La Bolivia post socialista fra dialogo e incertezza

Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata, racconta la sua esperienza in Bolivia, dove ha vissuto dal 2013 al 2023, e fornisce qualche chiave di lettura del presente.

«Quando arrivai in Bolivia, nel 2013, il Paese era un laboratorio a cielo aperto, impegnato a rendere concreti i principi sanciti dalla Costituzione del 2009, che riconosceva l’esistenza, il valore e il diritto a vivere (secondo la loro cultura) dei popoli originari». Suor Stefania Raspo è una missionaria della Consolata che oggi è in Italia come consigliera generale del suo Istituto. Descrive così il fermento che animava il Paese nei primi anni di questo secolo, dopo che il cammino popolare guidato dal Movimiento al socialismo, Mas, il partito di sinistra fondato dal leader indigeno di etnia aymara, Evo Morales@, aveva portato alla redazione di una nuova Costituzione. Il primo articolo definiva la Bolivia Stato unitario sociale di diritto plurinazionale comunitario@.

C’era un’alchimia, continua suor Stefania, che univa una forte identità di popolo a uno sforzo di riappropriazione di quella stessa identità a livello politico e sociale. I colonizzatori spagnoli e, dopo di loro, l’élite fondatrice della Repubblica nel XIX secolo, avevano impedito in modo sistematico ai popoli originari di godere degli stessi diritti della popolazione di origine europea. Questi popoli rappresentano tuttora una grossa parte della popolazione: secondo il censimento del 2024, su 11,3 milioni di boliviani, sono stati 4,3 milioni i cittadini che hanno risposto di autoidentificarsi come appartenenti a un popolo indigeno originario: il 38% del totale. I gruppi etnici più consistenti sono i popoli Quechua, Aymara e Guaraní. I primi due vivono principalmente nella zona dell’Altopiano e contano circa 1,6 milioni di persone ciascuno, mentre il popolo guaraní, il terzo più numeroso, conta 103mila persone.

La scuola plurinazionale

Un esempio molto chiaro dell’alchimia fra l’identità di popolo e la sua declinazione in chiave sociopolitica è quello della riforma del sistema scolastico. Suor Stefania ha potuto osservare più da vicino rispetto ad altri settori, grazie a una lunga collaborazione con i maestri rurali della zona di Vilacaya, dipartimento di Potosí, nella parte del Paese occupata dalle Ande, dove ha lavorato dal 2013 al 2023.

La riforma doveva adattare il sistema educativo, sia pubblico che privato, ai valori della nuova Costituzione. Doveva farlo mettendo insieme la lingua e le conoscenze dei popoli originari, con lo studio in lingua spagnola e anche in inglese. Il risultato è stato una scuola trilingue, che aveva programmi specifici a seconda dell’area geografica.

«Tutto questo ha richiesto un grande sforzo di aggiornamento da parte dei maestri – racconta suor Stefania -, che hanno dovuto rimettersi a studiare. E ha anche permesso a molti di loro di prendersi una laurea».

Se per diventare maestri era bastato loro un titolo di scuola secondaria acquisito con un corso di 4 anni, il nuovo Programma di formazione complementare (Profocom) per gli insegnanti in servizio, totalmente finanziato dallo Stato, permetteva a maestre e maestri di formarsi ottenendo al contempo il titolo accademico di Licenciatura (laurea, appunto)@.

Ci sono state anche delle resistenze: «Lasciare una forma mentis per entrare in un’altra non incontrava l’interesse e la visione politica e socioculturale di tutti. Ma è stato bello assistere a questo sforzo di valorizzare le culture all’interno di un sistema educativo che fosse anche aperto al mondo».

La Bolivia e il mondo

Il mondo, a sua volta, si è aperto alla Bolivia nel decennio che suor Stefania ha passato a Vilacaya. Un esempio è quello delle telecomunicazioni: «Quando sono arrivata, c’era solo il collegamento, senza internet, e per trovare il segnale bisognava camminare fino alla cima di una collina. Dieci anni dopo c’erano antenne 4G un po’ ovunque».

La rete e la disponibilità di smartphone sta cambiando la vita delle persone di Vilacaya, ma molto lentamente: si tratta comunque di una zona senza grandi traffici commerciali, dove continua a restare viva la pratica del baratto. Solo di recente si è diffuso l’uso del denaro e sono arrivate le carte di debito, preferite soprattutto dalla parte più giovane della popolazione, la quale tende anche a usare di più la lingua spagnola rispetto alle generazioni precedenti.

Diverso è il ritmo a cui si muove l’economia nelle valli orientali, i cosiddetti Llanos, la zona che confina con il Brasile e che ha visto, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, una decisa accelerazione incentrata sull’allevamento e sulla produzione agricola, in particolare di riso.

Con il suo maggior peso economico, la zona delle valli orientali ha iniziato ad avere anche un maggior peso politico, che nel passato si era invece concentrato nella zona andina, o Altipiano, e sub andina (le Valles)@, dove si trovano le miniere di metalli e le riserve di gas naturale, che sono state, tuttora sono, le voci trainanti dell’economia.

Questo affermarsi delle valli orientali, in un certo senso, costringe a bilanciare la visione diffusa della Bolivia come Paese andino: «Lo è, certo: per un terzo del suo territorio», spiega suor Stefania, «ma non bisogna dimenticare che due terzi della superficie della Bolivia sono Amazzonia». Rientrano nel cosiddetto bioma amazzonico, ovvero il complesso di ecosistemi in cui prevale la foresta pluviale, ma che include anche altri ecosistemi, come savane e praterie.

L’Amazzonia si estende su nove stati dell’America meridionale@ e sta subendo anche nella sua parte boliviana una forte deforestazione.

Quale Bolivia dopo il socialismo?

Lo scorso novembre, dopo vent’anni di governo del Mas, un politico di destra moderata ha vinto le lezioni. Si chiama Rodrigo Paz Pereira e il suo slogan è «capitalismo para todos», che – come ha scritto Missioni Consolata@ all’indomani delle elezioni – consisterebbe in un’apertura al libero mercato senza dimenticare le riforme sociali del Mas che hanno permesso a molte persone di uscire dalla povertà estrema.

«Se fino ad agosto la Bolivia era allineata con i Paesi socialisti dell’America Latina, a cominciare da Venezuela e Cuba», dice suor Stefania, «il primo atto del nuovo presidente è stato quello di avvicinarsi agli Stati Uniti, fino a quel momento il principale avversario». È presto, secondo suor Stefania, per dare qualunque giudizio su questo governo. Quel che è certo, però, è che Paz eredita un Paese con una crisi economica molto profonda e una grave mancanza di liquidità. «Lo stato dava sussidi alle importazioni del carburante coprendone la metà del costo, questo ha dissanguato le casse pubbliche. Ora la destra ha tolto queste sovvenzioni, anche spinta dalle imprese, che preferiscono avere benzina e gasolio al doppio del prezzo di prima che non averne per niente». Il risultato, riportava Bbc Mundo a dicembre, è che la benzina è passata da 0,53 dollari a un dollaro al litro e il gasolio a 1,58 dollari@.

Proprio sui temi economici sono iniziate le tensioni fra il governo e la Central obrera boliviana, Cob, il potente sindacato che anche negli anni di Morales ha organizzato numerose proteste e blocchi stradali che, non di rado, sconfinavano nello scontro fisico fra manifestanti e polizia.

«Forse è solo un’impressione», continua suor Stefania, «ma mi sembra che questo governo stia provando a negoziare di più del precedente con le parti sociali: la legge di bilancio del 2025 è stata modificata anche in base al confronto e al dialogo con i sindacati».

Il dialogo con i popoli originari

Il dialogo è il grande protagonista del racconto di suor Stefania e, più in generale, del lavoro delle suore della Consolata in Bolivia. «Come Missionarie della Consolata, nel nostro vivere con i popoli nativi puntiamo molto al dialogo interculturale. A noi piace chiamarlo “dialogo interspirituale”, anche se il termine non esiste. Significa condividere le esperienze dell’incontro con Dio». Un tratto tipico della missione ad gentes che, assicura la missionaria, arricchisce tantissimo. Antropologa di formazione, ha trovato in questo dialogo anche un valido alleato per i suoi studi: dopo la laurea in filosofia con indirizzo antropologico a Torino, ha avuto la possibilità di perfezionarsi proprio in Bolivia, con un lavoro sull’esperienza del divino e del sacro, approfittando di un approccio alla disciplina «molto localizzato, come è comune in America Latina, dove l’antropologia cerca di distinguersi dalla matrice delle due grandi scuole, quella inglese e quella statunitense».

Lontano dall’essere solo un esercizio teorico, il dialogo interspirituale è un «dialogo di vita, del giorno per giorno, con il vicino di casa, con le persone che incontri, scoprendo delle ricchezze grandissime che ti insegnano a crescere nella fede e nel rapporto con Dio». 

La zona di Vilacaya è ancora molto legata alle proprie radici ancestrali e lo si vede specialmente in due aspetti: la relazione con i santi, «molto inculturata nella realtà e nella cosmovisione locali», e quella con la Madre Terra, che fonda l’esistenza e dà significato a tutto. Da questo emerge una devozione vissuta in modo molto «vivo ed esistenziale», una capacità di fede e di relazione con l’altro che riesce a essere sia immediata che profonda.

Questa devozione si è codificata anche in momenti di ritualità, ma è ancora una volta il dialogo del giorno per giorno che ha fornito a suor Stefania gli esempi più potenti: «Le persone in quelle zone sono in genere molto pacate nell’esprimersi, ma ricordo l’intensità con cui, una volta, un signore mi parlò della sua relazione con la Madre Terra: mimava con le mani il gesto del raccogliere i doni della terra e quello del ringraziare. Si emozionò nel farlo, e fece emozionare anche me. Qualcuno definisce idolatria i culti della Madre Terra, a me sembra invece una capacità di entrare in contatto con tutto quello che ci circonda. Una capacità che avevamo anche noi – io ricordo di averla assaporata con la mia famiglia, per via delle mie origini contadine – ma l’abbiamo un po’ persa per strada».

Fare con gli altri

Se si lavora a livello pastorale in America Latina, riflette suor Stefania, ci si trova quasi sempre a dover coprire spazi enormi con pochi agenti pastorali e a volte si rischia di perdersi un po’ nel correre di qua e di là. Ma concentrarsi sul dialogo aiuta anche a contenere questo rischio: «Sono i maestri rurali, che conoscono bene tutte le famiglie e le problematiche, ad averci fatto da ponte per capire i bisogni delle comunità». E il bisogno più chiaro era quello del sostegno all’istruzione.

L’area di Vilacaya è molto colpita dal cambiamento climatico e dalla desertificazione, che va avanti da 40 anni: il verde scompare e resta il deserto. Questo è ovviamente un problema per una società contadina, che si impoverisce perché non è più in grado di vivere con i prodotti della terra. Spesso la sola possibilità è la migrazione, stagionale o definitiva, e nei villaggi restano solo le persone più umili. «Le scuole primarie sono piccole, ma ci sono, e le comunità hanno indicato come bisogno prioritario quello di sostenere i ragazzi nello studio, sia con materiale e risorse didattiche, sia con l’alimentazione». In questo secondo caso, le iniziative delle suore sostengono le mense, oppure il solo programma di merenda, «che di fatto è un pasto a tutti gli effetti, come riso e lenticchie o un piatto di pasta».

Per ora non si registrano casi di vera e propria malnutrizione, «ma gli ultimi anni sono stati molto duri e diverse famiglie sono venute a bussare alla nostra porta per chiedere cibo».

Le suore della Consolata non hanno iniziative nell’ambito della salute o dell’accesso all’acqua, perché «lo Stato finora ha portato avanti in modo efficace l’assistenza sanitaria capillare anche nelle aree rurali». Gli attuali tagli alla spesa pubblica dovuti alla difficile situazione finanziaria del Paese, tuttavia, sono preoccupanti e occorrerà monitorarne gli effetti sulle fasce più fragili della popolazione.

Un’altra iniziativa è il sostegno a corsi universitari per ragazze. «L’Università in Bolivia è molto cara e le donne incontrano grandi ostacoli a entrare nel mondo del lavoro. Il progetto che abbiamo sostenuto ha già permesso a quattro ragazze di finire i corsi universitari o comunque di istruzione post secondaria. Sono ragazze che vengono da famiglie numerose che non potrebbero sostenerle negli studi».

La cooperazione delle Missionarie della Consolata può contare sull’organizzazione «Allamano fra i popoli», che fino al 2025 è stata una onlus e ora sta facendo il passaggio a ente del terzo settore. «Una sorella all’ufficio progetti raccoglie le richieste di aiuto dalle missioni e, a partire da quelle, presentiamo ai donatori una realtà e una cifra da raccogliere»@.

«Se dovessi dirti una cosa della mia esperienza in Bolivia che oggi farei in modo diverso», conclude Stefania, «forse mi concentrerei di più sullo studio della lingua all’inizio della missione: molte persone – specialmente le donne – capiscono lo spagnolo, ma non lo parlano, e la lingua quechua mi avrebbe aiutato a entrare meglio in relazione con loro. Sono invece molto soddisfatta delle visite alle comunità, che cerchiamo sempre di fare con una certa frequenza».

Non è insolito che le persone si sentano abbandonate dalla Chiesa: i territori sono così vasti che i sacerdoti non sempre riescono ad arrivare dappertutto. Quanto alle autorità pubbliche, a volte trascurano certe zone perché non ci sono abbastanza elettori e le comunità non hanno quindi peso politico. «Per questo, visitare una comunità e vedere la gioia delle persone che non si sentono più abbandonate mi ha sempre emozionato molto. È tempo ben speso».

