Spagna. Regolarizzazione su larga scala

«Marte può aspettare. L’umanità no». Così il premier spagnolo Pedro Sánchez ha risposto su X alle critiche di Elon Musk. L’umanità a cui fa riferimento è quella nei confronti di circa mezzo milione di persone migranti che vivono in Spagna in situazione di irregolarità e che, grazie a un nuovo decreto, potrebbero ottenere un permesso di soggiorno della durata di un anno.

Il decreto
Il 27 gennaio il governo ha approvato un decreto reale che, secondo le stime, potrebbe consentire la regolarizzazione di circa 500mila persone. I criteri di accesso sono relativamente flessibili: il richiedente dovrà dimostrare di aver vissuto in Spagna per almeno cinque mesi – o di aver chiesto protezione internazionale – prima del 31 dicembre 2025, non avere precedenti penali e non rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico. Una seconda bozza del decreto ha chiarito che non si tratterà di una regolarizzazione automatica o generalizzata: saranno previsti filtri e requisiti specifici. Nonostante ciò, l’intervento sarà massiccio.
Chi verrà regolarizzato riceverà un permesso di soggiorno valido per un anno, che rappresenta un primo passo verso una piena integrazione nel sistema giuridico spagnolo, pur non costituendo una residenza permanente. Il permesso consentirà di lavorare legalmente in tutto il territorio nazionale e in qualsiasi settore, anche mentre la domanda è ancora in fase di valutazione. Questo dovrebbe facilitare l’uscita dal lavoro informale e ridurre il rischio di sfruttamento. L’accesso al lavoro legale permetterà inoltre di essere inclusi nel sistema di sicurezza sociale e di beneficiare di tutele, contributi pensionistici e alcuni servizi sociali, favorendo una maggiore integrazione.
Il decreto reale è stato approvato direttamente dal Consiglio dei ministri, non dovendo passare dal Congresso dei deputati. In questo modo, Sánchez ha evitato il rischio che la misura venisse bloccata, non godendo di una maggioranza particolarmente solida. L’entrata in vigore del provvedimento è attesa ad aprile.

Umanità e buon senso
In un momento in cui il discorso pubblico sull’immigrazione si radicalizza sempre di più, sia da un lato che dall’altro dell’Atlantico, la scelta della Spagna appare come un segnale di forte umanità. Ma si tratta anche di buon senso. Molte di queste persone sono infatti già inserite nella società e nel mercato del lavoro. La regolarizzazione consentirà loro di entrare nell’economia formale, pagare le tasse e contribuire al sistema di sicurezza sociale, invece di rimanere intrappolate nel lavoro informale. Secondo due studi, il processo di regolarizzazione potrebbe generare un beneficio netto allo Stato compreso tra 3.300 e 4.000 euro per persona, grazie all’effetto combinato dei contributi previdenziali e dell’imposta sul reddito, mentre l’aumento della spesa per i servizi pubblici resterebbe relativamente contenuto.
Lungi dal voler promuovere una visione secondo la quale le persone migranti valgono solo per il loro contributo, nel contesto spagnolo il fattore economico resta però impossibile da ignorare. Nel Paese persistono problemi importanti, tra cui forti disparità territoriali, un tasso di disoccupazione giovanile elevato e una diffusa presenza di part time involontario. Inoltre, settori come il turismo, uno dei motori dell’economia nazionale, contribuiscono ad aggravare alcune criticità, come la crisi abitativa.
Allo stesso tempo, negli ultimi anni l’economia spagnola si è affermata come una delle più dinamiche. Lo confermano i dati sul Pil. Nel 2025 il Pil spagnolo è aumentato del 2,9%, più del doppio rispetto alla media dell’Unione europea, pari all’1,4%. In Italia, nello stesso periodo, la crescita si è fermata allo 0,4%. Nel 2025, per la prima volta dal 2008, il tasso di disoccupazione è sceso sotto al 10% (9,93%), pari a 2,47 milioni di persone. Nello stesso anno, i nuovi contratti a tempo indeterminato hanno portato il numero di occupati alla cifra record di 22,46 milioni.
Sebbene siano molti i fattori che concorrono alla crescita, tra i più citati vi è proprio il contributo dell’immigrazione. I flussi migratori hanno stimolato la domanda interna e contribuito a ringiovanire la forza lavoro. Negli ultimi anni i lavoratori stranieri hanno assunto un ruolo sempre più centrale nel mercato del lavoro: oltre tre milioni contribuiscono al sistema di previdenza sociale, pari al 14% dei lavoratori. Nel 2024, dei 468mila nuovi posti di lavoro creati, circa 409mila sono stati occupati da migranti o da persone con doppia cittadinanza.

