Padre Jean Tuluba, missionario della Consolata, risponde alle nostre domande. Ci guida nel Paese dove la generazione Z continua a chiedere cambiamenti e soluzioni ai vecchi problemi dell’isola.
«Dopo alcuni mesi dal cambio di regime, nulla è cambiato rispetto al governo precedente: i giovani della Generazione Z che osano manifestare subiscono una dura repressione e alcuni addirittura spariscono. Oggi si parla di quattro giovani manifestanti arrestati e di due scomparsi». Così padre Jean Tuluba, missionario della Consolata congolese che lavora in Madagascar, riassume la situazione non rosea del Paese ad aprile, mentre scriviamo. I giovani della cosiddetta «Gen Z» – nati, cioè, dopo il 2000 – avevano avuto un ruolo chiave nel movimento di protesta che, fra settembre e ottobre 2025, aveva riempito le piazze malgasce@. Gridando «Leo délestage» («Basta blackout») e «Miala Rajoelina» («Vattene Rajoelina», cioè il presidente Andry Rajoelina), i manifestanti chiedevano la fine di disservizi come le continue interruzioni di corrente elettrica e la mancanza di acqua che, oltre a creare ovvi disagi, erano il simbolo dell’incapacità della classe dirigente di affrontare e ridurre le profonde ingiustizie sociali nel Paese.
L’ondata di proteste autunnali, spiega padre Jean, aveva interessato soprattutto le grandi città, in particolare Antananarivo, Antsirabe, Fianarantsoa, Toamasina, Tulear, Diego Suarez. C’erano stati diversi episodi di violenza contro i manifestanti da parte delle forze dell’ordine e almeno ventidue persone erano state uccise. «Era stato in questo contesto che una parte dell’esercito, responsabile di tutta la logistica militare del Paese e guidata dal colonnello Michaël Randrianirina, si era rifiutata di reprimere i manifestanti e si era unita a loro contro la parte di forze armate rimaste fedeli al presidente Rajoelina». Randrianirina ha preso il potere dopo la fuga di Rajoelina, promettendo di migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma ha deluso le aspettative molto presto e i giovani ora si sentono traditi. I ragazzi, riportava France24 lo scorso aprile, vedono nella repressione e negli arresti arbitrari «un segno che è il momento di tornare in strada»@.
A peggiorare la situazione è arrivata ora la guerra in Iran: un’ulteriore dimostrazione – commenta padre Tuluba – che il mondo di oggi è interconnesso, come affermava già papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.
La conseguenza più visibile e tangibile della guerra è la carenza di carburante nelle stazioni di servizio. «Bisogna fare lunghe code e aspettare molto tempo, per poi ottenere una quantità minima di benzina». Questo alimenta la crisi politica e sociale, poiché molti cittadini che gestiscono piccole attività commerciali utilizzano generatori elettrici alimentati con il carburante, visto che l’infrastruttura, al momento, non è in grado di garantire una fornitura costante di elettricità. «Quindi, la logica è chiara: niente carburante, niente elettricità stabile, niente sviluppo per le piccole e grandi attività di produzione, niente commercio, niente mezzi per sopravvivere. Così la tensione sociale aumenta e c’è un nuovo rischio di implosione».
La crisi climatica
A questo si aggiunge che il Madagascar è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Gli ultimi due cicloni, Fytia e Gezani, ne sono un esempio concreto, in particolare dopo la devastazione, lo scorso 10 febbraio, della città portuale di Toamasina, distrutta all’80%. Continua il missionario: «Diciottomila abitazioni distrutte, 36 morti e molti feriti, 424mila sfollati (altre fonti dicono 60 morti e oltre mezzo milione di sfollati, ndr), strade e rete elettrica danneggiate, raccolti perduti.
Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza e ha stimato i costi di ricostruzione in oltre 2 miliardi di dollari americani». Questo disastro ha un impatto considerevole sull’economia nazionale, sottolinea padre Jean, dato che la città di Toamasina ospita il principale porto del Paese.
Anche molte altre regioni subiscono gli effetti del cambiamento climatico. In quelle meridionali ci sono zone semi desertiche dove piove troppo poco. Lì, la popolazione, che sopravvive quasi esclusivamente grazie all’agricoltura, non può produrre nulla senza acqua. In queste condizioni la fame raggiunge livelli molto elevati. «Nella nostra regione (la missione di Beandrarezona è nel Nord dell’isola, a oltre 1.100 metri di altitudine, ndr) non ci sono cicloni – spiga padre Jean -, perché siamo lontani dalle coste e in una zona molto montuosa. Quando c’è un ciclone, ne subiamo solo gli effetti a distanza: molta acqua ovunque a causa delle piogge lunghe e intense».
Un lavoro importante, nota padre Jean, sarebbe la sensibilizzazione della popolazione riguardo all’impatto del cambiamento climatico sulla vita delle persone, ma questa sensibilizzazione è ancora troppo scarsa.
«Le poche foreste rimaste vengono devastate ogni giorno dal taglio degli alberi per produrre legna da ardere e carbone per cucinare. Gli alberi non vengono sostituiti e questo fa presagire gravi conseguenze in un futuro non troppo lontano.
La sola sensibilizzazione, comunque, non è sufficiente, deve essere accompagnata da politiche pubbliche e sociali che aiutino la popolazione a provvedere ai propri bisogni senza distruggere l’ecosistema».
La crisi politica e sociale, secondo l’analisi che emerge dai messaggi del 2024 e 2025 della Conferenza episcopale del Madagascar, è dovuta a diversi fattori, fra i quali la corruzione generalizzata, le diseguaglianze, la mancanza di ascolto e di rappresentanza politica (che crea un deficit di fiducia), i problemi strutturali irrisolti, la violenza, l’instabilità e la mancanza di sicurezza@.
Il tasso di disoccupazione per le persone fra i 15 e i 24 anni è intorno al 5%, ma a pesare è soprattutto l’elevata proporzione di lavoro informale, che rappresenta il 94% del totale. «I giovani studiano, ma poi non trovano opportunità per servire la loro nazione, non esiste una politica orientata all’inserimento e all’occupazione giovanile. Anche questo genera nei ragazzi molta frustrazione e il desiderio di far sentire la propria voce a modo loro, come si è visto alla fine dello scorso anno».
La storia della presenza dei missionari della Consolata in Madagascar, racconta padre Jean, «è un lungo percorso, che ha inizio con l’arrivo sull’isola di padre Antonio Noè Cereda, missionario della Consolata. Egli, dopo aver lavorato nella Repubblica democratica del Congo e in Italia come responsabile dell’Emi (Editrice missionaria italiana), alla fine del 1999 si è trasferito in Madagascar. Qui ha trascorso quasi 20 anni collaborando con le Suore discepole del Sacro Cuore, basate a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja, e ad Antananarivo, la capitale».
L’idea di una possibile presenza Imc sull’isola è nata nel 2010, durante la vista dell’allora vice-superiore generale padre Stefano Camerlengo@ ed è diventa concreta con l’apertura ufficiale nel 2018 e l’arrivo, il 13 marzo 2019, dei primi tre missionari: padre Jean Tuluba, padre Kizito Mukalazi dell’Uganda e padre Jared Makori Mayaka del Kenya.
«Ma perché proprio il Madagascar? – si domanda padre Jean -. Per rispondere alla triplice motivazione dei missionari della Consolata. In primo luogo, essere fedeli alla propria identità di missionari ad gentes: nel Paese, i cattolici rappresentano il 28,5% della popolazione e solo il 3% nella nostra missione. In secondo luogo, per lavorare in un Paese che è un ponte tra l’Africa e l’Asia, con una parte della popolazione di origine africana e l’altra di origine austronesiana», cioè diffusa nella zona fra l’Oceania, l’Asia sudorientale e, appunto, il Madagascar@. «In terzo luogo, è un’occasione per i missionari africani di realizzare una missione africana in uno spazio culturalmente speciale e diverso».
Sono due le grandi priorità dell’Imc in Madagascar, continua padre Tuluba: l’annuncio esplicito del Vangelo e la promozione umana. Una delle prime opere realizzate è stata la scuola secondaria Notre dame de la Consolata, che ha aperto nel settembre 2024 e che accoglie gli studenti delle ultime tre classi della scuola secondaria, per un totale, oggi, di 34 studenti. «La scuola è per noi uno strumento fondamentale di evangelizzazione e formazione dei giovani in un mondo in continua evoluzione. Oltre alle materie previste dal programma scolastico nazionale, offriamo loro anche corsi sulle nuove tecnologie, con attrezzature moderne per l’apprendimento dell’informatica e delle lingue straniere, senza dimenticare la catechesi, per chi lo desidera». Per gli studenti i cui genitori non riescono a pagare la retta, è prevista la copertura parziale delle spese.
Alla scuola si affiancherà anche un progetto di sostegno alle donne e alle ragazze madri che i missionari intendono avviare a breve. Si tratterà di corsi professionali come sartoria, pasticceria e ristorazione «per aiutarle, attraverso piccole attività commerciali, a raggiungere l’autonomia economica e contribuire così al rafforzamento delle loro economie domestiche, che al momento sono troppo fragili».
Gli obiettivi di sviluppo a lungo termine che i missionari si sono dati sono quelli di formare i giovani e di ridurre la vulnerabilità delle ragazze e delle donne del villaggio. «Molte adolescenti non completano gli studi secondari perché rimangono incinte molto presto e diventano madri prima di raggiungere la maggiore età». A collaborare con i missionari ci sono gli insegnanti, i genitori, le autorità locali, i privati e l’associazione svizzera Boky Mamiko, che visita la missione ogni anno e si fa carico delle spese scolastiche di una parte delle studentesse.
Alcune ragazze vivono in convitto presso il convento delle suore che collaborano con i missionari. C’è una richiesta pressante da parte dei genitori che chiedono un convitto anche per i ragazzi, dato che nelle loro case non c’è un ambiente che favorisca la concentrazione e lo studio. I missionari stanno, dunque, valutando di elaborare un progetto che includa la costruzione di un convitto anche per loro.
A livello sanitario, l’insufficienza dei servizi ha generato un’altra richiesta da parte della popolazione: la costruzione di una piccola clinica locale per consentire l’accesso a cure sanitarie di qualità alle popolazioni di Beandrarezona e dei villaggi circostanti. «Già ora, la nostra auto, l’unica sul territorio, viene spesso utilizzata come ambulanza per trasportare malati di ogni tipo nella vicina città di Bealanana, a 18 chilometri, affinché ricevano un minimo di cure». A Beandrarezona c’è un centro sanitario di base non attrezzato e quasi abbandonato, che non consente di fornire assistenza adeguata ai pazienti che vi si recano. «Avere un dispensario ben attrezzato entro i prossimi cinque anni darebbe grande sollievo alle nostre popolazioni.
Per realizzare questi diversi sogni, contiamo sempre sul sostegno dei nostri vari collaboratori e su tutte le persone di buona volontà, che hanno nel cuore la nostra stessa preoccupazione di aiutare i fratelli e le sorelle di Beandrarezona e dintorni a vivere con dignità».
Dodici anni fa, un gruppo di missionari della Consolata iniziava l’avventura nel Paese africano. Oggi le missioni sono tre, e le difficoltà sono tante. Una popolazione sempre più povera, e uno Stato che offre sempre meno servizi. Il racconto di padre Fredy.
L’Angola è un grande paese in Africa centrale (vasto oltre quattro volte l’Italia). Dopo l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, ha vissuto una cruenta guerra civile lunga quasi trent’anni.
È uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa subsahariana (insieme alla Nigeria) ed è pure grande esportatore di diamanti. Ma è anche uno dei Paesi con il maggiore divario tra i pochi ricchissimi e il resto della popolazione povera. «Qui la ricchezza è scandalosamente elevata così come la povertà», ci dice padre Fredy Alberto Gómez Pérez, missionario della Consolata colombiano. Lo incontriamo quando è di passaggio nella casa madre dell’Istituto a Torino.
I missionari vi lavorano dall’agosto 2014 e contano oggi tre missioni. Padre Fredy è arrivato con il primo gruppo.
A Capalanga, nella diocesi di Viana, c’è la sede principale. Si trova nella grande periferia urbana di Luanda, la capitale, che conta oltre otto milioni di abitanti. Capalanga è anche stata la prima missione Imc in Angola.
C’è poi Funda, nella diocesi di Caxito, sempre nella periferia di Luanda. Le due distano una ventina di minuti.
La terza, invece, è una missione di tipo diverso. A Luacano, nella diocesi di Luena, a mille e trecento chilometri da Luanda, quasi alla frontiera con lo Zambia. È una missione tipicamente rurale. Si trova nella provincia Moxico, la più grande del Paese e senza sbocchi sul mare.
«Luacano è una missione antica, dell’epoca della colonia. Ma non ha avuto mai una permanenza fissa di sacerdoti; quindi, si configura ancora come una missione di prima evangelizzazione, su un territorio vastissimo». Continua padre Fredy (vedi Mc 06/2018).
Dopo un inizio veloce…
«La missione della Consolata in Angola all’inizio ha avuto un grande progresso, ovvero si è andati avanti rapidamente. Adesso siamo in un momento più statico. Oggi siamo sei missionari, due per ogni comunità, ma dovremmo essere almeno in nove. Questo è legato a una contingenza di carenza di personale». Spiega padre Fredy. Gli altri missionari presenti oggi sono i padri Dani Romero dal Venezuela, Douglas Ghetanda dal Kenya, Fernando Joaquim Chissano dal Mozambico, John Sebastian Kyara dal Tanzania e Jean Baptiste Kambale dalla Rd del Congo.
La presenza in Angola dell’Istituto missioni Consolata, è legata, a livello amministrativo interno, a quella, molto più antica (iniziata nel 1926), in Mozambico.
«Abbiamo recentemente pensato alle prospettive future, e deciso che occorrono tre elementi: più stabilità del personale, maggiore autosufficienza economica, e, inoltre, l’apertura di un seminario per giovani che vogliono diventare missionari della Consolata – continua padre Fredy, esprimendosi con un bel miscuglio di spagnolo, sua lingua madre, e portoghese, che parla in Angola -. Ci siamo detti che occorre ottenere i primi due risultati per poi passare al terzo. Di fatto, nella casa di Capalanga, c’è già la predisposizione per accogliere giovani in formazione, ma, appunto, occorrono più fondi».
Attualmente i giovani angolani motivati a seguire le orme di san Giuseppe Allamano, vanno a studiare a Nairobi, in Kenya, oppure a Maputo, in Mozambico.
Un altro progetto è quello di aprire la quarta missione: «Vogliamo iniziare una presenza a Luena, sede della diocesi, e capoluogo di provincia. Inoltre, sarebbe un punto intermedio e di appoggio alla missione di Luacano. C’è già la disponibilità di un terreno, ma, anche in questo caso, occorre avere personale e finanziamenti».
Corso di alfabetizzazione nella parrocchia di santo Agostinho
Diversità
Chiediamo a padre Fredy quali sono le maggiori sfide in Angola, e come i sei missionari della Consolata le stanno affrontando.
«Capalanga è una realtà tipicamente di grande periferia urbana. Il che vuol dire che ci vivono persone provenienti da tutte le province del Paese, un misto di etnie. Le sfide sono molto vicine al nostro carisma ad gentes. Nell’area della parrocchia abita una grande concentrazione di persone. Molte di esse sono in fase di evangelizzazione, altre sono battezzate, ma necessitano di molta formazione, poi c’è un terzo gruppo di cristiani più maturi e impegnati. Per fare un esempio, a Pasqua, abbiamo avuto quasi quattrocento battesimi, e possiamo contare oltre duemila catecumeni in tutta la parrocchia, tra adolescenti, giovani e adulti. Però abbiamo solo 220 catechisti, che sono pochi per questi numeri».
«Vai dal feticeiro»
Un’altra grande sfida della quale ci parla padre Fredy è una certa promiscuità religiosa: «Ci sono molte superstizioni anche per chi è cristiano. Un miscuglio di feticismo, divinazione, che continua ad attrarre molti, anche chi partecipa regolarmente alla messa. È qualcosa di misterioso che spaventa ma, al tempo stesso, attira. Quindi per risolvere i problemi che si presentano, ad esempio di salute, il ricorso al feticeiro (stregone, nda) è molto frequente, cosa che influenza molte dinamiche nella comunità».
Il sistema sanitario angolano non aiuta: «C’è un grosso problema che è il cattivo funzionamento dei servizi sanitari di base, che stanno peggiorando sempre più. Se vai all’ospedale, è facile che non ti prendano in cura. Poi c’è la mentalità della guarigione immediata una volta preso il rimedio, come se dovesse accadere per magia, appunto. Allora molti vanno nelle foreste dell’interno a cercare lo stregone».
Oggi in Angola si muore per malattie curabili come la malaria, il colera, la febbre tifoide. C’è anche un incremento di malattie che, fino a qualche tempo fa, non erano comuni, come il diabete, l’ipertensione, le emorragie cerebrali. Queste sono dovute a cattiva alimentazione, e poca attenzione medica ai problemi. «Sono molti anche i casi di depressione. Infine, sono molte le persone che preferiscono non sapere di essere malati, così non si curano», ci dice padre Fredy.
Campo scout a santo Agostinho nel 2024
La minaccia dei sogni
Un’altra questione legata a questo approccio magico alla salute è quella dei sogni. «Quando una persona sogna il vicino o un parente, pensa che sia un sortilegio. Che quella persona sia entrata nel sogno per fargli del male. Questo significa che ci troviamo a gestire problemi tra vicini nati a causa dei sogni. Alcuni arrivano a cercare di non dormire per non sognare, e così si ammalano.
Come missionari stiamo portando avanti la pastorale della salute. Intanto organizziamo formazioni di base, affinché le persone conoscano alcune cure e le principali norme di prevenzione. Poi abbiamo un minimo di farmacia essenziale nelle parrocchie. E, infine, ci sono infermieri e medici volontari che, periodicamente, ci aiutano a curare alcuni casi più semplici. Per i farmaci, ci hanno aiutato alcuni progetti di enti come Impegnarsi serve oppure la Fondazione Missioni Consolata ets».
Malnutrizione in aumento
Un altro aspetto alla base di molti problemi è quello alimentare. L’Angola ha un ampio territorio, in gran parte fertile, e potrebbe produrre cibo sufficiente per il fabbisogno della sua popolazione (circa 38 milioni di abitanti). Ma la terra è largamente sotto sfruttata. La promozione del lavoro agricolo è un approccio recente. Attualmente c’è una forte importazione di cibo (riso, grano, ecc.) da Paesi asiatici (Cina, Thailandia, Vietnam) e latinoamericani (Colombia, Argentina, Brasile). Ma, proprio per questo, e a causa dell’inflazione interna, i prezzi degli alimenti sono in costante aumento.
Padre Fredy ci riporta quello che ha visto con i suoi occhi: «Lo scorso anno, un sacco di 25 kg di riso costava, a seconda della qualità, tra i 9 e i 12mila kwanza (8,50-11 euro). Oggi è passato a costare 19-25mila (18-24 euro). Si consideri che il salario minimo è di 50mila kwanza al mese, che un funzionario guadagna fino tre volte tanto e che molte persone lavorano per cifre inferiori. La situazione dunque è molto grave e l’accesso al cibo sempre più difficile.
Nelle parrocchie facciamo una domenica di raccolta, che viene chiamata domenica del chilo. I parrocchiani sono chiamati a portare riso, pasta, zucchero o altro. Quanto raccolto viene consegnato alla Caritas, la quale lo distribuisce ai più bisognosi. Ovviamente è una goccia nel mare».
C’è poi un’attenzione particolare ai bambini, tramite la pastorale dell’infanzia. «Ci prendiamo cura dei bimbi fino ai sette anni e delle donne incinta. Tra loro ci sono molti casi di malnutrizione. Facciamo una serie di visite alle famiglie per capire chi è a rischio, e impostiamo un programma di recupero. Fornendo alimenti alla famiglia, succede che il paniere per il malnutrito viene usato da tutti i figli, per cui, se deve durare due settimane, in realtà dura tre giorni».
A Funda ci sono problematiche simili a quelle di Capalanga, anche se le condizioni sono talvolta peggiori, ci dice padre Fredy.
Volontari al lavoro per il centro di Santo Agostinho.
Un centro polifunzionale
Per attuare tutto questo, i missionari stanno realizzando un «centro parrocchiale» a Capalanga. Si tratta di un edificio a piano unico, composto da diverse stanze che servono come aule di formazione e catechesi, una cucina, un refettorio, un ambulatorio e un magazzino per farmaci di base.
«Le formazioni che vogliamo realizzare sono quelle sulla salute di base, già citate, ma anche formazioni tecniche come taglio e cucito, cucina, pasticceria e una sorta di educazione civica. Per l’ambulatorio ci sono diversi volontari che vengono ad aiutarci per dare alcune cure di base».
Il missionario ricorda che la fine della costruzione è prevista per giugno, ed è resa possibile anche al contributo dei benefattori della Fondazione Missioni Consolata ets.
Terra di frontiera
Anche nella terza missione, a Luacano, la situazione è molto sfidante. «È una missione che ha più di 60 anni. Durante la guerra civile è stato punto di passaggio di popolazioni in fuga. Si tratta di una comunità cattolica piccola su un territorio immenso. Le sfide sono grandi sia per l’evangelizzazione che per la crescita culturale. Sono popoli presenti in quel territorio da sempre, con una mentalità un po’ chiusa, e con poche possibilità economiche. Si dedicano alla pesca durante tre mesi all’anno (la stagione delle piogge, quando si inondano vaste zone di territorio, nda) o coltivano manioca».
Qui i missionari offrono formazione per diversificare l’economia, introdurre, ad esempio, la coltivazione di mais, grano, pomodori, legumi.
Sono inoltre state costruite quattro sale per la catechesi, la formazione e l’alfabetizzazione. C’è anche una piccola cappella di epoca coloniale che i missionari stanno tentando di rinnovare. I locali della missione, invece, sono ancora da costruire su un terreno già acquisito.
I missionari della Consolata in Angola oggi sono di sei diverse nazionalità, provengono da Africa e America Latina, e sono giovani. È un bel concentrato di energie, diversità e voglia di fare. Pronti a raccogliere le sfide che non mancano.
Marco Bello
Padre Jean Baptiste Kambale a Luacano.
Il declino del gigante
La società civile e la repressione del Governo
«Il clima sociale generale in Angola è in netto peggioramento», ci racconta padre Fredy Gomez Pérez, che vive e lavora nel Paese da dodici anni. L’anno scorso si sono celebrati i cinquant’anni di indipendenza, ma il Governo è sempre stato nella mani di un unico partito, il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla). Fino al 2017 ha «regnato» José Eduardo dos Santos, che ha poi indicato, come suo successore, il compagno di partito, João Lourenço, il quale è stato prontamente eletto. «Inizialmente c’erano molte aspettative sul nuovo presidente, ma dopo i primi mesi, la situazione si è rivelata perfino peggiore», continua il nostro interlocutore. Lourenço è stato poi rieletto per un secondo mandato nel 2022 ma, a detta di molti, le elezioni sono state truccate, in quanto il presidente uscente aveva un consenso bassissimo. Nel 2027 si profilano le prossime elezioni, per le quali gli osservatori danno l’esito scontato. Lourenço non potrebbe farsi rieleggere, in quanto i mandati sono ora limitati a due, ma certo l’Mpla avrà il suo candidato vincente.