Chiara Giovetti

Fonti

La Bolivia in dati

  • Nome: Stato plurinazionale della Bolivia
  • Capitali: Sucre e La Paz
  • Popolazione: 11.365.333 (censimento 2024), di cui 4,3 milioni si autoidentificano come appartenenti a una nazione o a un popolo indigeno originario o afroboliviano
  • Estensione: 1.098.581 km² (tre volte l’Italia), di cui 65% bioma amazzonico
  • Lingue: spagnolo (8,1 milioni di persone), quechua (1,4 milioni), aymara (775mila), guaraní (44mila) e altre 34 lingue ufficiali
  • Gruppi etnici principali: Quechua (1,65 milioni); Aymara (1,59 milioni); Guaraní (103 mila)
  • Moneta: boliviano (pari a 7,85 euro, media 2025)
  • Pil: 55 miliardi di dollari Usa (1/43 di quello italiano)
  • Crescita annuale -1.12% (2024)
  • Aspettativa di vita alla nascita: 69 anni (2023)
  • Popolazione urbana: 71,24% (2023)
  • Accesso all’elettricità: 99,9% (2022)
  • Accesso individuale a internet: 70,2% (2023)
  • Esportazioni: 58% minerali (zinco, stagno, piombo, argento, oro, litio, tungsteno e altri); 12% idrocarburi (soprattutto gas naturale); 20% prodotti alimentari; 10% altro
  • Importazioni: 30% combustibili e lubrificanti (soprattutto gasolio e benzina), 27% prodotti industriali (ad esempio siderurgici o chimici); 16% beni strumentali come macchinari e attrezzature; 10% articoli di consumo; 9% mezzi di trasporto; 6,7% cibo e bevande; 1,3% altro



Brasile. Il peso degli alberi (e quello della soia)

In Brasile, deforestazione e popoli indigeni sono due temi collegati. Lo sono ancora di più in un anno elettorale come il 2026. Il prossimo 4 ottobre, infatti, le urne saranno aperte per scegliere il presidente, i membri del Congresso e quelli delle assemblee statali. In questa situazione, tutti i potenziali candidati – sia del governo che dell’opposizione – cercano visibilità per raccogliere consensi e voti.

L’opposizione di destra, da tempo maggioritaria al Congresso, continua a portare avanti gli interessi degli imprenditori dell’agrobusiness che vorrebbero liberà d’azione in Amazzonia e sulle terre indigene. Va ricordato che la cosiddetta bancada ruralista (Frente parlamentar da agropecuária, Fpa) conta 344 iscritti (di vari partiti) su un totale di 594 parlamentari (precisamente, 513 deputati e 81 senatori). Dati questi numeri, non stupisce che il «marco temporal» (il limite temporale del 5 ottobre del 1988 che determinerebbe il diritto dei popoli indigeni alla terra) sia ancora vivo e vegeto, pur essendo stato dichiarato incostituzionale dal Tribunale supremo (Supremo tribunal federal, Stf), l’ultima volta a inizio gennaio. Si tratta però di una vittoria incompleta in quanto «i non indigeni possono rimanere sul territorio finché non ricevono l’intero risarcimento richiesto» ovvero il diritto costituzionale dei popoli indigeni viene subordinato al diritto patrimoniale dei latifondisti. Questa incertezza fa sì che il «marco temporal» rimanga un fantasma che aleggia sulla testa dei popoli indigeni.

A dire il vero, su ambiente e diritti indigeni, Lula e il suo governo possono annoverare alcuni successi. Sono di questi ultimi mesi due dati positivi. Il primo parla di una riduzione annuale dell’11 per cento della deforestazione dell’Amazzonia attestatasi a «soli» 5.796 km². Il secondo si riferisce alla diminuzione del 98 per cento in un anno delle miniere illegali (garimpos) all’interno della Terra indigena yanomami.

Anche nel 2025, la deforestazione dell’Amazzonia si è ridotta, ma rimane comunque impressionante. Il Congresso brasiliano, dominato dalla «bancada ruralista», non conosce ripensamenti. Dati ufficiali Inpe.

Tuttavia, a fronte di questi numeri, tra agosto e dicembre 2025, sono passate misure potenzialmente devastanti. In primis, le leggi 15.190 e 15.300 sulla semplificazione delle licenze ambientali, che il Congresso ha varato respingendo – come accade regolarmente – i veti imposti dal presidente Lula. Facilitando i permessi per l’esecuzione delle opere, queste norme apriranno la strada a una maggiore deforestazione, abusi ambientali e violazione dei diritti delle popolazioni indigene e nere. Anche in questo caso la battaglia per fermare le norme approvate dai parlamentari è stata messa sulle spalle dell’Sft.

La seconda prevede l’asfaltatura della strada – la rodovia Br-319 iniziata nel 1976 ma mai completata – che collega Porto Velho (Rôndonia) con Manaus (Amazonas) tagliando in due la foresta amazzonica per 885 chilometri. A questo progetto, che faciliterebbe le invasioni e la disboscamento di questa parte dell’Amazzonia occupata da territori indigeni e riserve biologiche, il presidente non si è mai opposto considerandolo un’occasione di sviluppo.

«Lula è ben intenzionato – spiega con realism fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata a Boa Vista -. Credo che abbia capito che la difesa della natura e dei popoli indigeni possono originare ripercussioni positive, specialmente all’estero, ma discretamente anche all’interno del Brasile. Però, in vista delle elezioni, deve fare i conti con chi conta nel Paese: i politici, i mezzi d’informazione, il capitale. Così, per poter far passare i progetti a cui tiene di più deve accarezzare i ricchi».

Paolo Moiola




Mondo. Trattori e popoli indigeni

Lo scorso 20 dicembre, i paesi latinoamericani del Mercosur – Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay -, riuniti a Foz do Iguaçu, avevano utilizzato due termini – «disappunto» e «fiducia» – per commentare l’improvviso rinvio della firma finale sull’accordo commerciale con l’Unione europea. Era successo che, da parte europea (in particolare, da Francia, Italia e Polonia) erano stati sollevati alcuni problemi, prevedibili ma mai seriamente affrontati.

In discussione dal lontano 1999, il trattato prevede che, nell’arco di dieci anni, Unione europea e Mercosur (Mercosul) riducano o azzerino i dazi liberalizzando l’import-export di beni industriali (europei: macchinari, automobili, prodotti chimici, prodotti farmaceutici, moda) e di prodotti agricoli e minerari (latinoamericani: carne bovina, soia, pollame, mais, minerali rari). Con i 270 milioni di abitanti del Mercosur, l’intesa creerebbe un libero mercato di circa 780 milioni di consumatori, il più grande al mondo. Circolano previsioni a due cifre – probabilmente gonfiate alla bisogna – sull’incremento delle esportazioni, la variabile su cui i fautori dell’accordo hanno sempre insistito.

L’opposizione all’accordo nasce dagli agricoltori europei che temono di finire fuori mercato a causa di prodotti latinoamericani che sarebbero venduti a prezzi inferiori e senza i controlli europei su estrogeni, antibiotici, fungicidi, insetticidi, erbicidi. Come ha riassunto la professoressa Alessia Amighini su lavoce.info, c’è il timore «di un’invasione di prodotti agricoli e alimentari non conformi agli elevati standard tecnici, fitosanitari e igienici posti a protezione dei consumatori europei e a salvaguardia di una concorrenza leale nei confronti dei produttori europei».

Lo scorso 20 dicembre, il presidente brasiliano Lula (al centro) ha ospitato la riunione del Mercosur (Mercosul) per discutere del trattato con la Ue. Foto Ricardo Stuckert-PR.

Tuttavia, dopo 26 anni di discussioni, non si poteva non arrivare a un compromesso. È stato raggiunto il 9 gennaio: più soldi e protezioni agli agricoltori europei da parte della Ue. La soluzione non ha però soddisfatto tutto il «popolo dei trattori», una parte del quale non si fida delle garanzie promesse ed è scesa di nuovo in piazza. Alla fine, la maggioranza dell’Unione ha dato il via libera con il «sì» del governo italiano e il «no» di Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda e l’astensione del Belgio.

I problemi lamentati dagli agricoltori europei sono reali. Ma non sono gli unici: sugli altri, governi, imprese e associazioni di categoria (come l’italiana Confindustria) fanno finta di niente o li pongono alla fine della lista delle priorità. Così come fanno la maggior parte dei media e dei centri di ricerca (come l’italiano Ispi). Si tratta di questioni sollevate da anni da varie organizzazioni ambientaliste (come Climate action network o Greenpeace), contadine (come Via campesina) e dei diritti umani (come la Cúpula dos Povos o il Conselho indigenista missionário). Il riferimento è ai gravi problemi del sistema di produzione latinoamericano fatto di latifondi e monocolture, a scapito dell’Amazzonia, della biodiversità, del clima, dei popoli indigeni. In altri termini, è l’opposizione al modello estrattivista, predatorio e distruttivo proprio dell’agrobusiness.

Visti i pessimi rapporti con gli Stati Uniti di Trump e i dubbi sulla Cina di Xi Jinping, per l’Unione europea al momento c’è un’unica certezza: l’obbligo di aprirsi strade alternative per sopravvivere in un mondo sempre più competitivo. L’accordo con i paesi del Mercosur risponde a questa esigenza. Detto questo, la firma del trattato dovrà tradursi in azioni adeguate che tengano conto dei problemi degli agricoltori europei, ma anche di quelli sollevati da tutte le organizzazioni che non hanno come unici parametri di riferimento l’allargamento del commercio e il profitto.

Paolo Moiola




Brasile. Le tristi verità della Cop30

Basta leggere il documento finale della trentesima «Conferenza delle parti» (Cop30) sul cambiamento climatico di Belém per rimanere con l’amaro in bocca. Le promesse iniziali si sono infrante proprio lì, nella terra do açai, nel cuore dell’Amazzonia, evidenziando tutte le contraddizioni di quella che doveva essere la «Cop della Verità».

Si intitola «Global mutirão decision», ma in realtà nessuna decisione concreta è stata presa e non c’è stato alcun consenso globale; al contrario, soltanto l’ennesima conferma dell’accentuata frammentazione della comunità internazionale rispetto al cambiamento climatico.

Tra i due termini presi ovviamente dalla lingua egemonica, è però riuscito ad insinuarsi un concetto – quello di mutirão, dal tupi-guarani moti’rõ – mutuato dall’ethos e dal modo di vivere dei popoli indigeni. Tramandato da tempi ancestrali, questo dispositivo sociale che prevede uno sforzo collettivo e solidaristico per la realizzazione di un servigio in favore di un membro della comunità, viene così trasposto nel tempo presente. Solo che, in questo caso, a beneficiarne è il Pianeta stesso.

La partecipazione di 900 indigeni, seppure in veste di meri osservatori («party overflow», cioè letteralmente «fuori delegazione») – o «kuntari katu» (letteralmente «quelli che parlano bene»), come hanno scelto di autodefinirsi ricorrendo ancora una volta ad un termine della lingua «generale» amazzonica – alla programmazione ufficiale dell’evento, ha rappresentato senza dubbio un fatto senza precedenti nella storia delle Cop.

E se – in più occasioni – «la zona azul» che ospitava le negoziazioni è stata teatro di proteste da parte di diversi gruppi indigeni è perché questi continuano a essere esclusi dalle decisioni che li riguardano. I grandi progetti infrastrutturali ed energetici recentemente promossi dal governo Lula sono, infatti, in palese contrapposizione con le dichiarazioni che riconoscono l’importanza della delimitazione e protezione dei territori indigeni e tradizionali come strumento di mitigazione e lotta al cambiamento climatico e i diritti dei popoli e comunità su di essi.

Nell’agosto 2025, il presidente brasiliano ha firmato il decreto 12.600/2025che trasforma tre fiumi amazzonici –  Tapajos, Tocantins e Madeira – da fonte di alimento, cultura e spiritualità di popoli indigeni, quilombolas, ribeirinhos in merce nelle mani di grandi imprese private. Sempre nell’area del Tapajos, oltre all’idrovia omonima, è prevista anche una ferrovia, ribattezzata «ferrograo», perché trasporterà prodotti agricoli (e minerari) dal Mato Grosso verso i porti del Parà. Infine, nell’ottobre scorso, la Petrobras ha ricevuto l’autorizzazione da parte dell’Ibama alla trivellazione di pozzi esplorativi di petrolio a 150 km dalla foce del rio delle Amazzoni.

Il riconoscimento di 14 nuove terre indigene e l’apertura di un dialogo sul progetto Tapajos hanno rappresentato solo una magra consolazione. Si stima che altre 70 terre siano in attesa di essere delimitate, ma il processo è lento e oneroso. Intanto, proprio durante la Cop, l’ennesimo leader, esponente del martoriato popolo Guarani Kaiowa, è stato ucciso durante la retomada (rioccupazione) del territorio ancestrale.

Per questo gli indigeni rimasti fuori dalla Cop (circa 6.000) si sono uniti alle 70mila persone dei movimenti sociali, popoli delle foresta, del campo, delle periferie, per portare la propria voce al «Vertice dei popoli» e per le strade della città nella «marcia per il clima».

Nel fallimento generale, la Cop30 sarà ricordata per il protagonismo dei popoli indigeni. Foto Silvia Zaccaria.

Tra le rivendicazioni: la demarcazione dei territori, madre di tutte le battaglie, e l’accesso diretto al finanziamento climatico per sviluppare strategie di protezione, adattamento e monitoraggio basate sulle conoscenze millenarie indigene integrate con la scienza occidentale, piuttosto che dubbie soluzioni finanziarie come il Tropical forest forever facility (finanziamenti aggiuntivi per i paesi che agiscano per la conservazione delle proprie foreste tropicali).

Fuori dalla zona azul ho reincontrato Mario Wapichana, già coordinatore della Coiab e oggi articolatore del Fondo Podaali, «donare senza aspettarsi nulla in cambio», destinato al rafforzamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia. Aveva lasciato la terra indigena Serra da Lua appena tredicenne per studiare nella scuola di formazione dei Missionari della Consolata a Surumù, in quella che oggi è l’area indigena Raposa Serra da Sol, in Roraima. Mi racconta di essere stato approcciato dalla Petrobras che sta già effettuando delle prospezioni in un’area indigena di quello stato. «Gli ho riposto: “Non se ne parla neanche”».

Dopo 27 anni, Mario è tornato nella sua comunità dove incoraggia i parenti a studiare e laurearsi per occupare sempre più posizioni chiave nella società «bianca». Oggi ci sono docenti universitari, avvocati, giornalisti ma anche curatori di musei (a Belém, ben due esposizioni sono di curatela indigena).

Mentre la rioccupazione degli spazi fisici arranca, gli indigeni guadagnano sempre più spazio a livello simbolico e permeano gradualmente la società con i propri valori e visioni di futuro radicate nell’ancestralità. Un contributo prezioso, forse più di tanti vertici, allo sforzo comune per provare a salvare il pianeta.

