Zarco riposa sulla Luna


Manuel Antonio Zarco era un «cacique» degli Emberá, uno dei sette popoli indigeni di Panama. Negli anni Sessanta la sua strada s’incrociò con quella degli astronauti della Nasa che si preparavano a sbarcare sulla Luna. Zarco è scomparso nel 2010, ma la sua storia – incredibile e poco conosciuta – è sopravvissuta.

Nella conquista umana dello spazio, l’esplorazione della Luna è una tappa fondamentale che passa dal programma statunitense Apollo 11 del 1969 fino ad Artemis, attualmente in corso.

Apollo fu il famoso programma spaziale dell’Ente nazionale per le attività spaziali e aeronautiche, più conosciuto per la sua sigla inglese Nasa. Il programma fu messo in opera dagli Stati Uniti negli anni Sessanta per vincere la corsa allo spazio contro l’Unione Sovietica, all’epoca della Guerra fredda. Quel programma fu la continuazione di Mercury, le missioni che vennero lanciate dalla Nasa per identificare la zona della Luna più idonea per un possibile atterraggio di una capsula con equipaggio a bordo: allunaggio che avvenne il 20 luglio 1969 e che consegnò alla storia la frase «Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità» .

Artemis è invece il nome scelto per la nuova sfida della Nasa che promette di riportare sulla Luna gli esseri umani nel 2024. Un progetto che ha già fatto il primo passo a fine 2022 con la missione spaziale Artemis 1, partita con il lancio del 16 novembre dal Kennedy space center (Merritt Island, Florida) e conclusa l’11 dicembre con l’ammaraggio della navicella Orion nell’Oceano Pacifico, al largo della costa settentrionale del Messico.

Artemis 1 ha fatto ben sperare e ha battuto molti record: il veicolo spaziale senza equipaggio ha, infatti, realizzato un viaggio di 25 giorni percorrendo 2.254 milioni di chilometri attorno alla luna. Orion ha sorvolato per due volte la superficie lunare arrivando ad una distanza di soli 130 km dalla stessa. Nel suo punto più lontano dalla Terra, la navicella si è trovata a quasi 435mila chilometri di distanza, circa mille volte superiore alla lunghezza dell’orbita che percorre la Stazione spaziale internazionale attorno al nostro pianeta.

Una sfida lunga più di 60 anni, quella della conquista della Luna, che ha visto successi e fallimenti, momenti di grandezza e di profondo sconforto e che probabilmente ci riserverà ancora molte sorprese.

Se la storia dei programmi spaziali è generalmente nota, c’è però una storia dentro la storia che pochi conoscono e che lega la missione Apollo 11 alle popolazioni indigene dell’America Latina.

Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins, gli astronauti dell’Apollo 11. Foto NASA.

Un cacique come istruttore

Una rara immagine dell’addestratore indigeno, Manuel Antonio Zarco, jaibaná del popolo Emberá. Foto ACP y Panamá Vieja Escuela.

Negli archivi della Nasa si trova il nome di un cacique (capo), un indigeno panamense leggendario per il suo popolo, legato a doppio filo ai nomi degli astronauti Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins. Si tratta del jaibaná (guida spirituale) del popolo indigeno Emberá, Manuel Antonio Zarco.

Per conoscere la sua storia dobbiamo viaggiare fino a Panama e entrare nella selva del paese centroamericano, il Darién. Il nostro nacque nel 1914 a Rio Chico (Darién panamense) all’interno di una comunità del popolo indigeno Emberá. Gli Emberá sono uno dei sette popoli indigeni della Repubblica di Panama (insieme agli Ngäbe, i Buglé, i Guna o Dule, i Wounaan, i Bri bri e i Naso Tjërdie – vedere riquadro a pag. 24, ndr) e sono come gli altri sei, custodi di una connessione ancestrale con gli elementi della natura, una conoscenza profonda che permette loro di vivere in armonia con l’ambiente selvaggio e, all’apparenza, ostile nel quale sono immersi.

La zona nella quale Manuel Antonio trascorse i primi anni di vita è ancora oggi impervia, coperta di selva e piena di insidie. In quel contesto l’adolescente Zarco apprese i segreti della caccia, della pesca, delle piante medicinali e della comunicazione con la Madre Terra.