Semplificando, l’esigua minoranza dei ricchi non ha problemi di educazione o salute. Manda i figli a studiare all’estero oppure nelle scuole internazionali di Luanda. Quando deve farsi curare, va in Sudafrica o in Europa. Ma i ricchi, sono anche quelli che governano, per cui non hanno molto interesse nel migliorare i servizi di base alla popolazione, che sono in costante peggioramento. Ne è un segnale l’epidemia di colera nel primo semestre 2025, che ha causato oltre cinquecento morti. Anche il livello qualitativo dell’alimentazione degli angolani sta scendendo, con aumento dei casi di malnutrizione.
La società civile angolana è sempre più cosciente e battagliera. Lo dimostrano le proteste del luglio 2025, causate dall’innalzamento del prezzo dei carburanti del 30% (per la progressiva rimozione di sovvenzioni statali), con il conseguente immediato aumento del prezzo dei trasporti pubblici. La repressione ha portato a 22 morti, centinaia di feriti e oltre mille arresti. Lo Stato, dal canto suo, sta diventando sempre più repressivo. All’inizio del marzo scorso, il presidente João Lourenço ha firmato una legge molto restrittiva nei confronti della società civile. «La legge garantisce al Governo vasti poteri per autorizzare, monitorare, sospendere e restringere i finanziamenti alle organizzazioni della società civile (come le Ong, ndr), sotto la vaga scusa di “minacce alla sicurezza”», scrive Human rights watch, Ong per la difesa dei diritti umani basata a New York. «Una legge che è l’ultimo esempio in tema di restrizioni dei diritti e delle libertà in Angola», continua l’Ong. Già nel 2024, infatti, il presidente aveva firmato una legge contro il vandalismo, che permette di infliggere pene molto pesanti ai manifestanti, di fatto criminalizzando i partecipanti a manifestazioni pacifiche. Come anche un’altra legge sulla sicurezza nazionale, che aumenta il potere delle forze di sicurezza nel controllo dei media. Gli esperti concordano sul fatto che la società civile angolana, negli ultimi 15 anni è cresciuta e si è rafforzata. Il malcontento dopo le elezioni «truccate» del 2022 e la crisi economica e alimentare sempre maggiore, la spingono a organizzarsi.
Ma.B.
President of Angola Joao Lourenco arrives ahead of US President Donald Trump arrival for the signing ceremony of a peace deal with the President of Rwanda Paul Kagame and the President of the Democratic Republic of the Congo Felix Tshisekedi at the United States Institute of Peace in Washington, DC, on December 4, 2025. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP)
Colombia. Una pace (poco) disarmata
In varie regioni colombiane diversi gruppi di narcoguerriglieri continuano a spadroneggiare. Mentre il processo di pacificazione, iniziato nel 2016, prosegue con lentezza, a maggio si terranno le elezioni presidenziali. Abbiamo chiesto a tre missionari e un vescovo che lavorano in loco di raccontarci la situazione.
L’attrattiva dei ribelli
di Angelo Casadei
Solano. Noi missionari della Consolata arrivammo qui, nella foresta amazzonica colombiana, nel lontano 1951, accompagnando le varie ondate della colonizzazione. Tra le più disastrose ci fu quella conosciuta come «bonanza», termine usato per indicare il boom della coltivazione della foglia di coca e la conseguente produzione di cocaina, che sarebbe presto divenuta la motivazione principale (quando non l’unica) della guerra.
Negli anni Settanta e Ottanta e fino agli anni Novanta, la guerriglia fu soprattutto quella dell’M19. In seguito, presero il sopravvento i ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (in sigla, Farc-Ep).
Nelle fila di questi gruppi entrarono anche molti giovani del nostro territorio: persone che erano state formate nelle nostre scuole e che spesso avevano partecipato alla vita delle parrocchie. Pur vedendo nel missionario una figura importante, interessata ad aiutare i contadini, all’educazione della gioventù e preoccupata per le persone più vulnerabili, questi giovani avevano toccato con mano il poco interesse dello Stato e la tremenda corruzione dei governanti, a livello centrale e locale. In questa situazione, i ribelli sono riusciti a governare il territorio tramite la forza, finanziandosi con il narcotraffico e le tangenti. Nel tempo, hanno preso in mano l’ordine pubblico con proprie norme per le quali la «giustizia» veniva imposta attraverso minacce, punizioni e anche condanne a morte.
Poi, finalmente, è arrivata la svolta. Dopo decenni di guerra civile, nel 2016, è stato firmato un accordo di pace tra le Farc e il Governo colombiano. Purtroppo, però, nelle nostre zone e in vari dipartimenti hanno iniziato a operare diversi gruppi dissidenti (vedi tabella), cioè tutti quei guerriglieri che non hanno accettato di deporre le armi.
Solano (foto Angelo Casadei)
Da sempre, qui tutti pagano una tassa (tangente) alla guerriglia. Oggi ci sono commercianti e contadini obbligati a pagarne due, essendo due i gruppi che si contendono il territorio. Lo scorso Natale il gruppo della dissidenza Iván Mordisco (fronte Carolina Ramírez, blocco Amazonas) ha impedito la circolazione nel fiume e nei vari affluenti (faccio notare che, per questo territorio, i fiumi sono l’equivalente delle strade) a causa di uno scontro con l’altro gruppo guerrigliero, il fronte Calarcá guidato da Alexander Díaz Mendoza.
Così, abbiamo vissuto il periodo natalizio tra due fuochi. Da una parte il fronte Carolina Ramírez obbligava a non muoversi perché il fronte oppositore non si confondesse con la popolazione, dall’altra il fronte Calarcá comunicava l’opposto («Potete muovervi senza problema»), accrescendo la paura e l’incertezza. Pure l’esercito regolare invitava a muoversi, sostenendo che la sua presenza era massiccia, senza però convincere la popolazione. Da esperienze precedenti, le persone sapevano che non si può proteggere a tappeto il percorso del fiume Orteguaza da Solano a Puerto Arango (Florencia) per una lunghezza di 180 chilometri.
Nonostante la situazione così complessa, nel corso degli anni sono stati portati avanti molti tentativi di pace, ma sempre con pochi risultati, anche perché vi sono troppi nodi irrisolti a livello storico, politico, sociale.
Come Chiesa locale del vicariato apostolico di Puerto Leguizamo Solano e della parrocchia di Solano (Caquetá), noi abbiamo sempre cercato di accompagnare la popolazione dell’Amazzonia colombiana in tutte le dimensioni, religiosa, sociale e anche politica.
In alcuni momenti siamo stati costretti a parlare e agire in modo forte per far rispettare i diritti della persona, in particolare il rispetto della vita.
Abbiamo avuto missionari e vescovi che hanno mediato con i gruppi armati e con l’esercito regolare per liberare persone sequestrate o condannate a morte.
Ancora oggi, la presenza del missionario è una garanzia per la popolazione locale e ciò indipendentemente dal credo o dall’ideologia.
Quando il missionario (o la missionaria) visita i villaggi, le persone chiedono sempre: «Padre, quando ritorni da noi? Torna presto. Non lasciarci soli». Solano, dove vivo, è un paesino di quattromila abitanti. Camminando per le sue vie, tutti ti salutano. Le persone si siedono fuori dalle case o sotto un albero, perché il sole tropicale scalda le lamiere che coprono i tetti delle abitazioni e all’interno il calore è insopportabile. A Solano c’è povertà, ma anche molta solidarietà. Per questo, nonostante tutti i problemi, io mi sento a casa.
Angelo Casadei
Comunità sotto assedio
di Luis Emilio Jiménez Chanci
Puerto Betania. La guerra fratricida che la Colombia sopporta da oltre 70 anni continua a colpire i territori di Caquetá e Putumayo, dove i missionari della Consolata rimangono un segno di consolazione e speranza per numerose comunità.
A nove anni dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato colombiano e le ex Farc-Ep, in vaste zone del Paese operano gruppi dissidenti. Questi non solo hanno resistito, ma si sono evoluti, espansi o frammentati. Fino alla fine del 2024, esistevano due strutture principali: lo Stato maggiore centrale (Emc), guidato da Néstor Gregorio Vera, alias Iván Mordisco, e composto da combattenti che non hanno mai firmato l’accordo; e la Segunda Marquetalia, guidata da Iván Márquez (ma con varie fratture interne). Questi gruppi armati hanno istituito tavoli di dialogo di pace con il governo di Gustavo Petro: lo Stato maggiore centrale (Emc), il 16 ottobre 2023 a Tibú, nel Nord di Santander; la Segunda Marquetalia, il 24 giugno 2024 a Caracas, in Venezuela.
Le divergenze tra i vertici dei ribelli in merito alla partecipazione ai processi di pace, insieme ai contrastanti interessi politici ed economici (controllo delle rotte del narcotraffico, attività mineraria illegale ed estorsione), hanno prodotto nuove frammentazioni.
Queste numerose e continue divisioni dimostrano che i processi di pace promossi dal Governo non solo generano opportunità di dialogo, ma anche fratture interne ai gruppi dissidenti.
Nell’aprile 2024, dallo Stato maggiore centrale (Emc) si è staccato lo Stato maggiore di blocchi e fronte (Embf), sotto la guida di Alexander Díaz, alias Calarcá Córdoba. Ciò ha portato a una guerra per il controllo del territorio, generando paura, ansia, abbandono, sfollamenti, desolazione e morte.
In diverse occasioni, le fazioni in lotta hanno imposto la chiusura di vie fluviali e terrestri, con gravi conseguenze economiche per le comunità più remote, già povere e impoverite.
Ad esempio, nel dicembre 2025, il gruppo guerrigliero sotto il comando di Iván Mordisco, ha realizzato uno sciopero armato (paro armado), impedendo il trasporto di cibo e gli spostamenti durante il Natale, un periodo di celebrazioni e riunioni familiari. Una decisione di questo tipo mette a rischio vite umane, sicurezza alimentare, dignità e onore delle persone.
A fronteggiare questa situazione, si sono trovati i missionari della Consolata presenti sul territorio e il vescovo Joaquín Humberto Pinzón Güiza (Imc). Questi ha diffuso un messaggio pastorale esortando tutti a «Sognare tempi di pace in Avvento». La sua voce profetica e la presenza confortante di tutti i missionari e degli agenti pastorali sono stati un segno eloquente che Dio cammina con il suo popolo nei momenti di dolore.
Il «grido della terra e dei poveri» continua a risuonare, affinché l’ascolto attento e la presenza attiva aiutino la speranza dell’Amazzonia a prevalere sul sangue delle vittime e sull’oscurità.
Luis Emilio Jiménez Chanci
3 febbraio 2026, incontro Gustavo Petro e Donal Trump (foto Presidencia de la República)
La Colombia e Donald Trump
di Gabriel Armando
Bogotà. La caduta di Nicolás Maduro per mano di Donald Trump ha dato origine a nuove narrazioni legate alla guerriglia, al narcotraffico e alle relazioni tra Stati Uniti e Colombia.
Alcuni hanno associato l’ex presidente venezuelano alla guerriglia colombiana (identificandolo come loro sponsor e protettore) e al narcotraffico (identificandolo come complice e facilitatore). In Colombia, si è accreditata l’idea che Maduro appartenesse al Cartel de los soles, una narrazione diffusa dagli Stati Uniti per giustificare la sua cattura (benché si ritenga che questa organizzazione in realtà non esista). Per molti colombiani, la caduta dell’ex presidente rappresenta un’opportunità nella lotta contro la guerriglia e il narcotraffico.
C’è poi la questione migratoria. Negli ultimi anni, la Colombia ha accolto un gran numero di migranti venezuelani. Molti colombiani hanno accettato questo fenomeno a causa della situazione in Venezuela. Ora, però, con la caduta e la cattura di Maduro, queste stesse persone ritengono che l’emigrazione venezuelana verso la Colombia non sia più giustificata. Ci sono stati persino colombiani che hanno invitato i migranti a tornare nel loro Paese, in nome dell’integrità e del benessere della Colombia e del suo popolo.
Ciò che è accaduto in Venezuela evoca inevitabilmente il passato degli Stati Uniti, in particolare la cosiddetta dottrina Monroe che reclama il dominio Usa sui Paesi dell’America Latina.
La reazione latinoamericana e colombiana a queste nuove pretese imperialiste è stata ambigua. Mentre alcuni le approvano e applaudono (soprattutto quelli di destra), altri le condannano e respingono con fermezza (soprattutto quelli di sinistra, incluso il presidente Gustavo Petro).
Per questa riedizione della dottrina Monroe e per l’azione militare in Venezuela, negli ultimi mesi del 2025 e a gennaio 2026, lo scontro verbale tra Colombia e Stati Uniti si era fatto particolarmente acceso con offese e minacce di Donald Trump a Petro.
Tuttavia, il 3 febbraio, i due presidenti si sono incontrati alla Casa Bianca e, a quanto pare, sono riusciti ad appianare i contrasti.
In Colombia, le tensioni tra i due leader avevano generato preoccupazione e disagio.
Gabriel Armando
Periferia di Bogotà (AfMC)
«Parece que no aprendemos…»
di Joaquín Humberto Pinzón
Puerto Leguízamo. «Sembra che non impariamo mai…» dice José, membro di una comunità indigena sulle rive del fiume Caquetá, riferendosi al momento che stiamo vivendo. Situazioni che parevano superate stanno tornando. Certamente, i processi delle nostre comunità e dei nostri popoli sono ciclici: situazioni dolorose che abbiamo già vissuto si ripetono in un eterno ritorno, con sfumature nuove e forse più complesse, situazioni che, per le loro conseguenze dannose sulla vita, avrebbero dovuto essere ormai superate. Invece, continuiamo ad assistere, con dolore, al conflitto, allo sfollamento e alla violazione della nostra casa comune. Purtroppo, la guerra civile pare diventata parte del nostro paesaggio.
Chi di noi ha vissuto nel territorio durante il conflitto armato, prima del processo di pace, ricorda molti eventi che gli hanno causato tristezza e dolore. Pertanto, l’atmosfera dell’alba degli accordi del governo con le Farc nel 2016 sembrava un sogno, come dice il salmo: «Allora la nostra bocca si riempì di sorriso e le nostre labbra di canti di gioia» (Salmo 126,2).
Siamo arrivati a credere di aver superato un capitolo che non si sarebbe mai più ripetuto e che fosse giunto il momento di voltare pagina, che quei momenti duri del conflitto armato non sarebbero più tornati. Eravamo convinti che tanti anni di guerra nel nostro territorio sarebbero rimasti solo un ricordo nei libri di storia.
Purtroppo, però, ciò che stiamo vivendo ora conferma la nostra affermazione iniziale: «Sembra che non impariamo mai». Eventi come minacce, violenza, morte e coercizione della popolazione si stanno ripetendo, come abbiamo sperimentato lo scorso dicembre durante lo sciopero armato. Tutto ciò ci porta a credere che siamo ben lontani dal superare il conflitto armato che ha causato tanto male in passato e ancora oggi continua a causarlo.
Gli effetti della guerra non risparmiano nemmeno la nostra casa comune, che consideriamo nostra madre e sorella. Come già aveva constatato il documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (Querida Amazonia) dell’ottobre 2019: «L’Amazzonia oggi è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e violenza. Gli attacchi contro la natura hanno conseguenze per la vita dei suoi popoli» (QA 10).
Vediamo questa triste realtà riflessa nel nostro contesto. La deforestazione per colture illecite continua senza sosta. Nel frattempo, l’aumento dell’attività mineraria nei fiumi riempie di inquinamento e morte corsi d’acqua che sono vitali per il territorio e la sua gente. La spinta all’estrazione mineraria non conosce né limiti né controlli e provoca impatti disastrosi sull’ambiente e, di conseguenza, sulle persone che vivono lungo i fiumi della foresta pluviale.
Con preoccupazione, osserviamo come ci stiamo allontanando sempre di più dal sogno ecologico proposto da papa Francesco nella Querida Amazonía: «Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente la travolgente bellezza naturale che la adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste» (QA 7).
Un’analisi del contesto globale di questi anni mette in luce la resilienza del territorio e della sua gente che, lungi dal cedere, continua a lottare per una vita buona e resiste con gesti di gentilezza per un futuro migliore.
È la stessa speranza che il Maestro di Galilea semina nei suoi discepoli quando propone loro la piccolezza e la grandezza del Regno, riflessa nella vitalità del seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra. Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce, anche se egli non sa come» (Marco 4,26-27).
Con fede e fiducia continuiamo a credere che la strada è coltivare la speranza. È seminare speranza per raccogliere vita abbondante per tutti.
Joaquín Humberto Pinzón
Gli autori
• Angelo Casadei, missionario della Consolata, da vent’anni in Colombia.
• Luis Emilio Jiménez Chanci, prete colombiano, postulante Imc.
• Gabriel Armando, mozambicano, missionario Imc, lavora a Bogotà.
• Joaquín Humberto Pinzón Güiza, vescovo del vicariato apostolico di Puerto Leguízamo Solano.
Solano (foto Angelo Casadei)
Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo
Ricordando Padre Angelo Riboli
Riportiamo qui due testimonianze a caldo su padre Angelo Riboli, nato a Crema il 12/05/1951 e diventato sacerdote missionario della Consolata il 23/09/1979.Partito per il Kenya nel 1981, è rientrato in Italia nel 2022 per gravi problemi di salute. Un infarto improvviso gli ha aperto le porte del cielo il 28/01/2026.
Riboli p Angelo
Mi risulta difficile una vera testimonianza su padre Angelo perché le nostre vite non si sono intrecciate molto. Ma desidero ugualmente esternare i ricordi che nutro di lui, quanto so, e ciò che sono venuto a conoscere, perché mi è significativo.
Il primo incontro avvenne in Kenya nel 1980. Io ero in casa regionale a Nairobi e lui alla vicina parrocchia del Consolata Shrine. Quasi quotidianamente ci veniva a visitare. Occhi scintillanti, sereno, gentile, comunicativo, sorridente. Questa relazione durò pochi mesi perché io lasciai il Kenya in marzo del 1981, quando poi diventai superiore generale. Tuttavia, sapevo dal suo parroco quanto lo apprezzava ed era apprezzato dai fedeli. L’amabilità che esprimeva era attraente. Un cuore intensamente pastorale, dimostrato poi anche nella sua attività missionaria a Wamba e Maralal. Per la sua conoscenza, esperienza, empatia e giovialità, godeva la stima dei confratelli, che per tre volte lo elessero consigliere regionale.
Fu anche amministratore regionale per sei anni. Compito non facile in una regione estesa ed esigente come quella del Kenya con molte missioni e molteplici istituzioni e attività. Veniva lodata la sua capacità, efficienza, e premura nei confronti di tutti. Indubbiamente pure onerosi i dieci anni di servizio come amministratore della diocesi di Maralal.
Sapeva tessere amicizie cordiali e durature. Più che amicizia, lui esprimeva affetto.
A causa della precaria situazione di salute fece rientro in Italia nel 2022. Seppi poi che il suo cuore funzionava solo al 40%. Io lo rividi in Casa Madre a marzo del 2025. Non lo riconobbi, tanto la malattia e le medicine l’avevano trasformato. Fu lui a venirmi vicino e dire: «Sono padre Riboli. Sei tu che mi hai accolto in Kenya». Stupito mi si aprirono gli occhi.
Vicini di camera ci vedevamo spesse volte. La comunicazione era difficile ma non la comunione. Eloquenti erano il sorriso, un cenno del capo, un’alzata di mano. Poiché i camici della messa non scendevano bene, quasi ogni mattina ci aiutavamo a vestirci. Sempre vicini in presbiterio durante le celebrazioni ci scambiavamo la pace. Fino all’ultimo giorno. Non più. Angelo, ora per te la pace eterna, dono del Signore e suo premio.
Nel camminare trascinava un po’ i piedi. Il sorriso però non lo abbandonò mai, vivendo le sue condizioni precarie con ammirevole sopportazione e pazienza.
Quanto pregare. Il mattino per lodi ed eucaristia, per l’ora sesta, e per il rosario e vespri la sera, in raccolto silenzio di molto anticipava tutti, servendo come fedele direttore della preghiera comune. Malattia, sofferenza e preghiera sono le due dimensioni emergenti nell’ultimo scorcio della sua vita. Un aspetto ludico: amava con visibile coinvolgimento guardare le partite di calcio.
Che agghiacciante sorpresa nel primo pomeriggio del 28 gennaio. Fui io a trovarlo supino a terra colpito da un infarto fulmineo. Nessuna recente avvisaglia, nessuno presente, non una parola di commiato. Ora solo preghiera, ricordi, gratitudine, e ammirazione per il molto bene compiuto con intelligenza vivace, dedizione totale, fraternità affabile.
Angelo, per molti sei stato un angelo premuroso: accompagnando, custodendo, servendo, amando.
Angelo, mi piace rendere omaggio a tua sorella Tiziana e a tuo cognato Pierangelo. Ti hanno prodigato innumerevoli attenzioni e ammirevole amore. Ti visitavano frequentemente qui a Torino e ti donavano giorni di gioia famigliare a casa. Arrivederci presto.
padre Giuseppe Inverardi Torino, 30/01/2026
30 gennaio 2026 funerale p Riboli Angelo presieduto da Gigi p Anataloni
Provo a scrivere pochi ricordi di Angelo, dando corpo a quanto ho cercato di dire durante l’omelia al suo funerale. Conosciuto in Italia quando era studente, l’ho ritrovato in Kenya dal 1989 al 2009. Prima, durante i miei tre anni a Maralal, dove sono stato dal 1989 al 1992, poi a Nairobi, nella casa regionale a Westlands, dove abbiamo convissuto dal 1993 al 2000. Un tempo, quello di Nairobi, di stretto contatto tra noi: lui amministratore regionale e io direttore del The Seed.
Padre Angelo era una persona con cui si stava volentieri. Ha testimoniato con i fatti il suo amore per la missione.
Quando ero a Maralal ci siamo incontrati diverse volte sia per gli avvenimenti riguardanti il nostro istituto che per la vita della diocesi di Marsabit (quella di Maralal è nata solo nel 2001). È da lui che ho preso l’ispirazione per iniziare nel 1990 l’avventura della Consolata Cup, il torneo di calcio, pallavolo e pallacanestro che dura ancora oggi. Un torneo a cui partecipavano tutti, a centinaia, ragazzi e ragazze: da quelli di strada agli studenti delle varie scuole superiori, seminaristi compresi. Nel torneo, mentre i seminaristi sfoggiavano le belle magliette da calcio e le scarpe che proprio padre Angelo aveva loro procurato, i rasta boys (i ragazzi di strada) giocavano quasi a piedi nudi, felicissimi di poter partecipare alla pari con gli altri giovani.
Angelo amava lo sport e credeva che potesse davvero aiutare i ragazzi. Forse neanche lui ha mai saputo quante maglie e scarpe da calcio ha fatto arrivare dall’Italia per la felicità di tanti. Sono convinto che se la Consolata Cup è andata avanti a Maralal dopo la mia partenza per Nairobi a fine giugno 1992, è proprio perché lui, nel frattempo, era diventato responsabile dell’ufficio pastorale diocesano e aveva sostenuto l’iniziativa.
Wamba 23 dicembre 2005
Angelo sapeva mettere passione e impegno in quel che faceva, con il sorriso sulle labbra e grande attenzione alle persone attorno a lui, senza andare nel panico di fronte ai pericoli e alle difficoltà. Fraterno e allegro, metteva tutti a proprio agio.
Quando, verso la fine del 1994, la Regione del Kenya ha deciso di investire il piccolo surplus economico che aveva, è stato proprio grazie a padre Angelo, allora amministratore regionale, che è iniziata l’avventura del centro per i ragazzi di strada chiamato Familia ya Ufariji (Famiglia della Consolazione) nella periferia di Nairobi, verso Kahawa.
