Il 3 ottobre l’Italia ricorda chi «ha perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria». La Giornata nazionale della memoria e dell’accoglienza nasce dalla tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando 368 persone persero la vita in un naufragio al largo dell’isola. Il Missing Migrants Project dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima che dal 2014 oltre 35.600 persone abbiano perso la vita nel Mediterraneo, un numero probabilmente sottostimato. La maggior parte è scomparsa nel Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più letale al mondo. A questo triste primato contribuiscono la lunghezza della traversata, il traffico di esseri umani sempre più spietato, le carenze nella ricerca e soccorso e le restrizioni imposte alle Ong che salvano vite in mare. Ricordare chi non ce l’ha fatta significa anche guardare a chi, sopravvissuto, continua a lottare perché quelle morti non restino senza risposta. È il caso di Refugees in Libya (Ril), l’organizzazione nata da un presidio di migranti a Tripoli nel 2021. Oggi è un punto di riferimento nella battaglia per i diritti di chi tenta di attraversare il Mediterraneo.
Cento giorni di protesta Il 1° ottobre 2021 la polizia libica ha condotto intense retate nel quartiere di Gargaresc (Tripoli), rinchiudendo nei centri di detenzione più di 5mila persone migranti – luoghi tristemente noti per la violazione sistematica dei diritti umani di chi vi è rinchiuso. In risposta, 2.700 migranti si sono radunati davanti alla sede dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) a Tripoli, costituendo una comunità autorganizzata che ha preso il nome collettivo di Refugees in Libya. Attraverso i social media hanno raccontato ciò che stava accadendo dall’altra parte del Mare Nostrum. I primi a sostenerli sono stati la Ong Mediterranea saving humans e don Mattia Ferrari, il cappellano dell’organizzazione, che hanno fatto da tramite con attivisti, istituzioni politiche e religiose. Si sono rivolti anche a Papa Francesco, da sempre attento alla realtà di coloro che lasciano la propria terra. Il pontefice ha risposto così durante l’Angelus del 24 ottobre 2021: «Esprimo la mia vicinanza alle migliaia di migranti, rifugiati e altri bisognosi di protezione in Libia: non vi dimentico mai, sento le vostre grida e prego per voi. Tanti di questi uomini, donne e bambini sono sottoposti a una violenza disumana. Ancora una volta, chiedo alla comunità internazionale di mantenere le promesse di cercare soluzioni comuni, concrete e durevoli per la gestione dei flussi migratori in Libia e in tutto il Mediterraneo. […] Sentiamoci tutti responsabili di questi nostri fratelli e sorelle, che da troppi anni sono vittime di questa gravissima situazione». Le richieste di Ril sono rimaste inascoltate, a parte le poche risposte arrivate soprattutto dalla società civile. La tensione con la polizia libica è cresiuta fino alla notte del 10 gennaio 2022, quando le forze di sicurezza sono intervenute con violenza: gli accampamenti sono stati distrutti, le persone catturate e rinchiuse nella prigione di Ain Zara. Come spiega don Mattia, Papa Francesco «passando dalla terza persona alla seconda persona, ha accolto la loro richiesta di essere riconosciuti come soggetti, come protagonisti, come interlocutori, come veri fratelli e sorelle». Sta proprio in questo la forza di Ril: aver preso in mano la propria lotta, essere diventati agenti e voce dei propri diritti inalienabili. I 100 giorni di presidio ininterrotto sono stati la prima esperienza di autorganizzazione dal basso delle persone migranti in Libia.
Commemorazione delle vittime nel Mediterraneo e preghiera interreligiosa organizzata da Refugees in Libya a Roma, davanti alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (17 ottobre 2025). (Foto di Mattia Gisola)
Il lavoro di Ril oggi Il movimento nato a Tripoli esiste ancora. Alcuni dei manifestanti sono arrivati in Europa, dove hanno fondato un’organizzazione di rifugiati gestita dai sopravvissuti, che mantiene il nome originale. Ril affianca le persone vittime di violenza e sfollamento, e contesta le politiche che negano protezione e intrappolano le persone in situazioni di pericolo. Il loro lavoro si articola in quattro ambiti: assistenza ai rifugiati – anche tramite una linea telefonica di emergenza -, segnalazione e gestione sicura dei casi, documentazione delle testimonianze dei sopravvissuti e azioni legali per perseguire i responsabili. I numeri raccontano l’impatto di questo lavoro: oltre 21mila richieste di emergenza ricevute tra linea telefonica, social e sito web; più di 3.760 casi di tortura, stupro e altri abusi documentati; 13 ricorsi presentati davanti a organismi nazionali, regionali e internazionali; attività di sensibilizzazione che hanno raggiunto istituzioni e partner in 36 paesi.
Giustizia per tutti Per Ril ogni azione ruota attorno alla giustizia, che non può essere selettiva: la sua credibilità dipende dal fatto che la legge sia applicata in modo equo e che le prove vengano seguite ovunque conducano. Per questo l’organizzazione collabora con la Corte penale internazionale (Cpi) e con la Coalizione per la Cpi non solo come sopravvissuti e testimoni, ma come investigatori, documentatori e attivisti impegnati a combattere l’impunità. Ril porta avanti battaglie legali anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per chiedere conto agli Stati di azioni e omissioni che contribuiscono all’impunità. Un esempio è il caso Y contro l’Italia, relativo alla mancata esecuzione del mandato d’arresto della Cpi nei confronti di Osama Elmasry Njeem (Almasri), accusato di crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei centri di detenzione libici. Il ricorrente, sopravvissuto a detenzione, tortura e lavori forzati in Libia, ha ottenuto protezione internazionale in Italia nel 2022. Nell’aprile 2025 ha presentato ricorso alla Corte di Strasburgo – con il sostegno, tra gli altri, di Ril – sostenendo che la mancata consegna di Almasri abbia violato gli obblighi dell’Italia in materia di diritto alla vita e divieto di tortura.
Il 3 ottobre esiste per non dimenticare, ma la storia di Ril ci mostra come la memoria, da sola, non basta. Lo esprime bene Mahamat Daoud, tesoriere e cofondatore di Ril, quando afferma che il loro lavoro continuerà «finché non sarà fatta giustizia per ogni vittima».
Eva Castelletti
Mondo. Giornata mondiale del migrante e del rifugiato
Domenica 27 settembre 2026, ultima domenica del mese, la Chiesa celebra la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, con il tema “Anche uno solo di questi bambini”.
Istituita dalla Chiesa nel 1914 questa Giornata richiama l’attenzione delle comunità ecclesiali e civili sulle diverse categorie di persone vulnerabili in movimento, invitando a pregare per loro mentre affrontano numerose sfide e accrescere la consapevolezza sulle opportunità offerte dalla migrazione.
Il tema “Anche uno solo di questi bambini” del Messaggio annuale di Papa Leone XIV, richiama la nostra attenzione “sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che ‘chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me’ (Mc 9,37). I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza”, scrive il Santo Padre.
“Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari,tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza”.
“Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infinedimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio.”
Nel rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati – pubblicato a giugno 2026 – si legge che “Ammontano a 117,8 milioni le persone che nel mondo alla fine del 2025 sono state costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani; (…) Alla fine del 2025 è di 41,6 milioni il numero di rifugiati a livello globale, di cui 35,6 milioni sotto il mandato dell’UNHCR e 6 milioni sotto il mandato dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) e 9 milioni di richiedenti asilo. Il 39% della popolazione rifugiata mondiale è costituito da bambini, mentre il 50% da donne e ragazze. (…)
Il Sudan resta la crisi più grave a livello globale, con 9,1 milioni di sfollati interni. A partire da febbraio 2026, la guerra in Medio Oriente ha già provocato oltre 1 milione di sfollati interni in Libano e 3,2 milioni di persone sfollate nella Repubblica Islamica dell’Iran. Oltre il 69% dei rifugiati proviene da soli sei Paesi: Venezuela (6 milioni), Ucraina (5,2 milioni), Siria (4,9 milioni), Afghanistan (3,7 milioni), Sudan (2,8 milioni) e Sud Sudan (2,4 milioni)”.
«Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Foto: Vatican Media
Nel Messaggio, Papa Leone XIV lancia un forte appello alla responsabilità di tutti, chiedendo che ciascuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi. “Anche uno solo di questi bambinici chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di ‘migrante’, e a tutelarne i diritti fondamentali”.
Per la preparazione e l’animazione a celebrare la GMMR 2026 sul sito di Fondazione Migrantes (CEI) e sul sito del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale è possibile trovare del materiale.
* Con informazioni dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale
Corea del Sud. Verso la Gmg 2027
Un Paese ultra moderno. Giovani attratti dal piacere immediato e lontani dai valori «eterni». Immigranti in cerca di un loro spazio, mentre crescono gli indigenti. In un contesto pieno di sfide si prepara la prossima Giornata mondiale della gioventù.
Seul. Con la linea 4 della metropolitana scendiamo alla Myeong-dong station e sbuchiamo in un centro commerciale. Siamo nel distretto chiamato Jung-gu. Seduti a prendere un caffè, ci accorgiamo di alcuni scaffali nel bar con libri in consultazione. In particolare ci salta all’occhio un volume con papa Francesco sulla copertina. Girando poi tra i negozi, notiamo un’effigie della Madonna e altre scritte religiose. «Sicuro – dice chi ci accompagna -, siamo nei piani interrati dell’arcivescovado. Qui è stato fatto un investimento di tipo commerciale allo scopo di generare reddito per l’arcidiocesi». Capiamo di essere in un centro commerciale cattolico.
Ai «piani alti»
Prendiamo l’ascensore veloce che ci porta ai piani superiori. Arriviamo alla reception, molto curata, in un ampio vano. Tutto è moderno e pulito.
Chiediamo di poter incontrare l’arcivescovo, e in pochi minuti ci raggiunge il segretario, in nero impeccabile con clergyman, che in italiano ci accoglie e ci dice di seguirlo. Con un ascensore riservato ai possessori di una card, raggiungiamo i piani alti.
Qui il segretario ci affida a don Simone Kim Nam-kyun, incaricato della comunicazione dell’arcidiocesi, che ci conduce in un’ampia sala con tavolo da riunione e una vetrata dalla quale si vede la cattedrale Myeongdong (come comunemente è chiamata la cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione), in mattoni rossi e in stile neogotico, la piazza e alcuni palazzi adiacenti.
Monsignor Peter Chung Soon-taek ci raggiunge subito e si presenta con un largo sorriso. Classe 1961, laureato in ingegneria chimica, il vescovo fa parte dell’Ordine dei Carmelitani scalzi.
Dopo avere ricoperto diversi incarichi, nel 2013 papa Francesco lo ha nominato vescovo ausiliare di Seul (incarico ricoperto dal 5 febbraio 2014). Nell’ottobre 2021, sempre papa Francesco, lo ha nominato arcivescovo metropolita di Seul.
Monsignor Peter Chung Soon-taek, arcivescovo di Seul.
La situazione della Chiesa
Monsignor Chung, qual è la situazione dei cattolici nell’arcidiocesi di Seul?
«La popolazione di Seul è di circa 9,3 milioni di abitanti. Tra loro i cattolici sono il 16%, il che vuol dire 1,5 milioni. È un numero abbastanza grande. Ma oltre il 60% sono anziani. I ventenni o minorenni sono solo il 20%. Si tratta di una società piuttosto avanti con l’età. E questo si rispecchia nella Chiesa.
Nonostante ciò, abbiamo comunque un buon numero di vocazioni sacerdotali. In media, celebriamo circa 20 ordinazioni di preti ogni anno. Anche se il numero di ingressi al seminario maggiore sta diminuendo.
In termini di fedeli, in generale abbiamo un buon numero di nuovi battezzati».
Il cattolicesimo è stato portato in Corea dai laici. Qual è il loro ruolo oggi?
«La Chiesa cattolica coreana è iniziata proprio con la gente, senza l’aiuto di missionari stranieri. Oggi, possiamo dire che i laici sono ancora molto attivi nella nostra Chiesa.
Ad esempio, il movimento Legio Mariae ha molti membri, anche se è leggermente diminuito rispetto a trent’anni fa. Oltre a loro ci sono i Focolarini, la Caritas e il movimento di San Vincenzo de’ Paoli. Questi gruppi sociali, religiosi o spirituali sono piuttosto forti tra i laici.
Ogni parrocchia ha i chierichetti, i laici che partecipano a diversi ministeri, la corale, mentre altri fedeli aiutano in vari servizi».
Quali sono le maggiori sfide nella vostra arcidiocesi?
«Penso che ci stiamo confrontando con sfide simili ad altri Paesi. In particolare, con l’individualismo, il materialismo e l’edonismo.
Per esempio, in passato la gente si interessava ai figli dei vicini, si prendevano cura di loro e potevano manifestare affetto nei loro confronti. Quindi alcune giovani generazioni, in quel tempo, sono cresciute nella comunità, nell’interesse e cura comuni. Oggi la gente non può permettersi di esprimere affetto o interesse verso i figli dei vicini, perché potrebbe essere facilmente malinteso.
Quindi, le nuove generazioni crescono in un ambiente dove prevale l’individualismo, senza una comunità che si interessi di loro e li accudisca.
Altri aspetti sono materialismo ed edonismo. Le giovani generazioni di oggi cercano l’immediata e diretta soddisfazione piuttosto che i valori religiosi o eterni».
la cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata concezione (Myeongdong), di Seul.
La pastorale dei migranti e quella per i poveri
Numericamente, è importante la questione dei migranti?
«Secondo le statistiche, in Corea ci sono 2,8 milioni di migranti su una popolazione complessiva di 51. Tra loro, quasi il 60% ha meno di 40 anni. Quindi ci sono molti giovani migranti lavoratori o studenti.
Non abbiamo statistiche su quanti di questi siano cattolici. Ma immaginiamo che una porzione significativa lo sia. In ogni caso, nella nostra arcidiocesi abbiamo diverse attività per i migranti, che siano cattolici oppure no. Ogni diocesi del nostro Paese ha un comitato e una pastorale per i migranti.
Per quanto riguarda in particolare i rifugiati, posso dire che in Corea non sono molto numerosi. Solo la diocesi di Jeju, la grande isola, ha un centro per i rifugiati e una pastorale dedicata.
Realizziamo molte attività per loro, ad esempio per fornire cure mediche di base, oppure il supporto per ottenere i documenti.
In Corea è già presente la seconda generazione di migranti e ci occupiamo anche di loro. Per la scolarizzazione, la documentazione, l’aiuto medico».
Esiste la problematica di chi ha poche risorse?
«Certo. Abbiamo una pastorale per i poveri. In generale c’è una grande polarizzazione tra ricchi e poveri. C’è una forte tendenza che vede i poveri diventare sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Questo fenomeno è molto forte nella società coreana.
Per i poveri e per gli emarginati, ad esempio, al piano terra della nostra cattedrale Myeongdong, abbiamo una mensa per i poveri. Distribuiamo circa mille pasti gratis tre volte la settimana.
Anche in molte parrocchie c’è questo tipo di servizio. In alcune si può fare la doccia e ci sono altri servizi per le persone senza fissa dimora.
Inoltre, abbiamo un sistema di borse di studio per i figli di famiglie indigenti.
Nella nostra arcidiocesi ci sono molte congregazioni religiose che si occupano della pastorale delle persone emarginate. Abbiamo circa quaranta congregazioni maschili e sessanta femminili sul nostro territorio».
Come sono le relazioni con le altre religioni?
«Posso dire che la cultura coreana è basata sul buddhismo, che fu introdotto qui 1.300 anni fa. Oggi la Corea è diventato un Paese multi religioso. Di fatto la metà dei coreani si definiscono atei. Degli altri, circa il 20% sono cristiani protestanti, il 18% buddhisti e l’11% i cattolici. Il dialogo interreligioso e, più in generale, le relazioni tra le differenti comunità sono buone.
I leader delle maggiori religioni fanno incontri periodici, quattro all’anno. La conferenza episcopale coreana partecipa a questi incontri.
La nostra arcidiocesi mantiene buone relazioni con le altre religioni anche tramite piccoli gesti come, ad esempio, lo scambio di auguri con buddhisti».
E con i protestanti?
«Con loro, attualmente, non abbiamo incontri periodici o dialogo frequente a livello di diocesi. Non abbiamo questa attività ecumenica. Francamente le relazioni con i protestanti non sono molto forti. Anche perché loro hanno molte denominazioni, sono chiese diverse autonome tra loro. Quindi non è facile trovare un referente e intavolare un dialogo con loro. In generale, però, c’è molto rispetto reciproco».
attiviste della rete Talita Kum manifestano nei pressi della cattedrale.
Preparando la Gmg 2027
Il prossimo anno la Corea ospiterà la Giornata mondiale della gioventù.
«Sì, io sono il presidente della Commissione di organizzazione locale. Ci sono molte attività preparatorie. Ad esempio, stiamo discutendo con il Governo per la questione dei visti dei partecipanti. Per alcuni Paesi africani o asiatici, ci sono difficoltà a ottenerlo. Quindi stiamo negoziando per una maggiore apertura.
Un’altra questione è legata alle compagnie aeree: chiediamo di avere dei prezzi migliori per i biglietti. Stiamo, inoltre, cercando aiuto finanziario presso alcune fondazioni, soprattutto per i Paesi che hanno maggiori difficoltà, in modo da potere invitare noi i partecipanti.
Abbiamo risposte positive, ma il risultato non è ancora sufficiente. Stiamo quindi chiedendo aiuti finanziari anche al Governo. Sfortunatamente, su questo punto, ci sono opposizioni da parte di leader di altre religioni. Non è facile, ma ci riusciremo».
Quali altre sfide pone la Gmg?
«C’è l’organizzazione logistica. Sarà complessa, perché arriverà molta gente. Ci aspettiamo tra i 400 e i 500mila arrivi dall’estero. Dobbiamo prevedere dove alloggiarli. Questa è una delle maggiori sfide per noi.
Anche in questo caso, stiamo negoziando con il Governo per avere a disposizione alcune scuole pubbliche, che possano mettere a disposizione le loro aule per ospitare i giovani.
Stiamo anche cercando delle famiglie che possano ospitare gratuitamente i partecipanti alla Gmg. Non solo tra i cattolici, ma anche tra i non cristiani. Siamo sulla buona strada.
Negoziamo con il Governo in modo che dia dei vantaggi alle famiglie ospitanti, per incentivarle. Ad esempio, se hanno dei figli, che abbiano facilitazioni per l’ammissione all’università. Occorrono accordi con tutti questi enti».
Cosa direbbe ai giovani italiani interessanti a venire in Corea per la Gmg?
Abbiamo iniziato un dialogo con la Conferenza episcopale italiana (Cei). Alcuni responsabili stanno già visitando la Corea per discutere sulla preparazione delle Gmg. Così abbiamo già individuato una parrocchia piuttosto grande per i giovani del vostro Paese. Vorrei invitare tutti i giovani dell’Italia a venire a visitarci a Seul. Direi loro: vedrete diverse culture, lingue, storie, ma incontrerete lo stesso Dio, così sperimenterete che siamo uniti in una sola fede.
Sarà una grande opportunità per ognuno di voi».
scritte di benvenuto pronte per la Gmg 2027 (World youth day, in inglese).
Missione Corea del Nord?
Lei è anche amministratore apostolico di Pyongyang in Corea del Nord. Che contatti ha nel Paese?
«È un ministero con grandi sfide. La separazione tra la Corea del Nord è la Corea del Sud è avvenuta 81 anni fa. Prima della divisione, in Corea del Nord c’erano molti cattolici, sacerdoti e congregazioni di religiosi. Ma negli anni successivi ci sono state grosse persecuzioni, anche piuttosto dure. Adesso noi non sappiamo esattamente quanti cattolici siano rimasti. Pensiamo che, in segreto, ci siano ancora dei credenti. Nella nostra arcidiocesi lavorano alcuni preti anziani che sono nati in Corea del Nord, e alcuni dei nostri sacerdoti sono seconde e terze generazioni di famiglie scappate da quelle zone durante la guerra di Corea. Tutti questi preti hanno un forte stimolo per realizzare un lavoro missionario nel Nord, se e quando il Paese si dovesse aprire.
