Sentirsi a casa

«Ricordate che l’Istituto non è un collegio, neppure un seminario, ma una famiglia.
Siete tutti fratelli; dovete vivere assieme, prepararvi assieme,
per poi lavorare assieme per tutta la vita.
Una comunità in cui si mantiene questa unione, non può non fare del bene».

Giuseppe Allamano


Il 29 gennaio scorso, abbiamo celebrato, come missionari della Consolata, ben 120 anni di vita… con tanta gratitudine al Signore che, attraverso il coraggio e la fede del beato Giuseppe Allamano, ha «regalato» alla chiesa e al mondo i nostri due istituti missionari, per comunicare a tutti «la gioia del Vangelo». Ma, come ci ricordava il nostro Fondatore, più che in un istituto, noi missionari/e viviamo e lavoriamo insieme come «una famiglia» per tentare di trasformare anche questo nostro mondo in una comunità di fratelli/sorelle («Fratelli tutti»!).

Per questo ci hanno toccato il cuore le parole che padre Stefano Camerlengo, nostro superiore Generale, ha scritto nel messaggio di auguri per la festa del 29 gennaio, intitolato proprio «Sentirsi a casa». «Approfittando dell’anniversario della fondazione, vorrei portare l’attenzione al recupero del senso di sentirsi a casa, di sentire l’istituto come casa propria, “casa mia”. Solo se “indossiamo” la nostra casa, solo se “addomestichiamo e sposiamo” la nostra casa, con le persone che la abitano, possiamo sentirci realizzati e felici e allora saremo capaci anche di cambiare! La regola della comunità è l’amore, il bene dell’altro. Il bene degli altri non è mai un male per me; il bene è bene, sempre, per tutti. La dimensione comunitaria è una ricchezza, in ogni circostanza. Le cose fatte insieme sono più belle, più ricche, più varie, più divertenti, più efficaci e coinvolgenti di qualunque altra cosa. La comunità ha bisogno di tutti, tutti sono importanti e in questa importanza riscopriamo la nostra bellezza.

La comunità è un luogo, forse l’unico, dove si può sperimentare insieme la fatica della croce, ma anche la gioia, la luminosità, la freschezza, il profumo della rinascita, di una vita nuova. Una comunità vera è una ricchezza anche per le altre persone, per chi è esterno alla comunità; è una fonte capace di dissetare anche altri che ad essa si avvicinano, assetati e incuriositi; l’amore e la luce che nascono da una comunità scaldano e illuminano il freddo di molte tenebre. L’augurio, la preghiera, l’invito è che possiamo vivere questo anniversario di fondazione recuperando il nostro senso di appartenenza, di sentirci parte, protagonisti della nostra famiglia, della nostra comunità, conosciuti e chiamati per nome, costruttori di un istituto sempre più “nostro”, sempre più “casa mia”!».

Ed è sicuramente anche l’augurio che il Padre Fondatore, dal cielo, porge sorridendo a ciascuno/a di noi.

padre Giacomo Mazzotti


Giuseppe Allamano Beato

7 ottobre 1990 – 7 ottobre 2020

Il 7 ottobre 2020 i missionari e le missionarie della Consolata hanno celebrato il 30° anniversario della beatificazione di Giuseppe Allamano loro fondatore. Per l’occasione, il superiore e la superiora generali dei due istituti fondati dall’Allamano, hanno scritto una lettera ai loro missionari ricordando il felice evento.

Carissimi missionari e missionarie, trent’anni fa, ripetevamo, gli uni agli altri, con gioia indicibile: «Questo è il giorno che il Signore ha fatto per noi!». Era il 7 ottobre del 1990, giorno di luce e di festa, quando il nostro amato Padre Fondatore veniva proclamato «Beato» da papa Giovanni Paolo II.

Rivisitiamo l’avvenimento richiamando le belle parole del padre Giuseppe Inverardi, allora superiore generale, in quel giorno: «Giorno in cui la nostra Consolata si è compiaciuta per l’onore tributato a suo figlio e servitore fedele.

  • Giorno in cui la Chiesa ha esaltato un altro testimone della fede proponendolo come modello di santità e intercessore.
  • Giorno in cui a Giuseppe Allamano sono state riconosciute la fecondità spirituale e apostolica.
  • Giorno in cui la missione è stata riproposta con nuovo vigore e responsabilità di ogni fedele.
  • Giorno in cui l’istituto ha cantato la sua gioia, ha proclamato la sua lode, ha detto il suo grazie.
  • Giorno in cui le missionarie e i missionari della Consolata hanno guardato compiaciuti alla “roccia da cui sono stati tagliati”.
  • Giorno in cui i popoli, molti popoli, hanno riconosciuto di essere stati amati e beneficati da un uomo mansueto e forte.
  • Giorno in cui tutti noi ci siamo ri-consacrati al Signore, ai fratelli e alla nostra vocazione, per essere “prima santi e poi missionari”».