Aveva conosciuto la realtà dei ragazzi di strada fin dalla sua prima esperienza come viceparroco proprio al Consolata Shrine in Nairobi; li aveva poi incontrati per le polverose strade di Maralal e li aveva ritrovati tornando a Nairobi, visto che scorrazzavano a decine anche a Westlands, vicino alla nostra casa.
Alla Ufariji, lui ha sempre dedicato cura e passione, procurando fondi e seguendola da vicino. Là tanti ragazzi presi dalla strada, si sono sentiti amati, apprezzati, curati, hanno completato i loro studi e hanno costruito il loro futuro.
Molto apprezzato dai confratelli, è stato per ben tre volte consigliere regionale. Ha lavorato tanto a Nairobi, ma certamente il suo cuore era sempre nel Samburu, e là è tornato appena possibile, nel 2000, dedicandovisi con passione e competenza, con la gioiosità che lo caratterizzava, in una realtà molto bella e sfidante, ma spesso anche esigente per i grandi livelli di povertà e i problemi ambientali, e anche pericolosa per le tensioni tribali mai sopite e spesso alimentate di proposito da politici o trafficoni senza scrupoli.
73° compleanno di padre Angelo Riboli
Come parroco di Wamba, e poi amministratore della nuova diocesi di Maralal, ha sostenuto il vescovo Virgilio Pante nel suo impegno per la pace, per la salute della gente, per la rete di scuole sparse su tutto il territorio, per combattere la povertà e la fame.
Aveva un forte senso dell’amicizia, che diventava vicinanza, solidarietà e supporto fraterno a chi magari, per varie ragioni, viveva momenti difficili. Più di un confratello ha potuto apprezzare la sua presenza e trovare consolazione nella sua amicizia.
Ringrazio il Signore per un confratello come lui, con cui ho condiviso la stessa passione per il Kenya e la sua gente.
Certo, è stata dura vederlo tornare in Italia reso quasi irriconoscibile dalla malattia, che lui ha vissuto con grande profondità e dignità, senza lamentarsi e offrendo la sua sofferenza in silenzio, sempre disponibile e servizievole per quanto la sua condizione gli permettesse. È stato un grande dono averlo come amico e confratello.
Sono sicuro che ora dal Paradiso è diventato davvero un angelo, realizzando appieno quella vocazione che il suo nome portava: Angelo, messaggero dell’amore e della consolazione del Signore.
padre Gigi Anataloni Torino, 02/02/2026
Suor Maresa
Il 12 febbraio 2026, pochi giorni prima della festa del centenario della chiamata al cielo di San Giuseppe Allamano, anche suor Maresa Sabena, novantenne missionaria della Consolata, è andata a far compagnia al suo amato fondatore. Riportiamo qui alcuni passaggi del ricordo di lei condiviso da una consorella al funerale.
Suor Maresa è stata una donna che ha reso la sua consacrazione religiosa missionaria visibile, una vita abbracciata da Gesù, lo sposo, il Figlio missionario del Padre. Ha vissuto la missione come testimone dell’annuncio dell’amore di Dio con cuore di madre, soprattutto a chi ancora non conosce la grandezza di questo amore che trasforma la vita, le situazioni senza speranza, l’accoglienza vera.
Ascoltiamo le sue parole da missionaria nel cuore dell’Ufficio pastorale migranti (Upm) di Torino (vedi MC 1-2/2025, p. 52).
«Come missionaria della Consolata ritengo particolarmente importante la nostra presenza in Upm, specialmente ora che i diritti umani dei migranti sono molto a rischio. Importante è anche condividerne e sostenerne l’obiettivo principale: “attenzione alla tutela e alla difesa dei diritti di ogni persona e famiglia migrante”.
Quando analizzo i dati e vedo che l’80% di uomini e di donne che si rivolgono a noi, non sono cristiani, che provengono da nazioni e religioni diverse, che sono passate centinaia di donne nigeriane, tutte molto giovani e vittime di tratta che abbiamo cercato di aiutare perché si liberassero da quella schiavitù e rimanessero regolari sul territorio, questo mi convince sempre di più sulla validità della mia e della nostra presenza in Upm come missionarie della Consolata.
Non solo, anche quando rifletto sul nostro carisma “portare l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, un messaggio di consolazione ai popoli, e la promozione della donna” sento di vivere pienamente la mia vocazione di missionaria della Consolata
Di fronte a queste realtà sento tutta la responsabilità del mio impegno quotidiano: cerco di porre molta attenzione nell’ascolto, libero da pregiudizi, nel rispetto delle loro culture e religioni. Cerco di offrire un aiuto per i documenti e per l’accoglienza, anche se è un momento molto difficile.
I migranti mi richiamano l’esodo dei popoli che la Bibbia ricorda fin dall’inizio della storia della salvezza. È in questa storia sacra che vedo inserito il mio, il nostro servizio che vivo con tanta gioia ed entusiasmo nonostante l’età novantenne e le difficoltà.
Quando (fui invitata a questo servizio), mi sembrò una proposta inaccettabile, sentii tutta la mia inadeguatezza: non ero mai stata in Africa, mai in America Latina, non conoscevo quei popoli e quelle culture.
Oggi, a molti anni di distanza continuo a ringraziare il Signore, perché si è servito e si serve della mia povertà e fragilità per compiere la Sua opera. Lo ringrazio per la vocazione religiosa missionaria e per la missione che ha scelto per me, anche se molto diversa da quella che sognavo».
Grazie suor Maresa, per la tua testimonianza missionaria molto significativa.
suor Generosa Iruma Ireri mc Torino, 14/02/2026
Radici sacre, identità viva
Alle pendici del Kirinyaga, il Monte Kenya, si intrecciano cosmogonie, racconti e pratiche che hanno definito l’identità del popolo Kikuyu e la ridefiniscono attraverso le generazioni.
I Kikuyu, un popolo bantu stabilitosi circa duemila anni fa sugli altipiani centrali dell’attuale Kenya, da sempre chiamano il monte che sorge sul loro territorio Kirinyaga (Kĩrĩnyaga o Kere-Nyaga), che significa «Montagna della lucentezza» o «Montagna bianca», per la neve che lo ricopre. Il primo a mettere per iscritto il nome di quel monte fu l’esploratore tedesco Johann Ludwig Krapf nel 1849, usando la grafia Kenia, secondo la pronuncia delle sue guide non kikuyu.
Più tardi gli inglesi preferirono usare la trascrizione Kenya, più consona al loro modo di scrivere le lingue locali. Così, anche i movimenti per l’indipendenza presero lo stesso nome, come aveva fatto Jomo Kenyatta, il quale si chiamava in realtà Kamau wa Ngengi, proprio per legare il loro destino a quello della nazione.
Nel suo libro «Davanti al Monte Kenya» (Facing Mount Kenya), pubblicato nel 1938, Jomo Kenyatta, di etnia kikuyu, spiega il valore simbolico della montagna, legata al mito delle origini.
Kirinyaga è molto più di una vetta, è l’asse cosmico e il cuore spirituale di un intero popolo. Nella cosmologia tradizionale kikuyu, è la dimora di Ngai, il dio creatore. Rappresenta il richiamo delle radici e il riferimento costante per la vita comunitaria e per la spiritualità. Non è un luogo da conquistare, ma da onorare. Le cerimonie più importanti – nascite, iniziazioni, matrimoni e funerali – sono accompagnate da invocazioni a Ngai rivolte verso la montagna. Anche elementi naturali come pioggia, sole, luna e arcobaleni sono considerati manifestazioni della sua presenza.
Vivere sotto lo sguardo del monte significa abitare un paesaggio impregnato di sacralità, dove ogni gesto quotidiano è memoria, in un dialogo costante tra esseri umani e natura.
Nella tradizione kikuyu la natura non è mai sfondo, ma interlocutrice. Gli alberi sacri e i cicli agricoli sono parte di una visione del mondo in cui l’identità individuale vive sempre dentro una rete di relazioni: con la famiglia, la comunità, gli spiriti degli antenati e la terra che offre il suo nutrimento.
In particolare, un’antica pianta di fico, detta mugumo (letteralmente «quel vecchio albero grigio»), è profondamente intrec- ciata con il tessuto spirituale, culturale e storico della comunità kikuyu. È considerato un albero sacro, dimora degli spiriti ancestrali (mumbi) e degli antenati (ngoma). Le persone possono cercare guida, benedizioni e protezione connettendosi con i propri antenati attraverso pratiche rituali che hanno quell’albero al centro, come il rito di iniziazione o l’offerta di preghiere o di latte, miele o birra tradizionale.
Segnali quali uccelli che si posano sull’albero o eventi insoliti che accadono vicino a esso, sono interpretati come messaggi da parte degli spiriti ancestrali, e gli anziani possono eseguire divinazioni per ottenere indicazioni da questi segni. La corteccia del fico ha una funzione terapeutica, così come la linfa lattiginosa, usata anche nei rituali per la fertilità.
Il fico mugumo è un luogo di ritrovo per importanti eventi comunitari e per la risoluzione dei conflitti. Si ritiene, infatti, che l’energia spirituale dell’albero promuova equità, imparzialità e unità, aiutando a risolvere le controversie e a prendere decisioni importanti.
Il mugumo ha avuto un ruolo nella storia della resistenza contro il dominio coloniale: i combattenti per la libertà si raduna- vano sotto questo albero per pianificare e organizzare le loro attività. Così è diventato un simbolo di resilienza e unità contro lo sradicamento e di sfida all’oppressione.
La presenza dei Missionari della Consolata tra i Kikuyu è una storia di fede, dedizione e trasformazione sociale.
Alla fine dell’800 il cardinale Guglielmo Massaia chiese l’invio di missionari in Etiopia. Propaganda Fide affidò all’Istituto Missioni Consolata il compito di evangelizzare i popoli del Kaffa (Etiopia). «Ma il piano di Dio era un altro: non l’Etiopia, ma il Kenya», racconta lo storico Giovanni Giorgio Demaria. «Dato che il Massaia aveva impiegato quattro anni per raggiungere l’Etiopia risalendo il Nilo, si pensa di arrivarci partendo dall’Oceano Indiano. Allamano, per avere informazioni, si rivolge al console italiano a Zanzibar. Quest’ultimo rimanda ai Padri dello Spirito Santo del vicariato di Zanzibar, che comprende anche l’area che oggi è il Kenya, alla cui guida c’è monsignor Émile-Auguste Allgeyer». Allgeyer, nel novembre 1901, accettò la richiesta di Allamano di mandare missionari nel Kikuyu Nord, nel proprio vicariato per la prova richiesta da Propaganda Fide ai nuovi istituti. La zona rappresentava il trampolino per raggiungere l’Etiopia.
Il 28 giugno 1902, i primi quattro missionari della Consolata arrivarono presso i Kikuyu.
La loro prima base fu il villaggio di Tuthu, nella regione di Murang’a, che oggi è considerato il «luogo delle origini» della fede cristiana per milioni di keniani. Nel 1904, infatti, si tenne l’importante conferenza di Murang’a (cfr. dossier di MC ottobre 2020) in cui si stabilirono i criteri fondamenti per il lavoro missionario: apprendimento della lingua locale, annuncio evangelico itinerante, lavoro manuale, buoni rapporti con indigeni e governo, formazione dei catechisti, cura dei malati, visite ai villaggi, istituzione di scuole.
Importantissimo si rivelò il lavoro delle suore, in particolare con i malati, e la capacità dei fratelli laici a trattare i Kikuyu con dignità, tenendo conto della fatica dei lavoratori e della necessità di garantire loro un salario adeguato.
I missionari, nonostante difficoltà come il clima, le malattie, la solitudine, la scarsa possibilità di comunicare con la gente di cui non si conoscevano le abitudini e la mentalità, si dedicarono immediatamente a imparare la lingua e le tradizioni locali, a curare i malati, a insegnare mestieri e avviare scuole, annunciando il Vangelo con rispetto e pazienza. «Aspettarono 13 anni per celebrare il primo battesimo», racconta padre Vincenzo Salemi, missionario della Consolata, che ha vissuto tra i Kikuyu per vent’anni dal 1968.
L’incontro con i Kikuyu ha generato sfide e cambiamenti, ma anche spazi di ibridazione culturale, dando vita a nuove forme di appartenenza.
Oggi i Kikuyu vivono una realtà dinamica. Sono in gran parte agricoltori: coltivano caffè, tè, mais, banane e ortaggi, soprattutto nelle fertili regioni del Monte Kenya. Molti vivono in aree urbane, a Nairobi ad esempio, dove sono attivi nel commercio, nell’istruzione, nella sanità e nella politica.
Ma nei villaggi sono ancora presenti le case tradizionali, thingira o nyõmba (da nyumba in kiswahili), di forma circolare per riflettere l’armonia con la natura e la ciclicità della vita. L’ingresso delle capanne è rivolto a Nord Est, verso il Monte Kenya, in segno di rispetto verso Ngai. All’interno, c’è una zona per cucinare, una per dormire, una per conservare semi e oggetti rituali, un’altra per il bestiame.
La nyõmba non è un semplice spazio abitativo: ancora oggi è un simbolo di identità e continuità del clan. Le donne, infatti, nella nyõmba esprimono la loro centralità nella trasmissione del sapere orale: è lì che le madri insegnano alle figlie i canti, i proverbi, le tecniche agricole e i rituali. La struttura familiare, infatti, rimane ancora oggi un elemento di solidità: la famiglia estesa e il rispetto per gli anziani continuano a essere valori centrali. Le nuove generazioni affrontano la sfida di conciliare la modernità con le radici culturali.
I giovani kikuyu oggi sono normalmente trilingui: parlano kikuyu, swahili e inglese.
Riti di passaggio, come l’iniziazione, sono ancora celebrati, soprattutto nelle zone rurali, in forme nuove e adattate alla sensibilità della società contemporanea, accompagnate da danze e canti tradizionali.
Il rito di iniziazione tradizionale, di cui ancora oggi si conserva un forte ricordo, si svolgeva per gruppi di età denominati irua, ognuno con un nome specifico e composto da adolescenti con massimo cinque anni di differenza tra loro.
Nei mesi che precedevano la cerimonia, gli iniziandi ricevevano insegnamenti da un anziano riguardo ai valori, i doveri e le responsabilità comunitarie.
La cerimonia, chiamata mambura, era anticipata da una danza preparatoria per celebrare e rafforzare la solidarietà del gruppo.
I maschi venivano circoncisi come rito centrale per il passaggio alla maggiore età. La cerimonia pubblica richiedeva dimostrazioni di coraggio: esprimere paura era considerato vergognoso per sé e per la famiglia. Dopo la circoncisione, i giovani rimanevano in isolamento per settimane, durante le quali erano intensificati gli insegnamenti sulla cultura kikuyu.
Ancora oggi la circoncisione maschile è essenziale, ma, soprattutto in città, molti ragazzi sono circoncisi in strutture sanitarie.
Anche le ragazze, con la guida di un’anziana, affrontano la cerimonia di iniziazione – essenziale per il matrimonio -. La tradizione prevedeva che rimanessero per un periodo isolate a imparare il ruolo di donna adulta: dal matrimonio alla maternità e alla responsabilità comunitaria. In passato veniva praticata una forma di mutilazione genitale, ma attualmente le comunità l’hanno sostituita con altre cerimonie fortemente simboliche.
Anche per quanto riguarda il rapporto con la salute, i Kikuyu sperimentano una commistione tra saperi ancestrali e apporti della modernità.
La salute non è considerata solo assenza di malattia: è equilibrio tra corpo, spirito e comunità. Per questa ragione la medicina tradizionale svolge un ruolo fondamentale nel sistema di pensiero kikuyu: è cura, ma anche memoria e cultura.
Nonostante il declino apparente nell’ambiente urbano contemporaneo, la figura del mũndũ mũgo, il guaritore, continua ad adattarsi ai cambiamenti sociali, rimanendo un punto di riferimento fondamentale per la salute e la gestione delle problematiche magico religiose.
Egli custodisce, infatti, saperi tramandati oralmente per generazioni. Le sue specializzazioni includono la divinazione (kũragũra), l’identificazione dei sortilegi e la protezione da essi, e l’erboristeria.
Le piante medicinali, raccolte con rituali che rispettano la natura, sono usate per curare febbri, infezioni e disturbi più complessi. Ognuna ha una storia, un potere e un legame con il mondo spirituale.
La guarigione non è mai un evento del singolo individuo, ma coinvolge la famiglia e, spesso, l’intero villaggio. La malattia, infatti, è vista come squilibrio che riguarda la persona nella sua rete sociale. I rituali di purificazione e le preghiere agli antenati rafforzano il senso di appartenenza e protezione.
Oggi, le radici kikuyu continuano a nutrire un’identità viva, capace di confrontarsi con la modernità senza perdere il legame con il Kirinyaga. Non sono catene che imprigionano, ma ponti che permettono di attraversare il tempo e lo spazio.
La relazione profonda del popolo kikuyu con la terra e con gli antenati è al centro della mostra «Kirinyaga. Radici sacre, identità viva», allestita nello spazio per le mostre temporanee Urihi del Cam – Cultures and mission, il Polo culturale dei Missionari della Consolata a Torino -, fino a novembre. Si tratta della prima mostra originale organizzata dal comitato scientifico del Cam e allestita da Mediacor.
Il percorso espositivo, attraverso oggetti, immagini storiche e testimonianze video, intende restituire due dimensioni inseparabili: le radici sacre, cioè la profondità spirituale e simbolica che continua a orientare oggi la vita sociale kikuyu, e l’identità viva, che non è immobile, né «folclorica». Questa identità è stata capace di trasformarsi, di attraversare la storia coloniale, la modernità urbana, le migrazioni, fino alle sfide del presente.
Si racconta un viaggio dalle tradizioni ancestrali alla contemporaneità, mettendo in luce la forza di una comunità che ha saputo dialogare con il mondo, anche resistendo alla dominazione coloniale e aprendosi all’incontro con i Missionari della Consolata, giunti in Kenya all’inizio del XX secolo.
E.G e G.C.
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Da cent’anni sul «balcone del Paradiso»
Celebriamo cent’anni dalla «nascita al Cielo» di San Giuseppe Allamano. Era il 16 febbraio 1926 quando, nella sua abitazione presso il Santuario della Consolata in Torino, circondato da persone a lui care, l’anziano sacerdote rendeva la sua anima a Dio. Egli però credeva fermamente che la morte non avrebbe segnato la fine della sua missione che con tanto zelo aveva vissuto per tutta la vita, ma che invece per lui stava aprendosi una nuova tappa. Avrebbe continuato anche dal Cielo a spronare tutti all’impegno verso una vita cristiana vera, all’annuncio del Vangelo e al servizio dei più poveri ovunque si trovassero. Alcune espressioni a lui care, ripetute tante volte negli ultimi anni della sua vita, soprattutto rivolgendosi ai suoi missionari e missionarie: «Quando io sarò lassù, vi benedirò ancora di più: sarò poi sempre sul “pugiol” (balcone, nda)»; «Farò di più là che di qua»; «Io dal Paradiso vi assisterò». Da quel lontano 16 febbraio 1926, la sua voce, i suoi appelli, i suoi richiami sono mai venuti meno sia nel Santuario della Consolata dove aveva esercitato per 46 anni il suo impegno pastorale, come nelle case dei due Istituti da lui fondati, o nelle lontane terre evangelizzate dai suoi missionari e missionarie. Quegli appelli hanno avuto anche echi ampi in alcune occasioni particolari, quali il giorno della sua beatificazione in piazza San Pietro a Roma per bocca di San Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1990, oppure nel giorno della sua canonizzazione nella stessa piazza attraverso le parole di Papa Francesco il 20 ottobre 2024. Erano richiami rivolti a tutta la Chiesa perché vivesse un rapporto profondo con Dio per poterlo annunciare come Padre pieno di amore verso tutti, ma soprattutto prediligendo i poveri, coloro che sono discriminati, i lontani. Celebrando il centenario della santa morte di Giuseppe Allamano veniamo sollecitati ad applicare alla nostra realtà di vita, oggi, quel suo duplice sguardo: il primo rivolto in alto verso Dio sommamente amato e poi verso ogni persona, soprattutto a quelle più bisognose. Ai suoi missionari non si stancava di ripetere: «prima santi e poi missionari», perché era profondamente convinto che senza un rapporto profondo e sincero con Dio non ci poteva essere «missione». Tale proposta di cammino cristiano, Allamano lo estendeva a tutti coloro che lo avvicinavano: sacerdoti, religiose, laici.
Lo sguardo verso l’Alto Già a quel tempo, quando la santità pareva riservata a persone eccezionali, consacrati o sacerdoti che fossero, Giuseppe Allamano non aveva timore di proporre a tutti il cammino di santità. Lo proponeva ai giovani che si avvicinavano all’Istituto perché sognavano la missione in Africa. Diceva loro: «Perché siete venuti nell’Istituto? Non per realizzare un sogno, ma per farvi santi». Lo suggeriva a tutte le persone che gremivano il suo confessionale: una santità della vita quotidiana, vissuta in ogni circostanza della vita. Non una santità «da miracoli», ma del «bene fatto bene, senza rumore». Papa Francesco più volte nella sua predicazione o nei suoi documenti ritornerà proprio su questo stesso stile di santità. Così nell’udienza del 19 novembre 2014: «Tante volte, poi, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi».
Lo sguardo verso gli altri Dall’inizio del secondo millennio la Chiesa cerca di fare sperimentare l’amore di Dio a tutta l’umanità, facendo sentire la sua presenza nelle situazioni di maggiore povertà, bisogni, e di ogni indigenza. Se Dio è amore, più mi avvicino a Lui più sento la spinta a vivere la comunione con quanti ci stanno accanto. Le radici dell’amore a Dio trovano la sua espansione nell’albero dell’amore agli altri. Così San Giovanni della Croce, ad esempio, afferma che una volta che l’anima è salita al monte Carmelo, è invitata a scendere, per occuparsi della redenzione del mondo, del bene delle anime. Così anche Santa Teresa d’Ávila, giunta alla settima mansione, cioè nel cuore del «Castello interiore», esce incontro all’umanità bisognosa di Dio. Così è dell’umanesimo spirituale di San Francesco di Sales, del metodo pedagogico di San Giovanni Bosco, delle opere caritative di San Vincenzo de’ Paoli e di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, l’espansione missionaria di tanti istituti. Questi santi e sante sanno riconoscere Dio nei loro fratelli e sorelle, e si alternano lasciando Dio raggiunto nella preghiera e nel silenzio, per andare incontro a Dio nel prossimo. In tempi recenti, gli Istituti fondati a San Giuseppe Allamano stanno spingendo la loro azione evangelizzatrice anche nelle terre più lontane, come Mongolia, Kazakistan e Uzbekistan, per testimoniare a tutti il Vangelo dell’amore e l’azione liberatrice di Cristo Gesù.
In ogni ambiente Questo centenario ci aiuti a capire che, sulla scia tracciata da Giuseppe Allamano e da tanti santi dei secoli passati, anche noi possiamo sentire la spinta alla santità e alla missione in ogni ambiente in cui ci troviamo a vivere e operare. Da quel «balcone del Paradiso», dove gode la pace dei beati, Allamano continua a sollecitare la Chiesa di oggi e tutti noi a seguire il suo ideale per «fare di Cristo il cuore del mondo».
Piero Trabucco
Cento anni e «oltre»
L’anno che sta arrivando sarà ricco di anniversari per i Missionari e le Missionarie della Consolata. Diventa un’occasione per ripensare al passato e capire meglio il presente. E magari progettare le mosse future.
«Stasera voglio parlarvi di una bella pratica che desidero sia da voi… praticata… quella degli anniversari».
