Mondo. Pandemia nucleare a 80 anni da Hiroshima e Nagasaki
Corre il riarmo nucleare mondiale, mentre rischia di sbiadirsi la memoria dei massacri di Hiroshima e Nagasaki di 80 anni fa. E i vescovi giapponesi richiamano al disarmo.
Il massacro più veloce della storia umana avvenne il 6 agosto del 1945 in Giappone. Quel giorno, alle 8,15 del mattino, gli Usa colpirono Hiroshima con una bomba atomica uccidendo sul colpo tra le 70 e le 80mila persone. Gran parte della città fu rasa al suolo. Il secondo avvenne tre giorni dopo a Nagasaki, dove gli Usa sterminarono, con una seconda bomba, altre 40mila persone.
Benché sia impossibile avere una contabilità certa delle conseguenze di quegli attacchi, è chiaro che mai era avvenuta una strage di massa così imponente in un tempo così breve, in una modalità così indiscriminata e devastante anche per le infrastrutture e l’ambiente naturale.
Altre decine di migliaia di persone morirono nelle settimane successive per le conseguenze dirette dell’esplosione e degli incendi e distruzioni provocate dalle bombe. Si parla di circa 140mila totali per Hiroshima entro la fine del 1945, e di circa 70mila per Nagasaki. Complessivamente 210mila persone con due sole bombe in due città che contavano, insieme, circa 600mila abitanti.
Voci inascoltate
Basterebbero questi dati, senza elencare le conseguenze che ancora oggi, a distanza di 80 anni, pesano sulla vita di molti, per rendere evidente quanto il bando delle armi nucleari dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità della comunità internazionale.
Eppure, oggi, le voci che si alzano contro la proliferazione delle armi atomiche, pur essendo molte, sono quasi sempre della sola società civile. E ottengono poco ascolto e poca risonanza. Tanto che nel 2024, le nove potenze nucleari mondiali – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – hanno continuato indisturbate a modernizzare i propri arsenali.
La corsa agli armamenti nucleari
Secondo gli ultimi dati del Sipri (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), all’inizio del 2025 erano presenti nel mondo circa 12.241 testate nucleari, delle quali 9.614 in scorte militari pronte all’uso. Di queste, 3.912 risultano schierate su missili o aeromobili, con circa 2.100 mantenute in stato di allerta operativa elevata, prevalentemente da Stati Uniti e Russia.
Il centro di ricerca svedese sottolinea che tutti i Paesi dotati di armi nucleari stanno investendo in programmi di ammodernamento, che vanno ben oltre il semplice mantenimento degli arsenali. Questo, a partire da Usa e Russia che detengono insieme quasi il 90% delle testate nucleari mondiali. E dalla Cina che ha accelerato la propria espansione, passando da 500 a circa 600 testate in un solo anno.
A 80 anni da dalla prima bomba atomica usata contro l’umanità, il Sipri sottolinea che la riduzione del numero di testate a livello globale (da 12.405 nel 2024 a 12.241 nel 2025) è dovuta al lento smantellamento di quelle obsolete da parte di Usa e Russia, e non al disarmo. La tendenza generale è, invece, di crescita e potenziamento.
Per gli analisti del Sipri, la mancanza di nuovi trattati di controllo e la crescente opacità delle dottrine nucleari dei Paesi detentori delle armi atomiche, alimentano l’instabilità geopolitica, rendendo, seppur involontariamente, più vicino il rischio di conflitto nucleare.
La voce della Chiesa giapponese contro il riarmo nucleare
Tra le voci che si alzano per domandare maggiore responsabilità ai governanti del mondo, quella della Conferenza episcopale giapponese (Ceg) è particolarmente significativa.
In vista della ricorrenza degli 80 anni dai due massacri di Hiroshima e Nagasaki, i vescovi del Paese hanno firmato una dichiarazione per domandare l’abolizione delle delle armi atomiche: «[…] noi vescovi della Conferenza episcopale giapponese, l’unico Paese a essere stato vittima di un bombardamento atomico, […] con questa dichiarazione, ribadiamo il nostro fermo impegno per raggiungere l’abolizione delle armi nucleari. A Hiroshima e Nagasaki, molte persone persero la vita nei bombardamenti del 1945, e ancora oggi molti continuano a soffrire per le loro conseguenze. È una tragedia che non deve ripetersi», scrivono.
