La malattia dei poveri

L’infezione portata dalla zanzara è dimenticata nei Paesi ricchi, ma resta una realtà nel Sud Globale. A rilento,  alcuni progressi sono stati fatti. La grossa novità sono i vaccini. Ora occorre diffonderli, nonostante i monopoli farmaceutici.

Se per l’Occidente la malaria ormai appartiene al passato, in tanti Paesi, soprattutto del Sud globale, continua a rappresentare una minaccia significativa. Sono ben 83 gli Stati in tutto il mondo – principalmente in Africa subsahariana, Sud Est asiatico e Centro e Sud America – dove questa malattia è ancora oggi endemica.

Causata da cinque parassiti del genere Plasmodium, la malaria si trasmette attraverso la puntura di una zanzara femmina di tipo Anopheles. Per veicolare la malattia a un individuo sano, l’insetto deve averne precedentemente punto uno infetto.

Oggi, combattere la malaria – limitando la diffusione dei vettori e curando tempestivamente i malati – è possibile. Lo è ancora di più se strategie tradizionali, come zanzariere e spray, sono combinate con altre metodologie, come i vaccini. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), proprio grazie all’uso sinergico di tutti questi strumenti, dal 2000 a oggi, nel mondo, sono stati evitati 2,2 miliardi di casi e 12,7 milioni di decessi.

Alcuni dati

Nel 2023, secondo l’ultimo rapporto dell’Oms (dicembre 2024), a livello globale, ci sono stati 263 milioni di infezioni, 11 milioni in più rispetto al 2022. Buona parte di esse – 246 milioni, il 94% del totale – si è verificata in Africa subsahariana.

La regione, infatti, guida l’aumento mondiale dei casi, soprattutto a causa degli elevati tassi di crescita della sua popolazione. Ma, a un’analisi più approfondita, emerge che, tra il 2000 e il 2023, le diagnosi di malaria in Africa subsahariana si sono ridotte da 356 a 227 ogni mille abitanti a rischio, mentre i decessi sono calati del 63%.

Dunque, nella regione, in una contraddizione solo apparente, in termini assoluti, i casi aumentano, ma l’incidenza percentuale si riduce. Ciò dimostra che, nonostante tutto, la strada intrapresa dai Paesi subsahariani nella lotta a una delle malattie più letali per i loro abitanti è giusta.

Ambizione «malaria-free»

Capo Verde, ad esempio, a dicembre 2023, è stato incluso tra i 44 Paesi certificati «malaria-free» (letteralmente «liberi da malaria») dall’Oms. Cioè Stati dove per almeno tre anni consecutivi non si sono verificate infezioni e sono stati eliminati i parassiti responsabili della malattia.

L’arcipelago è il secondo Stato subsahariano a riuscirci dopo le Mauritius nel 1973. Guardando al continente nel suo complesso, invece, l’Oms – rispettivamente nel 2010 e nel 2019 – ha dichiarato «malaria-free» anche Marocco e Algeria, mentre l’Egitto lo è da fine 2024.

La certificazione di Capo Verde è il risultato di almeno cinque decenni di sforzi, basati su strategie complementari di individuazione e contenimento rapido dei focolai, diagnosi precoci e trattamento mirato degli infetti. Ma, secondo l’Oms, non è finita qui. Grazie a politiche sempre più efficaci ed efficienti, nel giro di qualche anno, anche altri Paesi subsahariani – Sudafrica, Botswana, Rwanda ed eSwatini – potrebbero diventare «malaria-free».

Zanzariere per tutti

Strumento cardine in questa lotta sono le zanzariere. Tant’è che aumentare la percentuale di persone che dormono protette da una rete è da sempre una priorità nelle strategie nazionali di lotta alla malaria.

In Africa subsahariana, tra il 2000 e il 2023, la diffusione delle zanzariere è cresciuta passando dal 5% al 73%.

Negli ultimi anni poi, l’efficacia delle zanzariere è aumentata grazie alla diffusione di reti trattate con insetticidi. Nel 2023, ad esempio, nei Paesi subsahariani sono giunti 195 milioni di zanzariere trattate (l’86% di tutte quelle distribuite nel mondo).

Ugualmente importanti, anche se meno usati, sono gli spray per gli individui. Mentre, già a fine anni Novanta, diversi Paesi avevano introdotto il trattamento farmacologico preventivo intermittente. Rivolto soprattutto a bambini sotto i cinque anni – la fascia d’età più a rischio con il 76% dei decessi totali – e donne incinte, consiste nella somministrazione periodica (principalmente durante la stagione delle piogge) di farmaci per la prevenzione della malaria.

