Fanno 400 chilogrammi

La Repubblica sciita non è il solo paese nucleare dell’area mediorientale. C’è anche Israele, dotato di un arsenale atomico che nessuno è mai riuscito a controllare. Affrontare la questione nucleare con un doppio standard è un’ipocrisia strutturale.

Il Medio Oriente è da sempre un teatro dove la geopolitica si misura in chilometri di pipeline (condutture), in barili di petrolio e, sempre più, in centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. La tecnologia nucleare non è mai stata, in questa regione, una questione meramente tecnica: è potere, deterrenza, legittimità internazionale. È la lingua con cui gli Stati parlano di supremazia o di sopravvivenza.

L’Iran

La Repubblica islamica dell’Iran ha compreso questo linguaggio prima degli altri. Teheran ha condotto per anni una partita sottile, giocata sulla soglia: abbastanza avanzata da essere credibile come potenza nucleare latente, abbastanza ambigua da non offrire un casus belli definitivo. I dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) hanno documentato una traiettoria inequivocabile: nel 2025, l’Iran aveva raggiunto la capacità di arricchire l’uranio fino al 60 per cento, a un passo da quel 90 per cento indispensabile per uso militare, accumulando circa 400 chilogrammi di materiale ad alta purezza.

Il cosiddetto «tempo di breakout», quello necessario per produrre materiale fissile sufficiente a una singola testata, si misurava ormai in settimane. Ma, nel giugno 2025, quel calcolo strategico è stato brutalmente interrotto: Israele ha lanciato l’operazione «Rising lion», colpendo i siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan con 200 aerei da combattimento. Il 22 giugno gli Stati Uniti hanno unito i propri B-2 all’attacco, utilizzando bombe «bunker buster» Gbu-57 per perforare il sito sotterraneo di Fordow.  A causa di questi attacchi, il programma nucleare iraniano è stato gravemente danneggiato, anche se non distrutto. A febbraio 2026, senza che i negoziati – mediati dall’Oman – producessero risultati, Israele e gli Stati Uniti hanno avviato una nuova campagna militare, questa volta puntando anche alla decapitazione della leadership iraniana: il 28 febbraio l’ayatollah supremo Ali Khamenei è stato ucciso in un raid su Teheran.

Il regime sapeva perfettamente il valore di ciò che possedeva. Nelle ultime fasi negoziali del febbraio 2026, aveva aperto alla possibilità di ridurre le proprie scorte al livello più basso possibile in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. L’atomo come moneta di scambio: non per costruire un ordigno nucleare, ma per tenere aperta la porta al dialogo. L’Iran non ha mai costruito una bomba né dichiarato di volerlo fare, ma il solo fatto che il mondo intero credesse che fosse a poche settimane dal farlo, ha prodotto lo stesso effetto strategico: nessuno osava attaccare senza tenere conto del rischio di una risposta nucleare. È questa ambiguità calcolata, la potenza latente, la soglia mai varcata ma sempre suggerita, che Teheran ha usato come scudo per anni. Fino a quando, nell’estate del 2025, appunto, Israele e gli Stati Uniti hanno deciso che la «deterrenza per esistenza» (un Paese con capacità nucleari, ma che – per sua volontà – non sviluppa bombe) dell’Iran aveva raggiunto un livello non più tollerabile.

L’Arabia Saudita e gli Usa

In questo scenario si inserisce, con ambizioni proprie, l’accordo nucleare civile siglato tra Washington e Riyadh a dicembre 2025. È il cosiddetto «Accordo 123» (123 Agreement sotto il titolo di «Cooperation with other nations»), dal paragrafo della legge americana sull’energia atomica che lo regola. Esso non è un atto di generosità tecnologica: è una mossa geopolitica. Gli Stati Uniti intendono mantenere il proprio primato nel settore nucleare civile del Golfo, contrastando l’avanzata di Cina e Russia, entrambe pronte a offrire reattori senza le clausole (stringenti) imposte da Washington.

