La «milpa»degli antenati

In una comunità indigena, giovani contadini stanno riportando in vita un sistema agricolo ancestrale. Con semi nativi, zero pesticidi e un profondo rispetto per la terra. Un metodo per preservare la cultura e la biodiversità. Un baluardo contro il cambiamento climatico, la malnutrizione e il colonialismo alimentare.

Chaquijyá, dipartimento di Sololá. Tat Tomás Cosijuà Tuiz, guida spirituale kaqchikel, accende, a una a una, piccole e lunghe candele rosse, gialle, bianche e nere – i quattro colori del mais nativo – e le dispone in fila su un braciere. Nella sua casa di terra e paglia a Chaquijyá, un villaggio vicino al turistico lago Atitlán, nel cuore del Guatemala, Tat Tomás osserva in silenzio come le fiamme producono ombre sulle foglie di tabacco appoggiate su un altare insieme alla statua di Maximón, un santo locale, e bottiglie di Cusha, liquore cerimoniale che brucia la gola.

«Secondo il Popol Vuh, il libro sacro dei maya, gli esseri umani sono fatti di mais», racconta con voce calma. «Gli dei usarono il mais bianco per le ossa, rosso per il sangue, giallo per la pelle e nero per i capelli. In cambio gli uomini hanno imparato a coltivare la terra, come atto di ringraziamento».

Il mais, o meglio detto per il suo nome scientifico Zea mays L., è il cereale più simbolico di tutta la Mesoamerica. Con venti varietà geneticamente distinte, è la base della dieta tradizionale del sud del Messico, Guatemala, Honduras, Belize ed El Salvador. Dopo la colonizzazione, il mais è diventato una delle produzioni agricole più estese al mondo, coltivato normalmente in monocolture intensive, con uso di pesticidi ed elevato consumo idrico. Oggi, gran parte del raccolto viene utilizzato per produrre mangimi per animali in allevamento intensivo e per biocarburanti, più che per l’alimentazione umana.

«Non è così che noi coltiviamo il sacro mais», mormora Tat Tomás scuotendo la testa mentre tiene fisso lo sguardo sul suo altare. Nel suo terreno, infatti, il mais cresce secondo il sistema tradizionale della milpa, che in kaqchikel si chiama awän.

4. Ixmukané and her brother Eduardo Saloj fill a silo with native seeds in Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024

Colture in sinergia

In America Centrale normalmente si utilizza il termine milpa come sinonimo di mais, ma, in realtà, si riferisce a un sistema agricolo millenario, le cui prime tracce archeologiche risalgono a novemila anni fa, basato sulla policoltura sinergica di oltre cinquanta specie vegetali. Al centro di questo tipo di coltivazione ci sono le famose «tre sorelle» (las tres hermanas): mais, fagioli e zucche, fonti rispettivamente di carboidrati, proteine e vitamine. Tra i solchi tracciati per la coltivazione del mais, vengono seminati amaranto, chile, erbe medicinali, fiori per impollinatori e alberi come il sambuco, la cui potatura viene lasciata giacere sulla terra affinché diventi un fertilizzante naturale.

Ogni pianta serve alla buona crescita dell’altra. La pianta del fagiolo, e tutte le leguminacee, fissano l’azoto nel suolo, eliminando la necessità di fertilizzanti chimici. Il mais funge da sostegno naturale per i fagioli, senza necessità di bastoni di plastica o legno su cui avvolgersi durante la crescita. Per ultimo, le foglie di zucca trattengono l’umidità nel suolo, riducendo quindi l’evaporazione dell’acqua.

«Si tratta di un sistema agricolo perfetto e in equilibrio. Di fatti non irrighiamo mai la milpa, e così risparmiamo acqua che ultimamente scarseggia a causa delle prolungate siccità dovute al cambiamento climatico», dice Eduardo Wuqu’Aj Saloj, 33 anni, ingegnere agronomo e contadino, seduto nella penombra della casa di Tat Tomás.

Saloj è cofondatore del collettivo Awän, un gruppo di giovani di origine maya kaqchikel che, da alcuni anni, promuovono nella loro comunità il ritorno a questo metodo di coltivazione ancestrale, insieme all’insegnamento delle guide spirituali. «La milpa è l’orto dei nostri antenati – continua -, garantisce autosufficienza alimentare e permette di preservare la biodiversità allo stesso tempo».

Con quattordici zone climatiche e 14mila specie vegetali e animali, il Guatemala è un hotspot di biodiversità riconosciuto in tutto il mondo, ma è anche uno dei Paesi più colpiti dal cambiamento climatico, sebbene sia uno dei territori che produce meno emissioni.

Nel 2024, piogge torrenziali e siccità hanno devastato i raccolti e la produzione è stata dimezzata. Questo ha provocato un aumento del 15% del prezzo del mais e del 43% di quello dei fagioli, rispetto all’anno precedente. In generale, in Guatemala e tutta l’America Centrale il prezzo degli alimenti è simile a quello dei prodotti europei, quindi proibitivo per buona parte della popolazione, che vive in condizione di povertà o con lavori informali.

Ixmukane-and-her-brother-Eduardo-Saloj-transfer-maize-seeds-into-a-silo-Chaquijya-village-Solola-Department-Guatemala-08_30_2024

Il santuario dei semi

Nel terreno dietro casa, Ixmukané Saloj, 24 anni, sorella di Eduardo e socia del collettivo Awän, raccoglie bietole tra amaranto e rampicanti di fagiolo.

«Qui coltiviamo unicamente con l’uso di semi nativi della nostra comunità, o delle zone vicine, che sono riusciti ad adattarsi nel tempo a questo suolo e a queste condizioni climatiche – spiega Ixmukané, contadina e studentessa della facoltà di agronomia -. Non usiamo assolutamente semi transgenici, né pesticidi, né insetticidi che seccano il terreno».

Ogni anno, lei ed Eduardo selezionano con cura le spighe più grandi e i frutti più sani da cui successivamente ricavano i semi che vengono conservati per gli anni successivi.

Dal 2018 li custodiscono in un «santuario dei semi», un deposito sotterraneo costruito in cemento con temperatura e umidità controllate.

«I semi sono vivi, per questo motivo vengono conservati in silos di terracotta traspirante a 17 gradi centigradi costanti», spiega Ixmukané.

Da anni il collettivo Awän promuove lo scambio di semi gratuito, cercando quindi di incoraggiare la produzione di alimenti a «chilometro zero» in loco, in modo che i contadini della loro comunità non siano costretti a dipendere dai semi transgenici.