Esordiva così, Giuseppe Allamano, «il signor Rettore», in una delle consuete conferenze formative domenicali (quella di domenica 21 gennaio 1912) ai suoi missionari della Casa Madre di Torino. Desiderava convincerli dell’importanza di tenere un calendario del cuore, in cui appuntarsi le date significative della vita di ognuno: nascita, battesimo, cresima, prima comunione, ordinazioni.
Ogni ricorrenza, infatti, aiuta a far memoria e la memoria ci mantiene «sul pezzo», facendoci vivere al meglio il presente e proiettandoci nel futuro.
Allamano visse con questo spirito la celebrazione dei 25 anni di fondazione dell’istituto, le «nozze d’argento», trascorsa ricopiando le ultime disposizioni testamentarie, con uno sguardo realistico sulla sua ormai compromessa situazione di salute, ma anche aperto a chi e a cosa gli sarebbe sopravvissuto e ne avrebbe continuato l’opera. Era il 29 gennaio 1926. Poco più di due settimane più tardi, il 16 febbraio, il canonico Giuseppe Allamano sarebbe morto al Santuario della Consolata, il luogo che per 46 anni aveva servito con amore e totale dedizione.
Oggi tocca a noi riportare alla luce un passato che ci definisce, che continua a suggerirci chi siamo e cosa dovremmo essere. Poco più di un anno fa, il 20 ottobre 2024, Roma e Torino si sono riempite dei colori e dei suoni del mondo grazie alle centinaia di persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, venute in pellegrinaggio per vederlo santo.
Tuttavia, al di là della bellezza del ritrovarsi insieme, la canonizzazione del nostro fondatore ci ha obbligato a fare un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire le ragioni della sua santità. È stata un’occasione unica per ripensare alle nostre radici, provare a confrontarci oggi sul nostro modo di vivere la missione e capire come essere autenticamente Missionari della Consolata domani.
L’ormai imminente anno 2026 ci sembra essere, dal punto di vista celebrativo, particolarmente fecondo. Il 16 febbraio festeggeremo il centenario della morte o, per meglio dire, della «nascita al cielo» di san Giuseppe Allamano. Questa data, tuttavia, verrà preceduta da un altro momento celebrativo importante: il 125° anniversario della nascita dell’Istituto Missioni Consolata, avvenuta il 29 gennaio 1901. Non si può separare il ricordo del Fondatore da quello della sua fondazione.
È stato grazie ai missionari e alle missionarie che lo spirito di Giuseppe Allamano ha continuato a vivere in tanti luoghi e in mezzo a moltissimi popoli, dando continuità al suo carisma, facendone conoscere il nome, con orgoglio e gratitudine. La storia dei missionari e delle missionarie della Consolata si è innestata in quella di Giuseppe Allamano e ne ha dato seguito, l’ha portata a compimento.
In quattro continenti
Forse non sempre le cose sono riuscite così come l’Allamano avrebbe desiderato, non sempre siamo stati capaci di vivere in modo straordinario l’ordinarietà dell’esistenza di tutti i giorni, la ferialità della vita religiosa e missionaria. Non sempre, forse, siamo riusciti a «fare bene il bene» e a farlo senza rumore, con l’understatement tutto piemontese con cui il Fondatore condiva le sue azioni. E, senz’altro, molte volte siamo stati missionari senza prima essere santi, santi come lui, eroico nelle sue virtù.
Missionari, però, questo sì, lo siamo stati. Allamano si è reso presente in quattro continenti grazie alla partenza dei suoi figli e delle sue figlie, che hanno parlato di Cristo, della Consolata, ma anche di quest’uomo minuto, silenzioso, che nella sua vita ha mosso poco le gambe, ma ha fatto correre il cuore.
Il 2026 porterà con sé anche una terza ricorrenza, certamente non così significativa come le altre due; tuttavia, l’affetto e la riconoscenza di tante comunità che hanno avuto modo di conoscere i Missionari della Consolata ci rende orgogliosi anche del più piccolo di questi anniversari: i 25 anni della Fondazione Missioni Consolata Ets (MCets). Nata nel giugno del 2001 come Missioni Consolata Onlus per poter rendere più efficace e organizzato il lavoro di cooperazione svolto dai missionari, la fondazione ha cambiato nome, ma non lo spirito con cui opera negli ambiti dell’educazione, sanità, e molto altro. MCets è anche l’editore di questa rivista che state leggendo, nonché la struttura organizzativa dietro ai programmi del Cam, acronimo di Cultures and Mission, il polo culturale e di promozione missionaria aperto a Torino, presso la Casa Madre dei Missionari della Consolata due anni fa.
Chi volesse saperne di più sulla fondazione può trovare tutte le informazioni necessarie sul sito www.missioniconsolataets.it.
MCets ha passato 25 anni a servizio delle attività dei missionari della Consolata nel mondo, mantenendo vivo lo spirito ereditato dal fondatore che sempre intese la promozione umana come una componente irrinunciabile dell’evangelizzazione. «Ameranno una religione che offre le promesse dell’altra vita e rende più felici su questa terra», scrisse Giuseppe Allamano ai suoi missionari del Kenya, in una lettera datata 10 ottobre 1910, parlando delle persone a cui erano stati inviati e alle quali dovevano, con la testimonianza della loro vita, dimostrare che il Regno di Dio inizia già qui, su questa terra. Agli stessi missionari aveva detto: «Puntate alla trasformazione dell’ambiente, non solo degli uomini», un pensiero che è rimasto alla base del metodo di evangelizzazione adottato dai missionari della Consolata e del loro modo di fare cooperazione.
Una nuova biografia
Per esercitare concretamente «la bella pratica» degli anniversari da celebrare, Missioni Consolata Ets ha promosso la pubblicazione di una nuova biografia del Padre Fondatore: «Oltre. Vita e Missione di San Giuseppe Allamano», di Alberto Chiara, pubblicato presso le edizioni Effatà. Non è certamente la prima biografia dedicata alla sua figura: ricordiamo, tra i principali contributi, la straordinaria e completissima opera di padre Igino Tubaldo e i volumi molto più agili di Domenico Agasso e padre Giovanni Tebaldi. Soprattutto questi due testi, ormai purtroppo esauriti, sono serviti all’autore da riferimento per seguire le vicende storiche di questo prete vissuto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, nipote di san Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti come lo zio e come un’altra eccezionale figura della chiesa di quegli anni: san Giovanni Bosco.
Alcune caratteristiche rendono quest’ultima fatica letteraria particolarmente interessante e meritevole di lettura. Il titolo, «Oltre», descrive Allamano in quella che fu una delle sue peculiarità: aver fondato due istituti missionari senza essere mai «partito» lui stesso per la missione. Un santo «glocal», lo definisce Alberto Chiara ripescando un termine in uso anni fa per definire il carattere globale e allo stesso tempo locale di una determinata realtà.
Allamano visse il suo ministero sacerdotale in modo pieno e realizzato nella Torino dei suoi tempi. Il Santuario della Consolata rimase il centro operativo delle sue attività, da cui non si staccò mai per ben 46 anni. Un luogo a cui dedicò sforzi non indifferenti per rimetterlo a nuovo e offrire un servizio pastorale e liturgico di prim’ordine affinché chi vi entrasse potesse vivere un’autentica esperienza di incontro con Cristo e con Maria, sua Madre.
Eppure, nel contempo, Allamano seppe andare oltre, con la mente e con il cuore, offrendo alla Chiesa di Torino la possibilità di incontrarsi con altri mondi, altre culture.
Alberto Chiara, per molti anni redattore di «Famiglia Cristiana», grande viaggiatore e narratore di storie di Chiesa in giro per il mondo, con stile giornalistico va anche oltre la vita stessa di Giuseppe Allamano, mettendola in dialogo con quanto avviene nel mondo, nella consapevolezza che davvero, in questa nostra vita, tutto è interconnesso, collegato, in relazione, come Papa Francesco ha scritto a chiare lettere nella sua enciclica «Laudato si’», dedicata alla cura della casa comune.
Alberto Chiara evidenzia, però, anche un «oltre» temporale, portando l’opera di Allamano fino ai nostri giorni e aprendo uno spazio che la proietta in un futuro a noi ancora sconosciuto. È forse questo il contributo più originale del libro, annunciato già dalla copertina, nella quale il volto del santo è avvolto in una «nuvola» di parole che ne raccontano lo spirito e la missione. Alcuni di questi termini, come ad esempio migrazioni, minoranze non appartengono al cuore della spiritualità originaria di Allamano, ma sono diventati temi e priorità nell’attività dei missionari nei vari contesti in cui si sono dovuti confrontare.
Del resto, Alberto Chiara ha conosciuto lo spirito di Allamano negli anni ’90 attraverso i suoi missionari. In qualità di inviato del suo giornale, ne ha raccontato il lavoro, faticoso e rischioso, nell’Amazzonia brasiliana, in una delle missioni più significative e sfidanti, in difesa del diritto alla terra delle popolazioni indigene.
Proprio all’Amazzonia è dedicato uno dei capitoli più toccanti del libro, con il racconto, più volte narrato anche sulle pagine di questa rivista, del miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano: la guarigione di Sorino, l’indigeno Yanomami attaccato e quasi ucciso da un giaguaro in piena foresta.
La biografia non si conclude con la morte di Giuseppe Allamano, avvenuta al Santuario della Consolata il 16 febbraio 1926, ma termina con la descrizione della missione attuale dei missionari della Consolata. Per l’autore è chiaro che anche il 16 febbraio 2026, data in cui festeggeremo il centenario della nascita al cielo di Giuseppe Allamano, non sarà il termine reale e definitivo della storia che ha narrato.
Allamano continua a vivere in coloro che, a Torino come nel resto del mondo, si lasciano ispirare dalla sua intuizione, e continuano, attraverso il loro impegno, ad allargare a dismisura i confini della Chiesa.
Il suo è un invito a continuare ad avere fiducia e speranza in Dio per poter essere annunciatori del suo amore nel mondo, un invito che vale per tutti, noi inclusi. Lo dice bene Alberto Chiara, nelle ultime righe del volume: «Una cosa è certa, anzi due. La prima: grazie all’opera dei Missionari e delle Missionarie della Consolata attivi in circa trenta Paesi, san Giuseppe Allamano continua a essere un modello di fiducia, non a caso richiamato più volte nel corso del 2025, Anno Santo della speranza. Ancora oggi la sua spiritualità sprona tutti a vivere con impegno il “qui e ora”, considerando ogni istante come un momento favorevole per l’azione di Dio, senza sottrarsi ciascuno alle proprie responsabilità. Il segreto per saldare Cielo e Terra, l’infinito e l’ingarbugliato intreccio della storia rimane quello indicato dal canonico: l’abbandono confidente al Signore e alla Vergine Maria».
Ugo Pozzoli* *Coordinatore della Fondazione Missioni Consolata Ets, già direttore editoriale di MC.
Il libro «Oltre» si trova nelle librerie o potete richiederlo a Missioni Consolata Ets, corso Ferrucci 14, 10138 Torino Chiamate al 011 4400400 o scrivete una email a: segreteria@missioniconsolataets.it oppurespedizioni@missioniconsolataets.it (vedi contatti)
Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo
Ricordando PADRE LUIGI BRAMBILLA
Nato a Olgiate Molgora (Como) il 28/12/1939, è andato in cielo a Torino il 15/10/2025, dopo 66 anni di vita come missionario della Consolata, 61 di sacerdozio e 58 di servizio missionario in Kenya. È stata ricca la sua personalità umana e pastorale. Compito arduo sintetizzarla in brevi espressioni. Sereno, cordiale, comunicativo, scherzoso. Persino burlone. Sì, da essere affettuosamente chiamato Bambo, e lui stesso si chiamava così. Ancora così una settimana prima di morire. Ma «bambo» assolutamente non era. Anzi, esperto e saggio. Tanto da essere eletto due volte vice superiore per un totale di dodici anni; poi tre superiore regionale; e tre consigliere. Incarichi non congeniali al suo carattere, come lui stesso confessava, ma doveva forzatamente arrendersi alla fiducia dei confratelli.
Sempre accogliente e comprensivo, sia dei missionari dati a lui come collaboratori, come dei numerosi ospiti. Era una gioia visitarlo. Regolarmente invitava i confratelli vicini per un pasto. In sua compagnia erano ore di cordiale fraternità.
La sua semplicità e simpatia accattivavano la gente. Nei suoi 58 anni in Kenya sono nove le missioni in cui ha esercitato il ministero come parroco o assistente. Intraprendente e dal cuore pastorale, ovunque era apprezzato e benvoluto. Gli ultimi 15 anni li ha trascorsi a Tuthu, missione madre di tutte le altre a seguire (perché fu la prima a essere fondata nel 1902, ndr) ma non facile a viverci e operare. Tempo spesso uggioso, clima umido, colline da salire sbuffando e scivolose nel scenderle. Eroismo l’esserci vissuto lungo tempo.
Un dono caratteristico che facilitava la relazione con i fedeli e l’apostolato era la perfetta conoscenza della difficile lingua kikuyu. Monsignor Cesare Gatimu, vescovo di Nyeri dal 1964 al 1987, un giorno mi disse che la parlava come un Kikuyu. È tutto dire. E molteplici le testimonianze a riguardo. Perfetto kikuyu, ma provetto pure in inglese e swahili. E, per un tempo a Mekinduri, dovette avventurarsi nella lingua meru. Invidiabile la sua versatilità nelle lingue.
Instancabile, ha svolto il ministero in contesti vari: in missioni piccole e grandi, in missioni di vecchia data e da iniziare, in zone rurali e nelle periferie di città, indifferente per lui. Perché era poliedrico e sapeva facilmente adattarsi alle realtà, e comunicare facilmente e con brio.
Con la sua amabile cordialità negli anni ha saputo animare uno stuolo di persone a cooperare nella vocazione battesimale dell’evangelizzazione, particolarmente nell’area dello sviluppo umano. La dimensione spirituale-pastorale era accompagnata dall’impegno ad aiutare la gente ad acquisire dignità, educazione, salute.
Un curioso ma significativo dettaglio: da giovane missionario era un avido lettore di Topolino. Era la sua ricreazione. Ne aveva una biblioteca.
Dopo intenso, intelligente, e appassionato lavoro di 58 anni in Kenya, primato di pochissimi, gli ultimi mesi destava compassione vederlo ridotto a scheletro. Soffriva fisicamente senza un lamento. Ma aveva una pena e un gran desiderio: tornare a Tuthu perché là c’erano ancora molte cose da fare. Invece, ora riposa in Paradiso. Meritato riposo, suscitando cordoglio, riaccendendo gratitudine, generando l’ondata di affetto che lo accompagnò ovunque. Bambo, saggio ed esperto di missione, riposa in pace.
padre Giuseppe Inverardi Torino, 18/10/2025
Wamba hospital – Noi c’eravamo
È con immensa gioia che il giorno 17 maggio 2025 abbiamo partecipato alla riapertura dell’ospedale di Wamba. Tantissima gente, carica di speranza e di gioia era presente a quell’importante appuntamento, tanto atteso da tutta la popolazione, che si è messa in gioco in prima persona raccogliendo fondi ed impegnandosi manualmente per sistemare la struttura, rendendola bella ed accogliente.
Erano presenti, col vescovo Hieronymus Joya e il vescovo emerito Virgilio Pante, 20 sacerdoti per la celebrazione della santa Messa inserita al centro di quella imponente cerimonia: un’occasione unica per incontrare tanti amici tutti insieme.
Noi c’eravamo, presenti con la nostra testimonianza dell’essere lì con la gente in un momento così importante e storico.
All’inizio dell’evento, cominciato alle 9.30 e terminato alle 16, la grande folla attendeva fuori davanti al cancello il taglio del nastro da parte del vescovo Joya, il quale ha poi incaricato tutti i sacerdoti presenti di benedire tutti i reparti dell’ospedale. In seguito, ci siamo radunati tutti nel piazzale di ingresso decorosamente abbellito con festoni e tende per ombreggiare i presenti. Li è stata celebrata la santa Messa e gli invitati (politici, organizzazioni e medici) hanno avuto modo di salutare e commentare l’evento: anche a noi è stato chiesto di porgere un saluto.
Con tanta emozione abbiamo dato il nostro contributo per valorizzare questa prestigiosa opera riaperta con la gente e per la gente bisognosa di cure. È stata occasione per menzionare l’associazione Amici di padre Gheddo, il Gruppo di Amici di monsignor Locati e i genitori Rosetta e Giovanni Servi di Dio, cha assieme all’associazione monsignor Oscar Romero, si sono impegnati per dare energia elettrica attraverso la costruzione di un impianto fotovoltaico con batterie, e a costuire una panetteria in grado di dare pane sia ai degenti che al pubblico esterno in modo da poter generare un aiuto economico all’ospedale. Importante è essere stati lì presenti insieme a loro per testimoniare che non sono soli ma insieme in un’unica Chiesa di amicizia e solidarietà.
Ringraziamo il vescovo monsignor Joya e tutte le autorità civili e militari presenti che ci hanno dato questa grande opportunità. Un particolare grazie a fratel Severino Mbae che ha dato il massimo per accoglierci e per il suo instancabile impegno per far rifiorire questa «rosa del deserto». Grazie!
Angelo Rescaldina, Associazione Oscar Romero, Magenta (Mi), 09/10/2025
Diamo ancora spazio a questo avvenimento, ringraziando tutti gli amici che sono impegnati nella grande avventura di far rifiorire la «rosa». Il cammino è appena ricominciato. Auguriamo ogni bene alla diocesi di Maralal e a tutta la sua gente. Un grazie anticipato a tutti coloro che vorranno dare una mano.
Perché sì al nucleare civile
Egregio direttore, desidero offrire alcuni chiarimenti tecnici riguardo alle affermazioni del mio collega Mirco Elena (apparse in queste pagine nel numero scorso, e riferite all’articolo sul nucleare civile di MC ottobre). Mirco sostiene che (testuale) sia «errato dire che l’uranio e il plutonio necessari per le armi nucleari richiedono processi industriali completamente diversi e molto più complessi».
Questa affermazione non corrisponde alla realtà tecnica.
I reattori civili utilizzano uranio arricchito al 3-5% di U-235, mentre le armi nucleari richiedono uranio arricchito oltre il 90%. Passare dal primo al secondo livello non è un semplice «proseguimento» dello stesso processo: richiede moltiplicare la capacità di arricchimento di ordini di grandezza, con cascate di centrifughe enormemente più estese e anni di operazioni intensive, facilmente rilevabili dall’Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica).
Per quanto riguarda il plutonio, i reattori civili producono Pu-239 mescolato con isotopi inadatti all’uso bellico (Pu-240, Pu-241). Il plutonio weapons-grade richiede invece cicli di irraggiamento brevissimi (2-3 mesi) e reattori progettati specificamente per frequenti ricariche, oltre a impianti dedicati di riprocessamento chimico, metallurgia nucleare specializzata e sofisticati sistemi di detonazione.
Il caso iraniano è emblematico: nonostante disponesse di reattori civili, ha impiegato decenni per sviluppare capacità di arricchimento significative, dimostrando che il salto tecnologico è tutt’altro che automatico.
Sulla seconda questione, la critica ha fondamento parziale. È vero che nell’estate 2022 la Francia ha dovuto ridurre la produzione di alcuni reattori a causa delle temperature elevate dei fiumi. Tuttavia, è fondamentale precisare che i reattori funzionavano perfettamente: sono stati i limiti normativi di scarico termico, posti a protezione degli ecosistemi fluviali, a imporre restrizioni temporanee e parziali, non problemi tecnici intrinseci. Inoltre, questo vincolo riguarda tutte le centrali termiche (gas, carbone) che utilizzano raffreddamento fluviale, mentre gli impianti nucleari costieri, che usano acqua marina, non hanno registrato problemi.
Affermare che il nucleare opera «indipendentemente» dalle condizioni meteorologiche è certamente una semplificazione, ma resta una fonte energetica molto più affidabile e prevedibile rispetto alle rinnovabili variabili. I vincoli esistono ma sono gestibili attraverso torri di raffreddamento, sistemi a secco o scelta appropriata dei siti. Cordiali saluti,
Piergiorgio Pescali 03/10/2025
Edizione 2025 di Top 200
A settembre è uscita la nuova edizione di Top 200, il rapporto che il Centro nuovo modello di sviluppo dedica alle prime 200 multinazionali del mondo classificate secondo il criterio del fatturato. L’attenzione verso le Top 200 deriva dal fatto che molte di esse hanno più potere di molti Stati.
Nel rapporto sono utilizzati due metodi per confrontare il potere economico fra nazioni e multinazionali. Un primo metodo consiste nel mettere a confronto i fatturati con i Pil nazionali, ossia la ricchezza complessiva prodotta nei singoli Paesi. Secondo questa metodica scopriamo che nel 2024 fra i primi cento posti siedono 42 multinazionali, precisando che la prima, ossia Walmart; compare al 23° posto, appena dopo Taiwan. Il quadro cambia radicalmente se anziché in base al Prodotto interno lordo, elenchiamo gli stati in base agli introiti governativi. Rappresentazione più reale perché basata su criteri più omogenei. Osservando questi dati, fra i primi cento posti siedono ben 67 multinazionali, con la prima multinazionale che compare al 13° posto, prima dell’Australia.
Oltre al fatturato, il rapporto fornisce il numero dei dipendenti e i profitti realizzati da ogni multinazionale. Complessivamente nel 2024 le Top 200 hanno fatturato oltre 28mila miliardi di dollari, una grandezza corrispondente al 25% del Pil mondiale. Quanto ai profitti, sono ammontati a duemila miliardi di dollari, praticamente il doppio di quelli realizzati dieci anni fa.
Oltre ai dati statistici relativi alle Top 200, il rapporto offre anche degli approfondimenti su tematiche di particolare rilevanza economica e sociale. Se qualche anno fa si occupò della presenza dei privati nella sanità, quest’anno si concentra sull’invadenza del mercato in ambito scolastico.
Secondo l’Unesco in tutto il mondo, 350 milioni di ragazzi frequentano scuole non statali, con l’incidenza più grande nella scuola per l’infanzia. In Italia la legge permette la gestione di scuole da parte di soggetti privati, ma le distingue in paritarie e non paritarie a seconda che possano rilasciare o meno certificati riconosciuti. La maggior parte delle scuole paritarie sono gestite da strutture cattoliche per un totale di 515.135 alunni, pari al 66% di tutti gli allievi presenti nelle scuole paritarie. Si stima che la restante quota sia distribuita per il 14% nelle scuole per l’infanzia gestite dagli enti locali e un altro 20% nelle scuole paritarie gestite da altri enti privati come cooperative, fondazioni, associazioni, ma anche società commerciali.
Oltre che nella scuola primaria e secondaria, l’istruzione privata è presente anche a livello universitario. Lo stato italiano riconosce 29 università private di cui 9 attive solo per via telematica. Fra le principali università private compaiono la Bocconi, posseduta dalla fondazione di famiglia, la Luiss, posseduta da varie realtà imprenditoriali, fra cui Confindustria, l’università Cattolica, posseduta da varie istituzioni ecclesiastiche. Complessivamente in Italia le università private accolgono il 20% degli studenti universitari, ma in termini di gettito assorbono il 45% delle tasse pagate dagli studenti.
Un altro tema affrontato nel Rapporto si riferisce al piano di riarmo intrapreso dall’Unione europea. In ossequio ai consigli forniti da Mario Draghi, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato un regolamento per mettere a disposizione degli stati membri prestiti agevolati, per complessivi 150 miliardi di euro, da utilizzarsi nel 2025 per il rafforzamento dell’industria bellica. Draghi sostiene che il rilancio dell’industria bellica fa bene a tutta l’economia perché fa crescere l’occupazione, ma Greenpeace ha dimostrato che altri settori creano molti più posti dell’industria militare.
