(La Chiesa è) Un salone di bellezza


Il missionario prima o poi deve partire. E lasciare così la sua gente. Ma si porterà nel cuore mille storie. Padre Sandro è appena rientrato dal Mozambico, dove ha costruito una chiesa e, soprattutto, una comunità. Lo abbiamo incontrato.

Padre Sandro Faedi cammina veloce. Parla veloce. Agisce. È un uomo operativo, oltre che di grande intelletto. Ma è anche un organizzatore nato. Missionario della Consolata dal 1967, è tornato in missione in Mozambico nel 2013 dopo una prima esperienza tra il 1998 e il 2008. Prima ancora era stato missionario in Venezuela dal ‘74 al ‘98.

Negli ultimi quattro anni della sua presenza nel Paese lusofono ha lavorato a Tete, capoluogo dell’omonima provincia, nel Nord Ovest, con il vescovo, monsignor Diamantino Guapo Antunes, anch’egli missionario della Consolata.

Tete è una città di 450mila abitanti, fondata dai portoghesi nel XVIII secolo a ridosso del grande fiume Zambesi. All’inizio degli anni duemila fu scoperta una miniera di carbone a Moatize, a circa 20 chilometri. Da allora aspiranti minatori sono arrivati dalla provincia e da tutto il Mozambico, per lavorarci.

La chiesa in cosruzione

Un nuovo quartiere

La parte destra del fiume che era pietrosa e, in parte, selva, è stata occupata dai nuovi arrivati dove è cresciuto un quartiere che conta oggi 150mila abitanti, e continua a espandersi.

Diverse imprese multinazionali stanno sfruttando il carbone della miniera. Inizialmente sono state Rio Tinto, Vale, adesso è Vindal, un consorzio indiano. Intanto, il prezzo del carbone è sceso e, inoltre, la qualità del sito non è quella sperata.

Dalla miniera, i treni portano il materiale al porto di Beira, e da qui, via nave, raggiunge l’India, dove è usato in prevalenza nelle acciaierie.

«Intorno al 2010 c’è stato un boom di arrivi – ci dice padre Sandro che incontriamo nella Casa madre dei Missionari della Consolata – seguito poi da una diminuzione. Molti avevano iniziato a lavorare e si erano costruiti una casetta di mattoni. Poi sono rimasti senza lavoro.

In questa vasta area c’era una parrocchia dedicata ai Martiri d’Uganda, e tenuta dai missionari Comboniani. Questi avevano costruito varie cappelle nel quartiere. Una, in particolare, era intitolata a san Daniele Comboni. Ogni tanto i padri celebravano messa in queste cappelle interne».

Ricorda padre Sandro: «Monsignor Diamantino ha avuto l’idea di farne una parrocchia e ha chiesto a me di seguirne la fondazione.

Ho subito pensato che la zona fosse a mia misura perché sono vecchio, e non si tratta di quelle parrocchie africane disperse su territori enormi. È concentrata, ha circa 50mila abitanti, una casa a ridosso dell’altra, in una zona pietrosa. Questo, tra l’altro, rende problematico lo scolo dell’acqua. Si trattava di un quartiere piuttosto povero e avrei dovuto aiutare a costruire la comunità».

«Padre, facciamo la chiesa»

Padre Sandro prende in mano la parrocchia proprio quando inizia la pandemia da coronavirus. La comunità aveva a disposizione solo una piccola cappella, venti metri per dieci.

«La domenica la cappella si riempiva. Poi si è sparsa la voce della presenza di un prete, e arrivava sempre più gente. Allora abbiamo iniziato a celebrare la messa sotto un grande baobab. Intanto le scuole erano chiuse e io ho approfittato per visitare tutte le famiglie. Con due animatori, armati di mascherina, andavamo casa per casa. Sono piccole abitazioni, la gente vive fuori: la fontana è all’esterno, così come la cucina. Mi sono fatto conoscere».

«La gente ha cominciato a dire: “Padre cosa facciamo? Non ci stiamo in questa chiesa. Quando finisce il coronavirus facciamo una chiesa nuova”. Intanto, dentro la cappella pioveva.

