiare informazioni: entità in un certo senso speculari a quelle che riuniscono i Paesi creditori, come il Club di Parigi, la cui influenza è stata molto estesa fino all’inizio di questo secolo e si è poi ridotta quando i creditori privati – banche, fondi di investimento, eccetera – hanno acquisito peso crescente.
Siamo in tempi diversi, ha detto Gentiloni, da quelli del Giubileo del 2000, in cui prese forma la campagna – promossa fra gli altri dall’allora presidente Usa Bill Clinton, dalla Santa Sede e da molte Ong – per la cancellazione del debito: oltre al ruolo dei privati, un’altra grande differenza è che oggi il principale creditore sovrano, la Cina, «esclude per principio la possibilità di una remissione del debito», anche se è «attiva sulle diverse forme di rinegoziazione». Secondo l’ultimo rapporto Unctad@, nel 2024 il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo era di 31 mila miliardi. I loro pagamenti netti degli interessi sul debito pubblico sono stati di 921 miliardi; 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono di più in interessi sul debito che in istruzione o sanità.
Oggi il Brasile è un Paese che, pur attraversato da profonde divisioni e contraddizioni, è determinato a contare di più nello sviluppo e nella politica internazionale. Il 10 novembre comincia a Belém la Cop30 e sarà un banco di prova importante.
«Davanti agli occhi del mondo, il Brasile ha lanciato un messaggio a tutti gli aspiranti autocrati e a coloro che li sostengono: la nostra democrazia e la nostra sovranità sono non negoziabili». Sono le parole che il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha rivolto all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 23 settembre. Il suo intervento@ apriva la riunione di alto livello in cui parlano i capi di Stato e di governo. Molta parte del «discorso al vetriolo» di Lula, come lo ha definito il New York Times, era un attacco frontale alle «ingerenze negli affari interni» del Brasile, alle «misure unilaterali e arbitrarie contro le nostre istituzioni e la nostra economia», alle «forze antidemocratiche che cercano di soggiogare le istituzioni e soffocare le libertà», alle bombe e alle armi nucleari che «non ci proteggeranno dalla crisi climatica». In altre parole, un attacco a Donald Trump, che ha messo dazi al 50% verso il Brasile come ritorsione per aver condannato l’ex presidente Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato@, ha sospeso i visti e imposto sanzioni ai giudici che lo hanno giudicato e continua a definire bufala, truffa e inganno il cambiamento climatico.
Inoltre, è il Paese ospitante della «Cop della verità» – cioè la Cop30, trentesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, in programma a Belém dal 10 al 21 novembre -, e si impegna a lottare contro la povertà, «nemica della democrazia quanto l’estremismo», a promuovere la concorrenza nei mercati digitali e l’installazione di data center sostenibili, a spingere sul multilateralismo e a fare in modo che la voce del Sud globale sia ascoltata. Chi ama questa agenda, sembra dire Lula, ci segua.
Quinto Paese al mondo per estensione, con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Brasile è grande quanto la metà del Paese più esteso, la Federazione Russa, mentre la supera di poco quanto alle dimensioni dell’economia: la Russia, infatti, ha un Pil di 2.174 miliardi di dollari (per 143 milioni di abitanti), mentre quello del Brasile è 2.179 miliardi (per una popolazione di 212,8 milioni): valore comparabile con quello dell’Italia (59 milioni), che ha un Pil di 2.373 miliardi@.
Diverso è invece lo scenario se si guarda all’indice di sviluppo umano (Isu, o Hdi nell’acronimo inglese), utilizzato dalle Nazioni Unite per includere variabili più raffinate del solo Pil nel valutare la condizione delle società umane, come la possibilità di condurre una vita lunga e sana, di avere un buon livello di istruzione e un reddito che garantisca un tenore di vita dignitoso@. Il valore massimo dell’Isu è 1, il Paese che nel 2023 ci è andato più vicino è stato l’Islanda (0,972), mentre il Brasile è a 0,786, occupando l’84a posizione: si trova, dunque, fra i Paesi di fascia alta, in linea con l’altra potenza regionale, il Messico, ma venti posizioni più in basso della Russia. A limitare i risultati nello sviluppo umano del Paese, influiscono diversi fattori, fra i quali il grado di diseguaglianza: la longevità, il livello di istruzione, il reddito, cambiano molto da una fascia all’altra della popolazione. «Il problema maggiore del Brasile è la disuguaglianza sociale», conferma Guglielmo Damioli, arrivato in Brasile nel 1979 per lavorare con i popoli indigeni di Roraima e oggi residente di Belém. Il Paese ha un sistema piramidale, con una élite dominante che vive negli Stati del Sud come Rio de Janeiro e San Paolo, e una grande massa di poveri nel Nord e Nordest. «Se i servizi pubblici, in particolare sanità, sicurezza, igiene, politiche abitative e infrastrutture, sono precari in tutto il Brasile, qui al Nord sono di pessima qualità, specialmente nell’entroterra». Secondo il World inequality database@, sito di statistiche fondato, fra gli altri, dall’economista francese Thomas Piketty, in Brasile il 10% più ricco detiene il 69,7% delle risorse, mentre nella nazione meno diseguale, i Paesi Bassi, ne detiene il 45%.
I freni allo sviluppo
Ridurre le diseguaglianze non sarà né rapido né semplice. Quello di Lula, scrive padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata e responsabile della pastorale carceraria della Conferenza dei vescovi del Brasile (Cnbb), «è un governo sostenuto da un’ampia coalizione che, pur proponendosi idealmente di fare passi significativi in campo sociale, rimane fortemente limitato dal Parlamento», dominato da una maggioranza di destra, e dalle lobby agroindustriali e minerarie.
Con la pastorale carceraria, spiega ancora padre Gianfranco, «portiamo avanti la lotta contro le detenzioni di massa, usate come strumento di controllo della povertà, delle periferie, delle persone e dei corpi, e come sofisticato e moderno sistema di tortura». In questo settore, l’arrivo di Lula per ora non ha portato miglioramenti significativi, perché il governo continua a gestire il problema «a partire da una visione mercantilista e punitiva».
Qualche cambiamento lo ha invece registrato padre Juan Carlos Greco, responsabile dell’equipe dei missionari della Consolata che assiste i migranti venezuelani a Boa Vista. Sono migliorati i toni – Lula ha detto pubblicamente che migranti e rifugiati devono essere trattati «con grande responsabilità e rispetto» – e il governo ha preso alcuni impegni, come aiutare lo Stato di Roraima a garantire l’istruzione e il benessere dei rifugiati. Il presidente ha poi mantenuto il sostegno all’Operazione accoglienza per assistere i migranti in fuga dalla crisi venezuelana.
Ma i tagli dei fondi Usa per lo sviluppo imposti dall’amministrazione Trump, riporta padre Juan Carlos, hanno avuto «un impatto diretto sui programmi umanitari, la gran parte dei quali era finanziata da Usaid», l’agenzia degli Stati Uniti per l’aiuto allo sviluppo. Organizzazioni come Caritas brasiliana sono state costrette a sospendere diverse iniziative come, ad esempio, il progetto Sumaúma, che distribuiva circa 2mila pasti al giorno ai migranti venezuelani e alle persone senza fissa dimora a Boa Vista, e il progetto Orinoco, che offriva servizi igienici gratuiti a Boa Vista e Pacaraima. La sospensione dei fondi di Usaid ha portato le organizzazioni a cercare sostegno presso l’Unione europea e le Caritas di Germania e Svizzera, che hanno contribuito a riaprire in parte alcuni servizi.
Il ritrarsi degli Stati Uniti dagli impegni internazionali sta creando confusione e paura, ma ha anche aperto spazi di azione per altri Paesi. Forte del suo ruolo di potenza regionale, il Brasile da anni reclama un maggior peso nei processi decisionali internazionali. Un esempio è la sua appartenenza, insieme a Germania, Giappone e India, al G4, il gruppo di Paesi che chiedono un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu.
In un’analisi pubblicata dal centro studi statunitense Carnegie endowment for international peace, il professore di relazioni internazionali alla Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, Matias Spektor, osservava, tuttavia, che nessuna amministrazione brasiliana ha finora prodotto un documento ufficiale che dettagli la proposta di riforma. Inoltre, fra il 2018 e il 2022, gli stanziamenti annuali del Brasile per il bilancio ordinario delle Nazioni Unite sono scesi da 92 a 56 milioni di dollari (hanno cominciato a risalire dal 2023). Quella del Brasile, scrive Spektor, sembra essere stata fin qui una «strategia a basso costo»@.
Ma il ruolo del Brasile acquista un peso diverso quando si combina con quello di altre nazioni, come quelle del gruppo Brics – acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica -, diversissime fra loro, ma accomunate da un’aspirazione: fare da contrappeso all’influenza occidentale nelle istituzioni globali come Banca mondiale, G7 e, appunto, Consiglio di sicurezza dell’Onu@. Il Brics, che dal 2023 si è allargato anche a Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran e Emirati arabi uniti, rappresenta oggi un terzo dell’economia globale e metà della popolazione del pianeta.
Il Brasile è anche uno dei Paesi del Gruppo dei 20, o G20, nato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso per riunire ministri delle finanze e governatori delle banche centrali del gruppo e reagire alla crisi finanziaria asiatica e diventato, con la crisi globale del 2008, un luogo di negoziazione a cui partecipano i capi di stato e di governo. In un articolo sulla rivista Foreign Affairs di gennaio@ Matias Spektor sostiene che il G20 ha sostituito il G7 come principale forum per la governance economica globale. Fra i risultati ottenuti, Spektor cita il suo ruolo nel favorire l’ampliamento della rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale per includere le economie emergenti.
La scommessa sulla foresta
Un ambito nel quale il Brasile di Lula appare determinato a far valere il proprio primato, è quello della lotta al cambiamento climatico. Il primato è, ovviamente, quello di avere sul proprio territorio circa il 60% della foresta pluviale più grande del pianeta, la foresta amazzonica, che assorbe una quantità significativa dell’anidride carbonica, contribuisce e a regolare il ciclo dell’acqua e produce ossigeno. Già a settembre scorso il presidente brasiliano ha annunciato@ un contributo di un miliardo di dollari al meccanismo Tropical forests forever fund (Tfff, Fondo foreste tropicali per sempre), presentato dallo stesso Brasile nel 2023 durante la Cop28 a Dubai come meccanismo che garantisca ai Paesi con foreste tropicali finanziamenti stabili e continui per mantenere ed espandere la copertura forestale.
Lula sa che la questione del finanziamento è stato il principale ostacolo ai negoziati sul clima negli ultimi anni e a New York il 23 settembre ha detto: basta negoziare, è venuto il momento di agire. La scommessa di questo Fondo – che finora ha suscitato tante speranze quante perplessità – è che si possa rendere la conservazione delle foreste conveniente sia per i Paesi che le hanno sul proprio territorio che per gli investitori. Il meccanismo prevede la creazione di un fondo iniziale di 25 miliardi – il miliardo annunciato da Lula è il primo di questi – donati da governi e organizzazioni filantropiche. L’obiettivo sarebbe poi quello di attirare altri 100 miliardi di dollari da investitori sul mercato, arrivando così a 125 miliardi da prestare puntando a realizzare un profitto del 7,6%, per poi restituire agli investitori il 4,9% e realizzare così un guadagno finale del 2,7%, pari a circa 3,4 miliardi di dollari. Questi soldi sarebbero, infine, distribuiti destinando 4 dollari per ettaro di foresta ai Paesi con foreste tropicali, affinché questi provvedano alla loro conservazione@. Il meccanismo prevede che il 20% dei fondi vadano ai popoli indigeni e alle comunità locali per garantire, ha detto il presidente brasiliano, «i mezzi adeguati a chi si è sempre preso cura dei nostri boschi e foreste».
«La Cop30 è il sogno planetario di Lula e la scelta della città di Belém come sede serve ad attrarre attenzione e investimenti sull’Amazzonia». A parlare è ancora Guglielmo Damioli, ora attivo nell’associazione di agricoltori Abaa di Bujaru, nello stato di Pará. Belém, continua, è «porta e capitale dell’Amazzonia, una grande metropoli immagine e frutto della disuguaglianza sociale e della mancanza di politiche pubbliche del Paese». E l’Amazzonia «è il simbolo dell’equilibrio planetario, con la sua fragilità e con l’infinità delle sue ricchezze, umane e naturali». Ma è anche il luogo dove gli agricoltori e coloni hanno tagliato e bruciato la foresta per coltivare la terra, dove «la destra vuole sviluppare monocolture per l’esportazione, come la soia e il biodiesel, l’allevamento intensivo e lo sfruttamento minerario». La città, racconta Damioli, è piena di cantieri, gli alloggi sono insufficienti per le decine di migliaia di partecipanti attesi per la Cop30, i prezzi sono altissimi. «La gente di Belém soffre un poco il caos per i tanti lavori in corso, ma sa che erediterà una città migliore e che sarà al centro di un evento storico».
Così storico da spingere diversi osservatori a vederci un test cruciale sulla sopravvivenza del multilateralismo nel suo complesso, non solo delle Cop. Su questo concorda anche padre Dario Bossi, che sarà alla Cop30 con la Commissione per l’ecologia integrale della Cnbb. «Siamo in un momento critico per i meccanismi multilaterali, con i nazionalismi e i sovranismi che stanno tentando di smantellarne non solo i concetti ma le strutture stesse».
Padre Dario riporta una battuta che circola fra chi sta preparandosi alla Conferenza: «Qualcuno dice che sarebbe già una vittoria uscire dalla Cop30 progettando una Cop31». Ma, continua padre Bossi, a di là dei timori, ci sono alcuni elementi che non rendono scontato il risultato negativo di questa Cop. Il presidente della Cop, André Aranha Corrêa do Lago, è un diplomatico di carriera con una grande esperienza su cambiamento climatico, energia e ambiente e in questi eventi la capacità degli organizzatori nel creare un clima di fiducia fra i partecipanti è fondamentale.
La Cnbb non sarà nella zona blu, dove si svolgono i negoziati ufficiali e dove a rappresentare la Chiesa ci saranno lo Stato del Vaticano e Caritas internationalis, ma farà comunque sentire le proprie proposte insieme a quelle delle 1.100 organizzazioni riunite nella Cupola dei popoli@ e nel Tapiri interreligioso (tapiri è una parola in lingua indigena che indica una capanna dove si fermano i viandanti a riposare). Quest’anno, poi, a dare maggiore compattezza alle posizioni delle Chiese del Sud globale c’è anche un loro documento congiunto dal titolo «Un appello per la giustizia climatica e la casa comune: conversione ecologica, trasformazione e resistenza alle false soluzioni»@.
«Noi scommettiamo sul processo più che sull’evento in sé, perché la vita quotidiana delle persone e la Cop sono molto lontani. Siamo convinti che la storia del clima si cambia dai territori», lavorando con le persone per trovare soluzioni e strumenti concreti. Per questo i popoli indigeni hanno redatto i loro Contributi determinati a livello nazionale – o Nationally determined contributions, Ndc, i piani in cui gli Stati indicano le azioni che intendono portare avanti per il clima – e chiedono che vengano inclusi nel Ndc del Brasile. Non solo: dal momento che il finanziamento è un tema chiave della Cop30, i popoli indigeni hanno proposte su come usare i 300 miliardi di dollari che la Cop29 aveva destinato alla lotta al cambiamento climatico: «Le proposte si basano su esperienze reali, che hanno funzionato, e dimostrano che i popoli indigeni sono un attore decisivo per definire nuovi percorsi».
Dallo scorso agosto, la Fondazione Missioni Consolata è diventata un Ets, «Ente del terzo settore», ed è iscritta al Registro unico nazionale. Questo è disponibile per la consultazione online@ e permette di leggere e scaricare le informazioni e i documenti fondamentali di ogni ente, come lo statuto e i bilanci.
Al 25 settembre 2025 gli enti iscritti erano 138.014. Gli Ets possono essere di 7 tipi: organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale; enti filantropici; imprese sociali, incluse le cooperative sociali; reti associative; società di mutuo soccorso e altri enti del Terzo settore. La Fondazione Missioni Consolata fa parte di quest’ultimo gruppo.
Che cosa cambia, per la Fondazione e per i suoi sostenitori?
In primo luogo, che non ci chiameremo più Mco: la «o» finale dell’acronimo, infatti, stava per «onlus», tipologia di ente che non esisterà più a partire dal 2026. Aggiorneremo quindi la denominazione in tutti i canali che usiamo per comunicare con sostenitori, amici, lettori, fornitori, enti pubblici. Il nostro identificativo sarà Fondazione Missioni Consolata Ets.
Nulla cambia, o quasi, per quanto riguarda invece i conti correnti: gli Iban restano gli stessi, cambia solo l’intestazione dei conti, dove la sigla Ets sostituirà Onlus.
Quanto poi ai vantaggi fiscali, continueranno a esserci: riporta la pagina web di Forum terzo settore@ che ci sarà la detrazione del 30% per le erogazioni liberali delle persone fisiche a favore degli Ets (35% nel caso delle organizzazioni di volontariato) fino a un massimo di 30mila euro. A società ed enti spetta invece una deduzione fino al 10% del reddito complessivo netto dichiarato.
Non abbiamo ancora deciso il nome «per gli amici», cioè come riferirci più informalmente a noi stessi, se chiamarci semplicemente Fondazione Mc, oppure Mce. Ma saranno il tempo e l’uso a decidere, come è stato per la onlus. Nessuno aveva stabilito a priori di usare la lettura delle lettere dell’acronimo (emme-ci-o) ma piano piano ci siamo abituati, noi che ci lavoriamo e voi che ci sostenete, a fare così. Anzi, accettiamo suggerimenti: voi come ci chiamerete da oggi?
Chi.Gio
Onu, un 80° compleanno mesto
Il 24 ottobre ricorre l’ottantesimo anniversario del Trattato che ha istituito l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma le celebrazioni, più che una festa, si stanno rivelando un’occasione per ripensare il ruolo dell’Onu ed evitarne l’irrilevanza.
Il compleanno delle Nazioni Unite ha una torta con molte candeline, che minaccia di farsi sempre più piccola e con gli amici della prima ora che non sembrano avere molta voglia di presentarsi alla festa. Per i suoi ottant’anni, infatti, l’Onu sta affrontando progetti di riforme radicali e tagli alla spesa, grossi ritardi nei contributi finanziari da parte degli Stati membri e, più in generale, molte domande su come conservare un minimo di rilevanza in un mondo che fatica a rispettare le regole che si era dato a metà del Novecento.
Lo scorso maggio, l’agenzia di stampa Reuters riportava, ad esempio,@ che il Segretariato, cioè la struttura diplomatico amministrativa che ha al proprio vertice il Segretario generale, oggi il portoghese António Guterres, si starebbe preparando a eliminare circa 6.900 posti di lavoro, con un taglio del 20% al proprio budget di 3,7 miliardi di dollari.
Queste scelte derivano in larga parte dalle decisioni dell’amministrazione Usa guidata dal Presidente Donald J. Trump, che pare intenzionata a ridurre molto la propria quota di contributo all’organizzazione, pari, finora, a circa un quarto del budget totale.
Usa, ieri fondatori, oggi affondatori?
Gli Stati Uniti erano stati i principali e più convinti fondatori dell’Onu. L’Organizzazione è infatti nata nel 1945 su iniziativa dei Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale e, in particolare, di quattro potenze patrocinanti, cioè Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Regno Unito. Dopo la conferenza di Jalta del febbraio 1945, in cui i leader di Usa, Regno Unito e Urss avevano discusso l’ordine mondiale post-bellico, gli stessi Paesi convocarono la Conferenza delle Nazioni Unite sull’organizzazione internazionale. Il termine «Nazioni Unite» fu proposto dall’allora presidente Usa Franklin Delano Roosevelt già anni prima, e utilizzato per la prima volta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, firmata a Washington il 1° gennaio 1942 da 26 Paesi per sancire la loro decisione di cooperare per vincere la guerra contro le potenze dell’Asse, cioè Germania, Italia, Giappone e i loro alleati.
Come osserva Marco Mugnaini, professore di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Pavia, nel libro da lui curato Onu 1945 – 2025@, l’adozione della Carta dell’Onu@ il 26 giugno 1945 a San Francisco, Usa, e la sua entrata in vigore il 24 ottobre dello stesso anno, segnarono l’inizio del processo di creazione dell’organizzazione delle Nazioni Unite e degli organi, agenzie, programmi e enti che insieme costituiscono il cosiddetto sistema Onu.
Alcune di queste agenzie esistevano già da molto tempo: l’Unione internazionale delle Telecomunicazioni (Itu), ad esempio, era stata fondata a Parigi nel 1865 e compie quindi 160 anni. Altri organi, come l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), erano un’eredità della Società delle Nazioni, ente precursore dell’Onu fondato dopo la Prima guerra mondiale, mentre le istituzioni finanziarie – Banca mondiale e Fondo monetario internazionale – e l’Unesco, l’agenzia che si occupa di cooperazione nell’ambito educativo, scientifico e culturale, nacquero insieme all’Onu fra il 1944 e il 1945. Altri organi sono poi sorti per iniziativa della stessa Onu: ad esempio, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms/Who), nel 1948, l’Unhcr nel 1950, l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica – Aiea/Iaea nel 1957.