«Ogni gruppo di semi porta il nome della famiglia che li ha raccolti – spiega Eduardo Saloj -. Ci riuniamo periodicamente per scambiare i semi e capire quali si sono adattati meglio alla stagione passata e quindi usarli anche per quella futura», continua.

Le varietà native sono fertili e soprattutto riproducibili, al contrario di quelle ibride o Ogm, che sono sterili e costringono i contadini a comprare i semi di anno in anno.

Per il collettivo Awän poter diffondere gratuitamente i semi nativi è una forma di lotta per garantire l’autonomia alimentare ed economica dei contadini di fronte alle grandi multinazionali che vendono semi geneticamente modificati, insetticidi e pesticidi necessari per massimizzare la loro produttività, ma estremamente dannosi per la flora e la fauna del territorio.

Cecilia Saloj, 38 anni, madre di due figli e impiegata in una piccola libreria di Sololá, ha iniziato a coltivare la milpa da poco. «Risparmio circa 2.400 quetzales all’anno (300 euro) solo in mais – racconta -, che investo nell’istruzione dei miei figli. E mangiano pure meglio, perché è molto più sano far colazione con due uova e tortillas di mais che con le merendine industriali piene di conservanti».

14. Yellow, white, and red corn cobs in Tat Tomas’ storage in the Los Cosiguá Sector, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024

Identità maya e colonialismo alimentare

Con la globalizzazione avvenuta negli ultimi quindici anni, anche nei villaggi più remoti del Guatemala è possibile comprare snack industriali. Al posto di frutta e verdura, i negozietti di periferia hanno scaffali pieni di Coca Cola, biscotti e patatine fritte in buste di plastica minuscole, che danno la possibilità anche a chi non possiede una grande disponibilità economica di comprare quattro o cinque patatine, producendo rifiuti che contaminano le strade a causa della mancanza di un sistema efficiente di raccolta. Questi alimenti stanno prendendo il posto della dieta tradizionale, generando un aumento di casi di diabete, obesità e una malnutrizione generalizzata. A questo si aggiungono i messaggi pubblicitari dei grandi marchi, che associano l’immagine di chi beve e consuma alimenti processati con un ideale di successo, svalorizzando di conseguenza l’alimentazione locale, tradizionale e di provenienza rurale.

Le giovani generazioni collegano l’immaginario del lavoro contadino al concetto di povertà sia economica che intellettuale, preferendo una vita urbana e abbandonando il campo. «I ragazzi della mia età preferiscono andare al supermercato – spiega Yessica Julajuj, 23 anni, anche lei del collettivo Awän -. Comprano prodotti più cari, meno freschi e soprattutto meno sani che molto spesso arrivano da monocolture intensive dove vengono usati fertilizzanti chimici. Per noi si tratta di ribaltare questo concetto e far innamorare nuovamente i giovani dell’agricoltura familiare».

Ixmukane-Saloj-picking-pericon-one-of-the-dozens-of-herbs-present-in-the-Milpa-system-Chaquijya-village-Solola-Department-Guatemala-08_30_2024

I semi come atto politico

Il dibattito sull’uso dei semi nativi è piuttosto controverso in Guatemala. Da una parte, il ministero dell’Agricoltura promuove l’uso di semi migliorati, come strategia per combattere l’insicurezza alimentare, e una iniziativa di legge depositata al Congresso permetterebbe a grandi multinazionali agroalimentari di privatizzare e modificare i semi nativi. Dall’altra, comunità indigene e movimenti contadini difendono la proprietà collettiva dei semi antichi che si tramandano da generazioni e stanno portando al centro del dibattito la discussione per l’approvazione della legge 6.086 sulla biodiversità e i «saperi ancestrali» che punta a promuovere le conoscenze e le pratiche indigene e campesinas, così come la diversità biologica dei suoi territori.

«Coltivare la milpa è un atto politico – afferma Saloj -. Le multinazionali vogliono toglierci quello che è nostro, impoverendo le comunità. Se perdiamo i nostri semi, saremo costretti a comprare sementi Ogm e veleni per coltivarli. Non lo possiamo accettare».

La Fao (l’agenzia dell’Onu per l’agricoltura) ha riconosciuto l’importanza di chi custodisce e seleziona i semi tradizionali, diffondendo una cultura della diversificazione. A oggi, sebbene esistano oltre 30mila piante commestibili, solo cinque cereali: riso, grano, mais, miglio e sorgo, forniscono il 60% dell’apporto calorico mondiale, mentre le altre piante non vengono né coltivate dalle grandi aziende né consumate dal grande mercato.

10. Tat Tomas grows native pacaya in his Milpa in Sector Los Cosiguá, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024

Il bosco intorno alla milpa

Nel santuario dei semi nativi, Eduardo Saloj, insieme a sua sorella Ixmukané, pesa piccole quantità di semi di zucca da distribuire alle famiglie della comunità. Tra queste ci sono Estela Meletz Quisquiná e sua madre, Juana, che da qualche tempo hanno creato un vivaio forestale. Regalano piantine di cipresso, querce e sambuco a chi vuole riforestare aree al limite della desertificazione a causa della monocoltura del mais.

«Anche questi alberi fanno parte della milpa – spiega Estela -. Le loro fronde nutrono gli uccelli e il suolo. La milpa alimenta tutto: esseri umani, animali, terra. Per questo è perfetta».

Dall’altra parte della comunità, Tat Tomás si inginocchia di fronte al suo altare. Guarda la foto della moglie morta da pochi mesi e quella del figlio maggiore, disperso mentre stava migrando verso gli Stati Uniti. La vita non è stata clemente con Tat Tomás. Eppure, sorride.

«La milpa è facile da capire: è la vita che non muore mai», dice, prima di lasciarsi avvolgere dal silenzio, rotto solo da qualche preghiera in kaqchikel, appena udibile.

Simona Carnino

9. Tat Tomas, spiritual guide and expert on the Milpa_Awän agricultural system, looks at the Mayan altar in his home in Sector Los Cosiguá, Chaquijya village, Sololá Department, Guatemala, 08_30_2024



Mary’s meals. Cibo e libri

Sono circa 150 milioni i piccoli sotto i cinque anni che soffrono la fame nel mondo. L’organizzazione scozzese, nata da un ex allevatore di pesci, aiuta 2 milioni e mezzo di bambini nei Paesi più poveri. Con cibo nelle scuole, nutre corpi e menti.

Magnus MacFarlane-Barrow, ex allevatore di pesci scozzese, classe 1968, dal 2002 si è dato un obiettivo semplice quanto visionario: offrire un pasto quotidiano ai bambini che, nel mondo, soffrono la fame.