La destrezza con arco e freccia, la sua profonda conoscenza di flora e fauna e il suo carisma, lo fecero diventare presto un punto di riferimento per tutta la comunità, che iniziò a trattarlo con rispetto vedendo in lui una guida.

Intorno al 1940, Zarco, già maturo e sperimentato con i suoi 26 anni, decise di trasferirsi con la sua famiglia a Gamboa, zona del Canale di Panama nella quale il lago artificiale Gatún si unisce al fiume Chagres. La sua idea era quella di ampliare le frontiere della sua comunità, trovando nuove aree nelle quali vivere e prosperare.

Lezione di sopravvivenza alla «Tropical survival school» di Panamá in una foto d’epoca. Foto Panama Canal Museum.


Storia del Canale e dell’enclave Usa

A quell’epoca era già operativo il Canale di Panama, colossale opera ingegneristica che taglia in due l’istmo di Panama consentendo il traffico marittimo di navi di grosse dimensioni (oggi conosciute come Panamax).

Il canale collega l’Oceano Atlantico con l’Oceano Pacifico arrivando a una lunghezza totale di 81,1 km, una profondità massima di 12 m e una larghezza che varia dai 240-300 m del lago Gatún e ai 90-150 m nel tratto del taglio della Culebra. Quello che è considerato una delle meraviglie del mondo moderno fu inaugurato al traffico marittimo il 15 di agosto del 1914.

All’epoca dell’arrivo di Manuel Antonio Zarco nell’area, il Canale era, dunque, già operativo da più di 20 anni. La zona del Canale divideva di fatto il paese centroamericano in due: in una fascia di territorio larga 16 km che costeggiava il Canale sui due lati, vivevano migliaia di statunitensi con le loro famiglie, in una vera e propria enclave Usa che funzionava con leggi e regole autonome. Un territorio al quale i panamensi non avevano accesso (se non con permessi speciali) e nel quale il tenore di vita era molto più alto che nel resto del Paese. Questa situazione derivava dalla firma del trattato Hay-Bunau Varilla del 18 novembre 1903 che di fatto cedeva una parte del territorio di Panama agli Stati Uniti per la realizzazione dei lavori prima e della manutenzione e gestione del Canale poi.

A difesa dei loro interessi gli statunitensi avevano dispiegato un contingente militare e la United States air force aveva stabilito una base aerea ad Albrook, nella zona del Canale.

La mappa evidenzia i territori indigeni (camarcas) di Panamá.

Una scuola molto speciale

Nella base aerea era presente anche la Tropical survival school (Scuola di sopravvivenza tropicale) che era stata trasferita lì dalla California. Alla guida della scuola era stato scelto H. Morgan Smith, antropologo che ben conosceva Panama e che aveva già collaborato per i suoi studi con Manuel Antonio Zarco negli anni Cinquanta.

Smith era stato diretto testimone delle capacità di adattamento di Zarco alla vita in foresta. Così gli chiese di diventare istruttore di tecniche di sopravvivenza nella selva per i soldati dell’esercito statunitense. In questo modo, Zarco cominciò a lavorare nella base aerea di Albrook in un momento particolarmente teso per le relazioni tra Usa e Panama.

Nel 1958, infatti, tra i panamensi stava emergendo un sentimento di rivalsa nei confronti dei privilegi di cui godevano da cinquant’anni i loro connazionali residenti nella zona del Canale, chiamati zonians perché isolati dal resto della popolazione e protetti dagli Usa.

In quell’anno ebbe luogo la dimostrazione chiamata Operación soberania (Operazione sovranità), durante la quale un gruppo di studenti universitari piantarono 75 bandiere panamensi nella zona del Canale. Il motto era el que siembra banderas, cosecha soberanía (chi semina bandiere, raccoglie sovranità).

L’anno successivo gli stessi studenti organizzarono quella che venne chiamata «Marcia patriottica», invitando i cittadini panamensi a entrare in modo pacifico nell’area sotto giurisdizione Usa. Il governatore della zona del Canale, che all’epoca era William Everett Potter, diede però l’ordine alla polizia di fermare i manifestanti e di impedire loro l’ingresso, scatenando tumulti e scontri che terminarono con un saldo di vari feriti.

Arrivano gli astronauti

Nel 1963, proprio mentre la situazione politica nell’istmo diventava ancora più incandescente (sarebbe sfociata nei fatti del 9 gennaio 1964, ricordato oggi come el día de los martires, «il giorno dei martiri»), arrivarono alla Scuola di sopravvivenza sedici astronauti del programma spaziale Apollo.