E proseguono: «L’esistenza delle armi nucleari è un affronto alla dignità degli esseri umani e al mondo che Dio ha creato come “buono” e costituisce una grave minaccia per tutte le forme di vita. […]. Inoltre, nella più ampia prospettiva degli “hibakusha” (i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki), non possiamo dimenticare l’esistenza di vittime legate ai test nucleari e all’estrazione dell’uranio. Pertanto, dichiariamo eticamente inaccettabili lo sviluppo, i test, la produzione, il possesso e l’uso di armi nucleari».
Per i vescovi della Chiesa giapponese, la cosiddetta deterrenza nucleare di cui si parla in diverse cancellerie del mondo è un mezzo inefficace per risolvere i conflitti, e, in più, getta l’umanità in un «dilemma di sicurezza» che, «inevitabilmente, conduce sull’orlo di una guerra nucleare. Non possiamo tollerare in alcun modo questo modo di pensare».
E concludono: «Come Vescovi […] continueremo a far conoscere al mondo intero la realtà dei bombardamenti atomici e a denunciare la disumanità delle armi nucleari; saremo solidali con i movimenti nazionali e internazionali che lottano per l’abolizione delle armi nucleari e promuoveremo azioni concrete per raggiungere questo obiettivo; sosterremo i principi del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) ed esorteremo il governo giapponese a ratificarlo il prima possibile; trasmetteremo l’ideale di pace alle generazioni future attraverso l’educazione alla pace e attività di sensibilizzazione».
Luca Lorusso
Burkina Faso. Continuano massacri e repressione
«È a causa di quello che hanno fatto i vostri parenti che siete qua. Voi pensate di poter prendere tutto il Burkina Faso. È la vostra fine», urla in moore (la lingua dei mossì, l’etnia maggioritaria in Burkina Faso) una voce fuori campo, presumibilmente della stessa persona che sta girando un rudimentale video con il telefono.
Nelle immagini si vede una donna a terra morta con la testa sanguinante, e vicino a lei un bimbo piccolo, visibilmente scioccato. Decine di video terrificanti hanno invaso i social media dei burkinabè un paio di settimane fa. Sono stati girati nei pressi della città di Solenzo, nella provincia Banwa, l’estremo Ovest del Burkina Faso.
Documentano i massacri avvenuti tra il 10 e l’11 marzo, riporta Human rights watch (Hrw), l’organizzazione per la difesa dei diritti umani basata a New York. Nei video si vedono decine di uomini, donne e anche alcuni bambini uccisi o feriti. Sono ammucchiati a terra o su mezzi di trasporto. Cadaveri e feriti senza distinzione. A girare i video sono stati gli stessi autori dei crimini, i «Volontari per la difesa della patria» (Vdp), che hanno così firmato la carneficina. Sulle loro maglie si legge «Gruppo di autodifesa di Mahouna», oppure «Forza rapida di Kouka», tutte località della zona di Solenzo.
I Vdp sono gruppi paramilitari, presenti in tutto il Paese e sostenuti dal Governo, nati alcuni anni fa, con il presunto obiettivo di difendere la popolazione dall’attacco dei gruppi armati jihadisti, penetrati in Burkina fino dal gennaio 2016.
I ricercatori di Hrw hanno esaminato gli spezzoni di video e hanno contato, con approssimazione per difetto, almeno 58 cadaveri.