Un pasto da consumare a scuola, per ottenere un duplice risultato: fornire una razione di cibo sufficiente e giusta ogni giorno, e offrire così a quei bambini un’occasione per accedere all’istruzione. È, infatti, proprio quest’ultima la vera leva di un possibile riscatto dalla povertà.

Oggi la Onlus di MacFarlane-Barrow, «Mary’s meals» (I pasti di Maria), dà cibo regolarmente a due milioni e mezzo di bambini tra i più poveri della terra.

«Amiamoli e proteggiamoli»

«Vai avanti, avanti, avanti, e che Dio benedica il vostro lavoro!», ha detto papa Francesco a Magnus MacFarlane-Barrow, tra i protagonisti del summit sui diritti dei bambini, «Amiamoli e proteggiamoli», che si è svolto in Vaticano all’inizio di febbraio scorso, poche settimane prima della scomparsa del Pontefice, avvenuta il 21 aprile.

In quell’occasione papa Francesco, che aveva fortemente voluto l’evento, ha annunciato la pubblicazione di un suo documento sui diritti dei bambini, perché «nulla vale la vita di un bambino, e uccidere i piccoli significa negare il futuro». Il testo non ha visto la luce, ma l’attenzione di Francesco per la condizione dei minori è rintracciabile in molti suoi documenti.

Quello dell’infanzia negata «è un grido silenzioso – è stato il monito di papa Francesco al summit – che denuncia l’iniquità del sistema economico, la criminalità delle guerre, la mancanza di cure mediche e di educazione scolastica».

In quella assise, il fondatore di Mary’s meals ha portato la sua testimonianza.

L’associazione ha poi partecipato anche al Giubileo dedicato al mondo del volontariato. «Non sarebbe un vero Anno Santo della Speranza, come lo ha chiamato papa Francesco, se non facessi la promessa di fornire un pasto a ogni bambino che ne ha bisogno, e sostenere così anche il suo diritto a sperare», ha commentato Magnus.

Il piccolo Edward

La storia di Mary’s meals è iniziata nel 2002, quando Magnus MacFarlane-Barrow, durante un viaggio in Malawi, ha toccato con mano la povertà assoluta dei bambini di quel Paese.

Edward, un ragazzino di 14 anni, al capezzale della sua mamma che stava morendo di Aids, alla domanda di Magnus riguardo alle sue speranze per il futuro, gli ha risposto: «Avere abbastanza cibo per mangiare, e andare a scuola».

Da quell’esperienza è nato il suo progetto: la prima «cellula» di  Mary’s meals è stata attivata proprio in Malawi, dove è riuscita da subito a distribuire duecento pasti al giorno ai bambini di una scuola locale, grazie alle donazioni che il benefattore ha fatto convogliare sul progetto, e grazie all’aiuto di volontari sul posto.

Dopo vent’anni, «assistiamo al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci dei nostri giorni», ha di recente commentato l’iniziativa il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York.

Maria dei Balcani

Prima di quell’incontro in Malawi, Magnus, che lavorava in un allevamento di salmoni a Argyll, in Scozia, nel 1983 aveva fatto un pellegrinaggio a Medjugorje con la sua famiglia. Un viaggio che gli aveva toccato il cuore e cambiato la vita: circa dieci anni dopo, aveva cominciato con suo fratello a fare avanti e indietro da casa ai Balcani, per portare aiuti in quelle terre sconvolte dalla guerra.

Ed è per questo che nel 2002, quando ha fondato la onlus per dare scuola e cibo ai bambini del Sud globale, l’ha dedicata alla madre di Gesù. «Ancora oggi – dice MacFarlane-Barrow – sento che questa dedica è per me una grande responsabilità». E sottolinea: gli aiuti «sono per tutti, per i bambini di qualsiasi etnia, colore e fede».

Il lavoro di Mary’s meals si è sviluppato soprattutto all’interno delle scuole pubbliche, ma anche in quelle private delle missioni cattoliche e in alcune scuole islamiche.

Nel periodo del suo impegno per la Bosnia, Magnus ha potuto osservare che la solidarietà dei suoi amici e concittadini era grande e non si fermava, anzi, si moltiplicava, e c’era sempre un nuovo carico di aiuti pronto per partire.

La stessa solidarietà l’ha vista crescere, in proporzioni da lui perfino inattese, quando ha deciso di aiutare i bambini malnutriti e senza istruzione dei Paesi più poveri.

«Oggi, grazie ai donatori, riusciamo a dare un pasto a due milioni e mezzo di bambini e lo facciamo nel posto dove ricevono l’educazione», afferma MacFarlane-Barrow. In questo modo, laddove è presente Mary’s meals, il tasso di frequenza della scuola è cresciuto, anche del 25%. «Ed è soprattutto l’educazione, a cambiare il loro futuro».

Un pasto per tutti è possibile

Sono 50mila i volontari che oggi aiutano Mary’s meals nel mondo. L’organizzazione si sostiene con le donazioni dei privati che arrivano anche dall’Italia, grazie, tra le altre cose, a eventi culturali organizzati per sensibilizzare. «Ci sono aiuti da parte di aziende e grandi benefattori, ma la maggior parte delle offerte arriva dai singoli: 10 euro, 20 dollari. Ed è proprio questo, la generosità della gente più semplice, che ci dà fiducia e ci spinge ad andare avanti.

Non abbiamo invece fondi pubblici e, quindi, quando c’è un cambio di governo – dice MacFarlane-Barrow rispondendo a una domanda sulle nuove politiche dell’amministrazione Usa di Donald Trump – non c’è un vero e proprio impatto su quello che facciamo».

L’associazione lascia che l’organizzazione dei pasti avvenga a livello locale, «questo spinge anche lo sviluppo del territorio. Ma, allo stesso tempo, assicuriamo che noi ci saremo fino a quando avranno bisogno, non li abbandoneremo».

In ogni luogo in cui l’ente opera, si serve di cibo a chilometro zero e di personale locale per preparare i pasti.

In Malawi, dove è nato il progetto, si mangia il porridge di mais e soia. In Ecuador, carne, o pesce, con patate o riso, e alcune verdure, spesso coltivate nello stesso orto scolastico. In India i bambini mangiano il curry di verdure o il dhal con lenticchie e riso.

«In ogni luogo dove cominciamo l’opera, costruiamo e organizziamo un magazzino e una cucina nella scuola – spiega il fondatore di Mary’s meals -. Poi sarà la comunità locale a prendersi la responsabilità di organizzare i volontari, cucinare e servire i pasti ogni giorno».

