Haiti. La neve dei Caraibi

Richardson è nato ad Haiti, ma è cresciuto sulle Alpi francesi. Un giorno ha deciso di ricongiungersi con le sue origini. E ha portato sulla neve, per la prima volta nella storia, la bandiera rossa e blu, ideata da Catherine Flon nel 1803. La sua storia è in un libro.

Conosco personalmente Richardson Viano da qualche anno. L’ho incontrato per la prima volta in occasione della sua partecipazione alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, quando la sua storia iniziava a emergere, oltre il dato sportivo o la curiosità. Da allora il dialogo, con lui e con la sua famiglia, non si è interrotto, e questo mi ha consentito di raccontare oggi un percorso seguito da vicino.

Haiti, del resto, per me non è mai stata un tema o un oggetto di studio: è un insieme di volti, di voci, di strade percorse tante volte, di case in cui sono stato accolto, di legami familiari e affettivi che hanno inciso profondamente nella mia vita. È da questo rapporto diretto e vissuto che nasce il mio sguardo su ciò che accade oggi nel Paese, ed è lo stesso sguardo con cui, da anni, provo a raccontare Haiti: non esclusivamente dall’alto della geopolitica o, peggio ancora, dal «nostro» punto di vista, ma dal basso delle storie quotidiane, delle persone e della loro ostinata capacità di resistere. Proprio come nella mia prima esperienza di pubblicazione (il libro Haiti, l’innocenza violata, Infinito edizioni, 2011), quando, dopo il terremoto del 2010, con l’amico Marco Bello, conosciuto proprio ad Haiti, avevamo raccolto le voci della società civile haitiana, che gridava al mondo la sua fondata preoccupazione sulla mancata ricostruzione fisica e morale del Paese.

Anche nella co-scrittura della biografia di Richardson, accanto alla voce del protagonista, è stato fondamentale l’apporto dello scrittore per ragazzi Alessandro Corallo, con il quale ho condiviso esperienze di volontariato in Haiti. Corallo è, inoltre, padre adottivo di un giovane haitiano.

La crisi non si improvvisa

Haiti oggi è attraversata da una crisi profonda e tragica. Non è una crisi improvvisa: è il risultato di decenni di espropriazione della popolazione, di uno Stato svuotato, di un potere frammentato, di una violenza che ha preso il posto delle istituzioni. Le parole che usiamo spesso – «instabilità», «emergenza», «caos» – rischiano però di anestetizzare lo sguardo. Dietro quelle parole ci sono innanzi tutto vittime, migliaia di vittime. Poi ci sono persone, famiglie, bambini, giovani che crescono senza orizzonti, e una società civile che resiste come può.

In questo contesto parlare di sport può sembrare marginale, quasi fuori luogo. E invece non lo è. Perché lo sport, in un Paese come Haiti, non è mai solo sport. È spazio simbolico, è possibilità di riscatto, è narrazione alternativa a quella dominante della disperazione.

La storia di Richardson Viano va letta esattamente così.

Richardson nasce nel 2002 a Port-au-Prince. Nei primi anni della sua vita conosce la povertà, l’abbandono, l’orfanotrofio. Poi l’adozione, l’arrivo in Francia in una famiglia italiana, la scoperta di un mondo che sembra non avere nulla a che fare con quello da cui proviene: la neve, le montagne, lo sci alpino. Una disciplina che, per immaginario, per accesso economico, per colore della pelle di chi la pratica, è lontanissima da Haiti.

Eppure Richardson sceglie di tornare simbolicamente indietro. Decide di gareggiare per Haiti. Di portare quella bandiera su piste dove non era mai stata. A Pechino 2022, a soli 19 anni, diventa il primo atleta haitiano della storia a partecipare a un’Olimpiade invernale.

A febbraio 2026, partecipa ai Giochi olimpici di Milano Cortina nelle gare di slalom gigante e slalom speciale. Arrivando, in questi secondi, 29° su 92 atleti in competizione. Richardson non vince medaglie, ma rompe un confine. E chi conosce Haiti sa che rompere i confini simbolici è spesso più difficile che superare quelli materiali.

Parte della delegazione di Haiti a Milano Cortina. Al centro Richardson Viano (con il libro), primo a destra Alessandro Demarchi (autore dell’articolo). @ Meneghello

Quella bandiera sulla neve

Nel libro Ad Haiti sognavo la neve abbiamo cercato di raccontare proprio questo: non l’eccezionalità individuale fine a se stessa, ma il significato collettivo di una storia personale. È anche la storia di un’adozione, vissuta non come un punto di arrivo ma come un percorso lungo, costellato di domande sull’identità, sulle origini, sul senso dell’appartenenza. Un racconto che può parlare a tanti bambini e ragazzi adottati che, a un certo punto della loro crescita, sentono il bisogno di cercare le proprie radici e spesso faticano a trovare modelli di riferimento nella nostra società. Richardson non è un eroe isolato: è il prodotto di relazioni, di scelte, di sacrifici, ma anche di una diaspora haitiana che, pur tra mille contraddizioni, continua a cercare modi per restituire qualcosa al Paese d’origine. Proprio per questo diventa una figura in cui molti possono riconoscersi e immedesimarsi, perché condivide una storia fatta di distacchi, di passaggi, e di un equilibrio cercato nel tempo.

Lo sport, in Haiti, è da sempre uno dei pochi spazi di riconoscimento nazionale condiviso. Il calcio, soprattutto. Non è un caso che la recente qualificazione della nazionale haitiana ai prossimi Mondiali abbia avuto un impatto emotivo enorme, dentro e fuori dall’isola. In un Paese senza presidente, senza parlamento funzionante, senza sicurezza, quella qualificazione ha rappresentato una rara, fragile, ma reale forma di unità.

Richardson si inserisce in questa stessa traiettoria simbolica.

Appartenere a due mondi

La sua figura parla ai giovani haitiani, e non solo, in modo diretto: non promette soluzioni facili, non nasconde la fatica, non cancella le disuguaglianze. Racconta però che esistono percorsi non lineari, che l’identità non è una gabbia, che si può appartenere a più mondi senza tradirne nessuno.

