La Gen Z scende in piazza
Sommario
- Quando a insorgere è un continente
- Kenya. La coscienza politica mai sopita.
- Connessione e controllo
- Mozambico. Un paese «congelato»

Quando a insorgere è un continente
I movimenti di protesta dei giovani africani
Negli ultimi due anni, numerose manifestazioni hanno attraversato il continente africano. A scendere in piazza sono soprattutto i giovani della «Generazione Z». Il divario con le élite al potere è enorme. Ma le rivolte mostrano dei limiti.
A giugno 2024, le strade del Kenya si sono riempite di giovani in protesta contro la nuova legge finanziaria, voluta dal presidente William Ruto. Pochi mesi prima, in Senegal, i manifestanti – che chiedevano il rispetto delle regole democratiche e la liberazione dei leader dell’opposizione, in carcere con accuse pretestuose – erano stati repressi per giorni dalle forze dell’ordine.
Alla fine dell’estate di quell’anno, sono insorti i giovani nigeriani: con lo slogan #EndBadGovernanceInNigeria hanno denunciato corruzione, scarsa governance e crescente costo della vita. Nel frattempo, in Uganda, il tentativo di opporsi al regime quarantennale di Yoweri Museveni è stato silenziato con ondate di arresti e detenzioni. L’autunno del 2024 ha visto sollevarsi il Mozambico, i cui cittadini – incitati dal principale leader di opposizione, Venâncio Mondlane, fuggito all’estero dopo il voto di ottobre – hanno denunciato brogli elettorali.
All’inizio dell’estate 2025, sono tornati in strada i giovani keniani. Questa volta non solo per condannare l’aumento delle tasse, ma anche la violenza della polizia. Poi, è stato il turno dei malgasci, le cui proteste contro il regime di Andry Rajoelina hanno portato a un colpo di Stato che ha deposto il presidente. In Tanzania, le manifestazioni dell’ottobre scorso contro i brogli elettorali sono state represse nel sangue. Violenta è stata anche la reazione delle forze dell’ordine in Camerun e Costa d’Avorio, dove i cittadini si sono opposti alla riconferma scontata dei presidenti (padroni dei due Paesi) Paul Biya e Alassane Ouattara.
Un continente in movimento
Queste sono solo alcune delle tante manifestazioni di protesta che, negli ultimi due anni, hanno attraversato il continente africano. Non sono un fenomeno isolato: negli ultimi vent’anni, secondo l’Armed conflict location & event data project (Acled, uno strumento di monitoraggio indipendente di conflitti e proteste nel mondo), c’è stato un incremento costante di manifestazioni in tutta l’Africa subsahariana. Con un’escalation dal 2020 in poi.
Focolai di protesta si sono accesi in Stati retti da regimi autoritari, così come in altri considerati più democratici. Sono scesi in strada i cittadini di Paesi in crescita economica e gli abitanti di quelli più in difficoltà. Si è scatenata un’ondata di fermento trasversale a tutto il continente: da Nord a Sud, da Est a Ovest. L’intera Africa è in movimento.
Ogni protesta ha le proprie peculiarità. Ognuna si radica in uno specifico contesto locale e trova fondamento nelle questioni sociali, economiche, politiche e culturali più sentite dai cittadini di ciascun Paese. Ma, al contempo – ben lungi dal considerare l’Africa come un continente monolitico, dove tutto è assimilabile – ci sono comunque alcuni tratti comuni a molte di queste mobilitazioni.

Divario generazionale, diseguaglianze e democrazia
A scendere in strada sono soprattutto i giovani della cosiddetta Generazione Z o Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012). E se questo, di per sé, non deve stupire – sette africani su dieci hanno meno di trent’anni -, dall’altro lato, evidenzia l’enorme divario generazionale che in molti Paesi si registra tra le élite al governo e la maggioranza della popolazione.
Sono infatti le leadership politiche ed economiche – spesso ultraottantenni, se non novantenni – il bersaglio principale dei manifestanti. In molti casi, queste élite incarnano sistemi politici retaggio dell’epoca dei partiti unici e, ancora oggi, conoscono solo la legge dell’autoritarismo e della repressione. In altri casi, dove non c’è questa eredità storica, la classe politica cerca di mantenersi al potere, violando o manipolando la Costituzione. I manifestanti reagiscono a questi tentativi.
Intanto, le élite continuano ad arricchirsi – attraverso clientelismo, corruzione e accaparramento di risorse -, con l’effetto di riprodurre e perpetuare disuguaglianze, nonché di ostacolare prospettive di cambiamento politico, sociale ed economico. Per questi leader investire sul piano socioeconomico, stimolare crescita e diversificazione dell’economia, creare posti di lavoro e offrire servizi di qualità, il più delle volte, non sono delle priorità. Dall’altro lato i giovani – che spesso nella loro vita hanno visto un solo presidente ma, al contempo, anche grazie all’uso di strumenti digitali, sono consapevoli del mondo che li circonda – chiedono trasparenza e assunzione di responsabilità da parte delle élite. Rivendicano, inoltre, la necessità di un’alternanza politica, attraverso elezioni libere e trasparenti e il rispetto di norme costituzionali e istituzioni.