Silvia Zaccaria




Brasile. Cop30, un diario alternativo

Belém (novembre 2025). La «Cop della verità», come l´ha definita il presidente brasiliano Lula nella cerimonia di apertura dell’evento, inizia per me con una videochiamata con Davi Kopenawa, leader e sciamano yanomami noto a livello mondiale da quando fu protagonista del Vertice della Terra/Eco-92 di Rio. Più di trent’anni dopo, il Brasile torna a essere protagonista del dibattito sul futuro dell’Amazzonia e del pianeta.

Gli domando per quando è previsto il suo arrivo a Belém. «Ho preso una brutta influenza a Brasilia, ma ci sarò. Lì ho respirato molta benzina; con il clima secco la terra si surriscalda ed emette un mefítico odore di petrolio».

Nella parte finale del suo discorso, Lula ha citato proprio uno dei passaggi più famosi di Kopenawa: «Nelle città il pensiero è oscurato, offuscato ed ostacolato dal rumore delle macchine», nella speranza che – invece – «la serenità della foresta possa infondere in ciascun partecipante la chiarezza di pensiero necessaria per vedere» quale strada percorrere per invertire la rotta.

In un emozionante incontro con i rappresentanti del Consiglio nazionale dei seringueiros per rendere omaggio alla memoria di Chico Mendes, la ministra dell’Ambiente Marina Silva ha affermato che sarà la luce della poronga (lampada usata nel lavoro notturno dai raccoglitori di caucciù nelle foreste dell’Acre da cui tanto Silva che Mendes sono originari), a illuminare il cammino.

Mentre Davi è coinvolto in varie riunioni nella parte ufficiale dell’evento, i suoi «parenti», soprattutto dello stato del Pará di cui Belém è la capitale e dagli stati confinanti di Amazonas, Tocantins, Maranhão, Amapà e Mato Grosso, si ritrovano nel «Vertice dei popoli» (Cúpola dos povos). Sono Kayapò, Wai Wai, Katxuyana per citarne alcuni.

Per l’evento inaugurale hanno solcato le acque del fiume Guamà oltre 300 imbarcazioni, tante quante sono le lingue parlate dai popoli indigeni, per celebrare simbolicamente la diversità socio-culturale del Paese che fa da specchio a quella naturale.

«La morte della foresta è la fine della nostra vita» recita lo striscione dei manifestanti davanti alle lampade (la «poranga» è la lampada dei raccoglitori di caucciù) che illuminano il cammino. Foto Silvia Zaccaria.

Mentre fuori risuona il ritmo del Carimbò, genere musicale e danza tipica della regione, nei vari spazi di dibattito, le rivendicazioni di tutti quei gruppi sociali «periferici» – indigeni ma anche pescatori tradizionali, ribeirinhos, raccoglitrici di cocco – che, paradossalmente, proprio per essere gli ultimi custodi del pianeta, maggiormente subiscono le aggressioni del sistema economico, si mescolano e si amplificano. 

Sulle t-shirt sono impressi slogan che invocano giustizia: «Nessuno profani la tua terra»; «Silenzio, la terra sta parlando», «La morte della foresta è la fine della nostra vita» fino a «Dal fiume al mare Palestina libera», che assume un significato particolarmente forte qui dove le acque dolci del rio delle Amazzoni con tutti i suoi affluenti si uniscono a quelle dell’Oceano.

Delle giovani Mundurukù filmano un coro di bambini e il canto mesto di un pescatore del rio Tocantins che sembra quasi un lamento per la morte dell’ambiente naturale della sua infanzia, che gli ha garantito sinora cibo e lavoro.  Presto il «Pedral do Lourenco», una conformazione geologica rocciosa di 35 chilometri, verrà letteralmente fatta esplodere per consentire, anche nella stagione secca, il passaggio sul fiume Tocantins delle grandi navi cariche di soia ed altre commodities dal centro sud verso il porto di Barcarena, da dove vengono esportate. Il ritornello recita «Lourenço, Lourenço», perché, in Amazzonia, persino le rocce hanno un nome.

Silvia Zaccaria (da Belém)




Tra i figli di Omama

L’anniversario della missione Catrimani. Per i missionari della Consolata, Catrimani significa Yanomami. È la missione simbolo tra un popolo ormai conosciuto a livello mondiale. Dalla sua fondazione, avvenuta nel 1965, sono trascorsi sessant’anni. Da allora, molte cose sono cambiate.

Il logo della missione Catrimani. Foto Paolo Moiola.

La missione Catrimani si trova nella Terra indigena yanomami (Tiy), in un’area amazzonica di difficile accesso. «I viaggi in aerotaxi sono molto costosi, superando il costo dei viaggi internazionali. I tragitti in canoa sono molto pericolosi a causa delle cascate. Gli spostamenti a piedi da o verso la città durano dai cinque ai sei giorni». A parlare è suor Mary Agnes Njeri Mwangi, missionaria della Consolata originaria del Kenya.

Le missionarie arrivarono nell’odierna Roraima il 12 maggio del 1949. Nel 1953, padre Riccardo Silvestri, pioniere delle spedizioni dei missionari della Consolata, condusse quattro donne Yanomami alla loro casa di Boa Vista. L’evento fu una prima assoluta. Da allora, le suore iniziarono le relazioni con gli Yanomami, a partire dalla «Casa do indio» (Casai) e dalla casa di cura «Hekura Yano», entrambe a Boa Vista.

Nel 1965, i missionari fondarono Catrimani (riquadro a pag.13): quest’anno, dunque, la missione nella foresta amazzonica ha compiuto sessant’anni. Le suore la visitavano di tanto in tanto. Dal 1990, però, la loro presenza è divenuta stabile.

Vista dall’alto della missione, del fiume Catrimani e della pista d’atterraggio. Foto Guglielmo Damioli.

Suor Mary ha lavorato a Catrimani fino al 2024 per un totale di ventitré anni. È stata infermiera e formatrice di educatori. A Catrimani, fin dalla fondazione, l’obiettivo dei missionari della Consolata è stato la presenza tra la gente, il contatto diretto con gli indigeni, l’apprendimento della lingua, come dei costumi, della cultura, dell’etica e dell’arte. Chiediamo a suor Mary se questa metodologia ha evitato che i non indigeni si trasformassero in conquistatori venuti in terra altrui per imporre il proprio credo.

«Lo abbiamo evitato perché abbiamo fatto un’evangelizzazione che non cerca la conquista ma si svolge con umiltà e rispetto per l’alterità di ogni persona. Questo avviene attraverso incontri basati sul dialogo interreligioso, interculturale e interspirituale. È questo dialogo che costruisce relazioni sane, liberatrici e trasfor-

mative perché ogni interlocutore condivide la propria esperienza. Gli Yanomami offrono la loro “teologia”, un sistema di pratiche spirituali e saggezza in cui spiegano i nuovi e antichi misteri della loro vita. Da parte sua, la missionaria condivide la propria esperienza, basata sulla lettura della Parola di Dio e guidata dalla teologia cristiana».

Nella cosmologia degli Yanomami il creatore si chiama Omama. Il mediatore tra il mondo degli spiriti e quello degli Yanomami è lo sciamano (xapuri in lingua yanomae, xama o pajé in lingua portoghese). Tutto è spiegato: la creazione del mondo, gli enigmi dell’esistenza umana, il male e la felicità. Anche la strada da seguire è indicata.

«Per il popolo Yanomami l’imperativo etico è essere “moyamɨ” – ci spiega suor Mary -. Essere felici è sinonimo di essere moyamɨ, cioè abbracciare virtù e valori umani. Essere Yanomami capaci di fare scelte con audace prudenza, con coscienza per il bene comune, con generosità, consapevoli che l’accumulo di beni ha valore solo se condiviso e che un defunto sarà ricordato solo per la sua generosità, perché tutto ciò che lascia dopo la morte sarà cancellato».

Yanomami, missionari e ospiti dialogano durante la celebrazione dei 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto Caro Zacquini.

Anni difficili

Gli Yanomami – conosciuti nel mondo anche per merito dell’opera di Davi Kopenawa (sciamano e grande amico di fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata) – vengono da anni difficili: fame, malattie, invasione e distruzione della propria terra.

«È vero. Gli Yanomami sono conosciuti nel mondo per il loro modo di essere – un popolo che mantiene le proprie credenze, lingue, costumi e tradizioni -, ma anche a causa dell’invasione del proprio territorio, demarcato e ratificato nel 1992. Oggi il popolo Yanomami si trova ad affrontare nuove sfide. Per accedere ai benefici concessi dallo Stato brasiliano – aiuti familiari (bolsa familia), pensioni per gli anziani, servizi remunerati all’interno delle comunità – gruppi di indigeni compiono lunghi viaggi in barca o a piedi verso la città per prelevare denaro dalla banca. L’espressione “ya pihi oke” (sono con pensieri vuoti) è molto comune tra i giovani Yanomami, poiché sono intrappolati tra i “due mondi” della città e della foresta».

«Per recuperare salute e benessere della popolazione – ammette suor Mary -, la strada è ancora lunga. L’acqua del fiume Catrimani assomiglia a un caffè con latte, immagino per causa dei garimpeiros e dell’inquinamento da mercurio. L’Amazzonia e le sue ricchezze sono ambite da molti. Eppure, secondo me, ci sono ancora possibilità di salvarla. Prendersi cura della casa comune è importante per indigeni e non indigeni. Speriamo che la Cop30 di Bélem (la conferenza sul clima di novembre 2025, ndr) sappia prendere le decisioni corrette».

Chiediamo alla missionaria di raccontarci una sua giornata tipo. «A Catrimani la giornata dipendeva da dove mi trovavo, o in una maloca (la tipica abitazione indigena, ndr) o nelle semplici case di legno della missione.

In maloca, la mia giornata poteva iniziare con i discorsi del leader, con il canto del gallo o con le parole di un rituale sciamanico, soprattutto se qualcuno era malato. Alle tre del mattino, le famiglie riaccendevano il fuoco per poi rimanere in silenzio nelle loro amache fino all’alba. Vivevo la mia giornata al ritmo della gente, una donna tra le donne Yanomami: lavoro nell’orto, tempo per la pesca, preparazione della selvaggina, momenti di condivisione e di dialogo».

Un compleanno è anche un tempo di consuntivi: quanti Yanomami passano dalla missione? «In verità – confessa la suora -, non saprei dire quante persone frequentino Catrimani. Tuttavia, credo di non sbagliarmi se dico una media di trecento persone a settimana. Nel lungo periodo trascorso lì, ho notato che il flusso aumentava ogni anno, anche perché la zona è un punto di incontro per gli indigeni che passano da una maloca all’altra durante le feste. Capita poi sovente che gruppi di indigeni vengano in barca a prendere i missionari per visitare e svolgere insieme qualche lavoro nelle loro maloche. Altre volte gli Yanomami vengono da noi per partecipare ai corsi presso il centro di formazione Yano Theã. Altri ancora vengono per cure o accompagnano i loro familiari ricoverati in una piccola capanna annessa al centro sanitario della missione. E poi, naturalmente, ci sono gli imprevisti, sempre numerosi. Tra noi missionari si dice che la volontà di servire la gente richiede una prontezza pari a quella di un “vigile del fuoco”».

Yanomami assistono ai festeggiamenti per i 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto Carlo Zacquini.

Mamme yanomami

Le indigene incinte e le giovani madri sono da sempre oggetto di particolare attenzione da parte di missionari e missionarie.

Suor Mary non si tira indietro neppure quando la domanda cade su una questione delicata come la pratica yanomami – un tempo diffusa – di eliminare i neonati più fragili, o quelli che non riescono a sostenersi autonomamente.

«Posso dire che le donne yanomami si sentono sfidate e preoccupate per i loro neonati fragili. Una gravidanza a meno di due anni dall’ultimo parto lascia le donne yanomami con una certa insicurezza, poiché la loro quotidianità richiede frequenti viaggi avanti e indietro nella foresta alla ricerca di cibo e per la pesca. In un ambiente selvaggio come la foresta è sempre una sfida camminare trasportando ceste con bambini sulla schiena o tenendoli per mano. Le questioni relative alla cura dei bambini fragili e disabili sono state, quindi, oggetto di dialogo tra missionari e donne yanomami. Il team missionario ha promosso adozioni per le famiglie di coppie che non si sentono in grado di prendersi cura del neonato. Nel corso dei sessant’anni anni di presenza tra il popolo yanomami di Roraima, alcuni bambini sono stati cresciuti dalle stesse suore missionarie della Consolata e successivamente affidati alle loro famiglie».

Ritratto di ragazza yanomami. Foto Carlo Zacquini.

Yanomami 2.0

Un’altra cosa ha cambiato la quotidianità in maniera significativa: l’arrivo in foresta dei collegamenti internet. Se ne sono avvantaggiati i garimpeiros, ma anche gli stessi Yanomami. «Da quasi un anno – racconta suor Mary -, missionari e indigeni hanno accesso a internet. Questa è una novità per Catrimani e altri villaggi del territorio yanoma- mi».

Internet è una porta d’accesso al mondo che sta fuori della foresta amazzonica. «Esatto. Per esempio, i giovani yanomami trovano su Google i benefici statali di cui possono godere come indigeni, e subito diffondono la notizia in ogni modo possibile. E ancora: gli Yanomami possono comunicare con i loro parenti negli ospedali o con chi è in città per qualche commissione. Attraverso internet, si monitora l’organizzazione di incontri di formazione promossi da associazioni come Hutukara, che ha sede a Boa Vista. A mio parere, ne ha beneficiato anche il processo di alfabetizzazione perché i giovani amano inviare messaggi tramite WhatsApp».

Come sempre accade, la novità non ha portato soltanto benefici nella vita degli Yanomami.

«Questo è certo – conferma la missionaria -. Gli aspetti negativi non mancano: alcuni giovani e bambini trascorrono troppo tempo sul cellulare, trascurando i propri impegni verso la comunità. Inoltre, a volte, internet alimenta odio e controversie intercomunitarie a causa della trasmissione di messaggi mal interpretati». Accade ovunque. Ora anche in Amazzonia.

Paolo Moiola

Fratel Carlo Zacquini con due sorelle yanomami in occasione dei 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto archivio Carlo Zacquini.

Il ritorno.
Quelle canoe per Catrimani

Boa Vista. Lo scorso agosto sono tornato alla missione Catrimani. Mancavo da nove anni. L’ultima volta che vi ero stato risaliva – infatti – all’ottobre del 2016, in occasione dell’Vlll assemblea di Hutukara, l’organizzazione degli Yanomami. All’epoca erano presenti, tra gli altri, Davi Kopenawa, padre Corrado Dalmonego e Claudia Andujar, la nostra fotografa (al tempo non ancora internazionalmente famosa come lo è oggi).