Abbiamo fatto il disegno, con il vescovo. Io volevo una chiesa rotonda, senza colonne nel mezzo, per vedere la gente, e affinché loro vedessero il celebrante. Doveva essere capiente, almeno per cinque o seicento persone».

Dopo quasi due anni di lavoro, la nuova chiesa, una costruzione di 1.100 metri quadrati, rotonda con un diametro di 38 metri, era pronta. E al suo interno stavano comodamente 850 sedie di plastica.

la chiesa piena di fedeli durante un giorno di festa.

Una grande partecipazione

Il missionario ci spiega come ha finanziato l’opera. «Iniziai a dire alla gente: “Di chi è la chiesa? Di padre Sandro, che poi, quando partirà, prenderà mattone su mattone e se la porta via?”. Rispondevano: “No padre non è così”. Allora abbiamo creato alcune commissioni, e abbiamo deciso che ogni famiglia si tassasse con 500 meticais al mese (circa 7,5 euro all’epoca, ndr). Chi poteva li dava, chi poteva darne di più meglio. Ogni mese raccoglievamo».

Padre Sandro diceva ai suoi parrocchiani: «Così domani potrete dire ai vostri figli: la chiesa l’ho fatta io, perché ogni mese ho contribuito».

I soldi raccolti non sono bastati a pagare la costruzione, anche se contribuirono quasi al 18%. Gli altri fondi sono stati trovati presso amici, finanziatori vari e la Santa Sede.

«Ho visto pagine molto belle. Persone che, con sacrificio, hanno partecipato.

Appena cominciata la costruzione, arriva una signora anziana, con i piedi e le mani gonfie. Avevo già pensato di darle qualcosa per aiutarla. Invece mi dice: “Anche io vorrei contribuire per la chiesa”, e mi consegna 500 meticais.

Un’altra signora che compiva 80 anni mi dice: “Padre Sandro, i miei figli vivono tutti a Maputo. Mi hanno chiesto che regalo volessi. Datemi i soldi, ho detto loro. Per che cosa? Per la chiesa. 20mila meticais, 300 euro. Il salario minimo mensile sono settemila.

Un altro: “Padre ho risparmiato 40mila per la mia vita, ma chiedo perdono al Signore, e li do alla chiesa”. Tra i ricchi ricordo solo un indiano, che mi ha donato 200 sacchi di cemento. Oltre a tante altre storie, che io non conosco, di persone che hanno dato, con generosità. Così abbiamo fatto la chiesa».

il coro Comboni durante una performance nella nuova chiesa parrocchiale.

Costruire la comunità

«Mentre costruivamo la chiesa in muratura, dovevamo fare la Chiesa delle persone, la cosa più importante».

Padre Sandro è soddisfatto quando racconta di questa esperienza. Parla di una comunità cristiana molto viva. «Ho organizzato la parrocchia in tre grosse comunità. Ognuna di esse costituita da nuclei (gruppi) di famiglie, con un piccolo spazio dove si riuniscono una volta al mese per la vita del gruppo e la catechesi».

I giovani non facevano parte nel nucleo. In esso si riunivano le persone adulte, i genitori. «In parallelo, abbiamo creato il gruppo giovanile, composto di una sessantina di persone, dei quali più di trenta adolescenti. Poi c’è il gruppo degli accoliti. Questi sono i ragazzi dal battesimo ai 22 anni. Si tratta di un cammino di formazione, una vita di gruppo tra di loro».

E ancora: «Poi abbiamo 36 catechisti, ed è prevista una formazione anche per loro».

Altri gruppi della parrocchia sono la Legio Mariae e l’Apostolato della preghiera. «Il primo è un po’ esigente – continua padre Sandro -, vogliono che le coppie siano sposate in chiesa. Perché poi devono essere apostoli. Nel secondo c’è la famiglia allargata: venite come siete. Molte signore e signori».

La messa della domenica dura due ore e mezza, anche tre. Ci sono infatti sempre feste che allungano la funzione. Inoltre, è molto partecipata.

«Perché tre comunità?», chiediamo a padre Sandro. «Sono tre per ragioni di territorio. È più facile, per le persone, ritrovarsi. Ogni comunità ha due donne come animatrici e un animatore, e poi un consiglio. Per tutte le questioni relative ai membri della comunità, sono interpellati loro, che conoscono le persone e il territorio. Se qualcuno si vuole sposare, o battezzare il figlio, il nucleo conosce e valuta la situazione. Così come se c’è qualche necessità particolare, è segnalata al nucleo che, se è il caso, ne parla anche al parroco. Ad esempio, se c’è un malato da visitare».