Magnus, che oggi ha 57 anni e una grande famiglia con la moglie Julie e sette figli, continua costantemente a visitare i Paesi nei quali opera la sua organizzazione.

Ci tiene a rimarcare che «viviamo in un mondo che produce abbastanza cibo per tutti», e che, quindi, «l’obiettivo di far consumare ogni giorno un pasto a scuola a ogni bambino, è del tutto possibile», e, conclude, «è uno scandalo che non si sia già raggiunto».

Il ruolo primario della scuola

Quello che fa veramente la differenza, dopo il cibo, è la scuola. Soprattutto per le bambine che in alcuni Paesi sono tenute ai margini dell’istruzione, sia per ragioni culturali che per la povertà delle famiglie che preferiscono dare le figlie in spose molto presto.

«Studiare significa uscire dallo stato di sottomissione in cui si scivola a causa dell’ignoranza. Se sai fare i conti, ti imbrogliano meno, se sai leggere, puoi capire di più del mondo che ti circonda», spiegano i responsabili di Mary’s meals.

L’istruzione porta crescita sociale e possibilità di occupazione. Quando MacFarlane-Barrow parla di «generazione della speranza», si riferisce ai giovani adulti che hanno studiato e hanno un futuro meno incerto.

Il progetto dell’organizzazione si sviluppa anche in quei Paesi dove è difficile persino portare aiuti: Haiti, Siria, Sudan, Yemen.

In alcuni di questi Paesi ci sono più bambini vittime di conflitti (a volte anche arruolati) che sui banchi di scuola, più mitragliatrici che fornelli per cucinare.

Gli appelli di Francesco

Papa Francesco ha ripetuto più volte durante il suo pontificato che sarebbe stato necessario convertire l’industria degli armamenti destinando i fondi spesi per la guerra alla risoluzione della fame nel mondo.

Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2025, il Pontefice ha ribadito: «Oso rilanciare un appello, richiamandomi a san Paolo VI e a Benedetto XVI, per le giovani generazioni, in questo tempo segnato dalle guerre: utilizziamo almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico».

Nel marzo del 2023, ricevendo in Vaticano un gruppo di giovani del Progetto Policoro della Conferenza episcopale italiana, il Papa aveva riferito un dato che poi avrebbe spesso ripetuto nei suoi discorsi e nei suoi appelli per sconfiggere la fame nel mondo: «Mi diceva un tecnico che se per un anno non si facessero armamenti si potrebbe eliminare la fame nel mondo».

Centoquarantotto milioni

Il problema della fame resta, invece, uno dei più giganteschi, nonostante ci siano aree del pianeta dove, al contrario, i sistemi sanitari sono chiamati a lottare contro l’obesità, anche infantile.

Secondo gli ultimi dati sulla fame, riferiti al 2023, presenti nel rapporto «Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo», rilasciato da Fao, Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), Unicef, Oms e Programma alimentare mondiale (Pam), la fame nel mondo è aumentata, e l’obiettivo di eliminare l’emergenza entro il 2030 sembra non essere più a portata di mano.

Nel 2023, nel mondo hanno sofferto la carenza di cibo circa 733 milioni di persone, ben 120 in più rispetto al 2019, quando erano state 613.

Dei 733 milioni di persone colpite dalla fame, circa 148 erano bambini sotto i 5 anni, cioè quasi uno su quattro in quella fascia di età (il 22,3%). Ben 38 milioni di questi hanno sofferto malnutrizione acuta con una grave perdita di peso, e 2,5 milioni sono morti (mentre, allo stesso tempo, per l’Organizzazione mondiale della sanità, erano 37 milioni quelli in sovrappeso).

Per le organizzazioni internazionali che hanno elaborato i dati, le cause principali del peggioramento sono state la pandemia di Covid-19 scoppiata nel 2020, gli shock climatici e i conflitti, sempre più numerosi. Africa e Caraibi sono le zone del pianeta con le situazioni peggiori, soprattutto nelle aree rurali.

Lo stesso rapporto Fao evidenzia che molte regioni del pianeta «sono oggi alle prese con una recrudescenza delle crisi alimentari. Nonostante i progressi compiuti nella lotta alla fame in Asia e in America Latina, nel 2022, il fenomeno appariva ancora in crescita nell’Asia occidentale, nei Caraibi e in tutte le sotto regioni del continente africano».

In particolare, «con una persona su cinque afflitta dalla fame, ossia più del doppio della media globale, l’Africa rimane la regione maggiormente colpita».

L’emergenza non riguarda solo la fame vera e propria. Nel 2023, infatti, secondo lo stesso Rapporto, le condizioni di sicurezza alimentare e di nutrizione, sono rimaste tanto critiche che il 29,6% della popolazione mondiale, pari a 2,4 miliardi di persone, non ha avuto accesso al cibo in modo costante.

A volunteer offers a free school meal from the UK based NGO Mary’s Meals in the Yassa J David Christian Academy. Jawajeh village Montserraodo Country, Liberia Tuesday, June 14, 2016.

Costruire la pace

Dare cibo e scuola ai bambini significa anche provare a costruire un futuro di pace. È lo stesso fondatore di Mary’s meals a raccontare, in particolare, un’esperienza in Liberia, il Paese africano dove è maggiormente diffuso il fenomeno dei bambini-soldato.

Il capitano Alec, uno dei caschi blu delle Nazioni Unite che sono stati nel Paese dal 2003 al 2018, un giorno si è complimentato con la sua organizzazione proprio per la sua azione di pace. «Quello che state facendo funziona. Noi cerchiamo di prevenire il ritorno alla violenza – ha detto il militare della missione Onu, secondo quanto racconta lo stesso MacFarlane-Barrow nel suo libro sulla storia di Mary’s meals – portando via loro i fucili, ma se la gente vuole combattere, se li tiene e li nasconde. E noi come possiamo trovarli nelle foreste? Ma voi, se nutrite i bambini e riuscite a portarli a scuola, potrete davvero costruire qui una pace duratura».