Palo della pace all’Unep a Gigiri, Nairobi (foto The Seed)
Il sistema Onu e i suoi costi
A oggi, il sistema Onu conta sei organi principali. Uno – il Consiglio di amministrazione fiduciaria, che si occupava dei territori sotto mandato internazionale – ha sospeso le attività nel 1994, mentre cinque sono in attività: l’Assemblea generale, il Consiglio di sicurezza, il Consiglio economico e sociale, il Segretariato e la Corte internazionale di giustizia. Questi organi coordinano complessivi 82 enti sussidiari alle loro dipendenze (ad esempio, l’Unicef è un fondo che fa capo all’Assemblea generale), 16 agenzie specializzate, come Oms e Unesco, e 10 organizzazioni indipendenti dall’Onu ma a essa legate da accordi, come la Aiea, l’organizzazione mondiale del Commercio (Omc/Wto) o la Corte penale internazionale (Cpi/Icc)@.
Secondo le statistiche ufficiali della stessa Onu, nel 2023 – anno più recente disponibile – l’organizzazione@ ha speso circa 68,5 miliardi di dollari. Una cifra, per dare una misura, pari a due volte il valore delle risorse stanziate con la legge di bilancio italiana nel 2024, o a una volta e mezzo l’importo pagato da Elon Musk per comprare il social network Twitter. Di questi 68,5 miliardi di dollari, la fetta più grossa (44%) è andata all’assistenza umanitaria, seguita da quella destinata all’assistenza allo sviluppo (30%), mentre le operazioni di pace sono al 12%. Stessa quota per le spese rivolte alla realizzazione dell’agenda globale e all’assistenza specializzata, attività cioè che affrontano sfide globali o regionali senza un collegamento diretto con le altre tre funzioni. I principali beneficiari sono l’Africa, dove l’Onu spende ogni anno circa 24 miliardi (35%), e l’Asia (18 miliardi, 27%), seguiti dalle Americhe (4,7 miliardi, 7%), l’Europa (4,4 miliardi, 6,5%) e l’Oceania (507 milioni, 0,7%), mentre il restante 23% (16 miliardi) va a interventi globali o interregionali.
Soldi spesi bene?
Per farsi un’idea del lavoro svolto dalle Nazioni Unite in questi 80 anni, Mugnanini ripercorre i premi Nobel per la Pace assegnati ad agenzie o funzionari Onu: un esercizio che aiuta a distinguere meglio il ruolo dell’organizzazione come specchio del mondo (mirror of the world). Nel 1950, il Nobel andò al diplomatico Ralph J. Bunche che, per conto dell’Onu, aveva mediato le prime fasi del conflitto fra Israele e i suoi vicini, arrivando agli armistizi con Egitto, Libano, Giordania e Siria. Il Nobel del 1954 andò invece all’Unhcr, nato quattro anni prima per aiutare i milioni di sfollati della Seconda guerra mondiale. Nel 1961 fu la volta del premio, postumo, a Dag Hammarskjöld, segretario generale Onu dal 1953 al 1961, morto a Ndola, nell’attuale Zambia, mentre conduceva delicati negoziati per risolvere la crisi in Congo, cruciale (e brutale) banco di prova sia della decolonizzazione che del confronto Est-Ovest.
Negli anni Sessanta, epoca di lotte e profondi cambiamenti sociali, il premio andò nel 1965 all’Unicef, agenzia Onu per l’infanzia, e nel 1969 all’Ilo, che promuove i diritti fondamentali nel lavoro. Nel 1981 fu di nuovo l’Unhcr a ricevere il Nobel, stavolta per l’assistenza ai rifugiati delle guerre in Africa e Asia, mentre nel 1988 fu assegnato alle Forze di peacekeeping delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel ridurre le tensioni nei luoghi di guerra. Nel 2001, il comitato per il Nobel volle sottolineare la fine della Guerra fredda e rafforzare il ruolo del multilateralismo nel nuovo ordine mondiale assegnando il premio alla stessa Onu e al suo segretario generale, Kofi Annan, mentre nel 2005 fu la volta dell’Aiea e del suo direttore, Mohamed El Baradei. Erano gli anni della guerra preventiva, e non autorizzata dal Consiglio di sicurezza, con cui Usa e Regno Unito colpirono l’Iraq di Saddam Hussein e, sia l’Aiea che il segretario generale Annan, si scontrarono duramente con i governi americano e inglese: «Nel suo ruolo di garante del regime di non proliferazione nucleare», scrive ancora Mugnaini, «la Aiea non aveva concordato con la richiesta statunitense di affermare che l’Iraq avesse ripreso il suo programma nucleare militare, posizione quella dell’Aiea che si rivelò poi essere corretta».
Nel 2007, a ricevere il premio fu il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – Ipcc) insieme all’ex vicepresidente Usa Al Gore, per lo sforzo di aumentare la conoscenza sul cambiamento climatico e gettare le basi per le future soluzioni. Infine, nel 2020 è stato il Programma alimentare mondiale (Wfp) a ottenere il riconoscimento: l’agenzia è la più grande organizzazione umanitaria mondiale e nel 2024 ha nutrito 124 milioni di persone, di cui 90 milioni con assistenza di emergenza.
Ma questi esempi di incisività, o almeno partecipazione attiva, delle Nazioni unite alla politica internazionale non esauriscono il suo operato: insuccessi come l’incapacità di prevenire il genocidio in Rwanda, nel 1994 (800mila vittime), e quello a Srbrenica, in Bosnia, nel 1995 (8mila vittime), sono fra gli esempi più citati nelle analisi dei fallimenti nell’ambito che costituisce uno dei pilastri dell’organizzazione, cioè la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale.
Consiglio di sicurezza dell’Onu, agosto 2025 (Un photo / Loey Felipe)
Un Consiglio di sicurezza bloccato
Guardiano di questo pilastro è uno degli organi principali delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza. La sua attuale composizione – cinque membri permanenti con diritto di veto e dieci membri eletti a rotazione per due anni – è ritenuta anacronistica da molti studiosi e dalla maggioranza degli stati membri dell’Onu, e l’inefficacia dimostrata di recente nel reagire all’invasione russa dell’Ucraina e al massacro compiuto da Israele a Gaza non hanno fatto che evidenziare questo stato di cose.
La prima iniziativa dell’Assemblea generale per avviare una riforma del Consiglio risale al 1992, ma oltre trent’anni di negoziazioni non hanno portato alcun risultato concreto, e le tre principali posizioni in campo continuano a creare uno stallo. La prima, del blocco cosiddetto G4 – Germania, Giappone, Brasile e India – chiede per i quattro Paesi lo stesso status dei cinque membri permanenti, anche se è flessibile circa il potere di veto, ed è favorevole all’assegnazione di due seggi permanenti all’Africa. Il secondo blocco, la coalizione Uniting for consensus (Ufc), guidata dai rivali regionali del G4 (tra cui Argentina, Messico, Italia, Polonia, Pakistan, Corea del Sud e Turchia) chiede l’aumento dei membri eletti da dieci a venti per ottenere un Consiglio egualitario e rappresentativo. Il terzo blocco è l’Unione africana, i cui 54 membri insistono affinché al continente vengano dati due seggi permanenti con diritto di veto e almeno tre seggi non permanenti in più, forti del fatto che la metà delle riunioni del Consiglio e circa il 70% delle sue risoluzioni riguardano questioni africane.
Quanto ai membri permanenti, i cosiddetti P5, la loro strategia è ostacolare il processo di riforma. Tutti vogliono mantenere il proprio seggio permanente e il diritto di veto, ma le loro posizioni sulla riforma del Consiglio sono diverse. La Russia è scettica sull’aggiunta di seggi permanenti e vuole evitare di indebolire il proprio status globale. Nemmeno la Cina vuole nuovi membri permanenti, mostrando particolare ostilità verso le aspirazioni dei rivali regionali nel G4, India e Giappone, ma sostiene, con l’Ufc, l’aggiunta di un massimo di dieci membri eletti. Inoltre, Pechino si oppone all’adozione di un testo che faccia da base per il negoziato, introducendo un ulteriore elemento di impasse.
Francia e Regno Unito sono i più propensi alla riforma, consci del loro ridotto peso internazionale rispetto al 1945 e delle critiche alla sovra rappresentazione dell’Europa nel Consiglio. Promuovono una soluzione provvisoria: una nuova categoria di seggi a più lungo termine che potrebbero poi diventare permanenti, ma senza diritto di veto. Gli Stati Uniti, infine, hanno storicamente sostenuto una modesta espansione sia dei seggi permanenti che di quelli non permanenti, ma senza superare i 21 membri. Diversi studiosi, infatti, avanzano forti dubbi sul fatto che la rappresentatività sia davvero l’obiettivo da perseguire: il Consiglio di sicurezza, sostengono, è stato pensato dai fondatori per essere efficace e rapido, non per essere rappresentativo@.
Truppe della Monusco nella provincia dell’Ituri in Congo Rd (Un photo / Jorkim Jothan Pituwa)
Le riforme degli altri pilastri
Gli altri due pilastri su cui si regge l’Onu sono lo sviluppo e i diritti umani e anche questi sono interessati dal processo di riforma. La scorsa primavera si è molto parlato del contenuto di un documento riservato, circolato fra alti funzionari incaricati della riforma e poi trapelato@, in cui si suggeriscono alcuni radicali provvedimenti. Fra questi, la fusione delle responsabilità e capacità operative di Pam, Unicef, Oms e Unhcr in un’unica entità umanitaria; l’unificazione delle agenzie con sede a Roma, cioè Fao, Wfp e Ifad, che si occupano principalmente di sicurezza alimentare; l’accorpamento dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’Aids (Unaids) con l’Oms.
Ma, al di là delle scelte specifiche sulle singole agenzie, il documento fa emergere un generale bisogno di razionalizzazione: fa infatti riferimento a «mandati sovrapposti» – un mandato in ambito Onu è la decisione che conferisce a un organismo l’autorità di svolgere le proprie funzioni, ad esempio la fondazione di un ufficio o la creazione di una commissione d’inchiesta – a un «uso inefficiente delle risorse», alla «frammentazione e duplicazione» e a un eccessivo numero di posizioni dirigenziali.
L’iniziativa UN80@, lanciata dal Segretario generale lo scorso marzo, ha appunto l’obiettivo di elaborare nel dettaglio queste proposte di riforma, che si articoleranno intorno a tre assi principali: il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia interne, la revisione dei mandati (che sono nel complesso 40mila, quasi 4mila per il solo segretariato) e la realizzazione di cambiamenti strutturali e di un riallineamento dei programmi in tutto il sistema delle Nazioni Unite.
In un articolo sulla rivista Foreign Affairs dell’ottobre 2024@, lo storico Thant Myint-U – nipote del Segretario generale U Thant che subentrò a Hammarskjöld nel 1961 – aggiunge al panorama una nota sulle storture nella selezione del personale Onu: i più capaci, lamenta Thant, ricevono di rado un riconoscimento per le loro competenze e i loro sacrifici. I governi, specialmente le grandi potenze, insistono per piazzare i loro candidati, spesso poco qualificati, nelle posizioni più elevate, creando una distorsione nel cuore del sistema Onu che mina sia il morale che l’efficienza. Un’Onu efficiente, conclude, avrebbe bisogno delle donne e degli uomini più qualificati da tutto il mondo, ma questo è un ambito di riforma che non riceve alcuna attenzione.
Chiara Giovetti
Riunione dellUnep a Nairobi (foto The Seed)
Africa. Il debito che soffoca
In Africa, il debito estero ha raggiunto livelli critici e sta diventando un problema grave. Secondo Afreximbank (African export–import bank), nel 2023, ammontava a 1.160 miliardi di dollari ed, entro il 2028, potrebbe arrivare a 1.290 miliardi. I dieci Paesi più indebitati – Sudafrica, Egitto, Nigeria, Marocco, Mozambico, Angola, Kenya, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal – detengono quasi il 70% dell’esposizione complessiva. Il rapporto debito/Pil aggregato del continente è salito al 71,7%, dopo un’impennata di 39 punti percentuali dalla crisi del 2008.
Le cause Dietro questa corsa all’indebitamento si celano diverse cause: infrastrutture da costruire, spese sanitarie e scolastiche elevate, accesso limitato ai mercati finanziari interni e alti tassi di interesse. Le pressioni demografiche e la domanda crescente di valuta estera hanno spinto molti Paesi a contrarre prestiti da attori multilaterali e da creditori privati, attratti dalla possibilità di profitti elevati. Con una conseguenza: molti Paesi ora spendono più per ripagare gli interessi che per la scuola o la sanità. Sono 48 in totale, secondo il rapporto «Un mondo di debiti» dell’Unctad (agenzia Onu per lo sviluppo e il commercio), gli Stati che oggi spendono più in interessi sul debito che nei servizi essenziali. Tra questi molti Paesi africani, dove i governi, per onorare i rimborsi, hanno imposto tasse più alte e tagliato i sussidi su beni di prima necessità. In Kenya e Nigeria queste misure hanno innescato proteste diffuse. L’analisi di Afreximbank divide i Paesi in tre gruppi: quelli a rischio moderato, come Rwanda, Senegal, Mali e Costa d’Avorio; quelli ad alto rischio, come Kenya, Guinea-Bissau, Etiopia e Tunisia; e quelli già sull’orlo dell’insolvenza, come Zambia, Mozambico, Sudan e Ghana. Altri Stati, come Egitto e Angola, mantengono l’accesso ai mercati, ma con un rischio sovrano elevato.
Recessione Il quadro è aggravato da un contesto globale difficile. Dopo il rallentamento economico iniziato nel 2015 e acuito dalla pandemia da Covid-19, il Pil dell’Africa subsahariana ha subito la prima recessione in oltre 25 anni nel 2020. Il debito, che nel 2011 era al 39,5% del Pil, ha così superato il 70% già nel 2020. Il Covid ha colpito un continente già vulnerabile, con economie poco diversificate, fortemente dipendenti dalle esportazioni e dagli aiuti esterni. Il debito africano è anche cambiato nella composizione: oggi, il 61% è detenuto da creditori privati, meno disposti a negoziare. Nel ventennio 2000-2019, diciotto Paesi africani sono entrati per la prima volta nei mercati obbligazionari internazionali, spesso attratti dall’assenza di condizionalità tipiche dei prestiti multilaterali. Una condizione che aggrava il peso delle scadenze e rende più difficile qualsiasi ristrutturazione del debito. L’Unctad denuncia come l’attuale architettura finanziaria internazionale penalizzi i Paesi poveri, rendendo i costi del debito insostenibili e alimentando il divario tra Nord e Sud del mondo. La Cina è emersa come il principale creditore bilaterale, detiene circa il 13% del debito africano – soprattutto nei confronti di Angola, Kenya, Camerun, Sudafrica ed Etiopia -. Ma l’assenza di trasparenza rende i dati poco certi.
Che fare? Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per tamponare la crisi. Durante la pandemia, la Banca mondiale (Bm) e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno promosso la «Debt service suspension initiative» (Dssi), che ha consentito una temporanea sospensione dei pagamenti per oltre 40 Paesi. Ma l’adesione è stata limitata, anche per il timore di un peggioramento del rating da parte dei mercati. Nel 2020 il G20 ha varato il «Common framework for debt treatment», un meccanismo per affrontare i casi più critici di insolvenza. Finora solo Ciad, Etiopia e Zambia hanno aderito. Un’altra iniziativa del Fmi è stata l’emissione straordinaria di Diritti speciali di prelievo (Dsp): dei 650 miliardi complessivi, 23 sono stati assegnati ai Paesi dell’Africa subsahariana.
Diritti e bilanci A fronte di queste misure, la sostenibilità del debito africano rimane una sfida aperta. La crisi, come ha ricordato papa Francesco, «colpisce soprattutto i Paesi del Sud del mondo, generando miseria e angoscia». Il Pontefice ha auspicato «una nuova architettura finanziaria internazionale, audace e creativa», che rimetta al centro i diritti umani e non solo i bilanci. Un obiettivo fatto proprio da Caritas italiana che ha lanciato la campagna «Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza», collegata alla campagna globale «Turn debt into hope» di Caritas Internationalis. «La campagna mira a sensibilizzare sull’urgenza di ristrutturare o condonare i debiti dei Paesi poveri e a riformare l’iniqua architettura finanziaria internazionale – afferma Massimo Pallottino di Caritas -. Un sistema che sostiene modelli di produzione e consumo responsabili del riscaldamento globale, alluvioni e siccità, danneggiando soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili. Serve una mobilitazione collettiva e individuale per promuovere cambiamenti di atteggiamento. I cambiamenti partono anche da noi». Anche Afreximbank raccomanda misure concrete: politiche fiscali solide, strategie di crescita a lungo termine, riforme della finanza globale e una gestione più autonoma e trasparente del debito. Solo così l’Africa potrà invertire la rotta e liberarsi da una spirale debitoria che rischia di soffocare ogni possibilità di sviluppo.
Archivio storico Museo dei residuati bellici – Città di Ho Chi Minh
Dalla guerra al boom economico
Storia di cinquant’anni di riunificazione
Il 30 aprile 1975 cadeva Saigon. Finiva una delle guerre più iconiche del Novecento. Il Vietnam fu riunificato, ma non tutte le aspirazioni rivoluzionarie furono soddisfatte. L’obiettivo dello sviluppo, però, pare centrato.
Camminando lungo la Dong Khoi, un tempo rue Catinat, che dalla cattedrale porta alla sponda destra del fiume, siamo nel centro chic di Città Ho Chi Minh. Ci sono boutique di prestigiose marche di moda estere, grattacieli in acciao e vetro, alberghi esclusivi. Ma siamo anche nel cuore della vecchia Saigon. All’incrocio con la Ly Tu Trong c’è ancora l’edificio, che fu sede della Cia, da cui decollò uno degli ultimi elicotteri statunitensi quando la città, all’epoca capitale della Repubblica del Vietnam, stava per cadere (29 aprile). Sul tetto c’è ancora la piattaforma, con la scritta «landing» (atterraggio). Di fronte lo sovrasta un moderno palazzo, sede di un centro commerciale, con la scritta di un noto marchio estero di vestiti.
Il Vietnam di oggi ci appare moderno, sui palazzi fanno bella mostra mega schermi luminosi che trasmettono pubblicità di marchi occidentali, in città circolano fiumi di motorini, ma anche auto di lusso.
Si è lontanissimi dall’immaginario collettivo (occidentale) della «guerra del Vietnam», ma anche da quello che ci sia aspetta da un paese socialista.
Anniversario
La mattina del 30 aprile 1975 un carro armato dell’esercito della Repubblica democratica del Vietnam (Nord) abbatte il cancello del Palazzo presidenziale di Saigon. È questa l’immagine della caduta della Repubblica del Vietnam (il Vietnam del Sud) e della fine della guerra.
Quindici anni di una guerra civile devastante, condotta anche da un esercito di occupazione straniera, gli Stati Uniti, in un paese a basso reddito prevalemtemente rurale. Furono scaricate 14,3 milioni di tonnellate di bombe, più che in tutta la Seconda guerra mondiale (5 milioni), distrutte foreste con il napalm, contaminati centinaia di migliaia di ettari di terreno con agenti chimici.
Nella «guerra del Vietnam», chiamata dai vietnamiti «guerra americana», morirono tra i 2 e i 3,8 milioni di civili (a seconda delle stime).
L’esercito del Nord, e il suo alleato del Sud, il Fronte nazionale di liberazione (Fnl), persero circa 600mila unità. Mentre l’esercito del Sud, l’Arvn ebbe perdite per 230mila uomini. Gli Stati Uniti, che nel momento di maggiore intervento ebbero nel paese fino a 540mila soldati, persero 58.193 uomini.
Molte infrastrutture, le poche che c’erano, furno distrutte o danneggiate, al Nord come al Sud.
Questo conflitto (1960-1975), chiamato dagli storici Seconda guerra d’Indocina, fu preceduta dalla Prima guerra d’Indocina, la guerra d’indipendenza dalla colonizzazione francese (1945-1954).
Due sistemi
Il 2 luglio 1976 nasceva la Repubblica socialista del Vietnam (Rsvn), che univa due territori, Nord e Sud, sui quali, durante vent’anni, erano stati sperimentati sistemi politici ed economici completamente diversi (si veda la Cronologia). La divisione era stata sancita dagli accordi di Ginevra del 1954.
Oggi il Vietnam è una delle maggiori economie dell’Asia, ha cento milioni di abitanti, ha rapporti diplomatici e commerciali con molti paesi, anche di schieramenti opposti, fa parte di importanti organizzazioni internazionali e associazioni economiche di stati (come l’Asean, Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico). Un successo importante ottenuto in pochi decenni. Vediamo come.
I «due» paesi che si riunificano
Il Nord Vietnam, la Repubblica democratica del Vietnam, è stato governato con il sistema comunista, dal partito unico, con assenza totale di voci di dissenso rispetto alla linea politica centrale. L’unità di comando è stata, tra gli altri, uno dei fattori di vantaggio del Nord.
