Stati Uniti. Millenovecento chilometri d’ingiustizie

Per ora, hanno vinto i petrolieri e Donald Trump. La lotta è quella tra la compagnia texana Energy Transfer e la tribù dei Sioux di Standing Rock, appoggiata da Greenpeace Usa.

La vicenda, iniziata nel 2017, riguarda il «Dakota access pipeline», un oleodotto della Energy Transfer di quasi 1.900 chilometri di lunghezza che trasporta petrolio greggio dal Nord Dakota all’Illinois attraversando territori indiani.

Contro l’oleodotto si sono schierati i popoli nativi (Dakota e Lakota, noti come Sioux) di Standing Rock, una riserva indiana posta tra il Nord e il Sud Dakota, nel corso degli anni più volte ridotta di dimensioni per decisione del Congresso statunitense. I nativi sostengono che l’opera contamina gravemente le risorse idriche e viola territori ad essi sacri.

Il percorso dell’oleodotto (BBC) e un’immagine delle proteste dei Sioux e degli ambientalisti. Per ora (febbraio 2026) sconfitti dalla lobby petrolifera e da Trump.

Per i Sioux si è distinta Janet Alkire – in lingua lakota, Winyan Wagatia ovvero «donna di alto onore» -, la prima donna indiana eletta presidente della tribù di Standing Rock. Al fianco degli indiani si sono da subito schierati gli ambientalisti di Greenpeace.  

Lo scorso 27 febbraio, James Gion, giudice distrettuale del North Dakota, ha condannato Greenpeace a pagare la somma di 345 milioni di dollari alla società petrolifera texana come risarcimento per i danni ad essa causati. Gli avvocati di Energy Transfer hanno sostenuto che l’organizzazione ha svolto un ruolo chiave nelle proteste, attirando migliaia di persone nel territorio della riserva Sioux di Standing Rock fin dal 2016. Il giudice Gion ha accolto l’istanza.

Tuttavia, Greenpeace ha già dichiarato di essere pronta a chiedere un nuovo processo o a presentare ricorso a istanze giudiziali di più alto grado.

Sul sito statunitense dell’organizzazione internazionale si legge: «Questa causa è sempre stata incentrata sul tentativo delle grandi compagnie petrolifere di far “pagare” qualcuno per le proteste contro l’oleodotto Dakota access, di cancellare la sovranità indigena e di indebolire il movimento ambientalista».

«Quanto accaduto a Standing Rock – si spiega ancora – ha spaventato le grandi compagnie petrolifere. Hanno visto una protesta dal basso, guidata dalle popolazioni indigene nel Nord Dakota, crescere spontaneamente fino a trasformarsi in una resistenza internazionale che ha mobilitato milioni di persone.

Hanno visto quanto potente possa essere il movimento ambientalista. Energy Transfer ha chiesto un ingente risarcimento “a titolo di risarcimento danni esemplari” perché vuole che questo caso serva da monito a chiunque, persona o organizzazione, pensi di esercitare il proprio diritto di parola o di protestare pacificamente».

La conclusione di Greenpeace evidenzia quanto sotto gli occhi di tutti: «Con Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca, questo schema è ormai ovunque: obbedire e rimanere in silenzio, altrimenti la propria istituzione verrà distrutta». Va ricordato – infine – che il presidente ha riaperto anche la questione di un altro oleodotto, il Keystone XL, che parte dall’Alberta, in Canada, ma che è bloccato dal 2021 per scelta dell’ex presidente Joe Biden a causa di numerose controversie ambientali.

Paolo Moiola




Venezuela. Trenta giorni senza Maduro

A un mese dalla rocambolesca cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores nel loro bunker nei pressi di Caracas, da parte della Dea (Drug enforcement administration), l’agenzia federale statunitense antidroga, il contesto politico venezuelano ha dato un’apparente svolta di 180 gradi, che ha fatto tremare lo status quo, anche se, in realtà, non pare essere cambiato molto.
Come nella celebre frase del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa che affermava che «Bisogna cambiare tutto perché non cambi niente», il Venezuela sembra avviarsi verso una transizione di continuità, dove il cambiamento inevitabile dato dalla cattura di Maduro non si traduce automaticamente in un governo di opposizione al chavismo, almeno nel breve periodo.

Una nuova e vecchia presidente
A poche ore dal blitz statunitense, il presidente Donald Trump ha annunciato che il governo di transizione sarebbe stato guidato da Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro e figura chiave del potere chavista, nonché sorella di Jorge Rodríguez Gómez, presidente dell’Assemblea nazionale, tuttora in carica.
Restano al loro posto anche altri pilastri dell’apparato statale, contestatissimi dall’opposizione per la loro presunta corruzione e la decadenza in cui hanno costretto le istituzioni, come il ministro della Difesa Vladimir Padrino López e il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, sul quale pende un mandato di cattura con una taglia da 25 milioni di dollari emesso dagli Stati Uniti.
Una decisione che ha sorpreso analisti e opposizione, che ha messo fuori gioco la grande favorita María Corina Machado, leader dell’opposizione e premio Nobel per la Pace, allineata con la visione economica ed estrattivista dell’amministrazione Trump.
All’estero, una parte della diaspora venezuelana, composta da oltre otto milioni di persone fuggite dalla crisi economica, ha inizialmente celebrato l’arresto di Maduro. All’interno del Paese, invece, i residenti non chavisti, mantengono il silenzio, per il timore di essere identificati e perseguitati, segno che la struttura repressiva dello Stato non è stata realmente smantellata.
Tuttavia, tra le novità più rilevanti dell’amministrazione Rodríguez rientra la liberazione di diversi prigionieri politici, tra cui Alberto Trentini, e la promessa di Delcy Rodríguez di rilasciarne altri cento. Finora sarebbero state liberate circa 266 persone su un totale di circa 800, un dato che, secondo vari analisti, conferma che l’ipotesi di un rapido ritorno alla democrazia sia da scartare al momento, così come libere elezioni per il 2026.

E l’industria del petrolio?
Fin dal primo giorno, Trump ha dichiarato senza mezzi termini che l’interesse strategico degli Stati Uniti riguarda il petrolio venezuelano, dimostrando in questo modo che la transizione governativa ha basi più economiche che democratiche.
Da parte sua, nel mese di gennaio, Delcy Rodríguez ha annunciato una riforma della Legge organica sugli idrocarburi, accogliendo le richieste statunitensi per facilitare l’ingresso di capitali stranieri nel settore energetico. L’obiettivo sarebbe rilanciare un’industria petrolifera in condizioni strutturali critiche, aggravate da anni di scarsa manutenzione da parte di Pdvsa, compagnia petrolifera statale.

Tuttavia, grandi multinazionali come Exxon e Shell hanno già fatto sapere di non essere interessate a investire nel Paese, perché il recupero delle infrastrutture necessarie all’estrazione del greggio extra pesante richiederebbe investimenti troppo elevati rispetto ai potenziali profitti, soprattutto in un contesto di forte instabilità politica.
Al momento, l’unica opzione concreta per Washington potrebbe essere dirottare verso gli impianti di raffinazione del Texas parte del petrolio oggi venduto alla Cina, ma senza nuovi investimenti si tratterebbe comunque di un beneficio di breve periodo.

Rapporti Venezuela-Stati Uniti
Al momento Delcy Rodríguez si muove su un fronte di apertura nel confronto degli Stati Uniti, almeno sulla carta, ma allo stesso tempo ha espresso più volte la netta volontà di mantenere la sovranità del Venezuela contro qualsiasi tipo di spinta imperialista statunitense.
Da parte sua il segretario di Stato Usa, Marco Rubio ha più volte minacciato Rodríguez affermando che, in assenza di piena e controllata collaborazione e, in qualche modo, sottomissione, «la reazione degli Stati Uniti potrebbe essere molto più dura di quella riservata a Maduro».

E Maduro?
Intanto Nicolás Maduro compie il suo primo mese di carcere A New York, dove aspetta la prossima udienza a marzo, dopo la prima del 5 gennaio scorso. Il suo futuro non è chiaro. I capi d’accusa di crimine organizzato e narcoterrorismo sono molti gravi e, in caso di condanna, potrebbe passare il resto della sua vita in carcere. Tuttavia, ogni scenario è possibile, soprattutto dopo il precedente dell’indulto a Juan Orlando Hernandez, ex presidente dell’Honduras, condannato a 42 anni per narcotraffico e rimesso in libertà proprio dall’amministrazione Trump.

Simona Carnino




Venezuela. Trump non è il libertador

Dal 3 gennaio il Venezuela è nelle mani delle forze statunitensi. Il presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores sono stati portati in un carcere di New York in attesa di essere processati per aver «importato tonnellate di cocaina negli Stati Uniti». L’azione militare – denominata Operation absolute resolve (Operazione determinazione assoluta) – ordinata da Donald Trump è stata improvvisa, ma certamente non inattesa, viste le manovre messe in atto dagli Usa negli ultimi mesi.

Da settembre, nel Mar dei Caraibi, la marina statunitense silurava barche venezuelane ipotizzate essere mezzi di trasporto dei narcotrafficanti. A novembre era uscito il documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), in cui si riesumava la cosiddetta «dottrina Monroe»: i paesi latinoamericani sono nel «cortile di casa» degli Stati Uniti, di conseguenza nessun altro paese può interferire. Infine, nei giorni scorsi, l’intervento diretto su Caracas.

Mentre il governo italiano è stato uno dei pochi al mondo (assieme a quello argentino di Milei) a definire «legittima» l’operazione di Trump, nell’editoriale del 3 gennaio il New York Times ha prima demolito la motivazione del narcoterrorismo e poi ha individuato nella nuova Strategia della sicurezza nazionale la spiegazione più plausibile: «A quanto pare – si legge -, il Venezuela è diventato il primo Paese soggetto a questo imperialismo moderno, che rappresenta un approccio pericoloso e illegale».

Donald Trump (foto ufficiale della Casa Bianca) e l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro – bendato e incatenato – nella foto pubblicata su Truth dal presidente statunitense.

Nella conferenza stampa organizzata nella sua tenuta di Mar-a-Lago, un gongolante Donald Trump ha spiegato alcune cose, in primis elogiando il blitz militare avvenuto senza alcuna conseguenza per le forze statunitensi (mentre non sono state ricordate le vittime venezuelane). Il tycoon non ha nascosto neppure gli obiettivi del suo Paese, mettendo subito in secondo piano sia la questione del narcotraffico sia il futuro dei venezuelani. In cima alla lista ci sono le risorse petrolifere: le aziende Usa – «le più grandi del mondo» – sono pronte a investire nel Paese.

Cosa accadrà ora è impossibile prevederlo. Tuttavia, il Venezuela non sembra intenzionato ad opporre resistenza. Più difficile è capire chi affiancherà gli Stati Uniti nella guida del Paese da oggi fino alla transizione. Potrebbe essere la vice Delcy Rodríguez (nominata presidente ad interim dal Tribunal supremo de justicia de Venezuela), che in molti indicano come possibile traditrice di Maduro. Potrebbe essere Edmundo González Urrutia, il (probabile) vincitore delle controverse elezioni presidenziali del 2024. Mentre – e questa è una sorpresa – pare al momento fuori dei giochi Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace 2025 e leader dell’opposizione venezuelana. Pur essendo un’adulatrice di Trump, il capo della Casa Bianca non la considera adeguata.

Su Truth, il social network di sua proprietà, il presidente Usa ha pubblicato un’immagine di Nicolás Maduro in tuta da ginnastica, bendato e ammanettato: il nemico non soltanto sconfitto, ma anche pubblicamente umiliato. Una scelta alla Trump. Tuttavia, il vero sconfitto non è l’ex presidente venezuelano. È il diritto internazionale, calpestato dal tycoon proprio come hanno fatto Vladimir Putin in Ucraina e Benjamin Netanyahu nei territori palestinesi.

Paolo Moiola




Venezuela. Sotto pressione

«A tutte le compagnie aeree, piloti, spacciatori e trafficanti di esseri umani, vi prego di considerare che LO SPAZIO AEREO SOPRA E ATTORNO AL VENEZUELA SARÀ INTERAMENTE CHIUSO. Grazie per l’attenzione a questa questione! PRESIDENTE DONALD J. TRUMP».

Questo è il post uscito su Truth, il social network di proprietà del presidente Usa, lo scorso 29 novembre. Le maiuscole sono dello stesso Trump che, in tal modo – come da sua consolidata abitudine -, vuole alzare la voce (anche) in maniera virtuale.

Da tempo, il tycoon ha preso di mira il Venezuela di Nicolás Maduro. In questi mesi, la sua pressione sul paese latinoamericano, detentore di grandi riserve di idrocarburi, è via via aumentata. È iniziata lo scorso 2 settembre con l’Operation southern spear («Operazione lancia meridionale») e il siluramento nel Mar dei Caraibi di barche venezuelane accusate dalla Casa Bianca di appartenere ai cartelli dei narcotrafficanti. Attualmente sarebbero una dozzina le navi della marina militare statunitense – compresa la gigantesca portaerei Gerald Ford – a stazionare nei mari davanti al Venezuela. Oltre dodicimila gli uomini impiegati, tra marinai e marines. Secondo il New York Times, da settembre gli aerei Usa hanno colpito 21 barche e ucciso almeno 87 persone.

Le accuse trumpiane non sono state suffragate da alcuna prova, suscitando le proteste dei paesi della regione, in primis della Colombia. Gli esperti di diritto internazionale concordano, inoltre, nel definire illegali queste azioni ed extragiudiziali le uccisioni. Il Congresso Usa ne sa discutendo, tra accuse e polemiche. Egualmente illegale – si sostiene – è decretare il blocco dei cieli venezuelani.

