Quanto puzza quel commercio

Dal Ghana all’Indonesia, dal Kenya al Cile, attraversando gli oceani. Sono le mete dei rifiuti – dalla plastica a quelli elettronici – che viaggiano dal Nord del mondo ai Paesi del Sud. Un business sporco che qualcuno ha iniziato a contrastare.

La copertina del report 2026 sui rifiuti elettronici (E-waste).

Con la risoluzione 1514 del 1960, le Nazioni Unite hanno stabilito che «occorre porre fine al colonialismo e a tutte le pratiche di segregazione e discriminazione ad esso associate». Il colonialismo storicamente inteso si è concluso nel secolo scorso, con una lunga scia di Paesi che hanno conquistato l’indipendenza. Eppure, forme di colonialismo persistono ancora oggi. Il perdurare di rapporti di sfruttamento tra ex colonizzatori ed ex colonizzati mostra quanto questo fenomeno non sia relegato ai libri di storia, ma continui a evolversi e a manifestarsi in forme nuove.

Negli anni Ottanta, nel Nord globale si sono inasprite le normative ambientali sullo smaltimento dei rifiuti pericolosi. Per aggirare queste restrizioni, si è ricorso sempre più a Paesi terzi, con normative inesistenti o facilmente aggirabili, controlli scarsi e governi spesso disposti ad accettare i carichi in cambio di valuta straniera. Si sono così moltiplicate le navi che trasportavano rifiuti tossici occidentali verso le coste africane e sudamericane.

Il caso più emblematico è stato quello della Khian Sea, che – a fine anni Ottanta – aveva caricato 14mila tonnellate di ceneri tossiche a Philadelphia ma, non trovando un porto disposto ad accettarle, ne aveva scaricate una parte ad Haiti, disperdendone il resto negli oceani Atlantico e Indiano.

Dal Nord al Sud

Questa logica nei decenni si è affinata ed estesa a nuove categorie di rifiuti. I paesi del Nord globale producono più scarti di quanti ne riescano a smaltire e decidono, quindi, di trasferire il problema altrove, verso Paesi che li accettano in cambio di un compenso economico o perché privi degli strumenti per opporsi. Il risultato è che le nazioni che hanno contribuito meno all’inquinamento globale si ritrovano a gestire i rifiuti di quelli che ne hanno prodotti di più, una dinamica definita «colonialismo dei rifiuti». Questa forma di sfruttamento riproduce dinamiche storiche precise, spesso coinvolgendo gli stessi Stati con un passato coloniale. Le rotte della spazzatura ricalcano spesso, con inquietante fedeltà, quelle dei vecchi imperi.

La discarica di Agbogbloshie_foto-Wikimedia

La plastica: nessuno la vuole

Nell’immaginario collettivo, quando si parla di rifiuti si pensa, quasi inevitabilmente, alla plastica. In Europa, questa viene raccolta con cura dai cittadini e messa nei bidoni appositi con la sensazione di aver fatto la propria parte. Eppure, di tutta la plastica prodotta, solo il 9% è stata effettivamente riciclata, mentre il resto è finito in discarica, incenerito o disperso nell’ambiente.

Ogni anno, inoltre, il mondo produce una quantità enorme di rifiuti plastici, pari a circa 400 milioni di tonnellate. Di fronte a questi numeri, viene spontaneo chiedersi dove finiscano. La teoria del riciclo regge poco e la realtà ha a che fare con rotte commerciali e asimmetrie di potere.

Per decenni, i paesi industrializzati hanno esportato i propri rifiuti plastici in Asia, soprattutto in Cina.

Nel 2018, Pechino ha interrotto questo flusso vietando l’importazione di 24 tipologie di rifiuti solidi, tra cui la plastica. Anche la Thailandia ha deciso di seguire questo esempio, vietando le importazioni a partire dal 2025. Come sempre accade, i flussi non si fermano, ma semplicemente si spostano verso Paesi con normative ambientali più permissive e sistemi di gestione dei rifiuti insufficienti. Tra il 2017 e il 2021, le importazioni di rifiuti plastici nel Sud-est asiatico sono cresciute del 171%. Sebbene i Paesi di questa regione ospitino meno del 9% della popolazione mondiale, hanno ricevuto il 17% delle importazioni globali di rifiuti plastici.