Secondo diverse testimonianze locali, il massacro è avvenuto ai danni della popolazione di etnia Peulh (Fulani). Questo gruppo è genericamente accusato di favoreggiamento dei jihadisti, a causa della stessa appartenenza etnica di molti membri degli islamisti (è a questo che si riferisce la voce del video citato sopra). Secondo fonti di Hrw, «il 10 e l’11 marzo, l’esercito burkinabè e le milizie alleate hanno compiuto una vasta operazione nelle campagne di Solenzo e colpito dei Peulh sfollati, apparentemente in rappresaglia contro la comunità che il Governo accusa di sostenere i combattenti islamisti». L’odio etnico pare essere oramai penetrato, anche in quest’area dell’Africa dove non si era mai verificato.
Incitazione allo sterminio
Intanto il 21 marzo, il procuratore della Repubblica, Blaise Bazié, ha aperto un’inchiesta per «incitazione all’odio» a causa dei molti messaggi circolanti sui social network inneggianti allo sterminio dei Peulh. Testi del tipo: «Lanciare operazione zero Peulh nelle 45 provincie del Burkina Faso». Amnesty International fa notare che sono circa quattro anni che avvengono queste inchieste, ma alcuna sanzione è stata mai imposta: «Ci sono denunce, richiami alla legge, ma purtroppo non seguite da sanzioni. […] Questa impunità si manifesta come una normalizzazione della violenza verso la comunità Peulh e facilita la sua perpetuazione».
Un comunicato del portavoce del Governo, datato 15 marzo riporta che «una vasta campagna di disinformazione fa seguito ai recenti avvenimenti di Solenzo, con l’obiettivo di discreditare i nostri valorosi combattenti e impaurire la popolazione pacifica». La giunta militare, al governo dall’ottobre 2022, considera questi video dei falsi, montati ad arte e diffusi allo scopo di screditare il suo operato per la sicurezza.
I civili nel mirino
Il massacro di Solenzo, purtroppo, non è un fatto isolato. Dal 2023 si contano oltre 500 i civili trucidati nelle campagne burkinabè. Quelli maggiori sono stati: Karma, aprile 2023, 150 morti; Zaongo, novembre 2023, 100 morti; Soro, febbraio 2024, 220 morti e Gayeri, tra il 2023 e il 24, diverse decine di vittime.
I jihadisti, dal canto loro, compiono attacchi selettivi, sovente contro le forze dell’ordine, nelle zone più remote del Paese. Ma non solo. Attaccano anche villaggi e uccidono civili inermi e creano vasti movimenti di popolazione in fuga.
Circa due milioni di persone, quasi il 10% della popolazione, sono state costrette a fuggire dalle proprie case a causa di scontri armati e problemi di sicurezza negli ultimi anni (riporta il Consiglio norvegese dei rifugiati).
Da ricordare tra tutti il massacro di Barsalogho, il 24 agosto 2024, quando il «Gruppo di sostengo all’islam e ai musulmani» (Gsim o Jnin, in arabo Jama’at al-Islam wa al-Muselimeen), una delle sigle dei movimenti jihadisti presenti in Sahel, legata questa ad al Qaeda, è stato responsabile dell’uccisione dalle 300 alle 400 persone. Il maggiore eccidio avvenuto ad oggi nel Paese.
Questo gruppo è stato particolarmente attivo proprio nella provincia di Banwa, tra fine 2024 e inizio 2025.
Hrw ha verificato che le forze armate burkinabè e i Vdp hanno commesso abusi generalizzati durante le operazione di contro insurrezione in tutto il Paese, comprese uccisioni illegali di civili che accusano di sostenere i combattenti islamisti.
Repressione politica
D’altro lato il governo della giunta militare guidata da Ibrahim Traoré, spinge su una retorica militarista e sovranista. E non ammette dissenso. Uomini, spesso in borghese, prelevano e fanno scomparire giornalisti e attivisti per i diritti umani, che poi ricompaiono nelle prigioni di Stato settimane dopo il sequestro.
È così che il 17 marzo scorso è stato preso in un ufficio dove lavorava il giornalista Idrissa Barry, membro del coordinamento del movimento politico Sens (Servir et non se servir). Il 22 marzo altri quattro membri dello stessa associazione sono stati sequestrati e non si conosce dove siano stati portati.
