Mondo. Il loro nome è Nessuno

Può una storia di tremila anni aiutare a comprendere la condizione dei migranti di oggi? Se lo chiedono una parte degli spettatori che, con l’Odissea di Christopher Nolan, hanno visto il ritorno di Ulisse sul grande schermo. Per rispondere a questa domanda, non si deve però pensare al viaggio o alla figura dell’eroe omerico, quanto alla sua condizione.
Ulisse vive una lontananza prolungata, la sua identità viene messa alla prova, deve adattarsi continuamente a circostanze ostili. A partire da questo, uno psichiatra spagnolo lo ha scelto come metafora per raccontare lo stress migratorio contemporaneo.

Una condizione, non una malattia
Si chiama «Sindrome di Ulisse» ed è stata descritta per la prima volta nel 2002 da Joseba Achotegui, psichiatra e professore dell’Università di Barcellona. Indica un insieme atipico di sintomi depressivi, ansiosi, dissociativi e somatici che colpisce chi è esposto a livelli estremi di stress legati ai processi migratori contemporanei.

Una scultura raffigurante Ulisse, lo psichiatra spagnolo Joseba Achotegui, il regista inglese Christopher Nolan.

Achotegui parte da una considerazione fondamentale, ma troppo spesso dimenticata, quando si parla di migrazioni: al centro di un fenomeno che si racconta quasi sempre in termini economici, numerici e securitari, c’è un essere umano. Nella sua esperienza pluridecennale con i pazienti migranti, lo psichiatra ha potuto constatare le enormi difficoltà che attraversano e subiscono, e come queste generino livelli di stress altissimi. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone resilienti, ma esposte a fattori di stress che superano la normali capacità di adattamento.
Ecco perché la Sindrome di Ulisse non rientra nei disturbi mentali, quanto nell’ambito della salute mentale legato allo stress e al lutto. È la reazione naturale a uno stress tossico che colpisce persone altrimenti in un normale stato di salute psichica, aggravata dalla mancanza di reti di sostegno o di un accesso adeguato alle cure. Si tratta di un accumulo progressivo di perdite affettive, linguistiche, culturali e sociali. Del resto, come chiarisce Achotegui, migrare fa parte della nostra storia e la specie umana è oggi il risultato di innumerevoli migrazioni riuscite nel corso della sua evoluzione. La migrazione, di per sé, non è dunque causa di disturbo mentale. Può diventare un fattore di rischio quando si sommano vulnerabilità pregresse – quali cattive condizioni di salute, traumi, violenze – e un livello troppo alto di stress e difficoltà di adattamento nel paese d’arrivo.

Cosa causa lo stress estremo
Achotegui individua quattro grandi famiglie di «stressori» che mettono a rischio chi migra. C’è innanzitutto la solitudine forzata, quella di chi lascia la propria famiglia e vive nella preoccupazione costante per i propri cari. C’è poi la lotta quotidiana per la sopravvivenza, spesso senza poter soddisfare bisogni primari come l’avere una casa, il diritto alla salute o l’accesso al lavoro. C’è il senso di fallimento del proprio progetto migratorio, quando le barriere all’integrazione appaiono insormontabili e l’obiettivo per cui si è partiti sembra allontanarsi. Infine, ci sono i pericoli concreti del viaggio, durante il quale ci si ritrova privi di diritti e impotenti, e che lascia ferite che non si dimenticano.
Dalla combinazione di questi elementi nascono i sintomi della sindrome, quali tristezza e pianto, nervosismo, irritabilità, insonnia, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria. A questi si affiancano disturbi somatici come dolori muscolari da tensione, problemi digestivi e, soprattutto, cefalee.
I servizi di assistenza, spesso, non sono preparati a riconoscere questa sofferenza specifica. Da qui un doppio rischio, denunciato dallo stesso Achotegui e dall’Ulysses syndrome institute. Da un lato la vittimizzazione e la banalizzazione di un lutto migratorio estremo. Dall’altro l’iper-medicalizzazione, cioè la tendenza a scambiare una condizione di stress complesso per un disturbo mentale vero e proprio, con conseguente sovradiagnosi tra la popolazione migrante. Secondo lo psichiatra, il rischio più concreto per chi vive la Sindrome di Ulisse non è tanto sviluppare un disturbo psicotico o depressivo, quanto di cadere in disturbi da dipendenza, cercando un sollievo che nessuno è riuscito a offrire in altre modalità.

Il peso che non si vede
Nell’Odissea questa condizione è già scritta. Quando Ulisse, prigioniero nella grotta di Polifemo, deve dichiarare la propria identità, risponde con un inganno che è anche una verità: «Il mio nome è Nessuno; Nessuno mi chiamano infatti tanto la madre che il padre, e sì, gli altri, tutti i compagni» (Libro IX, 366-367). Ulisse deve negoziare la sua identità e reinventarsi pur di sopravvivere. È l’esperienza di chi, lontano da casa, smarrisce il proprio nome e la propria storia, soprattutto agli occhi degli altri.

Il «Sentiero delle lacrime» (Trail of tears) è il nome dato all’esodo forzato di migliaia di nativi americani nel 1830-31.

Ancora, così Ulisse è ritratto sulla spiaggia dell’isola di Calipso: «E lo trovò sulla riva, seduto; né mai gli occhi suoi erano privi di pianto, estenuava il dolce suo tempo nel sospirare il ritorno […] si consumava nell’animo in lacrime, gemiti e doglie» (Libro V, 151-157). È il peso di un accumulo di perdite che continua a farsi sentire anche in assenza di un pericolo immediato. È la stessa immagine di un dolore muto che vivono oggi migliaia di persone, senza riuscire a nominarlo né a farlo riconoscere da chi dovrebbe accoglierle.
Guardare oggi Odissea può allora diventare l’occasione per guardare anche a loro, alle persone che abbandonano la propria casa, il cui viaggio – proprio come quello di Ulisse – si misura nella capacità quotidiana di sostenere un peso che non si vede.

Eva Castelletti




Brasile. Contrastare il traffico di migranti

Pur avendo un saldo migratorio negativo, negli ultimi anni il Brasile ha sperimentato un flusso crescente di migranti, specialmente da altri Paesi latinoamericani. In testa, ci sono gli arrivi dal Venezuela, seguito da Haiti, Bolivia e Colombia. Una gran parte di questi migranti sono entrati attraverso canali illegali.

Per indagare il fenomeno hanno unito le loro forze l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), organismo delle Nazioni Unite, e l’Agência brasileira de inteligência (Abin), i servizi d’intelligence del Brasile. L’indagine congiunta ha prodotto un documento titolato «Contrabando de Migrantes: uma análise de Inteligência» e reso pubblico a fine aprile.

Nella prefazione del report, il responsabile della Oim in Brasile dà una definizione completa e condivisibile del fenomeno migratorio: «La migrazione – si legge – è una parte costitutiva della storia umana e deve essere governata in modo responsabile, cooperativo e sulla base della dignità della persona. In un mondo segnato da disuguaglianze persistenti, crisi umanitarie, conflitti, cambiamenti climatici e profonde trasformazioni economiche, lo sfollamento umano sta diventando sempre più complesso, imponendo agli Stati e alla comunità internazionale la sfida di costruire risposte capaci di conciliare sovranità, sicurezza e diritti umani».

Spetta invece ai servizi d’intelligence brasiliani definire il reato: «Il traffico di migranti consiste nel facilitare l’ingresso irregolare di individui in un Paese al fine di ottenere benefici finanziari o materiali. Rappresenta quindi un crimine contro lo Stato e una minaccia ai diritti dei migranti».

In altri termini, si tratta di un’attività tramite la quale gruppi criminali sfruttano le vulnerabilità di persone che cercano migliori condizioni di vita in altri Paesi. Allo stesso tempo, tali gruppi «mettono in discussione la sovranità degli Stati promuovendo movimenti transfrontalieri irregolari».

Nelle conclusioni, si dice che comprendere il traffico di migranti è fondamentale per attuare azioni di contrasto alle reti criminali. Tuttavia, viene sottolineato anche un altro aspetto, non meno importante.La necessità cioè di evitare ai migranti irregolari il fenomeno della cosiddetta «rivittimizzazione»: già vittime dei trafficanti, i migranti rischiano altre sofferenze da parte delle istituzioni (forze dell’ordine, tribunali) o della società dei Paesi da essi raggiunti.

Il rapporto brasiliano è relativo alla situazione migratoria nel Paese, ma riflette situazioni riscontrabili in varie zone del pianeta, in particolare sui confini del Nord America e dell’Europa.

Il logo dell’«Organizzazione internazionale per le migrazioni» (Oim) e quello del movimento per la «Remigrazione», nato tra gruppi dell’estrema destra.

A livello mondiale, le Nazioni Unite stimano in circa 300 milioni i migranti, pari al 3,6 per cento della popolazione mondiale. Il fenomeno migratorio – pertanto – è una delle questioni globali del nostro tempo e una tra le più complesse da affrontare. Se da una parte i Paesi fanno di tutto per respingere i migranti e crescono movimenti estremisti (anche in Italia) che chiedono la «remigrazione» (ovvero il ritorno forzato dei migranti nei Paesi nativi), dall’altra diseguaglianze, repressione, guerre continue e mancata lotta ai cambiamenti climatici spingono sempre più persone a migrare nella speranza di trovare all’estero un’esistenza migliore. A dispetto di barriere – fisiche e normative – sempre più alte. 

Paolo Moiola




Venezuela. Sotto pressione

«A tutte le compagnie aeree, piloti, spacciatori e trafficanti di esseri umani, vi prego di considerare che LO SPAZIO AEREO SOPRA E ATTORNO AL VENEZUELA SARÀ INTERAMENTE CHIUSO. Grazie per l’attenzione a questa questione! PRESIDENTE DONALD J. TRUMP».

Questo è il post uscito su Truth, il social network di proprietà del presidente Usa, lo scorso 29 novembre. Le maiuscole sono dello stesso Trump che, in tal modo – come da sua consolidata abitudine -, vuole alzare la voce (anche) in maniera virtuale.

Da tempo, il tycoon ha preso di mira il Venezuela di Nicolás Maduro. In questi mesi, la sua pressione sul paese latinoamericano, detentore di grandi riserve di idrocarburi, è via via aumentata. È iniziata lo scorso 2 settembre con l’Operation southern spear («Operazione lancia meridionale») e il siluramento nel Mar dei Caraibi di barche venezuelane accusate dalla Casa Bianca di appartenere ai cartelli dei narcotrafficanti. Attualmente sarebbero una dozzina le navi della marina militare statunitense – compresa la gigantesca portaerei Gerald Ford – a stazionare nei mari davanti al Venezuela. Oltre dodicimila gli uomini impiegati, tra marinai e marines. Secondo il New York Times, da settembre gli aerei Usa hanno colpito 21 barche e ucciso almeno 87 persone.

Le accuse trumpiane non sono state suffragate da alcuna prova, suscitando le proteste dei paesi della regione, in primis della Colombia. Gli esperti di diritto internazionale concordano, inoltre, nel definire illegali queste azioni ed extragiudiziali le uccisioni. Il Congresso Usa ne sa discutendo, tra accuse e polemiche. Egualmente illegale – si sostiene – è decretare il blocco dei cieli venezuelani.

All’interno del Venezuela, l’attivismo trumpiano è sostenuto da Maria Corina Machado, che il prossimo 10 dicembre, a Oslo, riceverà il premio Nobel per la pace. La pasionaria anti-Maduro, personaggio molto controverso per comportamenti e affermazioni, è un’accesa sostenitrice del presidente Trump. A tal punto che, recentemente, senza alcuna prova ha sostenuto che il presidente venezuelano avrebbe truccato le elezioni in vari paesi, compresi gli Stati Uniti. La Machado è anche un’accesa sostenitrice del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del Likud.

La portaerei Gerald R. Ford è nel Mar dei Caraibi a sostegno dell’azione di Donald Trump (nel riquadro) contro i cartelli della droga e contro il Venezuela di Maduro,
accusato (senza prove) di sostenerli. (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Ridge Leoni/Released)

L’obiettivo manifesto di Trump è far cadere il presidente Maduro, che lo scorso anno è stato rieletto dopo votazioni molto contestate. L’obiettivo non dichiarato è, probabilmente, quello di mettere le mani sulle ingenti risorse dello Stato latinoamericano. Il Venezuela è il primo paese al mondo per riserve provate di petrolio, precedendo l’Arabia Saudita. Oltre agli idrocarburi ci sono, inoltre, bauxite (alluminio), ferro (acciaio), oro e diamanti. Nonostante queste ricchezze, da molti anni il Paese si dibatte in una pesante crisi economica e sociale, che – tra l’altro – ha spinto a fuggire all’estero quasi otto milioni di venezuelani, dei quali 770mila negli Stati Uniti.

Su questo punto, va notato che, nonostante il blocco dei cieli, la Casa Bianca non ha fermato il piano di rimpatrio degli immigrati venezuelani. Ad oggi, sono stati effettuati 76 voli (gli ultimi due mercoledì 3 dicembre) che hanno riportato nel paese latinoamericano 13.956 persone.

La situazione rimane fluida per la consueta politica del bastone e della carota di Trump, come dimostra la telefonata intercorsa tra i due presidenti in un giorno di fine novembre. Rispetto alla quale Nicolás Maduro ha dichiarato, tra l’altro: «Mi piacciono la prudenza, il rispetto e, con il favore di Dio e del nostro Comandante dei Comandanti, Nostro Signore Gesù Cristo, tutto andrà per il meglio per la pace, l’indipendenza, la dignità e il futuro del Venezuela. Amen, amen, nei secoli dei secoli!» (Correo del Orinoco, 4 dicembre 2025).

Di certo, le mosse di Trump per provocare un cambio di regime in Venezuela non sono dettate da motivi umanitari. Al contrario, sono l’ennesima fotografia di questo periodo storico in cui il diritto internazionale viene irriso e calpestato. Come sta accadendo con la Russia in Ucraina e Israele in Palestina.  

Paolo Moiola




Venti Nordici. Finlandia, confine d’Europa

La cattedrale della Chiesa luterana, a Helsinky, la capitale finlandese. Foto Tapio Haia-Unsplash.

La svolta conservatrice. Il nuovo governo

Nel paese scandinavo, i conservatori hanno preso il posto dei progressisti. La loro vittoria è stata propiziata dalle proposte su economia, immigrazione, sicurezza, valori tradizionali.   Nel frattempo, l’aggressività del vicino russo, ha spinto la Finlandia ad aderire alla Nato.

Helsinky. In centro città c’è un via vai di pendolari che si dirigono verso i loro uffici. La capitale finlandese mantiene il suo fascino nordico, con l’architettura che mescola tradizione scandinava e modernità funzionale. Eppure, qualcosa è cambiato nell’aria politica di questo paese con 5,5 milioni di abitanti. La Finlandia di Sanna Marin – giovane socialdemocratica, primo ministro dal 2019 al 2023, simbolo di un nuovo femminismo nordico – appartiene ormai al passato. Dal giugno 2023, il Paese è guidato da Petteri Orpo, leader del partito della Coalizione nazionale e di un governo di centrodestra che ha segnato una svolta conservatrice significativa.

