Israele. Odio chiama odio

La Festa della liberazione dello scorso 25 aprile è stata macchiata da atti d’intolleranza, a conferma dei tempi di guerra e odio che il mondo sta vivendo. In particolare, a Milano, la Brigata ebraica – nome di un reparto di combattenti ebrei che lottò contro il nazifascismo – è stata costretta ad abbandonare il corteo dei manifestanti a causa delle forti contestazioni subite.

Un evento anti democratico, ma certamente favorito dalla scelta della stessa Brigata di sfilare con bandiere dello Stato d’Israele (e degli Stati Uniti). «Un grave errore portare quelle bandiere» hanno dichiarato sia la storica Anna Foa che la scrittrice Edith Bruck, entrambe ebree.

L’accaduto ha evidenziato – una volta di più – quanto la questione mediorientale si sia incancrenita, soprattutto a causa del governo israeliano. Mentre continua l’offensiva dell’esercito d’Israele (Idf, in sigla) contro il Libano e l’Iran e quella dei coloni in Cisgiordania, Netanyahu e i suoi ministri (in particolare, Itamar Ben-Gvir, leader del partito estremista Otzma Yehudit, «Potere ebraico») stringono la propria morsa sui palestinesi, anche a livello legislativo.

Lo scorso 30 marzo, i rappresentanti della Knesset, il parlamento israeliano, con 62 voti a favore e 48 contrari hanno approvato una legge che prevede la pena di morte per le persone accusate di terrorismo. La morte sarà data per impiccagione. La nuova legge dispone – inoltre – che le sentenze debbano essere eseguite entro 90 giorni dalla pronuncia della sentenza definitiva.

Il logo della Brigata ebraica, la bandiera d’Israele e la bandiera della Palestina.

A detta degli esperti di diritto, la norma è stata formulata in modo tale che essa si applicherà esclusivamente ai palestinesi. In altri termini, non verrà applicata ai cittadini israeliani di origine ebraica. Il ministro Ben-Gvir – sempre lui – si è presentato in aula indossando una spilla a forma di cappio sul risvolto della giacca per evidenziare il suo sostegno al disegno di legge e, dopo la sua approvazione, ha brindato in favore di fotografi e telecamere.

Nei giorni successivi, otto paesi a maggioranza islamica – Pakistan, Turchia, Egitto, Indonesia, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti – hanno diramato una nota congiunta per condannare la legge e le pratiche israeliane sempre più discriminatorie. La legge è stata contestata anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea, mentre gli Stati Uniti di Trump si sono detti solidali con lo storico alleato.

Nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv, l’Unione europea non è andata oltre una condanna formale, avendo – al momento (21 aprile) – rigettato la sospensione dell’Accordo di associazione commerciale con Israele come richiesto da vari paesi (Spagna, Irlanda e Slovenia) ed organizzazioni internazionali. Amnesty International ha accusato Germania e Italia di aver avuto un ruolo chiave nel bloccare la sospensione, nonostante il trattato in questione preveda il rispetto di clausole sui diritti umani.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che bloccare l’accordo commerciale non è utile.

Senza sanzioni internazionali e con Netanyahu (sono 19 i suoi anni al potere) e i suoi ministri che alimentano di continuo odio e vendetta, è facile prevedere che, nelle piazze del mondo, le bandiere d’Israele andranno incontro ad altre contestazioni.

Paolo Moiola




I conflitti intrattabili

Sono «intrattabili» i conflitti che nascono da due racconti distinti e antitetici di uno stesso processo storico. Quello israelo-palestinese ha visto alternarsi narrazioni opposte ad altre più conciliabili. Oggi la sua descrizione è quella più pericolosa di sempre.

«Ogni grande cambiamento sociale deve iniziare con la costruzione di nuove narrazioni». Questa citazione sintetizza l’intento del testo dello psicologo politico Daniel Bar-Tal, professore emerito presso l’Università di Tel Aviv.

La tesi centrale dell’autore è che i conflitti diventano «intrattabili» quando sono basati su due narrazioni opposte per visione e vissuti dei protagonisti. Quando entrambe le narrazioni nascono da una cultura del conflitto violento, ostacolano la ricerca di un diverso rapporto con l’altro e, dunque, impediscono la pace.

L’autore conduce un’indagine sul caso del conflitto israelo-palestinese analizzandone gli sviluppi e le conseguenze nelle diverse fasi.

Le narrazioni contrapposte

Il testo si articola in cinque parti: la prima attraversa il periodo che va dalle origini del conflitto agli accordi di Oslo del 1993; la seconda si concentra sulla ripresa e l’intensificarsi del conflitto dopo il 2000; la terza parla del prevalere dell’estremismo e della sua istituzionalizzazione, fino a Netanyahu come figura centrale della cultura del conflitto; la quarta riguarda la situazione attuale; la quinta è dedicata alle possibilità di trasformazione.

L’autore mostra come le due narrazioni contrapposte persistano e si irrigidiscano nel tempo.

La parte palestinese vede gli ebrei come immigrati e invasori. I palestinesi hanno una «legittimità esclusiva», un diritto di precedenza sulla «propria» terra.

Per la parte ebraica, la terra è l’eredità promessa da Dio, patria storico culturale, rifugio contro l’antisemitismo. I palestinesi sono parte del popolo arabo, inquilini sulla terra degli ebrei.

Su queste basi, rafforzate dal sionismo che nasconde la violenza della propria parte, Israele, che si considera «luce per le nazioni», vede se stesso come l’unica vittima, attribuendo ai soli «arabi» la volontà di distruggere l’altro.

La narrazione di pace

Elementi di una nuova narrazione emergono negli anni Ottanta, in seguito agli accordi di Camp David del 1978 e al riconoscimento di Israele da parte di Yasser Arafat, leader dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) nel 1988.

Sono gli anni della prima Intifada palestinese, una lotta sostanzialmente nonviolenta, in seguito alla quale si sviluppano anche nella società israeliana nuovi atteggiamenti.

Una ricerca del 1999 mostra, infatti, che il 55% degli israeliani è favorevole alla creazione di uno stato palestinese e cambia anche la percezione della sicurezza, non più affidata alle sole armi, ma anche alla costruzione della pace attraverso la restituzione dei territori occupati.

Questa narrazione è sostenuta dallo sviluppo del Campo della pace, da esperienze come quella di Nevè Shalom e dalla sinistra israeliana.

Il ritorno della violenza

Tuttavia, dagli anni 2000, anche in seguito al fallimento del processo di pace, all’espansione delle colonie ebraiche nei territori occupati, al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi, con la conseguente disillusione e lo scoppio della seconda Intifada (questa volta violenta), si giunge rapidamente a una escalation del conflitto e al ritorno alla narrazione negativa.

È in questo contesto che Israele usa la politica del divide et impera, sostenendo il movimento islamista di Hamas contro il partito laico di Al-Fatah, maggioritario nell’Olp e membro dell’Autorità nazionale palestinese.

L’occupazione dei territori palestinesi comporta l’arresto e l’uccisione di leader, la detenzione senza processo di migliaia di persone, anche minorenni, il rifiuto di permessi di soggiorno, la demolizione di case, la confisca di terre per gli insediamenti dei coloni, posti di blocco lunghi e umilianti per i palestinesi. Ogni protesta, anche nonviolenta, per Israele è «terrorismo».

Le condanne dell’Onu e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sono disattese, e violate. Israele crea uno stato di apartheid.

Anche l’educazione consolida la narrazione egemone del conflitto: fin dal 1972, infatti, il ministro dell’Istruzione Ygal Allon ha eliminato la linea verde dalle mappe ufficiali di Israele: per le nuove generazioni, il territorio tra il fiume e il mare è un unico spazio che fa parte della patria. Ciò coincide con l’ideologia del movimento sionista religioso del «Grande Israele», che fonda nuove colonie e città ebraiche nei territori occupati, e diventa una forza trainante, sviluppando vittimismo, disumanizzazione del nemico, nazionalismo.

Al culmine di tale processo sta la figura di Benjamin Netanyahu.

Il sistema di occupazione deteriora la stessa democrazia israeliana nella quale si indeboliscono le istituzioni di controllo, si limita la libertà di espressione, si violano i diritti umani, si delegittima l’opposizione e si controllano i media, si discriminano le minoranze e cresce il nazionalismo, sino al razzismo.

L’autore chiama «occupartheid» il sistema che non merita più di essere definito democratico: in cima alla piramide stanno i coloni nei territori occupati, che godono di privilegi e benefici; seguono gli altri cittadini ebrei; poi i cittadini arabi di Israele; al quarto posto gli abitanti palestinesi di Gerusalemme Est, che non hanno diritto di voto alla Knesset e, infine, gli abitanti palestinesi delle zone occupate, la cui vita è regolata dalle direttive del comando militare.

Per una nuova narrazione

Quali prospettive di fronte a questa situazione, portata all’estremo dagli eventi del 7 ottobre e della distruzione di Gaza?

È indispensabile, per Bar-Tal, riprendere la narrazione a sostegno dei negoziati, riconoscere i palestinesi come partner legittimi, individuare obiettivi che rispondano ai bisogni di entrambi i popoli, porre fine all’occupazione, recuperare la democrazia e i suoi valori, ritrovare leader capaci di guidare il conflitto verso una de-escalation.

È necessaria una trasformazione sociale interna, condotta sia dalla società civile israeliana che dalle pressioni della comunità internazionale.

Ri-umanizzare l’avversario e comprendere che il prezzo del conflitto, per la stessa società israeliana, è più alto di quello per la pace sono i presupposti.

Se non sarà più possibile la soluzione a due stati, l’unica alternativa sarà quella dello stato unico binazionale, con uguali diritti per tutti i cittadini: fondamentale è alimentare la speranza che tutto ciò è possibile.

Angela Dogliotti
Centro studi Sereno Regis

Bibliografia

  •  N. Capovilla, B. Tusset, Sotto il cielo di Gaza, La Meridiana, Molfetta (Ba) 2025, pp. 120, 15,50 €.
  •  B. Bashir, A. Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023, pp. 464, 20 €.
  •  Bruno Montesano (a cura di), Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi, Edizioni e/o, Roma 2024, pp. 128, 10 €.
  •  David Grossman, La pace è l’unica strada, Mondadori, Milano 2024, pp. 96, 16 €.
  •  Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, Roma 2024, pp. 144, 15 €.
  •  Rashid Khalidi, Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza, Editori Laterza, Bari 2025, pp. 416, 20 €.
  •  Amedeo Rossi, Le parole divise, Israele/Palestina: narrazioni a confronto, Editori Q, Roma 2022, pp. 360, 16 €.