Anche se sono ufficialmente preti della nostra arcidiocesi, loro si identificano come appartenenti alla diocesi di Pyongyang. Si incontrano mensilmente, io celebro la messa con loro. L’anno prossimo, il 17 marzo, faremo una cerimonia
per celebrare il centesimo anniversario della diocesi di Pyongyang. La terremo nella cattedrale di Myeongdong di Seul. Stiamo anche pensando di realizzare qualche mostra con materiali e foto storiche. Io non ho mai avuto l’opportunità di visitare la Corea del Nord, e, quindi, la diocesi di Pyongyang. Se il Governo del Paese me lo consentisse, mi piacerebbe andarci.
Stiamo cercando di contattare qualche funzionario in Corea del Nord, ma al momento, non abbiamo ricevuto risposte. Se possibile, vorremmo invitare qualche gruppo di giovani del Nord per la Gmg del 2027, ma, fino a oggi, non c’è stata possibilità.
Recentemente, una squadra di calcio femminile del Nord è venuta in Corea del Sud. Hanno giocato contro la nostra squadra. È stata una notizia shoccante e molto positiva per me, perché non lo avrei mai immaginato. Nel futuro possiamo aspettarci altre aperture».
Monsignor Chung, come vede il ruolo della Chiesa cattolica in Asia, un continente con religioni antichissime?
«L’Asia è un continente vasto e diversificato, dove anche le religioni sono molte, come le lingue, le culture. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ci sono tante situazioni differenti.
Ad esempio, le Filippine sono un Paese molto cattolico. In Mongolia la Chiesa cattolica è costituita da circa 1.500 membri, una presenza molto piccola. Ci sono, dunque, situazioni estremamente diverse tra loro. Nonostante questo, le sfide principali con cui ci si confronta in ogni Paese sono molto simili. Per questo abbiamo bisogno di dialogare tra noi. Il ruolo della Federazione delle conferenze episcopali asiatiche (Fabc) deve diventare sempre più importante.
I meeting della Fabc sono a diversi livelli: presidenti, comitati, ecc. Incontri e dialogo, nella Chiesa cattolica dei diversi Paesi sono, secondo me, fondamentali».
scorcio del quartiere commerciale Jumg-gu, dove si trova la cattedrale e la sede dell’arcivescovado.
Chiesa antica e moderna
Usciamo, e subito fuori incontriamo una decina di ragazze e ragazzi disposti in fila con striscioni e cartelli. Distribuiscono volantini. Sono della rete mondiale Talita Kum, contro la tratta di esseri umani. Tra loro c’è la responsabile per la Corea.
Nei pressi della cattedrale, su alcuni edifici, sono già comparsi logo e scritte – in diverse lingue – della Giornata mondiale della gioventù (Gmg), che si terrà a Seul nell’agosto del prossimo anno. Pensiamo che questi luoghi si riempiranno di giovani di tutto il mondo. Su un mega schermo ruotano le foto (meglio i disegni) dei santi patroni della Gmg: sant’Andrea Kim Taegon (il primo sacerdote e martire coreano), santa Bakita, santa Francesca Saverio Cabrini e san Carlo Acutis. Mezzi moderni per parlare di santi antichi e nuovi.
Marco Bello
l’ingresso del centro commerciale legato alla cattedrale di Seul.schermo sul quale sono presentati i santi patroni della Gmg 2027. Qui il martire coreano Andrea Kim Taegon.
Libia. Sogno democratico addio
Quindici anni fa le piazze di Bengasi e Tripoli risuonavano di un grido che sembrava destinato a cambiare la storia: «Libia libera». La caduta di Muammar Gheddafi, nell’autunno del 2011, veniva salutata come l’inizio di una nuova stagione di democrazia e stabilità. Oggi, nel 2026, quel sogno appare lontano. La Libia è diventata un mosaico di poteri concorrenti, alleanze mutevoli e istituzioni fragili, mentre la popolazione continua a pagare il prezzo più alto di una transizione mai compiuta.
Tentativi diplomatici Dietro le quinte della politica internazionale si stanno muovendo nuove iniziative diplomatiche per tentare di ricomporre una frattura che dura da oltre un decennio. Gli Stati Uniti, attraverso Massad Boulos, consulente senior per gli affari arabi e africani, stanno favorendo un dialogo tra Abdulhamid Dbeibeh, premier del Governo di Unità nazionale con base a Tripoli, e Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Fino a pochi anni fa un’intesa tra i due sarebbe stata impensabile. Oggi, invece, viene considerata possibile da numerosi osservatori. Ma la prospettiva di un accordo non convince tutti. Secondo Karim Mezran, direttore della North Africa initiative dell’Atlantic council, il problema risiede nella reale capacità dei due leader di controllare i rispettivi territori. Nessuno dei due gode infatti di un consenso assoluto. Le potenti milizie che dominano molte aree del Paese potrebbero non accettare compromessi calati dall’alto, aprendo la strada a una nuova stagione di instabilità e violenze.
Gli attori internazionali Anche il quadro internazionale è cambiato. Se in passato la Libia era divisa in blocchi contrapposti definiti, oggi le linee di separazione appaiono più sfumate. La Turchia, storico alleato del governo di Tripoli, ha intensificato i rapporti economici con l’Est controllato da Haftar. L’Egitto ha riallacciato i rapporti con la capitale libica, superando vecchie diffidenze. Gli Emirati arabi uniti hanno ridotto il proprio coinvolgimento diretto, mentre la Russia continua a mantenere relazioni con tutte le principali fazioni. In questo contesto fluido, l’Italia segue una strategia pragmatica. Roma punta soprattutto a tutelare i propri interessi energetici e a contenere i flussi migratori nel Mediterraneo centrale. Per questo mantiene canali aperti con attori diversi, adattandosi agli equilibri che cambiano sul terreno.
Istituzioni allo sbando L’assenza di istituzioni funzionanti emerge anche nelle vicende interne. La novità del 2026 è la cosiddetta «guerra civile giudiziaria». Proprio alla vigilia dell’anniversario dello scoppio della rivolta anti Gheddafi, una sentenza della Corte Costituzionale di Bengasi ha disconosciuto la legittimità dei vertici giudiziari di Tripoli, decapitando di fatto l’ultima istituzione che ancora manteneva una parvenza di unità nazionale. Senza una magistratura condivisa, la possibilità di convalidare future elezioni diventa un miraggio giuridico. Nel frattempo, l’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi all’inizio dell’anno ha eliminato una delle poche figure capaci di coagulare il consenso dei nostalgici del vecchio regime.
Migranti e tensioni La questione migratoria rappresenta un altro elemento di forte tensione sociale. In Libia si trovano oggi tra 700mila e un milione di migranti. Molti vivono nei centri di raccolta ufficiali o informali, altri sono accampati nelle città in condizioni estremamente precarie. Le proteste di parte della popolazione contro questa presenza sono aumentate negli ultimi mesi. Secondo Mezran, tuttavia, dietro alcune manifestazioni potrebbero celarsi interessi meno spontanei di quanto appaia. Diverse milizie che in passato traevano enormi profitti dal traffico di esseri umani avrebbero infatti visto ridursi i propri guadagni a causa del rafforzamento dei controlli sulle rotte migratorie.
Libici sempre più poveri A soffrire maggiormente è la popolazione libica. Nonostante le ingenti entrate generate dal petrolio, la corruzione continua a drenare risorse pubbliche verso reti di potere informali composte da politici, funzionari e comandanti militari. L’economia reale resta debole e la disoccupazione si aggira attorno al 19%, con percentuali ancora più elevate tra giovani e donne. Le difficoltà quotidiane sono evidenti. Ospedali privi di medicinali, frequenti blackout elettrici, problemi nell’approvvigionamento idrico e infrastrutture deteriorate accompagnano la vita di milioni di persone. In diverse aree del Paese anche l’accesso all’istruzione e ai servizi essenziali è diventato sempre più problematico. «In Libia non si era mai sofferta la povertà in questi termini», osserva Mezran. Durante il regime di Gheddafi, pur in presenza di un sistema autoritario, le rendite petrolifere garantivano alla maggior parte dei cittadini un tenore di vita relativamente dignitoso. Oggi, invece, nelle strade delle principali città si moltiplicano le scene di miseria: persone che rovistano nei rifiuti, giovani che abbandonano la scuola e anziani impossibilitati a curarsi. La Libia del 2026 resta un Paese sospeso. Il petrolio continua a scorrere e a generare ricchezza, ma i benefici raggiungono solo una ristretta cerchia di attori politici e militari. Per il resto della popolazione rimangono l’incertezza, la precarietà e la sensazione che il sogno nato nelle piazze quindici anni fa non sia mai diventato realtà.
Il nostro dossier inizia con questa frase di Sandro Pertini, pronunciata davanti al Parlamento in seduta comune il 9 luglio del 1978, giorno del suo insediamento come presidente della Repubblica italiana.
Nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (il 5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche, non solo da un punto di vista politico, ma anche finanziario e sociale.
La somma aggiuntiva, infatti, non sarà trovata aumentando le tasse sui ricchi, ma facendo lievitare il debito pubblico – già alla cifra record di 3.100 miliardi di euro – e tagliando le spese sociali.
Le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile.
Ecco perché, invece di armarci, potremmo, anzi dovremmo, spendere di più in sanità, scuola, difesa del territorio, accoglienza dei migranti e in molti altri ambiti che condizionano pesantemente la qualità della nostra vita personale, familiare, collettiva.
Le pagine che seguono passano in rassegna alcune delle problematiche più urgenti che dovremmo risolvere, evidenziando criticità e necessità finanziarie che la scelta militare non consente di soddisfare.
A forza di tagli e finanziamenti insufficienti, il Servizio sanitario nazionale non è più in grado di dare risposte rapide ed efficaci.
Le liste d’attesa rappresentano una delle criticità più pressanti del nostro Servizio sanitario. Secondo il ministero della Salute nel 2023 l’attesa media per una visita specialistica ha superato i 4 mesi, mentre per esami diagnostici come risonanza magnetica e Tac può arrivare anche a 12 mesi. Per interventi chirurgici, come la protesi d’anca o la cataratta, in molte regioni bisogna aspettare oltre un anno.
I lunghi tempi di attesa inducono molte persone a rinunciare alle cure: nel 2024, i rinunciatari sono stati 5,8 milioni, pari al 9,9% della popolazione. Chi può, invece, ricorre alla sanità privata: tra il 2012 e il 2024 la spesa sanitaria delle famiglie è cresciuta da 32 a 41 miliardi di euro.
La crisi della sanità pubblica emerge anche dalla carenza di personale. Ad esempio, mancano fra i 16mila e i 22mila infermieri. Quanto ai medici, le associazioni di categoria avvertono che sul territorio mancano 5.575 medici di famiglia, mentre negli ospedali mancano fra i 20 e i 25mila medici specialistici. La crisi è avvertita particolarmente nei reparti di pronto soccorso (almeno 3.500 medici in meno), oltre a quelli di rianimazione, pediatria, chirurgia, psichiatria.
Anche il raffronto con gli altri stati mette in evidenza il declino della sanità italiana. Mediamente, nell’Unione europea, la sanità pubblica assorbe il 6,9 % del Prodotto interno lordo, in Germania addirittura il 10,6%. In Italia non supera il 6,3%.
La conclusione della Fondazione Gimbe è che, per riportare la sanità pubblica italiana alla media europea, dovremmo aumentare il suo bilancio di una quindicina di miliardi di euro all’anno. Ma dove reperirli se si continua a sprecarli per spese di morte? ◆
La Costituzione italiana afferma che la scuola è aperta a tutti. Un concetto da intendersi sotto un duplice profilo.
La scuola italiana dovrebbe essere in grado di accogliere tutti e di fornire a tutti il sapere necessario a essere cittadini sovrani. Questi due propositi, però, non trovano riscontro nella realtà dei fatti.
Nel 1967, quando uscì il celebre libro Lettera a una professoressa, l’impostazione classista della scuola traspariva dall’alto numero di bocciature che buttavano fuori i ragazzi più poveri. Oggi sembrerebbe non essere più così perché le bocciature sono diventate così rare da avere ridotto l’abbandono scolastico sotto l’1%. Tuttavia, frequentare la scuola non significa automaticamente imparare. Da questo punto di vista i risultati sono deludenti. L’Istat certifica che oltre il 12% dei ragazzi sono persi, pur avendo formalmente frequentato l’intero ciclo della scuola dell’obbligo, perché il loro livello di conoscenze è ben al di sotto di quelle programmate. Del resto, che la scuola non assolva al proprio compito lo dimostra anche l’alta percentuale di «analfabetismo di ritorno».
L’Ocse ha appurato che il 35% degli adulti italiani, in età compresa fra i 16 e i 64 anni, fatica a comprendere testi brevi e a risolvere piccoli problemi di matematica. Si tratta di persone che, pur sapendo leggere e scrivere, incontrano difficoltà nella comprensione e nell’uso di informazioni scritte, con ripercussioni sulla loro capacità di accedere ai servizi, gestire situazioni burocratiche e affrontare il mondo del lavoro. Figurarsi capire un articolo di fondo o un dibattito parlamentare.
Per essere all’altezza del suo mandato costituzionale, la scuola deve mettersi a completa disposizione degli studenti sia in termini di tempo che di offerta didattica. Deve aumentare le ore annuali di insegnamento, deve ridurre il numero di allievi per classe, deve avere un numero di insegnanti sufficiente per personalizzare l’insegnamento, se necessario. Esigenza particolarmente sentita in un contesto fortemente multietnico come quello di oggi.
Organizzare una scuola al servizio di tutti è possibile, ma bisogna investirci denaro. Molto di più dei 52 miliardi di euro stanziati oggi. Invece succede il contrario. Se rapportata al Pil, la ricchezza prodotta nel paese, la spesa per la scuola è scesa dal 4,4% del 1995 al 3,9% di oggi. Ben al di sotto della media europea che si attesta al 4,7%.
Purtroppo, si preferisce destinare i soldi alle spese militari che – nello stesso periodo – sono passate dall’1,09% al 2% del Pil. Ma non è con i fucili che si costruisce la democrazia, bensì con cittadini ben istruiti. ◆
In Italia può succedere di andare a scuola e rischiare di morire perché l’edificio non è sicuro.
È successo a San Giuliano di Puglia nel 2002, quando una scossa di terremoto fece crollare il solaio di un plesso scolastico provocando la morte di 27 bambini e un’insegnante. Ed è successo a Rivoli nel 2008, quando il crollo improvviso di un controsoffitto uccise uno studente liceale.
Ancora oggi il 90% degli edifici scolastici statali, 36mila su 40mila, risultano tecnicamente irregolari perché non dispongono di tutte le certificazioni previste dalla legge. Addirittura 3.600 (10%) sono totalmente fuori norma perché non ne possiedono neanche una, pur ospitando 700mila persone fra allievi, insegnanti e personale amministrativo.
Il problema di fondo degli edifici scolastici è che sono vecchi. Due su tre sono stati costruiti più di 40 anni fa senza criteri antisismici, con l’impiego di materiali scadenti e senza misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. In una parola andrebbero rifatti.
Attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) lo Stato ha stanziato 3,9 miliardi per l’ammodernamento degli edifici scolastici. Iniziativa lodevole, ma insufficiente. Secondo uno studio realizzato nel 2019 dalla Fondazione Agnelli, servirebbero 200 miliardi di euro, sei volte la cifra che abbiamo speso per armi nel 2025. ◆
Salari, indennità per disoccupazione e pensioni troppo bassi: i poveri ci sono, lo Stato meno.
Teoricamente, ogni italiano dispone di una somma stimabile in 20.000 euro l’anno.
Si tratta, ovviamente, di una finzione statistica, perché in realtà le differenze di reddito sono notevoli. L’Istat conferma che, mediamente, gli introiti delle famiglie più ricche sono cinque volte e mezzo più alti di quelle più povere. E, andando più nel dettaglio, si scopre che gli ultimi della fila, all’incirca 12 milioni di individui, hanno un reddito attorno ai 2.000 euro l’anno, mentre le prime 60mila persone hanno introiti superiori al milione di euro.
La conclusione è che, in Italia, più di 13 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, vivono una qualche forma di povertà e non solo per colpa della disoccupazione, ma anche di basse pensioni e bassi salari. In effetti, ci sono quattro milioni e mezzo di pensionati che riscuotono meno di 1.000 euro al mese (un milione e mezzo addirittura meno di 500 euro), mentre 3,8 milioni di individui sono poveri, pur lavorando, perché guadagnano meno di 1.000 euro al mese.
Una categoria particolarmente esposta alla povertà è quella dei bambini. In Italia, il 13,8% di loro – ossia 1,2 milioni di minori – vivono in povertà assoluta con tutto ciò che ne consegue sul piano scolastico, igienico, sanitario, perfino alimentare. Tanto che 200mila bambini in età compresa tra 0 e 5 anni (8,5% del totale) vivono in famiglie che non riescono a garantire un pasto adeguato ogni due giorni.
Fra indennità di disoccupazione, sostegno alla maternità e infanzia, assegni familiari, pensioni sociali, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato alla protezione sociale 77 miliardi di euro, all’incirca il 13% delle entrate tributarie. Ma i problemi sociali da risolvere sono ancora molti, per cui la cifra va aumentata. Prova ne sia che, nel febbraio 2026, per mancanza di fondi, il Parlamento ha respinto la proposta di ampliare il congedo parentale nei confronti dei figli. Ma – anche in questo caso – i soldi si potevano trovare attingendo al comparto militare. ◆
L’Italia lamenta uno dei tassi di natalità più bassi del mondo. I motivi sono molti. Tra questi, la mancanza di asili nido.
In Italia, il numero di figli per donna fertile è ormai sceso a 1,14, tanto che, nel 2025, le nascite si sono arrestate a 355mila, circa 15mila in meno rispetto al 2024 (-3,9 per cento).
Al primo posto fra i motivi della bassa natalità ci sono le difficoltà economiche legate alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, all’elevato costo della vita e alle alte spese per il mantenimento dei figli. Ma ci sono anche le difficoltà di conciliare lavoro e maternità o paternità per la mancanza di strutture di sostegno all’infanzia.
In Italia, gli asili nido hanno posti sufficienti per ospitare solo il 31,6% dei bambini in età compresa fra zero e tre anni. In Campania e Sicilia il livello di copertura scende al 13,2% e al 13,9%. Numeri che mettono chiaramente in evidenza quanto lo Stato sia latitante. Soprattutto se consideriamo che solo il 33% dei 378.500 posti disponibili a livello nazionale sono di offerta pubblica, mentre i restanti sono asili privati. Con inevitabili ripercussioni sui bilanci delle famiglie.
Secondo un’inchiesta condotta nel 2024 dalla rivista Altroconsumo, la retta media mensile pagata dalle famiglie con Isee di 30mila euro si aggira sui 500 euro a Milano e Torino, poco meno a Firenze, per permettere ai propri bambini di frequentare asili nido comunali. Nei nidi privati degli stessi territori la retta media sale a 640 euro, tranne a Milano dove raggiunge gli 800 euro mensili. L’impatto è attenuato da un bonus erogato dallo Stato di 327 euro al mese, ma le famiglie debbono pur sempre sborsare di tasca propria fra i 100 e i 450 euro al mese per ogni figlio a seconda di dove risiedono.