Nel Sud, la Repubblica del Vietnam, al contrario, pur essendo governata da un regime dittatoriale e oppressivo, aveva visto un’opposizione politica, a livello di partiti, numerosa, come pure gli intellettuali e la società civile attiva, sempre molto presente.
Era a Sud che era nato il Fronte nazionale di liberazione del Sud Vietnam, fondato nel 1960 come organizzazione formale della rivoluzione sudvietnamita. Il suo braccio militare erano le Forze armate di liberazione del popolo. Si opponevano al regime di Saigon e al suo alleato statunitense. Facevano parte del Fronte le sensibilità politiche più diverse, non solo i comunisti, ma i suoi membri furono genericamente chiamati «Vietcong» (da cong san, comunista).
Sul piano economico, alla fine della guerra, il Nord si ritrovava con un’industria in ritardo a livello tecnologico e produttivo rispetto al Sud e aveva subito forti danni a causa dei bombardamenti a tappeto degli americani.
Il Sud, invece, aveva beneficiato dell’apporto statunitense, in termini di fondi e investimenti nello sviluppo infrastrutturale (strade, porti, piste di aviazione, distribuzione elettrica e di telecomunicazione). Inoltre, fabbriche tessili, chimiche ed elettroniche erano state create con capitali taiwanesi, della diaspora cinese e sudcoreani.
Il Sud aveva visto una riforma agraria (1971) che aveva portato all’eliminazione del latifondo e della mezzadria, mentre si era fortemente rafforzato il piccolo imprenditore agricolo. Anche grazie all’appoggio tecnico americano la produzione e la produttività del riso era aumentata notevolmente nel bacino del delta del Mekong, già granaio risicolo del Paese.
La guerra aveva però creato molti danni. Gli sfollati erano stati circa due milioni tra il 1965 e il ‘75. Molte foreste erano andate distrutte, mentre ettari di territorio erano inquinati dagli agenti chimici (come l’agente arancio) che avrebbe creato danni alle generazioni successive per decenni (fino ad oggi). Sarebbe stata necessaria una bonifica su ampia scala.
La partenza improvvisa degli americani aveva, inoltre, creato disoccupazione che aveva toccato tra 1,3 e 1,5 milioni di persone.
Turisti nella città di Ho Chi Minh (foto Marco Bello)
Riunificazione come?
Parte dei rivoluzionari del Sud, riuniti nel Governo rivoluzionario provvisorio (Grp), organizzazione politica clandestina dei rivoluzionari del Sud istituita nel 1969, spingevano per un approccio di «riconciliazione nazionale».
I loro alleati, i dirigenti comunisti di Hanoi, forti della presenza militare, impostarono invece un trasferimento del sistema del Nord al Sud, in modo brusco e senza adattamenti. Tutta l’organizzazione venne centralizzata sul potere del partito comunista ad Hanoi. Il regime economico sociale e politico diventò di modello stalinista sovietico.
In agricoltura, le grandi proprietà furono confiscate e quelle piccole collettivizzate nelle cooperative. Operazione che non funzionerà, perché gli imprenditori contadini rifiuteranno di entrarvi.
I funzionari civili e militari sotto il regime del Sud vennero licenziati e mandati in campi di rieducazione politica. Alcuni vi restarono pochi mesi, altri fino a dieci anni. Si stima che 165mila persone morirono in questi campi e nelle prigioni, mentre centinaia di migliaia di altre intrapresero la pericolosa via dell’esilio, fuggendo con ogni mezzo, in particolare via mare (il fenomeno dei boat people durò, in questa fase, dal ‘76 al ‘79). A esse si aggiungono quelle fuggite prima del 1975, con l’avvicinarsi della caduta di Saigon.
Il bilancio fu una notevole perdita di capitale umano e professionale per il Vietnam riunificato.
Il partito, inoltre, impostò un sistema di controllo territoriale capillare: quartiere, domicilio, permessi per viaggiare, razionamento alimentare.
A livello internazionale, la Rsvn aderì al Comecon (Consiglio di mutua assistenza economica), il blocco commerciale dei paesi socialisti.
Nel 1979 il Vietnam occupò militarmente la Cambogia e rovesciò il regime dei Khmer rossi di Pol Pot. Si ritirerà solo dieci anni più tardi. Pol Pot aveva cercato di riprendere alcuni territori cambogiani acquisiti da Hanoi. A Nord la Cina, alleata dei Khmer rossi, sconfinò occupando alcune città per un mese. Migliaia vietnamiti di etnia cinese (han) fuggirono dal paese. Entrambi i conflitti ebbero costi notevoli per la neonata Rsvn.
I limiti del modello stalinista
Nei primi anni Ottanta, il sistema imposto portò a una crisi della produzione alimentare, che generò una penuria di cibo, difficoltà di approvvigionamento delle città, e una diffusa malnutrizione nelle campagne. Nel 1986 l’inflazione si attestava al 1.000%. Era il fallimento del modello socialista sovietico.
Già nel 1982, al quinto Congresso del Partito comunista vietnamita, il segretario generale Le Duan (successore di Ho Chi Minh alla sua morte il 3 settembre 1969) ammetteva le difficoltà economiche e sociali del Paese.
Sul piano internazionale il 1986 è l’anno nel quale Michail Gorbatchev lanciava la Perestroika e la Glasnost in Unione Sovietica. Iniziava la crisi del socialismo reale. Nello stesso periodo, in Cina, Deng Xiaoping iniziava le riforme economiche. Riforme osservate attentamente dai dirigenti vietnamiti. Anche il sistema del Comecon iniziava a scricchiolare.
(foto Marco Bello)
L’era del «Doi moi»
È al sesto congresso del Pcv, a fine 1986, che il nuovo segretario Nguyen Van Linh lanciava un’era di riforme fondamentali. Chiamato «Doi moi» (rinnovare) prevedeva il riconoscimento del libero mercato e di un settore privato dell’economia.
«La riforma globale conosciuta come Doi moi è stato la realizzazione progressiva di microriforme locali o settoriali, distribuite tra il 1979 e il 1986», scrive lo storico franco-vietnamita Pierre Brocheux. «Dal 1979 inizia a essere riconosciuta l’importanza del nucleo famigliare, insieme a quello dello Stato e della collettività. È un cambiamento di prospettiva, fondamentale per le riforme del Doi moi che seguiranno», riporta ancora lo storico.
Negli anni successivi (1987-1988) il governo varò una serie di decreti per la liberalizzazione dell’economia nei diversi settori: investimenti stranieri, terra, commercio estero, agricoltura e gestione delle industrie di Stato.
Nel settore agricolo, nel 1988 iniziava la decollettivizzazione e la ridistribuzione della terra ai produttori agricoli in funzione della dimensione famigliare. Di fatto si trattava di una nuova riforma agraria, il passaggio da sfruttamento collettivo (che non aveva funzionato) a sfruttamento famigliare.
L’anno successivo il Vietnam passava da un’economia dirigista, centralizzata e interna a un’economia regolata dal mercato e orientata all’estero.
L’agricoltura come propulsore
Nell’era del Doi moi, l’agricoltura diventa la principale spinta economica del paese riunificato. Liberando i contadini dalle regole socialiste, le costrizioni della produzione collettivista si assiste a un’esplosione di produttività e produzione.
Importante è anche l’investimento in sviluppo delle infrastrutture (come l’idraulica agricola).
In pochi anni il Vietnam diventa secondo produttore mondiale di riso. Aumenta anche la produzione di mais e le coltivazioni commerciali da export. Tra queste, il Paese diventa il secondo produttore mondiale di caffè, posizione che mantiene a tutt’oggi.
La produzione di generi alimentari passa da una media di 265 chili per abitante nel 1980 (insufficiente in quanto il minimo necessario è valutato a 300 kg) a 470 kg nel 2003.
L’industria di manifattura
I dirigenti vietnamiti abbandonano l’idea di sviluppare l’industria pesante, occorrono grossi investimenti e molto tempo. Come in diversi altri Paesi della regione, viene, invece, spinta la manifattura per l’export. È concorrenziale in diversi settori (agroalimentare, tessile, confezioni e cuoio), grazie al basso costo della manodopera. Si assiste negli anni Ottanta a un aumento del commercio estero. In parallelo, per rispondere alle esigenze industriali, viene sviluppata la produzione di energia da diverse fonti: idroelettrica, idrocarburi e gas.
A livello di commercio estero, la crisi del Comecon porta il Vietnam a entrare nell’Asean (Associazioni delle nazioni del Sud Est asiatico), nell’Apec (Asia Pacific economic cooperation) e poi ad aderire al Wto. Nel 1995 riprende i rapporti con gli Stati Uniti.
Il Doi moi ha portato la crescita del Pil vietnamita oltre il 7% già nel 1990, fino al picco dell’8,5% nel 2007.
La «diplomazia del bambù»
Nel settembre 2023, Joe Biden, in visita ad Hanoi invitato dal segretario generale Nguyen Phu Trong (2011-2024), firma il «partenariato strategico integrale», elevando gli Usa al massimo grado di partenariato commerciale (insieme a Cina, Russia, India e Corea del Sud). Gli Stati Uniti sono oggi il primo mercato di export per i prodotti vietnamiti.
Il Vietnam è integrato nella comunità internazionale, è membro di decine di organizzazioni sovranazionali e partecipa a 15 accordi commerciali.
Molto si deve alla strategia diplomatica formulata proprio da Trong nel 2016 e formalizzata nel 2021, nota come «diplomazia del bambù», ovvero con «radici forti, tronco robusto e rami flessibili».
Strategia che gli permette di avere relazioni con Cina, Russia e, appunto, Stati Uniti. Dopo la visita di Biden, Trong ha accolto Xi Jinping e, un mese prima di morire (19 luglio 2024), anche Vladimir Putin (la Russia rimane il principale fornitore di armi). La sfida di un posizionamento sempre più da equilibrista in un’era oramai post Doi moi, è stata ereditata dal successore di Trong, il nuovo segretario To Lam.
Marco Bello
(foto Marco Bello)
Dalla Costituzione alle «braci ardenti»
Il «Doi moi» e la politica
Il Doi moi, varato ufficialmente a fine 1986, si innesta nel periodo storico del fallimento degli stati socialisti europei fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Lo stesso anno in Cina ci fu la repressione di
piazza Tienanmen.
In Vietnam, i primi anni delle riforme economiche sono accompagnati da un rinnovato desiderio comune di libertà e democrazia, aiutato anche dal contesto mondiale. Viene pubblicato il testo integrale del testamento di Ho Chi Minh, il pensiero del padre della nazione tende a sostituire l’ideologia marxista. Giovani, scienziati e scrittori guidano un’opinione pubblica attiva e fanno nascere club e associazioni.
Tra il 1987 e il 1991, diversi scrittori e giornalisti si esprimono chiedendo maggiori libertà, diritti e multipartitismo. Le critiche, talvolta, arrivano dall’interno del partito stesso. Diversi sono i movimenti di contestazione e rivendicazione.
La nuova Costituzione
Mentre alla fine degli anni Ottanta il partito sembra permissivo, nel 1991 cambia strategia, e inizia a reprimere le opinioni e le azioni che promuovono un’evoluzione democratica. Intanto continua a mandare avanti le riforme economiche. Da quel momento, chi si espone in favore di maggiori libertà, viene incarcerato o deve scegliere l’esilio.
Nel 1992 è varata la nuova Costituzione. In essa è sancito il rispetto di tutti i diritti umani fondamentali. Vi è, inoltre, definito che, a livello strutturale, il partito comunista è presente a monte e a valle del processo di legislazione, esecuzione e controllo. Nella pratica, la politica resta di tipo leninista, per cui, anche se la Costituzione riconosce i diritti fondamentali dei cittadini, il partito-stato non tollera alcuna contestazione del suo potere e dell’esercizio dello stesso. Chi si espone viene arrestato, o costretto in residenza sorvegliata, per impedirgli di nuocere.
(foto Marco Bello)
L’opposizione
L’opposizione politica, fino dal 1976, è in esilio, in particolare negli Usa e in Australia. Dopo qualche tentativo di tornare nel Paese con incursioni armate, nei primi anni Novanta preferisce un metodo di lotta chiamato «sovversione pacifica».
Tra il 2006 e 2007 si forma una coalizione di gruppi dissidenti, il Bloc8406, che rivendica riforme democratiche e rispetto degli impegni internazionali su diritti e libertà. Ne fanno parte attivisti come giuristi, ex membri del partito ed ex militari e altri intellettuali. Il regime li fa incarcerare quasi tutti tra il 2007 e il 2008.
Dal 2009 imprigiona pure blogger e giornalisti, anche per pubblicazioni sui social media. Situazione che continua ancora oggi. I dissidenti iniziano a contestare la corruzione diffusa a tutti i livelli e legata alle concessioni di terreni a imprese minerarie, che nuocciono all’ambiente e aprono, sostengono, le porte alla Cina.
Con l’avanzare del Doi moi, intanto, aumenta la crescita economica, gli investimenti stranieri, la speculazione immobiliare, e quindi le occasioni di un arricchimento facile.
Le contestazioni fondiarie si moltiplicano, i terreni sono espropriati per impiantare fabbriche, strutture turistiche e altre opere di interesse pubblico. La popolazione protesta contro gli indennizzi giudicati dai contadini troppo bassi.
A partire dal 2013 il partito inizia una vasta campagna anticorruzione, voluta dal segretario generale Nguyen Phu Trong (2011-2024), chiamata «braci ardenti», tutt’ora in atto. Diversi alti funzionari vengono rimossi, anche ai massimi livelli.
Ma.B.
(foto Marco Bello)
Cinquemila anni di storia
Cronologia di base
Dal 2.900 a.C. Presenza di regni nel Nord dell’attuale Vietnam, con a capo la dinastia Hong Bang (o dinastia Lac).
Dal 111 a.C. al 938 d.C. Dominazione cinese, con interruzione nel 40-43 d.C. (rivolta delle sorelle Trung), nel 222-248 (rivolta della guerriera Ba Trieu) e nel 544-602 (prima dinastia Ly).
Inizio secolo XVI. Arrivo di commercianti portoghesi e dei primi missionari che si fermano.
1858 – La flotta dell’ammiraglio Rigault de Genouilly sbarca nel golfo di Da Nang (centro dell’attuale Vietnam). Inizia la colonizzazione francese.
1940 – A causa della Seconda guerra mondiale, i Giapponesi invadono il Vietnam e inizia un periodo di coabitazione tra i due occupanti. Iniziano anche le insurrezioni armate, decise dal partito comunista (fondato nel 1930 da Ho Chi Minh), anche se gli indipendentisti sono di diverse tendenze politiche.
1941 – Ho Chi Minh, nato nel 1890 e andato all’estero nel 1911, torna in Vietnam e crea i Vietminh, per combattere giapponesi e francesi e ottenere l’indipendenza.
1945, agosto. Il Giappone è sconfitto nella Seconda guerra mondiale e si ritira. Il 2 settembre Ho Chi Minh proclama la Repubblica democratica del Vietnam (Rdvn) ma, di fatto controlla solo il Nord. L’esercito britannico arriva a Sud, e presto restituisce l’autorità ai francesi.
1946 – Attacco delle forze vietminh contro i francesi, inizia la Prima guerra d’Indocina che vede opporsi i rivoluzionari nazionalisti, di varie tendenze, insieme per scacciare i colonialisti francesi e raggiungere l’indipendenza.
1954 maggio. Vittoria decisiva dei Vietminh contro i francesi a Dien Bien Phu, nel Nord. A luglio, con firma degli accordi di Ginevra, il paese viene diviso «provvisoriamente» in due all’altezza del 17° parallelo. A Nord si concentrano le forze comuniste nella Rdvn, a Sud quelle fedeli ai francesi nella Repubblica del Vietnam (Rvn). Sono previste elezioni per la riunificazione entro due anni, ma non verranno mai fatte. Inizia un esodo di nord vietnamiti da Nord a Sud, circa un milione, prevalentemente cattolici. Una minoranza di ex combattenti Vietminh, originari del Sud, resta in quella parte del paese.
1955 – Gli statunitensi rimpiazzano i francesi come consiglieri militari del Sud Vietnam. Prende il potere Ngo Dinh Diem, già primo ministro, destituendo l’imperatore Bao Dai. Unione Sovietica e Cina iniziano l’assistenza al Vietnam del Nord. Una grave carestia colpisce il Nord, un milione di persone patisce la fame.
1960 – Nasce ad Hanoi il Fronte nazionale di liberazione del Sud Vietnam. I suoi membri sono chiamati Vietcong (comunisti) dal governo del Sud, in senso dispregiativo. È composto da forze del Sud di diversa tendenza, nazionalisti che vogliono l’indipendenza e la riunificazione. Intanto, continuano ad arrivare militari americani come consiglieri. Nel 1962 sono già 12mila. Toccheranno il massimo di 543mila soldati nel 1969.
1965 – Cominciano massicci bombardamenti americani nel Nord, che si ripeteranno negli anni.
1969 – Iniziano i colloqui di Parigi sul Vietnam. Saranno interrotti e ripresi nel ‘72 e poi nel ‘73. Il 2 settembre ‘69 Ho Chi Minh muore ad Hanoi.
1973 – Riprendono i colloqui che portano alla firma del cessate il fuoco il 27 gennaio. Sono firmati dai rappresentanti di Rdvn (Nord), Rvn (Sud), Governo provvisorio rivoluzionario (Gpr, vietcong) e Stati Uniti. Mettono fine all’intervento Usa che terminerà il ritiro delle truppe a fine marzo. Il Gpr e il governo del Sud dovrebbero formare un governo di coalizione a tre, oltre a Vietcong e regime del Sud, dovrebbe partecipare la «Terza forza», l’opposizione non comunista del Sud. Non ci riusciranno per le resistenze di Saigon.
1974 – Riprende la guerra tra vietnamiti, senza l’intervento americano.
1975, 30 aprile. Le forze comuniste, composte dall’esercito nordvietnamita e da quello di liberazione del Sud, conquistano Saigon. Il giorno prima, erano stati evacuati gli ultimi americani. Con loro l’ambasciatore Graham Martin.
1976, 2 luglio. Proclamazione della Repubblica socialista del Vietnam unificato.
1976-’79. Prima ondata di boat people: partono con barche di fortuna in centinaia di migliaia. Tra loro chi ha collaborato con gli americani e il regime del Sud e chi teme i comunisti.
1978, 25 dicembre. L’esercito vietnamita entra in Cambogia e rovescia il regime di Pol Pot. Si ritirerà solo nel 1990.
1979, febbraio-marzo. Conflitto con la Cina che invade alcuni territori a Nord.
1986, dicembre. Varo ufficiale del Doi moi, le riforme del «rinnovamento».
1992 – Varo della nuova Costituzione.
1995 – Ripresa dei rapporti diplomatici con gli Usa, dopo la revoca delle sanzioni l’anno precedente (amministrazione di Bill Clinton).
2023, 10 settembre. Gli Usa firmano con la Rsvn il «partenariato strategico integrale», il massimo livello, fino a quel giorno ottenuto solo da Cina, Russia, India e Corea del Sud. In seguito, sarà firmato anche con Australia e Giappone.
Ma.B.
(foto Marco Bello)
Anno di grandi ambizioni
Verso il futuro: Politica, economia e infrastrutture
Il 2024 è stato un anno di turbolenze politiche. Ma oggi la direzione de Paese è stabile. Una riforma dell’apparato governativo è in programma. Così come imponenti opere infrastrutturali. E il partito punta a una decisa crescita del Pil.
La prima metà del 2024 ha visto turbolenze politiche senza precedenti nel Vietnam. Il presidente Vo Van Thuong e il presidente dell’Assemblea nazionale, Vuong Dinh Hue, si sono entrambi dimessi nell’ambito della campagna anticorruzione in corso.
Thuong era in carica da poco più di un anno ed è stato il secondo presidente a essere costretto a dimettersi in altrettanti anni.
Poi, a luglio, il segretario generale di lunga data del partito comunista vietnamita (Pcv), Nguyen Phu Trong è morto all’età di 80 anni, dopo un periodo di malattia, interrompendo il suo terzo mandato come leader del Paese.
Da allora gli è succeduto To Lam, l’ex ministro della Pubblica sicurezza, mentre Luong Cuong è stato eletto presidente della Repubblica dall’Assemblea nazionale (ottobre).
Questa configurazione della leadership, insieme al primo ministro Pham Minh Chinh e al nuovo presidente dell’Assemblea nazionale Tran Thanh Man, è rimasta stabile, fornendo la calma necessaria dopo un periodo turbolento.
Ripresa economica
La stabilità ha contribuito a far sì che il Vietnam raggiungesse una crescita annua del Pil migliore del previsto, pari al 7,09% nel 2024, superando l’obiettivo del Governo che era del 6,5%.
La crescita trimestrale del Pil è aumentata in ogni trimestre dell’anno, raggiungendo il 7,55% nel quarto e guidando la quarta espansione annuale più alta degli ultimi 15 anni.
Il fatturato delle esportazioni e delle importazioni ha raggiunto un nuovo record, con il primo che ha raggiunto quasi 385 miliardi di dollari di valore, ovvero un aumento del 14,4% su base annua. Gli investimenti esteri diretti registrati, nel frattempo, sono stati di 31,4 miliardi di dollari, con il Governo che si è concentrato in particolare sui semiconduttori e l’intelligenza artificiale.