Infine, si sta rivelando cruciale anche l’utilizzo sempre più capillare dei test rapidi – l’Oms calcola che in Africa, tra il 2010 e il 2023, ne siano stati distribuiti più di 4,5 miliardi – che permettono di identificare precocemente l’infezione e intervenire tempestivamente con le prime cure.

I vaccini: la novità

Lo strumento che, senza dubbio, ha impresso un’accelerata nella lotta alla malaria in Africa subsahariana sono i vaccini. Ormai venti Paesi – Benin, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Ciad, Costa d’Avorio, Ghana, Kenya, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Nigeria, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sierra Leone, Sud Sudan, Sudan e Uganda – hanno avviato massicce campagne di vaccinazione.

Una svolta resa possibile dalla recente approvazione da parte dell’Oms di due sieri, frutto di decenni di studi e ricerche, incentrati soprattutto sul complesso ciclo di vita del Plasmodium e sulla sua capacità di eludere il sistema immunitario umano. L’utilizzo di entrambi i vaccini è stato raccomandato in aree endemiche, soprattutto sui bambini.

Il Mosquirix

Il primo vaccino a essere approvato, a ottobre 2021, è stato l’Rt,s/As01, conosciuto anche con il nome commerciale di Mosquirix. Sviluppato dalla Path

malaria vaccine initiative (un’organizzazione sanitaria globale non profit), è prodotto dalla casa farmaceutica britannica GlaxoSmithKline (Gsk) ed è somministrato in quattro dosi nei primi 18 mesi di vita.

Nel 2019, il Mosquirix era stato al centro di un’esperienza pilota in Ghana, Kenya e Malawi, dove erano stati vaccinati 1,7 milioni di bambini. Proprio i risultati incoraggianti (anche se non pienamente soddisfacenti) della sperimentazione – prevenzione del 40% delle infezioni, riduzione del 30% dei casi gravi e diminuzione del 13% della mortalità – hanno spinto l’Oms a raccomandarne l’uso.

A gennaio 2024, il Camerun è stato il primo Paese al mondo a inserire l’immunizzazione contro la malaria nel calendario delle vaccinazioni infantili essenziali, utilizzando il Mosquirix. Poi anche Benin, Burkina Faso, Burundi, Liberia, Niger e Sierra Leone lo hanno aggiunto alla lista delle vaccinazioni infantili di routine. Il Mali, invece, ha iniziato a somministrarlo nel 2025, proprio in occasione della Giornata mondiale contro la malaria, il 25 aprile.

L’R21

Tuttavia, i dati del Mosquirix non sono mai stati ritenuti pienamente soddisfacenti in termini di prevenzione dei casi e, soprattutto, di riduzione delle ospedalizzazioni e della mortalità. Anche perché il vaccino agisce solo contro uno dei cinque parassiti della malaria, il Plasmodium falciparum. Perciò, l’approvazione di un nuovo siero – l’R21/Matrix-m – a ottobre 2023, ha generato una nuova ondata di ottimismo.

Sviluppato dai ricercatori dell’Università di Oxford, il vaccino è prodotto dall’industria farmaceutica indiana Serum institute. Già dopo tre dosi, ha un’efficacia del 77%, di molto superiore al Mosquirix e, soprattutto, in grado di soddisfare la soglia del 75% stabilita dall’Oms.

Il primo Stato ad approvare l’R21 – nonché un vaccino contro la malaria – è stato il Ghana. Ad aprile 2023, ancora prima dell’autorizzazione dell’Oms, il Paese ha autorizzato l’uso dell’R21, definendo la malattia una «grave minaccia per la salute pubblica».

Poche settimane dopo, anche Nigeria e Burkina Faso hanno approvato il vaccino. A luglio 2024 invece, Costa d’Avorio e Sud Sudan hanno avviato una campagna di somministrazione gratuita dell’R21 per i bambini sotto i cinque anni.

Cure e trasfusioni a bambini anemici a causa della malaria a Dianrà (foto M. Pettinari)

Il nodo dei costi

Come mostrato anche dalla pandemia da Covid-19, il costo dei vaccini è un fattore critico, che rischia di limitarne diffusione e utilizzo capillare. La speculazione economica – diffusa tra le industrie farmaceutiche, anche grazie al monopolio sui brevetti e a un potere contrattuale sproporzionato, in particolare in situazioni emergenziali come le pandemie – impatta soprattutto su contesti dalle risorse limitate, come il Sud globale.

