Venezuela. Trump non è il libertador

Dal 3 gennaio il Venezuela è nelle mani delle forze statunitensi. Il presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores sono stati portati in un carcere di New York in attesa di essere processati per aver «importato tonnellate di cocaina negli Stati Uniti». L’azione militare – denominata Operation absolute resolve (Operazione determinazione assoluta) – ordinata da Donald Trump è stata improvvisa, ma certamente non inattesa, viste le manovre messe in atto dagli Usa negli ultimi mesi.

Da settembre, nel Mar dei Caraibi, la marina statunitense silurava barche venezuelane ipotizzate essere mezzi di trasporto dei narcotrafficanti. A novembre era uscito il documento sulla Strategia della sicurezza nazionale (National security strategy, Nss), in cui si riesumava la cosiddetta «dottrina Monroe»: i paesi latinoamericani sono nel «cortile di casa» degli Stati Uniti, di conseguenza nessun altro paese può interferire. Infine, nei giorni scorsi, l’intervento diretto su Caracas.

Mentre il governo italiano è stato uno dei pochi al mondo (assieme a quello argentino di Milei) a definire «legittima» l’operazione di Trump, nell’editoriale del 3 gennaio il New York Times ha prima demolito la motivazione del narcoterrorismo e poi ha individuato nella nuova Strategia della sicurezza nazionale la spiegazione più plausibile: «A quanto pare – si legge -, il Venezuela è diventato il primo Paese soggetto a questo imperialismo moderno, che rappresenta un approccio pericoloso e illegale».

Donald Trump (foto ufficiale della Casa Bianca) e l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro – bendato e incatenato – nella foto pubblicata su Truth dal presidente statunitense.

Nella conferenza stampa organizzata nella sua tenuta di Mar-a-Lago, un gongolante Donald Trump ha spiegato alcune cose, in primis elogiando il blitz militare avvenuto senza alcuna conseguenza per le forze statunitensi (mentre non sono state ricordate le vittime venezuelane). Il tycoon non ha nascosto neppure gli obiettivi del suo Paese, mettendo subito in secondo piano sia la questione del narcotraffico sia il futuro dei venezuelani. In cima alla lista ci sono le risorse petrolifere: le aziende Usa – «le più grandi del mondo» – sono pronte a investire nel Paese.

Cosa accadrà ora è impossibile prevederlo. Tuttavia, il Venezuela non sembra intenzionato ad opporre resistenza. Più difficile è capire chi affiancherà gli Stati Uniti nella guida del Paese da oggi fino alla transizione. Potrebbe essere la vice Delcy Rodríguez (nominata presidente ad interim dal Tribunal supremo de justicia de Venezuela), che in molti indicano come possibile traditrice di Maduro. Potrebbe essere Edmundo González Urrutia, il (probabile) vincitore delle controverse elezioni presidenziali del 2024. Mentre – e questa è una sorpresa – pare al momento fuori dei giochi Maria Corina Machado, premio Nobel per la pace 2025 e leader dell’opposizione venezuelana. Pur essendo un’adulatrice di Trump, il capo della Casa Bianca non la considera adeguata.

Su Truth, il social network di sua proprietà, il presidente Usa ha pubblicato un’immagine di Nicolás Maduro in tuta da ginnastica, bendato e ammanettato: il nemico non soltanto sconfitto, ma anche pubblicamente umiliato. Una scelta alla Trump. Tuttavia, il vero sconfitto non è l’ex presidente venezuelano. È il diritto internazionale, calpestato dal tycoon proprio come hanno fatto Vladimir Putin in Ucraina e Benjamin Netanyahu nei territori palestinesi.

Paolo Moiola




Venezuela. Sotto pressione

«A tutte le compagnie aeree, piloti, spacciatori e trafficanti di esseri umani, vi prego di considerare che LO SPAZIO AEREO SOPRA E ATTORNO AL VENEZUELA SARÀ INTERAMENTE CHIUSO. Grazie per l’attenzione a questa questione! PRESIDENTE DONALD J. TRUMP».