L’inizio delle missioni con destinazione la Luna erano imminenti, ma c’era un problema: non era possibile calcolare con precisione in quale punto della Terra sarebbe rientrato il modulo lunare e per questo bisognava che gli astronauti fossero pronti a ogni evenienza. Tra i sedici c’erano anche Armstrong, Aldrin e Collins, che per un mese seguirono gli insegnamenti di Zarco per capire come sopravvivere in mezzo a una giungla.

L’addestramento si realizzò nelle vicinanze della comunità Emberá Purú, lungo il rio Chagres (dove oggi vivono i discendenti di Manuel Antonio) e continuò fino alla frontiera con la Colombia, nella selva conosciuta come Darién gap.

Il cacique insegnò loro come procurarsi cibo e acqua, come evitare le trappole mortali della selva, come cacciare e come difendersi dai pericoli e ripararsi dalle intemperie. Oltre agli insegnamenti pratici però, Zarco spiegò agli astronauti che lassù, sulla Luna, secondo la tradizione del suo popolo, riposavano gli spiriti degli antenati Emberá.

Fu così che, nella selva panamense, la tecnologia più avanzata dell’epoca incontrò il sapere ancestrale indigeno, in un connubio al servizio di una missione spaziale che ha segnato la storia dell’umanità.

Dopo quella missione il jaibaná Manuel Antonio Zarco continuò a prestare il suo servizio, sia per l’esercito statunitense dal quale ricevette onorificenze, sia per la sua comunità, insediata sulle rive del fiume Chagres.

Per il suo popolo, lo spirito di Manuel Antonio Zarco, scomparso nel 2010, oggi riposa proprio là, su quella Luna che anche lui ha aiutato a toccare.

Diego Battistessa

Foto ricordo per istruttori e astronauti della Nasa (programmi Mercury e Gemini) alla «Tropical survival school», a Panamá, nel giugno del 1963. Foto Usaf-Nasa.


I sette popoli indigeni di Panama

Qui è nata «Abya yala»

Secondo i dati del censimento del 2010 (l’ultimo disponibile), a Panama sono 417.559 le persone che si riconoscono come indigene, un numero che corrispondeva per quell’anno a poco più del 12% della popolazione.  Parliamo di un gruppo molto eterogeneo che si diversifica in sette popoli indigeni: gli Emberà, i Ngäbe, i Buglé, i Guna (o Dule), i Wounaan, i Bri bri e i Naso Tjërdie. Per questi popoli ancestrali, dopo le due indipendenze (nel 1821 dalla Corona spagnola e nel 1903 dalla Colombia) di quella che oggi è la Repubblica di Panama è iniziato un lungo e lento processo di emancipazione e rivendicazione di diritti nel nuovo spazio geografico e amministrativo del giovane paese centroamericano. Un processo fatto di accordi, scontri e rivoluzioni che ha portato il movimento indigeno a ottenere un certo grado di autonomia. A oggi, infatti, esistono a Panama sei comarcas indigene (contee) le cui leggi costitutive contengono il riconoscimento della tradizionale struttura politico amministrativa di questi popoli, della loro autonomia, della loro identità e dei loro valori storico culturali, dentro il sistema dello stato panamense. Le sei comarcas indigene coprono attualmente un’area di 1,7 milioni di ettari e sono state create in epoche diverse: Guna Yala (1938), Emberá-Wounaan (1983), Guna Madungandi (1996), Ngäbe-Buglé (1997), Guna Wargandí (2000) e Naso Tjër Di Comarca (2020).

In questo processo di emancipazione e lotta per i diritti, una menzione speciale merita la rivoluzione Guna scoppiata tra febbraio e marzo 1925, che portò alla creazione dell’effimera Repubblica di Tule. La ribellione fu la risposta del popolo indigeno Guna alla forzata occidentalizzazione imposta dal governo centrale che cancellava così secoli di storia dei nativi. Dopo gli scontri si arrivò a un accordo e la comarca di Guna Yala fu la prima a essere creata.

Da sottolineare che proprio dalla lingua di questo popolo indigeno arriva «Abya Yala», termine ancestrale che sempre più viene utilizzato per riferirsi alle Americhe.

Di.Ba.

Squacio panoramico di Panama City, capitale dell’omonimo stato. Foto Pixabay.

