È l’ennesimo passo indietro che il nostro continente, con il nostro Paese in testa, compie sulla tutela dei diritti umani.
Il diritto di asilo. Report Migrantes 2025
Mentre il Parlamento europeo emanava le nuove norme, la fondazione Migrantes – organismo pastorale della Cei, Conferenza episcopale italiana – girava l’Italia per presentare la nona edizione del suo rapporto 2025 sul diritto di asilo. Lo scopo è quello di domandare alle istituzioni italiane, europee e internazionali di intervenire sul fenomeno delle migrazioni con umanità e ragionevolezza.
Pubblicato da Tau edizioni con il sottotitolo «Richiedenti asilo: le speranze recluse», il report mette al centro numeri e statistiche, ma anche analisi approfondite sui molti aspetti legati alla mobilità umana nel nostro tempo a tutte le latitudini.
«Il volume si articola in tre parti – troviamo scritto nella pagina web migrantes.it -: Dal mondo con lo sguardo rivolto all’Europa, con cinque contributi e una scheda; Guardando all’Italia, con altri sei contributi e due schede, e infine un Approfondimento teologico. Ognuna delle due prime parti è corredata di un’ampia sezione di dati statistici, con tabelle, grafici e cartine».
Dati mondiali, storie individuali
Il focus delle analisi riguarda, come sempre, l’Italia e l’Unione europea, ma in questa edizione, per la prima volta, i curatori hanno voluto approfondire cosa si muove sul tema dell’asilo anche al di là dell’Oceano Atlantico, negli Stati Uniti di Donald Trump.
Si passa, così, dalle pagine che spiegano i motivi per cui 123,2 milioni di persone nel 2024 sono state spinte a lasciare la propria casa e il proprio territorio, a quelle sui sistemi di accoglienza in Italia. Da quelle che raccontano l’odissea di Amadou, un ragazzo del Gambia, tra le pieghe della burocrazia italiana, a quelle sulla crisi della cultura europea. Dalle pagine che raccontano esperienze virtuose come l’accoglienza in famiglia di minori non accompagnati, a quelle che parlano di leggi mai emanate che permetterebbero ai famigliari di conoscere la sorte di parenti scomparsi durante la migrazione.
Arretramento globale
Veniamo, dunque, a sapere, tra le altre cose, che nel mondo, nel 2025, il numero di persone in fuga è calato di quasi sei milioni rispetto all’anno precedente, ma il calo è dovuto al rientro di molti, spesso non volontario, in paesi non sicuri. Tre rifugiati su quattro si trovano in paesi a basso o medio reddito, quindi non in Europa e nemmeno negli Usa. Gli sfollati climatici nel 2024 erano 46 milioni.
Scopriamo che, mentre nell’Ue le domande di asilo nel 2024 sono calate (-13%; Germania -30%), in Italia si è registrato il massimo storico (quasi 159 mila), e che, nel frattempo, il nostro Pese ha avuto un record di dinieghi: il 64% delle domande di asilo sono state respinte, contro una media europea del 51%.
Leggiamo anche che in Italia, tra le persone beneficiarie di protezione internazionale e temporanea, due su tre vivono in condizioni di povertà relativa.
Riguardo agli Usa, il report della fondazione Migrantes parla di un modello di politica migratoria dell’amministrazione Trump che rischia di porre fine al sistema di asilo. E non risparmia critiche al sistema Ue che erode gradualmente il diritto di asilo. Mentre sottolinea la trasformazione della cooperazione internazionale in Italia, dove l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) ha perso la sua funzione originaria di riduzione della povertà nei paesi del Sud globale, e ha assunto un ruolo sempre più legato alle logiche della sicurezza, del controllo migratorio e dell’interesse economico nazionale, ad esempio finanziando la Guardia costiera libica.
L’appello della fondazione Migrantes
«Il Report 2025 – è l’appello lanciato dalla fondazione Migrantes sul suo sito, sul quale si può anche leggere e scaricare una sintesi dei contenuti – invita istituzioni e società civile a ricollocare al centro “diritto internazionale, diritto d’asilo, diplomazia e bene comune”. In un mondo che rischia di normalizzare la crisi e la disumanizzazione, il riconoscimento dell’umanità di chi fugge rimane il fondamento irrinunciabile di ogni democrazia».
Luca Lorusso
Prendersi cura, caso per caso
Persone di diverse nazionalità del Sudest asiatico raggiungono Taiwan in cerca di lavoro. Spesso sono sfruttate e ci sono casi di traffico di esseri umani. Da quasi trent’anni un centro diocesano assiste questi migranti. Abbiamo incontrato le responsabili.
Hsinchu. Suor Jocelyn Arevalo ci accoglie con un largo sorriso. È una persona minuta e piena di vitalità. Parla inglese in modo fluente. Chiamata da tutti suor Joyce, è filippina, e da oltre 25 anni vive e lavora a Taiwan. La sua congregazione, le suore agostiniane di Nostra Signora della consolazione ha avuto origine a Manila, all’inizio del secolo scorso.
Lei è la responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Hsinchu, che copre una vasta zona a Sud della capitale Taipei. Subito ci invita a entrare nel palazzo sede del Hsinchu catholic migrants and immigrants service center, centro servizi per migranti, il maggiore dei tre che gestisce la diocesi.
Qui ci presenta Lydia Nieh, la supervisionatrice dei casi, ovvero colei che coordina tutti gli operatori (case workers) che lavorano con le persone assistite dal centro. Questi seguono ogni «caso», appunto, singolarmente. Lydia è anch’essa una immigrata, nata in Myanmar, di etnia cinese. Infine, suor Joyce ci introduce alla direttrice del centro, Gracie Liu, taiwanese.
Le tre donne, di tre origini diverse, paiono piuttosto affiatate.
Suor Joyce prende subito la parola: «Questo centro, che ha celebrato 27 anni di attività, non realizza solamente il lavoro pastorale con i migranti, ma è un vero centro servizi per loro. Certo forniamo il nostro accompagnamento per la crescita spirituale dei lavoratori migranti, ma anche un aiuto emotivo, psicologico e fisico. Ad esempio, organizziamo la messa nelle diverse lingue in cattedrale. E – continua la religiosa – facciamo consulenza per i casi di depressione, ricerca della famiglia, o diversi altri problemi pratici che possono incontrare. Inoltre, quando necessario, offriamo letti e docce in dormitori. Più in generale, difendiamo i diritti dei migranti».
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
Chi migra a Taiwan
Taiwan è uno dei pochi Paesi ad alto reddito nella regione, per questo motivo è meta ambita di migranti dalle varie nazioni limitrofe. Il centro diocesano si occupa dei lavoratori migranti più bisognosi: «Qui vengono soprattutto filippini, vietnamiti, indonesiani, e thailandesi – continua suor Joyce -. Molti filippini lavorano nelle fabbriche dei semiconduttori, al Science park di Hsinchu (vasta area industriale dove sono presenti i maggiori stabilimenti di semiconduttori al mondo), perché sono favoriti dal fatto che parlano inglese. I vietnamiti sono molto bravi nelle costruzioni e sono impiegati nei cantieri. Le donne indonesiane trovano lavoro come care giver presso le famiglie». Gli uomini di varie nazionalità, inoltre, lavorano anche in agricoltura e nella pesca.
«Il vescovo, monsignor Lee, ci supporta molto, è coinvolto con il nostro lavoro, e noi lo aggiorniamo sempre sulle attività del centro.
Tra tutte le diocesi di Taiwan, possiamo dire che quella di Hsinchu ha i centri migranti meglio organizzati. Ce ne sono tre, di cui uno dedicato ai vietnamiti in Taoyuan».
Abbiamo incontrato monsignor John Baptist Lee Keh-mien alcuni giorni fa. Ci ha informati sul fatto che molti migranti frequentano le parrocchie e che lui sta incoraggiando sacerdoti e religiose dei Paesi di maggiore immigrazione a venire a lavorare in diocesi, in modo da ridurre le barriere linguistiche e culturali.
Ci ha, inoltre, raccontato della sua preoccupazione per i lavoratori senza documenti, e di come, talvolta, la polizia venga a cercarli durante la messa.
Secondo lui, «l’economia di Taiwan ha bisogno di questi lavoratori, ma quelli senza documenti vengono sfruttati perché pagati di meno».
Assistenza personalizzata
Lydia prende la parola: «Assistiamo ogni migrante personalmente. Innanzitutto verifichiamo se ci sono state delle violazioni dei suoi diritti. Per fare questo cerchiamo di capire se dicono la verità, poi registriamo il caso e chiamiamo i servizi governativi. In Taiwan c’è il numero telefonico dedicato alla protezione dei lavoratori migranti. Questi possono chiamare il numero e trovare un operatore che parla la loro lingua. Li incoraggiamo a chiedere assistenza e li aiutiamo nella negoziazione, se necessario.
Abbiamo anche delle strutture per dare loro un aiuto diretto. Possiamo fornire un letto e una doccia, se ne hanno bisogno. Di solito le fabbriche che impiegano questi lavoratori, mettono a disposizione dei dormitori. Mentre i lavoratori domestici dormono a casa del datore di lavoro. Nel caso non potessero, ad esempio per conflitti con il datore stesso, possono venire qui».
I posti a disposizione nel centro sono sessantadue e gli ospiti stanno mediamente uno o due mesi, ma in alcuni casi possono stare anche per tempi più lunghi.
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
Le vittime di traffico
Particolare importanza è data ai casi di vittime di traffico di persone. «Esistono degli intermediari illegali che vanno nei Paesi di provenienza e propongono ai potenziali migranti un lavoro, dicendo che è previsto un alto salario – spiega Lydia -. Questi partono, e l’intermediario li propone per dei lavori presso suoi clienti che di solito, però, non sono quelli pattuiti. Ad esempio, le lavoratrici domestiche vengono trattenute e quasi segregate. “Puoi guadagnare più soldi”, dicono loro, “sei già qui, perché no”, e restano imbrigliate. Talvolta sono salvate dalla polizia.
In altri casi il datore di lavoro usa falsi contratti, chiede ai lavoratori di venire a Taiwan e poi li dirotta su altre società.
Lydia racconta di un caso accaduto circa tre anni fa: «È successo che a una ventina di uomini vietnamiti, l’intermediario avesse parlato di una ditta inesistente, mostrando documenti falsi per farli venire dal Vietnam. Quando i lavoratori sono arrivati a Taiwan, l’intermediario li ha portati a una compagnia differente da quella prevista, dicendo loro che potevano lavorare lì. Ma i migranti non avevano il permesso di lavoro, e non hanno ricevuto alcun contratto, iniziando quindi un lavoro con un salario ridotto in quanto essi erano “illegali” nel Paese».
La vicenda è venuta poi alla luce perché uno dei vietnamiti, stufo di essere sfruttato, è andato dalla polizia. «Gli agenti hanno investigato per sei mesi, trovando, infine, un gruppo di ventuno lavoratori migranti senza documenti e sfruttati. Li hanno portati al nostro centro chiedendoci di dare loro rifugio».
Se sono ingressi illegali, come normalmente capita in questi casi, e sono riconosciuti come casi di traffico di persone, i migranti ottengono uno status legale, e il permesso di lavorare.
Lavoratori senza documenti
«Per quanto riguarda le persone prive di documenti, le aiutiamo per pratiche varie, ma anche, per esempio, per andare all’ospedale. La diocesi di Hsinchu gestisce, infatti, il Mercy hospital. Il Governo chiede la segnalazione alla polizia dei migranti senza documenti. In alcuni ospedali lo staff rispetta questa regola. Ma nell’ospedale della diocesi non si fa. Se i migranti hanno un incidente sul lavoro, ci chiedono aiuto, e anche se sono senza documenti, noi li assistiamo. Ma se vanno davanti a un giudice, questo li fa arrestare. Quindi, talvolta diciamo loro di andare prima dalla polizia a dichiararsi spontaneamente».
Gracie, la direttrice del centro, ci fa il punto su alcune attività: «Sovente i migranti non capiscono i documenti e non sanno dove firmare, ad esempio i contratti di lavoro. Tutto è scritto in lingua cinese e non ci sono traduzioni.
Gli intermediari, o i datori di lavoro, dicono loro di firmare. Ma loro non si sentono sicuri».
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
I gruppi di assistenza
«Da quando abbiamo scoperto questi problemi, il nostro ufficio ha organizzato gli Education assistance groups (gruppi di educazione e assistenza). Si tratta di gruppi di lavoratori immigrati, già stabilizzati, in particolare filippini. Alcuni di loro sono i nostri leader in cattedrale per la pastorale internazionale delle comunità cattoliche.
I gruppi di educazione e assistenza responsabile offrono formazione ai gruppi di migranti arrivati da poco. Questo lo si fa con cadenza mensile.
Per qualsiasi tipo di problematica incontrino i migranti, noi cerchiamo di dare loro una formazione adeguata. Lo facciamo in cattedrale, ma anche in diverse chiese della diocesi. Numerose sono le comunità filippine e indonesiane.
Il gruppo di educazione è anche un modo per fare sapere ai lavoratori migranti che in questa diocesi esiste un centro che può aiutarli. È un lavoro di sensibilizzazione», continua Gracie.
«Come canale informativo usiamo anche due pagine Facebook, una del centro e l’altra della cattedrale. Qui riceviamo commenti, domande, in diverse lingue.
Quando vediamo qualche messaggio, intervengono i nostri operatori delle diverse nazionalità, in modo che possiamo sempre assicurare una risposta in ogni lingua. Anche per questo ci chiamano per assistenza».
Suor Joyce spiega: «In cattedrale abbiamo due messe la domenica e, talvolta, subito dopo la funzione, qualche lavoratore migrante viene a farci delle domande, se ci sono questioni che non capiscono. Io chiamo la direttrice, anche se è domenica. Ecco perché siamo sempre disponibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
Di solito facciamo una breve formazione di quindici minuti con i membri dei gruppi di educazione e assistenza prima della messa, sulle questioni più importanti.
Ad esempio, c’è stato un periodo nel quale davamo informazioni sull’uso delle moto, perché i migranti non conoscono il codice stradale di Taiwan e vengono fermati sovente dalla polizia. Nelle Filippine si guida in maniera molto differente.
Questa è educazione pratica. Aiutiamo anche su questioni riguardanti i soldi, ad esempio sui prestiti che spesso nascondono truffe. Un lavoro preparatorio è fare delle riunioni nelle quali gli animatori di questi gruppi di educazione discutono su come sia meglio agire a fronte di vari eventi. Le loro esperienze personali di ex migranti aiutano molto.
Con la direttrice e Lydia discutiamo una volta al mese insieme ai nostri case workers, per parlare di quali sono i casi, e di quali sono le cose che dobbiamo fare per loro.
C’è sempre un lavoro di squadra, una discussione, affinché il nostro centro dia un servizio migliore. Una difficoltà è data dal dovere interagire con molte nazionalità differenti», conclude suor Joyce.
Taiwan, Hsinchu, opere sociali della Chiesa.(Foto Marco Bello)
In rete per i migranti
I tre centri migranti della diocesi di Hsinchu fanno parte del Migrant empower network di Taiwan (Men), una piattaforma di tutte le organizzazioni che si occupano di migrazione.
«Ci si ritrova a discutere quali sono i temi più importanti per i migranti – ci racconta suor Joyce -. Ogni due anni abbiamo un raduno internazionale sulla migrazione, durante il quale si discute, in particolare, un tema. L’ultimo è stato “abolire il sistema degli intermediari”, cioè quelle persone che reclutano all’estero gente da sfruttare, perché essi creano molti problemi ai migranti.
Abbiamo cercato di rispondere ad alcune domande: come prendono i soldi ai migranti? E qual è il punto di vista del Governo di Taiwan?
Stiamo continuando la lotta su questo. E migranti da diversi Paesi e Ong si ritrovano in questi incontri».
Al centro, i migranti possono frequentare corsi di lingua cinese, di musica, o chiedere counseling ai case workers, fare incontri. Ma anche seguire formazioni per le care giver, e altre sulla legislazione, o su come collaborare con i datori di lavoro e come trovare un impiego, impostando correttamente un colloquio di selezione. Il centro mette a loro disposizione svariate attività. Essi vi soggiornano quando aspettano un lavoro, e lo attendono con impazienza, perché le loro famiglie nei Paesi di origine hanno bisogno di soldi. In alcuni casi, i migranti attendono il permesso di lavoro oppure il rimpatrio.
«Anche se il nostro centro è cattolico, noi non facciamo distinzione di religione. Incoraggiamo i migranti a pregare ciascuno nel proprio credo, a frequentare la propria chiesa, o culto. Anche il nostro staff non è affatto tutto cattolico.
Inoltre, la diocesi organizza incontri tra le varie religioni, con protestanti, buddhisti, taoisti», conclude suor Joyce, facendo riferimento alla grande pluralità religiosa che si vive a Taiwan. Alla fine del nostro incontro, le tre leader ci portano a visitare i locali del centro. Ci incuriosisce una saletta all’ingresso della quale c’è un cartello: su sfondo verde è disegnato il simbolo di una moschea stilizzata, e sono scritti i testi «muslim prayer room» in inglese, sala di preghiera in bahasa indonesia e in cinese. Un piccolo grande esempio di accoglienza.
Marco Bello
Taiwan, Hsinchu, la cattedrale, esterno.(Foto Marco Bello)
Il lavoro per l’inclusione nella diocesi di Hsinchu Le persone al centro
Incontriamo suor Maristella Piergianni, missionaria del Sacro costato. La sua è una congregazione di spiritualità ignaziana, fondata a Gravina di Puglia (Bari) da Eustachio Montemurro nel 1908 (cfr. MC luglio 2025).