Non tutta la plastica esportata è dichiarata apertamente come rifiuto. Il commercio internazionale di rifiuti plastici si regge sulla distinzione tra plastica «riciclabile» e «mista». La seconda è spesso non riciclabile o economicamente svantaggiosa da trattare, ma viene comunque spedita, mescolata a materiali di qualità superiore per eludere i controlli.

La storia dei 141 container tedeschi bloccati nei porti turchi tra il 2020 e il 2021 è emblematica: arrivati poco prima dell’introduzione di un divieto sulle importazioni di plastica mista, sono stati respinti perché contenevano rifiuti spacciati per plastica lavorabile, rimanendo per oltre un anno in un limbo tra diversi Paesi.

Sorge allora un dubbio: quanta della plastica che l’Unione europea dichiara come riciclata finisce in discariche illegali o viene bruciata all’aperto?

Va sempre ricordato che l’86% della dispersione di plastica nell’ambiente avviene in paesi non Ocse, i quali – però – consumano poco più della metà della plastica globale. Ed è così che i luoghi si trasformano. A Loji Beach, un piccolo porto di pescatori in Indonesia, le correnti convogliano i rifiuti nella baia. Questi però non sono di origine locale, a dimostrazione del fatto che il problema è in parte sistemico: anche quando la plastica viene raccolta correttamente in Europa, la filiera del riciclo non è in grado di assorbirla tutta e il surplus trova comunque una via d’uscita, quasi sempre verso Sud.

Raccolta dei rifiuti a New Delhi, India. Foto Zoshua Colah – Unsplash

I rifiuti elettronici

Nel 2022 il mondo ha prodotto circa 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, pari a quasi due tonnellate di apparecchiature al secondo. È la categoria di rifiuti in più rapida crescita, alimentata dall’innovazione tecnologica e da modelli di consumo che rendono rapidamente obsoleti i dispositivi. Eppure, questi scarti contengono una quantità enorme di risorse preziose: da un milione di telefoni si possono recuperare circa 9mila chili di rame, oltre 200 d’argento, più di 20 d’oro e quasi nove di palladio.

Il Global E-waste Monitor 2024 stima che il valore delle materie recuperabili nei rifiuti elettronici non trattati ammonta a circa 62 miliardi di dollari l’anno.

Nonostante ciò, oltre l’80% dei rifiuti elettronici finisce nel cosiddetto Sud globale, spesso etichettato ambiguamente come «apparecchiature usate e funzionanti», aggirando così i controlli doganali e le normative internazionali.

In un’indagine un gruppo di ricercatori ha dotato di tracciatore Gps 314 apparecchiature elettroniche e le hanno depositate in centri di raccolta ufficiali in dieci Stati europei. Il 6% di questi è stato esportato in probabile violazione delle normative internazionali, e sette sono arrivati in Africa. Applicando questa percentuale ai volumi complessivi della produzione europea, i ricercatori hanno stimato che ogni anno 352mila tonnellate di rifiuti elettronici si muovono dall’Europa secondo queste ambigue modalità.

Questo traffico illecito genera profitti tra i 10 e i 12 miliardi di dollari l’anno, alimentando un mercato parallelo che si sviluppa all’ombra della transizione digitale globale.

Il Ghana è tra i principali destinatari di questi flussi: circa il 15% dei rifiuti elettronici globali viene smaltito nel Paese. Attorno a questo flusso si è sviluppata un’economia informale, grazie alla quale per ogni tonnellata di rifiuti elettronici si contano 15 lavoratori nel riciclo e 200 nelle riparazioni. Il governo guadagna ogni anno circa 100 milioni di dollari in tasse dai paesi esportatori, una fonte di entrate che rende difficile limitare le importazioni.

Il luogo simbolo di questo fenomeno è Agbogbloshie, nella periferia di Accra, che ospita una delle più grandi discariche di rifiuti elettronici dell’Africa. Qui lavorano circa seimila persone, che recuperano metalli preziosi bruciando cavi e dispositivi all’aperto, senza protezioni né regolamentazioni adeguate. Queste pratiche rilasciano sostanze altamente tossiche nell’aria e nel suolo. Altre 30mila persone nella regione metropolitana dipendono indirettamente dalla discarica. 

bambini riciclatori trasportano sacchi di rifiuti ad Agra, in India. Foto Dulana Kodithuwakku – Unsplash

I rifiuti tessili

L’industria della moda è responsabile fino al 10% delle emissioni globali di gas serra. Le catene del tessile consumano enormi quantità di energia, acqua e sostanze chimiche, di cui molte sono classificate come pericolose. I tessuti sintetici, che costituiscono più della metà della produzione globale, rilasciano microplastiche a ogni lavaggio, contribuendo all’inquinamento degli oceani. Su questo sistema già fragile si è innestato il modello del fast fashion: capi progettati per durare poco, prodotti in quantità industriali, venduti a prezzi stracciati e dismessi troppo velocemente. Il risultato è che ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 83 milioni di tonnellate di rifiuti tessili.