Di fatto le risorse impiegate per rafforzare gli eserciti e l’industria bellica europea sono sottratte alla soluzione degli innumerevoli problemi sociali e ambientali presenti nel nostro continente. Ciò nonostante, la Commissione europea auspica che in cinque anni la spesa bellica aumenti di 800 miliardi di euro. Complessivamente nell’Unione europea il numero di imprese presenti nel settore bellico si aggira attorno a duemila unità, ma le prime 10 si aggiudicano da sole metà del fatturato. Ed è triste constare che le più grandi sono partecipate in maniera consistente dai governi. Il governo italiano, ad esempio, possiede il 30% di Leonardo e il 71% di Fincantieri per il tramite di Cassa depositi e prestiti. Il rapporto contiene una mappa relativa alla proprietà delle prime 10 imprese belliche europee, dalla quale emerge che il governo francese è il più coinvolto con le imprese di armi essendo presente nella proprietà di Airbus, Safran, Thales e varie altre.
Il Rapporto contiene anche altri approfondimenti, fra cui uno relativo all’espandersi delle plutocrazie nel mondo. Ossia la presa di potere politico da parte dei magnati dell’economia come mostra la conquista della presidenza da parte di Trump negli Stati Uniti. Il rapporto contiene una mappa del mondo in cui sono riportati altri 35 casi di plutocrazie disseminate nei cinque continenti.
Le ultime due schede si riferiscono a iniziative di resistenza nei confronti delle multinazionali. Due in particolare: quella intrapresa dai consumatori francesi contro Tesla per le esternazioni fasciste da parte del suo amministratore delegato Elon Musk e quella intrapresa dal Fondo norvegese contro Caterpillar e alcune banche israeliane per la loro collaborazione con l’oppressione del popolo palestinese. A dimostrazione che anche le potenze le più forti possono essere combattute.
Francesco Gesualdi
Il rapporto Top 200 è reperibile sul sito del Centro nuovo modello di sviluppo: www.cnms.it
Tra i figli di Omama
L’anniversario della missione Catrimani. Per i missionari della Consolata, Catrimani significa Yanomami. È la missione simbolo tra un popolo ormai conosciuto a livello mondiale. Dalla sua fondazione, avvenuta nel 1965, sono trascorsi sessant’anni. Da allora, molte cose sono cambiate.
Il logo della missione Catrimani. Foto Paolo Moiola.
La missione Catrimani si trova nella Terra indigena yanomami (Tiy), in un’area amazzonica di difficile accesso. «I viaggi in aerotaxi sono molto costosi, superando il costo dei viaggi internazionali. I tragitti in canoa sono molto pericolosi a causa delle cascate. Gli spostamenti a piedi da o verso la città durano dai cinque ai sei giorni». A parlare è suor Mary Agnes Njeri Mwangi, missionaria della Consolata originaria del Kenya.
Le missionarie arrivarono nell’odierna Roraima il 12 maggio del 1949. Nel 1953, padre Riccardo Silvestri, pioniere delle spedizioni dei missionari della Consolata, condusse quattro donne Yanomami alla loro casa di Boa Vista. L’evento fu una prima assoluta. Da allora, le suore iniziarono le relazioni con gli Yanomami, a partire dalla «Casa do indio» (Casai) e dalla casa di cura «Hekura Yano», entrambe a Boa Vista.
Nel 1965, i missionari fondarono Catrimani (riquadro a pag.13): quest’anno, dunque, la missione nella foresta amazzonica ha compiuto sessant’anni. Le suore la visitavano di tanto in tanto. Dal 1990, però, la loro presenza è divenuta stabile.
Vista dall’alto della missione, del fiume Catrimani e della pista d’atterraggio. Foto Guglielmo Damioli.
Incontro e dialogo
Suor Mary ha lavorato a Catrimani fino al 2024 per un totale di ventitré anni. È stata infermiera e formatrice di educatori. A Catrimani, fin dalla fondazione, l’obiettivo dei missionari della Consolata è stato la presenza tra la gente, il contatto diretto con gli indigeni, l’apprendimento della lingua, come dei costumi, della cultura, dell’etica e dell’arte. Chiediamo a suor Mary se questa metodologia ha evitato che i non indigeni si trasformassero in conquistatori venuti in terra altrui per imporre il proprio credo.
«Lo abbiamo evitato perché abbiamo fatto un’evangelizzazione che non cerca la conquista ma si svolge con umiltà e rispetto per l’alterità di ogni persona. Questo avviene attraverso incontri basati sul dialogo interreligioso, interculturale e interspirituale. È questo dialogo che costruisce relazioni sane, liberatrici e trasfor-
mative perché ogni interlocutore condivide la propria esperienza. Gli Yanomami offrono la loro “teologia”, un sistema di pratiche spirituali e saggezza in cui spiegano i nuovi e antichi misteri della loro vita. Da parte sua, la missionaria condivide la propria esperienza, basata sulla lettura della Parola di Dio e guidata dalla teologia cristiana».
Nella cosmologia degli Yanomami il creatore si chiama Omama. Il mediatore tra il mondo degli spiriti e quello degli Yanomami è lo sciamano (xapuri in lingua yanomae, xama o pajé in lingua portoghese). Tutto è spiegato: la creazione del mondo, gli enigmi dell’esistenza umana, il male e la felicità. Anche la strada da seguire è indicata.
«Per il popolo Yanomami l’imperativo etico è essere “moyamɨ” – ci spiega suor Mary -. Essere felici è sinonimo di essere moyamɨ, cioè abbracciare virtù e valori umani. Essere Yanomami capaci di fare scelte con audace prudenza, con coscienza per il bene comune, con generosità, consapevoli che l’accumulo di beni ha valore solo se condiviso e che un defunto sarà ricordato solo per la sua generosità, perché tutto ciò che lascia dopo la morte sarà cancellato».
Yanomami, missionari e ospiti dialogano durante la celebrazione dei 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto Caro Zacquini.
Anni difficili
Gli Yanomami – conosciuti nel mondo anche per merito dell’opera di Davi Kopenawa (sciamano e grande amico di fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata) – vengono da anni difficili: fame, malattie, invasione e distruzione della propria terra.
«È vero. Gli Yanomami sono conosciuti nel mondo per il loro modo di essere – un popolo che mantiene le proprie credenze, lingue, costumi e tradizioni -, ma anche a causa dell’invasione del proprio territorio, demarcato e ratificato nel 1992. Oggi il popolo Yanomami si trova ad affrontare nuove sfide. Per accedere ai benefici concessi dallo Stato brasiliano – aiuti familiari (bolsa familia), pensioni per gli anziani, servizi remunerati all’interno delle comunità – gruppi di indigeni compiono lunghi viaggi in barca o a piedi verso la città per prelevare denaro dalla banca. L’espressione “ya pihi oke” (sono con pensieri vuoti) è molto comune tra i giovani Yanomami, poiché sono intrappolati tra i “due mondi” della città e della foresta».
«Per recuperare salute e benessere della popolazione – ammette suor Mary -, la strada è ancora lunga. L’acqua del fiume Catrimani assomiglia a un caffè con latte, immagino per causa dei garimpeiros e dell’inquinamento da mercurio. L’Amazzonia e le sue ricchezze sono ambite da molti. Eppure, secondo me, ci sono ancora possibilità di salvarla. Prendersi cura della casa comune è importante per indigeni e non indigeni. Speriamo che la Cop30 di Bélem (la conferenza sul clima di novembre 2025, ndr) sappia prendere le decisioni corrette».
Chiediamo alla missionaria di raccontarci una sua giornata tipo. «A Catrimani la giornata dipendeva da dove mi trovavo, o in una maloca (la tipica abitazione indigena, ndr) o nelle semplici case di legno della missione.
In maloca, la mia giornata poteva iniziare con i discorsi del leader, con il canto del gallo o con le parole di un rituale sciamanico, soprattutto se qualcuno era malato. Alle tre del mattino, le famiglie riaccendevano il fuoco per poi rimanere in silenzio nelle loro amache fino all’alba. Vivevo la mia giornata al ritmo della gente, una donna tra le donne Yanomami: lavoro nell’orto, tempo per la pesca, preparazione della selvaggina, momenti di condivisione e di dialogo».
Un compleanno è anche un tempo di consuntivi: quanti Yanomami passano dalla missione? «In verità – confessa la suora -, non saprei dire quante persone frequentino Catrimani. Tuttavia, credo di non sbagliarmi se dico una media di trecento persone a settimana. Nel lungo periodo trascorso lì, ho notato che il flusso aumentava ogni anno, anche perché la zona è un punto di incontro per gli indigeni che passano da una maloca all’altra durante le feste. Capita poi sovente che gruppi di indigeni vengano in barca a prendere i missionari per visitare e svolgere insieme qualche lavoro nelle loro maloche. Altre volte gli Yanomami vengono da noi per partecipare ai corsi presso il centro di formazione Yano Theã. Altri ancora vengono per cure o accompagnano i loro familiari ricoverati in una piccola capanna annessa al centro sanitario della missione. E poi, naturalmente, ci sono gli imprevisti, sempre numerosi. Tra noi missionari si dice che la volontà di servire la gente richiede una prontezza pari a quella di un “vigile del fuoco”».
Yanomami assistono ai festeggiamenti per i 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto Carlo Zacquini.
Mamme yanomami
Le indigene incinte e le giovani madri sono da sempre oggetto di particolare attenzione da parte di missionari e missionarie.
Suor Mary non si tira indietro neppure quando la domanda cade su una questione delicata come la pratica yanomami – un tempo diffusa – di eliminare i neonati più fragili, o quelli che non riescono a sostenersi autonomamente.
«Posso dire che le donne yanomami si sentono sfidate e preoccupate per i loro neonati fragili. Una gravidanza a meno di due anni dall’ultimo parto lascia le donne yanomami con una certa insicurezza, poiché la loro quotidianità richiede frequenti viaggi avanti e indietro nella foresta alla ricerca di cibo e per la pesca. In un ambiente selvaggio come la foresta è sempre una sfida camminare trasportando ceste con bambini sulla schiena o tenendoli per mano. Le questioni relative alla cura dei bambini fragili e disabili sono state, quindi, oggetto di dialogo tra missionari e donne yanomami. Il team missionario ha promosso adozioni per le famiglie di coppie che non si sentono in grado di prendersi cura del neonato. Nel corso dei sessant’anni anni di presenza tra il popolo yanomami di Roraima, alcuni bambini sono stati cresciuti dalle stesse suore missionarie della Consolata e successivamente affidati alle loro famiglie».
Ritratto di ragazza yanomami. Foto Carlo Zacquini.
Yanomami 2.0
Un’altra cosa ha cambiato la quotidianità in maniera significativa: l’arrivo in foresta dei collegamenti internet. Se ne sono avvantaggiati i garimpeiros, ma anche gli stessi Yanomami. «Da quasi un anno – racconta suor Mary -, missionari e indigeni hanno accesso a internet. Questa è una novità per Catrimani e altri villaggi del territorio yanoma- mi».
Internet è una porta d’accesso al mondo che sta fuori della foresta amazzonica. «Esatto. Per esempio, i giovani yanomami trovano su Google i benefici statali di cui possono godere come indigeni, e subito diffondono la notizia in ogni modo possibile. E ancora: gli Yanomami possono comunicare con i loro parenti negli ospedali o con chi è in città per qualche commissione. Attraverso internet, si monitora l’organizzazione di incontri di formazione promossi da associazioni come Hutukara, che ha sede a Boa Vista. A mio parere, ne ha beneficiato anche il processo di alfabetizzazione perché i giovani amano inviare messaggi tramite WhatsApp».
Come sempre accade, la novità non ha portato soltanto benefici nella vita degli Yanomami.
«Questo è certo – conferma la missionaria -. Gli aspetti negativi non mancano: alcuni giovani e bambini trascorrono troppo tempo sul cellulare, trascurando i propri impegni verso la comunità. Inoltre, a volte, internet alimenta odio e controversie intercomunitarie a causa della trasmissione di messaggi mal interpretati». Accade ovunque. Ora anche in Amazzonia.
Paolo Moiola
Fratel Carlo Zacquini con due sorelle yanomami in occasione dei 60 anni della missione Catrimani, agosto 2025. Foto archivio Carlo Zacquini.
Il ritorno. Quelle canoe per Catrimani
Boa Vista. Lo scorso agosto sono tornato alla missione Catrimani. Mancavo da nove anni. L’ultima volta che vi ero stato risaliva – infatti – all’ottobre del 2016, in occasione dell’Vlll assemblea di Hutukara, l’organizzazione degli Yanomami. All’epoca erano presenti, tra gli altri, Davi Kopenawa, padre Corrado Dalmonego e Claudia Andujar, la nostra fotografa (al tempo non ancora internazionalmente famosa come lo è oggi).
Nove anni sono tanti. Quindi, quando i padri Bob Mulenga e Filbert Nkanga, attuali responsabili della missione, mi hanno invitato a partecipare alla festa per i 60 anni di Catrimani ho accettato con piacere.
Gruppo di Yanomami in canoa sul fiume Catrimani. Foto Guglielmo Damioli.
Arrivato in loco, la prima cosa che mi ha impressionato è stata vedere l’arrivo sulla pista in terra battuta della missione di aerei monomotori che trasportavano pacchi alimentari («cestas básicas» contenenti soprattutto farina, riso e cibi in scatola) per la popolazione indigena. Un’operazione costosissima per le casse federali che ha arricchito molte persone tra politici, militari e imprese private (come le locali compagnie di aereotaxi).
Un’altra cosa che ho notato è stata la proliferazione di nuovi villaggi, vari dei quali nati dall’«astuzia» degli indigeni, che approfittano delle nuove opportunità offerte dallo Stato. In pratica, ogni villaggio yanomami ha diritto ad alcuni servizi con personale stipendiato da Brasilia: microscopisti, agenti indigeni di sanità, insegnanti. Così, però, può accadere che, gestendo queste situazioni e il relativo flusso di denaro, alcuni giovani yanomami finiscano per avere molto più potere che qualsiasi leader tradizionale.
Sulla salute ho avuto notizie confortanti. Infatti, nei dintorni della missione, pare che la malaria si sia molto ridotta. La spiegazione può essere dovuta alla riduzione del numero dei garimpeiros presenti sul territorio indigeno.
Inoltre, nella comunità yanomami, ho notato l’assenza di alcuni anziani, che erano stati portati in città a fare le pratiche per ricevere una sorta di pensione mensile. Molte di queste novità sono certamente positive per la vita della popolazione indigena, ma – lo dico con preoccupazione – allo stesso tempo stanno incentivando pericolose forme di paternalismo.
Questo ritorno a Catrimani mi ha fatto venire in mente il mio lungo percorso con gli Yanomami.
Tutto ebbe inizio negli ultimi mesi del 1965. Dovevo iniziare a insegnare meccanica nella nostra scuola professionale nel quartiere di Calungá, a Boa Vista. Fu da quella postazione privilegiata che ebbi l’opportunità di assistere alla partenza delle prime canoe missionarie, guidate dai padri Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi (quest’ultimo con precedenti esperienze di visita ai popoli detti «incontattati» sui fiumi Apíaú e Ajaraní).
Con loro, un piccolo gruppo di uomini abituati al lavoro e alla vita nella foresta, alcuni dei quali indigeni (il tikuna José Peruano). Sulle canoe portavano: un motore fuoribordo, amache per dormire, carburante, provviste da cucina, attrezzi da lavoro (asce, machete, pale, zappe, ami e lenze da pesca, fucili e cartucce per la caccia), corde, una piccola radio per ascoltare i messaggi di un’emittente di Boa Vista, una piccola farmacia e decine di altri oggetti preziosi per sopravvivere in mezzo alla foresta vergine, a molti chilometri e molti giorni di viaggio da qualsiasi centro urbano.
Le canoe salparono dal rio Branco verso la foce del rio Catrimani, per poi risalire quel fiume fino a incontrare le prime tracce degli indigeni «incontattati». Fu un’uscita quasi silenziosa, pacifica e veloce. In pochi minuti furono fuori dalla mia vista, nascosti dalla foresta.
Due anni dopo – all’inizio di gennaio del 1968 – sarebbe toccato a me partire per Catrimani. Ci sarei arrivato in aereo invece che in canoa e senza minimamente immaginare le sfide che avrei dovuto affrontare. A distanza di molto tempo, posso però dire che quello trascorso alla missione Catrimani è stato – probabilmente – il periodo più bello della mia vita.
Carlo Zacquini* Missionario della Consolata, grande conoscitore del mondo indigeno brasiliano e yanomami in particolare, fondatore e responsabile del «Centro di documentazione indigena» (Cdi) di Boa Vista (Roraima, Brasile).
Aeroplani e Yanomami sulla pista in terra battuta della missione Catrimani. Foto Nino Leto.
Amazzonia, voli aerei e internet Gli alti costi della modernità
Arrivare in foresta in un paio d’ore invece che in giorni, riuscire a comunicare con gli Yanomami che stanno in città o in altri villaggi. Questi sono vantaggi innegabili, ma innegabili sono anche i costi, e non soltanto quelli di carattere monetario.
Prendiamo i servizi di taxi aereo. Quanti invasori sono stati portati in foresta da questi aerei? Quanto oro è stato trasportato dalle miniere illegali aperte in territori indigeni? Parliamo, ad esempio, del servizio di «Voare táxi aéreo», impresa aerea di Boa Vista che domina il mercato amazzonico. La compagnia ha in essere decine di contratti sottoscritti con entità federali (tra cui il ministero della Salute e la Funai, la fondazione per i popoli indigeni), la gran parte dei quali ottenuti senza alcuna gara d’appalto. Guarda caso la proprietaria di Voare táxi aéreo è una deputata federale, Helena da Asatur. L’imprenditrice e il marito, Renildo Evangelista Lima, sono indagati anche per reati elettorali. A peggiorare il quadro, l’uomo è stato sorpreso con 500mila reais (circa 80mila euro) in contanti nascosti nella biancheria intima durante un controllo di polizia. Insomma, quella di Boa Vista è una compagnia aerea al centro di numerosi scandali.
Ancora più delicata è la questione della rete internet in Amazzonia, praticamente monopolio di una sola società, la Starlink di Elon Musk, il multimiliardario statunitense di estrema destra, personaggio divisivo come pochi altri al mondo. La sua società – arrivata in Brasile nel 2022 durante il mandato presidenziale di Jair Bolsonaro, amico del miliardario – ha preso piede rapidamente non avendo concorrenti. Adesso la rete satellitare di Musk arriva in molte comunità indigene e tutti i garimpeiros ne sono forniti facilitando enormemente le loro attività illegali. Su Starlink permangono, inoltre, importanti dubbi sia per l’imprevedibilità del suo proprietario sia per l’utilizzo dei dati da essa raccolti.
Pa.Mo.
Da sinistra, padre Filbert Nkanga (Tanzania), sciamano yanomami Davi Kopenawa, suor Argentina Paulo (Mozambico), fratel Carlo Zacquini (Italia), padre Bob Mulega (Uganda), suor Eunice Wairimu (Kenya). Foto archivio missione Catrimani.
Il vescovo di Tete sul centenario Imc in Mozambico
Si celebrano 100 anni di presenza della Consolata. I semi che furono piantati hanno dato molti frutti. E hanno fecondato anche l’Angola. Le crisi non sono finite, e le sfide permangono. Ma si affrontano insieme.
L’Istituto Missioni Consolata è presente in Mozambico dal 1925. È la realizzazione di un sogno apostolico iniziato da un manipolo di missionari e generato da un carisma che aveva appena 24 anni.
Fu a Tete, più precisamente alla missione di Miruro, nella zona più occidentale del Mozambico, al confine con lo Zambia, e a mille chilometri dalla costa sull’Oceano Indiano, che san Giuseppe Allamano inviò i primi missionari della Consolata in questo Paese nell’ottobre 1925, pochi mesi prima della sua morte. Furono anche gli ultimi che inviò personalmente in Africa.
Come Missionari della Consolata abbiamo un ricco patrimonio di esperienza e di servizio in Mozambico. Siamo conosciuti e rispettati e cerchiamo di essere costruttivi e collaborativi nei confronti della Chiesa locale, difendendo i suoi interessi e lavorando insieme per soddisfare i suoi bisogni.
Quali sono i frutti di questo cammino? Li vediamo nella Chiesa cattolica locale, che è cresciuta come un albero con molti rami.
Sono le 42 parrocchie, missioni che i missionari della Consolata hanno fondato in cento anni, che mostrano il vigore delle loro radici e che manifestano la maturità umana e cristiana che hanno ricevuto dai loro fondatori.
Sono i 225 evangelizzatori, padri e fratelli, che dal 1925 a oggi hanno gettato il seme, coltivato l’albero, curato i vari rami e lasciato la loro impronta ovunque siano andati, attraverso la formazione, la promozione e l’inculturazione, generando così migliaia e migliaia di cristiani che oggi illuminano la Chiesa locale. I loro nomi sono incisi a lettere d’oro negli annali delle missioni che hanno fondato, delle scuole e centri di salute che hanno gestito, delle cappelle o dei centri catechistici che hanno costruito e, soprattutto, degli uomini e delle donne che hanno formato e valorizzato.
Treno in Mozambico anni ’30
Anche in Angola
La ragione della presenza dei missionari della Consolata in Mozambico è, e continuerà ad essere, l’evangelizzazione. Per questo la nostra opzione è quella di scegliere sempre di lavorare nelle situazioni maggiormente «ad gentes», lasciando al clero locale e ad altri missionari le missioni parrocchiali già consolidate.
Negli ultimi dieci anni, abbiamo consegnato dieci parrocchie alle diocesi e abbiamo ripreso l’evangelizzazione nelle zone più periferiche del Mozambico, nei distretti di Marávia e di Zumbo, nella diocesi di Tete. Ci siamo spinti anche in Angola, nelle diocesi di Viana, Caxito e Luena. Abbiamo creato quasi dal nulla cinque nuove parrocchie missionarie: Fingoè e Zumbo in Mozambico; Kapalanga, Funda e Luacano in Angola (per l’Imc, le missioni in questo secondo Paese, dipendono amministrativamente dal primo, ndr).
In alcune di queste regioni, in particolare nella diocesi di Tete (Mozambico) e nella diocesi di Luena (Angola), i missionari cattolici erano assenti da più di cinquant’anni, per cui l’evangelizzazione sta ripartendo quasi da zero. È un lavoro pastorale portato avanti senza mezzi, ma con grande vicinanza alla gente e tanta passione.
La celebrazione del centenario della presenza dei Missionari della Consolata in Mozambico e Angola coincide con altri due importanti eventi. Il Giubileo della speranza e il 50° anniversario dell’indipendenza nazionale di entrambi i Paesi (1975-2025). Nel contesto attuale, segnato da forti tensioni sociopolitiche e da una crisi economica e sociale (si veda articolo pagina 43), i Missionari della Consolata, oggi come in passato, devono essere testimoni di speranza e consolazione.
Mozambicani e angolani conoscono la sofferenza, il lutto e l’afflizione, ma non hanno mai permesso che la vendetta o la repressione fossero il criterio per regolare le relazioni umane, né che l’odio e la violenza avessero l’ultima parola. La ricerca di una pace e di una riconciliazione durature – una missione a cui tutti sono chiamati – richiede un lavoro duro, costante e senza compromessi, e necessita di un Paese più equo e inclusivo, verità e giustizia elettorali e opportunità per tutti, soprattutto per i più giovani. È un processo costante, in cui ogni nuova generazione è coinvolta e nessuno può essere escluso a causa delle proprie scelte politiche.