Suor Maristella vive a Taiwan dal 1965 e ha 83 anni, ma ne dimostra dieci di meno. Siamo al centro Social welfare foundation san Giuseppe, un palazzo moderno di cinque piani nel centro cittadino. È un luogo nel quale ci si occupa di disabilità.
La religiosa ci presenta Monica Lin, la direttrice del centro, e ci racconta l’origine di quest’opera: «Nel 1975 era parroco qui a Hsinchu un padre gesuita ungherese, Stefano Jasko. Un giorno vide un ragazzo con disabilità aggirarsi per le strade senza una meta, ed ebbe l’intuizione di accoglierlo. Ha iniziato così a raccogliere ragazzi che nessuno voleva negli edifici della parrocchia. Alcune famiglie tenevano i ragazzi segregati in casa perché ne avevano vergogna. La voce si è sparsa, così sono arrivati altri disabili fisici e mentali. I ragazzi sono diventati tanti e c’è stata la necessità di creare un centro adatto per loro».
Suor Maristella ci spiega, inoltre, che per alcuni decenni il centro è stato in un altro edificio, nella parrocchia di san Giuseppe, poi, circa undici anni fa, è stato costruito il palazzo nel quale ci troviamo, realizzato con tutti i criteri per le disabilità fisiche.
Qui sono seguite un migliaio di persone, di tutte le età, dai bambini piccoli agli adulti. Ma non è un centro residenziale. Alcuni vivono a casa dei genitori, altri in case famiglia. C’è anche un dormitorio legato al centro in un’altra struttura.
Suor Maristella parla con noi in italiano e si confronta con la direttrice in cinese, in entrambe le lingue ha lo stesso simpatico accento del Sud Italia.
«Qui è come una scuola, dove ci sono molteplici attività per ragazzi e adulti, ma tutte diurne. Ognuno però è seguito singolarmente in tutto il suo percorso. Alcuni di loro lavorano, secondo le proprie capacità. Facciamo in modo che possano essere autonomi, quando possibile. Poi ci sono quelli più gravi, che non possono lavorare».
Il centro, fondato dai Gesuiti, è inserito nelle opere sociali della Chiesa. Con la riduzione generale del numero di sacerdoti, la direzione è stata affidata direttamente alla diocesi. Nei primi anni ha ricevuto finanziamenti dall’estero, dalla rete della congregazione. Poi anche dal Governo di Taiwan. Oggi, si regge su donazioni di privati taiwanesi e su contributi statali per il pagamento del personale. Vi lavorano, infatti, circa centocinquanta persone.
«Io sono infermiera – continua suor Maristella – diplomata negli Stati Uniti. Lavoravo in un ospedale della diocesi, poi, nel 1992, padre Stefano chiese alla nostra congregazione un’infermiera per aiutarlo con i suoi ragazzi. E così fui trasferita al centro. A parte un periodo di alcuni anni durante i quali ho fatto la superiora provinciale, sono rimasta a lavorare qui, assumendo incarichi diversi».
Mentre parla si interrompe e, con gli occhi sorridenti, dice: «Ma sono felici questi ragazzi, sono belli. C’è anche la banda musicale per le grandi feste!».
Suor Maristella e la direttrice ci mostrano poi una sala, nella quale si trovano giochi e pitture realizzate dai ragazzi e ragazze del centro: «Tutte queste cose vengono vendute per autofinanziamento», dice soddisfatta la religiosa.
Quattro giorni di incontri, dibattiti, teatro, laboratori e musica
Torino ha ospitato la terza edizione del Festival della Missione. Cinquanta appuntamenti che hanno coinvolto centinaia di persone per guardare alla missione di ieri e di oggi e immaginare quella di domani, nel segno della speranza.
L’apertura della terza edizione del Festival della Missione avviene giovedì 9 ottobre per le strade di Torino. Sei gruppi di partecipanti si trovano in diversi punti della città alle 17. Faranno un «pellegrinaggio laico» verso la location principale della rassegna, la chiesa barocca di San Filippo Neri, a due passi dalla centrale piazza Castello.
Noi ci troviamo in corso Vittorio Emanuele II, una delle grandi arterie del centro, di fronte al carcere Le Nuove. Edificano del XIX secolo, è stato dismesso negli anni 80. Oggi è un museo, e ospita anche la sede di alcune associazioni. Siamo circa venti persone tra suore, sacerdoti e laici.
Sul muro, una targa reca la scritta: «In questo carcere dal 1922 al 1945 soffrirono detenzione migliaia di italiani antifascisti».
Dall’altra parte del corso, piuttosto trafficato, si erge il palazzo Intesa San Paolo, uno dei due costruiti in città dopo il 2000, che sfidano l’altezza della Mole Antonelliana.
Noi partiamo dalla «periferia umana» del carcere. Gli altri gruppi, che si muovono dalla stazione di Porta Nuova, da Porta Palazzo e altri luoghi, ne conducono in centro altre: le dipendenze, le migrazioni, la salute mentale, il disagio abitativo, la povertà educativa. Sono periferie che la Chiesa abita rimarginando ferite e alimentando speranza.
In testa a ciascuno dei piccoli cortei, una persona sostiene la stampa di un’opera dell’artista Massimo Ungarelli che ha interpretato il tema del Festival «il Volto Prossimo»: quella del nostro gruppo mostra in primo piano gli occhi di un ragazzo che afferra con una mano un filo spinato.
Lungo la strada si aggregano altre persone. Tra gli sguardi incuriositi di torinesi e turisti, percorriamo corso Matteotti, via XX Settembre, piazza San Carlo, fino alla chiesa San Filippo Neri.
Inizia il terzo Festival
In fondo alla grande navata settecentesca, davanti al presbiterio, è allestito un palco con poltroncine bianche, in stile minimalista, e un megaschermo che mostra il logo del Festival della Missione.
Ai due lati della navata le persone si fermano a guardare le opere di due esposizioni artistiche: le foto di Reza Shahbidak sulla vita in Afghanistan, le vignette di Mauro Biani sull’assurdità delle guerre viste attraverso lo sguardo dei bambini.
La chiesa è piena. Si è appena concluso il primo «panel» sul tema delle migrazioni: padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, è stato a Modica, in Sicilia, per accogliere i migranti (e là torna da dicembre, ndr); don Lorenzo dall’Olmo, fidei donum di Vicenza, lavora a Boa Vista, in Brasile, con persone che fuggono dal Venezuela; Lorena Fornasir e il marito Gian Andrea Franchi soccorrono chi proviene dalla rotta balcanica; Precious Elolen Ugiagbe, nata in Nigeria, si occupa a Torino della salute mentale delle famiglie migranti con la Fondazione Mamre.
Inizia così la prima giornata del Festival della Missione 2025 promosso dalla Conferenza degli Istituti missionari in Italia (Cimi), da Missio Italia, organismo pastorale della Cei, accolto dalla Diocesi di Torino e organizzato grazie alla partecipazione di molte realtà locali e nazionali. Le due precedenti edizioni si sono tenute a Brescia nel 2017 e a Milano nel 2022.
Anche per questa terza edizione, il Festival ha avuto un suo pre festival, con iniziative in tutta Italia. In più, nei giorni scorsi, nel capoluogo piemontese ci sono state diverse anteprime, tra cui quella molto partecipata dal titolo «Conquistare la pace e organizzare la speranza», con il cardinale Matteo Zuppi e l’analista geopolitico Dario Fabbri, intervistati da Francesca Caferri.
Dalle periferie al centro
Alle 18 del primo giorno di Festival, mentre la chiesa di San Filippo Neri si riempie, sale sul palco l’attore Diego Casale che condurrà i presenti in un viaggio attraverso le storie di sei persone.
Le chiama una per volta. Ciascuna racconta la propria esperienza di fragilità e solitudine. Tutte hanno trovato una forma di guarigione nell’incontro con qualcuno, con dei «volti prossimi».
Favour, nigeriana di 30 anni, racconta il suo viaggio nel Mediterraneo, e l’accoglienza di persone che l’hanno aiutata. Roberto, 81 anni, è stato un trafficante di droga. Finito in carcere, ha iniziato a studiare, ed è cambiato. Miranda, giovane psicologa che lavora nell’educativa di strada a Torino, incontra molti ragazzi e le loro ferite. Stefano, 59 anni, con una lunga storia di dipendenza da eroina e di vita per strada, vive da tre anni in una delle case della Comunità Papa Giovanni XXIII. Valentina, 41 anni, con disturbi dello spettro autistico, parla di violenze subite, abusi, bullismo, delle volte in cui è stata istigata al suicidio. È attiva come volontaria in favore di persone con problemi di salute mentale. Infine, parla Mario, infermiere, con un vissuto di depressione e ludopatia. Aiutato dal Gruppo Abele, oggi non gioca più, e, come gli altri saliti sul palco prima di lui, «ci mette la faccia» per aiutare a sua volta.
La chiesa è immersa nel silenzio, nonostante sia piena. Tutti attenti. Molti hanno gli occhi lucidi.
Mezz’ora dopo, sul palco sale padre Adelino Ascenso, della Società missionaria della Buona Novella, con esperienze in Portogallo, Germania, Asia e Sud America. Dialoga con Marinella Perroni, del Coordinamento teologhe italiane, attorno a uno stile di missione che scava nelle culture per cercare e aiutare a far germogliare i semi del Verbo, anche in contesti secolarizzati.
Alle 21,30 inizia l’ultimo appuntamento di questa prima giornata di Festival: il reading teatrale «Il bene va fatto bene e senza rumore». La voce narrante dell’attrice Alida Tarallo conduce il pubblico nella vita di san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati e san Carlo Acutis. Il pubblico è entusiasta, e torna a casa che sono passate le 23.
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Dibattiti, laboratori, musica, teatro
Venerdì 10 ottobre il Festival prende la rincorsa già dalle 8,30 con la meditazione biblica di Antonietta Potente. Fino a sera tarda ci saranno dibattiti, laboratori, musica, teatro, presentazioni di libri, momenti di preghiera. Un addensarsi di appuntamenti, articolati tra la chiesa di San Filippo Neri e gli spazi della Facoltà teologica, che getta i partecipanti nell’imbarazzo della scelta.
Il sabato sarà ancora più intenso. Agli appuntamenti in chiesa e in facoltà, si affiancheranno laboratori e giochi per ragazzi, sia negli spazi dell’oratorio di San Filippo Neri che in piazza. E, soprattutto, si aggiungeranno i dibattiti, le testimonianze, le musiche e le danze che, dal grande palco montato in piazza Castello, attireranno alcune centinaia di persone, tra partecipanti «fissi» del Festival e torinesi e turisti di passaggio.
La domenica, invece, sarà più breve, e il Festival rallenterà la corsa fino alla Santa Messa celebrata dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che chiuderà la kermesse.
Anche noi cerchiamo di orientarci tra i circa cinquanta appuntamenti e i centocinquanta ospiti in programma. Venerdì, sabato e domenica ci muoviamo da un punto all’altro del Festival, raccogliendo sguardi allegri e altri seri, pezzi di conversazioni, abbracci tra persone che non si vedono da anni. Anche qualche sorriso perplesso di passanti che sollevano un sopracciglio di fronte alla parola «missione» e ai veli selle suore.
Passando da piazza Castello, siamo rapiti dalla scena che ci appare: accanto alla gher, la tenda tradizionale mongola, allestita dal Festival, si trovano le tende da campeggio abitate da mesi dai giovani del presidio pro Palestina.
I temi del Festival (i diritti delle persone, la pace, la cura dell’ambiente, gli ultimi, i popoli emarginati, la speranza di un’umanità che sappia risollevarsi da questi tempi difficili), sono in sintonia con i desideri di molti.
Negli spazi dell’oratorio della chiesa di San Filippo Neri, dove è stata allestita la «Casa missione», alcuni partecipanti riposano su un divano, e sorseggiano un caffè. Lì, sabato, incontriamo l’équipe nazionale di Missio Ragazzi che propone laboratori sul tema della Speranza. Sfogliamo alcune delle riviste missionarie presenti su un tavolo della Fesmi, la Federazione stampa missionaria italiana. Dentro e fuori la chiesa, alla facoltà teologica, e poi in piazza Castello, incrociamo le pettorine arancioni dei circa cento volontari coinvolti.
I bambini dipingono la pace su alcuni pannelli, aiutati dall’artista argentino Cristian Daniel Camargo. Ragazzi e i loro genitori si siedono accanto alla gher su alcuni cuscini per ascoltare con le cuffie una voce che parla di muri. In Facoltà teologica molti alzano lo sguardo per osservare i teli appesi al portico del chiostro sui quali son riprodotte alcune foto di ragazzi haitiani.
Osserviamo la curiosità di molti passanti che si fermano ad ascoltare. Soprattutto durante l’evento di piazza Castello. Stupiti di fronte all’allegria di suor Azezet Kidane, comboniana eritrea che dal palco si dice felice della sua missione ovunque si trovi, anche in Italia, perché dappertutto ci sono persone da amare. Rapiti dalle parole appassionate di don Luigi Ciotti. Ammutoliti di fronte alla stretta di mano tra Basel Adra, regista palestinese premio Oscar per il docufilm No other land, e Yonatan Zeigen, figlio di una pacifista israeliana uccisa il 7 ottobre 2023 da Hamas.
Nel pomeriggio di sabato la folla può ascoltare anche le parole di don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Mediterranea che fa opera di salvataggio di persone in mare; e poi quelle sul Myanmar di Kim Aris, figlio della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e di Taghi Rahmani, giornalista e scrittore iraniano, marito di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023.
Il volto dell’altro ci libera
Domenica 12, alle 14,30 la chiesa di San Filippo Neri è piena. Alle 15, il cardinale Roberto Repole celebrerà l’eucaristia nel suo stile semplice, sorridente e pacato, tra i canti e le danze etniche delle processioni all’altare. Tra i concelebranti, anche il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto apostolico in Mongolia.
Prima della celebrazione, giriamo tra i banchi e ascoltiamo alcuni commenti. Molti si confrontano sulle testimonianze ascoltate, sui temi approfonditi nei quattro giorni di Festival.
Il tema della cura del creato e dell’economia. La teologia «dalle periferie», quell’ascolto che la Chiesa pone al pensiero e alla teologia dei popoli che incontra nel mondo. Il coraggio di attivisti che in tutti i continenti rischiano la vita per denunciare le violazioni dei diritti umani e cambiare le cose. La bellezza delle storie di missione. Il racconto di situazioni di conflitto, e di realtà di periferia e di marginalità, da Haiti alla Rd Congo, al Bangladesh. L’auspicio di una Chiesa sempre più inclusiva che sviluppi una teologia queer. L’emozione della testimonianza di una madre che ha raccontato di aver voluto incontrare l’assassino di suo figlio. La necessità di un’informazione libera che aiuti i popoli a scegliere il bene comune. La declinazione della parola Speranza, ripetuta a ogni appuntamento.
Al rammarico di alcuni per non essere riusciti a seguire tutti gli appuntamenti, altri rispondono che la gran parte degli incontri sono stati filmati e si potranno guardare dal sito del Festival.
Il cardinale, nell’omelia, medita sul Vangelo appena letto: i dieci lebbrosi di Luca. L’evangelista ricorda che Gesù cammina verso Gerusalemme, il luogo in cui si compirà la sua missione: la Pasqua. Il figlio di Dio si annienta per risorgere e attirare a sé l’umanità. Vicino a un villaggio incontra dieci lebbrosi che urlano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». Gridano la coscienza della loro umanità, un’umanità ferita, violentata, malata, precaria. Gesù li invia ai sacerdoti, e loro si fidano, credono. Uno solo poi torna da lui per rendere lode a Dio. Il fine del credere è il decentramento, lasciare che l’altro sia al centro di ciascuno di noi. L’altro da cercare nell’incontro. Siamo tutti chiamati ad avere coscienza della fragilità e della violenza a cui sottostà l’umanità, la nostra, e quella di tutti; e a sentire compassione. Orientarci al volto di Cristo e a quello dell’altro, al volto prossimo, ci libera.
La missione ha tante facce quanti sono i missionari che spendono la loro vita nell’incontro dell’altro. Spinti dal Volto del Signore, si fanno prossimi di «streghe», ragazzi di strada, migranti, spose bambine, popoli discriminati, vittime di conflitti.
Scorrendo il programma del Festival, i nomi di missionari e missionarie attivi sul campo sono molti. Si mescolano a quelli di giornalisti, analisti geopolitici, economisti, attivisti, teologi, sociologi, vescovi, artisti. Andiamo a cercarne alcuni per ascoltarne la voce e la straordinaria varietà di esperienze.
Con le «streghe» della Rd Congo
Prima che la quattro giorni del Festival iniziasse, abbiamo incontrato, alla conferenza stampa del 30 settembre, Natalina Isella, suora laica dell’Istituto secolare delle discepole del Crocefisso, missionaria in Rd Congo dal 1976. Nel 2002 ha fondato la Casa Ek’Abana, Casa delle bambine, nella quale ha accolto più di 700 bambine sottratte alla strada e all’accusa di stregoneria.
«Ho fatto 20 anni in foresta e 28 anni a Bukavu (Est del Paese) – racconta -. A Bukavu, a fine anni 90, c’era la guerra. Andavo con una équipe missionaria nella foresta a portare speranza.
A Bukavu c’erano profughi ruandesi. Quando sono andati via, sono rimasti molti bambini di strada, tra cui anche bambine accusate di stregoneria. Mi hanno chiesto di aiutarle e ne ho accolte nove. Poi la provvidenza mi ha accompagnato, e nel tempo, da nove, sono diventate cinquanta».
Suor Natalina ha raccontato che il suo lavoro non si ferma solo all’accoglienza, ma consiste anche nel tentativo di reinserire le bambine nelle loro famiglie e nella comunità, facendo un percorso di perdono e riconciliazione.