Questo è un messaggio profondamente politico. In un Paese dove la politica è percepita come assente o distante, corrotta, violenta, lo sport diventa uno dei pochi linguaggi ancora credibili. Non perché sia puro, ma perché è comprensibile, visibile, concreto. Si vince o si perde davanti a tutti. Si cade e ci si rialza sotto gli occhi di tutti.

Oggi molte eccellenze sportive haitiane crescono fuori dal Paese. Anche la nazionale di calcio si è allenata e ha disputato le partite casalinghe negli Stati Uniti. Molte altre figure di rilievo sono espressione della diaspora o di origine haitiana, come la tennista Naomi Osaka, alcune stelle del calcio femminile, dell’Nba e del baseball.

Altre storie sono simili a quelle di Richardson, con uno sforzo personale enorme per costruire e coprire i costi della carriera sportiva. Come lo sciatore fondista Stevenson Savart, esordiente olimpico proprio a Cortina nello sci di fondo con grande attenzione mediatica, adottato in Francia, o lo skater Gasny Pierre Louis, che vive in Cile.

Un’immagine diversa

Tutto ciò non riduce, anzi rafforza, il valore simbolico di queste esperienze: sono storie che tengono vivo un legame, che mostrano possibilità, che offrono a un’intera comunità un’immagine diversa di sé e del proprio futuro.

Haiti non riesce al momento a sviluppare talenti in casa o rendere lo sport accessibile a tutti. Non solo per l’invivibilità e l’instabilità che segnano la vita quotidiana nel Paese, ma anche per la cronica carenza di fondi, infrastrutture e programmi sportivi strutturati. In questo contesto diventa evidente quanto sarebbe decisivo poter investire sul territorio. Le scuole, i centri educativi, le attività sportive di base dovrebbero esistere o resistere nei quartieri di Port-au-Prince e nelle province, perché servirebbero a restituire senso, a costruire immaginari alternativi a quelli delle gang armate, che oggi rappresentano, tragicamente, una delle poche forme di potere organizzato visibile.

In questo senso, il percorso di Richardson non è un’anomalia folkloristica da raccontare con stupore esotico. È una storia che interroga direttamente chi si occupa di cooperazione, di politica internazionale, di solidarietà. Ci chiede se siamo capaci di vedere Haiti non solo come luogo di emergenza permanente, ma come spazio di soggetti, di talenti, di possibilità.

Anche la scelta estetica delle divise olimpiche haitiane va letta così. Non come semplice operazione di immagine, ma come affermazione culturale. Portare sulle piste alpine i colori, i simboli, la pittura naïf haitiana significa dire: esistiamo, siamo qui, non come problema ma come cultura viva. In un mondo che spesso concede visibilità ad Haiti solo quando c’è un terremoto, un uragano o un massacro, questa presenza ha un valore politico enorme.

Bucare la rassegnazione

Naturalmente lo sport non può sostituire la politica. Non può fermare la violenza, ricostruire lo Stato, garantire diritti. Ma può fare una cosa fondamentale: tenere aperta una crepa nell’immaginario della rassegnazione. Può ricordare che Haiti non è solo il luogo dove «tutto va male», ma anche un Paese che continua a produrre senso, bellezza, resistenza.

Scrivere oggi di Richardson Viano, per me, significa questo. Raccontare Haiti dal punto di vista di chi la vive, la ama, la soffre, senza indulgenza e senza pietismo. Significa riconoscere che anche una discesa tra i pali può diventare un atto di dignità collettiva. E che, in un Paese attraversato da una crisi senza fine, ogni gesto che restituisce possibilità di futuro, per quanto fragile, merita di essere preso sul serio.

La storia di Richardson Viano funziona perché non è irraggiungibile: non racconta un’eccezione da ammirare a distanza, ma un percorso fatto di domande, di cadute, di ripartenze. È una storia che può parlare a molti, soprattutto a chi cresce con identità plurime, a chi è stato adottato e a un certo punto sente il bisogno di capire da dove viene, a chi cerca un volto in cui riconoscersi senza sentirsi fuori posto.

Ad Haiti sognavo la neve nasce con questa intenzione: restituire complessità senza togliere umanità. In un tempo in cui Haiti è spesso raccontata solo attraverso la violenza e la perdita, fermarsi su una storia come questa significa scegliere di guardare anche ciò che resiste, ciò che prova a immaginare un futuro, ciò che prima di essere realizzato deve essere sognato. Ed è forse da qui, da questi piccoli segni di possibilità, che può ricominciare un racconto diverso del Paese.

Alessandro Demarchi

Anniversario amaro

Fine mandato per il Consiglio presidenziale, resta il Governo di transizione

Infine è arrivato il 7 febbraio 2026. Data simbolo per Haiti, perché in quel giorno, quarant’anni fa, nel 1986, un sollevamento popolare organizzato cacciò Jean-Claude Duvalier, facendo cadere una sanguinosa dittatura famigliare, iniziata nel 1957. Quest’anno doveva essere la data dell’insediamento del nuovo presidente (l’ultimo eletto, Jovenel Moise, è stato assassinato il 7 luglio 2021), in sostituzione del Consiglio presidenziale di transizione (Cpt). Il Cpt è un organo ideato dal Caricom (Organizzazione degli stati dei Caraibi), riunitosi con Usa, Canada, Francia e Ue a Puerto Rico nel marzo 2024. Riunione su Haiti alla quale, però, non ha partecipato alcuna delegazione haitiana.

Le condizioni per realizzare delle elezioni nel Paese caraibico però non ci sono ancora. Il territorio è frazionato e controllato da bande criminali, armate di tutto punto con equipaggiamenti che arrivano, attraverso vie illegali, dagli Stati Uniti.

Transizione della transizione

Il Cpt, composto da sette membri, che ha svolto dal 25 aprile 2024 il ruolo di presidente, cessa di esistere. La più alta carica dello Stato – ma anche l’unica – diventa, quindi, il primo ministro di transizione, Alix
Didier Fils-Aimé alla guida del Governo, anch’esso di transizione, dall’11 novembre 2024.