Le condizioni dell’accordo sono presentate come il «Gold standard» della non proliferazione: nessun arricchimento sul suolo saudita, nessun riprocessamento del combustibile esaurito, dipendenza totale dalle forniture esterne e supervisione piena da parte dell’Aiea. Una camicia di forza volontaria, accettata da Riyadh in cambio di tecnologia, prestigio e una garanzia implicita di protezione americana.

Il paradosso è evidente. Mentre l’Iran ha subito sanzioni, isolamento diplomatico e ispezioni contestate per un programma che dichiarava pacifico, l’Arabia Saudita, che ha apertamente minacciato di dotarsi di capacità nucleari per scopi militari qualora Teheran varcasse la soglia definitiva, otteneva accesso alla tecnologia statunitense in cambio di promesse sulla carta.

Non si tratta di giudicare la bontà dell’accordo in sé: è uno strumento legittimo e potenzialmente stabilizzante. Un accordo può essere giuridicamente ineccepibile e politicamente destabilizzante allo stesso tempo. Ciò che conta, nel Golfo, non è solo il testo scritto di un trattato, ma come quel trattato viene letto dagli attori della regione: se appare come la conferma di un sistema di privilegi a geometria variabile, alimenta risentimento e spirali competitive. Il fatto che l’Arabia Saudita riceva tecnologia nucleare civile americana, mentre all’Iran vengono imposte sanzioni (e mentre Israele mantiene il proprio arsenale nell’impunità totale), non è percepita nella regione come una stabilizzazione, ma come l’ennesima conferma che le regole del gioco non si applicano a tutti. Questa percezione è un motore di proliferazione più potente di qualsiasi reattore.

Israele, privilegi e impunità

La percezione regionale è dominata da un’asimmetria ben più antica e strutturale: quella israeliana. Israele è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente nonostante Gerusalemme non abbia mai confermato né smentito il possesso di testate nucleari operative.

L’«ambiguità strategica», dottrina elaborata negli anni Sessanta con la complicità silenziosa degli Stati Uniti, ha consentito a Israele di costruire un arsenale atomico al di fuori di qualsiasi quadro giuridico internazionale. Lo Stato ebraico non ha mai aderito al «Trattato di non proliferazione» (Non-proliferation treaty), sottraendosi così alle ispezioni dell’Aiea sui siti militari. Una scelta che non è mai stata sanzionata, né punita, né oggetto di seria pressione da parte delle potenze occidentali.

È in questa frattura tra il trattamento riservato a Israele e quello inflitto all’Iran, che si annida il risentimento più profondo e duraturo da parte dei Paesi mediorientali. Non si tratta, però, di un sentimento irrazionale: al contrario, è la percezione razionale di un «doppio standard» che struttura le relazioni di potere nella regione. Teheran lo usa come argomento di legittimazione interna e come leva negoziale. Riyadh lo tiene a mente come scenario estremo. Gli Stati del Golfo, in silenzio, ne traggono le proprie conclusioni.

Il ministro dell’energia saudita, principe Abdulaziz, alla 68.ma sessione dell’Iaea (Vienna, settembre 2024). Foto ministero Energia dell’Arabia Saudita.

La Turchia e la Nato

Ogni analisi del rischio nucleare mediorientale che si fermi al Golfo Persico è, per definizione, incompleta. Il sistema di tensioni che attraversa questa regione non ha confini netti: si propaga verso Nord lungo le faglie dell’instabilità, raggiunge il Mediterraneo orientale e si innesta nelle contraddizioni interne all’Alleanza atlantica. È qui, nella figura di una Turchia sempre più difficile da classificare, che il problema nucleare rivela la sua natura sistemica.

Ankara è formalmente parte dell’architettura di deterrenza occidentale. Nella base Nato di İncirlik, nel cuore dell’Anatolia meridionale, stazionano circa 50 ordigni nucleari tattici americani B61, eredità della Guerra fredda e simbolo di un’integrazione militare che Washington ha sempre considerato strategicamente irrinunciabile. Eppure, questa prossimità fisica con l’atomo non ha prodotto in Erdoğan la rassicurazione che Washington si attendeva. Ha prodotto, al contrario, una consapevolezza della propria dipendenza e il desiderio di superarla.

