In Brasile, tra governo Lula e Congresso è ormai una lotta quotidiana: il primo alleato dei popoli indigeni, il secondo lanciato per cancellarne i diritti costituzionalmente previsti.
L’ultima battaglia si è consumata lo scorso 8 agosto quando il presidente, sostenuto dalle ministre Marina Silva (ambiente) e Sonia Guajajara (popoli indigeni), ha posto il veto totale o parziale su 63 delle quasi 400 disposizioni normative previste dal progetto di legge nº 2.159/2021 («Lei geral do licenciamento ambiental», Legge generale sulle licenze ambientali), approvato dal Congresso in data 17 luglio 2025, meglio conosciuto come «Pl da devastação», progetto legislativo di devastazione.
L’8 agosto 2025 la ministra dell’ambiente Marina Silva ha incontrato i media per spiegare i veti posti dal presidente Lula alla legge sulle licenze ambientali («Lei do licenciamento ambiental»). A questo punto, la domanda è: il Congresso accetterà di discuterne o boccerà i veti presidenziali come successo con la «Lei do marco temporal»? Foto Marcelo Camargo-Agência Brasil.
L’idea del Congresso, dominato dagli esponenti dell’agrobusiness («bancada ruralista») e dell’ex presidente Bolsonaro, è quella di semplificare e velocizzare i permessi ambientali.
Le organizzazioni ambientaliste e indigene avevano chiesto un veto totale al disegno di legge, ritenendolo incostituzionale in diverse parti e avvertendo che avrebbe potuto portare a un ulteriore aumento della deforestazione (pure in territori delicatissimi come quelli che ospitano la «Mata atlantica») e a una nuova spinta all’occupazione di territori indigeni.
Il veto totale non c’è stato. Il presidente Lula, ben consapevole di non averne il controllo, sta tentando un approccio dialogante con il Congresso. Tuttavia, va ricordato un precedente che non fa ben sperare: la legge n. 14.701 del «limite temporale» (lei do marco temporal), promulgata dal Congresso nazionale nel dicembre 2023 e in vigore da allora, nonostante numerose questioni relative alla sua costituzionalità. Anche in quell’occasione ci furono veti totali o parziali di Lula, ma quasi tutti furono annullati dal Congresso e la norma è entrata in vigore. Con effetti immediati: quella legge ha intensificato i conflitti sulle terre indigene che sono passati da 800 a circa 2.000 (udienza pubblica dello scorso 5 agosto). Anche la Camera di conciliazione della Suprema corte federale non ha portato, al momento, ad alcun risultato.
Il drammatico scenario attuale viene descritto nell’ultimo rapporto «Violenza contro i popoli indigeni del Brasile» (Violência contra os povos indígenas do Brasil) del Consiglio indigenista missionario (Cimi), una pubblicazione fondamentale per capire la situazione degli indigeni brasiliani.
In tutto questo, per il Paese si sta avvicinando un evento internazionale di grande importanza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop30), prevista per novembre a Belém, porta d’ingresso dell’Amazzonia brasiliana.
Paolo Moiola
Tra gli «uomini liberi»
Emarginati, pur essendo maggioranza, nel nome della fondazione dello Stato moderno. Vogliono mantenere la loro identità, ma hanno meno opportunità e servizi. L’alternativa è l’assimilazione, e la rinuncia alla propria cultura. Molti, però, resistono.
Boumalne Dadès. Arriviamo da Est nella cittadina dell’Alto Atlante, nel Marocco centrale, percorrendo la larga N10. Svoltiamo verso Nord imboccando la più stretta R704. Lentamente, la strada inizia a salire con curve che seguono i fianchi rocciosi della montagna.
Alzando lo sguardo, i nostri occhi sono intrappolati da un tripudio di rocce rosse, talmente alte da formare una barriera che quasi nasconde il cielo azzurro. Se, invece, ci rivolgiamo verso il fondo della valle, veniamo rapiti da un susseguirsi di oasi, costellate di alberi verdi, corsi d’acqua e campi coltivati.
Il contrasto profondo che ci circonda è spettacolare. Non a caso, il luogo che stiamo attraversando, le Gole del Dadès, è annoverato tra i più belli del Marocco. Una tappa spesso imprescindibile per molti dei turisti che affollano le vie e i souk – i mercati tipici – di Marrakech e Fès.
Man mano che ci inoltriamo nel fondo della valle, la folla si dirada. A Tamellalt (una delle località più turistiche delle Gole), ci lasciamo alle spalle il grosso dei pulmini e dei visitatori. Molti, infatti, non oltrepassano la Montagne des doigts de singe (rocce che per la loro conformazione particolare ricordano le dita di una scimmia).
Giù nelle Gole
Noi invece proseguiamo e, qualche chilometro più avanti, incontriamo Mohamed. Esile e non tanto alto, scende velocemente da uno scooter e ci raggiunge con passo deciso. È un ragazzo del luogo che ci accompagnerà nell’esplorazione di una piccola porzione delle Gole del Dadès. Per qualche minuto, percorriamo a piedi il bordo della strada asfaltata. Poi, imbocchiamo uno sterrato che scende di qualche decina di metri, portandoci sul fondo della vallata. Pian piano, il paesaggio roccioso si trasforma in un’oasi verde.
Incontriamo una donna intenta a lavorare nei campi e alcune bambine che ci sorridono. Risaliamo dall’altra parte delle Gole e ci imbattiamo in qualche casa. Siamo arrivati a Imzzoudar, il villaggio di Mohamed.
Di un rosso cupo, le abitazioni si confondono con le montagne tutt’intorno. «I muri di mattoni – spiega Mohamed – sono ricoperti di un miscuglio di sterco, fango ed erba, un ottimo isolante, sia d’estate che d’inverno».
Il silenzio è rotto solo dal vociare allegro delle bambine. Sebbene il punto più panoramico delle Gole del Dadès sia qualche chilometro più avanti – quando la strada si inerpica decisa su per la montagna con stretti tornanti – siamo ormai fuori dalle rotte turistiche tradizionali. La maggior parte della gente non si avventura fuori dalla strada principale.
Medina di Marrakech
La kasbah
«Il nostro villaggio è povero. Viviamo soprattutto di agricoltura di sussistenza». Mohamed indica la donna nei campi. «Qualcuno riesce a sfruttare il turismo, aprendo delle strutture ricettive lungo la R704 o facendo da guida ai viaggiatori che vogliono visitare le Gole del Dadès».
«La strada asfaltata qui non arriva. Però, abbiamo una scuola» continua Mohamed. Con orgoglio, aggiunge: «E ovviamente c’è anche una kasbah». D’altronde, siamo nella «Valle delle fortezze». È un territorio che comprende diverse vallate e si estende per centinaia di chilometri, tra la città di Ouarzazate (a circa 200 chilometri a Sud Est di Marrakech) ed Errachidia (nei pressi del deserto).
Lo sguardo di chi attraversa questa regione è catturato dal continuo susseguirsi di ksar, antiche cittadelle fortificate, e kasbah, edifici signorili con funzione difensiva. Generalmente costruite con la tecnica del pisé (terra battuta e fango compressi e mescolati con altri materiali come paglia e piccoli ciottoli), queste strutture formano un tutt’uno con l’ambiente desertico e montagnoso circostante.
In epoca precoloniale, la Valle delle fortezze era strategica. Si trovava lungo le rotte commerciali transahariane percorse dalle carovane di mercanti che vendevano oro, schiavi e spezie. Spesso, i commercianti, pagando una tassa, trovavano ristoro in questi luoghi fortificati, dove la sicurezza delle loro merci era garantita. Nell’area, quindi, era fiorita una nobiltà locale in grado di costruire edifici sempre più imponenti, spesso decorati con motivi geometrici.
Gole del Dadès
Per raggiungere la kasbah di Imzzoudar, percorriamo una strada sterrata che fiancheggia affascinanti sculture rocciose.
L’edificio è imponente, anche se abbandonato da tempo (a differenza di altri ksar e kasbah, a Imzzoudar non c’è stata un’opera di restauro). Oggi, lo spiazzo di fronte alla struttura è diventato un campetto da calcio dove – tra sassi e polvere – i bambini del villaggio si divertono nel tempo libero.
Mentre ci racconta della funzione difensiva della kasbah, Mohamed ci fa fare il giro dell’edificio. Le mura, ornate di torri, sono alte e solide, leggermente inclinate verso l’interno. Le finestre, rare e strette, ci ricordano la funzione difensiva della struttura.
Saliamo su alcune rovine e osserviamo la valle all’imbrunire, mentre il sole scende dietro le montagne.
Questione di nomi
Le kasbah, i ksar, le decorazioni geometriche di cui sono costellati e le tecniche costruttive, sono tutti elementi tipici dell’architettura berbera, e narrano la storia e le vicende tribolate degli abitanti originari del Marocco e di buona parte del Maghreb (dall’arabo «al-Maghrib», «luogo dove tramonta il sole»), non a caso chiamato anche «Barberìa» («Paese dei Berberi»).
È proprio dei Berberi, la sua gente, e delle loro condizioni di vita, che Mohamed ci parla, mentre torniamo giù nelle Gole. Anche se, piuttosto che «berbero» – termine derivante dal romano «barbarus» (a indicare chi non parlava greco o romano e quindi era considerato incolto) e dall’arabo «al-barbar» (usato dai geografi per i popoli del Maghreb) – Mohamed preferisce definirsi «Amazigh». Una parola che significa «uomo libero» in lingua tamazight, il dialetto berbero diffuso ancora oggi nell’Alto e Medio Atlante.
Definendosi amazigh, i berberi rivendicano un tratto distintivo della loro storia: l’avere continuato a difendere la propria identità, anche quando le terre su cui hanno sempre vissuto erano controllate da stranieri intenzionati a eliminare qualsiasi forma di diversità culturale e linguistica.
Furono soprattutto gli arabi (arrivati nel Maghreb tra il 600 e il 700 d.C.) a costringere i Berberi a convertirsi all’islam (abbandonando il cristianesimo e altre fedi tradizionali considerate eretiche) e a utilizzare l’arabo come lingua ufficiale. Un’imposizione forzata che continuò, a fasi alterne, nei secoli successivi per consolidarsi a partire dal 1956, quando il Marocco raggiunse l’indipendenza dalla Francia.
L’«arabizzazione»
Il primo obiettivo dell’élite arabofona che aveva guidato il Marocco all’indipendenza fu la creazione di uno Stato nazione, in grado di lasciarsi rapidamente alle spalle l’esperienza coloniale.
Nell’intento di eliminare qualsiasi segno del dominio europeo, la lingua e la cultura araba furono individuate come elementi distintivi e unitari del nuovo Marocco. L’esistenza di altre identità – a partire da quella berbera – fu negata, e la pluralità linguistica e culturale del Paese fu rifiutata. Il processo di «arabizzazione» fu imposto nel tentativo di creare uno Stato fondato su due pilastri: la religione islamica e la lingua araba.
I nomi delle città, quando rievocavano una tradizione berbera, furono arabizzati. Nell’insegnamento della storia a scuola, venne rimosso qualsiasi riferimento ai Berberi in quanto abitanti originari del Paese. La lingua araba divenne l’unica ammessa nell’amministrazione e nell’istruzione, nonostante la maggioranza della popolazione parlasse dialetti berberi (usati ancora oggi da circa 20 dei 38 milioni di abitanti del Marocco). L’anno dell’indipendenza, la cattedra di lingua e letteratura berbera all’Università di Rabat fu abolita. L’uso dei dialetti berberi – di origine camitica e con un proprio alfabeto, il tifinagh – nei luoghi pubblici e nei mezzi di informazione era praticamente impossibile, se non addirittura – in alcune fasi storiche – proibito. Così, coloro che non conoscevano l’arabo si trovarono tagliati fuori dai servizi pubblici di base con un impatto drammatico sulla qualità della vita. Nel 1996, addirittura, una legge vietò ai genitori di dare nomi berberi ai figli.
Per decenni, lo Stato marocchino non tollerò alcuna diversità, né sul piano dell’identità, né dal punto di vista linguistico-culturale. Gli intellettuali e gli attivisti che rivendicavano e difendevano l’identità berbera – chiedendone il riconoscimento come elemento fondante della nazione marocchina – erano sistematicamente arrestati o posti sotto sorveglianza.
Chi invece decideva di rinunciare all’identità berbera, conformandosi a quella araba, riusciva a raggiungere posizioni importanti nell’amministrazione pubblica o in politica. Ma erano pochi. La maggioranza dei berberi – circa il 60% della popolazione marocchina a inizio anni Duemila – rimase confinata nelle regioni più povere, dove i servizi pubblici e gli investimenti statali scarseggiavano, collocandosi sempre più ai margini della società.
Souk di Marrakech
Diritti apparenti
Nel 2011, la nuova Costituzione, frutto delle rivendicazioni della Primavera araba (nella quale i movimenti berberi ebbero un ruolo cruciale), riconobbe per la prima volta la multiculturalità dello Stato. Tra gli elementi fondanti del Marocco furono incluse anche la lingua e la cultura berbera. Furono previsti l’insegnamento del berbero nelle scuole e tutele maggiori per le tradizioni e le usanze di questo popolo.
Sulla carta, il Marocco non era più solo arabo e islamico. Ma Mohamed ci mette subito in guardia: il riconoscimento dell’identità berbera come elemento costitutivo della nazione marocchina, oggi, è ancora ben lontano dall’essere realizzato. E per spiegarci cosa intende, ci parla di sé.
«Io e la mia famiglia coltiviamo un campo e sopravviviamo principalmente grazie a quello che raccogliamo. Quando capita, accompagno i turisti a fare un giro nelle Gole del Dadès». Per una passeggiata di un paio d’ore nella valle chiede 100 dirham (la moneta marocchina, corrispondente a circa 10 euro).
Eppure Mohamed parla berbero, arabo, francese e inglese. Oltre a sapere un po’ di spagnolo, cinese e tedesco. Ma non vede altro futuro per sé se non restare a Imzzoudar, coltivare e condurre qualche visita guidata ogni tanto. «Anche se decidessi di andare a fare la guida a Marrakech (dove in media la retribuzione per una visita di tre ore si aggira sui 500 dirham (50 euro, ndr), farei molta fatica a trovare lavoro perché sono berbero».