Fils-Aimé il 7 febbraio ha fatto un discorso ufficiale, per suggellare il passaggio. Ha promesso la riconquista del territorio, la neutralizzazione delle gang criminali, e la tenuta di elezioni libere. Specificando che lo Stato si impegna a non influenzare la consultazione e a garantire un trattamento egualitario dei candidati. Ha ricordato che la transizione non è completata e continua ad avere come missione il ritorno a una situazione di sicurezza e a un regime democratico.

Per questo, ha continuato, sono mobilitate polizia, Forze armate e la nuova Forza di repressione delle gang (Frg). E, soprattutto, ha fatto appello all’unità della nazione.

Sul terreno, intanto

La realtà sul terreno, però, è catastrofica. Oltre alla quasi totalità della capitale Port-au-Prince, le gang controllano diverse città e comuni dei dipartimenti Ovest, Artibonite e Plateau central, nonché le principali arterie stradali. In questo modo hanno il controllo anche sui trasporti e, quindi, il commercio di una vasta zona del paese.

Secondo l’ultimo rapporto della Binuh (Ufficio delle Nazioni Unite ad Haiti), da gennaio a novembre 2025, sono stati oltre 8.100 gli omicidi causati dai gruppi armati. Anche la pratica del rapimento a scopo di estorsione continua da parte delle gang, e vede una recrudescenza nelle ultime settimane. Secondo il Binuh, durante il 2025 sono 647 i rapimenti ufficialmente censiti.

La «Forza di repressione»

La Frg è un’iniziativa dell’amministrazione Trump. Istituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2025 e dichiarata operativa l’ottobre successivo, sarà completamente dispiegata solo entro ottobre 2026. Di fatto, oggi, è ancora inconsistente. Ha sostituto la Missione multinazionale d’appoggio alla sicurezza (Mmas), comandata dal Kenya che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi fissati. La nuova forza scaturisce da un cambio di strategia della comunità internazionale, ovvero non limitarsi all’appoggio alla polizia nazionale, ma combattere le  gang, oltre che messa in sicurezza delle infrastrutture, e operare per la tenuta di elezioni nel Paese. È previsto che arrivi a avere un effettivo di 5.500 militari e 50 civili. Come già la Mmas, anche la Frg non è sotto l’egida dell’Onu, che però ne ha approvato il mandato con un voto al Consiglio di sicurezza il 30 settembre 2025.

Un’operazione offensiva a carattere militare, quindi, non una forza di polizia, abilitata a operare in modo indipendente dalle autorità haitiane. Sarà coordinata da un Ufficio di appoggio per Haiti, basato a Port-au-Prince, che dovrà gestire le questioni logistiche e amministrative.

La Frg sarà in parte finanziata dal fondo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

I costi stimati della missione e dell’Ufficio di coordinamento sono circa di un miliardo di dollari all’anno. Fondi, però, ancora da trovare. Come anche i Paesi che parteciperanno con l’invio di truppe.

Un patto teorico?

Sul piano politico, il 21 e 22 febbraio si è tenuta la cerimonia di firma del «Pacte national pour la stabilité et l’organisation des élections» (Patto nazionale per la stabilità e l’organizzazione delle elezioni). Il patto, voluto dal Governo di Fils-Aimé (che lo ha presentato al pubblico il 23 febbraio), è stato firmato da alcuni partiti politici e associazioni della società civile, con il benestare dalla Binuh.

Il suo obiettivo è creare condizioni di stabilità al fine di arrivare alle elezioni. Diverse formazioni politiche, tuttavia, sono contrarie non lo hanno sottoscritto.

Intanto, il 3 marzo, il premier Fils-Aimé ha presentato un nuovo esecutivo, ottenuto con un pesante rimpasto del precedente. Un ennesimo patto, una ulteriore forza militare straniera che non si riesce neppure a dispiegare, miliardi di dollari da trovare. La storia di Haiti pare, quanto mai, drammaticamente ciclica.

Marco Bello

HAITI SU MC

  • • Marco Bello, Lo stato «bandito», giugno 2024.
  • • Simona Carnino, Haiti e Curaçao. La rivincita dei Caraibi, 7 gennaio 2026.



Haiti-Kenya. Al via la missione di «salvataggio»

 

Con l’arrivo a Port-au-Prince dei primi 400 poliziotti keniani, lo scorso 25 giugno, è partita ufficialmente la Missione multinazionale di appoggio alla sicurezza (Mmas) per Haiti con lo scopo di aiutare a ristabilire l’ordine.

La Mmas non è una missione delle Nazioni Unite, è stata però autorizzata dal Consiglio di sicurezza con una risoluzione dell’ottobre 2023. (per approfondire leggi qui)

Dopo mesi di negoziazioni, e la firma di un accordo tra Haiti e il Kenya da parte dell’allora primo ministro a interim Ariel Henry lo scorso febbraio, il paese africano ha finalmente preso il comando della missione.

Oltre al Kenya, parteciperanno Benin, Ciad, Bangladesh, Bahamas e Barbados, per un totale di alcune migliaia di poliziotti.

Gli Stati Uniti, storicamente impegnati nel Paese, in questa occasione hanno preferito non intervenire direttamente (a causa della già complicata situazione internazionale e delle prossime elezioni di novembre), ma hanno fatto pressioni sull’alleato africano e finanziato la missione con circa 300 milioni di dollari.

Ad Haiti, dal 12 giugno scorso è insediato il nuovo governo di transizione con il primo ministro Garry Conille. Al posto del presidente della Repubblica c’è un inedito Comitato presidenziale di transizione, composto da sette membri e due osservatori, presieduto da Edgar Leblanc fils.

Ricordiamo che il Paese versa in uno stato di caos, con il controllo di gran parte del territorio da parte di gruppi criminali (le gang), e l’impossibilità da parte delle forze di polizia di garantire la sicurezza e il funzionamento delle istituzioni, ma anche la stessa normalità della vita della popolazione. Attualmente si contano circa 600mila sfollati nella capitale.