Il Darién, dove la selva vince

Il Darién è una regione geografica del continente americano che ha resistito ai vari tentativi di conquista e antropizzazione. Stiamo parlando di una estesa e fitta selva, che divide il Sud di Panama dal Nord Ovest della Colombia (dipartimento del Chocó) e che storicamente ha ospitato le popolazioni indigene Emberá-Wounaan e Guna. Durante l’epoca della corona spagnola molti africani fuggiti dalla schiavitù (chiamate cimarrones) trovarono rifugio in questa selva, creando vere e proprie comunità autonome come quelle guidate da Baiano o da Felipillo, accrescendo il mito dell’impenetrabilità di questa zona di 5mila km² che separa il Sud America dal Centro America. In inglese ci si riferisce a questa zona come Darien gap, dove il termine «gap» (divario, vuoto) viene a significare l’impossibilità di continuare la costruzione della Panamericana, la famosa strada che collega i due estremi del continente americano. A Yaviza, ultimo villaggio nella parte panamense del Darién, il percorso della strada, infatti, s’interrompe per poi riprendere a Turbo in Colombia.

Un progetto viario mastodontico, di circa 18mila km e che attraversa 14 paesi da Nord a Sud del continente ma che, di fronte al Darién, ha dovuto arrendersi. Secondo altre interpretazioni, però, il vero motivo per cui la Panamericana s’interrompe è che gli Stati Uniti non hanno voluto che si facesse, perché avrebbe favorito il traffico di droga.

Oggi questa selva è famosa soprattutto per essere una delle rotte delle migrazioni che portano decine di migliaia di persone a rischiare la loro vita per raggiungere Panama dalla Colombia, e da lì proseguire verso Nord, verso l’«American dream»: solo nel 2022 si stima che siano passati dal Daríen gap circa 250 mila persone (130mila nel 2021).

Di.Ba.

PANAMA SU MC
Diego Battistessa, Dalla schiavitù al Cristo negro, aprile 2022

Squacio panoramico di Panama City, capitale dell’omonimo stato. Foto Pixabay.




Dalla schiavitù al Cristo negro


I conquistatori portarono nelle Americhe gli africani e il cattolicesimo. Che tipo di relazione s’instaurò tra gli schiavi neri e la religione? Come si arrivò alle effigi nere venerate in molti paesi latinoamericani?

La storia degli schiavi africani a Panama, le loro lotte e la loro presenza sul territorio sono vincolate in modo profondo e simbolico all’identità di tutta la regione. Nel XVI secolo gli schiavi insorti Felipillo e Bayano liberarono centinaia di loro compagni dal giogo spagnolo trasformando l’istmo panamense in un territorio della resistenza contro l’oppressione degli uomini su altri uomini. Una geografia articolata che passa dal Corridoio del Darien, la selva che oggi unisce Panama con la Colombia (dove appunto operarono Bayano e Felipillo), a quella che viene chiamata «Costa Arriba» (nell’attuale provincia di Colón), dove successivamente si svilupparono i principali insediamenti di afrodiscendenti.  Proprio nella zona di Costa Arriba, nel 1502, arrive Cristoforo Colombo durante il suo quarto viaggio in quelle che ancora non si chiamavano Americhe. La città di Nombre de Dios venne fondata nel 1510 da Diego de Nicuesa ed è considerata il più antico insediamento, ancora abitato, costituito nell’America continentale dagli europei. La cittadina di Nombre de Dios ebbe fortune alterne: abbandonata e ripopolata nel 1519, saccheggiata e incendiata dai pirati nel 1572 e nel 1596. Dopo l’incendio del 1596 ad opera del corsaro inglese Francis Drake, la popolazione venne spostata nella vicina Portobelo, in una zona più salubre e fortificabile, un luogo nel quale si sarebbe concentrata la storia e la tradizione afrodiscendente. In tutta la provincia di Colón troviamo comunità afropanamensi, ma senza dubbio Portobelo rappresenta il loro centro identitario più forte. All’epoca non era un luogo di permanenza della popolazione nera, ma era sicuramente uno dei nodi commerciali di transito più importanti. Con il tempo però si formarono delle comunità afrodiscendenti stabili che si organizzarono nei quartieri di Guinea e Malambo, veri e propri conglomerati di tradizione africana e sincretica.