Tra le parole e i fatti
Le discriminazioni, infatti, persistono. Nelle maggiori città del Paese, i lavori più redditizi e di prestigio restano nelle mani degli arabi. Le regioni a maggioranza berbera sono prevalentemente rurali e si reggono su agricoltura e turismo. Le ricchezze del sottosuolo sono sfruttate dalle multinazionali straniere, con un impatto disastroso sull’ambiente circostante e sulla salute della popolazione locale.
In molti casi, questi territori mancano dei servizi pubblici essenziali. Nella regione settentrionale del Rif (regione montuosa e boschiva nel Nord del Marocco), ad esempio, l’analfabetismo riguarda metà della popolazione sopra i 15 anni (nel resto del Paese si ferma al 37%). Mentre il tasso di disoccupazione supera la media nazionale del 20% e il lavoro informale è, per molti, fonte primaria di reddito.
Sulle montagne dell’Atlante, le strutture sanitarie si contano sulle dita di una mano e sono situate a grandi distanze le une dalle altre. La maggioranza dei villaggi amazigh non è collegata alle reti elettrica e idrica nazionale.
Chi rivendica maggiori diritti e tutele rischia la repressione. Nel 2016, ad esempio, nel Rif, gli attivisti del movimento Hirak – che chiedevano giustizia sociale, diritti economici e rispetto per l’identità berbera – sono stati inibiti dalla polizia. I leader sono stati arrestati in modo arbitrario e sottoposti a processi poco trasparenti.
Perciò, ancora oggi, ci sono Berberi che, per sfuggire a questa situazione di povertà e marginalizzazione, decidono di rinunciare alla propria identità. Ma Mohamed non lo farebbe mai: «Il fatto che sono berbero non è scritto da nessuna parte. Quindi, se volessi, potrei dire che sono arabo. Ma se lo facessi, tradirei la mia gente e rinnegherei la mia identità».
Per lui, l’appartenenza al suo popolo è più forte di tutto. E, nonostante le costrizioni e le limitazioni che ancora oggi caratterizzano il sistema sociopolitico marocchino, Mohamed dentro di sé continua a sentirsi un amazigh, un «uomo libero».
Aurora Guainazzi
Telouet
Il movimento Hirak Resistere, contro ogni colonialismo
Abitata prevalentemente da Berberi, la regione settentrionale del Rif ha una lunga tradizione di lotta per la difesa della propria identità.
Già nel 1921, i suoi abitanti inflissero alle truppe coloniali spagnole – che volevano estendere il proprio controllo sull’area – una delle peggiori sconfitte per gli europei in Africa. Dopo la nascita del Marocco nel 1956, invece, il tentativo del Rif di rivendicare la propria indipendenza, tra il 1957 e il 1958, fu represso nel sangue dall’esercito di Rabat. Da quel momento, la regione è stata marginalizzata economicamente, politicamente e culturalmente, temendo, il governo, soprattutto il forte sentimento identitario berbero.
Nel 2016 però – dopo la morte di Mouhcine Fikri, un venditore di pesce, per mano della polizia – il malcontento dei rifiani è esploso. A catalizzarlo è stato il movimento Hirak che, a forte trazione berbera, tra le altre cose, chiedeva di rispettare e preservare l’identità e la lingua berbera, rilasciare i prigionieri politici e costruire infrastrutture essenziali (come un ospedale oncologico, un’università e industrie per la lavorazione del pesce), coinvolgendo gli abitanti della regione nella loro pianificazione.
Inizialmente, le manifestazioni – organizzate sui social media – sono state pacifiche. Poi però, quando è iniziata la repressione della polizia, gli attivisti hanno risposto con la guerriglia. Il leader dell’Hirak, Nasse Zefzafi, noto per le sue proteste pacifiche, è stato arrestato nel maggio 2017. Accusato di sedizione e cospirazione è stato condannato a vent’anni di carcere. Le Nazioni Unite e Amnesty International considerano il suo arresto arbitrario. Anche diversi giornalisti indipendenti sono stati costretti a cessare il proprio lavoro di copertura delle proteste.
Oggi, il movimento Hirak sopravvive tra la diaspora berbera in Francia e Belgio. Mentre la marginalizzazione politica, economica e culturale dei territori berberi continua.
A.G.
Medina di Marrakech
Amazzonia, via i cercatori d’oro
Dopo quattro anni pessimi per la terra indigena, con il governo Lula la situazione è migliorata. A livello legislativo, però, la lobby latifondista non arretra. Intanto bande armate controllano porzioni di territorio. E gli indigeni hanno un progetto per proteggersi.
«Io sono Júlio Ye’kwana, del popolo Ye’kwana, vivo nella foresta amazzonica, nella regione chiamata Javaris, in Brasile, vicino al confine con il Venezuela». Incontriamo il leader indigeno a Roma, durante un viaggio di sensibilizzazione. Il suo popolo vive nella Terra indigena yanomami (Tiy), area protetta riconosciuta dal governo federale del Brasile nel 1992.
Nel Nord della Tiy si trovano cinque comunità ye’kwana, per un totale di circa 700 persone. In Venezuela, nella zona confinante, ve ne sono altre settemila. Gli Yanomami in Tiy sono, invece, circa 30mila.
«Ho quarant’anni. Sono presidente dell’associazione Wanaseruma, che partecipa alla lotta per la difesa dei diritti dei popoli indigeni e contro gli invasori della Tiy. Per questo motivo siamo in partenariato con diversi altri enti della società civile. Sono entrato nel movimento indigeno a fine 2017. Quando sono diventato presidente, ho iniziato a viaggiare per presentare quello che succede nella nostra terra».
Occhi neri e sguardo fiero, Julio non sembra spaesato nella Roma «caput mundi».
Continua con piglio deciso: «Ho imparato molto dal popolo Yanomami, in particolare dal suo leader Davi Kopenawa (cfr. MC giugno 2024). La sua lotta mi ha ispirato molto. Oggi non è più solo, gli si sono affiancati diversi leader che portano avanti la lotta per i due popoli».
Júlio è stato invitato nella capitale italiana dai Missionari della Consolata in occasione della canonizzazione di Giuseppe Allamano, lo scorso ottobre. I missionari lavorano in Tiy dal 1965.
Manifestantes aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)
Una legge pericolosa
Ci parla subito di una questione che, in Brasile, preoccupa molto i popoli indigeni. È il cosiddetto «Marco temporal» (ne abbiamo già scritto su MC, a partire da novembre 2023).
La legge numero 14.701 del 2023 è stata approvata dal Congresso (il parlamento brasiliano), ma il Supremo tribunale federale (Stf, la più alta istanza giudiziaria), l’ha dichiarata incostituzionale. Il Congresso (composto dai rappresentanti dei poteri forti, tra i quali i latifondisti, quindi a maggioranza anti-indigena), però, ha ignorato la sentenza e, paradossalmente, la legge è tutt’ora valida.
«Gilmar Mendes, un giudice del Stf ha creato una struttura complessa, chiamata istanza di conciliazione – spiega Júlio -. Vorrebbe essere un tavolo di concer- tazione sul Marco temporal al quale siano rappresentati i proprietari terrieri, i leader indigeni e il Governo. L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a un accordo. La Piattaforma dei popoli indigeni del Brasile (Apib, Articolação dos povos indigenas do Brasil), della quale fanno parte molte associazioni, riflettuto se partecipare o no e ha deciso per il sì, ma quando ha visto che la negoziazione non era chiara, si è ritirata. A quel punto, Gilmar Mendes ha chiesto al ministero dei Popoli indigeni (guidato dalla ministra Sônia Guajajara) di indicare altri leader. La ministra ha indicato tutte persone facenti parte di qualche ministero o di enti governativi. Il risultato è stato che la società civile indigena non era rappresentata. E, cosa ancora più grave, sta creando conflitto tra associazioni indigene e Governo».
Júlio ci spiega cosa è il Marco temporal: «È una legge molto pericolosa, che mette in discussione il diritto dei popoli indigeni alla loro terra, perché apre la possibilità per imprenditori e privati, ad esempio nel settore minerario, idroelettrico, agroindustriale, di entrare nelle terre indigene già demarcate. La legge sostiene che hanno diritto alla terra solo le persone che ci stavano prima della Costituzione del 1988. Ma molte non erano sul posto perché erano state espulse. La legge minaccia, dunque, alcuni diritti costituzionali».
Conclude Júlio: «Il Congresso ci è ostile, perché i suoi membri non amano i popoli indigeni, non capiscono che essi stanno mettendo in sicurezza il pianeta. I politici puntano solo al denaro».
Presidente Lula visita Boa Vista nel 2023 (Felipe Medeiros/Amazônia Real)
La terra yanomami
Júlio conosce bene la Tiy. Vi è nato e vi abita, anche se il suo impegno di leader lo porta spesso a Boa Vista, capitale dello stato di Roraima (il più a Nord del Brasile), e in giro per il mondo.
Gli chiediamo di aggiornarci: «Tra il 2018 e il 2021 abbiamo sofferto molto in Tiy. I bambini sono morti in grande numero, oltre 500 per malattie portate dai garimpeiros (cercatori d’oro, illegali nelle aree demarcate, ndr), come malaria, infezioni respiratorie, intossicazione da mercurio. In quel periodo il numero di siti minerari è aumentato: erano incentivati dal governo di Jair Bolsonaro (che perseguiva una politica antindigena, ndr). I cercatori erano oltre 20mila».
Il primo gennaio del 2023 si è insediato il governo federale del presidente Luis Ignacio da Silva, detto Lula, al suo terzo mandato non consecutivo. È stata dichiarata la crisi umanitaria per gli Yanomami. Sono iniziate operazioni nella Tiy per mandare via i garimpeiros, e questi, infatti, sono diminuiti. «Oggi la situazione è migliorata – continua Júlio – e potrà migliorare ancora. Però siamo preoccupati perché il processo è lento. Il Governo deve fare più in fretta possibile per risolvere i problemi nella Tiy, perché quando finirà il suo mandato (fine 2026, ndr), non sappiamo cosa farà la prossima amministrazione».
La preoccupazione è comprensibile. Alle prossime elezioni potrebbe – nuovamente – andare al potere un presidente ostile ai popoli indigeni (come Bolsonaro). La cosiddetta «Operazione zero invasione» deve terminare il prima possibile, con il recupero delle aree distrutte dai minatori. Ma questo è molto difficile. Nella Tiy ci sono infatti ancora molti cercatori d’oro, con i loro macchinari, le piste di atterraggio illegali e gli aerei.
Il Governo dello Stato di Roraima è tradizionalmente anti-indigeno, al punto da appoggiare i garimpeiros.
A Roraima, ad esempio, è nato il «Movimento garimpo legale», che chiede la liberalizzazione dell’accesso dei cercatori d’oro alle terre indigene. Ne fanno pure parte candidati deputati e imprenditori. In effetti, le classi politica, economica e, in parte, anche intellettuale, sono favorevoli al garimpo, anche in terra indigena demarcata.
I gruppi criminali
Júlio Ye’kwana continua il suo racconto: «I cercatori d’oro hanno portato nella Tiy molte cose negative: violenza, armi, droga, morte e, in ultimo, le “fazioni”. Si tratta di gruppi criminali organizzati. Chi scappa dalla galera dove va? Dove non c’è la polizia, dunque va in terra indigena. Lì viene subito assoldato come mano d’opera per la sicurezza dai capi dei gruppi di garimpeiros». Così si formano bande armate, che controllano zone di foresta. Talvolta ci sono conflitti tra gruppi di cercatori d’oro e gli uomini della sicurezza compiono veri massacri.
«Inoltre, le miniere sono anche utilizzate per fare transitare armi e droga tra Paesi – continua Júlio -. Ad esempio, un piccolo aereo arriva dalla Colombia e atterra su una pista clandestina di un garimpo. Lì deposita droga, prende armi. Il carico poi riparte con un altro aereo verso Nord. Il tutto in un’area fuori dalla legalità messo in sicurezza da queste “fazioni” che vogliono controllare quello che viene chiamato “narco garimpo”. L’attuale Governo federale ha manifestato interesse a lottare contro tutti questi traffici. Adesso nell’area entra l’esercito, la polizia, l’Ibama (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili), oltre alla Funai (Fondazione nazionale dell’indio). I garimpeiros stanno silenziosi, vanno oltre confine in Venezuela e Guyana, nascondono i macchinari sottoterra. Però, appena finisce l’operazione, ritornano. Hanno finanziamenti internazionali».
In un forum al quale erano presenti 250 leader di comunità della Tiy, nella località Auaris, a settembre dell’anno scorso, Nilton Tubino, rappresentante del governo federale a Boa Vista, ha dichiarato che il 77% dei garimpos nell’area demarcata erano stati chiusi. Ma la situazione può rapidamente capovolgersi.
«Il nostro ruolo è fare pressioni presso le istituzioni affinché proseguano con questa bonifica.
Inoltre, secondo noi è necessario un piano di protezione, che consiste nel mettere delle basi del governo nella Tiy, ma anche in un programma di vigilanza indigena».
Brasília (DF), 10/04/2025 – Indígenas de várias etnias participam da marcha do acampamento terra livre (ATL).
Foto: Joédson Alves/Agência Brasil
Minaccia diretta
Le bande criminali, inoltre, minacciano anche direttamente i popoli indigeni. «Ad esempio, nella zona di Waicas, sul rio Uraricoera, i membri di una banda hanno minacciato una comunità, dicendo: “Voi non potete più venire qui, è pericoloso, potremmo spararvi. Adesso è un nostro territorio”. Però quello è un territorio di caccia abituale, dove gli abitanti reperivano diversi animali selvatici, necessario al loro sostentamento. Ecco che queste bande prendono interi territori e li controllano, togliendoli alle popolazioni indigene».
Chiediamo a Julio chiarimenti sul programma di vigilanza indigena: «Si tratta di avere delle nostre basi e fare monitoraggio, al fine di proteggerci. È una vigilanza non armata. Per questo stiamo facendo la formazione di giovani delle nostre comunità, ad esempio all’uso di droni o altri strumenti e metodi di monitoraggio. Tutto questo serve per denunciare alle autorità la presenza di garimpos e bande criminali, al fine di proteggerci». Per fare questo, però, occorrono fondi.
«Questo progetto è autonomo, non necessita dell’approvazione della Funai, ma deve essere autofinanziato. Io sono venuto a Roma anche per questo, per cercare appoggi e finanziamenti internazionali».