La Mmas ha come missione principale quella di appoggiare la polizia nazionale haitiana (Pnh), e in particolare mettere in sicurezza le infrastrutture strategiche (aeroporti, porti, strade principali, palazzi istituzionali, ecc.), attualmente alla mercé delle bande criminali organizzate.

I poliziotti keniani sono scesi dall’aereo della Kenya Airways in tenuta antisommossa, con tanto di giubbotti antiproiettile, casco indossato e mitragliatore imbracciato. Le immagini dell’arrivo hanno fatto il giro del web tra gli haitiani in patria e all’estero.

L’avvio della missione trova il Kenya in un momento particolarmente delicato. Mentre partiva il primo contingente, a Nairobi, la gente manifestava contro la nuova legge finanziaria voluta dal presidente William Ruto per lottare contro la crisi economica. Tale legge impone tasse più elevate anche su beni sensibili come il pane. La popolazione, già stremata dall’aumento dei prezzi ha preso d’assalto il Parlamento, e la polizia ha sparato sulla folla causando almeno tredici morti.

I sentimenti degli haitiani sulla Mmas sono discordanti. Molti ricordano i fallimenti di altre missioni internazionali, in particolare dell’Onu, ma i più sperano comunque che sia d’aiuto per tornare a una vita normale.

Marco Bello




Xi Jinping piglia tutto

Novità e conferme dal XX Congresso del Partito comunista cinese

A ottobre si è celebrato il ventesimo Congresso del Pcc che ha consacrato Xi Jinping alla guida del partito e del paese per un terzo mandato. È la prima volta dai tempi di Mao. Sicurezza e sviluppo sul lungo termine sono le priorità. E Xi fa modificare lo statuto del partito inserendo i «suoi» principi.

Ciascuna delle città scelte da Xi Jinping per la prima visita dopo aver ricevuto ognuno dei suoi tre mandati, ha un significato simbolico. Shenzen nel 2012, emblema del miracolo economico cinese. Shanghai nel 2017, luogo di fondazione del Partito comunista cinese ma anche principale porta d’accesso della Cina continentale al mondo. Yan’an nel 2022, destinazione finale della «lunga marcia» di Mao Zedong e base del partito comunista cinese dal 1935 al 1948, prima che la guerra civile contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek volgesse a favore dei comunisti. Per avere un indizio sulla direzione del terzo mandato di Xi Jinping bisogna partire da quello che è successo subito dopo il XX Congresso del partito, cioè dalla città scelta per la sua prima visita ufficiale. Un netto cambio rispetto alle scelte operate dopo il XVIII e il XIX Congresso. Il trionfo di Xi va ben al di là della sua scontata conferma: il presidente ha ottenuto una squadra a sua immagine e somiglianza, nonché emendamenti allo statuto del partito che elevano ulteriormente il suo status. Questo ha peraltro messo fine a una serie di prassi e regole non scritte che avevano sempre sorretto il funzionamento delle nomine e della selezione delle cariche apicali. Rendendo manifesto che Xi non solo controlla il partito: Xi ormai è il partito.

Hu Jintao

L’immagine che resterà nella mente di tutti come avvio del terzo mandato di Xi è quella di Hu Jintao, il predecessore, che viene scortato fuori dall’aula durante l’ultima sessione del Congresso. Un episodio controverso sul quale non sapremo mai tutta la verità. Forse esagerato parlare di purga per la dinamica e le circostanze, certamente, però, è riduttivo ascrivere tutto a un semplice «problema di salute», visto che l’anziano leader (il quale pare soffra di una forma di demenza senile) non sembrava d’accordo a lasciare il suo posto. Ma la vera «epurazione» è arrivata lontano dalle telecamere, ed è stata quella di Hu Chunhua. Per lungo tempo considerato un astro nascente della politica cinese, membro della Lega della gioventù comunista, feudo proprio di Hu Jintao, è stato escluso non solo dal Comitato permanente di sette membri, ma persino dal Politburo (tradizionalmente 25 membri, ora inusualmente 24, si dice, per un’esclusione dell’ultimo momento).

Attenzione però a pensare che il cambio di passo sia stato qualcosa di improvviso. Il processo di consolidamento del potere di Xi è avvenuto passo dopo passo, non è frutto di una rivoluzione inattesa. Prima le promesse di riforme economiche e il lancio della Belt and road initiative nel 2013 (la nuova via della seta, ndr), poi la rimozione del vincolo dei due mandati nel 2018. Infine, l’ingresso ufficiale nel terzo atto della «nuova era» di Xi senza che nemmeno si intraveda all’orizzonte un possibile erede.

Il 23 ottobre, quando ha calcato di nuovo il tappeto rosso della Grande sala del popolo in testa alla fila dei sette membri del Comitato permanente, il segretario generale non ha solo ufficializzato il suo terzo mandato, ma ha anche allungato le mani (incognite e imprevisti permettendo) sul quarto.

(Photo by Koki Kataoka / Yomiuri / The Yomiuri Shimbun via AFP)