Da Sanna Marin a Riikka Purra

Il governo Orpo rappresenta una delle alleanze più controverse della storia finlandese. Formato da quattro partiti – la Coalizione nazionale, il Partito dei finlandesi, il Partito popolare svedese e i Cristiano democratici – controlla 108 seggi sui 200 del parlamento finlandese. Tra i quattro aderenti, è però il Partito dei finlandesi – il Perussuomalaiset, guidato da Riikka Purra – che rende la coalizione particolarmente significativa nel panorama politico nordico.

La socialdemocratica Sanna Marin, primo ministro finlandese fino al 20 giugno 2023. Foto European Union.

«Non è stato un cambiamento improvviso», mi spiega Tapio Raunio, professore di Scienze politiche all’Università di Tampere, mentre ci troviamo nel suo ufficio. «I semi del malcontento verso le politiche progressiste di Marin erano già visibili nelle elezioni comunali del 2021. Gli elettori finlandesi erano preoccupati per l’economia, l’immigrazione e sentivano che il governo precedente fosse troppo focalizzato su questioni identitarie a scapito dei problemi concreti».

Le elezioni dell’aprile 2023 hanno raccontato una storia dai margini sottilissimi: la Coalizione nazionale (Kokoomus) e il Partito dei finlandesi hanno ottenuto entrambi il 20,1% dei voti, mentre i socialdemocratici di Marin si sono fermati al 19,9%. Una differenza di poche migliaia di voti che ha cambiato radicalmente il corso politico del Paese.

L’ascesa del Partito dei finlandesi rappresenta forse l’elemento più significativo di questa trasformazione. Fondato nel 1995 come «Veri finlandesi» dall’ex socialdemocratico Timo Soini, il partito ha attraversato diverse metamorfosi, passando da forza anti establishment a partito populista di destra, fino a diventare una delle componenti principali del sistema politico finlandese. Sotto la guida di Riikka Purra, avvocata 47enne originaria di Espoo, il partito ha consolidato la sua posizione come voce delle preoccupazioni dell’elettorato più conservatore.

Il primo ministro finlandese Petteri Orpo. Foto Lauri Heikkinen.

«Purra è riuscita a dare al partito una faccia più rispettabile rispetto ai suoi predecessori», osserva la politologa Jenni Karimäki. «Ha mantenuto le posizioni di destra su immigrazione e identità nazionale, ma le ha presentate con un linguaggio più istituzionale. Questo le ha permesso di attrarre voti non solo dalla base tradizionale del partito, ma anche da elettori di centrodestra delusi dalla Coalizione nazionale».

Il programma del governo Orpo riflette chiaramente questa nuova direzione politica. Le priorità includono il risanamento delle finanze pubbliche attraverso tagli alla spesa sociale, una stretta significativa sulle politiche di immigrazione e asilo, e una revisione delle ambizioni climatiche considerate troppo costose per l’economia nazionale. Il governo ha – inoltre – promesso di rafforzare la «sicurezza interna» e di promuovere i «valori finlandesi tradizionali».

Riikka Purra, del Partito dei finlandesi, è vice primo ministro e ministro delle finanze. Foto Lauri Heikkinen-Wikimedia.

Tuttavia, gestire una coalizione così eterogenea non è una sfida da poco. Il Partito popolare svedese (Suomen ruotsalainen kansanpuolue), che rappresenta la minoranza di lingua svedese del Paese (circa il 5% della popolazione), spesso si trova in disaccordo con le posizioni più nazionaliste del Partito dei finlandesi. I Cristiano democratici, dal canto loro, mantengono posizioni più moderate su alcune questioni sociali. È un equilibrio delicato nel quale Orpo deve costantemente mediare tra le diverse anime della coalizione.

La reazione dell’opinione pubblica al nuovo esecutivo è stata variegata. I sostenitori del Governo apprezzano l’approccio più pragmatico alle questioni economiche e migratorie, mentre i critici accusano l’esecutivo di aver abbandonato la tradizione progressista finlandese. Anche in questo Paese si sta, dunque, assistendo a una sorta di normalizzazione del populismo di destra: quello che fino a pochi anni fa era considerato estremismo politico, oggi fa parte del programma governativo.

La nuova politica migratoria

Un esempio concreto di questa trasformazione è rappresentato dalle nuove politiche migratorie. Il Governo ha ridotto significativamente il numero di rifugiati accettati, ha inasprito i criteri per il ricongiungimento familiare e ha introdotto controlli più severi ai confini. Queste misure hanno sollevato critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani, ma hanno trovato il sostegno di una parte significativa dell’elettorato.

La svolta conservatrice non si limita, però, alle questioni migratorie. Il Governo ha anche ridimensionato gli investimenti in energie rinnovabili, preferendo puntare sul nucleare, e ha rallentato alcuni progetti di welfare innovativi avviati dall’amministrazione precedente. «È un cambiamento di paradigma», spiega Elina Kestilä-Kekkonen, politologa dell’Università di Tampere. «Dal modello scandinavo progressista stiamo andando verso un conservatorismo più pragmatico, simile a quello che vediamo in altri Paesi europei».

Questa trasformazione ha anche implicazioni internazionali. Mentre la Finlandia mantiene il suo forte sostegno all’Ucraina e alla propria integrazione nella Nato, il governo Orpo ha adottato posizioni più critiche verso alcune politiche dell’Unione europea, in particolare quelle relative alla distribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo. «Vogliamo essere buoni europei, ma anche difendere la sovranità nazionale finlandese», ha dichiarato in più occasioni il primo ministro.

I sondaggi mostrano che, dopo quasi due anni di governo, la coalizione Orpo mantiene un sostegno relativamente stabile, attestandosi intorno al 46-48% delle preferenze. Tuttavia, la polarizzazione politica è aumentata, con una parte significativa dell’elettorato che esprime forte opposizione alle politiche governative.

La sfida per il governo Orpo nei prossimi anni sarà quella di mantenere la coesione della coalizione, mentre affronta questioni complesse come l’invecchiamento della popolazione, la transizione energetica e le tensioni geopolitiche con la Russia. La Finlandia progressista è stata sostituita da un Paese alla ricerca un nuovo equilibrio tra tradizione e modernità, tra apertura internazionale e protezione dell’identità nazionale.

Un lago parzialmente ghiacciato in Lapponia. Foto Piergiorgio Pescali.

Dalla neutralità all’atlantismo

L’ingresso della Finlandia nella Nato rappresenta probabilmente la decisione di politica estera più significativa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Una scelta storica, in quanto pone fine a uno status di neutralità mantenuto per lungo tempo dal Paese, compiuta in virtù di un largo consenso diffuso sia tra l’opinione pubblica, sia all’interno della classe dirigente finlandese.

La rapidità di questo cambiamento è stata sorprendente. Nel dicembre 2021, solo il 26% dei finlandesi sosteneva l’adesione alla Nato, mentre il 51% era contrario. Un anno dopo, nell’aprile 2022, due mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i favorevoli erano saliti al 78%. Oggi, nel 2025, il sostegno si mantiene stabile, rendendo la Finlandia uno dei paesi Nato con il consenso più alto per l’appartenenza all’Alleanza atlantica.

Questa trasformazione non è stata solo numerica, ma ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale e geopolitica per un Paese che aveva fatto della neutralità attiva uno dei pilastri della propria identità nazionale dal dopoguerra. La «finlandizzazione» – termine coniato per descrivere la capacità di mantenere l’indipendenza pur rispettando gli interessi di sicurezza dell’Unione Sovietica – era diventata sinonimo di pragmatismo diplomatico.

L’adesione alla Nato, formalizzata nell’aprile 2023 insieme alla Svezia, ha comportato cambiamenti significativi non solo nella postura rispetto alla sicurezza del Paese, ma anche nella percezione che i finlandesi hanno di se stessi e del proprio ruolo nel mondo. La Finlandia, che condivide 1.340 chilometri di frontiera con la Russia – il confine più lungo tra un paese Nato e il Paese di Vladimir Putin -, si è trovata improvvisamente in prima linea nella nuova Guerra fredda.

«L’integrazione nelle strutture Nato è proceduta più rapidamente di quanto chiunque si aspettasse», ha spiegato il generale di brigata Jukka Sonninen, in una recente intervista alla televisione pubblica Yle: «I finlandesi hanno sempre avuto capacità militari solide – il servizio militare obbligatorio non è mai stato abolito – ma ora queste capacità sono integrate in una strategia di difesa collettiva».

Il bilancio della difesa finlandese è aumentato significativamente, passando dall’1,9% del Pil nel 2022 al 2,4% previsto per il 2025. Gli investimenti si concentrano principalmente su sistemi di difesa aerea, capacità di guerra elettronica e miglioramento dell’interoperabilità con le forze alleate. Il Paese ha, inoltre, deciso di acquistare 64 caccia F-35 americani, che sostituiranno progressivamente i vecchi F/A-18 Hornet a partire dal 2026.

Ma è forse nella percezione della Russia che si registra il cambiamento più drammatico. Tradizionalmente, i rapporti con Mosca erano caratterizzati da una cauta cordialità, nonostante le tensioni storiche. La Russia era il principale partner commerciale della Finlandia, e molte aziende finlandesi avevano significativi investimenti nel Paese vicino. L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto, anche per i socialdemocratici.

«La Russia di Putin non è più la Russia con cui potevamo fare affari», afferma Elina Valtonen, ex ministra degli Esteri del governo Marin, ora all’opposizione. «È diventata un vicino imprevedibile e potenzialmente pericoloso. La chiusura della frontiera terrestre (decisa del dicembre 2023, ndr) è stata una decisione necessaria, anche se dolorosa».

Per decenni, il confine era stato uno dei più trafficati tra Russia e Occidente, con circa 9 milioni di attraversamenti annui prima della pandemia. La decisione è arrivata dopo un improvviso e contemporaneo afflusso di richiedenti asilo provenienti da Paesi terzi attraverso la Russia sia in Finlandia che in Norvegia, un fenomeno che Helsinki e Olso hanno interpretato come una forma di guerra ibrida orchestrata dal Cremlino.

La chiusura ha avuto conseguenze significative per le comunità di confine che, per generazioni, avevano vissuto di commerci transfrontalieri e turismo russo. Città come Lappeenranta e Imatra hanno visto crollare i loro ricavi, mentre migliaia di finlandesi che lavoravano o avevano proprietà in Russia si sono trovati improvvisamente isolati.

«È stato traumatico», racconta una proprietaria di un negozio di souvenir a Lappeenranta. «I turisti russi rappresentavano il 60% dei nostri clienti. Ora dobbiamo reinventarci completamente». Il Governo ha stanziato fondi per sostenere le attività economiche colpite, ma la transizione resta difficile.

L’opinione pubblica, tuttavia, sostiene ampiamente la decisione. I sondaggi mostrano che oltre l’85% dei finlandesi approva la chiusura della frontiera, considerandola necessaria per la sicurezza nazionale. «I finlandesi hanno capito che non è più possibile separare questioni economiche e di sicurezza quando si tratta della Russia», osserva la politologa Minna Ålander del Finnish institute of international affairs.

Una ciclista attraversa Lordi Square, a Rovaniemi, capitale della Lapponia finlandese, famosa per ospitare l’Ufficio di Santa Claus e per gli edifici progettati dall’architetto Alvar Aalto. Foto Piergiorgio Pescali.

Una chiara scelta di campo

La nuova strategia di sicurezza finlandese si basa su tre pilastri principali: deterrenza, resilienza e cooperazione internazionale. La deterrenza include non solo le capacità militari convenzionali, ma anche sistemi di difesa cibernetica avanzati e preparazione contro la guerra ibrida. La resilienza sociale viene rafforzata attraverso programmi di preparazione civile e comunicazione strategica per contrastare la disinformazione.

«Ogni finlandese deve essere preparato a contribuire alla difesa nazionale», ha spiegato Jukka Sonninen. «Non parliamo solo di difesa militare, ma di resilienza sociale, economica e informatica». Il Paese ha investito significativamente in bunker civili – Helsinki ha alcune delle migliori protezioni antiaeree d’Europa – e in sistemi di allerta per la popolazione.

La cooperazione nordica si è intensificata notevolmente. Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca hanno creato un comando di difesa integrato per l’area artica e baltica, mentre Estonia, Lettonia e Lituania vedono nella Finlandia un partner naturale nel contenimento della Russia. «Siamo diventati il fianco Nord della Nato. Questo ci dà responsabilità aggiuntive, ma anche maggiore influenza nelle decisioni dell’Alleanza», ha concluso Jukka Sonninen.

L’impatto generazionale dell’adesione alla Nato è particolarmente interessante. I giovani finlandesi, che non hanno vissuto la Guerra fredda, sembrano più entusiasti dell’integrazione occidentale rispetto alle generazioni più anziane. «Per noi la Nato rappresenta normalità europea», dice Laura Pitkänen, studentessa 22enne dell’Università di Helsinki. «È difficile immaginare che fino a poco tempo fa fossimo neutrali».

La trasformazione è visibile anche nella cultura popolare e nell’educazione. Le scuole hanno introdotto nuovi programmi di educazione civica che includono la comprensione della difesa nazionale e della sicurezza informatica.

L’adesione alla Nato ha rappresentato la fine di un’era per la Finlandia, ma anche l’inizio di un nuovo capitolo. Un Paese, che per decenni ha fatto dell’equilibrio diplomatico la sua specialità, ora deve imparare a navigare come membro a pieno titolo dell’Occidente, in un mondo sempre più polarizzato.

Piergiorgio Pescali

Mezzi pubblici e persone a Kluuvi, quartiere dello shopping di Helsinky. Foto Tapio Haaja-Unsplash.

Diventare finlandesi
Migrazioni e multiculturalismo

Le persone di origine straniera sono l’8,3 per cento della popolazione totale. L’integrazione non è facile, ma possibile in un Paese con una scuola all’avanguardia.

Helsinky. Camminando attraverso il quartiere di Itäkeskus, nella periferia orientale di Helsinki, il paesaggio urbano racconta una storia di trasformazione che va ben oltre l’architettura degli anni Ottanta. I supermercati halal si alternano ai negozi di alimentari somali, i ristoranti nepalesi condividono la strada con pizzerie gestite da famiglie italiane di seconda generazione, mentre i cartelli bilingui finlandese-arabo indicano i servizi pubblici. Questo è il volto della nuova Finlandia multiculturale.

«Venticinque anni fa, questo quartiere era popolato quasi esclusivamente da finlandesi etnici», mi racconta un’assistente sociale di origine somala che lavora nei servizi di integrazione del comune di Helsinki. «Oggi, in alcune scuole elementari della zona, i bambini di origine straniera sono la maggioranza. È un cambiamento demografico senza precedenti nella storia finlandese».

Stranieri in crescita

I numeri confermano questa trasformazione. La popolazione di origine straniera in Finlandia è cresciuta dal 2,6% del 2000 all’8,3% del 2024, con proiezioni che indicano il 15% entro il 2035. L’area metropolitana di Helsinki concentra la maggior parte di questa popolazione. Alcuni quartieri della capitale registrano percentuali di residenti stranieri superiori al 30%.

Questa evoluzione demografica rappresenta una sfida inedita per un Paese che, fino agli anni Novanta, era tra i più etnicamente omogenei d’Europa. La Finlandia, che per secoli era stata terra di emigrazione – con oltre un milione di suoi cittadini emigrati principalmente in Svezia e Nord America nel XX secolo – si è trovata improvvisamente a gestire flussi significativi d’immigrazione. E non tutti erano preparati a questa trasformazione.