Una spinta dal basso
È incoraggiante constatare che la spinta alla regolarizzazione provenga dal basso. È stata un’iniziativa di legge popolare a raccogliere oltre 700mila firme, con il sostegno di diversi sindacati e dalla Chiesa cattolica. Il Congresso dei deputati ha votato a larga maggioranza per prendere in considerazione la proposta: 310 deputati a favore e solo 33 contrari. Nonostante questo ampio sostegno iniziale, l’iniziativa si è arenata nei mesi successivi ed è rimasta bloccata fino a gennaio.
Le reazioni al nuovo decreto sono state molto diverse: da un lato, le critiche del Partito popolare di centrodestra e quello di estrema destra Vox, dall’altro la Conferenza episcopale spagnola, che ha definito la misura un atto di giustizia sociale.
Tra le obiezioni più frequenti vi è quella secondo cui la regolarizzazione potrebbe incentivare un aumento dei flussi irregolari. Questo argomento, oltre a non prendere il considerazione le vere dinamiche che muovono i flussi, può essere facilmente smentito guardando al passato. Non è infatti la prima volta che la Spagna adotta una misura di questo tipo: nel 2005 il governo guidato da José Luis Rodriguez Zapatero regolarizzò circa 576mila persone. Nessuna ricerca ha mai dimostrato una correlazione tra i processi di regolarizzazione e un aumento degli arrivi. In passato come oggi, regolarizzare significa integrare, non attrarre nuovi flussi.

Eva Castelletti




Le migrazioni non sono il problema, ma la soluzione


L’opinione pubblica, alimentata da discorsi d’odio di matrice partitica e suprematista, dipinge le migrazioni più come rischio per la sicurezza del mondo, che come risorsa.
In realtà, coloro che si spostano non sono il problema del mondo. Il problema sono alcune delle cause per cui lo fanno, tra cui – non è inutile ricordarlo spesso – spiccano gli squilibri economici mondiali, i cambiamenti climatici, le guerre, le persecuzioni e le violenze…Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti che accompagnano il dibattito attuale sulle migrazioni.

Cominciamo innanzitutto dalle “parole” usate per definire la realtà migratoria.
Il 16 agosto 2023, la Corte di Cassazione italiana ha sancito che i migranti “richiedenti asilo” non devono essere definiti né irregolari, né clandestini, perché il diritto alla libera manifestazione del pensiero, anche come partito politico, non può essere equivalente o addirittura prevalente, sul rispetto della dignità personale degli individui.
Ora, e senza scomodare la magistratura, se il termine “clandestino” affibbiato ai “richiedenti asilo”, esprime un chiaro contenuto spregiativo con valenza fortemente negativa e lesiva della dignità personale degli individui in questione, perché continuare a definire “clandestini” anche tutti quei migranti che fuggono la fame, la siccità, le inondazioni, le carestie dei loro Paesi di origine?

I sempre numerosi partigiani delle “distinzioni stigmatizzanti” replicheranno che questi migranti, che in più di centomila sono sbarcati sulle coste italiane dal primo gennaio fino a metà agosto 2023 (doppiando e triplicando le cifre del biennio precedente, incuranti del colore del governo e delle roboanti dichiarazioni, promesse e inganni elettorali), non hanno seguito le vie legali d’ingresso in Italia e nell’Unione europea. E sono quindi “irregolari perché senza documenti”. Ma perché definirli sempre e solo “clandestini”? Se non per ingenerare e alimentare la paura di chi li vede arrivare e legittimare decreti e misure poco interessate alla dignità umana?
In realtà, non si può non considerare che, dal 22 ottobre 2022 (inizio dell’attuale governo in Italia) ad oggi, tramite i cosiddetti “canali di accesso legale” (reinsediamento, corridoi umanitari, evacuazione umanitarie) solo 1.042 persone sono potute arrivare in Italia, e solo se afghani, siriani, eritrei, sudanesi, etiopi. Dalla Libia, invece, sono potute arrivare solo 101 persone… Numeri chiaramente insufficienti a rappresentare l’alternativa, sicura e legale, alle pericolose traversate del Mediterraneo su imbarcazioni sempre più precarie.

Allo stesso tempo, se nelle traversate della morte c’è una “clandestinità” evidente questa non è dei migranti che, salvati da Guardia costiera o da organizzazioni umanitarie, sono identificabili e identificati nei diversi centri di permanenza, ma è quella dei trafficanti che non sono solamente gli scafisti di turno – scelti spesso tra gli stessi migranti e obbligati a condurre le imbarcazioni per evitare un sicuro naufragio – ma anche e soprattutto i criminali e i loro complici operanti nelle guardie di costiera e di frontiera dei Paesi di partenza o di transito.