La cultura dell’incontro
Per questo, il percorso deve essere quello di una cultura dell’incontro: riconoscere l’altro, rispettare le differenze, rafforzare i legami, costruire ponti. In questo senso, è fondamentale mantenere viva la memoria come percorso che apre al futuro, che porta alla ricerca di obiettivi comuni, di valori condivisi, di idee che favoriscano il superamento di interessi settoriali, corporativi o di partito, affinché la ricchezza della nazione sia messa al servizio di tutti, soprattutto dei più poveri. Queste sono le basi di un futuro di speranza, le basi della pace e della riconciliazione.
Quello che viviamo è un tempo decisivo di scelte e di conversione. Tutti sono chiamati a partecipare e a dare il meglio di sé. In umiltà, generosità, integrità, altruismo. In nome del bene comune.
Come in passato, i Missionari della Consolata, pur essendo sempre meno numerosi in un territorio immenso e in due Paesi, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, devono continuare a dare il loro umile contributo. Per farlo, devono saper osare e fare sempre meglio. I missionari sono l’avanguardia profetica della Chiesa, non hanno paura, non si rilassano. Il missionario innova, aprendo nuovi cammini per l’annuncio del Vangelo. Oggi, il grande rischio che corrono l’istituto e la Chiesa è l’autoreferenzialità: pensare a se stessi, alla propria sopravvivenza economica e istituzionale. Come ci ricordava papa Francesco, dobbiamo continuare a uscire, andare nei luoghi di prima evangelizzazione. Dobbiamo servire la Chiesa locale dove questa ancora non riesce a svolgere la sua missione per mancanza di risorse umane e materiali.
Inoltre, dobbiamo essere servitori della misericordia di Dio e della consolazione. Testimoniare la presenza di Dio anche tra le ferite di Mozambico e Angola. Dobbiamo guardare al futuro se vogliamo avere un avvenire, credere in ciò che siamo stati, in ciò che siamo e in ciò che saremo.
Diamantino Guapo Antunes
Missionari accampati vicino a un villaggio nella zona di Mandimba. Padre Calandri in piedi in mezzo alla gente, padre Amiotti seduto sotto la tenda.
Prima del secolo XV. Il territorio dell’attuale Mozambico è abitato da popolazioni bantu provenienti dall’Africa centrale. Sulle coste gli arabi creano diversi sultanati e commerciano attraverso l’Oceano indiano. Diffondono l’islam nella regione.
Secoli XVI-XVII. I portoghesi arrivano sulle coste e vi costruiscono alcune fortezze (Sofala, e Ilha de Moçambique) nel tentativo di controllare le rotte verso l’Asia. Sono interessati a minerali preziosi, avorio e commercio degli schiavi. L’interno del territorio è percorso da avventurieri portoghesi senza controllo da parte del governo coloniale. Penetrano fino ai regni africani più interni per appropriarsi delle loro ricchezze.
Secolo XIX. L’attenzione degli europei si concentra sullo sfruttamento delle colonie africane. È un periodo di dispute tra il Portogallo e le altre potenze coloniali, in particolare la Gran Bretagna. Il primo vuole unire i territori mozambicani con quelli dell’Angola. Ma il progetto fallisce.
1891. Firma del trattato anglo-portoghese di divisione dei territori di quest’area. Per consolidare la sua presenza il Portogallo si fa più presente nell’interno e sottomette i regni africani.
1910. Con la proclamazione della Repubblica in Portogallo, in seguito alla rivoluzione, le leggi sulla colonia si fanno restrittive per le congregazioni religiose. Vengono nazionalizzati i loro beni e sciolte le comunità. Continua l’opera di occupazione dell’interno, che termina intorno al 1920. Aumenta lo sfruttamento e l’esportazione di prodotti come zucchero e sisal (agave), con incremento dello sfruttamento di mano d’opera locale.
1925, 30 ottobre. Arrivo dei primi missionari della Consolata. Prendono in consegna la missione di Miruru al confine con lo Zambia (2 marzo 1926).
1928, 20 maggio. Padre Pietro Calandri fonda la prima missione cattolica nel Niassa, Nossa Senhora Consolata, a Massangulo.
1960. Vari gruppi iniziano a organizzarsi per ribellarsi al governo coloniale.
1963. I diversi gruppi indipendentisti si uniscono, sotto l’impulso di Eduardo Mondlane, nel Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico, di matrice marxista). Un anno più tardi inizia la guerriglia per l’indipendenza.
1974. Un colpo di stato in Portogallo mette fine al governo di Salazar e Caetano.
1975, 25 giugno. Dopo un breve periodo di transizione, viene proclamata l’indipendenza della Repubblica popolare del Mozambico. Il primo presidente è il carismatico capo della ribellione Samora Machel. Il Mozambico appoggia le lotte d’indipendenza in Zimbabwe e Sudafrica.
1977. Nasce il movimento Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico), composto da conservatori e dissidenti al regime. È finanziato prima da Rodhesia e poi dal Sudafrica, e sceglie la via della lotta armata. Inizia una sanguinosa guerra civile che contrappone la ribellione Renamo al governo Frelimo.
1978. Il governo del partito unico Frelimo considera la Chiesa un ostacolo alla trasformazione rivoluzionaria della società mozambicana. Le strutture ecclesiastiche sono nazionalizzate e clero e missionari hanno libertà limitate.
1992, 4 ottobre. Joaquim Chissano (governo) e Afonso Dhlakama (Renamo) firmaro a Roma l’accordo generale di pace. Il successo è dovuto anche alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Nelle successive elezioni il Frelimo mantiene il potere.
2017. Iniziano attentati di matrice islamista nella provincia di Cabo Delgado (Nord).
2024, ottobre. Elezioni presidenziali: viene dichiarato vincitore il candidato del Frelimo, Daniel Chapo. Contestazioni e proteste in tutto il Paese, che sono represse, causando numerose vittime.
L’arrivo e I primi anni della Consolata in Mozambico
Questa è la storia di come un gruppo di missionari contribuirono a portare il Vangelo in una zona interna dell’Africa. Dei legami che si crearono, delle vicende personali. Di fede, coraggio e perseveranza. Non sempre le cose andarono per il meglio. Ma il seme attecchì.
Siamo a inizio 1925. La direzione generale dell’Istituto Missioni Consolata, della quale è ancora superiore Giuseppe Allamano, decide di tentare un’apertura in Mozambico. I missionari sono installati in Kenya (dal 1902), in Etiopia (dal 1916) e in Tanzania (dal 1919). Nello stesso blocco di Paesi, proseguendo verso Sud, c’è proprio il Mozambico e, in particolare la regione chiamata Niassa, il Nord del Paese. Qui non c’è alcuna presenza di missionari cattolici, ma solo di alcuni anglicani.
Monsignor Filippo Perlo, vice superiore (che diventerà superiore generale il 16 febbraio 1926, alla morte di Allamano), contatta il vescovo, monsignor Rafael de Assunção, per offrire la disponibilità all’invio di personale nel Niassa. L’intero Mozambico, sotto il governo coloniale portoghese, è una prelazia (entità pastorale che precede la diocesi).
Il vescovo accetta, ma non vuole italiani nel Niassa, bensì li invia nella regione di Zumbo (attuale provincia di Tete), all’estremo Ovest, al confine con lo Zambia. Qui indica la missione di san Pietro Claver a Miruru.
Purtroppo, il momento storico non è propizio. L’attività missionaria nella colonia è in crisi, gli ordini religiosi sono stati espulsi nel 1911. Inoltre, c’è nazionalismo, anticlericalismo, e rivalità tra il clero secolare e quello religioso.
Quel fatidico 30 ottobre
Il 29 agosto 1925 sono designati i primi otto missionari che dovranno tentare l’avventura. Cinque sono già in Kenya (Vittorio Sandrone, Giulio Peyrani, Pietro Calandri, Giovanni Chiomio e fratel Giuseppe Benedetto), e altri tre giungeranno dall’Italia (Lorenzo Sperta, Paolo Borello e il seminarista Secondo Ghiglia). Questi, partiti da Torino, ricevono il crocifisso dalle mani di Giuseppe Allamano. E sono gli ultimi ad avere tale privilegio.
Il gruppo si forma a Mombasa, dove i tre dall’Italia arrivano in nave attraversando il canale di Suez: la gioia d’incontrarsi è grande. Poi si procede via mare fino al porto di Beira, nella zona centrale del Mozambico, dove sbarca il 30 ottobre 1925. La distanza da percorrere via terra è enorme: oltre mille chilometri.
Padre Sperta si ammala e, accompagnato da padre Calandri, torna in Kenya. Gli altri sei procedono in convoglio fino a Chupanga dove passano il primo Natale in Mozambico. Il 28 dicembre partono con un battello per risalire il grande fiume Zambesi, fino alla città di Tete.
Il viaggio è complesso. È stagione secca, il che rende la navigazione difficoltosa. Arrivano a Tete il 10 di gennaio, poi, in cinque, continuano con un vecchio camion verso Miruru. Intanto, padre Peyrani si ferma a lavorare nella città.
La pista è stretta e sconnessa e comincia la stagione delle piogge. Il camion si blocca su una salita.
I cinque non sono molto distanti dalla missione di Boroma e la raggiungono a piedi. Lì si fermano circa un mese, anche per cercare portatori per proseguire con i bagagli. Da Boroma, infatti, si può procedere solo camminando, però mancano circa 400 chilometri alla destinazione. Partiti il 4 febbraio, si scontrano con pioggia, zanzare, fitta vegetazione, febbre, dissenteria. Giungono a Miruru il 2 marzo 1926.
Trovano la missione (fondata dai Gesuiti portoghesi nel 1881, espulsi nel 1910, passata ai Verbiti tedeschi che vengono cacciati nel 1915) in uno stato di semi abbandono. Di 15 scuole-cappelle ne restano solo due. Intanto, padre Peyrani a Tete partecipa alla pastorale nella parrocchia di san Tiago Maior, lavorando nella formazione religiosa e scolastica della popolazione.
La cappella di Mandimba, con visita di autorità portoghesi
Obiettivo Niassa
Padre Calandri, che era andato in Kenya con padre Sperta, torna in Mozambico con padre Giuseppe Amiotti. Hanno la consegna di andare nel Niassa, ma il vescovo Rafael non dà loro il permesso, quindi il viaggio viene fatto con grande discrezione. Partono in convoglio il 22 giugno da Beira e vanno a Blantyre (Niassaland, attuale Malawi). Da lì in auto rientrano in Mozambico a Mandimba, città di frontiera nel Sud Ovest del Niassa. È il 4 luglio, e sono accolti dalle autorità locali portoghesi. Il giorno successivo celebrano la prima messa cattolica nella regione. Intanto, padre Chiomio, di stanza a Miruru, li raggiunge l’8 luglio. Ha coperto l’intera distanza a piedi.
I tre padri esplorano la regione del Niassa, piuttosto selvaggia, dove ci sono solo alcune missioni anglicane della University mission to central Africa, la più importante delle quali fondata nel 1882.
Niassa: P Calandri.
Padre Chiomio si separa dal gruppo, visita altre aree, poi raggiunse la costa per tornare in Kenya.
L’area è amministrata dalla «Compagnia del Niassa» una compagnia commerciale portoghese, presente ancora prima della colonia, mentre l’occupazione militare portoghese era avvenuta solo nel 1912.
Calandri e Amiotti montano un rudimentale campo nei pressi di Mandimba, e costruiscono una cappella in bambù: la prima chiesa cattolica nel Niassa (si veda la foto di copertina del dossier).
Il vescovo, però, viene a sapere che i missionari stanno operando senza il suo permesso, e ricorda loro di non averli autorizzati a entrare in quel territorio, imponendo loro di lasciarlo. Ma i nostri non demordono. Allora il vescovo toglie loro la possibilità di esercitare il ministero pastorale.
I due padri studiano la lingua locale e accolgono un gruppo di bambini meticci abbandonati. La decisione dell’istituto di entrare in Niassa senza permesso del vescovo crea difficoltà e ritarda la missione. Ha, inoltre, l’effetto di creare sfiducia del prelato nei confronti dell’Imc, e di aumentare l’opposizione di alcuni settori politici coloniali all’arrivo di missionari non portoghesi.
Nelle due realtà, missione di Miruru e accampamento di Mandimba, distanti circa 900 km, quasi senza strade, i missionari vogliono proseguire con il lavoro di evangelizzazione.
Il 18 settembre 1927 arrivano i primi rinforzi: padre Alfredo Ponti e un gruppo di missionarie della Consolata.
Via libera, dall’alto
Finalmente, nell’aprile 1928, dopo diversi contatti tra il vescovo e i superiori dell’istituto, si chiarisce la situazione, e monsignor de Assunção autorizza la fondazione di una missione nella zona di Mandimba. Padre Calandri si sposta più a Nord, a
Massangulo dove il 20 maggio fonda la prima missione cattolica del Niassa: Nostra Signora Consolata. È la regione del popolo Ayao.
Il territorio è selvaggio, ricoperto di foresta e abitato da leoni. Il missionario vive in una tenda e deve proteggere quattordici bambini che accoglie.
Il 31 dicembre 1928 arrivano fratel Guseppe Benedetto da Miruru, e padre Angelo Lunati dall’Italia con un gruppo di missionarie della Consolata.
Padre Amiotti ha ricevuto il gruppo a Porto Amélia (l’attuale Pemba) e lo ha condotto fino al Niassa.
Il contesto si rivela subito ostile all’evangelizzazione. La zona è in prevalenza musulmana, e i responsabili islamici temono di vedersi sottrarre fedeli, per cui minacciano chiunque si avvicini alla neonata parrocchia. I primi battezzati tra gli Ayao sono, infatti, alcuni orfani.
Nubi su Torino
Intanto l’Imc attraversa un periodo turbolento. Nel settembre del 1929, a Torino, il superiore generale, monsignor Filippo Perlo, pioniere della presenza in Kenya, deve lasciare il posto a un visitatore apostolico.
I nuovi superiori vorrebbero chiudere la presenza in Mozambico, ma padre Calandri si oppone fermamente. Riesce a negoziare la chiusura di Miruru, ma il mantenimento di Massangulo, ponte per l’evangelizzazione del Niassa. L’istituto lascia la provincia di Tete nell’ottobre 1930, e vi ritornerà solo nel 2013.
Viste le difficoltà nell’evangelizzazione, lo strumento scelto è quello dell’educazione. Vengono aperte scuole con collegio, per accogliere bambini anche da zone lontane.
Vi lavoravano i padri Lunati, Calandri, Amiotti e fratel Benedetto. Amiotti rientra in Italia nel maggio 1932. Padre Calandri è instancabile, ma anche tutti gli altri fanno miracoli.
Nel giugno 1933, a Torino si installa una nuova direzione generale. Il superiore è padre Gaudenzio Barlassina, il pioniere dell’Etiopia (cfr MC giugno 2023), e due consiglieri sono ex del Mozambico. Si dove decidere cosa fare della missione nel Niassa. Ma su questo, occorre interagire con il vescovo.
Calandri vuole spingersi a Est dai Macúa e a Nord dagli Anyanja. Queste sono popolazioni non islamizzate, e dunque più aperte ad accogliere l’evangelizzazione.
Il vescovo, monsignor de Assunção, continua a subire pressioni da settori nazionalisti della società coloniale portoghese e tarda a dare il permesso per nuove missioni.
Calandri allora, scrive direttamente a Propaganda fide, a Roma, spingendo per un’estensione dell’evangelizzazione del Niassa, e portando come argomentazioni la difficoltà del contesto di Massangulo e le ritrosie del vescovo. Anche i superiori a Torino, intanto, continuano i contatti con la Santa Sede, finché Barlassina ottiene rassicurazioni dal Segretario di stato vaticano. Poco tempo dopo, il vescovo viene trasferito a Capo Verde e sostituito da monsignor Teodosio Clemente de Gouveia.
Inaugurazione del ponte sul fiume Lugenda presso Mandimba nel Niassa
Il lavoro missionario
In questi anni il lavoro missionario è caratterizzato da un’intensa evangelizzazione. Il metodo consiste nella vista dei villaggi, la supervisione dei catechisti, la formazione dei catecumeni, l’assistenza ai sacramenti dei battezzati. Si dà priorità alla catechesi degli adulti.
Monsignor Diamantino Antunes, studioso della presenza Imc nel Paese, scriverà: «I primi missionari furono instancabili nella loro dedizione apostolica: sopportavano con tenacia le situazioni avverse, appresero le lingue (macúa, ciyao, cinyanja, xitshwa e cindau) stabilendo così un contatto diretto e continuo con la popolazione. Senza grandi metodologie pastorali, formarono una valida generazione di cristiani». E inoltre: «Nei diari e nelle relazioni inviate ai superiori è visibile l’esistenza di un forte sentimento di comunione tra le comunità cristiane, disperse nel territorio, e la missione».
Anno di grandi decisioni
Fatta la scelta di restare in Mozambico e, quindi, nel Niassa, si tratta di espandersi. La direzione generale decide di inviare il consigliere padre Vittorio Sandrone, con esperienza di Mozambico, nel Paese, per rendersi conto e pianificare le mosse da fare. Nell’agosto 1936 Sandrone prende possesso della missione di Massangulo. Allo stesso tempo, padre Calandri è richiamato in Italia, dove presenta ai superiori la situazione socio economica e religiosa del Niassa.
Sandrone cerca il consenso del nuovo vescovo per aprire missioni verso Mepanhira e il popolo Macúa.
È solo questione di tempo. A inizio 1938, padre Sandrone riceve la tanto agognata lettera da monsignor Gouveia, che lo incoraggia a perseguire l’attività nella regione. Ritorna alla direzione generale a Roma, e lascia padre Gabriele Quaglia come responsabile della futura espansione. A luglio viene aperta Mepanhira, da dove si assiste una vasta area, che comprende le attuali Mecanhelas e Cuamba. Il 7 di agosto il vescovo visita la missione di Massangulo e presenta a padre Quaglia le sue idee sull’evangelizzazione del Niassa. Adesso occorrono missionari.
Mandimba, 2 ottobre 1927, padre Calandri insegna in una prima scuola all’aperto
L’accordo con il Portogallo
Un passaggio storico importate avviene il 7 maggio 1940: il Portogallo, potenza coloniale, e la Santa sede, firmano un accordo per definire le relazioni tra Mozambico e Vaticano, in particolare l’attività missionaria.
Il territorio missionario, fino a questo momento unica prelazia del Mozambico, viene diviso in tre diocesi: Lourenço Marques (l’attuale Maputo), Beira e Nampula. Questo accordo apre anche il cammino per la presenza Imc in Portogallo, che sarà utile per formare i missionari da mandare in Mozambico, ma anche per trovare nuove vocazioni tra i portoghesi. Dopo i primi contatti nel 1940 con il Vaticano su questa possibilità, il 10 giugno 1943, il primo missionario della Consolata in Portogallo è padre Giovanni De Marchi, che si installa a Fatima, dove apre il seminario dell’istituto.
Nel 1940 la direzione generale nomina padre Domenico Ferrero superiore delegato per il Mozambico. Ferrero è arrivato alla missione di Massangulo l’11 dicembre del 1939 per sostituire padre Quaglia, superiore ad interim, dopo la partenza di Sandrone.
Nel giugno 1941 Ferrero spedisce alla segreteria di Stato Vaticano una relazione sulla situazione missionaria in Niassa: «Nella comunicazione – scriverà monsignor Diamantino – il padre mette in rilievo la dedizione dei missionari e dei catechisti, quanto la corrispondenza pronta e sincera della popolazione in determinate zone all’annuncio del Vangelo. In particolar modo dove l’influenza musulmana è meno forte».
Sono gli anni della Seconda guerra mondiale e le comunicazioni tra Mozambico e Torino si fanno difficili. Padre Sandrone, vice superiore generale, tiene i contatti epistolari con padre Ferrero.
Tra il 1938 e il 1939 sono arrivati nove nuovi missionari e tre suore, sbarcati a porto Amelia il 21 novembre 1939, a guerra già iniziata. Hanno poi percorso 800 km in camionetta per giungere a Massangulo. Tutti i missionari e le missionarie della Consolata non sono comunque sufficienti per le missioni che si vogliono aprire.
Tra il 1940 e 45 è impossibile mandare nuovo personale e quelli in Mozambico rimangono isolati.
Verso Sud
Nel giugno 1945 il cardinale Teodosio Clemente de Gouveia, in visita a Roma, si incontra con padre Gaudenzio Barlassina. È in quell’occasione che invita i missionari della Consolata a lavorare nella sua arcidiocesi di Lourenço Marques (Maputo). Una regione molto grande che unisce i distretti di Lourenço Marquez, Gaza e Inhambane. Il cardinale dice che non ha personale missionario sufficiente, e che «la penetrazione protestante è molto forte […] mentre la presenza cattolica è ridotta ad alcune scuole cappelle, molte delle quali in decadenza».
Padre Barlassina accetta confermando che l’istituto può assumersi la responsabilità dell’evangelizzazione nella parte Nord del distretto di Inhambane.
Subito undici missionari sono designati per il Mozambico, cinque dei quali per il Sud.
La direzione generale invia padre Gabriele Quaglia a Sud, che porta anche padre Giovanni Tolosano. I due vanno a Lourenço Marques a incontrare il vescovo, che nomina Quaglia responsabile dell’arcipretato di Vilankulo.
Per barca e poi in camionetta vanno verso Inhambane e si incontrano, il 2 di agosto, a Massinga con gli altri due padri appena giunti dal Portogallo.
Padre Quaglia scrive poi una lunga lettera al superiore generale, nella quale descrive il territorio e la popolazione. La realtà religiosa, culturale e socio economica è molto diversa da quella del Niassa, ponendo sfide differenti. L’evangelizzazione è legata alle scuole e a chi le frequenta. I cattolici, pochi, sono giovani, ma mancano le famiglie a supporto. Per questo la priorità pastorale deve essere la formazione di catechisti e l’apertura di cappelle, compito che si presenta difficile.
È così che, nel luglio 1946, questo gruppo di missionari fonda le missioni di Massinga e Nova Mambone. Nel 1947, un altro gruppo di missionari apre la missione di Mapinhane, che assiste la popolazione fino a Vilankulo, e nel 1948 Maimelane, fino ad arrivare alla periferia della capitale con la missione di Liqueleva.
Un nuovo territorio
Territorio arido, per mancanza di piogge e terra arenaria, è abitato da una diversità di etnie e composto da tre zone climatiche differenti: la costa, le colline dell’interno, la piana del rio Save.
La zona servita dalla Consolata si trova tra i due grandi poli missionari di Beira e Inhambane, gestiti dai Francescani. «Le enormi distanze – scriverà monsignor Diamantino -, le difficoltà di trasporto, il clima, la scarsità di personale missionario aveva impedito una efficace azione evangelizzatrice. Le visite dei padri alle missioni di frontiera erano rare e l’apostolato era fatto dai pochi catechisti delle scuole cappelle disperse sul territorio».
I protestanti sono presenti e ben organizzati. I cattolici sono pochi. La maggior parte della popolazione pratica religioni tradizionali.
I primi frutti della Consolata in quella zona sono lo sviluppo della missione di Mapinhane, il battesimo di alcuni catecumeni, l’ingresso di tre seminaristi di Massinga e l’apertura di scuole. I missionari studiano la lingua locale e preparano il catechismo portoghese-xitshwa.
Tuttavia l’apostolato nel sud è molto difficile. La popolazione adulta mostra indifferenza e quasi ostilità. Le visite nelle case sono difficili per la diffidenza. I cattolici vivono dispersi, lontano dalle missioni. La frequenza dei sacramenti è bassa. Gli stessi professori-catechisti talvolta mostrano disinteresse a partecipare agli incontri di formazione. L’opera di evangelizzazione si realizza quasi esclusivamente a scuola, ma ci sono pochi alunni e professori scarsi. Sono frequenti i cicloni che causano l’abbandono dei villaggi, la gente migra in città, ma anche in Sudafrica per lavorare nelle miniere. Le scuole restano quasi vuote. Nel marzo 1948 un ciclone nel Nord di Inhambane distrugge molte strutture delle missioni.