Non sempre, però, si riesce, allora suor Natalina cerca altre famiglie. A Bukavu oggi sono cinquantaquattro quelle che hanno accolto bambine in questo modo. Un grande segno di speranza.
«Qualche tempo fa, mi sono state portate due sorelle. Ma loro non volevano entrare. Sono uscita: tremavano dalla paura. La loro mamma era morta partorendo il terzo fratellino, e i parenti avevano dato la colpa a loro. Io ho chiamato alcune altre bambine a parlare con le due sorelle. Così la paura è passata. Mangiando i biscotti la più piccola mi ha detto: “Ci hanno insultate e picchiate, e nessuno ha pensato che anche noi soffrivamo per la morte della mamma”. Allora le ho abbracciate».
Le spose bambine del Bangladesh
Al mattino del secondo giorno di Festival, in un unico incontro, abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di quattro missionari.
Il primo a parlare è padre Luigi Paggi, missionario saveriano lombardo che vive in Bangladesh dal 1975 presso popolazioni non cristiane e marginali. «Per 25 anni – racconta – ho fatto il maestro alle elementari. Ho insegnato ai fuoricasta, gli intoccabili. Insegnavo a leggere e scrivere. Poi, quando crescevano, li coscientizzavo sui loro diritti negati. Negli altri 25 anni mi sono occupato di istigare le ragazzine della tribù di cui mi occupo a ribellarsi ai genitori e, se necessario, a fuggire da casa per evitare i matrimoni forzati. Sposarsi a 12-13 anni, infatti, significa spesso partorire a 14 con alti rischi per la vita dei bambini e delle mamme.
Negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a costruire case anticicloni e antialluvioni. Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, e io sono in una zona in cui le capanne cadono addosso a chi le abita».
Padre Luigi racconta un aneddoto: «Una volta ho aiutato in una “conversione al contrario”. Dieci famiglie della tribù si erano aggregate a una chiesa protestante i cui membri erano ricchi e le giudicavano incivili e selvagge. Per cui, le ragazze non trovavano marito. Mi hanno chiesto aiuto, e io ho contattato le loro comunità di origine. Queste hanno acconsentito a riprenderle con loro, a condizione che sconfessassero il cristianesimo e che pagassero un pranzo di comunione piuttosto costoso. Io, allora, ho donato due maiali. Avvenuta la riconciliazione, dopo alcune settimane le ragazze hanno trovato marito».
Attraverso lingue e culture
Suor Tiziana Borsani, varesotta, è Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1991. Si presenta dicendo di essere in Italia dal 2023. A Pavia dirige quattro comunità educative residenziali per bambini e ragazzi in situazione di disagio, soprattutto minori stranieri non accompagnati, minori di seconda generazione, altri che si ricongiungono con le famiglie. «In Italia – racconta -, dopo il Covid, ho trovato molto impoverimento. Ci sono tanti ragazzi che soffrono, che hanno bisogno di umanità, di essere ascoltati. Vengono da un trauma. Attraverso i servizi, chiedono di essere accolti da noi. Ci sono anche molti che arrivano in Italia per ricongiungersi con i genitori, ma li trovano non integrati, e sentono il forte conflitto tra la cultura italiana e quella di provenienza».
Prima di quest’ultimo incarico, suor Tiziana, ha lavorato in Europa dell’Est e in Africa dell’Ovest. Dal 1997 per sei anni è stata in Georgia, in un villaggio al Sud del Paese, al confine con la Turchia. Poi è stata cinque anni in Russia. Nel 2010 è partita per Abidjan, in Costa d’Avorio, dove ha lavorato con i bambini di strada. Infine, è andata in Ghana (2013-2015) e in Benin (2015-2023).
«In ogni posto in cui sono stata – riflette -, ho imparato qualcosa: lasciarmi accogliere in Georgia; in Russia il grande silenzio; in Africa l’andare all’essenziale della persona umana.
Nei tanti passaggi che ho dovuto fare, cambiando Paese e lingua e anche modalità di pregare, ogni volta mi sono trovata come in prima elementare: dovevo ricominciare sempre da capo. Una fatica che ho colto come un’opportunità».
Suor Tiziana racconta che in Georgia, poco dopo il suo arrivo, un giorno si è presentato un giovane a chiedere aiuto per un malato. «Io prendo la borsa con disinfettante, garze, eccetera, e lo seguo. È novembre, c’è freddo e neve. Quando finisco sono già le sette di sera, e io mi sento preoccupata perché voglio tornare in comunità per la cena. Ma questo giovane mi dice: “Lasciati accogliere”. La famiglia, per ringraziare, ha già preparato la tavola anche per me. Questa frase è stata, poi, la mia guida: non vado a dare quello che ho e che so, ma a condividere la mia vita».
Vincere l’insidia dell’impotenza
Padre Luca Bovio è Missionario della Consolata milanese. Dal 2008 in Polonia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha prima aiutato nell’accoglienza dei profughi, poi ha iniziato a compiere viaggi oltre confine per portare aiuti agli ucraini e creare reti con le Chiese locali. Da marzo 2025 è stato nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Ucraina.
«Nel 2006 i Missionari della Consolata sono arrivati in Polonia, un Paese cattolico, ma bisognoso di uno spirito missionario – racconta padre Luca -. Ora vivo a Kiev da qualche mese. La gente lì ha voglia di normalità: i negozi sono aperti, i mezzi di comunicazione funzionano, però ogni giorno suonano le sirene per i bombardamenti, e occorre andare nei rifugi. Dove vivo, dormiamo lontani dalle finestre, per proteggerci dalle esplosioni.
Il Paese sta affrontando un conflitto lungo. Arriva un altro inverno, e saranno colpite di nuovo le strutture energetiche con lo scopo di lasciare al freddo le persone. Credo, però, che sia doveroso credere che si può uscire da questa situazione. Dobbiamo vincere l’insidia di stancarci e di dire “non possiamo fare più niente”.
Poco tempo fa, mi trovavo a portare aiuti lungo il fronte, e un medico mi ha raccontato una storia: i russi usano piccoli droni dotati di telecamera che individuano il bersaglio e sganciano l’esplosivo. È capitato che una volta il drone non ha funzionato. I soldati si sono avvicinati e l’hanno raccolto. Sopra c’era una scritta in russo che diceva: “Ti ho aiutato come ho potuto”. Un gesto che non va sui giornali, ma che ci indica la direzione».
Guardare il mondo dal Sud
Padre Mauro Armanino, nato a Chiavari nel 1952, inizia il suo intervento con una sintesi della sua via missionaria. «Sono stato operaio e sindacalista negli anni di piombo. A 24 anni ho fatto il servizio civile alternativo al militare in Costa d’Avorio, dal ‘76 al ‘78. Entrato nella Società delle missioni africane, sono stato ordinato nell’84, e sono tornato in Costa d’Avorio. Poi ho fatto tre anni in Argentina, dal 1990. Ho lavorato nelle baraccopoli, e con i movimenti sociali. Nel 1993 sono andato in Liberia, durante la guerra. Nel 2000 sono tornato in Italia, e dal 2007 al 2011 ho lavorato a Genova con rifugiati e carcerati. Nel 2011 sono partito per il Niger, impegnato nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti umani insieme alla società civile. Da pochi mesi sono di nuovo in Italia».
Padre Mauro riflette: «Non so se sono io a seguire i conflitti o se sono loro a seguire me. Anche in Italia, oggi, la parola che sento di più è “guerra”».
Il missionario confida che la sua avventura missionaria è sempre stata guidata da tre direttrici: «Per prima cosa intercettare l’umano nel suo spessore, contraddizioni, sofferenza. Per seconda cosa, abitare le frontiere: quelle interne, che abbiamo dentro, per educazione, storia, scelte. E quelle esterne: tra i paesi, ma anche tra i “senza” e i “con”; i senza documenti, senza lavoro, senza futuro, separati dai “con”, quelli che invece hanno. Io faccio parte di questi ultimi, però ho avuto la fortuna di accompagnare per anni i “senza”».
La terza direttrice per padre Mauro è il tentativo di abitare le domande, «cioè di vivere nelle contraddizioni, perché, come diceva il vescovo argentino Enrique Angelelli, “siamo fango che cerca la vita”.
Abitare queste tre dimensioni dà senso alla mia vita. Il privilegio di aver vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale, più l’Argentina, è il privilegio di guardare il mondo dal Sud, con gli occhi dei poveri, che è la parte giusta».
Don Mattia Ferrari è cappellano di bordo della Ong Mediterranea saving humans, la piattaforma della società civile che monitora e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e soccorre le persone migranti che rischiano il naufragio o il respingimento in Libia.
Trentuno anni, sacerdote della diocesi di Modena-Nonantola, è una figura di riferimento anche per la comunità di Spin Time, un palazzo occupato a Roma da circa 400 persone di 27 Paesi diversi in situazione di crisi abitativa. Un luogo che si è trasformato in una comunità, un centro di solidarietà e attivismo sociale.
Don Mattia è anche coordinatore del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari (Emmp) che si terrà a Roma dal 21 al 24 ottobre, e si concluderà con il pellegrinaggio giubilare del 25 e 26 dal Papa.
Alcuni mesi fa, ha denunciato, assieme ad altri attivisti, di aver subito un’operazione di spionaggio condotta con uno spyware (software spia) della società israeliana Paragon. Non si sa ancora chi l’abbia commissionata, ma si sa che Paragon vende strumenti di sorveglianza avanzata a diversi governi.
Oggi don Mattia è presente al Festival. Sale sul palco di piazza Castello alle 18. Capelli corti, scuri, un po’ spettinati. Giubbotto blu sopra una camicia azzurra con collarino bianco. Parla della sua esperienza con Mediterranea e della fraternità che sperimenta nel suo attivismo: persone di provenienze geografiche, religiose, ideologiche, sociali differenti, sono unite nella missione di salvare vite e costruire reti e solidarietà: «Mediterranea ha chiesto di avere un cappellano a bordo – dice don Mattia -, perché, quando è nata, nel 2018, l’obiettivo era di unire la società, tutti i mondi sociali, le culture, le religioni, per soccorrere persone. Perché era ed è inaccettabile che ci siano esseri umani che sono lasciati ad annegare in mare, o che sono respinti nei lager».
E prosegue: «Ogni giorno riceviamo messaggi, telefonate da persone che si trovano in Libia, in Tunisia, nel deserto, nei lager, e che subiscono quelli che l’Onu definisce “orrori indicibili”. Chiedono una sola cosa: essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Quindi la nostra missione è di raccogliere questo grido e servire questa solidarietà, perché la fraternità non sia un ideale astratto ma diventi concreto nelle vite e nelle relazioni».
Quella di Mediterranea è un’esperienza nata dal mondo dei «Disobbedienti» di Luca Casarini, anche lui «sorvegliato» da Paragon. Don Mattia lo ricorda, ma puntualizza: «Quella di Mediterranea non è una missione di disobbedienza, ma di obbedienza civile», e spiega: «La generazione dei nostri nonni scelse di fare il diritto internazionale per tutelare le generazioni che sarebbero venute, la loro vita e dignità. Noi purtroppo abbiamo iniziato a distruggerlo passo dopo passo. L’Italia, ad esempio, l’ha fatto nel 2017, quando ha firmato gli accordi con la Libia per rendere strutturali i respingimenti (Cfr. pag. 24). Ora, davanti a tutto questo, noi andiamo in mare e soccorriamo le persone. Alcuni dicevano che era disobbedienza civile, poi, giustamente, i giudici hanno detto: “No, questa è obbedienza civile”. Perché la vera disobbedienza è quella di chi fa provvedimenti ingiusti, come ha ricordato papa Leone XIV nel videomessaggio a Lampedusa».
Don Mattia Ferrari, prima di salire sul palco, ha tenuto un incontro alla Facoltà teologica nel quale ha presentato, insieme alla giornalista Wanda Marra, il suo ultimo libro: «Salvato dai migranti». Ora, davanti alla piazza che lo ascolta, spiega quel titolo ricordando uno slogan: «Noi li soccorriamo, loro ci salvano». «Questa è l’esperienza che facciamo noi di Mediterranea e tutti quelli che praticano l’accoglienza. Sperimenti che attraverso le relazioni con le persone che accogli, anche tu vieni salvato. Sono relazioni che ti liberano e ti restituiscono al significato della vita per quello che essa è. Papa Francesco ha detto tante volte, e papa Leone lo ha ripreso nella Dilexi te: nelle relazioni di fraternità che viviamo con le persone che la società scarta, Gesù ci viene incontro. Attraverso queste relazioni è Dio che salva la nostra vita».
Al Festival della Missione si è parlato anche di transizione ecologica e di «economia civile», un’economia al servizio delle persone. Due aspetti del mondo globalizzato legati tra loro.
Jeffrey Sachs, economista iperliberista pentito, o meglio «convertito», è oggi «impegnato nel tentativo di costruire la pace. È coordinatore di un gruppo sull’economia fraterna in Vaticano, e ha curato la versione internazionale del manifesto dell’economia civile». Così lo descrive Leonardo Becchetti, altro economista, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, impegnato nella Scuola di economia civile.
Sachs, in collegamento dagli Stati Uniti, il suo Paese, nel primo pomeriggio di venerdì 10, fornisce la sua visione sulla «speranza».
«C’è sempre la speranza – esordisce -. Abbiamo una tecnologia a basso costo che può favorire la transizione ecologica e un futuro di pace e condivisione. E la maggior parte del mondo vorrebbe questo». Le due questioni sono, infatti, interconnesse. E continua: «C’è una speranza, ma richiede il ritorno al buonsenso. L’Europa non dovrebbe essere in antagonismo con la Cina, ma piuttosto in collaborazione per la transizione energetica. Però tutti vogliono avere conflitto e non cooperazione. A livello economico, la soluzione a costo più basso, più efficiente, e con maggiori garanzie per il futuro è la cooperazione».
«Dobbiamo portare i politici a fare la volontà della popolazione e non quella della loro cerchia, perlopiù corrotta. Nel mio Paese, gli Usa, la politica è guidata dall’apparato industriale militare, quindi dalla gente che fa soldi con queste guerre, o con il petrolio».
Il problema siamo noi
Sulla stessa linea, anche l’intervento di Becchetti in un incontro successivo. «L’alternativa esiste già, ma il problema siamo noi. Occorre rispondere a questa domanda, da applicare agli ultimi decenni: “Perché la diseguaglianza non è diminuita con la democrazia?”».
I dati di Ubs (Union de banques suisses) dicono che lo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 40.4% della ricchezza.
«Il 99% dovrebbe vincere le elezioni. Come è possibile che la maggioranza non riesca a fare vincere una politica che riequilibri la distribuzione del reddito? Perché c’è un intreccio perverso tra politica, lobby economiche e comunicazione. Un circolo vizioso che crea un mondo che, alla fine, favorisce gli interessi dell’1%.
Ad esempio, Oxfam ha proposto di tassare lo 0,5% del reddito dei più ricchi in Italia: entrerebbero nelle casse dello stato 16 miliardi all’anno. Una proposta come questa dovrebbe essere approvata dal 99% delle persone. Ma non passa.
L’alternativa esiste. Io faccio parte di un movimento che si chiama Scuola di economia civile, che ha creato un manifesto firmato da trecento colleghi italiani.
Esistono già molte imprese che non hanno come fine la massimizzano del profitto: cooperative sociali, fondazioni, enti del terzo settore. E possono diventare il sistema, solo se noi le votiamo. E non è solo un voto politico, è un voto con il portafoglio. Ovvero, dove mettiamo i nostri soldi».
L’economista sottolinea che occorre essere ben informati, per discernere e cercare aziende che mettono insieme creazione di valore economico, dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.
Gli fa eco Gaël Giraud, economista, sacerdote gesuita, e direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale delle ricerche francese). Ha pubblicato diversi libri sulla transizione ecologica.
«È una fatica informarsi bene, però è una strategia. Dobbiamo lottare contro i bisogni effimeri creati dalla pubblicità. Si tratta anche di una lotta spirituale, perché, come diceva papa Francesco, “meno è meglio”.
Secondo Francesco, le regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza senza equità, sono la radice dei mali sociali. È la libertà del mercato a portare la soluzione del problema povertà?»
Non solo mercato
Continua Becchetti: «Non dobbiamo demonizzare il mercato, che è uno strumento. Il problema è quando c’è solo il mercato. L’interazione che produce il bene comune è quella tra il mercato, le imprese che non massimizzano gli utili, le istituzioni e i cittadini che votano con il portafoglio. Lasciare tutto al mercato, produce quanto vediamo: la concentrazione. Infatti, il mercato è oligopolistico, non coincide con la concorrenza».
Papa Leone, nell’esortazione apostolica Dilexi te è in continuità con papa Francesco, critica la teoria della ricaduta della ricchezza verso il basso, che giustificherebbe le disuguaglianze. Francesco diceva: “I poveri non possono aspettare”».
Secondo padre Giraud, che prima della conversione ha lavorato nel settore del trading finanziario, «è possibile intervenire sui mercati finanziari per mettere delle regole. Adesso sono deregolamentati. Tassare i profitti, vietare il trading ad alta frequenza fatto con l’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla finanziaria enorme, alimentata dalla politica monetaria delle banche centrali, come la Bce. Vanno cambiate le regole, affinché la Bce possa finanziare anche ospedali, scuole e transizione ecologica, e non solo salvare le banche.
Perché mettere il sistema finanziario al di sopra di tutto, è un fallimento del progetto europeo».
Lo incalza Becchetti: «L’Europa è nata in un momento di grande “intelligenza relazionale”. Questo è un modo diverso per dire fraternità. È il segreto della felicità personale e sociale.