All’interno del Venezuela, l’attivismo trumpiano è sostenuto da Maria Corina Machado, che il prossimo 10 dicembre, a Oslo, riceverà il premio Nobel per la pace. La pasionaria anti-Maduro, personaggio molto controverso per comportamenti e affermazioni, è un’accesa sostenitrice del presidente Trump. A tal punto che, recentemente, senza alcuna prova ha sostenuto che il presidente venezuelano avrebbe truccato le elezioni in vari paesi, compresi gli Stati Uniti. La Machado è anche un’accesa sostenitrice del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del Likud.

La portaerei Gerald R. Ford è nel Mar dei Caraibi a sostegno dell’azione di Donald Trump (nel riquadro) contro i cartelli della droga e contro il Venezuela di Maduro,
accusato (senza prove) di sostenerli. (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Ridge Leoni/Released)

L’obiettivo manifesto di Trump è far cadere il presidente Maduro, che lo scorso anno è stato rieletto dopo votazioni molto contestate. L’obiettivo non dichiarato è, probabilmente, quello di mettere le mani sulle ingenti risorse dello Stato latinoamericano. Il Venezuela è il primo paese al mondo per riserve provate di petrolio, precedendo l’Arabia Saudita. Oltre agli idrocarburi ci sono, inoltre, bauxite (alluminio), ferro (acciaio), oro e diamanti. Nonostante queste ricchezze, da molti anni il Paese si dibatte in una pesante crisi economica e sociale, che – tra l’altro – ha spinto a fuggire all’estero quasi otto milioni di venezuelani, dei quali 770mila negli Stati Uniti.

Su questo punto, va notato che, nonostante il blocco dei cieli, la Casa Bianca non ha fermato il piano di rimpatrio degli immigrati venezuelani. Ad oggi, sono stati effettuati 76 voli (gli ultimi due mercoledì 3 dicembre) che hanno riportato nel paese latinoamericano 13.956 persone.

La situazione rimane fluida per la consueta politica del bastone e della carota di Trump, come dimostra la telefonata intercorsa tra i due presidenti in un giorno di fine novembre. Rispetto alla quale Nicolás Maduro ha dichiarato, tra l’altro: «Mi piacciono la prudenza, il rispetto e, con il favore di Dio e del nostro Comandante dei Comandanti, Nostro Signore Gesù Cristo, tutto andrà per il meglio per la pace, l’indipendenza, la dignità e il futuro del Venezuela. Amen, amen, nei secoli dei secoli!» (Correo del Orinoco, 4 dicembre 2025).

Di certo, le mosse di Trump per provocare un cambio di regime in Venezuela non sono dettate da motivi umanitari. Al contrario, sono l’ennesima fotografia di questo periodo storico in cui il diritto internazionale viene irriso e calpestato. Come sta accadendo con la Russia in Ucraina e Israele in Palestina.  

Paolo Moiola




Alaska. Se Fairbanks tocca i 30 gradi

Nel giro di venti giorni – tra il 13 giugno e il 3 luglio – il Servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti (National weather service) ha emesso due allerta per le alte temperature. Nulla di eccezionale se gli avvisi non avessero riguardato l’Alaska: per lo Stato più settentrionale e più freddo degli Usa, si è trattato della prima (e della seconda) volta. Nella regione di Fairbanks le temperature hanno raggiunto i 30 gradi (86 gradi Farenheit). Per capire la portata dell’evento, va precisato che la città di Fairbanks si trova a soli 320 chilometri dal Circolo polare artico (e questo dista circa 2.670 chilometri dal Polo Nord). In Alaska il riscaldamento climatico è da due a tre volte superiore alla media del resto del mondo: parliamo di un incremento di almeno 2 gradi Celsius. Secondo l’«Alaska climate research center» (Acrc) dell’Università di Fairbanks: «Considerando l’andamento della temperatura a lungo termine, la nuova normalità indica che lo Stato si sta riscaldando».

Le conseguenze di questa nuova normalità sono plurime, tutte molto pesanti: i ghiacciai si riducono, il ghiaccio marino artico si contrae, le coste si erodono, il permafrost si scioglie (con danni su case, strade e infrastrutture), eventi estremi (inondazioni e incendi) si intensificano, le mutate condizioni ambientali si riflettono su flora e fauna, i popoli indigeni vedono modificate le proprie abitudini (di caccia e pesca, in primis). Per l’Alaska (e la questione climatica, in generale) la situazione si è aggravata con il ritorno di Donald Trump, da sempre negazionista, alla Casa Bianca. E lo si è visto fin dal primo giorno del suo insediamento. Infatti, il presidente ha immediatamente firmato un ordine esecutivo intitolato «Liberare lo straordinario potenziale di risorse dell’Alaska» e questo in linea con il suo mantra in materia di energia, «Drill, baby, drill» (Trivella, tesoro, trivella).

Una mappa dell’Alaska, cinquantesimo Stato degli Stati Uniti.
Con Donald Trump anche la riserva naturale dell’«Arctic national wildlife refuge» (in alto, a destra) è in pericolo.

In altre parole, Trump vuole facilitare le trivellazioni in Alaska abrogando le limitazioni, definite «punitive», dell’era Biden. Il progetto include anche l’«Arctic national wildlife refuge», un’area naturale protetta che si trova nella zona nord-orientale dello Stato.

Nonostante le evidenze scientifiche e le esperienze quotidiane, il negazionismo climatico continua a imperversare. I negazionisti sostengono che le variazioni sono sempre esistite e che esse non sono dovute a cause umane. Anche in Italia ci sono molti esponenti, che riescono a trovare ascolto in partiti politici e media. «L’ideologia verde, fondata su presupposti scientifici fallaci, ha impoverito il mondo. Ecco perché Trump, ponendo fine a questa follia, sta salvando il pianeta» ha scritto su La Verità (17 giugno) Franco Battaglia, da anni leader irraggiungibile dei negazionisti italiani. «Cosa ci insegna il caldo di questi giorni? La narrazione dominante sui media dice che è colpa nostra […]. Sennonché questa ideologia è smentita dalla storia e dalla scienza, infatti sappiamo, con certezza, che il clima del pianeta cambia continuamente, da sempre» ha sottolineato il negazionista Antonio Socci su Libero (6 luglio). Pochi giorni dopo (9 luglio), commentando un calo improvviso delle temperature, lo stesso quotidiano titola «Dopo l’allarmismo per l’estate carissima», confondendo il clima con il meteo. Un errore incredibile.

I negazionisti sono stati criticati dallo stesso papa Leone XIV che, nell’omelia del 9 luglio, ha detto: «Dobbiamo pregare per la conversione di tante persone, dentro e fuori della Chiesa, che ancora non riconoscono l’urgenza di curare la casa comune. Tanti disastri naturali che ancora vediamo nel mondo, quasi tutti i giorni in tanti luoghi, in tanti Paesi, sono in parte causati anche dagli eccessi dell’essere umano, col suo stile di vita».

Paolo Moiola




Brasile. Le giravolte di Lula

Il prossimo novembre la città brasiliana di Belém do Pará, considerata la porta d’ingresso dell’Amazzonia, ospiterà la trentesima edizione della Conferenza delle parti (Cop30). Un evento di rilevanza mondiale che cade in un periodo storico in cui i cambiamenti climatici sono sempre più evidenti ma, al tempo stesso, minimizzati o addirittura negati dai leader politici al potere.

A quest’ottica revisionista sembra iscriversi anche il Paese ospitante. Tre autorevoli siti web brasiliani – Amazonia Real, Infoamazonia e Sumauma – stanno svelando le contraddizioni ambientali del governo Lula.

Per accennare soltanto ai fatti più recenti, ricordiamo due questioni: la prima riferita all’esplorazione petrolifera lungo la costa oceanica dell’Amazzonia, la seconda alla discussione del progetto di legge 2159, «Dispõe sobre o licenciamento ambiental» (Disposizioni sulle licenze ambientali).

Il primo caso riguarda il cosiddetto Blocco 59, un grande sito petrolifero offshore che si trova a circa 160 chilometri dalla costa di Oiapoque, nello stato di Amapá. Da tempo Petrobras, l’azienda petrolifera dello Stato brasiliano, aveva chiesto a Ibama, l’Istituto brasiliano dell’Ambiente e delle risorse naturali rinnovabili, la licenza per l’esplorazione e lo sfruttamento del giacimento petrolifero individuato sui fondali oceanici. I tecnici dell’Ibama avevano risposto negativamente a causa dei rischi ambientali e della pericolosa vicinanza con le foci del Rio delle Amazzoni.

Nella mappa elaborata dal sito Infoamazonia, vengono evidenziate le zone dell’Amazzonia in cui sono
in corso – a diversi livelli di avanzamento – esplorazioni petrolifere.
La situazione interessa non soltanto il Brasile, ma tutti i paesi amazzonici.

Alla fine, nella contesa tra Petrobras e Ibama, il presidente Lula ha scelto la prima, spingendo i dirigenti dell’organismo di controllo ambientale – in particolare, il presidente Rodrigo Agostinho e la direttora Magda Chambriard – ad andare contro i propri stessi tecnici. Quindi, mentre l’agenda climatica prevede un graduale abbandono delle fonti energetiche fossili, il Brasile sceglie di incrementarle.

Il secondo caso si riferisce al progetto di legge sulle licenze ambientali, approvato a fine maggio dal Senato e ora in discussione alla Camera. Si tratta di un progetto che mira a semplificare le regole ambientali. In particolare, riduce gli obblighi in materia ambientale degli imprenditori che potranno autocertificarsi, diluisce il potere di ispezione dei controllori e non protegge i territori indigeni non ancora omologati. Effetti talmente gravi che esso è stato soprannominato «projeto de lei da devastação» (disegno di legge sulla devastazione). Se anche la Camera approvasse il progetto, toccherà al presidente Lula porre la firma o il veto.

Sarà la forza della «bancada ruralista» (lo schieramento parlamentare dell’agrobusiness), sarà l’epoca storica di eclissi della democrazia, sarà forse l’età (compirà 80 anni il prossimo ottobre), ma il terzo mandato alla guida del Brasile sta mostrando un Lula diverso. Sicuramente non migliore dei precedenti.

Paolo Moiola




Sud Sudan. Venti di guerra civile

 

Sul Sud Sudan aleggia lo spettro della guerra civile. Da metà febbraio, lo Stato più giovane d’Africa – che ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011 – è attraversato da crescenti tensioni: agli scontri militari iniziati nello stato nordorientale dell’Alto Nilo, si sono presto affiancate ostilità politiche nella capitale.

Ma, in realtà, nonostante la sua giovane età, una guerra civile il Sud Sudan l’ha già vissuta, tra il 2013 e il 2018. E una delle cause principali – la lotta per la leadership politica – resta ancora oggi irrisolta, tanto da essere alla radice del nuovo conflitto che minaccia di scoppiare.

Infatti, a contrapporsi sono di nuovo le stesse fazioni. Nel 2013, le prime violenze si verificarono dopo che il presidente Salva Kiir, leader del Movimento per la liberazione del popolo del Sudan (Splm), iniziò a consolidare il proprio potere, estromettendo i rivali più pericolosi: i vertici di polizia ed esercito furono sostituiti e il vicepresidente Riek Machar fu rimosso dall’incarico. La situazione divenne incandescente quando quest’ultimo reagì, fondando un proprio partito – il Movimento per la liberazione del popolo del Sudan in opposizione (Splm/Io) – e accusando Kiir di tendenze dittatoriali.

Nel giro di poco, le due fazioni arrivarono allo scontro aperto e il conflitto dilagò in tutto il Paese. I cinque anni di guerra causarono almeno 400mila morti e 2,2 milioni di sfollati interni (oltre alla fuga di 2,5 milioni di persone oltre confine). Fu solo con la firma dell’accordo di pace e condivisione del potere nel 2018 che i due schieramenti principali – ai quali nel frattempo si erano affiancati alcuni Stati vicini e diversi altri gruppi armati, anche provenienti da Paesi confinanti – accettarono di deporre le armi. Kiir e Machar acconsentirono a unire le proprie truppe in un unico esercito, scrivere una nuova Costituzione, organizzare un censimento, tenere elezioni generali e disarmare tutti gli altri movimenti armati.

In realtà, nessuna di queste riforme è stata realizzata e le tensioni politiche sono all’ordine del giorno. Le elezioni non si sono ancora tenute: ogni volta che vengono fissate sono sistematicamente posticipate con scuse varie. Mentre alcuni gruppi armati – in buona parte esclusi dai negoziati – continuano a operare. È proprio a uno di questi movimenti – l’Esercito bianco – che il governo sud sudanese ha addossato la responsabilità dei recenti attacchi nell’Alto Nilo. La milizia è composta soprattutto da combattenti di etnia nuer, la stessa di Machar a cui è ritenuta fedele (mentre Kiir è un dinka).

Anche secondo Human rights watch (organizzazione per la tutela dei diritti umani), il primo ad attaccare a metà febbraio è stato l’Esercito bianco, preoccupato dalle voci di un disarmo forzato e imminente di tutti gli attori armati extra statali. Gli scontri – che secondo la Missione delle Nazioni Unite in Sud Sudan hanno visto anche l’uso di armi pesanti – si sono concentrati nella città di Nasir, nell’Alto Nilo, e hanno provocato la morte di alcuni soldati e miliziani, oltre al ferimento di diversi civili.

La reazione di Kiir è stata immediata: il presidente ha rimosso dall’incarico diverse figure vicine a Machar, come Monica Achol Abel, ambasciatrice sud sudanese in Kenya. Di alcune – il generale Gabriel Doup Lam, vicecomandante dell’esercito, il ministro del Petrolio, Puot Kang Chol, e il ministro del Peacebuilding, Stephen Par Kuol – ha anche ordinato l’arresto. La casa di Machar, accusato di pianificare un colpo di Stato, invece è stata circondata dalle forze armate, che lo hanno posto agli arresti domiciliari.