Gli asili nido sono un servizio utile non solo per i genitori che devono assentarsi per lavoro, ma per i bambini stessi a motivo delle opportunità di socialità e degli stimoli formativi che possono ricevere fin dai primi tempi di vita. Le ricerche confermano che l’educazione e la cura della prima infanzia rappresentano uno strumento privilegiato per ridurre il tasso di abbandono scolastico precoce, a sua volta strettamente correlato allo svantaggio socioeconomico. Per questo gli asili nido devono essere gratuiti e in numero sufficiente ad accogliere tutti i bambini. Ma richiedono stanziamenti per decine di miliardi di euro, non solo per costruire gli edifici, ma anche per assumere il personale e pagare il materiale utile a farli funzionare. In una società che si dichiara civilizzata la scelta fra armi e asili nido non dovrebbe neppure porsi. ◆
Sia in ambito civile che penale per ottenere una sentenza definitiva occorrono anni. A ciò va aggiunto il disastro degli istituti penali.
In Europa, l’Italia ha il primato per lentezza giudiziaria. Nei contenziosi civili o commerciali ci vogliono in media 500 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri 700 per un giudizio di appello e altri 1.000 per un verdetto finale della Cassazione. In totale, ci vogliono mediamente cinque anni e dieci mesi per ottenere una sentenza definitiva in ambito civile. Quanto ai processi penali, di media passano 1.600 giorni (quattro anni e mezzo) dalla fase delle indagini preliminari alla sentenza della Corte di cassazione.
Tutti concordano che lo stato di crisi in cui si trova la giustizia italiana non è da imputare alla negligenza di chi ci lavora, ma alla carenza cronica di personale e mezzi. Oltre alla mancanza del 18% dei magistrati (1.900 su 10.600 previsti), il ministero della Giustizia certifica che, al dicembre 2024, mancavano 15mila funzionari sui 45.600 previsti. Solo grazie ai due miliardi di euro ottenuti dall’Unione europea tramite il Pnrr, è stato possibile assumere a tempo determinato 12mila addetti che hanno contribuito a ridurre dell’80% le cause civili arretrate. Ma si tratta di una misura temporanea.
La crisi della giustizia coinvolge anche il sistema carcerario. L’associazione Antigone riporta che, al 30 novembre 2025, in Italia le persone detenute erano più di 63mila a fronte di una capienza effettiva di 46mila posti. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138,5%, con punte oltre il 200% nelle carceri di Milano, Foggia, Lucca. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate dall’associazione, non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. La triste conseguenza è l’aumento dei suicidi arrivati a 76 nel 2025, un’incidenza 20 volte più alta rispetto alla popolazione non carcerata.
Le cose non vanno meglio negli istituti penali per minori. Da quando il «decreto Caivano» ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare e ridotto l’uso delle alternative al carcere, è cresciuto il tasso di affollamento negli istituti minorili fin oltre il 140%. Al colmo dell’esasperazione si sono intensificate le proteste dei ragazzi carcerati, ma come risposta sono arrivati provvedimenti disciplinari e farmaci. La rivista Altreconomia riporta che, nel 2024, la spesa pro capite per psicofarmaci è cresciuta a dismisura in molte carceri minorili, addirittura del 1.000% nel carcere di Pontremoli.
In termini monetari, il ministero della Giustizia assorbe 11 miliardi di euro l’anno. Per ridare dignità alle carceri e permettere alla giustizia di recuperare efficienza, servirebbe una disponibilità aggiuntiva di un miliardo l’anno per l’assunzione del personale mancante. Inoltre servirebbe una spesa straordinaria di un miliardo e mezzo per interventi edilizi e tecnologici. Cifre tutto sommato contenute, che però si scontrano con la scelta di investire in spese di morte piuttosto che in spese di maggiore giustizia. ◆
Milioni di italiani vivono in zone a rischio idrogeologico.
L’Italia è un territorio fragile sempre più esposto a frane, cedimenti di terreno, alluvioni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Ne sono una triste conferma il crollo, nel 2026, di una porzione importante del paese di Niscemi, un comune della Sicilia meridionale. Oppure la frana che nel 2022 colpì il comune di Casamicciola, nell’isola di Ischia, provocando la morte di 12 persone, centinaia di sfollati e gravi danni alla rete stradale. Per non parlare del disastro che nel 2023 coinvolse 44 comuni dell’Emilia-Romagna. Le forti piogge provocarono lo straripamento di 23 fiumi, con allagamento di 540 chilometri quadrati di territorio, causando la morte di 17 persone e danni a case, strade e attività produttive per 10 miliardi di euro.
Stando ai dati Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia i comuni variamente a rischio idrogeologico, per la probabilità di eventi come frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera, sono 7.463, il 94,5% del totale. Complessivamente oltre 30 milioni di persone vivono in aree vulnerabili di cui 5,7 in zone a rischio frane e 6,8 in aree a rischio alluvioni.
Sappiamo che il rischio idrogeologico è stato aggravato da scelte sbagliate come disboscamenti, agricoltura intensiva, cementificazione eccessiva e indiscriminata. Ed è da qui che dobbiamo partire per rimettere il nostro territorio in sicurezza. Ma nel contempo dobbiamo realizzare tutta una serie di interventi per limitare allagamenti, frane e cedimenti di terreno.
Nel libro «Fuori dalle emergenze», i due autori, esponenti della fondazione Earth and water agenda, sostengono che «l’Italia può ridurre drasticamente vittime e danni da terremoti, alluvioni, frane, incendi e siccità investendo circa lo 0,9% del Pil ogni anno per quindici anni». Il totale fa 300 miliardi di euro, 20 all’anno, una cifra che costituisce una ragione di più per sbarazzarsi delle spese inutili e dannose, come quelle militari. ◆
La carenza d’acqua sarà sempre più grave. Eppure, non si fa abbastanza per impedire perdite e sprechi.
Nel 2024, l’8,7% delle famiglie italiane ha lamentato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua. I problemi principali includono interruzioni temporanee, cali di pressione e razionamenti. I disservizi riguardano tutte le regioni, con percentuali variabili, e coinvolgono circa 2,3 milioni di famiglie, oltre due terzi delle quali residenti nel Mezzogiorno.
Con l’acuirsi dei cambiamenti climatici, la carenza d’acqua è destinata ad aggravarsi, anche perché molte infrastrutture sono vecchie e fatiscenti. Ad esempio, la maggior parte delle grandi dighe e degli invasi idrici d’Italia è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso ed avrebbe bisogno di importanti lavori di ristrutturazione per poter assolvere alla propria funzione in piena efficienza.
Anche la rete idrica è molto vecchia: il 60% ha più di 30 anni, il 25% addirittura più di 50 anni. I materiali sono così deteriorati che il 42% dell’acqua immessa in rete viene dispersa. Le perdite sono particolarmente critiche al Centro Sud, con punte del 71% a Potenza.
L’istituto Ambrosetti ha calcolato che per mettere il sistema idrico in sicurezza servirebbero 50 miliardi di euro, più di quanto si spende in un solo anno per armamenti. Ricordandoci che, senza l’intervento dello Stato, rimangono due sole alternative: rubinetti sempre più a secco o bollette sempre più care. ◆
L’abbandono dei combustibili fossili è sempre più necessario, eppure non pare una priorità.
Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca ad assorbirne. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con una serie di effetti a catena. I climatologi ci dicono che oggi la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850, con effetti negativi sul clima, sul livello dei mari, sulla biodiversità, sul ciclo dell’acqua, sulla produzione agricola. Il motivo per cui, negli ultimi due secoli, l’umanità ha prodotto così tanta anidride carbonica, da compromettere gli equilibri naturali, è da ricercarsi nell’utilizzo eccessivo di combustibili fossili, ossia carbone, gas e petrolio. Dunque, se vogliamo salvarci, dobbiamo abbandonare questi materiali e ottenere energia da fonti rinnovabili: sole, vento, corsi d’acqua. Ma, in Italia, le fonti rinnovabili contribuiscono solo al 42,4% dell’energia elettrica prodotta (dato 2025), mentre in Spagna e Germania rappresentano il 60%.
I cambiamenti necessari per staccare la spina dai combustibili fossili vanno sotto il nome di transizione energetica e coinvolgono il modo di costruire, scaldare e refrigerare le nostre case, il modo di produrre, consumare e trasportare l’energia elettrica, il modo di fare agricoltura, il modo di fornire energia ai mezzi di trasporto. Per ognuno di questi aspetti l’Unione europea ha fissato degli obiettivi che gli stati membri debbono raggiungere entro il 2030, chiedendo a ognuno di loro di presentare il proprio piano d’azione. Anche l’Italia ha presentato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), nel quale specifica che, per il solo periodo 2024-2030, la transizione energetica richiederà investimenti complessivi per 824 miliardi di euro. Il Piano non precisa chi dovrà sostenere la spesa, ma certamente anche lo Stato dovrà fare la propria parte per importi ben superiori ai 20 miliardi di euro stanziati tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Decisamente è arrivato il tempo di ridefinire le nostre priorità. ◆
Fonti
– Ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica
– European House Ambrosetti, «Lo stato della transizione energetica in Italia», 2025
Invece di armarci, potremmo: accogliere degnamente i migranti
L’Italia è un Paese vecchio. Anche per questo l’immigrazione è indispensabile.
Ogni anno, nel mondo, decine di milioni di persone sono costrette a lasciare le loro case per fuggire da guerre, fame, povertà, disastri naturali, repressione politica. Molti migranti bussano anche alle nostre porte, ma noi cerchiamo di tenerli fuori. Anche a costo di farli morire in mare.
Nel 2025 è stata accertata la morte di 1.324 persone nel Mediterraneo centrale e di 2.200 su tutte le rotte mediterranee.
La cosa assurda è che noi rifiutiamo gli immigrati, ma ne abbiamo bisogno. Le statistiche confermano che l’Italia sta invecchiando: un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni, l’8% addirittura più di 80. Una popolazione di vecchi è destinata al declino; avremmo tutto l’interesse ad aprire le porte ai giovani stranieri e a investire su di loro per farne dei cittadini che si prendano cura della nostra collettività. Come del resto già fanno coloro che ormai hanno messo radici «casa nostra» (che oramai è anche «casa loro»).
I migranti contribuiscono in maniera significativa alla nostra economia. Nel 2023 hanno prodotto 177 miliardi di euro (pari al 9% del Pil), pagato tasse per 13 miliardi, e versato contributi pensionistici per 25 miliardi. Molti anziani devono ringraziare gli immigrati se riscuotono una pensione, perché i pagamenti sono effettuati con la liquidità messa a disposizione da chi lavora.
Al dicembre 2025 si contavano 142mila immigrati nelle strutture predisposte dal governo per i richiedenti asilo. Strutture che, per ammissione generale, assomigliano più a centri di detenzione che di accoglienza. Il centro di Gjader, in Albania, ne è una triste conferma.
Il Governo non fornisce numeri sui costi sostenuti nel 2025 a favore dei richiedenti asilo, ma verosimilmente la cifra si aggira su 2-3 miliardi di euro, meno di un decimo di quanto abbiamo speso in armamenti. Se destinassimo parte delle spese militari all’accoglienza, potremmo dare ospitalità a un numero ben più ampio di richiedenti asilo, ma soprattutto di qualità più decorosa. ◆
Nel 2015 l’Onu ha stabilito una serie di obiettivi di sviluppo da raggiungere entro il 2030. La scadenza è vicina, la meta ancora lontana.
Se lasciamo l’Italia e allarghiamo lo sguardo al mondo, scopriamo problematiche ben più gravi di quelle esistenti nel nostro Paese.
Nel 2015 tutti gli Stati si misero d’accordo per porre fine a una serie di vergogne che affliggono il mondo. Problematiche come la fame, la penuria di acqua pulita e di servizi igienici, la mancanza di corrente elettrica, le migrazioni forzate dovute ai disastri naturali. Il programma, la cosiddetta «Agenda 30», prevedeva interventi in 17 ambiti, che vennero battezzati «obiettivi per lo sviluppo sostenibile», da raggiungere entro il 2030. Ma, a pochi anni dal traguardo, molte problematiche rimangono ancora da risolvere, mentre alcune si sono addirittura aggravate.
Attualmente 750 milioni di persone soffrono la fame. Oltre 2 miliardi di individui hanno problemi di approvvigionamento idrico e mancano di servizi igienici. Più di 1 miliardo non dispone di corrente elettrica. Intanto, cresce il numero di chi è costretto ad abbandonare le proprie case per allagamenti, carestie o siccità dovuti al peggioramento della crisi climatica.
Le necessità finanziarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 sono nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro: cifre impossibili per i paesi più poveri, che per giunta soffrono anche le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Da soli non ce la faranno mai ad affrontare le spese necessarie per garantire ai propri cittadini livelli adeguati di sanità, istruzione, alloggio, sicurezza di vita. Anche perché sono nella morsa di debiti pesantissimi verso l’estero.
L’unica soluzione è che intervengano i Paesi ricchi, tanto più che la loro fortuna è stata costruita sullo sfruttamento di quelli poveri. Posizione condivisa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che, già nel 1970, aveva indicato lo 0,70% del reddito nazionale come quota da destinare alla solidarietà internazionale. Una percentuale che, applicata all’Italia, corrisponde a 14 miliardi di euro, ma il nostro Paese si ferma a 6 miliardi, appena lo 0,29% del nostro reddito nazionale. Con un’inclinazione a ridurre, non solo per il riaffiorare degli spiriti nazionalistici, ma anche per il restringersi delle disponibilità economiche dovuto all’aumento delle spese militari. ◆
Sull’esempio di Ghandi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani.
Difendersi è una necessità, ma è pericoloso affidarsi alla via armata perché espone a conseguenze molto gravi sia in tempo di guerra che di pace. In caso di guerra, per i morti provocati dalle bombe, i veleni sprigionati dai siti chimici danneggiati, i materiali radioattivi emessi da certi ordigni, la distruzione di case, ospedali, strade, fabbriche che creano il caos sociale ed economico. In tempo di pace, per l’inquinamento connesso alla produzione di armi, le risorse sottratte alla soluzione dei problemi sociali e sanitari, il mancato stimolo a compiere scelte politiche ed economiche che favoriscono la pace. E tutto questo senza certezza di difesa, perché nei conflitti armati non vince chi ha ragione, ma il più forte. A rigor di logica, chi decide di basare la propria difesa sulla forza delle armi può avere successo solo se punta a essere il primo al mondo per dotazione armata. Ma sapendo che ciò porterebbe al collasso economico e sociale, nessun Paese di piccola e media taglia si avvia per questa strada, finendo per mettersi nella posizione assurda di chi impoverisce il comparto sociale per alimentare un sistema militare inefficace.
L’unico modo per uscire da questa situazione senza senso è decidere di basare la difesa su una forza diversa da quella armata: la forza della verità. Una potenza che si basa su popoli così convinti dei propri valori che di fronte all’aggressore mettono in atto la non collaborazione come hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani (nella foto). L’alternativa, insomma, è la difesa popolare nonviolenta basata sulla constatazione che nessun invasore può sopravvivere di fronte a un popolo che non è disposto a collaborare. Ossia che non obbedisce agli ordini dell’esercito occupante, che non paga i tributi imposti, che diserta tutte le attività utili al dominio dell’invasore. Molti pensano che si tratti di pura teoria, ma oltre all’esperienza indiana, ci sono altri casi di successo di resistenza nonviolenta perfino nei confronti dei nazisti.
La difesa nonviolenta può funzionare, ma ha bisogno di cittadini motivati e addestrati alle tecniche della non collaborazione. Un risultato che si può ottenere investendo di più nella formazione ai valori costituzionali e istituendo un Servizio nazionale di difesa popolare non violenta funzionante con la partecipazione obbligatoria di tutti i cittadini, sia uomini che donne. Qualche mese della propria vita utilizzato per apprendere le tecniche di disobbedienza civile e rendere gratuitamente un servizio sociale e ambientale alla collettività.
Un passo in questa direzione è rappresentato dalla proposta di legge di iniziativa popolare per la «difesa civile non armata e non violenta», lanciata dalla Campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆
Fare azioni d’interposizione nei conflitti è possibile. Gli esempi dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e della Comunità di Sant’Egidio.
I conflitti non sono mai fulmini a ciel sereno. Hanno sempre dietro di sé risentimenti provocati da abusi, accordi non rispettati, diritti violati. Spesso è il loro accumulo a provocare ritorsioni, vendette e contro vendette. La guerra fra Israele e Palestinesi ha alle spalle una storia di questo tipo: dal 1967 a oggi sono una trentina le risoluzioni Onu violate da Israele. Se Israele avesse avuto attorno a sé Paesi amici che l’avessero indotta a interrompere gli abusi, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 probabilmente non sarebbe mai avvenuto.
L’articolo 11 della nostra Costituzione rileva la necessità dell’azione internazionale per garantire la pace. Due iniziative che potrebbero essere assunte in questa direzione sono la creazione per via legislativa dei Corpi d’interposizione nonviolenta (anche detti «Corpi civili di pace») e l’istituzione del ministero della Riconciliazione.
I Corpi d’interposizione nonviolenta dovrebbero essere corpi governativi non armati con il compito d’intervenire in zone di conflitto come forze d’interposizione disarmata al fine di proteggere la popolazione, dissuadere le parti belligeranti dall’uso delle armi (usando come deterrente la propria presenza), prospettare alle parti soluzioni di pace.
Una simile attività è svolta in alcune aree del mondo dall’Associazione Papa Giovanni XXIII tramite l’«Operazione Colomba», a dimostrazione che si può fare.
Il ministero della Riconciliazione dovrebbe avere il compito di mantenere l’attenzione sulle zone più calde del mondo per valutare gli abusi commessi. Quindi, esercitare tutta la pressione diplomatica possibile per farli cessare. Parimenti dovrebbe avviare ogni iniziativa di mediazione per fare parlare le parti in conflitto. Solo attraverso il dialogo si può giungere a soluzioni condivise per vie pacifiche.
Fino ad oggi, in Italia, il compito di mediazione è stato svolto principalmente da organizzazioni della società civile come la Comunità di Sant’Egidio. Ma si tratta di azioni tampone. L’attività di mediazione deve essere svolta in maniera continuativa, avendo a disposizione tutte le risorse che servono. Per questo deve essere assunta dai governi che – però – devono dare prova di neutralità sganciandosi da qualsiasi tipo di alleanza militare.
Anche i Corpi civili di pace sono previsti dalla proposta di legge di iniziativa popolare lanciata nel marzo 2026 dalla campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆
Nata nel 1945, oggi l’Onu versa in una crisi grave e pericolosa.
Convinti che le guerre vadano evitate, nel 1945 venne istituita l’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come luogo d’incontro di tutte le nazioni per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, definire regole universali a tutela dei diritti umani, politici e sociali, discutere e risolvere i problemi che affliggono l’umanità da un punto di vista sanitario, ambientale e sociale.
Non a caso all’interno delle Nazioni Unite sono nate agenzie come l’Unicef a protezione dell’infanzia, la Fao per la promozione della produzione agricola, l’Oms a difesa della salute, l’Oil (Ilo)a tutela del lavoro, l’Unep a protezione dell’ambiente.
Grazie all’Onu, è stato possibile promuovere il processo di decolonizzazione, portare all’ordine del giorno il tema della miseria, far maturare l’idea dello «sviluppo umano», far crescere la cultura dell’eguaglianza di genere e della tutela ambientale, disinnescare alcuni conflitti.
Oggi ci sono governi che vogliono indebolire, o addirittura distruggere, il sistema delle Nazioni Unite. In particolare, gli Stati Uniti che – sotto Trump – hanno deciso di abbandonare alcune agenzie internazionali, di ridurre i finanziamenti a loro favore, di lanciare organismi alternativi, diretti da loro stessi, per la gestione di situazioni particolari. Tipico il Board of peace, creato nel gennaio 2026, per amministrare quel che resta di Gaza, secondo logiche affaristiche e neocoloniali. Oltre al Segretariato generale, il sistema delle Nazioni Unite comprende una quarantina di agenzie specializzate su temi specifici che complessivamente richiedono un fabbisogno finanziario attorno ai 70 miliardi di dollari. Nel 2022 la somma raccolta è stata di 74 miliardi, ma nel 2023 si è fermata a 67 miliardi. Segno di come i governi, che contribuiscono a circa il 70% del fabbisogno finanziario delle Nazioni Unite, stiano riducendo il proprio impegno. Non a caso sta salendo la quota di finanziamento delle realtà private con il rischio che le Nazioni Unite si pieghino al mondo degli affari.