È stato valutato che una base di vigilanza indigena possa costare circa 400mila reais (64mila euro) per la costruzione e l’attrezzatura e circa 870mila reais (136mila euro) per la gestione annuale. La somma pare elevata, ma è realistica. Prevede la costruzione della base, il suo equipaggiamento, lo stipendio di cinque persone tutti i giorni dell’anno, svariati voli aerei per gli spostamenti, cibo, carburante e tutto ciò che serve a farla funzionare.
Per fare un confronto, il Governo, nel 2024, avrebbe investito un miliardo e 200 milioni di reais per le operazioni nella Tiy (circa 180 milioni di euro).
Oro insanguinato
I paesi europei importanto oro dal Brasile. E c’è modo di verificare la provenienza del prezioso metallo. Julio ci conferma: «L’Italia è uno dei paesi che importa oro illegale. Secondo lo studio dell’Istituto Escolhas di São Paulo, dell’agosto 2024, il 94% dell’oro importato in Europa dal Brasile era ad alto rischio di avere origini illegali. Questo vuol dire che proveniva da terra indigena. Sono le terre di Yanomami, Ye’kwana, Kyapó e Munduruku le aree di estrazione aurifera illegale nel Paese. Esistono percorsi clandestini, come quelli per il lavaggio del denaro, che permettono di immettere sul mercato questo oro, come se fosse legale. Ogni settimana, a Boa Vista, arrivano persone cariche di oro da “legalizzare”. Il traffico è gestito dai finanziatori dei garimpo, coloro che, alla fine, si arricchiscono». Júlio è risoluto: «Siamo qui in Europa anche per denunciare questo fatto».
Le comunità indigene della Tiy hanno paura che i garimpos siano legalizzati: «I siti auriferi hanno avuto un impatto negativo su educazione, salute, struttura sociale e, in particolare, sui giovani. Questi sono influenzati e tentati a lavorare nelle miniere. È stata la rovina di molte comunità. I bambini, inoltre, si ammalano o, comunque, sono fortemente colpiti dalla situazione. Crescono vedendo fiumi sporchi, scarsità di pesca e cacciagione, e pensano che il mondo sia fatto così. Non sanno che prima dell’arrivo dei garimpeiros l’Amazzonia era un posto migliore».
Marco Bello
Indígenas aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)
Venuti dal mare
I Garifuna sono un popolo meticcio. Sembrano nati per caso. Ma hanno una loro identità e non la vogliono perdere. C’è chi insegna la lingua e chi diffonde la cultura.Cercano il riconoscimento dello Stato. Reportage dalla città caraibica del Guatemala.
Livingston. Dipartimento di Izabal. È notte nell’unica città caraibica del Guatemala, cuore pulsante della cultura afro-indigena garifuna. All’improvviso si sente in lontananza un suono di trombe, accompagnate dal ritmo ipnotico di tamburi. In una strada buia, illuminata appena dalla luce fioca di un lampione, appare un gruppo di donne che cammina in due file ordinate. La musica si fa più intensa e proprio in quel momento le donne iniziano a ballare, facendo ondeggiare le ampie gonne colorate tipiche del popolo Ch’orti’, uno dei ventidue gruppi etnici riconosciuti a oggi come diretti discendenti dei Maya.
Ma loro non sono Maya: sono Garifuna, o Garinagu, nella loro lingua ancestrale. Ballano al ritmo del pororó, una danza che fonde elementi maya e cattolici e rallegra le strade di Livingston ogni anno, il giorno della Vergine di Guadalupe.
Piano piano l’allegra comitiva si dirige verso una sala comunale dove la festa proseguirà fino all’alba.
«Speriamo non salti la corrente», dice una donna, riferendosi ai frequenti blackout che lasciano la città al buio quasi ogni giorno, sintomo di uno storico oblio in cui questo piccolo angolo del Guatemala è stato destinato dal suo governo centrale. Si esprime in garifuna, una lingua che non si sente quasi più parlare, nemmeno a Livingston – La Buga, come la chiamano i locali -, la città guatemalteca del dipartimento di Izabal dove ancora oggi vive la maggior parte della popolazione garinagu del Paese.
Mujeres garífunas bailan el Pororó por las calles durante la Fiesta de la Virgen de Guadalupe, una danza que forma parte de un ritual sincrético en el que las participantes celebran una festividad católica vistiendo, en su mayoría, trajes tradicionales maya Q’eqchi’, Livingston, Guatemala, 11.12.24
Chi sono i Garifuna
Livingston è un crocevia culturale dove convivono le popolazioni maya Ch’orti’, ladine, indù e garifuna. Questi ultimi rappresentano appena lo 0,1% della popolazione guatemalteca, per un totale di circa 17mila persone, pari, ad esempio, a un paese di medie dimensioni in Italia.
Secondo la versione più accreditata, i Garifuna discendono da un gruppo di persone dell’Africa occidentale sopravvissute al naufragio di una nave schiavista nel XVII secolo, al largo della costa caraibica. Dopo l’approdo sull’isola di Saint Vincent, si mescolarono con gli Arawak, la popolazione indigena locale. Alla fine del Settecento, in seguito al conflitto coloniale tra francesi e britannici, furono deportati lungo la costa caraibica dell’America Centrale. Si stabilirono soprattutto in Honduras e Belize, e in misura minore in Guatemala e Nicaragua. Oggi si stima che esistano circa 300mila Garifuna nel mondo. Un popolo con un’identità complessa e cosmopolita che si riflette perfettamente anche nella lingua che è un mix di idiomi africani, arawak ed europei, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. «La verità è che solo il 5% dei Garifuna parla ancora la lingua», racconta Rogelio Lino Franzua, scrittore e attivista culturale nato e residente a Livingston da oltre 50 anni. «La trasmissione intergenerazionale si è interrotta a causa del razzismo e della discriminazione che abbiamo subito per secoli, almeno fino agli accordi di pace del 1996».
Mujeres garífunas bailan el Pororó por las calles durante la Fiesta de la Virgen de Guadalupe, una danza que forma parte de un ritual sincrético en el que las participantes celebran una festividad católica vistiendo, en su mayoría, trajes tradicionales maya Q’eqchi’, Livingston, Guatemala, 11.12.24
La lingua perduta
Tra il 1960 e il 1996, il Guatemala ha vissuto un lungo conflitto armato interno, che ha visto opporsi lo Stato, governato da regimi militari, e studenti, intellettuali, organizzazioni della società civile e popoli indigeni che rivendicavano una società più inclusiva, ma anche pace e dignità. I 36 anni di guerra interna sono stati caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani ed episodi di violenza sproporzionata nei confronti della popolazione indigena.
In quegli anni, parlare pubblicamente una lingua originaria era spesso causa di sospetto, emarginazione o repressione. Solo con la firma degli accordi di pace e, in particolare, dell’Accordo sull’identità e i diritti dei popoli indigeni, lo Stato ha iniziato a riconoscere ufficialmente le culture native.
«Ma il pregiudizio è rimasto – aggiunge Franzua -. Parlare garifuna, maya o xinka è stato a lungo sinonimo di arretratezza e vergogna. È così che abbiamo cominciato a perdere la nostra lingua».
Oggi, il 60% della popolazione guatemalteca si riconosce come indigena, suddivisa in oltre ventidue popoli maya oltre alla comunità garifuna e xinka. Ma in molte aree, preservare l’uso della lingua è una lotta quotidiana.
«Io parlo solamente in garifuna con mia figlia di tre anni – racconta Clarion José García González, 28 anni, fondatore del progetto turistico Dibasei -. Molti genitori non lo fanno perché temono che i loro figli vengano bullizzati dai compagni di scuola, dove si parla solamente spagnolo, ma per me tramandare il garifuna è un atto di resistenza contro l’omologazione culturale».
Playa la Capitania, Livingston, Guatemala, 10.12.24
L’accademia
A portare avanti questa resistenza linguistica c’è anche Libio Centino, 58 anni, linguista e fondatore dell’Asociación nacional de garinagu docentes, o garinagu dundei, come si dice nella sua lingua.
Dal 2010 lavora per formalizzare l’insegnamento e la scrittura del garifuna. Ispirandosi all’esperienza storica della riconosciuta Accademia delle lingue maya che nel tempo ha portato alla creazione di numerose università in cui si insegna unicamente in lingua nativa, Centino ha proposto la creazione di una accademia della lingua garifuna. «Siamo in attesa di una prima validazione del metodo da parte dell’Accademia delle lingue maya – spiega lo studioso -. Superato questo passo presenteremo al Parlamento la richiesta ufficiale di creazione di questa istituzione».
Se la proposta verrà accettata, il passo successivo sarà costruire di fatto l’accademia e stampare libri di grammatica garifuna che al momento sono in quantità ridotta e prodotti per iniziativa privata.
«Per ora, i nostri libri sono le nostre canzoni – dice con un sorriso -. È solo nella musica che possiamo cogliere tutte le sfumature della nostra lingua che si fa poesia».
Soraida Aime Enríquez Bermúdez, de 39 años, prepara a sus hijas Brihana, de 8 años, y Brittaney, de 11, para la celebración de la Virgen de Guadalupe en Livingston, Guatemala, 12.12.24
Cantare la parranda
Tra i generi musicali garifuna più conosciuti nel mondo, rientrano la parranda e la punta che, andando oltre la pura espressione musicale, sono veri e propri archivi linguistici. «La lingua è l’espressione dell’essere delle persone, per cui quando dovesse morire, scompariremo anche noi», conclude Centino. «E questo non possiamo permetterlo». In assenza di una accademia ufficiale, c’è chi insegna garifuna dal salotto di casa. È il caso di Soraida Aimé Enríquez Bermúdez, 39 anni, autonominatasi maestra di scuola interculturale. Dopo la partenza del marito, migrato in Spagna, ha cresciuto da sola le figlie Briana, 8 anni, e Britaney, 11. Ogni sabato, nonostante i mille impegni tipici di una madre single, apre gratuitamente le porte della sua casa per insegnare ai bambini del quartiere a parlare e scrivere in garifuna.
Si comincia dalle basi: parole semplici come Wadimalu, che significa Guatemala. «È la mia lotta personale per salvare la lingua», spiega. E per raggiungere questo scopo, Soraida usa libri illustrati, stampati grazie alle rimesse inviate dai migranti garifuna negli Stati Uniti. «È il loro modo per restare legati alla cultura d’origine, anche se ormai parlano quasi solo inglese».
Playa la Capitania, Livingston, Guatemala, 10.12.24
Migrare è perdere la cultura?
«La mia parola preferita in garifuna è Ondarúnei, unione – confessa Clarion José -. Ma la migrazione ci sta dividendo. Stiamo perdendo la lingua proprio perché la gente se ne va e la maggior parte non ritorna più neppure per le vacanze estive».
Basta camminare per Livingston per capirlo: molte delle tipiche case caraibiche in legno sono abbandonate, con finestre inchiodate dietro una croce di legno e giardini invasi dalle erbacce. Sono le case edificate con le rimesse dai migranti, che hanno mandato i soldi per costruirle per poi tornarci a vivere, ma alla fine non sono mai tornati.
«Più che la gente, stiamo perdendo la terra, che viene abbandonata e quindi occupata dai guatemaltechi di altre etnie che vengono qui per lavorare. Un esempio sono le persone ladine o maya ch’orti’», osserva Juan Carlos Sánchez Álvarez, 58 anni, guida spirituale (ounaguilei) della comunità garifuna di Livingston. Lui oggi vive tra Guatemala e Stati Uniti, dove offre consulenze spirituali private online. «Tuttavia, io credo che la nostra cultura e la nostra lingua non si perderanno. Ci sarà sempre chi, come me, si dedicherà a custodirle e che, quindi, tornerà in questo territorio. È qui che conserviamo la nostra spiritualità. Durante le grandi cerimonie collettive di maggio, per esempio, io sono sempre a Livingston, non posso certo farle dagli Stati Uniti. Il popolo garifuna non scomparirà mai», conclude, interrompendosi per rispondere a una chiamata proveniente dal Paese Nordamericano. Nel 2024, le rimesse inviate dai migranti – soprattutto dagli Stati Uniti – continuano a rappresentare una delle principali fonti di reddito per l’America Centrale. «La migrazione ha un impatto positivo sulle nostre comunità», dice Libio Centino. «Ma esiste anche il rischio che la cultura statunitense, portata da chi rientra nella nostra comunità dopo tanti anni al Nord, finisca per sovrapporsi alla nostra».
Retrato de Juan Carlos Sánchez Álvarez, de 58 años, mensajero espiritual y experto en medicina ancestral de la comunidad garífuna. Promotor de la expresión espiritual garífuna en Guatemala y en el extranjero. Livingston, 12 de diciembre de 2024.
Un timore fondato in quanto l’appiattimento culturale e la perdita delle tradizioni e delle lingue locali è una realtà in tanti luoghi del mondo.
Eppure, questa notte, mentre a Livingston si danza al ritmo del pororó, la scomparsa della cultura garifuna sembra davvero impensabile.
Nella sala municipale, gruppetti di donne, euforiche per aver bevuto due birre di troppo e accaldate dal ballo sfrenato, si abbracciano ridendo, felici e spensierate. A un certo punto però le luci si spengono all’improvviso, lasciando tutti al buio. I musicisti smettono di suonare e la gente si riversa fuori dal locale sotto la pioggia battente.
«Un altro blackout. Ogni giorno è così», dice una donna in garifuna, riparandosi sotto un piccolo gazebo dove vendono panini perfetti per la fame notturna indotta dall’alcol.
A quel punto la festa si dissolve nel silenzio, e per le strade di Livingston rimane solo il suono incessante della pioggia tropicale.
Clairon José García González posa en su proyecto de ecoturismo y promoción de la cultura garífuna en Livingston, Guatemala, 12.12.2024.
Ad gentes in alta quota
La scelta è il lavoro tra i popoli indigeni dell’America Latina. Nei primi anni Novanta si concretizza sulle Ande boliviane. Impegno sociale, ma anche pastorale giovanile. Studio di cultura e spiritualità dei popoli.
C’è abbastanza carburante nella Jeep (negli ultimi tempi, non sempre è così…) e le missionarie che lavorano a Vilacaya (piccolo paesino a tremila metri di altitudine sulle Ande boliviane) decidono di andare a visitare due famiglie che vivono in borgate a circa 10 km di distanza. Il veicolo sobbalza, superando pietre e buche, mentre alza il polverone dietro di sé.
Entrambe le famiglie hanno case dipinte di bianco e azzurro, costruite da un progetto del governo, il cui partito si contraddistingue proprio per questi due colori. Entrambe sono composte da due genitori e sei figli, più o meno della stessa età. Entrambe lottano per assicurare un oggi e un domani ai piccoli di casa.