Il 24 marzo, poi, il presidente e il vice presidente dell’Ajb (Associazione giornalisti burkinabè, la maggiore del Paese), rispettivamente Guézouma Sanongo e Boukari Ouoba, sono scomparsi, e la stessa sorte è toccata a Luc Pagbelguem (giornalista di BF1 Tv). Il giorno dopo, l’Ajb è stata addirittura sciolta, con un comunicato del ministro dell’Amministrazione territoriale (equivalente al nostro ministro dell’Interno).
Il movimento Sens, in un comunicato, ha dichiarato: «Denunciamo fermamente questa nuova ondata di repressione politica e chiediamo al Governo di impedire i massacri di popolazioni innocenti piuttosto che prendersela con chi li denuncia. […] Chiediamo inoltre alla comunità internazionale, alle organizzazioni di difesa dei diritti umani e a tutte e personalità di buona volontà di fare pressioni sul regime per il rispetto della legalità e della dignità dei cittadini. Chiediamo infine, al popolo resiliente del Burkina Faso che si mobiliti sempre di più per opporsi alla deriva dittatoriale del Movimento patriottico per la salvaguardia e la restaurazione (la giunta, ndr)».
Crimini di guerra
Hrw, nel suo rapporto ricorda che «Tutte le parti in conflitto armato in Burkina Faso sono tenute a rispettare il diritto internazionale umanitario, che comprende l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra. Esso proibisce l’uccisione, la tortura e i maltrattamenti di civili e di combattenti catturati. Chi commette violazioni […] è responsabile di crimini di guerra».
Hrw e Amnesty international chiedono, inoltre, alle autorità un’inchiesta indipendente che «porti a giudizio tutti i responsabili di questi gravi crimini».
Marco Bello
Nord Kivu senza pace
Nell’est del secondo paese africano per superficie, tra i più ricchi di risorse, imperversano gruppi armati sostenuti da paesi confinanti. Gli stessi sono alleati della Rdc a livello regionale. Le contraddizioni sono forti. Come pure non si spiega la presenza della missione Onu per la pace che in 23 anni non ha dato risultati. Ce ne parla un attivista per i diritti umani di Goma.
Nell’est della Repubblica democratica del Congo, da circa un anno la milizia M23, sostenuta dal Rwanda, sta causando grandi spostamenti di popolazione. Secondo il sito umanitario Reliefweb, al 31 gennaio 2023, gli attori umanitari e statali hanno stimato in almeno 602mila unità il numero di persone sfollate a causa della guerra nei territori di Rutshuru, Nyiragongo, Masisi, Walikale, Lubero e nella città di Goma (capitale del Nord Kivu). Nel marzo 2023, il numero di sfollati solo intorno alla città di Goma è stimato in circa 200mila.
Julienne, residente a Goma nel quartiere di Ndosho, descrive la loro situazione: «Abbiamo sofferto nella Rdc orientale per molto tempo. Ho visitato alcuni campi di sfollati. Non hanno riparo dalla pioggia, né servizi igienici, né bidoni della spazzatura, né cibo o vestiti. Alcuni hanno preso il colera. Una volta arrivati a Goma, alcuni vengono accolti in famiglie allargate, ma non hanno mezzi per sopravvivere sul lungo termine. Sperano di tornare nel loro territorio dove hanno lasciato tutto. A Goma sono aumentati i prezzi dei prodotti alimentari al mercato. Le strade sono chiuse, la guerra ha bloccato tutte le aree da cui proviene il cibo. I negozi non hanno più nulla da vendere».
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.
M23 alla ribalta
Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, i ribelli dell’M23 hanno paralizzato le strade principali che collegano Goma al resto della provincia.
In quella zona, a una trentina di chilometri dalla città, sono stati dispiegati i soldati burundesi presenti nella Rdc come membri della forza militare della Comunità dell’Africa orientale (Eac). Con base a Mubambiro, le truppe burundesi si sono unite a un contingente dell’esercito keniano, di circa mille uomini, schierati a Goma e dintorni dal novembre 2022.