È proprio in questa cittadina affacciata sui Caraibi che si trova un simbolo di pellegrinaggio e ragione identitaria del cattolicesimo nero (e non solo) a Panama: il Cristo negro di Portobelo. Un’effige che ci offre la possibilità di esplorare una pagina importante del passato e del presente afrodiscendente della regione latinoamericana e caraibica. Si tratta, infatti, di una storia che affonda le radici nel tempo della colonia spagnola e che, se da un lato è avvolta dal mito, dall’altro rispecchia una relazione controversa delle comunità afrolatine e afrocaraibiche con il credo cattolico.

Fortezza spagnola con cannoni a Portobelo, porto naturale che fu di grande rilevanza durante l’epoca della Conquista. Foto Jefe LeGran.

21 ottobre 1658: l’arrivo

Non c’è una verità certa sull’orgine di questa effige sacra. Esistono, infatti, almeno tre versioni diverse su come e perché il Cristo negro sia arrivato a Portobelo: ad ogni modo tutte coincidono sulla data, cioè il 21 di ottobre del 1658.

La prima versione, conosciuta come «la cassa e la tempesta»,  parla di una nave spagnola che sulla rotta per Cartagena de Indias (Colombia) fece scalo a Portobelo. Ogni volta che l’equipaggio si preparava a salpare per raggiungere la destinazione finale si alzava un forte vento e la tempesta li obbligava a ritornare al porto. Al quinto tentativo la nave subì notevoli danni e sfiorò per poco un drammatico naufragio. Fu a quel punto che per rendere la nave meno pesante e quindi più maneggevole, l’equipaggio gettò in mare parte del carico riuscendo a riprendere la navigazione. Tra gli oggetti che vennero lanciati fuori bordo c’era una cassa che venne ritrovata poco dopo da alcuni pescatori del posto. Quando questi la aprirono, con grande sorpresa videro che conteneva l’immagine del Nazareno: un Cristo negro che venne subito portato al villaggio e collocato nella chiesa.

La seconda versione, conosciuta come «la cassa e l’epidemia» parte dal punto nel quale dei pescatori incontrarono una cassa sulla spiaggia. Aprendola, scoprirono al suo interno il Cristo negro. Interpretarono il fatto come un segno, giacché la zona era afflitta in quel momento da una terribile epidemia di colera (o di vaiolo, secondo le versioni). L’effige venne collocata nella chiesa di Portobelo e – come narra la leggenda – quasi immediatamente l’epidemia cessò e i malati furono miracolosamente sanati.

La terza versione parla di un errore, ed è infatti conosciuta come «lo scambio di effigi». Secondo questo racconto, il Cristo negro arrivato a Portobelo era inizialmente destinato alla chiesa di Taboga, una piccola isola nel pacifico di fronte alla costa della città di Panama. Quella comunità aveva infatti commissionato a un artigiano spagnolo un’immagine di Gesù Nazareno. Allo stesso artigiano era stata però commissionata anche una statua di San Pietro proprio da parte della comunità di Portobelo. Durante il viaggio dalla Spagna ci fu un errore di consegna e così, mentre la chiesa di Taboga ricevette l’effige di San Pietro, quella di Portobelo ricevette il Gesù Nazareno. La leggenda racconta che tutti gli sforzi fatti per rimediare all’errore furono infruttuosi: infatti tutte le volte che si pianificava lo spostamento del Cristo negro da Portobelo succedeva qualcosa che lo impediva. A quel punto la comunità afrodiscendente del luogo interpretò gli eventi come un segnale divino, decidendo che Portobelo sarebbe stata la nuova casa del Cristo negro. Parte di questo racconto è fortemente radicato nella tradizione orale, tanto che nel mese di ottobre, quando si canta e si balla di fronte al simbolo della città, le persone recitano: «En Portobelo te quedaste, como signo de tu amor» (A Portobelo sei rimasto, come segno del tuo amore).

Ogni anno a partire dal 15 di ottobre si assiste a una manifestazione di fede e devozione che supera di molto i confini di Portobelo e della provincia di Colón. Sono infatti migliaia le persone che da tutta Panama fanno lunghi pellegrinaggi per andare a incontrare il Cristo nero nella settimana della sua celebrazione che ha il suo culmine il 21 di ottobre. Processioni fatte a piedi o in ginocchio, rituali sincretici e celebrazioni festose che vedono nel colore viola il protagonista delle cerimonie. Ma la devozione del Cristo negro di Portobelo ha superato anche le frontiere di Panama, tanto che pure Ismael Rivera, l’indimenticato cantante portoricano, ha scritto una canzone in suo onore: «El Nazareno».