Italia. Per Gaza e contro il genocidio

Lunedì 22 settembre molte città italiane hanno ospitato le manifestazioni per Gaza e contro il genocidio. L’adesione dei cittadini è stata massiccia, segno che la guerra d’Israele contro i palestinesi ha risvegliato le coscienze.

Non ovunque le cose sono filate lisce, a Milano soprattutto. Qui gruppi di infiltrati (non si sa quanto autonomi e quanto inviati da qualcuno) hanno pensato di farsi notare con la violenza e la distruzione. Di questo hanno subito approfittato diversi media (per esempio, alcuni telegiornali e, soprattutto, i quotidiani La Verità, Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d’Italia), interessati a svilire il messaggio e la portata delle manifestazioni.

Alcuni quotidiani italiani hanno scelto di dare molto rilievo ad alcuni scontri piuttosto che alle manifestazioni e al messaggio per Gaza e contro il genocidio. In questo screenshot le prime pagine di tre quotidiani di martedì 23 settembre 2025.

Fatta questa doverosa premessa, tra le iniziative messe in campo segnaliamo quelle della rete «Preti contro il genocidio». Qui sotto il comunicato stampa rilasciato dagli organizzatori.

«A Roma, un gruppo di 100 sacerdoti provenienti da diverse regioni italiane e da vari Paesi si è riunito per un momento di preghiera e di testimonianza pubblica in favore della giustizia e della pace in Palestina. Ribadendo la condanna delle violenze del 7 ottobre, hanno ripetuto le parole di papa Leone “non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta” (21.9.25) e hanno pregato Dio perché si fermino i crimini contro la popolazione palestinese e ogni massacro di innocenti nel mondo. Inoltre, hanno denunciato il massacro della popolazione civile palestinese e la distruzione del territorio della striscia di Gaza che, secondo la stragrande maggioranza degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative, si qualifica come un crimine di genocidio.

L’iniziativa è stata organizzata dalla neonata rete “Preti contro il genocidio” – che ha raccolto oltre 1.600 firme per una dichiarazione condivisa. I firmatari provengono da 50 paesi e 5 continenti, sono eremiti, sacerdoti diocesani e religiosi, vescovi e cardinali.

L’evento si è svolto simbolicamente nel giorno in cui la questione palestinese è stata discussa alle Nazioni Unite e alla vigilia dell’Assemblea Generale. La celebrazione nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, animata in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo), è stata accompagnata dalla musica dell’organista Stefano Vasselli, direttore musicale della Chiesa di San Paolo entro le Mura e dal rinomato tenore Carlo Putelli.

Dopo la liturgia, i partecipanti hanno dato vita a una processione portando i disegni dell’artista Gianluca Costantini, dal titolo “Christ Died in Gaza”, che richiamano le parole del Vangelo di Matteo sul giudizio finale: “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere…”.

La marcia ha previsto alcune soste nei luoghi significativi della città, durante le quali sono state lette poesie da autori Palestinesi e innalzate preghiere per le vittime della violenza e per un futuro di riconciliazione, pace e giustizia.

I sacerdoti e vescovi presenti con questo appuntamento hanno voluto “iniziare processi più che possedere spazi” (papa Francesco, in Evangeli Gaudium 223) e sollecitare nella comunità civile ed ecclesiale una coraggiosa riflessione circa il genocidio palestinese. Ora è tempo di continuare l’opera coinvolgendo laici e laiche, religiosi e religiose, uomini e donne poiché l’obiettivo non era quello di creare un gruppo clericale ma di “mescolarsi e far lievitare -come dice Gesù nel Vangelo – tutta la pasta” per difendere e diffondere i valori della pace e della giustizia.

Al termine della manifestazione hanno invitato tutti a rinnovare l’adesione a quelle associazioni e realtà ecclesiali “impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza” di cui papa Leone ha apprezzato l’iniziativa (Angelus 21.9.25), tra le quali Pax Christi che sabato 29 novembre organizzerà a Padova la giornata di solidarietà con il popolo palestinese indetta dalle Nazioni Unite fin dal 1977».

Preti contro il genocidio




Gaza. La «flottilla» della speranza

In queste ore le acque del Mediterraneo sono solcate da decine di imbarcazioni dirette verso Gaza. È la «Global sumud flotilla», la più grande operazione umanitaria indipendente mai organizzata, con l’obiettivo dichiarato di rompere l’assedio navale imposto da Israele e aprire un corridoio umanitario per portare cibo, acqua, medicinali e beni di prima necessità alla popolazione palestinese.
Si tratta di un’iniziativa dalla portata storica, sia per il numero di barche che compongono la flottiglia – circa 50, un numero mai raggiunto in precedenti missioni simili – sia per l’impatto che sta generando a livello mediatico, politico e simbolico nella società civile internazionale. Le delegazioni che formano gli equipaggi provengono da 44 diversi Paesi e stanno partendo principalmente da Spagna, Italia e Tunisia. Tra di loro figurano personalità di rilievo globale come l’attivista Greta Thunberg e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau. Dall’Italia partecipano anche quattro parlamentari: le eurodeputate Benedetta Scuderi (Avs) e Annalisa Corrado (Pd), il deputato Arturo Scotto (Pd) e il senatore Marco Croatti (M5s).

Le tempistiche
Il primo gruppo di imbarcazioni è salpato da Barcellona il 31 agosto e, dopo alcuni rallentamenti causati dal maltempo, ha raggiunto la Tunisia, dove ad attenderlo c’era un’altra parte della flottiglia. È stato però lì che sono iniziati i veri problemi: il 9 e il 10 settembre due droni hanno sganciato materiale incendiario su due delle barche ormeggiate nel porto di Tunisi. Gli incendi sono stati domati rapidamente e non sono stati registrati feriti, ma sebbene le dinamiche restino da verificare agli occhi degli attivisti appaiono come chiari tentativi di intimidazione contro la missione. Nonostante ciò, hanno ribadito la loro determinazione a proseguire: ieri la flotta è ripartita, sia da Tunisi che da Siracusa, dove si erano riunite le imbarcazioni italiane. La flottiglia si incontrerà presto al completo nelle acque del Mediterraneo per poi dirigersi compatta verso Gaza.

Perché «sumud»
La flottiglia globale si riconosce nella parola «sumud», termine arabo che significa «resistenza» ed è profondamente legato alla resistenza palestinese. Allo stesso modo gli organizzatori puntano a mettere in campo un atto di resistenza civile e nonviolenta contro il totale controllo su tutti i confini di Gaza imposto da Israele, che impedisce ogni movimento via terra e via mare sia alle persone che agli aiuti umanitari. Gli organizzatori sono consapevoli che i quantitativi di aiuti trasportati sono modesti rispetto alle necessità reali, ma chiariscono che il vero obiettivo è aprire un varco nel blocco navale, quindi creare le condizioni per l’arrivo di altre imbarcazioni e, in prospettiva, per un corridoio umanitario permanente.
C’è poi un altro obiettivo, che è implicito ma sempre più chiaro alla popolazione che segue l’evolversi di questa operazione. La flottiglia grazie al numero di persone e di paesi coinvolti è, e sarà, un grande catalizzatore di attenzione su come reagirà Tel Aviv e su come risponderanno i governi di tutto il mondo quando i loro cittadini si confronteranno con le decisioni israeliane. Il tutto si inserisce in un contesto globale dove l’opinione pubblica è sempre più sconcertata da quello che accade a Gaza e sempre meno disposta a lasciar correre. La flottiglia raccoglie questi sentimenti di rabbia e orrore e li incanala in un’azione concreta, dove tutti sono chiamati a partecipare in diversi modi.

Striscione della manifestazione di Roma del 7 settembre 2025 (foto Mattia Gisola)

L’equipaggio di terra
Grande eco ha avuto la raccolta di aiuti svoltasi a Genova, dove in pochi giorni sono state raccolte 300 tonnellate di cibo, ben oltre le aspettative e molto oltre la capacità della flottiglia, che ha però comunicato che conserverà quanto arrivato per future missioni, e che in caso di impossibilità nel raggiungere Gaza recapiterà i beni ad altre missioni umanitarie. Il gesto ha assunto un forte valore simbolico, rafforzato dalle parole di un rappresentante dei portuali genovesi: «Se anche solo per venti minuti perdiamo il contatto con le nostre barche, noi blocchiamo tutta l’Europa, dal Porto di Genova non uscirà più nulla». Questa promessa di una reazione radicale a qualsiasi problema che potrà venir causato alla flottiglia è diventata il motto delle migliaia di persone che in queste settimane si stanno organizzando a sostegno dell’iniziativa e che si definiscono come equipaggio di terra della flotta. «Blocchiamo tutto» recitava lo striscione più grande del corteo romano del 7 settembre dove migliaia di persone si sono dette pronte a mobilitarsi, dalle scuole alle fabbriche, in caso di difficoltà per la missione.
Il blocco navale su Gaza continua dal 2009, e si è fatto via via più pressante, oggi è vietato ai palestinesi pescare nelle proprie acque e addirittura fare il bagno in spiaggia. Per questo negli anni ci sono stati diversi tentativi intaccare questo muro marittimo, un precedente tragico avvenne nel 2010 quando una spedizione, organizzata dal Free Gaza movement e dalla Ong turca Humanitarian relief foundation, venne assaltata dall’esercito israeliano e ne risultarono 10 morti. Da allora diverse operazioni terminarono in fallimenti a causa di sabotaggi, arresti ed espulsioni. Uno degli ultimi casi riguarda la barca Conscience, che nel maggio del 2025 è stata colpita due volte da quelli che si suppone siano stati droni israeliani, mentre era ancora vicina alle coste di Malta.

Organizzazioni unite
La Global sumud flotilla fa tesoro di tutte queste esperienze, e mette insieme le diverse organizzazioni che in passato hanno agito su questo fonte. Il Global movement to Gaza (ex Global march to Gaza), la Maghreb sumud flotilla, la Sumud nusantara e il supporto della Freedom flotilla coalition sono il cuore di questa operazione. Tutto e stato organizzato nei minimi dettagli per ridurre i rischi ed essere teoricamente inattaccabili. Tutti gli equipaggi hanno partecipato a precisi addestramenti, non solo di navigazione ma anche su come regire a ogni possibile situazione. Sono stati istruiti a non rispondere alle provocazioni, a non reagire a nessuna violenza e sono stati preparati sul diritto internazionale, per fare in modo che ogni loro azione si muova sempre e comunque nel rispetto delle leggi. Le barche partecipanti sono tante, in modo da essere difficilmente attaccabili tutte contemporaneamente, ma sono anche piccole, in modo da essere facilmente manovrabili in caso di emergenza e da non incutere timore per non essere accusate di nessun altro fine.
I rischi per la missione sono tanti, e concreti, ma la situazione in Palestina si aggrava giorno dopo giorno, sono sempre di più gli studiosi e gli esperti che parlano apertamente di genocidio. La società civile non vuole più restare a guardare. La Global sumud flotilla raccoglie questi sentimenti e sta forzando le istituzioni globali a confrontarsi con le proprie responsabilità. L’attivista Tony La Piccirella portavoce italiano dell’operazione che sta navigando con il resto della flotta, durante un collegamento ha spiegato chiaramente: «Da questo momento in poi si capirà come cambierà il mondo».