Nove anni sono tanti. Quindi, quando i padri Bob Mulenga e Filbert Nkanga, attuali responsabili della missione, mi hanno invitato a partecipare alla festa per i 60 anni di Catrimani ho accettato con piacere.

Gruppo di Yanomami in canoa sul fiume Catrimani. Foto Guglielmo Damioli.

Arrivato in loco, la prima cosa che mi ha impressionato è stata vedere l’arrivo sulla pista in terra battuta della missione di aerei monomotori che trasportavano pacchi alimentari («cestas básicas» contenenti soprattutto farina, riso e cibi in scatola) per la popolazione indigena. Un’operazione costosissima per le casse federali che ha arricchito molte persone tra politici, militari e imprese private (come le locali compagnie di aereotaxi).

Un’altra cosa che ho notato è stata la proliferazione di nuovi villaggi, vari dei quali nati dall’«astuzia» degli indigeni, che approfittano delle nuove opportunità offerte dallo Stato. In pratica, ogni villaggio yanomami ha diritto ad alcuni servizi con personale stipendiato da Brasilia: microscopisti, agenti indigeni di sanità, insegnanti. Così, però, può accadere che, gestendo queste situazioni e il relativo flusso di denaro, alcuni giovani yanomami finiscano per avere molto più potere che qualsiasi leader tradizionale.

Sulla salute ho avuto notizie confortanti. Infatti, nei dintorni della missione, pare che la malaria si sia molto ridotta. La spiegazione può essere dovuta alla riduzione del numero dei garimpeiros presenti sul territorio indigeno.

Inoltre, nella comunità yanomami, ho notato l’assenza di alcuni anziani, che erano stati portati in città a fare le pratiche per ricevere una sorta di pensione mensile. Molte di queste novità sono certamente positive per la vita della popolazione indigena, ma – lo dico con preoccupazione – allo stesso tempo stanno incentivando pericolose forme di paternalismo.

Questo ritorno a Catrimani mi ha fatto venire in mente il mio lungo percorso con gli Yanomami.

Tutto ebbe inizio negli ultimi mesi del 1965. Dovevo iniziare a insegnare meccanica nella nostra scuola professionale nel quartiere di Calungá, a Boa Vista. Fu da quella postazione privilegiata che ebbi l’opportunità di assistere alla partenza delle prime canoe missionarie, guidate dai padri Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi (quest’ultimo con precedenti esperienze di visita ai popoli detti «incontattati» sui fiumi Apíaú e Ajaraní).

Con loro, un piccolo gruppo di uomini abituati al lavoro e alla vita nella foresta, alcuni dei quali indigeni (il tikuna José Peruano). Sulle canoe portavano: un motore fuoribordo, amache per dormire, carburante, provviste da cucina, attrezzi da lavoro (asce, machete, pale, zappe, ami e lenze da pesca, fucili e cartucce per la caccia), corde, una piccola radio per ascoltare i messaggi di un’emittente di Boa Vista, una piccola farmacia e decine di altri oggetti preziosi per sopravvivere in mezzo alla foresta vergine, a molti chilometri e molti giorni di viaggio da qualsiasi centro urbano.

Le canoe salparono dal rio Branco verso la foce del rio Catrimani, per poi risalire quel fiume fino a incontrare le prime tracce degli indigeni «incontattati». Fu un’uscita quasi silenziosa, pacifica e veloce. In pochi minuti furono fuori dalla mia vista, nascosti dalla foresta.

Due anni dopo – all’inizio di gennaio del 1968 – sarebbe toccato a me partire per Catrimani. Ci sarei arrivato in aereo invece che in canoa e senza minimamente immaginare le sfide che avrei dovuto affrontare. A distanza di molto tempo, posso però dire che quello trascorso alla missione Catrimani è stato – probabilmente – il periodo più bello della mia vita.

Carlo Zacquini*
Missionario della Consolata, grande conoscitore del mondo indigeno brasiliano e yanomami in particolare,
fondatore e responsabile del «Centro di documentazione indigena» (Cdi) di Boa Vista (Roraima, Brasile).

Aeroplani e Yanomami sulla pista in terra battuta della missione Catrimani. Foto Nino Leto.

Amazzonia, voli aerei e internet
Gli alti costi della modernità

Arrivare in foresta in un paio d’ore invece che in giorni, riuscire a comunicare con gli Yanomami che stanno in città o in altri villaggi. Questi sono vantaggi innegabili, ma innegabili sono anche i costi, e non soltanto quelli di carattere monetario.

Prendiamo i servizi di taxi aereo. Quanti invasori sono stati portati in foresta da questi aerei? Quanto oro è stato trasportato dalle miniere illegali aperte in territori indigeni? Parliamo, ad esempio, del servizio di «Voare táxi aéreo», impresa aerea di Boa Vista che domina il mercato amazzonico. La compagnia ha in essere decine di contratti sottoscritti con entità federali (tra cui il ministero della Salute e la Funai, la fondazione per i popoli indigeni), la gran parte dei quali ottenuti senza alcuna gara d’appalto. Guarda caso la proprietaria di Voare táxi aéreo è una deputata federale, Helena da Asatur. L’imprenditrice e il marito, Renildo Evangelista Lima, sono indagati anche per reati elettorali. A peggiorare il quadro, l’uomo è stato sorpreso con 500mila reais (circa 80mila euro) in contanti nascosti nella biancheria intima durante un controllo di polizia. Insomma, quella di Boa Vista è una compagnia aerea al centro di numerosi scandali.

Ancora più delicata è la questione della rete internet in Amazzonia, praticamente monopolio di una sola società, la Starlink di Elon Musk, il multimiliardario statunitense di estrema destra, personaggio divisivo come pochi altri al mondo. La sua società – arrivata in Brasile nel 2022 durante il mandato presidenziale di Jair Bolsonaro, amico del miliardario – ha preso piede rapidamente non avendo concorrenti. Adesso la rete satellitare di Musk arriva in molte comunità indigene e tutti i garimpeiros ne sono forniti facilitando enormemente le loro attività illegali. Su Starlink permangono, inoltre, importanti dubbi sia per l’imprevedibilità del suo proprietario sia per l’utilizzo dei dati da essa raccolti.

Pa.Mo.

Da sinistra, padre Filbert Nkanga (Tanzania), sciamano yanomami Davi Kopenawa, suor Argentina Paulo (Mozambico), fratel Carlo Zacquini (Italia), padre Bob Mulega (Uganda), suor Eunice Wairimu (Kenya). Foto archivio missione Catrimani.



Brasile. Porre veti non basta più

In Brasile, tra governo Lula e Congresso è ormai una lotta quotidiana: il primo alleato dei popoli indigeni, il secondo lanciato per cancellarne i diritti costituzionalmente previsti.

L’ultima battaglia si è consumata lo scorso 8 agosto quando il presidente, sostenuto dalle ministre Marina Silva (ambiente) e Sonia Guajajara (popoli indigeni), ha posto il veto totale o parziale su 63 delle quasi 400 disposizioni normative previste dal progetto di legge nº 2.159/2021 («Lei geral do licenciamento ambiental», Legge generale sulle licenze ambientali), approvato dal Congresso in data 17 luglio 2025, meglio conosciuto come «Pl da devastação», progetto legislativo di devastazione.

L’8 agosto 2025 la ministra dell’ambiente Marina Silva ha incontrato i media per spiegare i veti posti dal presidente Lula alla legge sulle licenze ambientali («Lei do licenciamento ambiental»). A questo punto, la domanda è: il Congresso accetterà di discuterne o boccerà i veti presidenziali come successo con la «Lei do marco temporal»?
Foto Marcelo Camargo-Agência Brasil.

L’idea del Congresso, dominato dagli esponenti dell’agrobusiness («bancada ruralista») e dell’ex presidente Bolsonaro, è quella di semplificare e velocizzare i permessi ambientali.

Le organizzazioni ambientaliste e indigene avevano chiesto un veto totale al disegno di legge, ritenendolo incostituzionale in diverse parti e avvertendo che avrebbe potuto portare a un ulteriore aumento della deforestazione (pure in territori delicatissimi come quelli che ospitano la «Mata atlantica») e a una nuova spinta all’occupazione di territori indigeni.

Il veto totale non c’è stato. Il presidente Lula, ben consapevole di non averne il controllo, sta tentando un approccio dialogante con il Congresso. Tuttavia, va ricordato un precedente che non fa ben sperare: la legge n. 14.701 del «limite temporale» (lei do marco temporal), promulgata dal Congresso nazionale nel dicembre 2023 e in vigore da allora, nonostante numerose questioni relative alla sua costituzionalità. Anche in quell’occasione ci furono veti totali o parziali di Lula, ma quasi tutti furono annullati dal Congresso e la norma è entrata in vigore. Con effetti immediati: quella legge ha intensificato i conflitti sulle terre indigene che sono passati da 800 a circa 2.000 (udienza pubblica dello scorso 5 agosto). Anche la Camera di conciliazione della Suprema corte federale non ha portato, al momento, ad alcun risultato.

Il drammatico scenario attuale viene descritto nell’ultimo rapporto «Violenza contro i popoli indigeni del Brasile» (Violência contra os povos indígenas do Brasil) del Consiglio indigenista missionario (Cimi), una pubblicazione fondamentale per capire la situazione degli indigeni brasiliani.

In tutto questo, per il Paese si sta avvicinando un evento internazionale di grande importanza, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop30), prevista per novembre a Belém, porta d’ingresso dell’Amazzonia brasiliana.

Paolo Moiola




Tra gli «uomini liberi»

Emarginati, pur essendo maggioranza, nel nome della fondazione dello Stato moderno. Vogliono mantenere la loro identità, ma hanno meno opportunità e servizi. L’alternativa è l’assimilazione, e la rinuncia alla propria cultura. Molti, però, resistono.

Boumalne Dadès. Arriviamo da Est nella cittadina dell’Alto Atlante, nel Marocco centrale, percorrendo la larga N10. Svoltiamo verso Nord imboccando la più stretta R704. Lentamente, la strada inizia a salire con curve che seguono i fianchi rocciosi della montagna.

Alzando lo sguardo, i nostri occhi sono intrappolati da un tripudio di rocce rosse, talmente alte da formare una barriera che quasi nasconde il cielo azzurro. Se, invece, ci rivolgiamo verso il fondo della valle, veniamo rapiti da un susseguirsi di oasi, costellate di alberi verdi, corsi d’acqua e campi coltivati.

Il contrasto profondo che ci circonda è spettacolare. Non a caso, il luogo che stiamo attraversando, le Gole del Dadès, è annoverato tra i più belli del Marocco. Una tappa spesso imprescindibile per molti dei turisti che affollano le vie e i souk – i mercati tipici – di Marrakech e Fès.

Man mano che ci inoltriamo nel fondo della valle, la folla si dirada. A Tamellalt (una delle località più turistiche delle Gole), ci lasciamo alle spalle il grosso dei pulmini e dei visitatori. Molti, infatti, non oltrepassano la Montagne des doigts de singe (rocce che per la loro conformazione particolare ricordano le dita di una scimmia).

Giù nelle Gole

Noi invece proseguiamo e, qualche chilometro più avanti, incontriamo Mohamed. Esile e non tanto alto, scende velocemente da uno scooter e ci raggiunge con passo deciso. È un ragazzo del luogo che ci accompagnerà nell’esplorazione di una piccola porzione delle Gole del Dadès. Per qualche minuto, percorriamo a piedi il bordo della strada asfaltata. Poi, imbocchiamo uno sterrato che scende di qualche decina di metri, portandoci sul fondo della vallata. Pian piano, il paesaggio roccioso si trasforma in un’oasi verde.

Incontriamo una donna intenta a lavorare nei campi e alcune bambine che ci sorridono. Risaliamo dall’altra parte delle Gole e ci imbattiamo in qualche casa. Siamo arrivati a Imzzoudar, il villaggio di Mohamed.

Di un rosso cupo, le abitazioni si confondono con le montagne tutt’intorno. «I muri di mattoni – spiega Mohamed – sono ricoperti di un miscuglio di sterco, fango ed erba, un ottimo isolante, sia d’estate che d’inverno».

Il silenzio è rotto solo dal vociare allegro delle bambine. Sebbene il punto più panoramico delle Gole del Dadès sia qualche chilometro più avanti – quando la strada si inerpica decisa su per la montagna con stretti tornanti – siamo ormai fuori dalle rotte turistiche tradizionali. La maggior parte della gente non si avventura fuori dalla strada principale.

Medina di Marrakech

La kasbah

«Il nostro villaggio è povero. Viviamo soprattutto di agricoltura di sussistenza». Mohamed indica la donna nei campi. «Qualcuno riesce a sfruttare il turismo, aprendo delle strutture ricettive lungo la R704 o facendo da guida ai viaggiatori che vogliono visitare le Gole del Dadès».

«La strada asfaltata qui non arriva. Però, abbiamo una scuola» continua Mohamed. Con orgoglio, aggiunge: «E ovviamente c’è anche una kasbah». D’altronde, siamo nella «Valle delle fortezze». È un territorio che comprende diverse vallate e si estende per centinaia di chilometri, tra la città di Ouarzazate (a circa 200 chilometri a Sud Est di Marrakech) ed Errachidia (nei pressi del deserto).

Lo sguardo di chi attraversa questa regione è catturato dal continuo susseguirsi di ksar, antiche cittadelle fortificate, e kasbah, edifici signorili con funzione difensiva. Generalmente costruite con la tecnica del pisé (terra battuta e fango compressi e mescolati con altri materiali come paglia e piccoli ciottoli), queste strutture formano un tutt’uno con l’ambiente desertico e montagnoso circostante.

In epoca precoloniale, la Valle delle fortezze era strategica. Si trovava lungo le rotte commerciali transahariane percorse dalle carovane di mercanti che vendevano oro, schiavi e spezie. Spesso, i commercianti, pagando una tassa, trovavano ristoro in questi luoghi fortificati, dove la sicurezza delle loro merci era garantita. Nell’area, quindi, era fiorita una nobiltà locale in grado di costruire edifici sempre più imponenti, spesso decorati con motivi geometrici.

Gole del Dadès

Per raggiungere la kasbah di Imzzoudar, percorriamo una strada sterrata che fiancheggia affascinanti sculture rocciose.