Il volto del Cristo nero nella chiesa di San Felipe a Portobelo, Panama. Foto Adam Jones.

La Chiesa cattolica e la schiavitù

Nel periodo della schiavitù in America Latina e nei Caraibi, la Chiesa cattolica ha difeso il potere delle persone bianche, usando modi formali (le leggi) e informali per garantire in primis agli europei cattolici le migliori posizioni, titoli e altri privilegi. Ai neri, ai meticci e agli indigeni è stato impedito di occupare incarichi di responsabilità all’interno delle società, con la motivazione che non avevano tradizione cattolica o titoli nobiliari che garantissero la loro capacità ad adempiere a tali funzioni. Gli argomenti utilizzati erano di natura teologica e sociale. Si affermava che questi gruppi appartenessero a una razza impura e che il loro sangue fosse macchiato e irredimibile. È da qui che prende origine l’espressione della «razza infetta», che appare in molti documenti dell’epoca coloniale. Non si trattava però solo di idee, ma di qualcosa di strutturale nella pratica quotidiana. Per ricoprire incarichi ufficiali il candidato doveva dimostrare di avere il «sangue pulito», cioè di non avere ascendenti appartenenti alle «razze» impure. Solo in quel caso sarebbe stato considerato una persona degna di fiducia, buona, virtuosa, timorota di Dio e onorata. La tradizione cattolica occupava uno dei posti più alti nella scala valoriale della società dominante. Pertanto, l’afrodiscendete poteva scegliere tra due sole alternative: o adattarsi ai valori della cultura bianca ed europea di impronta cattolica (assimilando usi e costumi di una cultura che non gli apparteneva) o recuperare le proprie radici religiose afro, che mantenevano le tradizioni nei culti e nelle celebrazioni principalmente animiste. Adeguandosi al modello europeo, il nero, divenuto cattolico, cessava dunque di vivere tutta la ricchezza culturale ereditata dall’Africa, dimenticando le questioni razziali e sposando una narrazione che promuoveva e giustificava la schiavitù. Tutto questo basato sul silenzio complice e interessato della Chiesa nella questione razziale e sociale. L’evangelizzazione ha necessariamente attraversato un processo di occidentalizzazione, promuovendo, per diventare più praticabile, il deterioramento delle tradizioni ancestrali nella popolazione afrodiscendente. Da qui dobbiamo partire se vogliamo capire come il cristianesimo si è rapportato con le comunità di schiavi africani e afrodiscendenti in America Latina e nei Caraibi.

Il sistema coloniale operava l’evangelizzazione forzata delle comunità, proibiva i riti tradizionali animisti (satanizzandoli) e usava la punizione corporale per quelle pratiche che venivano etichettate come eretiche. In questo contesto, la popolazione afrodiscendente, per la maggior parte schiavi, ha dovuto adattare la propria religiosità. L’ha fatto nascondendo la ritualità del suo credo sotto immagini di santi cristiani creando in tal modo una forma di religiosità sincretista.

Tra i santi neri venerati nella regione ricordiamo San Benedetto da Palermo, Santa Efigenia de Etiopia e San Martín de Porres (peruviano e unico caso di santo afrodiscendente autoctono). Caso particolare è poi quello di San Baltasar o Santo Cambá, molto amato in Argentina e Uruguay, ma il cui culto è praticato in modo paraliturgico, poiché per la Chiesa cattolica, San Baltasar non è canonizzato.

Una bella panoramica del porto naturale di Portobelo. Foto Ben Beiske.

Sincretismo e praticità

Oltre al culto dei santi, esistono culti legati al Cristo nero e alla Vergine nera. Se, da un lato, nel caso della Vergine, non possiamo escludere elementi sincretici di identificazione di Maria con divinità femminili amerinde o africane come Pacha mama o Yemayá, dall’altro la spiegazione comunemente accettata riguarda semplicemente il metodo di produzione delle immagini sacre. Il motivo di questa tonalità scura, infatti, è molto semplice: nel mondo medievale la maggior parte delle immagini di culto erano realizzate in legno, un materiale igroscopico che subiva notevoli variazioni con l’umidità ed era anche facile preda di funghi e tarli o termiti. Per questo gli scultori cercavano un modo per renderle il più possibile resistenti e inalterabili. Nella maggior parte dei casi lo fecero con uno strato di bitume che le proteggesse da umidità e insetti. Gli artigiani, quindi, dopo aver intagliato l’effige sacra in un legno comune (noce, pioppo, o cipresso), la ricoprivano con bitume o altre sostanze protettive di colore scuro. A quel punto, si dipingeva l’immagine conferendo il colore appropriato alla pelle e ai vestiti. Più tardi, nel corso dei secoli, quel colore è andato via via scomparendo, portando in superficie il colore del bitume.