La concorrenza in questi settori è agguerrita a livello globale e soprattutto nel Sudest asiatico, con Malaysia, Indonesia e Thailandia che si sono assicurate importanti accordi di investimento da aziende del calibro di Google e Apple. Il Vietnam rimane un forte contendente, come evidenziato dal tanto celebrato annuncio di dicembre di Nvidia che investirà in ricerca e sviluppo nel Paese.
I funzionari puntano ora a una crescita del Pil dell’8% nel 2025 e, sebbene la performance dello scorso anno abbia gettato solide basi per un’ulteriore espansione, la dipendenza del Vietnam dal commercio estero rappresenta un rischio nel contesto dell’approccio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla questione.
Gli Stati Uniti sono il più grande mercato di esportazione del Vietnam, con un valore di 136 miliardi di dollari nel 2024 e, sebbene Trump non abbia preso di mira specificamente il Vietnam con la sua recente retorica, il Paese del Sudest asiatico ha il terzo più grande surplus commerciale con gli Stati Uniti dopo Cina e Messico.
Questa cifra ha raggiunto i 123 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente.
Allo stesso tempo, gli investimenti manifatturieri cinesi in Vietnam sono aumentati e hanno rappresentato il maggior numero di nuovi progetti di investimenti esteri diretti lo scorso anno. Ciò ha sollevato preoccupazioni sulla possibilità che le aziende cinesi utilizzino il Vietnam come canale di trasbordo per evitare le tariffe americane, anche se sono state trovate poche prove che ciò avvenga.
«Questo cambiamento manifatturiero è guidato da una combinazione di forze», ha dichiarato Dan Martin, international business advisor di Dezan Shira & Associates. «Da un lato, la geopolitica è al centro dell’attenzione, in particolare lo sono i dazi. Già durante la sua prima presidenza Trump ha utilizzato politiche commerciali aggressive che hanno provocato onde d’urto nelle catene di approvvigionamento globali, costringendo le aziende a ripensare le loro operazioni quasi da un giorno all’altro. Ora, con Trump 2.0 in pieno svolgimento e l’imprevedibilità delle sue tattiche commerciali intransigenti in aumento, le imprese si stanno preparando per quella che molti credono sarà un’ondata ancora più dura di misure protezionistiche. L’urgenza di proteggersi da questi rischi non è mai stata così grande».
Il primo ministro Pham Minh Chinh ha esortato le agenzie governative a prepararsi all’eventualità di una guerra commerciale globale, avvertendo che un tale evento «interromperebbe le catene di approvvigionamento e ridurrebbe i mercati di esportazione del Vietnam», riportano i media statali.
Analizzando altri settori dell’economia, si nota che il turismo ha registrato una forte crescita nel 2024. Gli arrivi internazionali hanno raggiunto i 17,6 milioni, con un balzo di quasi il 40% rispetto al 2023. La Corea del Sud e la Cina, a lungo i mercati chiave per il turismo in entrata, hanno guidato questa crescita e sono stati responsabili rispettivamente di 4,6 milioni e 3,7 milioni di arrivi.
Questo settore sembra destinato a crescere nel 2025. Gli arrivi internazionali a gennaio hanno infatti già raggiunto i 2,1 milioni, ovvero un’espansione del 36,9% su base annua. I funzionari hanno fissato l’obiettivo di raggiungere i 23 milioni di arrivi all’anno, spingendo per aumentare le entrate del turismo.
Ristrutturazione del governo
Mentre l’amministrazione Trump rappresenta un fattore esterno imprevedibile, il segretario generale To Lam sta perseguendo le riforme governative più ambiziose degli ultimi decenni. Numerosi ministeri si uniranno per modernizzare la governance e migliorare l’efficienza per affrontare i problemi di lunga data che riguardano la burocrazia, mentre le agenzie statali a tutti i livelli saranno semplificate.
Si prevede che circa il 20% dei dipendenti statali, ovvero circa 100mila persone, saranno tagliati con un risparmio di 5 miliardi di dollari, uno sforzo immenso che, se eseguito correttamente, andrà a beneficio di tanti, dai normali cittadini agli investitori stranieri (i costi sociali restano da valutare).
Molti dettagli di questa riforma rimangono poco chiari, mentre tutti i governi provinciali e le organizzazioni ufficiali dovrebbero avere presentato piani di ristrutturazione entro la fine del primo trimestre 2025. Questa razionalizzazione porterà al prossimo Congresso nazionale, previsto per gennaio 2026, quando sarà selezionata la leadership politica per i prossimi cinque anni.
(foto Marco Bello)
Grandi ambizioni
Allo stesso tempo, la leadership del Vietnam sta procedendo con scadenze aggressive sui principali progetti infrastrutturali ed energetici.
Alla fine dello scorso anno, l’Assemblea nazionale ha approvato la tanto discussa ferrovia ad alta velocità Nord-Sud, che dovrebbe costare 67 miliardi di dollari e collegare Hanoi a Città Ho Chi Minh con 1.500 chilometri di binari. Con un tempo di percorrenza stimato di cinque ore, questo rimodellerebbe drasticamente i viaggi nazionali, collegando un totale di 20 province e città. La tempistica di costruzione è molto ambiziosa, con l’inizio dei lavori previsto per il 2027 e i primi treni per il 2035.
Il Parlamento ha anche approvato la ripresa dello sviluppo dell’energia nucleare nella provincia di Ninh Thuan dopo che questo piano era stato accantonato per preoccupazioni sui costi nel 2016. All’epoca, due centrali dovevano essere costruite con il sostegno rispettivamente di Russia e Giappone.
Al momento non è chiaro chi fornirà supporto per il nuovo piano o quale tipo di reattori potrebbe essere utilizzato, ma la domanda di energia del Vietnam sta crescendo del 13% all’anno mentre il Governo si sforza di rispettare il suo impegno di emissioni nette zero entro il 2050.
Questo impegno ha creato tensioni riguardo alle politiche ambientali. Mentre la capacità di energia rinnovabile del Vietnam è cresciuta rapidamente nel 2018 e nel 2019, questa espansione è poi rallentata a causa di ritardi normativi, e le centrali elettriche a carbone rimangono la principale fonte di elettricità.
Hanoi e Città Ho Chi Minh devono entrambe affrontare un inquinamento atmosferico sempre più grave a causa delle centrali elettriche, dell’attività manifatturiera, delle emissioni dei veicoli e di altri fattori. Sebbene la consapevolezza di questo problema stia crescendo, l’azione di risposta ad alto livello è stata limitata.
Per quanto riguarda l’energia nucleare, il primo ministro Chinh ha incaricato Electricity Vietnam (Evn) e Petrovietnam, due imprese statali, di guidare gli investimenti nelle due centrali nucleari, coordinandosi con i partner internazionali sulla tecnologia richiesta. La russa Rosatom è un forte contendente per il coinvolgimento, mentre altri potenziali partner includono Cina, Giappone, Corea del Sud e Francia.
Chinh ha anche chiesto che entrambi gli impianti siano completati al più tardi entro la fine del 2031, una tempistica che sarà difficile da rispettare date le complessità dello sviluppo dell’energia nucleare.
I dazi di Trump, la ristrutturazione politica e grandi infrastrutture, sono le ambiziose sfide del Vietnam per il 2025.
Michael Tatarski da Città Ho Chi Minh
(foto Marco Bello)
Senso di coesione e gioia di vivere
Le sfide della chiesa vietnamita
Dai primi missionari, giunti 500 anni fa, alla vitalità della Chiesa vietnamita di oggi. Le sfide sono tante, come l’inurbamento e l’avanzata della modernità. Ma la gente ha un innato senso del sacro. E le vocazioni, pure missionarie, sono tante.
Nel 2033 la Chiesa in Vietnam celebrerà il cinquecentesimo anniversario di presenza. L’evangelizzazione della regione iniziò nella seconda metà del XVI secolo con l’arrivo di mercanti e missionari portoghesi. I primi religiosi inviati in missione in questo bellissimo Paese dell’Estremo Oriente furono i francescani, seguiti dagli agostiniani, dai domenicani e, più tardi, dai gesuiti. Il più famoso di questi missionari fu padre Alexandre de Rhodes (1591-1660), missionario gesuita francese, che, mentre svolgeva la sua attività missionaria, trasformò profondamente la scrittura vietnamita. Trascrisse in alfabeto latino la lingua vietnamita, fino ad allora scritta in caratteri cinesi, includendo, sotto forma di «accenti diacritici», i cinque toni della lingua vietnamita (quốc ngữ).
Il cristianesimo si diffuse inizialmente nel Nord del Paese, tra le popolazioni locali, soprattutto nelle zone rurali. Nel XVIII e XIX secolo, diverse ondate di persecuzione colpirono i cattolici, accusati di essere alleati delle potenze coloniali europee, e fecero più di centomila martiri. A metà del XIX secolo, il Vietnam divenne colonia francese. La dominazione straniera permise l’espansione del cristianesimo, la creazione di nuove diocesi, e quella di scuole e ospedali. Nel 1946 iniziò la prima guerra d’Indocina, seguita dalla seconda. Con la vittoria dei comunisti iniziò un nuovo periodo di persecuzione. Intorno agli anni 2000, gradualmente, lo Stato è diventato più tollerante nei confronti della Chiesa cattolica vietnamita.
Libertà di culto
Attualmente, la Chiesa gode di una relativa libertà che le permette di organizzare le sue attività interne senza troppe restrizioni. I seminari e le congregazioni religiose possono accogliere e formare seminaristi, religiosi e religiose in completa autonomia, molte chiese, centri pastorali e luoghi di pellegrinaggio sono costruiti ai quattro angoli del Paese. Solo l’istruzione e la maggior parte delle istituzioni ospedaliere rimangono appannaggio dello Stato (ad eccezione degli asili nido e di alcune scuole tecniche).
In certe zone più remote, dove le comunità cristiane sono minoritarie, il numero dei sacerdoti e dei campanili è ancora limitato dal governo locale. Paradossalmente, in questo contesto di crescente libertà, la progressione del cristianesimo nella società vietnamita non c’è stata. La fede cristiana si trova piuttosto di fronte a un certo declino.
Dalle campagne alle città
Diversi fattori spiegano questa tendenza, mentre altri restano sfide per l’attività missionaria della Chiesa. Come è successo in Europa negli ultimi cinquant’anni, ma in maniera più accelerata, oggi il Vietnam è nella morsa di una drammatica migrazione dalle campagne alle città, unita a un calo significativo del tasso di natalità (anche se la crescita demografica è ancora positiva). I villaggi e il mondo agricolo sono abbandonati dai giovani, che lasciano un contesto familiare e tradizionale per entrare in un ambiente urbano molto più anonimo e stressante, dove l’accesso ai beni materiali è la principale preoccupazione delle persone. Certo, quando arrivano dalla campagna, questi nuovi abitanti portano anche la loro parte di freschezza, dinamismo e cultura, ma la città è un mondo frenetico dove non tutti trovano l’Eldorado. La Chiesa è consapevole dell’importanza di accogliere e accompagnare questi migranti, ma non sempre trova i mezzi per raggiungerli nelle loro preoccupazioni quotidiane, per formarli e per difendere i loro diritti sociali.
I diritti dei lavoratori non sono la preoccupazione principale dello Stato e la protesta sociale è disapprovata in un Paese in cui il governo centrale è forte. La vita nelle parrocchie è ancora molto incentrata sull’aspetto religioso (celebrazione delle messe, sacramenti, processioni), con impegni caritativi che compensano in parte i problemi sociali.
Innato senso del sacro
Tuttavia, due elementi lavorano a favore della Chiesa in Vietnam. Il primo è il senso tradizionale del sacro dei vietnamiti (e degli asiatici in generale). I vietnamiti dichiarano senza complessi la loro religione e, sebbene la maggior parte della popolazione non ne pratichi una quotidianamente, ne riconosce il lato positivo. La religione promuove la coesione sociale (un valore molto apprezzato in questa società influenzata dal confucianesimo), e i credenti sono generalmente impegnati in attività caritatevoli (che rafforzano la benevolenza del popolo nei loro confronti). La religione è anche sinonimo di pietà verso gli antenati, che è uno dei doveri fondamentali di tutti i vietnamiti. È l’antitesi della modernità occidentale che è stata forgiata nell’età dell’Illuminismo.
Il secondo elemento che gioca a favore della vitalità della Chiesa vietnamita è il ruolo decisivo che giocano le persone consacrate: sacerdoti diocesani, religiosi e religiose. Ce ne sono più di venticinquemila nel Paese e le loro generosità, autenticità e gioia di vivere sono riconosciute da tutti, sia nella Chiesa che fuori da essa. Tutti sono direttamente coinvolti nel lavoro parrocchiale. Inoltre, le suore sono attive al servizio dei più poveri, dei disabili, degli orfani e dei bambini piccoli.
Missionari vietnamiti
Il dinamismo della vita religiosa si riflette anche sull’attività missionaria verso l’estero. Mentre la Chiesa diocesana vietnamita (lo diciamo con grande rammarico) è poco consapevole e attenta alle necessità della Chiesa universale, per quanto riguarda i religiosi, la situazione è più diversificata e quindi positiva. Certo, molte congregazioni e membri di congregazioni non si sentono missionari ad extra, ma in molti altri casi, soprattutto per quanto riguarda le congregazioni internazionali, l’invio in missione è relativamente numeroso. La fiamma missionaria non è certo paragonabile a quella che l’Europa ha conosciuto per circa un secolo, ma bisogna riconoscere che molti religiosi vanno lontano, in tutti i continenti, spesso nelle Chiese locali in crisi e nelle società in gran parte scristianizzate.
Come i missionari di una volta, hanno dovuto abituarsi alla lingua locale, al clima, al cibo e alla mentalità degli indigeni, con vari gradi di successo. Ma la loro generosità è bella da vedere. Inoltre, in molti casi, come in quello delle generazioni missionarie del passato che si sono prese cura anche dei loro connazionali, i religiosi vietnamiti sono attenti anche alle comunità cristiane vietnamite espatriate, che hanno bisogno di fede e di sostegno fraterno per affrontare le sfide dell’adattamento in terra straniera. Certo, il mondo è complesso, le generazioni cambiano, la pluralità e la scristianizzazione sono fatti innegabili del mondo moderno, e il Vietnam non fa eccezione, ma due cose rimangono essenziali. Da una parte, il messaggio del Vangelo continua ad essere rilevante per gli uomini del nostro tempo, e molti cristiani ne sono consapevoli e si nutrono della Parola, dei sacramenti, della vita fraterna, pur impegnandosi al servizio dei fratelli. D’altra parte, come ci ricorda papa Francesco, dobbiamo sempre uscire dalla nostra zona di comfort, essere critici e avere il coraggio di correre il rischio dell’avventura missionaria. I cristiani vietnamiti sono persone straordinarie. Hanno un bel senso di coesione, una bella liturgia, una gioia di vivere, convinzioni e generosità che sono un tesoro per la Chiesa universale e per la società nel suo insieme.
Frédéric Rossignol
Il Vietnam in cifre
Superficie: 331.210 km2 (Italia 302.073)
Popolazione: 100,3 milioni (2023)
Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 107/191 (2024)
Pil: 429,72 miliardi di dollari (2023)
Pil procapite annuo: 4.282 (2023)
Crescita annua del Pil: +7,09% (2024)
Aspettativa di vita: 75 (2022)
Popolazione al di sotto della soglia di povertà
(2,15 dollari US al giorno): 1%
Tasso di alfabetizzazione: 96%
Accesso alla rete elettrica: 100%.
Accesso a internet: 70%.
(foto Marco Bello)
Il Vaticano e la Repubblica socialista
Colloquio con monsignor Marek Zalewski
Abbiamo contattato monsignor Marek Zalewski, primo Rappresentante pontificio residente in Vietnam, per fare il punto sui rapporti tra il paese asiatico e il Vaticano.
Monsignor Zalewski, potrebbe riepilogarci il processo di riavvicinamento tra la Santa Sede e la Repubblica socialista del Vietnam?
«L’apertura dei rapporti con le autorità vietnamite, fino a quel momento molto timidi, risale al 1989, il tempo dei cambiamenti politici e sociali in Polonia e Ungheria, quando il cardinale Roger Etchegaray, allora presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, poté compiere una visita ufficiale in Vietnam. Infatti, il pensiero di Giovanni Paolo II era quello di aprire sentieri di dialogo attraverso i temi della giustizia e della pace, spesso negata in quel periodo in vari Paesi, caratteristici dell’insegnamento e della testimonianza quotidiana della Chiesa.
Si avviò, pertanto, la prassi della visita annuale di una delegazione della Santa Sede, dedicata in parte ai contatti con il Governo di Hanoi e in parte all’incontro con le comunità diocesane. Nel 1996 iniziarono i colloqui per definire un modus operandi relativo alla nomina dei vescovi in Vietnam. Le prime visite furono condotte dall’attuale segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, in qualità, allora, di sottosegretario per i rapporti con gli Stati, e poi continuati da altri monsignori sottosegretari.
Nel 2009 venne in Vaticano il Presidente vietnamita Nguyen Minh Triet per incontrare Papa Benedetto XVI. Si è quindi formato un Gruppo di lavoro congiunto Vietnam-Santa Sede, che ha aperto la strada alla nomina di un Rappresentante pontificio non residente in Vietnam, con base a Singapore, nella persona di monsignor Leopoldo Girelli, il 13 gennaio 2011.
Il miei primi contatti con il Vietnam risalgono proprio a quel tempo quando, all’inizio del 2011, sono stato trasferito dalla nunziatura apostolica in Thailandia a Singapore, come collaboratore di ruolo di monsignor Girelli, il primo nunzio apostolico residente a Singapore. Vi sono rimasto quasi due anni. Nel 2018 sono stato nominato suo successore, mantenendo lo stesso titolo.
Nel 2019 il Gruppo di lavoro congiunto, di cui ormai facevo parte, cominciò i negoziati sul testo dell’accordo, approvato solo nel 2023, che ha permesso di nominare la mia persona come Rappresentante pontificio residente in Vietnam. Il primo febbraio 2024 ho aperto l’Ufficio permanente della Santa Sede ad Hanoi, riconosciuto ufficialmente dal Governo della Repubblica socialista del Vietnam».
I cambiamenti al vertice del Partito comunista e alla presidenza della Repubblica, pensa possano cambiare qualcosa?
«I recenti cambiamenti ai vertici del Governo e del Pcv non devono sorprenderci, direi che siano la normalità nella politica. Sono convinto che le cordiali relazioni tra la Santa Sede e il Vietnam continueranno a portare buoni frutti, sempre nel segno del reciproco rispetto e della fiducia.
Il futuro, come si è espresso qualche tempo fa il cardinale Parolin, “ci chiama a un cammino da continuare a percorrere insieme, senza la pretesa o la fretta di raggiungere qualche altra meta, ma con la disponibilità di chi vuole confrontarsi per trovare il meglio. Il presente Accordo, quindi, non rappresenta solo un traguardo positivo, bensì un nuovo inizio, nel segno del reciproco rispetto e della reciproca fiducia”».
Il precedente presidente Vo Van Thuong, durante la sua visita nel 2023, ha invitato il Papa in Vietnam. Un viaggio sarà realizzabile a breve?
«La visita del Santo padre in Vietnam è una questione attuale e aperta. Il presente Governo afferma che tale invito è sempre valido e attende una visita apostolica in questo Paese, dove vivono più di sette milioni di cattolici. Tale tema fu brevemente discusso l’anno scorso, durante la visita ufficiale in Vietnam di monsignor Paul Gallagher, Segretario per le relazioni con gli Stati e organizzazioni internazionali. Esso verrà ripreso durante la prossima riunione del Gruppo di lavoro congiunto, prevista nell’arco di quest’anno in Vaticano.
La diplomazia pontificia non cerca di ottenere subito il risultato finale, ma favorendo una graduale armonizzazione del principio della libertà religiosa e giustizia con le leggi e le consuetudini locali, vuole favorire una maggiore comprensione reciproca e dialogo, i quali potrebbero permettere di adoperare alcune scelte concrete.
Per quanto riguarda un futuro viaggio apostolico, va rilevato che la Conferenza episcopale vietnamita (Cev) è sempre stata coinvolta in tale processo e ha offerto le proprie riflessioni e valutazioni.
La Chiesa in Vietnam è ricca di vocazioni e dobbiamo ringraziare Dio per questo dono. Vorrei sottolineare l’importanza di vivere il Vangelo con coraggio e fedeltà da parte dei cattolici vietnamiti, cioè essere “buoni cattolici e buoni cittadini”. Tale principio è stato richiamato da papa Francesco nella sua lettera ai cattolici in Vietnam del 2023».
a cura di Ma.B.