La mancanza di fraternità è stupida, mentre riuscire ad avere buone relazioni è la chiave per risolvere tutti i problemi: ecologici, sociali, conflittuali.
Il concetto è: invece di farci la guerra per le risorse, le mettiamo assieme, perché uno più uno fa più di due. Come economisti, siamo divisi tra quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma zero e quelli che pensano sia un gioco a somma positiva. Nel primo caso la torta è fissa: se voglio una fetta più grande, riduco la tua. Ovvero tutti gli altri sono miei nemici.
Ma le cose importanti della vita sono a somma positiva. Dobbiamo riportarci culturalmente in un mondo a somma positiva. Ad esempio, un israeliano e un palestinese possono essere due che si ammazzano per un pezzo di terra, oppure due che si mettono insieme in un’azienda che fa innovazione, in cui la loro diversità produce del valore».
Sulla stessa linea Giraud: «L’altro non è un nemico, ma qualcuno che può cooperare con me. Come cristiani, seguiamo la regola d’oro: fare all’altro quello che vorrei fosse fatto a me. Per realizzare questo, dobbiamo vivere un’esperienza spirituale profonda, che ci permetta di metterci nei panni dell’altro, senza perdere la nostra identità.
L’alternativa è la violenza. È così nella famiglia, ma anche nello spazio collettivo per la democrazia. Tra politici, occorre provare a camminare insieme. Altrimenti non ci può essere democrazia. Oggi vediamo molta violenza tra i politici europei, che si insultano invece di discutere insieme su un progetto collettivo per il futuro dell’Europa. Manca questa intelligenza relazionale».
Il piano B
Becchetti fa parte di un gruppo di intellettuali, nel quale è presente anche Luigino Bruni, economista intervenuto in un altro dibattito al Festival, «Abbiamo visto – dice Becchetti – che dei tre valori occidentali: libertà (il pensiero liberale), uguaglianza (il pensiero socialista), e fraternità. Questa è rimasta inespressa, non è entrata nella vita politica. Per questo papa Francesco ha creato l’associazione Fratelli tutti. Ci manca fraternità. Di cosa ha bisogno l’Italia? Non di un partito, ma di uno “spartito”: un genere musicale che non sia ultraliberista, non sia woke e non sia populista. È il genere musicale che suona è la società civile. Questo lo abbiamo scritto, così è nato “Piano B”, e lo abbiamo proposto ai politici. Lavoriamo affinché si suoni questo spartito».
In tutto questo, insiste Giraud, è fondamentale la transizione energetica. «L’Istitut Russeau, di cui sono presidente, ha pubblicato un rapporto “La via verso la decarbonizzazione europea”. Il documento ha dimostrato che si può fare, e che non costa molto. Secondo i nostri conti, occorre il 2,3% del Pil della Ue ogni anno fino al 2050. Dunque meno del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen (che prevede il 5%) e meno dell’inazione climatica, che costerà molto di più alla Ue».
Quando, nel primo pomeriggio, è stata posta a Jeffry Sachs la domanda: che messaggio lancerebbe alla Cop30 di Belém (Brasile)?, lui ha risposto: «Ci sono due sfide principali per mettere un termine a questo cambiamento climatico fuori controllo. La prima è cambiare il sistema energetico mondiale, adottando le energie rinnovabili. Questo è possibile ed è quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo passare ai veicoli elettrici, cambiare tecnologia.
L’altra sfida è farla finita con la deforestazione e intanto rigenerare la terra che è stata degradata.
Mi piacerebbe vedere una nuova collaborazione tra Europa e Cina, ma anche con gli Stati africani, quelli della regione del Golfo, e dell’America Latina. E questo per accelerare la trasformazione verso una energia pulita».
I sogni, le utopie e le speranze. Tre elementi fortemente intrecciati tra loro. Ne hanno dato una lettura Giorgio Marengo, Rosanna Virgili e Roberto Mancini, ciascuno secondo la propria prospettiva.
In San Filippo Neri c’è folla. La chiesa è piena, al punto che diverse persone devono accontentarsi di assistere al dibattito all’esterno, seguendolo su un grande schermo.
C’è attesa per l’incontro tra «il cardinale», Giorgio Marengo, «il filosofo», Roberto Mancini e «la biblista», Rosanna Virgili. Sul tavolo il tema è succulento: «Sogni, utopie e speranze. Come ridare senso alla parola speranza?».
Si comincia parlando dei sogni: «I sogni nella Bibbia sono legati alla profezia – spiega Rosanna Virgili -. Sono il primo canale della parola di Dio per personaggi speciali. Così nell’Antico come nel Nuovo testamento». Ricorda Giuseppe, figlio di Isacco, e san Giuseppe, lo sposo di Maria, quando l’angelo, in sogno, gli suggerisce di portare la famiglia in Egitto, salvando Gesù dalla strage degli innocenti.
Poi ci sono anche i sogni personali. Il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vicario apostolico di Ulaanbaatar, racconta il suo: «Sogno che i missionari e le missionarie in Mongolia sappiamo essere una presenza amica, che sa fare la sua parte e poi sparire, lasciare che le persone si incontrino con il Signore risorto». E ancora: «Sogno una missione più trasparente, meno attaccata alle strutture materiali, più leggera possibile. Come sono i mongoli nella loro tradizione nomadica. La loro casa, la gher, si monta e si smonta in due ore, e con essa si può portare solo quello che c’è dentro. Un’immagine di adattabilità che mi piacerebbe vedere vissuta da noi missionari».
«Affinché sappiamo trovare gli strumenti culturali più adatti per testimoniare il Vangelo – aggiunge -. Sogno la profondità, ovvero che noi missionari sappiamo essere abbastanza profondi da intercettare le onde del cuore delle persone e sappiamo essere a disposizione per chi vuole conoscere Cristo».
Il cammino
Il filosofo Roberto Mancini cerca di fare il punto tra sogno, utopia e speranza.
«Sono legate, intrecciate nel possibile cammino di trasformazione della vita», afferma. «I sogni ci insegnano quello che da svegli non riusciamo a capire, hanno sempre un messaggio. Il sogno è un’espressione d’amore, è una visione generativa, quando si ama qualcosa la si sogna. È un atto profondissimo, senza il quale noi non riusciamo a rinnovare la vita».
Continua il professore di Macerata: «Non è una fuga, una semplice compensazione delle nostre frustrazioni. Ma è un modo di trasfigurare la realtà vedendone i livelli più profondi, vedendo il bene latente che nessuno riesce a vedere. Purtroppo, la nostra è un’epoca di accecamento: l’angoscia ci ammazza i sogni, i desideri, la capacità di speranza nel cuore».
Passando all’utopia, Mancini ne spiega il significato: «L’utopia è sinonimo di qualcosa di impossibile, che non ha luogo. Utopia non significa in assoluto ciò che non può esistere. Significa ciò che non è ancora. Questo si specchia nella nostra condizione umana, perché ognuno di noi è in viaggio, ognuno di noi dovrebbe imparare a nascere umanamente. Quindi noi, creature viventi, siamo in una condizione utopica, siamo oggi quello che siamo, ma siamo anche sempre futuro. Siamo utopici perché non ci accontentiamo delle soluzioni date».
Infine, il terzo concetto, la speranza: «La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Faccio così un’esperienza di futuro, cioè di vita liberata dal male, dalla morte. Speranza vuol dire la capacità di rispondere a questo invito».
Il professore si domanda quali sono le fonti del sogno, dell’utopia e della speranza. Chi sono oggi gli esseri umani all’altezza di queste tre attitudini, e che sono capaci di essere un riferimento per la speranza degli altri.
«Sono quelli che aderiscono alla vita, e dentro di essa scoprono una fonte profonda che dà luce, senso, energia e la concretezza di realizzare le realtà migliori che abbiamo sognato».
«Questi tre termini (sogno, utopia e speranza), ci dicono della nostra tendenza verso una vita liberata. L’essere umano si trova nella vita, patisce le sofferenze, la malattia, la violenza, va incontro alla morte, eppure nella sua umanità c’è un’attesa profonda di una liberazione radicale.
Essere all’altezza di questa liberazione significa riconoscere che c’è la possibilità di relazionarsi a una fonte di senso, di luce, di prospettiva. Questo ci porta un’energia positiva, efficace, del servizio, del prendersi cura, del buon governo».
Le «due Chiese»
La palla passa alla biblista, Rossana Virgili, che dice: «Nella Bibbia, quello che non c’è oggi ma ci sarà domani è un po’ la chiave di tutta la scrittura: “Nulla è impossibile a Dio”. Se l’utopia è l’impossibile, la troviamo nella Bibbia».
Virgili parla della Chiesa di oggi, immaginandola composta da due parti: «La mente e la mano. I missionari sono la mano della Chiesa, sono quelli concreti. La mente sono i teologi, i biblisti, i filosofi. Io vedo che la Chiesa missionaria è vincente, ha un grande successo. In Italia il 10% dei preti sono stranieri, questo è grazie al lavoro della Chiesa missionaria.
La Chiesa della mente, invece, oggi non ha voce. Io il 4 ottobre sono andata ad Assisi, la festa di san Francesco. Mi aspettavo una parola di pace.
Sul balcone della basilica inferiore ho trovato invece una persona che diceva “La pace non si invoca”, cancellando tutta quella che è la tradizione delle marce per la pace di Assisi. Invocare vuol dire pregare. E ha detto, “La pace si costruisce come la costruisce Trump”. La Chiesa della mente, della parola, è morta, è soffocata, non c’è più spazio per lei».
La biblista si riferisce all’uso strumentale della figura di san Francesco da parte del Governo italiano e, in particolare, al discorso di Giorgia Meloni ad Assisi, il 4 ottobre scorso, di fronte a una piazza Maggiore gremita. Nel panegirico sul santo, tra l’altro, la presidente del Consiglio ha detto: «La pace – ci ricorda sempre san Francesco – non si materializza quando si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza, coraggio, ci si arriva mettendo un mattone dopo l’altro con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza […]».
Dopo un primo imbarazzo del pubblico, un forte applauso irrompe nella chiesa San Filippo Neri.
Virgili ricorda poi l’Annuciazione: «L’angelo va da Maria, la quale conclude con un fiume di parole, il Magnificat che è il sogno del mondo, il sogno di Dio. A differenza di tanti cristiani che, qui da noi, si sentono impotenti di fronte al padrone del mondo, ovvero il potente di turno che, oltre a essere il padrone della morte, vuole anche essere il padrone della vita, oltre a essere padrone della guerra, perché ha fatto il deserto (a Gaza, ndr), vuole essere anche il padrone della pace». E conclude esortando: «Noi cristiani non possiamo permetterglielo».
La fiamma e le braci
Il cardinale Marengo torna a parlare di speranza: «Papa Francesco ci ha parlato del fuoco come immagine biblica: il fuoco della fiamma che illumina, ma anche il fuoco di brace, l’importanza di questo fuoco anche quando è nascosto sotto la coltre della cenere. La speranza è una virtù teologale, ha a che vedere con la grazia, cioè con il mondo di Dio che entra nel nostro mondo, e la speranza ha a che vedere con questo. Occorre alimentarla, è una questione di relazione personale con il Signore, tramite la preghiera, l’adorazione».
Virgili ricorda l’aspetto comunitario della speranza: «Chi spera sente una responsabilità, sente di dover sostenere la speranza di chi non spera o non può farlo. San Paolo dice che nella speranza siamo salvati, non nella fede».
I soggetti di speranza
Mancini identifica i soggetti di speranza, oggi, nel mondo: «Stiamo parlando sempre di una speranza per il bene comune.
Ci sono le persone corali, ovvero le persone che sanno vivere le relazioni, le accolgono come dono, non le tradiscono, non le eludono, non si chiudono nel calcolo del potere, del denaro, del proprio io.
Poi ci sono coloro che vivono in dinamiche di comunione. Si tratta di realtà trasformative, comunità in condizioni di degrado, economico, urbanistico, dove le persone si mettono insieme per fare un percorso di riduzione del malessere.
I movimenti popolari, quelli che salvano i migranti, la flottilla, quelli che si occupano dei diritti delle donne. Non sono solo movimenti di protesta, ma anticipano la società futura, concretizzandola in esperienze, esponendosi. Sono fermenti di una società nuova che operano già oggi.
E infine, le istituzioni con orientamento etico. Un reparto di ospedale, una classe di scuola».
E conclude: «Spesso dopo i dibattiti mi dicono: tutto questo è bello, però la realtà è dura. Quel “però” vuole ammazzare tutto. Ma, purtroppo, c’è gente che fa della depressione la sua ideologia di vita. Che è comoda, ma alla fine mortifera.
La speranza vera è un seme. Riguarda noi in profondità, e la risposta che possiamo dare ai fatti conta molto, deve essere una risposta vitale, capace di felicità, anche in presenza del dolore e delle fatiche».
Marco Bello
Torino. Festival della Missione. (Foto di Marco Bello)
L’accordo che viola i diritti
La stretta collaborazione tra Italia e Libia in ambito migratorio alimenta un sistema di violenze e soprusi. Al centro dei rapporti tra i due Paesi c’è il Memorandum d’intesa che si è appena rinnovato. Sopravvissuti e associazioni ne chiedono la cancellazione.
Il 24 agosto 2025 la Guardia costiera libica ha sparato contro la Ocean Viking, nave della Ong SOS Méditerranée, mentre si trovava in acque internazionali. I colpi sono partiti da una motovedetta di fabbricazione italiana, una delle tante donate dal nostro Paese nell’ambito della cooperazione con la Libia nel Mediterraneo.
Il 2 novembre 2025, il «Memorandum d’intesa» che regola i rapporti tra Italia e Libia sul fronte migratorio si è rinnovato automaticamente – per la terza volta – per altri tre anni, perpetuando un rapporto fatto di violazioni del diritto internazionale, forniture, addestramento e figure accusate di crimini contro l’umanità. Come ribadiscono le sentenze, però, la Libia non è un luogo sicuro. Confermando questa esternalizzazione dei confini, l’Italia continua a violare l’articolo 2 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Diritti che però, muoiono in Libia.
Il primo ottobre 2021 la polizia libica condusse violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre cinquemila persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Quella volta, però, la reazione fu diversa dal solito: chi riuscì a scappare si radunò davanti al quartier generale dell’Unhcr, dove protestarono per cento giorni. Nel loro manifesto due richieste spiccavano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, anch’essi sostenuti da Italia e Unione europea. Da quelle settimane di protesta nacque il movimento – poi divenuto organizzazione – Refugees in Libya (Ril), che oggi chiede la revoca del Memorandum e di ogni collaborazione italiana con lo stato nordafricano.
Il Memorandum
L’accordo bilaterale fu sottoscritto il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Governo di riconciliazione nazionale Fayez al-Sarraj. Alla base vi è l’idea che solo la collaborazione tra i due Paesi possa offrire gli strumenti necessari per affrontare i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e le tensioni che ne derivano. Nel testo si afferma il desiderio italiano di aiutare le autorità libiche a ridurre le partenze via mare dalle sue coste, motivo per il quale si offre un supporto innanzitutto tecnico e tecnologico nei confronti di coloro che sono «incaricati della lotta contro la migrazione clandestina». Ogni aspetto del Memorandum è problematico, basti pensare che al suo interno non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti fondamentali. Già al momento della sua adozione, la comunità internazionale era consapevole delle violazioni dei diritti compiute nei centri di detenzione libici. Inoltre, era risaputo che la Guardia costiera libica, che si prometteva di voler sostenere, fosse una realtà endemicamente corrotta, così come l’implicazione dei suoi membri nel traffico di migranti. Tra questi, ricordiamo Abd al-Rahman al-Milad (Bija), il capitano della sezione di Zawiya della Guardia costiera, sanzionato internazionalmente in quanto trafficante di esseri umani.
Il legame tra i due Paesi è caratterizzato da un costante supporto logistico, economico, militare e tecnico da parte dell’Italia, giustificato dalla necessità di gestire i flussi in arrivo in Europa e di rafforzare le capacità libiche di controllo delle frontiere. Lo scopo ultimo è, quindi, quello di bloccare le partenze sul nascere, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere.
Tra il 2015 e il 2020, come mostra l’inchiesta The Big Wall di ActionAid, l’Italia ha speso oltre 1,4 miliardi di euro per cercare di fermare le partenze dal Nord Africa, e alla Libia è stata destinata la quota maggiore, di oltre 492 milioni.
Sono molteplici i fondi dedicati a questo tipo di collaborazioni con la Libia: 12,5 milioni di euro arrivano, ad esempio, dal Fondo per l’Africa, mentre con la missione Miasit è stato fornito un contingente di 200 militari oltre a diverse collaborazioni per la formazione, l’addestramento, il supporto e il mentoring alle forze di sicurezza e alle istituzioni libiche.
Anche l’Unione europea ha un ruolo centrale nei finanziamenti, tanto che, a giugno 2025, è stata rinnovata la European Union border assistance mission in Libya (Eubam Libya) con un budget di 52 milioni di euro. L’Eu Trust fund, creato nel 2015 dalla Commissione europea per finanziare interventi volti ad affrontare le cause alla radice della migrazione irregolare, ha un budget totale di 4 miliardi di euro, 455 dei quali sono già stati dedicati alla Libia.
Tramite questi fondi sono stati indetti appalti di grande rilevanza, per la fornitura e manutenzione di mezzi di terra, aerei e, soprattutto, mezzi marittimi. Sono queste imbarcazioni che diventano tristemente note quando sono protagoniste di episodi di violenza, come nel caso della sparatoria compiuta nei confronti della Ocean Viking.