Anche i vaccini contro la malaria sono spesso inaccessibili ai Paesi africani. Tanto che, finora, a facilitarne la diffusione – al costo di 0,20 dollari a dose (prezzo poi soggetto a un incremento annuo del 15%) – è stata l’Alleanza per i vaccini (Gavi). Un’organizzazione che però dipende a sua volta dai finanziamenti dei grandi donatori e filantropi che la sostengono e che, quindi, non è immune a interessi di parte e sconvolgimenti geopolitici.

Dopo aver supportato la prosecuzione della campagna vaccinale in Ghana, Kenya e Malawi (a seguito della sperimentazione del 2019), a inizio 2024, Gavi ha iniziato a distribuire dosi di Mosquirix e R21 in altri Paesi subsahariani. Partendo dagli Stati con i maggiori tassi di infezione e mortalità, l’organizzazione ritiene che in un anno siano stati vaccinati cinque milioni di bambini in 17 Paesi (che insieme racchiudono il 70% dei casi mondiali di malaria).

Nel continente, Gavi stima una domanda in rapida crescita: serviranno 40-60 milioni di dosi nel 2026 e 80-100 milioni l’anno fino al 2030. Tuttavia, la chiave sta nella volontà dei colossi farmaceutici di lavorare con il Sud globale per soddisfarne la richiesta. Oltre che nella loro disponibilità a consentire il trasferimento della tecnologia, permet- tendo di avviare la produzione anche in altri contesti come l’Africa, abbattendo i prezzi.

Al momento, Gsk ha siglato un accordo con l’industria indiana Bharat Biotech per fornirle l’antigene alla base del Mosquirix. Ma, da contratto, l’azienda non potrà iniziare a produrre autonomamente prima del 2028. La produzione dell’R21, invece, per ora resta saldamente in mano al solo Serum institute.

Bisogna accelerare

La mancata disponibilità di vaccini a prezzi sostenibili è un problema. Perché, sebbene la lotta alla malaria proceda spedita, è necessario accelerare. Preoccupa il numero sempre maggiore di zanzare resistenti ai repellenti sulle zanzariere e agli spray per gli esseri umani, ma anche capaci di opporsi ai farmaci tradizionali ed eludere i test diagnostici rapidi. Si sta poi diffondendo un nuovo vettore, l’Anopheles stephensi, originario dell’Asia. Individuata per la prima volta a Gibuti nel 2012, questa zanzara – capace di adattarsi rapidamente ai contesti locali e di sopravvivere a temperature molto alte – è arrivata anche in Eritrea, Etiopia, Ghana, Kenya, Nigeria, Somalia e Sudan. Oggi, la malaria continua a costituire una sfida importante e in continua evoluzione. Tuttavia, eliminarla è possibile. Anche se è necessario farlo in fretta e, soprattutto, combatterla tutti insieme.

Aurora Guainazzi

Malaria su MC




Mondo. Morire di parto nel Sud globale

 

Tra il 2000 e il 2023 la mortalità materna è diminuita del 40% a livello mondiale.
Una buona notizia che, però, va tenuta insieme a un’altra: nel 2023 le donne che hanno perso la vita per cause legate alla gravidanza e al parto sono state 260mila. Il tasso di mortalità registrato (197 decessi ogni 100mila nati vivi) è ancora troppo alto per raggiungere l’obiettivo stabilito dall’Agenda 2030 (70 ogni 100mila).
Infine, anche tramite i dati sulla mortalità materna, si può certificare il divario che divide i paesi ricchi da quelli poveri. Due decessi su tre, infatti, sono avvenuti in Paesi fragili o colpiti da conflitti, il 70% in Africa subsahariana.

 

«Non si dimentica mai l’esperienza di quando una donna ti sta scivolando via tra le mani e sai che è troppo tardi», dice all’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) la dottoressa Hadiza Galadanci, docente di ostetricia e ginecologia all’Università Bayero di Kano, in Nigeria.
Parla di una donna che muore di emorragia mentre partorisce un bambino. Muore, cioè, a causa di una complicazione del parto che è frequente, ma, quando affrontata in modo adeguato, non mortale.
Tuttavia, i decessi per emorragia rappresentano il 27% dei casi di mortalità materna, e avvengono quasi tutti in Africa subsahariana, dove persistono numerose sfide, tra cui la mancanza di accesso all’assistenza prenatale, ad assistenti al parto qualificati, a farmaci e a strutture sanitarie.

Nel 2023 sono state 260mila le donne che nel mondo hanno perso la vita per cause legate alla gravidanza e al parto, un tasso di mortalità pari a 197 ogni 100mila nati vivi, troppo alto per raggiungere nel 2030 l’obiettivo di 70 ogni 100mila stabilito dall’Agenda 2030.
Il 92% di tutti i decessi si sono verificati nei Paesi a basso e medio reddito, e la maggior parte di essi si sarebbero potuti prevenire. Il 70% del totale è avvenuto in Africa subsahariana.