L’Italia si vanta di essere fra i maggiori contributori del sistema delle Nazioni Unite. Nel 2024 il suo contributo complessivo è stato di circa 850 milioni di dollari, per il 13% destinato al Segretariato generale, il 22% a operazioni di mantenimento di pace, il 65% alle agenzie di sviluppo sociale e umanitario. La cifra, però, rappresenta a malapena un quarantesimo della spesa militare. Come Paese che, secondo la Costituzione, «ripudia la guerra» e ha l’obbligo di «favorire le organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni», dovremmo invertire le proporzioni. ◆
Francesco Gesualdi. Autore dei testi. È coordinatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», associazione di volontariato che svolge attività di ricerca al servizio dei gruppi militanti, su: rapporti Nord/Sud, processi di impoverimento, squilibri ambientali, modelli economici alternativi. Per MC è responsabile da anni di un’apprezzata rubrica di economia. Sito web: www.cnms.it.
Roberto Benotti. Alias «Robihood», autore delle vignette. Da sempre produce vignette su tutto, dalla politica al sociale, dalla religione al cibo. È appena uscito il suo ultimo libro: «Francesco anima libera» (edizioni inDialogo, Milano). Sito web: www.robertobenotti.it.
A cura di Paolo Moiola, giornalista MC.
Portogallo. Zambujal, il quartiere popolare si colora di futuro
Zambujal, alla periferia di Lisbona, in Portogallo, ha fatto storia diventando il primo quartiere di edilizia sociale al mondo a dichiararsi ambasciatore dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2023 delle Nazioni Unite. Con una galleria d’arte urbana a cielo aperto, Zambujal ha cessato di essere un semplice quartiere ed è diventato un simbolo di speranza.
l primo quartiere ambasciatore dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 al mondo si trova ad Amadora, Lisbona. Negli ultimi mesi, 20 artisti – nove donne e undici uomini – si sono recati nel quartiere di Zambujal, dove hanno interagito con la popolazione e hanno trasferito dipinti di grandi dimensioni sulle pareti degli edifici.
Le opere, create con il supporto di diversi partner e enti finanziatori, rappresentano i 17 obiettivi dell’agenda 2030. Si concentrano sull’importanza di porre fine alla povertà e alla fame, affrontano la necessità di un’assistenza sanitaria e un’istruzione di qualità, fanno riferimento alla parità di genere e all’importanza dell’acqua potabile e dei servizi igienico sanitari. Raffigurano inoltre energie rinnovabili, lavoro dignitoso, riduzione delle disuguaglianze, consumo sostenibile, protezione della vita marina e terrestre e promozione della pace e della giustizia.
«Parlare di Zambujal significa parlare di resistenza, unità e speranza», ha affermato Vítor Monteiro, presidente dell’associazione CAZAmbujal, che promuove questo progetto – intitolato «Zambujal360» – con il supporto di un team legato ai missionari della Consolata, presenti nel quartiere da oltre 20 anni.
Foto: Vítor Monteiro e Mário Linhares coinvolti nella promozione del progetto “Zambujal 360” | Foto: Ketta Linhares, Mário Linhares e Samuel Amaro
In occasione dell’inaugurazione del progetto, il 22 ottobre scorso, Vítor ha dichiarato che molti potrebbero definire un quartiere popolare come un «focolaio di difficoltà», ma lì si trovano «storie di resilienza, famiglie che lottano con dignità, bambini con grandi sogni e persone che non smettono mai di credere in un futuro migliore».
Alcune di queste persone, infatti, «si riflettono nei murales» del progetto. «A Zambujal, ogni strada racconta una storia, ogni volto porta un esempio e ogni cultura arricchisce, trasformandosi così in una comunità con una propria identità, a dimostrazione che insieme siamo molto più forti. Una comunità dal grande cuore, che sa e ama accogliere».
La galleria d’arte è aperta ai visitatori, che possono essere guidati grazie a corsi di formazione tenuti da giovani del posto. Secondo Mário Linhares, missionario laico della Consolata nel quartiere di Zambujal, ad oggi più di duemila persone hanno visitato il sito e sono state effettuate più di 200 visite guidate. Attualmente, ci sono cinque giovani del posto in formazione, ha sottolineato il designer e insegnante in un documento inviato alla rivista «Fátima Missionária», dove evidenzia che questa iniziativa ha già ricevuto tre premi nazionali.
Le visite guidate al quartiere sono condotte da giovani locali dopo un periodo di formazione | Foto: Ketta Linhares, Mário Linhares e Samuel Amaro
Mário spiega che il quartiere di Zambujal è stato costruito tra gli anni 70 e 90 e che il progetto architettonico della seconda fase, risalente agli anni 80, ha vinto un premio dell’Associazione internazionale dei critici d’arte. Circa 5mila persone vivono in quella zona. «La comunità principale è quella dei migranti portoghesi, la seconda è quella capoverdiana e la terza è quella dei Rom», afferma il progettista, sottolineando che «i rapporti tra queste comunità sono pacifici». Visitare le opere d’arte può anche essere un’opportunità per sostenere le attività commerciali locali, in un quartiere dove ce ne sono solo venticinque.
Mário afferma che i prossimi passi di questo progetto prevedono la creazione di una biblioteca di quartiere e di una «rete di amici dei giardini, per la cura e la manutenzione degli spazi comuni». È prevista anche la realizzazione di uno studio di registrazione con attrezzature e di uno spazio dedicato alla ceramica. Inoltre, l’intenzione è quella di «creare borse di studio universitarie per offrire opportunità ai giovani che desiderano studiare».
Missionari della Consolata nel quartiere di Zambujal dove ci sono 17 dipinti di grandi dimensioni.
L’opera d’arte dedicata al secondo Obiettivo di sviluppo sostenibile – sradicare la fame – è stata realizzata dall’artista Lígia Fernandes. Immagini e dettagli su quest’opera e su altre sono disponibili sul profilo Instagram del progetto Zambujal360 -. «Questo murale non parla solo di sradicare la fame, ma anche della qualità del cibo, della cura e del rispetto per la terra. Quando visiterete il quartiere, potreste incontrare le persone qui rappresentate. Cogliete l’occasione per giocare a calcio con Giovanni, chiacchierare con la dolce Camilla, assaggiare i soffici dolci della signora Domingas e chiedere informazioni sui percussionisti capoverdiani: vedrete come si illumineranno i loro occhi».
Sono duecentomila i dominicani di origine haitiana. Nel 2013 una sentenza li ha privati della nazionalità. Oggi molti di loro subiscono arresti arbitrari e deportazioni. Violazioni contro le quali lottano alcuni attivisti. Li abbiamo incontrati.
«Senza documenti è come se non esistessi. Non puoi nemmeno comprarti una sim per il telefonino. Quando uno Stato decide di toglierti la nazionalità, ti sta uccidendo civilmente». A parlare è Franklin Dinol, coordinatore nazionale del movimento «Reconoci.do», che da oltre tredici anni rivendica la piena cittadinanza per la popolazione dominicana di origine haitiana nata nella Repubblica Dominicana e che, dalla sera alla mattina, è diventata apolide.
Tutto è iniziato il 23 settembre del 2013. Quel giorno, Franklin e altre 200mila persone hanno smesso di essere dominicane. A nulla è servito che fossero nate e cresciute nella parte orientale sull’isola caraibica, che la loro prima lingua fosse lo spagnolo o che tutti i loro legami umani, accademici e professionali fossero lì. Di colpo, la loro cittadinanza è stata annullata.
Con la sentenza 168/13, il Tribunale costituzionale ha eliminato retroattivamente il diritto alla nazionalità per nascita – lo ius soli – per tutte le persone nate tra il 1929 e il 2010 da genitori di origine haitiana, mantenendo di fatto questo diritto solo per i figli di genitori dominicani o di stranieri regolarmente presenti sul territorio e non di origine haitiana. Da quel momento, un’intera popolazione si è ritrovata sospesa in una vita improvvisamente irregolare, con limitazioni in ogni aspetto dell’esistenza. «Quando fu emessa la sentenza io ero all’università – racconta Jermania Sevito, avvocata e attivista di Reconoci.do -. Proprio il 23 settembre sono stata costretta a lasciare gli studi, come è successo a Franklin e a tante altre persone di origine haitiana. Da allora abbiamo perso anni di vita, perché senza cittadinanza non puoi proseguire gli studi, né accedere a un lavoro formale, né sposarti, e tanto meno registrare i tuoi figli all’anagrafe. È una situazione davvero terribile».
Una «denazionalizzazione» annunciata
La sentenza è nata in un contesto storico di odio e discriminazione nei confronti della popolazione haitiana. Già dai primi anni Duemila, migliaia di famiglie incontravano ostacoli nel registrare le proprie figlie e i propri figli all’anagrafe, in un sistema applicato in modo del tutto arbitrario. In alcuni municipi le iscrizioni venivano accettate, mentre in altri venivano rifiutate con la motivazione che si trattasse di figli di haitiani, anche quando i genitori, pur originari di Haiti, erano nati nella Repubblica Dominicana e beneficiavano quindi dello ius soli.
A causa dell’atteggiamento discriminatorio di alcuni funzionari, molte famiglie sono state costrette a spostarsi da una provincia all’altra alla ricerca di impiegati pubblici disposti a registrare i neonati, con un enorme dispendio di energie e risorse economiche per il trasporto.
«Nel 2013 lo Stato dominicano si è finalmente tolto la maschera davanti al mondo – racconta Felipe Fortines, avvocato di origine haitiana e membro di Reconoci.do -. Con la sentenza 168/13 ha trasformato una violazione dei diritti umani in una politica pubblica, decretando di fatto il genocidio civile di una parte dei suoi cittadini».
Profilazione etnica e deportazioni
Dal 2013 la condizione di apolidia ha esposto migliaia di persone alla detenzione e alla deportazione forzata verso Haiti, generando un clima di paura tale da rendere rischioso perfino camminare per strada per le persone di origine haitiana. «Se sei nero o hai un cognome francofono, devi portare sempre con te i documenti – spiega Dinol -. La polizia migratoria ferma persino persone afrodiscendenti dominicane, come i garifuna o persone di altra ascendenza, che non hanno alcuna origine haitiana».
Le retate migratorie si basano sulla profilazione razziale, e negli ultimi mesi si sono intensificate nelle comunità più povere, nei quartieri popolari e negli storici bateyes, gli insediamenti informali dove vivono molte famiglie di origine haitiana che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero. «La gente non dorme più a casa – racconta Epifanía St. Chals Lichardo, attivista di Reconoci.do -. Preferiscono passare la notte nelle chiese o nei campi di canna da zucchero. Si organizzano in gruppi e si nascondono per evitare di essere arrestati e deportati il giorno dopo».
La politica della mano dura del governo del presidente Luis Abinader, liberale di centrodestra, si inserisce in una lunga tradizione di anti haitianismo, radicata storicamente in questa parte dell’isola e rafforzata durante la dittatura di Rafael Trujillo. Emble- matico è il massacro del perejil del 1937, in cui furono uccisi tra i 9mila e i 20mila haitiani presenti alla frontiera. Perejil significa prezzemolo, ed era la parola che le truppe di Trujillo chiedevano di pronunciare per identificare gli haitiani, i quali, parlando creolo (kreyol) come prima lingua, facevano difficoltà a pronunciare correttamente la «jota».
Da allora, sebbene non si siano più verificati massacri di tale portata, le politiche migratorie violente della Repubblica Dominicana continuano a produrre vittime.
Tra settembre 2024 e metà 2025 sono state deportate ad Haiti oltre 370mila persone, tra migranti e dominicani privati della nazionalità. Una cifra enorme per un Paese di appena 11,5 milioni di abitanti che, dal 2022, sta costruendo un muro di oltre 400 chilometri lungo la frontiera con Haiti, in linea con le politiche di sicurezza antimigranti promosse da Paesi come Stati Uniti e Ungheria. «Stanno deportando persino i minori – denuncia Epifanía -. Ci sono famiglie che non mandano più i figli a scuola per paura». Sebbene il ministero dell’Istruzione garantisca formalmente l’accesso all’istruzione di base indipendentemente dallo status migratorio, nella pratica molte famiglie preferiscono non rischiare. Inoltre, per proseguire gli studi e accedere alla formazione tecnica o all’università, l’atto di nascita è indispensabile. All’Università autonoma di Santo Domingo, l’ateneo pubblico del Paese, chi non ha documenti deve pagare le tasse in dollari, come uno studente straniero. «Così è impossibile – riassume Dinol -. Per studiare devi lavorare e per lavorare ti servono i documenti. È un circolo vizioso».
L’ultima frontiera: l’ospedale
Dall’aprile 2025, il presidente Abinader ha varato un pacchetto di quindici misure che inaspriscono ulteriormente le politiche migratorie. Tra queste, la numero 11 obbliga gli ospedali pubblici a verificare e denunciare lo status migratorio dei pazienti. In pratica, i medici sono costretti a tradire il giuramento di Ippocrate, che impone loro di tutelare la riservatezza dei pazienti, soprattutto quando tali informazioni possono metterli in pericolo.
Da allora, gli ospedali si sono trasformati in una nuova frontiera del controllo migratorio, colpendo in particolare le donne incinte dominicane di origine haitiana o migranti, che evitano di recarsi in qualsiasi struttura sanitaria per paura di essere arrestate e deportate.
«Questa non è una politica del “ti curo e poi ti deporto” – afferma Dinol -. È una misura di negazione del diritto alla salute. Chi andrebbe in ospedale sapendo che ad aspettarlo c’è un agente della migrazione?».
Il caso di Lourdia Jean-Pierre riassume le conseguenze di queste politiche. Nel maggio 2025, al nono mese di gravidanza e in condizioni di salute delicate, la donna è stata costretta a partorire in casa per timore di essere deportata. È morta dopo il parto e le autorità migratorie hanno arrestato ed espulso il neonato e il padre. Lo Stato non ha nemmeno rilasciato il certificato di morte e i familiari l’hanno seppellita in clandestinità, temendo arresti anche durante il funerale. «Senza documenti qui non sei una persona – commenta Fortines -. Lo Stato non ti riconosce nemmeno quando muori».
Di fronte a questa violenza in ambito sanitario, Amnesty International ha chiesto al governo dominicano di garantire l’accesso alla salute senza discriminazioni e di proteggere chi difende la giustizia e i diritti umani. Finora, però, non si è verificato nessun cambiamento.
L’impegno degli attivisti
In questo contesto da caccia alle streghe, Reconoci.do è diventata la voce locale più forte contro la denazionalizzazione, con una rete di circa 600 leader in diverse comunità del Paese. Il movimento nasce dalla campagna avviata nel 2007 contro la negazione arbitraria della cittadinanza e si costituisce formalmente nel 2011 per accompagnare le persone colpite dall’apolidia e fare pressione per il recupero della nazionalità.
Una prima vittoria, seppur parziale, è arrivata nel 2014, quando lo Stato ha approvato la legge di naturalizzazione 169/14. La norma ha diviso la popolazione di origine haitiana in due gruppi: il gruppo A, composto da chi era già registrato all’anagrafe, e il gruppo B, formato da chi non era mai stato registrato alla nascita.
«Oggi, delle 61mila persone del gruppo A, oltre 34mila non hanno ancora recuperato la nazionalità, mentre nel gruppo B solo 8.755 sono riuscite ad accedere al processo – spiega Dinol -. In totale, circa 150mila persone vivono ancora in condizione di apolidia».
Una cittadinanza di seconda categoria
«In realtà ci è stata concessa solo la naturalizzazione, che equivale a una cittadinanza di seconda categoria – commenta Fortines -. Per questo lottiamo affinché tutte e tutti recuperino la piena nazionalità e perché lo Stato riconosca che non siamo stranieri naturalizzati, ma dominicani al 100%». Fare attivismo politico nella Repubblica Dominicana ha un costo elevato. Nel 2024 Franklin Dinol è stato arrestato attraverso la pratica illegale della «profilazione razziale», nonostante avesse ottenuto la naturalizzazione. «In realtà mi hanno fermato perché stavo denunciando la corruzione della polizia di frontiera e volevano zittirmi – racconta -, ma dopo la liberazione ho continuato a fare attivismo».
La «denazionalizzazione» nella Repubblica Dominicana è uno dei casi più gravi di apolidia del continente ed è stata condannata sia dalla Commissione interamericana dei diritti umani sia dalla Corte interamericana.
Chi ci guadagna
Quando una persona dominicana di origine haitiana viene deportata, non vuole restare ad Haiti nemmeno un’ora. Non solo perché non parla né creolo né francese e non ha legami familiari dall’altra parte dell’isola, ma soprattutto per la violenza che da anni soffoca il Paese più povero del continente americano (secondo dati della Banca mondiale), oggi controllato in gran parte da bande criminali in un contesto di assenza dello Stato (cfr MC aprile 2026).
«La gente paga migliaia di pesos ai coyotes per rientrare nella Repubblica Dominicana – denuncia Dinol -. Ed è lì che rimane intrappolata nelle reti di tratta e traffico di esseri umani, che operano con la complicità delle autorità migratorie».
Una stessa persona può essere deportata più volte nel corso della vita. «Questo sistema produce clandestinità, violenza e, soprattutto, enormi profitti – conclude Dinol -. Ed è contro questo che continuiamo a lottare».
Simona Carnino
Raúl Zecca Castel (autore del servizio fotografico) è antropologo culturale e dal 2013 dedica le sue ricerche alle condizioni di vita dei migranti haitiani in Repubblica Dominicana. Nel 2025 ha pubblicato il libro foto etnografico «Bateyes. Una realtà dominicana» (Edizioni Arcoiris).
Sapore di «woke»
Il termine indica l’opposizione a qualsiasi forma di discriminazione: razziale, sessuale, sociale, etnica, religiosa. Per il presidente statunitense è, invece, l’origine di tutti i mali. Da cancellare a ogni costo.
Donald Trump l’aveva annunciato in campagna elettorale e l’ha confermato nel suo discorso tenuto il 4 marzo 2025 davanti al Congresso: avrebbe fatto qualunque cosa per demolire tutto ciò che ha il sapore di woke. E, per dimostrare fin dove è disposto a spingersi, il 6 febbraio 2026 ha pubblicato un post, elaborato dall’intelligenza artificiale, che rappresenta Barack Obama e la moglie Michelle nelle sembianze di scimmie. Benvenuti fra le bravate oscurantiste dell’uomo eletto per la seconda volta a presidente degli Stati Uniti d’America, il Paese da molti additato come faro della democrazia.
Prima che Donald Trump tornasse alla Casa Bianca, solo pochi in Italia conoscevano l’esistenza del termine woke e un numero ancora più piccolo era a conoscenza del suo significato politico. Da un punto di vista linguistico, woke è un’espressione dialettale delle comunità nere degli Stati Uniti, per indicare lo stato di veglia contrapposto a quella di sonno. Ma, come succede pure in italiano, sveglio ha anche un significato metaforico che indica la capacità di capire al volo la realtà. Come esortazione, poi, è un invito «a tenere gli occhi aperti, a stare all’erta».
L’espressione assunse connotati politici negli anni Trenta quando nove adolescenti neri di Scottsboro (foto pagina seguente), una cittadina dell’Alabama, finirono sotto processo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due donne bianche. Il processo si concluse con un verdetto di colpevolezza e la condanna a morte di quasi tutti gli imputati. Ma, per come si era svolto il dibattimento, apparve chiaro a tutti che si era trattato di un processo farsa, animato solo da un intento punitivo di matrice razzista. In effetti, la giuria era formata solo da maschi bianchi ed erano state accettate per buone prove del tutto inconsistenti.