Una parte significativa degli abiti dismessi nei paesi del Nord globale viene raccolta sotto forma di donazioni, in un gesto che, all’apparenza, riflette una certa «generosità».

Nel 2019, l’Africa ha ricevuto il 46% del tessile usato esportato dall’Unione europea. Tuttavia, una quota rilevante di questi capi, spesso fino alla metà, è già scarto al momento dell’arrivo perché troppo danneggiata, consumata o di qualità troppo bassa per essere rivenduta.

In Kenya, questo sistema prende il nome di mitumba, termine che significa «balle» e indica i pacchi di abiti usati importati dai paesi donatori e venduti prima ancora di essere aperti. I piccoli commercianti le acquistano senza conoscerne il contenuto, ma una parte significativa è costituita da scarti invendibili. Dei 900 milioni di capi importati dal Kenya nel 2021, fino al 50% è finito in discarica o bruciato a cielo aperto. A Nairobi, la discarica di Dandora è uno dei principali punti di accumulo dei rifiuti tessili e il fiume Nairobi che la attraversa è intasato di capi sintetici. Anche le reti dei pescatori del Lago Vittoria, ai confini tra Kenya e Uganda, raccolgono più vestiti che pesci, con conseguenze sui mezzi di sussistenza delle comunità locali.

Il fenomeno non si limita all’Africa: dal porto di Iquique, nel Nord del Cile, ogni anno transitano 59mila tonnellate di materiale tessile. Di queste solo 20mila entrano nel circuito distributivo sudamericano, mentre il resto finisce nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del pianeta, oggi coperto da dune di stracci, tossiche per l’ecosistema e le popolazioni vicine.

Questo sistema non distrugge solo l’ambiente, ma anche le economie locali. Il 91,5% delle famiglie keniane acquista vestiti di seconda mano importati, mostrando una forte dipendenza da questi flussi a scapito dell’industria locale. I piccoli produttori locali faticano a competere con vagoni di abiti europei venduti a pochi centesimi al chilo. Tralasciando le implicazioni etiche della produzione, il fast fashion si presenta come una forma di accessibilità diffusa, ma impoverisce le filiere locali, inonda i mercati di scarti e lascia alle comunità del Sud globale la gestione dei rifiuti di un sistema che, ancora una volta, non hanno contribuito a creare.

rifuti- foto Engin Akyurt – Unsplash

Salute e diritti a rischio 

Si parla di riciclo, ma le pratiche appena raccontate non assomigliano a quello che immaginiamo quando separiamo i rifiuti a casa o «doniamo» vestiti usati. Ad Agbogbloshie, i lavoratori respirano livelli di particolato quasi cinque volte superiori alle soglie indicate dall’Organizzazione mondiale della sanità. Le uova delle galline allevate nel vicino insediamento di Old Fadama contengono livelli pericolosi di diossine, segno che la contaminazione è entrata nella catena alimentare. Tra i lavoratori ci sono anche bambini, i cosiddetti «poliziotti del metallo», che per pochi soldi cercano residui metallici da poter rivendere. I rischi cronici per la salute e la mancanza di tutele e diritti pesano meno, nella scala delle urgenze quotidiane, del bisogno immediato di sopravvivere. Ma finché non c’è alternativa, ci sarà sempre qualcuno disposto ad accettare il rischio altrui. Il «riciclo» che avviene in questi luoghi è l’espressione proprio di questo: della delega del rischio a chi non può rifiutarla.

I divieti della Ue

Le normative esistono ma, come spesso accade, la loro applicazione è debole o facilmente aggirabile. La Convenzione di Basilea del 1992 ha posto un primo argine all’esportazione di rifiuti tossici. Nel 2019 è arrivato un emendamento alla Convenzione sull’esportazione di plastica, mentre – nel 2024 – l’Unione europea ha vietato l’export di rifiuti plastici verso i Paesi non Ocse. I rifiuti elettronici (Raee) – invece – sono stati inclusi nella Convenzione con un altro emedamento entrato in vigore nel gennaio 2025. Si tratta, però, di un percorso lento, spesso aggirato attraverso clausole e scappatoie legali, mentre l’enorme giro di interessi economici che ruota attorno a questi traffici frena i governi dall’affrontare strutturalmente il problema.