Sempre a marzo, molto più a nord, nel territorio di Beni, anch’esso nella provincia del Nord Kivu, più di quaranta persone sono morte in un nuovo attacco attribuito ai ribelli dell’Adf (Allied democratic forces), affiliati al gruppo Stato islamico. L’Adf ha origine da ribelli ugandesi, in prevalenza musulmani, che sono arrivati nell’est della Rdc a metà degli anni ‘90 e sono accusati del massacro di migliaia di civili.
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni Don Bosco. Pascal Martin 2023.
La voce dei diritti
Abbiamo intervistato Christophe Mutaka, attivista per i diritti umani e direttore del gruppo Martin Luther King a Goma.
Signor Mutaka, può riassumere il lavoro del gruppo Martin Luther King?
«Organizziamo le nostre attività con pochi mezzi. Realizziamo un lavoro di monitoraggio, che ci aiuta a sapere cosa avviene sul campo in modo che, in futuro, coloro che compiono gravi e massicce violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e persino atti di genocidio, non sfuggano alla giustizia internazionale.
Negli ultimi mesi, il gruppo Martin Luther King, al fine di evitare che la situazione degenerasse in atti di violenza etnica, ha fatto sensibilizzazione affinché le persone distinguano chiaramente e non confondano coloro che sono al fronte o sul campo di battaglia con le popolazioni civili che non sono responsabili di ciò che accade, indipendentemente dalla loro origine etnica.
Ma continuiamo anche a monitorare ciò che avviene in prima linea affinché gli autori di crimini di guerra, massacri e atti di genocidio siano identificati.
Sono un esempio i massacri di Kishishe e Bambu nel territorio di Rutshuru. Atti che non potranno rimanere impuniti perché i loro autori sono noti e identificati. La documentazione raccolta consentirà alle generazioni future di chiederne conto. Nella parte settentrionale della provincia del Kivu, le persone sono state massacrate per più di un decennio. Molte di esse appartengono alla comunità nande nel territorio di Beni.
Per quanto riguarda gli sfollati, ovvero persone che hanno lasciato i loro villaggi d’origine temendo per la propria vita e che si sono trovate in pericolo a causa dei disordini, anche nel loro caso gli autori delle violazioni dei diritti umani che hanno subito potrebbero essere perseguiti».
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.
Perché e quando l’M23 ha ripreso i suoi attacchi nella parte orientale della Rdc?
«La ripresa degli attacchi, in particolare quelli dell’M23, risale al marzo 2022. Affermano di averli ripresi perché la comunità tutsi (etnia presente in Congo, Rwanda e Burundi, ndr) è minacciata. Ma non è vero: essi si trovano nel governo a livello nazionale, sono presenti nell’Assemblea nazionale, nel Senato, nelle aziende statali e parastatali, nelle aziende private strategiche, nell’esercito e nei servizi di sicurezza. È quindi inaccettabile che si descrivano come una minoranza minacciata o schiacciata del paese. I tutsi hanno tra i membri della loro comunità ministri, generali, alti ufficiali dell’esercito.
L’argomento della minaccia non regge. Come prova, i banyamulenge (tutsi congolesi, ndr) che l’M23 dovrebbe difendere, hanno dichiarato che preferiscono risolvere le loro questioni da soli, con gli altri congolesi.
Il secondo argomento è il rientro nelle loro terre dei rifugiati tutsi che sono ancora nei campi in Rwanda e Congo. Qui nessuno è contrario al loro ritorno, ma sarebbe necessario identificarli in anticipo, conoscere il loro luogo di origine e sapere da quale villaggio provengono. La contraddizione è che quando l’M23 attacca il Congo, crea insicurezza nelle loro zone di origine. Inoltre, c’è il timore che, nella confusione, approfittino del ritorno dei rifugiati per fare arrivare ruandesi non di origine congolese, che quindi non possono indicare il loro villaggio di provenienza.
Infine, questi gruppi richiedono di essere integrati nell’esercito. Anche questo non sta in piedi. Molti ufficiali tutsi, maggiori, colonnelli e caporali sono già nell’esercito, mentre la legge congolese proibisce il reclutamento collettivo di ribelli. Ognuno si fa arruolare individualmente.