Senza questo sostegno la cosiddetta Guardia costiera libica – strutturalmente carente di risorse e capacità operative autonome – non riuscirebbe a operare in modo così significativo.
I centri di detenzione libici
In Libia i migranti vengono rinchiusi in centri di detenzione, ufficiali e non, dove subiscono le più disparate violazioni dei diritti umani: torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri, lavoro forzato. L’unico modo per sottrarsi a ciò è pagare la propria libertà attraverso un riscatto: il diritto alla vita da comprare come se fosse un oggetto. Le violenze mirano soprattutto a estorcere denaro, ma spesso sono mosse da odio razziale o puro sadismo dei carcerieri.
Il tutto avviene in un contesto degradante, segnato da sovraffollamento, condizioni igieniche disastrose che favoriscono la diffusione di malattie, denutrizione e scarso accesso all’acqua potabile. Torture, abusi e negazione della dignità umana rappresentano la norma per la quasi totalità dei migranti.
Le conseguenze del mancato pagamento del riscatto sono disumane, come racconta H. al servizio hotline di Ril: «Arrivato a Tripoli sono stato arrestato in più occasioni dalle milizie; una volta sono stato violentato sessualmente e torturato con il fuoco, per essere costretto a pagare un riscatto. Ma non avevo nulla per pagare, così mi hanno tenuto prigioniero finché mi sono ammalato gravemente, al punto da non riuscire nemmeno a muovermi». Ancora, le parole di una donna raccolte dalla hotline: «Mi hanno picchiata, mi hanno ustionata con acqua bollente e mi hanno violentata».
Il lavoro forzato include pulizie, cucina, carichi pesanti o lavaggio dei veicoli dei funzionari, ma alcuni vengono portati in fattorie e cantieri. Lam Magok – uno dei fondatori di Ril – ricorda così la sua detenzione in uno dei centri di Almasri (il generale libico accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra, omicidi, torture e stupri, arrestato a Torino e riportato in Libia con un volo di Stato italiano il 21 gennaio 2025; lo scorso 5 novembre arrestato a Tripoli dalle autorità locali, ndr): «Mi hanno costretto a rimuovere i cadaveri di soldati uccisi negli scontri e di migranti morti in detenzione. Senza guanti e senza mascherina. I miliziani si tenevano a distanza, quei corpi erano stati abbandonati per giorni. Non lo dimenticherò mai».
Pur chiedendo aiuto all’Unhcr, i migranti non ricevono sostegno concreto. Come raccontato alla hotline, Y. ha denunciato un’aggressione subita insieme alla sua famiglia nella loro casa: è stato picchiato brutalmente, così come la moglie incinta di tre mesi, che ha perso il bambino. Nonostante l’uomo abbia presentato un reclamo all’Unhcr, nessuno lo ha mai ricontattato. Anche M. ha raccontato la propria esperienza di abbandono da parte dell’agenzia: «Ho solo un foglio rilasciato dall’Unhcr, ma le milizie dicono che quel foglio è inutile. Da quando mi sono registrato all’Unhcr sono stato imprigionato tre volte». La protezione offerta è quindi largamente inefficace, se non inesistente.
Il dossier Expanding the Fortress ha esaminato le 35 nazioni verso cui i membri dell’Unione europea si rivolgono per l’esternalizzazione: sono per il 48% governati da regimi autoritari e vengono classificati come Paesi «non liberi», che violano ripetutamente i diritti umani. Diciotto di essi hanno un basso indicatore di sviluppo umano.
Nel 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha parlato di un calo del 64% degli arrivi irregolari e dell’efficacia dei partenariati con i paesi terzi. Una diminuzione temporanea, però, non corrisponde a una riduzione della pressione migratoria. Implica piuttosto che i movimenti si sono spostati. La richiesta di viaggi irregolari rimane elevata, a causa di fattori quali i conflitti, il cambiamento climatico e l’instabilità economica. L’Europa stipula accordi milionari con i Paesi di transito ma è improbabile che questi abbiano un impatto duraturo; al contrario, aumentano i rischi per i diritti umani e rafforzano il potere negoziale delle controparti. Le politiche migratorie si concentrano sul breve termine, invece di adottare una strategia più ampia che preveda una redistribuzione e l’espansione dei canali legali. Le visioni miopi, orientate a risultati immediati, non fermeranno l’irregolarità.
Inoltre, la Libia non è l’unico scenario di atroci violenze. La Tunisia sembra ormai sulla strada «giusta» per diventare la «nuova» Libia. Fra il 2023 e il 2024 il governo di Kaïs Saïed avrebbe bloccato la partenza di almeno 100mila migranti. Dal 2017, l’Italia ha speso circa 75 milioni di euro nell’equipaggiamento e nella formazione delle guardie di frontiera tunisine, mentre il Memorandum tra Ue e Tunisia ha portato al trasferimento di 150 milioni di euro, di cui gran parte da impiegare nella prevenzione delle partenze.
Chiedere la fine del Memorandum
Negli anni sono state raccolte innumerevoli testimonianze e prove delle conseguenze del Memorandum sulle vite delle persone migranti, e oggi sono proprio i sopravvissuti a chiedere di fermare la complicità italiana in questo sistema di soprusi. Refugees in Libya, con il sostegno di molte altre organizzazioni, chiede che il governo italiano – e più in generale l’Unione europea – ponga immediatamente fine al Memorandum e a ogni forma di cooperazione con la Libia. Qualunque fossero le intenzioni iniziali alla base dell’accordo, esso ha chiaramente fallito dal punto di vista umanitario. Oltre alla revoca, si richiede giustizia per le vittime delle torture, attraverso il rilascio di visti umanitari e forme di risarcimento per gli abusi subiti. Allo stesso tempo, vengono avanzate proposte per il futuro: rafforzare le operazioni statali di salvataggio in mare, aprire corridoi umanitari sicuri e sostenere le organizzazioni della società civile che, in Libia, si battono per i diritti dei migranti. Ancora una volta queste richieste non sono state ascoltate e il Memorandum è stato rinnovato, mentre la traversata del mar Mediterraneo continua a rappresentare la rotta migratoria più letale al mondo.
Eva Castelletti*
*Laureata in Politiche europee e internazionali con una tesi sulla cooperazione tra Italia e Libia e le conseguenti violazioni dei diritti delle persone migranti. Lavora nel gruppo di Policy & Advocacy di Caritas Europa a Bruxelles, dove si occupa di migrazioni, politiche sociali e giustizia ecologica.
Editoriale comune delle riviste della FESMI (Federazione stampa missionaria italiana)
In ottobre si celebrano la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (4-5 ottobre, che corrisponde al Giubileo del mondo missionario) e la Giornata missionaria mondiale (19 ottobre). I rispettivi messaggi, di papa Leone (Migranti, missionari di speranza, del 25 luglio) e di papa Francesco (Missionari di speranza tra le genti, del 25 gennaio) rispecchiano entrambi il tema della speranza, cifra del Giubileo 2025. Francesco richiama la vocazione di tutti i battezzati a essere, sulle orme di Gesù, «messaggeri e costruttori della speranza»; Leone rimarca che, in un mondo segnato da guerre e ingiustizie, «i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza».
Francesco evidenzia che la missione oggi si realizza «in un mondo che, nelle aree più “sviluppate”, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto. Sta venendo meno […] la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione». Siamo centrati su noi stessi e incapaci di altruismo, continua il papa. Va in questa direzione anche il tema della terza edizione del Festival della Missione a Torino: «Il volto prossimo» (9-12 ottobre 2025).
Leone dal canto suo afferma che nel contesto mondiale attuale, che obbliga milioni di persone a lasciare la propria terra d’origine, «la generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana». Di fronte a scenari così spaventosi – continua Leone -, «è importante che cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani. Tale futuro è parte essenziale del progetto di Dio sull’umanità e sul resto del creato».
Dire che «i migranti e i rifugiati si ergono a messaggeri di speranza» è una provocazione audace per un paese come l’Italia, che sembra aver esaurito la sua tensione missionaria, un invito a reagire positivamente, appunto da «pellegrini» che non si accontentano di stare ai bordi della strada guardando la storia passare. Siamo pellegrini, non «fuggiaschi», chiamati cioè a fare la nostra parte «per diventare “artigiani” di speranza e restauratori di umanità». Questo non si realizza solo informandosi, firmando appelli, protestando, ma anche pregando, intessendo una relazione profonda con Dio, per liberarci dalla nostra autoreferenzialità e dai condizionamenti delle società in cui viviamo, lasciandoci invece contagiare dal sogno di restaurare l’umanità che ha in Gesù il suo modello insuperabile. La vita, nella sua dimensione orante, ci fa capire chi veramente siamo, smascherando i nostri egoismi, le tentazioni di farla da padroni sugli altri e sui beni di questo mondo, oltre che guarirci dallo scoraggiamento e dalla paura. Un sogno che può diventare realtà, se camminiamo davvero insieme, sinodalmente, come membra vive della Chiesa e della società civile, non da semplici spettatori, ma da artigiani di pace e restauratori di umanità, sempre dalla parte delle vittime, dei piccoli, degli scartati, degli ultimi. Vivere allora la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato e la Giornata missionaria mondiale vuol dire, sì, partecipare alla missione della Chiesa con gesti concreti di solidarietà nei confronti dei missionari e delle missionarie negli angoli più sperduti del pianeta, ma anche, e soprattutto, rinnovare il nostro impegno di missionari di speranza e artigiani di pace nella nostra realtà quotidiana.
FESMI
Noi e Voi, dialogo lettori e missionari
Suor Anania Tabellini Missionaria della Consolata
A nome di tutto il popolo castelfranchese e di tutte le Missionarie della Consolata segnaliamo alla redazione di Missioni Consolata che la suora ritratta nella foto (a pag. 43 del numero di giugno) non è semplicemente «una missionaria», bensì suor Anania Tabellini, morta giovanissima in fama di santità, offrendo la vita per la vocazione del fratello Ernesto, diventato poi prete di Bologna, morto centenario alcuni anni fa e che ne ha curato la pubblicazione degli scritti, riuscendo a far traslare il corpo di sr. Anania nella chiesa parrocchiale di Piumazzo (frazione di Castelfranco Emilia).
Un lettore 23/06/2025, Castelfranco Emilia (Mo)
Grazie di cuore di questa segnalazione che ci ha stimolato a conoscere suor Anania, aiutati anche dal sito della parrocchia di Piumazzo – dove ha scritto di lei suo fratello sacerdote, don Ernesto -, e dalle Missionarie della Consolata.
Sr Anania visita un anziano lebbroso
«Suor Anania, al secolo Anna Tabellini, è la secondogenita di cinque figli. Emilio il padre, Maria Finelli la madre, Ettore ed Ernesto i fratelli, Marcellina ed Evelina le sorelle. Nasce a Piumazzo (Modena) in località Fossa Vecchia il 9 luglio 1904». Lì, in una terra di contadini, Anna cresce, frequenta la scuola e – come era normale allora per le bambine del tempo – le suore per imparare ricamo e cucito. «È iscritta all’Azione Cattolica e si distingue come «socia esemplare”, […] è molto attratta dalle letture missionarie e ben presto manifesta la vocazione religiosa».
«Ancora giovanissima entra nella famiglia religiosa delle Visitandine di Bologna […] poi, quasi improvvisamente, lascia questa per entrare nelle Missionarie della Consolata di Torino. Vuole fermamente andare in missione in Africa. Questa scelta non piace alla famiglia e soprattutto al padre che dice: “Suora sì…missionaria no”».
«Ma il Signore l’ha già totalmente conquistata e non bastano le parole, le suppliche e le lacrime a trattenerla».
Suor Anania lascia Bologna per Torino nel giugno del 1925 e, dopo due anni di noviziato, parte per il Mozambico il 3 luglio del 1927 con il primo gruppo di sei Missionarie della Consolata e arriva a Miruru il 18 settembre.
Miruru è nel profondo interno del Mozambico, quasi nel punto dove si incontrano i confini con Zambia e Zimbabwe. Per le prime missionarie la vita è davvero molto dura. Le suore rimangono a Miruru fino al 1930, quando devono poi spostarsi (a piedi) verso l’Oceano Indiano, nell’isola di Ibo a Cabo Delgado, a quasi 1500 km di distanza.
«Dopo solo sette anni di grandi disagi e rinunce in terra africana, lontana da tutto e da tutti, va incontro a undici mesi di totale infermità, come premio per l’offerta generosa della sua vita: si ammala di tubercolosi e lentamente, serenamente e coscientemente aspetta l’incontro «vero” con il suo amato Signore».
Scrive suor Edvige, che l’assiste nella malattia: «Ieri mattina alle 6, come il solito ricevette la santa Comunione e dopo mezz’ora mi disse: “Non posso più ricevere un’altra volta l’Estrema Unzione, pazienza, sento aumentare molto le mie sofferenze, temo di non sopportarle bene”. “Vedo che soffre tanto, le dissi, ma coraggio sr. Anania, sono le ultime gemme preziose che mette alla sua corona”. Essa sorrise e poi soggiunse: “Venga qui proprio vicina, non sento più, le mie orecchie vanno chiudendosi ai discorsi degli uomini, per aprirsi lo spero per sempre alla voce del mio Signore…”. E colle lacrime agli occhi baciò il suo Crocifisso».
Il 4 maggio 1934, alle ore 14.30, a trent’anni, suor Anania si unisce al suo Signore. Sepolta a Porto Amelia (oggi Pemba, Cabo Delgado), nel 1975 i suoi resti vengono tumulati nel cimitero del suo paese di origine, fino al 2004, quando nel centenario della sua nascita, il fratello don Ernesto (divenuto sacerdote dopo la morte della sorella quasi a raccoglierne l’eredità) ottiene tutti i permessi per tumularne il corpo nella chiesa di san Giacomo di Piumazzo, dove oggi riposa.
Sul sito della parrocchia si trova molto materiale scritto da don Ernesto sulla sorella e anche la presentazione di alcuni libri da lui scritti in sua memoria.
La foto che abbiamo già pubblicato nel numero di giugno, ritrare suor Amelia mentre visita un anziano lebbroso, ma non abbiamo idea se sia stata fatta nella zona di Miruru o in quella di Cabo Delgado.
Dossier COREA DEL SUD
[Caro Paolo,] Molto ben fatto! Ti sei informato bene e hai rispettato le fonti. Oggi non è facile fare un articolo su un Paese o un popolo. È come fotografare un’auto in corsa. E in una foto non puoi metterci tutto. Ma dai, va bene come hai fatto. Continua il buon lavoro
Gian Paolo Lamberto, missionario Imc in Corea, 14/07/2025
Ho letto con interesse il tuo dossier sulla Corea. Mi sembra bello e ben fatto. Nessuna critica, né dura né severa. L’unico appunto è di carattere tecnico: il candidato che ha perso le ultime elezioni del presidente si chiama Kim Moon-soo e non il nome che tu hai messo. Caro Paolo, ti auguro di continuare bene il tuo impegno di giornalista in giro per il mondo!
Diego Cazzolato, missionario Imc in Corea, 25/07/2025
L’errore si trova nella prima colonna di pag. 36, dove si riporta il nome di Han Duck-soo, presidente ad interim dal 14 dicembre 2024 al 2 maggio 2025 e primo ministro della Corea del Sud per tre mandati, nel 2006, dal 2007 al 2008 e dal 2022 al 2025.
Kim Moon-soo era membro del People power party ed era il candidato del suo partito per le elezioni presidenziali del 2025, vinte da Lee Jae-myung.
Sei metri d’eternità
Il fatto
Abbiamo ricevuto una mail che ha bisogno di una piccola introduzione per essere compresa: il 2 agosto 2025 a Villadossola moriva il giovane Pashtrik Krasniqi, 21 anni, per un incidente sul lavoro.
«Pashtrik stava smontando il ponteggio insieme agli altri operai quando ha sfiorato con la gamba un cavo dell’Enel. La scossa è stata fortissima, pochi attimi e il suo corpo si è accasciato sulle lamiere a sei metri di altezza. Sono stati i colleghi a chiamare i soccorsi, ma per lui non c’è stato niente da fare. Pashtrik Krasniqi, 21 anni, originario del Kosovo e residente nel Verbano-cusio-ossola. Ennesima vittima sul lavoro in Piemonte». (Marco Procopio – Rai News.it).
L’email ricevuta
Mi presento: sono Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa, scrittrice e attivista. Scrivo con il corpo, con la memoria, con le ferite che non sono solo mie ma collettive. Scrivo per restituire voce a chi non può più parlare, per tendere parole come ponti tra il dolore e il senso, tra la perdita e la giustizia.
La poesia che ho scritto per Pashtrik Krasniqi nasce così, da un bisogno profondo di non lasciare che un’altra morte sul lavoro cada nel vuoto.
Aveva ventun anni. Era su una piattaforma, a sei metri d’altezza, stava smontando un ponteggio. È bastato un istante, un cavo scoperto, e la folgore lo ha portato via. Una vita spezzata sul lavoro, ancora. Un nome tra i tanti, troppo spesso dimenticati. Pashtrik non può restare una statistica, una riga su un giornale.
La poesia per lui è un atto di cura, un gesto che tenta di accompagnare chi resta, una madre, un padre, gli amici, i colleghi, le persone che lo hanno amato. È anche un grido: un modo per dire che non possiamo più voltare lo sguardo. Ogni caduta, ogni folgorazione, ogni cantiere che diventa luogo di morte, è una sconfitta sociale, morale, civile.
Per questo ho scritto Sei metri d’eternità. Perché quei sei metri non siano l’ultimo tratto della vita di un ragazzo, ma il primo passo della nostra coscienza verso un cambiamento necessario.
La poesia per Pashtrik Krasniqi, 21 anni
Una scintilla, e il cielo ha piegato il collo.