Non è facile: Vilacaya e, in generale, il Sud Ovest della Bolivia è colpito da una progressiva siccità, che rende quasi impossibile la vita delle famiglie contadine, appartenenti all’etnia quechua.
Ci sono però delle differenze: la prima famiglia cerca con tutti i mezzi di migliorare le sue condizioni, mentre la seconda è prostrata, tra le altre cose, dalla piaga dell’alcolismo e, alle volte, i bambini soffrono l’abbandono. Anche questa è una faccia della povertà.
Poopó e i minatori
Le Missionarie della Consolata sono arrivate in Bolivia nel 1991, ma se ne sono «innamorate» molto prima: nel 1989 due consigliere generali – suor Renata Conti e suor Evelia Garino – avevano visitato diversi Paesi dell’America Latina, in vista di una nuova presenza missionaria accanto ai popoli nativi. Erano passate a Poopó, centro minerario del dipartimento di Oruro, e ne rimasero profondamente toccate.
Come istituto, però, fu scelta un’apertura a Tencua, nell’Amazzonia venezuelana. Ma la storia non finì nel nulla: la direzione generale propose alle sorelle presenti in Argentina di riflettere su una possibile apertura a Poopó. E questa avvenne, appunto, due anni dopo. Quella di Tencua, come quella di Poopó, sono state una risposta all’opzione che, gradualmente, le varie presenze delle Missionarie della Consolata nel continente americano hanno fatto propria: la scelta della missione ad gentes tra i popoli indigeni e originari. All’epoca, il «movimento indigenista», appoggiato da Ong e da Chiese di varie denominazioni, era molto attivo e rivendicava i propri diritti. È stato un tempo intenso, nel quale la presenza dei Missionari e delle Missionarie della Consolata si concentrava nell’impegno per la giustizia e la pace, e in progetti di promozione umana.
«Era chiaro che la nostra presenza non doveva essere una risposta assistenzialista», ricorda suor Marisa Soy, una delle prime missionarie giunte in Bolivia. La situazione socio economica dell’altipiano andino, all’inizio degli anni Novanta, era preoccupante: la speranza di vita era bassa e la mortalità infantile molto alta. Le sorelle iniziarono a visitare le famiglie per rendersi conto della condizione reale della gente. A livello di Chiesa, esisteva già un’equipe diocesana di pastorale sociale, quindi la collaborazione fu immediata e molto positiva. «Conoscevamo i progetti dell’équipe, e contribuivamo con il nostro lavoro e anche economicamente», condivide suor Marisa.
Oltre all’impegno sociale, le sorelle partecipavano alle comunità di base e accompagnavano la pastorale giovanile.
Bolivia, missionarie della Consolata.
Tra i contadini quechua
Bolivia, missionarie della Consolata.
Dopo venti anni di presenza, nel 2012 la riflessione ha portato a un «cambio di domicilio»: la parrocchia di Poopó aveva i suoi leader, le condizioni socioeconomiche della cittadina erano migliorate. La sfida di lasciare terreni dissodati e conosciuti, per ricercarne altri e iniziare da zero (o quasi) fa parte della missione ad gentes. Con le lacrime agli occhi, ma con il cuore pieno di gratitudine per la missione vissuta, nel 2013 si è chiusa la comunità di Poopó e si è aperta quella di Vilacaya, nel dipartimento di Potosí, una vasta regione del sud del Paese, in cui la presenza ecclesiale era quasi nulla.
L’opzione per i popoli indigeni dell’istituto ha compiuto passi significativi nel tempo. Oggi si dà molta attenzione allo studio della cultura, della lingua e della spiritualità del popolo nativo, come riconosce suor Marisa che, dopo una ventina d’anni vissuti fuori continente, è ritornata in Bolivia, questa volta a Vilacaya: «Qui ho percepito un impegno maggiore della comunità delle missionarie nel conoscere la cultura e accompagnare la gente nella riflessione sulla propria identità. È bello che protagoniste siano le persone e noi delle sorelle che le accompagnano». Con molto sforzo e convinzione, i popoli andini cercano di armonizzare le proprie radici originarie, la fede cristiana e le sfide del mondo globalizzato (paradigmi culturali nuovi e attraenti, il cambio climatico, le politiche nazionali).
Suor Nadia Leitner ha vissuto diversi periodi in Vilacaya, fin dai primi passi di questa comunità. Oggi è la sua Chiesa di origine, in Mendoza (Argentina), ad averle dato il mandato per la missione in Bolivia: «Questo mandato è un segno di fiducia e speranza, la certezza che non sono sola, e che non cammino per conto mio», ci racconta suor Nadia. «Per me significa vivere l’ad gentes del Continente America. Vivere con il popolo quechua ha tanto da insegnarmi».
Vilacaya oggi
Suor Marisa, suor Nadia e suor Maria Elena rientrano dalla visita alle due famiglie con il cuore colmo di emozioni e interrogativi: che ne sarà di questi bambini, in un ambiente così sfidante? Saranno migranti, come tanti altri, alle periferie delle città, o lavoreranno nei cunicoli delle miniere? Non ci sono risposte a queste domande, ma c’è una realtà nell’oggi di queste persone: la presenza delle suore e la visita che fanno alle comunità e famiglie, che reca sempre tanta gioia. Si percepisce molta solitudine e senso di abbandono nella popolazione quechua della zona.
«Oggi Dio mi sta chiedendo di stare qui, dare il meglio di me, perché ogni persona possa sentirsi amata da Dio, un Dio che non si dimentica dei suoi figli. Condividere la vita con la gente, significa dire alle persone che hanno valore, che i loro sogni valgono», ci dice suor Nadia.
E questa è la consolazione che fa vivo e presente lo spirito di san Giuseppe Allamano nella vita delle sue figlie. Anche ad alta quota.
Stefania Raspo
«Ho fatto tanta strada»
Il simbolo dell’isola è il grattacielo 101 a Taipei. Tuttavia, gran parte del suo territorio è montuoso. Qui l’ambiente è distinto e la vita è diversa. In una zona di queste montagne ha lavorato una missionaria che ha lasciato un segno indelebile. L’abbiamo incontrata.
Contea di Hsinchu. A Guanxi la strada lascia la pianura, con le sue città frenetiche, trafficate di auto e motorini, i palazzi alti e le migliaia di insegne e scritte commerciali luminose, senza un albero. Da qui in avanti si inerpica sulla montagna, curva dopo curva. Si apre davanti a noi un paesaggio inaspettato: montagne coperte di boschi, piccole abitazioni sui bordi della via. Strette valli percorse da torrenti. Scorgiamo alte pareti di roccia, sovrastate da foresta tropicale. Fa caldo umido, come si addice alla stagione. Non ci immaginavamo che Taiwan fosse anche questo.
Eppure, oltre la metà della superficie dell’isola, è costituita da montagne, che la percorrono da Nord a Sud, nella parte centrale fino alla costa orientale, che infatti non è praticabile dalle navi.
Andiamo sempre più verso l’interno, le pendenze sono talvolta impressionanti, nonostante le curve. Arriviamo alla località chiamata Naro, un piccolo borgo di una ventina di case. Questa è la zona della popolazione
Atoyal, una delle sedici etnie riconosciute dal governo della Repubblica di Cina (nome formale che comprende l’isola principale e gli arcipelaghi Penghu, Kinmen e Matsu). Altri dieci gruppi stanno lottando per il riconoscimento.
Questi popoli indigeni – o aborigeni, come li chiamano qui – sono i primi abitanti dell’isola. Si tratta di etnie austronesiane, ovvero quelle che abitano le isole del Sudest asiatico, ma anche la Micronesia nel Pacifico. Parlano lingue proprie, simili al bahasha, usato in Indonesia e Malaysia. In totale sono circa 500mila sui 23 milioni di abitanti di Taiwan, e hanno una storia di discriminazioni e isolamento. Solo negli ultimi due decenni le loro identità culturali sono state rivalutate, per motivi politici.
Nel cuore delle montagne
Taiwan. Contea di Hsinchu. Hsinchu. Ritratto di suor Elena Pia Frongia, chiamata Zhao Xiurong. (Foto Marco Bello)
A Naro ci accoglie suor Anna Dinh Thi Lanh, missionaria vietnamita del Sacro Costato. «Qui siamo in due – ci racconta, con un sorriso disarmante -. Io sono arrivata a Naro due anni fa, ma sono nel Paese da quindici».
Le suore missionarie del Sacro Costato sono state fondate dal medico e sacerdote Eustachio Montemurro a Gravina di Puglia (Bari) nel 1908. Sono arrivate a Taiwan nel 1961 e oggi sono ventotto di cui quattro italiane, poi taiwanesi, cinesi e vietnamite.
La zona montana della contea di Hsinchu è un’area di presenza e di evangelizzazione dei Gesuiti. Molti di loro arrivarono qui dalla Cina continentale (mainland) perché espulsi dai comunisti, giunti al potere dopo la vittoria della guerra civile nell’ottobre 1949.
Il metodo missionario prevedeva, dopo avere imparato la lingua del gruppo etnico, la formazione di catechisti nei diversi villaggi. Questi avrebbero diffuso la Parola nelle loro zone, a cominciare dalla proprie famiglie e nella lingua madre.
Per affiancare i missionari, il padre Liao, direttore della missione Chiunglin Jianshi (dal nome della zona, oggi Jianshi è il comune il cui territorio copre anche questa zona), aveva pensato di chiamare le suore di Montemurro.
Ci racconta ancora suor Anna: «Qui a Naro, nel 1961 arrivò una suora italiana, che la gente chiamò Zhao Xiurong. Perché qui a Taiwan ogni missionario riceve anche un nome cinese. Una sorella che ha fatto grandi cose, in particolare per rendere l’istruzione accessibile a tutti». Parla di suor Elena Pia Frongia, che, da subito, si adoperò affinché anche i figli degli aborigeni andassero a scuola, perché l’educazione – ne era convinta – avrebbe dato una svolta alla loro vita.
Inoltre, in quel tempo, a Taiwan mancavano i beni di prima necessità e i trasporti erano scomodi, soprattutto per le popolazioni indigene sulle montagne, dove la vita era ancora più dura e difficile. Per prendersi cura dei poveri, Zhao Xiurong raccoglieva in città e trasportava beni di prima necessità e aiutava i malati procurando loro medicine. Quando veniva a sapere che qualcuno era nel bisogno, faceva del suo meglio per aiutarlo.
Visita di Naro
Suor Anna ci fa visitare la missione di Naro. C’è l’asilo fondato da suor Elena Pia, chiamata Catholic Franciscus preschool (scuola materna cattolica francescana, da Francesco Saverio), dove i bambini sono molto eccitati al vedere dei forestieri e corrono nel cortile sorridendo e gridando. Poi ci sono dei locali per fare laboratori e incontri, dove vediamo tavoli, sedie, tamburi e altri oggetti utili per l’animazione. Si tratta del Naro youth activity center (centro per i giovani). E, infine, la bella chiesa, semplice e pulita, con scritte in cinese e taia, la lingua del posto, e tessuti locali appesi.
«In quell’epoca furono formati otto catechisti nella zona coperta da Zhao Xiurong. Oramai sono quasi tutti in pensione, ma una signora che ha lavorato con la suora è ancora attiva e insegna nella scuola», continua suor Anna.
Continuamo poi il nostro viaggio sulla montagna visitando la chiesa di Wufeng, Christ the
Saviour church, il cui campanile rosso svetta su un’altra vallata. È una delle cappelle della parrocchia, ci viene detto. Anche qui operava Zhao Xiurong. Il paesaggio è mozzafiato.
Taiwan. Contea di Hsinchu. Una valle nella Hengshan township, contea di Hisnchu. Lungo la strada che porta a Naro. (Foto Marco Bello).
L’incontro
Scendiamo dalla montagna per visitare la casa centrale delle suore del Sacro Costato, a Hsinchu, il capoluogo della contea. Qui, infatti, alloggia da due anni fa suor Elena Pia Frongia. Vogliamo incontrarla.
Zhao Xiurong ci accoglie nella sala visite della casa. Ha gli occhi vispi dietro a grandi occhiali con la montatura di metallo e una parlantina chiara e spedita.
Nata a Ovodda, in provincia di Nuoro, nel 1932, è arrivata a Taiwan, con alcune consorelle, il 22 aprile 1961.
Il Paese, a quell’epoca, era molto povero, e la gente delle montagne, in maggioranza delle etnie aborigene, era più emarginata e priva di risorse che la gente della pianura. I gesuiti lavoravano, tra l’altro, nella missione di Jianshi, nella contea di Hsinchu, che copriva una vasta zona montana, oggi a livello amministrativo coincidente con il territorio di Jianshi township.
Le suore vivevano inizialmente nella cittadina di Jiuzantou, alle pendici delle montagne, e percorrevano a piedi l’intero territorio, fino Jianshi, a oltre 50 chilometri.
Povertà e isolamento
Le strade erano in pessime condizioni, strette e con alte pendenze, e non c’erano quasi automobili.
Suor Elena Pia fu destinata a seguire alcune vallate della missione di Jianshi, in appoggio a un padre gesuita francese.
È sufficiente darle il «la» affinché il suo racconto diventi un flusso di emozioni: «Vivevo nella comunità a Jiuzantou e andavo a piedi in tutti i villaggi. Il più lontano da noi era a dieci ore di cammino. La gente era molto affabile, buona e semplice. Le cristiane e i cristiani (ancora pochi), ma anche quelli che non avevano ancora abbracciato la religione cattolica, quando vedevano le suore erano molto gentili e affettuosi. Vedere la suora in quelle zone, per loro era quasi come vedere Dio.
All’inizio, le strade erano davvero brutte, e per questo utilizzavo due bastoni per camminare. Non circolavano automo- bili, né mezzi pubblici. Il padre missionario aveva la moto, ma io preferivo andare a piedi.
Le montagne erano vaste, e le persone abitavano disperse nei villaggi. La gente era molto attaccata al proprio territorio di origine, anche per il rispetto agli anziani. Per questo era difficile farli spostare. Se costruivano una casa nuova, era sempre vicina a quella vecchia. Erano abituati a stare in montagna, per il lavoro, per l’ambiente».