(foto Marco Bello)
Le religioni in Vietnam
Con il «Doi moi» le relazioni tra Stato e religioni entrano in una nuova fase. La Costituzione del 1992 sancisce la libertà di fede e culto, e un’ordinanza del 2004 ne precisa le modalità di applicazione. Lo Stato, però, proibisce e reprime ogni interazione tra la religione e la politica. Ad esempio, si giustifica l’arresto di un prete se questo è accusato di fare politica oppure di avere relazioni con gruppi di oppositori in esilio. Non sarebbe una politica antireligiosa, ma è lo Stato che si riserva l’esclusività della politica. Tuttavia, si sa, i confini tra politico, sociale e religioso non sono mai netti. Da notare che la cultura cristiana è stata riconosciuta come parte della cultura nazionale.
Le maggiori religioni praticate oggi
Buddhismo (scuola cinese o zen): oltre 10 milioni.
Cattolicesimo: 7 milioni.
Protestantesimo: 1,5 milioni.
Caodaismo (religione sincretica locale del Sud): 2,5 milioni.
Buddhismo Hao Hoa (setta basata sul buddhismo): 1,5 milioni.
Islam: 70mila (per lo più di etnia Cham, nel Sud)
Esistono poi decine di culti locali, seguiti da oltre un milione e mezzo di persone.
Letture consigliate
Pierre Brocheux, Histoire du Vietnam contemporaire, ed Fayard 2011. Compendio di storia moderna.
Tiziano Terzani, Pelle di leopardo, Tea 2024. Reportage di guerra di Terzani.
Stanley Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Bur supersaggi 1989. La guerra vista da un giornalista americano con approfondimenti di politica Usa.
Troung Nhu Tang, Memorie di un Vietcong, Piemme 2008. La guerra vista da un vietcong, tra i fondatori del Fnl, membro del Grp.
Sandra Scagliotti e Fausto Cò, Vietnam, cent’anni di resistenza (1885-1975), Epics 2020. Raccolta di testi.
Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, Neri Pozza 2016 (vincitore premio Pulitzer). Romanzo esemplare sulla guerra e sul dopo.
Phong Nguyen, L’eco dei tamburi di bronzo, Piemme 2023. Romanzo storico sulla rivolta delle sorelle Trung.
Michael Tatarski
Giornalista freelance statunitense, è basato a Città Ho Chi Minh da diversi anni. Tra le altre cose cura il blog «Vietnam weekly». Ha scritto per The Washington Post, The Atlantic, The Telegraph e altri. È stato caporedattore del Saigoneer.
Frédéric Rossignol
Religioso della Congregazione dello Spirito Santo di origine belga. È stato missionario in Vietnam dal 2007 al 2023. Lavora a Roma come padre spirituale del Collegio San Paolo, che ospita sacerdoti studenti da Africa, Asia e America.
Marco Bello
Giornalista, direttore editoriale di MC.
(foto Marco Bello)
Microfinanza, successi e correzioni
Il microcredito e, più in generale, la microfinanza sono strumenti spesso utilizzati nella cooperazione. Ma quanto sono serviti finora per fare uscire le persone dalla povertà? E cosa si potrebbe fare per renderli più efficaci?
Circa 1,4 miliardi di adulti nel mondo non hanno un conto presso un istituto finanziario o un fornitore di moneta mobile, cioè un servizio che permette di ricevere e inviare denaro con telefono cellulare anche senza un conto bancario di supporto. Lo riferisce il più recente rapporto (2021) della Banca mondiale sull’inclusione finanziaria@, che riporta l’analisi dei sondaggi effettuati su una popolazione di circa 128mila adulti intervistati in 123 paesi durante la pandemia da Covid-19.
Il rapporto sottolinea anche come questo dato sia in calo rispetto ai 2,5 miliardi del 2011 e agli 1,7 miliardi del 2017. Se nelle economie ad alto reddito quasi tutti gli adulti (96%) hanno un conto, le persone che non accedono a nessun servizio finanziario si concentrano nei paesi a basso reddito, nei quali ad avere un conto è solo il 39% degli adulti. Quasi la metà degli esclusi da questi servizi appartiene al 40% più povero delle famiglie e poco più della metà – cioè 740 milioni di persone – vive in sette paesi: India, Cina, Pakistan, Indonesia, Nigeria, Egitto e Bangladesh@.
Tre su quattro degli adulti esclusi dai servizi finanziari sono donne.
Uno degli strumenti con cui, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è cercato di ampliare l’accesso ai servizi finanziari per la fascia più povera della popolazione, è il microcredito e, più in generale, la microfinanza. L’esempio forse più noto è quello della Grameen Bank fondata nel 1983 da Muhammad Yunus, economista, imprenditore, attivista insignito nel 2006 del premio Nobel per la pace e da agosto 2024 primo ministro del Bangladesh.
Secondo alcune stime, le persone che usano servizi di microfinanza sono fra 150 e 200 milioni.
Per mettere un po’ di ordine fra i concetti ci appoggiamo all’estesa conoscenza del settore di Matteo Pietro Cortese, socioeconomista specializzato in finanza rurale, oggi consulente Fao con passati incarichi all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), Fondazione Cariplo, KfW e all’Ong Cisv.
Chioschi di Mpesa e Airtel
Microcredito e microfinanza: definizioni
«Cominciamo dalla microfinanza», spiega Matteo al telefono, «che è uno strumento per fornire servizi finanziari a persone con basso reddito che hanno difficoltà ad accedere al settore finanziario tradizionale»: non riescono ad accedere a servizi formali (in particolare ai prestiti) perché, ad esempio, non sono in grado di fornire garanzie come un titolo di proprietà o un contratto di lavoro, condizione molto frequente nei Paesi a basso reddito.
Il microcredito, continua Cortese, è una parte della microfinanza; questa, però, oltre al credito include anche il risparmio, le assicurazioni e le rimesse inviate dai migranti alle proprie famiglie.
La microfinanza è generalmente associata al formarsi di gruppi di autofinanziamento, che nei Paesi a basso e medio reddito «prendono principalmente due forme: le associazioni di risparmio e credito a rotazione, e le associazioni di risparmio e credito ad accumulazione, rispettivamente Rosca e Ascra nell’acronimo inglese».
Su questa suddivisione lo studioso di riferimento è Frist J. A. Bouman, dell’università di Wageningen, Paesi Bassi, che in un suo lavoro del 1995@ spiega come la principale differenza fra i due tipi di associazione sta nel fatto che, nel sistema Rosca, il fondo si forma raccogliendo il contributo dei membri – che può essere settimanale, mensile o avere altra cadenza concordata – e incomincia subito a ruotare, cioè a essere utilizzato da un membro a turno; non ci sono interessi sul prestito e il sistema dura finché l’ultimo membro non ha concluso il proprio turno. Nel sistema Ascra, invece, i fondi non vengono subito ridistribuiti, ma vengono prima accumulati, in genere per un periodo tra i 3 e i 12 mesi, per poi essere presi in prestito anche da più membri contemporaneamente e con tassi di interessi mensili che possono variare tra il 5 e il 15%.
Rotazione e accumulo, alcuni esempi
«Un sistema Rosca tipico dell’Africa occidentale è la tontine e, semplificando molto, funziona così: cinque persone mettono cinque euro ciascuna sul tavolo, così da creare un “piatto” da 25 euro, che la prima persona prende subito in prestito.
Nel secondo giro le stesse persone mettono di nuovo cinque euro ciascuna e sarà un secondo membro a prendere il totale in prestito. Il meccanismo continua così per cinque giri di riempimento del “piatto”, finché non si arriva al quinto membro: mentre i primi quattro hanno avuto un credito, l’ultimo ha di fatto solo realizzato un risparmio, riprendendosi alla fine tutti in una volta i cinque euro che aveva messo a ogni giro».
«Un’altro esempio, più vicino al modello Ascra, è quello delle associazioni di risparmio e prestito del villaggio (anche dette Vsla, Village savings and loan association in inglese), promosse in particolare nei primi anni Novanta del secolo scorso da Care International», confederazione di Ong che coordina 19 Care nazionali e un affiliato. Sono gruppi di risparmio comunitari autogestiti, composti da un numero di persone fra le 15 e le 25, che si riuniscono per risparmiare il proprio denaro, conservarlo in uno spazio sicuro – la scatola verde a tre lucchetti, diventata il simbolo dell’iniziativa – e accedere a piccoli prestiti o ottenere assicurazioni di emergenza. Dal 1991, si legge sul sito di Care, il modello Vsla ha sostenuto più di otto milioni di membri di questi gruppi, per la maggior parte donne.
Chioschi di Mpesa e Airtel
La crisi del 2010
Diversi milioni – trenta per l’esattezza – erano anche i beneficiari del microcredito nello stato dell’Andhra Pradesh, India centro orientale, quando nel 2010 i media internazionali cominciarono a dare conto di quella che poi venne chiamata crisi del microcredito. Secondo il governo indiano, riportava la Bbc nel dicembre di quell’anno@, in pochi mesi più di ottanta persone si erano suicidate perché non erano in grado di rimborsare i micro prestiti ricevuti.
Che cos’era successo? In un articolo sul New York Times del novembre precedente, Lydia Polgreen e Vikas Bajaj spiegavano@ che, se alle sue origini il microcredito era basato su gruppi di autofinanziamento sostenuti da enti no profit e sembrava una promettente via d’uscita dalla povertà, in anni più recenti il settore della microfinanza aveva attirato l’attenzione di società finanziarie non bancarie con scopo di lucro. I loro agenti, con metodi di persuasione piuttosto aggressivi, erano riusciti a convincere molti indiani a prendere micro prestiti senza informarli in modo corretto sui tassi di cambio applicati, spesso molto alti, e senza verificare che le persone coinvolte avessero la capacità reale di ripagare il debito e la preparazione necessaria per intraprendere un percorso del genere. In quei mesi, spiegava sempre a novembre 2010 un’analisi@ del think tank statunitense Cgap, molti clienti di questi enti smisero di restituire i propri prestiti, anche incoraggiati dagli incitamenti populisti di diversi politici indiani, generando così un serio rischio di collasso dell’intero settore bancario indiano, da cui proveniva l’80% del denaro prestato dalle istituzioni di microcredito ai clienti, pari all’equivalente in rupie di circa 4 miliardi di dollari.
«Nella letteratura», commenta Matteo Cortese, «non sembra esserci consenso su una correlazione tra impiego della microfinanza e l’uscita dalla povertà». Sembra inoltre ancora molto attuale un’intervista del 2012 a tre studiosi dell’università di Yale, Dean Karlan, Tony Sheldon e Rodrigo Canales, in cui il professor Sheldon afferma che chiedersi quante persone sono uscite dalla povertà grazie alla microfinanza è una domanda fuorviante e che è più utile concentrarsi su altri aspetti. «È più che altro una questione di resilienza», precisa Sheldon, invitando piuttosto a chiedersi: «Quanto sono ancora vulnerabili queste persone? Sono in grado di preservare i propri mezzi di sostentamento? Riescono a coprire le rette scolastiche, le spese mediche o le spese funerarie? La microfinanza li ha aiutati a essere più resilienti?»@.
Altro elemento da riconoscere al di là della retorica, continua Karlan, è che la microfinanza non raggiunge i più poveri, o lo fa solo in rari casi. Questo avviene ad esempio perché le istituzioni di microfinanza non sono disposte a concedere prestiti e o gestire i risparmi per importi che giudicano troppo piccoli, o perché spesso ai beneficiari è richiesto di avere già una sorta di micro impresa, o almeno un’attività già avviata, e tipicamente i più poveri non hanno niente di tutto questo.
Correzioni necessarie
Un possibile approccio per raggiungere queste persone in povertà estrema, riporta un altro studio Cgap, è il Graduation model, applicato in Bangladesh dalla Ong internazionale Brac, (Bangladesh rural advancement committee). Il modello è basato su cinque elementi fondamentali: l’individuazione dei più poveri tramite una raccolta di dati sul campo approfondita e partecipativa, il sostegno al consumo attraverso la fornitura di cibo o di denaro, il risparmio reso regolare, sicuro e accessibile, la formazione sulle competenze accompagnato da un coaching costante e la fornitura di beni, ad esempio bestiame o strumenti agricoli. L’idea di fondo è quella di fornire prima soluzioni non solo al problema del mancato accesso al credito, ma anche a tutte le altre difficoltà che rischiano di costringere un nucleo familiare a usare le risorse ottenute con la microfinanza non per migliorare la propria condizione ma per soddisfare necessità di base o rispondere a emergenze.
Ci sono anche altri aspetti da correggere se davvero si vuole migliorare l’accesso ai servizi finanziari specialmente per i più poveri, riprende Matteo Cortese. Innanzitutto, benché molte delle persone che avrebbero necessità di accedere al credito siano attive nell’agricoltura, molte istituzioni sono restie a finanziare questo settore, perché è un’attività altamente rischiosa e poco redditizia.
Sarebbe necessaria una maggiore elasticità anche da parte degli enti regolatori del sistema finanziario (le banche centrali) per evitare di sfavorire gli istituti di microfinanza che finanziano i piccoli produttori agricoli e che hanno inevitabilmente un portafoglio a rischio (Par) maggiore delle banche classiche che lavorano in ambito urbano. Limitare le operazioni degli istituti di microfinanza significa togliere risorse esattamente ai settori e agli utenti che più ne hanno bisogno. E si tratta di un bacino d’utenza notevole: riportava proprio la Bceao (Banca centrale degli stati dell’Africa dell’ovest) a novembre 2024@ che nella zona dell’unione monetaria – che comprende otto stati e ha come moneta il franco Cfa – le istituzioni di microfinanza erano 539 e, attraverso una rete di 4.921 punti di servizio che raggiungevano 18.923.770 clienti.
«I meccanismi di finanza mista (blended finance mechanisms)», conclude Cortese, «possono fare la differenza anche riguardo alla gestione del rischio in settori come l’agricoltura rurale». In estrema sintesi, il blending consiste nell’abbattere, o almeno nell’attenuare, i rischi legati agli investimenti allo sviluppo in contesti svantaggiati collegando i finanziamenti forniti dall’aiuto pubblico ai prestiti da parte di istituzioni pubbliche o di investitori commerciali, in modo da superare l’avversione al rischio di questi ultimi. Naturalmente, i benefici sono massimizzati solo se gli eventuali investimenti così attirati non vengono usati dai governi come pretesto per diminuire la propria quota di aiuto pubblico allo sviluppo.
Chiara Giovetti
Il microcredito in Costa d’Avorio
È in fase di avviamento, in questi primi mesi del 2025, un nuovo progetto di microcredito a San Pedro, grande città portuale della Costa d’Avorio.
Finanziato da donatori privati, il progetto coinvolgerà nella fase iniziale quindici donne che partecipano già ora alle attività del Centro di animazione missionaria e alla gestione dei locali commerciali del Consolata Shop, un negozio aperto nell’agosto del 2024 per promuovere la vendita di prodotti locali, sia di artigianato che alimentari.
Le donne sono già coinvolte anche in un sistema di risparmio annuale con una struttura detta tontine, che fornirà garanzie di solvibilità in caso di mancato rimborso.
Le partecipanti saranno divise in tre gruppi da cinque e ciascun gruppo riceverà l’equivalente di 765 euro in franchi Cfa, da dividere equamente fra tutte le donne. I crediti saranno concessi con un interesse del 10% e condizioni flessibili per il loro rimborso e si punterà ad aumentare gradualmente il numero delle persone coinvolte. Il progetto prevede anche due seminari di formazione su gestione finanziaria, marketing e sviluppo e il Consolata Shop sarà poi il punto vendita per i prodotti che le donne realizzeranno.
Chi.Gio.
Mondo. Rimesse dei migranti, un ponte tra Paesi
Nel 2023 il denaro mandato dai migranti ai loro paesi di origine nel mondo ha raggiunto la cifra record di 822 miliardi di dollari. Un aiuto importante per le famiglie. Un ponte economico e sociale tra i paesi.
Ogni anno Carmen manda tra i due e i tremila euro a sua madre a Lima. Da poco ha superato il concorso all’Asl città di Torino e ha iniziato a lavorare come Oss in ospedale, lasciando il precedente lavoro in una casa di riposo privata. Ha potuto anche fare un mutuo per acquistare il suo piccolo alloggio nella periferia Nord della città.
I suoi soldi aiutano la madre e due nipoti, figli di una sorella rimasta vedova a causa di un incidente sul lavoro del marito. Durante la pandemia ha mandato qualche centinaio di euro anche a suo fratello, in difficoltà a San Francisco, negli Usa.
Le rimesse, ovvero il denaro inviato dai migranti ai loro paesi di origine, sono un fenomeno economico e sociale cruciale, un flusso di risorse che collega il lavoro di milioni di persone migrate con lo sviluppo e il sostentamento delle loro famiglie rimaste in patria. Hanno un impatto significativo sia nei paesi di destinazione che in quelli di origine.
L’Italia, con la sua storica tradizione migratoria e un crescente numero di lavoratori stranieri, è uno dei principali paesi europei per volume di rimesse.
I dati: 822 miliardi di $
Carmen è una dei circa 200 milioni di migranti che nel mondo mandano denaro ai territori di provenienza. La Banca mondiale stima che nel 2023 le rimesse a livello globale siano ammontate a 822 miliardi di dollari (circa un terzo del Pil italiano).
Il paese che ha ricevuto la cifra più alta è stata l’India, con una cifra di 119,5 miliardi di dollari. A seguire, il Messico (66 miliardi), le Filippine (39), la Francia (36), la Cina (29). L’Italia è al 17° posto con 12,1 miliardi di rimesse ricevute da italiani all’estero.
Non stupisce che anche paesi ad alto reddito come Francia, Italia, o Germania (all’ottavo posto con 21 miliardi) ricevano grandi volumi di rimesse. La mobilità dei lavoratori europei che espatriano è molto alta e sotto gli occhi di tutti.
Tra i paesi dai quali escono i volumi maggiori di rimesse, troviamo al primo posto gli Usa, con 93 miliardi. A seguire, Arabia saudita (38), Svizzera (37), Germania (22), Cina (20). La Francia è al sesto posto con 19 miliardi di dollari, l’Italia all’undicesimo con 12,2 miliardi.
Interessanti variazioni sono state registrate rispetto al 2023, con incrementi significativi per paesi come Bangladesh (+17,4%) e Perù (+11%), mentre si osservano cali per altre nazioni come Pakistan (-9,6%) e Romania (-13,3%). Queste dinamiche riflettono non solo i cambiamenti demografici e migratori, ma anche l’evoluzione dei sistemi finanziari e delle politiche dei paesi di destinazione.
I costi delle rimesse per i migranti
Le rimesse rappresentano spesso una parte considerevole del reddito guadagnato dai migranti. Sono il frutto di sacrifici personali, rinunce a consumi o investimenti.
Su questa situazione già difficile, pesa anche il costo per l’invio del denaro. Nonostante gli sforzi globali per ridurlo, infatti, in Italia, secondo l’Onifm, per l’invio di 150 euro a dicembre 2024 una persona doveva pagare in media il 4,7%, con differenze significative a seconda dei paesi destinatari. Per mandare la stessa cifra in Senegal, ad esempio, il costo era del 2,6%, in Romania 3,89%, in Cina 4,89%, in Ghana 8,33%, in Brasile 9,40%.
Le piattaforme digitali sarebbero più economiche rispetto ai canali tradizionali, ma richiedono una maggiore alfabetizzazione finanziaria e digitale, e sono quindi meno usate.
L’osservatorio per l’inclusione finanziaria dei migranti, nel suo report, sottolinea che ridurre i costi di invio è una priorità sancita anche dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che mira a portarli sotto il 3%.
L’Italia ha già intrapreso iniziative, come il portale «mandasoldiacasa», per aumentare la trasparenza e promuovere la concorrenza tra gli operatori. Tuttavia, il vero potenziale risiede nello sviluppo e nella diffusione di canali digitali accessibili e nell’educazione finanziaria sia nei paesi di origine che di destinazione.
Effetti nei paesi di origine
Per i paesi destinatari, le rimesse sono una fonte essenziale di sostentamento e sviluppo. Questi fondi contribuiscono a migliorare le condizioni di vita, finanziare l’educazione, l’accesso alla salute e promuovere iniziative imprenditoriali.
Tuttavia, vi sono anche aspetti negativi: ad esempio il rischio di creare una dipendenza eccessiva dalle rimesse, cosa che può limitare lo sviluppo di economie autosufficienti. Inoltre, le variazioni dei flussi che da un anno a un altro possono verificarsi, rischiano di portare conseguenze profonde su comunità già vulnerabili.
Ponti tra comunità
Le rimesse non sono semplicemente trasferimenti di denaro, ma ponti economici e sociali che uniscono famiglie e comunità. Supportare i migranti per il loro invio sicuro ed economico significa non solo migliorare la loro qualità di vita, ma anche contribuire allo sviluppo sostenibile globale.
Luca Lorusso
Cop29, delusione annunciata
I dati definitivi mostreranno probabilmente che il 2024 è stato non solo l’anno più caldo di sempre, ma anche quello in cui la soglia di 1,5 gradi è stata superata. La Cop che si è svolta a Baku non è stata un fallimento totale, ma di certo non si è dimostrata all’altezza della sfida che il pianeta ha di fronte.
