La Gen Z scende in piazza

Sommario

Supporters of ACT-Wazalendo (Alliance for Change and Transparency) party march during a protest in Kigoma – Tanzania,on October 30, 2025 (Photo by AFP)

Quando a insorgere è un continente

I movimenti di protesta dei giovani africani

Negli ultimi due anni, numerose manifestazioni hanno attraversato il continente africano. A scendere in piazza sono soprattutto i giovani della «Generazione Z». Il divario con le élite al potere è enorme. Ma le rivolte mostrano dei limiti.

A giugno 2024, le strade del Kenya si sono riempite di giovani in protesta contro la nuova legge finanziaria, voluta dal presidente William Ruto. Pochi mesi prima, in Senegal, i manifestanti – che chiedevano il rispetto delle regole democratiche e la liberazione dei leader dell’opposizione, in carcere con accuse pretestuose – erano stati repressi per giorni dalle forze dell’ordine.

Alla fine dell’estate di quell’anno, sono insorti i giovani nigeriani: con lo slogan #EndBadGovernanceInNigeria hanno denunciato corruzione, scarsa governance e crescente costo della vita. Nel frattempo, in Uganda, il tentativo di opporsi al regime quarantennale di Yoweri Museveni è stato silenziato con ondate di arresti e detenzioni. L’autunno del 2024 ha visto sollevarsi il Mozambico, i cui cittadini – incitati dal principale leader di opposizione, Venâncio Mondlane, fuggito all’estero dopo il voto di ottobre – hanno denunciato brogli elettorali.

All’inizio dell’estate 2025, sono tornati in strada i giovani keniani. Questa volta non solo per condannare l’aumento delle tasse, ma anche la violenza della polizia. Poi, è stato il turno dei malgasci, le cui proteste contro il regime di Andry Rajoelina hanno portato a un colpo di Stato che ha deposto il presidente. In Tanzania, le manifestazioni dell’ottobre scorso contro i brogli elettorali sono state represse nel sangue. Violenta è stata anche la reazione delle forze dell’ordine in Camerun e Costa d’Avorio, dove i cittadini si sono opposti alla riconferma scontata dei presidenti (padroni dei due Paesi) Paul Biya e Alassane Ouattara.

Un continente in movimento

Queste sono solo alcune delle tante manifestazioni di protesta che, negli ultimi due anni, hanno attraversato il continente africano. Non sono un fenomeno isolato: negli ultimi vent’anni, secondo l’Armed conflict location & event data project (Acled, uno strumento di monitoraggio indipendente di conflitti e proteste nel mondo), c’è stato un incremento costante di manifestazioni in tutta l’Africa subsahariana. Con un’escalation dal 2020 in poi.

Focolai di protesta si sono accesi in Stati retti da regimi autoritari, così come in altri considerati più democratici. Sono scesi in strada i cittadini di Paesi in crescita economica e gli abitanti di quelli più in difficoltà. Si è scatenata un’ondata di fermento trasversale a tutto il continente: da Nord a Sud, da Est a Ovest. L’intera Africa è in movimento.

Ogni protesta ha le proprie peculiarità. Ognuna si radica in uno specifico contesto locale e trova fondamento nelle questioni sociali, economiche, politiche e culturali più sentite dai cittadini di ciascun Paese. Ma, al contempo – ben lungi dal considerare l’Africa come un continente monolitico, dove tutto è assimilabile – ci sono comunque alcuni tratti comuni a molte di queste mobilitazioni.

Young residents hold banners and dance to rock music during a concert as crowds gather for a civil society rally demanding President Rajoelina’s resignation, following the announcement by Madagascar’s Army CAPSAT unit that they would assume power in the country in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Divario generazionale, diseguaglianze e democrazia

A scendere in strada sono soprattutto i giovani della cosiddetta Generazione Z o Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012). E se questo, di per sé, non deve stupire – sette africani su dieci hanno meno di trent’anni -, dall’altro lato, evidenzia l’enorme divario generazionale che in molti Paesi si registra tra le élite al governo e la maggioranza della popolazione.

Sono infatti le leadership politiche ed economiche – spesso ultraottantenni, se non novantenni – il bersaglio principale dei manifestanti. In molti casi, queste élite incarnano sistemi politici retaggio dell’epoca dei partiti unici e, ancora oggi, conoscono solo la legge dell’autoritarismo e della repressione. In altri casi, dove non c’è questa eredità storica, la classe politica cerca di mantenersi al potere, violando o manipolando la Costituzione. I manifestanti reagiscono a questi tentativi.

Intanto, le élite continuano ad arricchirsi – attraverso clientelismo, corruzione e accaparramento di risorse -, con l’effetto di riprodurre e perpetuare disuguaglianze, nonché di ostacolare prospettive di cambiamento politico, sociale ed economico. Per questi leader investire sul piano socioeconomico, stimolare crescita e diversificazione dell’economia, creare posti di lavoro e offrire servizi di qualità, il più delle volte, non sono delle priorità. Dall’altro lato i giovani – che spesso nella loro vita hanno visto un solo presidente ma, al contempo, anche grazie all’uso di strumenti digitali, sono consapevoli del mondo che li circonda – chiedono trasparenza e assunzione di responsabilità da parte delle élite. Rivendicano, inoltre, la necessità di un’alternanza politica, attraverso elezioni libere e trasparenti e il rispetto di norme costituzionali e istituzioni.

Generazione digitale

Connessione internet e social network permettono sempre più ai giovani africani di essere parte di un sistema globale e di essere connessi con il resto del mondo.

Il dissenso si alimenta di notizie, informazioni ed esempi provenienti da altri Paesi, sia africani che non. L’uso del web contribuisce alla costruzione di una coscienza critica e alla nascita di movimenti di protesta. Questi, a loro volta, si servono degli strumenti digitali – soprattutto i social network – per organizzarsi e mobilitarsi, dandosi appuntamento per riempire le strade delle maggiori città. In più, il digitale permette anche di raccogliere nuovi sostenitori, grazie alla cassa di risonanza delle reti sociali.

Nonostante i tentativi dei governi di controllarli, gli strumenti digitali hanno dimostrato di essere spesso un potente strumento di denuncia della repressione e della violenza delle forze dell’ordine.

Leadership cercasi

Le mobilitazioni, però, hanno dei limiti. Non è solo la capacità repressiva dei governi a impedire alle proteste di raggiungere i loro obiettivi, ma anche la mancanza, all’interno di molti movimenti, di leadership chiare e solide.

L’assenza di un allineamento politico esplicito favorisce un’adesione eterogenea e trasversale della società civile, evitando strumentalizzazioni da parte dei partiti di opposizione. Ma limita l’efficacia della protesta che, non potendo contare su voci di rilievo, resta confinata fuori dei palazzi del potere e non riesce a rendere effettive le proprie rivendicazioni.

Ci sono poi casi in cui l’assenza di una leadership definita facilita manipolazioni e interferenze da parte di attori esterni, che approfittano delle proteste per legittimare la propria ascesa. Per poi però escludere completamente i manifestanti e le loro rivendicazioni dai nuovi governi.

Aurora Guainazzi

Residents and protesters react to the address of members of Madagascar’s Army CAPSAT unit at a civil society rally calling for President Andry Rajoelina’s resignation, before heading to the Presidential Palace in Antananarivo, October 14, 2025. An elite Madagascar military unit told AFP on October 14, 2025 it had taken power in the country after the national assembly voted to impeach President Andry Rajoelina for desertion of duty. (Photo by Luis TATO / AFP)

Africa: giovani e proteste. Dati fondamentali

  • Popolazione totale: 1,5 miliardi (fonte Undesa)
  • Numero di giovani (0-14 anni): 594 milioni, 40% della popolazione totale (Undesa)
  • Numero di giovani (15-35 anni): 530 milioni, 35% della popolazione totale (Undesa)
  • Percentuale di aumento delle proteste: +137% nel periodo marzo 2020-2025 rispetto al periodo 2015-marzo 2020 (Acled)
  • Numero di proteste 2015-marzo 2020: circa 2.100 (Acled)
  • Numero di proteste marzo 2020-2025: circa 5.000 (Acled)
  • Livelli di povertà: 35% (Banca mondiale)
  • Economia informale: 9 giovani (15-35 anni) su 10 lavorano nel settore informale (International labour organization)
  • Presenza di internet nel continente: 40% degli abitanti se ne serve (International telecommunication union)
  • Utilizzo di internet tra i giovani (15-24 anni): 53% (International telecommunication union)
  • Blocchi di internet (2016-2024): 190 episodi registrati (Access now)
  • Diffusione della repressione digitale: il 30% dei Paesi africani ha bloccato internet almeno una volta nel 2024 (Access now).

A.G.

Madagascar. Dalle manifestazioni ai militari

Il 14 ottobre 2025, i militari della Capsat (unità speciale dell’esercito malgascio) sono entrati nel Palazzo presidenziale ormai vuoto: il presidente Andry Rajoelina era fuggito qualche giorno prima.

L’episodio è stato l’epilogo di tre settimane di proteste. Convocate a fine settembre da tre consiglieri di opposizione della capitale Antananarivo, le manifestazioni inizialmente avevano denunciato le continue interruzioni nella fornitura di acqua corrente ed energia elettrica. Ma ben presto erano diventate lo specchio di un malcontento diffuso e radicato nei confronti di un regime percepito come immobile e lontano dalla popolazione e dalle sue esigenze.

La «Gen Z Mada» – come si sono ribattezzati i giovani componenti del movimento di protesta – chiedeva le dimissioni di Rajoelina e del presidente del Senato, il generale Richard Ravalomanana. Ma anche lo smantellamento dell’Alta corte costituzionale e della Commissione elettorale, considerate strumenti nelle mani del regime. L’obiettivo era uno Stato privo di corruzione e nepotismo e una società libera, giusta e unita.

L’incapacità di Rajoelina di dialogare con i manifestanti e ascoltare le loro rivendicazioni ha intensificato le proteste, mentre i militari si sono rifiutati di sparare sulla folla. Così, intanto che Rajoelina fuggiva e l’Assemblea nazionale ne votava l’impeachment, la Capsat scortava i manifestanti nella Piazza del 13 maggio ed entrava nel Palazzo presidenziale.

Ma l’alleanza tra manifestanti e militari, così come è iniziata, si è rapidamente conclusa. I leader della Capsat hanno annunciato di essere pronti a riempire il vuoto di potere lasciato dal presidente. Dichiarati due anni di transizione, sospese la Costituzione e le maggiori istituzioni (tra cui Senato e Alta Corte costituzionale), il colonnello Michael Randrianirina ha giurato come «presidente per la rifondazione della Repubblica del Madagascar». Si è posto alla guida di un governo di transizione, da cui la piazza dei giovani malgasci e le loro rivendicazioni sono state escluse.

Movimento indipendente; eppure, strumentalizzato dal potere: la «Gen Z Mada» è l’emblema di quanto l’assenza di una leadership solida porti i manifestanti a fare il «lavoro sporco», preparando il terreno per la caduta del vecchio regime e aprendo la strada all’ascesa di quello nuovo. Da cui però le loro voci sono subito estromesse.

A.G.

Protesters attack a polling station as clashes erupt in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Kenya. La coscienza politica mai sopita

Padre Kizito, il missionario che lavora con i giovani 

Il malcontento per la classe dirigente porta i giovani a non votare. L’economia non funziona ed esclude soprattutto loro. Le manifestazioni degli ultimi due anni sono state represse con violenza. La novità è che le motivazioni non sono più etniche.

«Da quando sono venuto in Kenya, nel 1988, sono sempre rimasto sorpreso da come i giovani siano interessati alla politica», racconta padre Renato Kizito Sesana. Missionario comboniano è in collegamento da Nairobi, dove ha fondato sette centri Koinonia, luoghi di accoglienza per i bambini di strada (altri sono sorti in Zambia e in Sudan). «Non dimentichiamoci che il Kenya è uno degli Stati africani con il tasso più alto di scolarizzazione e quindi anche di conoscenza della Costituzione e dei diritti dei cittadini. È anche uno dei Paesi del continente con il numero più elevato di persone laureate in proporzione alla popolazione. Questo fa sì che il Kenya abbia una coscienza politica molto alta».

«Nelle ultime elezioni – continua padre Kizito – i giovani hanno votato poco. Secondo me, perché erano disgustati dalla politica, non perché non la seguissero. Non sapevano chi scegliere e cominciavano a capire che tra uno e l’altro non c’era alcuna differenza. Indipendentemente da chi avessero votato, il potere sarebbe rimasto comunque nelle mani di quelle poche famiglie che da sempre dominano la politica keniana».

Le cause delle proteste

Secondo padre Kizito, è proprio il malcontento nei confronti della classe dirigente, una delle cause profonde delle proteste scoppiate nel Paese nell’estate del 2024: «Dall’indipendenza fino a oggi, il Kenya è stato governato da tre o quattro famiglie, che hanno sempre gestito il potere. Anche l’ultimo presidente (William Ruto, ndr), che apparentemente è un nuovo arrivato, in realtà, è arrivato dov’è, perché si è accodato alle politiche della famiglia Kenyatta e poi ha “lanciato” sé stesso».

Ma, addentrandosi nella società keniana, ci si imbatte anche in altre cause delle manifestazioni. In particolare, quelle economiche. «Nonostante le dichiarazioni del Governo – dice padre Kizito – l’economia non funziona, ed esclude una grande parte della popolazione, soprattutto i giovani». Il 50% degli abitanti del Kenya ha meno di 18 anni, l’80% meno di 35. Ma, secondo un’indagine di Afrobarometer (ente che effettua sondaggi a livello continentale), nel 2024 oltre il 60% della popolazione tra 18 e 35 anni era disoccupato. «Ci sono ragazzi – sottolinea padre Kizito – che prendono certificati, diplomi, lauree e poi non hanno un lavoro perché non appartengono alle famiglie che dominano l’economia del Kenya».

Non a caso, le prime manifestazioni nel 2024 sono iniziate proprio per denunciare l’innalzamento delle tasse previsto dalla nuova legge finanziaria voluta da Ruto per arrivare, poi, a chiedere le dimissioni del presidente stesso. L’estate successiva, i giovani sono tornati in strada, ancora una volta contro la legge finanziaria, ma anche per condannare la violenza della polizia. La quale, nel frattempo, aveva represso duramente le proteste, provocando decine di morti (nonostante il governo abbia sottostimato più volte le reali cifre dei decessi).

A spingere i giovani keniani a manifestare, però, sono anche altre problematiche. Come le difficoltà nell’attuazione della riforma per la sanità pubblica, la crescita del debito (contratto soprattutto per la costruzione di grandi opere infrastrutturali) e la demolizione di ampi quartieri popolari a Nairobi.