Taiwan. Naro. bambini della Scuola materna francescana (a sinistra) giocano nel cortile. In fondo, il Naro youth activity center. (Marco Bello)
Priorità educazione
In quel periodo suor Elena Pia iniziò a conoscere il territorio e la gente. Le famiglie non riuscivano a mandare i figli a scuola per motivi economici e di distanza. Ma in quel modo, la marginalizzazione dei popoli delle montagne non poteva che perdurare. La giovane suora capì che la soluzione stava nell’educazione fino dalla tenera età, alla quale andava associata la formazione ai valori. Con grande perseveranza incoraggiava i genitori a mandare i figli a scuola. Sovente li aiutava economicamente quando era necessario pagare per il cibo o il trasporto.
Il suo metodo è, fin da subito, il prendersi cura delle persone nei villaggi, andando di casa in casa, «Sempre con il sorriso, incoraggiava e confortava chi ne aveva bisogno», ci aveva confidato suor Anna.
Oltre all’educazione, in molti casi c’era carenza di medicine e di cibo. Suor Elena Pia attraversava valli e montagne con uno zaino sempre ben fornito, un cappello di bambù in testa e due bacchette alle mani.
Continua a raccontarci con entusiasmo: «Il padre con cui ho lavorato all’inizio era un francese. Un vero missionario. Andava in giro con il tascapane, portava da mangiare per i poveri. Era sempre carico. Lui abitava a Jianshi. Io andavo e venivo dalla nostra comunità. Ma avevo una stanzetta a Naro, dove c’era solo un’aula per i bambini».
Taiwan. Contea di Hsinchu. la chiesa San Francesco Saverio di Naro, con scritte in cinese e in taia, lingua del popolo Atayal. (Foto Marco Bello)
Naro si sviluppa
Nel 1967 venne completata la chiesa a Naro, dedicata a san Francesco Saverio. Da quel momento suor Elena Pia si trasferì a Naro.
Voleva aiutare le donne e si inventò una scuola di taglio e cucito. Le macchine da cucire occupavano metà della chiesa. In questo modo le donne avrebbero imparato un mestiere, avrebbero avuto un piccolo reddito per elevare un minimo il loro livello economico. «Mi occupavo io dei loro bambini, mentre imparavano», ci dice soddisfatta.
Nel frattempo, lavorava alla sua idea: raccogliere soldi per finanziare la costruzione di un asilo, lì a fianco della chiesa.
Nel 1972 inaugurò il Catholic Franciscus preschool per bimbi dai due ai sei anni. In questo modo i bambini dei villaggi sulle montagne avrebbero avuto una prima formazione scolastica, anche nella propria lingua, sarebbero stati educati ai valori (seguendo poche semplici regole, per dare loro un minimo di disciplina) e – non ultimo – avrebbero usufruito di una mensa quotidiana, per avere un buon pasto. Suor Elena Pia curava personalmente la preparazione del cibo, facendo molta attenzione che fosse sufficiente, anzi, qualcosa in più.
Puntava alla formazione integrale (carattere, istruzione ed educazione fisica) dei bambini fino dalla tenera età.
Racconta suor Elena Pia della gente di montagna: «Devo dire che di animo sono buoni, non ci sono malvagi. Mi hanno sempre trattata più di quello che sono. Anche fra di loro, si rispettano, si vogliono bene. Ogni villaggio ha il suo modo di vivere, lo stile della montagna è unico. Ci sono lingue diverse, le lingue montanare, nei vari villaggi sono quasi uguali.
Adesso parlano anche cinese. Sono andati a scuola, inoltre hanno avuto a disposizione alcuni insegnanti che hanno fatto corsi di cinese anche per adulti. Su questo abbiamo collaborato con il comune.
Negli anni, molti sono venuti in città, e quelli di città sono andati in montagna, per cui ci sono stati diversi cambiamenti».
Sono almeno tre le generazioni che hanno mandato i figli alla Catholic Franciscus preschool.
Taiwan. Contea di Hsinchu. casette a schiera nell’area montana di Jianshi township. (Foto Marco Bello)
L’importanza dei giovani
Zhao Xiurong era anche attenta alla gioventù delle montagne. Molti giovani non erano andati a scuola, non avevano soldi e facevano dei lavoretti. Mancavano centri di aggregazione per loro.
Raccolti i soldi sufficienti, suor Elena realizzò, a fianco dell’asilo, il Naro youth activity center (Nyac, centro giovani), che inaugurò nel 1994. Qui ragazze e ragazzi si ritrovano ancora oggi per ascoltare musica, cantare, ballare, stare insieme. Arrivarono anche dei computer usati. Furono realizzati campi estivi e invernali durante le vacanze, ma anche classi estive per i più piccoli con tutoraggio da parte dei più grandi. Oggi il Nyac è un importante punto di riferimento per i giovani delle montagne di Jianshi.
Testimonia un giovane che lo ha frequentato: «Per me Zhao Xiurong ha giocato due ruoli: mi aiutava a mettere ordine nella mia vita, era come una madre (per questo molti la chiamano Yaya, che in lingua taia significa mamma); in secondo luogo era un’insegnante rigorosa».
Continua suor Elena Pia che gesticola vistosamente mentre parla: «Abbiamo fatto un bel gruppo di lavoro, non ci sono mai stati problemi. Poi sono arrivate altre suore, ma in montagna ero solo io. C’erano tante ragazze e donne che venivano ad aiutare e dormivano a casa. Era come se stessimo in una famiglia. Quando non venivano le mamme o le sorelle maggiori, io tenevo le bambine, e la sera insegnavo un po’ di catechismo, come fare qualche lavoretto, o le facevo studiare. Con la gente c’era l’amore. Mi aiutavano, avevo persone sempre a fianco, non mi lasciavano sola per paura che cadessi».
Altri confini
Un giorno suor Elena conobbe un gesuita sardo, che era stato in Vietnam, e le raccontò della gente là. «La prossima volta porti pure me», gli disse. E così successe. Suor Elena passava dei brevi periodi in quel paese, andando su e giù da Taiwan. Coltivava alcune vocazioni, che sarebbero diventate le sorelle del Sacro Costato che oggi lavorano a Hisnchu. Due di loro, suor Anna e suor Agnese, l’hanno sostituita a Naro. Oggi l’istituto ha una presenza fissa in Vietnam.
Nel 2022 le consorelle le chiesero di traferirsi a Hsinchu: «Sono venuta in città dopo sessant’anni in montagna. Adesso ho 93 anni – ci dice allegra -, e ne ho fatta di strada! Salite, discese. Alcune molto ripide. Adesso non mi lasciano più andare, ma il mio cuore è laggiù. Penso a quella gente. Molti di loro mi vengono a trovare quando passano da Hsinchu. Sono venuti i gruppi di giovani e anche le mamme dei ragazzi. Sanno che io non posso andare tanto su». E continua: «lo spirito di viaggiare ce l’ho, e di camminare pure. Ringrazio il Signore per lo spirto che mi ha dato, per avermi guidata, per avermi dato la forza di andare anche in posti difficili».
Suor Elena Pia Zhao Xiurong è una persona che ispira molta serenità e saggezza.
Dobbiamo andare, abbiamo un altro appuntamento. Ma è come se le mancasse qualcosa: «Fermatevi, cenate con noi, non vi abbiamo accolti bene», ci dice, e insiste. Non possiamo. Appare dispiaciuta, ma ci accompagna con fare deciso fino alla porta della casa e ci saluta con la mano e un caloroso sorriso.
Marco Bello
*Mentre scriviamo questo articolo, il 30 maggio ci avvisano da Taiwan: apprendiamo con tristezza che suor Elena Pia è andata alla casa del Padre.
Taiwan. Contea di Hsinchu. una tipica strada delle montagne della contea di Hsinchu. (Foto Marco Bello)
La violenza sembra inarrestabile. Le cause sono note, le soluzioni difficili. Intanto, ad aprile, il giovane presidente Daniel Noboa – simbolo dell’uomo forte oggi di moda – è stato confermato nella carica.
Una domenica notte in un comune della provincia di Guayas, nel sud ovest del Paese. Alcuni sicari sparano contro un’auto. A bordo ci sono una coppia e una bambina di pochi mesi. Sono altri tre morti che si aggiungono a una lista lunghissima.
È soltanto un esempio tra i tanti, i troppi possibili. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, in Ecuador, a febbraio 2025, si sono contate 736 morti violente. Il 90 per cento in più rispetto all’anno precedente. Per dare un’idea ancora più chiara: un omicidio ogni ora. Dopo un 2024 caratterizzato da una riduzione del tasso di omicidi rispetto al 2023 (da 46,18 a 38,76 assassinati ogni centomila abitanti), i primi mesi del 2025 hanno, dunque, evidenziato una nuova recrudescenza.
Dopo le dimissioni di Guillermo Lasso (il presidente banchiere), dal novembre del 2023 il Paese andino è guidato dal giovane (37 anni) Daniel Noboa, erede di una potente dinastia d’imprenditori. Il suo operato è stato incentrato su decisioni forti, quelle che piacciono ai giorni nostri: dichiarazione dell’esistenza di un «conflitto armato non internazionale» (in sigla, «Cani»), lotta senza quartiere alla criminalità (tramite il cosiddetto «Plan Fénix»), utilizzo frequente dello stato d’emergenza («estado de excepción»). Fin dall’inizio, il modello preso a riferimento da Noboa è stato quello securitario di Nayib Bukele, presidente salvadoregno spesso elogiato da Donald Trump.
Pur con risultati contraddittori, la mano dura contro il crimine ha pagato in termini di popolarità, lanciando Noboa verso la sua riconferma a presidente nelle elezioni del 2025.
Luisa Gonzáles, candidata della sinistra, sconfitta da Noboa al ballottaggio del 13 aprile 2025. Foto Christian Medina – Asamblea Nacional.
Il bis di Noboa
Maglietta a maniche corte e fisico palestrato, il 13 aprile, giorno del ballottaggio, Noboa si è presentato al seggio elettorale accompagnato non soltanto dalla moglie Lavinia Valbonesi (di padre italiano), ma anche da Luisa, Alvaro e Furio, i suoi tre bambini.
Probabilmente, una scelta mediatica per mostrare ai cittadini ecuadoriani la propria famiglia, bella, serena, unita (e – se vogliamo dirla tutta – anche ricca e bianca).
Luisa González, candidata di Revolución ciudadana (il partito di sinistra fondato da Rafael Correa, presidente dal 2007 al 2017, da anni in esilio in Belgio), è stata battuta con uno scarto importante (56 per cento contro il 44), ben maggiore di quello delle precedenti elezioni del novembre 2023 (51,8 contro 48,1).
Dopo il pareggio al primo turno, la sconfitta della González è stata inaspettata, in quanto, per il ballottaggio, c’era stato un apparentamento con il movimento Pachakutik (in sigla, Mupp), il braccio politico della Conaie, la confederazione indigena («Confederación de nacionalidades indígenas del Ecuador») guidata da Leonidas Iza, il carismatico leader quichua-panzaleo.
Il risultato delle urne non è stato accettato dalla sfidante, che ha parlato di brogli evidenti. E ha protestato contro lo «stato d’eccezione» in sette province (sulle 24 totali) decretato il giorno prima delle elezioni.
Per parte sua, Donald Trump, sponsor di Noboa, si è congratulato con il vincitore definendolo un «grande leader». Il 20 gennaio il presidente ecuadoriano aveva presenziato all’investitura del tycoon. Mentre, a fine marzo, a pochi giorni dal secondo turno elettorale, aveva incontrato il presidente statunitense a Mar-a-Lago, in Florida, per chiedere aiuto economico, ma soprattutto militare.
Il leader indigeno Leonidas Iza non ha portato fortuna a Luisa Gonzáles. Foto Fernando Lagla – Asamblea Nacional.
I narcos
Un tempo Paese relativamente tranquillo, negli ultimi anni l’Ecuador si è trasformato nell’opposto, a causa dell’esplosione della criminalità organizzata.
Sul suo territorio oggi operano almeno ventidue bande, ma le principali sono due: Los Choneros e Los Lobos.
Il loro campo d’azione va dai sequestri alle estorsioni. Tuttavia, il business predominante è quello legato al traffico di droga, in particolare della cocaina proveniente dalla vicina Colombia.
Secondo l’organizzazione Insight crime, i gruppi ecuadoriani collaborano con narcos messicani, in particolare con il Cartello di Sinaloa e il Cartello Jalisco Nueva Generación. È stata, inoltre, accertata la presenza di trafficanti albanesi facenti capo al gruppo di Dritan Rexhepi (attualmente incarcerato a Tirana). Questa diffusa presenza criminale ha trasformato il piccolo Paese andino in un grande snodo per la cocaina che dal Sud America raggiunge l’Europa. La principale base di partenza è il porto di Guayaquil.
La risposta del governo Noboa è stata ed è muscolare: militari nelle strade, operazioni nelle carceri (veri e propri centri di comando del crimine), ampia libertà d’azione per le forze di polizia in deroga a molti diritti fondamentali. Per questo, da più parti Noboa è stato accusato di autoritarismo.
Il report del 2025 di Human rights watch parla di istituzioni democratiche fragili (in particolare, per il sistema giudiziario), restrizioni della libertà d’espressione e una condizione molto difficile per i minori.
Alzabandiera sul palazzo del governo, a Quito. Foto Paolo Moiola.
Senza luce
Oltre al problema dell’insicurezza, l’Ecuador è afflitto da altre questioni verso le quali il governo Noboa, finora, ha mostrato una totale inadeguatezza.
Tra le tante, una pesante crisi energetica, causata da una siccità che ha privato le centrali idroelettriche dell’acqua. In conseguenza della mancata produzione, da aprile a dicembre 2024, nel Paese ci sono state innumerevoli interruzioni di corrente, anche fino a 14 ore al giorno.
Questa situazione ha aggravato anche i tassi di povertà che, a dicembre 2024, hanno riguardato il 28 per cento della popolazione (Instituto nacional de estadística y censos, Inec). In termini assoluti significa che, in Ecuador, almeno 5,2 milioni di persone (su un totale di 18) vivono in condizioni di povertà.
L’economia del Paese andino si fonda su alcuni prodotti d’esportazione: il cacao, le banane, il pesce e il petrolio. Tuttavia, la maggior parte della produzione di cacao e di banane è in mano a grandi compagnie private. In particolare, la produzione bananiera fa capo ad Álvaro Noboa, padre del presidente (la cui madre, Annabella Azín, è membro dell’Assemblea nazionale).
Quanto al petrolio, il suo sfruttamento sta producendo gravi danni ambientali (soprattutto nella regione amazzonica) e ha generato conflitti con le popolazioni indigene ecuadoriane.