Il percorso d’integrazione

Le comunità di immigrati più numerose includono russi (circa 90mila), estoni (50mila), somali (22mila), iracheni (15mila) e siriani (12mila). Ciascuna di queste comunità ha portato proprie sfide e specificità.

La comunità russa, presenta un caso particolare. Molti sono arrivati negli anni Novanta e Duemila, spesso come gli Ingriani, una etnia finnica arrivata dalla regione di San Pietroburgo dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Il governo Orpo sta implementando politiche di integrazione più severe rispetto al passato. Il nuovo modello richiede maggiori competenze linguistiche per l’accesso ai servizi sociali e prevede percorsi più strutturati. «Non basta più vivere in Finlandia», ha detto in un’intervista Mika Salminen, direttore dei servizi di integrazione del ministero dell’Interno. «Bisogna dimostrare di voler diventare finlandesi».

Gli immigrati e le scuole finlandesi

Questa svolta ha, come era prevedibile, generato accesi dibattiti incentrati soprattutto sul sistema educativo del Paese. Tradizionalmente considerato tra i migliori al mondo, oggi deve affrontare la sfida rappresentata dai nuovi studenti appartenenti a tradizioni culturali e linguistiche diverse. Le scuole di Helsinki hanno sviluppato programmi specifici per l’apprendimento del finlandese come seconda lingua, ma i risultati non sono uniformi.

«Abbiamo studenti che arrivano senza conoscere l’alfabeto latino e studenti che parlano già tre lingue», racconta Marjo Kyllönen, direttrice del settore della pubblica istruzione del comune di Helsinki. «La diversità è una ricchezza, ma richiede risorse e metodi didattici completamente nuovi».

I dati del «Programma per la valutazione internazionale degli studenti» (Pisa) mostrano che, mentre la Finlandia mantiene risultati eccellenti a livello nazionale, esistono significativi divari di performance tra studenti autoctoni e di origine straniera. «Non è solo una questione linguistica» analizza Sari Sulkunen, ricercatrice presso l’Università di Jyväskylä. «È una questione culturale più ampia. Alcune famiglie di immigrati non hanno familiarità con il sistema educativo finlandese, che si basa molto sull’autonomia dello studente e sulla collaborazione scuola famiglia».

Per affrontare queste sfide, diverse scuole hanno sviluppato programmi innovativi. La scuola elementare di Puotila, ad esempio, ha introdotto insegnanti mediatori culturali che parlano le lingue delle principali comunità di immigrati.

La chiesa ortodossa di Nellim, a pochi chilometri dal confine con la Russia e principale centro degli Skolt Sami, la popolazione indigena lappone. Foto Piergiorgio Pescali.

Gli immigrati e il lavoro

Il mercato del lavoro presenta un quadro complesso. Mentre i cittadini Ue, in particolare estoni e svedesi, mostrano tassi di occupazione simili ai finlandesi autoctoni, altre comunità affrontano difficoltà significative. Il tasso di disoccupazione tra i cittadini di origine somala raggiunge il 65%, mentre quello degli iracheni si attesta al 45%.

«Molti immigrati hanno qualifiche non riconosciute, competenze linguistiche insufficienti o provengono da sistemi educativi molto diversi. Servono tempo e investimenti mirati», spiega Akram Al-Turk, consulente per l’integrazione lavorativa presso il centro per l’impiego di Helsinki.

Alcune aziende finlandesi hanno sviluppato programmi specifici per l’assunzione di personale immigrato. Nokia, ad esempio, ha lanciato un’iniziativa per assumere rifugiati con competenze tecniche, fornendo corsi di lingua e accompagnatori culturali.

Tuttavia, esistono anche storie di successo significative. La comunità vietnamita, arrivata principalmente dall’esperienza dei boat people negli anni Ottanta, ha raggiunto livelli di integrazione eccellenti. «I vietnamiti hanno tassi di occupazione superiori alla media finlandese e i loro figli ottengono risultati scolastici ottimi», osserva Ronkainen. «È un esempio di integrazione riuscita a lungo termine».

La coesione sociale rimane relativamente alta, ma si registrano tensioni crescenti. I sondaggi mostrano che il 73% dei cittadini considera l’immigrazione un fenomeno complessivamente positivo, ma il 58% ritiene che l’integrazione non stia procedendo abbastanza rapidamente.

Tolleranza e valori finlandesi

I finlandesi sono tolleranti, ma hanno anche aspettative elevate di conformità alle norme sociali. Questa tensione, tipica delle società nordiche, è particolarmente evidente in questioni come il velo islamico, i matrimoni combinati o le pratiche educative tradizionali. Non si chiede di abbandonare la propria cultura, ma ci si aspetta rispetto per i valori finlandesi fondamentali: uguaglianza di genere, diritti dei bambini, rispetto delle leggi.

Le politiche abitative hanno giocato un ruolo cruciale nell’integrazione. A differenza di altri Paesi europei, la Finlandia ha evitato di concentrare gli immigrati in specifici quartieri ghetto prevenendo la segregazione etnica.

Il settore sanitario ha dovuto adattarsi significativamente. I servizi hanno introdotto mediatori culturali e traduttori, mentre alcuni ospedali hanno sviluppato protocolli specifici per comunità con esigenze particolari per rispettare tabù culturali.

La digitalizzazione dei servizi pubblici ha creato nuove barriere per alcuni immigrati più anziani o con bassa scolarizzazione. Il sistema finlandese è molto digitalizzato e chi non padroneggia la lingua o non ha competenze digitali rischia di essere escluso. Per rispondere a questa sfida, sono stati sviluppati servizi di supporto digitale multilingue e corsi di alfabetizzazione informatica specifici per immigrati.

«Non possiamo tornare indietro», conclude Ronkainen. «La sfida è creare un modello di integrazione che preservi i valori finlandesi permettendo la diversità culturale».

Il successo di questo modello determinerà non solo il futuro demografico del Paese, ma anche la sua capacità di mantenere quel consenso sociale che ha caratterizzato la società finlandese nel dopoguerra.

Piergiorgio Pescali

La Chiesa luterana della Santa Croce di Rauma, sito Unesco. Foto Piergiorgio Pescali.

L’identità religiosa
La Chiesa luterana

Formalmente, il 66,6% dei finlandesi appartiene alla Chiesa evangelica luterana, facendone una delle comunità religiose più numerose d’Europa in termini percentuali. Le chiese, però, si svuotano e la maggior parte dei fedeli che partecipano alle funzioni è anziana.

«È il paradosso della fede finlandese», mi spiega l’arcivescovo Tapio Luoma. «La maggioranza dei cittadini si considera luterana per identità culturale, ma la pratica religiosa attiva riguarda meno del 10% della popolazione. Siamo una Chiesa di appartenenza più che di credenza».

L’arcivescovo luterano Tapio Luoma. Foto da www.arkkipiispa.fi

Questa peculiarità riflette il ruolo storico della Chiesa luterana in Finlandia. Per quattro secoli, dal 1593 al 1923, il luteranesimo è stato religione di Stato, plasmando non solo la spiritualità ma l’intera cultura finlandese. Anche dopo la separazione formale tra Stato e Chiesa, l’istituzione ecclesiastica ha mantenuto un ruolo sociale centrale.

«La Chiesa luterana finlandese è molto più di un’istituzione religiosa», spiega ancora Luoma. «È un provider di servizi sociali, un custode della cultura, un sistema di welfare parallelo. Molti finlandesi la sostengono per queste funzioni, indipendentemente dalle loro convinzioni teologiche».

I numeri confermano questa interpretazione. La Chiesa gestisce 765 parrocchie in tutta la nazione, impiega circa 24mila persone e ha un budget annuo di 1,1 miliardi di euro, finanziato attraverso l’imposta ecclesiastica (1-2% del reddito per i membri) e donazioni. È il secondo datore di lavoro del Paese dopo lo Stato.
Detto questo, anche in Finlandia la secolarizzazione procede inesorabilmente. Ogni anno circa 15mila finlandesi lasciano formalmente la Chiesa, mentre solo 8mila vi aderiscono. «I giovani vedono la Chiesa come un’istituzione obsoleta», osserva Laura Tuominen, studentessa di teologia 24enne. «Molti dei miei coetanei escono dalla Chiesa appena diventano maggiorenni, principalmente per non pagare l’imposta ecclesiastica».

La Chiesa ha risposto a queste sfide con una strategia di modernizzazione e apertura. Nel 2010 ha accettato l’ordinazione delle donne come pastori e ha progressivamente ammorbidito le posizioni su temi etici controversi.

«La Chiesa finlandese è tra le più liberali del mondo luterano», spiega l’arcivescovo Luoma. «Benediciamo i matrimoni tra persone dello stesso sesso, accettiamo il divorzio, sosteniamo i diritti delle donne. Cerchiamo di essere una chiesa inclusiva in una società plurale».

P.P.

La Chiesa luterana della Santa Trinità di Vaasa, da qui parte uno dei cammini di Sant’Olav. Foto Piergiorgio Pescali.

Meno ideologia, più scienza.
Visita alla centrale di Olkiluoto

È la più potente centrale nucleare dell’Europa, la terza del mondo. Dopo un lungo percorso, oggi è il simbolo della filosofia energetica finlandese, favorevole al nucleare.

Olkiluoto. Quando si arriva al complesso nucleare di Olkiluoto, nel comune di Eurajoki sulla costa occidentale della Finlandia, la prima cosa che colpisce è la maestosità dell’impianto. Due edifici di contenimento, più una terza cupola moderna e imponente, dominano il paesaggio industriale. È qui che si sta scrivendo una delle pagine più significative del futuro energetico europeo.

Con i suoi 1.600 MW di capacità, Olkiluoto 3 (tre, infatti, sono i suoi reattori) è attualmente l’unità nucleare più potente d’Europa e la terza al mondo. Il reattore Epr (European pressurized reactor), entrato in funzione commerciale nell’aprile 2023 dopo anni di ritardi e costi lievitati, rappresenta molto più di un semplice impianto di generazione elettrica: è il simbolo di una filosofia energetica che distingue la Finlandia da gran parte dell’Europa occidentale.

«Questo reattore da solo produce circa il 14% dell’elettricità finlandese», mi spiega Juha Poikola ingegnere della Tvo (Teollisuuden Voima), l’azienda che gestisce l’impianto. «Ma il suo impatto va ben oltre i numeri. Ha dimostrato che l’Europa può ancora costruire tecnologia nucleare avanzata»: il 14% dell’energia di un’intera nazione prodotta in uno spazio di poche decine di metri quadrati.

Veduta della centrale nucleare di Olkiluoto, la maggiore d’Europa. Foto Piergiorgio Pescali.

La scelta nucleare

La strada verso Olkiluoto 3 è stata tutt’altro che semplice. Iniziata nel 2005, la costruzione ha subito numerosi ritardi tecnici e legali, con i costi che sono lievitati dai 3 miliardi di euro iniziali a oltre 11 miliardi. Il reattore doveva essere operativo nel 2009, ma ha iniziato la produzione commerciale solo quattordici anni dopo. Tuttavia, per i finlandesi, questo lungo percorso non ha scalfito la fiducia nel nucleare.

«In Germania o in Italia, ritardi del genere avrebbero probabilmente ucciso il programma nucleare», osserva Tomas Tala, direttore del consorzio FinnFusion. «In Finlandia, li abbiamo visti come problemi tecnici da risolvere, non come ragioni per abbandonare la tecnologia».

Questa differenza di approccio ha radici profonde nella cultura del Paese. Il pragmatismo nordico, combinato con una forte tradizione ingegneristica e una fiducia nelle istituzioni, ha creato un ambiente favorevole al nucleare che contrasta nettamente con l’atteggiamento di molti altri Paesi europei. Ma c’è di più: la Finlandia è riuscita a creare un consenso sociale intorno al nucleare che include persino i partiti tradizionalmente più scettici.

«Il nostro approccio è sempre stato basato sulla scienza, non sull’ideologia», mi dice Atte Harjanne, parlamentare del Partito verde finlandese, mentre prendiamo un caffè. Harjanne, fisico di formazione, rappresenta una posizione che sarebbe impensabile per molti partiti verdi europei. «Abbiamo fatto i conti con la realtà climatica: se vogliamo raggiungere la neutralità carbonica mantenendo standard di vita elevati, il nucleare è necessario».

Questa posizione non è stata semplice da raggiungere nemmeno per i Verdi finlandesi. Il partito ha vissuto intensi dibattiti interni, ma alla fine ha prevalso l’approccio pragmatico. «Abbiamo studiato i dati» continua Harjanne. «Il nucleare finlandese ha un record di sicurezza eccellente, produce energia carbon-free e ci garantisce indipendenza energetica. Sarebbe irresponsabile opporsi per principio ideologico».

Nel Paese il consenso sul nucleare raggiunge livelli impressionanti: oltre il 60% della popolazione sostiene l’energia nucleare (grafico), con punte dell’80% tra i giovani laureati e più del 90% tra i laureati in materie scientifiche. Questo sostegno è alimentato da diversi fattori, ma forse il più importante è la trasparenza con cui le autorità hanno gestito il dossier nucleare nel corso dei decenni.

«Fin dagli anni Settanta, abbiamo coinvolto le comunità locali nelle decisioni sul nucleare», spiega Petteri Tiippana, direttore dell’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (Stuk). «Non abbiamo mai imposto nulla dall’alto. Le comunità che ospitano impianti nucleari ricevono benefici economici diretti e hanno voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano».

Il caso di Eurajoki, il comune che ospita Olkiluoto, è emblematico. Con poco più di novemila abitanti, questa comunità costiera riceve annualmente milioni di euro in tasse dalla centrale nucleare, finanziando servizi pubblici di qualità superiore e mantenendo le imposte locali tra le più basse della Finlandia. «I nostri figli hanno scuole eccellenti, abbiamo una biblioteca modernissima e servizi sanitari di primo livello», racconta Vesa Lakaniemi, sindaco di Eurajoki. «Il nucleare non è solo accettato qui, è visto come una risorsa per la comunità».

Ma la vera rivoluzione di Olkiluoto non è solo nel reattore Epr.

Il deposito delle scorie

A pochi chilometri dall’impianto, scavato nella roccia granitica a 420 metri di profondità, si trova Onkalo, il primo deposito geologico permanente al mondo per scorie nucleari ad alta attività.

Il deposito è progettato per contenere le scorie radioattive per 100mila anni, isolandole completamente dall’ambiente. «È il progetto più a lungo termine mai intrapreso dall’umanità», spiega Pasi Tuohimaa, public relations di Posiva, l’azienda responsabile del deposito. «Stiamo progettando per un periodo di tempo che va oltre l’intera storia della civiltà umana».

La costruzione di Onkalo ha richiesto vent’anni di ricerche geologiche, test tecnologici e sviluppo di protocolli di sicurezza. Il sistema si basa su barriere multiple: le scorie vengono incapsulate in contenitori di rame, sigillati con argilla bentonitica e posizionati in tunnel scavati in roccia granitica stabile da 1,9 miliardi di anni. «Anche se tutte le barriere ingegneristiche dovessero fallire, la roccia stessa conterrebbe la radioattività», assicura Tuohimaa.