Proteste trasversali

«Per me – racconta padre Kizito – la grandissima novità di queste proteste è che non sono più basate sull’etnia, ma su veri argomenti politici, perché i giovani vogliono un cambiamento del regime. Fino alle elezioni del 2022, abbiamo visto scontri, divisioni, chiamate alla piazza, ma tutti basati sul potere di alcune famiglie. Nel 2024, invece, i giovani hanno rifiutato tutto questo, in modo molto chiaro ed esplicito».

È quindi nato un movimento ampio, trasversale alla società keniana, e, per questo, in grado di includere giovani appartenenti a etnie diverse e con orientamenti ideologici differenti. Tutti uniti nella critica a un’élite politica immobile, corrotta e interessata solo ad arricchire se stessa.

La particolarità di queste proteste, però, sta anche nella forza con cui la piazza ha difeso la propria indipendenza, soprattutto quando «gli uomini politici hanno tentato di infiltrarsi nel movimento e, in qualche modo, di cooptarlo nell’opposizione».

«Per la prima volta – sottolinea padre Kizito – i giovani hanno rifiutato in modo esplicito e chiaro tutta l’élite politica, perché basata sul potere e sul controllo dei voti da parte delle solite tre, quattro famiglie». Logiche etniche e clientelari, infatti, sono storicamente gli elementi caratterizzanti della politica keniana, dove il consenso elettorale è determinato più dall’appartenenza a un determinato gruppo etnico o da un rapporto di dipendenza nei confronti di una famiglia dominante, piuttosto che dalla reale agenda politica di uno specifico partito.

An anti riot police officers kicks an unexploded teargas canister in downtown Nairobi on June 25, 2025 during a planned day of protest marking the first anniversary of the storming of the parliament. Marches in Kenya to mark a year since massive anti-government demos turned violent on Wednesday, with two killed and running battles between protesters and police, who flooded Nairobi’s streets with tear gas and sealed off government buildings with barbed wire. (Photo by SIMON MAINA / AFP)

Verso il 2027

Secondo il missionario, i tempi sono maturi per un cambiamento: «Io penso, mi auguro, che le elezioni del 2027 portino a un vero cambiamento. Non è escluso che magari possa restare al potere il presidente attuale. Ma sarà sicuramente controllato da un numero importante di giovani deputati che vorranno poter dire la loro. A tutti i livelli, dalle county (le entità amministrative locali, ndr), fino al Parlamento».

Sono sempre più numerosi, infatti, i giovani provenienti dal movimento di protesta che decidono di candidarsi. C’è chi lo fa a livello locale, chi invece sul piano nazionale. Tutti però sono decisi a portare le istanze che hanno caratterizzato la piazza anche nei palazzi della politica per far sì che il cambiamento sia effettivo e reale. Tuttavia, il fronte della protesta non si è ancora organizzato in un movimento unico: i giovani stanno entrando in politica in modo autonomo e frammentato, senza dare vita a un’organizzazione strutturata.

Proprio l’assenza di una leadership chiara è considerata da molti analisti il principale limite del movimento. Mancando di una struttura solida e unita, infatti, i manifestanti rischiano di non riuscire a portare avanti le loro rivendicazioni in modo coeso ed efficace.

Padre Kizito prosegue: «C’è molta incertezza. Io vivo continuamente in mezzo ai giovani e vedo che non hanno ancora fatto una scelta. Non sono ancora convinti e non si identificano con un leader: credo che ora non ci sia ancora nessuno che rappresenti effettivamente l’agentività (capacità umana di agire intenzionalmente, ndr), l’inquietudine e il desiderio di cambiamento che c’è in questa generazione». Per questo, non è ancora emersa una figura in grado di coagulare intorno a sé il consenso della maggioranza dei giovani.

Senza dimenticare che «c’è molta cautela – sottolinea il religioso – anche perché Ruto stesso si era presentato come il nuovo. Poi però il nuovo si è rivelato subito vecchio e, anzi, più vecchio dei presidenti precedenti». La scelta, dunque, è difficile e, soprattutto, ciò che i giovani vogliono evitare è molto chiaro: nessuna manipolazione del movimento di protesta.

Tra violenza e speranza

L’anno e mezzo che separa il Kenya dalle elezioni sarà lungo e complesso. «Certamente – riflette padre Kizito – vedremo altre proteste. Soprattutto man mano che ci avvicineremo alle elezioni. E potrebbero esserci anche violenze, provocate dalla polizia». Questa, infatti, nei momenti di maggiore tensione, ha spesso mostrato il suo volto più duro, reprimendo i manifestanti e violandone i diritti umani.

«Nei giorni più caldi della protesta – ricorda il religioso – si respirava un clima molto pesante, che si ripresenta anche oggi quando si parla di queste cose». Anche perché le manifestazioni non si sono mai veramente concluse. Semplicemente, sono diventate meno visibili e potrebbero riaccendersi da un momento all’altro. «Tutti sanno bene cosa rischiano nel partecipare al dissenso e sanno che, se la protesta dovesse ricominciare, la repressione sarà violenta, come è stata finora».

Eppure i giovani keniani non si arrendono. A maggior ragione ora che – poco meno di due anni dopo le prime manifestazioni – l’intera Africa è in fermento. «Mi sembra – riflette il comboniano – che stia riemergendo una solidarietà panafricana che credevamo persa da decenni. Questo perché i giovani di altri Paesi stanno capendo sempre di più che, come qui in Kenya sono state superate le fazioni interne, anche a livello continentale è necessario superare le divisioni nazionali».

Aurora Guainazzi

Tanzanian police officers try to disperse protesters amid clashes in Dar es Salaam on October 29, 2025, during Tanzania’s presidential elections. Hundreds protested on Wednesday in Tanzania’s largest city, tearing down banners of President Samia Suluhu Hassan and burning a police station, as the East African country went to the polls in elections where the main challengers have either been jailed or barred from standing. (Photo by AFP)

Tanzania. Repressione, avanti tutta

Le elezioni del 29 ottobre 2025 in Tanzania sono state un bagno di sangue. Già il giorno del voto, migliaia di manifestanti hanno riempito le strade delle maggiori città – Arusha, Dodoma, Dar es Salaam – per denunciare i brogli e un risultato già scritto: la riconferma della presidente Samia Suluhu Hassan.

Ci sono voluti cinque giorni alle forze dell’ordine per riprendere il controllo della situazione (si veda MC gennaio-febbraio 2026).

Nonostante il coprifuoco e i blocchi di internet, i manifestanti hanno continuato a organizzarsi, spinti dalla rabbia contro sessant’anni di dominio incontrastato del Chama cha mapinduzi (il partito di Hassan, al potere dall’indipendenza nel 1964), ma anche dal malcontento per la difficile situazione socioeconomica e il mancato rispetto dei diritti umani. Alla loro determinazione, la polizia ha risposto in modo violento e – secondo Amnesty international (Ong per la tutela dei diritti umani) – sproporzionato.

Secondo il Chadema (principale partito di opposizione), i morti sono stati circa 700, soprattutto giovani tra 16 e 25 anni. Conteggi certi sono difficili: molti corpi sono scomparsi dagli obitori, bruciati o sepolti in fosse comuni. Alcuni sono stati restituiti alle famiglie che però hanno dovuto dichiarare che la persona non era deceduta per colpi d’arma da fuoco. Tanti altri sono spariti nel nulla. Almeno 250 persone – tra cui diversi esponenti dell’opposizione – sono state arrestate e accusate di tradimento e cospirazione.

Un mese dopo, in occasione del giorno dell’indipendenza, il 9 dicembre, il governo ha giocato d’anticipo, vietando qualsiasi manifestazione, anche pacifica. Attraverso l’invio in massa di Sms alla popolazione, la polizia ha chiesto ai cittadini di segnalare persone sospettate di organizzare mobilitazioni, contribuendo a creare un clima di controllo e sospetto reciproco.

Ma il malcontento continua a diffondersi. E crescono anche le azioni di solidarietà transnazionale: ad esempio, attivisti keniani e ugandesi erano in Tanzania per il processo dell’oppositore Tundu Lissu – che, accusato di tradimento, rischia la pena di morte – e sono stati a loro volta arrestati e torturati. Tuttavia queste azioni di repressione coordinata dei governi dell’Africa orientale – ad esempio, anche un oppositore ugandese è stato arrestato in modo arbitrario in Kenya – non stanno facendo altro che alimentare il fuoco delle proteste in tutta la regione.

A.G.

Connessione e controllo

Incontro con il professore degli espositi, università di Bologna

L’internet africano ha una sua specificità. La copertura infrastrutturale  è oggi matura. Per molti l’accesso è avvenuto direttamente tramite i social. C’è l’illusione di una democrazia partecipativa. Ma le piattaforme non sono strumenti democratici.

Gli strumenti digitali sono stati centrali sia per organizzare le proteste che per diffondere immagini delle stesse e della repressione. Ma, in generale, l’Africa, negli ultimi anni, sta vedendo una trasformazione digitale significativa, con un impatto su diversi livelli. Ne abbiamo parlato con Piergiorgio Degli Esposti, professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna.

A che punto è la diffusione del digitale in Africa?

«Innanzitutto, l’Africa – pur essendo molto diversificata – rappresenta a livello continentale, un’area complessa da coprire. Parlo di copertura tecnica infrastrutturale. Per questo motivo, gran parte della connessione avviene attraverso dispositivi mobili o internet satellitare.

Questo ha comportato, in un primo momento, il classico discorso per cui il cosiddetto digital divide (il divario digitale) si legava a un aspetto specifico, quello infrastrutturale. Nel momento in cui questo elemento di divario viene meno – per la diffusione massiccia della copertura satellitare via Starlink o delle reti telefoniche attraverso smartphone – allora esplode la “rivoluzione digitale africana”.

La sua caratteristica principale è essere legata al modello di internet mobile piuttosto che a quello fisso. In particolare, Cina e Stati Uniti sono le due potenze che si stanno contendendo il mercato africano. Anche la Russia, attraverso Yandex, in alcune zone è particolarmente significativa. Però, chi sta investendo a livello infrastrutturale sono soprattutto questi due Paesi. Parlo prima di tutto di questo aspetto perché senza di esso non è possibile in nessun modo sviluppare un mercato di internet e una vera e propria economia digitale.

Successivamente, si è trovata la soluzione per eliminare il divario digitale strutturale e da quel momento sono fioriti tutta una serie di fenomeni culturali e pratiche di uso delle piattaforme e degli strumenti digitali. L’internet africano ha una sua specificità, legata all’internet in mobilità. Quasi a dire che il cosiddetto periodo dell’“internet seduto” non sia mai esistito in Africa, perché sono direttamente arrivati i dispositivi mobili e una serie di dispositivi dedicati al social networking.

Ora non parliamo più di divario infrastrutturale, ma di divario culturale che si manifesta quando si adotta una tecnologia – che è già in qualche modo matura, ma è nuova per quello specifico contesto – e le pratiche e le modalità di uso che si sviluppano sono specifiche di quello stesso contesto. Ad esempio, specificità africane sono l’uso degli strumenti digitali nelle proteste, ma anche da parte degli influencer religiosi.

Dall’altra parte, c’è un problema che anche l’Occidente sta affrontando. Cioè l’utilizzo di questi dispositivi come mezzo di controllo. C’è il classico controllo top down, ovvero quello della piattaforma che controlla gli utenti, sia per fini commerciali, sia con obiettivi di profilazione dell’utente: i colossi del web, che mettono a disposizione i loro servizi, letteralmente profilano gli utenti sotto molteplici punti di vista. Da una parte è una sorveglianza del soft power commerciale, finalizzata a vendere i prodotti, ma dall’altro la profilazione può avvenire anche per fini di controllo politico.

Aggiungerei che esiste il doppio sfruttamento dell’utente: gli strumenti digitali permettono a chiunque di fare divulgazione scientifica, informazione, diffondere cultura. La rete, quindi, ci trasforma in consumatori di informazioni, perché consumiamo ciò che navighiamo, però, allo stesso tempo produciamo ciò che navighiamo. C’è questa duplicità di ruolo che in altri fenomeni sociali e mediatici non si è mai verificata».

Il simbolo per eccellenza del digitale in Africa è lo smartphone. Potremmo attribuirgli sia un significato concreto che simbolico?

«Un antropologo inglese, David Miller, dice che in molte culture lo smartphone ha sostituito – o rinnovato – il concetto di casa. Miller ha studiato la diffusione di internet in India e ha visto che lo smartphone unisce il discorso pubblico e privato in un unico strumento. Lo smartphone è un contenitore di ricordi, relazioni, foto, che permette di tenere un contatto con la cerchia degli affetti. Ma è anche strumento di pagamento, facilita i rapporti con la burocrazia, mostra le nostre informazioni – ad esempio quelle medico-sanitarie -, permette di informarci e divertirci.

Attraverso lo smartphone facciamo anche attivismo e partecipiamo alla vita politica, perché abbiamo l’illusione della democrazia partecipativa, che ci viene indotta dai social network. Ovvero, io metto la stellina, il cuoricino, il pollice alto e sostengo una causa, un’idea o un candidato. Questo fenomeno ha il nome di slacktivism, ovvero attivismo da poltrona.

È una realtà ibrida. Dove ibrida significa fatta di tutto ciò che succede nelle strade e nelle piazze, ma anche di ciò che accade negli spazi digitali. Si contaminano a vicenda: non esiste più l’idea del “vivere online” e del “vivere offline”. Esiste il mondo ibrido della realtà aumentata (non in maniera tecnica, ma teorica): quello che succede nel mondo fisico viene aumentato da quello che accade nel mondo digitale.

Ad esempio, se ci si trova a essere testimoni di un fatto, con uno smartphone si può riportare in diretta quello che succede, rendendo questo dispositivo digitale anche uno strumento di difesa di fronte agli abusi della polizia. Nei confronti dell’Ice negli Stati Uniti, infatti, tutti gli attivisti usano lo smartphone come body cam per riportare quello che sta succedendo, ma anche come strumento di sicurezza passiva».

Anche nel corso delle attuali manifestazioni in Africa subsahariana, lo smartphone e i social network sono fondamentali. C’è stata un’evoluzione nel loro utilizzo rispetto a proteste precedenti?

«In questo momento, gli smartphone e soprattutto le piattaforme di social networking giocano un ruolo un po’ più subdolo. Danno l’impressione di dare alle popolazioni uno strumento aperto, libero e democratico, ma in realtà non appartengono alle piazze. Sono piuttosto delle piramidi, in cui la logica del potere è perfettamente definibile e visibile.

Le piattaforme possono decidere come accelerare o decelerare il flusso dell’informazione in una determinata zona e ottenere un effetto visibilità che attiva e mobilita le persone. È successo in Myanmar, con le elezioni negli Stati Uniti, con la guerra in Ucraina e con la situazione palestinese. Sono solo apparentemente uno strumento democratico. In realtà, hanno l’obiettivo del profitto e manipolano le masse: spesso vogliono ricavare guadagni e vantaggio politico, rendendo determinate situazioni il più possibile visibili. Io credo che sia un pericolo della cui portata nemmeno l’Occidente è consapevole. Neanche in Africa esiste questo tipo di consapevolezza.