Xi, atto terzo

Ma come sarà il terzo mandato di Xi? Partiamo dall’economia. «Mi aspettavo qualche messaggio un po’ più favorevole alla crescita, ma credo che la preoccupazione di Xi sia soprattutto a lungo termine. Egli punta a una crescita di qualità superiore per la Cina, senza preoccuparsi troppo della traiettoria di crescita a breve termine. Questo è un po’ deludente, perché ci sono molte sfide legate alla crescita nell’immediato», dice Victor Shih Ho Miu Lam, moderatore della San Diego University e autore di diversi libri sul sistema economico e politico cinesi. Una di queste è certamente la strategia «zero Covid». In molti speravano che dopo il congresso le restrizioni si rilassassero. In un’inusuale protesta pochi giorni prima dell’appuntamento politico, a Pechino sono apparsi anche degli striscioni che criticavano direttamente il leader. Altre scritte sono apparse in diverse città cinesi. Ma Xi si è intestato il successo della gestione sanitaria che, nella narrativa di Pechino, rappresenta un segnale della superiorità del suo modello rispetto a quello occidentale, nonché la prova del rispetto dei «diritti umani». Con caratteristiche cinesi, ovviamente. Il mancato ripensamento delle politiche sul Covid è reso evidente anche dalla scelta di Li Qiang come prossimo premier. Capo del partito a Shanghai, è colui che ha gestito il disastroso lockdown dei mesi scorsi. Evento che sembrava averlo tagliato fuori dalla corsa per un ruolo di primo piano, nonostante la dimestichezza in campo amministrativo e la familiarità con i tanti investitori internazionali che popolano Shanghai, e che hanno vissuto, però, con sgomento la recente fase dei restringimenti. «All’interno del partito, Li non è mai stato squalificato, perché ha solo applicato l’approccio alla pandemia voluto da Xi. Di certo, la sua promozione è basata anche e soprattutto sulla lealtà e lo stretto rapporto che ha con Xi», dice Shih.

Tutto rientra nel mantra della «sicurezza», la parola più utilizzata da Xi nella sua relazione politica dopo le classiche «partito», «popolo» e «nazione». Un’ossessione dovuta al fatto che la Cina si sente sotto attacco sul fronte economico. Le ultime mosse di Joe Biden sui semiconduttori, infatti, hanno portato Xi a chiedere un’accelerazione sul fronte dell’autosufficienza tecnologica. Ma ha anche portato a una pioggia di promozioni per una nuova classe di «tecnocrati» con esperienza e formazione tecnologica e scientifica, in particolare nel settore dell’aerospazio. Un cambio di passo rispetto al passato. Se finora la gestione delle nomine era garantita da una serie di legami e rapporti costruiti all’interno di diverse fazioni, ora l’unica fazione rimasta è quella di Xi, e i nuovi «tecnocrati» sono figure con maggiori competenze, ma minori intrecci relazionali.

Con una Cina sotto attacco, il partito sente il bisogno di avere ulteriore controllo sociale, a partire dal fronte interno. «Sviluppo e sicurezza per Xi sono la stessa cosa. C’è bisogno di sviluppo ma anche di molta sicurezza, soprattutto controllata dal partito. Per Xi, anche se la Cina diventasse incredibilmente ricca non avrebbe senso se non fosse controllata dal partito», sostiene Shih. Ed ecco allora la presenza più massiccia dello stato nell’economia, con il settore privato e, in particolare, quello tecnologico «rettificati» per seguire le necessità strategiche della politica e geopolitica cinese.

(Photo by AFP) / China OUT

I principi di Xi

L’inserimento nello statuto del partito di altri due principi utilizzati da Xi negli ultimi anni rinforza il messaggio: con la «prosperità comune» si chiarisce che la ricchezza va redistribuita e che il partito eviterà eccessivi accentramenti di potere e ricchezze private; con la «doppia circolazione», invece, si ribadisce che il focus deve essere quello di stimolare i consumi interni e ridurre la dipendenza dalle esportazioni, e dunque dall’esterno.

È un sistema dove l’unico a mantenere il controllo è il partito, e dunque Xi. Ciò significa che, nero su bianco, Xi è il nucleo del partito. Criticarlo ora significa mettersi automaticamente fuori dal partito.

La stessa necessità di controllo esiste anche sul fronte esterno. «Xi continua a vedere complotti occidentali che cercano di minare la Cina. Per questo al congresso si è concentrato molto sui concetti di lotta e di sicurezza». Se fino a poco tempo fa i leader cinesi parlavano soprattutto di «opportunità strategiche», ora Xi parla di «pericoli» e «acque tempestose» da navigare con ambizione e mano ferma che, evidentemente, possono essere garantire solo un «timoniere» senza distrazioni interne e con una squadra compatta e pronta a combattere senza mettere in discussione la rotta intrapresa.

Oltre lo stretto

Dopo aver risolto la questione di Hong Kong e portato, come detto da Xi, l’ex colonia britannica dal «caos» alla «stabilità», il mirino si sposta al di là dello stretto (di Taiwan, ndr). L’inedito inserimento, nello statuto, dell’opposizione alla «indipendenza di Taiwan» svela che la questione di Taipei sarà una delle priorità del terzo mandato di Xi. Anche sullo stretto, la Cina si percepisce o si racconta come sotto attacco di «interferenze esterne», in particolare quelle americane. Il messaggio arrivato dal Congresso è chiaro: Pechino non arretra sul tema della «riunificazione», che considera legato a doppio filo con quello più vasto del «ringiovanimento nazionale» e della realizzazione di una società «socialista, forte e armoniosa» entro il centenario della Repubblica popolare nel 2049.

«Xi ha voluto segnalare che il tema di Taiwan avrà una priorità maggiore nei prossimi cinque anni e che ritiene urgente fare dei progressi sul percorso di unificazione», spiega Wen Ti-sung, analista dell’Australian national university.

In che modo Xi intende fare progressi? «Probabilmente attraverso l’integrazione economica e il lavoro del fronte unito, piuttosto che tramite l’uso della forza», sostiene Wen. «Xi sta segnalando la minaccia di una crescente internazionalizzazione della questione di Taiwan, che è una delle sempre sfuggenti linee rosse della Repubblica popolare. In termini militari, Pechino raddoppierà gli sforzi e la presenza sullo stretto per negare agli attori stranieri la capacità militare di intervenire in una eventuale contingenza sul posto. Cercherà di limitare la libertà d’azione dell’esercito taiwanese, istituzionalizzando la presenza al di là della linea mediana in modo da intaccare il suo morale, sperando di far capitolare le resistenze», aggiunge.

L’emendamento allo statuto potrebbe rappresentare la base per una nuova misura normativa che allarghi lo spettro dell’attuale legge anti secessione per provare a recidere i rapporti tra mondo imprenditoriale taiwanese e partito di governo in vista delle elezioni presidenziali del 2024, che saranno in sostanza presentate come una scelta tra pace (col più dialogante Kuomintang) o guerra (col Partito progressista democratico che dovrebbe candidare William Lai, figura ben più radicale dell’attuale presidente Tsai Ing-wen).