Resistenza dal basso

Intanto, alcune realtà locali resistono. In Ghana, Yvette Tetteh ha nuotato per 450 chilometri lungo il fiume Volta, seguita da un catamarano a energia solare con un laboratorio scientifico a bordo, per documentare la presenza di microplastiche nelle acque e denunciare l’impatto del colonialismo dei rifiuti sugli ecosistemi del suo Paese.

In Uganda, Bobby Kolade ha fondato Buzigahill, un progetto che trasforma abiti scartati dal Nord globale in capi di alta gamma, rispedendoli simbolicamente al mittente. In Kenya, il gruppo Clean Up Kenya e attiviste come Chemitei Janet sensibilizzano ogni giorno sull’impatto dell’industria della moda. Sono voci diverse, in luoghi diversi, ma che condividono la stessa idea: il problema non nasce lì dove si trovano, ma è lì che ha trovato le sue conseguenze più visibili ed è lì che qualcuno ha deciso di combatterlo.

Le resistenze dal basso esistono, ma non possono sostituire la responsabilità degli Stati nel mettere in discussione e modificare le strutture globali che alimentano questo moderno colonialismo.

Eva Castelletti

Colonialismo dei rifiuti _ Nick Fewings – Unsplash
 



I rifiuti dell’Europa nel mondo

 

Ogni anno, l’Unione europea esporta milioni di tonnellate di rifiuti in tutto il mondo, in particolare nel Sud globale. Si va dalla semplice spazzatura, ai dispositivi elettronici, passando per il fast fashion (l’industria della moda di massa).

Il business, che ruota attorno alla loro gestione e smaltimento, è enorme ed estremamente redditizio. Soprattutto per le organizzazioni criminali che guadagnano miliardi dall’esportazione illegale di rifiuti in tutto il mondo.

Secondo la Commissione europea, infatti, circa un terzo del totale dei rifiuti inviati fuori dai confini dell’Unione è gestito dalla criminalità organizzata, cioè dalle cosiddette «ecomafie».

Quanti, dove e come

I dati dell’Eurostat (l’Istituto di statistica europeo) mostrano che la maggior parte dei rifiuti prodotti nell’Ue (61 milioni di tonnellate nel 2022) si sposta tra gli Stati membri. Una quota consistente (nel 2022, circa 32 milioni di tonnellate), però, viene esportata oltre confine. Il 60% di questi rifiuti giunge in soli tre Paesi: Turchia (38%), India (17%) ed Egitto (5%).

In più, c’è l’economia sommersa controllata dalle ecomafie. Le disposizioni – che stabiliscono quali materiali possono essere o meno esportati e dove – sono facilmente aggirabili, mentre le sanzioni decisamente scarse.

Così, lo sviluppo di business illegali è semplice, e in diversi Paesi europei sono sorte reti criminali per l’esportazione di rifiuti (sia pericolosi che non) in altre aree del mondo.

L’Europol (l’agenzia dell’Unione europea per il contrasto alla criminalità), infatti, stima che il traffico illegale di rifiuti sia il più redditizio dopo quello di droga, la contraffazione e la tratta di esseri umani.

Nella sola Italia, nel 2021, l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato oltre 7mila tonnellate di rifiuti in partenza per l’estero.

Spesso, i prodotti la cui esportazione è illegale sono mescolati ad altri legali, così da renderne difficile l’identificazione. Le norme vengono aggirate con degli escamotage. Ad esempio, la Convenzione di Basilea del 1989 sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione permette l’esportazione solo di quei dispositivi elettronici che sono riparati subito dopo l’arrivo. Dunque, è sufficiente denunciare il trasporto di «prodotti di seconda mano» per eludere i controlli.

Lo smaltimento nel Sud globale

Ogni anno, dai porti europei partono tonnellate di rifiuti inviati illegalmente in tutto il mondo. In particolare, verso il Sud Est asiatico e l’Africa subsahariana, i quali ricevono – tra gli altri – dispositivi elettronici non più funzionanti, vestiti non più utilizzabili e materiali plastici.