Generazione digitale
Connessione internet e social network permettono sempre più ai giovani africani di essere parte di un sistema globale e di essere connessi con il resto del mondo.
Il dissenso si alimenta di notizie, informazioni ed esempi provenienti da altri Paesi, sia africani che non. L’uso del web contribuisce alla costruzione di una coscienza critica e alla nascita di movimenti di protesta. Questi, a loro volta, si servono degli strumenti digitali – soprattutto i social network – per organizzarsi e mobilitarsi, dandosi appuntamento per riempire le strade delle maggiori città. In più, il digitale permette anche di raccogliere nuovi sostenitori, grazie alla cassa di risonanza delle reti sociali.
Nonostante i tentativi dei governi di controllarli, gli strumenti digitali hanno dimostrato di essere spesso un potente strumento di denuncia della repressione e della violenza delle forze dell’ordine.
Leadership cercasi
Le mobilitazioni, però, hanno dei limiti. Non è solo la capacità repressiva dei governi a impedire alle proteste di raggiungere i loro obiettivi, ma anche la mancanza, all’interno di molti movimenti, di leadership chiare e solide.
L’assenza di un allineamento politico esplicito favorisce un’adesione eterogenea e trasversale della società civile, evitando strumentalizzazioni da parte dei partiti di opposizione. Ma limita l’efficacia della protesta che, non potendo contare su voci di rilievo, resta confinata fuori dei palazzi del potere e non riesce a rendere effettive le proprie rivendicazioni.
Ci sono poi casi in cui l’assenza di una leadership definita facilita manipolazioni e interferenze da parte di attori esterni, che approfittano delle proteste per legittimare la propria ascesa. Per poi però escludere completamente i manifestanti e le loro rivendicazioni dai nuovi governi.
Aurora Guainazzi

Africa: giovani e proteste. Dati fondamentali
- Popolazione totale: 1,5 miliardi (fonte Undesa)
- Numero di giovani (0-14 anni): 594 milioni, 40% della popolazione totale (Undesa)
- Numero di giovani (15-35 anni): 530 milioni, 35% della popolazione totale (Undesa)
- Percentuale di aumento delle proteste: +137% nel periodo marzo 2020-2025 rispetto al periodo 2015-marzo 2020 (Acled)
- Numero di proteste 2015-marzo 2020: circa 2.100 (Acled)
- Numero di proteste marzo 2020-2025: circa 5.000 (Acled)
- Livelli di povertà: 35% (Banca mondiale)
- Economia informale: 9 giovani (15-35 anni) su 10 lavorano nel settore informale (International labour organization)
- Presenza di internet nel continente: 40% degli abitanti se ne serve (International telecommunication union)
- Utilizzo di internet tra i giovani (15-24 anni): 53% (International telecommunication union)
- Blocchi di internet (2016-2024): 190 episodi registrati (Access now)
- Diffusione della repressione digitale: il 30% dei Paesi africani ha bloccato internet almeno una volta nel 2024 (Access now).
A.G.
Madagascar. Dalle manifestazioni ai militari
Il 14 ottobre 2025, i militari della Capsat (unità speciale dell’esercito malgascio) sono entrati nel Palazzo presidenziale ormai vuoto: il presidente Andry Rajoelina era fuggito qualche giorno prima.
L’episodio è stato l’epilogo di tre settimane di proteste. Convocate a fine settembre da tre consiglieri di opposizione della capitale Antananarivo, le manifestazioni inizialmente avevano denunciato le continue interruzioni nella fornitura di acqua corrente ed energia elettrica. Ma ben presto erano diventate lo specchio di un malcontento diffuso e radicato nei confronti di un regime percepito come immobile e lontano dalla popolazione e dalle sue esigenze.
La «Gen Z Mada» – come si sono ribattezzati i giovani componenti del movimento di protesta – chiedeva le dimissioni di Rajoelina e del presidente del Senato, il generale Richard Ravalomanana. Ma anche lo smantellamento dell’Alta corte costituzionale e della Commissione elettorale, considerate strumenti nelle mani del regime. L’obiettivo era uno Stato privo di corruzione e nepotismo e una società libera, giusta e unita.
L’incapacità di Rajoelina di dialogare con i manifestanti e ascoltare le loro rivendicazioni ha intensificato le proteste, mentre i militari si sono rifiutati di sparare sulla folla. Così, intanto che Rajoelina fuggiva e l’Assemblea nazionale ne votava l’impeachment, la Capsat scortava i manifestanti nella Piazza del 13 maggio ed entrava nel Palazzo presidenziale.
Ma l’alleanza tra manifestanti e militari, così come è iniziata, si è rapidamente conclusa. I leader della Capsat hanno annunciato di essere pronti a riempire il vuoto di potere lasciato dal presidente. Dichiarati due anni di transizione, sospese la Costituzione e le maggiori istituzioni (tra cui Senato e Alta Corte costituzionale), il colonnello Michael Randrianirina ha giurato come «presidente per la rifondazione della Repubblica del Madagascar». Si è posto alla guida di un governo di transizione, da cui la piazza dei giovani malgasci e le loro rivendicazioni sono state escluse.