Il Paese della dottoressa Galadanci, la Nigeria, è stato nel 2023 il Paese «peggiore» nel quale diventare madre. Il tasso di mortalità materna e il numero assoluto di decessi sono stati i più alti al mondo (993 ogni 100mila nati vivi: circa 75mila donne, 205 ogni giorno).

Dopo la Nigeria, il tasso più alto si è registrato in Ciad (748, per 6mila decessi), poi in Sud Sudan e in Centrafrica (entrambi con un tasso di 692, per 2.300 e 1.700 decessi).
Il primo paese non africano per tasso era l’Afghanistan, con 521 donne morte ogni 100mila nati vivi. Il primo per numeri assoluti era, invece, l’India, con 19mila decessi (e un tasso, inferiore alla media mondiale, pari a 80).

Per fare un confronto: in Italia i decessi per cause correlate alla gravidanza e al parto sono stati 25 nel 2023, per un tasso pari a 6 ogni 100mila nati vivi.

Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite, Trends in maternal mortality, lanciato il 7 aprile in occasione della Giornata mondiale della salute, mette sul piatto questi dati.

Lo fa sottolineando che, grazie al miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari essenziali in molti Paesi, tra il 2000 e il 2023 il tasso di mortalità materna è diminuito del 40%. Ma lo fa soprattutto denunciando la riduzione graduale dei fondi globali che hanno fatto registrare un notevole rallentamento nei progressi dal 2016 in poi, e che, secondo Unicef Italia, anche alla luce dei recenti tagli agli aiuti, «minacciano i fragili progressi nel porre fine alle morti materne».

La Giornata mondiale della salute ha dato il via a una campagna annuale intitolata «Inizi sani, futuri di speranza», per spronare i governi e la comunità sanitaria a intensificare gli sforzi per porre fine alle morti materne e neonatali prevenibili, e a dare priorità alla salute e al benessere a lungo termine delle donne.

Leggendo il rapporto Onu sono molti i dati interessanti che offrono un’immagine plastica delle disuguaglianze tra paesi ad alto reddito e quelli a basso reddito, e tra quelli con istituzioni stabili, e quelli coinvolti in conflitti di vario genere.

«Tra il 2000 e il 2023 – si legge sul sito dell’Organizzazione mondiale della sanità -, l’Europa orientale e l’Asia meridionale hanno ottenuto la maggiore riduzione complessiva del tasso di mortalità materna: un calo, rispettivamente, del 75% (da 38 a 9) e del 71% (da 405 a 117). […] La maggiore riduzione del rischio di mortalità materna durante questo periodo si è verificata nella regione dell’Asia centrale e meridionale, con un calo dell’83%, da 1 donna su 71 nel 2000 a 1 su 410 nel 2023. […].
L’elevato numero di morti materne in alcune aree del mondo riflette le disuguaglianze nell’accesso a servizi sanitari di qualità ed evidenzia il divario tra ricchi e poveri. Nel 2023, il tasso di mortalità materna nei Paesi a basso reddito era di 346 su 100mila nati vivi, contro 10 su 100mila nati vivi nei Paesi ad alto reddito.

Nel 2023, 37 Paesi sono stati classificati come in conflitto o in fragilità istituzionale/sociale, e rappresentavano il 61% delle morti materne globali, nonostante rappresentassero solo il 25% dei nati vivi.
Il tasso di mortalità materna è significativamente più alto nelle aree colpite da conflitti (504 decessi ogni 100mila nati vivi) rispetto ai contesti fragili (368) e ai contesti non in conflitto né fragili (99)».

Le donne nei Paesi a basso reddito hanno un rischio di mortalità materna più elevato: 1 su 66 contro 1 su 7. 933 nei Paesi ad alto reddito. «Le donne povere nelle aree remote – prosegue l’Oms – hanno meno probabilità di ricevere un’assistenza sanitaria adeguata. Questo è particolarmente vero per le regioni a basso reddito con un numero troppo piccolo di operatori sanitari qualificati […]. Gli ultimi dati disponibili suggeriscono che, nella maggior parte dei Paesi ad alto e medio reddito, circa il 99% di tutte le nascite beneficia della presenza di un’ostetrica, un medico o un’infermiera qualificata, mentre solo il 73% nei Paesi a basso reddito, e l’84% in quelli a reddito medio-basso».