In questi Paesi, uno smaltimento adeguato è difficile: mancano strutture efficaci ed efficienti. La plastica è bruciata all’aria aperta e rilascia fumi tossici e materiali inquinanti con effetti estremamente dannosi su ambiente e salute. I dispositivi elettronici si accumulano in enormi discariche a cielo aperto dove gli abitanti dell’area – senza adeguate protezioni – si recano ogni giorno alla ricerca di pezzi rivendibili o componenti minerarie riutilizzabili.

In generale, l’accumularsi di questi prodotti nel Sud globale e le modalità con cui vengono gestiti e smaltiti causano l’inquinamento di aria, acqua e suolo. Oltre a frequenti malattie – soprattutto respiratorie – tra la popolazione locale.

Il regolamento europeo

A fine 2021, la Commissione europea ha avanzato una proposta per l’introduzione di un regolamento (poi approvato l’11 aprile 2024) per combattere il traffico illegale di rifiuti e ridurre l’inquinamento e le emissioni di gas serra correlate.

Per quanto riguarda il commercio legale, la normativa vieta l’invio in Paesi terzi di tutti i rifiuti da smaltire. Così come proibisce l’esportazione di quelli destinati al recupero ma considerati pericolosi in Paesi non appartenenti all’Ocse (cioè tutti quelli africani e quasi tutti quelli asiatici e sudamericani). Verso questi Stati non è più possibile nemmeno esportare materiali plastici «non pericolosi». Quest’ultima disposizione completa il divieto (in vigore dal 2021) di inviare al di fuori dei Paesi dell’Ocse i rifiuti plastici considerati «difficili da riciclare» e «pericolosi».

Il regolamento si pone anche l’obiettivo di contrastare le esportazioni illegali. Ma in realtà su questo fronte non cambia molto rispetto alle normative già vigenti. Sebbene siano state introdotte regole ancora più stringenti su ciò che può essere esportato o meno, eluderle continua a essere molto semplice. Mentre le sanzioni restano limitate e non incentivano l’abbandono di attività criminali.

Il regolamento si limita a invitare gli Stati europei a collaborare maggiormente tra loro nel contrasto ai traffici illegali, aumentando gli sforzi di indagine e la comminazione di sanzioni. Ma nei fatti non è niente di nuovo rispetto a quanto già in vigore.

Aurora Guainazzi




La regina dei container

testo e foto di Martina Ferlisi, Sarika Strobbe, Amarilli Varesio |


Elettrodomestici, apparecchi elettronici e beni di ogni tipo, buttati via in Europa, sono riutilizzati in Africa. In Italia, alcuni immigrati di lungo corso si sono specializzati nelle spedizioni. Il passo verso il commercio di rifiuti tecnologici però è breve.

«Liberate i nostri container! Stiamo morendo dentro! Basta discriminazioni», sfilano gli striscioni. È un 19 agosto dal cielo coperto, il traffico è paralizzato e la via Gramsci di Genova è invasa da un fiume di magliette rosse, grida, musica e bandiere del Ghana.
Sono più di settecento i ghanesi che, da tutto il Nord Italia, hanno raggiunto la città per manifestare. Circa quattrocento dei container da loro spediti sono fermi, senza nessuna spiegazione, da più di un anno presso la dogana di Genova. «Non capiamo perché, non sappiamo perché, noi siamo oggi qui a chiedere il perché. Non possono bloccare i nostri container, la gente sta male, sono un sacco di soldi quelli che abbiamo speso». Queste le parole di Nanà Pomaah, pronunciate con rabbia al microfono di un giornalista. A guidare il corteo c’è lei. Un passo avanti a tutti, avvolta in un vestito rosso, cammina con fierezza.

Nanà Pomaah nel villaggio ghanese di Dormaa Ahenkro, luogo di origine della madre, ha ricevuto il titolo onorifico e tradizionale di regina. Un riconoscimento che le fa sentire la responsabilità di rappresentare il suo popolo, di sostenerlo nelle sue battaglie anche in Italia, con tutta la sua grinta e determinazione.

Il blocco dei container rappresenta un grande problema per la comunità ghanese, dentro di essi, infatti, ci sono generi alimentari, vestiti, macchine, beni di ogni tipo che gli immigrati raccolgono e spediscono ai loro familiari e soci. La stessa Nanà spiega di avere una fondazione a Dormaa Ahenkro, grazie alla quale aiuta bambini di strada e vedove. Per questo è per lei importante che il suo container arrivi a destinazione. Dopo dieci giorni di fermo del container al porto, inoltre, viene richiesto il pagamento di 130 euro al giorno a chi spedisce.