Mattia Gisola




Cisgiordania e Gaza. Anche i cristiani nel mirino

Da Gaza a Taybeh, in Cisgiordania, anche i cristiani sono sotto attacco da parte degli israeliani. C’è chi vuole resistere. Ma molte famiglie hanno già scelto di abbandonare i villaggi e ricostruire la propria vita altrove.

Non c’è pace a Taybeh, l’unico villaggio al cento per cento cristiano della Cisgiordania.
Da mesi è stato preso di mira da un gruppo di coloni israeliani che incendiano case, automobili e campi, e rimangono impuniti.
Gli abitanti, cristiano palestinesi, hanno paura. Alcuni sono già andati via, altri stanno pensando di farlo.
La vita in questa terra, infatti, non è facile. Non lo era già prima del 7 ottobre 2023. Tanto più oggi.

E così la piccolissima comunità cristiana della Terra Santa rischia di divenire sempre più esigua.
Nella Striscia di Gaza, i cristiani, dopo 7 ottobre, si sono dimezzati. In Cisgiordania sono diminuiti dai 46mila del 2017 ai 40mila di oggi.

A Taybeh, dopo gli attacchi incendiari più violenti delle ultime settimane e l’arrivo, a metà luglio, dei Patriarchi delle diverse confessioni cristiane, venuti per portare la loro solidarietà, la situazione ora è più calma.
Ma solo in apparenza, perché – riferiscono fonti della comunità cristiana locale – «ci sono continuamente coloni che fanno incursioni nelle case, fanno fotografie e video, alcuni controllano la nostra vita con un drone, ieri notte è stata data alle fiamme un’altra auto».
Le persone con cui parliamo, consapevoli del pericolo personale che corrono, chiedono l’anonimato. Così come il giovane parroco cattolico di rito latino, padre Bashar Fawadleh, ci dice di preferire, al momento, evitare un’eccessiva esposizione mediatica, limitandosi a commentare che «la situazione resta difficile».

Era stato proprio lui nelle scorse settimane, a lanciare l’allarme sul fatto che i coloni avevano tentato di bruciare la chiesa di San Giorgio del V secolo. «Abbiamo paura – aveva detto al momento dei fatti, alla fine di giugno -, ma non ce ne andremo mai».

E invece qualcuno ha deciso di lasciare per sempre questo villaggio: dieci famiglie, infatti, negli ultimi mesi sono emigrate negli Stati Uniti, in Cile e Guatemala, dove hanno parenti. Si tratta più o meno del dieci per cento della popolazione del villaggio, calcolata in circa 1.200 abitanti.

Crocevia tra Gerusalemme, Gerico e Ramallah, Taybeh ha vissuto sempre una vita complicata. Eppure era un villaggio allegro, dedito all’agricoltura e all’allevamento, e alla produzione di birra.
Per anni nel villaggio si è celebrata una sorta di Oktoberfest che attirava persone dai villaggi vicini e turisti. È difficile ora immaginare che una tradizione simile possa andare avanti. Il nuovo contesto si fa ogni giorno più difficile.

Gaza

A Gaza la popolazione cristiana si è addirittura dimezzata: rispetto alle circa mille persone che vi abitavano prima del 7 ottobre ’23, ora sono, tra laici e religiosi, circa cinquecento.
Diversi sono morti nel corso della guerra: non solo quelli uccisi dagli attacchi israeliani, ma anche chi ha perso la vita, ad esempio, per l’impossibilità di curarsi.

«Qui ci conosciamo tutti, già eravamo pochi, ora siamo la metà, ma non vogliamo andare via», ripete padre Gabriel Romanelli, il missionario argentino che regge la parrocchia della Sacra Famiglia in Gaza city e che cerca di aggiornare il mondo su quello che accade attraverso dei videomessaggi con cadenza quasi quotidiana. Anche lui è rimasto ferito a una gamba nel raid dello scorso 17 luglio contro la parrocchia. Attacco che l’esercito israeliano ha poi definito un «errore».
Quanto potranno resistere ancora i cristiani in questa terra martoriata?

Betlemme

Altra città in territorio palestinese che si sta spopolando è Betlemme: di fatto una prigione a cielo aperto.
Come in tutta la Cisgiordania, è sempre più difficile entrare e uscire dai check-point.
I betlemiti, poi, vivevano quasi tutti di un turismo religioso che, a causa del conflitto, ha subito una battuta d’arresto.

Una Terra Santa senza cristiani sarebbe «una tragedia», dice il cardinale Fernando Filoni, che guida l’Ordine del Santo Sepolcro che porta enormi aiuti in questa regione del mondo nella quale c’è bisogno di tutto. «Qui, i cristiani hanno le loro radici, c’erano prima che arrivasse l’islam, e sono un fattore di equilibrio. Se abbandonano questa terra – ha dichiarato ai media vaticani – sarà un problema enorme per tutti».

Manuela Tulli




Il suicidio di Israele

Un piccolo libro affronta uno dei conflitti più intricati e centrali del mondo contemporaneo. Lo fa cercando cause e concause nella storia, e parlando, ad esempio, del valore del sentirsi «vittima» per entrambe le parti.

Il volume di Anna Foa, Il suicidio di Israele, aiuta a comprendere le tragiche vicende del Medio Oriente. Problematizza la situazione e stimola la riflessione. Lo fa a partire da una solida ricostruzione del passato nel quale i conflitti attuali affondano le radici.

Lo sguardo dell’autrice è dichiarato fin dalle prime righe: «Queste pagine contengono le riflessioni di un’ebrea della diaspora di fronte a quanto sta succedendo […]. Esse nascono dal dolore per l’eccidio del 7 ottobre e da quello per i morti […] della guerra di Gaza. È lo stesso dolore, per gli uni e per gli altri».

L’autrice, per «complicare le banalizzazioni», parte dalla storia: come nasce il sionismo? Quali conseguenze ha la sua nascita per il mondo ebraico e la Palestina? È un movimento di autodeterminazione o coloniale? C’è un solo sionismo o diversi sionismi, e diverse fasi storiche?

Una prima interpretazione è quella del sionismo come movimento di rottura nel mondo ebraico, in quanto persegue un progetto politico, lo Stato, che non ha mai fatto parte della sua costruzione filosofica fino alla fine del XX secolo.

Il sionismo nasce come movimento di rinascita nazionale che critica gli ebrei della diaspora e la loro «assimilazione»: nasce l’idea dell’ebreo nuovo, il sabra, alto e forte per il lavoro nei campi, che riscatta secoli di oppressione e di «vergogna».

Pur nascendo in Europa occidentale, il sionismo è figlio della società russa zarista dove, a inizio Novecento, nascono i Protocolli dei savi di Sion (un falso documento contro gli ebrei, ndr). Da questa società verrà la classe dirigente dell’insediamento ebraico in Palestina, l’Yishuv, nelle due ondate di aliyah (ritorno alla Terra Promessa) del 1904 e 1919-20.

Immigrati ebrei e nazionalismo arabo

Quando Theodor Herzl pubblica nel 1896 «Lo stato ebraico», tra le opzioni sul luogo in cui crearlo ci sono l’Argentina e l’Uganda. Lo scopo è quello di salvare gli ebrei dall’antisemitismo.

Nel 1919, l’emiro Faysal ibn Husayn (capo del governo di Damasco) e Chaim Weizmann (dal 1921 presidente dell’Osm, Organizzazione sionista mondiale), stringono un accordo, ma la rottura tra sionisti e mondo arabo arriva già nel 1920, quando la Conferenza di San Remo rende la Siria un protettorato francese e Faysal diviene re dell’Iraq.

Il nazionalismo arabo si sposta così dalla Siria alla Palestina e provoca la prima rivolta antisionista a Giaffa, nel 1921, anche in seguito al crescente numero di immigrati ebrei. A essa fa seguito quella di Hebron nel ‘29 e quella del ‘36, organizzata dal Gran Muftì di Gerusalemme, Amin Al Husayni, contro ebrei e inglesi.

Diverse posizioni ebraiche

Anche tra gli ebrei ci sono diverse posizioni. Per il movimento Brit Shalom, sostenuto da intellettuali come Martin Buber, Yehuda Magnes e Albert Einstein, lo Stato dovrà essere binazionale. Ebrei e arabi possono convivere con gli stessi diritti. Anche la sinistra sionista del partito Mapam la pensa così. I revisionisti guidati dal russo Vladimir
Jabotinsky, che si è staccato nel 1935 dall’Osm, sono, invece, a favore dell’uso della forza e dell’imposizione del progetto sionista. Così come il Betar, nato nel 1923 e organizzato militarmente, il cui capo, Menachem Begin, arrivato in Palestina nel 1942, diventa il numero uno del movimento terroristico Irgun e autore dell’attentato all’Hotel King David a Gerusalemme nel 1946.

In seguito all’avvento del nazismo, Jabotinsky sostiene la necessità di un’emigrazione di massa degli ebrei europei, e tra il 1933 e il 1937, 450mila ebrei vanno in Palestina.

Nel 1939 gli inglesi, timorosi dell’appoggio arabo all’Asse, limitano le quote di immigrazione (75mila nei 4 anni successivi). Alla fine della guerra, quando 250mila ebrei sopravvissuti vagano per l’Europa, l’Yishuv dà inizio all’Alyia Bet, l’immigrazione clandestina, che porta 120mila profughi in Palestina.

Nel 1947 finisce il mandato inglese e l’Onu delibera la spartizione della Palestina, in seguito alla quale viene fondato lo Stato di Israele nel 1948.

La guerra di quello stesso anno della Lega araba contro Israele è un punto di svolta: il conflitto aiuta la realizzazione del piano di espulsione dei palestinesi e di pulizia etnica del territorio. Avvengono violenze e massacri. È il colonialismo di insediamento.