Nella parrocchia è attiva anche la Caritas, che fa distribuzione di alimenti ogni mese. Il cibo è raccolto dalla stessa gente. I bisognosi sono indicati dal nucleo delle comunità, che li ha visitati a casa, e ha verificato le necessità.

padre Sandro con il vescovo di Tete, monsignor Diamantino Guapo Antunes

Un’organizzazione di persone

Ogni comunità è, dunque, composta da nuclei, e le persone del nucleo fanno capo al responsabile di comunità, che poi riferisce al consiglio parrocchiale. Il sistema pare molto strutturato.

«C’è poi la “vice parroca” – continua padre Sandro -. Io dico la messa, animo, da dietro, ma la macchina va avanti grazie a lei. Questa signora è una vedova, insegnante in pensione, figlia di catechisti. Conosce bene il suo ruolo e il mio ruolo. Lei era già animatrice quando sono arrivato io, poi abbiamo fatto le elezioni due volte, ed è sempre stata rieletta.

Quando ci sono problemi, io sono sempre uno straniero, la lingua la conosco poco. Lei va e cerca di risolvere. Devo dire che in questo quartiere ho trovato persone che avevano già un’esperienza profonda di vita cristiana. E questo è stato fondamentale».

«Ci sono tante attività: le formazioni, poi l’esame dei catecumeni, oppure fanno la maglietta per la tale festa. E non mi chiedono mai un centesimo. A livello economico facciamo la colletta la domenica e la raccolta all’offertorio. Abbiamo due persone incaricate dei soldi. È un sistema molto trasparente, non mi preoccupo».

È un tipo di organizzazione che padre Sandro aveva già visto altrove in Mozambico, ma che funziona solo se ci sono le persone giuste. Lo ha messo in piedi in questa nuova parrocchia.

«Si tratta di una chiesa ministeriale. Ovviamente organizziamo formazioni, ogni mese per i catechisti. È sempre importante formarli, motivarli. Faccio venire persone da altre parrocchie, come quella dei Comboniani, oppure mando i miei parrocchiani a formare i loro».

Inoltre, «Quando viene il vescovo per celebrazioni varie, a pranzo è invitato nella casa di qualcuno. Così conosce le persone. È meglio questo metodo rispetto a fare grandi pranzi in parrocchia. E costa di meno.

Abbiamo fatto anche l’asilo infantile, con 70 bambini. C’è la casa delle suore di San Vincenzo de Paoli, con 120 bambini orfani. Da loro mangiano, fanno i compiti, si lavano. Poi vanno a scuola e la sera a casa».

Faedi padre Sandro

Il missionario deve partire

Padre Sandro ha dovuto lasciare la parrocchia l’anno scorso: «La parrocchia era matura. Lasciarla non è stata la mia volontà, ma quella dei superiori. Ho trascorso quattro anni con quella comunità. Sono partito con molta tristezza. È molto doloroso, perché, per i missionari, andare via dalla missione vuole dire non tornare più. Non sei un funzionario, che fai andare avanti la macchina e quando hai finito vai a casa. La parrocchia è la nostra famiglia, la gente sono i nostri figli e figlie. Con molti di loro continuo a scrivermi».

Oggi il parroco è un sacerdote diocesano. «Ho detto alla gente: guai a voi se dite padre Sandro faceva, padre Sandro diceva. Avete il consiglio parrocchiale, direte: “Padre noi facciamo così ma ci dica lei come la pensa”».

Bisogna sempre avere il dubbio, dice il missionario, «soprattutto quando vai in un paese nuovo, ogni gruppo etnico ha una cultura diversa. Magari tu fai bene per una cultura, ma non per l’altra.

Ad esempio, a Tete la cultura di base è Niungwe, ma una parte sono Chewa che vengono da fuori. Questi ultimi hanno una cultura forte, con un cristianesimo antico e radicato. I loro canti sono bellissimi, mentre quelli niungwe sono più poveri. Ma bisogna fare i canti di tutti i gruppi etnici».