Era chiaro a tutti che la 29° Conferenza delle Parti sul clima (Cop29) di Baku, Azerbajian, sarebbe stata la Cop della finanza: come scriveva l’11 novembre Ferdinando Cotugno, inviato del quotidiano Domani a Baku, nella sua newsletter Areale@, «il risultato per cui sarà giudicata sarà un numero, espresso in centinaia o migliaia di miliardi».
E quel numero è 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035: circa un quarto di quanto richiesto dai Paesi che hanno meno responsabilità nella crisi climatica, ma ne subiscono più degli altri gli effetti.
È stata la terza Cop consecutiva in un Paese produttore di petrolio – dopo la Cop27 di Sharm el-Sheik, Egitto, nel 2022, e la Cop28 di Dubai, Emirati arabi uniti, nel 2023 – e anche a Baku si sono visti tratti già presenti nei due anni precedenti: innanzitutto una riduzione degli spazi di protesta per la società civile, a cui è stato vietato di manifestare al di fuori degli spazi della Conferenza – siamo lontanissimi da Glasgow, quando 100 mila persone manifestarono per le strade della città durante Cop26 – e di alzare la voce: per cui, riportava sempre Cotugno, i manifestanti hanno solo potuto schioccare le dita e mugugnare.
Altro tratto simile alle due Cop precedenti: la presenza di un numero consistente di lobbisti del settore dei combustibili fossili. Secondo la coalizione Kick Big Polluters Out, a Baku erano 1.773, meno dei 2.456 presenti a Dubai ma molti di più dei delegati totali dei dieci Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico@.
Il discorso di apertura di Ilyam Aliyev@, presidente dell’Azerbaijan – Paese che l’indice globale di democrazia dell’Economist colloca al 130° posto su 167 – ha sottolineato che petrolio e gas sono «doni di Dio». Nessun Paese, ha detto Alyev, «dovrebbe essere criticato perché ha queste risorse e le porta sul mercato, perché il mercato ne ha bisogno. Le persone ne hanno bisogno». Come presidenza della Cop29, ha aggiunto, sosterremo la transizione verde, ma allo stesso tempo «dobbiamo essere realisti». Non le migliori premesse per intavolare un negoziato a una conferenza sul clima.
COP29 President Mukhtar Babayev speaks at a first closing plenary of the COP29 Climate Conference in Baku on November 23, 2024. The Azerbaijani head of COP29 urged nations on November 23, to bridge their differences after two weeks of fraught negotiations at the UN climate talks over money to help poorer countries tackle global warming. (Photo by STRINGER / AFP)
Perché 1.300 miliardi?
Sul principale tavolo negoziale di Baku, quello della finanza, il punto di partenza era il vecchio obiettivo quantitativo di 100 miliardi di dollari all’anno in aiuti per affrontare la crisi climatica, stabilito alla Cop di Copenaghen nel 2009 e fissato in quella di Parigi nel 2015 come cifra minima da ampliare entro il 2025. I 1.300 miliardi che i paesi in via di sviluppo ritenevano adeguati alle loro esigenze e che volevano inserire come obiettivo vincolante all’interno dell’accordo, viene dalle stime@ che tre economisti – Amar Bhattacharya, Vera Songwe e Nicholas Stern – hanno indicato in vari studi pubblicati dalla London School of Economics e che numerose agenzie delle Nazioni Unite hanno poi adottato. Per realizzare queste stime, i tre studiosi e i loro team sono partiti dai costi per sviluppo e risposta alla crisi climatica affrontati nel 2019 dal gruppo di Stati più esposti ai danni del cambiamento climatico, cioè le economie emergenti (esclusa la Cina: poi torneremo su questo punto) e i paesi in via di sviluppo, riuniti sotto la sigla Emdc.
A partire da questi costi, si legge negli studi dei tre economisti, le proiezioni indicano che i Paesi Emdc avranno bisogno di 2.400 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 e 3.200 entro il 2035: mentre è verosimile che 1.400 miliardi l’anno entro il 2030 e 1.900 miliardi l’anno entro il 2035 siano mobilitati direttamente da questi Paesi con risorse proprie, i restanti mille miliardi l’anno entro il 2030 e 1.300 miliardi l’anno entro il 2035 devono venire da fonti esterne, cioè devono essere fondi internazionali: pubblici, privati e di altro tipo.
Questa cifra, sottolineava poco prima della Cop un rapporto Unctad@, organo delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo, sarebbe pari all’1,4% del Pil mondiale, una cifra più bassa dei 2.500 miliardi all’anno di spesa militare dei paesi Nato, pari all’1,9% del Pil.
A questo proposito, riportava Euronews, il delegato di Panama alla Cop, Juan Carlos Monterrey Gomez, ha commentato: «Per alcuni, 2.500 miliardi dollari per ucciderci a vicenda non sono sufficienti, ma mille miliardi per salvare vite è irragionevole. La cosa più ridicola è che stiamo causando la nostra stessa estinzione. Almeno i dinosauri avevano un asteroide. Noi che scusa abbiamo?»@.
La cifra richiesta dai paesi del Sud globale, continua il rapporto Unctad, è anche a pari circa un terzo del totale dei sussidi che nove paesi sviluppati (inclusa l’Italia) danno ai combustibili fossili e impallidisce di fronte alle risorse mobilitate per far fronte alla pandemia, pari a 16.400 miliardi tra spesa fiscale aggiuntiva e mancate entrate.
«Illusione ottica» e «barzelletta»
L’accordo sulla finanza climatica@ è stato raggiunto nella notte fra sabato 23 e domenica 24 novembre scorso, dopo un negoziato teso e nervoso, a più riprese sul punto di fallire. Stabilisce un nuovo obiettivo quantitativo sotto la guida dei paesi sviluppati di almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per sostenere i Paesi in via di sviluppo nell’azione per il clima con fondi provenienti da varie fonti, pubbliche e private.
Il riferimento alla cifra che i Paesi in via di sviluppo richiedevano è presente nel testo, ma come esortazione, come invito a collaborare per consentire l’aumento dei finanziamenti «fino ad almeno 1.300 miliardi l’anno entro il 2035».
Subito dopo l’adozione, ancora in assembla plenaria, i delegati di India, Nigeria, Cuba e Bolivia hanno preso la parola per esprimere la loro rabbia: secondo la negoziatrice indiana, Chandni Raina, 300 miliardi sono una cifra di «abissale povertà», insufficiente per affrontare «l’enormità della sfida che noi tutti abbiamo di fronte»: per questo, ha detto, questo accordo è «poco più di un’illusione ottica». Non è stata più tenera la delegata della Nigeria, Nkiruka Maduekwe: che i paesi sviluppati rivendichino un ruolo di guida impegnandosi su una cifra così bassa «è una barzelletta. Non lo accettiamo»@.
Questi 300 miliardi non arriveranno subito: sono un obiettivo da raggiungere entro il 2035, non il volume degli stanziamenti immediati. Inoltre, non saranno solo fondi pubblici, ma anche fondi privati e risorse da reperire sui mercati, dove Paesi come questi, che spesso hanno già un debito molto alto, faticano a trovare fondi, specialmente visto che si tratta di interventi di adattamento alla crisi climatica che non sono, per loro natura, abbastanza redditizi da invogliare potenziali finanziatori privati.
Activists hold a silent protest inside the COP29 venue to demand that rich nations provide climate finance to developing countries, during the United Nations Climate Change Conference (COP29) in Baku on November 16, 2024. (Photo by Laurent THOMET / AFP)
Gli altri risultati
Un segnale positivo, registra tuttavia l’associazione Italian Climate Network (Icn)@, è che il testo dell’accordo lascia aperta la possibilità che altri Paesi, diversi da quelli sviluppati, forniscano – per quanto su base volontaria – il loro contributo per aumentare questi fondi. E questi Paesi sono la Cina, la Corea del Sud e i Paesi del Golfo membri Opec, che nella Convezione Onu sul clima a tutt’oggi non sono ufficialmente inclusi fra i Paesi sviluppati, perché è ancora in vigore la classificazione del 1992. Si tratta di Paesi con elevate emissioni e con economie non certamente comparabili, ad esempio, a quelle di molti dei Paesi dell’Africa subsahariana, come hanno fatto presente fra gli altri il ministro dell’ambiente nigeriano, Balarabe Abbas Lawal, e la sua omologa della Colombia, Susana Muhamad@.
Fra i risultati che Italian Climate Network elenca nella sua esaustiva analisi della Cop29 c’è anche l’adozione di accorgimenti per regolamentare meglio il mercato internazionale del carbonio: semplificando molto, quando un Paese compie un’azione – ad esempio di riforestazione – che aiuta ad assorbire gas serra, oppure un’azione che evita di emettere questi gas climalteranti, accumula crediti di carbonio e li può vendere ad altri Paesi che hanno bisogno di compensare le proprie emissioni.
A Baku si sono stabiliti nuovi metodi per il calcolo dei crediti e per la valutazione dei progetti che mirano a rimuovere gas serra dall’atmosfera. Inoltre, la Cop29 è intervenuta anche sui registri che raccolgono i dati sui crediti di carbonio, istituendone uno sotto l’ombrello Onu che però Icn definisce leggero, nel senso che riunisce i registri esistenti invece di istituirne uno unico e vincolante.
I fallimenti
Nel primo anno in cui il pianeta probabilmente ha superato la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento rispetto all’epoca preindustriale, la Cop di Baku non ha nemmeno affrontato il tema della mitigazione. Nel testo finale, riporta Icn, non si parla più di uscita dai combustibili fossili né di contenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi o almeno sotto i 2 gradi.
Un dato che ha preoccupato molti riguarda le negoziazioni sul prossimo inventario globale – il Global Stocktake – che aveva rappresentato un successo della Cop di Dubai – e che sono state rimandate alla prossima conferenza sul clima, la Cop30 a Belém, in Amazzonia.
Uno dei motivi per cui non si è raggiunto nessun accordo è che l’Arabia Saudita ha messo in discussione il ruolo del Gruppo intergovernativo sul cambiamento (Ipcc, nell’acronimo inglese), fin qui ritenuto il punto di riferimento scientifico su cui si sono basate le Cop, proponendo di utilizzare anche altre fonti scientifiche. In realtà, riportava a novembre il New York Times@, questa presa di posizione è solo uno degli atti di una strategia di demolizione dei negoziati sul clima che l’Arabia Saudita sta portando avanti già dalla fine della Cop28.
E questo ruolo dell’Arabia saudita richiama l’attenzione anche sull’elefante, anzi, sugli elefanti, nelle stanze negoziali di Baku: l’imminente uscita dall’accordo di Parigi degli Stati Uniti dopo la rielezione di Donald Trump, i numerosi teatri di guerra aperti nel mondo e le conseguenti tensioni che si sono insinuate anche alla Cop, un’Unione europea che ha tentato di guidare i Paesi del Nord globale e di insistere sulla riduzione delle emissioni, ma che era distratta dalle liti fra i Paesi membri sulla scelta dei commissari dell’attuale Commissione Ue, in corso negli stessi giorni a Bruxelles: sono tutti elementi che erano noti prima dell’inizio dei lavori e che avrebbero reso comunque questa Conferenza di difficile gestione. Una presidenza, come quella dell’Azerbaijan, che non sembrava davvero interessata a mediare in modo efficace per raggiungere accordi ambiziosi ha fatto il resto nell’appesantire, rimandare, affossare i negoziati.
Dopo Baku, e sulla scia di Dubai e Sharm El Sheik, sono in molti a chiedersi se ha ancora senso che il pianeta organizzi la propria azione per il clima intorno a un modello negoziale nato tre decenni fa da un trattato che rifletteva un mondo che non esiste più. «È ormai chiaro che le Cop non sono più adatte allo scopo per cui sono nate, ha scritto un gruppo di esperti di clima che include l’ex segretario generale Onu Ban Ki-moon, l’ex presidente dell’Irlanda Mary Robinson, l’ex responsabile del clima delle Nazioni Unite Christiana Figueres e lo scienziato del clima Johan Rockström. I futuri vertici, sostiene il gruppo, dovrebbero essere organizzati solo in paesi che mostrano un chiaro sostegno all’azione per il clima e che hanno regole più severe sulla lobby dei combustibili fossili. La Cop30 di Belem, che si svolgerà quest’anno a novembre, ha un’eredità pesante da raccogliere.
Chiara Giovetti
22 November 2024, Azerbaijan, Baku: Activists from Fridays for Future Germany demonstrate with other activists at the UN Climate Summit COP29. Photo: Larissa Schwedes/dpa (Photo by Larissa Schwedes / DPA / dpa Picture-Alliance via AFP)
Disabilità e sviluppo, progressi insufficienti
Nel mondo, una persona ogni sei ha una disabilità significativa e i numeri sono in aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione, delle pandemie, delle catastrofi naturali e delle guerre, mentre i progressi verso l’inclusione sono ancora insufficienti.
N el 2021, la principale causa di disabilità nel mondo sono stati i disturbi neurologici. Lo riportava lo scorso marzo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riferendo i risultati di uno studio@ pubblicato su The Lancet Neurology, autorevole rivista scientifica britannica, secondo il quale dal 1990 la quantità complessiva di disabilità, malattia e morte prematura causati da problemi neurologiche è aumentata del 18%.
Le prime dieci patologie neurologiche che hanno causato perdita di salute sono ictus, encefalopatia neonatale, emicrania, demenze, neuropatia diabetica, meningite, epilessia, complicazioni neurologiche dovute a parto prematuro, disturbi dello spettro autistico e tumori del sistema nervoso. Oltre otto su dieci dei decessi e della perdita di anni di salute per cause neurologiche si verificano nei Paesi a basso e medio reddito reddito dove il numero di professionisti di neurologia è 70 volte più basso che in quelli ad alto reddito.
Nel complesso, considerando anche patologie diverse da quelle neurologiche, la disabilità è diffusa nel 16% della popolazione mondiale. Una persona ogni sei, per un totale di 1,3 miliardi.
Concetto in evoluzione
La disabilità, si legge sul sito dell’Oms@, è un aspetto della condizione umana, una sua parte integrante. È anche un «concetto in evoluzione», chiarisce la Convenzione Onu del 2006 per i diritti delle persone con disabilità, ed è il risultato dell’interazione fra problemi di salute e fattori personali e ambientali, fra i quali atteggiamenti negativi, trasporti ed edifici pubblici inaccessibili e sostegno sociale limitato. Per questo l’equità sanitaria per le persone con disabilità – cioè il diritto di raggiungere il miglior stato di salute possibile per loro – è una priorità per lo sviluppo. La giornata internazionale delle persone con disabilità, che ricorre il 3 dicembre di ogni anno dal 1981, è nata per promuovere i diritti e il benessere di questo 16% dell’umanità e quest’anno ha come tema «Rafforzare la leadership delle persone con disabilità per un futuro inclusivo e sostenibile»@.
Gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sdg) rilevanti per la disabilità sono almeno cinque e riguardano l’istruzione, il lavoro, la riduzione delle diseguaglianze, gli insediamenti umani e il rafforzamento del partenariato mondiale per raggiungere gli obiettivi.
Tuttavia, Ulrika Modéer dell’agenzia Onu per lo sviluppo, Undp, e José Viera, della International disability alliance, constatavano nel 2023 sul blog di Undp@ che i progressi sono deboli sulla metà degli obiettivi, mentre su un altro 30% degli obiettivi si registrano regressi. Ad esempio, riferisce il rapporto 2024 sui progressi verso il raggiungimento degli Sdg, solo la metà delle scuole primarie e il 62% delle scuole secondarie hanno infrastrutture di base per studenti con disabilità; inoltre, se i dati mostrano maggiori tassi di violenza da parte del partner nei confronti di donne disabili, la mancanza di dati statistici precisi impedisce di definire le reali dimensioni del problema@.
Disabilità e ferite di guerra
Anche i conflitti armati hanno un ruolo significativo nel generare nuove disabilità. Solo per fare alcuni esempi limitati alle guerre in Ucraina e a Gaza: lo scorso maggio il sito Politico.eu riportava@ che, secondo il ministero per le politiche sociali ucraino, dopo l’invasione russa del febbraio 2022 le persone con disabilità nel paese erano aumentate di 300mila e oltre 20mila avevano subito amputazioni. Il ministero che si occupa dei veterani, inoltre, calcolava che il numero di questi e i membri delle loro famiglie che potrebbero avere bisogno di assistenza a causa dei traumi fisici o psicologici arriverebbe a 5 milioni.
Anche a Gaza la guerra ha causato moltissime lesioni traumatiche: usando i dati raccolti e condivisi dai medici di emergenza dal 10 gennaio al 16 maggio 2024, l’Oms ha stimato@ il numero di lesioni gravi e calcolato che circa un quarto dei 95.500 feriti trattati – ovvero circa 22.500 persone – ha probabilmente bisogno di riabilitazione intensa e continua. Le lesioni agli arti sono quelle più numerose (15mila casi) e si stimano anche fra le 3mila e le 4mila amputazioni, oltre 2mila gravi lesioni alla testa e al midollo spinale e altrettante ustioni gravi.
Il conflitto armato non solo genera nuove disabilità, ma colpisce in modo più grave chi ne ha già una. Un rapporto@ sulla situazione a Gaza pubblicato a settembre di quest’anno da Human rights watch, Ong internazionale per la difesa dei diritti umani, riporta che 98mila bambini di Gaza vivevano con una disabilità già prima dell’inizio della guerra e racconta le storie di alcuni di loro. Ad esempio, quella di Ghazal, una quattordicenne con paralisi cerebrale, che ha dovuto fuggire con la sua famiglia dal Nord al Sud di Gaza senza i suoi dispositivi di assistenza, distrutti in un attacco che aveva colpito la sua casa. A inizio maggio, Ghazal era sfollata in una tenda a Rafah, senza accesso adeguato all’acqua, al cibo e ai servizi igienici e senza la possibilità di andare a scuola e alle sedute di fisioterapia.
Disabilità e clima
Anche il cambiamento climatico ha il doppio effetto di causare incidenti e ferite che possono provocare una disabilità e di peggiorare la vita di chi già ci convive. L’ufficio Onu per la riduzione del rischio di disastri (Undrr, nell’acronimo inglese) ha realizzato l’anno scorso un sondaggio@ che ha prodotto un totale di 6.342 risposte da 132 Paesi. Dal rapporto che commenta i risultati del sondaggio emerge che oltre otto persone con disabilità su dieci non hanno un piano di preparazione personale per i disastri e una su dieci non ha nessuno che la aiuti a evacuare. Solo un quarto degli intervistati ha detto che sarebbe in grado di evacuare immediatamente in caso di un disastro improvviso e solo il 15% ha partecipato alla definizione dei piani e delle strategie con cui la propria comunità organizza la risposta alle emergenze.
Nel sesto rapporto di valutazione dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu, poi, si prevede che il cambiamento climatico causerà una diminuzione del contenuto di micro e macro nutrienti negli alimenti. Questo farà aumentare malattie infettive, diarrea e anemia, portando entro il 2050 un incremento stimato del 10% degli anni di vita condizionati da disabilità (Disability-adjusted life years, o Daly, vedi box) associati a denutrizione e carenze di micronutrienti.
«Qui in ospedale noi rileviamo innanzitutto le malformazioni congenite», spiega la dottoressa Séraphine Nobikana, medica direttrice dell’ospedale Notre Dame de la Consolata di Neisu, gestito dai missionari della Consolata nel Nord della Repubblica democratica del Congo. «Altre cause di disabilità sono poi poliomielite, benché l’Oms l’abbia dichiarata eradicata, la meningite e le conseguenze di incidenti stradali o sul lavoro, ad esempio le cadute da 10-15 metri di altezza dei lavoratori che raccolgono i frutti delle palme da olio». Alle persone con disabilità vengono forniti sostegno nutrizionale e farmaci, completa il responsabile dell’ospedale Ivo Lazzaroni, ma non ci sono attività specifiche rivolte a loro, diversamente da quanto accade al centro Gajen di Isiro, capoluogo della regione distante circa 30 chilometri da Neisu. «Qui le attività con le persone con disabilità sono iniziate circa vent’anni fa», conferma fratel Rombaut Ngaba Ndala, che dal 2023 ha affiancato fratel Domenico Bugatti, presente a Isiro dalla fine degli anni Novanta (cfr MC gennaio 2022). Una delle attività è la costruzione di sedie a rotelle, che avviene nel laboratorio del centro. Vi sono poi attività sanitarie e di lotta alla malnutrizione che permettono ad esempio a persone con epilessia – tredici nel primo semestre di quest’anno – di ricevere farmaci e assistenza nutrizionale.
Assistenza alle anziane
Anche in Kenya e Tanzania ci sono attività rivolte in modo specifico alle persone disabili.
A Sagana, in Kenya, i missionari della Consolata gestiscono il villaggio Saint Mary’s, una casa protetta per donne anziane. Il lavoro, spiega la responsabile dell’ufficio progetti in Kenya, Naomi Mwingi, è iniziato nel 1974 con quattrodici donne, e oggi le persone ospitate sono trentotto, di cui tre non vedenti e sedici con difficoltà motorie per le quali sono necessarie sedie a rotelle e deambulatori, mentre diciannove camminano se assistite dal personale. La più anziana ha 94 anni e la maggioranza ha problemi di salute mentale.