Palestina colonizzata

La guerra del 1967, con la conquista da parte di Israele delle alture del Golan, della West Bank, di Gerusalemme Est e di Gaza crea le condizioni di occupazione dei territori palestinesi. Si diffonde una versione religiosa e aggressiva del sionismo, che si ritiene ispirata da Dio a colonizzare la terra di Israele.

È così che crescono gli insediamenti nella West Bank, da parte di gruppi estremisti riuniti nel Gush Emunim. Anche quando ci sono i laburisti al governo, 1967-’73, si espande la colonizzazione. Intanto, nel 1964 è nata l’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina, guidata da Yasser Arafat, che considera illegale l’esistenza di Israele (principio mantenuto fino al 1998), proclama il diritto al ritorno dei profughi, e la lotta armata.

La guerra del Kippur, nel 1973, vinta da Israele con il sostegno Usa, non modifica la situazione.

Le due identità

Il secondo capitolo del volume di Anna Foa riflette sulle identità: mentre la costruzione dello Stato di Israele avviene a prescindere dallo sterminio nazista, dopo il processo Eichmann (1961) la memoria della Shoah diventa il cuore dell’identità di Israele, che si sente l’erede dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo.

Un altro elemento che identifica sempre più gli ebrei con Israele è il terrorismo palestinese. Esso non si rivolge più contro i soli israeliani, come a Monaco nel 1972, ma anche contro ebrei nella sinagoga di Roma nel 1982 o a Parigi nel 1980 e 1982.

Anche l’arrivo di 600mila profughi ebrei dai paesi arabi dopo il 1967 contribuisce a modificare l’identità di Israele, creando complessi rapporti tra ashkenaziti e mizrachim orientali, così come, negli anni Novanta, l’arrivo di oltre un milione di ebrei dai Paesi dell’ex Urss, che introduce il russo come terza lingua del Paese, dopo ebraico e arabo.

Infine, altro tassello identitario è la religione: i sionisti religiosi si moltiplicano e si crea una spaccatura tra laici e credenti.

Anche l’identità palestinese cambia. Il ritorno dei profughi, che nel 1948 sono 700mila, e nel 2025 saranno cinque milioni, è un ostacolo alla pace.

Se la Shoah è il cuore dell’identità israeliana, la Nakba, l’esodo forzato degli arabi palestinesi dai territori occupati, è il cuore dell’identità palestinese: «Entrambe sono identità nazionali in cui la dimensione della catastrofe e del trauma svolgono un ruolo centrale e dove la narrazione nazionale ruota in gran parte intorno a motivi legati all’essere vittima e alla perdita subita» (cfr. Olocausto e Nakba di Bashir e Goldberg, 2023).

Le paci fallite

Nel terzo capitolo del suo libro, Anna Foa prende in esame i tentativi di pace e gli ostacoli che li impediscono. In particolare, sono due i momenti che interrompono un possibile percorso dentro Israele: l’atto terroristico di Baruch Goldstein che, nel 1994, uccide 29 palestinesi nella moschea di Hebron; e l’assassinio, nel 1995, del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin da parte di Yigal Amir, un colono ebreo estremista di destra contrario a ogni negoziato.

Tutti i tentativi successivi di riprendere un processo di pace falliscono. La politica degli insediamenti illegali prosegue con circa 700mila coloni israeliani che si stabiliscono nei territori occupati. Inizia la costruzione del muro di separazione nel 2002. Nel 2006 Ariel Sharon decide in modo unilaterale la restituzione di Gaza ai palestinesi sgombrando 7.500 coloni. Le elezioni del 2006 nella striscia portano Hamas al potere che accresce la sua influenza anche in Cisgiordania. Nel 2009 Netanyahu dichiara ferma opposizione a ogni trasformazione dell’Autorità palestinese in stato autonomo. Gaza è sempre più controllata da Israele che scatena contro la striscia guerre nel 2009, 2012, 2014, 2021, fino a quella totale odierna.

Il suicidio

L’ultimo capitolo analizza i passaggi più recenti che portano a quello che l’autrice chiama «il suicidio di Israele» a opera del suo stesso governo.

L’operazione del 7 ottobre avrà come prima motivazione la salvaguardia delle moschee della spianata del Tempio, poiché i sionisti religiosi non riconoscono gli accordi su di essa, e il Temple institute lavora alla costruzione del Terzo Tempio che prevede la distruzione delle moschee.

Nel 2018 è varata una legge che prevede lo Stato degli ebrei, i soli legittimati a esercitare l’autodeterminazione nazionale. Ciò comporta un trattamento diverso tra i cittadini ebrei e non ebrei, e il rifiuto dello Stato palestinese.

«La trasformazione di Israele in un Paese autoritario avanza. La polizia attacca ogni manifestazione di dissenso, le prigioni sono piene di cittadini arabo israeliani e dei Territori, detenuti senza processo. Le dichiarazioni razziste di ministri si moltiplicano […]. Ci sono militari che rifiutano di andare a combattere a Gaza, preferendo la prigione. Si è formata addirittura un’organizzazione di genitori che invita i figli a rifiutare di combattere».

Poiché dal governo israeliano ogni critica è respinta come «antisemitismo», è opportuno definire anche questo concetto: due sono le definizioni recenti, quella dell’International holocaust remembrance alliance del 2016, che pone un legame stretto tra antisionismo e antisemitismo, e la Dichiarazione di Gerusalemme, del 2021, che definisce l’antisemitismo come «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)».

Quando, durante le manifestazioni anti israeliane si grida «Dal fiume al mare, Palestina libera», si tratta di uno slogan antisemita? E gli ebrei del mondo «come possono parlare solo dell’antisemitismo senza guardare a ciò che in questo momento lo fa divampare, la guerra di Gaza? […] Dopo questa terribile esplosione di odio, la strada, non dico per la pace, ma per una semplice convivenza, è lunga […]. Non possiamo dare per scontato che l’odio lasciato da tutti questi traumi cesserà un giorno. Ma non ci sono altre strade […]».

Angela Dogliotti
Centro studi Sereno Regis

Angela Dogliotti

Suggerimenti di lettura

Jean-Pierre Filiu, Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto. Storia di un conflitto (XIX-XXI secolo), Einaudi, Torino 2025, pp. 428, 32 €.

Bruno Montesano (a cura di), Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi, edizioni e/o, Roma 2024, pp. pp. 128, 10 €.

Daniel Bar-Tal, La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese, FrancoAngeli, Milano 2024, pp. 400, 34 €.

Paola Caridi, Hamas. Dalla resistenza al regime, Feltrinelli, Milano 2023, pp. 352, 20 €.

Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi, Roma 2024, pp. 144, 15 €.

Noam Chomsky e Ilan Pappé, Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e Palestina, Ponte alle Grazie, Milano 2023, pp. 272, 16,90 €.

Bashir Bashir, Amos Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023, pp. 464, 20 €.




Gaza, «qui non c’è più niente»


Per il governo israeliano è una guerra di legittima difesa. I fatti raccontano però una realtà molto diversa. A cominciare dal numero impressionante dei morti palestinesi. E mentre le accuse di genocidio si moltiplicano, c’è chi parla di suicidio di Israele.

Quindici mesi di guerra, una fragile tregua e una pace che pare lontanissima. Terrorismo o resistenza? Legittima difesa o genocidio? Difficile trovare un tema tanto divisivo come quello che riguarda Israele e Palestina.

Per limitarci a un esempio italiano, il giorno seguente all’annuncio della tregua, il direttore di un quotidiano pubblica un peana in onore di Benjamin Netanyahu: «Quest’uomo si è dimostrato un eccezionale leader di guerra», si legge tra l’altro (Libero, 16 gennaio). Ben diversa è l’opinione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, secondo il quale il premier israeliano non può essere il futuro (la Repubblica, 21 gennaio).

Fuori dell’ospedale Al-Ahli (ospedale Battista), alcune donne piangono sul corpo di un loro caro ucciso nei bombardamenti israeliani su Gaza City (16 gennaio 2025). Foto Omar Al-Qattaa / AFP.

E poi arrivò Trump

La tregua tra i contendenti è arrivata negli ultimi giorni di presidenza di Joe Biden. L’ex presidente statunitense è stato un protagonista remissivo del conflitto concedendo armi e un’assoluta libertà d’azione al primo ministro israeliano. Premesso questo, Donald Trump, il suo successore alla guida degli Stati Uniti, non è stato l’artefice della tregua (come ha sostenuto in virtù del suo egocentrismo ipertrofico) e certamente non può essere considerato un fautore della pace. Nel primo giorno di insediamento (20 gennaio), il
tycoon ha firmato un ordine esecutivo che ha tolto le sanzioni contro i coloni israeliani della Cisgiordania (West Bank, ma Giudea e Samaria per i fondamentalisti religiosi ebraici), invasori delle terre palestinesi tanto estremisti quanto Hamas. Successivamente, ha proposto di ripulire (testuale, «clean out») Gaza spostando i palestinesi in Giordania ed Egitto. Durante il suo primo mandato, lo stesso Trump riconobbe Gerusalemme come capitale d’Israele (dicembre 2017), un palese atto di sfida ai palestinesi. Da ultimo (4-5 febbraio), sono arrivate le sue sparate (molto apprezzate da Netanyahu e dai coloni) sul trasformare Gaza, svuotata dai palestinesi, nella «riviera del Medio Oriente» sotto controllo Usa.

Che la tregua si trasformi da temporanea a permanente sarebbe già un successo. Mentre la pace pare tanto lontana quanto la soluzione «due popoli, due stati», l’unica plausibile.

Distruzione, morte e il suicidio di Israele

Osservare le immagini aeree di Gaza significa vedere una distruzione tale da rimanere senza fiato. Secondo un’analisi del Centro satellitare delle Nazioni Unite (Unosat), più di due terzi degli edifici della striscia sono stati distrutti o danneggiati (pari a oltre 170mila edifici, compresi ospedali, scuole, luoghi di culto, infrastrutture civili). Tuttavia, le città si possono ricostruire, mentre la stessa cosa non può avvenire per le vite umane.

Secondo i numeri di Al-Jazeera, su informazioni del ministero della Salute palestinese, al 3 febbraio 2025 i morti sono stati 1.139 tra gli israeliani e (alme-

  1. no) 62.614 tra i palestinesi. Tra questi, 17.673 bambini. Altre 14.022 persone risultano disperse.

Il governo israeliano ha sempre negato le cifre diffuse dai palestinesi e dai media internazionali. Eppure, The Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo, ha addirittura parlato di cifre sottostimate (articolo del 9 gennaio 2025 che ne segue uno del 5 luglio 2024).