La Chiesa che fa belli

«Cosa ho fatto io a Tete? Il missionario deve promuovere lo sviluppo, annunciare il Vangelo per rendere più felice la vita oggi in attesa di una vita ancora più felice domani. Mi sono preoccupato perché ci fosse il pane per i poveri, un luogo per i bambini orfani. Ma noi perché facciamo la chiesa? Perché la Chiesa fa più belle le persone. Noi in Europa siamo già tutti belli, abbiamo un cristianesimo che da duemila anni ci sta alimentando, è la nostra linfa. Il mondo africano era molto segnato da paganesimo, divisioni e tribalismi. In questo contesto annunciamo il Vangelo che dice: siamo tutti fratelli, dobbiamo fare il bene, dobbiamo essere onesti, santi, preoccuparci per gli altri, quelli che non sono della tua etnia, i tuoi vicini.

Io dico, quando siamo in chiesa, siamo in un salone di bellezza. Con Gesù nel cuore, ogni domenica, la sua Parola ci fa più belli, ci fa migliori. Andiamo a casa, non posso essere il marito arrogante, maltrattare mia moglie. Non posso essere la donna pettegola che va in giro e non fa da mangiare. Neppure il ragazzo disobbediente. Se sono impiegato sarò il migliore impiegato. Il cristianesimo ci fa belli dentro.

Il contributo della Chiesa è fare belle le persone. Domani avremo una società migliore se le persone sono più belle. Cosa è che ci fa soffrire? Quando manca da mangiare? No, quando ci maltrattiamo, quando siamo ingiusti, quando i figli sono ribelli, quando si tradiscono le relazioni. Noi ci ammaliamo per il male che abbiamo, Gesù ci salva dentro. La ricchezza di un Paese non è la ricchezza economica. Non è la ricchezza materiale che ci fa felici, ma è una società di persone coscienti di un dovere civico, che comincia da se stessi.

Il male di fuori viene da dentro. Noi non facciamo il miracolo della prosperità, ma questa è la Chiesa della bellezza. Qui dentro la gente viene per essere più bella. È il brutto che si abbellisce.

Io ho cercato di fare capire questo alla mia gente».

Marco Bello

padre Sandro con due giovani sposi della comunità.




Italia. La legge che vuole nascondere il commercio di armi

 

Il controllo dei cittadini italiani sul commercio di armi è a rischio. La campagna «Basta favori ai mercanti di armi!» fa pressione sul Parlamento perché i limiti posti dalla legge 185/90 e la trasparenza sui flussi finanziari legati alle armi non vengano azzerati.

C’era una volta la legge 185/90 sul controllo del commercio di armi e sulla trasparenza dei finanziamenti delle banche al settore.

C’era una volta e c’è ancora, nonostante anni di tentativi da parte dei diversi governi di ridurne gli effetti.

Oggi, però, corriamo il rischio che il primo governo Meloni riesca nell’intento.

È all’esame delle Commissioni esteri e difesa della Camera, infatti, il disegno di legge di iniziativa governativa numero 1730 – «Modifiche alla legge 9 luglio 1990, n. 185», già approvato dal Senato -, che, oltre a ridurre il controllo del Parlamento sul commercio italiano di armi, vuole azzerare la trasparenza sui dati delle transazioni finanziarie operate dalle banche.

La società civile perderebbe uno strumento fondamentale per sapere quante armi l’Italia vende e a chi (compresi regimi autoritari e Paesi in conflitto), e quali sono le organizzazioni finanziarie che si offrono come canali per questo commercio. Uno strumento che permette, ad esempio, l’attività di informazione e denuncia della Campagna Banche armate, promossa da Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di pace.

La discussione delle linee generali del disegno di legge avverrà in aula il prossimo 17 marzo.

Prima di allora, ciascuno può fare la sua parte mettendo la propria firma alla petizione online della campagna lanciata dalla Rete italiana pace e disarmo: «Basta favori ai mercanti di armi!» già sostenuta negli ultimi mesi da un nutrito gruppo di organizzazioni che sta facendo sentire la sua voce.

«Diciamo no agli affari armati irresponsabili che alimentano guerre e insicurezza», recita il testo della petizione online.