Questo è il post uscito su Truth, il social network di proprietà del presidente Usa, lo scorso 29 novembre. Le maiuscole sono dello stesso Trump che, in tal modo – come da sua consolidata abitudine -, vuole alzare la voce (anche) in maniera virtuale.

Da tempo, il tycoon ha preso di mira il Venezuela di Nicolás Maduro. In questi mesi, la sua pressione sul paese latinoamericano, detentore di grandi riserve di idrocarburi, è via via aumentata. È iniziata lo scorso 2 settembre con l’Operation southern spear («Operazione lancia meridionale») e il siluramento nel Mar dei Caraibi di barche venezuelane accusate dalla Casa Bianca di appartenere ai cartelli dei narcotrafficanti. Attualmente sarebbero una dozzina le navi della marina militare statunitense – compresa la gigantesca portaerei Gerald Ford – a stazionare nei mari davanti al Venezuela. Oltre dodicimila gli uomini impiegati, tra marinai e marines. Secondo il New York Times, da settembre gli aerei Usa hanno colpito 21 barche e ucciso almeno 87 persone.

Le accuse trumpiane non sono state suffragate da alcuna prova, suscitando le proteste dei paesi della regione, in primis della Colombia. Gli esperti di diritto internazionale concordano, inoltre, nel definire illegali queste azioni ed extragiudiziali le uccisioni. Il Congresso Usa ne sa discutendo, tra accuse e polemiche. Egualmente illegale – si sostiene – è decretare il blocco dei cieli venezuelani.

All’interno del Venezuela, l’attivismo trumpiano è sostenuto da Maria Corina Machado, che il prossimo 10 dicembre, a Oslo, riceverà il premio Nobel per la pace. La pasionaria anti-Maduro, personaggio molto controverso per comportamenti e affermazioni, è un’accesa sostenitrice del presidente Trump. A tal punto che, recentemente, senza alcuna prova ha sostenuto che il presidente venezuelano avrebbe truccato le elezioni in vari paesi, compresi gli Stati Uniti. La Machado è anche un’accesa sostenitrice del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del Likud.

La portaerei Gerald R. Ford è nel Mar dei Caraibi a sostegno dell’azione di Donald Trump (nel riquadro) contro i cartelli della droga e contro il Venezuela di Maduro,
accusato (senza prove) di sostenerli. (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Ridge Leoni/Released)

L’obiettivo manifesto di Trump è far cadere il presidente Maduro, che lo scorso anno è stato rieletto dopo votazioni molto contestate. L’obiettivo non dichiarato è, probabilmente, quello di mettere le mani sulle ingenti risorse dello Stato latinoamericano. Il Venezuela è il primo paese al mondo per riserve provate di petrolio, precedendo l’Arabia Saudita. Oltre agli idrocarburi ci sono, inoltre, bauxite (alluminio), ferro (acciaio), oro e diamanti. Nonostante queste ricchezze, da molti anni il Paese si dibatte in una pesante crisi economica e sociale, che – tra l’altro – ha spinto a fuggire all’estero quasi otto milioni di venezuelani, dei quali 770mila negli Stati Uniti.

Su questo punto, va notato che, nonostante il blocco dei cieli, la Casa Bianca non ha fermato il piano di rimpatrio degli immigrati venezuelani. Ad oggi, sono stati effettuati 76 voli (gli ultimi due mercoledì 3 dicembre) che hanno riportato nel paese latinoamericano 13.956 persone.

La situazione rimane fluida per la consueta politica del bastone e della carota di Trump, come dimostra la telefonata intercorsa tra i due presidenti in un giorno di fine novembre. Rispetto alla quale Nicolás Maduro ha dichiarato, tra l’altro: «Mi piacciono la prudenza, il rispetto e, con il favore di Dio e del nostro Comandante dei Comandanti, Nostro Signore Gesù Cristo, tutto andrà per il meglio per la pace, l’indipendenza, la dignità e il futuro del Venezuela. Amen, amen, nei secoli dei secoli!» (Correo del Orinoco, 4 dicembre 2025).