Queste piattaforme attuano una politica di soft power, ma anche di hard power che sta letteralmente scompaginando equilibri e logiche politiche. Oggi, non sono più il carisma, la proposta di un certo politico o una determinata istanza, il principale fattore di successo della protesta o dell’istanza stessa, ma è la visibilità che la piattaforma decide di dare.

Appunto, durante la Primavera araba – che è stata il primo momento in cui la società globale si è accorta dell’Africa digitale – le piattaforme digitali – Twitter (oggi X), Facebook, Instagram – hanno fatto in modo che gli attivisti in loco entrassero in contatto con quelli negli Stati Uniti o in altre parti del mondo, sviluppando un’agenda comunicativa per uno specifico obiettivo politico. Gli strumenti digitali sono stati controllati politicamente per incendiare le proteste e ottenere la loro efficacia. Poi, però, quando non sono più stati resi disponibili in questo modo, non c’è stata più la primavera, ma l’inverno arabo».

Oltre al controllo sui social media esercitato dalle piattaforme, in molti Paesi africani c’è anche quello degli Stati.

«C’è sempre un accordo tra i politici locali e il Ceo della piattaforma o il rappresentante dell’area territoriale della piattaforma.

Faccio un esempio naturale: in Italia, digitiamo su Google la parola “Tibet” e otteniamo determinati risultati. Andiamo a Pechino o a Shanghai, qui Google non c’è, ma si usa Baidu. Se digitiamo sempre questa parola otteniamo un decimo di quei risultati perché la piattaforma ha fatto un accordo con il governo cinese. Questo fa parte del cosiddetto Great firewall (sistema di censura e sorveglianza interno alla Cina, ndr). Un tipo di protezione che può essere fatto  in qualsiasi altro Paese, Italia compresa.

D’altra parte, molte guerre oggi si combattono sui campi di battaglia, ma anche con l’oscuramento di siti, con la diffusione di informazioni create appositamente per creare odio sociale nei confronti di un determinato gruppo etnico, piuttosto che di una determinata idea politica».

Aurora Guainazzi

Students and activists hold placards and chant slogans during a demonstration demanding an end to police blunders and bring justice to the victims in Dakar on February 21, 2026. Students and pupils organizations, as well as activists, marched in Dakar on Saturday to “demand an end to police blunders and bring justice to the victims,” following the death of a student during a police operation at a university in the capital in early February. Abdoulaye Ba, a second-year medical student, died on February 9 on the campus of Cheikh Anta Diop University (UCAD) during a police operation, after several days of demonstrations and clashes between police and students protesting a reform of scholarship payments and demanding the settlement of arrears. (Photo by PATRICK MEINHARDT / AFP)

Senegal. Riaffermare il valore della democrazia

In Senegal, gli ultimi anni della presidenza di Macky Sall (2012-2024) sono stati scanditi da strade piene di manifestanti, proteste e repressione.

Nel 2021, ci sono state le prime insurrezioni causate dal tentativo di Sall di candidarsi per un terzo mandato, incostituzionale, a cui ha poi rinunciato, decidendo di sostenere un’altra figura del suo partito.

Ma il malcontento alimentato ulteriormente dal tentativo di Sall di violare la Costituzione, serpeggiava già tra la popolazione, soprattutto quella più giovane, a causa delle difficoltà socioeconomiche. Infatti, sebbene durante la presidenza di Sall ci siano stati investimenti sul piano infrastrutturale e lo sviluppo di progetti estrattivi, per il grosso della popolazione non era cambiato nulla. Anzi, erano cresciuti i livelli di povertà, il costo della vita e la disoccupazione.

A catalizzare il diffuso malcontento è stata la figura di Ousmane Sonko, allora sindaco di Ziguinchor (capoluogo della regione meridionale della Casamance). La sua crescente popolarità è diventata sempre più una minaccia per Sall. A tal punto che il presidente uscente ha deciso di impedirgli di partecipare al voto del 2024, accusandolo di diversi reati e sfruttando la norma che impedisce la candidatura a chi sta scontando condanne.

Dopo l’arresto e, ancor più, dopo la condanna di Sonko (avvenuta per «corruzione dei giovani»), i senegalesi hanno riempito le strade delle maggiori città del Paese. Le proteste sono durate settimane, tra la primavera e l’estate del 2023, e sono state represse dalle forze dell’ordine (Amnesty international ha contato almeno 23 morti, di cui tre bambini, 390 feriti e 500 arresti). Internet è stata bloccata e l’accesso ai social network interdetto. Il segnale dell’emittente indipendente Walf Tv e il suo canale YouTube sono stati interrotti.

Poi, alla fine, è tornata la calma. Ma solo apparentemente. Escluso Sonko, il suo partito, il Pastef, ha deciso di candidare il suo delfino, Bassirou Diomaye Faye, che – pur avendo diverse accuse a proprio carico e trovandosi in carcere – non era ancora stato condannato. Il nuovo candidato del Pastef ha rapidamente guadagnato consenso, sulla scia della popolarità di Sonko.

E così, il 3 febbraio 2024, è diventato uno dei giorni più bui della democrazia senegalese: le elezioni previste di lì a qualche giorno sono state posticipate con una decisione unilaterale di Sall. Ancora una volta, il Senegal è insorto. Per giorni, la repressione è stata violenta e le organizzazioni per i diritti umani hanno contato decine di cadaveri.

Ma alla fine, la Corte costituzionale – riaffermando l’indipendenza del potere giudiziario e dando un’immagine di solidità delle istituzioni – ha imposto a Sall di tenere le elezioni entro la scadenza del mandato.

Il voto si è tramutato in una pioggia di consensi per Faye, sancendo il successo dei quattro anni di proteste dei giovani senegalesi, scesi in piazza per difendere le istituzioni democratiche e la libertà di manifestazione del dissenso.

A.G.

A protester aims a rock at a Mozambique soldier as he attempts to disperse protesters as they clash with Mozambican riot police in Maputo on November 27, 2024. Fresh anti-government protests erupted in Mozambique on November 27, 2024 after a police vehicle mowed down a woman at a demonstration in the capital for the opposition leader disputing October elections in a deadly weeks-long standoff.
AFP reporters at the scene said protestors hurled stones at security forces who fired bullets and tear gas as clashes broke out after the woman was struck while standing behind a large banner of opposition leader Venancio Mondlane. (Photo by ALFREDO ZUNIGA / AFP)

Mozambico. Un paese «congelato»

La morte del rapper Azagaia nel 2023 ha fatto nascere un movimento di giovani basato sulle reti sociali. L’aumento della povertà e la nascita di nuovi leader hanno portato alle contestazioni delle elezioni. Ma il regime non è cambiato. Per ora.

Le elezioni di ottobre 2024 in Mozambico sono state vinte da Daniel Chapo, candidato del partito di maggioranza, il Frelimo, al potere dall’indipendenza (1975). I conteggi paralleli però hanno attribuito la vittoria al leader dell’opposizione, Venâncio Mondlane. A quel punto, sono scoppiate proteste in tutto il Paese. Ne abbiamo parlato con Luca Bussotti, sociologo e professore dell’Università tecnica del Mozambico a Maputo, nonché professore visitante presso l’Università Federale di Espírito Santo (Brasile) e con varie esperienze anche in Italia e Portogallo.

Perché le proteste sono scoppiate proprio in quel momento e quanto ha influito la figura di Mondlane?

«Faccio una premessa. In passato, ci sono già state proteste politiche post-elettorali. Nel 1999, la situazione era molto simile: probabilmente il candidato della Renamo (a lungo il principale partito di opposizione, ndr), Afonso Dhlakama, aveva vinto le presidenziali e le proteste sono state represse. Dopo, ci sono stati altri momenti di tensione, come le elezioni del 2014. Poi, arriviamo alle proteste del 2024-2025 che, probabilmente sì, sono le manifestazioni più significative.

Questo perché il Frelimo si è dovuto confrontare con un’opposizione nuova, rappresentata da Mondlane. La morte del rapper Azagaia (noto per le sue posizioni antigovernative, ndr) il 9 marzo del 2023 è stata il punto di svolta perché si è formato un movimento, una rete informale, che inneggiava alle sue parole e ai suoi testi. L’espressione chiave è stata “Potere al popolo” (Povo no poder, in portoghese, nda), tratta da una canzone del 2008 dello stesso Azagaia.

Mondlane ha capito che doveva puntare lì per un risultato elettorale significativo. Quindi è emerso come leader di questo movimento, formato per il 90% da giovani, che usano perfettamente le reti sociali.

Tutto questo – insieme ai dieci anni di disastro del governo di Filipe Nyusi (2014-2024) – ha fatto sì che la marea montasse e dimostrasse effettivamente che le elezioni erano state fraudolente.

Se questo viene associato al desiderio di cambiamento politico emerso alle amministrative del 2023 (dove Mondlane probabilmente aveva vinto come sindaco di Maputo, ma non era passato a causa di brogli), ecco spiegato l’emergere di queste manifestazioni».

A protestare sono stati soprattutto i giovani. Come mai sono stati loro a mobilitarsi più di altri settori della società e perché proprio in questo momento?

«C’è stata una serie di fattori. Innanzitutto, il fatto che i livelli di povertà siano cresciuti: dati ufficiali dell’Istituto nazionale di statistica dicono che negli ultimi dieci anni la povertà in Mozambico è aumentata dell’80%. Oggi, circa il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Il secondo elemento sono le politiche dell’Occidente, che è sempre stato complice silente dei brogli del Frelimo, ma allo stesso tempo ha dato borse di studio ai giovani mozambicani perché studiassero all’estero. Questi, conoscendo altri contesti, sono poi tornati in patria con una maggiore coscienza civile. Pur essendo un numero molto piccolo della popolazione totale, sono significativi come massa critica. Senza contare tutti quelli che stanno studiando in Mozambico.

Poi c’è stata l’esplosione delle reti sociali e l’emergere di nuovi leader, come Mondlane».

Mappa con evidenziati i Paesi che hanno visto manifestazioni di piazza negli ultimi due anni.
Gli strumenti digitali sono stati usati per mobilitarsi e diffondere video delle proteste e della repressione. Anche Mondlane se ne è servito per incitare dall’estero la prosecuzione delle manifestazioni. Quanto sono stati centrali?

«Molti partiti “della liberazione” – quelli che hanno condotto le lotte di liberazione contro il dominio coloniale – formalmente hanno adottato un sistema democratico, ma in realtà sono rimasti autoritari, con la mentalità del partito unico. Non riescono a leggere le evoluzioni sociali e non sono in grado di rapportarsi con le nuove opposizioni.

L’uso delle reti sociali causa loro molte difficoltà perché erano abituati ad avere il monopolio di stampa e televisione, salvo alcune reti private. Non hanno gli strumenti per confrontarsi in modo aperto e democratico con questi giovani e i loro leader che sanno usare le reti sociali.

L’unica risposta che hanno è la repressione in piazza, fisica. Oltre alla repressione delle reti sociali, cioè il loro controllo, arrivando a una misura estrema come la sospensione di internet. A dicembre, ad esempio, è stato approvato un provvedimento che autorizza il governo a bloccare internet in caso di problemi di ordine pubblico, lasciando totale arbitrarietà all’esecutivo di chiedere ai vari operatori di interrompere la connessione quando, ad esempio, ci sono manifestazioni.

Le reti sociali da un lato sono una chiave per accentuare la crisi di questi regimi, dall’altro sono un campo di battaglia che si svilupperà ancora di più nei prossimi mesi».

Alla fine, le proteste non hanno ottenuto un cambio di regime. Cosa hanno lasciato tra la popolazione mozambicana?

«Il Mozambico in questo momento è congelato. Non è cambiato il risentimento, ma naturalmente non si possono fare proteste continue. La popolazione sta aspettando il prossimo biennio elettorale 2028-2029. Ma la protesta può esplodere in qualsiasi momento. Se, ad esempio, il governo dovesse andare avanti col processo a Mondlane, lui venisse condannato e poi gli venisse concesso l’indulto (che non gli permetterebbe di correre alle presidenziali del 2029), lo scenario sarà anche peggiore di quello che abbiamo visto finora. È una situazione esplosiva».

Aurora Guainazzi

Hanno firmato il dossier

  • Aurora Guainazzi giornalista, si occupa di Africa subsahariana. La sua attenzione si rivolge in particolare alle dinamiche economiche, sociali e politiche. Ha curato il libro «Il grande gioco delle risorse. I minerali del futuro e la maledizione ecologica», edito Edifir, 2023.
  • A cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.
A protester holds a placard during a picket where about 50 Tanzanians living in Cape Town protested against the recent actions by the Tanzanian government during their presidential election, outside the South African Parliament in Cape Town on November 5, 2025. Tanzanian President Samia Suluhu Hassan won the October 29, 2025 poll with 98 percent of the vote, according to the electoral commission, but the opposition has branded the election a “sham”.
A total internet blackout and transport shutdown, in place since protests broke out on election day, have been partially eased, but verifying information out of the east African country remains difficult. (Photo by RODGER BOSCH / AFP)



Filippine. Coccodrilli al potere

Nel Paese «polmone cattolico dell’Asia», poche famiglie gestiscono il potere da decenni. La lotta alla corruzione è oggi uno dei temi forti della società civile. E la Chiesa si schiera con la popolazione che soffre diverse forme di povertà e ingiustizie.

«Le Filippine hanno bisogno di una rivoluzione morale». Padre Shay Cullen, prete irlandese della Società di San Colombano, nelle Filippine dal 1969, in un dialogo con Missioni Consolata auspica un cambiamento radicale.

Il missionario, che ha vissuto gli anni bui del regime di Ferdinando Marcos senior, ha poi assistito alla «rivoluzione nonviolenta» del 1986, all’ascesa di Corazon Aquino, al succedersi di altri presidenti, fino allo «sceriffo» Rodrigo Duterte e all’attuale Fernand Marcos junior, il figlio dell’ex dittatore.

Negli anni, il Paese è cambiato, è diventato una delle «tigri emergenti» del Sudest asiatico con un aumento annuo del Prodotto interno lordo costantemente superiore al 5%, alimentato dagli investimenti e dalle esportazioni e sostenuto dai consumi privati.

Il missionario ha visto la nazione dibattersi in problemi strutturali come la povertà che, ancora oggi, tocca il 21% della popolazione. Ha constatato come, negli anni, le Filippine abbiano adottato differenti approcci politici ai conflitti intestini che via via si sono presentati, come quello con i ribelli comunisti, o con gli islamisti radicali nel Sud dell’arcipelago, alternando la mano tesa al dialogo al pugno di ferro con campagne militari.

Padre Cullen ha visto le Filippine seguire e incoraggiare una politica migratoria che ha portato all’estero, in meno di 50 anni, oltre 10 milioni di persone, gli «overseas philipino workers», ben il 10% della popolazione che oggi conta circa 115 milioni di abitanti.