L’edificio è imponente, anche se abbandonato da tempo (a differenza di altri ksar e kasbah, a Imzzoudar non c’è stata un’opera di restauro). Oggi, lo spiazzo di fronte alla struttura è diventato un campetto da calcio dove – tra sassi e polvere – i bambini del villaggio si divertono nel tempo libero.

Mentre ci racconta della funzione difensiva della kasbah, Mohamed ci fa fare il giro dell’edificio. Le mura, ornate di torri, sono alte e solide, leggermente inclinate verso l’interno. Le finestre, rare e strette, ci ricordano la funzione difensiva della struttura.

Saliamo su alcune rovine e osserviamo la valle all’imbrunire, mentre il sole scende dietro le montagne.

Questione di nomi

Le kasbah, i ksar, le decorazioni geometriche di cui sono costellati e le tecniche costruttive, sono tutti elementi tipici dell’architettura berbera, e narrano la storia e le vicende tribolate degli abitanti originari del Marocco e di buona parte del Maghreb (dall’arabo «al-Maghrib», «luogo dove tramonta il sole»), non a caso chiamato anche «Barberìa» («Paese dei Berberi»).

È proprio dei Berberi, la sua gente, e delle loro condizioni di vita, che Mohamed ci parla, mentre torniamo giù nelle Gole. Anche se, piuttosto che «berbero» – termine derivante dal romano «barbarus» (a indicare chi non parlava greco o romano e quindi era considerato incolto) e dall’arabo «al-barbar» (usato dai geografi per i popoli del Maghreb) – Mohamed preferisce definirsi «Amazigh». Una parola che significa «uomo libero» in lingua tamazight, il dialetto berbero diffuso ancora oggi nell’Alto e Medio Atlante.

Definendosi amazigh, i berberi rivendicano un tratto distintivo della loro storia: l’avere continuato a difendere la propria identità, anche quando le terre su cui hanno sempre vissuto erano controllate da stranieri intenzionati a eliminare qualsiasi forma di diversità culturale e linguistica.

Furono soprattutto gli arabi (arrivati nel Maghreb tra il 600 e il 700 d.C.) a costringere i Berberi a convertirsi all’islam (abbandonando il cristianesimo e altre fedi tradizionali considerate eretiche) e a utilizzare l’arabo come lingua ufficiale. Un’imposizione forzata che continuò, a fasi alterne, nei secoli successivi per consolidarsi a partire dal 1956, quando il Marocco raggiunse l’indipendenza dalla Francia.

L’«arabizzazione»

Il primo obiettivo dell’élite arabofona che aveva guidato il Marocco all’indipendenza fu la creazione di uno Stato nazione, in grado di lasciarsi rapidamente alle spalle l’esperienza coloniale.

Nell’intento di eliminare qualsiasi segno del dominio europeo, la lingua e la cultura araba furono individuate come elementi distintivi e unitari del nuovo Marocco. L’esistenza di altre identità – a partire da quella berbera – fu negata, e la pluralità linguistica e culturale del Paese fu rifiutata. Il processo di «arabizzazione» fu imposto nel tentativo di creare uno Stato fondato su due pilastri: la religione islamica e la lingua araba.

I nomi delle città, quando rievocavano una tradizione berbera, furono arabizzati. Nell’insegnamento della storia a scuola, venne rimosso qualsiasi riferimento ai Berberi in quanto abitanti originari del Paese. La lingua araba divenne l’unica ammessa nell’amministrazione e nell’istruzione, nonostante la maggioranza della popolazione parlasse dialetti berberi (usati ancora oggi da circa 20 dei 38 milioni di abitanti del Marocco). L’anno dell’indipendenza, la cattedra di lingua e letteratura berbera all’Università di Rabat fu abolita. L’uso dei dialetti berberi – di origine camitica e con un proprio alfabeto, il tifinagh – nei luoghi pubblici e nei mezzi di informazione era praticamente impossibile, se non addirittura – in alcune fasi storiche – proibito. Così, coloro che non conoscevano l’arabo si trovarono tagliati fuori dai servizi pubblici di base con un impatto drammatico sulla qualità della vita. Nel 1996, addirittura, una legge vietò ai genitori di dare nomi berberi ai figli.

Per decenni, lo Stato marocchino non tollerò alcuna diversità, né sul piano dell’identità, né dal punto di vista linguistico-culturale. Gli intellettuali e gli attivisti che rivendicavano e difendevano l’identità berbera – chiedendone il riconoscimento come elemento fondante della nazione marocchina – erano sistematicamente arrestati o posti sotto sorveglianza.

Chi invece decideva di rinunciare all’identità berbera, conformandosi a quella araba, riusciva a raggiungere posizioni importanti nell’amministrazione pubblica o in politica. Ma erano pochi. La maggioranza dei berberi – circa il 60% della popolazione marocchina a inizio anni Duemila – rimase confinata nelle regioni più povere, dove i servizi pubblici e gli investimenti statali scarseggiavano, collocandosi sempre più ai margini della società.

Souk di Marrakech

Diritti apparenti

Nel 2011, la nuova Costituzione, frutto delle rivendicazioni della Primavera araba (nella quale i movimenti berberi ebbero un ruolo cruciale), riconobbe per la prima volta la multiculturalità dello Stato. Tra gli elementi fondanti del Marocco furono incluse anche la lingua e la cultura berbera. Furono previsti l’insegnamento del berbero nelle scuole e tutele maggiori per le tradizioni e le usanze di questo popolo.

Sulla carta, il Marocco non era più solo arabo e islamico. Ma Mohamed ci mette subito in guardia: il riconoscimento dell’identità berbera come elemento costitutivo della nazione marocchina, oggi, è ancora ben lontano dall’essere realizzato. E per spiegarci cosa intende, ci parla di sé.

«Io e la mia famiglia coltiviamo un campo e sopravviviamo principalmente grazie a quello che raccogliamo. Quando capita, accompagno i turisti a fare un giro nelle Gole del Dadès». Per una passeggiata di un paio d’ore nella valle chiede 100 dirham (la moneta marocchina, corrispondente a circa 10 euro).

Eppure Mohamed parla berbero, arabo, francese e inglese. Oltre a sapere un po’ di spagnolo, cinese e tedesco. Ma non vede altro futuro per sé se non restare a Imzzoudar, coltivare e condurre qualche visita guidata ogni tanto. «Anche se decidessi di andare a fare la guida a Marrakech (dove in media la retribuzione per una visita di tre ore si aggira sui 500 dirham (50 euro, ndr), farei molta fatica a trovare lavoro perché sono berbero».

Tra le parole e i fatti

Le discriminazioni, infatti, persistono. Nelle maggiori città del Paese, i lavori più redditizi e di prestigio restano nelle mani degli arabi. Le regioni a maggioranza berbera sono prevalentemente rurali e si reggono su agricoltura e turismo. Le ricchezze del sottosuolo sono sfruttate dalle multinazionali straniere, con un impatto disastroso sull’ambiente circostante e sulla salute della popolazione locale.

In molti casi, questi territori mancano dei servizi pubblici essenziali. Nella regione settentrionale del Rif (regione montuosa e boschiva nel Nord del Marocco), ad esempio, l’analfabetismo riguarda metà della popolazione sopra i 15 anni (nel resto del Paese si ferma al 37%). Mentre il tasso di disoccupazione supera la media nazionale del 20% e il lavoro informale è, per molti, fonte primaria di reddito.

Sulle montagne dell’Atlante, le strutture sanitarie si contano sulle dita di una mano e sono situate a grandi distanze le une dalle altre. La maggioranza dei villaggi amazigh non è collegata alle reti elettrica e idrica nazionale.

Chi rivendica maggiori diritti e tutele rischia la repressione. Nel 2016, ad esempio, nel Rif, gli attivisti del movimento Hirak – che chiedevano giustizia sociale, diritti economici e rispetto per l’identità berbera – sono stati inibiti dalla polizia. I leader sono stati arrestati in modo arbitrario e sottoposti a processi poco trasparenti.

Perciò, ancora oggi, ci sono Berberi che, per sfuggire a questa situazione di povertà e marginalizzazione, decidono di rinunciare alla propria identità. Ma Mohamed non lo farebbe mai: «Il fatto che sono berbero non è scritto da nessuna parte. Quindi, se volessi, potrei dire che sono arabo. Ma se lo facessi, tradirei la mia gente e rinnegherei la mia identità».

Per lui, l’appartenenza al suo popolo è più forte di tutto. E, nonostante le costrizioni e le limitazioni che ancora oggi caratterizzano il sistema sociopolitico marocchino, Mohamed dentro di sé continua a sentirsi un amazigh, un «uomo libero».

Aurora Guainazzi

Telouet

Il movimento Hirak
Resistere, contro ogni colonialismo

Abitata prevalentemente da Berberi, la regione settentrionale del Rif ha una lunga tradizione di lotta per la difesa della propria identità.

Già nel 1921, i suoi abitanti inflissero alle truppe coloniali spagnole – che volevano estendere il proprio controllo sull’area – una delle peggiori sconfitte per gli europei in Africa. Dopo la nascita del Marocco nel 1956, invece, il tentativo del Rif di rivendicare la propria indipendenza, tra il 1957 e il 1958, fu represso nel sangue dall’esercito di Rabat. Da quel momento, la regione è stata marginalizzata economicamente, politicamente e culturalmente, temendo, il governo, soprattutto il forte sentimento identitario berbero.

Nel 2016 però – dopo la morte di Mouhcine Fikri, un venditore di pesce, per mano della polizia – il malcontento dei rifiani è esploso. A catalizzarlo è stato il movimento Hirak che, a forte trazione berbera, tra le altre cose, chiedeva di rispettare e preservare l’identità e la lingua berbera, rilasciare i prigionieri politici e costruire infrastrutture essenziali (come un ospedale oncologico, un’università e industrie per la lavorazione del pesce), coinvolgendo gli abitanti della regione nella loro pianificazione.

Inizialmente, le manifestazioni – organizzate sui social media – sono state pacifiche. Poi però, quando è iniziata la repressione della polizia, gli attivisti hanno risposto con la guerriglia. Il leader dell’Hirak, Nasse Zefzafi, noto per le sue proteste pacifiche, è stato arrestato nel maggio 2017.  Accusato di sedizione e cospirazione è stato condannato a vent’anni di carcere. Le Nazioni Unite e Amnesty International considerano il suo arresto arbitrario. Anche diversi giornalisti indipendenti sono stati costretti a cessare il proprio lavoro di copertura delle proteste.

Oggi, il movimento Hirak sopravvive tra la diaspora berbera in Francia e Belgio. Mentre la marginalizzazione politica, economica e culturale dei territori berberi continua.

A.G.

Medina di Marrakech



Amazzonia, via i cercatori d’oro

Dopo quattro anni pessimi per la terra indigena, con il governo Lula la situazione è migliorata. A livello legislativo, però, la lobby latifondista non arretra. Intanto bande armate controllano porzioni di territorio. E gli indigeni hanno un progetto per proteggersi.

«Io sono Júlio Ye’kwana, del popolo Ye’kwana, vivo nella foresta amazzonica, nella regione chiamata Javaris, in Brasile, vicino al confine con il Venezuela». Incontriamo il leader indigeno a Roma, durante un viaggio di sensibilizzazione. Il suo popolo vive nella Terra indigena yanomami (Tiy), area protetta riconosciuta dal governo federale del Brasile nel 1992.

Nel Nord della Tiy si trovano cinque comunità ye’kwana, per un totale di circa 700 persone. In Venezuela, nella zona confinante, ve ne sono altre settemila. Gli Yanomami in Tiy sono, invece, circa 30mila.

«Ho quarant’anni. Sono presidente dell’associazione Wanaseruma, che partecipa alla lotta per la difesa dei diritti dei popoli indigeni e contro gli invasori della Tiy. Per questo motivo siamo in partenariato con diversi altri enti della società civile. Sono entrato nel movimento indigeno a fine 2017. Quando sono diventato presidente, ho iniziato a viaggiare per presentare quello che succede nella nostra terra».

Occhi neri e sguardo fiero, Julio non sembra spaesato nella Roma «caput mundi».

Continua con piglio deciso: «Ho imparato molto dal popolo Yanomami, in particolare dal suo leader Davi Kopenawa (cfr. MC giugno 2024). La sua lotta mi ha ispirato molto. Oggi non è più solo, gli si sono affiancati diversi leader che portano avanti la lotta per i due popoli».

Júlio è stato invitato nella capitale italiana dai Missionari della Consolata in occasione della canonizzazione di Giuseppe Allamano, lo scorso ottobre. I missionari lavorano in Tiy dal 1965.

Manifestantes aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)

Una legge pericolosa

Ci parla subito di una questione che, in Brasile, preoccupa molto i popoli indigeni. È il cosiddetto «Marco temporal» (ne abbiamo già scritto su MC, a partire da novembre 2023).

La legge numero 14.701 del 2023 è stata approvata dal Congresso (il parlamento brasiliano), ma il Supremo tribunale federale (Stf, la più alta istanza giudiziaria), l’ha dichiarata incostituzionale. Il Congresso (composto dai rappresentanti dei poteri forti, tra i quali i latifondisti, quindi a maggioranza anti-indigena), però, ha ignorato la sentenza e, paradossalmente, la legge è tutt’ora valida.

«Gilmar Mendes, un giudice del Stf ha creato una struttura complessa, chiamata istanza di conciliazione – spiega Júlio -. Vorrebbe essere un tavolo di concer- tazione sul Marco temporal al quale siano rappresentati i proprietari terrieri, i leader indigeni e il Governo. L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a un accordo. La Piattaforma dei popoli indigeni del Brasile (Apib, Articolação dos povos indigenas do Brasil), della quale fanno parte molte associazioni, riflettuto se partecipare o no e ha deciso per il sì, ma quando ha visto che la negoziazione non era chiara, si è ritirata. A quel punto, Gilmar Mendes ha chiesto al ministero dei Popoli indigeni (guidato dalla ministra Sônia Guajajara) di indicare altri leader. La ministra ha indicato tutte persone facenti parte di qualche ministero o di enti governativi. Il risultato è stato che la società civile indigena non era rappresentata. E, cosa ancora più grave, sta creando conflitto tra associazioni indigene e Governo».

Júlio ci spiega cosa è il Marco temporal: «È una legge molto pericolosa, che mette in discussione il diritto dei popoli indigeni alla loro terra, perché apre la possibilità per imprenditori e privati, ad esempio nel settore minerario, idroelettrico, agroindustriale, di entrare nelle terre indigene già demarcate. La legge sostiene che hanno diritto alla terra solo le persone che ci stavano prima della Costituzione del 1988. Ma molte non erano sul posto perché erano state espulse. La legge minaccia, dunque, alcuni diritti costituzionali».