Movimento indipendente; eppure, strumentalizzato dal potere: la «Gen Z Mada» è l’emblema di quanto l’assenza di una leadership solida porti i manifestanti a fare il «lavoro sporco», preparando il terreno per la caduta del vecchio regime e aprendo la strada all’ascesa di quello nuovo. Da cui però le loro voci sono subito estromesse.
A.G.

Kenya. La coscienza politica mai sopita
Padre Kizito, il missionario che lavora con i giovani
Il malcontento per la classe dirigente porta i giovani a non votare. L’economia non funziona ed esclude soprattutto loro. Le manifestazioni degli ultimi due anni sono state represse con violenza. La novità è che le motivazioni non sono più etniche.
«Da quando sono venuto in Kenya, nel 1988, sono sempre rimasto sorpreso da come i giovani siano interessati alla politica», racconta padre Renato Kizito Sesana. Missionario comboniano è in collegamento da Nairobi, dove ha fondato sette centri Koinonia, luoghi di accoglienza per i bambini di strada (altri sono sorti in Zambia e in Sudan). «Non dimentichiamoci che il Kenya è uno degli Stati africani con il tasso più alto di scolarizzazione e quindi anche di conoscenza della Costituzione e dei diritti dei cittadini. È anche uno dei Paesi del continente con il numero più elevato di persone laureate in proporzione alla popolazione. Questo fa sì che il Kenya abbia una coscienza politica molto alta».
«Nelle ultime elezioni – continua padre Kizito – i giovani hanno votato poco. Secondo me, perché erano disgustati dalla politica, non perché non la seguissero. Non sapevano chi scegliere e cominciavano a capire che tra uno e l’altro non c’era alcuna differenza. Indipendentemente da chi avessero votato, il potere sarebbe rimasto comunque nelle mani di quelle poche famiglie che da sempre dominano la politica keniana».
Le cause delle proteste
Secondo padre Kizito, è proprio il malcontento nei confronti della classe dirigente, una delle cause profonde delle proteste scoppiate nel Paese nell’estate del 2024: «Dall’indipendenza fino a oggi, il Kenya è stato governato da tre o quattro famiglie, che hanno sempre gestito il potere. Anche l’ultimo presidente (William Ruto, ndr), che apparentemente è un nuovo arrivato, in realtà, è arrivato dov’è, perché si è accodato alle politiche della famiglia Kenyatta e poi ha “lanciato” sé stesso».
Ma, addentrandosi nella società keniana, ci si imbatte anche in altre cause delle manifestazioni. In particolare, quelle economiche. «Nonostante le dichiarazioni del Governo – dice padre Kizito – l’economia non funziona, ed esclude una grande parte della popolazione, soprattutto i giovani». Il 50% degli abitanti del Kenya ha meno di 18 anni, l’80% meno di 35. Ma, secondo un’indagine di Afrobarometer (ente che effettua sondaggi a livello continentale), nel 2024 oltre il 60% della popolazione tra 18 e 35 anni era disoccupato. «Ci sono ragazzi – sottolinea padre Kizito – che prendono certificati, diplomi, lauree e poi non hanno un lavoro perché non appartengono alle famiglie che dominano l’economia del Kenya».
Non a caso, le prime manifestazioni nel 2024 sono iniziate proprio per denunciare l’innalzamento delle tasse previsto dalla nuova legge finanziaria voluta da Ruto per arrivare, poi, a chiedere le dimissioni del presidente stesso. L’estate successiva, i giovani sono tornati in strada, ancora una volta contro la legge finanziaria, ma anche per condannare la violenza della polizia. La quale, nel frattempo, aveva represso duramente le proteste, provocando decine di morti (nonostante il governo abbia sottostimato più volte le reali cifre dei decessi).
A spingere i giovani keniani a manifestare, però, sono anche altre problematiche. Come le difficoltà nell’attuazione della riforma per la sanità pubblica, la crescita del debito (contratto soprattutto per la costruzione di grandi opere infrastrutturali) e la demolizione di ampi quartieri popolari a Nairobi.
Proteste trasversali
«Per me – racconta padre Kizito – la grandissima novità di queste proteste è che non sono più basate sull’etnia, ma su veri argomenti politici, perché i giovani vogliono un cambiamento del regime. Fino alle elezioni del 2022, abbiamo visto scontri, divisioni, chiamate alla piazza, ma tutti basati sul potere di alcune famiglie. Nel 2024, invece, i giovani hanno rifiutato tutto questo, in modo molto chiaro ed esplicito».
È quindi nato un movimento ampio, trasversale alla società keniana, e, per questo, in grado di includere giovani appartenenti a etnie diverse e con orientamenti ideologici differenti. Tutti uniti nella critica a un’élite politica immobile, corrotta e interessata solo ad arricchire se stessa.
La particolarità di queste proteste, però, sta anche nella forza con cui la piazza ha difeso la propria indipendenza, soprattutto quando «gli uomini politici hanno tentato di infiltrarsi nel movimento e, in qualche modo, di cooptarlo nell’opposizione».