Mentre un elicottero delle Nazioni Unite – che stava evacuando alcuni soldati sud sudanesi da Nasir – veniva attaccato, gli Stati Uniti hanno ordinato a tutto il personale non essenziale di lasciare il Paese. Qualche giorno dopo, secondo quanto dichiarato dal generale maggiore Felix Kulayigye, portavoce dell’esercito ugandese, Kampala ha mandato a Juba un contingente di forze speciali per «supportare il governo del Sud Sudan a fronteggiare una possibile avanzata dei ribelli». Kiir, infatti, è uno stretto alleato del presidente ugandese, Yoweri Museveni, che già nel precedente conflitto era intervenuto per aiutarlo a restare al potere.

D’altronde, secondo Mohammed Akot, attivista pro democrazia, è proprio per il potere che in Sud Sudan rischia di scoppiare una nuova guerra civile. Per lui, a rendere concreta la possibilità di un nuovo conflitto è la «mancanza di una reale volontà politica»: sia l’Splm che l’Splm/Io sono più interessati a prendere il controllo delle istituzioni politiche sud sudanesi che a collaborare per migliorare le condizioni di vita della popolazione. E così il Sud Sudan – il terzo Paese dell’Africa subsahariana per giacimenti petroliferi (di cui il 90% ancora da sfruttare) – resta ancora oggi uno degli Stati più poveri del continente.

Aurora Guainazzi




L’ultimo polmone del pianeta


La foresta del fiume Congo è la sola al mondo in grado di assorbire più anidride carbonica di quella che produce. È un ecosistema unico, messo a rischio costante dalle risorse naturali che contiene. Alcuni paesi la tutelano, ma in molti altri lo sfruttamento è fuori controllo.

Il bacino del fiume Congo ospita la seconda foresta tropicale più estesa al mondo dopo l’Amazzonia: oltre due milioni di chilometri quadrati che toccano sei Paesi (Camerun, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo e Repubblica democratica del Congo).

A oggi, è l’unica foresta al mondo ancora in grado di assorbire una quantità di anidride carbonica (CO₂) maggiore di quella che produce. Secondo il think tank indipendente Center for global development, la foresta assorbe ogni anno 1,1 miliardi di tonnellate di CO₂ a fronte di emissioni pari a 530 milioni di tonnellate.

ponte sul fiume Nepoko, affluente del Congo – Foto Virgilio Pante

Una foresta unica

La foresta del fiume Congo è un ecosistema unico. I suoi 202 milioni di ettari ospitano 10mila tipologie differenti di piante tropicali (di cui il 30% è endemico della regione), oltre a innumerevoli specie di mammiferi (400), uccelli (mille) e pesci (700). Tra essi, molti animali in via d’estinzione come l’elefante della foresta, lo scimpanzé, il bonobo e i gorilla di pianura e montagna.

La foresta è fondamentale per gli equilibri meteorologici di buona parte del continente.

Studi hanno dimostrato che quando l’aria passa sopra ad aree coperte da vegetazione tropicale intensa porta maggiore pioggia. Man mano che la deforestazione procede, quindi, si riducono le precipitazioni – in particolare nel Sahel e nel Corno d’Africa – e aumentano i periodi di siccità.

Molte popolazioni indigene dell’Africa centrale vivono nella foresta, che fornisce loro cibo, acqua e mezzi per la sopravvivenza quotidiana. Sono circa 75 milioni di persone, appartenenti a 150 gruppi etnici. Tra essi spiccano i pigmei, cacciatori e raccoglitori con una conoscenza estremamente approfondita dell’ambiente naturale che li circonda, degli animali che vi vivono e delle piante medicinali (cfr MC ottobre 2019).

Le minacce

La sopravvivenza della selva del Congo è minacciata dalla deforestazione, trainata dall’abbondanza di risorse naturali (legname, minerali e idrocarburi), spesso sfruttate con metodi insostenibili. Secondo Global forest watch (una piattaforma per il monitoraggio delle foreste), tra il 1990 e il 2000, i livelli di deforestazione in Africa centrale erano tra i più bassi al mondo. Poi hanno iniziato a crescere pericolosamente. In particolare, tra il 2002 e il 2021, sono andati persi 17 milioni di ettari. Tra questi, 5,82 erano foreste primarie, aree che non erano mai state toccate dalle attività umane.

Ampie porzioni di foresta sono sfruttate sia da singoli individui sia da grandi compagnie internazionali con obiettivi che vanno dalla sopravvivenza quotidiana all’ottenimento del maggior profitto economico possibile.

La crescita della domanda internazionale di legname, idrocarburi e minerali spesso spinge le multinazionali a progetti di sfruttamento incontrollato. La costruzione di infrastrutture di servizio a queste attività – come dighe e strade – costituisce un danno ambientale considerevole e forza le popolazioni indigene a spostarsi in aree sempre più remote.

Lo sviluppo di reti stradali permette anche ai bracconieri di inoltrarsi sempre più a fondo nella foresta. Con la crescita della domanda di carne di selvaggina – secondo il Wwf, nella sola Rdc ogni anno viene consumato più di un milione di capi -, ne aumenta anche il commercio, spesso illegale. E così è sempre più a rischio la biodiversità: scimmie, antilopi, gorilla e bonobi sono ormai in via di estinzione. Mentre la richiesta internazionale di avorio ha ridotto la popolazione di elefanti della foresta a poche migliaia.

Dunque, la tensione tra conservazione di un ecosistema eccezionale e possibilità di trarre profitto dalle sue risorse si sta ponendo sempre più come elemento cruciale nella gestione futura dell’area.

Raccolta delle termiti nella foresta di Bayenga – foto Godfrey Msumange

Il legno in Gabon

L’88% del territorio gabonese è coperto dalla foresta: 22 milioni di ettari nei quali vivono più di 200 specie animali e vegetali a rischio. Tra cui il 60% degli elefanti della foresta ancora esistenti.

Negli ultimi anni, una serie di considerazioni economiche, sociali e ambientali ha fatto sì che tutelare questo ecosistema diventasse sempre più importante per il Paese. Nel 2002, il Gabon ha istituito, sull’11% del territorio nazionale, tredici aree protette (tra cui il Parco Lopé-Okanda, patrimonio Unesco) nelle quali è vietata qualsiasi attività economica.

Al contempo, il Paese ha introdotto una serie di politiche per contrastare le pratiche illegali (soprattutto taglio di legname) e sviluppare un settore del legno sostenibile. Grazie all’utilizzo di immagini satellitari, gli esperti ambientali monitorano lo stato della foresta e individuano aree oggetto di deforestazione sospetta. Il taglio di alberi è strettamente regolamentato: è possibile abbattere una o due piante per ettaro ogni 25 anni, così da permettere una riforestazione naturale. Mentre il percorso dei tronchi – dalla foresta ai porti – è attentamente tracciato.

Sforzi che si inseriscono in una politica di sviluppo economico più ampia: il Gabon è un importante produttore di petrolio, ma nei prossimi anni il settore (che attualmente rappresenta il 40% del Pil nazionale e il 70% delle entrate) è destinato al declino. Sviluppare un’industria del legname sostenibile e al contempo redditizia è quindi diventata la sfida per il futuro economico del Paese.

Per farlo, nel 2010, Libreville ha vietato le esportazioni di legname grezzo per incoraggiare le aziende a sviluppare centri di lavorazione nel Paese. Inizialmente, la produzione è rallentata, ma poi centinaia di compagnie hanno cominciato a spostare le proprie attività in Gabon. Attualmente, il parco industriale di Libreville si estende su 1.200 ettari e ospita 150 aziende, le cui attività spaziano dalla produzione di compensato a quella di mobili di alta qualità.

Già oggi il Gabon è un importante produttore mondiale di rivestimenti e compensato (nel 2019, il giro d’affari ammontava a 500 milioni di dollari l’anno). In dieci anni, l’obiettivo è arrivare a un’industria da 10 miliardi di dollari e 300mila posti di lavoro. Il tutto tutelando l’ambiente: entro il 2025, le compagnie che operano nel Paese hanno l’obbligo di essere certificate da Fsc, uno standard globale sulla gestione etica della foresta che assicura la produzione del legno in modo sostenibile.

Attraversamento del fiume Nepoko con una piroga

Foresta ed emissioni

Tra il 1990 e il 2010, il Gabon aveva perso 10mila ettari di foresta all’anno. Nei dieci anni successivi, invece, sono stati abbattuti solo 12mila ettari e molte aree, che all’inizio degli anni Duemila erano in degrado, sono state rigenerate, anche grazie alla decisione di ripiantare alberi.

Nel 2021, il Gabon è diventato il primo Paese africano a ricevere una ricompensa in denaro per aver ridotto la deforestazione e le emissioni di anidride carbonica derivanti dal degrado dell’ambiente forestale. Sulla base di un accordo siglato due anni prima, la Central african forest initiative (Cafi) – un’intesa tra donatori occidentali e Paesi del Sud globale per la protezione delle foreste – ha erogato al Gabon 17 milioni di dollari. Ogni dollaro corrisponde a una tonnellata di CO₂ non emessa (rispetto alla media del Paese tra il 2005 e il 2014) per un massimo di 150 milioni di dollari in dieci anni.

I fondi saranno destinati a progetti per la protezione della foresta e la ricerca scientifica. Il Gabon infatti è sempre più centrale nella lotta ai cambiamenti climatici: in media, la sua foresta assorbe 140 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno (mentre il Paese ne produce solo 40). A catturare così tanta CO₂ sono specie vegetali molto vecchie, con una capacità di trattenimento superiore a quella degli alberi dell’Amazzonia.

Viaggio sul fiume Congo da Kinshasa a Kisangani nel luglio 2006, foto di Ennio Massignan

Rdc, campione di deforestazione

Il 53% della foresta del fiume Congo (107 milioni di ettari) si trova nella Rdc, lo Stato dove la deforestazione si manifesta con maggiore forza: dal 2002 a oggi, sono andati persi il 35% della superficie coperta da alberi e il 5,6% della foresta primaria. Particolarmente colpite sono le foreste della pianura Nordoccidentale, della costa e, soprattutto, della zona montuosa orientale.

Quest’ultima è una delle regioni africane più ricche di biodiversità tanto che vi si trovano aree protette come il Parco Virunga, il Parco nazionale dei monti Rwenzori e il Parco nazionale dei vulcani. Ma, nonostante la loro presenza, bracconaggio, taglio abusivo di legname e deforestazione per agricoltura di sussistenza e attività estrattive sono molto diffusi. Pratiche spesso illegali, frequentemente controllate dagli attori armati attivi nell’Est della Rdc (vedi MC 03/2024) e incentivate dalla situazione di conflittualità perenne e dalla mancanza di istituzioni statali solide e servizi adeguati.

Produrre legname è molto redditizio e per molte famiglie costituisce una fonte fondamentale di sostentamento: in un Paese dove la rete elettrica è limitata e i prezzi di gas e petrolio sono elevati, il legno fornisce energia al 90% della popolazione. Così come importanti sono anche l’estrazione mineraria artigianale e l’agricoltura di sussistenza, la quale, soprattutto quando è itinerante, comporta alti tassi di deforestazione.

Senza dimenticare le multinazionali che, grazie alla corruzione di agenti statali, si aggiudicano (spesso in aree protette) vaste concessioni per taglio di legname o estrazione mineraria. Nel nome del massimo profitto possibile, si curano ben poco della tutela dell’ambiente naturale e dei suoi abitanti.

Fiume Congo a Saint Hilaire a Kinshasa – di Rinaldo Do

Petrolio e gas

Alla deforestazione nella Rdc contribuiscono anche politiche governative confuse e poco interessate alla conservazione ambientale. Nel 2021, anche il governo congolese aveva siglato un accordo con la Cafi: 500 milioni di dollari se la Rdc avesse rigenerato otto milioni di ettari di foresta in degrado e istituito aree protette sul 30% della sua superficie.

Ma lo stesso anno, la ministra dell’Ambiente, Eve Bazaiba, aveva annunciato la fine di una moratoria del 2002 che impediva l’assegnazione di nuove concessioni per il taglio di legname. Non che fosse realmente necessario: secondo Greenpeace (Ong per la tutela dell’ambiente), la disposizione era già stata violata più volte persino dal precedente ministro dell’Ambiente, Claude Nyamugabo. Mentre il governo aveva aperto il 40% del Parco nazionale di Salonga all’esplorazione petrolifera.

Alla fine di luglio 2022 poi l’esecutivo ha indetto un’asta: in palio c’erano 27 aree per lo sfruttamento di petrolio e tre per il gas. Molte si collocano in ecosistemi critici come il Parco Virunga o in zone coperte dalla torbiera tropicale più grande al mondo. Mentre le concessioni di gas si trovano nel lago Kivu.

Si stima che le risorse estraibili ammontino a 600 miliardi di dollari, ma devastazione ambientale, inquinamento e impatto sulle popolazioni locali (che non sono state consultate) rischiano di essere incalcolabili.

A giustificare la decisione è stata la ministra dell’Ambiente: «Abbiamo le risorse di suolo e sottosuolo: è su questo che tratteremo con il resto del mondo». La tutela della foresta può aspettare.

Aurora Guainazzi




Iran. Droni e petrolio vendesi

Nonostante le foto diffuse dall’Agenzia di stampa della Repubblica islamica (Irna) sembrino mostrare il contrario, venerdì 1 marzo l’Iran – paese con 88 milioni di abitanti – è andato alle urne senza alcun entusiasmo, segnando la più bassa partecipazione di votanti dalla rivoluzione del 1979: il 41 per cento degli aventi diritto. In gioco c’erano i 290 seggi del Parlamento (Majlis) e gli 88 dell’Assemblea degli esperti. Quest’ultima è l’organo clericale cui spetta la scelta della Guida suprema, attualmente rappresentata dall’ayatollah Ali Khamenei (85 anni).