La Turchia guarda alla propria posizione geografica con l’occhio di chi si sente perennemente esposto. A Est, l’Iran, anche dopo i bombardamenti israeliani e americani del 2025 e di oggi, rimane un’incognita nucleare irrisolta e un rivale strutturale. A Nord, la Russia proietta la sua potenza in Siria e nel Mar Nero trasformando la propria presenza militare in due aree geografiche adiacenti alla Turchia in una pressione strategica permanente. In Siria, Mosca ha basi aeree e navali, Khmeimim e Tartus, che le consentono di controllare lo spazio aereo del Mediterraneo orientale e di influenzare gli equilibri di potere alle porte meridionali di Ankara. Nel Mar Nero, la flotta russa, nonostante le perdite subite nella guerra con l’Ucraina, mantiene una presenza che vincola i movimenti navali turchi e limita la libertà di manovra di Ankara nella sua stessa regione di prossimità. Per la Turchia, confinante con entrambi i teatri, questa doppia proiezione russa significa essere perennemente stretta tra un’Alleanza atlantica che chiede fedeltà e una Russia con cui Erdoğan ha coltivato relazioni parallele, spesso a spese della coesione della Nato.

A Ovest, la Grecia rivendica spazi marittimi con il sostegno europeo. Da questo contesto è nata la domanda che Erdoğan ha posto all’Assemblea generale dell’Onu nel 2019: perché ad alcuni Stati è consentito possedere armi nucleari e ad altri no? Non era una provocazione retorica, ma la trascrizione pubblica di un calcolo strategico che Ankara conduce in privato da anni.

La variabile cipriota

Cipro, in questo schema, non è una variabile secondaria. L’isola divisa, Repubblica di Cipro a Sud, membro dell’Unione europea; Repubblica turca di Cipro del Nord a Nord, riconosciuta solo da Ankara, è il punto in cui la contesa turco-greca assume forma territoriale concreta e permanente.

La presenza militare turca sull’isola, ininterrotta dal 1974, è al tempo stesso una ferita aperta nel diritto internazionale e una leva che Ankara usa con abilità nei negoziati con Bruxelles e Washington. Non è un’occupazione dimenticata: è uno strumento attivo di politica estera.

La scoperta di vasti giacimenti di gas naturale nelle acque del Mediterraneo orientale ha trasformato questa contesa da conflitto congelato a terreno di scontro attivo. Turchia, Cipro, Grecia, Israele, Egitto e Libano si disputano zone di sfruttamento economico esclusivo in uno spazio geografico ristretto e strategicamente denso.

Ankara ha risposto alle concessioni petrolifere cipriote inviando proprie navi da esplorazione scortate da unità della marina militare, sfidando apertamente le pretese di Nicosia e le proteste di Bruxelles.

Il nesso con la questione nucleare è indiretto ma strutturale. Una Turchia che consolida la propria autonomia strategica rispetto alla Nato, che costruisce relazioni parallele con Mosca, è una Turchia che, nel lungo arco della storia, potrebbe decidere di non accontentarsi più del ruolo di custode passivo delle bombe altrui. Sarebbe, in quel caso, il segnale più destabilizzante che il fianco Sud dell’Alleanza atlantica abbia mai prodotto.

I bombardamenti israelo-americani sull’Iran del 2025 e del 2026 hanno distrutto impianti e ucciso scienziati, ma non hanno risolto il problema politico che sta alla radice della proliferazione: la percezione di un sistema internazionale a doppio standard, in cui la legge si applica ai deboli e si negozia con i forti. Richiede qualcosa di più ambizioso e politicamente arduo: un quadro di sicurezza regionale condiviso, fondato su principi di equità e trasparenza universale. Una zona libera da armi di distruzione di massa, proposta e discussa per decenni in sede Onu e sistematicamente bloccata proprio per la questione israeliana, resterebbe lo strumento più coerente. Ma è, al momento, una prospettiva lontana quanto la pace definitiva tra i popoli che abitano quella terra.