«Per la prima volta – sottolinea padre Kizito – i giovani hanno rifiutato in modo esplicito e chiaro tutta l’élite politica, perché basata sul potere e sul controllo dei voti da parte delle solite tre, quattro famiglie». Logiche etniche e clientelari, infatti, sono storicamente gli elementi caratterizzanti della politica keniana, dove il consenso elettorale è determinato più dall’appartenenza a un determinato gruppo etnico o da un rapporto di dipendenza nei confronti di una famiglia dominante, piuttosto che dalla reale agenda politica di uno specifico partito.

Verso il 2027
Secondo il missionario, i tempi sono maturi per un cambiamento: «Io penso, mi auguro, che le elezioni del 2027 portino a un vero cambiamento. Non è escluso che magari possa restare al potere il presidente attuale. Ma sarà sicuramente controllato da un numero importante di giovani deputati che vorranno poter dire la loro. A tutti i livelli, dalle county (le entità amministrative locali, ndr), fino al Parlamento».
Sono sempre più numerosi, infatti, i giovani provenienti dal movimento di protesta che decidono di candidarsi. C’è chi lo fa a livello locale, chi invece sul piano nazionale. Tutti però sono decisi a portare le istanze che hanno caratterizzato la piazza anche nei palazzi della politica per far sì che il cambiamento sia effettivo e reale. Tuttavia, il fronte della protesta non si è ancora organizzato in un movimento unico: i giovani stanno entrando in politica in modo autonomo e frammentato, senza dare vita a un’organizzazione strutturata.
Proprio l’assenza di una leadership chiara è considerata da molti analisti il principale limite del movimento. Mancando di una struttura solida e unita, infatti, i manifestanti rischiano di non riuscire a portare avanti le loro rivendicazioni in modo coeso ed efficace.
Padre Kizito prosegue: «C’è molta incertezza. Io vivo continuamente in mezzo ai giovani e vedo che non hanno ancora fatto una scelta. Non sono ancora convinti e non si identificano con un leader: credo che ora non ci sia ancora nessuno che rappresenti effettivamente l’agentività (capacità umana di agire intenzionalmente, ndr), l’inquietudine e il desiderio di cambiamento che c’è in questa generazione». Per questo, non è ancora emersa una figura in grado di coagulare intorno a sé il consenso della maggioranza dei giovani.
Senza dimenticare che «c’è molta cautela – sottolinea il religioso – anche perché Ruto stesso si era presentato come il nuovo. Poi però il nuovo si è rivelato subito vecchio e, anzi, più vecchio dei presidenti precedenti». La scelta, dunque, è difficile e, soprattutto, ciò che i giovani vogliono evitare è molto chiaro: nessuna manipolazione del movimento di protesta.
Tra violenza e speranza
L’anno e mezzo che separa il Kenya dalle elezioni sarà lungo e complesso. «Certamente – riflette padre Kizito – vedremo altre proteste. Soprattutto man mano che ci avvicineremo alle elezioni. E potrebbero esserci anche violenze, provocate dalla polizia». Questa, infatti, nei momenti di maggiore tensione, ha spesso mostrato il suo volto più duro, reprimendo i manifestanti e violandone i diritti umani.
«Nei giorni più caldi della protesta – ricorda il religioso – si respirava un clima molto pesante, che si ripresenta anche oggi quando si parla di queste cose». Anche perché le manifestazioni non si sono mai veramente concluse. Semplicemente, sono diventate meno visibili e potrebbero riaccendersi da un momento all’altro. «Tutti sanno bene cosa rischiano nel partecipare al dissenso e sanno che, se la protesta dovesse ricominciare, la repressione sarà violenta, come è stata finora».
Eppure i giovani keniani non si arrendono. A maggior ragione ora che – poco meno di due anni dopo le prime manifestazioni – l’intera Africa è in fermento. «Mi sembra – riflette il comboniano – che stia riemergendo una solidarietà panafricana che credevamo persa da decenni. Questo perché i giovani di altri Paesi stanno capendo sempre di più che, come qui in Kenya sono state superate le fazioni interne, anche a livello continentale è necessario superare le divisioni nazionali».
Aurora Guainazzi

Tanzania. Repressione, avanti tutta
Le elezioni del 29 ottobre 2025 in Tanzania sono state un bagno di sangue. Già il giorno del voto, migliaia di manifestanti hanno riempito le strade delle maggiori città – Arusha, Dodoma, Dar es Salaam – per denunciare i brogli e un risultato già scritto: la riconferma della presidente Samia Suluhu Hassan.
Ci sono voluti cinque giorni alle forze dell’ordine per riprendere il controllo della situazione (si veda MC gennaio-febbraio 2026).
Nonostante il coprifuoco e i blocchi di internet, i manifestanti hanno continuato a organizzarsi, spinti dalla rabbia contro sessant’anni di dominio incontrastato del Chama cha mapinduzi (il partito di Hassan, al potere dall’indipendenza nel 1964), ma anche dal malcontento per la difficile situazione socioeconomica e il mancato rispetto dei diritti umani. Alla loro determinazione, la polizia ha risposto in modo violento e – secondo Amnesty international (Ong per la tutela dei diritti umani) – sproporzionato.