La piazza tace, sfiata l’ombra in silenzio. Sotto la croce del sole, un nome si dissolve: Pashtrik, luce straniera sulla pelle d’Italia.
Sei metri più in alto dell’orologio del paese, le mani smontavano il tempo, trave dopo trave.
Ma un filo nero, nudo, infame gli ha detto: «Torna a casa, senza scendere».
La folgore lo ha vestito d’aurora, in un abito che la madre non saprà toccare. Un corpo si fa lampo, si fa grido nel metallo, e la voce si rompe in petali.
Villadossola ha pianto, ma a capo chino, come un padre che non sa chiedere perdono.
Il ponteggio, costole di una gabbia, ora è vuoto, e canta col vento il suo lutto.
Nessun angelo ha interrotto il circuito. Nessuna legge lo ha trattenuto dal volo. Il casco è rimasto appeso a un chiodo d’aria, frutto che la morte non ha colto.
Le mani di Pashtrik odoravano di calce, di pioggia e di futuro ancora intonacato.
Il cavo era più rapido del sogno, più svelto della vita che saliva piano.
Ora, a terra, l’asfalto conserva il suo nome, inciso tra le dita di strato pendono decisioni.
Il cerchio si chiude, ma non la domanda: chi protegge chi costruisce il mondo?
Yuleisy Cruz Lezcano 03/08/2025
Pubblichiamo volentieri questa poesia, partecipazione a un dramma che spesso passa inosservato perché coinvolge uno dei tanti «invisibili». Raramente la morte di persone immigrate per incidenti sul lavoro fa notizia: invisibili come sono per il nostro mondo e per la nostra politica, che invece è decisamente molto più vocale quando sbandiera il cosiddetto dovere di «difendere i confini della patria», anche quando questo significa rimandare i migranti nelle mani dei loro sfruttatori, lasciarli annegare nel Mediterraneo e negare i diritti fondamentali a persone che provengono da Paesi martoriati dalla povertà, dai cambiamenti climatici, da regimi politici dittatoriali e soprattutto da troppe guerre.
Festival della Missione 2025 a Torino
In continuità con l’ispirazione tematica del FdM22 «Vivere perdono», alla luce del Giubileo 2025 «Pellegrini di speranza» proposto da Papa Francesco e facendo tesoro delle «Piste tematiche» suggerite dalla Commissione scientifica per il FdM25 – che si tiene a Torino dal 9 al 12 ottobre -, la Direzione generale e la Direzione artistica hanno scelto come tema del prossimo FdM25 «il VoltoProssimo».
A chi mi faccio prossimo? Difficile definire cosa si intenda per missione. L’interrogativo, posto dallo stesso Gesù a ogni donna e uomo del suo e di tutti i tempi, indica, però, l’orizzonte ai discepoli missionari. La domanda assume drammatica urgenza nel presente spezzato dai muri, ferito dalla Terza guerra mondiale a pezzi, minacciato dal riscaldamento globale.
Prossimo deriva dal superlativo del termine latino «prope», il più vicino. A chi mi faccio più vicino, dunque? Ma prossimo indica anche l’estrema affinità, l’identità di sostanza fra le creature, le quali racchiudono un frammento del Creatore. Tutti, in questo senso, siamo prossimi. Una consapevolezza che, però, si acquisisce nel movimento di «farsi più vicini» a quanti sarebbero da tenere a distanza, geografica ed esistenziale. Proprio come al sacerdote e al levita, le «buone» ragioni non mancano per discriminare gli esseri umani in base a categorie di censo, passaporto, genere, condizione esistenziale. Il Samaritano, però, le ribalta con il più semplice e il più missionario dei gesti: l’approssimarsi a chi trova per la strada. Un volto tumefatto nelle cui fattezze sfigurate riesce a scorgere il Volto.
Volto è una parola densa, in cui l’accento relazionale dell’ebraico «panim», si fonde con i singolari «facies», latino, e «prosopon», greco, che sottolineano l’essenza della persona. Il volto è la soglia prima ed estrema tra interiorità e realtà esterna, luogo per antonomasia di svelamento del se e di incontro con l’altro. «Il cristianesimo è incrocio di sguardi, religione dei volti: volto di Cristo sfigurato e trasfigurato, volto del discepolo che può vedere perché è stato visto, volto del povero, sacramento di Dio, volto di ogni essere umano, creato a immagine di Dio…» (Bruno Chenu).
L’articolo «il» è minuscolo per mettere l’accento su «Volto» e «Prossimo»: due sostantivi «legati» in un’unica parola con il filo che cuce insieme le creature tutte. Il filo del gomitolo che ogni giorno dipanano nel mondo i missionari e le missionarie, quanti, cioè, si fanno prossimi.
A simboleggiare il Festival c’è il logo: un gomitolo la cui forma sferica ricorda il mondo. I suoi fili colorati si srotolano dal basso, facendo partire i nostri sguardi dal Sud. A definire questo mondo non sono i contorni delle nazioni, ma i colori, perché il mondo reale di oggi supera decisamente i confini politici territoriali in cui popoli si riconoscono ed è essenzialmente interconnesso e interdipendente.
Italia. Una scuola per costruire la pace
Il 14 giugno scorso si è tenuta a Roma l’ottava assemblea nazionale delle 67 scuole Penny Wirton, fra cui era rappresentata, anche la scuola di alfabetizzazione attiva presso il Liceo Porporato di Pinerolo. Quest’anno il tema centrale è stato «La pace», intesa non come concetto astratto ma come relazione tessuta giorno dopo giorno, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua italiana, che diventa sistema di cittadinanza, accoglienza e reti solidali. Durante l’evento, organizzato nel quartiere multietnico di Casal Bertone, sede della Penny Wirton di Roma, si sono alternate testimonianze dei volontari e degli studenti stranieri: voci che raccontano come imparare l’italiano sia il primo passo verso l’inclusione e la dignità. Come ha spiegato uno studente presente all’assemblea: «Alla Penny Wirton ci sentiamo una famiglia», parole che rispecchiano lo spirito che anima tutte le sedi della scuola.
Pace, gesto quotidiano Come nelle migliori narrazioni di Eraldo Affinati (l’ideatore della scuola), la pace comincia con piccoli atti: un saluto, una lezione uno‑a‑uno, la domanda «come ti chiami?», ripetuta con pazienza e cura. Nelle Penny Wirton – anche a Pinerolo – non ci sono classi, registri o voti, ma relazioni fragili che diventano resilienti. Ogni studente porta con sé una storia unica: chi è analfabeta, chi viene da centri di primo soccorso, richiedenti asilo, donne lavoratrici e laureati alla ricerca di una nuova vita. In particolare la scuola di Pinerolo è stata inserita tra i Punti di Pace riconosciuti dal Sermig, il Servizio missionario giovani di Torino, come esempio vivente di inclusione, accoglienza e cittadinanza attiva.
Il Cammino della Pace Il tema di quest’anno, oltre ad essere significativo per il momento storico politico che stiamo attraversando, rappresenta la sintesi conclusiva di una coinvolgente iniziativa simbolica: tra il 4 e il 14 maggio 2025, Eraldo Affinati ha guidato un vero e proprio Cammino della Pace lungo la via Francigena, da Milano a Roma, raccogliendo parole di speranza da studenti e volontari delle diverse scuole Penny Wirton, poi consegnate in piazza San Pietro al Papa: si tratta di una lettera che idealmente si rivolge anche ai potenti della Terra, nel segno di una pace concreta e possibile. La tappa romana si è intrecciata poi con l’ottava assemblea nazionale del 14 giugno: due momenti che hanno consolidato l’idea di una scuola fatta di relazioni e speranza. A documentare questo viaggio è «Nessun’altra frontiera», un film documentario che andato in onda su Tv2000 e disponibile sull’app Play 2000. Su quest’avventura, Affinati ha pubblicato otto intensi articoli sul quotidiano Avvenire, disponibili online, che danno voce alle esperienze vissute lungo il cammino.
Insegnamento tra pari alla scuola Penny Wirton di Pinerolo (Foto E. Sartori).
Dal cuore del progetto Per me l’esperienza di volontariato di questi sei anni è prima di tutto relazione umana. Vedere uno studente straniero che impara a dire «Mi chiamo» in italiano è un segno di rinascita che apre alla cittadinanza. E sapere che quel gesto è ascoltato, accolto, legittimato è davvero costruire pace. In particolare a Roma, in mezzo a quella comunità così eterogenea e solidale di voci e vite che si incrociano, abbiamo capito ancora una volta che la Penny Wirton non è solo una scuola. È un laboratorio di società. Un circuito affettivo dove nessuno viene lasciato solo. Dove l’italiano non è solo una lingua da imparare, ma un modo per raccontarsi, per inserirsi, per ripartire. Qui ho portato la voce di Pinerolo, le esperienze della nostra scuola, i volti di migranti e volontari che ogni settimana si mettono in gioco. E sono tornata con la consapevolezza che il nostro piccolo lavoro quotidiano è parte di qualcosa di più grande: un movimento solidale, tenace e resistente che oppone alla chiusura la fiducia, alla diffidenza la relazione, al pregiudizio la conoscenza. In conclusione ci siamo detti che la pace non è assenza di guerra. È presenza di giustizia, di parole vere, di sguardi che non si abbassano. E comincia da noi. Questa scuola, nata al Liceo Porporato nel 2018 su ispirazione di Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi e con il contributo di volontari e istituzioni locali, si è confermata come laboratorio sociale concreto. Nell’anno scolastico 2024-2025 ha raddoppiato le sedi: una al liceo, un’altra alla Stazione di Posta, per raggiungere persone in condizioni di marginalità e di fragilità economica e sociale. Nel solco dell’esperienza narrata da Affinati e Lenzi, e come evidenziato in I Quaderni della Penny Wirton, la scuola di Pinerolo incarna i tre principi fondamentali: gratuità, apoliticità e aconfessionalità, inserendo l’apprendimento dell’italiano in un contesto relazionale che valorizza la persona prima della grammatica. Il Cammino della Pace e l’assemblea nazionale sottolineano che l’italiano insegnato nella Penny Wirton è un ponte, non un muro: un ponte verso un lavoro dignitoso, relazioni solidali e autentiche, cittadinanza consapevole e speranza in un futuro di umanità fraterna.
Elisa Sartori
Italia-Libia. La battaglia dei rifugiati
Prende il via la campagna guidata da «Refugees in Libya» per chiedere la revoca dell’intesa che lega Roma e Tripoli nella gestione dei flussi migratori. A guidarla sono i sopravvissuti alle violenze delle autorità libiche, sostenute anche dal governo italiano.
Il 20 giugno, «Giornata mondiale del rifugiato», è stata scelta come data simbolica per il lancio della campagna che chiede la revoca del «Memorandum d’intesa» che sancisce la collaborazione italo-libica in materia migratoria. Il trattato ufficialmente si propone di contrastare l’immigrazione illegale e la tratta di esseri umani ma, sin dalla sua promulgazione nel 2017, numerose organizzazioni umanitarie hanno denunciato le gravi conseguenze che ha sulle vite dei migranti che transitano dalla Libia: respingimenti violenti in mare, detenzione arbitrarie e violenze sistematiche nei centri di detenzione gestiti da milizie, ufficiali e non.
A promuovere l’iniziativa è «Refugees in Libya», organizzazione nata nel 2021 a Tripoli da un gruppo di giovani migranti che, vedendo le sofferenze a cui erano costretti compagni e compagne di viaggio, hanno deciso di denunciare la situazione. Oggi alcuni di loro si trovano in Europa, mentre altri sono ancora in Libia dove registrano un acuirsi delle violenze. Alla campagna hanno aderito numerose Ong e realtà della società civile tra cui Amnesty, Emergency, Mediterranea Saving Humans, Medici Senza Frontiere, Open Arms, Sea Watch, Tavolo asilo immigrazione.
L’obiettivo è chiaro: bloccare il rinnovo automatico dell’accordo, previsto per il 2 novembre 2025, data in cui, in assenza di una decisione contraria da parte del governo italiano, il Memorandum verrà prorogato fino al 2028. Nei prossimi mesi, le organizzazioni partner si mobiliteranno per sensibilizzare l’opinione pubblica e fare pressione sulle istituzioni italiane ed europee.
David Yambio, presidente di «Refugees in Libya», spiega come in questi anni di impegno abbiano raccolto evidenze e prove tangibili delle conseguenze del Memorandum sulle vite delle persone migranti, racconta di come abbiano visto amicizie e affetti perdere la vita in Libia e nel Mediterraneo e di come ora vogliano usare il privilegio di essere sopravvissuti a tutto questo per cercare di fermare la complicità italiana ed europea.
Il messaggio che condivide è chiaro: «Chiediamo che i governi di Italia e Unione Europea pongano immediatamente fine al Memorandum e a ogni forma di cooperazione con la Libia. Qualunque fossero le buone intenzioni alla base di questo accordo, esso ha fallito dal punto di vista umanitario. Oggi invitiamo i cittadini europei a unirsi a noi in questa necessaria campagna per porre fine a questa follia una volta per tutte».
Oltre alla revoca del Memorandum, la campagna chiede giustizia per le vittime delle torture nei centri libici, attraverso il rilascio di visti umanitari e risarcimenti per le vittime degli abusi. Allo stesso tempo, propone soluzioni per il futuro: rafforzare le operazioni di salvataggio in mare statali, aprire corridoi umanitari sicuri e sostenere le organizzazioni della società civile che, in Libia, difendono i diritti dei migranti.
Il Memorandum e la cooperazione italo-libica
Le relazioni tra Italia e Libia affondano le proprie radici in un passato complesso, segnato dalla colonizzazione italiana e da un’eredità storica che, per decenni, ha influenzato i rapporti bilaterali. Nonostante le tensioni ricorrenti, soprattutto legate all’instabilità interna della Libia, i due Paesi hanno mantenuto nel tempo un dialogo, rafforzato da interessi comuni in ambiti strategici come l’energia e la gestione dei flussi migratori.
Fin dal 2000, infatti, la cooperazione italo-libica si è articolata in una serie di accordi bilaterali che hanno introdotto, in modo sempre più esplicito, l’obiettivo comune della lotta all’immigrazione irregolare. In particolare, durante l’ultimo decennio al potere del colonnello Mu’ammar Gheddafi, i rapporti tra i due Paesi si intensificarono, anche grazie al rapporto personale tra il leader libico e il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. Tra i punti culminanti del periodo ricordiamo la firma del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008 – anche conosciuto come «Trattato di Bengasi» – che aveva come scopo principale quello di sviluppare un rapporto «speciale e privilegiato» tra le due nazioni. L’attuale testo di riferimento per la cooperazione italo-libica nel Mediterraneo è il Memorandum d’Intesa del 2017, sottoscritto dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Governo di riconciliazione nazionale Fayez al-Sarraj.
Alla base del Memorandum vi è l’idea che solo l’amicizia tra i due paesi possa offrire gli strumenti necessari per affrontare i flussi migratori attraverso il Mediterraneo e le tensioni che ne derivano, come si legge nel preambolo. Nel testo si afferma il desiderio italiano di aiutare le autorità libiche a ridurre le partenze via mare dalle sue coste, motivo per il quale offre un supporto innanzitutto tecnico e tecnologico nei confronti di coloro che sono «incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno» (art. 1 par. c). Come è internazionalmente noto da anni, però, le violazioni dei diritti umani subite dalle persone migranti in Libia avvengono anche all’interno dei centri di detenzione ufficiali, senza alcuna distinzione rispetto a quanto accade nei centri non ufficiali gestiti dalle milizie. In nessun punto del trattato si fa riferimento alla tutela dei diritti umani ma, al momento della sua adozione, la comunità internazionale era già consapevole delle violenze e torture compiute nei centri di detenzione libici, che venivano denunciate da diverse Ong e organi internazionali.
Inoltre, era già risaputo che la Guardia costiera libica fosse una realtà endemicamente corrotta, così come l’implicazione dei suoi membri nel traffico di migranti. Tra questi, già da tempo, la giornalista Nancy Porsia denunciava Abd al-Rahman al-Milad (Bija), il capitano della sezione di Zawiya della Guardia Costiera e noto trafficante di esseri umani.
Il Memorandum del 2017 è ancora oggi il punto di riferimento della cooperazione italo-libica nel Mediterraneo. Il testo, infatti, prevede una durata triennale con rinnovo automatico salvo disdetta scritta da una delle due parti almeno tre mesi prima della scadenza, e si è rinnovato tacitamente il 2 novembre 2022 per altri tre anni. Né il governo Draghi né quello guidato da Giorgia Meloni hanno chiesto di rivederne i contenuti. Ora bisognerà monitorare se l’azione congiunta delle organizzazioni umanitarie coordinate da Refugees in Libya verrà presa in considerazione dalle autorità e riuscirà a far mettere in discussione l’accordo prima del prossimo rinnovo previsto per il 2 novembre 2025.