A seguito del processo si levarono molte proteste e il cantante nero Huddie Ledbetter – in arte Lead Belly – diede il proprio contributo componendo una canzone che invitava tutti i neri degli Stati Uniti a evitare l’Alabama. E, nel caso qualcuno non avesse potuto rinunciarvi, Lead Belly raccomandava di «essere woke», ossia di tenere gli occhi bene aperti per non incorrere in rappresaglie razziste. Così l’Alabama divenne l’emblema del razzismo e woke la parola d’ordine contro la discriminazione razziale.
Più tardi, attorno agli anni Settanta, il termine venne adottato anche dal movimento Lgbt che lottava per i diritti delle minoranze sessuali, e woke assunse il significato più ampio di opposizione a qualsiasi forma di discriminazione, sia essa razziale, sessuale, etnica, religiosa o sociale. Un’opposizione che, messa in positivo, si traduce nell’aspirazione a una società più giusta e più inclusiva, per cui woke è diventato sinonimo di parità, accoglienza, diritti.
Le leggi anti discriminazione
Il primo grande successo del movimento woke si concretizzò nel 1964, quando venne emanato il Civil rights act. Il provvedimento, promosso da John F. Kennedy, ma firmato da Lyndon Johnson, metteva fuori legge qualsiasi forma di discriminazione attuata nei luoghi pubblici, nei posti di lavoro, nelle scuole.
La lotta alla discriminazione continuò nel 1965 con una legge che vietava qualsiasi pratica tesa a escludere dal voto chi aveva bassi livelli di istruzione o di reddito. Nell’ambito più specifico della discriminazione sessuale, nel 1993 venne votata una legge per mettere fine all’esclusione degli omosessuali dall’arruolamento nell’esercito, purché non manifestassero pubblicamente la loro tendenza sessuale. Ma, nel 2010, un provvedimento firmato da Barack Obama tolse anche questo vincolo, e l’esercito si aprì totalmente a qualsiasi orientamento sessuale.
Intanto, nel 2009, era stata emanata una legge contro i crimini animati da odio verso gay e transgender. Più tardi anche Joe Biden si spese a favore delle categorie più svantaggiate tramite l’emanazione di vari ordini esecutivi che non solo destinavano più fondi a senza casa, invalidi e senza reddito, ma obbligavano gli uffici e le agenzie federali a dotarsi di tutti gli strumenti necessari ad assicurare l’assunzione, la parità salariale e di carriera alle persone tradizionalmente discriminate su base razziale, sociale e sessuale.
Non a caso tali provvedimenti hanno preso il nome di Dei, acronimo di «diversità, equità, inclusione».
Revisionismo e disprezzo
Appena tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha firmato tre ordini esecutivi, o meglio tre «contrordini», per annullare le iniziative di Biden, sostenendo – addirittura – che è discriminatorio cercare di favorire determinate categorie. Purtroppo, è stato solo l’inizio di un processo revisionista di proporzioni ben più vaste.
Deciso a ripristinare il modello anti woke in ogni ambito del vivere economico e sociale, Trump ha dato battaglia a tutto ciò che ha il sapore di solidarietà, equità, inclusione. Ed ha cominciato proprio dalla solidarietà, ordinando la sospensione di tutti i programmi di cooperazione internazionale che gli Stati Uniti gestivano nei paesi più poveri tramite Usaid,l’agenzia statale di cooperazione.
Si sperava che si trattasse di un provvedimento temporaneo, invece il primo luglio 2025 l’Usaid venne chiusa definitivamente e ai paesi più poveri è venuto a mancare un canale di assistenza importante.
A titolo d’esempio, nel 2024 l’agenzia aveva erogato fondi per 32 miliardi di dollari, per la maggior parte destinati a programmi di aiuto alimentare e sanitario. Secondo uno studio della rivista scientifica Lancet, la soppressione dell’attività dell’Usaid può significare la morte per oltre 14 milioni di persone da qui al 2030. Del resto, il disprezzo di Trump per la cooperazione internazionale emerge anche dalla decisione, assunta nel gennaio 2026, di ritirare gli Stati Uniti (e i loro contributi) da ben 66 organismi internazionali, fra cui l’Organizzazione mondiale della sanità.
La «grande bella» legge
In ogni caso il provvedimento anti woke di cui Trump va più fiero viene assunto nel luglio 2025 quando il Congresso approva una legge di proposta governativa che il tycoon battezza Big beautiful bill, grande bellissima legge Di naturafinanziaria, il provvedimento introduce tagli fiscali alle classi più agiate, riduce i fondi destinati all’assistenza sanitaria e alimentare, aggrava i costi per le pratiche dei migranti, potenzia le forze di polizia addette alla repressione dell’immigrazione clandestina. In breve, è un capolavoro di disuguaglianza sociale, di lotta ai poveri, di lotta ai migranti.
Negli Stati Uniti, più di 43 milioni di persone (il 12,9% della popolazione) vivono in condizione di povertà estrema, addirittura incapaci di mangiare adeguatamente. Riescono a sbarcare il lunario grazie ai buoni cibo ricevuti dallo Stato spendibili nei supermercati. Ma un’altra cinquantina di milioni di persone, per un totale di 90 milioni di individui, non sono in grado di pagarsi un’assicurazione sanitaria e riescono ad avere le cure minime solo grazie al programma di assistenza governativa denominato Medicaid.
Secondo le indagini condotte dall’Ufficio studi dei parlamentari democratici, i tagli previsti dal Big beautiful bill lasceranno 15 milioni di americani senza nessun tipo di assistenza medica, mentre priveranno 5 milioni di poveri dei buoni alimentari. E mentre la spesa sanitaria è stata ridotta di 800 miliardi di dollari, quella per contrastare l’immigrazione clandestina è stata aumentata di 140 miliardi di dollari. Soldi che, stando alle rivelazioni del Financial Times, sono stati in parte destinati ad aziende edili come Fisher Sand & Gravel per la costruzione del muro alla frontiera con il Messico, in parte ad aziende come Palantir, Deloitte, Amazon, Microsoft, per il potenziamento del servizio di sorveglianza elettronica, in parte al ministero dell’Interno per il rafforzamento dell’Ice, il famigerato corpo di polizia istituito per dare la caccia ai migranti irregolari (cfr. MC aprile 2026).
Le operazioni dell’Ice
«Non posso respirare», lo slogan del movimento statunitense Black lives matter. Foto Obi-Unspash.
L’Ice venne istituito nel 2003 da George Bush e, per il nome che porta, era concepito come una sorta di guardia di frontiera antimmigrazione. Ice, infatti, sta per Immigration customs enforcement che può essere tradotto come Controllo migratorio alle frontiere. Trump però l’ha trasformato in un corpo che esegue rastrellamenti all’interno del territorio statunitense per scovare gli immigrati irregolari sparsi per il Paese.
L’operazione speciale è iniziata nell’aprile del 2025 con un ordine esecutivo firmato da Trump per «proteggere la comunità americana dagli alieni criminali». Dopo aver lamentato che alcuni Stati della nazione stanno disobbedendo alle leggi federali in quanto «continuano a usare la loro autorità per violare, ostacolare e sfidare le leggi federali sull’immigrazione», Trump ha ordinato agli uffici interni di individuare tali Stati e di assumere tutte le misure necessarie per ripristinare il rispetto della legge federale.
Gli Stati finiti nella lista nera sono diciassette, fra cui California, New Jersey, Massachusetts, Washington. Ma le cronache ci dicono che il Minnesota è risultato essere lo Stato più preso di mira, forse perché si trova al confine con il Canada, nazione che Trump rivendica come cinquantunesimo componente degli Stati Uniti. Trump vi ha mandato truppe speciali dell’Ice per rintracciare tutti gli stranieri soggiornanti con permessi ritenuti abusivi, per arrestarli e rinchiuderli in appositi centri di detenzione e, infine, deportarli nel proprio paese di provenienza, o anche altrove, come testimoniano le deportazioni effettuate verso il Salvador, Costa Rica, Messico, Panama, addirittura Rwanda, Uganda, Sud Sudan, Eswatini (ex Swaziland). Alla popolazione di Minneapolis, capitale del Minnesota, l’intervento dell’Ice ha ricordato i rastrellamenti eseguiti dalle SS per scovare gli ebrei e deportarli nei campi di concentramento. Perciò, c’è stata una forte opposizione popolare che è costata la vita a due dimostranti e difensori dei diritti umani.
Qualche numero
In termini numerici la quantità di immigrati deportati dagli Usa nel 2025 è simile a quelli deportati nel 2024: 675mila contro 650mila. È cambiata però la loro composizione. Sotto Biden il 75% degli arresti avvenivano alla frontiera, il 25% nel resto del Paese; sotto Trump il 25% sono avvenuti alla frontiera, il 75% dispersi sul territorio. Un’inversione dovuta al rallentamento del flusso migratorio indotto dal clima di paura provocato dalle misure di Trump e allo sguinzagliamento dei poliziotti dell’Ice sul territorio nazionale.
Il Deportation data project conferma che, nel primo anno di amministrazione Trump 2, il numero di deportati, prelevati in località lontane dai confini, è aumentato quattro volte e mezzo. E pensare che gli Stati Uniti, al pari tutti i Paesi industrializzati, afflitti da processi d’invecchiamento, hanno un assoluto bisogno di immigrati.
L’American immigration council sostiene che perfino gli immigrati irregolari – all’incirca 10 milioni – contribuiscono al finanziamento dei servizi sociali e sanitari statunitensi tramite le tasse che pagano su ciò che consumano. Nel 2023, il loro contributo è stato pari a 89 miliardi di dollari. E se prendiamo i 50 milioni di immigrati complessivi presenti negli Stati Uniti, scopriamo che contribuiscono al 17% delle imposte raccolte nel Paese, mentre sono determinanti in settori chiave come agricoltura, costruzioni, industria alimentare. Chissà che dove non è riuscita la coscienza, riesca lo spirito di convenienza a convincere il popolo Maga che il futuro è woke o non è.
Francesco Gesualdi
Usa-Rdc. Respingimenti intercontinentali
Pochi giorni fa, la Repubblica democratica del Congo (Rdc) si è aggiunta alla ormai lunga lista di Paesi africani – tra cui Rwanda, Eswatini e Sud Sudan – che hanno siglato accordi con l’amministrazione di Donald Trump per ricevere migranti espulsi dagli Stati Uniti e che non possono rientrare nei Paesi di origine (soprattutto per il rischio di persecuzioni o per l’assenza di accordi diplomatici).
Il testo dell’intesa – che dovrebbe diventare operativa a fine aprile 2026 – non è stato diffuso. Tuttavia, il Governo congolese ha assicurato che la ricezione dei deportati – per la cui accoglienza sono già stati individuati degli edifici alla periferia di Kinshasa – non impatterà sulle casse pubbliche: gli Stati Uniti forniranno tutto il supporto logistico e finanziario necessario.
L’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori è infatti una politica su cui il Governo di Trump sta investendo sempre di più. A tal punto che, secondo un’indagine della Commissione per le relazioni estere del Senato statunitense, l’amministrazione avrebbe già sborsato 40 milioni di dollari per deportare circa 300 persone.
Deportazioni che violano i diritti umani
Tuttavia, questi accordi – tra i quali rientra anche quello siglato dal Regno Unito con il Rwanda nel 2024 – violano i diritti umani. In particolare, il principio di non respingimento, sancito dal diritto internazionale.
Nel caso statunitense, inoltre, molti migranti, quando sono deportati, in realtà hanno ancora delle richieste di asilo aperte negli Stati Uniti. In altri casi, invece, gli atti di deportazione, il più delle volte respinti dalle Corti d’appello, sono approvati con l’intervento della Corte suprema (i cui giudici sono a maggioranza repubblicana).
A ciò si aggiunge la denuncia di due Ong per i diritti umani (Us committee for refugees and immigrants e Human rights watch) che hanno sottolineato che i migranti non hanno la possibilità di scegliere la loro destinazione. Cosa che mette a repentaglio il principio del non-refoulement, che vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali rischiano persecuzioni o trattamenti inumani (categoria in cui sono annoverati molti Paesi africani).
Cosa dice l’opposizione congolese
Il Governo di Kinshasa ha sottolineato che l’accordo si «inserisce nel quadro degli impegni regionali e internazionali per la garanzia dei diritti dei migranti e riflette l’impegno dello Stato congolese nella tutela di dignità umana e solidarietà internazionale».
Ma, dall’altro lato, diverse organizzazioni della società civile congolese hanno criticato l’intesa, a partire dalla sua scarsa trasparenza. In un comunicato congiunto, alcune associazioni (tra cui Filimbi, punto di riferimento per la società civile locale) hanno denunciato che «la vera dignità è proteggere i milioni di congolesi sfollati nell’Est e che da anni attendono una protezione effettiva da parte dello Stato. Prima di accogliere i deportati da una potenza straniera, il Governo deve fare il proprio dovere nei confronti del suo popolo». Secondo le Nazioni Unite, infatti, nella Rdc oggi ci sono nove milioni di sfollati (di cui cinque milioni nell’Est) e un ulteriore milione di persone si è rifugiato nei Paesi vicini.
Invece, Lucha, una delle maggiori realtà della società civile congolese, ha affidato la sua denuncia al quotidiano locale Le Potentiel: «La vera solidarietà internazionale significa rifiutarsi di essere complice delle politiche xenofobe e disumanizzanti di un Governo straniero. La Rdc non onora i suoi impegni umanitari fungendo da discarica per le deportazioni di massa dell’amministrazione Trump. Lo fa difendendo, sulla scena africana e globale, un diritto alla migrazione basato su dignità, consenso e giustizia e non sulle dinamiche di potere tra Stati ineguali».
Intrecci geopolitici
Ma la questione non è solo la deportazione dei migranti. L’accordo si inserisce in un progetto più ampio di rafforzamento dei rapporti tra Usa e Rdc. Una strategia da cui entrambi i Paesi sperano di guadagnare qualcosa.
La Rdc vuole rafforzare posizione internazionale e potere negoziale (soprattutto nei confronti del Rwanda nell’Est). Oltre a mantenere buoni rapporti con una potenza mondiale, in un’epoca storica in cui restrizioni ai visti, dazi e cancellazione degli accordi commerciali sono diventati il linguaggio abituale di Washington nei confronti del continente africano.
Dall’altro lato, gli Usa sono intenzionati a sviluppare strategie sempre più ferree di controllo delle frontiere e dei flussi. Ma hanno anche messo gli occhi sui minerali congolesi e, da tempo, lavorano sottotraccia per aprire spazi di investimento e profitto per le proprie aziende.
Questo accordo, quindi, non è altro che uno dei tanti tasselli di un complesso intreccio tra sicurezza, diritti umani e geopolitica.
È l’ennesimo passo indietro che il nostro continente, con il nostro Paese in testa, compie sulla tutela dei diritti umani.
Il diritto di asilo. Report Migrantes 2025
Mentre il Parlamento europeo emanava le nuove norme, la fondazione Migrantes – organismo pastorale della Cei, Conferenza episcopale italiana – girava l’Italia per presentare la nona edizione del suo rapporto 2025 sul diritto di asilo. Lo scopo è quello di domandare alle istituzioni italiane, europee e internazionali di intervenire sul fenomeno delle migrazioni con umanità e ragionevolezza.
Pubblicato da Tau edizioni con il sottotitolo «Richiedenti asilo: le speranze recluse», il report mette al centro numeri e statistiche, ma anche analisi approfondite sui molti aspetti legati alla mobilità umana nel nostro tempo a tutte le latitudini.
«Il volume si articola in tre parti – troviamo scritto nella pagina web migrantes.it -: Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda; Guardando all’Italia, con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico. Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati statistici, con tabelle, grafici e cartine».
Dati mondiali, storie individuali
Il focus delle analisi riguarda, come sempre, l’Italia e l’Unione europea, ma in questa edizione, per la prima volta, i curatori hanno voluto approfondire cosa si muove sul tema dell’asilo anche al di là dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti di Donald Trump.
Si passa, così, dalle pagine che spiegano i motivi per cui 123,2 milioni di persone nel 2024 sono state spinte a lasciare la propria casa e il proprio territorio, a quelle sui sistemi di accoglienza in Italia. Da quelle che raccontano l’odissea di Amadou, un ragazzo del Gambia, tra le pieghe della burocrazia italiana, a quelle sulla crisi della cultura europea. Dalle pagine che raccontano esperienze virtuose come l’accoglienza in famiglia di minori non accompagnati, a quelle che parlano di leggi mai emanate che permetterebbero ai famigliari di conoscere la sorte di parenti scomparsi durante la migrazione.
Arretramento globale
Veniamo, dunque, a sapere, tra le altre cose, che nel mondo, nel 2025, il numero di persone in fuga è calato di quasi sei milioni rispetto all’anno precedente, ma il calo è dovuto al rientro di molti, spesso non volontario, in paesi non sicuri. Tre rifugiati su quattro si trovano in paesi a basso o medio reddito, quindi non in Europa e nemmeno negli Usa. Gli sfollati climatici nel 2024 erano 46 milioni.
Scopriamo che, mentre nell’Ue le domande di asilo nel 2024 sono calate (-13%; Germania -30%), in Italia si è registrato il massimo storico (quasi 159 mila), e che, nel frattempo, il nostro Pese ha avuto un record di dinieghi: il 64% delle domande di asilo sono state respinte, contro una media europea del 51%.
Leggiamo anche che in Italia, tra le persone beneficiarie di protezione internazionale e temporanea, due su tre vivono in condizioni di povertà relativa.
Riguardo agli Usa, il report della fondazione Migrantes parla di un modello di politica migratoria dell’amministrazione Trump che rischia di porre fine al sistema di asilo. E non risparmia critiche al sistema Ue che erode gradualmente il diritto di asilo. Mentre sottolinea la trasformazione della cooperazione internazionale in Italia, dove l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione originaria di riduzione della povertà nei paesi del Sud globale, e ha assunto un ruolo sempre più legato alle logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico nazionale, ad esempio finanziando la Guardia costiera libica.
L’appello della fondazione Migrantes
«Il Report 2025 – è l’appello lanciato dalla fondazione Migrantes sul suo sito, sul quale si può anche leggere e scaricare una sintesi dei contenuti – invita istituzioni e società civile a ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il fondamento irrinunciabile di ogni democrazia».
Luca Lorusso
Prendersi cura, caso per caso
Persone di diverse nazionalità del Sudest asiatico raggiungono Taiwan in cerca di lavoro. Spesso sono sfruttate e ci sono casi di traffico di esseri umani. Da quasi trent’anni un centro diocesano assiste questi migranti. Abbiamo incontrato le responsabili.
Hsinchu. Suor Jocelyn Arevalo ci accoglie con un largo sorriso. È una persona minuta e piena di vitalità. Parla inglese in modo fluente. Chiamata da tutti suor Joyce, è filippina, e da oltre 25 anni vive e lavora a Taiwan. La sua congregazione, le suore agostiniane di Nostra Signora della consolazione ha avuto origine a Manila, all’inizio del secolo scorso.
Lei è la responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Hsinchu, che copre una vasta zona a Sud della capitale Taipei. Subito ci invita a entrare nel palazzo sede del Hsinchu catholic migrants and immigrants service center, centro servizi per migranti, il maggiore dei tre che gestisce la diocesi.
Qui ci presenta Lydia Nieh, la supervisionatrice dei casi, ovvero colei che coordina tutti gli operatori (case workers) che lavorano con le persone assistite dal centro. Questi seguono ogni «caso», appunto, singolarmente. Lydia è anch’essa una immigrata, nata in Myanmar, di etnia cinese. Infine, suor Joyce ci introduce alla direttrice del centro, Gracie Liu, taiwanese.
Le tre donne, di tre origini diverse, paiono piuttosto affiatate.