Manuela Tulli

I sedici Paesi di Mary’s meals

  •     Benin: 3.500 bambini.
  •     Ecuador: 350 bambini.
  •     Etiopia: 110mila bambini, soprattutto della zona del Tigray coinvolta nel conflitto armato del 2020-2022.
  •     Haiti: 175mila bambini in oltre 500 scuole nel dipartimento Plateau central e nelle baraccopoli ad alto rischio all’interno e intorno alla capitale, Port-au-Prince.
  •     India: 55mila bambini in quattro Stati nel nord: Delhi, Uttar Pradesh, Jharkhand e Chattisgarh.
  •     Kenya: decine di migliaia di bambini nella contea nord occidentale del Turkana.
  •     Libano: 1.400 bambini libanesi e rifugiati a Beirut.
  •     Liberia: 90mila bambini nelle contee di Bong, Bomi, Grand Cape Mount, Gbarpolu e Montserrado. Alcune scuole sono difficili da raggiungere perché nella giungla.
  •     Madagascar: 88mila bambini in oltre 450 scuole in quattro regioni. Tra questi, anche 300 bambini vulnerabili in sei luoghi di istruzione all’interno di centri di detenzione.
  •     Malawi: più di 1 milione di bambini nella maggior parte dei distretti del Malawi, soprattutto nella zona Sud.
  •     Mozambico: 5mila bambini del semiarido distretto meridionale di Mabalane.
  •     Sud Sudan: 70mila bambini in 120 scuole.
  •     Siria: 4mila bambini di Aleppo.
  •     Yemen: 4.500 bambini in quattro scuole del distretto di Al Mansoora di Aden, un’area con molti sfollati interni.
  •     Zambia: 450mila bambini in tutto il Paese.
  •     Zimbabwe: 105mila bambini in diverse zone del Paese.

Luca Lorusso

A young girl who is deaf pose for a portrait with her school book in the Oscar Romero school for the deaf that is supported by Mary’s Meals, a UK NGO, in Tubmanburg, Liberia Tuesday, June 14, 2016.



Mozambico e Angola: due paesi, uno stile


Raccogliamo in questo articolo le chiacchierate con padre Sisto Elias, superiore della regione Mozambico, e padre Fredy Gomez, responsabile del gruppo di missionari in Angola, che restituiscono un’immagine di un modo di fare missione basato soprattutto sulla collaborazione con le comunità locali.

Lo scorso 15 giugno è stata chiusa la sedicesima e ultima base della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana), il gruppo militare, oggi partito politico conservatore, che fra il 1977 e il 1992, nella guerra civile mozambicana, ha combattuto il Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico), il partito al governo di ispirazione marxista. La base si trovava a Vinduzi, nei pressi del parco nazionale di Gorongosa (provincia di Sofala), storica roccaforte della Renamo, e la cerimonia ha visto Ossufo Momade, segretario della Renamo, consegnare l’ultima arma da fuoco, un mitragliatore AK-47, nelle mani del presidente mozambicano e leader del Frelimo, Filipe Nyusi@.

Con questo atto si è concluso il processo di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (Ddr nell’acronimo portoghese, da Desarmamento, desmobilização e reintegração), che a cominciare dal giugno 2019 ha interessato un totale di 5.221 guerriglieri (257 donne e 4.964 uomini). Durante la cerimonia, il presidente Nyusi ha assicurato che si procederà ora al pagamento delle pensioni per gli ex combattenti, molti dei quali si trovano in condizioni economiche precarie dopo la smobilitazione, almeno secondo quanto dichiarato nel 2021 a Radio France International dal presidente della Renamo, André Magibire@.

Se questo conflitto è concluso – il prossimo 4 ottobre ricorreranno i 31 anni dalla firma, a Roma, del trattato di pace fra Frelimo e Renamo – lontano dalla fine sembra quello nel nord del paese, nella provincia di Cabo Delgado, dove dal 2017 è in corso un’insurrezione armata jihadista, alla quale però molti combattenti locali hanno aderito soprattutto perché si sentono esclusi dai benefici economici derivanti dalle scoperte di minerali e idrocarburi nella zona. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, a maggio scorso risultavano nel nord del Mozambico oltre 834mila sfollati interni, mentre altre 420mila persone avevano fatto ritorno nelle zone da cui erano fuggite, di cui quasi 392mila in località all’interno della provincia di Cabo Delgado, 27mila in quella di Nampula e un migliaio nel Niassa@.

Vi sono infine gli effetti del ciclone Freddy@, che tra febbraio e marzo ha colpito principalmente il Malawi e le regioni del nord del Mozambico, peggiorando le condizioni igienico sanitarie e aggravando l’epidemia di colera che era già in corso e che, secondo i dati dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), fra l’inizio dell’anno e il 15 maggio scorso aveva fatto registrare poco meno di 90mila casi e 1.900 morti solo fra Malawi e Mozambico@.

La nuova gestione della salina

Fra le aree danneggiate dal ciclone c’è anche Nova Mambone, dove si trova la salina di Batanhe, fondata alla fine degli anni Sessanta del Novecento da padre Amadio Marchiol e da allora gestita dai missionari della Consolata@.

«La ricostruzione è ancora in corso», racconta padre Sisto Elias, missionario della Consolata mozambicano e superiore regionale al secondo mandato, «ma sarà completata in tempo per la stagione di produzione, che va da agosto a novembre». Negli ultimi due anni, la salina ha vissuto nella propria gestione un cambiamento profondo, incentrato sul metodo di lavoro che i Missionari della Consolata in Mozambico si sono dati sotto la guida di questa direzione regionale: «Abbiamo deciso di decentralizzare e investire sulle risorse locali», spiega Sisto. «Da Maputo facciamo la supervisione, garantiamo costanti visite sul campo e rimaniamo noi i responsabili in ultima istanza. Ma a portare avanti le attività sono le persone della comunità locale, sul posto».

Ora alla salina sono legate due imprese, una per la produzione e trasformazione del sale e una per la vendita all’ingrosso, così da garantire una migliore divisione del lavoro oltre che rigore nella gestione economica e nelle procedure igienico sanitarie. Rigore, precisa padre Sisto, che è lo stato mozambicano stesso a chiedere e a verificare con controlli e ispezioni.

«Produciamo e commercializziamo all’ingrosso tre tipi di sale: il Sal do Índico, che è il nostro marchio per il sale alimentare comune, il Flor do Índico, che è il fior di sale, cioè il prodotto più pregiato, e il Sal de pesca, un sale di qualità inferiore che si usa nella zootecnia oppure nella conservazione del pesce». La salina ha venti lavoratori fissi, che arrivano fino a 80-90 durante la stagione della produzione. Ma la salina rimane, come è sempre stata, un’impresa il cui fine è prevalentemente sociale: «Innanzitutto, l’attenzione è per i lavoratori, per sostenerli nei momenti di difficoltà, per garantire a loro e alle loro famiglie l’accesso all’istruzione, alla sanità. Ma non solo: i fondi per costruire la scuola primaria di Lichinga, nel Niassa, e la secondaria di Nampula sono venuti in buona parte dalla salina». E le scuole stesse sono gestite in modo decentralizzato, appoggiandosi a personale di fiducia in loco: il ruolo dei missionari è quello di effettuare frequenti visite per verificare la trasparenza nella gestione economica e l’alta qualità dell’insegnamento. «E per gli studenti le cui famiglie si trovano in condizioni di povertà estrema dimostrate, la scuola ha un sistema di borse di studio finanziate con le rette delle famiglie in grado di pagare».