Un’ipocrisia strutturale

La geografia non perdona le astrazioni. Il Mediterraneo orientale non è il cortile d’Europa: è la frontiera dove la sicurezza europea, quella mediorientale e quella del fianco Sud della Nato si toccano e si confondono. Ignorare questa connessione significa continuare a discutere di centrifughe iraniane e reattori sauditi come se fossero problemi isolati, quando sono invece nodi di una rete di tensioni che abbraccia l’intero arco di crisi dal Maghreb
all’Hindu Kush (Pakistan).

La guerra in corso lo dimostra con brutalità. Le centrifughe di Fordow sono state distrutte, quelle di Natanz danneggiate. Ma la domanda politica che ha generato il programma nucleare iraniano – perché ad alcuni Stati è consentito ciò che ad altri è negato? – rimane intatta, e più urgente di prima.

La politica internazionale continua a usare la non proliferazione come grammatica selettiva: rigorosa con i nemici, indulgente con gli alleati. Un’ipocrisia strutturale che, nel lungo periodo, rischia di essere la più efficace spinta alla proliferazione.

Piergiorgio Pescali




Ucraina, tempo di deporre le armi


L’aggressione della Russia all’Ucraina rientra nella prassi delle grandi potenze. In questo caso, a causa del pericolo nucleare, la situazione è ancora più rischiosa. La domanda da porsi è la seguente: è possibile difendersi da arroganza, soprusi e violenza senza ricorrere alle armi?

L’aggressione contro l’Ucraina da parte della Russia di Putin è l’ennesimo esempio di come le grandi potenze si sentano autorizzate a utilizzare la forza delle armi ogni volta che non trovano altro modo per imporre la propria volontà. Per quanto riguarda la Russia, era già successo negli anni passati con l’aggressione alla Cecenia (1999-2009) e alla Georgia (2008). Per quanto invece riguarda l’Occidente, possiamo citare l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan. Ovviamente una giustificazione è fornita sempre, possibilmente nobile. Ad esempio: la difesa della libertà, l’esportazione della democrazia, la liberazione delle donne. E, naturalmente, la sicurezza, ragione principe invocata anche dalla Russia per giustificare l’invasione dell’Ucraina.

Crimea e Donbass

Fino al 1991, l’Ucraina era una delle Repubbliche dell’Unione Sovietica. Poi, quando l’Urss si disgregò, divenne una nazione indipendente, al pari della Russia. Con una popolazione di 44 milioni di persone, il 70% dei residenti in Ucraina parla ucraino, l’altro 30% russo, porzione collocata soprattutto nella parte meridionale e orientale del paese, in particolare nelle regioni della Crimea e del Donbass. Da vari anni in queste regioni si erano sviluppati movimenti separatisti, che, nel 2014, diedero alla Russia il pretesto per invadere e annettersi la prima. E non è un caso se, nel febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina è cominciata proprio con l’invio di truppe in Donbass, dove, va detto, il conflitto che dura da oltre un lustro ha già provocato all’incirca 14mila vittime da ambedue le parti, le milizie filo russe e l’esercito ucraino.

La Crimea venne occupata sostenendo che lo chiedeva la popolazione locale. In realtà interessava alla Russia per la sua posizione strategica: affacciata sul Mar Nero, essa permette alle fregate russe di raggiungere il Mediterraneo attraverso il Bosforo e lo stretto dei Dardanelli. Ma l’invasione avvenne nel febbraio 2014, una data che, collegata ad altri eventi, mostra come l’annessione della Crimea avesse anche un altro scopo, al tempo stesso punitivo e intimidatorio. Da tempo fra Ucraina e Unione europea erano in corso trattative per stipulare un accordo di libero scambio (in vista di una piena adesione all’Ue), ma quando arrivò il tempo della firma, nel novembre 2013, il presidente in carica, Viktor Janukovyč, si rifiutò di farlo. Immediatamente nel paese si svilupparono vaste proteste represse nel sangue dalla polizia ucraina. Esse, però, alla fine ebbero come risultato la fuga e la messa in stato di accusa di Janukovyč. Le proteste popolari mostrarono chiaramente che una larga fetta della popolazione voleva e vuole un processo di avvicinamento all’Unione europea, ma questo alla Russia non è mai piaciuto. E qui sta il vero nodo del contendere: la Russia non tollera di avere un paese confinante deciso ad orbitare attorno a un altro centro gravitazionale. Non lo tollera per ragioni economiche e per ragioni militari.