Gli espatriati sono persone che, con le loro rimesse, costituiscono una stampella fondamentale per l’economia nazionale.

Il prete irlandese ha consolato e accolto le vittime di tifoni e tempeste naturali che ogni anno, con cadenza e potenza sempre maggiori, sferzano l’arcipelago nella stagione dei monsoni, causando vittime e danni soprattutto tra le popolazioni più vulnerabili.

Da missionario, nel Paese che rappresenta «il polmone cattolico dell’Asia», con oltre il 90% della popolazione cristiana, ha predicato e scritto appellandosi alla fede e alla coscienza, esortando anche la gerarchia cattolica a trovare una via di testimonianza cristiana autentica e credibile in mezzo alle sfide della società e della cultura filippine.

Shay Cullen è il fondatore della Preda foundation, organizzazione nata nel 1974 e impegnata nella tutela di donne e bambini da abusi, schiavitù sessuale e traffico di persone: un ente che promuove i diritti umani e la dignità delle persone «per una società libera dalla corruzione», come afferma lo statuto associativo.

Ma «una società libera dalla corruzione» è ancora un auspicio lontano dal realizzarsi, rileva.

Per questo, ripercorrendo gli avvenimenti che, negli ultimi sei mesi, hanno attraversato le Filippine, invoca una «rivoluzione morale», che parta dalla coscienza di ogni cittadino e permei l’intera società. La nazione, nota per essere esposta a tifoni tropicali di violenza estrema – oltre venti tra l’estate e l’autunno del 2025 -, sopporta anche «il tifone umano della corruzione e degli accordi loschi tra politici e appaltatori, dove falsi progetti per infrastrutture di controllo delle inondazioni hanno prosciugato un trilione di pesos».

Il Paese, prosegue il sacerdote, «ha bisogno di un movimento indipendente, guidato da giovani leader carismatici con forti valori morali, dediti alla giustizia e alla verità, che possa sfidare la cultura della corruzione».

La corruzione sfrenata, aggiunge, «ha causato indicibili sofferenze. I politici indagano su altri politici. E gli amici aiutano gli amici a coprire i crimini contro il popolo. Non è una novità. Ogni anno si apre un’indagine su progetti condotti in modo opaco, ma ben poco ne esce, perché alla fine i colpevoli vengono puntualmente scagionati».

I bambini affrontano pericoli mentre raccolgono plastica in una discarica.
Foto di ILO / Remar Pablo 19 agosto 2024 Cotabato City, Filippine

Un popolo in marcia

Il tema della corruzione è riemerso con potenza a settembre del 2025, quando oltre 200 sigle della società civile hanno organizzato una grande manifestazione pubblica a Manila.

La marcia del 21 settembre, che ha visto sfilare oltre 150mila cittadini, era focalizzata sugli abusi compiuti nei progetti di controllo delle inondazioni, e chiedeva di accertare le responsabilità. È stata chiamata «Marcia dei trilioni di pesos», per ricordare proprio la malversazione dei fondi pubblici (un trilione equivale, per il sistema Usa, a mille miliardi; mille miliardi di pesos filippini equivalgono a circa 14 miliardi di Euro, ndr).

A generare l’indignazione, esplosa pubblicamente sui mass media e nell’agorà pubblica, sono state le gravi anomalie emerse: lavori incompleti, scadenti o divenuti «progetti fantasma», cioè opere finanziate e mai realizzate. Mentre le Filippine erano attraversate da cicloni e alluvioni, il malcontento pubblico è cresciuto: la rabbia si è manifestata in primis sui social media e poi è diventata protesta in strada.

La questione è stata sollevata ufficialmente dal presidente Ferdinand Marcos Jr che, nel suo discorso sullo stato della nazione, nell’estate 2025, ha evidenziato le gravi irregolarità, provocando una valanga di rivelazioni e dimissioni.

Lo scandalo è incentrato sull’uso improprio di circa 118 miliardi di pesos (circa 1,7 miliardi di Euro, ndr) da parte del Dipartimento dei lavori pubblici negli ultimi tre anni. I fondi stanziati per mitigare l’impatto delle inondazioni – è la denuncia – sono stati prosciugati da una rete di appaltatori e funzionari pubblici.

Sebbene circa 5.500 progetti siano stati completati dal 2022, le indagini hanno trovato prove di altrettante opere mal costruite o inesistenti, che hanno lasciato le comunità più vulnerabili duramente esposte a fenomeni come piogge monsoniche e tifoni.

La marcia pubblica è stata lanciata dal Church leaders council for national transformation, un forum che ha riunito gruppi religiosi, formazioni politiche, organizzazioni della società civile, università. «La protesta – hanno spiegato gli organizzatori, tra i quali monsignor Colin Bagaforo, vescovo di Kidapawan, e padre Albert Delvo, presidente della Catholic educational association of the Philippines – vuole giustizia e non ha colore politico». Per questo la mobilitazione popolare non è stata episodica: altre manifestazioni del medesimo calibro si sono succedute a novembre (tra gli organizzatori anche la nota Iglesia ni Cristo, una comunità che fa da contraltare a quella cattolica) per dare alla politica un segnale di continuità. Si chiedeva di dare alla neocostituita Commissione indipendente per le infrastrutture il potere di citare in giudizio i responsabili, rafforzando le indagini sulla corruzione, troppo spesso insabbiate in passato.

La questione morale

A 46 anni, Teresita (o Tere in breve), lavoratrice domestica, non vede la sua famiglia a Camiguin da due anni. Si impegna a mantenere i contatti e i rapporti con i propri cari attraverso le lettere, poiché sente di poter condividere di più scrivendo alla sua famiglia. Credito: J. Aliling / ILO

Quella portata avanti da un movimento che stigmatizza la corruzione «è una campagna che tocca la questione morale – ci dice mons. Bagaforo -. Per questo esponenti e realtà cattoliche sono in prima linea».

Dato il valore morale e spirituale della protesta, si chiede «una conversione del cuore, per promuovere l’autentico bene comune», afferma.

Due i simboli della sollevazione popolare: il coccodrillo e un nastro bianco. «Il coccodrillo – spiega il prelato – divora ogni cosa, mangia perfino i suoi figli; in questo caso i coccodrilli sono i politici e gli imprenditori che divorano il futuro dei giovani filippini, rubando denaro destinato allo sviluppo e alla loro tutela».

Il secondo simbolo, prosegue Bagaforo, «è il nastro bianco che i manifestanti hanno indossato con una coccarda sul petto per richiamare l’urgenza della trasparenza, della purezza, anche della speranza per un domani migliore».

«La presenza della Chiesa in questo frangente di protesta popolare – aggiunge – indica l’esigenza di stare a fianco della gente, defraudata e privata dei diritti fondamentali. Vogliamo condividere gioie e dolori, e alzare la voce per chi non ha voce o ha paura, per chiedere di accertare le responsabilità, avere trasparenza e ottenere giustizia».

La società, sottolinea il vescovo, «ha dato un segnale alla politica. I governanti devono ricordare che sono servitori del popolo e del bene comune. È una battaglia di etica della responsabilità che continueremo a portare avanti partendo dai valori cristiani, con l’obiettivo di tutelare il futuro dei nostri giovani».

Per dare un segnale in tal senso la Chiesa filippina ha fatto una scelta dal potente valore simbolico: la domenica, i fedeli filippini sono andati a messa vestiti di bianco e hanno esposto nastri bianchi nelle case, nei negozi e negli spazi pubblici come simbolo di «preghiera e di lotta» per il rinnovamento della nazione.

«È un gesto necessario per rendere coscienti i fedeli del fatto che ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte per contrastare la corruzione: ognuno può e deve contribuire al buon governo della società. È anche il segno di un atteggiamento del cuore, di ricerca di trasparenza e purezza», ci ha spiegato padre Esteban Lo, rettore della basilica minore di San Lorenzo Ruiz a Manila e direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie nelle Filippine. «Il bianco – ha notato – ci ricorda la veste battesimale, ricorda la responsabilità di tutti i battezzati». Secondo una circolare firmata dal presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Pablo Virgilio David, il gesto esprime «pentimento per condurci alla speranza, alla guarigione e al ripristino della nostra vita comune nella verità e nella giustizia».

Padre Shay Cullen vede con favore l’impegno dei vescovi su questo fronte anche se, osserva, «l’influenza della Chiesa filippina sulle coscienze non è più quella di un tempo: altri mezzi, come i social media, hanno oggi un impatto preponderante».

In una società composta per il 40% da giovani sotto i 35 anni, le nuove tecnologie e le nuove piattaforme mediatiche sono divenute un elemento cruciale per orientare le coscienze, nella cultura come nella politica.

Duterte il macellaio va all’Aia – vignetta del marzo 2025

Il potere delle dinastie

La politica nelle Filippine è storicamente caratterizzata da un sistema di dinastie familiari, «e da un’oligarchia che si perpetua generazione dopo generazione, grazie ai miliardi di pesos sottratti alle casse pubbliche», ricorda padre Cullen. Lo si è visto con chiarezza nella vicenda della famiglia Duterte, uno dei clan che occupa posizioni di potere nel Paese. L’attuale capo clan, infatti, Rodrigo Duterte, sindaco per oltre 20 anni nella città di Davao, nel Sud delle Filippine, e poi presidente della Repubblica nel sessennio 2016-2022, a marzo del 2025 è stato arrestato dalla Corte penale internazionale per «crimini contro l’umanità», a causa della sua «guerra alla droga», e formalmente incriminato dal tribunale dell’Aja. Nonostante questo, sua figlia, Sara Duterte, è l’attuale vicepresidente del governo di Ferdinand Marcos jr (cfr. MC agosto 2022).

Anche la donna nel corso del 2025 ha affrontato un processo. Un procedimento di impeachment con l’accusa di abusi nella gestione di fondi pubblici.

La Camera bassa del Parlamento ha votato la sua messa in stato d’accusa, ma, a luglio 2025, la Corte suprema, con una votazione di 13 a 0, ha dichiarato incostituzionale l’impeachment. Successivamente, in Senato, 19 senatori su 24 hanno votato per archiviare le accuse, ponendo fine a una vicenda che, secondo gli analisti, avrebbe potuto rappresentare la decadenza politica della dinastia.

Così non è stato. Nel mezzo, tra il voto del primo e del secondo ramo del Parlamento, si sono tenute, infatti, elezioni di medio termine che, il 12 maggio, hanno rinnovato la Camera dei deputati, parte del Senato e le amministrazioni locali. Un voto che si è rivelato cruciale per la famiglia Duterte: Rodrigo, pur essendo in carcere in Europa, grazie a una valanga di voti e a una maggioranza schiacciante, si è ripreso la carica di sindaco di Davao, la città sull’isola di Mindanao dove aveva iniziato la sua ascesa politica. Inoltre la maggior parte dei membri del nuovo Senato erano favorevoli al suo partito e hanno scagionato la figlia Sara dalle accuse. Il voto testimonia la persistente popolarità dei Duterte nella società filippina, a livello locale e nazionale. È un patrimonio di consensi che la famiglia intende sfruttare in vista delle elezioni generali del 2028, per le quali sta riorganizzando le sue strategie politiche, e ci si attende una nuova candidatura (di Sara o un altro esponente della famiglia) alla presidenza del Paese.

Il clan punta a depotenziare il procedimento che Rodrigo Duterte affronta davanti alla Corte penale internazionale.

L’ex presidente è stato arrestato dalla polizia filippina a marzo del 2025 all’aeroporto di Manila. Ciò significa che l’esecutivo di Marcos – autorizzando il fermo – ha compiuto una precisa scelta politica per cercare di eliminare un rivale. Ma, nella guerra tra clan, la mossa non sembra aver avuto gli effetti sperati.

Il presidente Ferdinand Marcos jr (a sinistra) incontra l’ex presidente Rodrigo Duterte (a destra) il 3 agosto 2023.. Foto di pubblico dominio da https://mirror.pco.gov.ph/

Il people power

In un contesto in cui le élite sembrano ignorare le istanze del popolo, gruppi della società civile, da un lato hanno chiesto la revisione della sentenza sull’impeachment di Sara Duterte, dall’altro hanno invitato la magistratura a indagare per verificare se il governo di Ferdinad Marcos jr è responsabile di corruzione e di sottrazione di fondi ai progetti di controllo delle inondazioni.

I gruppi riportano i dati delle organizzazioni internazionali: nelle Filippine l’Indice di percezione della corruzione (Cpi) 2024, nella classifica stilata dalla Ong Transparency international, registra un punteggio di 33 su 100, che pone le Filippine nei bassifondi della lista, al 114° posto su 180 paesi censiti. I cittadini invocano un’inchiesta indipendente sulla corruzione e sul sistema di tangenti consolidato anche in un altro settore: quello delle concessioni minerarie su larga scala, che mettono in pericolo le popolazioni indigene e patrimoni naturalistici di grande valore in varie regioni dell’arcipelago.

Per dare un segnale di impegno concreto, gruppi di volontari saranno coinvolti nel monitorare la realizzazione di progetti relativi alle infrastrutture. Grazie a un apposito «Memorandum di cooperazione» siglato tra la Caritas delle Filippine e il Dipartimento dei lavori pubblici, anche i volontari indicati dalle diocesi sono coinvolti nel controllare i lavori avviati nelle comunità locali.

Gli osservatori della Caritas visitano i siti in questione e poi riferiscono a un «Gruppo di monitoraggio congiunto», offrendo così un apporto fattivo alla trasparenza, e segnalando eventuali irregolarità. È una modalità che include la società civile e, in particolare, la comunità ecclesiale, che si fa portavoce e garante di istanze etiche e di trasparenza.

L’obiettivo è generare un circolo virtuoso che alimenta il senso di corresponsabilità dei cittadini, chiamati in causa per rafforzare la buona governance di cui la nazione ha profondo bisogno.

Paolo Affatato

Leo lavora come domestico da circa due anni. A 25 anni, è la prima volta che lavora per una famiglia. Spinto da un amico, ha lasciato la madre in provincia per ottenere questo lavoro. Ha avuto il vantaggio di avere buoni datori di lavoro, dice, e si assicura di svolgere bene i suoi compiti. Credito: J. Aliling / ILO Data: 03/2016 Paese: Filippine

Archivio MC

Lorenzo Lamperti, Il ritorno di Marcos, MC agosto 2022.

Xiao Chua, Marco Bello, Filippine: 500 anni di evangelizzazione, MC luglio 2021.

Luca Pistone, La (sporca) guerra della droga, MC marzo 2019.




Bolivia. Evo Morales vuole tornare a palazzo

In migliaia hanno marciato da Caracollo, nella regione andina di Oruro, fino a La Paz, passando per El Alto. Partiti il 17 settembre, i manifestanti sono arrivati nella capitale il 25, dopo aver percorso 187 chilometri. Una marcia «per salvare la patria» secondo gli organizzatori, un palese tentativo di golpe per il governo.