Lotta malnutrizione a Capalanca in Angola

Il centro nutrizionale di Cuamba

Una simile gestione decentrata si applica anche al lavoro del centro nutrizionale che si trova nella cittadina di Cuamba, nel Niassa. Fino a qualche anno fa, il responsabile dei progetti attivi al centro nutrizionale era uno dei missionari della Consolata presente nella missione e parrocchia di Cuamba. Con la cessione della parrocchia ai sacerdoti diocesani, da circa due anni i missionari non sono più lì. «Questo ci ha costretto evidentemente a ridimensionare le attività del centro», spiega ancora Sisto, «rinunciando ad esempio ad avere una persona incaricata che prestasse servizio costante». Ma la malnutrizione è ancora presente e il centro è importante nel contrastarla. «Abbiamo deciso di mandare avanti le iniziative in sostegno ai bambini malnutriti semplicemente acquistando e stoccando in un magazzino latte in polvere e altri cibi che si conservano nel tempo e organizzando le distribuzioni alle famiglie bisognose attraverso i cristiani locali».

La presenza del centro e le sue attività di lotta alla malnutrizione si sono rivelate molto importanti per affrontare due emergenze che si sono sovrapposte nell’ultimo anno: l’arrivo da Cabo Delgado di diverse famiglie di sfollati, e le inondazioni legate al ciclone Freddy. Così, in una relazione dell’aprile scorso, padre Sisto riportava che, per far fronte ai maggiori bisogni causati da questi eventi, il centro ha collaborato con gli agenti di salute e l’Ingd (Istituto nazionale per la gestione e la riduzione dei rischi da catastrofe) per fornire assistenza alle persone ospitate in due centri di accoglienza della zona: riso, zucchero, olio, sapone, latte e farina sono stati acquistati e distribuiti a 187 famiglie con una media di 5 figli ciascuna, per un totale di 935 bambini e adolescenti, ai quali è stato assicurato l’apporto nutrizionale indispensabile.

Arte Macua a Maua in Mozambico su stimolo di padre Frizzi

Maúa, l’eredità di padre Frizzi

Il lavoro di padre Giuseppe Frizzi che, a partire dal 1987, ha studiato e sistematizzato il patrimonio etnolinguistico del popolo Macua Xirima@, continua a essere valorizzato e promosso dai suoi confratelli in Mozambico anche attraverso l’avvio di collaborazioni con entità come la Fondazione Fernando Leite Couto, dedicata al padre del noto scrittore e giornalista mozambicano Mia Couto. «Per prima cosa, la Fondazione ci aiuterà a far sì che tutto il materiale di padre Frizzi – libri e altri scritti – contenuti nel centro studi di Maúa ricevano i necessari riconoscimenti di legge riguardo alla proprietà intellettuale. Poi si cercherà di rendere più fruibili le parti del lavoro del Centro studi che hanno riguardato la filosofia e l’antropologia, separandole da quelle incentrate sulla teologia, in modo da creare testi, saggi, raccolte che possano essere usati per l’approfondimento in ambito accademico o della ricerca in generale».

Altra novità che riguarda il Centro studi Macua Xirima è il trasferimento della sua parte museale a Massangulo, dove c’è un’altra presenza dei missionari della Consolata. Massangulo è più vicina alla strada, meno isolata di Maúa, conclude padre Sisto, e lì un museo sarà più facilmente raggiungibile dai visitatori.

Arte Macua a Maua in Mozambico su stimolo di padre Frizzi

Angola, potenziale inespresso

L’Angola è un paese dal potenziale enorme dal punto di vista economico: sedicesimo produttore al mondo di petrolio@, settimo di banane, ottavo di cassava@, l’Angola si trova però al 148° posto per indice di sviluppo umano e ha un prodotto interno lordo pro capite di 6.491 dollari americani (quello dell’Italia è di 46.385)@.

«Una parte del problema», spiega padre Fredy Alberto Gómez Pérez, missionario della Consolata colombiano e responsabile della comunità di sette missionari attivi in Angola, «è anche il fatto che molti angolani ritengono l’agricoltura un’attività non dignitosa, preferendole altri lavori come l’insegnante, il funzionario pubblico, l’impiegato». Questo approccio delle persone non è ovviamente la sola causa del mancato sviluppo socioeconomico del paese che, come il Mozambico, ha vissuto fra il 1975 e il 2002 quasi tre decenni di guerra civile, i cui segni sul tessuto produttivo oltre che sulla società e sull’ambiente richiedono molto tempo per essere cancellati.

Cappella di Luacano all’inizio dell’avventura missionaria in Angola

Giovane missione

Come in tutte le presenze della Consolata di più recente fondazione, il lavoro dei missionari procede in modo molto graduale e si colloca in zone ai margini, di confine, si tratti delle periferie urbane, delle aree a cavallo fra città e campagna o dell’entroterra più remoto. «I Missionari della Consolata sono arrivati in Angola nell’agosto 2014 e oggi lavorano in tre ambiti con caratteristiche molto diverse tra loro», racconta padre Fredy. «La prima parrocchia che l’allora vescovo della diocesi di Viana, monsignor Joaquim Ferreira Lopes, ci ha affidato è stata quella di Santo Agostinho, a Bairro Capalanca, alla periferia della capitale Luanda. Un anno e mezzo dopo abbiamo rilevato la parrocchia di Nossa Senhora da Consolata nella zona di Funda, che si trova poco fuori Luanda ed è una realtà per metà urbana e per metà rurale. La terza presenza è presso la parrocchia di Santa Maria Mãe de Deus, nel comune di Luacano», che si trova oltre 1.300 chilometri a est, a circa due ore dal confine con la Repubblica democratica del Congo: «Luacano è veramente una realtà ad gentes», sottolinea Fredy, «in mezzo alle savane intorno al lago Dilolo» (su Luacano vedi MC di maggio 2023@).