Il già impressionante numero delle vittime palestinesi è sottostimato in quanto, per esempio, non considera le morti indirette. «I conflitti armati – spiega The Lancet nell’articolo di luglio – hanno implicazioni indirette sulla salute oltre al danno diretto della violenza. Anche se il conflitto finisse immediatamente, continuerebbero a esserci molte morti indirette nei prossimi mesi e anni per cause quali malattie riproduttive, trasmissibili e non trasmissibili. […] Nei conflitti recenti, tali morti indirette vanno da 3 a 15 volte il numero di morti dirette».

La rivista stima che, al 30 giugno 2024, i morti tra i palestinesi fossero 64.260. Dunque, a questa cifra andrebbero aggiunte le persone morte tra luglio 2024 e febbraio 2025.

Ragionare attorno al numero dei morti non è un esercizio vano. A parte il dolore per la perdita di vite umane, la questione è l’odio che da questi lutti inevitabilmente si genera. Anche per questo pare adeguato il titolo che la storica ebraica Anna Foa ha scelto per il suo ultimo libro: «Il suicidio di Israele» (Laterza, ottobre 2024).

Immagini di devastazione a Gaza. Foto Naaman Omar / apaimages.

Se l’antisionismo diventa antisemitismo

In Occidente, chi critica il governo israeliano è spesso tacciato di antisemitismo. Per comodità, per partito preso, per allergia alla critica. Il termine antisemitismo significa – secondo l’Enciclopedia dell’Olocausto (curata dallo United States Holocaust memoria museum di Washington) – «pregiudizio o odio nei confronti del popolo ebraico. […] È una forma di intolleranza e razzismo. […] è un insieme di credenze e idee dettate dall’odio contro gli ebrei e la religione ebraica, il giudaismo».

A volte può trattarsi di antisionismo, probabilmente più comune, ma anch’esso sbagliato come il precedente. Secondo la Treccani, l’antisionismo è un «atteggiamento culturale e politico di opposizione e di contrasto alle più radicali espressioni del sionismo. [Questo è il nome dato al] movimento politico e ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina (da Sion, nome della collina di Gerusalemme)».

La realtà è probabilmente quella descritta da Anna Foa: «Cresce l’antisemitismo nel mondo e l’antisionismo si colora sempre più di antisemitismo». Anche in Italia, paese che ha conosciuto l’antisemitismo non soltanto negli anni del fascismo. I ricorrenti insulti alla senatrice Liliana Segre, superstite dell’Olocausto, ne sono la testimonianza.

Massacro o genocidio?

Una mappa con la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, le Alture del Golan (Siria) e Israele.

Rimane da stabilire se la guerra tra Israele e Palestina sia stata un atto di legittima difesa del governo Netanyahu dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023, oppure, come appare ai più, una vendetta trasformatasi presto in massacro. O in genocidio.

«Il termine “genocidio” – si legge nella citata Enciclopedia dell’Olocausto – non esisteva prima del 1944. Si tratta di un termine molto specifico, che indica crimini violenti commessi contro determinati gruppi di individui con l’intento di distruggerli». Ha parlato di genocidio papa Francesco, che non ha mai risparmiato frecciate al premier Netanyahu. Parlano di genocidio i rapporti di tre grandi organizzazioni internazionali: Amnesty International, Human rights watch e Medici senza frontiere.

Scrive Human rights watch: «Le azioni delle autorità e delle forze israeliane per privare la popolazione di Gaza dell’accesso all’acqua equivalgono ad atti di genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio e dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale» (Extermination and acts of genocide. Israel deliberately depriving palestinians in Gaza of water, dicembre 2024). Altrettanto circostanziate sono le accuse di Amnesty che, nelle ultime pagine del suo rapporto, scrive: «Amnesty International ritiene che il modello di condotta che ha caratterizzato le operazioni militari di Israele […] forniscano prove sufficienti dell’intenzione di Israele di distruggere i palestinesi di Gaza, in quanto tali» (“You feel like you are subhuman”. Israel’s genocide against palestinians in Gaza, dicembre 2024).

Leggiamo, infine, nel rapporto di Medici senza frontiere (Gaza: life in a death trap, dicembre 2024): «Gli ospedali sono stati assediati, presi di mira da attacchi aerei o bombardamenti e presi d’assalto dalle truppe di terra, le ambulanze sono state colpite, i pazienti e il personale sono stati uccisi».

La conclusione del rapporto di Msf è carica di pessimismo: «Anche se il brutale assalto di Israele finisse oggi, l’impatto a lungo termine di tale carneficina e distruzione sfiderebbe qualsiasi tentativo di definirlo. […] Ricostruire Gaza sarà un compito monumentale in questa scala di distruzione senza precedenti. […] Potrebbero volerci fino a 15 anni per ripulire le macerie e 80 anni per ricostruire le abitazioni».

«Qui non c’è più niente», conferma a Francesca Caferri (la Repubblica, 22 gennaio) padre Gabriel Romanelli, missionario verbita. Nativo di Buenos Aires, prime esperienze in Egitto e in Giordania, il sacerdote è a Gaza dal 2019, dove è parroco della chiesa della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica della Striscia. Dice che ora la sua prima preoccupazione è quella di riaprire la scuola della parrocchia.

Preoccupazione comprensibile se si considera l’impatto devastante prodotto dalla guerra sull’educazione scolastica dei bambini palestinesi, un’educazione peraltro già altamente deficitaria prima di quest’ultimo conflitto. Quali sentimenti rimarranno nella loro testa rispetto a chi li ha ridotti a vivere così? Non pare azzardato ipotizzare almeno risentimento, ma più probabilmente vero e proprio odio nei confronti del nemico israeliano. «Tutti i bambini di Gaza – scrive l’Unicef – sono stati esposti alle esperienze traumatiche della guerra, le cui conseguenze dureranno tutta la vita».

Le colpe dei governanti

Il presidente palestinese Abu Mazen è in carica da vent’anni. Foto Freddie Everett – US State Department, 2022.

Il premier israeliano Benjamin Netanyhau ha trascorso 17 anni alla guida d’Israele. Foto Avi Ohayon – Government Press Office, 2023.

A Gaza, il governo fondamentalista di Hamas è stato fallimentare. In Cisgiordania l’anziano e inconcludente presidente palestinese Abu Mazen è in carica senza interruzione da vent’anni. I palestinesi meritano rappresentanti politici nuovi e migliori. Quanto agli israeliani, Benjamin Netanyahu è al suo terzo mandato per un totale di sei governi e diciassette anni al potere, gli ultimi caratterizzati anche da scandali e processi per corruzione. Del suo attuale governo fanno parte integrante alcuni partiti, noti per il loro fondamentalismo religioso (che trova nella Bibbia ebraica la giustificazione del loro agire) e politico (che si manifesta nell’ultranazionalismo e nell’ideologia antiaraba).

«Netanyahu e il suo governo – scrive ancora Anna Foa – devono pagare non solo per quello che hanno fatto ai palestinesi di Gaza, ma anche per quello che la loro politica ha comportato per la stessa Israele. Gli israeliani dovranno trattare con Hamas, colpevole della terribile strage del 7 ottobre, ma i palestinesi dovranno trattare con chi è colpevole di aver distrutto le loro case e ucciso le loro famiglie».

Paolo Moiola

Il missionario verbita Gabriel Romanelli è parroco a Gaza, nell’unica chiesa cattolica della Striscia. Foto Latin Patriarchat of Jerusalem.




Italia. Israeliani e palestinesi per la pace

 

Nonviolenti palestinesi e israeliani in Italia per testimoniare il loro lavoro comune per la pace e chiedere la fine della guerra.

Due attivisti israeliani e due palestinesi, accomunati dall’obiezione alla guerra, dal 16 ottobre stanno girando l’Italia per portare le loro testimonianze e il loro appello alla pace in diverse città dal Nord al Sud, incontrando cittadini, studenti, istituzioni.

Chiedono alle istituzioni, all’Unione europea, al nostro governo, di riconoscere lo status di rifugiati politici a tutti gli obiettori di coscienza, disertori, renitenti alla leva, che fuggono dalle guerre e chiedono asilo e protezione.

«Vengono da Israele e Palestina, dove il diritto internazionale viene calpestato – recita un comunicato del Movimento nonviolento, organizzatore del tour nell’ambito della Campagna di obiezione alla guerra -, per rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza! Lavorano insieme e rifiutano la guerra, l’esercito, le armi, l’odio».

Sono gli israeliani Sofia Orr e Daniel Mizrahi e le palestinesi Tarteel Al-Junaidi e Aisha Omar.

Sofia Orr ha rifiutato di arruolarsi per il servizio militare obbligatorio nell’Idf, l’esercito israeliano, nel febbraio 2024, ed è stata condannata al carcere militare. Daniel Mizrahi, figlio di coloni ebrei nei territori occupati, ha fatto anche lui obiezione di coscienza, subendo la stessa sorte. La palestinese Tarteel Al-Junaidi è attivista nonviolenta per i diritti umani. Aisha Omar, cresciuta nella Territori palestinesi occupati, sostiene gli obiettori israeliani e ne fa conoscere ai palestinesi l’attività contro la guerra e l’occupazione.

I quattro rappresentano due importanti movimenti: Mesarvot, una rete di giovani israeliani obiettori di coscienza al servizio militare, e Community peacemaker teams (Cpt), sezione palestinese, che sostiene la resistenza nonviolenta contro l’occupazione israeliana.

Mesarvot è una rete che si oppone al regime di occupazione dei territori palestinesi con manifestazioni congiunte israelo-palestinesi in tutto il Paese, chiedendo un accordo sugli ostaggi, la fine del genocidio a Gaza, del conflitto in Medioriente e il raggiungimento di una soluzione diplomatica.

I suoi attivisti portano l’attenzione sui crimini commessi dall’esercito e incoraggiano i giovani israeliani ad assumersi la responsabilità personale di disobbedire al governo. In più forniscono sostegno, anche legale, a chi decide di rifiutare il servizio militare in un paese nel quale gli obiettori subiscono lunghe detenzioni e le voci dissidenti vengono represse brutalmente.

Il Cpt è uno tra i molti gruppi palestinesi di resistenza nonviolenta. Lavora contro la violenza dell’occupazione israeliana, in particolare in Cisgiordania, ad esempio con il monitoraggio dei posti di blocco israeliani attraversati dai bambini palestinesi per andare a scuola, documentando le continue violazioni dei diritti umani. Il docufilm «Light», proiettato durante il giro italiano dei quattro attivisti, racconta proprio l’impegno del Cpt.