La Bolivia è abituata ai momenti difficili, ma quello attuale è diverso. Nasce, infatti, all’interno dello stesso partito e vede come protagonisti due ex compagni di lotta e di governo. Il partito è il Movimiento al socialismo (Mas), al governo del Paese latinoamericano dal 2006 (con un anno d’interruzione nel 2019 in seguito al colpo di stato della destra), mentre i protagonisti sono l’ex presidente Evo Morales, che ha capeggiato la marcia, e quello attuale Luis Arce, democraticamente eletto nel 2020.

I contrasti tra Morales ed Arce sono iniziati subito dopo l’assunzione della presidenza da parte di quest’ultimo, già ministro all’economia nel governo dell’ex presidente. Il punto di rottura è stato raggiunto nell’ottobre del 2023. In quell’occasione, il congresso del Mas ha espulso Luis Arce per non essersi presentato, ha rieletto Morales a presidente del partito (ruolo che ricopre dalla fine del 1990) e indicato lo stesso come candidato unico del partito per le elezioni presidenziali del 2025 nonostante abbia già ricoperto quella carica dal 2006 al 2019.

Quella della rielezione è una diatriba che dura da anni a causa di Morales, che pure aveva firmato la nuova Costituzione (molto innovativa) del 2009. Disattendendo la legge e il risultato di un referendum costituzionale, l’ex presidente si era ripresentato alle elezioni del 2019 dando il via alla crisi istituzionale culminata nel golpe. Nel giugno 2021, la Corte interamericana per i diritti umani ha emesso un parere secondo il quale la rielezione presidenziale indefinita non è un diritto umano. Nel dicembre 2023, il Tribunale costituzionale della Bolivia (Tcp), cancellando una sua sentenza del 2017, ha concordato affermando che la rielezione presidenziale indefinita non esiste e non è un diritto umano. Pertanto, l’ex presidente Evo Morales non potrà essere candidato nelle elezioni del 2025. Potrà invece farlo Arce, anche se non sotto le insegne del Mas.

Al termine della marcia, Evo Morales ha lanciato un ultimatum all’attuale presidente, concedendogli 24 ore per apportare modifiche al suo gabinetto. Nella sua arringa, Morales ha chiesto la destituzione dei ministri che ha definito «corrotti, trafficanti di droga e razzisti».

Difficile quantificare l’appoggio popolare all’ex presidente. Tuttavia, è significativa la presa di posizione della cooperativa Nueva Calamarca di Potosí. «Chiediamo – hanno scritto i minatori – all’ex presidente Evo Morales Ayma di non danneggiare lo sviluppo del Paese con scioperi e blocchi, incitando sollevazioni e scontri tra fratelli boliviani per interessi politici personali».

Quali che siano gli (eventuali) errori di Luis Arce, il comportamento di Evo Morales è indifendibile. La sua non è una battaglia per la Bolivia e i boliviani, ma per il proprio ritorno al potere.

Paolo Moiola

 

 




Kenya. Il Paese in subbuglio

 

Da dieci giorni, il Kenya è attraversato da incessanti proteste contro l’aumento delle tasse previsto dalla nuova legge finanziaria e, dopo il ritiro del provvedimento, contro il presidente William Ruto. A protestare sono soprattutto i giovani, tra i quali la disoccupazione è estremamente diffusa (67% nella fascia 15-34 anni).

Le proteste
L’intensità delle manifestazioni è cresciuta il 25 giugno. Dopo l’approvazione della legge in Parlamento, i manifestanti hanno forzato il cordone della polizia e attaccato la struttura. Mentre i parlamentari venivano evacuati, un’ala dell’edificio andava in fiamme. Così come sono stati incendiati gli uffici del governatore di Nairobi e la sede del partito di Ruto.

La reazione della polizia – affiancata poi dall’esercito – è stata violenta. Secondo la Kenya national commission on human rights (organizzazione autonoma per il monitoraggio dei diritti umani) almeno 23 persone sono state uccise. Amnensty international invece ha segnalato più di cinquanta arresti e decine di persone «rapite o scomparse per mano di agenti in uniforme e non». Soprattutto giovani attivisti e influencer che sui social media si erano schierati a favore dei manifestanti.

I social – soprattutto X e TikTok – sono stati il principale mezzo di mobilitazione. Tanto che, con l’intensificarsi delle manifestazioni, l’accesso alla rete è diventato sempre più difficile, nonostante pochi giorni prima le autorità avessero detto che non avrebbero limitato la libertà di navigazione sul web in caso di proteste.

Mentre il Paese era sempre più in subbuglio, Ruto ha annunciato l’intenzione di non firmare la legge e rinviarla al Parlamento. «Le persone hanno parlato», ha detto il presidente in conferenza stampa la sera del 26 giugno, dopo ventiquattr’ore di proteste incessanti. Un dietrofront inaspettato, soprattutto dopo che il capo dello Stato aveva definito i manifestanti dei «sovversivi che tentano di minare sicurezza e stabilità del Paese».

Ma a rischio era l’immagine del presidente come leader democratico in Africa orientale e alleato dell’Occidente (soprattutto degli Stati Uniti che recentemente hanno attribuito al Kenya il titolo di “major non-Nato ally”). Oltre al timore di attirare nuovamente l’attenzione internazionale sulle violenze della polizia keniana, proprio mentre i suoi primi contingenti sbarcavano ad Haiti nell’ambito di una missione internazionale per ristabilire l’ordine nel Paese.

Cosa prevedeva la legge
La controversa disposizione prevedeva l’incremento di diverse tasse già esistenti e l’introduzione di nuove. Alcune in particolare – particolarmente gravose – hanno acceso la rabbia della popolazione.
Come quelle sul settore digitale, sempre più cruciale per la vita quotidiana. Il governo infatti aveva previsto una nuova imposta sulla creazione di contenuti digitali monetizzati e aumentato del 5% la tassa sui pagamenti digitali. Soprattutto quest’ultima era stata particolarmente criticata dato che buona parte dell’economia del Paese si basa su trasferimenti digitali di denaro.

Ma ciò che più aveva scatenato il malcontento popolare era stata l’introduzione di tasse sul pane (pari al 16% del suo valore) e sull’olio vegetale da cucina (25%). Entrambe erano poi state eliminate dal testo definitivo della legge, ma ormai le proteste si erano accese, arrivando a chiedere il ritiro totale del provvedimento.

Le voci di dissenso
Nel chiedere il ritiro della legge, i manifestanti hanno denunciato il tentativo del governo di compensare la cancellazione di alcune tasse con l’aumento di altre (come il rialzo del 50% dell’imposta sul carburante). Disposizioni particolarmente gravose in un Paese con un’inflazione annua del 5,1%.

La piazza inoltre ha accusato Ruto di corruzione: a fronte delle crescenti tasse ha denunciato il mancato miglioramento dei servizi pubblici e l’aumento del benessere della cerchia presidenziale. Il presidente ha invece risposto che le imposte erano necessarie per pagare il debito pubblico del Paese (82 miliardi di dollari), dovuto soprattutto alla Cina per la costruzione di diverse infrastrutture (come la linea ferroviaria tra Nairobi e il porto di Mombasa).

A rifiutare la legge è stata anche la coalizione di opposizione One Kenya. Nel ritirare i 13 emendamenti proposti, il suo leader in Parlamento, Opiyo Wandayi, ha detto che «emendare una “cattiva” legge era futile» e ne ha chiesto la cancellazione. Mentre la Conferenza episcopale ha invocato il dialogo e criticato la disposizione in quanto insostenibile per molti cittadini keniani.

In effetti, la legge è tornata in Parlamento. Ma, nel frattempo, le proteste non si sono fermate. Anzi, ora l’obiettivo dei manifestanti sono le dimissioni del presidente. I giovani keniani – che alle scorse elezioni non hanno in buona parte votato – ora sono scesi in strada e sembrano volersi riappropriare del loro Paese. E del loro futuro.

Aurora Guainazzi




Le università per Gaza

 

In Palestina le morti hanno superato le 35.000, c’è una generazione che non vuole più stare a guardare. Decine di migliaia di studenti in tutto il mondo stanno portando avanti proteste sempre più agguerrite per chiedere un cambio di rotta.

Il movimento globale è partito, nella sua forma più riconoscibile, dagli Stati Uniti dove le proteste stanno avendo modalità e risvolti che a molti ricordano quelle del ‘68 contro la guerra in Vietnam. I cortili dei campus universitari si sono riempiti di tende degli studenti che chiedono a gran voce un cambio di approccio nei confronti della questione palestinese. Si chiede il cessate il fuoco, la fine dei massacri, lo stop alle forniture di armamenti che l’amministrazione Biden continua a minacciare nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu ma senza poi tradurla in realtà.

Ma le richieste riguardano anche, e soprattutto, le stesse università. Disinvestire e fermare le collaborazioni, è questo che viene chiesto. Le amministrazioni degli atenei sono chiamate dagli studenti in protesta a rompere legami, chiudere progetti e fermare finanziamenti che le legano a Israele.

Negli Usa il fenomeno ha già coinvolto oltre 60 università e, secondo il «New York Times», oltre 2.800 studenti sono già stati arrestati dalla polizia che in molti casi ha cercato di reprimere le proteste con maniere definite spesso violente. Il caso più eclatante è avvenuto alla Columbia University di New York, dove i manifestanti avevano occupato uno degli edifici dell’ateneo dichiarando di voler continuare le proteste fino a quando l’amministrazione dell’università non avesse esaudito le loro richieste: interrompere il sostegno a Israele, annullare i provvedimenti disciplinari nei confronti degli studenti e migliorare la trasparenza finanziaria. Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio la polizia ha sgomberato gli occupanti arrestando oltre 200 studenti.

Ben presto università di tutto il mondo hanno iniziato ad imitare il modello statunitense, le proteste sono arrivate in Europa, Canada, Australia, India, Libano e non solo. In ogni luogo con caratteristiche e risposte diverse, ma sempre chiedendo la stessa cosa: il disinvestimento e l’interruzione delle collaborazioni con Israele.

In Europa la prima contestazione ad attirare attenzione è stata quella alla Sciences Po di Parigi, università che ha formato un gran numero dei leader francesi, dove le proteste sono state stroncate in fretta da un dispiegamento delle forze di polizia definito da molti come esagerato.

Le reazioni istituzionali sono state molto variegate, tra le più dure vi sono state quelle di Amsterdam e Berlino, dove la polizia ha sgomberato con la forza accampamenti e proteste, e i governi hanno avanzato forti critiche ai movimenti pro Palestina. In altri paesi le risposte sono state più positive nei confronti degli studenti, il primo ministro belga De Croo si è detto solidale con gli studenti in rivolta e l’amministrazione del Trinity College di Dublino ha promesso di accogliere le richieste e disinvestire i fondi legati ad aziende nei territori palestinesi occupati.

In Italia le prime tende nelle università sono state piantate a Bologna, per poi diffondersi a Roma e in altre città. Ma i movimenti pro Palestina italiani si sono attivati già da tempo e al centro delle contestazioni c’è il bando di cooperazione scientifica Maeci (ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale) che comprende collaborazioni con lo stato di Israele per lo sviluppo di tecnologie definite dual-use, ossia che possono avere un doppio uso, sia civile ma che militare, rischiando quindi di sostenere la campagna militare israeliana dentro Gaza.

L’università di Torino è stata la prima ad accogliere, già a marzo, la richiesta di sospendere la partecipazione a questo bando, e nelle ultime settimane stanno unendo altri atenei come quello di Pisa e quello di Firenze.

Mattia Gisola




Anche Puno è in Perù


Nel paese andino è uscito di scena un altro presidente: il maestro Pedro Castillo è passato dal palazzo presidenziale al carcere. Dallo scorso dicembre, il Perù è guidato, per la prima volta nella sua storia, da una donna, Dina Boluarte. La situazione è però esplosiva. Le proteste continuano. Anche a causa di un Congresso che (per ora) rifiuta l’anticipo delle elezioni al 2023.

In piedi davanti alla lavagna, la scolara scrive e riscrive più volte la stessa frase: «Puno è Perù» (Puno si es el Perù). La scolara ha le fattezze di Dina Boluarte, dallo scorso 7 dicembre nuova presidente in sostituzione di Pedro Castillo, passato dal palazzo al carcere. La vignetta – semplice e drammatica – ricorda quanto in troppi hanno dimenticato: la rivolta che in questi mesi ha sconvolto il paese andino ha profonde ragioni culturali e storiche. Il Perù da sempre dimenticato – quello delle popolazioni quechua e aymara della sierra – dice basta alle umiliazioni e alle ingiustizie.

È vero: la situazione è sfuggita di mano, ma non si possono liquidare i manifestanti semplicemente qualificandoli come «vandali, terroristi, comunisti».

Anche in base a un banale conto: la quasi totalità delle vittime (oltre 60, a inizio febbraio) si contano tra di loro. Proviamo allora a riavvolgere il nastro degli eventi per capire come si è arrivati a questo punto.

Uomini della polizia schierati a difesa del commissariato di Puno, un epicentro della protesta (19 gennaio 2023). Foto Juan Carlos Cisneros – AFP.

Pedro Castillo

Nell’aprile del 2021 era arrivato al seggio elettorale a cavallo e indossando un sombrero (vistoso, ma tipico di quella zona rurale). Vinte le elezioni, il 28 luglio era entrato in carica come presidente. Raggiunto il culmine, la sua parabola discendente era però iniziata quasi subito. Si è chiusa lo scorso 7 dicembre, quando Pedro Castillo Terrones è passato direttamente dal palazzo presidenziale di Lima al carcere di Barbadillo (distretto di Ate), dopo un fallito tentativo di autogolpe (con dissoluzione del congresso [parlamento, ndr] e governo d’emergenza).

La sua avventura alla guida del paese andino è durata meno di 17 mesi ma con ben cinque governi e settanta ministri. Un periodo contrassegnato da troppi errori, sia per l’incompetenza (incapacità e ingenuità) del presidente che per la forza della destra (spesso definita derecha bruta y achorada), padrona del Congresso e del potere economico.

Con 33 milioni di abitanti, il Perù è un paese ricco ma – identicamente a tutti gli altri stati latinoamericani – con enormi disparità economiche. Secondo dati ufficiali, nel paese ci sono 8,6 milioni di poveri, pari al
25,9 % della popolazione (Inei, maggio 2022). Pedro Castillo Terrones, maestro di scuola primaria e sindacalista, aveva vinto le elezioni presidenziali soprattutto con i voti delle regioni rurali più povere, battendo (per un soffio) l’eterna esponente della destra, Keiko Fujimori, figlia prediletta di Alberto Fujimori, il dittatore incarcerato dal 2007 per scontare una condanna a 25 anni.