Come ampiamente previsto, anche senza attendere i risultati del secondo turno (sarà a maggio), hanno vinto i conservatori e gli ultra conservatori, agevolati dall’assenza – per divieto o per boicottaggio – non solo dei candidati progressisti ma anche di gran parte di quelli moderati.

Donne iraniane al voto venerdì 1 marzo 2024 in una foto diffusa dall’Agenzia di stampa statale. (Foto Maryam Almomen – IRNA)

Il popolo iraniano sta vivendo anni bui sotto il giogo della casta sciita al potere. Dopo le manifestazioni di piazza del 2022 (proteste guidate dalle donne), la violazione dei diritti civili e la carcerazione o l’uccisione degli oppositori sono una prassi consolidata.

Per la teocrazia iraniana non mancano, però, le note positive. Nonostante un’inflazione elevata (40 per cento annuo), l’economia resiste (più 4,2 per cento nel 2023), sospinta dai legami sempre più stretti con la Cina di Xi Jinping e la Russia di Vladimir Putin, paesi che lo scorso 1° gennaio hanno accolto l’Iran in seno al gruppo dei Brics. La produzione di petrolio, grande ricchezza del Paese, è in crescita (2,99 milioni di barili di petrolio al giorno nel 2023, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia) con la quota d’esportazione quasi interamente acquistata dalla Cina. In questo momento storico il maggiore successo economico (e politico) del Paese è però dato dalla vendita di un micidiale prodotto tecnologico per uso militare: i droni, i veicoli aerei senza pilota (Unmanned aerial vehicles, Uav). I droni iraniani – come lo «Shahed 136» o il «Mohajer-6» – sono venduti soprattutto alla Russia per la sua aggressione all’Ucraina, ma anche in Africa (Etiopia, Sud Sudan e Fronte Polisario del Sahara occidentale) e in America Latina (Venezuela e Bolivia).

Inoltre, essendo il Paese sponsor delle milizie sciite in Libano (Hezbollah), in Yemen (Houti) e in Iraq, i droni di fabbricazione iraniana sono un’arma sempre più utilizzata nell’esplosiva regione mediorientale.

Paolo Moiola




Stati Uniti. Alaska, l’ultima frontiera

Un’aquila calva in inverno nel National Kenai Fjords Park, in Alaska. Foto Jeff Carpenetti – NPS.

Sommario

Alaska, il pianto dei ghiacciai

Alaska, il pianto dei ghiacciai

Nel 49° stato degli Usa – posto a ridosso del Circolo polare artico – il cambio climatico è molto più evidente che altrove. Come dimostra il rapido scioglimento dei ghiacciai con tutte le conseguenze che ciò comporta. Eppure, oggi si discute su come portare le trivellazioni petrolifere in altre aree dello stato. Aree ancora intonse e selvagge.

Seward (Kenai). È una fila di cippi in legno, ciascuno con segnato un anno: 1830, 1917, 1926, 1951, 2015… Distano qualche decina di metri l’uno dall’altro: più recente è l’anno, maggiore è la distanza tra un cippo e l’altro, una distanza che misura il regresso del ghiacciaio. I numeri parlano da soli. Tra il 1815 e il 2015, esso si è ritirato di 2,5 chilometri con una progressione costante: da 19,7 metri all’anno a 29,4 (2006-’10) a 44,5 (2011-’15). In questi ultimi anni poi, l’«eccezionale» (secondo la University of Alaska-Fairbanks) incremento delle temperature medie ha ulteriormente accelerato il ritmo dello scioglimento.

Quei cippi in legno sono come lapidi funerarie che rammentano, a chiunque voglia vedere, l’agonia di Exit, questo il nome del ghiacciaio, il più accessibile tra i 35 ospitati dall’altopiano di Harding, nel Kenai Fjords National Park, sulla penisola del Kenai, a Sud di Anchorage, la città più grande (290mila abitanti) dell’Alaska.

Il ritiro di Exit è impressionante, ma probabilmente il sentimento più forte è la tristezza di vedere una meraviglia della natura contrarsi, rattrappirsi come un corpo che invecchia. Exit è soltanto uno degli oltre 27mila ghiacciai (dato 2021) dell’Alaska, che, in totale, occupano circa il 5 per cento del suo territorio (costituito a Sud dalla taiga e a Nord dalla tundra).

Oggi l’Alaska – 49° stato ad aderire agli Usa (3 gennaio 1959), il più grande (quasi sei volte l’Italia) e il meno popolato (meno di 800mila abitanti) – è la rappresentazione plastica e tangibile dei mutamenti climatici.

L’Alaska sta sperimentando profonde alterazioni ambientali dovute a eventi meteorologici estremi e mutamenti nel clima storico. Le conseguenze – temperature più alte, perdite di ghiaccio marino, riduzione del manto nevoso, degradazione del permafrost, inondazioni, incendi, acque dell’oceano più calde e cambiamenti dell’ecosistema (sia marino che terrestre) – stanno producendo impatti sulla vita quotidiana degli abitanti dello stato.

L’innalzamento della temperatura varia notevolmente da regione a regione, con il riscaldamento nelle parti settentrionali e occidentali che è doppio rispetto al tasso riscontrato nell’Alaska Sudorientale. L’International Arctic Research Center (Iarc, Università di Fairbanks, 2019) ha, infatti, registrato temperature fino a 3,2 gradi Celsius più elevate nelle zone settentrionali, fino a 2,0 gradi Celsius nelle zone meridionali e fino a 1,1 gradi Celsius lungo le coste e negli arcipelaghi.

Lo sbocco finale di Exit, ghiacciaio da anni in drammatica ritirata. Foto Paolo Moiola.

Se crescono più alberi

Le poche strade dell’Alaska hanno caratteristiche precise: dritte, lunghissime e praticamente senza traffico, si addentrano tra la taiga o la tundra. La taiga è l’ambiente tipico dell’Alaska meridionale. Più si procede verso il centro e verso Nord, più gli alberi si riducono in dimensioni (diventano piccoli e sottili) e numero, fino a scomparire del tutto, dando origine alla tundra. Tuttavia, negli ultimi anni, a causa dei mutamenti climatici, questa ha mostrato una crescita verde (greening, più piante) maggiore rispetto alla media nel lungo periodo. Un fenomeno evidenziato anche nei parchi nazionali dall’innalzamento della cosiddetta «linea degli alberi» (treeline). Come nel parco del Denali dove il passaggio dalla taiga alla tundra si distingue nitidamente. «Guardate – ci fa notare Laurie, una guida del parco -, oggi gli alberi crescono più in alto. Con conseguenze a catena, in primis sulla fauna».

Per ammirare il parco dall’alto e in particolare il Denali (per quasi un secolo chiamato Monte McKinley), per prominenza la terza montagna al mondo (6.138 metri), il piccolissimo aeroporto di Talkeetna è la base di partenza migliore. Fondata nel secondo decennio del Novecento, con circa mille abitanti ufficiali, la cittadina è, a conti fatti, una strada fiancheggiata da una fila di ristorantini e negozietti.

Entriamo al Village Arts and Crafts, uno dei piccoli empori aperti a beneficio dei turisti. Alla cassa c’è Ruth Cook, la proprietaria, una donna anziana e minuta. «Sono qui da tutta la mia vita – racconta con voce amichevole -, e ho visto tante cose cambiare. Sono cresciuti i turisti, i rifiuti e la mancanza di rispetto. E, soprattutto, i mutamenti causati dall’aumento delle temperature».

Anche se oggi il cielo è molto coperto e la pioggia incombente, i piccoli velivoli decollano da Telkeetna: volare sulla catena montuosa del Denali è un’esperienza imperdibile perché permette di ammirare lo spettacolo delle vette e dei ghiacciai. E, infatti, le aspettative sono ampiamente ripagate. Tuttavia, ai nostri occhi inesperti la visione dall’alto non consente di distinguere i segni della malattia climatica. Segni che invece appaiono evidenti in un’altra zona geografica.

Will Popoli non ha ancora vent’anni e studia geologia e storia all’Amherst College, nel Massachusetts. A McCarthy-Kennicott, all’interno del vastissimo parco nazionale Wrangell St. Elias, sta facendo esperienza come guida con l’agenzia St. Elias Alpine Guide.

Mentre, con i ramponi ai piedi, camminiamo sul Root Glacier, ci spiega le cose essenziali del ghiacciaio: i detriti morenici, la colorazione blu del ghiaccio e, soprattutto, la sua progressiva riduzione. «Sì, penso che in Alaska stia accelerando la velocità con cui i ghiacciai si stanno sciogliendo. Questo è un fatto molto preoccupante». Il Root è un affluente del Kennicott, il ghiacciaio principale. Le ricerche degli scienziati confermano che questo continua a ritirarsi ed espandere l’area coperta da detriti.

Dominio conservatore

Va riconosciuto che i 16 parchi nazionali dell’Alaska, a cui vanno aggiunti i National wildlife refuges (rifugi nazionali per animali selvatici), hanno finora rappresentato una diga contro gli interessi dei politici repubblicani e le mire dei signori del petrolio. Ma cosa pensano gli alaskani della situazione ambientale del loro stato?

Nelle conversazioni, la sensazione è che nessuno neghi gli effetti della crisi climatica, ma – allo stesso tempo – sono in molti a ritenere i mutamenti ambientali come un fenomeno naturale negando o sminuendo le responsabilità umane. Una constatazione questa che trova spiegazione (anche) nella storia dell’Alaska.

Già dal 1867 (anno in cui gli Usa l’acquistarono – a prezzo di saldo – dalla Russia zarista), la regione è stata terra di conquista del Gop (Grand old party), il partito conservatore statunitense che, per Dna, considera il cambio climatico alla stregua di una fake news. Come hanno dimostrato anche le elezioni locali (sia primarie che suppletive) dello scorso 16 agosto (e quelle di mid-term dell’8 novembre), dominate da esponenti repubblicani, eccezion fatta per la performance della democratica Mary Peltola, candidata di etnia Yup’ik, il maggiore tra i popoli indigeni dello stato (che, in totale, rappresentano il 21% della popolazione). La Peltola ha sconfitto addirittura Sarah Palin, l’ex governatrice (ed esponente del Tea Party) sostenuta da Trump.

Per ironia della sorte, le votazioni alaskane di agosto si sono tenute nello stesso giorno in cui un redivivo Joe Biden firmava la legge nota con l’acronimo di Ira (Inflation reduction act of 2022), un piano in cui sono previsti 369 miliardi di dollari di investimenti per l’energia e il contrasto ai cambiamenti climatici.

Vista aerea di un tratto della catena del Denali. Foto Paolo Moiola

Andare oltre Prudhoe Bay?

La crisi climatica che ha investito l’Alaska è certificata da decine di studi scientifici, eppure oggi non si discute su come contrastare o, almeno, mitigare la contrazione dei ghiacciai. No, si discute di come portare le trivellazioni petrolifere nel Nord dello stato, al di fuori di Prudhoe Bay (davanti al Mar Glaciale Artico), il sito dove, da 45 anni, si estrae il petrolio dell’Alaska. Lo stato è il sesto produttore statunitense, ma la produzione è in costante declino dal 1990, arrivando oggi a 448mila barili al giorno contro i due milioni di un tempo (dati Eia, 2020).

L’espansione avverrebbe sia a Nord Ovest (nella National petroleum reserve-Alaska) che a Nord Est, nella ragione al confine con il Canada e nota come Arctic national wildlife refuge, paradiso ancora incontaminato dei caribou (renne selvatiche), ma anche di orsi (compresi quelli polari), volpi artiche, alci, buoi muschiati e lupi grigi. Dopo il permesso di esplorazione petrolifera nell’area concesso da Trump già nel dicembre 2017, il presidente Biden è riuscito – almeno per ora – a fermare il progetto (ordine esecutivo del 20 gennaio 2021).

Tuttavia, la partita non è certamente chiusa, soprattutto nella National petroleum reserve-Alaska, dove – sotto la superficie della tundra – sono state individuate vaste riserve d’idrocarburi.

Qui il progetto di trivellazione della ConocoPhillips – noto con il nome di Willow project – è stato approvato da Trump nel 2020, fermato dai tribunali nel 2021 e ancora in corso di valutazione da parte dell’amministrazione Biden da luglio 2022.

In agosto, i cartelloni elettorali di Lisa Murkowski, senatrice repubblicana dell’Alaska (considerata moderata e ben vista anche da alcuni avversari perché anti trumpiana), erano visibili anche nei posti più impensabili e disabitati dello stato.

La senatrice ha ottimi rapporti con l’industria petrolifera e, in particolare, proprio con la ConocoPhillips, il principale produttore (con ExxonMobil e Chevron che seguono a distanza) dell’Alaska, compagnia da cui lei ha ricevuto anche fondi per la propria campagna elettorale. Non stupisce, pertanto, che la Murkowski appoggi il Willow project. «Produrrà – scrive la senatrice – fino a 160mila barili di petrolio al giorno e creerà oltre duemila posti di lavoro ben pagati per gli abitanti dell’Alaska». Ben diversa è la posizione degli scienziati e della Wilderness society: Willow è una bomba al carbonio (carbon bomb) che aggiungerebbe più di 250 milioni di tonnellate di CO2 all’atmosfera nei prossimi 30 anni e probabilmente stimolerebbe la costruzione di strade, oleodotti e impianti di lavorazione.

Come prevedibile, il progetto è altamente divisivo tra gli stessi nativi. L’Arctic slope regional corporation (Asrc), società degli Iñupiat (creata nel 1972 in seguito all’Ancsa, la legge sulle terre), lo appoggia, mentre gli indigeni ambientalisti (per esempio, quelli riuniti nell’Alaska climate alliance) lo contrastano con forza. Ma si tratta di una lotta impari perché l’industria petrolifera è «la vacca sacra della politica dell’Alaska» (the sacred cow of Alaskan politics), secondo la definizione dell’Earth island institute di Berkeley.