Nel frattempo, procede spedito l’ammodernamento dell’esercito, e a capo della Commissione militare centrale, presieduta sempre da Xi, sono stati posti generali con grande esperienza «taiwanese». A partire da He Weidong, che ha guidato le esercitazioni militari senza precedenti che hanno fatto seguito alla visita di Nancy Pelosi a Taipei nell’agosto scorso.

Sistemi di deterrenza

Forse la Cina non vuole la guerra, o non la vuole ancora. Ma di certo si sta preparando a combatterla qualora fosse necessario. O qualora sentisse che il tempo non è più dalla sua parte come ha sempre pensato. Non a caso il XX Congresso apre anche a un rafforzamento dell’arsenale nucleare. Xi ha infatti preannunciato «un forte sistema di deterrenza strategica». Secondo il Pentagono, la Cina potrebbe avere circa 700 testate nucleari trasportabili nel 2027 e almeno mille nel 2030.

La dottrina cinese impone di non utilizzare per primi le armi nucleari, ma Pechino vuole rafforzare la sua deterrenza mentre la rivalità con Washington sembra ormai su un piano inclinato. «In fin dei conti – avverte Shih -, la decisione di utilizzare un’opzione militare su Taiwan dipende da una sola persona, Xi Jinping, e la decisione di una sola persona, come stiamo vedendo nel caso della Russia, può essere altamente imprevedibile».

Ecco, al di là delle incognite sul fronte economico, è proprio questa la chiave per capire che cosa potrà succedere nel terzo mandato di Xi. In passato il partito ha sempre ritenuto che il tempo giocasse a suo favore. Se ora cambiasse definitivamente prospettiva, convinto da un’America che ha ormai chiarito definitivamente che considera la Cina il primo rivale strategico nel lungo termine, potrebbe diventare impaziente. E la già tanta confusione sotto il cielo, parafrasando Mao Zedong, potrebbe stavolta non portare a una situazione eccellente.

Lorenzo Lamperti

(Photo by Wang Yuguo / XINHUA / Xinhua via AFP)


Firmato il rinnovo dell’accordo con il Vaticano

L’arte del possibile

La Santa sede rinnova l’accordo con Pechino sulla nomina dei vescovi, facendo un passo avanti nei rapporti bilaterali con il gigante asiatico. Papa Francesco ha a cuore i cattolici cinesi, una minoranza importante.

Poprio nelle ore in cui a Pechino si consumava l’ultimo capitolo del XX Congresso del Partito comunista cinese, nella Città del Vaticano veniva annunciato il rinnovo dell’accordo sulla nomina dei vescovi. Si tratta della seconda conferma del primo accordo biennale firmato nel settembre 2018. Sarà in vigore dunque fino al 2024. La Santa sede ha spiegato che «si impegna a continuare un dialogo rispettoso e costruttivo con la parte cinese per una produttiva attuazione dell’accordo e un ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali, al fine di promuovere la missione della Chiesa cattolica e il bene del popolo cinese». I termini dell’accordo non sono mai stati resi pubblici, creando qualche dubbio tra i critici. Anche perché le segnalazioni di rimozione di croci e chiusure di luoghi di culto sono proseguite negli ultimi anni. Nelle scorse settimane è iniziato il processo a carico di Joseph Zen, l’ex cardinale di Hong Kong che è entrato nel mirino delle autorità ai sensi della legge di sicurezza nazionale e che è sempre stato molto critico sulla distensione dei rapporti tra Vaticano e Pechino.

Il partito comunista cerca d’altronde di «sinizzare» le fedi religiose e farle entrare in armonia con le famose «caratteristiche cinesi», di cui l’unico possibile custode è il partito stesso.

Il cardinale Pietro Parolin ha spiegato che «Papa Francesco, con determinazione e paziente lungimiranza, ha deciso di proseguire su questa strada non nell’illusione di trovare la perfezione nelle regole umane, ma nella concreta speranza di poter assicurare alle comunità cattoliche cinesi, anche in un contesto così complesso, la guida di pastori degni e adatti al compito loro affidato».

Lo scorso luglio, anche il pontefice ha difeso l’accordo: «La diplomazia è l’arte del possibile e del fare le cose perché il possibile diventi realtà», ha detto papa Bergoglio. Ricordando il dialogo mantenuto dal Vaticano con i governi comunisti dell’Europa orientale durante la guerra fredda. D’altronde il Vaticano ha sempre sottolineato l’obiettivo pastorale di un accordo teso a tutelare i fedeli cinesi che sono pochi in proporzione a un paese da circa un miliardo e mezzo di abitanti, ma parecchi come numeri assoluti (si stimano in 16 milioni). E di fronte al rischio di una nuova guerra fredda, o di una terza guerra mondiale frammentata, come paventato già da tempo da papa Francesco, la Santa sede ritiene di dover tenere aperto un canale di dialogo con un paese così grande e così influente come la Repubblica popolare cinese, nonostante intrattenga anche rapporti diplomatici ufficiali con la Repubblica di Cina, cioè Taiwan.

Lorenzo Lamperti


Archivio MC

Taiwan. Vento europeo sullo stretto, Lorenzo Lamperti, luglio 2022.
Cina, Xinjiang. Autonomia made in Pechino (dossier), Piergiorgio Pescali, gennaio 2021.

 

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Sicurezza e cooperazione, facciamo chiarezza

testo di Chiara Giovetti |


A ogni rapimento di personale delle organizzazioni non profit sul campo riemergono una serie di pregiudizi o semplicemente di luoghi comuni legati alla scarsa informazione su un mestiere, quello del cooperante, che in Italia fatica a essere considerato un lavoro vero.