Il tour è partito il 16 ottobre da Milano, ha toccato le città di Verona, Bologna, Parma, Reggio Emilia e Firenze, ed è arrivato a Roma il 23. Si concluderà domani a Bari in coincidenza della Giornata di mobilitazione nazionale per la pace, «Fermiamo le guerre, il tempo della pace è ora!» organizzata da Rete italiana pace e disarmo in diverse città italiane, tra cui, oltre a Bari, Torino, Firenze, Cagliari, Palermo, Roma, Milano.

Nelle varie tappe (di cui si può leggere il diario sul sito di «Azione nonviolenta»), i quattro testimoni hanno incontrato la cittadinanza durante incontri pubblici, studenti, giornalisti, sindaci, vescovi.

Ieri, 24 ottobre, hanno fatto un’audizione alla Commissione permanente per i diritti umani della Camera dei deputati seguita da un incontro pubblico, un incontro presso il Dicastero vaticano per lo sviluppo umano e integrale e da una conferenza stampa a Montecitorio.

Come ha scritto Pasquale Pugliese, già presidente del Movimento nonviolento, su Comune.info, «Mentre nessuna organizzazione internazionale sembra essere in grado di fermare la violenza cieca dell’esercito israeliano, che dopo oltre 42.000 vittime palestinesi tra Gaza e Cisgiordania invade il Libano, attacca le basi Unifil, colpisce la Croce Rossa, cerca la guerra con l’Iran; mentre nessun governo occidentale, anche apparentemente dissentendo in pubblico con le sue scelte belliche, si decide in verità a interrompere l’invio di armi al governo di Netanyahu; mentre da oltre un anno grandi manifestazioni in ogni parte del mondo, e nella stessa Israele, non riescono a spezzare la spirale di violenza e di odio; mentre accade tutto questo c’è chi trova il coraggio di resistere dal basso, proprio dentro il cuore di tenebra della guerra, rifiutando la logica della violenza, del nemico e dell’odio: ha il volto di giovanissimi israeliani che rifiutano il servizio militare e di altrettanto giovani palestinesi impegnati nella resistenza nonviolenta».

Luca Lorusso




Nessun luogo è sicuro


Quello che sta accadendo nella striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023 è qualcosa di gravissimo e senza precedenti. Tutti dobbiamo interrogarci e tutti ne pagheremo le conseguenze. Un giornalista lo ha definito «il peggior massacro della storia moderna».

Il 19 giugno scorso è stato presentato alla 56ª sessione dell’Human rights council dell’Onu il rapporto della Commissione internazionale indipendente del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, Gerusalemme est e Israele. L’inchiesta, coraggiosa, dichiara (al punto 73) che «le autorità israeliane e i gruppi armati palestinesi sono responsabili di crimini di guerra e altre gravi violazioni».

«Le autorità israeliane – si legge ai punti 80 e 81 del rapporto – sono responsabili di crimini di guerra, dell’uso della fame come metodo di guerra, di uccisioni e omicidio volontario, di dirigere intenzionalmente gli attacchi contro i civili, di trasferimenti forzati, di violenza sessuale e trattamenti inumani e crudeli, di detenzione arbitraria e oltraggio verso la dignità personale». E inoltre: «Crimini contro l’umanità come sterminio, assassinii, persecuzione» ai danni della popolazione civile di Gaza.

A sua volta Israele accusa la Commissione d’inchiesta di «discriminazione sistematica anti israeliana».

L’uso dei bombardamenti con armi pesanti, anche in luoghi scelti dallo stesso esercito israeliano come zone di assembramento degli sfollati – ricordiamo, tra tutti, quello della scuola di Nuseirat dell’Unrwa (agenzia Onu per il soccorso dei profughi palestinesi), tra il 5 e il 6 giugno scorso, nel quale sono morte 45 persone di cui 14 bambini -, l’impedire i corridoi umanitari e la distribuzione del cibo, gli assalti e la distruzione degli ospedali che privano i civili malati o feriti delle cure necessarie, non vuol dire attaccare Hamas, ma tutta la popolazione civile di Gaza. E significa prenderla per fame, bombe e privazione delle cure.

Uomini, donne, bambini. Questi ultimi, sulle oltre 37mila vittime conteggiate al momento in cui scriviamo, sarebbero almeno 15mila (al 24 giugno) su una popolazione di circa due milioni di persone. Senza contare i traumi che si porteranno per tutta la vita i sopravvissuti.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), anch’essa parte delle Nazioni Unite, dichiara che «la situazione di fame nella striscia è catastrofica».

Se la condanna degli atti di Hamas del 7 ottobre e successivi, e il rapimento di civili israeliani, è assoluta e incondizionata, essa non giustifica il massacro in atto nella striscia. Inoltre, il governo estremista di Netanyahu sta facendo il gioco degli stessi terroristi, che usano i civili palestinesi come scudi umani e per i loro scopi politici. Il leader di Hamas, Yahya Sinwar, lo scorso giugno ha detto: «Le vittime civili? Sacrifici necessari».

L’operazione a Gaza sta facendo aumentare il sentimento anti israeliano in tutto il mondo (in America come in Europa), a tutto vantaggio degli estremisti palestinesi.

Prioritaria, inoltre, per il governo israeliano dovrebbe essere la liberazione degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas, ma pare che non lo sia.

Le Nazioni Unite stanno denunciando, questa volta con coraggio, gli accadimenti, attirandosi la rabbia di Israele. Pensiamo, invece, che i governi dei «grandi» della terra, a partire dagli Usa, non stiano facendo abbastanza per fermare la carneficina.

Opporsi non significa essere contro Israele e il suo diritto a esistere in pace, significa opporsi a una strage di civili comandata da ragioni politiche da un gabinetto di guerra politico. Una cieca vendetta che peserà sul mondo intero: con ondate di antisemitismo e altri innocenti nel mirino di altri estremisti.

Non è questione di essere pacifisti a oltranza, come qualcuno ci accusa di essere. È solo questione di restare umani.

Marco Bello

 

 

 




Israele-Palestina. Quando il dolore unisce due padri in lutto

Due padri, uno israeliano e uno palestinese, hanno perso entrambi una figlia nel conflitto. Ora testimoniano che l’unica via è quella dell’amicizia e del dialogo. Lo hanno detto anche in un incontro in Vaticano con Papa Francesco.

C’è un grande dolore a unire un padre israeliano e uno palestinese: la perdita di una figlia nel conflitto. Uno strazio che li ha portati a tramutare l’odio in testimonianza.

Sono Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese. Li incontriamo in Vaticano dove sono stati ricevuti da Papa Francesco. La giornata è piovosa, cercano riparo sotto lo stesso ombrello, si stringono, come fanno da anni per gridare al mondo che nella loro terra si può vivere insieme.

«Volevamo raccontargli che anche noi possiamo vivere in pace, da fratelli nella stessa terra. È stato un incontro straordinario», dicono parlando del Pontefice.

Gli hanno mostrato le fotografie delle loro amate figlie cadute in questa guerra israelo-palestinese che da decenni sembra non trovare via d’uscita. «Io sono ebreo, lui – dice Rami indicando l’amico Bassam – è musulmano, il Papa è cristiano. Ma in fondo siamo tutti umani e possiamo essere fratelli invece di continuare a ucciderci a vicenda». E questo Bassam e Rami lo mettono in pratica non solo nell’amicizia personale ma anche nel loro impegno in due associazioni che nella dilaniata terra del Medio Oriente perseguono la via del dialogo: Il Parents Circle-Families Forum, l’organizzazione di famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso i propri familiari a causa del conflitto, e i Combatants for Peace. «Combattenti, sì, perché, una volta, io e lui combattevamo su fronti opposti», dice Bassam. Lui nella milizia palestinese, Rami nell’esercito israeliano. Ora «combattono» invece dalla stessa parte.

Dal 7 ottobre dello scorso anno il loro impegno ha assunto un maggiore significato: «Noi conosciamo esattamente il sentimento delle altre famiglie, in Israele e a Gaza. Dobbiamo continuare a parlare, a incontrarci e ad agire insieme per una educazione alla non violenza. Significa fare eco in tutto il mondo e comprendere – dicono i due padri – che con questo spargimento di sangue non si andrà da nessuna parte, che il diritto all’autodifesa non dà il diritto alla vendetta».

Copertina del libro di Colum McCann, «Apeirogon»

La loro storia è stata raccontata in un libro, «Apeirogon», con cui l’autore irlandese Colum McCann ha vinto il Premio Terzani 2022.

Era il 1997 quando Smadar Elhanan, una ragazzina di 14 anni, fu uccisa durante un attacco suicida di Hamas a Gerusalemme. Qualche anno dopo, nel 2005, suo padre, Rami, conobbe Bassam Aramin in una manifestazione organizzata dal movimento Combattenti per la pace.

«Per i palestinesi non è un onore avere un amico israeliano, perché li considerano come occupanti, ma io mi sono subito affezionato a Rami e abbiamo scoperto di avere gli stessi valori, alla fine siamo tutti esseri umani», ribadisce Aramin.

Due anni dopo quel primo incontro, il 16 gennaio 2007, anche Bassam avrebbe scoperto il dolore per la perdita della propria bambina: Abir aveva 10 anni, quando un agente di frontiera israeliano le sparò alla nuca. Rami corse al capezzale della figlia dell’amico e ci restò per i due giorni nei quali lei lottò tra la vita e la morte: «È stato come perdere mia figlia una seconda volta», commenta con gli occhi, ancora oggi, velati dalla commozione. «È stato doloroso – spiega Bassam – vedere il senso di colpa sul viso di Rami perché israeliano».

Da quel giorno, Rami e Bassam raccontano la loro storia e l’hanno voluta far conoscere anche a Papa Francesco. Il motivo? «Lanciare il messaggio che c’è un’altra possibilità, un’altra strada. E che questo conflitto non finirà mai se continuiamo a non parlarci».

Manuela Tulli




Da Jenin. «Mi basta morire nella mia terra»


Uomini armati, volti coperti dal passamontagna, droni, cecchini, funerali, cimiteri, morti e feriti. Questa è la Cisgiordania (West Bank). Reportage da Jenin, la piccola Gaza.

Jenin. Un nutrito gruppo di persone si affolla davanti all’uscita dell’ospedale Khalil Suleiman. Ci sono molti ragazzi armati e con il volto coperto da un passamontagna. Alcuni di loro srotolano delle bandiere del partito di Al-Fatah.