La maggior parte delle morti materne è prevenibile, poiché le soluzioni sanitarie sono ben note. La salute materna e quella del neonato sono strettamente collegate. Per quanto riguarda le morti neonatali, si stima che ogni anno siano oltre 2 milioni i bambini che muoiono nel primo mese di vita, e circa altri 2 milioni che nascono morti. Per questo «è importante – dice l’Oms – che tutti i parti siano assistiti da operatori sanitari qualificati, poiché una gestione e un trattamento tempestivi possono fare la differenza tra la vita e la morte delle donne e dei neonati».

«Nel contesto degli Obiettivi di sviluppo sostenibile – conclude l’Oms -, i Paesi si sono uniti sull’obiettivo di accelerare il declino della mortalità materna entro il 2030. […] “ridurre il tasso di mortalità materna globale a meno di 70 per 100mila nascite […]”. Il tasso globale nel 2023 era di 197 per 100mila nati vivi […]. Tuttavia, le conoscenze scientifiche e mediche sono disponibili per prevenire la maggior parte delle morti. […] è il momento di intensificare gli sforzi coordinati e di mobilitare e rinvigorire gli impegni a livello globale, regionale, nazionale e comunitario […]».

Luca Lorusso




AIDS. Un morto al minuto

 

Dagli anni Novanta l’Aids ha smesso di terrorizzare l’Occidente industrializzato, però continua a mietere vittime nel resto del mondo.

Secondo i dati diffusi da Unaids, il Programma delle Nazioni Unite per l’Hiv e l’Aids, sono state, infatti, 630mila le persone morte per malattie legate all’Aids nel 2022, 1,3 milioni quelle recentemente infettate dal virus dell’Hiv e 39 milioni quelle totali che nel mondo hanno vissuto con il virus nel corso dello scorso anno. Di queste ultime, più di nove milioni sono ancora prive di cure, tra cui il 43% dei bambini che hanno contratto l’Hiv.

Malgrado ciò, i finanziamenti globali per il controllo del virus sono in costante calo, arrivando nel 2022 a 20,8 miliardi di dollari, gli stessi livelli del 2013.
Una situazione, denuncia Unaids, in contrasto con gli Obiettivi di sviluppo del Millennio che puntano a debellare l’Aids entro il 2030, insieme ad altre gravi malattie come tubercolosi, epatiti virali, malaria.

Eppure, «la fine dell’Aids è possibile, è alla nostra portata, a patto che siano le comunità a condurre il processo», dichiara Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Unaids.

Let Communities Lead (Lasciamo che siano le comunità a guidare) è appunto il titolo del Rapporto con cui Unaids ha lanciato questo Primo dicembre la Giornata mondiale di lotta all’Aids, istituita nel 1988 dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per informare e sensibilizzare sui rischi del virus.

La copertina del rapporto di Unaids

Come si legge nel Rapporto, le persone con Hiv o esposte al rischio di contrarlo, le loro famiglie e i loro gruppi sociali possono essere in prima linea nel fronteggiare l’infezione, a patto di non venire boicottate «dalla carenza di finanziamenti, da ostacoli politici e normativi, dalla negazione dei diritti umani di queste stesse comunità».

Nella lotta all’Aids i progressi più significativi si sono raggiunti proprio in quei Paesi e in quei territori – come l’Africa orientale e meridionale – dove si è investito di più, e dove sono state abolite leggi discriminatorie nei confronti di determinate categorie sociali: omosessuali, consumatori di droghe, sex workers, donne.

Esemplari in tal senso alcuni Stati caraibici (Antigua e Barbuda, Barbados, Saint Kitts e Nevis), le Isole Cook in Oceania, e Singapore, dove le relazioni omosessuali sono state depenalizzate.

Male invece per l’Europa orientale e l’Asia centrale, dove le infezioni sono aumentate del 49% in circa dieci anni, e per il Medio Oriente e il Nord Africa, dove si è registrato un più 61% di infezioni dal 2010 al 2022.

Occorre dunque promuovere la leadership delle comunità – sostenute nella lotta all’Aids da associazioni, Ong e realtà missionarie – favorendo la partecipazione della società civile ai processi decisionali, garantendo la tutela dei diritti umani e un apporto finanziario adeguato, perché «non eliminare l’Aids costa di più che sconfiggerlo», afferma il Rapporto Unaid.

Adesso l’attenzione è puntata sul «target 95-95-95», uno degli obiettivi intermedi indicati dall’Onu per il 2025. Si tratta di arrivare ai seguenti risultati: fare in modo che il 95% di sieropositivi siano consapevoli del proprio stato sierologico, che il 95% abbia accesso ai trattamenti antiretrovirali, che il 95% raggiunga lo stato di soppressione virologica, cioè non trasmetta più l’Hiv.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2021 si è quasi arrivati al 95-95-93 (dati dell’Istituto Superiore di Sanità). La nota dolente rimane quella delle diagnosi tardive, circa il 60 per cento del totale, dovute alla scarsa percezione del rischio e al timore dello stigma.