Secondo il Chadema (principale partito di opposizione), i morti sono stati circa 700, soprattutto giovani tra 16 e 25 anni. Conteggi certi sono difficili: molti corpi sono scomparsi dagli obitori, bruciati o sepolti in fosse comuni. Alcuni sono stati restituiti alle famiglie che però hanno dovuto dichiarare che la persona non era deceduta per colpi d’arma da fuoco. Tanti altri sono spariti nel nulla. Almeno 250 persone – tra cui diversi esponenti dell’opposizione – sono state arrestate e accusate di tradimento e cospirazione.
Un mese dopo, in occasione del giorno dell’indipendenza, il 9 dicembre, il governo ha giocato d’anticipo, vietando qualsiasi manifestazione, anche pacifica. Attraverso l’invio in massa di Sms alla popolazione, la polizia ha chiesto ai cittadini di segnalare persone sospettate di organizzare mobilitazioni, contribuendo a creare un clima di controllo e sospetto reciproco.
Ma il malcontento continua a diffondersi. E crescono anche le azioni di solidarietà transnazionale: ad esempio, attivisti keniani e ugandesi erano in Tanzania per il processo dell’oppositore Tundu Lissu – che, accusato di tradimento, rischia la pena di morte – e sono stati a loro volta arrestati e torturati. Tuttavia queste azioni di repressione coordinata dei governi dell’Africa orientale – ad esempio, anche un oppositore ugandese è stato arrestato in modo arbitrario in Kenya – non stanno facendo altro che alimentare il fuoco delle proteste in tutta la regione.
A.G.

Connessione e controllo
Incontro con il professore degli espositi, università di Bologna
L’internet africano ha una sua specificità. La copertura infrastrutturale è oggi matura. Per molti l’accesso è avvenuto direttamente tramite i social. C’è l’illusione di una democrazia partecipativa. Ma le piattaforme non sono strumenti democratici.
Gli strumenti digitali sono stati centrali sia per organizzare le proteste che per diffondere immagini delle stesse e della repressione. Ma, in generale, l’Africa, negli ultimi anni, sta vedendo una trasformazione digitale significativa, con un impatto su diversi livelli. Ne abbiamo parlato con Piergiorgio Degli Esposti, professore di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Bologna.
A che punto è la diffusione del digitale in Africa?
«Innanzitutto, l’Africa – pur essendo molto diversificata – rappresenta a livello continentale, un’area complessa da coprire. Parlo di copertura tecnica infrastrutturale. Per questo motivo, gran parte della connessione avviene attraverso dispositivi mobili o internet satellitare.
Questo ha comportato, in un primo momento, il classico discorso per cui il cosiddetto digital divide (il divario digitale) si legava a un aspetto specifico, quello infrastrutturale. Nel momento in cui questo elemento di divario viene meno – per la diffusione massiccia della copertura satellitare via Starlink o delle reti telefoniche attraverso smartphone – allora esplode la “rivoluzione digitale africana”.
La sua caratteristica principale è essere legata al modello di internet mobile piuttosto che a quello fisso. In particolare, Cina e Stati Uniti sono le due potenze che si stanno contendendo il mercato africano. Anche la Russia, attraverso Yandex, in alcune zone è particolarmente significativa. Però, chi sta investendo a livello infrastrutturale sono soprattutto questi due Paesi. Parlo prima di tutto di questo aspetto perché senza di esso non è possibile in nessun modo sviluppare un mercato di internet e una vera e propria economia digitale.
Successivamente, si è trovata la soluzione per eliminare il divario digitale strutturale e da quel momento sono fioriti tutta una serie di fenomeni culturali e pratiche di uso delle piattaforme e degli strumenti digitali. L’internet africano ha una sua specificità, legata all’internet in mobilità. Quasi a dire che il cosiddetto periodo dell’“internet seduto” non sia mai esistito in Africa, perché sono direttamente arrivati i dispositivi mobili e una serie di dispositivi dedicati al social networking.
Ora non parliamo più di divario infrastrutturale, ma di divario culturale che si manifesta quando si adotta una tecnologia – che è già in qualche modo matura, ma è nuova per quello specifico contesto – e le pratiche e le modalità di uso che si sviluppano sono specifiche di quello stesso contesto. Ad esempio, specificità africane sono l’uso degli strumenti digitali nelle proteste, ma anche da parte degli influencer religiosi.
Dall’altra parte, c’è un problema che anche l’Occidente sta affrontando. Cioè l’utilizzo di questi dispositivi come mezzo di controllo. C’è il classico controllo top down, ovvero quello della piattaforma che controlla gli utenti, sia per fini commerciali, sia con obiettivi di profilazione dell’utente: i colossi del web, che mettono a disposizione i loro servizi, letteralmente profilano gli utenti sotto molteplici punti di vista. Da una parte è una sorveglianza del soft power commerciale, finalizzata a vendere i prodotti, ma dall’altro la profilazione può avvenire anche per fini di controllo politico.