Mattia Gisola e Eva Castelletti
Usa. Chi protesta e chi se ne va
Mentre Donald Trump rilancia la retorica della «crisi migratoria» e minaccia deportazioni di massa, una parte del Paese si ribella. Dallo scorso venerdì 6 giugno, Los Angeles è diventata l’epicentro del malcontento contro la narrativa anti migrante del presidente, trasformandosi in teatro di manifestazioni che durano ormai da giorni. Oltre mille persone sono scese in piazza per protestare contro le nuove retate dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione, che ha preso di mira il distretto tessile della città, portando all’arresto proprio venerdì scorso di 44 migranti presi durante un raid condotto con spray urticanti e accerchiamenti della polizia federale. Le proteste si sono rapidamente estese a San Francisco, Paramount e diverse città della California. La risposta di Trump è stata immediata: ha schierato 4mila soldati della Guardia nazionale e, per la prima volta da decenni, anche 700 marines in assetto antisommossa. Il tutto senza il consenso del governatore della California, Gavin Newsom, quando in genere questo tipo di dispiegamento della Guardia nazionale avviene solo con l’autorizzazione dello Stato interessato. Di fatti, Newsom ha condannato duramente la decisione di Trump, definendola una violazione del diritto che ha portato a un’escalation di violenza ingiustificata che non fa altro che alimentare il caos nelle strade. Il governatore ha ricordato che le manifestazioni erano iniziate in modo pacifico per cui, dal suo punto di vista, non era necessario l’intervento militare. Infatti, dopo l’entrata in scena della Guardia nazionale, la tensione è esplosa: sono state arrestate almeno 150 persone, descritte dallo stesso presidente come colpevoli di promuovere «anarchia» o «violenza generalizzata».
Perché l’esercito Trump giustifica il dispiegamento come una misura necessaria per ristabilire «l’ordine e la sicurezza nazionale». Per Trump, la «crisi» è diventata un vero marchio di fabbrica, un brand funzionale a concentrare nelle sue mani un potere sempre più autoritario. E infatti, se la crisi non c’è, la crea. Dietro la sua retorica emergenziale si nasconde la volontà di concentrare poteri straordinari e agire in modo autoritario, come se il Paese fosse in guerra. Anche se gli Stati Uniti non stanno vivendo un conflitto armato nei i propri confini, Trump costruisce le base di una guerra interna contro i migranti, chi li sostiene e le istituzioni democratiche degli Stati federati. In questo caso, il bersaglio è la California, il cui governatore ha denunciato l’intervento come una provocazione e un abuso di potere. Il fatto che Trump abbia mobilitato la Guardia nazionale senza l’assenso dello Stato di California ne è una prova evidente. Questo attacco appare anche come una sfida aperta alla California e alle sue «città santuario».
Le «città santuario» Le «città santuario» sono le città, contee o Stati le cui amministrazioni limitano intenzionalmente la propria cooperazione con le autorità federali in materia di immigrazione. In pratica, le forze dell’ordine locali non trasmettono informazioni sullo status migratorio dei residenti e, in alcuni casi, non detengono persone solo perché prive di documenti. È una forma di resistenza istituzionale delle città e giurisdizioni democratice, che però si scontra frontalmente con la linea dura dell’amministrazione Trump. Da anni molte città della California sono considerate città santuario, così come ad esempio Los Angeles. Il governatore Newsom ha definito lo schieramento militare come un attacco diretto ai governi locali democratici, accusando la Casa Bianca di voler trasformare la questione migratoria in una guerra politica.
Le autordeportazioni Negli ultimi mesi si sta diffondendo un fenomeno meno visibile ma in crescita: quello delle autodeportazioni. Sempre più migranti, spaventati dal rischio di arresto o separazione familiare, scelgono di lasciare volontariamente – e spesso in tutta fretta – gli Stati Uniti. Alcuni fanno ritorno nei loro Paesi di origine, altri cercano rifugio in Canada o Messico. Le retate non servono solo ad aumentare gli arresti: hanno l’effetto collaterale, forse voluto, di instillare paura. Una vera strategia del terrore che spinge molti a partire prima di essere presi, detenuti e deportati con la forza. Trump, da parte sua, ha introdotto incentivi economici per chi sceglie di andarsene spontaneamente, offrendo tra i 600 e i mille dollari. «Molti arrivano volontariamente in Guatemala, pagandosi il biglietto – spiega una fonte dell’Istituto di migrazione guatemalteco – perché richiedere il contributo significa essere identificati, e questo è rischioso perché temono di essere arrestati, anche se di fatto intendono lasciare il Paese di propria iniziativa».
Simona Carnino
Giustizia e pace, se non ora quando?
Diseguaglianze, guerra e crisi climatica sono le sfide a cui tentano di rispondere le iniziative del mondo missionario che vanno sotto il grande ombrello chiamato Gpic: giustizia, pace e integrità del creato. Dalle esperienze passate e presenti possono venire gli spunti per quelle future.
Giustizia, pace e integrità del creato (Gpic) è l’espressione con cui gli istituti religiosi indicano uno degli ambiti su cui si concentrano il loro lavoro e la riflessione teologica.
Le sue origini, si legge sul sito dell’Unione internazionale delle Superiore generali (Uisg)@, risalgono agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in particolare alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del 1965 e al Sinodo dei vescovi sulla giustizia nel mondo del 1971. Un documento (la GS) e un’istituzione (il sinodo) nati entrambi dal Concilio Vaticano II e dalla spinta al rinnovamento della Chiesa che esso raccolse. Nel 1967, papa Paolo VI istituì il Pontificio consiglio per la giustizia e per la pace, soppresso da papa Francesco nel 2017 per trasferire le sue funzioni e quella di altri tre Pontifici consigli al Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale@.
Il dicastero, si legge sulla sua pagina istituzionale, «ha il compito di promuovere la persona umana e la sua dignità donatale da Dio, i diritti umani, la salute, la giustizia e la pace», e «si interessa principalmente alle questioni relative all’economia e al lavoro, alla cura del creato e della terra come “casa comune”, alle migrazioni e alle emergenze umanitarie».
La definizione estesa aiuta a orientarsi nella varietà di temi che la Gpic copre, e a operare una sorta di traduzione verso il linguaggio della cooperazione allo sviluppo.
Forzando un po’ alcuni concetti – come è inevitabile quando si passa da un lessico religioso a uno laico -, possiamo dire che la Gpic rimanda alla lotta alle diseguaglianze, alla risoluzione dei conflitti e alla protezione dell’ambiente.
Temi, questi, che anche le Nazioni Unite ritengono prioritari: nel suo discorso all’Assemblea generale Onu dello scorso gennaio, il Segretario generale António Guterres ha indicato come sfide globali più urgenti per il 2025 i conflitti in continua ascesa, le disuguaglianze crescenti, l’intensificarsi della crisi climatica e l’aumento incontrollato della tecnologia.
E non è difficile rintracciare, nel testo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, i riferimenti (ad esempio al punto 13) all’interdipendenza di queste sfide e alla conseguente necessità di affrontarle insieme.
Ricordando padre Antonio Bonanomi a Toribio.
Toribio, dove tutto si incrocia
L’insieme queste tre dimensioni della Gpic si è manifestato fin dall’inizio nella realtà di Toribio, dove – ricorda padre Rinaldo Cogliati, che a Toribio ha lavorato dal 1986 al 2007 – i missionari della Consolata hanno iniziato il loro lavoro il 2 febbraio del 1985: quarant’anni fa.
Toribio si trova nel Nord del Cauca, regione sudoccidentale della Colombia sulla Cordigliera centrale delle Ande. Su Missioni Consolata del novembre 1996, padre Antonio Bonanomi, coordinatore dell’équipe missionaria dal 1988 al 2005, spiegava che i missionari della Consolata erano arrivati a Toribio per continuare il lavoro di padre Alvaro Ulcué Chocué, sacerdote colombiano ucciso il 10 novembre 1984 a causa «del suo impegno evangelico per la giustizia».
Membro lui stesso del popolo indigeno dei Nasa, padre Alvaro aveva lavorato nella parrocchia di Toribio e nei vicini villaggi di Caldono, Jambaló e Tacueyó con la sua équipe di suore missionarie di Madre Laura e di laici indigeni dal 1975 al 1984. Frutto del suo lavoro era stato l’avvio del Progetto Nasa, che probabilmente sarebbe un caso da manuale – se ne esistesse uno – di impegno per la giustizia, la pace e l’integrità del creato.
Chi ha operato in quella zona fra gli anni Settanta e oggi, infatti, si è trovato ad affrontare l’effetto combinato dell’esclusione di cui sono vittime da secoli i popoli indigeni, del conflitto fra esercito e guerriglia, e degli effetti sull’ambiente e sulla sicurezza dell’espandersi prima del latifondo e poi dell’industria, con il corollario della violenza esercitata dai gruppi paramilitari al servizio di latifondisti e industriali.
A questa violenza, la comunità nasa ha opposto la guardia civica, gruppi di volontari che monitorano il territorio. All’epoca della sua istituzione c’erano molti dubbi sull’efficacia di persone armate solo di bastonie nel contenere gruppi con armi vere come i paramilitari e i guerriglieri. Ma, scriveva padre Rinaldo su MC del settembre 2001, la risposta fu che «la vera arma della guardia è l’appoggio della comunità», e la volontà di quest’ultima di difendere, anche con la vita, il proprio plan de vida, cioè il progetto di sviluppo che il popolo nasa ha elaborato per se stesso.
Sarebbe troppo complicato riassumere qui i risultati del lavoro avviato da padre Alvaro e portato avanti dai missionari della Consolata fino allo scorso febbraio, quando questi ultimi hanno lasciato Toribio alla Chiesa locale.
Vale però la pena di ricordare che, se nel 1984, poco prima del suo assassinio, padre Alvaro aveva condiviso con padre Ezio Roattino – missionario della Consolata amico di Alvaro e una delle ultime persone ad averlo visto vivo – la preoccupazione per una popolazione di 69mila persone che rischiava di ridursi fino a sparire, oggi, secondo il più recente censimento nazionale (2018),@ il popolo nasa conta 243mila persone, di cui l’88% nel Cauca.
Il «Centro di educazione, abilitazione e ricerca per lo sviluppo integrale» della comunità, Cecidic, attraverso cui dal 1992 passano gran parte delle attività di istruzione e formazione del Progetto nasa, e al quale l’équipe missionaria ha dato un impulso fondamentale, offre corsi tecnici in agricoltura sostenibile, formazione su arti e saperi ancestrali, etno educazione ed economia, anche in collaborazione con la Pontificia università bolivariana di Medellin.
Ripasso di matematica elementare.
Oujda e i migranti
Se Toribio è un luogo dove si sovrappongono e incrociano, potremmo dire in presa diretta, le tre sfide della Gpic, Oujda, nella parte orientale del Marocco, è un posto che accoglie persone costrette ad affrontare un’impresa ancora diversa: trovare pace e benessere in Europa perché povertà, guerra e crisi climatica rendono impossibile avere queste cose nel proprio Paese d’origine.
«A volte fuggire è anche un atto di ribellione davanti a situazioni a cui non si può fare fronte», spiega, da Malaga, Silvio Testa, responsabile dell’associazione Uyamaa (dal kiswahili ujamaa, famiglia estesa, ndr) dei Missionari della Consolata in Spagna. «La voglia, non solo di aiutare la propria famiglia, ma anche di contribuire a cambiare il proprio Paese, emerge spesso nei racconti dei migranti che i Missionari della Consolata ricevono alla parrocchia di Saint Louis, con il loro servizio di accoglienza d’emergenza, attivo sette giorni su sette, 24 ore al giorno».
Nel 2024, riferisce Silvio, che con il team missionario di Oujda collabora in modo stabile, i migranti accolti dai missionari sono stati 3.744. «Di questi, l’80% circa veniva dal Sudan», il Paese africano dove è in corso la più grave crisi umanitaria sul pianeta, con 30 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti urgenti@.
Quasi metà dei migranti che sono arrivati a Oujda l’anno scorso, continua Silvio, erano minori stranieri non accompagnati, il più piccolo dei quali aveva 13 anni. C’erano poi 44 donne con 20 bambini fra i due e i dieci anni, e molti di loro in condizioni di salute che richiedono cure. Le consultazioni mediche sono state, infatti, poco meno di 1.500 e in 14 casi c’è stato bisogno di un intervento chirurgico. Le ferite e le patologie dermatologiche sono una costante, a cui si sono aggiunti tre casi di tubercolosi, due di anemia falciforme, un’insufficienza cardiaca e una renale. I missionari attivi a Oujda sono i padri Edwin Osaleh, Francesco Giuliani e Patrick Mandondo. Le principali difficoltà che segnalano riguardano l’accesso dei migranti all’ospedale, sia per i costi che occorre affrontare per ricoveri e terapie, che per la mancanza di documenti di identità degli assistiti. Fra gli altri servizi che il centro di accoglienza offre, spiegava padre Edwin in una relazione del 2024, ci sono anche il vitto e alloggio per le persone in attesa di rimpatrio volontario, la formazione professionale, l’alfabetizzazione e il sostegno alle vittime di tratta, che prevede la protezione e l’accompagnamento nelle procedure presso la polizia e le autorità marocchine.
eSwatini, lavorare per il dialogo
Sempre in Africa, ma quasi 11 mila chilometri più a Sud, c’è un’altra realtà dove favorire il dialogo può essere un modo per provare a vincere le tre sfide della Gpic. Monsignor José Luis Ponce de León, missionario della Consolata e vescovo di Manzini, porta avanti nella sua diocesi, assieme a un gruppo di sacerdoti e collaboratori, un intenso e delicato lavoro per creare spazi di confronto costruttivo e pacifico.
Questo impegno si è reso necessario specialmente dopo che, nel 2021, il Paese ha vissuto momenti di tensione e violenza in seguito alle proteste, soprattutto da parte dei giovani, per l’uccisione di uno studente universitario e alla repressione da parte delle forze di sicurezza. Anche il 2022 ha visto ulteriori episodi violenti, e nel 2023 è stato ucciso Thulani Maseko, avvocato per i diritti umani, fondatore di Msf, una coalizione di partiti di opposizione.
«eSwatini», riferiva monsingor Ponce de Leon a MC nel gennaio dell’anno scorso, «ha sempre avuto un buon sistema educativo. Anche dal Sudafrica molti sono venuti a studiare da noi nel tempo della segregazione razziale. Eppure, tutti questi giovani studenti sanno che almeno la metà di loro non troverà un lavoro»@.
Per riflettere su questo e altri problemi, la diocesi ha avviato diverse iniziative. «L’esperienza dei disordini ci ha aperto gli occhi sulla necessità di riunirci e dialogare», scrive oggi il vescovo. «Una delle iniziative è stato la creazione di “club della pace” nelle scuole superiori, che ora stiamo estendendo alle parrocchie».
C’è poi la sensibilizzazione sulla violenza di genere, ad esempio le due tavole rotonde con i membri del governo organizzate su questo tema, e l’inizio di un lavoro sulla salute mentale e di sostegno psicosociale: «Il suicidio sta diventando una parola familiare nel nostro Paese, almeno a giudicare dalle statistiche ufficiali. È una grande sfida in una cultura che ha sempre rispettato la vita». Infine, c’è l’Ecplo – eSwatini catholic parliamentary liaison office, «un ufficio lanciato un paio di anni fa per dare al lavoro del Parlamento un contributo ispirato alla nostra dottrina sociale. È molto apprezzato perché i nostri documenti sono brevi e diretti al punto».
Grande área de garimpo com dezenas de barracões sao vistos na regão do rio Uraricoera na Terra Indigena Yanomami. ( Foto: Bruno Kelly/Amazôia Real).
Altre esperienze
Ci sono altre esperienze significative che i missionari della Consolata portano avanti nella giustizia, pace e integrità del creato, ad esempio l’esperienza nell’Amazzonia brasiliana a cominciare da quella di Catrimani. Qui da 70 anni i missionari fanno cooperazione allo sviluppo in ambito educativo e sanitario, ma fungono anche da forza di interposizione fra le comunità indigene e le varie istanze che, nel corso di questi decenni, si sono avvicendate (o alleate) per mandare via questi popoli e sfruttarne le terre.@
Dal punto di vista del pensiero e della riflessione su Gpic, a cominciare dalle parole e dal loro significato, un contributo prezioso e una sintesi di grande efficacia è stata, dalla fine anni Novanta e per una decina di anni, la Scuola per l’Alternativa, un’iniziativa dei Missionari della Consolata a Torino, in particolare di padre Antonio Rovelli, in collaborazione con questa rivista e le Ong Cisv e Vis.
All’interno delle mura protette del Palazzo gli strateghi fanno i salti mortali, come dei veri e propri funamboli sull’asse dei significati, mentre lontano, nei vari contesti del vissuto sociale, la gente cerca significato e senso alla propria esistenza».
Difficile non sentire delle assonanze sorprendenti con l’oggi.
Chiara Giovetti
Gatemala. Una zattera da due dollari
Un fiume separa la città guatemalteca di Tecún Umán dal confine messicano. Per attraversarlo, i migranti (diretti negli Usa) debbono pagare, ma non tutti se lo possono permettere. Chi non può, attende in città, magari confidando nell’aiuto offerto dalla «Casa del migrante». Nel frattempo, Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.
Ciudad Tecún Umán. Le 7:30 di un mattino di ottobre. Un gruppo di cinque o sei balseros (traghettatori) stanno seduti sulla riva guatemalteca del fiume Suchiate, con le mani in mano e il viso torvo, intorpiditi da un intenso odore di marijuana. Sono nati e cresciuti in un posto dal nome suggestivo: El paso del coyote, dove ogni giorno passano centinaia di persone che dal Guatemala sperano di raggiungere il Messico, per dirigersi poi verso gli Stati Uniti.
All’improvviso, tutti si alzano, scrollandosi di dosso il torpore e a grandi passi si avvicinano a una quarantina di migranti, per lo più venezuelani, fermi sulla riva con borse in mano, zaini in spalla e bambini al collo.
«Per due dollari a testa vi porto io dall’altra parte del fiume», fischia e urla uno dei balseros improvvisamente sveglio e attivo, pronto per mettersi al lavoro.
I migranti che arrivano a Tecún Umán hanno alle spalle mesi di viaggi attraverso giungle, frontiere segnate da montagne e fiumi, fatiche fisiche e psicologiche.
