Uno su cinque non ce la fa
Il numero degli occupati è aumentato, ma sono aumentati anche i lavoratori poveri, soprattutto in Italia. Inflazione, contratti precari, mancanza di tutele legislative sono le cause principali della situazione.
Il 30 ottobre 2024, nella trasmissione «Porta a porta», la premier italiana Giorgia Meloni aveva affermato: «L’unico modo per combattere la povertà è creare lavoro». La stessa frase l’aveva pronunciata nel 2020 durante un festival curato dall’Ordine dei consulenti del lavoro. Ed è in ossequio a questo mantra che, a fine 2023, fra i primi atti del suo governo, c’è stata l’abolizione del così detto «reddito di cittadinanza», sostituito con altre forme di provvidenze per la formazione al lavoro. Tuttavia, secondo la Caritas (Rapporto su povertà ed esclusione sociale 2024), 331mila famiglie, per un totale di 665mila persone, non sono rientrate nella riforma e hanno perso qualsiasi tipo di sussidio. Nel 2024, la stessa Caritas ha assistito 277.775 persone (La povertà in Italia. Report 2025).
Un salario da poveri
La grande novità dei nostri tempi è che si può rimanere poveri pur lavorando. Lo certifica lo stesso istituto di statistica italiano: «Non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia». E aggiunge: «Nel 2023, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale) sono pari al 21% del totale».
Tradotto in termini concreti, l’Istat ci sta dicendo che si è lavoratori poveri quando si guadagna meno di 12.700 euro l’anno. Ci dice anche che, a trovarsi in questa condizione, sono 3,8 milioni di lavoratori, ossia uno su cinque. Una tendenza che è andata peggiorando nel tempo: «Nel 2023, la quota dei lavoratori a basso reddito risulta più alta di circa quattro punti rispetto a quella stimata nell’anno pre crisi 2007, quando era pari al 16,7%».
Di recente anche l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) si è soffermata sui salari pagati in Italia con uno studio uscito nell’aprile 2025. In maniera impietosa, lo studio rivela che – dal 2008 al 2024 – i salari italiani hanno perso l’8,7% in termini di potere d’acquisto. Questo significa che da un punto di vista monetario possono essere pure aumentati, ma la quantità di cose che riescono a comprare si è ridotta.
Fra i paesi del G20, i lavoratori italiani hanno conseguito il risultato peggiore, considerato che i salari giapponesi hanno perso il 6,3%, quelli spagnoli il 4,5% e quelli inglesi il 2,5%. Altre nazioni, invece, hanno registrato aumenti addirittura a due cifre, com’è successo in Corea del Sud (+20,2%), in Germania (+14,4%), negli Stati Uniti (+11,2%).
A corrodere i salari è stata ovunque l’inflazione, che ha raggiunto il suo apice nel 2022, quando i prezzi hanno registrato un aumento attorno al 9% nei Paesi a economia avanzata.
In Italia gli aumenti più consistenti si sono fatti sentire nel settore alimentare, negli affitti e nelle utenze domestiche. Come tutti hanno sperimentato, le bollette del gas e dell’energia elettrica, sono più che raddoppiate nel corso del 2022.

Ancora i polli di Trilussa
Un tempo in Italia avevamo la scala mobile, un meccanismo che faceva aumentare in automatico i salari all’aumentare dei prezzi. Il meccanismo non era perfetto, ma rappresentava una buona difesa contro l’inflazione. Nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso, il meccanismo venne duramente attaccato dai governi e dalle associazioni imprenditoriali, finché, nel 1992, il sindacato cedette e accettò di eliminarla. Da allora, le sole possibilità per i salari di aumentare sono legate agli aumenti contrattuali e alla decisione del potere politico di ridurre la pressione fiscale sui salari. Ossia, nel secondo caso, di accettare minori entrate pubbliche per fare crescere i soldi in tasca ai lavoratori. In questa direzione sono andati, ad esempio, il bonus introdotto da Renzi nel 2014 e la riduzione del così detto «cuneo fiscale» da parte del governo Draghi prima, e del governo Meloni dopo. Manovre che però non sono state sufficienti a compensare pienamente la corrosione dell’inflazione come documenta lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Ovviamente i dati dell’Oil si riferiscono all’impatto che l’inflazione ha avuto sulla media dei salari e come – succede ogni volta che si procede per medie – la realtà ne può uscire distorta.
Trilussa lo spiegò in romanesco con l’esempio dei polli: «Da li conti che se fanno seconno le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra nelle spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perch’è c’è un antro che ne magna due».
Anche nel caso dell’inflazione, le conseguenze non sono equamente distribuite. Se già non arrivi alla fine del mese, un minimo aumento dei prezzi può gettarti nella disperazione, mentre non te ne accorgi neanche se tutti i mesi hai di che far crescere il tuo conto in banca. Dunque, per avere un’idea più precisa della sofferenza reale provocata dall’inflazione bisogna studiare meglio la distribuzione dei salari.
Salari giù, profitti su
Se puntiamo la lente sulle imprese private ed eliminiamo le poche decine di amministratori delegati con retribuzioni che vanno anche oltre i venti milioni di euro l’anno, rimangono 16 milioni di dipendenti che l’associazione «A buon diritto» ha studiato utilizzando la banca dati dell’Inps del 2022.
Dai calcoli effettuati dall’associazione e pubblicati sul sito rapportodiritti.it, risulta che il 52% dei dipendenti delle imprese private percepisce salari lordi inferiori ai 20mila euro, il 37% addirittura inferiori ai 15mila euro. Solo il 41% percepisce una retribuzione lorda da ceto medio, compresa fra i 20mila e i 40mila euro. Mentre i dirigenti con salari fino a 80mila euro sono appena il 7% del totale.