Aggiungerei che esiste il doppio sfruttamento dell’utente: gli strumenti digitali permettono a chiunque di fare divulgazione scientifica, informazione, diffondere cultura. La rete, quindi, ci trasforma in consumatori di informazioni, perché consumiamo ciò che navighiamo, però, allo stesso tempo produciamo ciò che navighiamo. C’è questa duplicità di ruolo che in altri fenomeni sociali e mediatici non si è mai verificata».

Il simbolo per eccellenza del digitale in Africa è lo smartphone. Potremmo attribuirgli sia un significato concreto che simbolico?
«Un antropologo inglese, David Miller, dice che in molte culture lo smartphone ha sostituito – o rinnovato – il concetto di casa. Miller ha studiato la diffusione di internet in India e ha visto che lo smartphone unisce il discorso pubblico e privato in un unico strumento. Lo smartphone è un contenitore di ricordi, relazioni, foto, che permette di tenere un contatto con la cerchia degli affetti. Ma è anche strumento di pagamento, facilita i rapporti con la burocrazia, mostra le nostre informazioni – ad esempio quelle medico-sanitarie -, permette di informarci e divertirci.
Attraverso lo smartphone facciamo anche attivismo e partecipiamo alla vita politica, perché abbiamo l’illusione della democrazia partecipativa, che ci viene indotta dai social network. Ovvero, io metto la stellina, il cuoricino, il pollice alto e sostengo una causa, un’idea o un candidato. Questo fenomeno ha il nome di slacktivism, ovvero attivismo da poltrona.
È una realtà ibrida. Dove ibrida significa fatta di tutto ciò che succede nelle strade e nelle piazze, ma anche di ciò che accade negli spazi digitali. Si contaminano a vicenda: non esiste più l’idea del “vivere online” e del “vivere offline”. Esiste il mondo ibrido della realtà aumentata (non in maniera tecnica, ma teorica): quello che succede nel mondo fisico viene aumentato da quello che accade nel mondo digitale.
Ad esempio, se ci si trova a essere testimoni di un fatto, con uno smartphone si può riportare in diretta quello che succede, rendendo questo dispositivo digitale anche uno strumento di difesa di fronte agli abusi della polizia. Nei confronti dell’Ice negli Stati Uniti, infatti, tutti gli attivisti usano lo smartphone come body cam per riportare quello che sta succedendo, ma anche come strumento di sicurezza passiva».
Anche nel corso delle attuali manifestazioni in Africa subsahariana, lo smartphone e i social network sono fondamentali. C’è stata un’evoluzione nel loro utilizzo rispetto a proteste precedenti?
«In questo momento, gli smartphone e soprattutto le piattaforme di social networking giocano un ruolo un po’ più subdolo. Danno l’impressione di dare alle popolazioni uno strumento aperto, libero e democratico, ma in realtà non appartengono alle piazze. Sono piuttosto delle piramidi, in cui la logica del potere è perfettamente definibile e visibile.
Le piattaforme possono decidere come accelerare o decelerare il flusso dell’informazione in una determinata zona e ottenere un effetto visibilità che attiva e mobilita le persone. È successo in Myanmar, con le elezioni negli Stati Uniti, con la guerra in Ucraina e con la situazione palestinese. Sono solo apparentemente uno strumento democratico. In realtà, hanno l’obiettivo del profitto e manipolano le masse: spesso vogliono ricavare guadagni e vantaggio politico, rendendo determinate situazioni il più possibile visibili. Io credo che sia un pericolo della cui portata nemmeno l’Occidente è consapevole. Neanche in Africa esiste questo tipo di consapevolezza.
Queste piattaforme attuano una politica di soft power, ma anche di hard power che sta letteralmente scompaginando equilibri e logiche politiche. Oggi, non sono più il carisma, la proposta di un certo politico o una determinata istanza, il principale fattore di successo della protesta o dell’istanza stessa, ma è la visibilità che la piattaforma decide di dare.
Appunto, durante la Primavera araba – che è stata il primo momento in cui la società globale si è accorta dell’Africa digitale – le piattaforme digitali – Twitter (oggi X), Facebook, Instagram – hanno fatto in modo che gli attivisti in loco entrassero in contatto con quelli negli Stati Uniti o in altre parti del mondo, sviluppando un’agenda comunicativa per uno specifico obiettivo politico. Gli strumenti digitali sono stati controllati politicamente per incendiare le proteste e ottenere la loro efficacia. Poi, però, quando non sono più stati resi disponibili in questo modo, non c’è stata più la primavera, ma l’inverno arabo».
Oltre al controllo sui social media esercitato dalle piattaforme, in molti Paesi africani c’è anche quello degli Stati.
«C’è sempre un accordo tra i politici locali e il Ceo della piattaforma o il rappresentante dell’area territoriale della piattaforma.
Faccio un esempio naturale: in Italia, digitiamo su Google la parola “Tibet” e otteniamo determinati risultati. Andiamo a Pechino o a Shanghai, qui Google non c’è, ma si usa Baidu. Se digitiamo sempre questa parola otteniamo un decimo di quei risultati perché la piattaforma ha fatto un accordo con il governo cinese. Questo fa parte del cosiddetto Great firewall (sistema di censura e sorveglianza interno alla Cina, ndr). Un tipo di protezione che può essere fatto in qualsiasi altro Paese, Italia compresa.