Queste argomentazioni ci sembrano quindi infondate e noi pensiamo che le ragioni della ripresa delle ostilità siano altre.
In Rdc vivono circa 450 gruppi etnici che sono ciascuno una minoranza rispetto al resto. La minoranza tutsi non è la più piccola comunità del Paese. Ci sono gruppi etnici più piccoli dei tutsi che non usano questi argomenti di discriminazione. La tutela delle minoranze è garantita dalla Costituzione. Inoltre, non è corretto usare le armi per rivendicare diritti.
Occorre dunque operare una netta distinzione tra coloro che hanno preso le armi contro la Repubblica democratica del Congo (ad esempio l’M23) e i civili che non hanno nulla a che fare con il conflitto armato».
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.
La Rdc fa parte della Comunità dell’Africa dell’Est (sigla inglese, Eac), come il Rwanda che però sostiene l’M23. Questa posizione non è contraddittoria?
«Rispetto all’impegno dell’Eac, ci sono cose che non si comprendono. Ad esempio, come sia possibile che la Rdc rimanga suo membro mentre un altro la attacca, e come mai gli altri membri non prendano posizione. Come società civile, avremmo trovato normale che la Rdc si ritirasse dall’Eac, perché non possiamo rimanere membri di una unione che mantiene un silenzio colpevole di fronte all’aggressione di uno dei suoi membri. Anche l’impegno delle truppe Eac a fianco delle Fardc (Forze armate della Rdc) è difficile da capire. Come le truppe burundesi abbiano attraversato il Rwanda per venire a combattere l’M23 in Congo è qualcosa che non possiamo comprendere. Tuttavia, il Rwanda è membro dell’Eac.
Quindi c’è un gioco di menzogne in questa alleanza, e questo spiega perché ci sono state manifestazioni qui a Goma per chiedere alla Rdc di lasciare l’Eac. Una volta fatto questo, il nostro Paese sarà in grado di cercare sostegno militare o di altro tipo da qualsiasi altro paese del mondo».
Alcuni capi di stato hanno recentemente visitato la Rdc. Possiamo ricordare la visita del sovrano belga, re Filippo, del presidente francese, Emmanuel Macron e del presidente dell’Angola, João Lourenço. Ma anche la visita di papa Francesco. Questo balletto diplomatico ha cambiato qualcosa sul terreno?
«A parte il Papa, le altre autorità che ha citato hanno un’agenda nascosta, che include interessi sulla guerra che si svolge nella Rdc. È quindi normale che il loro passaggio non possa cambiare molto sul terreno.
La Francia, ad esempio, in quanto membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe essere in grado di influenzare i suoi membri per fermare la guerra in Congo. Ma, poiché ci sono altri interessi, le visite non hanno cambiato la situazione.
Neppure la popolazione congolese ha capito il significato di queste visite.
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.
La visita del Papa, invece, è ben diversa. È stata un campanello d’allarme per la popolazione congolese in generale. Nel suo messaggio, Francesco ha detto ad alta voce ciò che tutti stanno sussurrando: ha parlato del coinvolgimento occidentale nella crisi che ha lacerato la Rdc per più di due decenni. Quando il Papa chiede di “togliere le mani dalla Rdc e dall’Africa”, denuncia queste ingerenze esterne.
Come in Burkina Faso, che non ha avuto una guerra prima che i suoi minerali fossero scoperti, o il Nord del Mali, dove sono state scoperte risorse naturali. Tutte risorse di interesse per l’Occidente, e quindi portatrici di guerre. Il commercio di armi è anch’esso un grande business.
Nessuno combatterà per la Rdc, a parte noi congolesi. Le autorità devono capire che gli unici amici del Congo sono i congolesi stessi. Tutte queste missioni esterne vengono nel Paese per interessi personali e non per quelli della Rdc e del suo popolo.