L’accettazione sociale di Onkalo è stata altrettanto notevole. Mentre altri Paesi europei hanno lottato per decenni per trovare siti per i depositi di scorie nucleari – spesso incontrando opposizione feroce delle comunità locali – la Finlandia ha risolto il problema con un approccio trasparente e partecipativo. «Abbiamo iniziato il dialogo con le comunità locali negli anni Novanta», ricorda Tuohimaa. «Non abbiamo nascosto nulla. Abbiamo spiegato i rischi, i benefici e le alternative».

Il risultato è che Eurajoki e i comuni limitrofi non solo accettano Onkalo, ma lo vedono come un’opportunità economica e tecnologica. Il deposito porta investimenti, posti di lavoro qualificati e posiziona la regione come centro di eccellenza nell’ingegneria nucleare.

L’enorme turbina del reattore nucleare Epr della centrale di Olkiluoto. Foto Piergiorgio Pescali.

Non solo nucleare

Questa capacità di gestire l’intero ciclo nucleare – dall’importazione dell’uranio allo smaltimento delle scorie – colloca la Finlandia in una posizione unica nel panorama energetico mondiale. Mentre la Germania ha deciso di eliminare gradualmente il nucleare e la Francia fatica a modernizzare il suo parco reattori, la Finlandia sta espandendo le sue capacità nucleari.

«Il nucleare non è solo parte del nostro mix energetico, è parte della nostra strategia industriale» spiega Riku Huttunen, direttore generale dell’Agenzia finlandese per l’energia. «Abbiamo industrie energivore – metallurgia, chimica, pasta di legno – che hanno bisogno di elettricità abbondante e affidabile. Il nucleare ce la garantisce».

Questa strategia ha permesso alla Finlandia di raggiungere risultati ambientali significativi mantenendo la competitività industriale. Il Paese ha già ridotto le emissioni di CO2 del 35% rispetto ai livelli del 1990, pur mantenendo una crescita economica robusta. L’obiettivo della carbon neutralità entro il 2035 – cinque anni prima dell’obiettivo Ue – sembra raggiungibile.

L’integrazione tra nucleare e rinnovabili in Finlandia è particolarmente sofisticata. Il Paese ha investito massicciamente nell’eolico – soprattutto onshore – e nel solare, nonostante le latitudini nordiche. Ma è il nucleare che fornisce la flessibilità necessaria per gestire l’intermittenza delle rinnovabili. «Non vediamo competizione tra nucleare e rinnovabili», chiarisce Huttunen. «Li vediamo come complementari. Il nucleare fornisce elettricità stabile 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana, le rinnovabili aggiungono capacità quando le condizioni sono favorevoli».

Questa filosofia pragmatica contrasta nettamente con l’approccio di Paesi come la Germania, dove l’Energiewende ha puntato tutto sulle rinnovabili eliminando il nucleare. I risultati parlano chiaro: mentre la Germania ha ancora significative emissioni dal settore elettrico e bollette energetiche tra le più care d’Europa, la Finlandia ha raggiunto un mix energetico quasi carbon-free mantenendo costi competitivi.

«La differenza culturale è fondamentale», riflette il sociologo dell’energia Tapio Litmanen dell’Università di Jyväskylä. «I tedeschi vedono il nucleare attraverso il prisma di Chernobyl e Fukushima. I finlandesi lo vedono attraverso il prisma dell’ingegneria e della gestione del rischio. Due approcci completamente diversi allo stesso problema.»

Il modello finlandese sta attirando interesse internazionale. Delegazioni da tutto il mondo visitano Olkiluoto e Onkalo per studiare l’approccio finlandese. «Riceviamo visite continue da altri Paesi che vogliono capire come abbiamo fatto» racconta Tuohimaa. «Il nostro modello di gestione partecipata e trasparente del nucleare è diventato un caso di studio globale».

La lezione è chiara: il successo del nucleare non dipende solo dalla tecnologia, ma dalla capacità di costruire consenso sociale attraverso trasparenza, partecipazione e benefici concreti per le comunità. È un modello che altri paesi stanno cercando di replicare, ma che richiede un contesto culturale e istituzionale specifico che non è facile da esportare.

Piergiorgio Pescali

Il moderno quartiere di Kalasatama, ad Helsinky. Foto Wikimedia.

Tecnologia e Welfare
Un paese laboratorio

Innovazione e sostenibilità sono le parole d’ordine della Finlandia. Senza però dimenticare il proprio sistema di welfare, tra i più avanzati al mondo.

Helsinky. Mentre il mio viaggio attraverso la Finlandia del 2025 volge al termine, sono di nuovo nella capitale nel quartiere di Kalasatama, un’area che fino a pochi anni fa ospitava il porto commerciale e oggi rappresenta uno dei progetti di sviluppo urbano sostenibile più ambiziosi d’Europa. Grattacieli in legno si ergono accanto a edifici tradizionali ristrutturati con criteri di efficienza energetica estrema, mentre pannelli solari e turbine eoliche urbane completano un paesaggio che sembra uscito da un film di fantascienza.

Il quartiere di Kalasatama è un laboratorio del futuro dove si stanno testando tutte le tecnologie che renderanno Helsinki carbon neutral entro il 2030, cinque anni prima del target nazionale. I progressi sono tangibili: Helsinki ha già ridotto le emissioni del 60% rispetto ai livelli del 1990, principalmente attraverso il passaggio dal carbone alle bioenergie per il teleriscaldamento urbano e l’elettrificazione dei trasporti pubblici. «Il segreto è l’integrazione sistemica», spiega Laura Aalto che ha ricoperto il ruolo di direttrice marketing e comunicazione della città di Helsinki. «Non basta cambiare una tecnologia alla volta. Bisogna ripensare completamente come funziona una città: energia, trasporti, edifici, rifiuti, tutto deve essere interconnesso in un sistema circolare».

Il modello Helsinki sta attirando delegazioni da tutto il mondo. La città ha sviluppato un sistema di teleriscaldamento che utilizza il calore di scarto dei data center per riscaldare gli edifici, ha introdotto autobus a idrogeno e sta sperimentando sistemi di mobilità autonoma per il trasporto pubblico. Ma è forse nel settore dell’economia circolare che la Finlandia sta dimostrando la maggiore innovazione. Il Paese ha l’obiettivo di diventare la prima economia completamente circolare al mondo entro il 2035, eliminando il concetto di rifiuto attraverso il riuso, il riciclo e la rigenerazione dei materiali.

L’industria forestale finlandese, tradizionalmente focalizzata su carta e legname, si sta trasformando in un settore ad alta tecnologia che produce biocarburanti, biomateriali avanzati, tessuti sostenibili e persino cibo sintetico da cellulosa. Aziende come Stora Enso e Upm (Industria forestale finlandese) hanno investito miliardi in bioraffinerie che trasformano gli scarti di lavorazione in centinaia di prodotti diversi.

«Da un albero oggi ricaviamo non solo carta e legno, ma anche carburante per aerei, tessuti, plastiche biodegradabili, farmaci e additivi alimentari», racconta Jyrki Ovaska, direttore della ricerca presso Upm. «È una rivoluzione industriale silenziosa che sta cambiando completamente il paradigma produttivo».

Questa trasformazione ha implicazioni profonde per l’identità nazionale finlandese che va ben oltre il settore forestale. Il Paese è leader mondiale in diverse nicchie tecnologiche: dall’ingegneria navale per navi rompighiaccio (Aker Arctic) ai sistemi di automazione industriale (Kone, Metso), dalle tecnologie per data center efficienti ai videogiochi (Supercell, Remedy).

Il settore dei videogiochi rappresenta un caso di studio interessante. Dopo il successo globale di Angry Birds, la Finlandia è diventata una delle capitali mondiali del gaming, con oltre 300 studi di sviluppo e un fatturato annuo di 2,7 miliardi di euro.

Il confine finno-russo a Virtaniemi; la Finlandia ha chiuso ermeticamente ogni confine con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Foto Piergiorgio Pescali.

L’intelligenza artificiale spiegata

È forse nell’approccio all’intelligenza artificiale che la Finlandia si sta distinguendo. Il Paese ha lanciato il programma Elements of AI, che ha l’obiettivo di formare l’1% della popolazione (55mila persone) sui fondamenti dell’intelligenza artificiale. È il più ambizioso programma di alfabetizzazione Ia (Intelligenza artificiale) al mondo.

«Non vogliamo che l’Ia sia appannaggio di pochi specialisti», spiega Teemu Roos, professore di
informatica all’Università di Helsinki e cocreatore del programma. «Vogliamo che ogni cittadino finlandese comprenda le potenzialità e i rischi dell’intelligenza artificiale. È una questione di democrazia digitale».

Questo approccio inclusivo riflette i valori nordici di uguaglianza e trasparenza applicati alla tecnologia. La Finlandia sta sviluppando sistemi di Ia «spiegabile» per la pubblica amministrazione e ha introdotto standard etici rigorosi per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei servizi pubblici.

La sostenibilità permea tutti gli aspetti dell’innovazione finlandese. Il Paese ha sviluppato un «indicatore di benessere genuino» che misura il progresso non solo attraverso il Pil ma anche attraverso parametri ambientali e sociali.

Una filosofia che si riflette anche nelle politiche fiscali. La Finlandia ha introdotto una carbon tax progressiva che aumenta automaticamente ogni anno, incentivando investimenti in tecnologie pulite. I proventi vengono utilizzati per ridurre le tasse sul lavoro, creando un doppio incentivo economico ambientale.

Il sistema di welfare finlandese si sta adattando ai cambiamenti del mercato del lavoro nell’era digitale. Il Paese ha sperimentato il reddito di base universale tra il 2017 e il 2018, e sta ora testando modelli di Welfare 2.0 che includono formazione continua, mobilità professionale assistita e nuove forme di protezione sociale per lavoratori autonomi e freelance.

«Il lavoro del futuro sarà più flessibile ma anche più incerto» prevede Olli Kangas, ricercatore presso Kela (l’agenzia finlandese per la sicurezza sociale). «Il nostro sistema di welfare deve adattarsi a questa realtà senza perdere le garanzie di sicurezza che caratterizzano il modello nordico».

L’educazione continua rappresenta un pilastro di questa strategia. La nazione ha introdotto il diritto individuale alla formazione professionale per tutti i lavoratori, finanziato dallo Stato e dalle aziende. «In un mondo che cambia rapidamente, l’apprendimento permanente non è più un lusso ma una necessità» osserva Olli Kangas.

Ma il consenso finlandese, che per decenni ha caratterizzato le decisioni politiche del Paese, è sotto pressione. L’ascesa del Partito dei finlandesi riflette una parte della popolazione che si sente esclusa dalla modernizzazione e dalla globalizzazione: c’è una Finlandia che va veloce verso il futuro e una Finlandia che ha paura di essere lasciata indietro. Tuttavia, la capacità di adattamento della società rimane notevole.

Il Paese ha saputo navigare la transizione post-Nokia (nel 2011, dal suo fallimento nacquero centinaia di società hitech), l’integrazione nella Nato, la gestione dell’immigrazione e ora affronta la sfida climatica con determinazione.

Miracolo finlandese

La Finlandia non ha risolto tutti i suoi problemi – nessun Paese l’ha fatto – ma ha dimostrato che è possibile costruire un modello di sviluppo che combina prosperità economica, sostenibilità ambientale e giustizia sociale. In un mondo sempre più diviso e polarizzato, l’esempio finlandese offre una via alternativa: pragmatica, inclusiva e orientata al futuro.

È questo, forse, il vero «miracolo finlandese» del XXI secolo: non la crescita economica esplosiva o la potenza militare, ma la capacità di reinventarsi continuamente rimanendo fedeli ai propri valori fondamentali. Una lezione preziosa per tutti noi, mentre navighiamo le acque incerte del futuro globale.

Piergiorgio Pescali

Gruppo di renne lungo una strada. Foto Tapani Hellman-Pixabay.

Lapponia (Terra dei Sami). Clima surriscaldato

Rovaniemi. Qui il paesaggio racconta una storia geografica e geopolitica unica. Distese infinite di foreste si alternano a laghi ghiacciati e tundra. Siamo oltre il Circolo polare artico, in una regione che rappresenta il 26% del territorio finlandese ma ospita solo il 3,4% della popolazione nazionale che oggi sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Le temperature aumentano al doppio della velocità della media globale, sciogliendo ghiacci perenni e aprendo nuove rotte commerciali. Contemporaneamente, la scoperta di vasti giacimenti di minerali rari ha scatenato una nuova «corsa all’oro» polare. «L’Artico era una zona di cooperazione pacifica», spiega Timo Koivurova, professore di diritto artico all’Università di Lapponia. «La guerra in Ucraina ha cambiato tutto. Russia e Occidente si confrontano ora anche nell’Artico, e noi finlandesi ci troviamo in mezzo».
Il Consiglio artico, fondato nel 1996, includeva tradizionalmente tutti gli otto stati artici (Finlandia, Norvegia, Svezia, Islanda, Danimarca, Canada, Usa e Russia). L’invasione russa dell’Ucraina ha portato alla sospensione della partecipazione russa, paralizzando di fatto il meccanismo di cooperazione regionale. La strategia artica finlandese per il periodo 2024-’30 riflette questa nuova realtà geopolitica. Il documento, presentato dal governo Orpo, enfatizza la sicurezza, la sostenibilità e la sovranità, abbandonando il precedente approccio puramente cooperativo.

Turismo e comunità indigene

L’economia artica finlandese è in rapida trasformazione. Il turismo, tradizionalmente basato su caccia e pesca, ha abbracciato il fenomeno dell’aurora boreale e del «turismo di Babbo Natale», attirando oltre 600mila visitatori annui a Rovaniemi. Tuttavia, questa crescita crea tensioni con le comunità indigene.

«Il turismo di massa sta cambiando il volto della Lapponia», osserva Leo Aikio, primo vicepresidente del Parlamento sami finlandese. «Vediamo un eccesso di turismo in alcune aree, mentre le nostre tradizioni di allevamento delle renne sono sotto pressione». In Finlandia, i Sami, popolo indigeno che abita l’Artico scandinavo da migliaia di anni (cfr. MC aprile 2020), contano circa 10mila persone. La loro economia tradizionale si basa sull’allevamento di renne, ma oggi deve competere con nuovi usi del territorio.

Il cambiamento climatico sta trasformando radicalmente l’ecosistema. Le temperature invernali sono aumentate di 3-4 gradi negli ultimi cinquant’anni, modificando i luoghi di migrazione degli animali e riducendo la durata del manto nevoso. «Quando ero bambino, la neve arrivava a ottobre e rimaneva fino ad aprile», racconta Ante Sokki, allevatore sami. «Ora arriva a dicembre e se ne va a marzo. Le renne fanno fatica a trovare cibo sotto il ghiaccio che si forma quando piove d’inverno».

P.P.

La strada è innevata, ma anche in Finlandia il cambio climatico sta colpendo duramente. Foto Turkkinen-Pixabay.

Ha firmato il dossier:

PIERGIORGIO PESCALI. Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica nel settore della fisica nucleare. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.

A CURA DI: Paolo Moiola, giornalista MC.

Renne d’allevamento. Foto Piergiorgio Pescali.



Cristiani d’Arabia. Stranieri e fraterni

Parla il vicario apostolico, monsignor Paolo Martinelli. I conflitti in Medio Oriente, il dialogo, la speranza dei giovani. Un milione di fedeli cattolici, tutti immigrati, negli Emirati arabi uniti, Oman e Yemen. In quest’ultimo Paese la situazione più difficile.