Ucraina e Unione Europea

Come c’era da aspettarsi, nella fase iniziale di spezzettamento dell’Unione Sovietica, le relazioni economiche dell’Ucraina erano principalmente con Mosca. Tuttavia, un po’ alla volta, la Russia è stata sostituita con l’Unione europea che, oggi, assorbe il 43% delle esportazioni ucraine e contribuisce al 41% delle sue importazioni. I settori forti dell’economia ucraina sono la siderurgia, l’agricoltura, il settore minerario. Settori che la rendono importante perfino a livello mondiale. In campo agricolo, ad esempio, l’Ucraina è il primo esportatore mondiale di olio di girasole, il terzo produttore al mondo di patate e il quinto esportatore di grano. In ambito minerario è il primo paese europeo per riserve di uranio, il secondo paese del mondo per riserve di ferro, l’ottavo al mondo per riserve di carbone, minerale tornato tristemente in auge.

L’Ucraina svolge un ruolo importante anche come paese di transito del gas russo. Ruolo che tuttavia si è andato attenuando da quando nel 2012 è entrato in funzione il Nord Stream, il gasdotto che porta il gas direttamente in Germania passando per il Mar Baltico. Tant’è che oggi solo il 30% del gas russo diretto all’Europa passa per l’Ucraina, con danno evidente per l’economia del paese che si vede ridurre gli introiti per questo servizio. Pur con questo neo, nell’ultimo decennio l’economia ucraina è cresciuta costantemente. Con i suoi 44 milioni di consumatori, molti servizi pubblici privatizzabili, abbondanza di terre agricole, vasti giacimenti da sfruttare, l’Ucraina esercita un forte appeal sull’Unione europea che, pur di averla come 28° membro, ha anche deciso di spenderci. Dal 2014 a oggi, l’Unione europea ha sborsato all’Ucraina 17 miliardi di euro, parte a fondo perduto, parte sotto forma di prestiti, per consentirle di portare avanti le riforme necessarie a poter entrare nell’Unione. La Russia, da parte sua non ha speso neanche un rublo, ma vorrebbe tanto che l’Ucraina divenisse il sesto membro dell’«Unione economica euroasiatica», l’alleanza economica instituita nel 2014 fra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia.

Il ruolo della Nato

Più dello smacco economico, a innervosire la Russia è però la questione militare. Quando il mondo comunista cominciò a disgregarsi, sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso, esistevano due alleanze militari: da una parte il Patto di Varsavia, dall’altra l’Alleanza Atlantica, in sigla Nato.

Il Patto di Varsavia era stato istituito nel 1955 e, oltre all’Unione Sovietica, comprendeva altri sette paesi del blocco comunista: Polonia, Cecoslovacchia, Repubblica democratica tedesca, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania. Il Patto Atlantico, invece, era stato istituito nel 1949 e oltre a Stati Uniti e Canada, comprendeva un’altra decina di stati europei del blocco capitalista. Le due alleanze avevano entrambi lo scopo di permettere ai paesi aderenti di sostenersi a vicenda nel caso uno di loro fosse stato attaccato da un paese del blocco opposto. Con il disgregarsi del blocco comunista e il conseguente sfaldamento del Patto di Varsavia, molti si dissero che la Nato non aveva più ragione d’esistere, ma invece di dissolversi si rafforzò perché molti paesi ex comunisti chiesero di farne parte. E oggi la Nato è un’alleanza militare formata da 30 paesi, che complessivamente spendono in armamenti oltre 1.000 miliardi di dollari all’anno, oltre le metà della spesa mondiale per armamenti che, nel 2021, è stata pari a 1.981 miliardi. In testa gli Stati Uniti che da soli hanno speso 778 miliardi, il 39% della spesa mondiale. La Cina, seconda in classifica, spende 252 miliardi, mentre la Russia si attesta a 62 miliardi dietro l’India che ne ha spesi 73. In termini di spesa pro capite fa 2.364 dollari per gli Usa e 430 per la Russia.