Restano dunque fondamentali la prevenzione e l’accesso tempestivo alle cure, da cui l’importanza delle Giornate indette per diffondere le conoscenze sul virus.
In Italia, per tutto il fine settimana, la Lila – Lega italiana per la lotta contro l’Aids sarà presente nelle piazze, nelle scuole e nelle università per fornire informazioni e mettere a disposizione test rapidi.

Stefania Garini




Perché l’Oms non funziona come dovrebbe

testo di Chiara Giovetti | foto AfMC |


Gli stati membri collaborano solo se a loro conviene e la struttura burocratica dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è troppo lenta e inefficiente. La vicenda di Covax è solo il più recente esempio di mancanza di incisività per un’organizzazione nata con l’ambizione di coordinare la sanità a livello mondiale e oggi in evidente crisi.

Lo scarto fra paesi ricchi e paesi poveri nel numero di vaccini somministrati «cresce ogni giorno, e ogni giorno diventa più grottesco. Paesi che ora stanno vaccinando persone più giovani e sane a basso rischio lo fanno a spese delle vite del personale sanitario, degli anziani e dei gruppi a rischio in altri stati. I paesi più poveri del mondo si chiedono che cosa davvero intendano i paesi ricchi quando parlano di solidarietà»@.

Così Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha descritto durante una conferenza stampa dello scorso 22 marzo la situazione di disparità nell’accesso ai vaccini contro la Covid. A gennaio Tedros aveva detto che il mondo era sull’orlo di un catastrofico fallimento morale e che era necessario agire con urgenza per assicurare un’equa distribuzione dei vaccini. «Abbiamo i mezzi per scongiurare questo fallimento – ha poi ribadito il direttore dell’Oms a marzo – ma è scioccante quanto poco sia stato fatto per ridurre lo scarto».

Vaccini per tutti

Per tentare di garantire una più equa distribuzione dei test, degli strumenti terapeutici e dei vaccini per contrastare la pandemia, già dall’aprile dell’anno scorso, l’Oms ha avviato – insieme alla Banca mondiale, all’Alleanza globale per i vaccini (Gavi), e a diversi altri partner – l’iniziativa Act-A, che si propone di ampliare il più possibile l’accesso agli strumenti di lotta alla Covid (Access to Covid-19 tools accelerator).

La colonna portante dell’iniziativa Act-A per l’acquisto e la distribuzione dei vaccini si chiama Covax: secondo quanto si leggeva lo scorso marzo nel rapporto sul primo ciclo di assegnazioni@, l’obiettivo è quello di consegnare fra gennaio e maggio 2021 ai 142 partecipanti al programma 237 milioni di dosi di vaccino, per arrivare poi a due miliardi di dosi (1,8 miliardi secondo le proiezioni più recenti@) entro la fine dell’anno. Si tratta prevalentemente del vaccino AstraZeneca/Oxford – prodotto dal Serum Institute of India, che ha concluso con AstraZeneca un accordo per la licenza – e, in misura molto minore, del vaccino Pfizer Biontech.

Come spiegava l’amministratore delegato di Gavi, Seth Berkley@, Covax era nata per coinvolgere tutti i paesi del mondo, a prescindere dal loro reddito, in un unico sforzo per la negoziazione e l’acquisto dei vaccini, in modo da garantire la copertura vaccinale per il 3% della popolazione, corrispondente grosso modo al personale sanitario, su tutto il pianeta. La seconda fase sarebbe stata poi quella di arrivare a coprire il 20% della popolazione, con i paesi ad alto reddito che avrebbero comprato i vaccini autofinanziandosi e 92 paesi a basso reddito che avrebbero visto i costi coperti tramite le donazioni dei paesi più ricchi sotto forma di aiuto pubblico allo sviluppo.

Raggiunta la copertura vaccinale per il 20% della popolazione, Gavi prevedeva un meccanismo per cui, anche finanziandosi attraverso banche multilaterali, i paesi più poveri avrebbero ricevuto ulteriori vaccini sopportando una parte dei costi.