La Vergine nera

Il Cristo nero di Portobelo è dunque in buona compagnia giacché sono decine le immagini della Vergine nera venerate in America Latina e nei Caraibi: Virgen del Valle, a Catamarca, Argentina; Nuestra Señora Aparecida, in Brasile; Nuestra Señora de los Ángeles (la Negrita), a Cartago, Costa Rica; Nuestra Señora de la Monserrate, a Hormigueros, Porto Rico; Virgen de Regla, a L’Avana, Cuba; Nuestra Señora de Itati, a Corrientes, Argentina; la Virgen Negra de los Ángeles de Atocha, a Montalbán, Venezuela.

La Virgen de Guadalupe in Messico è colei che ha originato il culto mariano più diffuso nelle Americhe. È riconosciuta dalla Chiesa cattolica come la «patrona d’America» ed è chiamata colloquialmente La Morenita. In realtà questo aggettivo che dovrebbe far riferimento al tono della sua pelle, non riguarda l’immagine che si trova in Messico, ma deve la sua origine alla somiglianza di questa Vergine con quella del Monastero reale di Santa Maria di Guadalupe, nella provincia di Cáceres (Extremadura, Spagna), conosciuta in questo caso come la Vergine Nera o Nostra Signora di Guadalupe.

Diego Battistessa

Dipinto dell’epoca mostra una scena di schiavitù ad opera dei conquistatori spagnoli


Secolo XVI / Gli schiavi africani fuggiaschi

La lotta dei «cimarrones»

Nella Panama della colonia spagnola il fenomeno del cimarronaje («darsi alla macchia», da «cimarra», boscaglia) iniziò fin dai primi decenni del 1500, proprio con l’arrivo dall’Africa dei primi «carichi» di forza lavoro schiavizzata. Gli schiavi vennero portati nell’istmo per svolgere diversi lavori: uno dei principali era la pesca delle perle. Un’attività che, al pari della vita delle miniere d’oro e argento, non solo era molto dura ma anche molto pericolosa: decine, infatti, furono gli africani morti per annegamento, per embolie polmonari o vittime di attacchi di verdesca (o squalo azzurro). A fronte di questa situazione iniziarono le fughe verso l’interno e verso la giungla del Darién. I cimarrones però non si nascondevano dagli spagnoli, li affrontavano in campo aperto e attaccavano le carovane che percorrevano la rotta commerciale dell’istmo che collegava i due oceani. Verso la fine del decennio del 1540, cominciarono a diffondersi notizie di uno schiavo liberto chiamato Felipillo, leader fuggito dalle zone perlacee e capace di organizzare i cimarrones in un palenque (villaggio autogestito di schiavi fuggiaschi, come i quilombos in Brasile, ndr) sulle rive del Golfo di San Miguel, nel Darién. Il compito di eliminare la minaccia dei cimarrones ricadde sul capitano Francisco Carreño che iniziò una guerra senza quartiere, infliggendo gravi e inumani castighi a coloro che venivano catturati. Le truppe di Carreño, dopo diverse scaramucce, scoprirono nel 1549 l’ubicazione esatta del palenque di Felipillo, che fu attaccato in forze e ridotto in cenere. Dopo aver ucciso il leader africano (1551), gli spagnoli probabilmente pensarono di aver eliminato il problema delle ribellioni nella zona, ma non avevano fatto i conti con l’esigenza psicofisica di libertà di coloro che erano stati schiavizzati. Poco dopo, altre ribellioni esplosero a Panama, guidate da capi come Antón Mandinga e il Negro Mozambique (che non ebbero molta fortuna) e soprattutto da Bayano, lui sì erede dello spirito di Felipillo.

D.Ba.

Copertina de America Latina afrodiscendente (2021) di Diego Battistessa, collaboratore di MC.