Infine, il settore del turismo, voce economica importante per il Paese, ha pagato la condizione d’insicurezza con una drastica riduzione degli arrivi dall’estero.
Donne indigene sul fiume Napo. Foto Paolo Moiola.
Senza maggioranza
La nuova Assemblea nazionale – la cui prima seduta è stata lo scorso 14 maggio – è dominata da due partiti: il movimento Acción democrática nacional (Adn) del presidente Daniel Noboa e il partito Revolución ciudadana (Rc) di Luisa González (e dell’ex presidente Rafael Correa).
Nessuno dei due soggetti politici ha la maggioranza assoluta dei 151 eletti. L’ago della bilancia potrebbero diventare i nove legislatori del movimento Pachakutik.
Paolo Moiola
Due indigene sedute nella centrale plaza San Francisco a Quito, la capitale ecuadoriana. Foto Paolo Moiola.
Padre Américo Javir «A fianco degli indigeni e dei loro valori»
Américo Joáo Baptista Javir ha 37 anni. Proviene dal Mozambico, provincia di Nampula. È ordinato sacerdote a Cali, in Colombia, il 31 gennaio del 2021. Pochi mesi dopo, gli viene assegnata la sua prima destinazione: l’Ecuador, provincia di Sucumbíos, localizzata nel Nord del Paese.
Il padre Américo Javir, missionario della Consolata a Sucumbíos. Foto archivio padre Américo Javir.
«Sì – ci racconta -, mi trovo qui da quattro anni. Ho subito iniziato a lavorare nella pastorale indigena, un campo d’azione che i missionari della Consolata hanno assunto nel 2008». Padre Américo è membro di un’équipe. «Ne fanno parte quattro comunità religiose. Oltre al mio istituto, c’è un carmelitano, due fratelli maristi e due sorelle laurite».
Secondo i dati del censimento 2022, Sucumbíos ha una popolazione di 200mila persone. Una parte di esse – circa il 16 per cento (a livello nazionale, la percentuale è del 7,7 per cento) – appartiene a popoli indigeni: Kichwa, Cofan, Shuar, Secoya, Siona, Awá sono i gruppi principali.
«La pastorale indigena consiste nel fornire supporto religioso, sociale, comunitario e culturale alle nazioni indigene presenti sul territorio. Consiste in visite costanti alle comunità con la celebrazione dei sacramenti e laboratori di formazione a tutti i livelli. Formiamo i catechisti per servire al meglio le loro comunità, ma promuoviamo anche l’importanza di salvaguardare i valori culturali delle diverse comunità».
La provincia di Sucumbíos è ricca di petrolio, soprattutto attorno al Lago Agrio. Una ricchezza pagata a caro prezzo a livello ambientale e sociale, e non distribuita a chi ne avrebbe più diritto, come conferma padre Américo.
«Sebbene gran parte della produzione petrolifera nazionale sia concentrata qui, nell’Amazzonia ecuadoriana, la popolazione locale – spiega il missionario – non riceve dalle compagnie coinvolte i benefici che dovrebbe. Si dice che le imprese ingannino le comunità con promesse di sviluppo, una vita dignitosa e piani sanitari, e firmino contratti a lungo termine, ma che tutte queste promesse non si concretizzino».
Le elezioni presidenziali si sono chiuse con la riconferma di Noboa. Chiediamo a padre Américo cosa si aspetti per il futuro. «Cosa spero io? Che l’Ecuador sia un Paese sicuro, che i politici e le autorità lavorino per il bene comune».
Pa.Mo.
Le «armi dei piccoli»
L’iniziativa di un missionario porta a nuovi orizzonti. Trova subito le condizioni per una missione «ad gentes». Poi la presenza si espande. Ma la crisi socio economica in cui versa oggi il Paese interroga.
L’esperienza dell’Istituto Missioni Consolata in Venezuela comincia nel 1971, grazie all’iniziativa di padre Giovanni Vespertini.
Vespertini era in missione in Colombia ma, stanco e in difficoltà, decise di recarsi in Venezuela e prendere contatti con alcuni vescovi. La risposta dell’episcopato del Paese fu molto positiva, tanto da indurre i missionari della Consolata della Regione Colombia a inviare altri sacerdoti e stabilire una comunità nella diocesi di Trujillo. Erano i primi anni dopo il Concilio Vaticano II, quando, su suggerimento del Capitolo del 1969, ovunque nell’istituto si studiavano possibilità di aprire nuovi campi di lavoro missionario, attraverso la costituzione di piccoli gruppi.
I superiori accolsero la proposta della Colombia e nel 1974 iniziarono a inviare personale. Tra i primi ci fu padre Francesco Babbini, che sarebbe rimasto un missionario emblematico del Venezuela.
Una prima riflessione che sorge è che, talvolta, le nuove aperture in Paesi sconosciuti sono fatte dopo grandi discernimenti, ma non sempre. Altre volte, invece, l’indicazione te la dà la vita, un qualche malessere, il bisogno di andare altrove. E ancora, spesso aspettiamo sconvolgimenti e cambiamenti fatti da masse, ma la storia ci insegna che a volte basta una persona che crede in qualcosa, e che inizi a fare dei passi, e da lì cambiano le cose.
Popoli indigeni e afro
Nel 1982 la presenza di Imc in Venezuela assunse il nome di Delegazione e fu dedicata alla vergine di Corogoto.
Come istituto ad gentes, l’opzione fu da subito quella dei popoli indigeni. Così le prime missioni furono nella Guajira, la striscia di terra al confine con la Colombia, nelle tre comunità di Guarero, Paraguaipoa, Sinamaica. Il lavoro dei missionari diede vita a numerose piccole comunità.
Terminata quell’esperienza una decina di anni dopo, i missionari furono sollecitati per una nuova missione tra i Warao, il popolo delle canoe, nel delta dell’Orinoco. Iniziato negli anni 2000, il lavoro tra loro continua ancora oggi.
Il secondo pilastro dell’intervento Imc in Venezuela è l’accompagnamento degli afrodiscendenti. Nel 1986 fu aperta, tra queste popolazioni, una comunità a Barlovento. Occorre dire che gli afrodiscendenti del Venezuela sono piuttosto diversi da altri con cui i missionari lavorano in America Latina.
Qui è difficile ricavare qualcosa, essere significativi, anche dopo tanti anni di presenza. In Colombia, ad esempio, gli afro portano avanti una ricerca identitaria, culturale. In Venezuela si tratta di gruppi che vivono in zone periferiche. Esercitano il controllo del territorio e, con le loro bande, fanno entrare solo chi vogliono. La situazione è dura. Sono quasi gettizzati. Si fa fatica a riunirli e a camminare con loro. Gli sforzi di promozione umana sono difficili. È un terreno abbastanza arido.
Il merito dell’istituto è quello di essere lì con continuità da 40 anni a condividere un cammino missionario fatto di quotidianità.
Quartiere di Carapita, periferia di Caracas
Con gli ultimi delle periferie
Dal 1999, inoltre, i missionari si interessarono anche alle periferie povere delle grandi città. Così nacque l’accompagnamento della comunità di Carapita. Si tratta di una baraccopoli formata da un impressionante alveare di mattoni, lamiere e cartoni, dove le abitazioni poggiano l’una sull’altra, fino a raggiungere la sommità della collina. Le strade, poche e strette, si inerpicano su per la montagna, tra strapiombi mozzafiato. In molti luoghi si può andare solo a piedi. Qui vivono 100mila persone soggette a ogni sorta di stenti e potenziali vittime di ogni tipo di violenza. Questo habitat pone svariate sfide al lavoro pastorale: mancanza di spazio per strutture parrocchiali; eterogeneità del tessuto umano quanto a provenienza e nazionalità; pochi i giovani che frequentano la chiesa; molta violenza, droga, assenteismo nelle iniziative pastorali.
L’ultimo pilastro della presenza Imc in Venezuela è l’animazione missionaria e vocazionale. Nacque presto, come naturale espressione del carisma missionario dell’istituto e come dono alla chiesa venezuelana. I frutti sono stati molteplici: vocazioni di speciale consacrazione al servizio della Chiesa locale e anche dell’istituto; laici che hanno accolto la dimensione missionaria dentro la loro specifica vocazione laicale nelle loro comunità cristiane, non disgiunta anche da servizi temporanei alle chiese dell’Africa; parrocchie e seminari sensibilizzati a un nuovo stile di evangelizzazione.
Il dubbio
Nel desiderio di recuperare l’ad gentes originario, fatto cioè di ricerca dei «non cristiani», alcuni missionari hanno iniziato, alcuni anni fa, a riflettere se fosse giunto il momento di lasciare il Paese per andare altrove.
Anche la crisi sociopolitica, oramai acuta nel Paese, portava in questa direzione.
La missione in Venezuela si era anche fatta una cattiva fama tra i nuovi missionari, per cui i seminaristi preferivano non andarci.
Proprio per queste difficoltà si è invece pensato che non era il momento di lasciare, ma piuttosto di rimanere come segno di consolazione. Questa si esprime anche attraverso a una comunità aperta. Come dimostra l’attività di accompagnare i poveri per le strade: c’è un gruppo di giovani che sabato e domenica vanno nei quartieri a portare cibo e consolazione agli abbandonati. È un’esperienza molto forte.
Nel 2018 i missionari presenti in Venezuela hanno scritto una lettera a tutti i confratelli nella quale ricordano la crisi che il Paese sta vivendo ma ribadiscono che «in Venezuela, la missione di consolazione e liberazione è oggi più necessaria che mai», e dichiarano: «Siamo disponibili ad accogliere qualsiasi giovane in formazione che desideri fare una esperienza missionaria in Venezuela e fare qui i suoi studi di specializzazione».
Voglio concludere citando una frase di san Francesco, che calza con la presenza «piccola», perché non numerosa, dei missionari della Consolata in Venezuela:
«Siamo pochi e non abbiamo prestigio. Che cosa possiamo fare per consolidare le colonne della Chiesa? […] Noi possiamo offrire solo le armi dei piccoli, cioè: amore, povertà, pace. Che cosa possiamo mettere a servizio della Chiesa? Solo questo: vivere alla lettera il Vangelo del Signore».
Stefano Camerlengo
La serie
Le missionarie e i missionari della Consolata sono presenti in 35 paesi di quattro continenti: Africa, Americhe, Asia, Europa. È questa l’opera di san Giuseppe Allamano oggi, iniziata nel 1901 e tramandata da generazioni di donne e uomini che hanno raccolto la sfida. Questa serie è realizzata insieme alla rivista Andare alle genti, e al sito delle missionarie della Consolata. missionariedellaconsolata.org
Barrio Carapita
Giustizia e pace, se non ora quando?
Diseguaglianze, guerra e crisi climatica sono le sfide a cui tentano di rispondere le iniziative del mondo missionario che vanno sotto il grande ombrello chiamato Gpic: giustizia, pace e integrità del creato. Dalle esperienze passate e presenti possono venire gli spunti per quelle future.
Giustizia, pace e integrità del creato (Gpic) è l’espressione con cui gli istituti religiosi indicano uno degli ambiti su cui si concentrano il loro lavoro e la riflessione teologica.
Le sue origini, si legge sul sito dell’Unione internazionale delle Superiore generali (Uisg)@, risalgono agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in particolare alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del 1965 e al Sinodo dei vescovi sulla giustizia nel mondo del 1971. Un documento (la GS) e un’istituzione (il sinodo) nati entrambi dal Concilio Vaticano II e dalla spinta al rinnovamento della Chiesa che esso raccolse. Nel 1967, papa Paolo VI istituì il Pontificio consiglio per la giustizia e per la pace, soppresso da papa Francesco nel 2017 per trasferire le sue funzioni e quella di altri tre Pontifici consigli al Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale@.
Il dicastero, si legge sulla sua pagina istituzionale, «ha il compito di promuovere la persona umana e la sua dignità donatale da Dio, i diritti umani, la salute, la giustizia e la pace», e «si interessa principalmente alle questioni relative all’economia e al lavoro, alla cura del creato e della terra come “casa comune”, alle migrazioni e alle emergenze umanitarie».
La definizione estesa aiuta a orientarsi nella varietà di temi che la Gpic copre, e a operare una sorta di traduzione verso il linguaggio della cooperazione allo sviluppo.
Forzando un po’ alcuni concetti – come è inevitabile quando si passa da un lessico religioso a uno laico -, possiamo dire che la Gpic rimanda alla lotta alle diseguaglianze, alla risoluzione dei conflitti e alla protezione dell’ambiente.
Temi, questi, che anche le Nazioni Unite ritengono prioritari: nel suo discorso all’Assemblea generale Onu dello scorso gennaio, il Segretario generale António Guterres ha indicato come sfide globali più urgenti per il 2025 i conflitti in continua ascesa, le disuguaglianze crescenti, l’intensificarsi della crisi climatica e l’aumento incontrollato della tecnologia.
E non è difficile rintracciare, nel testo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, i riferimenti (ad esempio al punto 13) all’interdipendenza di queste sfide e alla conseguente necessità di affrontarle insieme.
Ricordando padre Antonio Bonanomi a Toribio.
Toribio, dove tutto si incrocia
L’insieme queste tre dimensioni della Gpic si è manifestato fin dall’inizio nella realtà di Toribio, dove – ricorda padre Rinaldo Cogliati, che a Toribio ha lavorato dal 1986 al 2007 – i missionari della Consolata hanno iniziato il loro lavoro il 2 febbraio del 1985: quarant’anni fa.
Toribio si trova nel Nord del Cauca, regione sudoccidentale della Colombia sulla Cordigliera centrale delle Ande. Su Missioni Consolata del novembre 1996, padre Antonio Bonanomi, coordinatore dell’équipe missionaria dal 1988 al 2005, spiegava che i missionari della Consolata erano arrivati a Toribio per continuare il lavoro di padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote colombiano ucciso il 10 novembre 1984 a causa «del suo impegno evangelico per la giustizia».
Membro lui stesso del popolo indigeno dei Nasa, padre Alvaro aveva lavorato nella parrocchia di Toribio e nei vicini villaggi di Caldono, Jambaló e Tacueyó con la sua équipe di suore missionarie di Madre Laura e di laici indigeni dal 1975 al 1984. Frutto del suo lavoro era stato l’avvio del Progetto Nasa, che probabilmente sarebbe un caso da manuale – se ne esistesse uno – di impegno per la giustizia, la pace e l’integrità del creato.