E prosegue:

«Il Disegno di Legge di iniziativa governativa che modifica, peggiorandola […], la normativa italiana sull’esportazione di armi (la Legge 185/90) è stato approvato dal Senato nel febbraio 2024 e ora […] dovrà essere votato alla Camera dei deputati.

La società civile ha da subito espresso la propria preoccupazione […] evidenziando l’intenzione di indebolire il controllo sulle vendite all’estero di armi voluta da tempo da alcuni gruppi di pressione legati all’industria militare. Ma nonostante interventi di merito nel dibattito al Senato […], il Governo non ha voluto sentire ragioni e ha completamente ignorato e rigettato tali indicazioni […]. Il voto definitivo del Senato ha confermato un rifiuto totale del confronto (anche su questioni specifiche in chiaro conflitto con la normativa internazionale che l’Italia ha sottoscritto) segno evidente che l’obiettivo vero della modifica della Legge 185/90 è solo quello di favorire affari armati potenzialmente pericolosi e dagli impatti altamente negativi.

[…] le richieste della nostra Campagna sono chiare e si possono realizzare concretamente approvando gli emendamenti al DDL illustrati e proposti fin dall’inizio dell’iter parlamentare […]».

Seguono sei proposte molto precise, tra cui, per esempio, quella di «Inserire nella norma nazionale un richiamo esplicito al Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty)» e quella di «Migliorare la trasparenza complessiva sull’export di armi rendendo più completi e leggibili i dati».

Come partecipare alla campagna?

Firmando la petizione online; facendo aderire la propria organizzazione (associazione, sindacato, parrocchia, circolo,…) al documento di richieste della Rete; promuovendo presso il proprio Comune l’adozione di una mozione in difesa della Legge 185/9o; contattando i Deputati della propria Circoscrizione, Provincia, Regione tramite una bozza di lettera già pronta; rilanciando la mobilitazione sui social media, «in particolare facendo un “tag” ai profili social di Rete pace disarmo della Camera dei deputati e dei partiti politici o parlamentari che ritieni più opportuno sollecitare».

Luca Lorusso




La solidarietà degli immigrati

 

A Palermo, i membri dell’associazione Stra Vox, giovani tra i 16 e i 30 anni provenienti dall’Africa occidentale, dal 2019 sostengono le persone in difficoltà, immigrate e italiane, distribuendo pasti caldi, beni di prima necessità e giocattoli per bambini.
Ogni anno svolgono attività di raccolta fondi tramite il «Ramadan solidale», distribuendo circa 900 pasti caldi nella zona di Ballarò, e tramite il «Natale solidale», acquistando giocattoli da regalare a centri aggregativi, parrocchie e famiglie.

A Jesi, in provincia di Ancona, i volontari del Centro culturale islamico Al Huda (che unisce musulmani di Tunisia, Marocco, Algeria, Bangladesh, Pakistan, Albania e Senegal) nel 2020 hanno donato al Comune 2.500 euro per contribuire ai bisogni emersi durante la pandemia, inoltre si dedicano a periodiche iniziative ambientali, ripulendo le principali zone della città.

A Venezia, negli ultimi anni, i bangladesi della Venice Bangla School, con sede a Mestre, hanno effettuato donazioni in denaro al Comune e alla protezione civile, e hanno regalato 100 tute protettive anti-Covid alla polizia di Stato, 100 alla polizia municipale e 300 all’ospedale locale.

Sono alcuni degli esempi virtuosi presentati nella ricerca Partecipo quindi dono. L’impegno solidale delle persone di origine immigrata oltre la pandemia, realizzata dal Centro Studi Medì – Migrazioni nel Mediterraneo in collaborazione con Csvnet (associazione nazionale dei Centri Servizio Volontariato), per esaminare le pratiche di dono e aiuto messe in atto dalle persone di origine straniera a partire da due emergenze: la pandemia da Covid-19 e l’accoglienza di profughi del conflitto russo-ucraino.

L’indagine, realizzata in diverse regioni italiane attraverso 330 questionari, 64 interviste narrative e l’analisi di sette realtà associative, rovescia lo stereotipo dell’immigrato destinatario passivo degli aiuti descrivendolo come protagonista attivo della solidarietà.