Disastri ambientali e dollari

Lo si capisce anche a Valdez, tra le penisole, i fiordi e i «ghiacciai di marea» (quelli che terminano nell’acqua del mare) dello stretto Prince William.

Il suo piccolo porto ha un fascino particolare, con i pescherecci, i battelli turistici e gli uccelli in attesa dei resti del pesce che, appena sbarcato sulla banchina, viene subito tagliato e ripulito da addetti rapidissimi. Più lontana e defilata, confusa nella nebbia, c’è un’altra banchina, molto anonima. Alla fonda c’è una lunga nave cisterna e sulla terraferma, posti in posizione sopraelevata, dei grandi serbatoi circolari e un lungo serpente di tubi. È la stazione finale del Trans Alaska pipeline system (Taps), l’oleodotto che, dal 1977 e per 1.300 chilometri, attraversa l’Alaska da Nord a Sud.

Le sue tubazioni, innalzate a un metro dal terreno (per questioni di permafrost), affiancano la strada da Prudhoe Bay a Fairbanks (seconda città dello stato, situata a circa 200 chilometri dal Circolo polare artico) fino al terminal di Valdez. È da qui che, nel marzo del 1989, partì una superpetroliera della multinazionale Exxon che s’incagliò poco dopo riversando nel golfo dell’Alaska milioni di litri di petrolio, producendo uno dei peggiori ecocidi (morirono, tra l’altro, balene, lontre marine, salmoni, uccelli marini, aquile) della storia moderna, con l’inquinamento di duemila chilometri di costa e 28mila chilometri quadrati di oceano: a 33 anni da quel disastro non si è ancora tornati alla normalità.

Eppure, nonostante problemi e rischi ambientali, il petrolio e l’oleodotto che lo trasporta continuano a foraggiare gran parte del bilancio dell’Alaska e sono anche un persuasivo strumento politico, come ben sa Mike Dunleavy, il governatore repubblicano dello stato. Già a luglio, con la dovuta enfasi accentuata dalla vicinanza delle elezioni (poi vinte), Dunleavy aveva annunciato che, dal 20 settembre, a ogni residente alaskano sarebbe stata pagata la somma di 3.200 dollari come dividendo derivante dallo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie dell’Alaska. In realtà, il Pfd (Permanent fund dividends) non costituisce una novità, considerato che viene distribuito ogni anno dal 1976 rappresentando per molte famiglie una fonte di reddito importante in uno stato con un costo della vita elevatissimo.

Trivelle versus ambiente

Alla fine, anche in Alaska, il dibattito è sempre lo stesso: una visione economicista e di corto respiro (lo sfruttamento delle risorse petrolifere) ma molto ben pubblicizzata, contro una visione dell’esistenza più complessiva e più preoccupata del futuro della «casa comune».

«The last frontier», si legge sovente sulle targhe automobilistiche dell’Alaska. In verità, l’ultima frontiera territoriale è divenuta l’ultima frontiera climatica: luogo simbolico in cui i ghiacciai si sciolgono a un ritmo sempre più sostenuto, ma dove l’homo politicus prosegue con tracotanza su strade che, al di là delle circostanze attuali (guerra e tensioni internazionali), la natura e la storia hanno già bocciato.

Paolo Moiola

Uno scorcio dell’altopiano di Harding nel Kenai Fjords National Park. Foto Paolo Moiola.

Da Jack London ad Alex. Autobus 142, ultima fermata

Un elicottero della Guardia nazionale preleva il famosissimo autobus 142 dalla foresta del Denali (19 giugno 2020); oggi il mezzo è esposto all’Università di Fairbanks. Foto Alaska National Guard Public Affairs.

Jack London e Charlie Chaplin, ma anche il fumetto di zio Paperone. Personaggi diversi con storie diverse, ma con un elemento in comune: l’Alaska e la corsa all’oro che, a fine Ottocento, richiamò in quelle regioni almeno centomila cercatori. Il californiano Jack London aveva solo 21 anni quando – era il 1897 – sbarcò in Alaska per fare fortuna. Non trovò il prezioso metallo, ma trovò la fama scrivendo due piccole gemme della letteratura The call of the wild (Il richiamo della foresta) e White Fang (Zanna bianca).

L’attore e regista Charlie Chaplin in realtà non girò The gold rush (La febbre dell’oro) in Alaska, ma ricreò quei luoghi in maniera stupefacente considerando che correva l’anno 1925. Sia la versione muta del film che quella sonora (uscita nel 1942) sono considerati capolavori del cinema mondiale.

Nel 1947 arrivò anche zio Paperone (Uncle Scrooge), i cui ideatori fanno risalire la sua immensa fortuna all’oro trovato nel fiume Klondike, nella regione canadese dello Yukon, ai confini con l’Alaska.

Non cercava l’oro, ma una diversa esperienza di libertà il giovane Alex Supertramp (soprannome di Chris McCandless) che, nell’agosto del 1992, morì di fame e di stenti in un vecchio autobus – verniciato di bianco e verde e segnato con il numero 142 – abbandonato dal 1961 nelle foreste dell’Alaska, vicino al Denali National Park. La sua storia, tanto straordinaria quanto tragica, è stata raccontata in un libro (di Jon Krakauer) e poi in un film (di Sean Penn) dal titolo Into the wild. Il 19 giugno 2020 l’autobus 142 (conosciuto come «Magic bus») è stato trasportato all’Università dell’Alaska, a Fairbanks. Ultima fermata per una moderna icona di libertà.

Pa.Mo.

I popoli nativi. Non chiamateli Eschimesi

In Alaska, ci sono oltre centosettantamila indigeni (alaskan natives) divisi in una decina di gruppi principali. Il loro destino non è dissimile da quello dei popoli autoctoni di altre regioni del mondo: la difficile lotta per la terra e per preservare la propria cultura. Con un problema in più: la cooptazione nel sistema dei bianchi attraverso una legge del 1971.

Anchorage. Nel buio della stanza, i volti illuminati dei nativi risaltano sul grande schermo interattivo. Ognuno racconta la propria storia. Una storia incredibile, a lungo tenuta nascosta e ancora oggi poco conosciuta.

«Durante gli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta – si legge -, i nativi del Nord dell’Alaska furono deliberatamente esposti a radiazioni senza esserne a conoscenza o senza il loro consenso. Gli esperimenti inclusero la somministrazione di pillole ad alta radioattività di iodio (I-131) per studiare come l’ambiente freddo influisse sulla ghiandola tiroidea. I rifiuti radioattivi furono bruciati vicino ai villaggi per testare come le radiazioni si diffondessero nell’Artico».

Gli esperimenti rientravano nell’ambito del «Project Chariot» della Commissione statunitense per l’energia atomica il cui obiettivo dichiarato era la creazione di una baia per costruire un porto a Point Hope, un piccolo e isolatissimo villaggio Iñupiaq, attraverso l’utilizzo di ordigni atomici.

L’installazione – chiamata «cold treatment» (trattamento a freddo) – si trova nello spazio Alaska Exhibition all’interno dell’Anchorage Museum, il moderno e interessantissimo museo della più grande città alaskana.

La vicenda del Project Chariot e quanto raccontato nella sala dedicata ai popoli nativi dell’Alaska (Smithsonian arctic studies center gallery) porta ad affermare che la storia dei nativi dell’Alaska è identica a quella di tanti altri popoli indigeni invasi, uccisi, conquistati o schiavizzati dai bianchi.

Un Athabascan con i propri cani da slitta (1936). Foto esposta all’Anchorage Museum.

Cittadini di seconda classe

Il quattordicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che prevede la cittadinanza a chi nasca sul territorio nazionale, risale al 1868. Incredibilmente ne rimasero esclusi i nativi americani. Non avendo la cittadinanza statunitense, non potevano vantare diritti sulla terra, a tutto beneficio dei bianchi. Essi furono cittadini di seconda classe per ben 56 anni. Infatti, soltanto nel 1924 il Congresso emanò l’«Indian citizenship act» che concedeva la cittadinanza (e, quindi, il diritto di voto) anche a loro. Tuttavia, alcuni stati vietarono ai nativi di votare ancora per decenni. L’ultimo a conformarsi al dettato costituzionale fu il Maine nel 1954.

Per vedere posto un limite al processo di assimilazione e riconosciuto il diritto all’autodeterminazione, i nativi dovettero però attendere fino al 1934, quando il presidente Roosevelt firmò l’«Indian reorganization act». Ancora più lunga fu l’attesa per la completa libertà religiosa che arrivò soltanto nel 1978 con l’«American indian religious freedom act».

I nativi dell’Alaska e l’Ancsa

Era comune riferirsi ai popoli nativi dell’Alaska e delle altre regioni artiche (Siberia, Nord del Canada e Groenlandia) con il termine di «Eschimesi» (Eskimo, in inglese). L’etimologia non è chiara, spaziando da «fabbricanti di racchette da neve» a «mangiatori di carne cruda» a «scomunicati» (perché non cristiani). Introdotto dai colonizzatori bianchi, il termine andrebbe evitato essendo considerato razzista e dispregiativo, oltre che generico, visto che si riferisce a etnie con tratti fisici e culturali (ad esempio, la lingua) diversi.

La riscossa indigena iniziò il 5 novembre 1912 quando undici nativi (del gruppo dei Tlingit) e una nativa fondarono la Fratellanza dei nativi dell’Alaska (Alaska native brotherhood, Anb), seguita nel 1914 dalla Sorellanza (Alaska native sisterhood, Ans).

Le due organizzazioni si prefiggevano la promozione della solidarietà tra le popolazioni autoctone, il raggiungimento della cittadinanza statunitense (ottenuta nel 1924), l’abolizione del pregiudizio razziale e il riconoscimento dei diritti economici attraverso l’attribuzione dei titoli sulla terra e sulle risorse minerarie, nonché la difesa del salmone, loro alimento essenziale.

Dopo l’ammissione nell’unione statunitense come 49° stato, avvenuta il 3 gennaio 1959, l’Alaska divenne ancora di più terra di conquista.

Nel 1966, Willie Hensley, un Iñupiaq nato poche decine di chilometri sotto il Circolo polare artico, fondò la Federazione dei nativi dell’Alaska (Alaska federation of natives, Afn) allo scopo di difendere le terre indigene.

La questione fondiaria divenne esplosiva nel 1968, quando la Atlantic-Richfield Company (Arco, oggi Bp Amoco) scoprì ingenti riserve di petrolio a Prudhoe Bay, sulla costa artica dello stato, e, successivamente, propose la costruzione fino al porto di Valdez di un oleodotto (il Trans Alaska pipeline, Tap), che transitava su territori indigeni.

Una soluzione fu trovata con la legge sulla risoluzione dei reclami dei nativi dell’Alaska (Alaska native claims settlement act, Ancsa), firmata da Richard Nixon il 18 dicembre 1971. «Una pietra miliare nella storia dell’Alaska e nel modo in cui il nostro governo tratta i nativi», commentò il presidente. Per essi la legge stabilì un’assegnazione di terre (44 milioni di acri, pari a circa il 13 per cento dell’intero territorio), una compensazione monetaria (quasi un miliardo di dollari) e un’organizzazione dei nativi in società a scopo di lucro (corporations, 12 più una nata in seguito) e villaggi (200) attraverso cui gestire le terre da loro occupate e i profitti derivanti dallo sfruttamento delle risorse minerarie (petrolio, in primis). L’impatto dell’Ancsa sulle popolazioni autoctone fu enorme dando loro potere e influenza, ma non fu privo di conseguenze negative su stili di vita e cultura.

Una famiglia di nativi in una foto esposta al Museo di Anchorage. Foto Anchorage Museum.

Chi sono, quanti sono

Stando agli ultimi dati (U.S. Census bureau, 2020), oggi in Alaska si contano 172.712 indigeni, pari al 21,86 per cento della popolazione, la percentuale più alta tra gli stati americani.

Secondo l’Alaska federation of natives (Afn), si distinguono una decina di gruppi principali distribuiti in specifiche regioni del paese: Iñupiaq e Yup’ik di San Lorenzo (Alaska Nordoccidentale, Mare di Bering e isola di San Lorenzo); Yup’ik e Cup’ik (Alaska Sud occidentale); Athabascan e Dena’ina (Alaska interna); Alutiiq (o Sugpiaq; nel Kenai, Kodiak, Prince William Sound) e Aleut (o Unangax, sulle isole Aleutine); Eyak, Tlingit, Haida, Tsimshian (Alaska Sud orientale). Per consistenza i gruppi maggiori sono gli Yup’ik (34mila), gli Iñupiaq (20.800) e i Tlingit (14mila).

Le comunità native più isolate, quelle non raggiungibili via strada (chiamate «bush communities»), vivono ancora oggi della pesca (salmone e halibut, soprattutto) e della caccia di animali selvatici (renne-caribou e alci-moose, in primis).

Mary Peltola: «I am pro fish»

Per i popoli indigeni dell’Alaska una buona notizia è arrivata lo scorso agosto (e ribadita l’8 novembre nelle elezioni di mid term) con l’entrata di una loro rappresentante nel Congresso degli Stati Uniti. Lei – Mary Peltola, democratica di etnia Yup’ik – è la prima nativa alaskana eletta deputata a Washington.

Nata a Bethel, sul fiume Kuskokwim, cinquanta anni fa, la donna è un avvocato e una politica specializzata nella difesa della pesca in Alaska. Tanto che, sul suo sito, lei dichiara: «I am pro fish» (Sono a favore del pesce) e «Fighting for our fish is critical to preserving our Alaska way of life» (Lottare per il nostro pesce è fondamentale per preservare il nostro stile di vita alaskano). Non sono affermazioni esagerate. In effetti, la pesca – quella del salmone, in particolare – è un’attività vitale per le popolazioni autoctone. La stessa Peltola racconta di aver iniziato a pescare con il padre all’età di sei anni.