L’errore decisivo

Difficile trovare successi nell’anno e mezzo di presidenza Castillo. Ad aprile 2022, proteste di piazza contro il rialzo dei prezzi del carburante portano a scontri con le forze dell’ordine e paralizzano il paese. Nello stesso mese il presidente si fa notare per una proposta di legge sulla castrazione chimica dei violentatori. A maggio, il suo progetto di riforma della Costituzione del 1993 (risalente, dunque, all’epoca fujimorista) attraverso un’assemblea costituente viene bocciato dal Congresso. Il 6 dicembre, poche ore prime di una nuova (la terza) mozione di messa in stato d’accusa («moción de vacancia», «impeachment») da parte del Congresso, Castillo si rivolge ai peruviani con un messaggio televisivo: «Fratelli e sorelle del Perù […]. Stasera confermo che non ho mai rubato un solo sol al mio paese. Non ieri, non oggi, né mai. Sono onesto. Un uomo di campagna che sta pagando gli errori per la sua inesperienza ma che non ha mai commesso alcun reato. […] Voglio ribadire, dalla casa di tutti i peruviani, il palazzo del governo, che sono un democratico che rispetta la Costituzione, le istituzioni, il giusto processo, lo stato di diritto e l’equilibrio dei poteri. Continuerò a lavorare instancabilmente, per promuovere la riattivazione e la crescita economica per raggiungere ogni angolo del paese con opere e sviluppo che generino l’eguaglianza che tanto desideriamo».

Parole del tutto condivisibili, ma clamorosamente disattese poche ore dopo con il suicidio politico dell’autogolpe.

Per il Perù, tuttavia, quella dell’ex presidente Castillo non è una storia particolarmente originale viste le disavventure giudiziarie dei predecessori (Alejandro Toledo, Ollanta Humala, Alan García, Pedro Pablo Kuczynski, Martín Alberto Vizcarra). Eppure, il male oscuro del paese non pare trovare genesi nei suoi presidenti. Stando a un’inchiesta di Ipsos Perù (del 22 settembre), è il Congresso a essere considerato come la più corrotta tra le istituzioni peruviane e quella che meno agisce per combattere la corruzione. Molto netto è anche il giudizio del Centro Bartolomé de las Casas secondo il quale «il sistema politico nel suo complesso sta attraversando un processo di disprezzo, disaffezione e diffidenza che mina la fattibilità della democrazia in Perù».

Dina Boluarte

La presidente Dina Boluarte, della quale i manifestanti chiedono le dimissioni. Foto Andina.

Alla massima carica dello stato è subentrata la vicepresidente Dina Boluarte, avvocata di 60 anni con un percorso politico tortuoso alle spalle (era alleata di Castillo). Nella storia del paese, è la prima donna ad assumere la carica di presidente, il 131° in 201 anni di vita repubblicana. Dovrebbe rimanere nel ruolo fino alle prossime elezioni anticipate, ma su quando esse avverranno, al momento (6 febbraio) non c’è accordo: il Congresso ha bocciato più volte l’anticipo a ottobre 2023, tanto da spingere la stessa presidente a presentare un progetto di legge per stabilire la data. Fin dall’inizio, la sua presidenza è stata segnata, soprattutto nel Sud del paese (Puno e Cusco, in particolare), dalle proteste di piazza (blocchi stradali, invasioni di strutture pubbliche, incendi di commissariati e tribunali, saccheggi di negozi e supermercati) di chi rifiuta l’imposizione del nuovo corso politico. Proteste che hanno lasciato sul terreno almeno una sessantina di morti, una ventina nella sola giornata del 9 gennaio (dati Defensoria del pueblo). I manifestanti hanno sempre respinto le accuse di aver fatto ricorso, per primi, alla violenza incolpando gruppi d’infiltrati che avrebbero agito per screditarli. Difficile appurare la verità, anche se varie fonti confermano che «los Ternas» (poliziotti del «Grupo Terna» che agiscono in borghese) siano stati particolarmente attivi durante le manifestazioni. Quello che è certo è che le forze dell’ordine hanno risposto con una violenza ingiustificata. Come denunciato anche dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e dalla (pur timida) Organizzazione degli stati americani.

«Basta», è stato costretto a titolare El Comercio, il quotidiano dell’élite peruviana dopo la citata giornata del 9 gennaio. Il giornale ha scritto che molti manifestanti (non – si noti bene – la gran parte o la maggioranza di essi) sono scesi in strada in maniera pacifica e che «la risposta dello stato non è stata la più adeguata». «È necessario – ha scritto il quotidiano la República in un suo editoriale («Paren la matanza») – che si fermi il massacro, nel quale sono coinvolti un governo che si disinteressa, usa la violenza in maniera indiscriminata e agisce come se nulla stesse accadendo, e un Congresso incapace e che volta le spalle alla realtà» (10 gennaio).

Più netto César Hildebrandt, uno dei più noti giornalisti peruviani, secondo il quale non c’è nulla di eroico nella resistenza di una presidenta rifiutata dal 70% dei cittadini (secondo inchieste Iep e Ipsos). Sul settimanale da lui diretto, si legge (3 febbraio): «Ogni giorno c’è più tensione tra la presidente della repubblica e il capo del consiglio dei ministri (Luis Alberto Otárola). Questo rende ancora più debole un governo che deve affrontare un Congresso inamovibile e l’indignazione della strada. Il paese sembra un tunnel senza uscita».

Andare alle elezioni quanto prima è una soluzione suggerita (3 febbraio) anche da The Economist, il noto settimanale internazionale (che certamente non è una voce vicina alla sinistra).

Centinaia di manifestanti radunati davanti alla cattedrale (barocca) di San Carlos Borromeo, nella piazza principale di Puno, il 9 gennaio 2023. Foto Juan Carlos Cisneros – AFP.

Lima e gli altri

Gianni Vaccaro, cooperante italiano di area cattolica che abita con la famiglia peruviana alla periferia di Lima, ci dice: «Capisco i manifestanti. La popolazione che ha votato per Castillo – quella del mondo rurale, del Sud andino e della sierra in generale – sostiene che il suo voto non è stato rispettato e per questo chiede che presidenta e Congresso se ne vadano».

«Questa – sostiene il nostro interlocutore – è una manifestazione storica, perché è il mondo rurale che protesta, proprio contro i privilegi di Lima, che ovviamente è indifferente. Per Lima intendiamo la sede rappresentativa dell’élite di sempre, quella che, dal 1821 (anno dell’indipendenza, ndr), ha ereditato il colonialismo spagnolo per esercitare un colonialismo interno». Si è parlato – obiettiamo – anche d’interferenze esterne (dei paesi vicini e dell’ex presidente boliviano Evo Morales): «Un’altra volta l’idea coloniale, classista e razzista che, se il mondo rurale protesta, è perché qualcuno lo sta manipolando».

«Non può essere – conclude – che il Congresso, simbolo della Lima escludente e razzista, abbia sempre la partita vinta». D’altra parte, se quasi il 60% dei cittadini considera giustificate le proteste della piazza significa che anche Puno, Cusco e la sierra fanno parte del Perù.

Paolo Moiola


IL PERÙ SU MC
Paolo Moiola, Wilfredo Ardito Vega, Gianni Vaccaro, Perù, 1821-2021. Duecento anni sono pochi, dossier, agosto-settembre 2021,.


La Chiesa peruviana davanti alla crisi

Mons. Carlos Castillo celebra la messa nella cattedrale di Lima avendo sull’altare le fotografie delle 49 persone morte durante le manifestazioni (15 gennaio 2023). Foto Ernesto Benavides – AFP.

«il popolo sovrano ha diritto di decidere»

Una società al limite della guerra civile non poteva non trovare riflessi all’interno della Chiesa cattolica del paese. Proviamo a ripercorrere le tappe di questa escalation di eventi drammatici.

In dicembre, poche ore dopo il tentativo di golpe, la Conferenza episcopale della Chiesa cattolica (Cep) – istituzione ancora forte nel paese andino – emette un comunicato per stigmatizzare «la incostituzionale e illegale decisione del signor Castillo» ed esprimere fiducia nelle istituzioni democratiche.

La novità più interessante è, però, il comunicato interreligioso del 22 dicembre. «Interreligioso» nel senso pieno del termine visto che è sottoscritto da tutti i rappresentanti delle confessioni religiose presenti nel Perù: dai cattolici agli evangelici (di varie denominazioni), dagli islamici agli ebrei, dagli ortodossi ai mormoni.

«Riconosciamo la dura crisi sociale e politica, che non è di oggi, ma ha radici profonde in una storia di disparità e disuguaglianze», si legge nelle prime righe. La richiesta dei firmatari è precisa: «La grave situazione richiede uno sguardo che non si riduca solo all’immediato, ma si estenda alle politiche di lungo e medio periodo, dove l’istruzione e il lavoro siano l’elemento centrale, per il bene di tutti i peruviani». Il documento si conclude con queste parole: «Chiediamo pace, tranquillità, unità e riconciliazione sulla base di un ampio processo di ascolto e dialogo nazionale».

Meno legata alla situazione politica peruviana, ma sicuramente significativa, è invece la lettera di auguri natalizi firmata da mons. Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, presidente sia della Cep che del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano). In essa, il prelato sottolinea, infatti, la necessità di far fronte ai bisogni di «coloro che non hanno le tre T assicurate “Techo, Trabajo, Tierra” (tetto, lavoro, terra)».

Successivamente, davanti alle decine di morti di Juliaca (Puno, 9 gennaio 2023), la Conferenza dei vescovi peruviani denuncia gli eventi «come conseguenza della distorsione del diritto alla protesta, facendo ricorso all’illegalità; e, per altro lato, per l’uso eccessivo della forza (da parte di forze armate e polizia, ndr). Entrambe le situazioni sono da condannare e per entrambe occorre, prontamente, individuare i responsabili. È necessario distinguere le giuste proteste dal resto […]. Camminiamo uniti per costruire la pace nel nostro amato Perù».

Ancora più significativa è la celebrazione nella cattedrale di Lima di domenica 15 gennaio. Per l’occasione, sui gradini che portano all’altare principale vengono collocati sei pannelli con le foto delle vittime degli scontri. Mons. Carlos Castillo, arcivescovo della capitale e primate del paese, legge i nomi di tutti i 49 morti (le vittime fino a quel momento, ndr) e tiene un’omelia che, pur incentrata sul dolore per le morti e la violenza, non risparmia nessuno.

«Oggi mediteremo su cosa significhi tutto ciò che sta accadendo. Alla Chiesa compete una riflessione fondamentale di natura spirituale. Le indagini, le interpretazioni politiche, economiche e sociali, corrispondono ad altri ambiti. Noi non andiamo né a destra né a sinistra, né al centro, noi andiamo in fondo».

«Ci sono modi pacifici di organizzarci per risolvere le grandi necessità di ogni regione povera del Perù – dice ancora l’arcivescovo -. Non abbiamo bisogno di liquidare lo Stato che tanto è costato per costruirlo e che oggi  viene osteggiato per interessi meschini ed egoistici».

Tre giorni dopo, in occasione del 488.mo anniversario della fondazione di Lima, lo stesso arcivescovo officia una messa e un Te Deum con la presenza della presidenta Dina Boluarte, del sindaco Rafael Lopez Aliaga e del presidente del Congresso José Williams. A dimostrazione che la Chiesa peruviana, in questo drammatico momento storico, ha scelto di ricoprire una posizione super partes. Così, nel comunicato del 20 gennaio, i vescovi del Perù offrono la propria disponibilità «per mediare e per costruire ponti d’incontro».

Pochi giorni dopo, davanti alla presidenta è molto esplicito mons. Paolo Rocco Gualtieri, da pochi mesi nunzio apostolico nel paese andino: «Quando una parte della società cerca di godere di tutto ciò che il mondo offre come se i poveri non esistessero, questo, a un certo punto, ha le sue conseguenze. Ignorare l’esistenza dei diritti degli altri, prima o poi, provoca qualche forma di violenza inaspettata, come stiamo assistendo in questi giorni» (25 gennaio).

Se le gerarchie cattoliche – a parte qualche eccezione – sono legate a una sorta di diplomazia dell’equidistanza, meno lo sono alcuni sacerdoti. Come padre Luis Zambrano, prete diocesano e parroco della parrocchia Pueblo de Dios a Juliaca, diocesi di Puno, luogo del massacro del 9 gennaio: «Sono d’accordo che la via d’uscita più urgente sia che [Dina Boluarte] si dimetta dalla presidenza e faccia qualcosa affinché anche il Congresso si sciolga e si tengano le elezioni generali nel 2023. Si tratta di darle un consiglio affinché faccia quel gesto di distacco, quella rottura necessaria, pensando al futuro del Perù. […] Sarà un primo passo che calmerà un po’ l’attuale sconvolgimento sociale. Il tempo delle parole è passato. Ora solo un gesto può alleggerire questa situazione estrema».

In una situazione che non trova vie d’uscita condivise, il 3 febbraio anche la Chiesa ufficiale rompe però gli indugi attraverso un nuovo comunicato della Cep: «Il popolo sovrano ha diritto di decidere sui destini della nostra patria attraverso elezioni trasparenti e giuste per rinnovare i poderi esecutivo e legislativo».

Paolo Moiola

Mons. Cabrejos, presidente della Cep e del Celam. Foto Conferencia episcopal peruana – Cep.




Velo, pallone e turbante


Tutto è iniziato con la rivolta delle donne contro l’obbligo del velo. Poi, sono arrivati i mondiali di calcio con le proteste (più caute) dei calciatori. Il clero sciita al potere ha risposto con la repressione e la violenza. Basterà per fermare un popolo stanco della dittatura teocratica?

Nella prima partita dei mondiali di calcio in Qatar, quando la nazionale iraniana e la nazionale britannica sono entrate in campo, il primo pensiero è andato a come si sarebbero comportati i giocatori dell’Iran.

A cantare subito l’inno, lunedì 21 novembre, sono stati gli inglesi. Per la prima volta, hanno intonato a un mondiale «God save the king». Quando lo speaker dello stadio di Doha ha annunciato l’inno iraniano, sono partite le note. Ma, in solidarietà con le proteste, nessuno degli undici calciatori ha cantato i suoi versi:

«Verso l’alto, all’orizzonte, sorge il sole orientale / La luce negli occhi dei credenti nella giustizia / Bahman è lo zenith della nostra fede / Il tuo messaggio, oh Imam, d’indipendenza, libertà / Oh martiri, i vostri clamori risuonano nelle orecchie del tempo / Duratura, continua ed eterna / La Repubblica islamica dell’Iran!»