Quando arrivano sul confine meridionale del Messico, semplicemente, non ne possono più. Sono stanchi, impoveriti, disincantati. Privati persino della speranza. L’unica emozione che riescono a vivere è la paura. Nelle tasche non hanno quasi nulla, e anche due dollari rappresentano un tesoro immenso. Questa somma crea una netta divisione: da un lato, chi può ancora permettersi di attraversare la frontiera; dall’altro, chi è costretto a restare in città, cercando lavoro in qualche cantiere per racimolare il necessario a proseguire il viaggio.
Chi ha due soldi, sale sulla balsa (zattera) nella speranza che quelle quattro assi appoggiate su pneumatici non cedano proprio in quel momento.
Linda e le sue due figlie di otto e dieci anni si fanno il segno della croce. Poi salgono sulla balsa con il volto contorto in una smorfia di disgusto e paura. Linda si siede velocemente per mantenere l’equilibrio, poi afferra gli zaini e si stringe le figlie al petto. Gli altri fanno lo stesso, accalcati uno sull’altro. Poi il balsero s’allontana dalla riva con il remo e in pochi secondi la zattera è in mezzo al fiume.
La «croce del migrante» su una sponda del rio Suchiate. Foto di Simona Carnino.
Il fiume
Il letto del Suchiate è di circa 140 metri di larghezza ed è poco profondo. Il 99% dei migranti di tutte le nazionalità attraversa il fiume in balsa. Chi non ha i due dollari necessari, ma comunque la volontà di superare la frontiera, prova a camminare o nuotare nelle acque fangose. Quasi nessuno, invece, attraversa il confine ufficiale sul ponte, a uso esclusivo di chi ha un visto turistico o lavorativo per il Messico.
«In questo fiume muore gente, ma… o pagano o camminano», dice un balsero scrollando le spalle e buttando giù l’ultimo sorso di birra calda e sgasata mentre guarda con occhio fisso il fiume melmoso davanti a sé.
Le acque scure del Suchiate costituiscono il confine più trafficato tra Guatemala e Messico.
Il business si vede a occhio nudo stando seduti per cinque minuti sulla frontiera. Dal Guatemala arriva il traffico di esseri umani che hanno l’intenzione di muoversi verso gli Stati Uniti, mentre dal Messico centinaia di zattere trasportano pacchi di latte in polvere, pannolini, latticini, medicinali e mais, che per il mercato guatemalteco risultano avere un prezzo davvero buono, grazie al cambio favorevole. Fanno parte di questa informale struttura commerciale anche i risciò a pedali che tutti i giorni trasportano migranti verso la riva e ritornano indietro carichi di prodotti da contrabbandare nella stessa Tecún Umán o nei paesi vicini.
Ma, in fondo, non è tanto il Suchiate a preoccupare i migranti come Linda e le sue bambine, quanto il pensiero di mettere piede in Messico.
Migranti all’esterno della «Casa del migrante sin fronteras» di Tecún Umán. Foto di SImona Carnino.
La legge dei cartelli
Dall’autunno dell’anno scorso, il Cartel de Sinaloa e il Cartel de Jalisco nueva generación (Cjng) hanno messo sotto assedio il territorio del Chiapas, lo stato più meridionale del Messico.
I due gruppi criminali si contendono il traffico di droga, armi e persone lungo la frontiera Sud, compresa la Selva Lacandona e il confine di Comalapa, dove la violenza ha spinto centinaia di persone a lasciare le proprie case e migrare verso Cuilco, in Guatemala.
A Ciudad Hidalgo, la faccia messicana di Tecún Umán, c’è un tale caos che a nessuno è chiaro chi comanda. L’unica cosa certa è che gruppi criminali, affiliati ai due più grandi cartelli, si contendono il controllo del flusso migratorio dalla sponda messicana del Suchiate verso la cittadina di Tapachula, che si trova a soli venti chilometri dalla frontiera.
Le bande criminali hanno allestito quasi un check-point informale. Ogni giorno sequestrano interi gruppi di migranti che hanno due sole possibilità di scelta: o pagare o non farlo, a proprio rischio e pericolo. Eppure, neanche questa minaccia ferma le centinaia di persone che ogni giorno attraversano la frontiera affidandosi chi a Dio e chi al caso, «perché c’è sempre la speranza che non sequestrino proprio noi», sorride Linda.
Il sentimento che si prova prima di attraversare una frontiera come quello che sentirebbe chi andasse in moto senza casco, o scavalcasse un cancello dai pali affilati quando si è rimasti chiusi fuori casa. Il fatalismo mischiato alla necessità fanno pensare che non succederà alcun incidente. E se dovesse capitare, non capiterà proprio a noi e certamente non proprio oggi. Linda pensa così, prima di partire.
Con in mano i loro pochi averi, i migranti cercano un lavoro per finanziare il viaggio attraverso il Messico e fino agli Stati Uniti. Foto di SImona Carnino.
Alla «Casa del migrante sin fronteras»
La notte prima di attraversare il confine meridionale con il Messico, Linda si è seduta nel cortile della Casa del migrante sin fronteras di Tecún Umán, con la Bibbia in mano, recitando sottovoce il Salmo 121: «Alzerò gli occhi verso i monti; da dove verrà il mio aiuto? Il Signore custodirà la tua uscita e il tuo ingresso, d’ora in poi e per sempre».
Linda ha imparato questo salmo a memoria. Lo legge ogni sera da quando ha iniziato il suo grande viaggio dal Venezuela verso gli Stati Uniti. Lo leggeva anche quando era nella selva del Darién e ora le sembra più appropriato che mai. «Prego il Signore che domani non ci sequestrino i narcos», dice con fede.
Josué, un ragazzo honduregno di circa 25 anni, annuisce. «Ieri ho attraversato il fiume, ma quando sono sceso ho visto un gruppo di narcos rapire tutte le persone sull’altra zattera. Chiedono un riscatto fino a 150 dollari per andare a Tapachula, e se non glieli dai…», borbotta senza finire la frase, in modo che Linda e le sue bambine non lo sentano e non si spaventino ulteriormente.
Però lo sente Jairo, 51 anni, venezuelano, e d’improvviso gli si riempiono gli occhi di lacrime. «Sono qui con mia moglie e mio figlio di 14 anni e non ho un soldo. Rimarrò a Tecún Umán a lavorare perché non voglio che ci uccidano appena mettiamo piede in Messico solamente perché non possiamo pagare. Da una parte vorrei che nessuno mi raccontasse storie macabre, ma dall’altra credo sia importante sapere cosa aspettarsi», dice Jairo, stanco e avvilito.
All’ora di cena, la sala da pranzo della Casa del migrante è piena. Ogni giorno passano da questo punto di accoglienza temporanea almeno 200 persone.
È così da anni e da quando Donald Trump ha vinto nuovamen-te elezioni ancora di più. Il suo programma elettorale è, se possibile, più violento (e probabilmente anche irrealizzabile) di quello messo in atto nella sua prima amministrazione.
Il tycoon ha cercato di rafforzare il consenso promettendo l’America agli americani, sotto lo slogan Make America great again, attraverso la realizzazione di una deportazione massiva di oltre un milione di persone (su un totale stimato di undici milioni) presenti negli Stati Uniti senza un visto regolare.
Il nuovo presidente americano, inoltre, ha promesso una riduzione degli ingressi, limitando la possibilità di fare richiesta di asilo politico.
Di fronte a questo panorama, la maggior parte di chi migra, cerca di arrivare negli Stati Uniti prima che prendano forma nuove direttive migratorie.
Tuttavia, un duro giro di vite è già stato dato durante l’amministrazione Biden che, nell’ultimo anno, ha imposto ai migranti di accedere al sistema d’asilo solamente attraverso l’app Cbp One (sospesa il 20 gennaio da un ordine esecutivo di Trump, ndr) e solo una volta arrivati in Messico.
Questa manovra, in contrasto con le normative internazionali in termini di diritto di asilo, obbliga chi chiede protezione a rimanere in balia delle bande criminali presenti sulla frontiera e in vaste zone del Messico.
Lo sa bene Jaqueline, 43 anni, di Jutiapa e di etnia Xinca, un popolo indigeno del Guatemala orientale. È seduta fuori dalla cucina della Casa del migrante, ma non ha fame. «Ho lo stomaco sottosopra perché ho paura che domani i narcos violentino mia figlia di 16 anni – dice Jaqueline, con la mano sulla pancia -. Abbiamo provato ad attraversare la frontiera ieri pagando 300 dollari ai narcos, ma poi la polizia messicana ci ha respinto in Guatemala e ora siamo al verde. Vorrei restare qui».
Nella Casa del migrante è possibile rimanere al massimo tre giorni, ma molti vorrebbero rimanere più a lungo. «Questo è l’ultimo posto in cui le persone in transito possono mangiare un pasto caldo, usare internet, riposarsi e lavarsi prima di arrivare in Messico – spiega Óscar Pelicó di Ayuda en acción, Ong spagnola specializzata in progetti di sostegno alle donne e ai bambini sulla frontiera -. In Messico, le case per migranti sono solo a uso dei richiedenti asilo. Per chi vuole andare negli Stati Uniti non c’è nessun supporto».
El rio Suchiate tiene un promedio de 140 metros de ancho y la frontera de Mexico es visibile por el otro lado de la orilla_Tecún Umán, 09.10.24
Con la paura addosso
Alle 7 del mattino successivo, ci sono 40 tazze di caffè e 40 panini sul tavolo della sala da pranzo della Casa del migrante. Nessuno ha fatto colazione. Neppure Linda e le sue figlie. Al mattino si sono svegliati tutti con un’agitazione sottopelle e un unico obiettivo: «Arrivare a Tapachula senza essere sequestrati». Appena arrivati dall’altra parte del Suchiate, Linda, le bambine e tutti gli altri hanno iniziato a camminare sulla riva destra. Dopo 5 minuti, sono stati braccati dai narcos.
«Ci hanno detto che dovevamo pagare o non ci avrebbero lasciati andare – racconta Linda attraverso un messaggio vocale di WhatsApp il giorno dopo -. Ho pagato 200 dollari per me e le bambine. Ci hanno messo un timbro a forma di “gallo” o qualcosa del genere sul braccio e ci hanno lasciate andare. Non so cosa sia successo a chi non ha pagato».
I sequestri express sulla riva del Suchiate sono frequenti quanto casuali. Jonathan, un migrante venezuelano, per esempio, non è stato rapito. «Ho camminato lungo la riva sinistra e sono arrivato a Tapachula senza pagare – racconta telefonicamente da Tuxtla Gutiérrez -. Poi la migrazione messicana mi ha portato qui e ormai da quasi sei mesi vivo per strada».
Un migrante mostra la schermata dell’applicazione Cbp One delle autorità di frontiera statunitensi. Foto di Simona Carnino.
La speranza svanita
Jonathan è uno dei tanti migranti portati a forza dall’Istituto messicano per le migrazioni a Tuxtla Gutiérrez. Qui si guadagna da vivere vendendo frutta, in attesa dell’appuntamento per la richiesta di asilo negli Stati Uniti. Ha prenotato sull’app Cbp One, ma per ora non ha ricevuto una data di convocazione. Se questo succederà (molto improbabile visto il blocco dell’app decretato da Trump, ndr), un bus dell’istituto di migrazione lo porterà sul confine Sud degli Stati Uniti dove potrà provare a raccontare la sua storia e se avrà suerte, ricevere un visto in attesa del processo in cui verrà sentenziato se ha diritto o meno all’asilo politico negli Stati Uniti. Restare in Messico nel limbo dell’attesa è estremamente pericoloso, e Jonathan lo sa bene, ma per lui questa è l’unica possibilità. Chi se lo può permettere cerca di attraversare la frontiera solamente quando ha la certezza dell’appuntamento. «Pare che alcune organizzazioni criminali vendano “date di appuntamenti” per circa seimila dollari – dice Gemayel Fuentes, responsabile della Casa del migrante -. Alla fine è comunque più economico che pagare un coyote (trafficante di esseri umani, ndr) quindicimila dollari per arrivare negli Stati Uniti irregolarmente. Molti migranti stanno quindi scegliendo questa nuova soluzione».
Per chi non può pagare, non resta che aspettare, bloccati a quattromila chilometri dal confine settentrionale.
«Prego solo che il mio appuntamento arrivi presto, perché qui ci sono i narcos, tutto è molto costoso e in più c’è un’epidemia di dengue in corso in città e non c’è nessuna organizzazione che ci aiuti con cibo o farmaci», conclude Jonathan in un messaggio vocale via WhatsApp.
Simona Carnino
Mondo. Rimesse dei migranti, un ponte tra Paesi
Nel 2023 il denaro mandato dai migranti ai loro paesi di origine nel mondo ha raggiunto la cifra record di 822 miliardi di dollari. Un aiuto importante per le famiglie. Un ponte economico e sociale tra i paesi.
Ogni anno Carmen manda tra i due e i tremila euro a sua madre a Lima. Da poco ha superato il concorso all’Asl città di Torino e ha iniziato a lavorare come Oss in ospedale, lasciando il precedente lavoro in una casa di riposo privata. Ha potuto anche fare un mutuo per acquistare il suo piccolo alloggio nella periferia Nord della città.
I suoi soldi aiutano la madre e due nipoti, figli di una sorella rimasta vedova a causa di un incidente sul lavoro del marito. Durante la pandemia ha mandato qualche centinaio di euro anche a suo fratello, in difficoltà a San Francisco, negli Usa.
Le rimesse, ovvero il denaro inviato dai migranti ai loro paesi di origine, sono un fenomeno economico e sociale cruciale, un flusso di risorse che collega il lavoro di milioni di persone migrate con lo sviluppo e il sostentamento delle loro famiglie rimaste in patria. Hanno un impatto significativo sia nei paesi di destinazione che in quelli di origine.
L’Italia, con la sua storica tradizione migratoria e un crescente numero di lavoratori stranieri, è uno dei principali paesi europei per volume di rimesse.
I dati: 822 miliardi di $
Carmen è una dei circa 200 milioni di migranti che nel mondo mandano denaro ai territori di provenienza. La Banca mondiale stima che nel 2023 le rimesse a livello globale siano ammontate a 822 miliardi di dollari (circa un terzo del Pil italiano).
Il paese che ha ricevuto la cifra più alta è stata l’India, con una cifra di 119,5 miliardi di dollari. A seguire, il Messico (66 miliardi), le Filippine (39), la Francia (36), la Cina (29). L’Italia è al 17° posto con 12,1 miliardi di rimesse ricevute da italiani all’estero.
Non stupisce che anche paesi ad alto reddito come Francia, Italia, o Germania (all’ottavo posto con 21 miliardi) ricevano grandi volumi di rimesse. La mobilità dei lavoratori europei che espatriano è molto alta e sotto gli occhi di tutti.
Tra i paesi dai quali escono i volumi maggiori di rimesse, troviamo al primo posto gli Usa, con 93 miliardi. A seguire, Arabia saudita (38), Svizzera (37), Germania (22), Cina (20). La Francia è al sesto posto con 19 miliardi di dollari, l’Italia all’undicesimo con 12,2 miliardi.
Interessanti variazioni sono state registrate rispetto al 2023, con incrementi significativi per paesi come Bangladesh (+17,4%) e Perù (+11%), mentre si osservano cali per altre nazioni come Pakistan (-9,6%) e Romania (-13,3%). Queste dinamiche riflettono non solo i cambiamenti demografici e migratori, ma anche l’evoluzione dei sistemi finanziari e delle politiche dei paesi di destinazione.
I costi delle rimesse per i migranti
Le rimesse rappresentano spesso una parte considerevole del reddito guadagnato dai migranti. Sono il frutto di sacrifici personali, rinunce a consumi o investimenti.
Su questa situazione già difficile, pesa anche il costo per l’invio del denaro. Nonostante gli sforzi globali per ridurlo, infatti, in Italia, secondo l’Onifm, per l’invio di 150 euro a dicembre 2024 una persona doveva pagare in media il 4,7%, con differenze significative a seconda dei paesi destinatari. Per mandare la stessa cifra in Senegal, ad esempio, il costo era del 2,6%, in Romania 3,89%, in Cina 4,89%, in Ghana 8,33%, in Brasile 9,40%.
Le piattaforme digitali sarebbero più economiche rispetto ai canali tradizionali, ma richiedono una maggiore alfabetizzazione finanziaria e digitale, e sono quindi meno usate.
L’osservatorio per l’inclusione finanziaria dei migranti, nel suo report, sottolinea che ridurre i costi di invio è una priorità sancita anche dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che mira a portarli sotto il 3%.
L’Italia ha già intrapreso iniziative, come il portale «mandasoldiacasa», per aumentare la trasparenza e promuovere la concorrenza tra gli operatori. Tuttavia, il vero potenziale risiede nello sviluppo e nella diffusione di canali digitali accessibili e nell’educazione finanziaria sia nei paesi di origine che di destinazione.
Effetti nei paesi di origine
Per i paesi destinatari, le rimesse sono una fonte essenziale di sostentamento e sviluppo. Questi fondi contribuiscono a migliorare le condizioni di vita, finanziare l’educazione, l’accesso alla salute e promuovere iniziative imprenditoriali.
Tuttavia, vi sono anche aspetti negativi: ad esempio il rischio di creare una dipendenza eccessiva dalle rimesse, cosa che può limitare lo sviluppo di economie autosufficienti. Inoltre, le variazioni dei flussi che da un anno a un altro possono verificarsi, rischiano di portare conseguenze profonde su comunità già vulnerabili.
Ponti tra comunità
Le rimesse non sono semplicemente trasferimenti di denaro, ma ponti economici e sociali che uniscono famiglie e comunità. Supportare i migranti per il loro invio sicuro ed economico significa non solo migliorare la loro qualità di vita, ma anche contribuire allo sviluppo sostenibile globale.