A seguito della manifestazione, i funzionari della direzione interregionale di Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, si sono resi disponibili a incontrare i ghanesi che si occupano delle spedizioni, per spiegare loro le motivazioni del blocco, e soprattutto quali regole dovranno rispettare in futuro affinché non se ne ripetano altri.

A corte, dalla regina

Nanà, alcuni giorni dopo la manifestazione di Genova, ci accoglie nel salotto di casa sua a Como dove vive da ormai 22 anni. Ha indossato per noi gli abiti e i gioielli tradizionali, quelli delle cerimonie ufficiali nelle quali riveste il suo ruolo di regina. Un turbante dorato le copre il capo, e un grande tessuto bianco decorato con melograni d’oro le cade morbido sulla spalla sinistra. A ciascun polso indossa tre bracciali d’oro, e per ogni mano tre grandi anelli, anch’essi d’oro. Sono abiti che un tempo erano esclusivi dei reali ma che ora vengono utilizzati anche nei matrimoni della gente comune. In passato questi gioielli erano d’oro vero, oggi non più. Questo significa essere regina in Ghana oggi: vestiti importanti da indossare, ma che non portano nessuna ricchezza materiale, solo responsabilità.

Nanà ci racconta che dopo essere stata nominata regina nel 2016 non le è stato dato nulla se non qualche appezzamento di terra e il rispetto, quello sì, di grandi e piccoli. «Quando sei regina devi lavorare per il tuo popolo, devi creare qualcosa per il tuo popolo», ci dice. Il suo sogno è infatti quello di costruire, per mezzo della sua fondazione, una scuola tecnica e una clinica per donne incinte, per creare competenze, posti di lavoro e sicurezza sociale.

Nanà non è sempre stata una regina e la sua vita in Italia non è stata sempre facile. Arrivata a Palermo molto giovane, è stata costretta a cambiare più volte città e lavoro. Ha iniziato come parrucchiera, e dopo aver ottenuto il diploma Asa (ausiliario socio assistenziale, ndr), si è dedicata alla cura degli anziani. Nanà sostiene che siano i loro racconti, i loro ricordi, che lei definisce la sua vera «università di vita», ad averle fatto maturare l’esperienza giusta, per farle affrontare con forza e consapevolezza anche i momenti più difficili. Sa bene infatti che solo il confronto e il dialogo potranno aiutare il cambiamento.

Grazie all’incontro tra gli spedizionieri ghanesi e i funzionari delle dogane, la situazione è stata chiarita: il blocco era stato causato da irregolarità nel carico dei container. I controlli avevano fatto emergere la presenza di merci come bombole, batterie usate, motori di frigoriferi, che, secondo le leggi e le convenzioni internazionali come quella di Basilea, non possono essere spediti, perché considerati rifiuti pericolosi e altamente inquinanti.

Nanà ci racconta che in Ghana si trovano principalmente prodotti provenienti dalla Cina di scarsa qualità. Per questo i beni che arrivano dall’Europa sono tanto ambiti e apprezzati. Anche se usati e talvolta rotti, possono comunque essere riparati e durare di più di quelli nuovi cinesi.

Uniti si può

Per gestire le spedizioni nella maniera più corretta, la comunità ghanese ha dato alla luce un’associazione, l’African shipment association. Guidata da Nanà, in quanto portavoce, e presieduta da Yusuf Amoudou, spedizioniere con esperienza quasi trentennale, è stata un’iniziativa molto apprezzata dai doganieri genovesi. Chi vuole farne parte deve infatti conoscere e rispettare le regole. «Adesso anche io insegno alla mia gente», ci dice Yusuf che nel frattempo ci ha raggiunti a casa di Nanà. «Le spedizioni sono diminuite perché prima ognuno mandava qualsiasi cosa, anche i rifiuti. Adesso non più».

Lo spedizioniere

Yusuf sfoggia la sua dentatura bianchissima mentre ci rivolge un sorriso. Ha indossato una cravatta con dei piccoli cavalli in corsa e lucidato le scarpe per la nostra chiacchierata. Yusuf viene dal Ghana, ed è in Italia dal 1989. Lavora come manutentore a Caverago, nella provincia di Bergamo. Negli anni ‘90 ha spedito il suo primo container e, piano piano, si è costituito una solida rete di connazionali che lo pagano per mandare beni, nuovi o usati, in Ghana. Frigoriferi, televisori, pompe, macchine da cucire, ma anche dentifricio, medicinali chiusi dentro grossi bidoni di plastica. Tutti beni che l’uomo raccoglie porta a porta, con il furgone, durante il weekend, e poi ammassa dentro un grande magazzino.