Conclude Júlio: «Il Congresso ci è ostile, perché i suoi membri non amano i popoli indigeni, non capiscono che essi stanno mettendo in sicurezza il pianeta. I politici puntano solo al denaro».

Presidente Lula visita Boa Vista nel 2023 (Felipe Medeiros/Amazônia Real)

La terra yanomami

Júlio conosce bene la Tiy. Vi è nato e vi abita, anche se il suo impegno di leader lo porta spesso a Boa Vista, capitale dello stato di Roraima (il più a Nord del Brasile), e in giro per il mondo.

Gli chiediamo di aggiornarci: «Tra il 2018 e il 2021 abbiamo sofferto molto in Tiy. I bambini sono morti in grande numero, oltre 500 per malattie portate dai garimpeiros (cercatori d’oro, illegali nelle aree demarcate, ndr), come malaria, infezioni respiratorie, intossicazione da mercurio. In quel periodo il numero di siti minerari è aumentato: erano incentivati dal governo di Jair Bolsonaro (che perseguiva una politica antindigena, ndr). I cercatori erano oltre 20mila».

Il primo gennaio del 2023 si è insediato il governo federale del presidente Luis Ignacio da Silva, detto Lula, al suo terzo mandato non consecutivo. È stata dichiarata la crisi umanitaria per gli Yanomami. Sono iniziate operazioni nella Tiy per mandare via i garimpeiros, e questi, infatti, sono diminuiti. «Oggi la situazione è migliorata – continua Júlio – e potrà migliorare ancora. Però siamo preoccupati perché il processo è lento. Il Governo deve fare più in fretta possibile per risolvere i problemi nella Tiy, perché quando finirà il suo mandato (fine 2026, ndr), non sappiamo cosa farà la prossima amministrazione».

La preoccupazione è comprensibile. Alle prossime elezioni potrebbe – nuovamente – andare al potere un presidente ostile ai popoli indigeni (come Bolsonaro). La cosiddetta «Operazione zero invasione» deve terminare il prima possibile, con il recupero delle aree distrutte dai minatori. Ma questo è molto difficile. Nella Tiy ci sono infatti ancora molti cercatori d’oro, con i loro macchinari, le piste di atterraggio illegali e gli aerei.

Il Governo dello Stato di Roraima è tradizionalmente anti-indigeno, al punto da appoggiare i garimpeiros.

A Roraima, ad esempio, è nato il «Movimento garimpo legale», che chiede la liberalizzazione dell’accesso dei cercatori d’oro alle terre indigene. Ne fanno pure parte candidati deputati e imprenditori. In effetti, le classi politica, economica e, in parte, anche intellettuale, sono favorevoli al garimpo, anche in terra indigena demarcata.

I gruppi criminali

Júlio Ye’kwana continua il suo racconto: «I cercatori d’oro hanno portato nella Tiy molte cose negative: violenza, armi, droga, morte e, in ultimo, le “fazioni”. Si tratta di gruppi criminali organizzati. Chi scappa dalla galera dove va? Dove non c’è la polizia, dunque va in terra indigena. Lì viene subito assoldato come mano d’opera per la sicurezza dai capi dei gruppi di garimpeiros». Così si formano bande armate, che controllano zone di foresta. Talvolta ci sono conflitti tra gruppi di cercatori d’oro e gli uomini della sicurezza compiono veri massacri.

«Inoltre, le miniere sono anche utilizzate per fare transitare armi e droga tra Paesi – continua Júlio -. Ad esempio, un piccolo aereo arriva dalla Colombia e atterra su una pista clandestina di un garimpo. Lì deposita droga, prende armi. Il carico poi riparte con un altro aereo verso Nord. Il tutto in un’area fuori dalla legalità messo in sicurezza da queste “fazioni” che vogliono controllare quello che viene chiamato “narco garimpo”. L’attuale Governo federale ha manifestato interesse a lottare contro tutti questi traffici. Adesso nell’area entra l’esercito, la polizia, l’Ibama (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili), oltre alla Funai (Fondazione nazionale dell’indio). I garimpeiros stanno silenziosi, vanno oltre confine in Venezuela e Guyana, nascondono i macchinari sottoterra. Però, appena finisce l’operazione, ritornano. Hanno finanziamenti internazionali».

In un forum al quale erano presenti 250 leader di comunità della Tiy, nella località Auaris, a settembre dell’anno scorso, Nilton Tubino, rappresentante del governo federale a Boa Vista, ha dichiarato che il 77% dei garimpos nell’area demarcata erano stati chiusi. Ma la situazione può rapidamente capovolgersi.

«Il nostro ruolo è fare pressioni presso le istituzioni affinché proseguano con questa bonifica.

Inoltre, secondo noi è necessario un piano di protezione, che consiste nel mettere delle basi del governo nella Tiy, ma anche in un programma di vigilanza indigena».

Brasília (DF), 10/04/2025 – Indígenas de várias etnias participam da marcha do acampamento terra livre (ATL).
Foto: Joédson Alves/Agência Brasil

Minaccia diretta

Le bande criminali, inoltre, minacciano anche direttamente i popoli indigeni. «Ad esempio, nella zona di Waicas, sul rio Uraricoera, i membri di una banda hanno minacciato una comunità, dicendo: “Voi non potete più venire qui, è pericoloso, potremmo spararvi. Adesso è un nostro territorio”. Però quello è un territorio di caccia abituale, dove gli abitanti reperivano diversi animali selvatici, necessario al loro sostentamento. Ecco che queste bande prendono interi territori e li controllano, togliendoli alle popolazioni indigene». 

Chiediamo a Julio chiarimenti sul programma di vigilanza indigena: «Si tratta di avere delle nostre basi e fare monitoraggio, al fine di proteggerci. È una vigilanza non armata. Per questo stiamo facendo la formazione di giovani delle nostre comunità, ad esempio all’uso di droni o altri strumenti e metodi di monitoraggio. Tutto questo serve per denunciare alle autorità la presenza di garimpos e bande criminali, al fine di proteggerci». Per fare questo, però, occorrono fondi.

«Questo progetto è autonomo, non necessita dell’approvazione della Funai, ma deve essere autofinanziato. Io sono venuto a Roma anche per questo, per cercare appoggi e finanziamenti internazionali».

È stato valutato che una base di vigilanza indigena possa costare circa 400mila reais (64mila euro) per la costruzione e l’attrezzatura e circa 870mila reais (136mila euro) per la gestione annuale. La somma pare elevata, ma è realistica. Prevede la costruzione della base, il suo equipaggiamento, lo stipendio di cinque persone tutti i giorni dell’anno, svariati voli aerei per gli spostamenti, cibo, carburante e tutto ciò che serve a farla funzionare.

Per fare un confronto, il Governo, nel 2024, avrebbe investito un miliardo e 200 milioni di reais per le operazioni nella Tiy (circa 180 milioni di euro).

Oro insanguinato

I paesi europei importanto oro dal Brasile. E c’è modo di verificare la provenienza del prezioso metallo. Julio ci conferma: «L’Italia è uno dei paesi che importa oro illegale. Secondo lo studio dell’Istituto Escolhas di São Paulo, dell’agosto 2024, il 94% dell’oro importato in Europa dal Brasile era ad alto rischio di avere origini illegali. Questo vuol dire che proveniva da terra indigena. Sono le terre di Yanomami, Ye’kwana, Kyapó e Munduruku le aree di estrazione aurifera illegale nel Paese. Esistono percorsi clandestini, come quelli per il lavaggio del denaro, che permettono di immettere sul mercato questo oro, come se fosse legale. Ogni settimana, a Boa Vista, arrivano persone cariche di oro da “legalizzare”. Il traffico è gestito dai finanziatori dei garimpo, coloro che, alla fine, si arricchiscono». Júlio è risoluto: «Siamo qui in Europa anche per denunciare questo fatto».

Le comunità indigene della Tiy hanno paura che i garimpos siano legalizzati: «I siti auriferi hanno avuto un impatto negativo su educazione, salute, struttura sociale e, in particolare, sui giovani. Questi sono influenzati e tentati a lavorare nelle miniere. È stata la rovina di molte comunità. I bambini, inoltre, si ammalano o, comunque, sono fortemente colpiti dalla situazione. Crescono vedendo fiumi sporchi, scarsità di pesca e cacciagione, e pensano che il mondo sia fatto così. Non sanno che prima dell’arrivo dei garimpeiros l’Amazzonia era un posto migliore».

Marco Bello

Indígenas aguardam a chegada do presidente Lula na Casai de Boa Vista (Foto: Felipe Medeiros/Amazônia Real)



Venuti dal mare

I Garifuna sono un popolo meticcio. Sembrano nati per caso. Ma hanno una loro identità e non la vogliono perdere. C’è chi insegna la lingua e chi diffonde la cultura.Cercano il riconoscimento dello Stato. Reportage dalla città caraibica del Guatemala.

Livingston. Dipartimento di Izabal. È notte nell’unica città caraibica del Guatemala, cuore pulsante della cultura afro-indigena garifuna. All’improvviso si sente in lontananza un suono di trombe, accompagnate dal ritmo ipnotico di tamburi. In una strada buia, illuminata appena dalla luce fioca di un lampione, appare un gruppo di donne che cammina in due file ordinate. La musica si fa più intensa e proprio in quel momento le donne iniziano a ballare, facendo ondeggiare le ampie gonne colorate tipiche del popolo Ch’orti’, uno dei ventidue gruppi etnici riconosciuti a oggi come diretti discendenti dei Maya.

Ma loro non sono Maya: sono Garifuna, o Garinagu, nella loro lingua ancestrale. Ballano al ritmo del pororó, una danza che fonde elementi maya e cattolici e rallegra le strade di Livingston ogni anno, il giorno della Vergine di Guadalupe.

Piano piano l’allegra comitiva si dirige verso una sala comunale dove la festa proseguirà fino all’alba.

«Speriamo non salti la corrente», dice una donna, riferendosi ai frequenti blackout che lasciano la città al buio quasi ogni giorno, sintomo di uno storico oblio in cui questo piccolo angolo del Guatemala è stato destinato dal suo governo centrale. Si esprime in garifuna, una lingua che non si sente quasi più parlare, nemmeno a Livingston – La Buga, come la chiamano i locali -, la città guatemalteca del dipartimento di Izabal dove ancora oggi vive la maggior parte della popolazione garinagu del Paese.

Mujeres garífunas bailan el Pororó por las calles durante la Fiesta de la Virgen de Guadalupe, una danza que forma parte de un ritual sincrético en el que las participantes celebran una festividad católica vistiendo, en su mayoría, trajes tradicionales maya Q’eqchi’, Livingston, Guatemala, 11.12.24

Chi sono i Garifuna

Livingston è un crocevia culturale dove convivono le popolazioni maya Ch’orti’, ladine, indù e garifuna. Questi ultimi rappresentano appena lo 0,1% della popolazione guatemalteca, per un totale di circa 17mila persone, pari, ad esempio, a un paese di medie dimensioni in Italia.

Secondo la versione più accreditata, i Garifuna discendono da un gruppo di persone dell’Africa occidentale sopravvissute al naufragio di una nave schiavista nel XVII secolo, al largo della costa caraibica. Dopo l’approdo sull’isola di Saint Vincent, si mescolarono con gli Arawak, la popolazione indigena locale. Alla fine del Settecento, in seguito al conflitto coloniale tra francesi e britannici, furono deportati lungo la costa caraibica dell’America Centrale. Si stabilirono soprattutto in Honduras e Belize, e in misura minore in Guatemala e Nicaragua. Oggi si stima che esistano circa 300mila Garifuna nel mondo. Un popolo con un’identità complessa e cosmopolita che si riflette perfettamente anche nella lingua che è un mix di idiomi africani, arawak ed europei, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. «La verità è che solo il 5% dei Garifuna parla ancora la lingua», racconta Rogelio Lino Franzua, scrittore e attivista culturale nato e residente a Livingston da oltre 50 anni. «La trasmissione intergenerazionale si è interrotta a causa del razzismo e della discriminazione che abbiamo subito per secoli, almeno fino agli accordi di pace del 1996».

Mujeres garífunas bailan el Pororó por las calles durante la Fiesta de la Virgen de Guadalupe, una danza que forma parte de un ritual sincrético en el que las participantes celebran una festividad católica vistiendo, en su mayoría, trajes tradicionales maya Q’eqchi’, Livingston, Guatemala, 11.12.24

La lingua perduta

Tra il 1960 e il 1996, il Guatemala ha vissuto un lungo conflitto armato interno, che ha visto opporsi lo Stato, governato da regimi militari, e studenti, intellettuali, organizzazioni della società civile e popoli indigeni che rivendicavano una società più inclusiva, ma anche pace e dignità. I 36 anni di guerra interna sono stati caratterizzati da gravi violazioni dei diritti umani ed episodi di violenza sproporzionata nei confronti della popolazione indigena.

In quegli anni, parlare pubblicamente una lingua originaria era spesso causa di sospetto, emarginazione o repressione. Solo con la firma degli accordi di pace e, in particolare, dell’Accordo sull’identità e i diritti dei popoli indigeni, lo Stato ha iniziato a riconoscere ufficialmente le culture native.

«Ma il pregiudizio è rimasto – aggiunge Franzua -. Parlare garifuna, maya o xinka è stato a lungo sinonimo di arretratezza e vergogna. È così che abbiamo cominciato a perdere la nostra lingua».

Oggi, il 60% della popolazione guatemalteca si riconosce come indigena, suddivisa in oltre ventidue popoli maya oltre alla comunità garifuna e xinka. Ma in molte aree, preservare l’uso della lingua è una lotta quotidiana.

«Io parlo solamente in garifuna con mia figlia di tre anni – racconta Clarion José García González, 28 anni, fondatore del progetto turistico Dibasei -. Molti genitori non lo fanno perché temono che i loro figli vengano bullizzati dai compagni di scuola, dove si parla solamente spagnolo, ma per me tramandare il garifuna è un atto di resistenza contro l’omologazione culturale».

Playa la Capitania, Livingston, Guatemala, 10.12.24

L’accademia

A portare avanti questa resistenza linguistica c’è anche Libio Centino, 58 anni, linguista e fondatore dell’Asociación nacional de garinagu docentes, o garinagu dundei, come si dice nella sua lingua.