Produzione di protesi
L’ospedale di Ikonda, in Tanzania, dal 2016 ha un laboratorio che produce protesi per pazienti che hanno subito amputazioni: fra il 2021 e il 2023 ha prodotto un totale di 149 protesi per le gambe, di cui 116 per pazienti che hanno subito amputazioni sotto il ginocchio e 33 sopra il ginocchio.
Produce, inoltre, altre protesi, ad esempio per piedi, ortesi (tutori), stecche, stampelle e altri ausili, per adulti e bambini. «Nel nostro ospedale», scrive da Ikonda il responsabile padre Marco Turra, «il servizio di assistenza protesica interviene ad aiutare soprattutto le persone che hanno acquisito una disabilità a causa di traumi o malattie croniche come il diabete. Sono in media una cinquantina le persone che si rivolgono a noi ogni anno con questo tipo di richiesta».
Chiara Giovetti
COME SI MISURA LA PERDITA DI SALUTE
Lo studio Global burden of diseases, injuries, and risk factors (Gbd) è il più grande e dettagliato sforzo scientifico mai condotto per quantificare i livelli e le tendenze della salute. Guidato dall’Institute for health metrics and evaluation (Ihme) dell’Università di Washington, negli Stati Uniti, conta adesso oltre 12mila ricercatori provenienti da più di 160 paesi e territori. È nato nel 1990 come studio commissionato dalla Banca mondiale e la sua più recente edizione (2021) analizza dati e fornisce stime su 371 patologie e ferite e 88 fattori di rischio.I Disability-adjusted life years (Daly) sono gli anni di vita condizionati dalla disabilità: sono stati introdotti proprio dallo studio Gbd del 1990 per definire meglio il peso della malattia, perché la comunità scientifica riteneva che la mortalità da sola non fosse sufficiente per fornire un quadro completo. Un Daly rappresenta la perdita dell’equivalente di un anno di salute piena e si ottiene sommando gli anni di vita persi (Years of life lost, Yll) per morte prematura e gli anni di vita in salute persi per disabilità o per condizioni di salute non ottimali (Years of healthy life lost due to disability, Yld). Secondo il più recente studio Gbd la prima causa di perdita di salute a livello globale sono le malattie cardiovascolari: gli anni di vita corretti per disabilità di cui sono responsabili queste patologie sono 5.428 ogni 100mila abitanti.
Colonia portoghese fino al 1975, poi occupato dall’Indonesia, Timor Est è indipendente dal 2002. È l’unico paese a maggioranza cattolica in Asia assieme alle Filippine. In cerca di una via d’uscita dalla povertà per i suoi 1,5 milioni di abitanti, investe nei giovani.
Alle prime luci dell’alba, João Lima parte, come ogni giorno, dal suo campo, a circa venti chilometri dalla città di Dili, capitale di Timor Est, ufficialmente Repubblica democratica di Timor Leste, per vendere al mercato banane, chicchi di caffè essiccati, ortaggi.
Sul pulmino dai colori sgargianti che si ferma sul ciglio della strada, sale con lui Ricardo, suo figlio undicenne che, in camicia bianca e pantaloncini blu, sta andando a scuola.
Ad accogliere Ricardo c’è suor Albertina, una delle tante religiose impegnate negli istituti scolastici cattolici disseminati sull’isola del Sudest asiatico.
La vita di João è simile a quella di tanti altri piccoli agricoltori che, come lui, nel Paese sbarcano il lunario con fatica e sognano un futuro diverso per i figli. Magari in Corea o in Europa.
Il Paese più giovane d’Asia
La strada che costeggia il mare passando per il porto di Dili e per il piccolo aeroporto Nicolau Lobato, se percorsa in direzione ovest, è una delle poche che oltrepassano il confine terrestre con l’Indonesia, arrivando fino a Kupang, città posta all’estremo occidente dell’isola.
Saliamo a Dili tra colline verdeggianti, campi coltivati, banchetti di venditori ambulanti che fanno capolino qua e là.
L’aeroporto Nicolau Lobato porta nel nome la dicitura «internazionale»: non potrebbe essere diversamente. Infatti, è l’unico scalo del Paese e non esistono «voli domestici».
I due aeroplani che atterrano ogni giorno sull’unica pista vengono uno da Denpasar, sull’isola indonesiana di Bali, e uno dalla città australiana di Darwin.
Sono proprio l’Indonesia e l’Australia le due potenze che hanno avuto – e hanno tuttora – un’influenza determinante nella storia recente della piccola nazione, la più giovane d’Asia, diventata indipendente dall’Indonesia il 20 maggio 2002. La sua popolazione oggi conta 1,5 milioni di abitanti, e i suoi 14.874 km2 di superficie (poco meno del Lazio) si estendono sulla metà orientale dell’isola di Timor, sull’exclave di Oecusse, in territorio indonesiano, l’isola di Atauro e l’isolotto di Jaco.
Le ferite dell’indipendenza
L’isola di Timor fu colonizzata a partire dal XVI secolo da portoghesi e olandesi. Tra il 1859 e il 1914 i due paesi europei si spartirono il territorio in una parte occidentale olandese e in una orientale portoghese.
Era il 28 novembre 1975 quando quest’ultima si dichiarò indipendente. Nove giorni dopo, però, l’Indonesia la occupò per incorporarla nel 1976 come provincia di Timor Timur.
Durante i successivi due decenni, segnati da scontri tra il fronte degli indipendentisti, il Falintil, e l’esercito indonesiano, morirono tra le 100mila e le 250mila persone.
Il 30 agosto 1999, in seguito a forti pressioni internazionali, fu indetto un referendum per l’indipendenza dal quale, il 20 maggio 2002, nacque finalmente la Timor Est indipendente.
La vicenda politica, che ha lasciato una tragica scia di sofferenza – un esempio su tutti, il massacro di Santa Cruz del novembre 1991, che costò la vita a 200 giovani timoresi -, vide indirettamente coinvolto anche la vicina Australia che, nella sua politica di mezzo secolo fa, mascherava di «lotta al comunismo» il suo interesse per le ingenti risorse petrolifere dei giacimenti nel mare di Timor.
Timor Est è ancora oggi alle prese con una lenta ripresa.
Dopo il voto referendario del 1999, le milizie lealiste, sostenute dall’esercito indonesiano, avviarono una campagna punitiva uccidendo circa 1.400 cittadini timoresi e costringendo oltre 300mila persone alla fuga. I gruppi paramilitari pro-Indonesia ebbero l’ordine di lasciare dietro di sé solo macerie prima di ritirarsi nell’Ovest, e Timor Est si ritrovò a dover ricostruire da zero strutture e infrastrutture, classe dirigente e l’intera architettura dello stato.
Giovani e cambiamento
Si tratta di un iter che, dopo più di 20 anni, è ancora in via di realizzazione, mentre il cammino per lo sviluppo implica un cambio di mentalità e di paradigmi sociali ed economici: «La nostra società, essenzialmente agricola e rurale – spiega Joel Casimiro Pinto, frate minore e rettore della Universidade católica timorese São João Paulo II a Dili, primo e unico ateneo nella nazione -, è chiamata a rigenerarsi con la creazione di un tessuto imprenditoriale. E questo processo passa necessariamente dalla formazione dei giovani».
Intitolato a papa Wojtyla, l’ateneo ha aperto i battenti nel 2021 ed è frequentato da 1.700 studenti divisi tra quattro facoltà: scienze sanitarie; scienze umane; ingegneria agraria; scienze dell’educazione, arti e cultura. «Sono molti i giovani che chiedono di essere ammessi: ogni anno abbiamo oltre 1.500 candidati, ma possiamo accoglierne solo 500. Tra i giovani timoresi c’è un grande desiderio di crescere e di contribuire al futuro della nazione», nota il rettore, aggirandosi fiero tra le strutture del campus, attorniato da giovani curiosi ed entusiasti.
L’obiettivo è «fornire un’istruzione di qualità in tutti i settori dell’attività umana e preparare le generazioni future al mercato del lavoro per formare una nuova classe dirigente».
Paese emigrante
Dopo la storica visita di papa Wojtyla nel 1989 – evento che diede energie morali, spirituali e politiche al cammino di Timor Est verso l’indipendenza -, la piccola nazione – unica a maggioranza cattolica in Asia, assieme alle Filippine -, all’inizio di settembre ha accolto papa Francesco nella terza tappa del suo viaggio in Asia e Oceania che l’ha visto sbarcare anche in Indonesia, Papua Nuova Guinea e Singapore.
Dalla sua presenza, e dal suo apprezzamento per una Timor Est in cui «si respira freschezza», il Paese ha tratto incoraggiamento per il suo futuro che già oggi si intravede nelle nuove generazioni. Gli abitanti sotto i 30 anni, infatti, secondo statistiche ufficiali, sono circa il 70%.
Per loro, però, oggi le prospettive di lavoro e di formazione restano limitate. «A causa della disoccupazione – rileva Acacio Domingo De Castro, sociologo salesiano, docente all’ateneo -, molti emigrano verso Corea del Sud, Australia, Europa, e inviano le loro rimesse alle famiglie di origine, per migliorarne le condizioni economiche».
Un esempio è quello di Heriberto del Rio, 25enne che dopo aver studiato lingue, ora si destreggia tra la lingua timorese (il tetun), quella indonesiana (il bahasha), il portoghese, l’inglese e il cinese, e si è trapiantato nella capitale indonesiana Giacarta dove lavora come interprete per aziende locali che operano nell’import export.
Heriberto non intende tornare in patria, e vede il suo futuro all’estero, ma molti altri giovani non hanno le sue stesse possibilità e, d’altronde, la nazione ha bisogno di loro.
«Il governo di Timor Est – racconta De Castro sorseggiando il caffè orgogliosamente prodotto nel Paese – ha messo in campo delle misure per incentivare lo sviluppo e l’imprenditoria giovanile, ad esempio promuovendo nuove tecnologie per l’agricoltura e finanziando micro progetti su tutto il territorio nazionale per attivare piccole imprese e cercare di frenare il fenomeno dell’emigrazione».
Guidato dall’ex capo della resistenza Xanana Gusmao, il Governo di Dili intende creare una Banca per lo sviluppo allo scopo di concedere ai giovani opportunità di microcredito.
«In questo scenario – riprende il rettore -, l’università rappresenta il contributo della Chiesa cattolica per la formazione integrale dei giovani, perché crescano come persone di fede e cultura, animate da valori come pace, tolleranza, giustizia, democrazia, inclusività». E, continua, «perché siano pronti a mettersi al servizio del prossimo, soprattutto dei poveri e dei più vulnerabili, nella logica del Vangelo».
Una «societas christiana»
Quando si parla di «comunità cattolica» a Timor Est, si intende quasi l’intera popolazione. I battezzati sono il 98%, e la vita sociale, politica, culturale dà a un visitatore straniero l’impressione di trovarsi in una societas christiana, in cui i valori della Chiesa influenzano scelte personali e pubbliche. Eppure, solo cinquant’anni fa, nel 1975, era battezzato solo un terzo della popolazione. La crescita esponenziale dei cattolici si ebbe proprio negli anni critici dell’oppressione, quando l’elemento della fede divenne un baluardo, e suore, preti, catechisti restarono accanto a indigenti, vulnerabili, emarginati.
Non si può dimenticare una figura come Martinho Da Costa Lopes (1918-1991), dal 1977 vicario apostolico di Dili, uomo che denunciò più volte apertamente le atrocità commesse dall’esercito indonesiano, anche in colloqui con il dittatore Suharto, allora al potere in Indonesia.
Il suo ruolo risultò determinante quando, incontrando l’allora astro nascente della resistenza, Xanana Gusmao, gli disse che il movimento indipendentista avrebbe dovuto abbandonare l’ideologia marxista per avere successo nella lotta.
Gusmao nel 1988 presentò un documento politico che, scegliendo la strada dell’unità nazionale, sanciva la rinuncia all’ideologia comunista.
L’unico riferimento ideale per la popolazione che lottava per la libertà, allora, restò il Vangelo.
Tutt’oggi, parlando con la gente, guardando la vita delle famiglie, frequentando le parrocchie brulicanti di bambini e di giovani, ci si accorge che la fede cristiana impregna la cultura e la mentalità comune, ed è un fattore che resiste all’inesorabile processo di secolarizzazione e alle sfide delle nuove tecnologie.
Soprattutto colpisce che questo accada nella vita dei giovani che «hanno visione, ambizione e speranza e nella loro vita, in patria o all’estero, laureati o già lavoratori, mantengono viva la fede», spiega il vicario episcopale di Dili, Graciano Santos.
Un segno di tutto questo è il Seminario maggiore interdiocesano a Fatumeta, un quartiere della capitale, dove 300 giovani si formano per il sacerdozio. Altrettanti ragazzi studiano nel Seminario minore, mentre l’Istituto superiore per la filosofia e la teologia «accompagna la crescita culturale di circa 350 giovani, seminaristi, consacrati e laici, ed esprime la missione della Chiesa nel campo della formazione umana e spirituale», spiega il rettore, Giustino Tanec, raccontando che «la visita di papa Francesco si è rivelata un balsamo per i nostri giovani». Inoltre, i giovani migranti che da Timor Est si trasferiscono all’estero per cercare lavoro «sono anche dei missionari, perché portano con sé il loro patrimonio di fede e vivono la testimonianza cristiana con semplicità e convinzione», sottolinea il cardinale Virgilio do Carmo da Silva, arcivescovo di Dili.
Davide tra i Golia
Nella capitale, distesa sulle rive del mare di Timor, i giovani sfrecciano sui motorini e al tramonto si incontrano e socializzano sul lungomare, mangiando pesce arrostito e frittelle di gamberetti, mentre sorseggiano cachaça, un’acquavite di origine brasiliana, prodotta anche in loco. Sognano di lasciare una realtà che è ancora in via di sviluppo, che registra un’alta percentuale di famiglie in condizioni di povertà, con circa il 40% della popolazione che vive con meno di due dollari al giorno e non è alfabetizzata.
È la povertà che si scorge con chiarezza laddove, ai bianchi palazzi pubblici in stile coloniale, fanno da contrappunto, a poca distanza, quartieri di casupole attaccate l’una all’altra e zone dove da poco il servizio pubblico garantisce i servizi essenziali come l’acqua e l’elettricità.
Lo sviluppo e la promozione sociale e culturale della popolazione – nelle città ma soprattutto nelle aree rurali – sono la priorità per Timor Est.
Perseguendo quest’obiettivo, il governo ha chiesto l’adesione all’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e, dal 2022, ha ottenuto lo status di osservatore ufficiale e «l’approvazione di principio» per diventarne membro a pieno titolo.
Il Paese spera così di incentivare i rapporti economici con i paesi della regione (l’Indonesia in primis) e di attirare investitori soprattutto in un settore che è ancora in embrione: il turismo.
L’altro grande asset del Paese è costituto dalle sue riserve di petrolio e gas che suscitano l’interesse soprattutto di Australia e Cina. L’Australia, storica partner, in cambio dello sfruttamento dei giacimenti nel mare di Timor prospetta di spendere la propria influenza politica a beneficio di Dili nei rapporti con il blocco occidentale.
Pechino, dal canto suo, entrata con decisione nella competizione, offre l’edificazione di moderne infrastrutture.
L’economia di Timor Est oggi fa affidamento quasi interamente sulle entrate derivanti da quelle materie prime, che compongono circa l’85% del bilancio statale. Sia nel caso dei giacimenti di oro nero, sia per quelli di gas naturale, Dili sta seguendo un principio chiave: dopo l’estrazione, la conduttura deve arrivare a Timor Est, in modo che quelle risorse diventino un volano per lo sviluppo interno e possano generare occupazione e lavoro qualificato, con un impatto sociale ed economico virtuoso in patria.
Timor Est resta un piccolo stato stretto tra i giganti, ma proprio per questo ha attivato un’iniziativa che appare significativa: una rete con altri paesi fragili. È l’iniziativa del gruppo denominato «G7+», organizzazione intergovernativa che riunisce nazioni uscite da un conflitto e che sperimentano vie di ripresa socioeconomica. Con quei 20 paesi di Africa, Asia Pacifico, Medio Oriente e Caraibi, scambia buone pratiche, suggestioni, speranze e prospettive, in un fecondo rapporto di solidarietà e di cooperazione.
Paolo Affatato*
*Paolo Affatato, giornalista e saggista, è responsabile della redazione Asia nell’agenzia di stampa Fides, delle Pontificie opere missionarie. Membro di «Lettera 22», associazione di giornalisti, è autore di reportage e analisi dal continente asiatico. Il suo ultimo libro, edito in italiano e inglese, è Shahbaz Bhatti. L’aquila del Pakistan, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2020.
Sviluppo e IA, molte incognite
L’intelligenza artificiale potrebbe aiutarci a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 e a contrastare il cambiamento climatico. A patto, però, che l’energia e l’acqua necessarie per farla funzionare non peggiorino il problema più di quanto lo risolvano.
L’intelligenza artificiale (Ia) può aiutare a prevedere carestie e inondazioni, a usare l’acqua in modo più efficiente, a monitorare e tagliare le emissioni di gas serra, a ridurre la mortalità materna e infantile e le disparità di genere, a colmare le lacune nella raccolta dei dati a livello globale e a fare molte altre cose utili al raggiungimento degli obiettivi si sviluppo sostenibile (acronimo inglese: Sdg) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
A patto, però, di trovare modi efficaci per renderla sicura, inclusiva e sostenibile.
Lo hanno affermato lo scorso maggio a Ginevra al vertice mondiale Ai for Good@ sia il segretario generale Onu António Guterres – l’intelligenza artificiale può «mettere il turbo allo sviluppo sostenibile» -, sia Doreen Bogdan-Martin, la segretaria generale dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu, nell’acronimo inglese), l’agenzia Onu per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Bogdan-Martin ha riconosciuto il ruolo potenziale dell’Ia nel «salvare gli Sdg», ma ha anche ricordato che un terzo degli abitanti del mondo, cioè 2,6 miliardi di persone, rimane privo di connessione ed «escluso dalla rivoluzione dell’Ia».
L’intelligenza artificiale è affamata di elettricità e assetata di acqua, ha poi spiegato nel suo intervento Tomas Lamanauskas, il vice di Bogdan-Martin: quando si parla di clima, si è chiesto Lamanauskas, le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale sono parte del problema o ci aiuteranno a trovare una soluzione?@
Progetto eolico, sulla strada per Loyangalani. e lago Turkana.
L’Ia per clima e sviluppo
Queste tecnologie, ha detto Lamanauskas, hanno un potenziale evidente nel contribuire a identificare soluzioni per affrontare la crisi climatica: possono, ad esempio, rilevare e analizzare cambiamenti anche minimi degli ecosistemi, e aiutare a pianificare le attività per la loro conservazione, monitorare le aree danneggiate dalla deforestazione, aumentare l’efficienza energetica e ridurre gli sprechi.
Secondo uno studio del Boston consulting group, società di consulenza con sede a Boston, Usa, l’uso dell’Ia potrebbe aiutare a realizzare un taglio delle emissioni di anidride carbonica fra il 5 e il 10%. Per dare una misura, si tratta di una quota non lontana da quella prodotta oggi dall’Unione europea. Anche nell’adattamento ai cambiamenti climatici le tecnologie basate sull’Ia potrebbero aiutare le città a individuare meglio le aree vulnerabili e a fornire stime realistiche sui costi che le amministrazioni cittadine dovrebbero affrontare se non agiscono in tempo.
Ad esempio, lo scorso aprile Preventionweb, un servizio dell’Ufficio Onu per la riduzione del rischio di disastri, riportava@ i risultati promettenti ottenuti da alcuni studiosi del California institute of technology nel prevedere con un anticipo fra i 10 e i 30 giorni le piogge monsoniche dell’Asia meridionale. I ricercatori hanno affiancato l’apprendimento automatico alla più tradizionale modellistica numerica (l’uso cioè di modelli matematici per simulare ciò che avviene nell’atmosfera), ottenendo un modello che si è mostrato più preciso e attendibile. Capire e prevedere meglio il comportamento dei monsoni è importante per i contadini di Paesi come India, Pakistan, Bangladesh, che devono programmare il raccolto, e per le autorità locali, che possono prepararsi per tempo a eventuali inondazioni. Ma anche per chi studia i fenomeni climatici a livello globale, poiché i monsoni hanno un’influenza sul clima del pianeta. Quanto al contributo potenziale dell’intelligenza artificiale allo sviluppo sostenibile, proprio l’Unione internazionale delle telecomunicazioni ha pubblicato di recente una lista di casi d’uso in cui l’Ia viene testata per capire quanto efficace può essere nel raggiungere gli Sdg. La selezione finale – 53 casi da 19 Paesi, scelti fra 219 casi da 38 Paesi – include progetti che usano l’Ia per fornire servizi di telemedicina in Cambogia, ottimizzare l’uso dell’acqua in agricoltura e ridurre la corruzione negli appalti pubblici in Tanzania, migliorare la salute e il benessere degli animali negli allevamenti avicoli in Rwanda e prevenire gli incendi nei terreni torbosi della Malaysia.