Ovunque ci troviamo in questo anno, segnato dalla nube grigia di una pandemia che si è infiltrata in ogni angolo del pianeta, non possiamo non sostare in raccoglimento, ricordando e ringraziando per questo «evento di grazia», dentro il quale ci siamo sentiti orgogliosi di seguire le orme di questo umile sacerdote torinese che ci ha lanciati nel mondo, chiedendoci di essere semplicemente e autenticamente «sante e santi per la missione».

Tutti noi siamo consapevoli che la «beatificazione» che stiamo ricordando e celebrando, è stata resa possibile, perché il nostro Fondatore, nel linguaggio preciso e solenne della Chiesa, ha vissuto «in grado eroico» le virtù che costellano la vita di ogni credente e discepolo del Signore.

Sì, il Fondatore ha vissuto «eroicamente», ma nel suo stile tutto particolare, mutuato dall’esempio del suo santo zio, Giuseppe Cafasso: «Fare bene il bene», cioè con entusiasmo, zelo, passione, sollecitudine, umiltà, mansuetudine, libertà e saggezza… ricordandoci che il Signore «guarda il cuore» e «vede nel segreto»; che neppure un bicchiere d’acqua fresca sarà dimenticato; e che, alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore dato specialmente ai bisognosi e agli ultimi.

Quale emozione proviamo, allora, pensando che già due nostre sorelle hanno percorso, come l’Allamano, questo cammino di ordinaria santità: suor Irene, «madre tutta misericordia», e suor Leonella, «donna del dono e del perdono», raggiungendo ambedue la stessa «beatitudine» del Padre Fondatore, straordinarie nell’ordinario.

Ma accanto a loro, non possiamo dimenticare tanti nostri fratelli e sorelle che, senza titoli particolari o fama diffusa, hanno servito il Vangelo e la Missione in semplicità di cuore, operosità di vita, amore concreto ai poveri, diventando così portatori di consolazione e di pace. Forse con alcuni/e di loro abbiamo condiviso le fatiche e le gioie dell’apostolato missionario; ricordandoli ora, ci accorgiamo che sono stati «i santi/e della porta accanto – come ama ripetere papa Francesco – che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio». Tra di essi, anche il nostro «confondatore», Giacomo Camisassa, che ricorderemo particolarmente nell’anno 2022, nel centenario della sua morte.

Associamo, allora, ai nostri «tre beati» anche loro, conservandone nel cuore una grata memoria, facendo tesoro del loro esempio e della loro fraterna intercessione, contenti di averli avuti come compagni di strada, fratelli/sorelle nella stessa «vocazione missionaria consolatina».

Ricordando e celebrando la prima tappa del cammino verso la santità del nostro Fondatore, vogliamo condividere con tutta la nostra famiglia missionaria la gioia di un percorso verso la canonizzazione arrivato ormai molto avanti. Si tratta dell’inchiesta diocesana sul «presunto miracolo» della guarigione inspiegabile di Sorino Yanomami, un indigeno del Catrimani (Roraima, Brasile), per l’intercessione del beato Giuseppe Allamano.

Se l’esito della commissione medica e dei censori teologi sarà positivo, «il miracolo», a quel punto non più presunto, ma certo, verrà presentato a papa Francesco perché, con la sua autorità apostolica, vi riconosca «il dito di Dio» e stabilisca, così, la data della canonizzazione: giorno in cui anche noi, missionari e missionarie della Consolata, potremo cantare l’alleluia di ringraziamento al Signore.

Celebriamo, dunque, fratelli e sorelle, nella gioia e nella lode, questa data del 7 ottobre, e intensifichiamo ancora di più la nostra preghiera perché, con l’aiuto e l’intercessione della Consolata, nostra madre e fondatrice, e delle nostre «due sorelle beate», l’attesa e il desiderio di tutti noi vengano esauditi.

In comunione,

suor Simona Brambilla, superiora generale Mc,
padre Stefano Camerlengo, superiore generale Imc

Momenti della beatificazione di Giuseppe Allamano, a Roma 7 ottobre 1990 (foto Gigi Anataloni)

 


Novena e festa del beato Allamano

In preparazione al processo diocesano per il riconoscimento della guarigione miracolosa di Sorino Yanomami attribuita all’intercessione del beato Allamano, i missionari della comunità di Boa Vista (Brasile) e di alcune altre comunità Imc di Roraima, hanno celebrato in modo particolare la novena del Fondatore.

Novena del beato Allamano

Il 7 febbraio, primo giorno della novena, sull’altare per la messa, è posto un piccolo busto dell’Allamano assieme ai documenti finora raccolti (testimonianze, referti medici, disegni) riguardanti il processo.