Perché allora quando le politiche nazionali e comunitarie parlano di lotta senza quartiere all’immigrazione clandestina non troviamo misure capaci di colpire i veri trafficanti (cui invece si donano motovedette ben armate per contrastare i flussi di migranti o denaro sonante per riportare a terra i migranti e disperderli nei deserti tra Libia e Tunisia) ma solo dispositivi contro gli stessi migranti, chiamati scientificamente “clandestini” per giustificare la crudezza dei mezzi utilizzati?
Perché, con oltre 2.000 morti tra i migranti che da inizio 2023 hanno tentato di raggiungere l’Europa via Mediterraneo, la politica continua ad ostacolare l’opera di soccorso delle navi umanitarie, anche dopo che la teoria del “pull factor” (fattore di attrazione) è stata smascherata come una chiara menzogna ideologica?
Perché continuare a predire espulsioni e rimpatri forzati di quei migranti che non avrebbero diritto a rimanere solo perché fuggono da Paesi incapaci di dare loro vita e arrivano in Europa senza documenti? E tutto questo sapendo che nel 2023 sono stati effettuati solo 2.561 rimpatri, e che per effettuare rimpatri forzati nei Paesi di origine servono difficili e complicati accordi bilaterali, considerando anche che alcuni di essi, come Tunisia e Libia, hanno già dichiarato di non voler in nessun modo caricarsi dei migranti di altri Paesi transitati o partiti dalle loro coste.

Perché, inoltre, invece di eliminare le cause delle migrazioni, tutte forzate per un motivo o l’altro, ci si ostina a voler bloccare (con tutti i mezzi, anche poco leciti) la partenza dei migranti, offrendo ai governanti, in genere poco o per niente democratici dei Paesi di partenza e transito (Libia, Tunisia, Egitto…), denaro e investimenti che hanno poche o nessuna probabilità di servire allo sviluppo socioeconomico di quei Paesi e dei loro abitanti?
In questa prima parte del 2023 sono stati inaugurati “innovativi” accordi di cooperazione tra Unione Europea-Italia e alcuni Paesi di origine e transito dei migranti, fondati su una “vera” cooperazione paritaria tra Paesi del Nord e Paesi africani e non sull’endemico rapporto neocoloniale che da sempre caratterizza le relazioni euro-africane. Tali buone intenzioni sarebbero sicuramente più efficaci se non evidenziassero alcune contraddizioni che ne minano la reale volontà politica. In effetti, l’obiettivo dei Paesi del Nord è chiaramente quello di bloccare “quanto prima” i migranti e non certamente la sviluppo dell’Africa e il benessere degli africani che richiede ingenti investimenti economici e strutturali, in favore delle popolazioni locali (e non dei loro governanti, corrotti e autoritari), tempi lunghi e soprattutto, almeno nelle fasi iniziali del processo di emancipazione economica e sociale, non arresta le migrazioni, ma le incentiva.

Se la paura-ossessione dei migranti continua a dettare la politica italiana e comunitaria verso le migrazioni, diventa sempre più difficile assumere consapevolmente il fatto che la storia dell’uomo è basata sulla migrazione. Non si tratta, certo, di ignorare il modello di Stato nazione, attualmente predominante, ma è arrivato il tempo di ripensare ai criteri con cui decidiamo dove è consentito vivere a qualcuno, considerando che molti dei luoghi relativamente sicuri in cui vivere sul nostro pianeta, cioè le latitudini settentrionali, sono luoghi che soffrono di una crisi demografica elavorativa e sono destinazione di massicce migrazioni che possiamo prevedere, pianificare e gestire oppure rischiare di subire.
In tale prospettiva, solo una cooperazione “disinteressata” (vale a dire più interessata al “bene comune” che agli “interessi di parte”) tra attori locali, regionali e internazionali potrà individuare risposte capaci di superare gli squilibri socioeconomico-ambientali che cambiamenti climatici, fragilità locali e movimenti migratori vivono e vivranno in futuro. E continuare a corteggiare le dittature africane e i Paesi ultranazionalisti europei non è certo la strada più efficace per intraprendere scelte condivise, solidali e rispettose dei diritti umani.

Scalabriniani.net – Congregazione Scalabriniana
Centro Studi Emigrazione Roma | CSER
Roma, 21 agosto 2023