Scuola creata e gestita dai Missionari della Consolata nel Niassa
Cambio di generazione
Segue un periodo di grande diffusione dell’evangelizzazione con la nascita di nuove diocesi e di molte missioni. Si sviluppano le infrastrutture con chiese, scuole, collegi, ospedali, maternità e seminari.
Nel 1965 è ordinato il primo missionario della Consolata mozambicano, padre Amadio Dide.
Il 12 agosto del 1967 muore a 74 anni padre Pietro Calandri, pioniere dell’evangelizzazione del Niassa, mentre il 26 ottobre del 1973 è la volta di padre Domenico Ferrari, altra figura emblematica dell’Imc in Mozambico. Padre Gabriele Quaglia si è spento nel novembre 1956.
Periodo di guerre
Irrompe la guerra di liberazione, iniziata nel 1964, che porta all’indipendenza del Paese il 25 giugno 1975. È un periodo difficile, alcuni missionari sono accusati di connivenza con la ribellione ed espulsi.
Anche il governo di stampo marxista-leninista del Frelimo considera la Chiesa un ostacolo e vuole ridurla alla gestione del culto e controllare i suoi membri. Molte scuole, ospedali e altre opere diocesane sono confiscate e nazionalizzate. Alcuni missionari sono arrestati, espulsi, talvolta uccisi (come i padri Guerino Prandelli nel 1972 e Ariel Granada nel 1992).
Il Paese vive una cruenta guerra civile (1977-1992) che colpisce tutto il paese, causando insicurezza, sofferenza e distruzione. Al Frelimo al governo, si oppongono i guerriglieri della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana).
Anche la vita parrocchiale viene ridotta al minimo. Il nuovo apostolato è la presenza, la condivisione nella sofferenza, il martirio e la riconciliazione. La Chiesa emerge come forza in grado di dare speranza al cammino per la pace. La Conferenza episcopale chiede ufficialmente pace e riconciliazione alle parti in lotta. Il papa Giovanni Paolo II visita il paese nel 1988.
Il 4 ottobre 1992 viene firmata la pace a Roma. Un ruolo importante nella mediazione lo gioca la comunità di Sant’Egidio. Il Paese è da ricostruire, come infrastrutture e come popolazione.
Marco Bello
Trasporto a mano attraverso il ponte del fiume Lugenda nel Niassa
Dopo cento anni, gran parte del lavoro missionario è stato fatto. La presenza Imc si è ridotta, ma ha ancora un ruolo fondamentale. In un Paese di grandi fragilità, occorre «costruire» le persone.
Durante questi cento anni, il lavoro dell’Imc in Mozambico è stato importante. La Chiesa locale si è costituita tramite il lavoro dei missionari. Il missionario è colui che va, apre la strada e poi crea certe strutture ecclesiali. Una volta che c’è la Chiesa, si ritira e lascia al clero locale la responsabilità di continuare il lavoro, per andare in qualche altro posto. Noi missionari della Consolata abbiamo fatto questo, specialmente in Niassa e Inhamabane, due regioni che abbiamo evangelizzato da zero.
La nostra presenza ha creato la Chiesa locale. Oggi nel Niassa c’è un numero sufficiente di sacerdoti e abbiamo lasciato ai preti diocesani molte missioni.
In Niassa siamo presenti ancora in tre luoghi: Lichinga, il capoluogo, Massangulo, in mezzo ai musulmani, e a Maúa, missione di promozione umana ed evangelizzazione.
A Tete siamo presenti a Fingoé (non lontano dalla prima missione di Miruru del 1925), nella parrocchia di Tete (vedi MC maggio 2025) e a Ucanha.
A Inhamabane siamo rimasti con due presenze, abbiamo lasciato il centro catechetico di Guiúa (luogo del massacro dei catechisti nel 1992). Siamo a Vilankulo e a Nova Mambone, impegnati nella promozione umana, continuando l’attività di padre Marchiol nelle saline, e dando lavoro a un centinaio di famiglie.
Nel Sud siamo a Maputo in periferia, dove c’è la parrocchia di Liberdade, mentre in città gestiamo la parrocchia vicino alla casa provinciale e poi il seminario a Matola. Qui una ventina di ragazzi studiano (propedeutico e filosofia) per diventare missionari della Consolata.
Pensiamo, infatti, che sia molto importante che nella Chiesa locale ci sia anche una dimensione missionaria. Ovvero che la Chiesa non deve solo pensare a se stessa, ma che qualsiasi Chiesa «missionata» deve a sua volta diventare missionaria.
Oggi, noi missionari della Consolata nel Paese siamo in tutto 24, mentre qualche tempo fa erano un centinaio. Veniamo da varie parti del mondo, tra cui Portogallo, Italia, Brasile, Colombia e poi Kenya, Uganda e Tanzania, oltre a Mozambico.
Molti mozambicani sono in altri Paesi, missionari in Corea del Sud, Colombia, Brasile, Kenya, Italia e Portogallo.
Abbiamo tre vescovi che guidano la Chiesa locale.
L’arcivescovo di Nampula, Inácio Saure che è anche l’attuale presidente della Conferenza episcopale; il vescovo ausiliare di Maputo, Osório
Citora Afonso, anche lui mozambicano; e il vescovo di Tete, Diamantino Guapo Antunes che è portoghese.
La missione oggi
Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’indipendenza, conquistata dal partito Frelimo che è diventato il padrone del Mozambico. La situazione sociale non è migliorata, anzi, il Paese è attualmente nel bisogno, nonostante abbia molte risorse, sia come materie prime che come potenzialità naturalistiche. C’è una grande contraddizione, perché esiste un piccolo gruppo di straricchi, e il resto della popolazione che vive in una povertà vergognosa. Cinquant’anni di questo partito non sono riusciti a realizzare una giustizia sociale, a riequilibrare il potere economico e le possibilità delle persone.
La povertà non è diffusa solo nei villaggi, dove mancano i servizi essenziali, ma anche nelle periferie delle città, dove tanti giovani cercano di sopravvivere facendo qualsiasi lavoro, talvolta illegale.
è Un Paese sotto il domino dell’ingiustizia e della corruzione, con un popolo giovane senza futuro, perché chi finisce gli studi non ha possibilità di svolgere lavori se non quelli governativi. Le fabbriche sono tutte concentrate nella capitale. A Tete ci sono miniere del carbone che occupano molte persone.
La Chiesa ha ancora un ruolo di supplenza dello Stato, ad esempio per quello che concerne l’educazione di qualità. Infatti le scuole pubbliche hanno un livello molto basso. Quelle private sono buone ma costose. Ha, inoltre, un ruolo è di promozione umana, promozione della donna, educazione delle persone, formazione al lavoro; dimensioni che aiutano le persone ad avere un presente e un futuro.
Contadini al lavoro nelle campagna del Niassa
La bellezza del bene
La Chiesa ha un ruolo prioritario nella formazione delle persone e delle coscienze. Questo è molto importante in un Paese corroso dalla corruzione, dove tutto è denaro, tutto si compra, con una società che si sta sgretolando. È stato creato un colonialismo di partito, un popolo che ha paura, che è senza sogni.
Promuovere la bellezza del bene, della bontà, della fraternità, della giustizia sociale è parte della nostra missione, a tutti i costi.
La nostra catechesi, le nostre omelie la domenica, i nostri incontri di formazione sono importanti anche per questo.
I missionari devono essere consapevoli di questo ruolo. Siamo stranieri e, in quanto tali, non possiamo parlare molto. Dobbiamo essere prudenti in quello che diciamo perché altrimenti ci mandano a casa. Ma dobbiamo aiutare il clero locale e i catechisti ad avere coscienza del proprio ruolo profetico. Incoraggiare i pastori e gli animatori locali a guardare con gli occhi del Vangelo, al Regno di Dio.
Dimensione missionaria
In Mozambico molti sono chiamati al sacerdozio e alla vita consacrata. I seminari sono pieni e talvolta manca il posto. È stato fatto un secondo seminario filosofico, a Nampula, in aggiunta a quello di Matola. Ogni anno vengono ordinati due o tre sacerdoti per ogni diocesi. Anche le congregazioni femminili sono numerose, alcune storiche, altre nuove che arrivano da fuori, in particolare dal Brasile. Anche l’Imc ha, ogni anno, dai tre ai cinque ragazzi che vanno in noviziato, in Tanzania o in Kenya.
Il nostro compito è risvegliare anche nel clero locale la dimensione missionaria: che il sacerdote diocesano non pensi solo alla sua diocesi, ma guardi lontano, anche gli altri. Si tratta di una Chiesa giovane segnata da molte precarietà e necessità. Ad esempio Tete è una diocesi grande quanto tutto il Nord Italia, ma conta solo venti sacerdoti che non arrivano dappertutto.
L’importante è che, nella Chiesa mozambicana in crescita, aumenti questo impegno dell’ad gentes, e i nostri seminaristi missionari sono quelli che danno questa tonalità.
Sandro Faedi
Missionaria della Consolata in visita a una famiglia
Il grande Paese sta vivendo molteplici crisi interne
Le recenti elezioni sono state contestate. Il partito al potere dall’indipendenza non vuole lasciare. E le proteste popolari hanno causato vittime. Intanto, al Nord, continua la guerra contro i gruppi armati. Con un alleato scomodo.
Come i tifoni che, periodicamente, colpiscono le coste, così la rivolta si è abbattuta sulla politica mozambicana. Una ventata che ha spazzato per mesi il Paese, portando instabilità, tensioni, morte. Al momento, è tornata la calma, ma la brace del malcontento continua a covare sotto la cenere e il fuoco potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento.
Tutto è iniziato in autunno: il 9 ottobre 2024 si sono tenute le elezioni presidenziali. Il candidato del partito al governo (il Frelimo), Daniel Chapo, è stato dichiarato vincitore con il 65,2% dei voti. Tuttavia, l’opposizione, guidata da Venancio Mondlane, ha contestato i risultati, denunciando irregolarità nel processo elettorale. Queste contestazioni hanno portato a diffuse proteste nel Paese, che sono state represse violentemente dalle forze di sicurezza, causando numerose vittime.
Nonostante le tensioni, il 23 dicembre, il Consiglio costituzionale ha confermato la vittoria di Chapo e il suo insediamento è avvenuto il 15 gennaio. Le proteste post elettorali hanno avuto gravi conseguenze, con circa 300 morti nei tre mesi successivi alle elezioni. Fino a qui la cronaca, ma i fatti sono molto più complessi. A partire proprio dall’uomo nuovo, cioè Venancio Mondlane. Ex membro della Renamo, lo storico partito di opposizione mozambicana, Mondlane si è inizialmente candidato con una coalizione di piccoli partiti, chiamata Cad, la quale sarebbe stata poi esclusa, per cavilli formali, dalle elezioni legislative, lasciando, tuttavia, la candidatura presidenziale di Mondlane in piedi. «È stato a quel punto – spiega Luca Bussotti, docente all’Università Tecnica del Mozambico – che Mondlane, ritrovatosi senza partito, si è associato a Podemos, ma senza mai farne parte. Oggi, le due strade si sono divise. Podemos è stato il primo partito a riconoscere la vittoria del Frelimo e di Chapo, prima e più della Renamo e dell’Mdm (Movimento democratico del Mozambico), mentre Mondlane ha continuato per la sua strada di opposizione a un esecutivo che ritiene illegittimo».
Popolo al potere
Le manifestazioni di oggi non sono però iniziate con la crisi post elettorale. Il movimento che si è formato, e che ha poi dato origine all’onda lunga capeggiata da Venancio Mondlane, «Povo no Poder», ha avuto inizio dopo la morte del rapper Azagaia, nel marzo 2023.
«Con la morte di Azagaia – continua Bussotti -, i suoi seguaci hanno perso quel timore che ha caratterizzato da sempre il rapporto fra cittadini e autorità in Mozambico, e sono usciti allo scoperto. Le elezioni comunali dell’ottobre del 2023 sono state una prova generale di quelle politiche di un anno dopo. Anche in quel caso, i partiti di opposizione, soprattutto Renamo, avevano conquistato molte amministrazioni, fra cui Maputo.
Tuttavia, i consueti brogli elettorali hanno consegnato quasi tutti i comuni al Frelimo e ai suoi candidati, ignorando la volontà popolare».
Una situazione che si è andata sommando a forti tensioni etniche che si sono accumulate negli anni del governo di Felipe Nyusi. «Sotto Nyusi – continua Bussotti – si è accentuata l’esclusione sistematica di fasce maggioritarie della popolazione, anche etnicizzando (a favore della minoranza Makonde) i privilegi economici e le opportunità di formazione e lavoro, restringendo sempre di più la sfera pubblica, con uno Stato al culmine della sua inefficienza».
Il Frelimo dall’indipendenza
Questi fenomeni hanno creato una miscela che ha fatto implodere il Paese, ma il Frelimo ha mantenuta salda la presa sul potere. Anche se è ormai difficile dire quale sia il seguito della formazione che governa il Mozambico dal giorno dell’indipendenza (1975). «Al di là del risultato delle ultime elezioni, evidentemente fraudolento, come la stessa Unione europea e il Consiglio costituzionale mozambicano hanno scritto nei rispettivi report – continua Bussotti -, quel che vediamo quotidianamente sono manifestazioni organizzate da Venancio Mondlane, che riscuotono sempre un enorme seguito, come non se ne vedeva dai tempi di Samora Machel o di Afonso Dhlakama, tanto per fare un paragone. È un governo completamente delegittimato, quello, appunto, del Frelimo, guidato da Daniel Chapo. Ciò che, per il momento (a partire dallo scrutinio dei voti) ha salvato il Frelimo è stato, da un lato, il controllo totale delle istituzioni di giustizia, a cominciare da quelle elettorali, e la fedeltà in primo luogo della polizia e, in parte, dell’esercito. Se uno di questi due elementi fosse venuto meno nel momento del conteggio dei voti, adesso staremmo a raccontare una storia diversa».
Il 23 marzo 2025, il presidente Chapo e Mondlane si sono incontrati per discutere su come riportare la stabilità nel Paese. Sebbene i dettagli specifici dei loro colloqui non siano stati resi pubblici, questo incontro è stato interpretato come un gesto distensivo volto a favorire il dialogo e la riconcilia- zione nazionale. «Si tratta sicuramente di un passo positivo per abbassare i toni, per cercare di contenere la crisi – osserva Marco Di Liddo, direttore di CeSi (Centro studi internazionali) -. Anche perché il Mozambico ha a che fare con una guerriglia di tipo islamista nel Nord e, quindi, non può permettersi che altre faglie di instabilità diventino più marcate. Però, c’è ancora distanza tra le parti e ci vorrà tempo affinché si arrivi a un contenuto politico e un piano di pace degno di questo nome, cioè applicabile».
Accampamento delle Missionarie della Consolata durante i loro spostamenti.
Jihadisti nel Nord
In Mozambico si trascina un’altra crisi, quella in corso nella Provincia settentrionale di Cabo Delgado dove, dal 2017, è in atto un conflitto tra le forze armate, sostenute da reparti dell’esercito ruandese, e i miliziani islamisti legati allo Stato islamico.
Cabo Delgado è una Provincia da sempre emarginata. La popolazione locale gode poco o nulla dell’enorme ricchezza di materie prime del suo territorio. Anche politicamente, la provincia non è coinvolta nelle decisioni che la riguardano. Ciò ha portato a una radicalizzazione dei gruppi islamisti che hanno sfruttato il malcontento locale per reclutare combattenti e promuovere la loro agenda. Il conflitto ha causato una grave crisi umanitaria, con centinaia di migliaia di sfollati e un impatto devastante sulle infrastrutture e sull’economia locale.
«Cabo Delgado – spiega Bussotti – è un’altra situazione complessa, niente affatto conclusa, e non legata esclusivamente al radicalismo islamico, ma che ha origine in conflitti etnici mai risolti, quali quello fra i Makonde (minoritari ma al governo), da un lato, e gli Amakhuwa (l’etnia più numerosa in Mozambico, ma quella più emarginata dai giochi che contano) e i Kimwani, questi ultimi musulmani».
Concorda Marco Di Liddo: «L’elemento religioso e il problema etnico sono due lati della stessa medaglia. È fuorviante pensare che l’insorgenza nel Nord del Mozambico sia solo un movimento islamista, essa affonda invece le sue radici in un malcontento profondo delle popolazioni locali che si sentono tradite dal Frelimo, perché le autorità hanno cacciato le famiglie dalle loro terre ancestrali per lo sfruttamento delle miniere, i pescatori hanno visto le loro attività ridotte a causa dell’industria estrattiva. Inoltre, la provincia ha infrastrutture (strade, ponti, uffici pubblici) insufficienti. Tutto ciò, messo insieme, crea una bomba a orologeria perfetta per quel tipo di narrativa politica, per quel proselitismo violento che è il fondamentalismo islamico».
Ingerenza ruandese
Le truppe ruandesi sono sempre più numerose, e la tendenza è che Paul Kagame, il presidente del Rwanda, mandi sempre più effettivi di agenzie private di sicurezza appartenenti a società controllate dal suo partito, piuttosto che militari dell’esercito ruandese. Il caso più emblematico è quello dell’Isco security (controllata della Crystal Venture), che ha firmato un contratto di esclusività con la Total per proteggere l’investimento sul gas ad Afungi. Un contratto che ammonta a venti miliardi di dollari.
L’alleanza tra Kigali e Maputo ha anche un forte impatto sui rapporti tra il Mozambico e il Rwanda. «Il Rwanda di Kagame sta avendo un forte ruolo nella crisi nell’Est del Congo – sottolinea Bussotti -. Ciò ha irritato la comunità degli Stati dell’Africa australe (Sadc) e, in particolare, il Sudafrica. Proprio Pretoria ha chiesto di interrompere l’asse privilegiato Maputo-Kigali, visto che Kagame sta finanziando un gruppo terrorista come quello dell’M23».
Oggi, a Cabo Delgado lo scenario che si sta delineando è a macchia di leopardo. Ci sono isole felici, dove si riversano i grandi investimenti delle multinazionali, come quello della Total ad Afungi, o della Montepuez Ruby Mining a Montepuez. Il resto del territorio è, invece, in balia delle scorribande della milizia jihadista, i cui membri principali sono i giovani Amakhuwa e Kimwani, in rotta con uno Stato che li ha emarginati da qualsiasi percorso inclusivo, da un po’ di tempo spalleggiati dall’Isis, che ha rivendicato diversi degli ultimi attacchi.
Questa instabilità può danneggiare fortemente l’Europa che, negli ultimi anni, è diventata un partner fondamentale per il Mozambico. «Se l’Europa non interviene per cercare di stabilizzare la situazione, la relazione rischia di liquefarsi – conclude Di Liddo -. L’assenza di un ruolo importante del vecchio continente potrebbe ingenerare nei mozambicani la percezione che gli europei si interessano al Mozambico soltanto per i giacimenti di gas, le pietre preziose, le materie prime critiche. Gli europei poi devono tenere presente che le crisi politiche mozambicane hanno sempre avuto forti ripercussioni sui Paesi vicini: Malawi, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe. Preservare la stabilità mozambicana significa quindi tutelare la stabilità dell’Africa australe. L’Europa però mi sembra più concentrata sulle crisi in Ucraina e in Medio Oriente. Questo, a mio avviso, è un errore strategico».
Enrico Casale
padre Amiotti incontra gruppo di persone mentre ancora in Kenya prima della partenza per il Mozambico
Diamantino Guapo Antunes Missionario della Consolata in Mozambico, è vescovo di Tete. Ha scritto «A semente caiu em terra boa», edizioni Missioni Consolata, 2003, sulla storia dell’Imc in Mozambico.
Sandro Faedi Missionario della Consolata, ha lavorato molti anni in Mozambico e Venezuela. Oggi è in missione a Fatima, in Portogallo.
Enrico Casale Giornalista, specialista di Africa e collaboratore di lunga data di MC.
Marco Bello Giornalista, direttore editoriale di MC.
Le foto del dossier provengono dall’Archivio fotografico Misssioni Consolata Torino (AfMC)), diverse sono di padre Amiotti
Rifugiati, la crisi non rallenta
Il numero di rifugiati e sfollati nel mondo è aumentato per 12 anni consecutivi e oggi è pari a oltre due volte la popolazione dell’Italia. Sette rifugiati su dieci sono ospitati negli Stati confinanti il Paese d’origine, quasi sempre Paesi a basso o medio reddito.
Lo scorso 7 aprile, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, Unhcr, riferiva che, a due anni all’inizio della guerra in Sudan, le persone costrette a fuggire dal Paese erano circa 12,7 milioni, di cui 8,6 milioni sfollati all’interno dei confini sudanesi e quattro milioni nei Paesi confinanti o vicini: Egitto, Sud Sudan, Chad, Libia, Uganda, Etiopia e Repubblica centrafricana@. Sul totale mondiale dei rifugiati, riportava l’agenzia, uno su 13 è del Sudan, che diventa così il Paese con il maggior numero di profughi al di fuori dei propri confini in tutta l’Africa. Fra le persone costrette a fuggire ci sono anche cittadini non sudanesi che erano già rifugiati da altri Paesi accolti in Sudan. I livelli di insicurezza alimentare erano molto alti, fra il livello 3, che indica crisi, e il livello 4, di vera e propria emergenza, con una zona nella parte meridionale del Sudan dove la situazione era già in fase 5, quella della catastrofe umanitaria@.
La guerra nel Paese, raccontava Enrico Casale su MC dello scorso aprile@, è scoppiata nel 2023 «a causa di tensioni legate alla transizione politica del Sudan verso un governo civile», in seguito all’instabilità politica generata dalla caduta del dittatore Omar al-Bashir, arrivato al potere nel 1989 con un colpo di Stato e deposto trent’anni dopo. Il conflitto vede opporsi l’esercito sudanese e le Rapid support forces (Rsf), eredi delle milizie Janjaweed responsabili delle atrocità nella regione sudanese occidentale del Darfur all’inizio di questo secolo.
123 milioni di profughi
Quella del Sudan è una delle peggiori crisi umanitarie in corso, ma il numero di profughi nel mondo sta aumentando da 12 anni consecutivi: se nel 2012 gli sfollati globali erano circa 43 milioni, alla fine di giugno dell’anno scorso erano triplicati: 122,6 milioni, provenienti da 179 Paesi@. Questo mese esce il nuovo rapporto Unhcr che fornirà dati più consolidati; intanto, quelli a disposizione dicono che una persona su 67 sul pianeta è costretta a lasciare il luogo in cui vive per sfuggire a persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.
Sul totale di quasi 123 milioni, oltre la metà sono sfollati interni al paese d’origine, 38 milioni sono rifugiati, 8 milioni sono richiedenti asilo – cioè persone che hanno richiesto il riconoscimento dello status di rifugiato o un’altra forma di protezione internazionale, ma la cui situazione non è ancora definita – e poco meno di 6 milioni sono persone non incluse in queste due categorie ma probabilmente bisognose di protezione internazionale.
Due terzi dei rifugiati vengono da soli quattro Stati: Siria, Venezuela, Ucraina e Afghanistan; circa sette su dieci sono ospiti di Paesi a basso e medio reddito confinanti con quello di origine. I minori, cioè le persone sotto i 18 anni di età, sono 47 milioni.