Di certo, le mosse di Trump per provocare un cambio di regime in Venezuela non sono dettate da motivi umanitari. Al contrario, sono l’ennesima fotografia di questo periodo storico in cui il diritto internazionale viene irriso e calpestato. Come sta accadendo con la Russia in Ucraina e Israele in Palestina.  

Paolo Moiola




Venezuela e Stati Uniti agli sgoccioli

Nelle ultime settimane, la marina militare degli Stati Uniti ha silurato e affondato quattro pescherecci venezuelani con un conto di 21 vittime civili, etichettate da Washington come «narcoterroristi» che, secondo la versione statunitense, stavano trasportando carichi di droga verso il Nord America.

Il bombardamento, che rientra nella dichiarata guerra statunitense ai cartelli del narcotraffico, è avvenuto nelle acque internazionali di fronte al Venezuela, dove, a partire da fine agosto, gli Stati Uniti hanno lanciato un’ampia operazione militare con il dispiegamento di tre cacciatorpediniere dotati di missilistica, aerei militari e sommergibili.

Questa azione verso dei civili di cui non è stato appurata la collusione con il narcotraffico ha portato a un’escalation senza precedenza della storica e continua ostilità tra Stati Uniti e Venezuela. Il presidente Nicolas Maduro si sente minacciato dall’affollamento militare delle acque davanti alle coste del suo paese e ha dichiarato che se Washington attaccherà, allora il Paese del petrolio risponderà. Nel frattempo, ha rafforzato i controlli alle frontiere e mobilitato oltre quattro milioni di membri della Milizia nazionale.

Lotta al narcotraffico o a Maduro?

Dietro infatti al dispiegamento del contingente militare statunitense nel mar dei Caraibi si nasconderebbe l’ipotesi che, oltre alla guerra al narcotraffico, Trump punti a colpire il Venezuela per generare un cambio politico, attraverso la cattura di Maduro che considera il «più grande narcotrafficante del mondo», e su la cui testa ha emesso una taglia da 50milioni di dollari.

Da parte sua, Caracas ha dichiarato che l’intento del governo di Trump sarebbe quello di eliminare l’attuale presidente per creare un governo fantoccio, facilmente manovrabile, che permettesse agli Stati Uniti di accedere alle risorse naturali del Venezuela.

Maduro è inviso a buona parte della popolazione e anche della comunità internazionale, che lo accusano di brogli elettorali, corruzione e isolamento politico, e, di fatto, avrebbe portato il paese al collasso economico. Nonostante ciò, l’offensiva degli Stati Uniti è stata vista con grande preoccupazione da esperti di diritti umani e da 62 Ong, tra cui Oxfam e Human rights first. Queste, martedì 8 ottobre, hanno inviato una lettera aperta al Congresso degli Stati Uniti, per fermare la campagna militare di Trump nel mare dei Caraibi che potrebbe innescare una guerra senza precedenza in Venezuela o in tutta la regione.

Il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha condannato l’attacco missilistico definendolo un vero e proprio «assassinio» e ricordando che la guerra al narcotraffico dovrebbe basarsi sull’arresto e non sull’uccisione di chi trasporta i carichi di droga. Ha inoltre sottolineato come non sia la cupola del narcotraffico a occuparsi del trasporto, ma persone giovani in condizione di grave povertà che accettano di fare i corrieri per pochi soldi. Per questo motivo, ha spiegato Petro, un attacco militare in mare non rappresenta un valido strumento per smantellare un cartello e tanto meno il narcotraffico.