D’altra parte, molte guerre oggi si combattono sui campi di battaglia, ma anche con l’oscuramento di siti, con la diffusione di informazioni create appositamente per creare odio sociale nei confronti di un determinato gruppo etnico, piuttosto che di una determinata idea politica».
Aurora Guainazzi

Senegal. Riaffermare il valore della democrazia
In Senegal, gli ultimi anni della presidenza di Macky Sall (2012-2024) sono stati scanditi da strade piene di manifestanti, proteste e repressione.
Nel 2021, ci sono state le prime insurrezioni causate dal tentativo di Sall di candidarsi per un terzo mandato, incostituzionale, a cui ha poi rinunciato, decidendo di sostenere un’altra figura del suo partito.
Ma il malcontento alimentato ulteriormente dal tentativo di Sall di violare la Costituzione, serpeggiava già tra la popolazione, soprattutto quella più giovane, a causa delle difficoltà socioeconomiche. Infatti, sebbene durante la presidenza di Sall ci siano stati investimenti sul piano infrastrutturale e lo sviluppo di progetti estrattivi, per il grosso della popolazione non era cambiato nulla. Anzi, erano cresciuti i livelli di povertà, il costo della vita e la disoccupazione.
A catalizzare il diffuso malcontento è stata la figura di Ousmane Sonko, allora sindaco di Ziguinchor (capoluogo della regione meridionale della Casamance). La sua crescente popolarità è diventata sempre più una minaccia per Sall. A tal punto che il presidente uscente ha deciso di impedirgli di partecipare al voto del 2024, accusandolo di diversi reati e sfruttando la norma che impedisce la candidatura a chi sta scontando condanne.
Dopo l’arresto e, ancor più, dopo la condanna di Sonko (avvenuta per «corruzione dei giovani»), i senegalesi hanno riempito le strade delle maggiori città del Paese. Le proteste sono durate settimane, tra la primavera e l’estate del 2023, e sono state represse dalle forze dell’ordine (Amnesty international ha contato almeno 23 morti, di cui tre bambini, 390 feriti e 500 arresti). Internet è stata bloccata e l’accesso ai social network interdetto. Il segnale dell’emittente indipendente Walf Tv e il suo canale YouTube sono stati interrotti.
Poi, alla fine, è tornata la calma. Ma solo apparentemente. Escluso Sonko, il suo partito, il Pastef, ha deciso di candidare il suo delfino, Bassirou Diomaye Faye, che – pur avendo diverse accuse a proprio carico e trovandosi in carcere – non era ancora stato condannato. Il nuovo candidato del Pastef ha rapidamente guadagnato consenso, sulla scia della popolarità di Sonko.
E così, il 3 febbraio 2024, è diventato uno dei giorni più bui della democrazia senegalese: le elezioni previste di lì a qualche giorno sono state posticipate con una decisione unilaterale di Sall. Ancora una volta, il Senegal è insorto. Per giorni, la repressione è stata violenta e le organizzazioni per i diritti umani hanno contato decine di cadaveri.
Ma alla fine, la Corte costituzionale – riaffermando l’indipendenza del potere giudiziario e dando un’immagine di solidità delle istituzioni – ha imposto a Sall di tenere le elezioni entro la scadenza del mandato.
Il voto si è tramutato in una pioggia di consensi per Faye, sancendo il successo dei quattro anni di proteste dei giovani senegalesi, scesi in piazza per difendere le istituzioni democratiche e la libertà di manifestazione del dissenso.
A.G.

AFP reporters at the scene said protestors hurled stones at security forces who fired bullets and tear gas as clashes broke out after the woman was struck while standing behind a large banner of opposition leader Venancio Mondlane. (Photo by ALFREDO ZUNIGA / AFP)
Mozambico. Un paese «congelato»
La morte del rapper Azagaia nel 2023 ha fatto nascere un movimento di giovani basato sulle reti sociali. L’aumento della povertà e la nascita di nuovi leader hanno portato alle contestazioni delle elezioni. Ma il regime non è cambiato. Per ora.
Le elezioni di ottobre 2024 in Mozambico sono state vinte da Daniel Chapo, candidato del partito di maggioranza, il Frelimo, al potere dall’indipendenza (1975). I conteggi paralleli però hanno attribuito la vittoria al leader dell’opposizione, Venâncio Mondlane. A quel punto, sono scoppiate proteste in tutto il Paese. Ne abbiamo parlato con Luca Bussotti, sociologo e professore dell’Università tecnica del Mozambico a Maputo, nonché professore visitante presso l’Università Federale di Espírito Santo (Brasile) e con varie esperienze anche in Italia e Portogallo.
Perché le proteste sono scoppiate proprio in quel momento e quanto ha influito la figura di Mondlane?
«Faccio una premessa. In passato, ci sono già state proteste politiche post-elettorali. Nel 1999, la situazione era molto simile: probabilmente il candidato della Renamo (a lungo il principale partito di opposizione, ndr), Afonso Dhlakama, aveva vinto le presidenziali e le proteste sono state represse. Dopo, ci sono stati altri momenti di tensione, come le elezioni del 2014. Poi, arriviamo alle proteste del 2024-2025 che, probabilmente sì, sono le manifestazioni più significative.