Dal 2010 lavora per formalizzare l’insegnamento e la scrittura del garifuna. Ispirandosi all’esperienza storica della riconosciuta Accademia delle lingue maya che nel tempo ha portato alla creazione di numerose università in cui si insegna unicamente in lingua nativa, Centino ha proposto la creazione di una accademia della lingua garifuna. «Siamo in attesa di una prima validazione del metodo da parte dell’Accademia delle lingue maya – spiega lo studioso -. Superato questo passo presenteremo al Parlamento la richiesta ufficiale di creazione di questa istituzione».

Se la proposta verrà accettata, il passo successivo sarà costruire di fatto l’accademia e stampare libri di grammatica garifuna che al momento sono in quantità ridotta e prodotti per iniziativa privata.

«Per ora, i nostri libri sono le nostre canzoni – dice con un sorriso -. È solo nella musica che possiamo cogliere tutte le sfumature della nostra lingua che si fa poesia».

Soraida Aime Enríquez Bermúdez, de 39 años, prepara a sus hijas Brihana, de 8 años, y Brittaney, de 11, para la celebración de la Virgen de Guadalupe en Livingston, Guatemala, 12.12.24

Cantare la parranda

Tra i generi musicali garifuna più conosciuti nel mondo, rientrano la parranda e la punta che, andando oltre la pura espressione musicale, sono veri e propri archivi linguistici.  «La lingua è l’espressione dell’essere delle persone, per cui quando dovesse morire, scompariremo anche noi», conclude Centino. «E questo non possiamo permetterlo». In assenza di una accademia ufficiale, c’è chi insegna garifuna dal salotto di casa. È il caso di Soraida Aimé Enríquez Bermúdez, 39 anni, autonominatasi maestra di scuola interculturale. Dopo la partenza del marito, migrato in Spagna, ha cresciuto da sola le figlie Briana, 8 anni, e Britaney, 11. Ogni sabato, nonostante i mille impegni tipici di una madre single, apre gratuitamente le porte della sua casa per insegnare ai bambini del quartiere a parlare e scrivere in garifuna.

Si comincia dalle basi: parole semplici come Wadimalu, che significa Guatemala. «È la mia lotta personale per salvare la lingua», spiega. E per raggiungere questo scopo, Soraida usa libri illustrati, stampati grazie alle rimesse inviate dai migranti garifuna negli Stati Uniti. «È il loro modo per restare legati alla cultura d’origine, anche se ormai parlano quasi solo inglese».

Playa la Capitania, Livingston, Guatemala, 10.12.24

Migrare è perdere la cultura?

«La mia parola preferita in garifuna è Ondarúnei, unione – confessa Clarion José -. Ma la migrazione ci sta dividendo. Stiamo perdendo la lingua proprio perché la gente se ne va e la maggior parte non ritorna più neppure per le vacanze estive».

Basta camminare per Livingston per capirlo: molte delle tipiche case caraibiche in legno sono abbandonate, con finestre inchiodate dietro una croce di legno e giardini invasi dalle erbacce. Sono le case edificate con le rimesse dai migranti, che hanno mandato i soldi per costruirle per poi tornarci a vivere, ma alla fine non sono mai tornati.

«Più che la gente, stiamo perdendo la terra, che viene abbandonata e quindi occupata dai guatemaltechi di altre etnie che vengono qui per lavorare. Un esempio sono le persone ladine o maya ch’orti’», osserva Juan Carlos Sánchez Álvarez, 58 anni, guida spirituale (ounaguilei) della comunità garifuna di Livingston. Lui oggi vive tra Guatemala e Stati Uniti, dove offre consulenze spirituali private online. «Tuttavia, io credo che la nostra cultura e la nostra lingua non si perderanno. Ci sarà sempre chi, come me, si dedicherà a custodirle e che, quindi, tornerà in questo territorio. È qui che conserviamo la nostra spiritualità. Durante le grandi cerimonie collettive di maggio, per esempio, io sono sempre a Livingston, non posso certo farle dagli Stati Uniti. Il popolo garifuna non scomparirà mai», conclude, interrompendosi per rispondere a una chiamata proveniente dal Paese Nordamericano. Nel 2024, le rimesse inviate dai migranti – soprattutto dagli Stati Uniti – continuano a rappresentare una delle principali fonti di reddito per l’America Centrale. «La migrazione ha un impatto positivo sulle nostre comunità», dice Libio Centino. «Ma esiste anche il rischio che la cultura statunitense, portata da chi rientra nella nostra comunità dopo tanti anni al Nord, finisca per sovrapporsi alla nostra».

Retrato de Juan Carlos Sánchez Álvarez, de 58 años, mensajero espiritual y experto en medicina ancestral de la comunidad garífuna. Promotor de la expresión espiritual garífuna en Guatemala y en el extranjero. Livingston, 12 de diciembre de 2024.

Un timore fondato in quanto l’appiattimento culturale e la perdita delle tradizioni e delle lingue locali è una realtà in tanti luoghi del mondo.

Eppure, questa notte, mentre a Livingston si danza al ritmo del pororó, la scomparsa della cultura garifuna sembra davvero impensabile.

Nella sala municipale, gruppetti di donne, euforiche per aver bevuto due birre di troppo e accaldate dal ballo sfrenato, si abbracciano ridendo, felici e spensierate. A un certo punto però le luci si spengono all’improvviso, lasciando tutti al buio. I musicisti smettono di suonare e la gente si riversa fuori dal locale sotto la pioggia battente.

«Un altro blackout. Ogni giorno è così», dice una donna in garifuna, riparandosi sotto un piccolo gazebo dove vendono panini perfetti per la fame notturna indotta dall’alcol.

A quel punto la festa si dissolve nel silenzio, e per le strade di Livingston rimane solo il suono incessante della pioggia tropicale.

Simona Carnino

Gli ultimi reportage di simona carnino
Clairon José García González posa en su proyecto de ecoturismo y promoción de la cultura garífuna en Livingston, Guatemala, 12.12.2024.



Ad gentes in alta quota

La scelta è il lavoro tra i popoli indigeni dell’America Latina. Nei primi anni Novanta si concretizza sulle Ande boliviane. Impegno sociale, ma anche pastorale giovanile. Studio di cultura e spiritualità dei popoli.

C’è abbastanza carburante nella Jeep (negli ultimi tempi, non sempre è così…) e le missionarie che lavorano a
Vilacaya (piccolo paesino a tremila metri di altitudine sulle Ande boliviane) decidono di andare a visitare due famiglie che vivono in borgate a circa 10 km di distanza. Il veicolo sobbalza, superando pietre e buche, mentre alza il polverone dietro di sé.

Entrambe le famiglie hanno case dipinte di bianco e azzurro, costruite da un progetto del governo, il cui partito si contraddistingue proprio per questi due colori. Entrambe sono composte da due genitori e sei figli, più o meno della stessa età. Entrambe lottano per assicurare un oggi e un domani ai piccoli di casa.

Non è facile: Vilacaya e, in generale, il Sud Ovest della Bolivia è colpito da una progressiva siccità, che rende quasi impossibile la vita delle famiglie contadine, appartenenti all’etnia quechua.

Ci sono però delle differenze: la prima famiglia cerca con tutti i mezzi di migliorare le sue condizioni, mentre la seconda è prostrata, tra le altre cose, dalla piaga dell’alcolismo e, alle volte, i bambini soffrono l’abbandono. Anche questa è una faccia della povertà.

Poopó e i minatori

Le Missionarie della Consolata sono arrivate in Bolivia nel 1991, ma se ne sono «innamorate» molto prima: nel 1989 due consigliere generali – suor Renata Conti e suor Evelia Garino – avevano visitato diversi Paesi dell’America Latina, in vista di una nuova presenza missionaria accanto ai popoli nativi. Erano passate a Poopó, centro minerario del dipartimento di Oruro, e ne rimasero profondamente toccate.

Come istituto, però, fu scelta un’apertura a Tencua, nell’Amazzonia venezuelana. Ma la storia non finì nel nulla: la direzione generale propose alle sorelle presenti in Argentina di riflettere su una possibile apertura a Poopó. E questa avvenne, appunto, due anni dopo. Quella di Tencua, come quella di Poopó, sono state una risposta all’opzione che, gradualmente, le varie presenze delle Missionarie della Consolata nel continente americano hanno fatto propria: la scelta della missione ad gentes tra i popoli indigeni e originari. All’epoca, il «movimento indigenista», appoggiato da Ong e da Chiese di varie denominazioni, era molto attivo e rivendicava i propri diritti. È stato un tempo intenso, nel quale la presenza dei Missionari e delle Missionarie della Consolata si concentrava nell’impegno per la giustizia e la pace, e in progetti di promozione umana. 

«Era chiaro che la nostra presenza non doveva essere una risposta assistenzialista», ricorda suor Marisa Soy, una delle prime missionarie giunte in Bolivia. La situazione socio economica dell’altipiano andino, all’inizio degli anni Novanta, era preoccupante: la speranza di vita era bassa e la mortalità infantile molto alta. Le sorelle iniziarono a visitare le famiglie per rendersi conto della condizione reale della gente. A livello di Chiesa, esisteva già un’equipe diocesana di pastorale sociale, quindi la collaborazione fu immediata e molto positiva. «Conoscevamo i progetti dell’équipe, e contribuivamo con il nostro lavoro e anche economicamente», condivide suor Marisa.

Oltre all’impegno sociale, le sorelle partecipavano alle comunità di base e accompagnavano la pastorale giovanile.

Bolivia, missionarie della Consolata.

Tra i contadini quechua

Bolivia, missionarie della Consolata.

Dopo venti anni di presenza, nel 2012 la riflessione ha portato a un «cambio di domicilio»: la parrocchia di Poopó aveva i suoi leader, le condizioni socioeconomiche della cittadina erano migliorate. La sfida di lasciare terreni dissodati e conosciuti, per ricercarne altri e iniziare da zero (o quasi) fa parte della missione ad gentes. Con le lacrime agli occhi, ma con il cuore pieno di gratitudine per la missione vissuta, nel 2013 si è chiusa la comunità di Poopó e si è aperta quella di Vilacaya, nel dipartimento di Potosí, una vasta regione del sud del Paese, in cui la presenza ecclesiale era quasi nulla.

L’opzione per i popoli indigeni dell’istituto ha compiuto passi significativi nel tempo. Oggi si dà molta attenzione allo studio della cultura, della lingua e della spiritualità del popolo nativo, come riconosce suor Marisa che, dopo una ventina d’anni vissuti fuori continente, è ritornata in Bolivia, questa volta a Vilacaya: «Qui ho percepito un impegno maggiore della comunità delle missionarie nel conoscere la cultura e accompagnare la gente nella riflessione sulla propria identità. È bello che protagoniste siano le persone e noi delle sorelle che le accompagnano». Con molto sforzo e convinzione, i popoli andini cercano di armonizzare le proprie radici originarie, la fede cristiana e le sfide del mondo globalizzato (paradigmi culturali nuovi e attraenti, il cambio climatico, le politiche nazionali).

Suor Nadia Leitner ha vissuto diversi periodi in Vilacaya, fin dai primi passi di questa comunità. Oggi è la sua Chiesa di origine, in Mendoza (Argentina), ad averle dato il mandato per la missione in Bolivia: «Questo mandato è un segno di fiducia e speranza, la certezza che non sono sola, e che non cammino per conto mio», ci racconta suor Nadia. «Per me significa vivere l’ad gentes del Continente America. Vivere con il popolo quechua ha tanto da insegnarmi».

Vilacaya oggi

Suor Marisa, suor Nadia e suor Maria Elena rientrano dalla visita alle due famiglie con il cuore colmo di emozioni e interrogativi: che ne sarà di questi bambini, in un ambiente così sfidante? Saranno migranti, come tanti altri, alle periferie delle città, o lavoreranno nei cunicoli delle miniere? Non ci sono risposte a queste domande, ma c’è una realtà nell’oggi di queste persone: la presenza delle suore e la visita che fanno alle comunità e famiglie, che reca sempre tanta gioia. Si percepisce molta solitudine e senso di abbandono nella popolazione quechua della zona.

«Oggi Dio mi sta chiedendo di stare qui, dare il meglio di me, perché ogni persona possa sentirsi amata da Dio, un Dio che non si dimentica dei suoi figli. Condividere la vita con la gente, significa dire alle persone che hanno valore, che i loro sogni valgono», ci dice suor Nadia.

E questa è la consolazione che fa vivo e presente lo spirito di san Giuseppe Allamano nella vita delle sue figlie. Anche ad alta quota.

Stefania Raspo




«Ho fatto tanta strada»

Il simbolo dell’isola è il grattacielo 101 a Taipei. Tuttavia, gran parte del suo territorio è montuoso. Qui l’ambiente è distinto e la vita è diversa. In una zona di queste montagne ha lavorato una missionaria che ha lasciato un segno indelebile. L’abbiamo incontrata.

Contea di Hsinchu. A Guanxi la strada lascia la pianura, con le sue città frenetiche, trafficate di auto e motorini, i palazzi alti e le migliaia di insegne e scritte commerciali luminose, senza un albero. Da qui in avanti si inerpica sulla montagna, curva dopo curva. Si apre davanti a noi un paesaggio inaspettato: montagne coperte di boschi, piccole abitazioni sui bordi della via. Strette valli percorse da torrenti. Scorgiamo alte pareti di roccia, sovrastate da foresta tropicale. Fa caldo umido, come si addice alla stagione. Non ci immaginavamo che Taiwan fosse anche questo.

Eppure, oltre la metà della superficie dell’isola, è costituita da montagne, che la percorrono da Nord a Sud, nella parte centrale fino alla costa orientale, che infatti non è praticabile dalle navi.

Andiamo sempre più verso l’interno, le pendenze sono talvolta impressionanti, nonostante le curve. Arriviamo alla località chiamata Naro, un piccolo borgo di una ventina di case. Questa è la zona della popolazione

Atoyal, una delle sedici etnie riconosciute dal governo della Repubblica di Cina (nome formale che comprende l’isola principale e gli arcipelaghi Penghu, Kinmen e Matsu). Altri dieci gruppi stanno lottando per il riconoscimento.