Questi numeri provengono da tre fonti: Unhcr, Unrwa (United nations relief and works agency for Palestine refugees in the Near East) e l’Idmc (Internal displacement monitoring centre) della Ong umanitaria Consiglio norvegese per i rifugiati.
Unhcr e Unrwa sono entrambe agenzie Onu, ma hanno mandati diversi e complementari. In particolare, l’Unrwa – che ha sotto il suo mandato circa 5,9 milioni di palestinesi – fornisce ai rifugiati servizi in cinque ambiti, fra cui sanità e istruzione, in attesa di una soluzione alla loro situazione, mentre l’Unhcr offre assistenza solo temporanea ma ha l’autorità di reinsediare i rifugiati palestinesi e cercare per loro soluzioni durature. Secondo l’Unhcr, però, ogni anno viene reinsediato meno dell’1% dei rifugiati@.
Boa Vista e rifugiati venezuelani
Anche la crisi venezuelana non registra miglioramenti: la situazione di mancanza di servizi di base, violenza, criminalità e violazioni dei diritti umani è tale che quasi un venezuelano su quattro ha lasciato il Paese. Secondo la piattaforma R4V, cogestita da Unhcr e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), i rifugiati e migranti venezuelani nel mondo sono poco meno di 7,9 milioni, di cui 6,7 distribuiti in 17 Paesi dell’America Latina. I primi tre Paesi ospitanti sono Colombia, che ha 2,8 milioni di venezuelani sul proprio territorio, Perù (1,7 milioni) e Brasile (627mila)@.
Il Brasile si è dato una legislazione sulla migrazione che facilita molto l’accoglienza, attribuendo agli stranieri – almeno sulla carta – gli stessi diritti e doveri dei brasiliani, senza grandi distinzioni legate allo status di rifugiato o migrante, e mettendo a disposizione rifugi, assistenza umanitaria e ricollocamento delle persone nei vari Stati brasiliani nell’ambito della Operação acolhida, operazione accoglienza. Ma le difficoltà restano tante: secondo l’analisi dei bisogni di rifugiati e migranti fatta da R4V nel 2024@, i minori immigrati che non erano iscritti al sistema scolastico formale erano circa il 17% nel Paese, ma un’ulteriore verifica condotta nello stato di Roraima, principale punto di ingresso dei migranti dal Venezuela in Brasile, alzava il dato al 54%. Quanto alla nutrizione, se a livello nazionale era il 22% delle famiglie immigrate intervistate a segnalare insicurezza alimentare moderata o grave, in Roraima la percentuale era di cinque punti più alta. La popolazione indigena – Warao, Pemon, Taurepang, E’ñepa, Kariña e Wayuu – ha difficoltà ancora maggiori: l’analisi cita il caso di un rifugio della Operação acolhida dove i bambini che non frequentavano la scuola erano 86 su cento.
Donna Warao che lava la sua roba a Boa Vista
Le difficoltà concrete
A Boa Vista, in Roraima, un’équipe dei missionari della Consolata assiste i migranti e rifugiati venezuelani che vivono negli insediamenti informali, cioè fuori dai centri governativi. Padre Juan Carlos Greco, missionario di origine argentina membro dell’équipe, ha lavorato anche nove anni in Venezuela con gli indigeni Warao.
«Non è facile capire chi è rifugiato e chi migrante», spiega Juan Carlos: spesso non dipende solo dal motivo per cui una persona ha abbandonato il proprio Paese – cioè se è o no in fuga da una persecuzione – ma dai documenti di cui dispone all’arrivo. «Immagina che marito e moglie arrivino con in tasca una carta d’identità venezuelana: a entrambi viene riconosciuto il diritto ad avere la residenza in Brasile e diventano così migranti residenti. Ai bambini con meno di 12 anni, il Venezuela non rilascia una carta di identità, perciò, se la coppia ha una figlio di quell’età è senza documenti e le autorità, per poterlo accogliere, devono riconoscergli lo status di rifugiato. Infine, se a questi genitori arriva un nuovo figlio mentre sono in Brasile, lo Stato brasiliano non può attribuire al nuovo nato la cittadinanza venezuelana, perciò lo riconosce come cittadino brasiliano. Ecco allora che hai famiglie con genitori migranti residenti, figli grandi rifugiati e figli piccoli cittadini brasiliani».
Alle questioni burocratiche si aggiungono poi altre difficoltà: ci sono persone – continua Juan Carlos – che sono venute dal Venezuela perché sono malate o disabili e nel loro Paese non possono più curarsi. Ma nelle loro condizioni non riescono a lavorare e possono solo “stare in un rifugio in attesa di un miracolo”». Spesso, poi, il cibo servito nei rifugi crea ulteriori problemi, perché è avariato o cucinato in modo scorretto e causa intossicazioni alimentari. «Prima, a fornire il cibo era la Caritas brasiliana, ma ora ha chiuso per mancanza di fondi: questi venivano infatti in larga parte dagli Usa, ma il governo statunitense a gennaio ha sospeso gli aiuti»@.
A volte, pur di lavorare, i migranti entrano in contatto con organizzazioni criminali. «Una donna warao aveva un marito, non indigeno, che si è messo nel traffico di droga ed è stato ucciso da due sicari in moto a colpi di arma da fuoco. Lui è morto sul colpo, la moglie, ferita al costato, è morta pochi giorni dopo. Il bambino di cinque mesi, che lei teneva in braccio, è stato ferito a una mano ma si è salvato. Ora lui e i suoi sette fratelli sono orfani e hanno solo i nonni ultrasessantenni che possono prendersi cura di loro. Il governo ancora non ha concesso loro la bolsa familia», cioè l’aiuto finanziario per le famiglie povere, «perciò per ora aiutiamo noi con latte in polvere e un po’ di cibo». Adesso sei dei bambini vanno anche a scuola: il nonno accompagnava quattro di loro usando Uber, ma non aveva i soldi per rientrare a casa e poi tornare a prenderli, perciò li aspettava fino alle 5 del pomeriggio fuori dalla scuola. «Qualcuno lo ha notato e, toccato dalla sua situazione, gli ha procurato un piccolo aiuto finanziario per coprire i costi di trasporto».
Malindza Refugee Reception Centre 2022
The eSwatini Council of Catholic Women (ECCW) visited the Refugee Centre for a time of prayer and to share their gifts (09 July 2022)
eSwatini e Sudafrica, emergenze vecchie e nuove
Oltre al Sudan, ci sono altre realtà in Africa che vivono da anni una situazione di emergenza. Il Centro di accoglienza per rifugiati di Malindza, nel Regno di eSwatini, ospita ad esempio molte persone provenienti dalla zona dei Grandi Laghi, che comprende fra gli altri la Repubblica democratica del Congo, dove il conflitto nella zona orientale va avanti da anni.
Il Centro è sotto mandato Unhcr, in collaborazione con il governo di eSwatini e con la Ong World Vision come partner. «Fino a dicembre scorso», spiega monsignor José Luis Ponce de León, vescovo di Manzini e missionario della Consolata, «a Malindza gli ospiti erano circa 400, la metà bambini. Poi, con lo scoppio della violenza in Mozambico, centinaia di persone hanno attraversato il confine». Caritas eSwatini ha reagito fornendo coperte, materassi e cibo. «Visitando il campo insieme ad alcune suore mozambicane», continua monsignor Ponce de León, «ci siamo resi conto che, sebbene arrivassero dal Mozambico, i profughi non erano mozambicani, ma di altre parti dell’Africa che erano scappati dai loro Paesi e si erano stabiliti lì».
Anche a Pretoria, in Sudafrica, un missionario della Consolata, padre Daniel Kivuw’a, collabora con la Chiesa locale per assistere migranti e rifugiati provenienti da diversi paesi africani. «Ad alcuni», spiega padre Daniel, «soprattutto a quelli provenienti da Paesi con un conflitto in corso – Rd Congo, Sudan e, ultimamente, il Mozambico – il governo ha concesso lo status di rifugiato». Ma le difficoltà per i migranti in Sudafrica continuano a essere legate all’ostilità della popolazione locale, che non è nuova ad atti xenofobi violenti e al rischio di cadere vittima del traffico di esseri umani e agli elevati livelli di corruzione. «Molti migranti», continua Daniel, «faticano a ottenere documenti perché non hanno denaro per pagare i funzionari dell’immigrazione. Se sono donne migranti, poi, rischiano anche di subire abusi sessuali».
Chiara Giovetti
Noi e Voi. Ricordando Francesco
Fino in Mongolia
Visita di papa Francesco in Mongolia — foto Apostolic Prefecture of Ulaanbaatar
In queste ore siamo tutti scossi. È difficile ordinare i pensieri e tradurli in parole di senso compiuto. È un grande shock, che ha bisogno di essere attraversato con fede.
Ci vorrà del tempo per capire fino in fondo la portata del pontificato di papa Francesco. Quello che mi sento di dire adesso è che vedevo incarnata in lui una profonda paternità, che ho sperimentato personalmente in varie occasioni. Mi sentivo attratto dalla sua libertà interiore e dal suo ascolto delle mozioni interiori dello Spirito Santo.
Per noi Missionari e Missionarie della Consolata, papa Francesco è il Pontefice che ha canonizzato il nostro santo Fondatore e che ha dato un impulso missionario grandissimo alla vita e alle scelte della Chiesa.
Con il suo magistero e con il suo esempio ha riportato la missione evangelizzatrice della Chiesa al centro della vita reale delle comunità.
Per quanto riguarda la Chiesa in Mongolia, certamente papa Francesco sarà ricordato nella storia di questo Paese per essere stato il primo Pontefice a venire qui. Ma anche per il coraggio dei suoi discorsi profetici sul valore della fratellanza universale e dell’impegno per la giustizia, la pace e l’armonia del creato.
In queste ore sto ricevendo telefonate e messaggi dalle autorità civili e religiose della Mongolia. Uno dei consiglieri del Presidente mongolo mi ha trasmesso le condoglianze del Capo dello Stato, dicendo che papa Francesco ha scritto a caratteri d’oro una pagina nuova nella storia delle relazioni tra Mongolia e Santa Sede.
Poco fa mi ha chiamato l’Abate primate dei buddhisti mongoli, il Hamba Nomun Khan Javzandorj, con il quale non più di tre mesi fa avevamo avuto la gioia di incontrare personalmente papa Francesco in Vaticano. Mi ha voluto dire che, su richiesta esplicita del Presidente della Mongolia, la comunità monastica buddhista del tempio Gandantegchinlen, domani offrirà una preghiera rituale per l’anima di papa Francesco, come già avevano fatto durante il suo recente ricovero ospedaliero.
papa Francesco è stato capace di parlare al cuore di tutti. Abbiamo tanto da imparare e da applicare alla nostra vita di servi del Vangelo.
Cardinale Giorgio Marengo, Mongolia, 21/04/2025
L’odore delle pecore
Ringrazio Dio di aver incontrato personalmente papa Francesco.
È stato un grande regalo nella mia vita: un modello di umiltà e povertà francescana da imitare.
Il 16 aprile 2015, durante la visita ad limina di noi vescovi del Kenya, ho avuto la gioia di fare a papa Francesco un regalo speciale. Gli ho detto: «Io lavoro nella diocesi di Maralal, in mezzo ai pastori e perciò ti offro, a nome loro, questa mia mitria di pelle. Ora anche tu, come buon pastore, potrai avere l’odore di pecora, come sempre vai dicendo ai tuoi preti».
Prima di mettergliela sulla testa, lui stesso volle annusarla e poi commentò: «Questa non è pecora ma capra!». Gli risposi: «Sì, è vero. Vedo che te ne intendi. Ma in Kenya le pecore e le capre vanno al pascolo insieme».
Sette mesi dopo, egli fece visita in Kenya (25-27 novembre 2015), e mi fece una bella sorpresa che dimostrava il suo cuore sempre attento ai piccoli favori. Al suo arrivo, nell’aeroporto di Nairobi, sceso dall’aereo, mentre passava davanti alla fila dei vescovi, mi feci coraggio e gli chiesi: «Santità, Lei non si ricorda di me? Sono quello che le ha regalato la mitria di pelle di capra, a Roma». «Mi ricordo, sì – rispose – e la tua mitria me la sono portata dietro da Roma e domani la vedrai sulla mia testa durante la Messa».
Il giorno dopo, all’inizio della Messa, sull’altare si girò leggermente verso di me e mi fece un sorriso come per dire: «Vedi, io mantengo le promesse». Che cuore umano e pieno di calore! Tutt’oggi tengo caro ancora due cosette: il rosario che mi regalò, e che recito tutti i giorni, e un quadretto con la foto in cui lo abbracciai (che coraggio!).
Abbiamo un altro santo che intercede per noi. Un santo che ha baciato i piedi ai presidenti africani, supplicandoli di costruire la pace.
+ Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal, Kenya, 23/04/2025
Papa missionario
È stato con sorpresa e profonda tristezza che, la mattina del 21 aprile, alla missione di Boroma, fondata dai gesuiti alla fine del XIX secolo, ho ricevuto la notizia del ritorno di papa Francesco alla casa del Padre.
Era un grande amico del Mozambico, Paese che ha visitato nel settembre 2019. L’ondata di affetto suscitata dalla semplice figura di Francesco ha unito tutti i mozambicani, indipendentemente dal partito politico, dall’etnia e persino dall’appartenenza religiosa. Ci ha lasciato un messaggio di pace e riconciliazione e gesti di solidarietà concreta con le vittime mozambicane dei disastri naturali e dell’insurrezione terroristica a Cabo Delgado, nel Nord del Paese.
Si è detto e si dirà molto su papa Francesco. Per me è stato un padre e un fratello per tutti. Un Papa missionario, che mi ha ispirato molto nel mio lavoro pastorale come Vescovo di Tete, cercando di rendere questa Chiesa locale, dove i Missionari della Consolata sono arrivati 100 anni fa, una Chiesa «in uscita», con le porte aperte a tutti, una Chiesa missionaria.
Ci lascia con l’impegno di continuare a essere fedeli al Vangelo nella nostra vita quotidiana, come discepoli missionari del Signore Gesù, che è risurrezione e vita. Speranza dell’umanità.
Sono grato a papa Francesco per il suo esempio di vita e per le sue parole ispiratrici e trasformatrici rivolte ai fedeli e al mondo: il suo invito a vivere la fede nella gioia e nell’«uscire», senza paura di abbracciare tutti, la sua preoccupazione per i più dimenticati, i più piccoli, i più bisognosi, nella consapevolezza che siamo tutti fratelli e sorelle; e anche la sua vigorosa e instancabile denuncia di un’«economia che uccide», mettendo in pericolo il pianeta, di tanti conflitti che configurano la «terza guerra mondiale a pezzi», così come dei peccati della Chiesa stessa, abusi sessuali, abusi di potere o abusi economici.
Grazie, Francesco. Perché, come Papa, sei sempre stato un fratello. Perché, come gesuita, sei sempre stato un missionario. Oggi piangiamo con te, ma soprattutto ti ringraziamo. La tua vita è stata il Vangelo condiviso. La tua morte, un seme di speranza.
+ Diamantino Antunes, vescovo di Tete, Mozambico, 23/04/2025
Padre dei poveri
Il mio primo incontro con papa Francesco è avvenuto alla Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro nel 2013. Da poco più di un anno ero stato nominato vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di San Salvador da Bahia e, per la prima volta, partecipavo a un grande evento che mostrava il volto giovane di una Chiesa desiderosa di essere presenza nel mondo.
Ho poi avuto altre occasioni per incontrarlo e godere della sua paternità, fede e semplicità.
«Dio sempre ci sorprende», era solito dire papa Francesco. E la Chiesa è rimasta sorpresa con l’elezione di un uomo «venuto dalla fine del mondo» che ha sempre cercato di mettere al centro della nostra attenzione tutto quello che era considerato periferico.
Cosa ci lascia in eredità papa Francesco?
Successore dell’apostolo Pietro, ha dedicato la sua vita all’annuncio e alla testimonianza del Vangelo. Fin dall’inizio del suo pontificato, egli ha esortato la Chiesa a «uscire», impegnandosi ad annunciare la gioia del Vangelo (Evangelii gaudium), invitando ogni battezzato a partecipare attivamente alla missione evangelizzatrice.
Buon Pastore, ha camminato «davanti, in mezzo e dietro al gregge», con il popolo santo di Dio, soprattutto con i fratelli e le sorelle più poveri che vivono nelle periferie geografiche ed esistenziali.
Profeta del nostro tempo, difensore della dignità umana, ha denunciato la «cultura dell’indif- ferenza» verso la sofferenza delle persone più vulnerabili e scartate della società.
Ha invocato la pace in un mondo segnato dalle guerre e ha richiamato l’attenzione della società sulla necessità di prendersi cura della nostra Casa Comune.
Padre dei poveri, ha mostrato nei piccoli gesti il volto misericordioso di una Chiesa dalle porte aperte, chiamata a essere «ospedale da campo», testimone di un Dio che non si stanca mai di amare e perdonare.
Sono grato al Signore per averlo conosciuto e incontrato, per la sua testimonianza che ci invita a essere una Chiesa più vicina, più umana e più fedele al Vangelo.
+ Giovanni Crippa, vescovo di Ilhéus, Brasile, 22/04/2025
Imprevedibile
Un giorno di maggio del 2013, dopo che papa Francesco era stato eletto vescovo di Roma, io, che ero vescovo in Sudafrica, ho pensato di scrivergli, raccontandogli come la sua elezione fosse stata accolta nella nostra parte del mondo.
Il nunzio apostolico mi assicurò che la lettera sarebbe arrivata a lui e non a uno dei suoi segretari. E fu proprio così. Circa un mese dopo ricevetti una sua risposta scritta a mano. Non me lo sarei mai aspettato. Tanto meno quello che è successo dopo.
A luglio papa Francesco si è recato a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù e ha chiesto di organizzare un evento speciale per chi arrivava dall’Argentina (una folla enorme, come potete immaginare!). Dato che io sono Argentino, i vescovi mi hanno invitato a unirmi a loro.
All’arrivo del papa in cattedrale, i vescovi argentini lo hanno salutato con entusiasmo (era la prima volta che lo incontravamo come Papa). Mi sono presentato non aspettandomi che si ricordasse di me. Mi ha detto: «Hai ricevuto la mia lettera?».
È stato travolgente. In mezzo a tutto ciò che stava accadendo intorno a lui, come poteva ricordarlo?
Al di là delle sue omelie, dei suoi discorsi e dei suoi documenti, si potrebbero scrivere pagine e pagine sul fatto che facesse sentire unica ai suoi occhi ogni persona che lo incontrava.
Credo che, come Sacbc (vescovi di Botswana, eSwatini e Sudafrica), non dimenticheremo mai le due visite ad limina che abbiamo avuto con lui nel 2014 e nel 2023.
La prima non la dimenticheremo perché, accogliendoci (in due gruppi in due giorni diversi), ha esordito: «Come si dice nel calcio, il pallone è al centro, chi lo calcia per primo? Di cosa vorresti che parlassimo?».
Era uno spazio aperto per noi per parlare con il successore di Pietro di qualsiasi argomento avessimo nel cuore. Era totalmente nuovo per noi. Ricordo infatti ancora uno dei vescovi che disse dopo l’incontro: «Ho aspettato 20 anni per un momento così».
Il secondo incontro è stato segnato dal fatto di essere stato annullato. Il Papa era in ospedale dopo aver subito un intervento chirurgico importante.
Il giorno in cui è stato dimesso, alcuni di noi si trovavano all’ingresso della sua residenza proprio nel momento in cui è stato riportato dall’ospedale. Mi ha visto e mi ha chiesto se fossimo lì per la visita ad limina e quando ci saremmo incontrati. Ho detto: «L’incontro è stato cancellato. Tu eri in ospedale ma tu sei il Papa e… sei imprevedibile!». Ha salutato gli altri vescovi e poi ha detto: «Dite ai vescovi che potremo incontrarci dopo pranzo».
Nessuno si aspettava che un uomo di 86 anni trovasse il tempo per noi dopo un intervento chirurgico importante. Eravamo solo noi e lui, nessuna segretaria, nessun protocollo, nessuno a tradurre! Era il vescovo di Roma con i suoi fratelli vescovi nel modo più informale. Non sono stati gli argomenti di cui abbiamo parlato quel pomeriggio a rimanere nei nostri cuori, ma quello che abbiamo visto anche domenica scorsa: il suo dare tutto il suo tempo e le sue energie a tutti i costi.
Attraverso momenti come questi, attraverso le sue lettere personali, telefonate, visite… si è fatto vicino a tutti noi, ha testimoniato la cura amorevole di Dio per ogni persona, ma ha anche, silenziosamente, richiamato tutti noi a prenderci cura gli uni degli altri, ad apprezzare il dono gli uni degli altri e, a noi vescovi, ha mostrato il modo in cui siamo chiamati a prenderci cura di coloro che ci sono stati affidati.
+ José Luis Ponce de León, vescovo di Manzini, eSwatini, 23/04/2025
Buon samaritano dell’Umanità!
Negli anni del mio servizio di responsabilità come superiore generale nell’Istituto Missioni Consolata, ho avuto più occasioni per incontrare papa Francesco. Non solo insieme agli altri superiori in assemblee tra responsabili, ma anche in momenti personali nei quali si è toccato il cuore della Chiesa e la preoccupazione per diverse situazioni complicate che esigevano un discernimento profondo e ben accorto.
La prima cosa che sempre mi colpiva era la sua calma nell’affrontare temi scottanti e difficili. papa Francesco non perdeva mai la sua serenità e la sua calma, insieme al suo sorriso. Rimaneva a riflettere silenzioso ma non dava mai segni di esagerata preoccupazione o di una sofferenza esasperata.
Una seconda caratteristica che mi ha sempre colpito era la sua grande umanità. Come faceva anche il nostro fondatore, san Giuseppe Allamano, papa Francesco rimaneva concentrato sulla persona che aveva davanti con le sue problematiche e le sue tematiche, sembrava che il mondo e il tempo si fermassero per lui danti alla persona che incontrava.
Un terzo elemento caratteristico di papa Bergoglio era il suo essere fuori dagli schemi, sia nel parlare che nell’agire. Portava la sua parola, il suo modo di sentire le situazioni e gli avvenimenti, non parlava da papa ma da papà.
Come ho provato a dire nelle diverse occasioni nelle quali ho avuto la grazia d’incontrarlo, ogni volta ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte al mio fondatore. Non ho avuto la gioia di conoscerlo, ma da quello che ho sentito e letto di lui, mi sembrava «rivivere» nel nostro caro papa Francesco.
Il ricordo più prezioso che porto nel cuore teneramente di Francesco, è quello di un Papa che ci ha insegnato, e ha insegnato al mondo, l’arte del prendersi cura. Prendersi cura degli altri, della natura, del mondo e di ogni situazione che ognuno vive nella sua storia.
papa Francesco ha camminato nella nostra storia, scandendo i verbi della carità nella logica del Vangelo: una logica che invita a uscire da se stessi per accogliere l’altro, a riconoscere nell’umanità ferita il volto di Cristo, a trasformare ogni incontro in un’opportunità di amore autentico e gratuito.
papa Francesco è stato samaritano nei pensieri e nei gesti. Ci ha ricordato che essere samaritani non è un dono di santità ma un esercizio e un’azione quotidiana, un modo di anticipare il cielo sulla terra.
Grazie caro papa Francesco perché sei stato buon samaritano in mezzo a noi e ci hai insegnato a essere poeti della carità, testimoni di speranza, artisti della cura e a continuare a far fiorire il mondo sotto il peso leggero del nostro amore.
Riposa in pace e, questa volta, prega tu per noi.
Stefano Camerlengo, missionario a Dianra, Costa d’Avorio, 23/04/2025
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