Oggi la pesca è un’attività in grave rischio, soprattutto la pesca del salmone, il pesce più pregiato e richiesto. Nella loro migrazione fiume-oceano-fiume, i salmoni tornano indietro in numero sempre minore. Tra le possibili cause vengono annoverati i cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani e i troppi pescherecci stranieri. Per i molti nativi che ancora vivono di questa attività il problema è diventato una questione di sopravvivenza.

Paolo Moiola

Strumenti di assimilazione

I nativi e la trappola del petrolio

«Appartenevo – ha raccontato Willie Hensley, Iñupiaq, tra i fondatori dell’Alaska federation of natives – a quella generazione che stava ancora cacciando e pescando e vivendo in tende di zolle e usando i cani per muoversi. C’erano pochissimi soldi allora e abbiamo dovuto lottare davvero. Ricordo di avere avuto molti denti marci fino alle gengive e nessuno che si prendesse cura di essi. Abbiamo davvero lavorato sodo. Era una vita normale; era solo una vita dura. Semplicemente non avevamo reti di sicurezza».

Oggi, per i nativi dell’Alaska le «reti di sicurezza» ci sono, ma anche altre cose sono cambiate e non per il meglio. Dopo la scoperta dei giacimenti petroliferi, nel 1971 la legge del Congresso statunitense, nota con l’acronimo di Ancsa (Alaska native claims settlement act), ha in gran parte eliminato le rivendicazioni sulla terra da parte dei popoli indigeni a favore della creazione di società a loro affidate (Alaska native regional corporations e Alaska native village corporations). Queste società – create sulla base di zone geografiche ed etnicamente connotate – sono nate come entità private orientate al profitto.

Tra le 13 società regionali, le principali sono la Arctic slope regional corporation degli Iñupiat, la Nana regional corporation, anch’essa con azionisti Iñupiat, la Aleut corporation degli Unaganx, la Doyon corporation degli Athabasca, la Calista corporation degli indigeni Yup’ik, Cup’ik e Athabasca. Sui siti web di queste compagnie sono magnificati i benefici arrivati alle popolazioni locali, ma non tutti sono d’accordo.

Già negli anni Settanta, anche prima della costruzione della Trans Alaska pipeline, Eben Hopson (1922-1980), leader iñupiaq e politico democratico, aveva avvertito dei pericoli insiti nel denaro derivante dal petrolio. In un suo discorso pubblico, affermò: «La politica dell’Artico non è più la politica delle persone, ma è la politica del petrolio». E aggiunse: «La politica del boom petrolifero crea dipendenza».

In questi anni sono aumentati i nativi preoccupati per uno sviluppo fondato su petrolio e gas, sviluppo che implica inevitabili impatti ambientali (e culturali) in uno stato già colpito duramente dagli effetti del cambiamento climatico. Vanno menzionati, per esempio, il Native movement, l’Alaska climate alliance, l’Alaska native oil and gas working group.

Questi gruppi si oppongono ai nuovi progetti petroliferi e propongono di puntare sulle energie rinnovabili diversificando l’economia dello stato. Tuttavia, al cospetto delle società dei nativi e delle compagnie petrolifere, la loro voce è ancora un sussurro. Almeno per il momento.

Pa.Mo.

Un tratto dell’oleodotto Tap, che attraversa taiga e tundra dell’Alaska per 1.300 chilometri. Foto U.S. Geological Survey.

Religione e chiese in Alaska. Cacciatori di pellicce e missionari

I primi non indigeni s’insediarono in Alaska all’inizio del 1700. Dopo di loro, arrivarono anche i missionari, prima gli ortodossi russi, poi gli anglicani e i cattolici.

Hope (Kenai). A lato della strada forestale, ad alcuni chilometri da Hope, villaggio che in inverno non raggiunge i cento abitanti, c’è una chiesetta in legno. Al momento non è aperta, ma le evidenze esteriori dimostrano che è funzionante. A parte quelle di Anchorage, Fairbanks e Jeneau – le tre principali città dello stato – la maggior parte delle chiese (di tutte le confessioni) dell’Alaska sono strutture isolate, solitarie, in apparenza abbandonate.

Questo non significa che in questo territorio la religione non sia una presenza importante. Al contrario, anche qui l’offerta religiosa – se così possiamo chiamarla – è molto ampia, anche se relativamente recente.

Fino alla fine del 1600, la regione era abitata esclusivamente da popoli indigeni, stimati attorno alle 80-100mila persone che seguivano religioni sciamaniche. Fu all’inizio del 1700 che, dalla confinante Russia, arrivarono i primi esploratori, cacciatori e commercianti attratti dal business delle pellicce. Il più famoso fu Grigory Shelekhov, che nel 1784 massacrò centinaia di indigeni dell’arcipelago di Kodiak, salvo poi chiedere all’imperatrice Caterina di Russia l’invio di missionari ortodossi. La prima missione fu fondata nel settembre del 1794 sull’isola di Kodiak dal monaco Herman (Germano d’Alaska) che subito e fino alla sua morte (nel 1837) si distinse nella difesa della popolazione indigena, schiavizzata dai mercanti russi.

Nel 1799 Nikolaj Petrovič Rezanov e lo stesso Shelekhov fondarono la Compagnia russo americana (Rac), una compagnia commerciale partecipata da molti esponenti dell’impero russo, con sede nell’attuale Sitka. I nativi, esperti cacciatori, venivano arruolati con la forza. È per la loro difesa che si battè una parte importante della Chiesa ortodossa russa in Alaska.

Di essa va ricordata soprattutto la figura e l’opera di padre Ivan Veniaminov (in seguito, Innocenzo d’Alaska). Nato in Siberia nel 1797, arrivò in Alaska (prima in Analaska sulle isole Aleutine e poi nell’attuale Sitka) nel 1824 assieme alla famiglia, e vi rimase, con alcune interruzioni, fino al 1867, quando venne nominato metropolita di Mosca. Persona eclettica, primo vescovo ortodosso dell’Alaska, Veniaminov si distinse subito in quanto, al contrario dei colonizzatori, instaurò un rapporto paritetico con i popoli nativi (prima Aleuti, poi Tlingit), rispettandone tradizioni e lingua.

Un totem, simbolo culturale di Eyak, Tlingit, Haida e Tsimshian. Foto Wikimedia.

Politica coloniale e missionari

Dopo gli ortodossi russi, nell’Ottocento, dal confinante Yukon inglese (canadese dal 1869), arrivarono sparuti gruppi di missionari anglicani.

La situazione cambiò con la vendita – avvenuta con il trattato sottoscritto il 30 marzo 1867 (la Russia zarista si riteneva proprietaria di quei territori senza considerare i suoi veri abitanti) – dell’Alaska agli Stati Uniti.

I primi cattolici ad arrivare nella regione furono gli Oblati attorno al 1871, viaggiando sullo Yukon, il fiume artico divenuto scenario della corsa all’oro alla fine dell’Ottocento. Furono gli Oblati a fondare, nel 1879, la prima chiesa cattolica: Santa Rosa di Lima, sull’isola di Wrangell.

All’epoca del passaggio agli Stati Uniti, l’Alaska era abitata soprattutto dai popoli nativi. Come sempre accade durante i processi di colonizzazione, all’inizio l’idea guida fu quella dell’assimilazione: gli indigeni sarebbero dovuti diventare come i colonizzatori, abbandonando la propria cultura, incluse le credenze religiose.

Come affermava il rapporto annuale del Consiglio dei commissari indiani per il 1869, «Si ritiene che la religione del nostro benedetto Salvatore sia l’agente più efficace per la civiltà di qualsiasi popolo». Per lungo tempo ancora la politica coloniale degli Stati Uniti in Alaska si fondò sull’idea che gli indigeni dovessero «essere portati sotto l’influenza cristiana dai missionari».

L’Università dell’Alaska-Anchorage (Uaa) ha analizzato una foto del 1914 scattata alla scuola della St. Mary’s Mission ad Akulurak (delta dello Yukon-Kuskokwim, sul mare di Bering). In quella immagine si vede un gruppo di studenti nella sala mensa e, sulla parete dietro di loro, un poster con la scritta «Please, do not speak eskimo» (Per favore, non parlare eschimese).

Fu John Collier, commissario per gli affari indigeni dal 1933 al 1945, a iniziare a battersi per la libertà religiosa degli indiani d’America, mettendo in discussione i divieti locali e regionali alle cerimonie e alle pratiche tradizionali. Tuttavia, soltanto con l’American indian religious freedom act (Airfa) dell’agosto 1978, legge firmata dall’allora presidente Jimmy Carter, venne formalmente riconosciuta la piena libertà religiosa dei popoli indigeni. Nel firmare la legge, il presidente ammise che, a dispetto del primo emendamento della Costituzione Usa, «in passato, agenzie e dipartimenti governativi hanno occasionalmente negato ai nativi americani l’accesso a siti particolari e interferito con pratiche e costumi religiosi».

Una piccola chiesa cristiana tra i boschi di Hope (Kenai). Foto Paolo Moiola.

Le Chiese in Alaska, oggi

Le statistiche più affidabili sulle fedi religiose in Alaska risalgono a uno studio del Pew Research Center (The 2014 U.S. Religious landscape study). Secondo i ricercatori dell’istituto, i cristiani sarebbero il 62% della popolazione adulta. Questa percentuale si dividerebbe in: 22% di evangelici (cioè protestanti non tradizionali), 16% di cattolici, 12% di protestanti (storici), 5% di ortodossi (di cui 4% di ortodossi russi). La Chiesa cattolica dell’Alaska conta su due diocesi: quella di Anchorage-Juneau e quella di Fairbanks. Entrambe hanno uffici che si dedicano alle relazioni con i popoli indigeni dello stato.

Al riguardo, va ricordata l’esperienza di Stan Jaszek, missionario polacco arrivato in Alaska nel 2002. Padre Jaszek, appartenente alla diocesi di Fairbanks (la più estesa degli Stati Uniti), ha lavorato per 15 anni nei villaggi del delta dello Yukon-Kuskokwim, tra i Yup’ik, lo stesso popolo nativo cui appartiene anche Mary Peltola, prima indigena dell’Alaska eletta al Congresso Usa. «Il popolo Yup’ik è profondamente radicato nella natura, quindi comprende intuitivamente la connessione tra il mondo fisico e quello spirituale», ha spiegato padre Jaszek.

Paolo Moiola

Natale e Babbo Natale

La festa e il business

North Pole, agosto. Il nome di questa cittadina può trarre in inganno. In realtà, a dispetto di esso, il North Pole (Polo Nord) dista ancora 2.700 chilometri e il Circolo polare artico più o meno 200. La cittadina di North Pole – meno di tremila abitanti, a circa 20 chilometri da Fairbanks, seconda città dell’Alaska – ospita una base militare, ma è conosciuta soprattutto per la presenza della Santa Claus House, il negozio di Babbo Natale, fondato nel 1952.

La rivendita è in posizione commercialmente strategica, sorgendo accanto alla Richardson Highway. Colore bianco candido con geometrie rosse e, sui muri, tanti disegni di renne, slitte, Babbi Natale, folletti. Detto questo, la struttura esterna non ha nulla di memorabile: forse dipende dai 20 gradi di questo caldo agosto, forse il tutto si dovrebbe vedere con la neve. Entrando, però, il giudizio non cambia.

Alberi di Natale, addobbi per alberi di Natale, maglioni con le renne, pantaloni, cappellini, tazze dipinte, dolci in tema. È un tripudio dell’inutile, dell’eccessivo e del kitsch.

E tutto, o quasi, pare essere più per un pubblico di adulti che di bambini. Il sito internet del Santa Claus racconta delle sue lettere intestate e personalizzate spedite (a partire da 9,95 dollari) a bambini di tutto il mondo e delle migliaia di lettere ricevute da ogni dove (a cui però – viene precisato – «non è possibile rispondere»).

In un recinto poco distante dal negozio, a lato del grande parcheggio, ci sono anche le renne, quelle vere. Probabilmente non sono contente di essere lì, con una temperatura inusuale e non libere di «volare» come vuole la tradizione.

Nessuna ragione per non credere alla felicità natalizia in offerta speciale, ma che la Santa Claus House sia soltanto una redditizia trovata commerciale è ben più di un’impressione.

Pa.Mo.

Un’entrata della Santa Claus House, a North Pole, nei pressi di Fairbanks. Foto Paolo Moiola.

Ha firmato questo dossier:

Paolo Moiola
Giornalista redazione MC; ha viaggiato in Alaska lo scorso agosto.

Fonti principali

Per la storia dei popoli nativi e dell’Alaska: Harry Ritter, Alaska’s History, West Margin Press, 2020; Steve J. Langdon, The Native People of Alaska, Greatland Graphics, Fairbanks 2022.

Per clima e problemi ambientali, per i parchi nazionali, per i nativi, per le istituzioni statali:
https://uaf-iarc.org/
https://www.nps.gov/
https://www.alaska.gov/
https://www.anchoragemuseum.org/




Iraq. I costi della «ricchezza»


A Bassora, seconda città dell’Iraq, il petrolio non ha portato benessere, ma disastri ambientali, inquinamento e malattie. Abbiamo incontrato chi paga le conseguenze di questa «ricchezza».

Bassora. Questa antichissima città si trova nel Sud dell’Iraq. Fu abitata dai Sumeri e dai Persiani. In seguito, nel settimo secolo dopo Cristo, divenne una delle più grandi metropoli del giovane Islam. Qui, in un corso d’acqua chiamato Shatt al Arab, confluiscono anche il Tigri e l’Eufrate. Oggi però Bassora è più conosciuta per la quantità delle risorse presenti nel suo sottosuolo. Qui, infatti, si estrae il 70% del petrolio greggio dell’intera nazione. Bassora è il secondo esportatore di tutto il Medio Oriente dopo l’Arabia Saudita.