Questi popoli indigeni – o aborigeni, come li chiamano qui – sono i primi abitanti dell’isola. Si tratta di etnie austronesiane, ovvero quelle che abitano le isole del Sudest asiatico, ma anche la Micronesia nel Pacifico. Parlano lingue proprie, simili al bahasha, usato in Indonesia e Malaysia. In totale sono circa 500mila sui 23 milioni di abitanti di Taiwan, e hanno una storia di discriminazioni e isolamento. Solo negli ultimi due decenni le loro identità culturali sono state rivalutate, per motivi politici.

Nel cuore delle montagne

Taiwan. Contea di Hsinchu. Hsinchu. Ritratto di suor Elena Pia Frongia, chiamata Zhao Xiurong. (Foto Marco Bello)

A Naro ci accoglie suor Anna Dinh Thi Lanh, missionaria vietnamita del Sacro Costato. «Qui siamo in due – ci racconta, con un sorriso disarmante -. Io sono arrivata a Naro due anni fa, ma sono nel Paese da quindici».

Le suore missionarie del Sacro Costato sono state fondate dal medico e sacerdote Eustachio Montemurro a Gravina di Puglia (Bari) nel 1908. Sono arrivate a Taiwan nel 1961 e oggi sono ventotto di cui quattro italiane, poi taiwanesi, cinesi e vietnamite.

La zona montana della contea di Hsinchu è un’area di presenza e di evangelizzazione dei Gesuiti. Molti di loro arrivarono qui dalla Cina continentale (mainland) perché espulsi dai comunisti, giunti al potere dopo la vittoria della guerra civile nell’ottobre 1949.

Il metodo missionario prevedeva, dopo avere imparato la lingua del gruppo etnico, la formazione di catechisti nei diversi villaggi. Questi avrebbero diffuso la Parola nelle loro zone, a cominciare dalla proprie famiglie e nella lingua madre.

Per affiancare i missionari, il padre Liao, direttore della missione Chiunglin Jianshi (dal nome della zona, oggi Jianshi è il comune il cui territorio copre anche questa zona), aveva pensato di chiamare le suore di Montemurro.

Ci racconta ancora suor Anna: «Qui a Naro, nel 1961 arrivò una suora italiana, che la gente chiamò Zhao Xiurong. Perché qui a Taiwan ogni missionario riceve anche un nome cinese. Una sorella che ha fatto grandi cose, in particolare per rendere l’istruzione accessibile a tutti». Parla di suor Elena Pia Frongia, che, da subito, si adoperò affinché anche i figli degli aborigeni andassero a scuola, perché l’educazione – ne era convinta – avrebbe dato una svolta alla loro vita.

Inoltre, in quel tempo, a Taiwan mancavano i beni di prima necessità e i trasporti erano scomodi, soprattutto per le popolazioni indigene sulle montagne, dove la vita era ancora più dura e difficile. Per prendersi cura dei poveri, Zhao Xiurong raccoglieva in città e trasportava beni di prima necessità e aiutava i malati procurando loro medicine. Quando veniva a sapere che qualcuno era nel bisogno, faceva del suo meglio per aiutarlo.

Visita di Naro

Suor Anna ci fa visitare la missione di Naro. C’è l’asilo fondato da suor Elena Pia, chiamata Catholic Franciscus preschool (scuola materna cattolica francescana, da Francesco Saverio), dove i bambini sono molto eccitati al vedere dei forestieri e corrono nel cortile sorridendo e gridando. Poi ci sono dei locali per fare laboratori e incontri, dove vediamo tavoli, sedie, tamburi e altri oggetti utili per l’animazione. Si tratta del Naro youth activity center (centro per i giovani). E, infine, la bella chiesa, semplice e pulita, con scritte in cinese e taia, la lingua del posto, e tessuti locali appesi.

«In quell’epoca furono formati otto catechisti nella zona coperta da Zhao Xiurong. Oramai sono quasi tutti in pensione, ma una signora che ha lavorato con la suora è ancora attiva e insegna nella scuola», continua suor Anna.

Continuamo poi il nostro viaggio sulla montagna visitando la chiesa di Wufeng, Christ the

Saviour church, il cui campanile rosso svetta su un’altra vallata. È una delle cappelle della parrocchia, ci viene detto. Anche qui operava Zhao Xiurong. Il paesaggio è mozzafiato.

Taiwan. Contea di Hsinchu. Una valle nella Hengshan township, contea di Hisnchu. Lungo la strada che porta a Naro. (Foto Marco Bello).

L’incontro

Scendiamo dalla montagna per visitare la casa centrale delle suore del Sacro Costato, a Hsinchu, il capoluogo della contea. Qui, infatti, alloggia da due anni fa suor Elena Pia Frongia. Vogliamo incontrarla.

Zhao Xiurong ci accoglie nella sala visite della casa. Ha gli occhi vispi dietro a grandi occhiali con la montatura di metallo e una parlantina chiara e spedita.

Nata a Ovodda, in provincia di Nuoro, nel 1932, è arrivata a Taiwan, con alcune consorelle, il 22 aprile 1961.

Il Paese, a quell’epoca, era molto povero, e la gente delle montagne, in maggioranza delle etnie aborigene, era più emarginata e priva di risorse che la gente della pianura. I gesuiti lavoravano, tra l’altro, nella missione di Jianshi, nella contea di Hsinchu, che copriva una vasta zona montana, oggi a livello amministrativo coincidente con il territorio di Jianshi township.

Le suore vivevano inizialmente nella cittadina di Jiuzantou, alle pendici delle montagne, e percorrevano a piedi l’intero territorio, fino Jianshi, a oltre 50 chilometri.

Povertà e isolamento

Le strade erano in pessime condizioni, strette e con alte pendenze, e non c’erano quasi automobili.

Suor Elena Pia fu destinata a seguire alcune vallate della missione di Jianshi, in appoggio a un padre gesuita francese.

È sufficiente darle il «la» affinché il suo racconto diventi un flusso di emozioni: «Vivevo nella comunità a Jiuzantou e andavo a piedi in tutti i villaggi. Il più lontano da noi era a dieci ore di cammino. La gente era molto affabile, buona e semplice. Le cristiane e i cristiani (ancora pochi), ma anche quelli che non avevano ancora abbracciato la religione cattolica, quando vedevano le suore erano molto gentili e affettuosi. Vedere la suora in quelle zone, per loro era quasi come vedere Dio.

All’inizio, le strade erano davvero brutte, e per questo utilizzavo due bastoni per camminare. Non circolavano automo- bili, né mezzi pubblici. Il padre missionario aveva la moto, ma io preferivo andare a piedi.

Le montagne erano vaste, e le persone abitavano disperse nei villaggi. La gente era molto attaccata al proprio territorio di origine, anche per il rispetto agli anziani. Per questo era difficile farli spostare. Se costruivano una casa nuova, era sempre vicina a quella vecchia. Erano abituati a stare in montagna, per il lavoro, per l’ambiente».

Taiwan. Naro. bambini della Scuola materna francescana (a sinistra) giocano nel cortile. In fondo, il Naro youth activity center. (Marco Bello)

Priorità educazione

In quel periodo suor Elena Pia iniziò a conoscere il territorio e la gente. Le famiglie non riuscivano a mandare i figli a scuola per motivi economici e di distanza. Ma in quel modo, la marginalizzazione dei popoli delle montagne non poteva che perdurare. La giovane suora capì che la soluzione stava nell’educazione fino dalla tenera età, alla quale andava associata la formazione ai valori. Con grande perseveranza incoraggiava i genitori a mandare i figli a scuola. Sovente li aiutava economicamente quando era necessario pagare per il cibo o il trasporto.

Il suo metodo è, fin da subito, il prendersi cura delle persone nei villaggi, andando di casa in casa, «Sempre con il sorriso, incoraggiava e confortava chi ne aveva bisogno», ci aveva confidato suor Anna.

Oltre all’educazione, in molti casi c’era carenza di medicine e di cibo. Suor Elena Pia attraversava valli e montagne con uno zaino sempre ben fornito, un cappello di bambù in testa e due bacchette alle mani.

Continua a raccontarci con entusiasmo: «Il padre con cui ho lavorato all’inizio era un francese. Un vero missionario. Andava in giro con il tascapane, portava da mangiare per i poveri. Era sempre carico. Lui abitava a Jianshi. Io andavo e venivo dalla nostra comunità. Ma avevo una stanzetta a Naro, dove c’era solo un’aula per i bambini».

Taiwan. Contea di Hsinchu. la chiesa San Francesco Saverio di Naro, con scritte in cinese e in taia, lingua del popolo Atayal. (Foto Marco Bello)

Naro si sviluppa

Nel 1967 venne completata la chiesa a Naro, dedicata a san Francesco Saverio. Da quel momento suor Elena Pia si trasferì a Naro.

Voleva aiutare le donne e si inventò una scuola di taglio e cucito. Le macchine da cucire occupavano metà della chiesa. In questo modo le donne avrebbero imparato un mestiere, avrebbero avuto un piccolo reddito per elevare un minimo il loro livello economico. «Mi occupavo io dei loro bambini, mentre imparavano», ci dice soddisfatta.

Nel frattempo, lavorava alla sua idea: raccogliere soldi per finanziare la costruzione di un asilo, lì a fianco della chiesa.

Nel 1972 inaugurò il Catholic Franciscus preschool per bimbi dai due ai sei anni. In questo modo i bambini dei villaggi sulle montagne avrebbero avuto una prima formazione scolastica, anche nella propria lingua, sarebbero stati educati ai valori (seguendo poche semplici regole, per dare loro un minimo di disciplina) e – non ultimo – avrebbero usufruito di una mensa quotidiana, per avere un buon pasto. Suor Elena Pia curava personalmente la preparazione del cibo, facendo molta attenzione che fosse sufficiente, anzi, qualcosa in più.

Puntava alla formazione integrale (carattere, istruzione ed educazione fisica) dei bambini fino dalla tenera età.

Racconta suor Elena Pia della gente di montagna: «Devo dire che di animo sono buoni, non ci sono malvagi. Mi hanno sempre trattata più di quello che sono. Anche fra di loro, si rispettano, si vogliono bene. Ogni villaggio ha il suo modo di vivere, lo stile della montagna è unico. Ci sono lingue diverse, le lingue montanare, nei vari villaggi sono quasi uguali.

Adesso parlano anche cinese. Sono andati a scuola, inoltre hanno avuto a disposizione alcuni insegnanti che hanno fatto corsi di cinese anche per adulti. Su questo abbiamo collaborato con il comune.

Negli anni, molti sono venuti in città, e quelli di città sono andati in montagna, per cui ci sono stati diversi cambiamenti».

Sono almeno tre le generazioni che hanno mandato i figli alla Catholic Franciscus preschool.

Taiwan. Contea di Hsinchu. casette a schiera nell’area montana di Jianshi township. (Foto Marco Bello)

L’importanza dei giovani

Zhao Xiurong era anche attenta alla gioventù delle montagne. Molti giovani non erano andati a scuola, non avevano soldi e facevano dei lavoretti. Mancavano centri di aggregazione per loro.

Raccolti i soldi sufficienti, suor Elena realizzò, a fianco dell’asilo, il Naro youth activity center (Nyac, centro giovani), che inaugurò nel 1994. Qui ragazze e ragazzi si ritrovano ancora oggi per ascoltare musica, cantare, ballare, stare insieme. Arrivarono anche dei computer usati. Furono realizzati campi estivi e invernali durante le vacanze, ma anche classi estive per i più piccoli con tutoraggio da parte dei più grandi. Oggi il Nyac è un importante punto di riferimento per i giovani delle montagne di Jianshi.

Testimonia un giovane che lo ha frequentato: «Per me Zhao Xiurong ha giocato due ruoli: mi aiutava a mettere ordine nella mia vita, era come una madre (per questo molti la chiamano Yaya, che in lingua taia significa mamma); in secondo luogo era un’insegnante rigorosa».

Continua suor Elena Pia che gesticola vistosamente mentre parla: «Abbiamo fatto un bel gruppo di lavoro, non ci sono mai stati problemi. Poi sono arrivate altre suore, ma in montagna ero solo io. C’erano tante ragazze e donne che venivano ad aiutare e dormivano a casa. Era come se stessimo in una famiglia. Quando non venivano le mamme o le sorelle maggiori, io tenevo le bambine, e la sera insegnavo un po’ di catechismo, come fare qualche lavoretto, o le facevo studiare. Con la gente c’era l’amore. Mi aiutavano, avevo persone sempre a fianco, non mi lasciavano sola per paura che cadessi». 

Altri confini

Un giorno suor Elena conobbe un gesuita sardo, che era stato in Vietnam, e le raccontò della gente là. «La prossima volta porti pure me», gli disse. E così successe. Suor Elena passava dei brevi periodi in quel paese, andando su e giù da Taiwan. Coltivava alcune vocazioni, che sarebbero diventate le sorelle del Sacro Costato che oggi lavorano a Hisnchu. Due di loro, suor Anna e suor Agnese, l’hanno sostituita a Naro. Oggi l’istituto ha una presenza fissa in Vietnam.

Nel 2022 le consorelle le chiesero di traferirsi a Hsinchu: «Sono venuta in città dopo sessant’anni in montagna. Adesso ho 93 anni – ci dice allegra -, e ne ho fatta di strada! Salite, discese. Alcune molto ripide. Adesso non mi lasciano più andare, ma il mio cuore è laggiù. Penso a quella gente. Molti di loro mi vengono a trovare quando passano da Hsinchu. Sono venuti i gruppi di giovani e anche le mamme dei ragazzi. Sanno che io non posso andare tanto su». E continua: «lo spirito di viaggiare ce l’ho, e di camminare pure. Ringrazio il Signore per lo spirto che mi ha dato, per avermi guidata, per avermi dato la forza di andare anche in posti difficili».

Suor Elena Pia Zhao Xiurong è una persona che ispira molta serenità e saggezza.

Dobbiamo andare, abbiamo un altro appuntamento. Ma è come se le mancasse qualcosa: «Fermatevi, cenate con noi, non vi abbiamo accolti bene», ci dice, e insiste. Non possiamo. Appare dispiaciuta, ma ci accompagna con fare deciso fino alla porta della casa e ci saluta con la mano e un caloroso sorriso.

Marco Bello

*Mentre scriviamo questo articolo, il 30 maggio ci avvisano da Taiwan: apprendiamo con tristezza che suor Elena Pia è andata alla casa del Padre.

Taiwan. Contea di Hsinchu. una tipica strada delle montagne della contea di Hsinchu. (Foto Marco Bello)

Reportage da Taiwan