A fare eco al presidente colombiano è Clacso, il Consiglio latinoamericano di scienze sociali, che ha espresso la sua profonda preoccupazione per un’offensiva in acque internazionali contro navi che non rappresentano una minaccia diretta per gli Stati Uniti. Il Consiglio ha dichiarato: «Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione di fronte alle azioni militari del governo degli Stati Uniti nelle acque dei Caraibi, che dimostrano la chiara intenzione di ottenere una posizione geopolitica per il controllo delle risorse strategiche della regione dei Caraibi e dell’America Latina».

Uccidere civili in mare (o in terra) è un atto criminale.

L’offensiva navale statunitense crea un precedente importante nella storia alla lotta contro i cartelli del narcotraffico e solleva molti dubbi legali.

In primo luogo, secondo la convezione Onu sul diritto del mare, non è consentito attaccare una barca in acque internazionali, a meno che lo scontro non sia iniziato in acque territoriali di un paese e si sia poi spostato al largo.

In secondo luogo, anche se le persone a bordo fossero state – dato non appurato – coinvolte nel traffico di droga, l’uso della forza letale non è giustificabile perché esse non hanno attaccato e quindi non rappresentavano un pericolo immediato per i militari statunitensi, per cui non sussiste l’attenuante della legittima difesa. Uccidere dei civili senza provare la loro collusione con il crimine organizzato è una vera e proprio esecuzione extragiudiziale, ma anche se fossero stati collusi, si tratterebbe comunque di un uso eccessivo e non proporzionato della forza.

Per agire nel rispetto del diritto, gli Stati Uniti avrebbero dovuto aspettare che le barche entrassero nelle acque di propria giurisdizione e a quel punto avrebbero potuto intervenire senza ricorrere a misure letali.

Il Nobel che piace a Trump

Nella giornata di oggi, 10 ottobre, è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione in Venezuela, con la seguente motivazione: «Per il suo instancabile lavoro a favore dei diritti democratici del popolo venezuelano e per la sua lotta per una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia».
Machado, figura molto amata da una parte significativa della popolazione venezuelana, si è battuta per libere elezioni e ha denunciato in più occasioni le violazioni dei diritti umani e la repressione del dissenso da parte del Governo bolivariano che l’ha colpita personalmente. È’ stata infatti esclusa dalle elezioni e durante un comizio proprio dopo le votazioni del 2025 è stata fermata e brevemente detenuta. Da allora vive in luogo segreto fuori dal paese.
Sostenuta dagli Stati Uniti, che attraverso la voce di Marco Rubio l’hanno definita «la dama d’acciaio del Venezuela», la decisione di assegnare a María Corina Machado il Nobel in questo momento assume un forte valore simbolico. Allo stesso tempo, però, potrebbe contribuire a influenzare l’opinione pubblica internazionale e legittimare un eventuale intervento armato degli Stati Uniti in Venezuela che con la scusa di instaurare un governo «democratico», di fatto imporrebbe una sua ingerenza nella politica venezuelana, giustificando anche la violazione dei diritti umani che si sta già verificando nel Mar dei Caraibi.

Simona Carnino




Venezuela. Maduro succede a Maduro

 

Il presidente del Venezuela è Nicolás Maduro. Di nuovo, per la terza volta e da quasi 12 anni, senza soluzione di continuità, è alla guida del Paese a partire dal 9 aprile del 2013. Venerdì 10 gennaio a Caracas, c’è stata la cerimonia di investitura del vecchio-nuovo presidente in un clima di grande isolamento da parte della comunità internazionale, che in buona parte non ha riconosciuto il risultato elettorale del 28 luglio scorso a causa delle denunce di brogli mosse contro il leader chavista, o più correttamente «madurista».