Come parte integrante dell’équipe della postulazione, presiedo l’Eucarestia e ricordo come esattamente 25 anni fa (il 7 febbraio 1996), Sorino Yanomami fu aggredito da un giaguaro mentre era a caccia e venne trasportato nello stesso giorno a Boa Vista per salvargli la vita. Fatto che si risolse con una piena guarigione di Sorino da ritenersi miracolosa.

«Iniziamo questa novena “particolare” in comunione con tutto l’Istituto nella speranza di poter realizzare in breve il processo che aprirebbe la strada alla canonizzazione del nostro fondatore».

Grazie per il cammino fatto

Il Vangelo del giorno racconta che Gesù, a Cafarnao, prende per mano e cura dalla febbre la suocera di Pietro, mentre Paolo, nella prima lettera ai Corinti, dice: «Guai a me se non annuncio il Vangelo», e più avanti: «Mi sono fatto tutto a tutti».

«Come non leggere nel gesto di Gesù e nelle parole appassionate di Paolo la nostra chiamata alla vita missionaria nel carisma del beato Allamano? Curare, educare, annunciare, farsi prossimo degli altri, è lo stile tutto nostro, riassunto nel nome che portiamo e che dice “consolazione”».

Trovandomi in questi giorni con i confratelli che lavorano in Brasile, e in particolare a Roraima, terra indigena, mi viene spontaneo ringraziare il Signore per essere qui, come Istituto, da più di 70 anni, per il cammino fatto, per le battaglie affrontate e i successi ottenuti. Tra gli altri ricordiamo: la nostra presenza nelle comunità indigene, la demarcazione della terra, il progetto della Buona Notizia (Boa Nova) che porta ad un maggior impegno in favore della vita, della comunità e della condivisione, la formazione di nuove comunità cristiane e i primi frutti anche in campo vocazionale e missionario.

Nella stessa messa, infatti, abbiamo salutato Aparecido, un giovane indigeno macuxi in partenza per Curitiba dove continuerà il suo cammino formativo nel seminario filosofico.

Di fronte a queste grazie di Dio, viene da pensare che il presunto miracolo di Sorino Yanomami non sia altro che l’espressione più alta di un miracolo continuo del nostro fondatore e padre in questa terra mediante la vita e la dedizione dei suoi missionari e missionarie.

A Cantagalo fra i Macuxi

Continuando la novena, i missionari si sono alternati ogni giorno nella celebrazione eucaristica, aiutando i confratelli a leggere e meditare la Parola incarnata nella vita della missione e nella propria esperienza personale.

Merita ricordare l’ottavo giorno della novena che si è svolta nella missione di Cantagalo, una comunità indigena macuxi. Abbiamo celebrato l’Eucarestia all’aperto in un luogo molto ventilato onde evitare contagi a causa della pandemia. Vi hanno partecipato molti bambini, ragazzi e giovani. Il coro dei giovani, animato dal catechista, ha eseguito bei canti in lingua macuxi. Il Vangelo parlava di Gesù che, preso da compassione, ha curato un lebbroso.

È sempre la compassione che spinge Gesù ad agire, a fare il bene, a curare, a perdonare. Il Signore ancora oggi agisce e dimostra questa compassione anche attraverso grazie e miracoli. Così, ho invitato il nostro seminarista macuxi, Damasio, a raccontare la storia della cura miracolosa di Sorino Yanomami e come il Signore abbia avuto compassione della sua vita guarendolo grazie all’intercessione del beato Allamano. Il fatto miracoloso ha suscitato grande curiosità e interesse. Alla fine ho distribuito l’immaginetta del fondatore e abbiamo concluso con la supplica alla Consolata in tempo di pandemia.

Festa del beato Allamano

Il 16 febbraio abbiamo celebrato la festa del beato Allamano a Boa Vista. All’omelia ho detto che «il mandato missionario di Marco ascoltato nel Vangelo “dice” il nostro carisma e dice l’Allamano con la sua vocazione missionaria trasmessa a noi suoi figli. È il più bel dono che abbiamo ricevuto in vita dal Signore tramite il fondatore. “La più bella vocazione”, come soleva dire ai missionari in partenza per l’Africa».

Nel mese di marzo, qui a Boa Vista, si svolgerà il processo per la sua canonizzazione.

A 95 anni dalla sua nascita al cielo chiederemo che venga riconosciuto un miracolo che è segno di amore e cura dei più piccoli e che ci aiuti a comprendere come lo «straordinario» nella missione avviene anche mediante tanti piccoli gesti d’amore, di compassione e di consolazione nella quotidianità della vita. È da qui, infatti, che parte sempre l’annuncio del Vangelo.

padre Michelangelo Piovano

Momenti del processo diocesano tenuto a Boa Vista in Roraima, Brasile, per la canonizzazione del beato Allamano