«Alla fine, con i militanti eravamo diventati amici@». Non sono parole di Silvia Romano, la ragazza milanese rapita in Kenya nel novembre del 2018 e liberata nel maggio del 2020 dopo essere stata per 18 mesi prigioniera dei terroristi somali di Al Shabaab, ma quelle – riportate dall’agenzia Adnkronos – di Cosma Russo, dipendente Agip rapito dai ribelli del Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend) in Nigeria nel dicembre 2006 insieme ai colleghi Francesco Arena e Roberto Dieghi.

Cosma Russo e Francesco Arena, rapiti in Nigeria

«Torneresti laggiù?»

Quel sequestro si concluse con la liberazione degli ostaggi: il Mend decise di lasciar andare Dieghi nel gennaio del 2007 a causa delle sue condizioni di salute non buone, mentre Arena e Russo furono liberati due mesi dopo, in marzo. Il quotidiano La Repubblica riportando le parole della moglie di Arena ipotizzò che fosse stato pagato un riscatto, ma Eni, il gruppo di cui Agip fa parte, ha sempre smentito con forza.

In una intervista a un giornale on line, Girodivite, Francesco Arena si era detto pronto a ripartire non appena l’azienda gli avesse comunicato la sua nuova destinazione, aggiungendo di non essere interessato a lavorare al petrolchimico di Gela, la sua città d’origine, dove si sarebbe sentito più recluso che nella giungla@.

Il sequestro e la sua conclusione furono seguiti dai media italiani: Stefano Liberti del Manifesto riuscì anche ad andare a intervistare Arena e Russo durante la prigionia e al momento della liberazione erano presenti le telecamere delle Iene e il giornalista Massimo Alberizzi@. Ma la vicenda, una volta terminata con il rilascio, non ebbe lunghi strascichi di polemiche, di discussioni nei talk show e di particolari approfondimenti sui giornali. Nessun commentatore all’epoca accusò i rapiti di essere in combutta con i rapitori per aver detto di questi ultimi che erano stati gentili, né mise in discussione il fatto che un tecnico di un’azienda petrolifera potesse tornare a fare il proprio lavoro in aree pericolose.

Tre anni prima, Simona Pari e Simona Torretta, cooperanti della Ong Un Ponte Per…, rapite a Baghdad da un gruppo di uomini armati che si definivano «Seguaci di Al-Zahawiri», e rilasciate dopo tre settimane, erano state duramente criticate per l’abito tradizionale iracheno che indossavano al loro rientro in Italia, dopo la liberazione, e per aver dichiarato che speravano di poter tornare in Iraq a lavorare@. Il quotidiano Libero le definì «vispe terese», diversi commentatori le accusarono di essere delle ingrate@ e nacque un dibattito – abbastanza scomposto e basato su notizie false – sugli stipendi dei cooperanti@.

Simona Pari e Simona Torretta, rapite in Iraq

Triste copione

A ogni sequestro di operatori della cooperazione si ripete in modo abbastanza simile questo stesso copione: i rapiti vengono accusati di leggerezza, di irresponsabilità o addirittura di connivenza. Se, poi, un sequestrato, una volta libero, dichiara di voler ripartire, questa sua volontà viene vista come un capriccio o addirittura come una provocazione. La stessa intenzione di tornare a fare il proprio lavoro anche in aree a rischio, se è manifestata da un ingegnere dell’Agip, viene invece a malapena commentata.

L’impressione è che molta parte dell’opinione pubblica italiana non veda la cooperazione come una professione, ma come un’attività che c’entra più con il fare del bene a tempo perso. Il fatto che nei dibattiti, sui social come in Tv, questa visione venga contrastata opponendole quella agli antipodi – la retorica della meglio gioventù, dell’Italia migliore, dell’eroismo, del sacrificio, eccetera – non solo complica un dialogo già difficile. ma impedisce alla cooperazione di acquisire il semplice, legittimo. status di lavoro a tutti gli effetti. Non un avventuroso passatempo, né un immolarsi alla causa degli ultimi: un lavoro.

Greta Ramelli (C) e Vanessa Marzullo, rapite in Siria / ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Cooperanti

I cooperanti sono le persone che lavorano per le organizzazioni che fanno cooperazione internazionale per lo sviluppo. Questa cooperazione è un ambito ben preciso, regolamentato da leggi dello stato – la più rilevante delle quali è la legge 125 del 2014 – e presente anche nel nome del ministero che contribuisce a regolarla e gestirla, il Maeci, cioè il ministero per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale. L’altro ente che la regola è l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, Aics, che fra le altre cose tiene l’elenco di quelle che agenzia e ministero riconoscono come organizzazioni in possesso dei requisiti per svolgere attività di cooperazione e per gestire fondi pubblici. Prima della legge 125 si chiamavano Ong, organizzazioni non governative, oggi ci si riferisce a loro con l’acronimo Osc, organizzazioni della società civile, anche se di fatto l’espressione Ong è tuttora di uso comune.

È bene ribadirlo: Africa Milele, l’organizzazione con cui Silvia Romano ha lavorato a Chakama, in Kenya, così come Horryati, l’associazione con cui collaboravano Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite e poi rilasciate in Siria nel 2015, non sono Ong (o Osc) e non hanno un riconoscimento ufficiale da parte del Maeci. Nessuna delle tre ragazze all’epoca del rapimento era, quindi, una cooperante. Un Ponte per…, l’organizzazione di Simona Pari e Simona Torretta, invece è una Ong, così come lo è il Cisp, per cui lavorava nel Sahara occidentale Rossella Urru, rapita insieme a due colleghi nell’ottobre del 2011 e liberata nel luglio del 2012. Care International, l’organizzazione cui apparteneva Clementina Cantoni – sequestrata e poi liberata a Kabul nel 2005 – è una Ong internazionale (per la precisione una famiglia di Ong nazionali fra loro confederate) ma non ha una «filiale» italiana.

Tutto questo significa che le organizzazioni al di fuori dalla lista dell’Aics siano amatoriali e poco serie? No, o almeno non per forza. Ma chiamare cooperante chiunque si trovi in paesi a medio o basso reddito a svolgere attività nell’ambito sociale crea solo ulteriore confusione.

Rossella Urru rapita nel Sahara occidentale.