Questo perché il Frelimo si è dovuto confrontare con un’opposizione nuova, rappresentata da Mondlane. La morte del rapper Azagaia (noto per le sue posizioni antigovernative, ndr) il 9 marzo del 2023 è stata il punto di svolta perché si è formato un movimento, una rete informale, che inneggiava alle sue parole e ai suoi testi. L’espressione chiave è stata “Potere al popolo” (Povo no poder, in portoghese, nda), tratta da una canzone del 2008 dello stesso Azagaia.
Mondlane ha capito che doveva puntare lì per un risultato elettorale significativo. Quindi è emerso come leader di questo movimento, formato per il 90% da giovani, che usano perfettamente le reti sociali.
Tutto questo – insieme ai dieci anni di disastro del governo di Filipe Nyusi (2014-2024) – ha fatto sì che la marea montasse e dimostrasse effettivamente che le elezioni erano state fraudolente.
Se questo viene associato al desiderio di cambiamento politico emerso alle amministrative del 2023 (dove Mondlane probabilmente aveva vinto come sindaco di Maputo, ma non era passato a causa di brogli), ecco spiegato l’emergere di queste manifestazioni».
A protestare sono stati soprattutto i giovani. Come mai sono stati loro a mobilitarsi più di altri settori della società e perché proprio in questo momento?
«C’è stata una serie di fattori. Innanzitutto, il fatto che i livelli di povertà siano cresciuti: dati ufficiali dell’Istituto nazionale di statistica dicono che negli ultimi dieci anni la povertà in Mozambico è aumentata dell’80%. Oggi, circa il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
Il secondo elemento sono le politiche dell’Occidente, che è sempre stato complice silente dei brogli del Frelimo, ma allo stesso tempo ha dato borse di studio ai giovani mozambicani perché studiassero all’estero. Questi, conoscendo altri contesti, sono poi tornati in patria con una maggiore coscienza civile. Pur essendo un numero molto piccolo della popolazione totale, sono significativi come massa critica. Senza contare tutti quelli che stanno studiando in Mozambico.
Poi c’è stata l’esplosione delle reti sociali e l’emergere di nuovi leader, come Mondlane».

Gli strumenti digitali sono stati usati per mobilitarsi e diffondere video delle proteste e della repressione. Anche Mondlane se ne è servito per incitare dall’estero la prosecuzione delle manifestazioni. Quanto sono stati centrali?
«Molti partiti “della liberazione” – quelli che hanno condotto le lotte di liberazione contro il dominio coloniale – formalmente hanno adottato un sistema democratico, ma in realtà sono rimasti autoritari, con la mentalità del partito unico. Non riescono a leggere le evoluzioni sociali e non sono in grado di rapportarsi con le nuove opposizioni.
L’uso delle reti sociali causa loro molte difficoltà perché erano abituati ad avere il monopolio di stampa e televisione, salvo alcune reti private. Non hanno gli strumenti per confrontarsi in modo aperto e democratico con questi giovani e i loro leader che sanno usare le reti sociali.
L’unica risposta che hanno è la repressione in piazza, fisica. Oltre alla repressione delle reti sociali, cioè il loro controllo, arrivando a una misura estrema come la sospensione di internet. A dicembre, ad esempio, è stato approvato un provvedimento che autorizza il governo a bloccare internet in caso di problemi di ordine pubblico, lasciando totale arbitrarietà all’esecutivo di chiedere ai vari operatori di interrompere la connessione quando, ad esempio, ci sono manifestazioni.
Le reti sociali da un lato sono una chiave per accentuare la crisi di questi regimi, dall’altro sono un campo di battaglia che si svilupperà ancora di più nei prossimi mesi».
Alla fine, le proteste non hanno ottenuto un cambio di regime. Cosa hanno lasciato tra la popolazione mozambicana?
«Il Mozambico in questo momento è congelato. Non è cambiato il risentimento, ma naturalmente non si possono fare proteste continue. La popolazione sta aspettando il prossimo biennio elettorale 2028-2029. Ma la protesta può esplodere in qualsiasi momento. Se, ad esempio, il governo dovesse andare avanti col processo a Mondlane, lui venisse condannato e poi gli venisse concesso l’indulto (che non gli permetterebbe di correre alle presidenziali del 2029), lo scenario sarà anche peggiore di quello che abbiamo visto finora. È una situazione esplosiva».
Aurora Guainazzi
Hanno firmato il dossier
- Aurora Guainazzi giornalista, si occupa di Africa subsahariana. La sua attenzione si rivolge in particolare alle dinamiche economiche, sociali e politiche. Ha curato il libro «Il grande gioco delle risorse. I minerali del futuro e la maledizione ecologica», edito Edifir, 2023.
- A cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.

A total internet blackout and transport shutdown, in place since protests broke out on election day, have been partially eased, but verifying information out of the east African country remains difficult. (Photo by RODGER BOSCH / AFP)


