La logica sottostante a questa attività, nelle comunità africane in Italia, è quella di mandare ai propri familiari delle rimesse sotto forma di beni e non di soldi, perché questi ultimi vengono facilmente tassati dallo stato. «Nel container ci sono i miei oggetti più quelli di altre 20 o 30 persone», dice Yusuf definendo quello che in dogana viene chiamata una spedizione «groupage» (mettere in gruppo, ndr). Per Yusuf, questo è diventato il suo secondo lavoro. Una volta al mese, per 3.500 euro, affitta e spedisce un container da 40 piedi.

Riciclo e circolazione

Come Yusuf, molti altri immigrati presenti nelle nostre città, barcamenandosi tra lavori precari, portano avanti questo genere di attività informali di riciclo e riutilizzo, non senza contraddizioni. Spesso, i beni di seconda mano vengono recuperati da chi sgombera le cantine e, invece di portare gli oggetti all’isola ecologica, li rivende agli spedizionieri. Altra fonte sono donazioni di privati, mercati dell’usato, marketplace di Facebook, marciapiedi o rubati all’aziende di smaltimento rifiuti. Nelle comunità di origine intere famiglie ricavano gran parte del loro reddito dalla rivendita dell’usato europeo in piccoli negozi, o dal suo riutilizzo in diverse attività. Le auto, ad esempio, diventano taxi, i forni permettono di aprire delle panetterie, e i frigoriferi di vendere il ghiaccio lungo le strade accaldate delle capitali africane. Con un investimento modesto, si attivano piccole economie locali.

Non prima di aver ricevuto un bacio da parte di Nanà, usciamo di casa per andare con Yusuf nel luogo in cui i suoi collaboratori stanno caricando un container.

Dentro al container

Ci inoltriamo lungo una stradina immersa nel bosco punteggiata da sedie di plastica malridotte usate da prostitute con lo sguardo cupo. Sotto nubi dense, finiamo nel cortile di un grande capannone dove troneggiano cinque container aperti e montagne di oggetti ben incellofanati e accatastati, con i nomi dei proprietari accuratamente scritti sopra. Questa è la condizione necessaria per evitare che, in caso di apertura del container, i doganieri pensino che il carico sia destinato al traffico di rifiuti. Con grande maestria, da ore, quattro uomini stanno incastrando i pacchi nel container in modo da non lasciare neanche una fessura libera. Alcuni, vedendoci arrivare, mostrano un po’ di diffidenza, non sembrano contenti della nostra visita. Ci fermiamo pochi minuti, giusto il tempo per vedere alcuni pneumatici usati ammucchiati. Probabilmente non è ancora ben chiaro a tutti quali sono gli oggetti la cui esportazione è vietata dalla Convenzione di Basilea del 1992.

Per via di questa convenzione risulta molto difficile esportare, per esempio, gli oggetti elettronici. «Le apparecchiature elettroniche di seconda mano, possono essere esportate a condizione che abbiano la certificazione di funzionalità», ci spiegherà Florindo Iervolino, responsabile della dogana di Genova. In poche parole, è necessario che un tecnico compia dei test sull’elettrodomestico e certifichi il suo funzionamento o la possibilità di ripararlo. Ma questa operazione costa circa 60 euro.

Lo stratagemma usato dagli spedizionieri africani è quello di non dichiarare il materiale che necessiterebbe di certificazione. Inoltre, i beni vengono spediti con la dicitura «effetti personali o masserizie», che però dovrebbe essere al seguito di una persona che trasloca. Questo genere di spedizioni viene sottoposta a forme di controllo minori in dogana, e non permette di esportare e commerciare, ma solo di traslocare i propri beni. (questo è uno dei dettagli che indica che è   una pratica illecita).

L’ambiguità si gioca sul fatto che i beni presenti nei container sono di varia natura: oltre a quelli destinati esplicitamente alla rivendita in negozi dell’usato europeo che possono essere definiti merci, ci sono beni inviati come aiuto alle proprie famiglie, oppure spediti su richiesta: cioè oggetti già proprietà del destinatario al momento della spedizione e che quindi non rientrano in un vero e proprio commercio.