Chi ha operato in quella zona fra gli anni Settanta e oggi, infatti, si è trovato ad affrontare l’effetto combinato dell’esclusione di cui sono vittime da secoli i popoli indigeni, del conflitto fra esercito e guerriglia, e degli effetti sull’ambiente e sulla sicurezza dell’espandersi prima del latifondo e poi dell’industria, con il corollario della violenza esercitata dai gruppi paramilitari al servizio di latifondisti e industriali.
A questa violenza, la comunità nasa ha opposto la guardia civica, gruppi di volontari che monitorano il territorio. All’epoca della sua istituzione c’erano molti dubbi sull’efficacia di persone armate solo di bastonie nel contenere gruppi con armi vere come i paramilitari e i guerriglieri. Ma, scriveva padre Rinaldo su MC del settembre 2001, la risposta fu che «la vera arma della guardia è l’appoggio della comunità», e la volontà di quest’ultima di difendere, anche con la vita, il proprio plan de vida, cioè il progetto di sviluppo che il popolo nasa ha elaborato per se stesso.
Sarebbe troppo complicato riassumere qui i risultati del lavoro avviato da padre Alvaro e portato avanti dai missionari della Consolata fino allo scorso febbraio, quando questi ultimi hanno lasciato Toribio alla Chiesa locale.
Vale però la pena di ricordare che, se nel 1984, poco prima del suo assassinio, padre Alvaro aveva condiviso con padre Ezio Roattino – missionario della Consolata amico di Alvaro e una delle ultime persone ad averlo visto vivo – la preoccupazione per una popolazione di 69mila persone che rischiava di ridursi fino a sparire, oggi, secondo il più recente censimento nazionale (2018),@ il popolo nasa conta 243mila persone, di cui l’88% nel Cauca.
Il «Centro di educazione, abilitazione e ricerca per lo sviluppo integrale» della comunità, Cecidic, attraverso cui dal 1992 passano gran parte delle attività di istruzione e formazione del Progetto nasa, e al quale l’équipe missionaria ha dato un impulso fondamentale, offre corsi tecnici in agricoltura sostenibile, formazione su arti e saperi ancestrali, etno educazione ed economia, anche in collaborazione con la Pontificia università bolivariana di Medellin.
Ripasso di matematica elementare.
Oujda e i migranti
Se Toribio è un luogo dove si sovrappongono e incrociano, potremmo dire in presa diretta, le tre sfide della Gpic, Oujda, nella parte orientale del Marocco, è un posto che accoglie persone costrette ad affrontare un’impresa ancora diversa: trovare pace e benessere in Europa perché povertà, guerra e crisi climatica rendono impossibile avere queste cose nel proprio Paese d’origine.
«A volte fuggire è anche un atto di ribellione davanti a situazioni a cui non si può fare fronte», spiega, da Malaga, Silvio Testa, responsabile dell’associazione Uyamaa (dal kiswahili ujamaa, famiglia estesa, ndr) dei Missionari della Consolata in Spagna. «La voglia, non solo di aiutare la propria famiglia, ma anche di contribuire a cambiare il proprio Paese, emerge spesso nei racconti dei migranti che i Missionari della Consolata ricevono alla parrocchia di Saint Louis, con il loro servizio di accoglienza d’emergenza, attivo sette giorni su sette, 24 ore al giorno».
Nel 2024, riferisce Silvio, che con il team missionario di Oujda collabora in modo stabile, i migranti accolti dai missionari sono stati 3.744. «Di questi, l’80% circa veniva dal Sudan», il Paese africano dove è in corso la più grave crisi umanitaria sul pianeta, con 30 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti urgenti@.
Quasi metà dei migranti che sono arrivati a Oujda l’anno scorso, continua Silvio, erano minori stranieri non accompagnati, il più piccolo dei quali aveva 13 anni. C’erano poi 44 donne con 20 bambini fra i due e i dieci anni, e molti di loro in condizioni di salute che richiedono cure. Le consultazioni mediche sono state, infatti, poco meno di 1.500 e in 14 casi c’è stato bisogno di un intervento chirurgico. Le ferite e le patologie dermatologiche sono una costante, a cui si sono aggiunti tre casi di tubercolosi, due di anemia falciforme, un’insufficienza cardiaca e una renale. I missionari attivi a Oujda sono i padri Edwin Osaleh, Francesco Giuliani e Patrick Mandondo. Le principali difficoltà che segnalano riguardano l’accesso dei migranti all’ospedale, sia per i costi che occorre affrontare per ricoveri e terapie, che per la mancanza di documenti di identità degli assistiti. Fra gli altri servizi che il centro di accoglienza offre, spiegava padre Edwin in una relazione del 2024, ci sono anche il vitto e alloggio per le persone in attesa di rimpatrio volontario, la formazione professionale, l’alfabetizzazione e il sostegno alle vittime di tratta, che prevede la protezione e l’accompagnamento nelle procedure presso la polizia e le autorità marocchine.
eSwatini, lavorare per il dialogo
Sempre in Africa, ma quasi 11 mila chilometri più a Sud, c’è un’altra realtà dove favorire il dialogo può essere un modo per provare a vincere le tre sfide della Gpic. Monsignor José Luis Ponce de León, missionario della Consolata e vescovo di Manzini, porta avanti nella sua diocesi, assieme a un gruppo di sacerdoti e collaboratori, un intenso e delicato lavoro per creare spazi di confronto costruttivo e pacifico.
Questo impegno si è reso necessario specialmente dopo che, nel 2021, il Paese ha vissuto momenti di tensione e violenza in seguito alle proteste, soprattutto da parte dei giovani, per l’uccisione di uno studente universitario e alla repressione da parte delle forze di sicurezza. Anche il 2022 ha visto ulteriori episodi violenti, e nel 2023 è stato ucciso Thulani Maseko, avvocato per i diritti umani, fondatore di Msf, una coalizione di partiti di opposizione.
«eSwatini», riferiva monsingor Ponce de Leon a MC nel gennaio dell’anno scorso, «ha sempre avuto un buon sistema educativo. Anche dal Sudafrica molti sono venuti a studiare da noi nel tempo della segregazione razziale. Eppure, tutti questi giovani studenti sanno che almeno la metà di loro non troverà un lavoro»@.
Per riflettere su questo e altri problemi, la diocesi ha avviato diverse iniziative. «L’esperienza dei disordini ci ha aperto gli occhi sulla necessità di riunirci e dialogare», scrive oggi il vescovo. «Una delle iniziative è stato la creazione di “club della pace” nelle scuole superiori, che ora stiamo estendendo alle parrocchie».
C’è poi la sensibilizzazione sulla violenza di genere, ad esempio le due tavole rotonde con i membri del governo organizzate su questo tema, e l’inizio di un lavoro sulla salute mentale e di sostegno psicosociale: «Il suicidio sta diventando una parola familiare nel nostro Paese, almeno a giudicare dalle statistiche ufficiali. È una grande sfida in una cultura che ha sempre rispettato la vita». Infine, c’è l’Ecplo – eSwatini catholic parliamentary liaison office, «un ufficio lanciato un paio di anni fa per dare al lavoro del Parlamento un contributo ispirato alla nostra dottrina sociale. È molto apprezzato perché i nostri documenti sono brevi e diretti al punto».
Grande área de garimpo com dezenas de barracões sao vistos na regão do rio Uraricoera na Terra Indigena Yanomami. ( Foto: Bruno Kelly/Amazôia Real).
Altre esperienze
Ci sono altre esperienze significative che i missionari della Consolata portano avanti nella giustizia, pace e integrità del creato, ad esempio l’esperienza nell’Amazzonia brasiliana a cominciare da quella di Catrimani. Qui da 70 anni i missionari fanno cooperazione allo sviluppo in ambito educativo e sanitario, ma fungono anche da forza di interposizione fra le comunità indigene e le varie istanze che, nel corso di questi decenni, si sono avvicendate (o alleate) per mandare via questi popoli e sfruttarne le terre.@
Dal punto di vista del pensiero e della riflessione su Gpic, a cominciare dalle parole e dal loro significato, un contributo prezioso e una sintesi di grande efficacia è stata, dalla fine anni Novanta e per una decina di anni, la Scuola per l’Alternativa, un’iniziativa dei Missionari della Consolata a Torino, in particolare di padre Antonio Rovelli, in collaborazione con questa rivista e le Ong Cisv e Vis.
All’interno delle mura protette del Palazzo gli strateghi fanno i salti mortali, come dei veri e propri funamboli sull’asse dei significati, mentre lontano, nei vari contesti del vissuto sociale, la gente cerca significato e senso alla propria esistenza».
Difficile non sentire delle assonanze sorprendenti con l’oggi.
Chiara Giovetti
Brasile. «Siamo sempre stati qui!»
Una folta rappresentanza dei popoli indigeni del Brasile si è data appuntamento a Brasilia – dal 7 all’11 aprile – per dare vita alla ventunesima edizione dell’«Acampamento terra livre» (Atl). Il raduno – organizzato dall’«Articolazione dei popoli indigeni del Brasile» (Apib), associazione che comprende sette rappresentanze regionali – è avvenuto in un periodo storico particolarmente grave per i popoli autoctoni a causa dei ripetuti attacchi ai loro diritti, formalmente sanciti dalla Costituzione del 1988 e dai trattati internazionali.
Se da una parte c’è un presidente aperto alle istanze indigene come Lula, dall’altra c’è un Congresso dominato dai «ruralisti» (latifondisti, proprietari terrieri, imprenditori dell’agrobusiness, imprenditori del settore minerario) che vedono nei popoli indigeni un ostacolo ai loro interessi particolari. L’obiettivo di questo gruppo è uno solo: impossessarsi a qualsiasi costo delle terre occupate dalle popolazioni indigene per sfruttarle a piacimento.
Negli ultimi anni, gli attacchi ai diritti costituzionali dei popoli indigeni hanno trovato la massima espressione nell’emanazione della legge 14.701/2023, nota come Lei do marco temporal («Legge del limite temporale»), concernente il riconoscimento, la demarcazione, l’uso e la gestione delle terre indigene. Una norma – si noti bene – emanata dal Congresso che prima ha ignorato il giudizio di incostituzionalità del Supremo tribunale federale (Stf) e poi ha respinto i veti posti dal presidente Lula.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva con il leader indigeno Raoni Metuktire. Lula si trova a dover fronteggiare un Congresso dominato dai ruralisti, la cui unica volontà è di impossessarsi (a qualsiasi costo) delle terre indigene. Foto: Ricardo Stuckert – PR.
La legge è, dunque, vigente trovando su fronti opposti i popoli indigeni e il Congresso a maggioranza ruralista. Per cercare di trovare una soluzione consensuale, il ministro Gilmar Mendes del Supremo tribunale federale ha formato una Commissione speciale di conciliazione. Tuttavia, il Consiglio indigenista missionario (Cimi), organo meritorio legato alla Conferenza episcopale brasiliana (Conferência nacional dos bispos do Brasil, Cnbb), da oltre cinquant’anni a fianco dei popoli indigeni, ha commentato che la conciliazione proposta «potrebbe comportare conseguenze ancora più gravi per i popoli rispetto alla stessa Legge 14.701».
È in questo clima di incertezza e di opposizione frontale che circa ottomila indigeni (questa è stata la stima) si sono ritrovati nella capitale brasiliana. Le giornate sono state però segnate da un brutto evento. Il 10 aprile, durante una marcia programmata («A resposta somos nós», la risposta siamo noi), la polizia (sia quella nota come legislativa sia quella militare) ha attaccato un gruppo di indigeni, colpiti con gas lacrimogeni e spray al peperoncino. Le autorità hanno accusato i manifestanti di aver tentato di occupare spazi non autorizzati. Gli organizzatori hanno respinto l’accusa, replicando che si è trattato di un atto deliberato della polizia. Il fatto è riuscito a sviare l’attenzione pubblica dalle questioni poste dai popoli indigeni, evidenziando nel contempo il pesante clima anti indigeno vigente nel paese.
Tutto questo è stato raccontato anche nel comunicato finale dell’Apib, testo che si apre con un’affermazione e un’accusa incontestabili: «Noi indigeni siamo sempre stati qui! Abbiamo resistitoall’invasione dei nostri territori e al genocidio perpetrato contro i nostri antenati e contro di noi per 525 anni». La conclusione è – invece – un grido, forse un po’ enfatico, ma sicuramente pieno di orgoglio e di speranza: «La nostra lotta è per la vita, per la Madre terra, per la Costituzione e per il futuro dell’intera umanità».
Paolo Moiola
Colombia-Perù. Nate in Amazzonia
Nel cuore dell’Amazzonia, dove il fiume Putumayo bagna le terre peruviane e colombiane, sorge Puerto Leguízamo, in Colombia. È in questa cittadina di confine che, dal 21 al 23 marzo, si sono date appuntamento più di trenta donne indigene (adolescenti, giovani, adulte e nonne), per un incontro dal titolo suggestivo di «Mujer amazonica. Sembrando esperanza – cosechando vida» (Donna amazzonica. Seminare speranza – raccogliere vita).
Provenienti dalle comunità di confine di Perù e Colombia, le donne appartenevano ai popoli indigeni Kichwa, Murui Muina (noti anche come Huitoto o Witoto) e Siona. L’incontro – organizzato dalla «Misión Putumayo» di Soplín Vargas, in Perù – si è basato su tre pilastri: territorio, cultura e vita.
Lo scopo del convegno – arrivato alla terza edizione e ospitato negli spazi del Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano – era quello di condividere i ricordi di lotta e resistenza, discutere delle proprie conoscenze in materia di medicina, agricoltura e arte, sostenere la difesa dei diritti territoriali e impegnarsi nella cura della nostra Casa comune.
Dopo tre giorni di dibattito, le donne indigene, «seminatrici di speranza e mietitrici di vita», con il supporto delle organizzazioni indigene presenti (la peruviana Feconafropu e la colombiana Acilapp), hanno elaborato un Manifesto in nove punti da diffondere quanto più possibile.
Danze delle donne indigene negli spazi messi a disposizione dal Vicariato apostolico di Vicariato apostolico di Puerto Leguízamo-Solano. Foto Fernando Flórez Arias.