Suor Joyce prende subito la parola: «Questo centro, che ha celebrato 27 anni di attività, non realizza solamente il lavoro pastorale con i migranti, ma è un vero centro servizi per loro. Certo forniamo il nostro accompagnamento per la crescita spirituale dei lavoratori migranti, ma anche un aiuto emotivo, psicologico e fisico. Ad esempio, organizziamo la messa nelle diverse lingue in cattedrale. E – continua la religiosa – facciamo consulenza per i casi di depressione, ricerca della famiglia, o diversi altri problemi pratici che possono incontrare. Inoltre, quando necessario, offriamo letti e docce in dormitori. Più in generale, difendiamo i diritti dei migranti».
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
Chi migra a Taiwan
Taiwan è uno dei pochi Paesi ad alto reddito nella regione, per questo motivo è meta ambita di migranti dalle varie nazioni limitrofe. Il centro diocesano si occupa dei lavoratori migranti più bisognosi: «Qui vengono soprattutto filippini, vietnamiti, indonesiani, e thailandesi – continua suor Joyce -. Molti filippini lavorano nelle fabbriche dei semiconduttori, al Science park di Hsinchu (vasta area industriale dove sono presenti i maggiori stabilimenti di semiconduttori al mondo), perché sono favoriti dal fatto che parlano inglese. I vietnamiti sono molto bravi nelle costruzioni e sono impiegati nei cantieri. Le donne indonesiane trovano lavoro come care giver presso le famiglie». Gli uomini di varie nazionalità, inoltre, lavorano anche in agricoltura e nella pesca.
«Il vescovo, monsignor Lee, ci supporta molto, è coinvolto con il nostro lavoro, e noi lo aggiorniamo sempre sulle attività del centro.
Tra tutte le diocesi di Taiwan, possiamo dire che quella di Hsinchu ha i centri migranti meglio organizzati. Ce ne sono tre, di cui uno dedicato ai vietnamiti in Taoyuan».
Abbiamo incontrato monsignor John Baptist Lee Keh-mien alcuni giorni fa. Ci ha informati sul fatto che molti migranti frequentano le parrocchie e che lui sta incoraggiando sacerdoti e religiose dei Paesi di maggiore immigrazione a venire a lavorare in diocesi, in modo da ridurre le barriere linguistiche e culturali.
Ci ha, inoltre, raccontato della sua preoccupazione per i lavoratori senza documenti, e di come, talvolta, la polizia venga a cercarli durante la messa.
Secondo lui, «l’economia di Taiwan ha bisogno di questi lavoratori, ma quelli senza documenti vengono sfruttati perché pagati di meno».
Assistenza personalizzata
Lydia prende la parola: «Assistiamo ogni migrante personalmente. Innanzitutto verifichiamo se ci sono state delle violazioni dei suoi diritti. Per fare questo cerchiamo di capire se dicono la verità, poi registriamo il caso e chiamiamo i servizi governativi. In Taiwan c’è il numero telefonico dedicato alla protezione dei lavoratori migranti. Questi possono chiamare il numero e trovare un operatore che parla la loro lingua. Li incoraggiamo a chiedere assistenza e li aiutiamo nella negoziazione, se necessario.
Abbiamo anche delle strutture per dare loro un aiuto diretto. Possiamo fornire un letto e una doccia, se ne hanno bisogno. Di solito le fabbriche che impiegano questi lavoratori, mettono a disposizione dei dormitori. Mentre i lavoratori domestici dormono a casa del datore di lavoro. Nel caso non potessero, ad esempio per conflitti con il datore stesso, possono venire qui».
I posti a disposizione nel centro sono sessantadue e gli ospiti stanno mediamente uno o due mesi, ma in alcuni casi possono stare anche per tempi più lunghi.
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
Le vittime di traffico
Particolare importanza è data ai casi di vittime di traffico di persone. «Esistono degli intermediari illegali che vanno nei Paesi di provenienza e propongono ai potenziali migranti un lavoro, dicendo che è previsto un alto salario – spiega Lydia -. Questi partono, e l’intermediario li propone per dei lavori presso suoi clienti che di solito, però, non sono quelli pattuiti. Ad esempio, le lavoratrici domestiche vengono trattenute e quasi segregate. “Puoi guadagnare più soldi”, dicono loro, “sei già qui, perché no”, e restano imbrigliate. Talvolta sono salvate dalla polizia.
In altri casi il datore di lavoro usa falsi contratti, chiede ai lavoratori di venire a Taiwan e poi li dirotta su altre società.
Lydia racconta di un caso accaduto circa tre anni fa: «È successo che a una ventina di uomini vietnamiti, l’intermediario avesse parlato di una ditta inesistente, mostrando documenti falsi per farli venire dal Vietnam. Quando i lavoratori sono arrivati a Taiwan, l’intermediario li ha portati a una compagnia differente da quella prevista, dicendo loro che potevano lavorare lì. Ma i migranti non avevano il permesso di lavoro, e non hanno ricevuto alcun contratto, iniziando quindi un lavoro con un salario ridotto in quanto essi erano “illegali” nel Paese».
La vicenda è venuta poi alla luce perché uno dei vietnamiti, stufo di essere sfruttato, è andato dalla polizia. «Gli agenti hanno investigato per sei mesi, trovando, infine, un gruppo di ventuno lavoratori migranti senza documenti e sfruttati. Li hanno portati al nostro centro chiedendoci di dare loro rifugio».
Se sono ingressi illegali, come normalmente capita in questi casi, e sono riconosciuti come casi di traffico di persone, i migranti ottengono uno status legale, e il permesso di lavorare.
Lavoratori senza documenti
«Per quanto riguarda le persone prive di documenti, le aiutiamo per pratiche varie, ma anche, per esempio, per andare all’ospedale. La diocesi di Hsinchu gestisce, infatti, il Mercy hospital. Il Governo chiede la segnalazione alla polizia dei migranti senza documenti. In alcuni ospedali lo staff rispetta questa regola. Ma nell’ospedale della diocesi non si fa. Se i migranti hanno un incidente sul lavoro, ci chiedono aiuto, e anche se sono senza documenti, noi li assistiamo. Ma se vanno davanti a un giudice, questo li fa arrestare. Quindi, talvolta diciamo loro di andare prima dalla polizia a dichiararsi spontaneamente».
Gracie, la direttrice del centro, ci fa il punto su alcune attività: «Sovente i migranti non capiscono i documenti e non sanno dove firmare, ad esempio i contratti di lavoro. Tutto è scritto in lingua cinese e non ci sono traduzioni.
Gli intermediari, o i datori di lavoro, dicono loro di firmare. Ma loro non si sentono sicuri».
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
I gruppi di assistenza
«Da quando abbiamo scoperto questi problemi, il nostro ufficio ha organizzato gli Education assistance groups (gruppi di educazione e assistenza). Si tratta di gruppi di lavoratori immigrati, già stabilizzati, in particolare filippini. Alcuni di loro sono i nostri leader in cattedrale per la pastorale internazionale delle comunità cattoliche.
I gruppi di educazione e assistenza responsabile offrono formazione ai gruppi di migranti arrivati da poco. Questo lo si fa con cadenza mensile.
Per qualsiasi tipo di problematica incontrino i migranti, noi cerchiamo di dare loro una formazione adeguata. Lo facciamo in cattedrale, ma anche in diverse chiese della diocesi. Numerose sono le comunità filippine e indonesiane.
Il gruppo di educazione è anche un modo per fare sapere ai lavoratori migranti che in questa diocesi esiste un centro che può aiutarli. È un lavoro di sensibilizzazione», continua Gracie.
«Come canale informativo usiamo anche due pagine Facebook, una del centro e l’altra della cattedrale. Qui riceviamo commenti, domande, in diverse lingue.
Quando vediamo qualche messaggio, intervengono i nostri operatori delle diverse nazionalità, in modo che possiamo sempre assicurare una risposta in ogni lingua. Anche per questo ci chiamano per assistenza».
Suor Joyce spiega: «In cattedrale abbiamo due messe la domenica e, talvolta, subito dopo la funzione, qualche lavoratore migrante viene a farci delle domande, se ci sono questioni che non capiscono. Io chiamo la direttrice, anche se è domenica. Ecco perché siamo sempre disponibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
Di solito facciamo una breve formazione di quindici minuti con i membri dei gruppi di educazione e assistenza prima della messa, sulle questioni più importanti.
Ad esempio, c’è stato un periodo nel quale davamo informazioni sull’uso delle moto, perché i migranti non conoscono il codice stradale di Taiwan e vengono fermati sovente dalla polizia. Nelle Filippine si guida in maniera molto differente.
Questa è educazione pratica. Aiutiamo anche su questioni riguardanti i soldi, ad esempio sui prestiti che spesso nascondono truffe. Un lavoro preparatorio è fare delle riunioni nelle quali gli animatori di questi gruppi di educazione discutono su come sia meglio agire a fronte di vari eventi. Le loro esperienze personali di ex migranti aiutano molto.
Con la direttrice e Lydia discutiamo una volta al mese insieme ai nostri case workers, per parlare di quali sono i casi, e di quali sono le cose che dobbiamo fare per loro.
C’è sempre un lavoro di squadra, una discussione, affinché il nostro centro dia un servizio migliore. Una difficoltà è data dal dovere interagire con molte nazionalità differenti», conclude suor Joyce.
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
In rete per i migranti
I tre centri migranti della diocesi di Hsinchu fanno parte del Migrant empower network di Taiwan (Men), una piattaforma di tutte le organizzazioni che si occupano di migrazione.
«Ci si ritrova a discutere quali sono i temi più importanti per i migranti – ci racconta suor Joyce -. Ogni due anni abbiamo un raduno internazionale sulla migrazione, durante il quale si discute, in particolare, un tema. L’ultimo è stato “abolire il sistema degli intermediari”, cioè quelle persone che reclutano all’estero gente da sfruttare, perché essi creano molti problemi ai migranti.
Abbiamo cercato di rispondere ad alcune domande: come prendono i soldi ai migranti? E qual è il punto di vista del Governo di Taiwan?
Stiamo continuando la lotta su questo. E migranti da diversi Paesi e Ong si ritrovano in questi incontri».
Al centro, i migranti possono frequentare corsi di lingua cinese, di musica, o chiedere counseling ai case workers, fare incontri. Ma anche seguire formazioni per le care giver, e altre sulla legislazione, o su come collaborare con i datori di lavoro e come trovare un impiego, impostando correttamente un colloquio di selezione. Il centro mette a loro disposizione svariate attività. Essi vi soggiornano quando aspettano un lavoro, e lo attendono con impazienza, perché le loro famiglie nei Paesi di origine hanno bisogno di soldi. In alcuni casi, i migranti attendono il permesso di lavoro oppure il rimpatrio.
«Anche se il nostro centro è cattolico, noi non facciamo distinzione di religione. Incoraggiamo i migranti a pregare ciascuno nel proprio credo, a frequentare la propria chiesa, o culto. Anche il nostro staff non è affatto tutto cattolico.
Inoltre, la diocesi organizza incontri tra le varie religioni, con protestanti, buddhisti, taoisti», conclude suor Joyce, facendo riferimento alla grande pluralità religiosa che si vive a Taiwan. Alla fine del nostro incontro, le tre leader ci portano a visitare i locali del centro. Ci incuriosisce una saletta all’ingresso della quale c’è un cartello: su sfondo verde è disegnato il simbolo di una moschea stilizzata, e sono scritti i testi «muslim prayer room» in inglese, sala di preghiera in bahasa indonesia e in cinese. Un piccolo grande esempio di accoglienza.
Marco Bello
Taiwan, Hsinchu, la cattedrale, esterno.(Foto Marco Bello)
Il lavoro per l’inclusione nella diocesi di Hsinchu Le persone al centro
Incontriamo suor Maristella Piergianni, missionaria del Sacro costato. La sua è una congregazione di spiritualità ignaziana, fondata a Gravina di Puglia (Bari) da Eustachio Montemurro nel 1908 (cfr. MC luglio 2025).
Suor Maristella vive a Taiwan dal 1965 e ha 83 anni, ma ne dimostra dieci di meno. Siamo al centro Social welfare foundation san Giuseppe, un palazzo moderno di cinque piani nel centro cittadino. È un luogo nel quale ci si occupa di disabilità.
La religiosa ci presenta Monica Lin, la direttrice del centro, e ci racconta l’origine di quest’opera: «Nel 1975 era parroco qui a Hsinchu un padre gesuita ungherese, Stefano Jasko. Un giorno vide un ragazzo con disabilità aggirarsi per le strade senza una meta, ed ebbe l’intuizione di accoglierlo. Ha iniziato così a raccogliere ragazzi che nessuno voleva negli edifici della parrocchia. Alcune famiglie tenevano i ragazzi segregati in casa perché ne avevano vergogna. La voce si è sparsa, così sono arrivati altri disabili fisici e mentali. I ragazzi sono diventati tanti e c’è stata la necessità di creare un centro adatto per loro».
Suor Maristella ci spiega, inoltre, che per alcuni decenni il centro è stato in un altro edificio, nella parrocchia di san Giuseppe, poi, circa undici anni fa, è stato costruito il palazzo nel quale ci troviamo, realizzato con tutti i criteri per le disabilità fisiche.
Qui sono seguite un migliaio di persone, di tutte le età, dai bambini piccoli agli adulti. Ma non è un centro residenziale. Alcuni vivono a casa dei genitori, altri in case famiglia. C’è anche un dormitorio legato al centro in un’altra struttura.
Suor Maristella parla con noi in italiano e si confronta con la direttrice in cinese, in entrambe le lingue ha lo stesso simpatico accento del Sud Italia.
«Qui è come una scuola, dove ci sono molteplici attività per ragazzi e adulti, ma tutte diurne. Ognuno però è seguito singolarmente in tutto il suo percorso. Alcuni di loro lavorano, secondo le proprie capacità. Facciamo in modo che possano essere autonomi, quando possibile. Poi ci sono quelli più gravi, che non possono lavorare».
Il centro, fondato dai Gesuiti, è inserito nelle opere sociali della Chiesa. Con la riduzione generale del numero di sacerdoti, la direzione è stata affidata direttamente alla diocesi. Nei primi anni ha ricevuto finanziamenti dall’estero, dalla rete della congregazione. Poi anche dal Governo di Taiwan. Oggi, si regge su donazioni di privati taiwanesi e su contributi statali per il pagamento del personale. Vi lavorano, infatti, circa centocinquanta persone.
«Io sono infermiera – continua suor Maristella – diplomata negli Stati Uniti. Lavoravo in un ospedale della diocesi, poi, nel 1992, padre Stefano chiese alla nostra congregazione un’infermiera per aiutarlo con i suoi ragazzi. E così fui trasferita al centro. A parte un periodo di alcuni anni durante i quali ho fatto la superiora provinciale, sono rimasta a lavorare qui, assumendo incarichi diversi».
Mentre parla si interrompe e, con gli occhi sorridenti, dice: «Ma sono felici questi ragazzi, sono belli. C’è anche la banda musicale per le grandi feste!».
Suor Maristella e la direttrice ci mostrano poi una sala, nella quale si trovano giochi e pitture realizzate dai ragazzi e ragazze del centro: «Tutte queste cose vengono vendute per autofinanziamento», dice soddisfatta la religiosa.
Quattro giorni di incontri, dibattiti, teatro, laboratori e musica
Torino ha ospitato la terza edizione del Festival della Missione. Cinquanta appuntamenti che hanno coinvolto centinaia di persone per guardare alla missione di ieri e di oggi e immaginare quella di domani, nel segno della speranza.
L’apertura della terza edizione del Festival della Missione avviene giovedì 9 ottobre per le strade di Torino. Sei gruppi di partecipanti si trovano in diversi punti della città alle 17. Faranno un «pellegrinaggio laico» verso la location principale della rassegna, la chiesa barocca di San Filippo Neri, a due passi dalla centrale piazza Castello.
Noi ci troviamo in corso Vittorio Emanuele II, una delle grandi arterie del centro, di fronte al carcere Le Nuove. Edificano del XIX secolo, è stato dismesso negli anni 80. Oggi è un museo, e ospita anche la sede di alcune associazioni. Siamo circa venti persone tra suore, sacerdoti e laici.
Sul muro, una targa reca la scritta: «In questo carcere dal 1922 al 1945 soffrirono detenzione migliaia di italiani antifascisti».
Dall’altra parte del corso, piuttosto trafficato, si erge il palazzo Intesa San Paolo, uno dei due costruiti in città dopo il 2000, che sfidano l’altezza della Mole Antonelliana.
Noi partiamo dalla «periferia umana» del carcere. Gli altri gruppi, che si muovono dalla stazione di Porta Nuova, da Porta Palazzo e altri luoghi, ne conducono in centro altre: le dipendenze, le migrazioni, la salute mentale, il disagio abitativo, la povertà educativa. Sono periferie che la Chiesa abita rimarginando ferite e alimentando speranza.
In testa a ciascuno dei piccoli cortei, una persona sostiene la stampa di un’opera dell’artista Massimo Ungarelli che ha interpretato il tema del Festival «il Volto Prossimo»: quella del nostro gruppo mostra in primo piano gli occhi di un ragazzo che afferra con una mano un filo spinato.
Lungo la strada si aggregano altre persone. Tra gli sguardi incuriositi di torinesi e turisti, percorriamo corso Matteotti, via XX Settembre, piazza San Carlo, fino alla chiesa San Filippo Neri.
Inizia il terzo Festival
In fondo alla grande navata settecentesca, davanti al presbiterio, è allestito un palco con poltroncine bianche, in stile minimalista, e un megaschermo che mostra il logo del Festival della Missione.
Ai due lati della navata le persone si fermano a guardare le opere di due esposizioni artistiche: le foto di Reza Shahbidak sulla vita in Afghanistan, le vignette di Mauro Biani sull’assurdità delle guerre viste attraverso lo sguardo dei bambini.
La chiesa è piena. Si è appena concluso il primo «panel» sul tema delle migrazioni: padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, è stato a Modica, in Sicilia, per accogliere i migranti (e là torna da dicembre, ndr); don Lorenzo dall’Olmo, fidei donum di Vicenza, lavora a Boa Vista, in Brasile, con persone che fuggono dal Venezuela; Lorena Fornasir e il marito Gian Andrea Franchi soccorrono chi proviene dalla rotta balcanica; Precious Elolen Ugiagbe, nata in Nigeria, si occupa a Torino della salute mentale delle famiglie migranti con la Fondazione Mamre.
Inizia così la prima giornata del Festival della Missione 2025 promosso dalla Conferenza degli Istituti missionari in Italia (Cimi), da Missio Italia, organismo pastorale della Cei, accolto dalla Diocesi di Torino e organizzato grazie alla partecipazione di molte realtà locali e nazionali. Le due precedenti edizioni si sono tenute a Brescia nel 2017 e a Milano nel 2022.
Anche per questa terza edizione, il Festival ha avuto un suo pre festival, con iniziative in tutta Italia. In più, nei giorni scorsi, nel capoluogo piemontese ci sono state diverse anteprime, tra cui quella molto partecipata dal titolo «Conquistare la pace e organizzare la speranza», con il cardinale Matteo Zuppi e l’analista geopolitico Dario Fabbri, intervistati da Francesca Caferri.
Dalle periferie al centro
Alle 18 del primo giorno di Festival, mentre la chiesa di San Filippo Neri si riempie, sale sul palco l’attore Diego Casale che condurrà i presenti in un viaggio attraverso le storie di sei persone.
Le chiama una per volta. Ciascuna racconta la propria esperienza di fragilità e solitudine. Tutte hanno trovato una forma di guarigione nell’incontro con qualcuno, con dei «volti prossimi».
Favour, nigeriana di 30 anni, racconta il suo viaggio nel Mediterraneo, e l’accoglienza di persone che l’hanno aiutata. Roberto, 81 anni, è stato un trafficante di droga. Finito in carcere, ha iniziato a studiare, ed è cambiato. Miranda, giovane psicologa che lavora nell’educativa di strada a Torino, incontra molti ragazzi e le loro ferite. Stefano, 59 anni, con una lunga storia di dipendenza da eroina e di vita per strada, vive da tre anni in una delle case della Comunità Papa Giovanni XXIII. Valentina, 41 anni, con disturbi dello spettro autistico, parla di violenze subite, abusi, bullismo, delle volte in cui è stata istigata al suicidio. È attiva come volontaria in favore di persone con problemi di salute mentale. Infine, parla Mario, infermiere, con un vissuto di depressione e ludopatia. Aiutato dal Gruppo Abele, oggi non gioca più, e, come gli altri saliti sul palco prima di lui, «ci mette la faccia» per aiutare a sua volta.