Ad esempio, la missione delle Nazioni Unite è qui da più di 20 anni, la più grande missione di pace delle Nazioni Unite nel mondo. Ma la pace è arrivata? C’è la guerra con scontri continui a soli 30 km da Goma. E i caschi blu dell’Onu sono sul posto.
Capiamo quindi, che tutte queste missioni, che si tratti dell’Eac o delle Nazioni Unite, non sono venute per il Congo, ma per qualcos’altro.
Dobbiamo identificare chi, nel nostro Paese, sostiene la guerra e chi la sostiene al di fuori del Paese. Sarà quindi necessario attaccare gli interessi di coloro che fomentano la guerra, in modo che capiscano che non vale la pena avere le risorse della Rdc passando dalla finestra, ma devono passare dalla porta. Ovvero ottenere le risorse dai congolesi stessi.
Se i paesi occidentali, le multinazionali vogliono sfruttare le risorse naturali del nostro territorio, stabiliscano una partnership alla pari con il Congo, invece di massacrare l’intera popolazione solo perché abbiamo minerali».
In questo anno elettorale, quali sono le correnti di opposizione che possono presentare un’alternativa e canalizzare le aspirazioni del popolo?
«In quest’anno elettorale la posta in gioco è alta. Non dimentichiamo che alcuni politici a caccia di poltrone vogliono approfittare di questa situazione di guerra per posizionarsi e ottenere il sostegno di alcuni Stati occidentali.
Abbiamo anche le nostre responsabilità come congolesi. Siamo in parte responsabili delle nostre disgrazie perché siamo noi che votiamo per le persone che governano il paese. Accettiamo cose inaccettabili e quindi dobbiamo anche lavorare molto sulla governance. Il buon governo consentirà di evitare ingiustizie e di organizzare un’equa redistribuzione delle risorse a livello della popolazione. Se le risorse andranno a beneficio del paese e saranno ben gestite, le persone vivranno in condizioni soddisfacenti.
L’anno elettorale viene osservato con molto interesse anche fuori del paese».
Quali leader democratici emergono per proporre alternative alla popolazione?
«Ci sono leader che hanno una visione diversa della Rdc e un’idea affinché la popolazione possa beneficiare delle risorse del Paese. Ma chi li sostiene? Dovremo sostenere questi leader in modo che possano cambiare qualcosa nel Paese. Sfortunatamente non hanno ancora mobilitato la massa. I congolesi si stanno mobilitando e combattendo per la loro patria, attraverso marce pacifiche, scioperi, giorni di blocco delle città, nonostante tutti i rischi che corrono durante questi eventi.
La popolazione congolese non si lascia abbattere. Resiste in maniera nonviolenta.
Chi sogna la balcanizzazione del Congo si sbaglia: se noi siamo umiliati oggi, domani non umilieranno i nostri figli e nipoti. Perché sono essi che stanno vivendo le disgrazie del popolo congolese: rimanere senza acqua, cibo, elettricità in un paese così ricco è una contraddizione. Un giorno tireremo fuori questo paese da questa vergogna a livello globale».
Quale segno di speranza vede in tutto ciò che il Congo sta attraversando oggi?
«I congolesi stanno combattendo contro diversi paesi contemporaneamente: Rwanda, Uganda e diversi paesi occidentali (Francia, Gran Bretagna e altri).
C’è un barlume di speranza se a livello di società civile continuiamo a sensibilizzare la popolazione affinché tutti capiscano che il futuro del Congo è nelle mani dei congolesi e soprattutto dei giovani. Il futuro dell’Africa è nelle mani degli africani. Non possiamo svendere la nostra dignità e la nostra sovranità. È una consapevolezza che deve aumentare.
Inoltre, è necessario esercitare pressioni sui nostri leader per una sana gestione degli affari pubblici. La liberazione del popolo passa anche attraverso questo. Altrimenti, continueremo a cadere nella miseria e a essere considerati come subumani usati da coloro che ne hanno bisogno. Dobbiamo anche lavorare sull’educazione civica degli elettori, in modo che le autorità che gestiranno questo paese possano essere degne di questo compito. Che lavorino per il benessere della popolazione.