Piccoli commerci

Il recupero dei beni, lo stoccaggio, l’organizzazione del container richiedono fatica, pazienza e una capacità logistica non indifferenti. La motivazione che anima questo lavoro è la consapevolezza di poter dare ad altri e a se stessi delle nuove opportunità economiche.

Abu ha 26 anni ed è arrivato in Italia 5 anni fa. Per diverso tempo ha lavorato come rider, senza coperture assicurative. Nei week end vendeva e comprava vestiti ai mercatini dell’usato, e con il tempo è riuscito, assieme ad altri, ad affittare un container e a spedire beni di vario genere alla sorella in Gambia, permettendole così di aprire un negozio dell’usato. Tra i beni più richiesti dai clienti vi sono i frigoriferi. Abu allora ha iniziato a recuperarli da un italiano che effettua sgomberi, e che rivende a basso prezzo ciò che trova. Abu rivende i frigoriferi al triplo del prezzo, riuscendo così ad avere un margine di guadagno che lo aiuta a vivere. Il piccolo commercio del giovane ha un effetto positivo sull’economia della sua famiglia: la sorella rivende i beni, mentre la madre prepara e vende ghiaccioli alla frutta, che conserva in un grande frigorifero speditole dal figlio. Sebbene scelga quelli più nuovi e funzionanti, Abu non effettua nessun test di funzionamento, e come questi vengano spediti, nemmeno lui lo sa bene, è un suo socio a occuparsi della documentazione.

Forse, il motivo di quella certificazione, costosa e insostenibile per chi vorrebbe solo spedire oggetti con buone intenzioni, è chiara a chi lavora nelle grandi discariche a cielo aperto, come quella di Agbobloshie, nei sobborghi di Accra, capitale del Ghana. Lì, ogni giorno, uomini, donne e bambini bruciano apparecchiature di ogni genere per estrarre a mani nude rame, ferro, metalli di valore e guadagnarsi così la giornata.

Tutti in discarica

Mike Anane, giornalista ambientale, vive ad Accra e, da vent’anni, si occupa di documentare la tremenda situazione in cui versano i territori delle discariche e loro suoi abitanti. In questi luoghi vi è un’altissima incidenza di malattie respiratorie, della pelle e tumori. L’esposizione a fumi nocivi e tossici porta le persone a non respirare più, a non riuscire a dormire la notte. «In questi vent’anni, le persone sono diventate più consapevoli – dice Mike -, ma l’arrivo di rifiuti elettronici non si è mai fermato, nonostante le diverse convenzioni e regole che ne impedirebbero la spedizione. Ricevere un frigorifero che potrebbe smettere di funzionare in breve tempo è problematico laddove non vi sono infrastrutture adatte a un consono trattamento e smaltimento». Mike è categorico: «Per impedire che questo inferno continui a bruciare, i paesi dell’Occidente devono rispettare gli accordi, effettuare i controlli e smaltire i beni che non funzionano all’origine».

Le persone da noi incontrate non hanno intenzione di spedire beni non funzionanti, ma solo far arrivare alle proprie famiglie oggetti di qualità, ai quali non avrebbero accesso altrimenti. D’altra parte, il traffico illecito di rifiuti, spesso gestito dalle ecomafie, è un fenomeno che provoca grossi problemi ambientali e sociali in Africa e che va combattuto con fermezza. Come coniugare la volontà di offrire un’opportunità migliore ai propri familiari, con la sostenibilità? Un sistema che agevoli la certificazione del funzionamento dei beni usati, prima della loro partenza – evitando dunque che si trasportino rifiuti – che sia semplice ed economicamente accessibile agli immigrati, potrebbe essere un primo passo per rendere le esportazioni più trasparenti. Inoltre, vi è la necessità di un sistema in Italia che si preoccupi di agevolare pratiche di valorizzazione di beni già esistenti e prepararli al loro riutilizzo e commercializzazione.

Martina Ferlisi, Sarika Strobbe, Amarilli Varesio


Le autrici

Martina Ferlisi, ama scrivere, studia economia.
Sarika Strobbe, artista, studia antropologia.
Amarilli Varesio, cantautrice, studia antropologia.
• Le foto del servizio sono delle tre autrici e di Marta Lombardelli, videomaker.
• Sono state finaliste della nona edizione del Premio Morrione 2020, per la categoria video inchiesta con «Un’altra rotta». Qui il trailer: www.premiorobertomorrione.it/inchieste/unaltra-rotta/