E volontari

I volontari sono un’altra categoria ancora: possono essere persone che operano in progetti di cooperazione nell’ambito del servizio civile internazionale – e in questo caso percepiscono un assegno di 439 euro mensili più un’indennità giornaliera che va dai 13 a i 15 euro a seconda dell’area geografica in cui si svolge il servizio@ – o persone non in servizio civile ma comunque impiegate dalle Osc nell’ambito di un progetto di cooperazione insieme ai cooperanti. Un decreto interministeriale del 2015 fissa la retribuzione mensile per i cooperanti a 1.519,67 euro, e per i volontari in 849,40 euro@.

Per tutto questo personale, la sicurezza sul campo e gli obblighi assicurativi sono stabiliti chiaramente per legge e per contratto.

La parola «volontario» si usa comunemente anche per definire tutti quelli che passano un periodo sul campo – a volte a proprie spese, altre godendo di vitto, alloggio e un minimo di rimborso – per svolgere delle attività che possono o no avere la forma di progetto o semplicemente per conoscere il paese ospitante. È il caso dei campi di lavoro offerti da congregazioni religiose o da associazioni di vario tipo e dimensioni, che di solito prevedono itinerari e attività chiaramente definiti, condizioni di sicurezza adeguate e una copertura assicurativa@.

Argentina 2018 foto del gruuppo dei volontari polacchi con padre Juan Araya / © Imc Polonia

Regole chiare per la sicurezza

Vi è, inoltre, un mondo di piccole associazioni che operano in modo meno rigoroso, come ha sottolineato su vita.it la deputata Lia Quartapelle, intervenendo nel dibattito sulla sicurezza di cooperanti e volontari@: «Purtroppo però nei Pvs operano non solo Ong con una professionalità consolidata, ma anche tante associazioni, anche molto casalinghe, come sembra essere l’associazione Africa Milele con cui era partita Silvia, che stanno in piedi con la logica del volontarismo e della buona volontà».

Quartapelle, poi, allarga il ragionamento oltre il contesto delle Ong: «Giulio [Regeni] era legato a una università straniera; Greta [Ramelli] e Vanessa [Marzullo] sono partite con un biglietto low-cost e una borsa piena di medicine comprate con soldi raccolti attraverso una colletta. [Luca] Tacchetto era in vacanza, appoggiato alla famiglia della sua fidanzata. Gabriele Del Grande era entrato in Turchia per fare il giornalista con un visto turistico, in quella che è la dura gavetta dei freelance-attivisti». «I soggetti che inviano persone in contesti di rischio», dice la deputata, «devono essere legalmente responsabili per la loro sicurezza»: le Ong sono responsabili del personale che inviano in quanto datori di lavoro, mentre le università, le associazioni e i giornali «non lo sono. Ma devono diventarlo».

«Vanno a cercare se stessi»

Non c’è, nel nostro paese, la cultura del gap year, dell’anno sabbatico, molto diffusa invece nel mondo anglosassone, per cui non solo è normale ma è anche visto generalmente di buon occhio che un ragazzo, appena finito il college o l’università, si prenda un anno per viaggiare, provare diversi lavori, fare volontariato e, in definitiva, farsi un’idea più concreta e realistica di quello che vuole sia il passo successivo nella sua vita.

Forse è anche per la mancanza di questa consuetudine che in Italia sono in molti a liquidare le partenze dei giovani verso paesi del sud del mondo come un non meglio definito, astratto e idealistico viaggio alla ricerca di se stessi. Può esserci del vero in questa lettura, ma non è la sola possibile: un periodo all’estero fa anche curriculum. Che intenda perseguire una carriera nella cooperazione o voglia far valere l’esperienza all’estero in altri ambiti lavorativi, chi include nel proprio profilo un’esperienza di volontariato in Africa, Asia, America Latina, lo fa anche per dimostrare che è in grado di usare una lingua straniera, che è incline a confrontarsi con culture e condizioni diverse da quelle di provenienza e, probabilmente, che è indipendente, capace di informarsi e organizzarsi. Questi sono requisiti che anche nel mercato del lavoro italiano pare comincino ad acquisire più interesse di un tempo@.

Etiopia 2017 Roksana, volontaria polacca, insegna matematica a scuola / © Imc Polonia

«Si può fare del bene anche nel proprio quartiere»

Chi identifica la cooperazione con l’idea di fare del bene non perde occasione, ad ogni rapimento o incidente che coinvolge personale sul campo, per commentare che il bene si può fare anche in Italia.

Ancora una volta, c’è del vero ma non è questo il punto. In un mondo nel quale le persone vanno in vacanza sulle coste italiane ma anche a Zanzibar e in cui le aziende commerciano con altre regioni del proprio paese ma anche con il Vietnam, anche i professionisti del settore sociale possono lavorare nelle periferie abbandonate delle città italiane quanto nelle aree remote dei paesi a basso reddito.

Un cooperante, in definitiva, è un professionista che decide di mettere le proprie competenze in un settore al servizio (stipendiato, certo) di un progetto di cooperazione in un paese che non è il suo, magari dopo aver lavorato nello stesso settore in patria e tornando a farlo alla fine del periodo passato all’estero.

Oggi ci sono anche decine di master universitari che contribuiscono a formare figure professionali con le competenze specifiche del cooperante, ma quello nella cooperazione era un lavoro anche prima dell’avvento di questi master e prima dell’introduzione stessa della parola «cooperante».

L’ambito sanitario ne è un esempio molto chiaro – sono decine, probabilmente centinaia, i medici attivi negli ospedali italiani che si sono impegnati e si impegnano tuttora in progetti di cooperazione sul campo – ma non è il solo. Ingegneri, amministratori, interpreti, giornalisti, contabili sono solo alcuni dei profili professionali che non di rado passano più volte nel corso della carriera da un impiego in un’azienda privata o nel settore pubblico a un lavoro nella cooperazione.

Chiara Giovetti

Bambino dell’Ufariji a Nairobi, Kenya, con Liliana Valle / foto di Liliana Valle