Nonostante Maduro abbia pronunciato le seguenti parole: «Delegati di 125 paesi, giuro, di fronte al popolo del Venezuela, che adempirò a tutti gli obblighi dello Stato», alla cerimonia erano presenti pochi diplomatici e ancora meno capi di Stato. Ad accompagnarlo nel suo terzo giuramento, c’erano solamente il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega e Miguel Díaz-Canel presidente di Cuba, oltre ai delegati di pochi altri Paesi, tra cui Cina, Russia e India alleanze chiave per il Venezuela.
Nessun altro capo di Stato è arrivato dall’America Latina, né da Paesi con leader di destra, come l’Argentina o Costa Rica – le cui delegazioni diplomatiche erano già state espulse lo scorso anno da Maduro – né di sinistra. Queste assenze, a cui si aggiungono quelle ovvie e politicamente significative di Stati Uniti, Canada e dell’Unione europea, dimostrano l’isolamento internazionale a cui Maduro sta costringendo il Venezuela e la crisi di legittimità che circonda la sua figura.

Secondo il suo avversario alla presidenza, Edmundo González Urrutia, e la leader della coalizione di opposizione Mesa de la Unidad Democratica, Marina Corina Machado, in Venezuela si sarebbe consumato un colpo di Stato. «Maduro si è autoproclamato dittatore», ha dichiarato González, per il quale il leader del madurismo non avrebbe affatto vinto le elezioni.
Secondo un conteggio realizzato partito di opposizione e avvallato da vari analisti indipendenti, il voto del 28 luglio scorso avrebbe dato come risultato la vittoria di González con il 67% contro il 30% di Maduro. Tuttavia, il Consiglio nazionale elettorale, istituzione teoricamente indipendente ma controllata dal potere in carica, avrebbe dichiarato una vittoria piuttosto netta del leader madurista con il 51,20% contro il 44,2% di González. Anche l’osservatorio internazionale e indipendente Carter Center ha dichiarato che le elezioni elettorali non si sono adeguate a standard di integralità e non possono essere considerate democratiche. Maduro, nonostante le richieste internazionali, non ha mai presentato gli atti elettorali che avrebbero potuto confermare la regolarità del voto. Di fronte a questo rifiuto, L’Unione europea ha comunicato di non riconoscere il risultato elettorale.

I due presidenti
Negli ultimi mesi, Edmundo González Urrutia, in esilio politico in Spagna, sotto mandato di arresto in Venezuela per falsificazione e altri presunti reati da parte del governo, è stato riconosciuto come legittimo presidente da numerosi stati, tra cui Canada, Panama, Argentina, Stati Uniti ed Ecuador. González non era presente nel paese al momento dell’investitura di Maduro, nonostante avesse dichiarato non solo sarebbe ritornato in Venezuela ma avrebbe assunto il ruolo di presidente in quella stessa giornata, secondo la volontà popolare dimostrata dagli unici atti elettorali pubblici e disponibili. Tuttavia, il mandato di arresto nei suoi confronti e il massiccio dispiegamento militare di Caracas non ha reso possibile un suo ritorno in sicurezza.

L’arresto di Machado
Il giorno precedente al giuramento di Maduro, Marina Corina Machado ha fatto la sua prima apparizione pubblica dopo mesi di assenza, partecipando alla manifestazione di piazza a Caracas contro il chavismo. Proprio al termine di un comizio, la leader dell’opposizione sarebbe stata detenuta dalle autorità e liberata nelle ore successive. Sebbene le dinamiche siano ancora da verificare il Governo neghi la detenzione, Machado ha assicurato di essere stata assalita alle spalle, strattonata e fatta scendere dalla moto su cui si stava spostando verso un altro punto della città. Il giorno successivo ha dichiarato alla Cnn di essere stata trasportata a un centro de detenzione di Caracas, dove avrebbe registrato un video per confermare la sua identità e assicurare di essere viva.
«Mi sarebbe successa la stessa cosa di Machando se fossi tornato», ha dichiarato González sul Clarín, quotidiano argentino, tuttavia ha confermato che, sebbene non nell’immediato, si sta preparando a un ritorno per mettere fine a quella che chiama «tragedia» del Venezuela, riferendosi al governo di Maduro.