La sofferenza per i conflitti in Medio Oriente non risparmia i cristiani che vivono in Arabia. «Noi – ci dice monsignor Paolo Martinelli, francescano, vicario apostolico per l’Arabia del Sud -, attraverso la presenza dei migranti che provengono da Palestina, Libano, Siria e dagli altri Paesi in conflitto, tutti i giorni facciamo esperienza dell’afflizione che si vive in quei luoghi. Come comunità cristiana, portiamo avanti un’opera di accompagnamento, di sostegno, di condivisione, perché tutti loro, in qualche modo, hanno parenti o amici che hanno patito le violenze, che hanno perso la vita. Cerchiamo di farci carico del loro dolore».

Monsignor Paolo Martinelli | © Apostolic Vicariate of Southern Arabia / AVOSA

Il vicariato del Sud Arabia

La sede principale del vicariato apostolico della Chiesa cattolica per l’Arabia del Sud si trova ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, ma il suo servizio pastorale abbraccia anche l’Oman e lo Yemen, Paese, quest’ultimo, dove la situazione è difficilissima a causa della guerra.

Il vicariato si estende su un territorio di 930mila km2 (oltre tre volte l’Italia) abitato da 45 milioni di persone.

I cattolici guidati dal vescovo Paolo sono un milione, tutti immigrati per lavoro.

«Negli Emirati arabi, la situazione è tranquilla, e in sicurezza – prosegue il monsignore -. Mi sembra che il Governo abbia una grande capacità di tenere rapporti buoni con gli altri Paesi. Noi possiamo vivere una vita serena, tenuto conto della situazione. Però, nella comunità cristiana, sentiamo l’eco dei conflitti. Tra i nostri fedeli, molti arrivano dal Libano, dalla Palestina, dalla Giordania. A partire dal 7 ottobre del 2023, quasi tutti loro hanno avuto lutti e feriti. Anzi, spesso sono arrivati dalle nostre parti in situazione di emergenza».

La vita della comunità cristiana è scandita da preghiere, messe, catechesi, come in ogni diocesi del mondo.

Una peculiarità del vicariato dell’Arabia del Sud è che il suo territorio si estende in Paesi molto differenti tra loro, per la loro cultura e per la situazione geopolitica che attraversano.

Un’altra peculiarità è quella di fare da punto di riferimento per una comunità composta da persone provenienti da molti posti diversi, compresa l’Italia.

Ora si sente forte anche la presenza degli immigrati scappati dalle vicine guerre. «Tanti dei nostri fedeli sono preoccupati per il destino della propria gente – ci dice monsignor Martinelli -. Per noi è importante camminare insieme, soprattutto non smettere mai di pregare. In tutte le nostre messe c’è sempre un’invocazione per la pace, in particolare nel Medio Oriente.

E poi offriamo un sostegno più complessivo, perché le persone non perdano la speranza e continuino a fare progetti per ricominciare».

© Apostolic Vicariate of Southern Arabia / AVOSA

Lo Yemen pericoloso

Il vescovo ci parla dei tre Paesi del suo vicariato.

Se gli Emirati arabi uniti hanno una forte tradizione di dialogo interreligioso e una cultura che sostiene il confronto tra le persone, pur con le loro differenze culturali, etiche e religiose, l’Oman «è un Paese molto più tradizionale, ma anche molto accogliente, abitato da gente molto mite». Lo Yemen, infine, è un Paese dove è difficile essere cristiani. «Lì, avevamo quattro chiese, ma sono state tutte praticamente distrutte».

È in Yemen che il 4 marzo 2016 furono uccise quattro Missionarie della Carità, la congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta.
Le suore stavano servendo la colazione agli anziani della casa di Aden quando furono attaccate dai terroristi. Assieme a loro morirono anche diversi collaboratori della struttura. In totale, sedici vittime.

Le sorelle si chiamavano suor Annselna, suor Judith, suor Margarita e suor Reginette. Provenivano rispettivamente da India, Kenya e, le altre due, dal Rwanda. La più anziana, Annselna, aveva 57 anni. La trentaduenne Reginette era la più giovane. Suor Annselna, dopo aver servito i poveri negli Stati Uniti e in Italia, aveva deciso, come le tre consorelle, di proseguire il suo operato proprio in Yemen.

«Nonostante l’eccidio, e la continua minaccia degli Houthi – riferisce monsignor Martinelli -, le suore di Madre Teresa hanno scelto di rimanere. Nel Nord dello Yemen hanno due comunità e fanno un lavoro di carità straordinario, in modo assolutamente gratuito. Accolgono chiunque, e se ne prendono cura. Io sono in contatto quasi quotidiano con loro, telefono sempre, soprattutto quando vedo che c’è qualche attacco. E loro che cosa mi rispondono? “Sì, ci sono un po’ di rumori, ma poi non succede niente. Andiamo avanti tranquille”.

Queste suore, quasi ogni notte sentono i bombardamenti, però vanno avanti a lavorare, a prestare il loro servizio di carità. Veramente sono un grande segno di speranza».

Giovani e speranza

«Speranza» è la parola che ricorre di più nella conversazione con questo frate cappuccino, nato a Milano 67 anni fa.

Nel 2014, quando è stato consacrato vescovo, gli è stato consegnato il pastorale appartenuto a monsignor Luigi Padovese, suo confratello e amico, ucciso in Turchia, dove era presidente della conferenza episcopale, nel 2010. Quasi un segno premonitore: il 1° maggio del 2022, papa Francesco lo ha nominato, infatti, vicario apostolico dell’Arabia meridionale. Pastore, come Padovese, in una terra musulmana, dove i cristiani sono da sempre promotori di dialogo.

Parla di speranza, monsignor Martinelli, anche quando si riferisce ai suoi giovani: «C’è un clima molto bello tra di loro, di solidarietà, di chi fa un cammino condiviso, nello spirito della gioventù, quindi nello spirito del guardare al futuro in modo positivo. Trasmettono a tutti la speranza che c’è sempre una possibilità di ricominciare, di costruire, di edificare».

Il vescovo, nell’agosto scorso, è stato a Roma insieme a una novantina di ragazzi per il Giubileo dei giovani. «È stato un grande segno di speranza», sottolinea.

Purtroppo, «nessuno dallo Yemen è riuscito a unirsi al pellegrinaggio. Quando c’era stata l’ultima Giornata mondiale della gioventù, quella di Lisbona nel 2023, uno almeno era riuscito a venire». Poi prosegue, riprendendo il tema del Giubileo: «Il percorso verso Roma, è stato un andare a toccare le sorgenti della speranza, l’amore di Cristo, l’amore di Dio, che ci permette sempre di ricominciare dopo ogni difficoltà, la certezza di essere amati, di essere voluti, e quindi di poter guardare al futuro con fiducia e speranza. Questo è quello che vedo nei miei giovani».

A worshipper carries the Palestinian flag during mass, led by Pope Francis, for an estimated 170,000 Catholics at the Zayed Sports City Stadium on February 5, 2019. (Photo by Giuseppe CACACE / AFP)

Cattolici, tutti immigrati

Le nuove generazioni di cristiani nell’Arabia meridionale sono cosmopolite. Tutti, infatti, sono arrivati con le loro famiglie da Paesi lontani grazie alle grandi possibilità di lavoro nel Golfo.

Di cattolici originari della regione dell’Arabia non ce ne sono. Qui, «la conversione dall’Islam è molto difficile, anzi, di per sé è proprio proibita – sottolinea il vescovo -. Bisogna riconoscere, però, che noi abbiamo libertà di culto: non solo possiamo celebrare quando vogliamo, ma facciamo anche catechesi, formazione cristiana».

Tra gli immigrati, c’è anche una comunità italiana: «Sono più di 20mila negli Emirati arabi uniti. Nell’Oman sono di meno. Non mi risulta che ci siano italiani in questo momento nello Yemen».

Ma la maggior parte dei cattolici che vivono in Arabia sono asiatici: «Abbiamo una forte partecipazione soprattutto di filippini e indiani. I filippini costituiscono praticamente la metà dei nostri fedeli».

Martinelli spiega che «la lingua comune utilizzata è l’inglese. Le liturgie sono celebrate in gran parte in questa lingua, anche perché è richiesta, a differenza dell’arabo, per venire a lavorare in questi Paesi.

Poi ci sono i fedeli di lingua araba, quelli che arrivano, appunto, dal Libano, dalla Palestina o dalla Giordania. Celebriamo anche nella loro lingua».

Del milione di fedeli che fanno riferimento al vicariato, 800-850mila vivono negli Emirati. In questo Paese «le nostre chiese sono strapiene. Abbiamo il problema che non c’è abbastanza spazio per i fedeli, nonostante, soprattutto nelle parrocchie più grandi ad Abu Dhabi e a Dubai, nel fine settimana ci siano messe, una dopo l’altra, dalle 6 di mattina alle 9 di sera.

Negli Emirati arabi uniti abbiamo nove parrocchie. Siamo presenti in sei dei sette Emirati che compongono il Paese. Nell’Oman abbiamo quattro chiese. I fedeli sono poco più di 100mila».

Pope Francis (L) and Egypt’s Azhar Grand Imam Sheikh Ahmed al-Tayeb (R) sign documents during the Human Fraternity Meeting at the Founders Memorial in Abu Dhabi on February 4, 2019. Pope Francis rejected “hatred and violence” in the name of God, on the first visit by the head of the Catholic church to the Muslim-majority Arabian Peninsula. (Photo by Vincenzo PINTO / AFP)

Dialogo interreligioso

Un fattore importante nel vicariato apostolico dell’Arabia del Sud è il dialogo interreligioso. È qui che è nata l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco.

«La visita di papa Francesco del febbraio 2019 – racconta monsignor Martinelli – rimane una pietra miliare, un punto di riferimento per gli stessi Emirati arabi uniti. Il Paese ne fa memoria tutti gli anni. Ricorda con diversi eventi la firma del famoso “Documento sulla fratellanza umana” da parte del Papa insieme al grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb».

Da quel documento del 2019 nacque l’enciclica Fratelli tutti, promulgata da papa Francesco l’anno successivo, il 4 ottobre del 2020. Il documento che propone la fraternità e l’amicizia sociale come vie per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico, con l’impegno di tutti: persone, istituzioni, mondo economico, organizzazioni internazionali, società civile.

Nella Fratelli tutti, papa Francesco ha sottolineato la necessità di vivere nella casa comune come un’unica famiglia, proponendo azioni concrete per restaurare il mondo e superare i malanni generati dalla crisi della pandemia, diventata crisi sanitaria, economica, sociale, politica. In primo piano la pace, perché nessuna opera è possibile se le nazioni e i popoli continuano a combattersi.

Ad Abu Dhabi è rimasto un segno tangibile di questa volontà di dialogo: la Casa della famiglia abramitica. «È un centro composto da una chiesa cattolica, una sinagoga e una moschea, e da un quarto spazio che viene chiamato Forum, dove i fedeli delle diverse religioni – spiega monsignor Martinelli – si possono incontrare per condividere esperienze, affrontare temi, vedere come le varie tradizioni religiose possono dare il loro contributo per una società più fraterna e giusta, più umana».

La Casa della famiglia abramitica ha oggi più che mai il suo valore: «Secondo me è un miracolo che esista. In un momento di grandi tensioni internazionali come questo, è importante anche solo il fatto che ci sia: che ci siano un imam, un rabbino, un prete cattolico, che si occupano, nello stesso luogo, dei fedeli delle tre religioni che si riferiscono, in modo diverso, ad Abramo. È importante che facciano anche delle iniziative comuni di dialogo. Ha una potenzialità molto grande e speriamo di svilupparla sempre di più».

L’Abrahamic family house ad Abu Dhabi ha aperto i battenti il primo marzo 2023. Per i musulmani, tutte le preghiere, comprese quelle del venerdì, si tengono presso la moschea Eminence Ahmed El-Tayeb; per i cattolici, la messa è celebrata in inglese ogni domenica nella chiesa di San Francesco, mentre per gli ebrei si svolgono servizi quotidiani alla sinagoga Moses Ben Maimon.

Ogni edificio può ospitare da 200 a 350 fedeli. Indicazioni e segnali sono scritti in arabo, inglese ed ebraico.

Il centro è un luogo unico per dialogo interreligioso. Durante la giornata, visite guidate gratuite sono offerte ai visitatori in inglese e in arabo.

Oltre alle tre case di culto, c’è un’ampia area di «Accoglienza visitatori» che comprende un caffè, un angolo biblioteca, e un negozio di articoli da regalo. In questa area c’è il «Muro delle intenzioni», dove i visitatori sono invitati a scrivere i loro desideri e i loro impegni per la pace e la fratellanza.

«I fedeli delle diverse religioni, stanno insieme senza confusioni – fa notare il vicario apostolico -. Cioè ognuno va nella sua chiesa, moschea o sinagoga rispettando l’altro. I luoghi per pregare sono costruiti in modo da risultare chiaramente distinti, ma, allo stesso tempo, connessi tra loro.

È bello che, per andare in chiesa, devo riconoscere che c’è la moschea, che c’è la sinagoga.

Il fatto che questa cosa continui a esistere – ribadisce monsignor Martinelli -, pur con tutta la prudenza dovuta dalla situazione del Medio Oriente, credo che sia un segno di speranza. Bisogna continuare a promuovere realtà di dialogo come questa, per poter guardare oltre la tribolazione del momento presente».

La situazione internazionale è difficile, prosegue il vescovo. «Sembriamo impotenti rispetto a tutto quello che sta accadendo, soprattutto nell’area del Medio Oriente. Mancano, a livello internazionale, delle mediazioni forti che siano in grado di mettere attorno allo stesso tavolo le persone.

Seguo da vicino quello che ha fatto, anche ultimamente, il Patriarca di Gerusalemme dei latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Di fatto, siamo nella stessa conferenza episcopale – sottolinea Martinelli. Quindi abbiamo anche possibilità di sentirci, incontrarci. Credo che quello che lui sta facendo rappresenti quello che tutti noi vogliamo fare: mostrare com’è la situazione e, soprattutto, sostenere la fede, la vita di coloro che si trovano nelle difficili condizioni che tutti conosciamo».

Per monsignor Martinelli «non dobbiamo abituarci a questa violenza, dobbiamo dire che le cose non vanno bene, che bisogna cercare la pace. Che mi sembra, poi, il grande lavoro fatto con tenacia e insistenza da papa Francesco, e che adesso sta facendo papa Leone.

Non rimanere inermi, fare sentire la nostra voce, pregare, dare segnali di vicinanza, perché non ci si abitui al male. Questo è importante.

Ricordo la prima frase di Papa Leone quando si è presentato al mondo dicendo: “La pace sia con voi”, “una pace disarmata e disarmante”. E poi quel grido: “Il male non prevarrà”.

Queste sono delle parole che incidono nella storia davanti a tutto il mondo: dire che il male non prevarrà, non accettare che esso diventi una logica, un sistema. Fare in modo che le coscienze non si narcotizzino e che sentiamo tutti il bisogno di fare qualcosa».

Manuela Tulli

ARCHIVIO MC

• Paolo Moiola, Penisola Ara­bica: (Cristiani) Come ospiti tollerati (ma speranzosi), MC gennaio 2019.