Bambino della Casa Hogar Estancia de Maria a Guadalajara, Messico

Promesse e realtà

Ad oggi, quasi nessuno dei paesi ad alto reddito utilizza la piattaforma Covax per negoziare e acquistare i vaccini. Pur con le eccezioni di Canada, Nuova Zelanda e Singapore, che comunque acquistano solo una porzione molto limitata di dosi tramite Covax, lo sfilarsi dei paesi ricchi dal meccanismo multilaterale ha contribuito a generare l’attuale situazione di stallo, in cui le principali economie mondiali usano i canali bilaterali e comprano direttamente dalle case farmaceutiche ritardando le spedizioni dei vaccini verso i paesi in via di sviluppo@.

Anche sul versante dell’appoggio da parte dei donatori, Covax fatica a decollare: secondo i dati dello scorso 21 marzo consultabili sul sito dell’Oms@, gli impegni a donare avevano raggiunto gli 11 miliardi di dollari: la Germania e gli Stati Uniti guidavano con 2,6 miliardi e altri 2,5 miliardi il gruppo dei primi dieci donatori, seguiti da Regno Unito, Canada, Commissione europea, Consorzio diagnostico per la Covid-19 (coordinato dall’Oms), Norvegia, Bill & Melinda Gates foundation, Arabia Saudita e Giappone.

L’Italia, che si era impegnata per 116 milioni di euro, si trovava al quindicesimo posto, mentre fra i donatori privati, oltre alla già citata Bill & Melinda Gates foundation, vi erano Reed Hastings e Patty Quilling, cioè il cofondatore e attuale amministratore delegato di Netflix e la moglie, che hanno promesso 30 milioni di dollari, seguiti dalla multinazionale di servizi finanziari Mastercard e dalla Chan Zuckerberg initiative del proprietario di Facebook e della moglie, solo per citarne alcuni.

Anche limitandosi solo alle promesse, il deficit di finanziamento a marzo restava di circa 22 miliardi di dollari, di cui 3,2 miliardi mancanti proprio a Covax. Quanto al lato degli esborsi effettivi, secondo una ricostruzione dell’Economist@ al 25 marzo per sostenere le attività di Act i donatori avevano effettivamente versato solo mezzo miliardo di dollari, di cui 300 milioni per i vaccini. La somministrazione è comunque iniziata il 1° marzo scorso, con il Ghana e la Costa d’Avorio come primi paesi beneficiari per l’Africa e la Colombia per l’America Latina, ma per i paesi a reddito basso e medio basso la strada sembra ancora molto in salita.

Alla data di chiusura di questo articolo, su 475 milioni di dosi somministrate nel mondo 126 milioni erano andate agli Stati Uniti, 60 milioni all’Unione europea e 30 milioni al Regno Unito: una frazione della popolazione mondiale pari a un decimo ha ricevuto poco meno della metà dei vaccini. In Africa, dove abita circa un sesto degli abitanti del pianeta, le dosi inoculate erano 8,5 milioni, il 2% del totale.

Quanto alle dosi acquistate, secondo il monitoraggio effettuato ogni due settimane dal centro studi statunitense Duke global health innovation center@, a metà marzo su 8,6 miliardi totali 4,6 erano dei paesi ad alto reddito (il 53,7%), 1,5 miliardi (17%) dei paesi a reddito medio alto, 703 milioni (8%) dei paesi a reddito medio basso e 670 milioni (7,8%) dei paesi a reddito basso, mentre l’iniziativa globale Covax aveva comprato il 13% delle dosi, pari a 1,1 miliardi di dosi.

Le numerose richieste, promosse da Ong come Medici senza frontiere e appoggiate dall’Oms, di sospendere i brevetti dei vaccini non hanno sortito ad oggi alcun effetto a causa principalmente delle resistenze di Usa, Ue, Svizzera e Regno Unito@.

Gesto simbolico di intercessione in tempi di Covid in Sud Corea

L’Oms e i ritardi della Cina

Le iniziative promosse dall’Oms per combattere il coronavirus non hanno ottenuto l’adesione e i risultati sperati anche a causa della scarsa collaborazione da parte delle principali economie mondiali e del prevalere della logica del bilateralismo.

La mancata collaborazione da parte della Cina è stata anche il motivo principale dei ritardi con cui nel gennaio del 2020 l’Oms ha allertato il mondo sul coronavirus e sulla gravità della situazione. Se pubblicamente l’Oms lodava la Cina per la gestione dell’epidemia, riportava nel giugno scorso Associated press (Ap)@, il dietro le quinte era però ben diverso: vi era notevole frustrazione tra i funzionari dell’Oms per i ritardi significativi con cui il governo cinese condivideva informazioni cruciali, ad esempio quelle sul genoma del virus, nonostante la rapidità con cui gli scienziati cinesi le avevano fornite a Pechino.