Intanto, gli Stati Uniti hanno aumentato le sanzioni contro il Paese e portano a 25 milioni di dollari la taglia, sul leader del Venezuela – inizialmente di 15 milioni – per crimini legati al narcotraffico, accuse che il Governo di Maduro ha sempre respinto.
In Venezuela in queste ore la situazione è sempre più tesa. Secondo la Ong Foro Penal, come riportato anche dal quotidiano spagnolo El Pais, dal primo all’11 gennaio, sono 75 le persone incarcerate per opposizione politica al regime di Maduro. Il numero totale dei prigionieri politici al 9 gennaio ammonterebbe a 1.697. Tra di loro ci sarebbe anche il genero di Edmundo González.

Simona Carnino




Venezuela. Per Maduro è già Natale

La trasmissione si chiama Con Maduro+ e viene trasmessa tutti i lunedì alle cinque del pomeriggio. Il conduttore è lo stesso Nicolás Maduro, il controverso presidente del Venezuela.

Nella puntata dello scorso 2 settembre Maduro ha fatto un annuncio importante (ma non sorprendente per il personaggio): l’anticipo del Natale 2024 al primo di ottobre. Non è la prima volta che Maduro gioca la carta dell’anticipo delle festività del Natale. Lo aveva fatto anche nel 2020 anticipandole al 15 ottobre e nel 2021, al 4 ottobre.

La mossa ha una doppia valenza: politica (ingraziarsi la popolazione) ed economica (dare una scossa al sistema). Nelle settimane che precedono il Natale, il governo venezuelano è, infatti, solito aumentare aiuti e bonus, ai dipendenti statali attraverso il cosiddetto «aguinaldo» (una sorta di tredicesima), ai più poveri tramite le «cajas Clap», le scatole di alimenti essenziali.

L’annuncio sul Natale è stato dato poche ore dopo un altro, quello del mandato di cattura per Edmundo González Urrutia, il candidato dell’opposizione nelle elezioni dello scorso 28 luglio.

Secondo il Consiglio elettorale nazionale (Cne), le elezioni sarebbero state vinte da Maduro, mentre secondo l’opposizione e gran parte della comunità internazionale il vincitore (con ben il 67 per cento dei voti) è Edmundo González. Questi, lo scorso 7 settembre, ha lasciato il Paese latinoamericano e chiesto asilo politico in Spagna.

«Particolarmente preoccupante – ha scritto in uno dei suoi messaggi la Conferenza episcopale venezuelana (Cev) – è la persecuzione a cui sono sottoposti i rappresentanti dei seggi elettorali, comunicatori sociali, il candidato più votato e leader dell’opposizione, in palese contraddizione con i principi di pluralismo politico e di indipendenza dei poteri pubblici garantiti dalla Costituzione e dalle leggi della Repubblica».

Nelle settimane successive alle elezioni il governo ha represso con forza le proteste mettendo in carcere almeno duemila persone, tra cui anche molti minori. Le aspettative sono diventate più cupe con la nomina, lo scorso 27 agosto, di Diosdado Cabello Rondón, politico potente e temuto, a ministro dell’Interno (della Giustizia e della Pace, secondo la denominazione completa).

Il suo operato è iniziato con la scoperta di un presunto complotto straniero per assassinare Maduro e rovesciare il regime. L’operazione ha comportato l’arresto – lo scorso 14 settembre – di sei persone: tre statunitensi, due spagnoli e un ceco. Il ministro venezuelano ha accusato i servizi segreti degli Stati Uniti (la Cia) e della Spagna (il Cni).

È in questo clima avvelenato che Maduro ha anticipato il Natale: «È arrivato per tutti e tutte con pace, felicità e sicurezza», ha detto il presidente. I suoi (tanti) oppositori hanno risposto con amara ironia: «Por una Navidad sin Maduro». Al momento, un Natale senza Maduro sembra, però, nulla più che una mera speranza.