Di fronte alle bocche cucite dei calciatori, i tifosi iraniani hanno reagito in modo diverso tra loro. Ci sono state donne – con il velo – che non hanno trattenuto la commozione per il gesto dei giocatori, ritenuto coraggioso. Dalla tribuna c’è stato invece chi ha contestato fortemente la scelta della squadra, rivolgendo il dito medio o il pollice in direzione del campo. In realtà, le contestazioni ai calciatori non sarebbero state fatte solo perché essi si sono astenuti dal cantare l’inno, ma anche perché due giorni prima erano stati convocati dal presidente della Repubblica islamica Ebrahim Raisi (in carica dal 3 agosto 2021, ndr) e davanti a lui si erano inchinati. L’impressione è stata, quindi, che i giocatori abbiano voluto dare un colpo al cerchio e uno alla botte, compiacendo sia le autorità iraniane sia i loro connazionali che rischiano la vita protestando in strada. Per questo motivo, in quella partita, sui social, tanti iraniani e iraniane hanno fatto il tifo per la squadra avversaria. Hanno vinto loro, gli inglesi, e già questo è stato uno smacco perché, da sempre, il Regno Unito interferisce nelle questioni interne all’Iran.

Elnaz Rekabi, campionessa iraniana di arrampicata, ha gareggiato senza velo in segno di protesta contro il regime e di solidarietà con le donne. Foto dal web.

Inglesi e americani

Nel 1953, furono i servizi segreti inglesi, il cosiddetto MI6, a rovesciare il premier Mohammad Mossadeq che stava trasformando l’Iran in una monarchia costituzionale, percorrendo un cammino democratico. Due anni prima il politico iraniano, esponente del Fronte nazionale, aveva osato nazionalizzare il petrolio, fino a quel momento ampiamente sfruttato dagli inglesi, che agli iraniani lasciavano le briciole. Dopo due anni di embargo, con l’industria petrolifera allo stremo, Mossadeq fu rovesciato da un colpo di stato. La Cia si prese il merito di quella operazione, passata alla storia con il nome «Ajax». Come, però, ben racconta il documentario «Coup53» del regista Taghi Amirani, fu in realtà la spia inglese Norman Derbyshire (1924-1993) a fare in modo che lo scià Muhammad Reza Pahlavi potesse tornare sul trono del pavone.

Rimesso al potere dagli occidentali, per contenere il dissenso, lo scià creò la polizia segreta Savak che mise in atto una durissima repressione nei confronti degli oppositori. Seguirono decenni segnati da gravi violazioni dei diritti umani, tollerati dall’Occidente perché lo scià era un loro alleato.

A Doha, Al Thani (a destra), emiro del Qatar, presenta la maglia della sua nazionale di calcio a Ebrahim Raisi, presidente iraniano (21 febbraio 2022). Foto Iranian Presidency – AFP.

Il velo di Masha Amini

Oggi come allora gli iraniani reclamano diritti e libertà. Le proteste di questi mesi sono state innescate dalla morte di Mahsa Amini. Il 13 settembre 2022 la ragazza viene fermata all’uscita della metropolitana a Teheran, dove si trova in vacanza con i genitori prima dell’inizio dell’anno accademico. «Studiava microbiologia, voleva diventare dottore», racconterà il padre alla Bbc. Forse le spunta una ciocca di capelli dal velo. Forse indossa pantaloni troppo stretti, oppure si intravede un pezzo di caviglia. Fatto sta che trasgredisce il severo codice di abbigliamento della Repubblica islamica, imposto con maggiore severità – rispetto al passato – dal presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi. Un codice di abbigliamento inclemente anche per i ragazzi, che possono essere fermati se i capelli sono troppo lunghi e le magliette troppo attillate o con maniche troppo corte.

Mahsa ha ventidue anni e vive a Saghez, un’area rurale nel Kurdistan iraniano (zona occidentale del paese), dove l’abbigliamento tradizionale non risponde a codici rigorosi. È, quindi, poco avvezza alle retate della Gasht-e Ershad, la «buoncostume» che si sposta con le camionette bianche contraddistinte da una fascia verde orizzontale. Quel 13 settembre è una giornata soleggiata. Quando Mahsa viene presa di mira dalle poliziotte, il fratello minore (di diciassette anni) cerca di proteggerla. Invano. Malmenato, si ritrova con gli abiti stracciati. Le poliziotte caricano Mahsa sulla camionetta e la portano nel centro di riabilitazione, dove le chadorì (in questo caso le filogovernative con il chador nero dalla testa ai piedi) insegnano alle bad-hejabì (le «mal velate») come vestirsi. La ragazza viene picchiata e il giorno stesso entra in coma. Dopo tre giorni, il 16 settembre, muore nell’ospedale Kasra di Teheran. Il decesso viene dapprima imputato a un «arresto cardiaco» e poi definito un «incidente», dovuto a «malattie pregresse» e in particolare alle «conseguenze di un tumore al cervello di cui aveva sofferto quand’era bambina», una patologia che i genitori negheranno. Nel frattempo, la notizia si diffonde sui social media. La televisione di stato manda in onda due brevi video per dimostrare che non ci sarebbe stato contatto fisico tra gli agenti e la ragazza. Nel primo, in quello che, verosimilmente, è un commissariato di polizia, si vedono numerose donne. Una di loro, presentata come Mahsa Amini, si alza per discutere con una poliziotta in merito al proprio abbigliamento, dopodiché sviene. In un altro video, il corpo della giovane viene trasportato verso l’ambulanza.

Intanto, visto che la morte della ragazza suscita indignazione tra gli iraniani in patria e all’estero, il presidente Ebrahim Raisi incarica il ministro dell’Interno di aprire un’inchiesta. Il capo dei medici legali di Teheran dichiara alla televisione di stato che le indagini sono in corso e che ci vorranno tre settimane. Le autorità intimano alla famiglia di seppellire Mahsa la notte, per evitare assembramenti. Ma i genitori decidono altrimenti e sabato 17 il funerale nella città natale di Saghez si trasforma in una manifestazione di protesta. I manifestanti si riuniscono davanti agli uffici governativi.

Saeed Piramoon, noto giocatore iraniano di beach soccer, fa il gesto di tagliarsi i capelli in segno di protesta e solidarietà con le donne del suo paese. Foto dal web.

Un potere repressivo e corrotto

Quelle scatenate dalla morte di Mahsa Amini sono le manifestazioni più importanti dall’istituzione della Repubblica islamica all’indomani della rivoluzione del 1979, diverse da quelle degli scorsi anni per portata, significato e istanze.

La causa del risentimento di tanti iraniani verso la Repubblica islamica non è solo l’obbligo del velo di per sé, ma anche la grave crisi economica e – soprattutto – l’approccio violento delle autorità – nelle loro diverse declinazioni – nei confronti dei cittadini che vorrebbero poter scegliere liberamente. La violenza sistematica delle forze dell’ordine è la prova della perdita di legittimità di un sistema politico corrotto, che non ha altra scelta se non la repressione che l’allontana sempre di più dai suoi giovani e dal suo popolo.

Tra gli slogan di questi mesi, i dimostranti hanno scandito Zan, zendeghì, azadì («Donna, vita, libertà») e Na be hejab-e ejbari («No al velo obbligatorio», imposto dal 1979), Na be ‘amame («No al turbante», portato dai religiosi del clero sciita).

Un gruppo di donne iraniane pro-regime protestano davanti all’ambasciata tedesca a Tehran (1 novembre 2022).
Foto Atta Kenare – AFP.

Nika e Sarina

Nonostante fin dall’inizo le forze di sicurezza disperdano i manifestanti usando i lacrimogeni, le proteste si diffondono rapidamente in tutto l’Iran. Nel giro di qualche giorno coinvolgono tantissime città e cittadine. Mahsa era una ragazza di provincia, non abitava nei quartieri chic di Teheran Nord; quindi, è facile identificarsi in lei e nel dolore della sua famiglia. A morire, e a diventare un simbolo delle proteste, sono anche le adolescenti Nika Shakarami e Sarina Esmailzadeh. Nel caso di Nika, nel certificato di morte ottenuto dai reporter di Bbc Persian si legge che il decesso sarebbe dovuto a «ferite multiple causate da percosse con un oggetto duro». La versione ufficiale della magistratura di Teheran è, invece, che sia morta «dopo essere caduta da un edificio». In un altro caso, nelle proteste a Karaj, a Est della capitale, le forze di sicurezza uccidono la sedicenne Sarina Esmailzadeh.

Per la prima volta nella storia dell’Iran, nelle manifestazioni di piazza gli uomini sono accanto alle loro donne. In ogni caso, le iraniane si stanno dimostrando decisamente più coraggiose degli uomini. Anche nello sport. Pensiamo a Elnaz Rekabi, la campionessa di arrampicata che, nei campionati di Seoul, gareggia senza velo in segno di solidarietà. A distanza di qualche settimana si viene a sapere che la casa della sua famiglia, assai benestante, è a rischio esproprio e per questo è obbligata a tacere. Inutilmente: la casa viene demolita.

Non si tratta di una novità del governo dell’ultraconservatore Raisi: le stesse misure intimidatorie erano state prese negli scorsi anni nei confronti del filosofo Ramin Jahanbegloo, rilasciato su cauzione, e di tanti altri intellettuali che avevano criticato il sistema politico iraniano e avanzato l’ipotesi di una qualche riforma. Ma intanto Elnaz Rekabi si è tolta il velo in pubblico e il suo gesto, pagato a caro prezzo, ha lasciato il segno.

A Los Angeles, uno striscione si augura che le proteste iraniane si trasformino in una rivoluzione. Foto Craig Melville – Unsplash.

Le donne del cinema si schierano

Nelle proteste del 2022 le iraniane si stanno dimostrando più coraggiose degli uomini anche nel mondo della cultura. Pensiamo alla regista Rakhshan Bani-Etemad che in un video ha dichiarato: «Se fino ad oggi sono stata zitta e non ho detto una parola, è stato solo per affetto materno e amore incondizionato. Non mi sono concessa di parlare perché non volevo che il mio sostegno alle legittime proteste dei giovani cagionasse anche solo un morto in più. Ma la vostra violenza non conosce fine e non conosce confini. In ogni angolo di questo paese, ovunque, scorre il sangue di giovani e bambini abbattuti come passerotti in volo. Quanto ancora dovremo pazientare? Fin dove potremo sopportare? Governare un popolo straziato, inconsolabile, ferito, disarmato e ignorato… Quale merito o valore può mai avere? Io mi auguro solo una cosa: se il sangue versato da tutti questi giovani nel corso di tutti questi anni ancora non vi ha fatto rinsavire, che la morte di Kian [Pirfalak], bambino innocente di appena nove anni, vi tolga il sonno per il resto della vostra vita».

A causa di questo video, a causa di queste parole, la figlia della regista è stata convocata dalla magistratura di Teheran: il regime se la prende spesso anche con i familiari di coloro che osano esprimere il dissenso. Rakhshan Bani-Etemad ha sessantotto anni e vive nella capitale iraniana. Tra i registi della sua generazione, è la donna di maggior spicco.

È andata peggio a Mitra Hajjar, una delle attrici iraniane più conosciute, arrestata lo scorso 3 dicembre. E, mentre scriviamo, pare correre rischi anche un’altra nota attrice iraniana, Shaghayegh Dehghan.

Con i pasdaran alla finestra

Le difficoltà economiche sono al centro delle proteste. In Iran un litro di latte costa l’equivalente di 90 centesimi di euro, una pagnotta 30 centesimi, un chilo di pollo tre euro. Ma un maestro porta a casa uno stipendio equivalente a soli 250 euro. Con l’inflazione al 41 per cento, tirare a campare è complicato.

È difficile prevedere quale esito possano avere le proteste in corso. La macchina repressiva funziona molto bene, purtroppo. La variabile è rappresentata dai pasdaran, ovvero dalle Guardie rivoluzionarie istituite dall’ayatollah Khomeini all’indomani della rivoluzione del 1979. Fedeli alla sua ideologia, sono loro a controllare l’economia e a reprimere il dissenso. Tenuto conto che in questi quarantatré anni il clero sciita non è stato in grado (o forse non ha voluto) di far crescere una nuova generazione di teologi a cui passare il testimone, potrebbero essere loro – i pasdaran – a prendere il potere nel caso in cui i manifestanti riuscissero a scalfire la repubblica degli ayatollah. Si passerebbe così da una repubblica islamica a una repubblica non più a carattere religioso, ma dominata dai militari. Dalla padella alla brace.

Farian Sabahi

L’autrice

  • Farian Sabahi è iranista, islamologa, professore universitario e giornalista professionista. È autrice di numerosi articoli scientifici e saggi pubblicati da editori italiani e internazionali. Questa è la sua prima collaborazione con MC. Sito: www.fariansabahi.com

La guida suprema Ali Khamenei interviene sulle proteste di piazza (12 ottobre 2022). Foto Iranian leader Press office – AFP.


Repressione, esecuzioni, resistenza

La teocrazia impicca (ma barcolla)

Mohsen Shekari è stato impiccato l’8 dicembre, accusato di moharebeh («avversione verso Dio»). Aveva attaccato un basij (miliziano volontario) in una manifestazione del 25 settembre. Il 12 dicembre è toccato a Majidreza Rahnavard, giustiziato dopo soli 23 giorni dal suo arresto. Risulta difficile scegliere gli aggettivi più adatti per definire il comportamento dei teocrati islamisti che tengono in ostaggio l’Iran e il suo popolo. Mentre scriviamo, i morti di queste proteste che vorrebbero diventare rivoluzione sono 458 (compresi 60 bambini e 29 donne, al 12 dicembre, secondo il sito di Iran human rights), con migliaia di persone arrestate in un crescendo di tensioni.

Durante i mondiali di calcio del Qatar, la protesta dei calciatori della squadra iraniana è durata lo spazio della prima partita. Nelle due successive, anch’essi si sono dovuti adeguare alle pressioni e minacce del regime, cantando (sussurrando) l’inno nazionale, anche su spinta dell’allenatore, il portoghese Carlos Queiroz, accusato di essere al servizio del regime dal sito Iran wire.

A inizio dicembre, poco dopo la demolizione della casa di Elnaz Rekabi (la climber che, in Corea del Sud, aveva osato gareggiare senza hijab), è stata fatta circolare la notizia della soppressione del corpo della «polizia morale», prima responsabile della morte di Masha Amini. Negli stessi giorni, nonostante repressione, vendette e condanne a morte per impiccagione, è stato proclamato uno sciopero generale che, nelle città, ha avuto adesioni altissime. Il governo islamista è in difficoltà internamente e isolato a livello internazionale.

Lo scorso 19 luglio, il leader supremo, l’ayatollah Ali Kamenei, aveva incontrato a Teheran Vladimir Putin per esprimere il proprio appoggio alla Russia contro «l’aggressione della Nato». Peraltro, nonostante le smentite, è assodato che l’Iran fornisca a Mosca droni da combattimento per sostenere la sua guerra contro l’Ucraina.

A dispetto di tutto questo e delle sanzioni imposte al paese, con l’Iran la diplomazia internazionale rimane cauta per due ragioni di banale real politik: le immense risorse petrolifere del paese e l’incertezza rispetto al suo arsenale nucleare. Nel frattempo, tocca soprattutto alle donne iraniane combattere a volto scoperto e mani nude contro gli uomini del regime teocratico.