La chiesa è immersa nel silenzio, nonostante sia piena. Tutti attenti. Molti hanno gli occhi lucidi.
Mezz’ora dopo, sul palco sale padre Adelino Ascenso, della Società missionaria della Buona Novella, con esperienze in Portogallo, Germania, Asia e Sud America. Dialoga con Marinella Perroni, del Coordinamento teologhe italiane, attorno a uno stile di missione che scava nelle culture per cercare e aiutare a far germogliare i semi del Verbo, anche in contesti secolarizzati.
Alle 21,30 inizia l’ultimo appuntamento di questa prima giornata di Festival: il reading teatrale «Il bene va fatto bene e senza rumore». La voce narrante dell’attrice Alida Tarallo conduce il pubblico nella vita di san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati e san Carlo Acutis. Il pubblico è entusiasta, e torna a casa che sono passate le 23.
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Dibattiti, laboratori, musica, teatro
Venerdì 10 ottobre il Festival prende la rincorsa già dalle 8,30 con la meditazione biblica di Antonietta Potente. Fino a sera tarda ci saranno dibattiti, laboratori, musica, teatro, presentazioni di libri, momenti di preghiera. Un addensarsi di appuntamenti, articolati tra la chiesa di San Filippo Neri e gli spazi della Facoltà teologica, che getta i partecipanti nell’imbarazzo della scelta.
Il sabato sarà ancora più intenso. Agli appuntamenti in chiesa e in facoltà, si affiancheranno laboratori e giochi per ragazzi, sia negli spazi dell’oratorio di San Filippo Neri che in piazza. E, soprattutto, si aggiungeranno i dibattiti, le testimonianze, le musiche e le danze che, dal grande palco montato in piazza Castello, attireranno alcune centinaia di persone, tra partecipanti «fissi» del Festival e torinesi e turisti di passaggio.
La domenica, invece, sarà più breve, e il Festival rallenterà la corsa fino alla Santa Messa celebrata dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che chiuderà la kermesse.
Anche noi cerchiamo di orientarci tra i circa cinquanta appuntamenti e i centocinquanta ospiti in programma. Venerdì, sabato e domenica ci muoviamo da un punto all’altro del Festival, raccogliendo sguardi allegri e altri seri, pezzi di conversazioni, abbracci tra persone che non si vedono da anni. Anche qualche sorriso perplesso di passanti che sollevano un sopracciglio di fronte alla parola «missione» e ai veli selle suore.
Passando da piazza Castello, siamo rapiti dalla scena che ci appare: accanto alla gher, la tenda tradizionale mongola, allestita dal Festival, si trovano le tende da campeggio abitate da mesi dai giovani del presidio pro Palestina.
I temi del Festival (i diritti delle persone, la pace, la cura dell’ambiente, gli ultimi, i popoli emarginati, la speranza di un’umanità che sappia risollevarsi da questi tempi difficili), sono in sintonia con i desideri di molti.
Negli spazi dell’oratorio della chiesa di San Filippo Neri, dove è stata allestita la «Casa missione», alcuni partecipanti riposano su un divano, e sorseggiano un caffè. Lì, sabato, incontriamo l’équipe nazionale di Missio Ragazzi che propone laboratori sul tema della Speranza. Sfogliamo alcune delle riviste missionarie presenti su un tavolo della Fesmi, la Federazione stampa missionaria italiana. Dentro e fuori la chiesa, alla facoltà teologica, e poi in piazza Castello, incrociamo le pettorine arancioni dei circa cento volontari coinvolti.
I bambini dipingono la pace su alcuni pannelli, aiutati dall’artista argentino Cristian Daniel Camargo. Ragazzi e i loro genitori si siedono accanto alla gher su alcuni cuscini per ascoltare con le cuffie una voce che parla di muri. In Facoltà teologica molti alzano lo sguardo per osservare i teli appesi al portico del chiostro sui quali son riprodotte alcune foto di ragazzi haitiani.
Osserviamo la curiosità di molti passanti che si fermano ad ascoltare. Soprattutto durante l’evento di piazza Castello. Stupiti di fronte all’allegria di suor Azezet Kidane, comboniana eritrea che dal palco si dice felice della sua missione ovunque si trovi, anche in Italia, perché dappertutto ci sono persone da amare. Rapiti dalle parole appassionate di don Luigi Ciotti. Ammutoliti di fronte alla stretta di mano tra Basel Adra, regista palestinese premio Oscar per il docufilm No other land, e Yonatan Zeigen, figlio di una pacifista israeliana uccisa il 7 ottobre 2023 da Hamas.
Nel pomeriggio di sabato la folla può ascoltare anche le parole di don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Mediterranea che fa opera di salvataggio di persone in mare; e poi quelle sul Myanmar di Kim Aris, figlio della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e di Taghi Rahmani, giornalista e scrittore iraniano, marito di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023.
Il volto dell’altro ci libera
Domenica 12, alle 14,30 la chiesa di San Filippo Neri è piena. Alle 15, il cardinale Roberto Repole celebrerà l’eucaristia nel suo stile semplice, sorridente e pacato, tra i canti e le danze etniche delle processioni all’altare. Tra i concelebranti, anche il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto apostolico in Mongolia.
Prima della celebrazione, giriamo tra i banchi e ascoltiamo alcuni commenti. Molti si confrontano sulle testimonianze ascoltate, sui temi approfonditi nei quattro giorni di Festival.
Il tema della cura del creato e dell’economia. La teologia «dalle periferie», quell’ascolto che la Chiesa pone al pensiero e alla teologia dei popoli che incontra nel mondo. Il coraggio di attivisti che in tutti i continenti rischiano la vita per denunciare le violazioni dei diritti umani e cambiare le cose. La bellezza delle storie di missione. Il racconto di situazioni di conflitto, e di realtà di periferia e di marginalità, da Haiti alla Rd Congo, al Bangladesh. L’auspicio di una Chiesa sempre più inclusiva che sviluppi una teologia queer. L’emozione della testimonianza di una madre che ha raccontato di aver voluto incontrare l’assassino di suo figlio. La necessità di un’informazione libera che aiuti i popoli a scegliere il bene comune. La declinazione della parola Speranza, ripetuta a ogni appuntamento.
Al rammarico di alcuni per non essere riusciti a seguire tutti gli appuntamenti, altri rispondono che la gran parte degli incontri sono stati filmati e si potranno guardare dal sito del Festival.
Il cardinale, nell’omelia, medita sul Vangelo appena letto: i dieci lebbrosi di Luca. L’evangelista ricorda che Gesù cammina verso Gerusalemme, il luogo in cui si compirà la sua missione: la Pasqua. Il figlio di Dio si annienta per risorgere e attirare a sé l’umanità. Vicino a un villaggio incontra dieci lebbrosi che urlano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». Gridano la coscienza della loro umanità, un’umanità ferita, violentata, malata, precaria. Gesù li invia ai sacerdoti, e loro si fidano, credono. Uno solo poi torna da lui per rendere lode a Dio. Il fine del credere è il decentramento, lasciare che l’altro sia al centro di ciascuno di noi. L’altro da cercare nell’incontro. Siamo tutti chiamati ad avere coscienza della fragilità e della violenza a cui sottostà l’umanità, la nostra, e quella di tutti; e a sentire compassione. Orientarci al volto di Cristo e a quello dell’altro, al volto prossimo, ci libera.
La missione ha tante facce quanti sono i missionari che spendono la loro vita nell’incontro dell’altro. Spinti dal Volto del Signore, si fanno prossimi di «streghe», ragazzi di strada, migranti, spose bambine, popoli discriminati, vittime di conflitti.
Scorrendo il programma del Festival, i nomi di missionari e missionarie attivi sul campo sono molti. Si mescolano a quelli di giornalisti, analisti geopolitici, economisti, attivisti, teologi, sociologi, vescovi, artisti. Andiamo a cercarne alcuni per ascoltarne la voce e la straordinaria varietà di esperienze.
Con le «streghe» della Rd Congo
Prima che la quattro giorni del Festival iniziasse, abbiamo incontrato, alla conferenza stampa del 30 settembre, Natalina Isella, suora laica dell’Istituto secolare delle discepole del Crocefisso, missionaria in Rd Congo dal 1976. Nel 2002 ha fondato la Casa Ek’Abana, Casa delle bambine, nella quale ha accolto più di 700 bambine sottratte alla strada e all’accusa di stregoneria.
«Ho fatto 20 anni in foresta e 28 anni a Bukavu (Est del Paese) – racconta -. A Bukavu, a fine anni 90, c’era la guerra. Andavo con una équipe missionaria nella foresta a portare speranza.
A Bukavu c’erano profughi ruandesi. Quando sono andati via, sono rimasti molti bambini di strada, tra cui anche bambine accusate di stregoneria. Mi hanno chiesto di aiutarle e ne ho accolte nove. Poi la provvidenza mi ha accompagnato, e nel tempo, da nove, sono diventate cinquanta».
Suor Natalina ha raccontato che il suo lavoro non si ferma solo all’accoglienza, ma consiste anche nel tentativo di reinserire le bambine nelle loro famiglie e nella comunità, facendo un percorso di perdono e riconciliazione.
Non sempre, però, si riesce, allora suor Natalina cerca altre famiglie. A Bukavu oggi sono cinquantaquattro quelle che hanno accolto bambine in questo modo. Un grande segno di speranza.
«Qualche tempo fa, mi sono state portate due sorelle. Ma loro non volevano entrare. Sono uscita: tremavano dalla paura. La loro mamma era morta partorendo il terzo fratellino, e i parenti avevano dato la colpa a loro. Io ho chiamato alcune altre bambine a parlare con le due sorelle. Così la paura è passata. Mangiando i biscotti la più piccola mi ha detto: “Ci hanno insultate e picchiate, e nessuno ha pensato che anche noi soffrivamo per la morte della mamma”. Allora le ho abbracciate».
Le spose bambine del Bangladesh
Al mattino del secondo giorno di Festival, in un unico incontro, abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di quattro missionari.
Il primo a parlare è padre Luigi Paggi, missionario saveriano lombardo che vive in Bangladesh dal 1975 presso popolazioni non cristiane e marginali. «Per 25 anni – racconta – ho fatto il maestro alle elementari. Ho insegnato ai fuoricasta, gli intoccabili. Insegnavo a leggere e scrivere. Poi, quando crescevano, li coscientizzavo sui loro diritti negati. Negli altri 25 anni mi sono occupato di istigare le ragazzine della tribù di cui mi occupo a ribellarsi ai genitori e, se necessario, a fuggire da casa per evitare i matrimoni forzati. Sposarsi a 12-13 anni, infatti, significa spesso partorire a 14 con alti rischi per la vita dei bambini e delle mamme.
Negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a costruire case anticicloni e antialluvioni. Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, e io sono in una zona in cui le capanne cadono addosso a chi le abita».
Padre Luigi racconta un aneddoto: «Una volta ho aiutato in una “conversione al contrario”. Dieci famiglie della tribù si erano aggregate a una chiesa protestante i cui membri erano ricchi e le giudicavano incivili e selvagge. Per cui, le ragazze non trovavano marito. Mi hanno chiesto aiuto, e io ho contattato le loro comunità di origine. Queste hanno acconsentito a riprenderle con loro, a condizione che sconfessassero il cristianesimo e che pagassero un pranzo di comunione piuttosto costoso. Io, allora, ho donato due maiali. Avvenuta la riconciliazione, dopo alcune settimane le ragazze hanno trovato marito».
Attraverso lingue e culture
Suor Tiziana Borsani, varesotta, è Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1991. Si presenta dicendo di essere in Italia dal 2023. A Pavia dirige quattro comunità educative residenziali per bambini e ragazzi in situazione di disagio, soprattutto minori stranieri non accompagnati, minori di seconda generazione, altri che si ricongiungono con le famiglie. «In Italia – racconta -, dopo il Covid, ho trovato molto impoverimento. Ci sono tanti ragazzi che soffrono, che hanno bisogno di umanità, di essere ascoltati. Vengono da un trauma. Attraverso i servizi, chiedono di essere accolti da noi. Ci sono anche molti che arrivano in Italia per ricongiungersi con i genitori, ma li trovano non integrati, e sentono il forte conflitto tra la cultura italiana e quella di provenienza».
Prima di quest’ultimo incarico, suor Tiziana, ha lavorato in Europa dell’Est e in Africa dell’Ovest. Dal 1997 per sei anni è stata in Georgia, in un villaggio al Sud del Paese, al confine con la Turchia. Poi è stata cinque anni in Russia. Nel 2010 è partita per Abidjan, in Costa d’Avorio, dove ha lavorato con i bambini di strada. Infine, è andata in Ghana (2013-2015) e in Benin (2015-2023).
«In ogni posto in cui sono stata – riflette -, ho imparato qualcosa: lasciarmi accogliere in Georgia; in Russia il grande silenzio; in Africa l’andare all’essenziale della persona umana.
Nei tanti passaggi che ho dovuto fare, cambiando Paese e lingua e anche modalità di pregare, ogni volta mi sono trovata come in prima elementare: dovevo ricominciare sempre da capo. Una fatica che ho colto come un’opportunità».
Suor Tiziana racconta che in Georgia, poco dopo il suo arrivo, un giorno si è presentato un giovane a chiedere aiuto per un malato. «Io prendo la borsa con disinfettante, garze, eccetera, e lo seguo. È novembre, c’è freddo e neve. Quando finisco sono già le sette di sera, e io mi sento preoccupata perché voglio tornare in comunità per la cena. Ma questo giovane mi dice: “Lasciati accogliere”. La famiglia, per ringraziare, ha già preparato la tavola anche per me. Questa frase è stata, poi, la mia guida: non vado a dare quello che ho e che so, ma a condividere la mia vita».
Vincere l’insidia dell’impotenza
Padre Luca Bovio è Missionario della Consolata milanese. Dal 2008 in Polonia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha prima aiutato nell’accoglienza dei profughi, poi ha iniziato a compiere viaggi oltre confine per portare aiuti agli ucraini e creare reti con le Chiese locali. Da marzo 2025 è stato nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Ucraina.
«Nel 2006 i Missionari della Consolata sono arrivati in Polonia, un Paese cattolico, ma bisognoso di uno spirito missionario – racconta padre Luca -. Ora vivo a Kiev da qualche mese. La gente lì ha voglia di normalità: i negozi sono aperti, i mezzi di comunicazione funzionano, però ogni giorno suonano le sirene per i bombardamenti, e occorre andare nei rifugi. Dove vivo, dormiamo lontani dalle finestre, per proteggerci dalle esplosioni.
Il Paese sta affrontando un conflitto lungo. Arriva un altro inverno, e saranno colpite di nuovo le strutture energetiche con lo scopo di lasciare al freddo le persone. Credo, però, che sia doveroso credere che si può uscire da questa situazione. Dobbiamo vincere l’insidia di stancarci e di dire “non possiamo fare più niente”.
Poco tempo fa, mi trovavo a portare aiuti lungo il fronte, e un medico mi ha raccontato una storia: i russi usano piccoli droni dotati di telecamera che individuano il bersaglio e sganciano l’esplosivo. È capitato che una volta il drone non ha funzionato. I soldati si sono avvicinati e l’hanno raccolto. Sopra c’era una scritta in russo che diceva: “Ti ho aiutato come ho potuto”. Un gesto che non va sui giornali, ma che ci indica la direzione».
Guardare il mondo dal Sud
Padre Mauro Armanino, nato a Chiavari nel 1952, inizia il suo intervento con una sintesi della sua via missionaria. «Sono stato operaio e sindacalista negli anni di piombo. A 24 anni ho fatto il servizio civile alternativo al militare in Costa d’Avorio, dal ‘76 al ‘78. Entrato nella Società delle missioni africane, sono stato ordinato nell’84, e sono tornato in Costa d’Avorio. Poi ho fatto tre anni in Argentina, dal 1990. Ho lavorato nelle baraccopoli, e con i movimenti sociali. Nel 1993 sono andato in Liberia, durante la guerra. Nel 2000 sono tornato in Italia, e dal 2007 al 2011 ho lavorato a Genova con rifugiati e carcerati. Nel 2011 sono partito per il Niger, impegnato nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti umani insieme alla società civile. Da pochi mesi sono di nuovo in Italia».
Padre Mauro riflette: «Non so se sono io a seguire i conflitti o se sono loro a seguire me. Anche in Italia, oggi, la parola che sento di più è “guerra”».
Il missionario confida che la sua avventura missionaria è sempre stata guidata da tre direttrici: «Per prima cosa intercettare l’umano nel suo spessore, contraddizioni, sofferenza. Per seconda cosa, abitare le frontiere: quelle interne, che abbiamo dentro, per educazione, storia, scelte. E quelle esterne: tra i paesi, ma anche tra i “senza” e i “con”; i senza documenti, senza lavoro, senza futuro, separati dai “con”, quelli che invece hanno. Io faccio parte di questi ultimi, però ho avuto la fortuna di accompagnare per anni i “senza”».
La terza direttrice per padre Mauro è il tentativo di abitare le domande, «cioè di vivere nelle contraddizioni, perché, come diceva il vescovo argentino Enrique Angelelli, “siamo fango che cerca la vita”.
Abitare queste tre dimensioni dà senso alla mia vita. Il privilegio di aver vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale, più l’Argentina, è il privilegio di guardare il mondo dal Sud, con gli occhi dei poveri, che è la parte giusta».
Don Mattia Ferrari è cappellano di bordo della Ong Mediterranea saving humans, la piattaforma della società civile che monitora e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e soccorre le persone migranti che rischiano il naufragio o il respingimento in Libia.
Trentuno anni, sacerdote della diocesi di Modena-Nonantola, è una figura di riferimento anche per la comunità di Spin Time, un palazzo occupato a Roma da circa 400 persone di 27 Paesi diversi in situazione di crisi abitativa. Un luogo che si è trasformato in una comunità, un centro di solidarietà e attivismo sociale.
Don Mattia è anche coordinatore del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari (Emmp) che si terrà a Roma dal 21 al 24 ottobre, e si concluderà con il pellegrinaggio giubilare del 25 e 26 dal Papa.
Alcuni mesi fa, ha denunciato, assieme ad altri attivisti, di aver subito un’operazione di spionaggio condotta con uno spyware (software spia) della società israeliana Paragon. Non si sa ancora chi l’abbia commissionata, ma si sa che Paragon vende strumenti di sorveglianza avanzata a diversi governi.
Oggi don Mattia è presente al Festival. Sale sul palco di piazza Castello alle 18. Capelli corti, scuri, un po’ spettinati. Giubbotto blu sopra una camicia azzurra con collarino bianco. Parla della sua esperienza con Mediterranea e della fraternità che sperimenta nel suo attivismo: persone di provenienze geografiche, religiose, ideologiche, sociali differenti, sono unite nella missione di salvare vite e costruire reti e solidarietà: «Mediterranea ha chiesto di avere un cappellano a bordo – dice don Mattia -, perché, quando è nata, nel 2018, l’obiettivo era di unire la società, tutti i mondi sociali, le culture, le religioni, per soccorrere persone. Perché era ed è inaccettabile che ci siano esseri umani che sono lasciati ad annegare in mare, o che sono respinti nei lager».
E prosegue: «Ogni giorno riceviamo messaggi, telefonate da persone che si trovano in Libia, in Tunisia, nel deserto, nei lager, e che subiscono quelli che l’Onu definisce “orrori indicibili”. Chiedono una sola cosa: essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Quindi la nostra missione è di raccogliere questo grido e servire questa solidarietà, perché la fraternità non sia un ideale astratto ma diventi concreto nelle vite e nelle relazioni».