In questo momento il lavoro dei missionari, oltre che all’evangelizzazione, si rivolge agli ambiti della salute e dell’istruzione: piccoli progetti di assistenza ai bambini malnutriti, creazione di equipe di pastorale sanitaria, formazione per i giovani che non frequentano la scuola. A Luacano, inoltre, i missionari hanno cercato di migliorare i servizi di base anche fornendo acqua alla comunità locale attraverso pozzi e formando gli adulti con programmi di alfabetizzazione.

Per gli anni a venire, i missionari contano di riuscire a dare alle attività un carattere più strutturato. Un annoso problema che accompagna da sempre il loro lavoro è quello di doversi dotare di spazi dove sia possibile organizzare e dare continuità alle iniziative che portano avanti.

«Il progetto del Centro sociale Santo Agostinho» nel Bairro Capalanca di Luanda, spiega padre Fredy, «è nato come risposta più elaborata e sistematica alle sfide di cui parlavo sopra, perché per realizzare tutti gli altri progetti, sia di carattere sociale che di evangelizzazione, abbiamo bisogno di uno spazio adeguato». Servono uno studio medico per assistere i malati e monitorare lo sviluppo dei bambini, una cucina per preparare il cibo e un refettorio per servire il pasti offerti agli anziani seguiti dalla Caritas parrocchiale, stanze per la formazione e la catechesi.

«Dopo una lunga attesa si è deciso di iniziare i lavori con un fondo ricavato accantonando le offerte dei fedeli, ma da soli non riusciremo a terminare i lavori nei tempi desiderati per rispondere alle urgenze che abbiamo». Per questo padre Fredy si è rivolto a Missioni Consolata Onlus per ottenere aiuto nella ricerca di fondi, proponendo un progetto dal costo complessivo di circa 95mila euro.

Chiara Giovetti

Arte Macua a Maua in Mozambico su stimolo di padre Frizzi




Quel barattolo di latte in polvere

Il latte materno è migliore del latte in polvere. Eppure, soltanto il 44 per cento dei neonati è allattato al seno. Le colpe delle multinazionali e il ruolo delle nuove forme di pubblicità.

Nel febbraio 2022, la Food and drug administration (Fda), l’agenzia statunitense addetta alla vigilanza sanitaria, sospende la produzione di latte in polvere in uno stabilimento del Michigan appartenente alla multinazionale farmaceutica Abbott. La decisione è presa a seguito della morte per infezione batterica, negli Stati Uniti, di quattro neonati nutriti con latte artificiale proveniente dallo stabilimento posto sotto sequestro. Nel corso dell’indagine, durata alcune settimane, emergono numerose criticità, compresa la contaminazione dei macchinari con batteri pericolosi. In seguito, lo stabilimento viene riportato a norma, ma ci vogliono mesi prima che possa riprendere la produzione. Un periodo durante il quale il latte in polvere scarseggia, mandando in apprensione moltissime mamme che hanno deciso di nutrire i propri piccoli con latte artificiale piuttosto che al seno.

Latte in polvere. Foto silverson.com.

I pericoli del biberon

Eppure, le autorità sanitarie e pediatriche di tutto il mondo sostengono che il latte materno è il miglior alimento per i neonati. Avviato entro le prime ore di vita e continuato fino ai due anni di età, prima come alimento esclusivo, poi come alimento aggiuntivo, l’allattamento materno costituisce una potente linea di difesa contro tutte le forme di malnutrizione infantile compresa l’obesità. Inoltre, protegge i piccoli contro le infezioni più comuni mentre riduce nelle madri il rischio di diabete, obesità e certe forme tumorali. Per non parlare degli effetti benefici di tipo psichico e affettivo che l’allattamento al seno produce nei piccoli per lo stretto contatto con la madre. Ciò nonostante, nel mondo solo il 44% dei bambini sotto i sei mesi è allattato al seno. Lo sostiene l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità. Il grande concorrente è il biberon che però non si impone spontaneamente, ma come conseguenza di una potente macchina di persuasione occulta, che una recente indagine dell’Oms ha messo sotto la lente. Una pressione inaccettabile perché nelle famiglie più povere del Sud del mondo, l’allattamento artificiale espone i bambini addirittura al rischio di morte. Ogni anno muoiono 520mila bambini per complicanze dovute al biberon. Per assurdo la prima causa di morte è la denutrizione che si instaura quando le esigenze nutrizionali del bambino richiedono quantità di latte fuori dalla portata economica delle famiglie. E subito dopo vengono le complicanze igieniche per l’impossibilità di bollire i biberon e conservarli al riparo da contaminazioni. Mamme con pochi soldi, poche comodità, poche conoscenze igieniche, somministrano ai propri bambini latte eccessivamente diluito, in biberon a malapena sciacquati, con tettarelle esposte all’aria su cui si posano nugoli di mosche. L’inevitabile conseguenza sono infezioni intestinali che si rivelano mortali, non per la particolare gravità dei germi, ma per la perdita di acqua, sali e zuccheri dovuti alla diarrea. E molti dei bambini che sopravvivono mantengono per tutta la vita deficit cognitivi dovuti alla denutrizione infantile. Alcuni studiosi, amanti dei termini monetari, hanno stimato che le perdite cognitive dei bambini sottonutriti a causa dell’allattamento artificiale provocano alla comunità una perdita pari a 285 miliardi di dollari, lo 0,3% del Pil mondiale.

Nestlé e gli altri

Il latte in polvere della Abbott, multinazionale Usa.

La prima denuncia sulle conseguenze catastrofiche del biberon fra i bambini delle famiglie più povere fu fatta nel 1973 da parte della rivista britannica New Internationalist. All’inizio la reazione dell’opinione pubblica fu di sconcerto. Ma quando si scoprì che l’allattamento al biberon era indotto da una pubblicità ingannevole e da una macchina promozionale che, al momento di lasciare l’ospedale, regalava campioni di latte alle mamme, scoppiò l’indignazione che sfociò in campagne di boicottaggio verso le imprese più coinvolte. Famosa quella verso Nestlé che si protrasse per qualche lustro. Vista la gravità della situazione, nel 1981 l’Oms decise di intervenire, approvando un Codice di comportamento da fare rispettare alle ditte produttrici di latte in polvere. Il codice composto da una decina di punti è riassumibile in due concetti essenziali: «no» alla distribuzione di campioni gratuiti e «no» a qualsiasi tipo di comunicazione scritta, vocale o visiva che possa indurre le mamme a preferire l’allattamento artificiale a quello materno. Ma, nel corso degli anni, l’Ibfan (International baby food action network) e altre associazioni a difesa dell’allattamento materno, hanno denunciato numerose violazioni in tutto il mondo. Violazioni che, con l’avvento dell’era digitale, si sono fatte al tempo stesso più subdole e aggressive perché le donne sono raggiunte da messaggi pubblicitari non riconoscibili come tali. Ed è proprio per capire in quale misura le imprese del latte in polvere stiano utilizzando le tecnologie digitali e con quali effetti, che l’Oms ha condotto una ricerca in Bangladesh, Cina, Messico, Marocco, Nigeria, Sudafrica, Gran Bretagna, Vietnam, su un campione di 8.500 donne e 300 operatori sanitari.