Le lodi pubbliche, continua Ap riportando il contenuto di alcune registrazioni degli incontri interni all’Oms in quelle settimane, erano parte di una strategia per invogliare il governo cinese a collaborare in una fase in cui – nelle parole del più alto funzionario dell’Organizzazione in Cina, Gauden Galea -, «ci danno le informazioni un quarto d’ora prima che vengano trasmesse su Cctv», la televisione pubblica cinese.

Burocrazia elefantiaca e immobilista

La scarsa collaborazione ricevuta non toglie, tuttavia, che l’organizzazione funzioni da anni in modo tutt’altro che impeccabile.

I ritardi dell’Oms nel dare l’allarme su un’epidemia non sono una novità: nel 2015 l’organizzazione fu duramente attaccata per aver aspettato due mesi prima di dichiarare emergenza globale l’epidemia di ebola in Africa occidentale l’anno prima. A trattenere l’Oms, nonostante i suoi funzionari sul campo inviassero a Ginevra numerose e accorate segnalazioni e richieste d’aiuto, fu il timore di danneggiare l’economia regionale e di compiere quello che i governi della zona avrebbero potuto leggere come un atto ostile@.

L’Oms condivide molte delle pecche del più ampio sistema di cui fa parte, le Nazioni Unite: in un articolo apparso nel 2016 sul New York Times dal titolo «Amo le Nazioni Unite, ma stanno fallendo»@, un funzionario Onu di lungo corso come Anthony Banbury individua i principali problemi della struttura nel suo sistema sclerotizzato di gestione del personale e nella tendenza a prendere decisioni basate sulla convenienza politica – ad esempio non scontentare gli stati membri – invece che sui valori fondanti dell’organizzazione o sulla realtà dei fatti sul campo.

Per quanto riguarda il primo ostacolo, spiega Banbury che, durante l’epidemia del 2014, era capo della missione Onu per la risposta di emergenza all’ebola, «troppo spesso, l’unico modo per accelerare le cose è infrangere le regole. È quello che ho fatto ad Accra [in Ghana] quando ho assunto un’antropologa come consulente indipendente. Si è rivelata qualcuno che valeva il proprio peso in oro. Le pratiche di sepoltura non sicure erano responsabili di circa la metà dei nuovi casi di ebola in alcune aree. Dovevamo capire queste tradizioni prima di poter persuadere le persone a cambiarle. Per quanto ne so, nessuna missione delle Nazioni Unite aveva mai avuto un antropologo nello staff prima di allora; quando io ho lasciato la missione, lei non è stata confermata».

Distribuzione di cibo ai più poveri in eSwatini.

«Un covo di squali»

I rapporti disfunzionali all’interno dell’agenzia sono anche l’oggetto delle critiche di Laurie Garrett, esperta di salute globale presso il centro di ricerca statunitense Council for foreign relations e giornalista scientifica. In una colorita intervista a Global health now, sito di informazione sulla sanità della Johns Hopkins Bloomberg school of public health, ha detto: «L’unico consiglio che ho dato a ogni direttore generale – e tutti lo ignorano, anche se poi, anni dopo, tutti mi dicono: “Come avevi ragione!” – è: cerca di ridurre al minimo i tuoi viaggi. Perché questo posto [il quartier generale dell’Oms] è un covo di squali». A detta di Garrett, sui programmi da realizzare ci sono grandi battaglie fra i dipartimenti, che si sabotano a vicenda per difendere il proprio territorio. Può succedere di veder «sparire improvvisamente interi programmi nei paesi poveri di tutto il mondo […] perché il direttore generale non era lì per dire “no”. E l’altro problema, con i direttori che viaggiano così tanto, è che si trovano in uno stato permanente di jet lag e iniziano a perdere la propria capacità di giudizio […] perché letteralmente non sanno in quale fuso orario si trovano»@.

Quella di Tedros è stata la prima elezione a scrutinio segreto estesa a tutti gli stati membri dell’Oms; prima, la decisione era presa a porte chiuse da una trentina di rappresentanti dei paesi ad alto reddito e da un gruppo di altri membri a rotazione. I casi di corruzione da parte dei paesi di provenienza dei candidati per assicurarsi i voti erano non solo numerosi, ma anche sfacciati.

L’Oms ha, storicamente, ottenuto diversi successi, come l’eradicazione del vaiolo e la realizzazione di grandi campagne vaccinali su tutto il pianeta. Molti esperti, specialmente alla luce dell’attuale crisi, invocano una profonda riforma dell’organizzazione per renderla più efficiente ma anche più indipendente dai condizionamenti politici@ per poter agire davvero come ente di coordinamento globale in un mondo in cui, ammonisce Gavi, nessuno vince finché non vincono tutti@.

Chiara Giovetti