Quella di Mediterranea è un’esperienza nata dal mondo dei «Disobbedienti» di Luca Casarini, anche lui «sorvegliato» da Paragon. Don Mattia lo ricorda, ma puntualizza: «Quella di Mediterranea non è una missione di disobbedienza, ma di obbedienza civile», e spiega: «La generazione dei nostri nonni scelse di fare il diritto internazionale per tutelare le generazioni che sarebbero venute, la loro vita e dignità. Noi purtroppo abbiamo iniziato a distruggerlo passo dopo passo. L’Italia, ad esempio, l’ha fatto nel 2017, quando ha firmato gli accordi con la Libia per rendere strutturali i respingimenti (Cfr. pag. 24). Ora, davanti a tutto questo, noi andiamo in mare e soccorriamo le persone. Alcuni dicevano che era disobbedienza civile, poi, giustamente, i giudici hanno detto: “No, questa è obbedienza civile”. Perché la vera disobbedienza è quella di chi fa provvedimenti ingiusti, come ha ricordato papa Leone XIV nel videomessaggio a Lampedusa».
Don Mattia Ferrari, prima di salire sul palco, ha tenuto un incontro alla Facoltà teologica nel quale ha presentato, insieme alla giornalista Wanda Marra, il suo ultimo libro: «Salvato dai migranti». Ora, davanti alla piazza che lo ascolta, spiega quel titolo ricordando uno slogan: «Noi li soccorriamo, loro ci salvano». «Questa è l’esperienza che facciamo noi di Mediterranea e tutti quelli che praticano l’accoglienza. Sperimenti che attraverso le relazioni con le persone che accogli, anche tu vieni salvato. Sono relazioni che ti liberano e ti restituiscono al significato della vita per quello che essa è. Papa Francesco ha detto tante volte, e papa Leone lo ha ripreso nella Dilexi te: nelle relazioni di fraternità che viviamo con le persone che la società scarta, Gesù ci viene incontro. Attraverso queste relazioni è Dio che salva la nostra vita».
Al Festival della Missione si è parlato anche di transizione ecologica e di «economia civile», un’economia al servizio delle persone. Due aspetti del mondo globalizzato legati tra loro.
Jeffrey Sachs, economista iperliberista pentito, o meglio «convertito», è oggi «impegnato nel tentativo di costruire la pace. È coordinatore di un gruppo sull’economia fraterna in Vaticano, e ha curato la versione internazionale del manifesto dell’economia civile». Così lo descrive Leonardo Becchetti, altro economista, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, impegnato nella Scuola di economia civile.
Sachs, in collegamento dagli Stati Uniti, il suo Paese, nel primo pomeriggio di venerdì 10, fornisce la sua visione sulla «speranza».
«C’è sempre la speranza – esordisce -. Abbiamo una tecnologia a basso costo che può favorire la transizione ecologica e un futuro di pace e condivisione. E la maggior parte del mondo vorrebbe questo». Le due questioni sono, infatti, interconnesse. E continua: «C’è una speranza, ma richiede il ritorno al buonsenso. L’Europa non dovrebbe essere in antagonismo con la Cina, ma piuttosto in collaborazione per la transizione energetica. Però tutti vogliono avere conflitto e non cooperazione. A livello economico, la soluzione a costo più basso, più efficiente, e con maggiori garanzie per il futuro è la cooperazione».
«Dobbiamo portare i politici a fare la volontà della popolazione e non quella della loro cerchia, perlopiù corrotta. Nel mio Paese, gli Usa, la politica è guidata dall’apparato industriale militare, quindi dalla gente che fa soldi con queste guerre, o con il petrolio».
Il problema siamo noi
Sulla stessa linea, anche l’intervento di Becchetti in un incontro successivo. «L’alternativa esiste già, ma il problema siamo noi. Occorre rispondere a questa domanda, da applicare agli ultimi decenni: “Perché la diseguaglianza non è diminuita con la democrazia?”».
I dati di Ubs (Union de banques suisses) dicono che lo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 40.4% della ricchezza.
«Il 99% dovrebbe vincere le elezioni. Come è possibile che la maggioranza non riesca a fare vincere una politica che riequilibri la distribuzione del reddito? Perché c’è un intreccio perverso tra politica, lobby economiche e comunicazione. Un circolo vizioso che crea un mondo che, alla fine, favorisce gli interessi dell’1%.
Ad esempio, Oxfam ha proposto di tassare lo 0,5% del reddito dei più ricchi in Italia: entrerebbero nelle casse dello stato 16 miliardi all’anno. Una proposta come questa dovrebbe essere approvata dal 99% delle persone. Ma non passa.
L’alternativa esiste. Io faccio parte di un movimento che si chiama Scuola di economia civile, che ha creato un manifesto firmato da trecento colleghi italiani.
Esistono già molte imprese che non hanno come fine la massimizzano del profitto: cooperative sociali, fondazioni, enti del terzo settore. E possono diventare il sistema, solo se noi le votiamo. E non è solo un voto politico, è un voto con il portafoglio. Ovvero, dove mettiamo i nostri soldi».
L’economista sottolinea che occorre essere ben informati, per discernere e cercare aziende che mettono insieme creazione di valore economico, dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.
Gli fa eco Gaël Giraud, economista, sacerdote gesuita, e direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale delle ricerche francese). Ha pubblicato diversi libri sulla transizione ecologica.
«È una fatica informarsi bene, però è una strategia. Dobbiamo lottare contro i bisogni effimeri creati dalla pubblicità. Si tratta anche di una lotta spirituale, perché, come diceva papa Francesco, “meno è meglio”.
Secondo Francesco, le regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza senza equità, sono la radice dei mali sociali. È la libertà del mercato a portare la soluzione del problema povertà?»
Non solo mercato
Continua Becchetti: «Non dobbiamo demonizzare il mercato, che è uno strumento. Il problema è quando c’è solo il mercato. L’interazione che produce il bene comune è quella tra il mercato, le imprese che non massimizzano gli utili, le istituzioni e i cittadini che votano con il portafoglio. Lasciare tutto al mercato, produce quanto vediamo: la concentrazione. Infatti, il mercato è oligopolistico, non coincide con la concorrenza».
Papa Leone, nell’esortazione apostolica Dilexi te è in continuità con papa Francesco, critica la teoria della ricaduta della ricchezza verso il basso, che giustificherebbe le disuguaglianze. Francesco diceva: “I poveri non possono aspettare”».
Secondo padre Giraud, che prima della conversione ha lavorato nel settore del trading finanziario, «è possibile intervenire sui mercati finanziari per mettere delle regole. Adesso sono deregolamentati. Tassare i profitti, vietare il trading ad alta frequenza fatto con l’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla finanziaria enorme, alimentata dalla politica monetaria delle banche centrali, come la Bce. Vanno cambiate le regole, affinché la Bce possa finanziare anche ospedali, scuole e transizione ecologica, e non solo salvare le banche.
Perché mettere il sistema finanziario al di sopra di tutto, è un fallimento del progetto europeo».
Lo incalza Becchetti: «L’Europa è nata in un momento di grande “intelligenza relazionale”. Questo è un modo diverso per dire fraternità. È il segreto della felicità personale e sociale.
La mancanza di fraternità è stupida, mentre riuscire ad avere buone relazioni è la chiave per risolvere tutti i problemi: ecologici, sociali, conflittuali.
Il concetto è: invece di farci la guerra per le risorse, le mettiamo assieme, perché uno più uno fa più di due. Come economisti, siamo divisi tra quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma zero e quelli che pensano sia un gioco a somma positiva. Nel primo caso la torta è fissa: se voglio una fetta più grande, riduco la tua. Ovvero tutti gli altri sono miei nemici.
Ma le cose importanti della vita sono a somma positiva. Dobbiamo riportarci culturalmente in un mondo a somma positiva. Ad esempio, un israeliano e un palestinese possono essere due che si ammazzano per un pezzo di terra, oppure due che si mettono insieme in un’azienda che fa innovazione, in cui la loro diversità produce del valore».
Sulla stessa linea Giraud: «L’altro non è un nemico, ma qualcuno che può cooperare con me. Come cristiani, seguiamo la regola d’oro: fare all’altro quello che vorrei fosse fatto a me. Per realizzare questo, dobbiamo vivere un’esperienza spirituale profonda, che ci permetta di metterci nei panni dell’altro, senza perdere la nostra identità.
L’alternativa è la violenza. È così nella famiglia, ma anche nello spazio collettivo per la democrazia. Tra politici, occorre provare a camminare insieme. Altrimenti non ci può essere democrazia. Oggi vediamo molta violenza tra i politici europei, che si insultano invece di discutere insieme su un progetto collettivo per il futuro dell’Europa. Manca questa intelligenza relazionale».
Il piano B
Becchetti fa parte di un gruppo di intellettuali, nel quale è presente anche Luigino Bruni, economista intervenuto in un altro dibattito al Festival, «Abbiamo visto – dice Becchetti – che dei tre valori occidentali: libertà (il pensiero liberale), uguaglianza (il pensiero socialista), e fraternità. Questa è rimasta inespressa, non è entrata nella vita politica. Per questo papa Francesco ha creato l’associazione Fratelli tutti. Ci manca fraternità. Di cosa ha bisogno l’Italia? Non di un partito, ma di uno “spartito”: un genere musicale che non sia ultraliberista, non sia woke e non sia populista. È il genere musicale che suona è la società civile. Questo lo abbiamo scritto, così è nato “Piano B”, e lo abbiamo proposto ai politici. Lavoriamo affinché si suoni questo spartito».
In tutto questo, insiste Giraud, è fondamentale la transizione energetica. «L’Istitut Russeau, di cui sono presidente, ha pubblicato un rapporto “La via verso la decarbonizzazione europea”. Il documento ha dimostrato che si può fare, e che non costa molto. Secondo i nostri conti, occorre il 2,3% del Pil della Ue ogni anno fino al 2050. Dunque meno del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen (che prevede il 5%) e meno dell’inazione climatica, che costerà molto di più alla Ue».
Quando, nel primo pomeriggio, è stata posta a Jeffry Sachs la domanda: che messaggio lancerebbe alla Cop30 di Belém (Brasile)?, lui ha risposto: «Ci sono due sfide principali per mettere un termine a questo cambiamento climatico fuori controllo. La prima è cambiare il sistema energetico mondiale, adottando le energie rinnovabili. Questo è possibile ed è quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo passare ai veicoli elettrici, cambiare tecnologia.
L’altra sfida è farla finita con la deforestazione e intanto rigenerare la terra che è stata degradata.
Mi piacerebbe vedere una nuova collaborazione tra Europa e Cina, ma anche con gli Stati africani, quelli della regione del Golfo, e dell’America Latina. E questo per accelerare la trasformazione verso una energia pulita».
I sogni, le utopie e le speranze. Tre elementi fortemente intrecciati tra loro. Ne hanno dato una lettura Giorgio Marengo, Rosanna Virgili e Roberto Mancini, ciascuno secondo la propria prospettiva.
In San Filippo Neri c’è folla. La chiesa è piena, al punto che diverse persone devono accontentarsi di assistere al dibattito all’esterno, seguendolo su un grande schermo.
C’è attesa per l’incontro tra «il cardinale», Giorgio Marengo, «il filosofo», Roberto Mancini e «la biblista», Rosanna Virgili. Sul tavolo il tema è succulento: «Sogni, utopie e speranze. Come ridare senso alla parola speranza?».
Si comincia parlando dei sogni: «I sogni nella Bibbia sono legati alla profezia – spiega Rosanna Virgili -. Sono il primo canale della parola di Dio per personaggi speciali. Così nell’Antico come nel Nuovo testamento». Ricorda Giuseppe, figlio di Isacco, e san Giuseppe, lo sposo di Maria, quando l’angelo, in sogno, gli suggerisce di portare la famiglia in Egitto, salvando Gesù dalla strage degli innocenti.
Poi ci sono anche i sogni personali. Il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vicario apostolico di Ulaanbaatar, racconta il suo: «Sogno che i missionari e le missionarie in Mongolia sappiamo essere una presenza amica, che sa fare la sua parte e poi sparire, lasciare che le persone si incontrino con il Signore risorto». E ancora: «Sogno una missione più trasparente, meno attaccata alle strutture materiali, più leggera possibile. Come sono i mongoli nella loro tradizione nomadica. La loro casa, la gher, si monta e si smonta in due ore, e con essa si può portare solo quello che c’è dentro. Un’immagine di adattabilità che mi piacerebbe vedere vissuta da noi missionari».
«Affinché sappiamo trovare gli strumenti culturali più adatti per testimoniare il Vangelo – aggiunge -. Sogno la profondità, ovvero che noi missionari sappiamo essere abbastanza profondi da intercettare le onde del cuore delle persone e sappiamo essere a disposizione per chi vuole conoscere Cristo».
Il cammino
Il filosofo Roberto Mancini cerca di fare il punto tra sogno, utopia e speranza.
«Sono legate, intrecciate nel possibile cammino di trasformazione della vita», afferma. «I sogni ci insegnano quello che da svegli non riusciamo a capire, hanno sempre un messaggio. Il sogno è un’espressione d’amore, è una visione generativa, quando si ama qualcosa la si sogna. È un atto profondissimo, senza il quale noi non riusciamo a rinnovare la vita».
Continua il professore di Macerata: «Non è una fuga, una semplice compensazione delle nostre frustrazioni. Ma è un modo di trasfigurare la realtà vedendone i livelli più profondi, vedendo il bene latente che nessuno riesce a vedere. Purtroppo, la nostra è un’epoca di accecamento: l’angoscia ci ammazza i sogni, i desideri, la capacità di speranza nel cuore».
Passando all’utopia, Mancini ne spiega il significato: «L’utopia è sinonimo di qualcosa di impossibile, che non ha luogo. Utopia non significa in assoluto ciò che non può esistere. Significa ciò che non è ancora. Questo si specchia nella nostra condizione umana, perché ognuno di noi è in viaggio, ognuno di noi dovrebbe imparare a nascere umanamente. Quindi noi, creature viventi, siamo in una condizione utopica, siamo oggi quello che siamo, ma siamo anche sempre futuro. Siamo utopici perché non ci accontentiamo delle soluzioni date».
Infine, il terzo concetto, la speranza: «La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Faccio così un’esperienza di futuro, cioè di vita liberata dal male, dalla morte. Speranza vuol dire la capacità di rispondere a questo invito».
Il professore si domanda quali sono le fonti del sogno, dell’utopia e della speranza. Chi sono oggi gli esseri umani all’altezza di queste tre attitudini, e che sono capaci di essere un riferimento per la speranza degli altri.
«Sono quelli che aderiscono alla vita, e dentro di essa scoprono una fonte profonda che dà luce, senso, energia e la concretezza di realizzare le realtà migliori che abbiamo sognato».
«Questi tre termini (sogno, utopia e speranza), ci dicono della nostra tendenza verso una vita liberata. L’essere umano si trova nella vita, patisce le sofferenze, la malattia, la violenza, va incontro alla morte, eppure nella sua umanità c’è un’attesa profonda di una liberazione radicale.
Essere all’altezza di questa liberazione significa riconoscere che c’è la possibilità di relazionarsi a una fonte di senso, di luce, di prospettiva. Questo ci porta un’energia positiva, efficace, del servizio, del prendersi cura, del buon governo».
Le «due Chiese»
La palla passa alla biblista, Rossana Virgili, che dice: «Nella Bibbia, quello che non c’è oggi ma ci sarà domani è un po’ la chiave di tutta la scrittura: “Nulla è impossibile a Dio”. Se l’utopia è l’impossibile, la troviamo nella Bibbia».
Virgili parla della Chiesa di oggi, immaginandola composta da due parti: «La mente e la mano. I missionari sono la mano della Chiesa, sono quelli concreti. La mente sono i teologi, i biblisti, i filosofi. Io vedo che la Chiesa missionaria è vincente, ha un grande successo. In Italia il 10% dei preti sono stranieri, questo è grazie al lavoro della Chiesa missionaria.
La Chiesa della mente, invece, oggi non ha voce. Io il 4 ottobre sono andata ad Assisi, la festa di san Francesco. Mi aspettavo una parola di pace.
Sul balcone della basilica inferiore ho trovato invece una persona che diceva “La pace non si invoca”, cancellando tutta quella che è la tradizione delle marce per la pace di Assisi. Invocare vuol dire pregare. E ha detto, “La pace si costruisce come la costruisce Trump”. La Chiesa della mente, della parola, è morta, è soffocata, non c’è più spazio per lei».
La biblista si riferisce all’uso strumentale della figura di san Francesco da parte del Governo italiano e, in particolare, al discorso di Giorgia Meloni ad Assisi, il 4 ottobre scorso, di fronte a una piazza Maggiore gremita. Nel panegirico sul santo, tra l’altro, la presidente del Consiglio ha detto: «La pace – ci ricorda sempre san Francesco – non si materializza quando si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza, coraggio, ci si arriva mettendo un mattone dopo l’altro con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza […]».
Dopo un primo imbarazzo del pubblico, un forte applauso irrompe nella chiesa San Filippo Neri.
Virgili ricorda poi l’Annuciazione: «L’angelo va da Maria, la quale conclude con un fiume di parole, il Magnificat che è il sogno del mondo, il sogno di Dio. A differenza di tanti cristiani che, qui da noi, si sentono impotenti di fronte al padrone del mondo, ovvero il potente di turno che, oltre a essere il padrone della morte, vuole anche essere il padrone della vita, oltre a essere padrone della guerra, perché ha fatto il deserto (a Gaza, ndr), vuole essere anche il padrone della pace». E conclude esortando: «Noi cristiani non possiamo permetterglielo».
La fiamma e le braci
Il cardinale Marengo torna a parlare di speranza: «Papa Francesco ci ha parlato del fuoco come immagine biblica: il fuoco della fiamma che illumina, ma anche il fuoco di brace, l’importanza di questo fuoco anche quando è nascosto sotto la coltre della cenere. La speranza è una virtù teologale, ha a che vedere con la grazia, cioè con il mondo di Dio che entra nel nostro mondo, e la speranza ha a che vedere con questo. Occorre alimentarla, è una questione di relazione personale con il Signore, tramite la preghiera, l’adorazione».
Virgili ricorda l’aspetto comunitario della speranza: «Chi spera sente una responsabilità, sente di dover sostenere la speranza di chi non spera o non può farlo. San Paolo dice che nella speranza siamo salvati, non nella fede».
I soggetti di speranza
Mancini identifica i soggetti di speranza, oggi, nel mondo: «Stiamo parlando sempre di una speranza per il bene comune.
Ci sono le persone corali, ovvero le persone che sanno vivere le relazioni, le accolgono come dono, non le tradiscono, non le eludono, non si chiudono nel calcolo del potere, del denaro, del proprio io.
Poi ci sono coloro che vivono in dinamiche di comunione. Si tratta di realtà trasformative, comunità in condizioni di degrado, economico, urbanistico, dove le persone si mettono insieme per fare un percorso di riduzione del malessere.
I movimenti popolari, quelli che salvano i migranti, la flottilla, quelli che si occupano dei diritti delle donne. Non sono solo movimenti di protesta, ma anticipano la società futura, concretizzandola in esperienze, esponendosi. Sono fermenti di una società nuova che operano già oggi.
E infine, le istituzioni con orientamento etico. Un reparto di ospedale, una classe di scuola».
E conclude: «Spesso dopo i dibattiti mi dicono: tutto questo è bello, però la realtà è dura. Quel “però” vuole ammazzare tutto. Ma, purtroppo, c’è gente che fa della depressione la sua ideologia di vita. Che è comoda, ma alla fine mortifera.
La speranza vera è un seme. Riguarda noi in profondità, e la risposta che possiamo dare ai fatti conta molto, deve essere una risposta vitale, capace di felicità, anche in presenza del dolore e delle fatiche».
Marco Bello
Torino. Festival della Missione. (Foto di Marco Bello)