Abrahamic Family House, Abu Dhabi. © wikicommons



Mondo. I migranti: la realtà e la propaganda

 

I numeri sono un forte antidoto contro l’ignoranza, l’ideologia e la propaganda. Si arriva a questa conclusione dopo la lettura del dossier «La migrazioni fra noi», predisposto dal Centro nuovo modello di sviluppo (Cnms) e uscito in questi giorni. Sono sufficienti alcuni dati – ripresi da fonti istituzionali – per comprendere la distanza tra la realtà e le informazioni che circolano.

Per esempio, i Paesi che ospitano il maggior numero di profughi sono nell’ordine: l’Iran 3,8 milioni, la Turchia 3,1 milioni, la Colombia 2,8 milioni, la Germania 2,7 milioni, l’Uganda 1,7 milioni. Invece, lo Stato con la maggiore incidenza di rifugiati è il Libano dove si trovano 137 rifugiati ogni mille abitanti. Segue la Giordania con 60 rifugiati ogni mille abitanti.

Il dossier del Cnms di Francesco Gesualdi, composto da 23 schede ricche di dati e illustrazioni grafiche che rendono facile la comprensione, fornisce i numeri essenziali per capire la dimensione umana ed economica del fenomeno migratorio.

Tra i numeri più significativi troviamo che il 60% delle persone che hanno cercato rifugio all’estero appartengono a cinque nazioni: Siria 6,3 milioni, Venezuela 6,2 milioni, Ucraina 6,1 milioni, Afghanistan 6,1, Palestina 6 milioni. In Africa, si segnala la drammatica situazione del Sud Sudan.

Nella classifica dei Paesi che hanno più connazionali trasferiti all’estero, al primo posto si colloca l’India (circa 19 milioni), seguita dal Messico (circa 12 milioni), dalla Russia e dalla Cina (circa 10 milioni ciascuna) e dalla Siria (quasi 8 milioni).

Molti migranti inviano soldi alle famiglie rimaste nei paesi di origine. Nel 2022, a livello mondiale, le rimesse complessive sono ammontate a 831 miliardi di dollari. I primi tre Stati da cui partono le rimesse risultano essere: gli Usa (79 miliardi), l’Arabia Saudita (39 miliardi), la Svizzera (31 miliardi). Le prime tre Nazioni riceventi sono: l’India (111 miliardi), il Messico (61 miliardi) e la Cina (51 miliardi).

Nel 2023 nel mondo si sono contati 26 milioni di sfollati per disastri naturali (carestie, siccità, alluvioni, terremoti). Secondo la Banca mondiale, entro il 2050 gli sfollati per cambiamenti climatici potrebbero ammontare a 216 milioni di persone.

Grafico dei residenti stranieri in rapporto alla popolazione. Tratto dal dossier 2025 del Cnms.

In Europa, il Paese con più residenti stranieri è la Germania (12,3 milioni). Seguono il Regno Unito (10,7 milioni), la Spagna (6 milioni), la Francia (5,6 milioni) e l’Italia (5,1 milioni). In rapporto alla popolazione nazionale la classifica cambia: Svizzera (27%), Austria (18,8%), Norvegia (16,8%). L’Italia è al decimo posto con una percentuale del 8,7% sul totale della popolazione.

I posti di lavoro occupati dagli stranieri difficilmente sono sottratti agli italiani, perché molti di essi non sono graditi ai nativi. In Italia, il 92% degli immigrati svolge lavori a bassa e media qualifica, contro il 62% degli italiani. Il 30% è impiegato addirittura in occupazioni elementari, contro il 10% della media nazionale.

Nel 2023 i lavoratori stranieri hanno contribuito al 8,8% del Prodotto interno lordo (Pil) italiano. Hanno versato oltre 24,9 miliardi di euro di contributi previdenziali e pagato 10,1 miliardi di euro di imposte sul reddito.

Grafico degli stranieri clandestini presenti sul territorio italiano. Tratto dal dossier 2025 del Cnms.

Gli stranieri clandestini in Italia sono stati stimati in 458 mila persone. Il Centro nuovo modello di sviluppo a conclusione del dossier scrive: «La clandestinità non giova a nessuno. Oltre a condannare i clandestini alla perdita di dignità, alimenta il lavoro in nero, il caporalato, l’economia criminale. L’unico modo per uscirne è l’emanazione di un decreto di sanatoria che regolarizzi tutti i clandestini. È già successo in passato con enorme beneficio per tutti».

Rocco Artifoni




Stati Uniti. Volare senza biglietto

 

Da più parti si sostiene che i democratici statunitensi abbiano perso le elezioni presidenziali del 5 novembre 2024 anche perché Joe Biden non ha saputo affrontare in modo adeguato il problema migratorio. Un dato da poco reso pubblico sembrerebbe confutare questa affermazione: durante i quattro anni di presidenza di Biden ci sono state quattro milioni di persone deportate contro meno di due milioni del primo mandato di Donald Trump.

Il dato è sorprendente, ma ha una serie di spiegazioni. La prima è la legislazione d’emergenza introdotta durante la pandemia di Covid. In particolare, è stato ampiamente utilizzato il Title 42 che consentiva espulsioni facili. Introdotto da Trump nel marzo 2020, la misura è stata mantenuta da Biden fino a maggio 2023. Ci sono poi due ulteriori motivazioni: l’incremento degli arrivi alla frontiera Sud e il fatto che molti migranti espulsi ritentavano più volte l’entrata.

Oggi, pur senza il Title 42, il neoeletto Trump vorrebbe battere ogni record: «Milioni e milioni: sarà la più grande deportazione nella storia dell’America», ha promesso. Il tycoon ha iniziato fin dal primo giorno (20 gennaio) firmando un ordine esecutivo con un titolo molto esplicito: «Proteggere il popolo americano dall’invasione» (Protecting the american people against invasion).

Attualmente, gli immigrati clandestini possono essere espulsi dagli Stati Uniti e rispediti nei loro paesi di origine essenzialmente in due modalità: dopo essere stati individuati e catturati dalle autorità competenti, e a seguito di un ordine da parte di un giudice dell’immigrazione; oppure dopo essere stati fermati a un valico di frontiera o in un aeroporto: in questo caso si parla di «ritorno», non c’è bisogno di un ordine formale e non ci sono sanzioni.

I voli per i migranti illegali catturati dagli agenti dell’Ice (Immigration and customs enforcement) sono iniziati subito dopo l’insediamento di Trump. Venerdì 24 gennaio sono partiti per Città del Guatemala tre aerei militari della U.S. Air Force (dunque, non voli civili come di norma) con 265 guatemaltechi a bordo. Lo stesso giorno 88 brasiliani illegali sono stati imbarcati con destinazione Manaus. Martedì 28, due aerei hanno riportato a Bogotà più di 200 colombiani, comprese molte donne e bambini. Mercoledì 5 febbraio un aereo militare è atterrato ad Amritsar, in Punjab, con un centinaio di migranti indiani. Lunedì 10 febbraio due aerei commerciali hanno riportato a Caracas decine di migrati venezuelani.

Per motivi di visibilità e di pubblicità, il 28 gennaio 2025 Kristi Noem, segretario della Sicurezza interna (Dhs), ha partecipato a una retata di immigrati illegali a New York. Foto Ice-Immigration and customs enforcement.

L’ultima novità introdotta da Trump è la deportazione alla base navale Usa di Guantanamo Bay, sull’isola di Cuba, di migranti illegali e detenuti in carcere per reati diversi. Lì sono già iniziati i lavori di ampliamento delle strutture per ospitare fino a 30mila persone. Il primo aereo militare per quella destinazione è partito martedì 4 febbraio.

La questione delle deportazioni di Trump è tanto impattante che papa Francesco si è sentito in dovere di scrivere una lettera – cordiale nella forma, ma forte nei contenuti – ai vescovi degli Stati Uniti (10 febbraio). «Sto seguendo da vicino – ha scritto il pontefice al punto 4 – la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti con l’avvio di un programma di deportazioni di massa. La coscienza rettamente formata non può non compiere un giudizio critico ed esprimere il suo dissenso verso qualsiasi misura che tacitamente o esplicitamente identifica lo status illegale di alcuni migranti con la criminalità. Al tempo stesso, bisogna riconoscere il diritto di una nazione a difendersi e a mantenere le comunità al sicuro da coloro che hanno commesso crimini violenti o gravi durante la permanenza nel Paese o prima del loro arrivo. Detto ciò, l’atto di deportare persone che in molti casi hanno abbandonato la propria terra per ragioni di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità e incapacità di difendersi».

Il problema migratorio è però simile in vari paesi del mondo come simili sono le misure per contrastarlo. In Gran Bretagna, il partito laburista al governo, superato nei sondaggi dal partito anti immigrati di estrema destra Reform Uk di Nigel Farage, sta cercando di recuperare consensi proprio con le deportazioni di migranti illegali, ora anche mostrate in televisione per convincere gli scettici. Tra luglio (mese di entrata in carica del primo ministro laburista Keir Starmer) e dicembre 2024, ci sono stati 13.460 rimpatri, segnando un più 25 per cento. Il ministero degli interni inglese (Home Office) ha organizzato voli di deportazione in almeno sette paesi, tra cui Brasile, Pakistan, Nigeria e Albania.

In Germania, il governo (oggi dimissionario) ha aumentato del 20 per cento le deportazioni (18.384 tra gennaio e novembre 2024) per contrastare l’avanzata di Alternative für Deutschland (Afd), il partito di estrema destra anti immigrazione.

Paolo Moiola




Stati Uniti. Una voce critica, imprevista e sgradita

 

Applausi e inchini hanno caratterizzato il rientro alla Casa Bianca di Donald Trump. Il 20 gennaio non tutto, però, è filato liscio come il tycoon sperava. L’inconveniente è capitato nella Washington National Cathedral, la chiesa che, dal 1933, nel giorno inaugurale ospita la preghiera ufficiale per i presidenti eletti. È accaduto che una donna abbia rotto l’incantesimo della celebrazione.

Il suo nome è Mariann Edgar Budde, vescovo della Chiesa episcopale di Washington. Sposata e madre di due figli, 65 anni, Budde è la prima donna a guidare la diocesi episcopale della capitale statunitense, una posizione che ricopre dal 2011. Sovrintende a 88 comunità tra il Distretto di Colombia e il Maryland, per un totale di 38mila membri.

Mariann Edgar Budde, vescovo della Chiesa episcopale di Washington, ha tenuto un sermone critico verso Donald Trump il primo giorno del suo mandato (20 gennaio 2025). Il tycoon non l’ha presa bene. (Photo Paul E. Alers – Nasa)

«Mi consenta di fare un ultimo appello, signor Presidente – ha detto il vescovo dal pulpito della cattedrale -. Vi chiedo di avere pietà delle persone nel nostro Paese che ora sono spaventate». Tra queste, ha citato le famiglie composte da persone gay, lesbiche e transgender e poi ha fatto riferimento agli immigranti: «La stragrande maggioranza di loro – ha aggiunto Mariann Budde – non sono criminali, ma buoni vicini e membri fedeli delle comunità religiose».

Visibilmente contrariato, Trump non ha gradito la predica, affermando: «Non penso che abbia fatto un buon servizio». Il sermone critico del vescovo è stato soltanto un piccolo intoppo, ma non è stato dimenticato. Tanto che due giorni dopo il presidente è intervenuto su Truth, la piattaforma social di cui è proprietario, definendo Budde, «il cosiddetto vescovo», una persona di «estrema sinistra che odia Trump» e chiedendo pubbliche scuse per «le sue dichiarazioni inappropriate».

L’interessata non è indietreggiata. In un’intervista con la Associated Press, il vescovo ha detto che avrebbe continuato a pregare per il presidente, com’è sua consuetudine. «Non condivido molti dei suoi valori e presupposti sulla società americana e su come rispondere alle sfide del nostro tempo – ha spiegato -. In realtà, sono fortemente in disaccordo, ma credo che possiamo essere in disaccordo con rispetto mettendo in campo le nostre idee e continuando a sostenere le nostre convinzioni senza ricorrere alla violenza della parola».

Nel suo primo giorno da presidente, Donald Trump ha firmato 26 ordini esecutivi (contro i 9 che firmò Joe Biden), uno dei quali per cancellare 78 ordini esecutivi del suo predecessore.

Nei giorni successivi all’insediamento, il tycoon ha dato il via a quanto ampiamente propagandato: retate e deportazioni dei migranti irregolari presenti sul territorio statunitense. Martedì 28 gennaio la neo segretaria del Dipartimento della sicurezza interna (Homeland security), Kristi Noem, ha annunciato che gli agenti federali dell’immigrazione avevano avviato un’azione di contrasto a New York. La ministra ha, quindi, postato su X il video di un arresto con una frase di commento: «Rifiuti come questo continueranno a essere rimossi dalle nostre strade».

Paolo Moiola




«Non intendiamo fermarci»


Tra le centinaia di migliaia di migranti che attraversano il Centroamerica, molti hanno patologie. Altri si sono ammalati durante il viaggio. Tutti vogliono proseguire e arrivare a destinazione. Lungo la strada, alcune Ong cercano di dare loro un po’ di sollievo.

«Appena siamo usciti dalla selva del Darién, tra Panama e Colombia, la polizia panamense mi ha perquisita e ha gettato le mie medicine nella spazzatura. Io li ho pregati di non farlo, ma mi hanno impedito di attraversare il confine con dei farmaci nella borsa». Rosa, 39 anni, è venezuelana e da qualche tempo assume regolarmente l’Olanzapina per curare il disturbo bipolare che le è stato diagnosticato anni fa. A giugno di quest’anno ha deciso di vendere la casa, l’auto e tutti i suoi averi, per un totale di 4.500 dollari e, insieme a suo marito e ai figli, è partita a piedi verso gli Stati Uniti, nella speranza di trovare un lavoro retribuito dignitosamente e potersi finalmente permettere le cure che non può più ricevere nel suo Paese di origine. «Una scatola di Olanzapina di tipo generico costa circa 12 dollari, mentre l’originale si aggira intorno ai 38 dollari. Il problema però è che in Venezuela guadagniamo pochi dollari al mese, che non bastano a coprire i costi dell’assistenza sanitaria, perché è già tanto se riusciamo a mangiare e in molti casi, onestamente, facciamo pure la fame». Rosa è seduta in un piccolo studio medico sul retro del «Centro de descanso temporaneo Alivio del Sufrimiento» (centro di riposo temporaneo, ndr), un ricovero per migranti gestito da una piccola fondazione di El Paraíso, città honduregna a 11 chilometri dal confine di Las Manos tra Honduras e Nicaragua. È appena stata visitata dalle dottoresse presenti nel centro e ha ricevuto un buono per recarsi alla prima farmacia e comprarsi due scatole di medicine. Sorride, perché finalmente si sente sollevata, dopo oltre 15 giorni in cui l’ansia la stava attanagliando. «Senza i miei farmaci mi sento persa, soprattutto in questi mesi di viaggio che è davvero difficile da gestire psicologicamente, perché siamo sempre a rischio di violenza da parte di bande criminali e polizia, che in tutti gli stati provano a rubarci i soldi o le quattro cose che abbiamo con noi, per non parlare delle violenze fisiche che rischiamo soprattutto noi donne. In queste condizioni sfido chiunque a rimanere sano di mente».

Honduras, migranti attraversano il Centroamerica dal Darién al Messico, per arrivare negli Usa.