Questa notte è morto, in seguito alle ferite riportate dopo l’esplosione di un razzo, Jamal Mashaqa, combattente della resistenza di Jenin. Oggi si celebra il suo funerale. Il corpo viene portato fuori dall’ospedale su una barella, trasportata dai suoi amici. Jamal è avvolto nella bandiera delle «Brigate dei martiri di Al-Aqsa», movimento di cui faceva parte. Attorno alla testa una kefiah. Sul corpo sono posate le armi che usava durante i combattimenti. Il corteo funebre si muove a passo veloce, quasi di corsa. Fa il giro della città. I combattenti sparano in aria, cantano, intonano inni a Dio, ad Hamas, e urlano il nome di Jamal aggiungendo: «La tua morte ci ha spezzato il cuore. Seguiremo l’esempio del tuo martirio».

Sono stati così tanti i morti a Jenin nel 2023, anche prima del 7 ottobre, che è stato necessario creare un nuovo cimitero. È qui che termina la marcia. Jamal viene posato per terra davanti all’imam, ai suoi parenti e agli amici. Si recitano le ultime preghiere, il corpo viene adagiato nella fossa appena scavata.

A pochi passi dalle tombe, un grande murales raffigura la giornalista di Al Jazeera, Shireen Abu Akleh, uccisa durante un attacco israeliano, proprio qui, nel 2022.

Jenin, Cisgiordania: durante il corteo funebre i membri delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa si fermano a inneggiare al compagno deceduto sparando in aria. Foto Angelo Calianno.

Martiri e soldati

Dal cimitero, insieme ad altri uomini, mi sposto in un centro sportivo per ragazzi. È qui che, dal 7 ottobre, si tengono tutte le veglie funebri. Ci sono solo uomini, fumano, bevono tè, discutono. Le foto di Jamal, in mimetica, che imbraccia un fucile, sono ovunque.

Qui incontro suo fratello, IIyad Azmi: «Jamal – mi racconta – era un ragazzo sorridente, sempre pronto a scherzare, lo conoscevano tutti per il suo senso dell’umorismo. Noi a Jenin abbiamo sempre rispettato ogni cultura e religione, lo vedi anche tu da quanti cristiani ci sono e che vivono fianco a fianco con noi. Israele pensa di scoraggiarci raid dopo raid. Pensa che distruggere le nostre case, uccidere i nostri giovani, ci spezzerà. Non ha capito che noi non ci arrenderemo mai, non ci piegherà: noi non alzeremo mai bandiera bianca».

Mentre intervisto altri ragazzi, mi si avvicina un uomo: è scortato da due giovani armati. Si presenta usando uno pseudonimo: Abu Arab (tradotto «padre degli arabi», soprannome del poeta della rivoluzione palestinese Ibrahim Mohammed Saleh). Mi chiede chi io sia e cosa stia facendo qui.

Abu Arab è uno dei portavoce del campo di Jenin. Anche lui è stato un combattente, durante la seconda intifada, e ha passato diversi anni in carcere. Quando gli chiedo se i palestinesi, pur avendo pochi mezzi a disposizione, siano davvero in grado di fronteggiare Israele, mi risponde: «Oggi si combatte in maniera diversa rispetto a quando lo facevo io. I nostri ragazzi sanno usare la tecnologia, questo è sicuramente un vantaggio. I nostri combattenti, più che all’unisono, agiscono come “lupi solitari”. Questo li rende più efficaci. La cosa più importante però è che, a differenza degli israeliani, qui sono tutti pronti a combattere per la libertà dei palestinesi, anche se questo vorrà dire aspettare due, tre generazioni. I soldati israeliani, spesso, sono giovani di leva che vengono mandati a combattere, ma vorrebbero essere ovunque tranne che qui, magari su una bella spiaggia di Tel Aviv. I ragazzi della resistenza palestinese invece, sanno che, molto probabilmente, moriranno durante gli scontri. Sono disposti a dare la propria vita come martiri. È questo spirito di sacrificio che manca a Israele, è per questo che non riescono a piegarci o mandarci via».

La moschea di Mahmoud Tawalba nel campo profughi di Jenin. Foto Angelo Calianno.

La piccola Gaza

Il campo profughi di Jenin è nato nella periferia dell’omonima città, costruito per ospitare i palestinesi in fuga durante la Nakba del 1948. Molte famiglie sono arrivate qui da Haifa, provincia dalla quale, nel 1953, cinquemilamila soldati israeliani avevano deportato ottantamila palestinesi.

Anche se quello di Jenin viene chiamato «campo» profughi, non è una tendopoli.

Anche se poverissimo e con infrastrutture pericolanti, è una vera e propria cittadina di ventimila abitanti, fatta di case in muratura, moschee e negozietti. Jenin è anche conosciuta, in questi mesi, come «la piccola Gaza». È qui, infatti, che si concentrano la maggior parte degli attacchi di Israele in Cisgiordania.

I continui raid sono volti a fiaccare quella che è una delle resistenze più coriacee della Palestina: le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, gruppo armato del partito di Al-Fatah, nato in questo campo profughi nel 2000, durante la seconda intifada.

I responsabili del campo controllano le mie credenziali, il mio lavoro, gli articoli scritti in passato. Vogliono assicurarsi che riporti la verità su quello che vedrò. Dopo qualche giorno e, dopo essermi fatto conoscere, vengo accolto con molta ospitalità. Comincio a frequentare il campo con regolarità.

Mi ritrovo spesso a chiacchierare con gli anziani e i giovani combattenti. Mi raccontano le loro vicissitudini, quelle delle loro famiglie. Passiamo ore bevendo tè e giocando a backgammon. I raid israeliani, nel frattempo, non si fermano mai e anch’io ne sono testimone.

Bambini accanto a una casa sventrata da un’esplosione nel campo di Balata. Foto Angelo Calianno.

Le modalità degli attacchi

Gli attacchi avvengono sempre nella stessa modalità: cominciano con una ricognizione di droni, seguita dal lancio di ordigni esplosivi. Subito dopo, i soldati installano dei check-point mobili per chiudere ogni varco di ingresso o uscita dal campo. Le operazioni continuano con l’entrata dei bulldozer, che distruggono le strade principali e qualsiasi cosa si trovi sul loro cammino.

Ai mezzi pesanti segue l’ingresso dei soldati. I cecchini si appostano sui punti più alti, i militari entrano nelle case per perquisirle, molto spesso distruggendole e picchiando chi si trova all’interno. I raid, in media, vanno avanti tutta la notte fino a tarda mattinata.

Il 29 novembre, durante l’ennesima incursione, un cecchino spara in testa a un bambino di otto anni: Adam Samer Al-Ghoul. Il bambino è colpevole di aver lanciato un sasso contro un mezzo blindato israeliano. Adam Samer si accascia sul selciato. Un altro ragazzino, di quindici anni, Basil Suleiman, cerca di trascinare il bambino più piccolo al riparo dietro una macchina, ma anche lui viene colpito al petto dallo stesso cecchino.

Durante i raid, i soldati bloccano anche le ambulanze, che, per ore, aspettano all’ingresso del campo. Anche Basil Suleiman muore.

Alla fine delle operazioni, il comando dell’Israel defense forces (Idf) dichiara che i due ragazzi avevano attaccato usando ordigni esplosivi. Ai media israeliani si comunica che, durante il raid a Jenin del 29 novembre, sono stati uccisi «Two high-ranking terrorists», due terroristi di alto grado.

L’attivista ebrea Arna Mer-Khamis (1929-1994). Foto Freedom Theater.

La storia di Arna, l’ebrea

Dal 7 ottobre, a Jenin, ogni giorno c’è almeno un funerale. Quasi sempre si tratta di minori di 18 anni, o comunque giovanissimi. Uno dei luoghi simbolo del campo di Jenin è il Freedom Theater.

Nel 1953, dopo essere stata testimone degli attacchi di Israele contro le case dei palestinesi, Arna Mer-Khamis, ebrea israeliana (1929-1994), decide di andare a Jenin e aiutare le migliaia di arabi in fuga. Arna Mer-Khamis fonda una Ong, porta aiuti in cibo, medicine e contribuisce all’istruzione dei bambini. Durante la prima intifada costruisce anche un teatro: The Stone Theater. Successivamente chiuso. Dopo la morte di Arna Mer- Khamis, suo figlio Juliano, nel 2006, decide di aprire un nuovo teatro: il Freedom Theater. Juliano viene assassinato nel 2011. Nessuno ha mai scoperto chi sia stato. Israele e Palestina, ancora oggi, si accusano a vicenda del suo omicidio.

Oggi, il direttore del teatro è Mustafà Sheta. Mi accoglie facendomi visitare la struttura: «Il teatro è anche una forma di lotta. Ognuno resiste con le armi che ha, noi lo facciamo con l’arte. Per molti, all’ inizio, sembrava una follia avere un teatro in un posto come questo: un campo profughi sempre sotto attacco. Ma è proprio in luoghi come questo che è più necessario. Noi portiamo in scena grandi classici come La fattoria degli animali di Orwell, Alice nel paese delle meraviglie e altri. Ogni rappresentazione è riletta alla luce della situazione palestinese: raccontiamo la nostra storia attraverso opere famose, così che il pubblico possa avere un riferimento. Come puoi vedere, ora non ci è possibile lavorare, dopo il 7 ottobre è diventato troppo pericoloso. Abbiamo spostato le nostre attività nelle scuole fuori dal campo».

Mustafà mi mostra i danni fatti dagli ultimi raid. Pur essendo chiuso, il teatro viene comunque vandalizzato dai soldati dell’Idf. Ci sono fori di proiettili, involucri di granate. Sul palco, Mustafà mi racconta: «Un giorno stavamo facendo uno spettacolo per bambini. Gli israeliani hanno cominciato ad attaccare. I più piccoli si sono stretti ai genitori. Gli attori, nonostante il rumore delle esplosioni, hanno continuato a recitare. Nessuno si è mosso. Quello, per noi, è stato un vero atto di resistenza. È questo che il nostro teatro rappresenta».

Il 13 dicembre, dopo la nostra visita, i soldati israeliani faranno nuovamente irruzione nel teatro, ne distruggeranno l’interno, soprattutto le apparecchiature elettroniche (telecamere, microfoni, schermi e amplificatori). Mustafà Sheta sarà arrestato.

Di lui, ancora oggi, non ci sono più notizie. Insieme a un gruppo di altri giornalisti europei, vicini al teatro, abbiamo scritto all’ufficio pubbliche relazioni delle carceri israeliane – l’Israel prison service – per chiedere informazioni. Nessuna delle nostre domande ha, però, ottenuto risposta.