Paolo Moiola




Venezuela. Una distrazione chiamata Esequibo

L’oggetto del contendere si chiama Esequibo. È un territorio di 159mila chilometri quadrati ricchi di risorse naturali e forestali. Scarsamente abitato (125mila persone), ospita vari gruppi indigeni: Sarao, Arawako, Kariña, Patamuná, Arekuna, Akawaio, Wapishana, Makushi, Wai Wai e Warao. Costituisce due terzi della superficie della Guyana, paese che è stato una colonia britannica fino al 1966. Il Venezuela reclama l’Esequibo come proprio e per questo ha indetto un referendum consultivo per il prossimo 3 dicembre.

Un’immagine dell’Esequibo (oggi appartenente alla Guyana), grande territorio con risorse naturali (sopra e sotto), abitato da popoli indigeni. Il Venezuela lo reclama come proprio. Giusta rivendicazione o furba distrazione? (Immagine da cuatrof.net)

Quella dell’Esequibo è una disputa vecchia di quasi due secoli. Tuttavia, la sua recrudescenza proprio in questo periodo di grave crisi – economica, sociale, politica – per il paese venezuelano induce a ritenere che la questione sia utilizzata dal governo di Nicolás Maduro come «arma di distrazione di massa». Anche se gli ultimi eventi hanno aperto – o parevano aver aperto – piccoli ma significativi squarci di ottimismo nella complicata vicenda venezuelana.

Nicolás Maduro conduce un proprio programma – «Con Maduro+» – sulla televisione statale. (foto Prensa presidencial – Correo del Orinoco)

Infatti, lo scorso 17 ottobre, a Barbados e sotto gli auspici della Norvegia, governo di Caracas e opposizione hanno raggiunto un accordo sul percorso per garantire che le elezioni presidenziali del 2024 siano libere e democratiche. In risposta a questo passo, l’amministrazione Biden ha immediatamente allentato le sanzioni sul settore petrolifero venezuelano autorizzando il paese, membro dell’Opec, a produrre ed esportare petrolio nei mercati prescelti per i prossimi sei mesi e senza limitazioni. Una potenziale, enorme boccata d’ossigeno per le esangui casse pubbliche di Caracas.

Il 22 ottobre si sono poi tenute le primarie dell’opposizione, alle quali – secondo i dati degli organizzatori – avrebbero partecipato 2,5 milioni di venezuelani. Ne è risultata vincitrice la dama de hierro (la signora di ferro) Maria Corina Machado (56 anni, tre figli, ex deputata di destra, ingegnere) con quasi il 93 per cento dei voti.

Maria Corina Machado, vincitrice delle primarie dell’opposizione tenute lo scorso 22 ottobre. (Foto da diarioelregionaldelzulia.com)

Le cose si sono però subito complicate: prima con la conferma di una sentenza di inabilitazione per la Machado a ricoprire cariche pubbliche per 15 anni e la conseguente esclusione dalle elezioni del 2024 e poi (il 30 ottobre) con la sospensione del risultato delle primarie da parte del Supremo tribunale del Venezuela per violazioni elettorali, crimini finanziari e cospirazione. In questo quadro generale già confuso, è arrivata la deflagrazione della contesa con la Guyana per l’Esequibo.

I media venezuelani stanno dando molto rilievo alla questione Esequibo.

Come avviene per quasi tutte le questioni internazionali in questa difficile epoca storica, anche in Venezuela le situazioni paiono cristallizzate. Lo confermano anche le risposte ricevute da alcuni nostri interlocutori di Caracas, vicini al governo Maduro: «La vicenda della Guyana – ci hanno spiegato – è molto semplice: il territorio è nostro, però gli Occidentali se lo vogliono rubare (come hanno fatto in tutta la storia degli ultimi 600 anni). Le primarie dell’opposizione sono state annullate per un sacco di dati falsi. È realmente triste che questa gente sia tanto disonesta. Infine, con riferimento a Maria Corina Machado non può essere candidata alle elezioni presidenziali semplicemente perché è stata inabilitata a rivestire cariche pubbliche da una precedente sentenza».

Paolo Moiola