Allattamento

Allattamento al seno. Foto Grisguerra – Pixabay.

Nel maggio 2022 sono stati pubblicati i risultati della ricerca e il primo dato emerso è che, in tutte le nazioni prese in esame, le donne nutrono una forte attrazione per l’allattamento materno, dal 49% in Marocco al 98% in Bangladesh. Nel contempo, però, hanno scarsa fiducia nella loro capacità di nutrire adeguatamente i propri piccoli per i dubbi insinuati dalla valanga di messaggi che circolano in rete: quasi tutti a favore dell’allattamento artificiale. Messaggi che consolidano credenze assurde come la necessità di somministrare latte in polvere nei primi giorni di vita, l’incapacità del latte materno di rispondere a tutti i bisogni nutrizionali dei neonati in crescita, la superiorità del latte in polvere integrato di tutti gli ingredienti che servono per una crescita equilibrata dei piccoli. Il rapporto conferma anche che la via digitale è il canale privilegiato utilizzato dalle industrie del latte in polvere come mezzo di persuasione. In alcuni paesi, oltre l’80% delle donne intervistate ha confermato di essere stata raggiunta dalla pubblicità sui sostituti del latte materno attraverso canali online. Del resto il 97% della popolazione terrestre gode di una qualche forma di connessione tramite telefonia mobile. Globalmente più di 3,6 miliardi di persone (all’incirca l’87% di chi naviga in internet) usa social media, una cifra destinata a salire a 4,4 miliardi per il 2025.

Spiate e sedotte

Le piattaforme digitali stanno diventando i canali pubblicitari più importanti. Nel 2019 più del 50% della spesa pubblicitaria globale si è diretta verso i canali digitali. Per il 2024 si prevede che la quota salirà al 68%, per un valore di 645 miliardi di dollari.

Le piattaforme digitali consentono alle aziende di diffondere i loro messaggi tramite più canali contemporaneamente: email, social media, siti specializzati in filmati, motori di ricerca, app. Per di più permettono agli inserzionisti di individuare con estrema precisione i loro possibili clienti. Ad esempio, quando le donne chattano via facebook con le loro amiche o parenti, possono essere spiate da algoritmi che, dal tenore delle conversazioni, possono stabilire se si tratta di donne incinte, magari per le informazioni fornite sulla propria salute, o per la richiesta di vestiario e altri oggetti necessari per l’arrivo di un nuovo bambino. Nel qual caso i dati sono immediatamente passati all’impresa di prodotti per l’infanzia che ha commissionato il servizio, affinché possa intraprendere l’attività di seduzione personalizzata via facebook, o altro canale comunicativo. Di solito l’approccio è soft e può basarsi sull’invio di messaggi affabulatori del tipo: «Vogliamo costruire una relazione con te in quanto madre, vogliamo sostenerti, vogliamo che tu ci veda come tuoi alleati, come degli amici che ti sostengono affinché tu possa avere una gravidanza felice e un parto sicuro». Poi può giungere l’invito a fare parte di un gruppo d’incontro, una sorta di club per mamme che si danno appuntamento per scambiarsi informazioni, consigli, sostegno. Così almeno viene presentata l’iniziativa. In realtà, si tratta di ciò che gli esperti chiamano «community marketing»: l’aggregazione di persone affini, per condizione ed esigenze di consumo, che, mentre interagiscono fra loro, sono bombardate da continui messaggi promozionali. Per di più, mentre chattano, ciascuna di esse è analizzata in dettaglio in modo da farne un bersaglio di proposte commerciali personalizzate.

Gli «influencer»

Altre volte la strategia commerciale è fondata sugli influencer, persone di spicco del mondo dello spettacolo, dello sport, della moda, della scienza, in contatto con migliaia, addirittura milioni di follower. Le imprese li ingaggiano affinché postino ai loro follower messaggi comprendenti riferimenti ai marchi che intendono reclamizzare. E poiché l’influencer invita i propri seguaci a rispedire essi stessi i messaggi ai propri conoscenti, si può ottenere una copertura pubblicitaria di milioni di persone. L’Oms ha appurato che le multinazionali del latte in polvere fanno largo uso degli influencer in particolare in Cina, Malaysia, Stati Uniti, Francia, Russia. E, dopo avere esaminato numerosi messaggi, è emerso che il marchio di latte in polvere che compare più frequentemente è quello di Danone (32%) seguito da Mead Johnson (15%) e
Abbott (6%).

Il rapporto ha appurato che un’altra formula molto utilizzata è quella che va sotto il nome di «promozione tra utenti», un metodo che prevede la partecipazione attiva del pubblico. In pratica, l’impresa promotrice chiede a chiunque accetti di far parte della sua rete promozionale di inventarsi messaggi pubblicitari che poi l’interessato invierà al proprio ventaglio di conoscenti. Il tutto stimolato da premi estratti a sorte fra i partecipanti. Il rapporto dell’Oms cita l’iniziativa di una multinazionale di prodotti per l’infanzia che ha indetto l’estrazione di smartphone di lusso fra tutti coloro che avessero accettato di inviare la foto dei propri bambini associate ai marchi da reclamizzare. E, allettandoli con la promessa di sconti, i partecipanti sono anche stati invitati a iscriversi a dei marketing club per l’approvvigionamento online di prodotti per l’infanzia. L’iniziativa è stata lanciata da diciassette influencer che hanno anche sollecitato i partecipanti a utilizzare hashtag affinché l’azienda promotrice potesse seguire più agevolmente l’andamento della campagna e, quindi, censire la presenza di nuovi utenti da ricontattare.

In conclusione, il rapporto dell’Oms dimostra che le multinazionali del latte in polvere ricorrono in maniera massiccia alla pubblicità online per fare crescere un settore che già vale 55 miliardi di dollari. È proprio arrivato il tempo di fare applicare regole minime affinché la vita non sia più sottomessa al profitto. Almeno nei primi mesi dell’esistenza.

Francesco Gesualdi

Gemelli (foto Gigi Anataloni)