Stando a queste percentuali, la città e la sua provincia dovrebbero essere ricchissime. Invece, la disoccupazione raggiunge il 25% e quella giovanile il 30%. Molte delle sue strade principali e dei corsi d’acqua straripano di immondizia, non essendoci un sistema funzionante di raccolta dei rifiuti o di riciclo. Bassora vanta anche un tristissimo primato per il suo inquinamento: ogni mese le analisi sulla qualità dell’aria di questa città, la annoverano tra le più irrespirabili di tutto il Medio Oriente e ad altissimo rischio per la salute.

Una mandria di bufali nelle acque delle paludi della Mesopotamia, biotopo dell’Unesco in gravissimo pericolo a causa del cambio climatico e dell’inquinamento. Foto di Angelo Calianno.

Petrolio e raffinerie

Guidando attorno a Bassora ci vuole poco per capire il perché. Ovunque sono visibili gli impianti di estrazione del petrolio e le raffinerie, quasi tutte a ridosso dei villaggi.

Mi fermo davanti a una di queste enormi strutture nella periferia della città: il complesso di Nahr Bin Omar. Mentre mi appresto a scattare delle foto arrivano dei poliziotti. Cominciano a urlare che non è possibile far fotografie minacciando di portarmi in centrale e di sequestrarmi la macchina fotografica. Dopo qualche attimo di tensione, sono costretto a cancellare le poche foto fatte e vado via.

Continuando a guidare, noto che un uomo mi segue in auto e, appena fuori dalla zona sorvegliata, comincia a segnalarmi la sua presenza con i fari lampeggianti. Fermata l’auto, si accosta a me: «Ho visto quello che ti hanno detto. Non è giusto che tu non possa documentare. Quello che accade va raccontato. Seguimi, ti mostro qualcosa».

Dopo qualche sentiero impervio e aver attraversato baraccopoli di lamiera, arriviamo alle spalle della raffineria. L’enorme centrale, praticamente attaccata a uno dei villaggi dei sobborghi, getta fiamme e fumo nero nel cielo, scaricando anche diversi liquami nel corso d’acqua sottostante.

«Vedi? Lì viviamo noi, proprio sotto le ciminiere. Le nostre case sono sempre piene di polvere e tutti abbiamo dei problemi respiratori o tumori, soprattutto i bambini. A nessuno importa, il ministero del petrolio ci fa arrivare dei soldi, ci garantisce l’assunzione per dei lavori nelle loro industrie, ma siamo tutti malati».

Gli impianti petroliferi qui usano ancora il sistema, obsoleto e pericolosissimo per l’ambiente, del «gas flaring»: bruciano all’aria aperta i gas derivati dall’estrazione del petrolio immettendoli quindi nell’atmosfera. Solo nel 2019, si è stimato che più di centomila persone siano state ricoverate per avvelenamento delle acque potabili, la maggior parte di loro erano bambini.

Un corridoio dell’ospedale, tra donne velate e pareti rallegrate a beneficio dei piccoli ospiti. Foto di Angelo Calianno.

Il Basra children hospital

Osama Abdullah, direttore del «Basra Children Hospital», a Bassora. Foto di Angelo Calianno.

Per trattare tumori e leucemie in età infantile, come punto di riferimento, c’è il solo Basra children hospital, che ha 125 posti letto, sempre occupati. Centinaia sono poi le famiglie che arrivano qui quotidianamente per i trattamenti di chemio e radio terapia.

Al Basra children hospital mi accoglie il direttore, Osama Abdullah: «Lavoro qui da 12 anni. La situazione è complicata perché molte famiglie, soprattutto quelle che vivono nelle zone rurali e più lontane, arrivano in ospedale in uno stadio delle malattie molto avanzato e, spesso, non c’è molto che possiamo fare». Chiedo: «Dottore, quali sono le cause principali di questi tumori in età infantile? E quanto c’entra l’inquinamento?». «È difficile fare una stima, anzi direi impossibile per la mancanza di dati. Alcuni sono fattori genetici, altri sociali, come i rapporti tra consanguinei. Sicuramente l’inquinamento ha degli effetti, ma in Iraq non c’è nessun istituto di ricerca che raccoglie i dati e li collega direttamente al numero di tumori e leucemie».

Karaar, uno dei giovani pazienti del «Basra Children Hospital», a Bassora. Foto di Angelo Calianno.

Il nostro interlocutore continua: «Noi cerchiamo di curare i pazienti, ma purtroppo non abbiamo anche le risorse per indagare sulle cause. Ci manca inoltre il personale: medici, tecnici, infermieri. Dall’Iraq ancora molta gente scappa via, qui abbiamo molti dottori giovanissimi sia residenti che tirocinanti, ma ce ne vorrebbero almeno altri 5-6 per ogni reparto».

Camminando per le corsie, incontro, oltre ai giovani dottori, tanti pazienti con le loro famiglie. Molti vengono da cittadine lontane e devono affrontare enormi sforzi economici per raggiungere questo ospedale, l’unico in tutto il Sud dell’Iraq. Bambini come Hussein, quattro anni di cui tre passati in chemioterapia, o Karaar, ragazzo di 15 anni affetto da una grave forma di leucemia. Sua madre mi racconta: «Ho cinque figli che ho dovuto lasciare per venire qui. Prima di poter arrivare abbiamo fatto anche molti test privati che non era possibile fare in ospedale. Ogni test costa 100 dollari, alcuni 200. Rimanere qui è gratuito ma non sempre si può. Quindi dobbiamo andare e venire per le cure giornaliere. Non so ancora per quanto potremmo permettercelo».

La madre di Karaar è solo un esempio delle decine di persone che, parlando con me, alla fine mi hanno chiesto un aiuto economico per questa gravissima situazione.

Bambini all’esterno di un’abitazione sulle «marshes». Foto di Angelo Calianno.

La Mesopotamia e le paludi in pericolo

La piaga dell’inquinamento non reca danno soltanto a ridosso delle raffinerie. Esiste un luogo in Iraq, dal 2016 anche patrimonio mondiale dell’Unesco, in cui è possibile misurare sia statisticamente che materialmente gli effetti dell’inquinamento: sono le marshes, le paludi della Mesopotamia, uno degli esempi più importanti di biodiversità di tutto l’Iraq.

Le marshes sono la più grande area umida di tutto il Medio Oriente, oltre diecimila chilometri quadrati di paludi che svolgono un importantissimo compito di «filtraggio» dell’inquinamento del Tigri e dell’Eufrate, preservando così la costa del golfo dalla degradazione. Oggi questa vastissima area è a rischio di scomparsa a causa del riscaldamento globale, della contaminazione delle acque e delle opere ingegneristiche degli stati confinanti.

Le marshes hanno una storia molto travagliata. Questi canali erano già navigati dai Sumeri e, stando agli scritti antichi, qui
veniva collocato il giardino dell’Eden. Nel 1991, durante il regime di Saddam Hussein, a Bassora ci fu una rivolta da parte degli sciiti, repressa dal dittatore nel sangue e nella violenza. I sopravvissuti a quella strage si rifugiarono qui. Le milizie sciite anti Saddam usarono questi canali e isole per nascondersi e colpire nuovamente il regime con diversi attentati. Il rais Saddam ordinò allora una massiccia opera ingegneristica per prosciugare gran parte delle paludi. In pochi mesi le marshes vennero ridotte del 90% e la sua popolazione scese da 400mila a 40mila. Un disastro ambientale senza precedenti. Saddam, in seguito, usò le terre ormai in secca, per piazzare rampe missilistiche e bombardare l’Iran.

Alcune abitazioni sugli isolotti delle «marshes», le paludi della Mesopotamia. Foto di Angelo Calianno.

Disastro ambientale nelle «marshes»

Qual è la condizione delle marshes oggi? E quella degli abitanti che ci vivono?

Abu Haider, proprietario di una piccola mandria di bufali allevata tra le acque delle paludi. Foto di Angelo Calianno.

A Chabaish, lo chiedo a Jassim Al-Asad, direttore del «Nature of Iraq», organizzazione che si occupa del monitoraggio, sensibilizzazione e protezione dell’ambiente in Iraq. «Sono nato nelle marshes. Ho visto questo luogo cambiare giorno per giorno. Ho vissuto il periodo di Saddam, quando le acque erano talmente basse da poter camminare sul fondo dei canali.

I problemi che minacciano ancora queste zone oggi sono molti e vanno affrontati uno alla volta. Il primo è sicuramente il riscaldamento globale, qui più evidente che in altre zone del mondo, per l’immissione dei gas delle raffinerie nell’atmosfera. Le temperature, in particolare negli ultimi quattro anni, si sono alzate moltissimo tanto che l’acqua d’estate evapora in quantità enormi. Di conseguenza, quella rimanente è salatissima e questa è una delle cause principali della morte dei bufali, animali che sono la principale fonte di sostentamento per la gente del posto. Quello che si coltiva serve per alimentare loro. I bufali vengono allevati per la carne, ma forniscono anche il latte e il burro. Ogni estate, però, ne muoiono a centinaia».

«Un altro gravissimo problema è quello della mancata affluenza dei fiumi. Le nazioni confinanti, come l’Iran, hanno costruito dighe che bloccano alcuni dei corsi principali, questa è una delle cause del prosciugamento. C’è stata anche una conferenza molto importante mediata dalle Nazioni Unite, ci siamo seduti al tavolo con i ministri iraniani. Loro ci hanno promesso che avrebbero aperto alcune dighe facendo affluire più acqua ma, come immagini, non è mai successo».

«Un terzo fattore di degrado è l’inquinamento che tu stesso hai avuto modo di notare: le fogne delle città scaricano direttamente nelle paludi. Una volta questi canali si navigavano con canoe mosse da lunghi remi, oggi, con l’introduzione delle barche a motore, non solo c’è più inquinamento ma il rombo delle imbarcazioni spaventa tante specie di uccelli migratori, altra componente fondamentale per la biodiversità di questi luoghi. Esistono molti piani ingegneristici in atto per migliorare questa situazione anche se, purtroppo, non ci sono ancora i fondi necessari. Abbiamo molta speranza che qualcosa possa cambiare ora che le marshes sono anche patrimonio
dell’Unesco».

Solcando i canali si scorgono paesaggi unici, mandrie di bufali che camminano nell’acqua, pescatori e tanti bambini sugli isolotti che salutano sorridenti.
È facile capire perché la gente è così affezionata a questi luoghi e perché così tanto, anticamente, è stato scritto al loro riguardo.

Abu Haider e alcuni giovani membri della sua famiglia seduti all’esterno delle loro abitazioni situate sulle isolette delle paludi. Foto di Angelo Calianno.

L’Unesco non basta

Jassim Al-Asad, direttore di «Nature of Iraq». Foto di Angelo Calianno.

In una delle isole incontro Abu Haider. Vive qui con la sua famiglia ed è proprietario di una piccola mandria di bufali. Scendendo dalla canoa vengo accolto dai suoi figli e nipoti. L’isolotto è una piccola fattoria con oche e galline, oltre ai bufali. Entro in una grande capanna che funge da sala da pranzo di giorno e camera da letto di notte, tranne che per Abu Haider. Il capofamiglia, infatti, dorme in una capanna a parte. Mi racconta: «Prima di Saddam lavoravamo anche molto con la pesca, oggi però c’è pochissimo pesce e l’unico nostro sostentamento deriva dall’allevamento dei bufali. Negli ultimi anni, però, d’estate fa così caldo che siamo costretti a spostarci verso i villaggi sulla terra ferma, perché le paludi stanno diventando invivibili, senza acqua e con temperature altissime. Quando andiamo via dobbiamo lasciare qui i bufali e, al nostro ritorno, ce ne sono sempre meno: ogni anno ne muoiono tantissimi».

Continuando a navigare, si notano anche molte capanne ormai abbandonate. La popolazione delle paludi continua a diminuire. Molti giovani preferiscono tentare la fortuna nelle città più grandi o addirittura in Iran e Turchia, piuttosto che continuare ad abitare questi luoghi sempre più difficili.

Pur essendo l’Iraq un paese che ha fatto molti passi avanti dopo la caduta dell’Isis nel 2017, qui si vive tuttora in uno stato di continua insicurezza. Sono ancora molti i villaggi, soprattutto nelle zone di confine, presi d’assalto dagli uomini del Daesh, oggi soprattutto per racimolare denaro e viveri.

Nel frattempo, il governo di Baghdad continua a concentrare molti dei suoi sforzi economici sull’estrazione del petrolio, lasciando così indietro i progetti di sviluppo e piani per la tutela dell’ambiente. La guerra in Ucraina ha aumentato la richiesta di combustibili fossili in questa zona, allontanando così un futuro migliore per molti iracheni che, per la propria salute e sicurezza, continuano a fuggire.

Angelo Calianno*

 (*) Dello stesso autore, sul sito di MC, si possono trovare tre altri reportage dall’Iraq usciti
ad aprile
e
maggio 2019 e
a luglio 2022.

Veduta dell’impianto petrolifero di Nahr Bin Omar, alle porte di Bassora. Foto di Angelo Calianno.


Risorse fossili e politica

La trappola del gas

Soltanto con la guerra di Putin (e di Medveded, Lavrov e Kirill) la maggior parte degli europei si è resa conto di quanto sia destabilizzante, per un paese importatore, la dipendenza energetica dai combustibili fossili. L’Italia è tra i paesi a più alta dipendenza dall’estero: il 77% del proprio fabbisogno. Il primo paese fornitore di petrolio all’Italia è l’Iraq che precede di poco l’Azerbaigian, seguito a sua volta da Russia, Libia, Arabia Saudita, Kazakistan, Nigeria e, con quote piccole (circa il 2%), da Angola, Stati Uniti ed Egitto. Tuttavia, è il gas che copre la maggior parte (41,8%) del fabbisogno italiano.