Per la verità i salari in Italia sono fermi dal 1991. Lo certifica l’Inapp, l’ente pubblico che effettua ricerche sulle politiche del lavoro. Nel suo rapporto 2023 precisa che fra il 1991 e il 2022 «in termini reali i livelli salariali sono rimasti pressoché invariati, con una crescita dell’1%, a differenza degli altri paesi Ocse (a economia avanzata) ove sono cresciuti in media del 32,5%».
Studiando le serie storiche, si scopre che la slavina dei salari è cominciata negli anni Sessanta del secolo scorso con vantaggio speculare per i profitti. Lo mostra chiaramente la composizione del prodotto interno lordo. Nel 1960 i salari rappresentavano il 77% della ricchezza prodotta in Italia, i profitti il 23%. A inizio millennio, la quota di prodotto nazionale formata dai salari era scesa attorno al 60%, quella formata dai profitti era salita al 40%. Una situazione rimasta invariata fino ai nostri giorni.
Lavoratori precari
Il livello dei salari dipende in parte dalla tecnologia (in gergo produttività), in parte dai rapporti di forza fra lavoratori e imprese, in parte dall’orientamento politico dei governi in carica. Negli anni successivi al secondo dopoguerra tutte queste dinamiche si muovevano in maniera favorevole ai lavoratori e i salari crebbero. Ma poi gli equilibri sono cambiati. La tecnologia ha continuato a progredire, ma dentro un progetto di profitto e di mercato sempre più selvaggio che – per giunta – si stava estendendo a livello globale.
Il lavoro è stato trattato sempre di più come un costo da comprimere affinché le imprese, in concorrenza perenne fra loro a livello nazionale e mondiale, potessero vincere la loro lotta per la sopraffazione reciproca. Le tutele conquistate hanno cominciato a sgretolarsi e accanto ai rapporti di lavoro stabili e tutelati si sono fatti strada contratti di assunzione precari pensati per soddisfare unicamente le esigenze delle imprese.
Contratti a tempo determinato, contratti a chiamata, contratti in affitto, contratti stagionali: la lista delle tipologie possibili è nota solo ai consulenti del lavoro, ma è chiaro a tutti che il numero dei precari è andato crescendo e, assieme a essi, la debolezza dei lavoratori con inevitabili ripercussioni sui livelli salariali.
Immigrati e donne
Il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia segnala che dal 2014 al 2024 il numero complessivo delle persone occupate è cresciuto di oltre un milione e settecentomila unità, ma i lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato sono aumentati del 14,2%, quelli a termine del 40%. E se facciamo una fotografia con fermo immagine al 2022, troviamo che le persone che lavoravano con un contratto a termine da più di cinque anni, dunque in maniera continuativa, erano quasi 4 milioni, il 17% degli occupati. Tutte persone a bassa tutela lavorativa, soprattutto fra gli immigrati.
Basti dire che, fra i lavoratori immigrati, la quota di quelli con contratto a tempo determinato è del 19% contro il 12% fra i lavoratori italiani. Non a caso un elemento di disuguaglianza salariale è anche la nazionalità: «I lavoratori migranti in Italia percepiscono un salario orario inferiore del 26,3% rispetto a quello dei lavoratori nazionali». Lo sostiene lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Un’altra categoria penalizzata sul piano salariale è quella delle donne. Secondo il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, «nel 2022 complessivamente la retribuzione media annua degli uomini è stata superiore del 43,3% rispetto a quella delle donne». E aggiunge: «Ciò non significa direttamente che vi sia una disparità di trattamento economico a parità di mansioni e lavoro tra uomini e donne, ma mette in evidenza come vi sia una forte disparità, dal punto di vista delle opportunità di lavoro, che di fatto discrimina le donne».
Un’ulteriore spiegazione fornita dall’Oil è «il maggiore ricorso al lavoro a tempo parziale da parte delle donne ed elementi retributivi che favoriscono i lavoratori rispetto alle lavoratrici, in particolare in tema di carichi familiari».

Come aumentare i salari
Il dibattito su come fare aumentare i salari è un tema aperto e, mentre c’è chi sostiene che l’importante è investire in tecnologia per consentire alle imprese di aumentare i salari senza subire contraccolpi, la storia ci dice che la tecnologia da sola non basta.
Le imprese non offrono aumenti salariali spontaneamente, ma solo sotto pressione dei lavoratori e della legge. Per questo servono misure legislative che potenzino la forza contrattuale dei lavoratori e protezione speciale per le categorie che non sono in grado di organizzarsi. Ecco due ambiti rispetto ai quali la legge può avere un ruolo determinante procedendo lungo quattro direttrici.
La prima è quella di regolamentare in maniera più rigida il ricorso al lavoro a tempo determinato o esternalizzato, perché la precarietà induce i lavoratori ad accettare qualsiasi sopruso per paura di non essere riassunti. Allo stesso tempo, vanno rafforzate le strutture di controllo che devono poter agire con ampio potere di intervento perché solo la paura della sorpresa conferisce ai controlli capacità di deterrenza verso chi è incline a violare la legge. Del resto, che oggi i controlli siano insufficienti e inefficaci lo dimostra anche l’alto numero di incidenti sul lavoro.
La terza linea di intervento riguarda la revisione della normativa sui licenziamenti per impedire che questi siano utilizzati come arma di ricatto verso chi si impegna in ambito sindacale.
Infine, bisogna fissare per legge il minimo salariale al di sotto del quale nessuno può scendere. Che non significa impedire ai sindacati di usare la propria forza per contrattare salari più alti, ma garantire a chi di forza non ne ha che l’articolo 36 della Costituzione vale anche per lui: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Formulazione chiara che deve solo essere applicata.
Francesco Gesualdi