Paolo Moiola

Una camionetta della famigerata polizia morale (Gasht-e Ershad), che ha arrestato anche la giovane Masha Amini. Foto dal web.




Inferno, purgatorio, paradiso

testo di Paolo Moiola |


Come non bastassero le devastanti conseguenze dell’embargo Usa, sull’isola si è abbattuta la pandemia e la penuria di beni primari. Molti cubani sono scesi in piazza per protestare contro il governo, trovando l’appoggio (interessato) del presidente Biden.

Tra Miami, cuore scintillante della Florida, e l’Avana, capitale di Cuba, ci sono meno di 400 chilometri. E oltre 60 anni di percorsi politici e culturali diversi, anzi opposti: capitalismo versus socialismo. Messa così, è facile arrivare a conclusioni tanto perentorie quanto parziali: ricchezza contro sopravvivenza, libertà contro autoritarismo.

In questi ultimi mesi, sulla piccola isola caraibica ci sono state manifestazioni antigovernative. Con immediate reazioni di giubilo tra la vasta comunità cubana di Miami e sulla maggior parte dei media (compresi quelli italiani). Per capire meglio la situazione, proviamo a ricordare qualche elemento dimenticato o – forse volutamente – trascurato.

Scolare di Trinidad con in mano «Granma», il quotidiano ufficiale dell’isola. Foto Jaume Escofet.

243 nuove misure

Iniziamo con l’embargo degli Stati Uniti, conosciuto come «el bloqueo» e vigente (con modalità variabili e crescenti) dal 1960.

Le conseguenze più disumane sono quelle derivanti dall’applicazione del Cuban democracy act del 1992 (Cda, conosciuto anche come legge Torricelli, dal nome del suo proponente).

È da questa norma che derivano le restrizioni più dure sui rifornimenti di medicine e di attrezzature medicali per Cuba. Se prima erano vietate le esportazioni dirette dagli Usa di quei beni, con la nuova legge vengono vietate anche le vendite dalle sussidiarie estere delle aziende statunitensi. Inoltre, in base al Cda, le navi che abbiano fatto scalo a Cuba non possono attraccare nei porti Usa per sei mesi. Una norma scandalosa e ingiustificabile, senza se e senza ma.

Eppure, a tanti l’argomento del bloqueo risulta indigesto: «È una scusa da sempre utilizzata dal regime per giustificarsi», affermano.

Tutto può essere, ma che l’embargo (economico, commerciale, finanziario) contro l’isola non produca effetti nefasti sulla quotidianità dei cubani è negare l’innegabile. Purtroppo, se Barack Obama aveva iniziato ad allentare le sanzioni, Donald Trump le ha rese ancora più dure introducendo altre 243 (leggasi «duecentoquarantatre») misure (e – negli ultimi giorni del suo mandato – ha addirittura inserito il paese tra gli stati sponsor del terrorismo).

Per comprendere meglio cosa possa comportare l’embargo degli Stati Uniti, prendiamo alcuni dei provvedimenti introdotti da Trump nell’ultimo anno della sua presidenza (non per amore della libertà e della democrazia, ma nel prosaico intento di guadagnare i voti della folta comunità cubana della Florida, circa 1,5 milioni di persone su un totale di 2,3 milioni presenti in Usa). Essi colpiscono le due principali entrate in dollari dell’isola: le rimesse e il turismo.

Il 26 ottobre 2020, il Tesoro Usa ha emendato il Cuban assets control regulations allungando la lista (Cuba restricted list) delle entità cubane (società, ministeri, uffici) con cui le compagnie statunitensi non possono avere rapporti. Tra queste anche Fincimex, sussidiaria di Gaesa, il conglomerato d’imprese che farebbe capo alle Forze armate rivoluzionarie di Cuba. La Fincimex è la controparte finanziaria della Western Union, l’azienda statunitense di trasferimenti di denaro.

Cubani davanti a un ufficio di Etecsa, la compagnia telefonica statale. Foto Ian Southwell.

A causa del divieto governativo, lo scorso 27 novembre la compagnia Usa si è vista costretta a chiudere i suoi 407 uffici distribuiti sull’isola, colpendo migliaia di cubani che sulle rimesse fanno affidamento.

Per quanto concerne il turismo, dopo aver proibito le crociere nel giugno 2019, il 28 settembre 2020 il Dipartimento di stato degli Usa ha reso nota una lista di 433 hotel cubani, legati o controllati dal governo de l’Avana, in cui ai cittadini statunitensi è stato fatto divieto di soggiornare. Agli statunitensi è stato inoltre proibita l’importazione di rum e sigari, i prodotti cubani più famosi.

Come sappiamo, Trump è poi uscito di scena essendo stato sconfitto da Joe Biden. Il neo presidente non ha però cambiato registro (smentendo, almeno fino a ora, le promesse fatte a settembre 2020, durante la sua campagna elettorale).

Il giorno seguente alle proteste dell’11 luglio, in una prima nota (White House statements and releases) Biden ha espresso vicinanza al popolo cubano («We stand with the Cuban people»).

Pochi giorni dopo, durante una conferenza stampa con Angela Merkel, è stato più esplicito affermando che Cuba è uno stato fallito («failed state») che reprime i suoi cittadini (fonte: Cnn).

Nella nota del 22 luglio, ha affermato che «gli Stati Uniti stanno con i coraggiosi cubani che sono scesi in piazza per opporsi a 62 anni di repressione sotto un regime comunista». Insomma, un crescendo inarrestabile di accuse da parte del nuovo presidente Usa.

Un cartellone del governo cubano contro l’embargo (el bloqueo), definito strumento di genocidio. Foto Diego Battistessa.

La battaglia del web

Consueto campo di battaglia è la narrativa: a chi credere? Al racconto fatto dagli Usa o a quella del governo de l’Avana? La connessione internet non è
risolutiva come spesso si crede. Nei giorni precedenti alle manifestazioni, molti gruppi anti castristi degli Stati Uniti hanno utilizzato i social media (Twitter, Facebook, Instagram, Telegram e WhatsApp) per incitare alla protesta antigovernativa. Quando questa è scoppiata, gli stessi social media l’hanno amplificata. Per questo il governo de l’Avana ha oscurato internet per 72 ore, salvo poi ripristinarla.

Introdotta soltanto nel 2018 e rafforzata nel luglio 2019, la connessione web è oggi presente sui cellulari di cinque milioni di cubani (fonte: Bbc).

A Cuba, opera una sola compagnia telefonica, la statale Etecsa. Lo scorso 17 agosto il governo ha pubblicato il decreto legge n. 35 e la risoluzione 105 sulle comunicazioni e la cibersicurezza per regolamentare internet. Gli avversari sostengono che le nuove norme servono per limitare la libertà d’espressione.

L’amministrazione Biden sta cercando soluzioni tecniche per sottrarre internet al controllo governativo. D’altra parte, non va dimenticato che lo strumento del web può aprire le porte all’informazione, ma molto spesso anche alla disinformazione e alle fake news.

Per dirla in altri termini, internet è uno strumento a geometria variabile: quando fa comodo, è la panacea di ogni male; quando gli interessi sono diversi, è il diavolo.

184 voti a favore

Davanti all’offensiva di Biden, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, l’ingegnere (nato nel 1960) che è succeduto ai fratelli Castro, ha risposto chiedendo al presidente Usa di eliminare le misure dell’embargo statunitense nei confronti dell’isola.

Una dose di «Abdala», uno dei vaccini contro il Covid-19 prodotti a Cuba.

Che esso costituisca una causa fondamentale dell’emergenza e non una «scusa» del governo de l’Avana ne è convinta anche la comunità internazionale. Lo scorso 23 giugno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha, infatti, chiesto la fine del blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti verso Cuba. La risoluzione si aggiunge alle 28 adottate dal 1992, quando l’organo dell’Onu ha iniziato a votare annualmente sulla questione. La condanna dell’embargo ha ottenuto questa volta 184 voti a favore, due contrari (Stati Uniti e Israele) e tre astenuti (Colombia, Brasile e Ucraina).

Nel corso del dibattito, il ministro degli esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, ha affermato che l’embargo è una violazione massiccia, flagrante e sistematica dei diritti umani del popolo cubano e ha aggiunto che, secondo la Convenzione di Ginevra del 1948, «esso costituisce un atto di genocidio». Si tratta, ha detto, di «una guerra economica di portata extraterritoriale contro un piccolo paese già colpito nel recente periodo dalla recessione e dalla crisi economica mondiale causata dalla pandemia, che ci ha privato di entrate essenziali come quelle derivanti dal turismo». «La pretesa di Cuba è di vivere senza l’embargo e che venga cessata la persecuzione dei nostri legami commerciali e finanziari con il resto del mondo», ha sottolineato il ministro (fonte: sito Nazioni Unite).

Una dose di «Soberana 2», uno dei vaccini contro il Covid-19 prodotti a Cuba.

A parte lo storico embargo statunitense, da un anno e mezzo su Cuba si è abbattuto anche il Covid-19 e le sue conseguenze economiche. Senza valute forti a causa del crollo del turismo internazionale, l’isola ha dovuto affrontare da sola la pandemia. È riuscita a contenerla per merito del suo sistema sanitario pubblico, povero di mezzi (scarseggiano anche le siringhe), ma dotato di un vasto e preparato capitale umano (medici, infermieri, tecnici, ricercatori). Dei cinque vaccini cubani, il «Soberana 2», il «Soberana plus» e l’«Abdala» hanno evidenziato di essere efficaci. A inizio settembre il governo de l’Avana e l’Oms hanno iniziato a discutere sull’autorizzazione internazionale degli stessi.

Vale la pena di rammentare che, nel corso del 2020, in piena pandemia, due brigate mediche di Cuba vennero a portare aiuto anche in Italia.

Yoani Sánchez e Frei Betto

Yoani Sánchez, la dissidente cubana più nota e più ricercata dai media internazionali, racconta la situazione sull’isola sul proprio sito web, tenuto con il marito Reinaldo Escobar: 14ymedio.com, assieme a cubalex.org, il più serio (e sovvenzionato) tra i siti antigovernativi.

Nei suoi articoli pubblicati sul New York Times e su la Repubblica (22 luglio), la giornalista ha commentato i fatti dell’11 luglio senza un solo cenno all’embargo, come non esistesse e non sortisse effetto alcuno. A lei noi preferiamo di gran lunga il brasiliano Frei Betto, frate domenicano, teologo (della liberazione) e scrittore, da 40 anni frequentatore dell’isola.

In una sua lunga e appassionata lettera, il religioso ha scritto: «Se in Brasile sei ricco e vai a vivere a Cuba, conoscerai l’inferno. Non potrai cambiare auto ogni anno, acquistare abiti firmati, viaggiare spesso all’estero per le vacanze. […] Se appartieni alla classe media, preparati a vivere il purgatorio. Nonostante Cuba non sia più una società nazionalizzata, la burocrazia persiste, bisogna pazientare nelle code ai mercati, molti prodotti disponibili questo mese potrebbero non essere trovati nel prossimo a causa dell’instabilità delle importazioni».

«Se, invece, sei uno stipendiato, un povero, un senzatetto o un senzaterra, preparati a conoscere il paradiso. La Rivoluzione ti garantirà i tre diritti umani fondamentali: cibo, salute e istruzione, ma anche alloggio e lavoro. Potresti rimanere con l’appetito per non riuscire a mangiare ciò che più ti piace, ma non avrai mai fame. La tua famiglia avrà istruzione e assistenza sanitaria – compresi gli interventi chirurgici complessi – totalmente gratuiti, in quanto questi servizi sono un dovere dello stato e un diritto di ogni cittadino».

Il cardinale Jaime Ortega Alamino, morto nel 2019, è stato per oltre tre decenni una figura chiave a Cuba. Foto Diario de Cuba.

Il ruolo della Chiesa

La Chiesa cattolica di Cuba ha sempre rivestito e riveste un ruolo fondamentale sull’isola, come unico interlocutore credibile con il potere centrale.

«Non possiamo chiudere gli occhi o girare lo sguardo». Così iniziava il comunicato dei vescovi cubani del 12 luglio, il giorno seguente alle manifestazioni di protesta sull’isola. In esso i vescovi hanno criticato immobilismo e imposizioni, reclamando invece un ascolto reciproco. Nel corso della sua esistenza, l’ex leader cubano Fidel Castro (1926-2016) ha incontrato tre pontefici: Giovanni Paolo II nel gennaio 1998, Benedetto XVI nel marzo 2012 e Francesco nel settembre 2015. In queste visite, l’affermazione più emblematica è stata, forse, quella pronunciata da Giovanni Paolo II, il 25 gennaio 1998: «Che Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba».

Tutti i viaggi papali sono stati organizzati dal cardinale Jaime Ortega, arcivescovo di l’Avana per quasi 36 anni (1981-2016), poi sostituito dal cardinale Juan de la Caridad García Rodríguez. Ortega, scomparso nel luglio 2019, è stato un protagonista assoluto della storia dell’isola, ma le sue posizioni concilianti non sono mai piaciute ai cubani espatriati, in particolare a quelli residenti in Florida. Costoro sono arrivati al punto di accusare il prelato di «ripulire la faccia al regime» (lavar la cara al régimen).

Dall’altra parte, mons. Ortega trovava un interlocutore preparato. Fidel conosceva infatti la dottrina cattolica e la Chiesa. In gioventù, aveva studiato per anni negli istituti dei gesuiti: prima al collegio Dolores a Santiago, poi a quello di Belén all’Avana.

La sua posizione religiosa è stata oggetto di varie interpretazioni. Una delle più originali è, senza dubbio, quella dello storico Loris Zanatta, che lo ha definito «l’ultimo Re cattolico», come recita anche il titolo di un suo libro (Salerno editrice, Roma 2020). «Fidel – vi si legge tra l’altro – è innanzitutto gesuita, poi rivoluzionario, infine marxista». «Non è strano – scrive ancora – che il monarca comunista del XX secolo sia erede ideale dei monarchi cattolici del passato: crebbe su un’isola che fu Spagna per secoli, in un ambiente familiare e sociale ispanico e cattolico».

Oggi a Cuba ci sono governanti diversi, sicuramente meno carismatici dei precedenti. Anche le circostanze storiche sono radicalmente mutate. Per tutto questo, mai come oggi, il futuro dell’isola non è pronosticabile. L’unica certezza è che non sarà facile.

 Paolo Moiola

Papa Giovanni Paolo II con Fidel Castro nella visita a Cuba del gennaio 1998.

Papa Francesco con Fidel Castro nella visita a Cuba del settembre 2015. Foto Alex Castro.

Papa Benedetto XVI con Fidel Castro nella visita a Cuba del marzo 2012. Foto L’Osservatore Romano.