Nel primo e nel secondo punto si dice che «i territori delle comunità indigene sono patrimonio collettivo, ancestrale e di gestione esclusiva» e che va fermata l’espansione della «frontiera estrattiva» che minaccia le comunità e gli ecosistemi. Il terzo punto chiede «il rispetto e la difesa dei diritti, della vita e dell’integrità delle donne indigene». Il quarto e il quinto riguardano il diritto alla salute e la richiesta di implementare «un nostro sistema sanitario, basato sulla medicina tradizionale e sulle conoscenze ancestrali». Il sesto punto affronta il problema economico chiedendo ai governi di dare «priorità alla produzione delle famiglie indigene e contadine del territorio» e di formalizzare le piccole imprese comunitarie. Il settimo punto riguarda la questione educativa e con esso si chiede di «formalizzare sistemi educativi indigeni» tali da consentire la sopravvivenza ancestrale come popoli indigeni. Infine, gli ultimi due punti affrontano i problemi della discriminazione e della violenza chiedendo alle autorità di «combattere con risolutezza ogni forma di violenza, discriminazione e violazione dei diritti delle donne, nel rispetto della vita e di Madre Terra».
Le donne indigene del Convegno in un momento all’aria aperta. Foto Fernando Flórez Arias.
L’appello finale è una dichiarazione di volontà, di amore e d’intenti. «Il nostro impegno – scrivono le donne amazzoniche – come donne native dell’Amazzonia è prenderci cura della Casa comune (il territorio). Restiamo impegnate a rivitalizzare e rafforzare la nostra identità culturale come contributo alla nuova generazione, come gratitudine e riconoscimento ai nostri saggi antenati, nonni e nonne. Continueremo a lottare per il rispetto dei diritti, della giustizia e dell’uguaglianza nei nostri territori e nella società in generale».
Fernando Flórez Arias
Guatemala. Gli scienziati dell’acqua
Lo sfruttamento minerario comporta sempre delle conseguenze. Un gruppo di giovani Xinka lo contrasta dimostrando con prove scientifiche l’inquinamento prodotto.
Regione di Santa Rosa. È un sabato mattino di novembre e Diana Carillas Pacheco, 18 anni, cammina insieme a sua zia Ruth Isabel Pacheco Ramírez, appena 24enne, su una collina arida e spoglia di vegetazione. La superficie è ricoperta di rocce e pietre irregolari, resti di una miniera d’argento artigianale attiva nei primi anni del XX secolo a Morales, un villaggio di Mataquescuintla, nella regione di Santa Rosa, ultimo baluardo sud-orientale del Guatemala.
Il sole accecante si riflette sulle pietre, amplificando il calore e rendendo la passeggiata delle due ragazze ancora più faticosa del normale. Su quel terreno desolato non cresce nemmeno un filo d’erba. Anche se l’attività estrattiva è cessata circa 90 anni fa, il suolo è rimasto sterile e pietroso, senza ombra di vita.
La miniera della Escobal de Pan American Silver, a San Rafael las Flores (Santa Rosa), continua con lavori di manutenzione, anche se le operazioni minerarie sono bloccate dal 2017. Foto Simona Carnino.
L’eredità della miniera
Dopo circa dieci minuti di camminata e sudore, Diana e Ruth arrivano a una piccola pozza di acqua torbida che proviene da una stretta galleria dall’entrata irregolare, residuo della vecchia miniera sotterranea.
Diana apre una valigetta nera e tira fuori fiale e boccette, un cucchiaino dosatore, reagenti e alcune strisce di carta contenute in una busta d’argento. L’etichetta è chiara: «Kit per il test rapido dell’arsenico».
Con calma, prende in mano una fiala, si sporge dal parapetto della pozza, preleva un campione d’acqua, lo mescola con i reagenti e aspetta 15 minuti. Non un secondo di più, non un secondo di meno. Alla fine, il risultato è inequivocabile: l’acqua contiene più del doppio dei 10 ppb (parti per miliardo) di arsenico consentiti secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, per cui non è adatta al consumo umano.
«In questa zona – spiega Diana Carillas -, i livelli di arsenico sono arrivati addirittura a 100 ppb. Ora è meno concentrato perché qualche contadino deve aver aperto la diga per bagnare gli orti di questa zona, per cui ora l’arsenico è più diluito».
A pochi metri di distanza, anche Ruth si è messa all’opera. Sta misurando il pH, la conducibilità elettrica e il livello di solidi disciolti nell’acqua. «In queste acque abbiamo trovato livelli molto elevati di cadmio, rame, piombo e altri metalli pesanti», spiega la ragazza.
Il drenaggio acido, risultato della lisciviazione utilizzata per separare i metalli dal materiale roccioso con solventi, è uno degli impatti ambientali a lungo periodo dell’attività estrattiva. Nonostante la miniera di Morales sia inattiva da molti decenni, il drenaggio acido è ancora lì, a causa di mancanza riqualificazione al termine dell’attività estrattiva. L’acqua contaminata continua a entrare in contatto con le fonti usate dai contadini per bere e irrigare, esponendo la popolazione al rischio di un’assunzione prolungata di metalli tossici.
«Se questo accade in una miniera abbandonata da decenni, cosa possiamo aspettarci dal drenaggio di una miniera sospesa solo dal 2017?», dice sconsolata Ruth prima di tornare alle sue misurazioni.
Melissa Rodríguez indica i parametri chimici utilizzati per il monitoraggio dell’acqua nel laboratorio di Codidena, Cuilapa, nel dipartimento di Santa Rosa. Foto Simona Carnino.
Codidena e i Tekuanes
Diana e Ruth parlano con il rigore di scienziate riconosciute, anche se non sono né biologhe né ingegnere, né hanno avuto l’opportunità di sedersi tra i banchi di una università. Fanno parte di un gruppo di circa dodici ragazzi della generazione Z, con un’età media di 25 anni, che si fanno chiamare Tekuanes, «guardiani dell’acqua», in lingua xinka. Questo popolo indigeno, insieme ai Garifuna, non appartiene ai 22 gruppi maya del Guatemala.
Dal 2017, i Tekuanes monitorano ogni mese la qualità e la quantità dell’acqua del bacino idrogeologico del fiume Los Esclavos, dove si trovano le installazioni della miniera El Escobal, uno dei maggiori progetti di estrazione d’argento al mondo.
Avviata nel 2013 dalla Tahoe Resources Inc. e ora gestita da Pan American Silver, le attività della miniera sono sospese dal 2017 per mancata consultazione del popolo Xinka, come vorrebbe la Convenzione 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Grazie alla formazione ricevuta dalla Commissione diocesana per la difesa della natura (Codidena) e dall’Osservatorio delle industrie estrattive del Guatemala, i Tekuanes sono diventati un punto di riferimento scientifico per le comunità locali, cui presentano ogni mese, in assemblee pubbliche, i risultati delle analisi sull’acqua. Un lavoro cruciale in un Paese dove i dati ambientali sono scarsi e dove non è mai stata approvata una legge che garantisca la conservazione delle risorse idriche come bene comune.
A quattro chilometri dalla miniera El Escobal, il ventenne Alex Donanzón e cinque compagni siedono sulla riva del lago Ayarza. Stanno eseguondo gli stessi test di Ruth e Diana. «Oggi l’arsenico è superiore a 40 ppb – dice Alex – si può ancora mangiare il pesce, ma non è consigliabile nuotare o bere quest’acqua. È un peccato perché si tratta una zona turistica».
Dall’inizio dei lavori di monitoraggio nella laguna, i livelli di arsenico hanno costantemente superato il limite consentito, così come nella maggior parte del bacino del fiume Los Esclavos.
«I tre impianti di trattamento dell’arsenico purtroppo non servono tutte le comunità – spiega Melissa Rodriguez, 18 anni, seduta accanto ad Alex -. Molte persone bevono l’acqua del rubinetto perché non hanno soldi per l’acqua potabile o per i filtri e quindi rischiano grosso».
Infatti, secondo uno studio svolto da Codidena qualche anno fa, un buon numero di persone di San Rafael Las Flores e Casillas, due comuni vicini alla miniera, che si sono sottoposti alle analisi, avevano arsenico nel sangue. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’esposizione prolungata a questo elemento può causare intossicazione cronica, oltre a lesioni e cancro alla pelle.
«Il Guatemala è un Paese vulcanico e per questo non è adatto all’estrazione mineraria – afferma Amalia Lemus di Codidena guardando la laguna di Ayarza -. I metalli pesanti sono naturalmente presenti nel terreno e le esplosioni sotterranee li rilasciano con una conseguente contaminazione delle acque».
Yordin ripone nella cassa i campioni raccolti nella laguna Ayarza, Santa Rosa. Foto Simona Carnino.
La consultazione
La miniera El Escobal è uno dei megaprogetti minerari più grandi del Guatemala e dell’America centrale. Copre più di 19 chilometri quadrati e ha una licenza mineraria fino al 2038. A causa della mancata consultazione del popolo indigeno che dovrebbe avvenire nel 2025, le sue operazioni sono sospese dal 2017 per decisione della Corte costituzionale,
«Io sono Xinka», dice José Valvino Quinteros, mentre passa ad Alex un’ampolla d’acqua della laguna di Ayarza.
«I proprietari della miniera sostenevano che il popolo Xinka non esistesse, approfittando del fatto che, prima degli Accordi di pace del 1996, era proibito usare la lingua indigena che – spiega Alex – di conseguenza si è persa. Tuttavia, il nostro popolo vive qui da prima della colonizzazione spagnola».
E, in effetti, nel comune di sono stati distrutti completamente alcuni siti archeologici e cerimoniali propri della cultura Xinka per far posto alle installazioni della miniera, come è stato documentato in un recente studio sull’impatto culturale e spirituale del progetto minerario El Escobal.
Diana Carillas Pachecose prepara il kit per il monitoraggio dei livelli di arsenico. Foto Simona Carnino.
Quale ricchezza?
Mentre la consultazione del popolo indigeno Xinka è in corso, PanAmerican silver si dedica ai lavori di manutenzione delle installazioni con la speranza di riprendere l’estrazione al più presto. «L’azienda continua a pompare le acque in eccesso dalle gallerie per evitare che vengano danneggiate dalle fonti sotterranee – spiega Amalia Lemus -. Questa attività è comunque pericolosa per l’ambiente perché ha già portato al prosciugamento di tredici sorgenti per noi vitali».
Le esplosioni sotterranee con dinamite, usate per estrarre il materiale roccioso ricco di argento, hanno avuto gravi ripercussioni sulle case e sugli edifici delle comunità vicine. «La gente ha dovuto trasferirsi dal villaggio di La Cuchilla, che si trova esattamente sopra la miniera, perché le case erano crepate e la zona è stata dichiarata inabitabile», continua Alex, mentre ripone le fiale in una valigetta blu.
La miniera di El Escobal ha riaperto il grande dilemma tipico di tutte le comunità coinvolte, volenti o nolenti, in grandi progetti di impatto ambientale: ma la miniera porta o non porta ricchezza?
Nel dipartimento di Santa Rosa, più del 67% della popolazione vive in povertà, così come il 100% degli sfollati di La Cuchilla. La maggior parte della popolazione si dedica a un’agricoltura familiare, non intensiva, di cipolle, pomodori e caffè. «Anni fa, i mercati nazionali rifiutavano i nostri prodotti perché pensavano che fossero contaminati dalle acque acide e piene di cianuro che uscivano dalla miniera – ricorda Lemus -. In realtà, non c’erano prove, ma la percezione generale ha influito negativamente sulla nostra economia».
Inoltre, le royalties, sia obbligatorie che volontarie, pagate dalla miniera sono state spese principalmente per i costi amministrativi, invece che per l’istruzione, la cultura e la salute, fattori chiave per ridurre la povertà.
In questo contesto, di fatto le condizioni di precarietà e di impoverimento educativo si sono aggravate, lasciando in un futuro incerto la comunità indigena.
Diana Carillas Pacheco mira Ruth Isabel Pacheco Ramírez medir el nivel de ORP- Potencial de Oxido Reducción en el agua en el drenaje de la mina artesanal, cerrada hace 90 años, en Morales, Mataquescuintla, 29.10.2024
Lotta, criminalizzazione, emigrazione
Oltre ai costi economici, il progetto minerario ha causato un conflitto che ha portato alla disgregazione sociale della comunità. «Più volte la popolazione è scesa in piazza contro la miniera e si sono verificati numerosi scontri violenti con la polizia – racconta Ruth dalla sua postazione di monitoraggio presso la vecchia miniera -. Nel 2014 qualcuno ha ucciso Topacio Reynoso Pacheca, un attivista ambientale di 16 anni, e il crimine a oggi è ancora impunito».
In un contesto segnato da un lungo conflitto sociale, le intimidazioni e le violenze contro i difensori dell’ambiente sono diventate una realtà quotidiana.
A volte, Ruth e Diana non sono sole quando monitorano l’acqua del fiume Escobal, proprio accanto alla miniera. «Ci fanno volare i droni a pochi metri sopra la testa – dice Diana, con un mezzo sorriso -. Ma ormai ci siamo abituate. Non abbiamo più paura».
Anche la madre di Diana era una scienziata comunitaria come lei. Un giorno però ha deciso di migrare negli Stati Uniti per motivi economici e, a quel punto, la lotta ambientale è passata nelle mani della figlia. «A volte penso che me ne andrei anch’io se potessi… Non so. Poi, però, mi rendo conto di quanto sia importante ciò che stiamo facendo e alla fine mi convinco a stare qui…», dice Diana, guardando avanti, combattuta tra pensieri contrastanti.
«Questi ragazzi sono straordinari. Se non fosse per loro, non sapremmo nemmeno che acqua stiamo bevendo – conclude Amelia Lemus -. Tuttavia, i conflitti causati dalla miniera spingono molte persone a migrare e, a volte, anche alcuni dei nostri scienziati decidano di andarsene».
Le gemelle Melissa e Cecilia Rodríguez, con José Valvino Quinteros, al lavoro nel laboratorio di analisi di Codidena, a Cuilapa, Santa Rosa. Foto Simona Carnino.
Scienziati per necessità
Alla fine della giornata, Alex, Ruth, Diana e tutti gli altri scienziati comunitari chiudono le loro valigette e salgono sul pick up che li riporta alle loro case nelle comunità vicine alla miniera. La scienza è una vocazione più che un lavoro. Per tirare avanti, la maggior parte di loro coltiva e vende caffè biologico, senza l’uso di fertilizzanti chimici, in armonia con l’ambiente.
«A volte penso: che ne sarà di noi? L’acqua è inquinata e mi chiedo che speranza possiamo avere con i nostri 20 anni… D’altra parte, so che questo territorio un giorno sarà nostro, quindi dobbiamo prendercene cura al meglio», conclude Alex prima di tornare a casa.