L’Ia ha fame di energia
Il consumo di energia da parte di centri dati (data centre) per l’Ia e il settore delle criptovalute potrebbe raddoppiare entro il 2026, passando dai circa 460 terawattora (TWh) nel 2022 a oltre mille. È un consumo di elettricità che equivale più o meno a quello del Giappone. Lo scrive nel rapporto Electricity 2024@ la Iea, Agenzia internazionale dell’energia, che riferisce anche che ci sono oggi circa 8mila centri dati nel mondo, di cui un terzo negli Stati Uniti, il 16% in Europa e il 10% in Cina. Negli Usa, 15 Stati ne ospitano l’80%, mentre in Europa si fa notare il caso dell’Irlanda che, anche grazie a un regime fiscale molto favorevole per le imprese, ha visto il settore espandersi rapidamente e oggi i centri dati hanno un consumo di energia pari a quello di tutti gli edifici residenziali urbani del Paese.
Ma che cos’è un centro dati? È uno spazio fisico dove vengono collocati i computer e i dispositivi hardware che servono per elaborare, archiviare e comunicare dati. L’intelligenza artificiale funziona e si «allena» proprio grazie alla enorme mole di dati elaborati in questi entri (necessari per internet a prescindere della Ia, che però ne aumenterà il numero, ndr). Il 40% dell’energia che usano, continua il rapporto Iea, serve per l’elaborazione dei dati, un altro 40% per il raffreddamento degli impianti e il 20% fa funzionare altre apparecchiature.
Lichinga. Villaggio con capanne di paglia e antenna relevisiva
Ma, ricordava a marzo sul Financial Times@ la giornalista, politica e consulente della Commissione europea, Marietje Schaake, molti esperti del settore, a cominciare dall’amministratore delegato del laboratorio di ricerca OpenAI, Sam Altman, sono convinti che il futuro dell’intelligenza artificiale dipenda da una svolta energetica. Anche per questo, continua Schaake, le aziende tecnologiche sono diventate grandi investitrici nel settore dell’energia: «Meta scommette sulle batterie, Google punta sulle fonti di energia geotermica, Microsoft afferma di poter mantenere il suo impegno a raggiungere emissioni zero e diventare autosufficiente dal punto di vista idrico entro la fine del decennio». Tuttavia, conclude la giornalista citando Christopher Wellise, vicepresidente dell’azienda di data center Equinix, la tecnologia si sta muovendo più velocemente di quanto si sia evoluta la nostra infrastruttura.
È presto per dire quale strada prenderà il settore tecnologico per garantirsi l’energia che gli serve, ma, sottolinea il rapporto Iea, per contenere il consumo dei centri dati sarà fondamentale sia migliorare l’efficienza energetica sia promuovere una legislazione che vincoli lo sviluppo tecnologico agli obiettivi climatici.
Il dibattito oggi sembra muoversi intorno a questi aspetti: le fonti rinnovabili possono dare un grande contributo alla produzione dell’energia necessaria, ma fonti come il sole e il vento hanno il limite di essere intermittenti e di non poter garantire da sole la continuità che i centri dati richiedono. Per garantire questa continuità servono soluzioni nuove che evitino di gravare sulle reti elettriche locali e di ricorrere alle fonti fossili, e c’è anche chi, come la Svezia, ipotizza la costruzione di centri dati alimentati a energia nucleare. L’Ia, poi, può e deve avere un ruolo sia nel migliorare l’efficienza dei centri dati da cui dipende sia nel trovare soluzioni utili alla decarbonizzazione globale.
La sete dell’Ia
L’intelligenza artificiale, riferivano tre studiosi dell’Università di Amsterdam sul sito The Conversation a marzo scorso@, consuma anche molta acqua. Questa serve sia per raffreddare i server che ne sostengono la potenza di calcolo sia per produrre l’energia che li alimenta. Una stima che è circolata molto negli ultimi mesi è quella indicata nello studio di Shaloei Ren, professore di Ingegneria elettrica e informatica presso l’Università della California, Riverside, e dei suoi colleghi@, secondo cui Gpt-3 – il modello computazionale alla base del software ChatGpt – deve «bere» (cioè consumare) una bottiglia d’acqua da mezzo litro per un numero di risposte che varia fra le 10 e le 50 a seconda delle condizioni: una tradizionale ricerca su Google consuma circa mezzo millilitro di acqua.
Sempre secondo Ren, il consumo idrico nei centri dati di Google nel 2022 è aumentato del 20% rispetto all’anno precedente, mentre quelli di Microsoft hanno registrato un incremento del 34% nello stesso periodo ed è molto probabile che sia proprio l’intelligenza artificiale la causa di questi aumenti.
Il prelievo complessivo di acqua da parte di Google, Microsoft e Meta, si legge nello studio, è stimato in 2,2 miliardi di metri cubi nel 2022, equivalente a due volte il prelievo totale annuo di acqua della Danimarca e, nel 2027, potrebbe collocarsi fra i 4,2 e i 6,6 miliardi di metri cubi, pari a metà del prelievo del Regno Unito. Un altro dato che colpisce nel rapporto è quello secondo cui circa 0,18 miliardi di metri cubi sono stati persi a causa dell’evaporazione: una quantità che supera il totale prelevato in un anno dalla Liberia per i suoi 5,3 milioni di abitanti.
Proteste di chi ha sete
Diversi investitori si stanno orientando proprio verso l’Africa subsahariana@: in Kenya, ad esempio, si prevede una espansione del settore dei centri dati dai 190 milioni di dollari di valore del 2021 ai 434 milioni previsti per il 2027. L’Africa, ricorda il rapporto 2024 delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche, è però anche il continente in cui circa mezzo miliardo di persone vive in condizioni di insicurezza idrica@.
In America Latina, poi, il progetto di Google di costruire un data center in Uruguay ha scatenato forti proteste: il consumo di acqua per raffreddare i server sarebbe di 7,6 milioni di litri di acqua al giorno, pari all’uso domestico quotidiano di 55mila persone. Nel 2023 il Paese ha avuto la peggiore siccità degli ultimi 74 anni. Le autorità pubbliche hanno cercato di affrontarla prelevando acqua dall’estuario del Rio de la Plata, acqua che però ha un sapore salato ed è sconsigliata a donne incinte e persone fragili. In un’intervista al Guardian, Carmen Sosa, della Commissione uruguaiana per la difesa dell’acqua e della vita, ha detto che la siccità ha evidenziato i limiti di un modello economico dove l’80% dell’acqua va all’industria e le risorse sono concentrate in poche mani.
Non stupisce che il progetto di Google non sia stato accolto con grande entusiasmo.
Raccolta di acqua nel letto di un fiume in secca a Baragoi, Kenya
Il primo rischio è che le infrastrutture inadeguate e le minori competenze nei Paesi del Sud globale portino a un ulteriore aumento del divario digitale con il Nord del mondo. Vi è poi il problema dei pregiudizi che l’intelligenza artificiale potrebbe contribuire a propagare: gli algoritmi alla base dei modelli di Ia, infatti, «imparano» e si «allenano» su dati che spesso riflettono le diseguaglianze e gli stereotipi della società e tendono a riprodurli quando vengono utilizzati, ad esempio, per la selezione del personale o per assegnare priorità nell’assistenza ai pazienti in una struttura sanitaria.
Vi sono infine i rischi legati alla violazione della privacy e dei diritti umani, come nel caso dell’uso di droni per la raccolta di immagini o delle app di riconoscimento facciale.
Da qualche anno, però, c’è una nuova catena che commercia online, la cinese Shein, che aggiunge 60mila nuovi articoli al mese e nel 2023 ha generato circa 32,5 miliardi di dollari di fatturato. Shein sembra a sua volta destinata a essere superata da Temu, piattaforma cinese di e-commerce nata a settembre 2022 e capace di generare, già nel 2023, 27 miliardi di fatturato. Shein e Temu, ha detto Lenier, sono ciò che accade quando lasciamo che l’intelligenza artificiale sia applicata a settori che stanno già distruggendo il pianeta e sfruttando le persone nelle loro catene di produzione: l’Ia permette a queste aziende di analizzare rapidamente le tendenze della moda e le preferenze dei consumatori, creare strategie di marketing iper-personalizzate e ottimizzare cicli di produzione accelerati.
Queste aziende non potrebbero produrre a un ritmo così veloce e a basso costo senza lo sfruttamento del lavoro, incluso il lavoro minorile e quello assimilabile alla schiavitù. La pressione resa possibile dall’intelligenza artificiale acuisce queste condizioni di sfruttamento.
Chiara Giovetti
Niger. Creatività al lavoro
Vi ricordate le start up di giovani nigerini di cui avevamo scritto nel marzo 2023? Avevamo incontrato alcuni protagonisti del progetto «Obiettivo lavoro», gestito da due Ong italiane. Le attività sono terminate e li abbiamo contattati per sapere come è andata.
Abbiamo parlato in video chiamata con il coordinatore del progetto Obiettivo lavoro, gestito dalla Ong Cisv in partenariato con Africa 70. Le attività, iniziate a fine 2020, consistevano nell’aiuto a start up di giovani imprenditori e a cooperative.
Moussa Arohalassi Halidou, dottorato in nutrizione, con oltre tredici anni di esperienza nel campo dello sviluppo, pare soddisfatto: «È un progetto fuori dal comune, rispetto a quelli che si trovano oggi in Niger. Gli iniziatori delle micro imprese e i membri delle cooperative sono stati responsabilizzati rispetto all’uso dei fondi, sia per gli investimenti iniziali che per le attività. Sono stati loro a studiare e proporre gli investimenti da fare. Noi, équipe di progetto, abbiamo verificato la fattibilità delle loro idee».
Responsabili della gestione finanziaria, dunque, ma anche della scelta dei fornitori e del rapporto con i clienti.
Soddisfazioni
Per quanto riguarda le micro imprese, l’équipe di progetto ha fatto una selezione delle 36 migliori idee di start up, su circa 500 domande ricevute. È stato quindi dato un appoggio formativo nelle materie della gestione d’impresa e dell’amministrazione. Ogni start up ha poi ottenuto un pacchetto di fondi (tra i 5 e i 6mila euro) per gli investimenti iniziali, ricevuti a rate dopo aver presentato un pano aziendale soggetto ad approvazione.
Quindi, l’équipe del progetto è rimasta al fianco di imprenditrici e imprenditori in una forma permanente di tutoraggio. «Noi siamo stati lì a verificare quello che le micro imprese facevano, per orientarle e dare consigli», continua Moussa, soddisfatto dei risultati. «Il progetto Obiettivo lavoro ha permesso a molte micro imprese di partire. Non esistevano, e il progetto le ha accompagnate a formalizzarsi, e poi a cominciare le loro attività».
Oggi però il progetto è terminato, e il tempo di accompagnamento è scaduto: «Avere a disposizione un periodo più lungo per accompagnare le start up aiuterebbe gli imprenditori a ridurre certe difficoltà che devono affrontare per portare le imprese a realizzare un maggiore volume di affari e quindi creare impiego.
Questo è uno degli obiettivi del progetto: creare lavoro per giovani e donne. Lo abbiamo raggiunto con le cooperative, ma non ancora con le micro imprese. Ogni start up dovrebbe creare dai due ai tre posti. Purtroppo, a fine progetto, non c’erano ancora questi numeri. È qualcosa che si vede sul medio lungo termine: quando una micro impresa decollerà, allora assumerà personale».
Micro impresa Niger Shine lady’s, serviette higiènique. La fondatrice Leila Pierre Barry, insieme al sarto. foto Idrissa Cherakau.
Difficoltà
Ma le difficoltà non sono mancate, come ricorda il coordinatore. A partire dal colpo di Stato del 26 luglio dello scorso anno (cfr MCnotizie. Niger. Colpo di stato: i militari padroni del Sahel), e dalle conseguenti sanzioni imposte dalla Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) che hanno bloccato il sistema finanziario nigerino. Ricorda Moussa: «Le sanzioni internazionali hanno reso più complesso l’arrivo dei fondi dall’Italia, ma anche i versamenti delle rate alle singole micro imprese, che poi dovevano realizzare, esse stesse, gli investimenti, ad esempio per l’acquisto di macchinari o di materiali. Tutto questo ha complicato il programma».
Inoltre, occorre ricordare che in tutta l’area del Sahel, imperversano diversi gruppi armati jihadisti, rendendo insicuri vasti territori. «Il Paese non è totalmente stabile e ci sono zone nelle quali sono frequenti gli attacchi da parte di gruppi armati. Le cooperative e le micro imprese nella regione di Tillaberi hanno avuto questo problema, mentre quelle nella capitale Niamey e a Zinder non sono state toccate».
Gli chiediamo come hanno proceduto: «Le nostre équipe non potevano visitare i partner, seguirli e dare loro consigli perché era troppo pericoloso. Per i momenti di formazione e le riunioni facevamo venire i responsabili a Niamey. Inoltre, in alcune zone, le strutture esistenti, come uffici e magazzini, sono state saccheggiate dai gruppi armati. Tutto questo ha penalizzato le start up di quell’area».
Niger Shine Lady’s
Dopo aver sentito Moussa, abbiamo contattato alcuni imprenditori che sono riusciti a partire.
Lei si chiama Leila Barry, e si definisce imprenditrice sociale. Ha 34 anni ed è laureata in comunicazione d’impresa all’Università di Niamey. Ha un buon lavoro nel settore amministrativo, ma non le bastava. «L’idea della creazione della micro impresa Niger shine lady’s mi è venuta perché facevo borse e scarpe in cuoio e desideravo formare alcune ragazze del mio quartiere a produrle perché diventassero autonome sul piano economico. Dopo alcuni anni, quando ero capo progetto per una Ong internazionale che si occupava della salute delle donne, ho notato che le ragazze più povere avevano difficoltà a procurarsi gli assorbenti. Allora mi è venuta l’idea di insegnare loro la confezione di assorbenti igienici riutilizzabili».
Leila ha iniziato con l’ideazione del prodotto, ha poi realizzato qualche piccolo investimento con i propri fondi: «Pensavo ai bisogni delle ragazze che stavo seguendo». In seguito, il progetto le ha permesso di acquisire le macchine da cucire elettriche e le competenze in gestione.
Leila continua appassionata: «Gli obiettivi della mia micro impresa inizialmente erano la confezione di assorbenti riutilizzabili ma anche la fornitura di servizi associati per le ragazze in difficoltà, in tutto il Paese. In secondo luogo, avevo l’idea di creare qualche posto di lavoro, indispensabile per il funzionamento dell’attività. Ovviamente con una gestione rigorosa, per raggiungere la sostenibilità economica nel tempo. Ma sempre con grande attenzione agli aspetti sociali e ambientali».
Leila racconta che ci sono state anche difficoltà di tipo culturale, in quanto il tema è ancora considerato tabù dalla maggior parte della gente in Niger. Oggi però l’impresa funziona e oltre lei vi lavorano la sua assistente, un sarto e un guardiano.
Micro impresa Terre d’Adam. Produzione di materiale da costruzione, compresi mattoni di terra compressa autobloccanti. Formazioni sulla posa dei mattoni. Fondatore Ismael Hassane Adamou. (Foto Idrissa Cherakau)
Terra di Adamo
Ismael Hassane Adamou è un ingegnere nigerino di 32 anni. È a capo di un laboratorio che fa test sui materiali dell’edilizia. Qualche tempo fa, ha avuto un’idea: «Si può avere un terreno a Niamey, ma costruire una casa è piuttosto complicato. Allora ho pensato a un’alternativa al mattone in cemento, economica e pure più adattata al nostro clima. Ho scoperto un tipo di mattone di terra compattata con una particolare forma a incastro, che mette insieme economicità e un maggior confort all’interno della casa».
Si tratta di mattoni fabbricati con speciali presse, che compattano ad alta pressione una miscela di terra lateritica (molto diffusa in Niger) con una percentuale di cemento.
Ismael: «Ho chiamato la mia impresa Terre d’Adam (Terra di Adamo). L’obiettivo principale è quello di diffondere la costruzione con la terra, in quanto i suoi vantaggi sono innegabili e, in seconda battuta, di aiutare a risolvere la crisi di alloggi che c’è a Niamey. Oggi, infatti, in questa città è molto complicato trovare una casa in affitto o in acquisto ben costruita.
Questi mattoni sono economici perché usano meno cemento di quelli normali, ma sono comunque molto solidi. Inoltre, la costruzione avviene più rapidamente grazie alla struttura a incastro. Anche questo fa diminuire i costi complessivi».
Ismael, preparato tecnicamente, ha allargato le sue conoscenze grazie al progetto Obiettivo lavoro: «Ho acquisito alcune competenze cruciali, soprattutto in contabilità e in gestione, che mi hanno permesso di strutturare la micro impresa e renderla redditizia».
La start up produce attualmente tra i 120 e i 200 mattoni al giorno, utilizzando una pressa manuale. «Ma con la pressa semi automatica che stiamo per installare, potremo moltiplicare questo numero per 20», riprende soddisfatto Ismael. «Inoltre – continua -, l’appoggio passo passo di Cisv fino dall’apertura dell’impresa è stato fondamentale, perché mi ha permesso di sentirmi aiutato e seguito in tutto il processo. È stato molto importante per me. Mi sono sentito come in famiglia».
Oggi, la start up, è pronta a mettersi sul mercato. Impiega un responsabile della produzione e tre operai.
Cerimonie e compost
«Mi chiamo Rahamatoulaye Alio Sanda Almou, detta Ramatou, ho 27 anni, sono nigerina e ho studiato farmacia all’Università di Niamey. Quando ero studentessa, mi è venuta l’idea di creare una micro impresa. Ho avuto la possibilità di seguire una formazione in gestione d’impresa, e questo mi ha spinto a creare la mia attività. Ho scelto il settore dei servizi igienico sanitari con l’idea di trasformare i rifiuti organici in concime».
L’idea era buona: «Ma non è stato facile. Volevo creare la mia micro impresa, mi sono subito scontrata con i primi problemi: come finanziarla e quindi realizzarla?». Ramatou ha partecipato ad alcuni concorsi per le idee di start up nazionali e regionali. Ne ha vinto uno, e con i fondi ricevuti ha comprato la prima «toilette mobile» che pensava di affittare agli enti locali, con l’obiettivo di migliorare le condizioni igieniche dei quartieri della capitale ma anche di ottenere concime organico.
«Mi sono scontrata con il problema delle abitudini e degli usi della popolazione. Come portare le persone a utilizzare le toilette?». Nel frattempo, è arrivata la pandemia e tutto si è fermato. «Mi sono detta: devo essere resiliente e riflettere su come rimodulare le attività della micro impresa. Ho quindi orientato l’attività al privato, che mi pareva più recettivo per utilizzare questo servizio. L’idea era quella di fornire servizi a chi organizza eventi privati e cerimonie, come i matrimoni, i battesimi, che coinvolgono molte persone». I servizi si sono ampliati all’affitto di sedie e tendoni per gli eventi, molto utilizzati nel paese.
«Devo dire che la pandemia è stata una difficoltà, ma anche un fattore determinante che mi ha fatto cambiare gli obiettivi della micro impresa. Inoltre mi ha spinta a cercare dei partenariati con progetti come Obiettivo lavoro».
Ramatou ha chiamato la sua start up «Sapta», che in haussa, la lingua più parlata in Niger, significa pulito o pulizia. Selezionata dal progetto di Cisv, ha potuto acquisire le attrezzature che le mancavano. Inoltre, lei e i suoi colleghi, hanno seguito formazioni di marketing, gestione aziendale e contabilità.
Oggi Sapta impiega quattro persone, di cui due permanenti e la altre a cottimo.
Micro impresa Complex Agro. Avicoltura, vendia di uova, uova fecondate, pulcini e incubatrici per uova. Riparazione di incubatrici e formazioni. Oumarou Moumouni Saley è il fondatore. Animali allevati nella micro impresa. Foto Idrissa Cherakau.
Polli che passione
Moumuni Saley ha 31 anni, è sposato e ha una figlia di due anni: «Il mio lavoro è gestire progetti in ambito sanitario, perché ho un master di secondo livello in gestione di progetti e programmi di salute pubblica. Però ho anche alcune certificazioni in fabbricazione di incubatrici per le uova, in orticoltura, in avicoltura moderna e biologica. Inoltre, ho competenze in gestione d’impresa.
La mia idea di micro impresa è nata perché avevo un sogno: creare una fattoria integrata, che comprendesse la piscicoltura, l’orticoltura e l’avicoltura. Era una passione che non avevo potuto seguire con gli studi».
La start up Complex Agro vende polli, pulcini e uova, produce e vende incubatrici, e fornisce assistenza dopo la vendita, consulenze e formazioni.
«Il progetto Obiettivo lavoro mi ha permesso di fare il salto di qualità. Prima facevo tutto questo a casa e in modo informale, in piccole quantità, non avevo i mezzi tecnici e finanziari. Adesso, dopo avere ricevuto tre formazioni sulla gestione d’impresa e una sull’avicoltura biologica, e dopo il finanziamento per le infrastrutture, tecnicamente sono più forte. È come se mi avesse fatto progredire di otto anni di lavoro in uno solo. Sono passato a un livello superiore per realizzare il mio sogno».
Marco Bello, con la collaborazione di Issa Yakouba