Oltre a chiedere di entrare nell’Unione europea, l’Ucraina chiede di entrare anche nella Nato. Il processo di ammissione è in atto in entrambi i casi. Per l’entrata nell’Alleanza, un tavolo di consultazione permanente è stato istituito nel 1997. Nel frattempo, sono possibili piani di collaborazione, come l’invio di istruttori militari da parte della Nato o la messa a disposizione di truppe da parte del nuovo candidato, per operazioni militari che coinvolgono la Nato. Ad esempio, nel 2003 l’Ucraina ha inviato in Iraq qualche migliaio di soldati che ci sono rimasti fino al 2008. Scelta ripetuta nel 2007 con l’invio di truppe in Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno ringraziato, inviando 2,7 miliardi di dollari dal 2014 a oggi per il rafforzamento dell’esercito ucraino.

Intanto, nel 2017, un nuovo atto del parlamento ucraino ha confermato la richiesta di ingresso nella Nato, permettendo al presidente Zelensky di proseguire con le procedure di ammissione. La Russia però si oppone strenuamente a questa prospettiva, perché non gradisce l’idea di avere basi e truppe Nato a ridosso dei propri confini. Da un trentennio Mosca si oppone all’allargamento dell’Alleanza Atlantica, chiedendo all’Ucraina di scegliere la strada della neutralità, come fanno vari altri paesi in Europa: Moldova, Svezia, Finlandia, Austria, Irlanda, Svizzera. E, fra tutti, il riferimento è la Finlandia, paese nordico che confina con la Russia. La Finlandia fece la scelta della neutralità nel lontano 1955 come contropartita dello smantellamento della base militare russa a Porkalla, un porto navale a pochi chilometri da Helsinki. Un precedente storico che dovrebbe far riflettere.

Tra sanzioni e armi

Fortunatamente, la scelta effettuata dall’Occidente come contromisura contro le ripetute aggressioni russe è stata quella delle sanzioni economiche, anche se, in controtendenza, in occasione dell’aggressione di febbraio è stato deciso di inviare anche armi alle forze ucraine. Scelta che era meglio non fare, ricordandoci che, secondo l’articolo 11 della Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Che non significa rinunciare a difenderci o tollerare qualsiasi sopruso e arroganza, ma rivedere il modo di opporci alle violenze. La politica perseguita fino a oggi dall’Occidente, Italia compresa, è l’attuazione del motto «Si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace prepara la guerra. La cosa da fare è ribaltare questo postulato affermando che la pace si prepara con la pace. Che in concreto significa due cose.

La prima: prepararci a forme di difesa basate sulla non collaborazione. Ad esempio, nel caso ucraino piuttosto che armi avremmo dovuto inviare corpi civili di pace col duplice scopo di soccorrere la popolazione locale e mettere in difficoltà l’esercito invasore.

La seconda scelta è quella di smettere di intervenire a cose fatte, quando il vaso si è rotto e cercare invece di prevenire la rottura del vaso. Che, fuori di metafora, significa lavorare per la distensione invece che per la tensione. Oggi, un passo fondamentale in questa direzione sarebbe lo smantellamento della Nato e di qualsiasi altra organizzazione militare che crea blocchi militari. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è la chiara dimostrazione di come i blocchi militari generino paura e la paura generi violenza.

I vuoti proclami delle Nazioni Unite

L’unica strada per interrompere l’escalation militare è il multilateralismo. Il rafforzamento, cioè, di sedi internazionali all’interno delle quali portare i dissidi internazionali con l’intento di trovare soluzioni basate sulla mediazione e l’accordo, piuttosto che sulle armi. L’umanità aveva già fatto un tentativo in questa direzione tramite l’istituzione delle Nazioni Unite. Ma non ci ha creduto abbastanza e oggi le Nazioni Unite sono poco più di un luogo dove si pronunciano vuoti proclami. È arrivato il tempo di cambiare tutto questo.

Francesco Gesualdi