Disidratazione

Seduta su una panca poco distante c’è Kimberly. Ha 28 anni e anche lei è venezuelana. Tra le sue braccia dorme la figlia Karlys, che ha già due anni ma pesa come una bambina di poco più di un anno. Hanno appena lasciato l’ospedale della città di Danlí, a qualche chilometro di strada dal centro per migranti dove si trovano. La piccola Karlys è stata ricoverata nella struttura sanitaria per due giorni interi a causa di una forte disidratazione dovuta all’influenza intestinale che la tormentava da qualche settimana, dopo aver bevuto l’acqua malsana dei fiumi della selva del Darién, forse uno dei punti più impervi da attraversare per tutte le persone che migrano dall’America del Sud verso il centro e il Nord. La selva del Darién è letteralmente una giungla, piena di paludi e montagne scoscese dove, se non è la stessa natura a decimare la gente che osa entrarvi, sono le bande criminali della zona a fare vittime anche solo per rubare qualche dollaro in una zona geograficamente fuori da qualsiasi controllo.

Honduras, migranti attraversano il Centroamerica dal Darién al Messico, per arrivare negli Usa.

Camminare è obbligatorio

Kimberly sta parlando con sua madre Criselda, seduta su una sedia a rotelle. Le sue gambe rivelano una storia di interventi chirurgici passati e di un’artrite degenerativa che le ha reso la vita difficile lungo tutto il viaggio che ha dovuto fare a piedi con il solo aiuto di un bastone. Criselda ha in mano un borsello dentro il quale ci sono i suoi ultimi risparmi che sta contando con l’attenzione di chi ha troppe necessità e un budget troppo ristretto. «Qua bisogna scegliere: o mangiamo, o viaggiamo, o mi compro una scatola di paracetamolo per sopportare il dolore alle gambe che mi distrugge da giorni», dice Criselda con la tristezza di chi sa di dover rinunciare a cibo e medicine se vuole continuare il suo viaggio.

Secondo Life Honduras, un consorzio di organizzazioni umanitarie coordinato dalla Ong internazionale Azione contro la fame, che fornisce assistenza medica e psicologica lungo la rotta migratoria che attraversa l’Honduras, ogni giorno decine di migranti in transito verso gli Stati Uniti si rivolgono al loro ambulatorio per una visita o richiedere medicine. La maggior parte si sono feriti durante il viaggio e riportano contusioni, fratture e distorsioni. Di fatto, un numero incalcolabile di persone cade nei fiumi o scivola sulle cime scoscese del Darién, oppure soffre di problemi gastrointestinali per aver bevuto l’acqua di fiume. Tuttavia, c’è anche chi decide di partire dalle proprie case già in gravi condizioni di salute. Si tratta di un dato spesso sottovalutato, ma, secondo i medici del consorzio, almeno il 5% delle persone visitate nell’anno erano affette da malattie preesistenti come cancro, diabete, problemi cardiovascolari, ernie, disabilità motorie, asma, leucemia, autismo nei bambini e problemi psichiatrici come depressione e disturbo bipolare. Si tratta di un numero considerevole, tenuto conto che solamente in Honduras transitano una media di 500mila persone all’anno, secondo i dati dell’Istituto nazionale di migrazione. Queste persone partono nonostante il dolore, per mancanza di assistenza medica gratuita nei propri Paesi di origine o perché gli stipendi sono troppo bassi per potersi permettere cure private. E chi, per esempio, ha un cancro, ma ancora la forza nelle gambe, decide di migrare nella speranza di essere accolto da parenti negli Stati Uniti che possano aiutarlo a pagare una terapia adeguata.

Honduras, migranti attraversano il Centroamerica dal Darién al Messico, per arrivare negli Usa.

Bambini migranti

Tra i bambini la situazione è ancora più grave, perché durante il viaggio difficilmente riescono a fare un buon pasto e, secondo gli ultimi dati del consorzio, l’8,5% dei minori sotto i 10 anni visitati nell’ambulatorio sono a rischio di malnutrizione severa.

«Datemi un cucchiaio per favore, mia figlia non ce la fa a mangiare con la forchetta», dice una donna seduta nella grande sala del centro per migranti di El Paraíso, dove viene servita la cena. È la voce di Norel, venezuelana di 36 anni, che sta imboccando sua figlia Narcibeth, 19 anni per 32 kg di peso, nata con una paralisi cerebrale. Insieme ad altri tre figli e al suo compagno, Norel si è fatta forza e ha portato a spalle Narcibeth tra frontiere, strade, cammini terrosi e, ovviamente, attraverso la selva del Darién, dove nessuna sedia a rotelle può farsi spazio tra il fango, lagune e sentieri montagnosi. «Io sono sicura che negli Stati Uniti ci aiuteranno con la bambina. In Venezuela ci sono centri specializzati per persone disabili, ma mancano i letti, i pannolini, il cibo e spesso anche il personale e noi genitori non possiamo pagare di nostra tasca tutto questo».

Nel centro per migranti di El Paraíso, invece, Narcibeth e la sua famiglia trovano gratuitamente un po’ di tutto, dai prodotti per l’igiene, il cibo, i letti e persino una sedia a rotelle dove può essere agevolmente trasportata per qualche ora, almeno fino a quando non si rimetteranno in viaggio.

Per non perdere tempo

«Abbiamo visto migranti con il cancro che camminano trascinandosi dietro la bombola di ossigeno, ma anche in questi casi cercano di fermarsi qui il meno possibile – spiega Indira Auxiliadora Mejía Sarantes, medico di Azione contro la fame -. Se hanno le forze non passano neppure una notte nel centro per migranti. Quando li vediamo arrivare, è perché stanno davvero male e hanno bisogno urgente di medicine che spesso perdono nella selva del Darièn. In casi gravi, indirizziamo le persone all’ospedale di Danlí, ma molti migranti decidono di non farsi curare per non perdere tempo e proseguire il viaggio».

Dal 2022, l’Istituto di migrazione dell’Honduras permette ai migranti considerati irregolari di richiedere un salvacondotto gratuito di cinque giorni, tempo considerato sufficiente per attraversare il Paese e procedere verso il Guatemala. Non si tratta di una vera e propria regolarizzazione. Di fatto il salvacondotto è un pezzo di carta con il nome della persona e la data di ingresso che viene riconsegnato alla polizia quando si esce dal Paese.

Il procedimento serve ai migranti per essere visibili ed evitare di essere vittime di deportazione ed estorsione da parte della polizia, ma in fondo il vero interesse del governo della presidentessa Xiomara Castro è che le persone transitino il prima possibile e se ne vadano dal Paese senza generare disturbo alla popolazione locale. Tuttavia questa forma di «legalizzazione» parziale e temporanea non preserva le persone da violenze ed estorsioni che puntualmente avvengono su tutto il territorio honduregno.

Lo sa bene Jonathan, 45 anni, che, insieme a suo nipote e sua sorella, ha lasciato la Colombia dove viveva da circa sei anni, da quando, cioè, la crisi economica in Venezuela e un salario troppo basso lo avevano spinto a migrare in prima battuta nel Paese più vicino culturalmente e geograficamente al suo.

Soprusi ed estorsioni

«Qua tutti approfittano di noi – racconta Jonathan -. Abbiamo ottenuto il salvacondotto all’Istituto di migrazione appena entrati in Honduras dalla frontiera con il Nicaragua, ma da quel momento hanno cominciato tutti a estorcerci soldi, anche la polizia. Onestamente, non so a cosa serva questo pezzo di carta».

Jonathan e la sua famiglia sono rimasti una notte nel centro per migranti de El Paraíso per cenare e dormire in un buon letto e il giorno dopo si sono rimessi in viaggio. Hanno pagato circa 50 euro a testa per un biglietto del bus per arrivare a Ocotepeque, l’ultima città honduregna prima della frontiera con il Guatemala. Un prezzo esorbitante che un locale non accetterebbe mai di pagare. «Lo sappiamo che ci stanno facendo pagare il doppio – continua Jonathan -, ma lo fanno perché sanno che non abbiamo scelta. Ovviamente nessuno di noi vuole rimanere in Honduras, quindi o così o niente».

Il viaggio in bus di lunga percorrenza verso la frontiera del Guatemala dura circa 18 ore. Ogni giorno partono decine di bus pieni di migranti che tirano dritto senza mai fermarsi, a meno di una grave emergenza. Oppure di un probabile, quanto indesiderato, controllo da parte della polizia che, a intervalli regolari, ferma quasi tutti i bus che percorrono l’unica strada ben asfaltata che collega la frontiera del Nicaragua con il Guatemala.

Sorte che è capitata anche a Jonathan e alle altre 80 persone che viaggiavano con lui.

Di notte il bus è stato fermato da una pattuglia della polizia che ha comunicato ai passeggeri la necessità di pagare un prezzo accessorio per poter transitare lungo la strada. «Ognuno ha dato qualcosa e per fortuna si sono accontentati e ci hanno lasciati andare», spiega Jonathan.

Arrivati a Ocotepeque le cose non sono migliorate perché per fare gli ultimi circa otto chilometri necessari ad attraversare la frontiera, Jonathan e la sua famiglia hanno pagato circa 30 dollari di taxi, un prezzo che include anche la tangente che il taxista paga alla polizia di frontiera guatemalteca, per il trasporto di migranti fino terminal di Esquipulas, la prima città guatemalteca oltre il confine con l’Honduras.

«Sono senza forze – dice sconsolato Jonathan, seduto in attesa che un bus di linea guatemalteco li porti fino alla frontiera con il Messico -. Forse ho la febbre e mia sorella sta addirittura peggio di me. Però ormai siamo qui e non intendiamo fermarci. Non importa se arriverò con l’influenza o senza una gamba. Io voglio solamente arrivare il prima possibile e con l’aiuto di Dio ce la faremo, così come abbiamo fatto fino a oggi».

Simona Carnino




Mauritania. Crescono le migrazioni verso le Canarie

 

Raggiungere le Canarie vuol dire entrare in Europa. Una speranza che accomuna tanti giovani africani che decidono di lasciare il proprio Paese alla ricerca di migliori condizioni di vita. Per farlo, negli ultimi anni, un numero sempre più crescente di loro sta volgendo il proprio sguardo verso questo piccolo arcipelago, una comunità autonoma spagnola al largo della costa nordoccidentale africana.

Una rotta letale, ma frequentata
Qui, la distanza tra Africa ed Europa è relativamente limitata: Fuerteventura, l’isola più vicina alla terraferma, dista solo 95 chilometri dalla costa marocchina. Ma il viaggio per arrivarci nasconde profonde insidie.
Secondo Caminando fronteras (un’organizzazione per la protezione dei diritti dei migranti), la rotta per le Canarie è la più pericolosa tra tutte quelle percorribili per raggiungere la Spagna. Ciò a causa di condizioni meteorologiche spesso avverse e della mancanza sistematica di operazioni di ricerca e salvataggio rapide ed efficaci. Non è un caso infatti che, solo nei primi cinque mesi del 2024, in questo lembo di mare, siano morte 4.808 persone (il 95% di tutte le vittime registrate tra gennaio e maggio lungo tutte le rotte per la Spagna).
Nonostante ciò, negli ultimi mesi, gli arrivi alle Canarie hanno registrato un’impennata. Ad esempio, a gennaio 2024, nell’arcipelago sono sbarcati 7.270 migranti: un aumento del 1.184% rispetto allo stesso mese del 2023. E la tendenza, nel periodo successivo, non ha accennato a diminuire.

Nuove rotte in risposta alle politiche europee
La crescita degli sbarchi alle Canarie è direttamente riconducibile alle politiche migratorie dell’Unione europea (Ue) o dei singoli Stati membri. Recentemente, infatti, raggiungere l’Europa (e, in questo caso specifico, la Spagna) attraverso il Mar Mediterraneo o le enclave di Ceuta e Melilla è diventato sempre più complicato, a causa dell’esternalizzazione europea delle frontiere e delle politiche repressive dei Paesi nordafricani.
Con molti di essi (tra cui Egitto, Libia, Tunisia e Marocco) l’Ue ha siglato accordi che prevedono la concessione di fondi per contenere i flussi. In Nordafrica, spesso, le risorse sono utilizzate per potenziare la guardia costiera e i centri di detenzione: il risultato è che abusi e violazioni dei diritti umani sono diventati sempre più frequenti.
Addirittura, secondo una recente inchiesta giornalistica, il denaro europeo finanzia (e l’Ue ne è consapevole) operazioni per cui decine di migliaia di migranti intercettati in mare sono riportati indietro e abbandonati nel deserto o in aree remote. Quella che per l’Ue è semplice «gestione dei flussi», nell’indagine assume il nome di «desert dumps», letteralmente «discariche nel deserto».
Dunque, raggiungere l’Europa attraverso la rotta mediterranea è diventato sempre più difficile. E, perciò, numeri sempre maggiori di migranti optano per strade alternative, anche se più pericolose, come quella atlantica. I cui punti di partenza principali sono il sud del Marocco, il Senegal e la Mauritania.

Dal Senegal alla Mauritania
Fino alla fine del 2023, la maggioranza di coloro che sbarcavano alle Canarie proveniva dal Senegal. Con l’inizio del 2024, invece, c’è stata un’impennata delle partenze dalla Mauritania. Dalle sue coste, ad esempio, arrivava l’83% dei migranti giunti a gennaio 2024. A determinare questo spostamento del luogo privilegiato di partenza sono state soprattutto le politiche migratorie spagnole, supportate dall’Ue.
Lo scorso ottobre, di fronte a un picco di arrivi alle Canarie, la Spagna ha reagito in modo repentino. Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska si è recato in Senegal con l’intento di affrontare la questione migratoria in modo drastico. Ha ottenuto dalla controparte senegalese controlli più serrati lungo la costa e maggiori rimpatri. Nel mentre, Frontex (l’agenzia europea di frontiera) e la Guardia civil (la gendarmeria spagnola) hanno iniziato a pattugliare le acque territoriali senegalesi. La polizia militare spagnola ha anche realizzato operazioni nelle principali città lungo la costa, sia in Senegal che in Gambia.
Mentre gli spazi di partenza dal Senegal si restringevano sempre di più, i migranti hanno iniziato a spostarsi nella vicina Mauritania. Le reti criminali per il traffico di esseri umani, già presenti nel Paese, hanno rapidamente sfruttato l’occasione, iniziando ad ammassare numeri sempre maggiori di persone su piccole barche fatiscenti, i cayucos.
Ancora una volta, l’Ue ha reagito siglando un accordo da 210 milioni di euro con la Mauritania finalizzato a contenere i flussi. L’ennesimo tassello di una politica repressiva che ha già ampiamente dimostrato di non funzionare. E che, anzi, continua a provocare sistematiche violazioni dei diritti umani nei Paesi di partenza e innumerevoli morti in mare.

Aurora Guainazzi




Traumi migratori. Rimettere insieme i frammenti

 

«Gli eventi traumatici estremi come la tortura e la violenza intenzionale portano a una drammatica frammentazione delle funzioni psichiche di coloro che le subiscono. Allo stesso modo, il percorso di cura può essere visto – metaforicamente e nei fatti – come un processo di ricomposizione dei “frammenti” della mente e del corpo dei sopravvissuti».

Inizia con queste parole il rapporto «Frammenti» di Medici per i diritti umani (Medu), un’organizzazione che lavora per fornire una risposta al bisogno di salute mentale proveniente da migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Italia. Le sue iniziative si rivolgono soprattutto a coloro che sono sopravvissuti a tortura e trattamenti crudeli, inumani e degradanti.