Stando ai rapporti dell’Eni, di gran lunga il primo importatore italiano, il principale fornitore di gas dell’Italia è la Russia (51%), seguito a distanza da Libia (13%), Algeria (13%), Azerbaigian (10%), Paesi Bassi (8%) e Norvegia (5%).

Dall’aggressione di Mosca all’Ucraina (24 febbraio) la situazione è precipitata in una spirale paradossale: paghiamo sempre più caro il gas comprato dal dittatore russo, il quale, in ogni momento e senza preavviso, può tagliare le sue forniture (per ricatto e per far aumentare il prezzo dello stesso e l’inflazione nei paesi importatori). Il governo Draghi sta cercando di ridurre la dipendenza dalla Russia, incrementando le forniture da paesi alternativi (Algeria, Libia e, per il gas liquefatto, Qatar, Congo, Angola e Mozambico). Tuttavia, la soluzione non è – scrive Lega Ambiente (maggio 2022) – «liberare l’Italia dalla dipendenza del gas russo per renderla dipendente da quello di altri paesi, molti dei quali con grandi problemi interni tra dittature e autocrazie». «Accelerare la crescita delle fonti rinnovabili – si legge sul sito di Italy for climate – permetterebbe all’Italia non solo di centrare gli obiettivi climatici, ma anche di ridurre la sua altissima dipendenza energetica dall’estero».

Non migliore è la politica dell’Unione europea. A febbraio, la Commissione ha incluso il gas (e il nucleare) nella «tassonomia verde» (la classificazione delle attività ecosostenibili), attirando dure critiche. Secondo le associazioni ambientaliste, se la decisione sarà confermata (lo scorso 6 luglio il Parlamento di Strasburgo non si è opposto), la tassonomia Ue bloccherà la transizione energetica e, inoltre, porterà miliardi extra nelle casse del Cremlino. Già ora Mosca riceve un miliardo di euro al giorno dai paesi europei, con Germania e Italia in testa. Oggi la Russia – ecco il paradosso e la trappola – esporta meno gas (petrolio e carbone), ma guadagna di più, attutendo perciò l’impatto delle sanzioni e finanziando la sua guerra in Ucraina. Il processo di decarbonizzazione è sicuramente difficile, lungo e costoso, ma urgente e indispensabile. È questo il momento storico per attuare quella «rivoluzione energetica» di cui tutti i governi si riempiono la bocca.

Paolo Moiola

Bambine di Bassora si recano a scuola passando accanto agli inquinatissimi canali della città irachena. Foto di Angelo Calianno.

Una famiglia all’interno di un’abitazione sulle «marshes». Foto di Angelo Calianno.

 




Carbone, petrolio, gas vincono ancora


I combustibili fossili continuano a dominare la scena mondiale e a crescere di prezzo. In primis, per la speculazione. L’energia rinnovabile rimane una piccola percentuale dell’energia consumata.

Proprio quando il mondo sembrava deciso a volersi impegnare seriamente contro i cambiamenti climatici, è tornata l’angoscia per i prodotti energetici. Un’angoscia alimentata in parte dalla nostra indolenza, in parte da fatti contingenti. L’indolenza si riferisce alla nostra incapacità di agire finché eravamo in tempo. Da decenni, gli scienziati ci avvertono che i cambiamenti climatici sono dovuti all’accumulo di anidride carbonica emessa dai combustibili fossili e ci esortano a risolvere il problema convertendoci alle energie rinnovabili, principalmente eolico e solare. Ma noi abbiamo temporeggiato facendo orecchie da mercante. Imperterriti, abbiamo continuato a rifornirci di energia elettrica da centrali alimentate a gas e carbone dedicando alle rinnovabili solo le briciole. Secondo i dati dal Centre for climate and energy solutions, nel 2019 l’energia rinnovabile incideva solo per l’11,2% sul totale dell’energia consumata a livello mondiale per elettricità, trasporti e riscaldamento. Considerato che nel 2009 la percentuale era attestata su 8,7%, in un decennio il peso delle rinnovabili è aumentato di appena 2,5 punti percentuale, lasciando che i combustibili fossili continuassero a farla da padroni coprendo tutt’ora l’80% dei consumi energetici a livello mondiale.

Solo nell’ultimo decennio, il consumo mondiale di petrolio è passato da 4 miliardi di tonnellate nel 2010 a 4,4 nel 2019 registrando un aumento percentuale del 10%. Quanto al gas, il consumo è passato da  3.160 miliardi di metri cubi nel 2010 a 3.903 nel 2019, un aumento percentuale del 23%. Intanto anche un altro combustibile fossile ha registrato un aumento importante. Si tratta del carbone che, pur essendo molto più inquinante, è però meno caro e quindi preferito da paesi come Cina, India, ma anche Polonia, affamati di energia a basso costo per recuperare il terreno perduto sulla strada dello sviluppo industriale. Così il suo uso è passato da 7,2 miliardi di tonnellate nel 2010 a 8 miliardi di tonnellate nel 2019, l’11% in più. Con inevitabili conseguenze sulle emissioni di anidride carbonica, passate da 38,5 gigatonnellate nel 2010 a 43,1 nel 2019.

Dal punto di vista dei prezzi, benché i prodotti energetici siano soggetti a repentini cambiamenti, complessivamente nel secondo decennio del nuovo millennio, si è assistito a un certo ribasso. Segno che l’industria dei combustibili fossili ha saputo rispondere alle maggiori richieste di mercato, producendo addirittura qualcosa di più. Nel caso del petrolio, la quotazione è passata da 79 dollari al barile nel 2010 a 64 dollari nel 2019. Per il gas naturale, invece, siamo passati da 6,7 dollari per milione di Btu (British thermal unit) nel 2010, a 4,45 nel 2019. Ma questa situazione di relativa stabilità si è rotta con l’arrivo del Covid. I lockdown, decretati nel 2020 nelle maggiori economie del mondo, hanno provocato una caduta brusca nel consumo di prodotti energetici per l’arrestarsi di molte attività produttive, la cancellazione di viaggi aerei, la riduzione dei viaggi su strada. Complessivamente nel 2020 il consumo mondiale di petrolio si è ridotto del 9% mentre quello del gas del 2%, provocando una riduzione di prezzo che è stato rispettivamente del 34 e del 23%. Con beneficio anche per il clima, dal momento che il 2020 ha registrato una riduzione nelle emissioni di anidride carbonica nell’ordine di due miliardi di tonnellate. Ma la tregua è durata poco.

Centrale termoelettrica e animali al pascolo. Foto Peggychoucair-Pixabay.

Consumi e prezzi

Decisi a voler tornare a crescere, molti governi hanno stanziato somme enormi, tutte a debito, per finanziare spese e investimenti di ogni tipo, finalizzati a rilanciare le proprie economie. Basti citare il Next generation Eu, il piano di investimenti messo a punto dall’Unione europea, del valore di 750 miliardi di euro finalizzato alla transizione ed efficienza energetica, all’ammodernamento dei trasporti, alla ricerca industriale, al rafforzamento dell’edilizia sociale, al sostegno di produzioni strategiche. Come potremmo citare l’American rescue plan, il piano di rilancio americano decretato nel marzo 2021 che destina 1.900 miliardi di dollari a interventi a favore di famiglie, enti pubblici e imprese. Senza dimenticare il pacchetto di stimolo economico del valore di 940 miliardi di dollari decretato a fine 2021 dal governo giapponese.

Ed è successo che la ripartenza contemporanea di tutte le economie mondiali ha creato una crescita inaspettata di domanda di prodotti energetici che il mercato ha immediatamente tradotto in aumento dei prezzi. Nel caso del petrolio, le prime tendenze al rialzo si sono palesate già nel novembre 2020 per proseguire lungo tutto il 2021, fino a raggiungere gli 86 dollari al barile a fine anno. Ma la vera mazzata è stata per il gas naturale che, nel corso del 2021, è passato da 7 a 38 dollari per milione di Btu, un aumento del 400%. Eppure, l’Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, ha certificato che nel 2021 l’aumento dei consumi di gas è stato solo del 4,6%. Dal che si capisce che qualcuno ha avuto interesse a trasformare in incendio ciò che era solo un focherello. Questo qualcuno è il mondo della finanza che riesce ad agire incontrastata per l’incapacità della politica di metterle dei freni.

il ruolo dei futures

In Europa, uno dei luoghi in cui si determina il prezzo del gas è la Borsa di Amsterdam, dove non si stipulano solo contratti di compravendita a consegna immediata, ma anche contratti futures, tecnicamente a consegna futura la cui vera finalità è scommettere sull’andamento dei prezzi. Chi punta sul rialzo si impegna a comprare a una certa data futura ai prezzi di oggi; chi invece punta sul ribasso si impegna a vendere in futuro ai prezzi d’oggi. Ma quando il contratto giunge a scadenza, fra le parti non avviene nessuno scambio di prodotto fisico. Più semplicemente la parte perdente salda quella vincente versando la differenza fra il prezzo pattuito e quello che, nel frattempo, è maturato. Potrebbe anche succedere che nessuno paghi niente a nessuno come avviene quando le due parti sono diverse solo in apparenza mentre nei fatti sono entrambe espressione della stessa realtà economica che gestisce il gioco speculativo.

Tutti sanno che i contratti futures si stipulano solo per scopi speculativi. Ma poiché il mercato è stupido, o forse fin troppo cinico, non fa differenza fra contratti veri, stipulati per il reale interesse a commerciare, e quelli fasulli, stipulati per guadagnare sulle variazioni di prezzo. E facendo di tutta l’erba un fascio, interpreta come domanda reale quella che in realtà è solo domanda fittizia, creata apposta per mandare alle stelle i prezzi degli scambi reali. Non di rado con conseguenze sociali disastrose. In Europa, l’aumento del prezzo del gas ha fatto esplodere le bollette dell’energia elettrica e del riscaldamento, gettando milioni di famiglie nella disperazione. E anche se non si saprà mai chi ha orchestrato il tutto, è un fatto che nel 2021 le imprese energetiche hanno aumentato considerevolmente i propri profitti. Valga come esempio l’Eni, che è passata da  una perdita di 750 milioni di euro nel 2020 a guadagni per 4,5 miliardi nel 2021. O la Shell, che è passata da 5 miliardi di dollari di profitti nel 2020 a 19 miliardi nel 2021. Nel silenzio più assordante della politica che, volendo, potrebbe assumere provvedimenti normativi e fiscali per contenere la finanza speculativa. Ma tant’è: questo sistema non è organizzato per la dignità delle persone, ma per permettere a chi già è ricco di arricchirsi sempre di più.

il gas russo e quello degli altri

Intanto altre nubi si stanno addensando in Europa, gettando pesanti ombre sul futuro del mercato del gas. Si tratta delle «tensioni» con la Russia che è il secondo produttore e il primo esportatore al mondo di gas naturale. L’Unione europea importa il 41% del suo gas da Mosca, ma dopo l’aggressione russa all’Ucraina, sta cercando altri fornitori. Anche l’Italia, che dipende dal gas russo per il 38%, sta cercando delle alternative, ma non è detto che ne trovi di preferibili né da un punto di vista politico, né ambientale. Il governo ha individuato parte della soluzione nel potenziamento di forniture di gas naturale da parte di altri tre paesi con i quali l’Italia è già collegata attraverso gasdotti: Algeria, Libia e Azerbaigian. Peccato che tutti e tre siano classificati come paesi non liberi da parte di Freedom House, l’istituto statunitense che annualmente attribuisce un voto a tutti i paesi del mondo in base al loro rispetto per le libertà civili e i diritti politici.

Il governo italiano è convinto che un altro pezzo di soluzione risieda nel potenziamento di importazione di gas naturale liquefatto (Gnl), che però presenta due generi di problemi: è più costoso ed è più rischioso. Più costoso sia per il trasporto che avviene via nave, sia per il doppio cambio di stato del gas: prima da gassoso a liquido, poi di nuovo da liquido a gassoso. Più rischioso per gli incidenti a cui possono andare incontro le navi da trasporto, ma anche i rigassificatori di solito posti in mare a qualche chilometro dalla costa di fronte a città importanti, come quello che si trova davanti a Livorno. L’Eni ha fatto sapere che le quote aggiuntive di Gnl potrebbero arrivare da Stati Uniti, Mozambico, Qatar, Angola, Repubblica del Congo. Di essi solo gli Stati Uniti sono classificati come paese libero. Tutti gli altri sono classificati come non liberi a eccezione del Mozambico, definito parzialmente libero. Ma, al di là del dato politico, c’è quello sociale: tutte le organizzazioni non governative denunciano che in Africa lo sfruttamento delle materie prime non porta giovamento alla popolazione locale, mentre aggrava le disuguaglianze per l’alto grado di corruzione che arricchisce solo l’élite politica.

Una pipeline in Alaska. Foto David Mark-Pixabay.

Dubbi e speranze

Per finire, due parole sulla posizione degli Usa. Come esportatore di gas, gli Stati Uniti vivono la Russia come un concorrente: ogni metro cubo di gas esportato dalla Russia è un metro cubo di meno che può essere venduto dagli Usa. E allora è spontaneo chiedersi se la politica di isolamento messa in atto nei confronti della Russia, e sollecitata anche all’Unione europea, non sia dettata più da ragioni di egemonia commerciale ed economica che dalla volontà di difendere i valori politici e sociali dell’Ucraina. Se così fosse, si dimostrerebbe come il cinismo dei grandi sia senza limiti, come senza limiti sarebbe il servilismo dei piccoli disposti a tutto pur di assecondare i desiderata della potenza di riferimento.

L’unico modo per uscirne è convertirsi a un altro modello economico non più orientato alla crescita infinita di produzione, vendite e consumo, ma alla costruzione della dignità della persona nel rispetto del senso del limite.

Francesco Gesualdi