Nablus e il campo di Balata

Subito dopo Jenin, in Cisgiordania, il secondo luogo più attaccato è il campo profughi di Balata, alla periferia di Nablus. Sorge di fronte alla chiesa del Pozzo di Giacobbe, oggi amministrata dalla diocesi greco ortodossa. Balata è il campo più popolato della Palestina. In mezzo a piccole stradine fangose, qui vivono circa 32.500 persone.

Anche prima del 7 ottobre, gli scontri erano molto frequenti in questa zona.

Molti settlers, i coloni ebrei, si recavano al Pozzo (rientrante nel perimetro di proprietà della chiesa) in pellegrinaggio, armati e scortati dai soldati. A ogni visita, i militari installavano i check-point, chiudevano le strade e i negozi nelle vicinanze. Queste operazioni scatenavano la rabbia dei palestinesi di Balata, che rispondevano attaccando. Così si è andati avanti per decenni. Oggi la chiesa è chiusa e, di conseguenza, anche i pellegrinaggi dei coloni al Pozzo di Giacobbe.

Anche qui, come a Jenin, l’obiettivo di Israele è quello di sconfiggere la resistenza e chi la supporta. Malgrado gli attacchi quotidiani, Balata continua le sue attività, anche in ambito culturale. Per gli abitanti di Nablus, è il simbolo dei giovani che non si vogliono arrendere.

Adhan mostra la facciata della sua casa, distrutta dai soldati israeliani e nascosta da un lenzuolo. Foto Angelo Calianno.

I soldati a casa di Adhan

Quando ci arrivo, alcuni uomini mi mostrano ciò che resta delle proprie case: camere da letto bombardate, buchi sul tetto, fori di proiettile ovunque.

Vengo invitato in una di queste abitazioni, dove una famiglia vuole raccontarmi la sua storia. Ad accompagnarmi c’è Adhan. La facciata della sua casa è coperta da lenzuola per nascondere il danno fatto dai soldati. In questa palazzina di tre piani, vivono venti persone, tutte della stessa famiglia ma di generazioni diverse. Ci accomodiamo in quello che era il soggiorno. Oggi è una stanza vuota con qualche sedia.

La madre di Adhan, Izdehar, mi  serve del tè e mi racconta: «Durante l’ultima irruzione, i militari hanno distrutto tutti i mobili. Quindi, adesso lasciamo la stanza vuota. Non era la prima volta che entravano, usavano spesso questa casa per piazzare i cecchini. Però, in precedenza, prima del 7 ottobre, con i soldati potevamo almeno parlarci, erano più ragionevoli. La violenza e le aggressioni che abbiamo subìto l’ultima volta, sono qualcosa di nuovo. Una notte, abbiamo sentito delle esplosioni, poi l’arrivo dei bulldozer. Era una cosa che accadeva spesso, quindi, ci siamo stretti tra noi aspettando che passasse. Dalla porta sul retro sono arrivati i primi spari, i proiettili hanno perforato le finestre arrivando dentro casa. I soldati hanno sfondato la porta, sono entrati, si sono trovati davanti mio suocero, una persona molto anziana. Lo hanno colpito in testa con il calcio del fucile».

«Mia sorella – continua Adhan – aveva suo figlio piccolo in braccio, ma l’hanno colpita ugualmente. Abbiamo urlato: “Come potete picchiare una donna con un bambino?” Allora hanno radunato tutti noi uomini, ci hanno portato in strada, ammanettati e messi faccia a terra. Hanno cominciato a picchiarci, mio fratello Anas è stato il più colpito. Gli hanno dato così tanti calci in faccia, che ha perso conoscenza. Nonostante questo, un soldato gli ha ordinato di leccare il sangue dal suo stivale. Mio fratello era ormai svenuto, non rispondeva più. Abbiamo chiesto di far arrivare un’ambulanza, ma l’hanno bloccata impedendo a qualsiasi aiuto di arrivare. Lo hanno ridotto così – mi spiega, mostrandomi una foto del fratello in ospedale: la testa bendata, il volto tumefatto e livido -. Avremmo voluto reagire, ma con i fucili puntati in testa, cosa avremmo potuto fare?».

Tutto questo avveniva davanti agli occhi dei bambini, pietrificati nell’assistere a quelle scene. Ci rivolgiamo al fratello piccolo di Adhan, Ahmad di nove anni, chiedendogli cosa abbia visto quella notte: «C’erano i soldati, picchiavano forte gli uomini…». Ahmad si porta le mani al volto, finisce la frase in un pianto strozzato.

Izdehar ci dice ancora: «Durante quei momenti, a noi donne dicevano delle cose che non posso ripeterti, insulti orribili che fanno ancora male. Non mi trovo a mio agio a raccontare queste cose pubblicamente, anche se so che è importante per le persone sapere. Il mondo deve sapere».

Il mio interprete mi sussurra: «I soldati sanno bene cosa offende le donne musulmane. Gli insulti che rivolgono loro sono cose così orribili che nessuna donna li ripeterà mai, tanta è la vergogna».

Il nuovo cimitero del campo profughi di Jenin ospita soprattutto giovani. Foto Angelo Calianno.

I cecchini non sbagliano

Mentre termino l’intervista, la tensione nel campo cresce visibilmente. Dei ragazzini cominciano a posizionare dei grandi massi sulle strade principali. Arrivano gruppi di giovani armati e con il volto coperto. In lontananza si sente il ronzio dei droni: sta arrivando un nuovo raid. Per strada incontro alcuni colleghi fotografi. Appena cominciamo a sentire le esplosioni dei primi droni che bombardano il campo decidiamo di ripararci in un punto più coperto. Mentre camminiamo, i cecchini aprono il fuoco anche contro di noi. Colpiscono bersagli ai nostri lati, sparano contro l’asfalto che abbiamo appena calpestato, contro il taxi che si è fermato per farci salire.

Il tassista ci dice: «I cecchini non sbagliano. Se avessero voluto, sareste già morti. Vi vogliono spaventare».

Durante la mia lunga permanenza in Cisgiordania, le vicessitudini di cui sono stato testimone a Jenin e Nablus si sono ripetute anche a Hebron, Tulkarem, Ramallah. Eppure, anche durante gli attacchi, ogni stazione radiofonica, ogni canale televisivo era sintonizzato su Gaza. Alla fine di ogni raid, anche dopo gli arresti, le umiliazioni e la perdita di decine di familiari, tutti mi dicevano: «Dobbiamo andare avanti per rispetto di quello che sta accadendo a Gaza. Nulla è paragonabile a Gaza. Non possiamo piangere».

Angelo Calianno

Un murale ricorda Shireen Abu Aklehdi, giornalista di Al-Jazeera, uccisa nel maggio 2022.; sono decine i giornalisti uccisi nell”ultima guerra. Foto. Angelo Calianno.

Su MC 01/2024. Essere palestinesi in Cisgiordania / 1: «Cacciati come bestiame dai coloni»

 




Israele. L’avanzata dell’estremismo ultraortodosso

Due giovani ebrei ultraortodossi hanno inveito e sputato contro il monaco benedettino Nikodemus Schnabel, abate dell’Abbazia della Dormizione. Il fatto è avvenuto nella città vecchia di Gerusalemme lo scorso 3 febbraio.

Sputi e insulti verso i cristiani non sono una novità, ma sono ulteriore testimonianza dell’aggressività e dell’estremismo fondamentalista degli ultraortodossi (Haredi) d’Israele. Una questione seria, anche in considerazione dell’aumento di numero (e, conseguentemente, d’influenza politica) di questa parte della popolazione israeliana.

Il loro tasso di crescita è pari a circa il 4% annuo. I fattori alla base di un incremento così alto – spiega il sito del The Israel democracy institute – sono gli elevati tassi di fertilità, un’età media al matrimonio bassa e un gran numero di figli per famiglia. Di conseguenza, la popolazione ultraortodossa in Israele è molto giovane, circa il 60% ha meno di 20 anni, rispetto al 31% della popolazione generale del paese. Nel 2023, gli Haredi contavano circa 1.335.000 persone (rispetto alle 750mila del 2009) e costituivano il 13,6% del totale dei cittadini israeliani. Secondo le previsioni dell’Ufficio centrale di statistica (Cbs), la percentuale degli ultraortodossi dovrebbe raggiungere il 16% già nel 2030.

Linea blu, gli Haredi; linea verde, gli altri ebrei; linea rosa, gli arabi: in Israele, la rapida crescita del numero e dell’influenza degli ultraortodossi costituisce un altro grave problema per la soluzione della questione palestinese. (Grafico da The Israel democracy institute)

Oggi gli ultraortodossi rappresentano (almeno) un terzo dei 650mila coloni israeliani che occupano la Cisgiordania palestinese (West Bank), da essi chiamata con il nome biblico di Giudea e Samaria. La colonizzazione da parte di Tel Aviv è iniziata nel 1967 e si è estesa e rafforzata con i governi di destra guidati dal Likud e, successivamente, integrati dai partiti ultraortodossi. Il conflitto con i 2,8 milioni di palestinesi è costante. A nulla sono valse le risoluzioni dell’Onu contro l’occupazione israeliana. In particolare, la numero 446 del 22 marzo 1979: in essa il Consiglio di sicurezza dell’Onu afferma che la politica e le pratiche di Israele di creare insediamenti nei territori palestinesi e in altri territori arabi occupati dal 1967 non hanno validità legale e costituiscono un serio ostacolo al raggiungimento di una pace globale, giusta e duratura in Medio Oriente. La risoluzione numero 452 del 20 luglio 1979 ribadisce il concetto ed esprime grande preoccupazione per il perseverare del comportamento illegale delle autorità israeliane.

Gli stessi Stati Uniti, principale alleato d’Israele, vedono con crescente fastidio le azioni dei coloni. Tanto che lo scorso 1 febbraio il presidente Joe Biden ha emesso un «ordine esecutivo» (un provvedimento presidenziale con forza di legge) che prende di mira i coloni israeliani in Cisgiordania accusati di aver attaccato palestinesi e attivisti pacifisti israeliani nei territori occupati. L’ordine riguarda un numero limitato di coloni, ma ha un significato politico e simbolico rilevante come si evince dalle parole utilizzate nella sua premessa dove si legge: «La situazione in Cisgiordania – in particolare gli alti livelli di violenza estremista dei coloni, lo sfollamento forzato di persone e villaggi e la distruzione di proprietà – ha raggiunto livelli intollerabili e costituisce una seria minaccia alla pace, alla sicurezza e alla stabilità della Cisgiordania e di Gaza, di Israele e della più ampia regione del Medio Oriente».

Paolo Moiola