Un’esigenza di intervento evidenziata anche dai dati: dei 1.500 migranti che Medu ha assistito nei suoi progetti dal 2014, l’80% ha riferito di aver subito tali trattamenti nei Paesi di origine e/o di transito. In particolare in Libia, che Medu denuncia essere ormai una vera e propria «fabbrica della tortura».

In Italia, il sistema di accoglienza e quello sanitario sono decisamente lontani dall’essere in grado di individuare precocemente e prendere in carico efficacemente richiedenti asilo e rifugiati che hanno subito torture, stupri e altre forme gravi di violenza fisica, psicologica o sessuale.

Già si è dovuto attendere ben trent’anni dalla ratifica della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti affinché l’Italia introducesse nel proprio Codice penale il reato di tortura.

In più, le Linee guida per l’assistenza, la riabilitazione e il trattamento dei disturbi psichici dei rifugiati e delle vittime di tortura – emanate nel 2017 dal ministero della Salute – sono ancora ampiamente disattese dalla maggior parte delle regioni italiane. Mancano i fondi per riorganizzare i servizi sanitari, introdurre figure per la mediazione linguistico-culturale e formare il personale medico e psicologico.

È in questo contesto di carenza di adeguati servizi medici e psicosociali che Medu ha fondato i centri Psyché.

A Firenze, Ragusa e Roma, queste strutture si occupano della salute mentale transculturale di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. La loro nascita è stata resa ancor più necessaria dalla riduzione dei servizi legali e psicologici nei Centri di accoglienza straordinaria a seguito dell’introduzione della legge 50 del 2023 (il cosiddetto «Decreto Cutro», l’ennesima stretta al sistema di accoglienza italiano).

I centri Psyché dunque cercano di riempire questo vuoto. Nascono per fornire assistenza psicologica, psichiatrica e psicosociale ai sopravvissuti a tortura, trattamenti inumani e degradanti, violenza sessuale e di genere. Ma sono aperti anche a tutti coloro che presentano disagi psichici di natura post-traumatica, indipendentemente da condizione giuridica, economica e sociale.

In questi centri, una figura essenziale è il mediatore linguistico-culturale. In un video contenuto nel rapporto «Frammenti», Najla Hassen, mediatrice di Medu, racconta: «Ci occupiamo di ferite, quindi è essenziale dialogare nella lingua dei pazienti per avvicinarci il più possibile a loro. La mediazione linguistica non è soltanto una traduzione letterale, è un’interpretazione e un costruire un dizionario per ogni persona che incontriamo».

Mentre il suo collega Abdoulaye Toure aggiunge: «Il mediatore non è una presenza basata solo sulla trasmissione, sulla traduzione della lingua, ma sul fatto di stare lì. Il paziente ha vicina una persona che potrebbe essere uno zio o un fratello più grande e ha fiducia. Così, riesce a raccontare molto di più di quello che il terapeuta si aspettava».

Infatti, nonostante il background sociale e anagrafico delle persone assistite nei tre centri sia diversificato, tutti coloro che vi accedono sono stati esposti a traumi complessi (intesi come eventi ripetuti, prolungati nel tempo e di natura interpersonale).

Analizzando un campione di 120 persone, ad esempio, Medu ha rilevato che, mediamente, ciascun individuo è sopravvissuto a sette eventi traumatici pre-migratori, migratori e post-migratori. Nei primi due casi si trattava di tortura, detenzione e gravi abusi fisici. Nell’ultimo invece rientrano le carenti condizioni dei centri di accoglienza, la precarietà dello status legale, lo scarso supporto psicosociale e le barriere linguistiche.

Ricomporre i «frammenti» della mente e del corpo dei sopravvissuti è quindi necessario per curare le ferite fisiche, ma soprattutto quelle psicologiche di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Farlo, parlando la loro lingua e interpretando le loro parole e i loro gesti, è fondamentale per garantire a tutti la possibilità di ricostruire il proprio futuro.

Aurora Guainazzi




Marocco. Il pane brucia


C’è una siccità che brucia i campi e l’esistenza delle persone. C’è stato il terremoto più devastante nella storia del Paese. Non c’è lavoro né futuro per i giovani. Ecco perché quasi tutti cercano di fuggire all’estero. Costi quel che costi.

Ouled Kichou. È un piccolo villaggio agricolo nei dintorni di Beni Mellal, capoluogo dell’omonima regione del Marocco centrale, tra le più colpite dalla siccità che sta mettendo in ginocchio il Paese. Dal minareto di una moschea, udiamo un muezzin dalla voce sgraziata richiamare gli abitanti alla preghiera dell’alba (salat-al-fajr).

La gente del posto rimpiange il suo predecessore che si cimentava in virtuosismi canori – prima si diventava muezzin per fede, e non per lo stipendio, seppur modesto, che attualmente ricevono – e il tempo in cui l’acqua, che scendeva abbondante dalla diga di Ben Ouidan (realizzata dai francesi nel 1955), sull’antistante catena dell’Atlante, rendeva fertile la terra e nei campi c’era lavoro.

Una spianata con alberi di olivo secchi e il sidr che avanza. Foto Silvia Zaccaria.

Una siccità mai vista e l’abbandono dei campi

A Ouled Kichou oggi manca anche l’acqua potabile e la quotidianità è fatta di donne e bambini che si alternano davanti alle poche cisterne allestite nel douar («villaggio» in darija, il dialetto marocchino). I campi sono quasi abbandonati e il sidr, albero del deserto citato nel Corano (chiamato «spina-christi» da ebrei e cristiani che l’associano alla corona di spine di Cristo), sembra tornare ad avere la meglio sugli ulivi centenari, in uno scenario apocalittico che un anziano descrive come il «giudizio universale».

I pochi che hanno risorse economiche provano a scavare un pozzo profondo almeno cento metri ma non è detto che si trovi la falda. Per questo si affidano ancora ai poteri divinatori del moul Al ouidet (letteralmente «il padrone delle bacchette di legno»), il rabdomante.

Qualcun altro presagisce il ritorno delle piaghe d’Egitto e sette anni di carestia.

In effetti i segni ci sarebbero tutti, visto anche il terremoto devastante, il più forte della storia del Paese, che nel settembre dello scorso anno ha colpito la provincia di Al Haouz e il suo capoluogo Marrakech, provocando almeno 2.900 morti (il bilancio non è ancora definitivo).

La zona dell’epicentro, svantaggiata dal punto di vista geografico ed economico, era nota per ospitare siti con una forte connotazione culturale e spirituale, come Tinmel, antica capitale della dinastia amazigh (berbera) degli Almohadi, e il mausoleo di Moulay Ibrahim, un santo locale.

A Tinmel, oltre al villaggio, è stata distrutta anche la moschea risalente all’XI secolo e appena ristrutturata, mentre il santuario, meta di pellegrinaggio e luogo di ricovero per persone con disturbi psichiatrici, è stato gravemente danneggiato.

Due testimoni di Ijoukak, uno dei villaggi lungo la strada R203, tornata solo da poco percorribile, raccontano: «Il terremoto è venuto a darci la caccia», paragonando il boato che ha preceduto la prima scossa al rumore sordo provocato dagli spari dei cacciatori.

Malgrado la perdita di familiari, compaesani e di tutti i propri beni, malgrado i contributi ricevuti siano modesti (le indennità statali ammontano a 14mila euro per chi ha perso la casa e a 4mila euro per chi ha subito danni, più 250 euro mensili per un anno elargiti, secondo alcuni testimoni, in modo casuale), questa gente di montagna, in tende adibite anche a scuole e moschee (solo alcuni villaggi hanno ricevuto container), resiste grazie a una fede incrollabile e alla solidarietà dei cittadini accorsi da ogni angolo del Paese.

C’è anche chi grida al miracolo. Uicha («piccola Aïcha») è uscita illesa dal crollo del mausoleo di Moulay Ibrahim; la bottega di Baha, lo speziale, è rimasta intatta. Si dice che a Tajghaout si sia salvato solo l’imam.

Inoltre, il sisma ha innescato un fenomeno geologico straordinario: con la frattura e lo spostamento delle rocce, le acque sotterranee hanno trovato nuovi spazi per fluire e salire in superficie e così in diversi luoghi, compreso l’epicentro, Ighil, dalle montagne anch’esse asciutte per l’assenza di pioggia e neve, sono sgorgate sorgenti d’acqua pura che gli abitanti hanno interpretato come una benedizione.

Tendopoli allestita dalla Protezione civile nel pressi di Ighil, epicentro del sisma. Foto Silvia Zaccaria.

Calamità presenti e future

Il presente è grigio: scarsità d’acqua, post terremoto da gestire, aumento dei prezzi, sistema sanitario e scolastico a pezzi (da settembre è in corso uno sciopero dei maestri a contratto), disoccupazione, soprattutto giovanile (15-24 anni), ai massimi storici (38,25% nelle zone rurali e 49,7% in quelle urbane). E il futuro all’orizzonte è ancora più fosco: lunghi periodi di siccità e conseguente avanzata della desertificazione. Per questo non sorprende che la gente comune paragoni le calamità, naturali e non, che stanno colpendo il Paese a quelle bibliche. Ma è l’ultima delle piaghe d’Egitto, la morte dei primogeniti maschi, quella che più si presta a una lettura attualizzata se messa in relazione con l’esodo dei più giovani che, intraprendendo il viaggio migratorio lungo rotte sempre più pericolose, accettano implicitamente il rischio di morire.

D’altronde un detto popolare recita «il pane brucia» (kkubz hār in darija) e per guadagnarselo bisogna soffrire, mettendo anche a repentaglio la vita.

I giovani in fuga, una scelta obbligata

Nei villaggi non si parla di altro. Della pioggia che non arriva, delle preghiere nelle moschee per invocarla, e dei giovani che vanno via. Solo Ouled Kichou, villaggio con una popolazione stimata di duemila persone, negli ultimi sei mesi ne sono partiti più di sessanta, tutti tra i ventiquattro e i trent’anni. Un primo gruppo, composto da una quarantina di persone, è arrivato a destinazione (l’Italia). Il secondo, composto da ventiquattro, ha avuto meno fortuna: quattro hanno desistito lungo il viaggio, diciassette sono stati rimpatriati. Tre, avendo in mano dei passaporti falsi, sono bloccati in Turchia.

Scartata la rotta del Mediterraneo orientale (dopo l’intensificazione dei respingimenti in mare da parte della Grecia dal 2019) e quella del Mediterraneo occidentale verso la Spagna, vista l’ulteriore stretta del Marocco nel controllo delle frontiere a seguito della nuova pioggia di finanziamenti europei (500 milioni di euro, stanziati dopo la tragedia – era il 22 giugno 2022 – a Melilla in cui morirono 37 persone), sempre più marocchini tentano – assieme a iracheni, afghani, pachistani, bengalesi, siriani e palestinesi – la rotta balcanica.

Arrivati con l’aereo in Turchia (per i marocchini non c’è l’obbligo di visto), i migranti devono attraversare ben sette frontiere: turco-bulgara, serba, bosniaca, croata e slovena-italiana.

Raggiungere la prima, con la Bulgaria, è la parte più difficile e rischiosa. Quelli più fortunati sono accompagnati in auto a pochi km dal confine anche se poi è difficile superarlo per via della border police che non esita a impiegare armi da fuoco, cani e mazze da baseball e a denudare le persone.

Altri, come il gruppo dei 24 di Ouled Kichou, sono lasciati anche a decine di km di distanza. Devono dunque proseguire a piedi, nei boschi, guidati da un rehber («guida», in turco).

Il rehber – come il ra’ìs, il capitano o «scafista» che guida la barca sulla rotta mediterranea – è un connazionale, spesso coetaneo che, dopo vari tentativi, conosce i punti di controllo e di incontro per essere presi in consegna dal successivo gruppo di trafficanti. Se riuscirà a passare, non dovrà pagare nulla (secondo le testimonianze, il viaggio può costare sino a ottomila euro).

Mentre si attraversa il bosco si può, inoltre, cadere nelle imboscate di banditi curdi che estorcono denaro, anche sotto forma di riscatto.

Due anziani di Ouled Kichou davanti alla macelleria del paese, distrutta e abbandonata. Foto Silvia Zaccaria.

L’odissea di chi fugge

Se si viene intercettati dalla polizia turca, si viene condotti in centri di detenzione amministrativa (sarebbero almeno 30, secondo asylumineurope.org), gestiti dalla Direzione generale per la gestione della migrazione, dove attendono – per un tempo indefinito – il rimpatrio.

I giovani rimpatriati che abbiamo intervistato a Ouled Kichou, sono stati portati nel centro di Kirklareli, al «Pehlivanköy Reception and Removal Centre».

Finanziato nel 2011 all’85% da fondi europei, per accogliere 750 richiedenti asilo, in seguito dell’accordo Turchia-Ue del 2016, esso è stato trasformato in centro per il rimpatrio che ospiterebbe circa 5mila persone. I testimoni lo descrivono come una vera e propria prigione: i cellulari vengono sequestrati, non si può uscire e non possono entrare organizzazioni umanitarie o legali.

«Nel centro – raccontano i giovani – si dorme almeno in otto per stanza. Non ci sono interpreti o mediatori per cui puoi ottenere informazioni sulla tua situazione solo tramite connazionali che stanno lì da tempo. Abbiamo visto anche persone con le gambe in cancrena per il freddo o lacerate dai morsi dei cani o doloranti per i lividi provocati dalle bastonate, non ricevere assistenza medica adeguata. Ci sono anche delle celle sottoterra e ci hanno detto che lì sono detenuti i terroristi».

Uicha, sopravvissuta al crollo del santuario di Moulay Brahim. Foto Silvia Zaccaria.

Il sogno europeo resiste

Per coloro che sono stati rimpatriati, la legge marocchina prevede che non possano lasciare il Paese per cinque anni. I giovani di Ouled Kichou però non vogliono mollare.

Seppur nessuno si sogna di intraprendere una seconda volta il viaggio lungo la rotta balcanica, qualcuno come Y., che di tentativi via terra e via mare ne ha già fatti una decina, sta già pensando ad altre vie di fuga: «Magari la prossima volta prendo un biglietto per il Brasile. Poi nello scalo esco e scappo». Per qualcuno non sono che degli incoscienti, per altri degli eroi.

Per Mohammed, studente di diritto all’università di Marrakech, i giovani nascono già con l’idea di migrare e quindi non sviluppano un senso di appartenenza al Paese, mentre è ancora forte, malgrado i fallimenti o le fatiche delle generazioni precedenti che sono emigrate, l’idea che l’Europa sia un posto pieno di opportunità, e per raggiungerla sono pronti a tutto.

«È anche vero che qui un laureato guadagna non più di 400 euro al mese e che per studiare all’università, o diventare giudice, come sogno di fare io, devi corrompere qualcuno. Quindi, se il Paese non lo puoi cambiare, lo devi solo lasciare. Se le frontiere fossero aperte, qui non rimarrebbero che donne e vecchi».

Silvia Zaccaria

Baha, lo speziale, davanti alla sua erboristeria, a Moulay Brahim. Foto Silvia Zaccaria.

Un uomo prega alla fermata del taxi di Moulay Brahim, con alle sue spalle la moschea distrutta dal terremoto. Foto Silvia Zaccaria.