Ma qual è l’identikit dei cittadini stranieri con propensione al dono?
«Al 59% sono donne, che mostrano maggiore sensibilità e dispongono di tempo libero dal lavoro fuori casa», spiega la sociologa Deborah Erminio dell’Università di Genova, una delle curatrici della ricerca.
Si tratta, inoltre, di persone con titoli di studio medio alti (il 52% laureati), con occupazioni dignitose anche se non sempre stabili (42%), residenti in Italia da molti anni (in media più di 20), nelle regioni più sviluppate (quasi il 90% tra Nord e Centro) e che vivono nel nostro Paese con la propria famiglia (64%). «Ciò dimostra che la maggiore stabilità socio-economica e giuridica consente di liberare energie a favore degli altri: l’integrazione mette in circolo la solidarietà».

L’attitudine solidaristica, a favore sia dei propri connazionali sia della società e delle istituzioni italiane, è stata analizzata in tre ambiti: dono di beni materiali (raccolte fondi, collette alimentari, giocattoli), dono di tempo (visite a persone malate, babysitteraggio occasionale, aiuto ad altri stranieri per le pratiche burocratiche), volontariato vero e proprio (nel quale emerge un senso di solidarietà universalmente orientata).

La maggior parte degli intervistati, 8 su 10, dedicano il proprio aiuto alle persone bisognose che vivono in Italia, indipendentemente dalla loro origine, per cui prevale un orientamento universalistico seppure in una dimensione di prossimità fisica. «I cittadini d’origine straniera sentono la responsabilità sociale verso il nostro Paese: spesso, anche quando aiutano gli altri immigrati, lo fanno non con spirito di parte ma perché li vedono come categoria povera e vulnerabile. Il criterio è: si aiuta chi ha bisogno», nota Deborah Erminio.

Circa il 55% del campione considerato è anche impegnato nella solidarietà transnazionale con i territori d’origine, sia nella forma di rimesse inviate regolarmente a familiari o ad associazioni e centri religiosi, sia in occasione di emergenze (terremoti, incendi, conflitti). Accanto all’esigenza di integrarsi nel nostro Paese, rimane dunque il desiderio di mantenere i legami con la propria società di origine.

In tutti i casi, «la solidarietà è contagiosa: tende ad aiutare di più chi a sua volta ha ricevuto aiuto, per cui si crea un circuito virtuoso di responsabilità sociale», spiega Deborah Erminio. Lo confermano le parole di El Anouar El Miloudi, presidente del Centro culturale islamico Al Huda: «Abbiamo deciso di fare qualcosa di bello per aiutare il Comune di Jesi, perché loro sono sempre con noi e quando bussiamo hanno sempre la porta aperta. Durante il Covid, ci hanno dato un terreno dove seppellire i nostri morti. Il Comune ci ha fatto un grande favore, in quel periodo non c’era il cimitero e hanno concesso un terreno per la comunità islamica».

L’indagine evidenzia la capacità degli immigrati – inclusi i neocittadini italiani e le nuove generazioni cresciute nel nostro Paese – di aggregarsi in forme più o meno organizzate (associazioni, comunità religiose, gruppi di connazionali) per attivarsi e prestare aiuto. Emerge così «l’esistenza di una classe media di origine immigrata che durante la pandemia ha fatto da tramite tra le istituzioni italiane e la popolazione straniera, tutelando la salute di tutti. Pensiamo ad esempio ai migranti irregolari, a lungo esclusi dalle vaccinazioni anti-Covid», osserva Maurizio Ambrosini, sociologo dell’Università di Milano, altro curatore di Partecipo quindi dono.

La pratica del dono manifesta anche una dimensione politica, è un modo per sentirsi parte della società italiana a pieno titolo, cittadini a tutti gli effetti. «Accanto all’idea di una restituzione simbolica nei confronti del Paese ospitante, c’è una domanda di riconoscimento sociale. L’altruismo è una forma di cittadinanza dal basso, che rivendica più ascolto e apertura in sede politica», dice Ambrosini. «Del resto, gli immigrati trovano più spazio nell’associazionismo che nel mondo del lavoro o della politica. Come spesso avviene, la sfera del volontariato è un passo avanti».

Stefania Garini