C’è anche l’advocacy. Non lavoreremo da soli. Ci sono persone che vogliono sostenere il Congo, che si chiedono perché il popolo congolese sia schiacciato. Dobbiamo andare da queste persone per spiegare cosa sta succedendo e attivare una diplomazia che possa far capire la causa congolese al mondo.
Perché abbiamo visto paesi mobilitarsi per i terremoti mentre poco o per nulla è stato fatto a favore del nostro Paese? La causa congolese deve essere resa nota all’estero. Il popolo congolese non ha solo bisogno di aiuti umanitari, ma soprattutto di porre fine alle ostilità. In modo che tutti possano tornare a casa, nel loro territorio, e riprendere le loro attività».
Pascal Martin*
*Nato e cresciuto a Goma in una famiglia di volontari, ha poi lavorato per oltre 20 anni come cooperante in Africa, tra Congo Rd, Burundi, Madagascar e altri paesi. Ha già scritto per MC.
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Rusayo. Pascal Martin 2023.
Rd Congo massacri nel Beni
I territori di Beni, Butembo e Lubero nella provincia del Nord-Kivu all’est della Repubblica democratica del Congo sono da decenni vittimi di massacri di civili. Una lettera aperta del 14 maggio 2016 mandata dai cornordinatori locali dei gruppi della società civile di Beni, Lubero e Butembo al presidente della Repubblica, Kabila, riporta che solo negli ultimi due anni sono stati registrati più di 1116 persone ammazzate e altre 1470 rapite; più di 1750 case incendiate (molto spesso con dentro i loro abitanti), 13 centri di salute incendiati (anche in questo caso con malati e personale sanitario all’interno); 27 scuole distrutte, altre abbandonate, altre ancora occupate o da rifugiati, o da “dipendenti” militari, o dagli stessi gruppi armati; ci sono villaggi interi completamente assediati e occupati da gruppi ribelli, e si tratta di Kyoto, Katundula, Ivombo, Mwekwe, Mukeberwa, Fungulamacho, ecc. (http://www.rfi.fr/afrique/20160517-rdc-kabila-adf-massacres-beni-lettre-ouverte-gilbert-kambale , http://www.radiookapi.net/2016/05/09/actualite/securite/massacre-de-beni-le-commandement-de-loperation-sokola-i-delocalise )
In queste zone la popolazione spesso si ritrova abbandonata a sé stessa, la polizia o le forze armate nazionali essendo quasi inesistenti. L’insicurezza è totale, e la situazione profondamente drammatica.
I gruppi armati all’est della RDC sono numerosi. I principali registrati negli ultimi 20 anni sono: M23, Fdlr, Fdlr-Soki, Fdlr-Rud, Fdlr-Soka, Fdlr Mandevu, Raia Mutomboki, Mai Mai Sheka, Mai Mai Kifuafua, Fdl, Fdc, Upcp/Fpc, Mac, Mpa, Mai Mai Morgan, Mai Mai Simba, Adf-Nalu, Lra, Fnl, Mai Mai Yakutumba, Mai Mai Nyatura, Fdipc, Apcls, Cogai/ Mrpc, Frpi, Kata Katanga, Fdn, M18, M26. (http://www.irinnews.org/fr/report/99057/briefing-les-groupes-armés-dans-l’est-de-la-rdc)
Ben una trentina di gruppi armati che l’esercito regolare e le truppe dell’Onu non riescono a controllare e contrastare, e continuano a seminare terrore in mezzo alla popolazione di questa parte del paese.
Gli ultimi orrori riportati sono stati le uccisioni del martedì 3 maggio nelle località di Minibo e di Mutsonge attribuiti ai ribelli islamici ugandesi appartenenti al gruppo ADF-NALU. Decine di persone sono state freddamente uccise con macete, coltelli e asce. Minimbo e Mutsonge sono due quartieri situati a Nord-Est della citta di Beni nel Nord-Kivu, poco lontano da dove l’esercito nazionale (Fardc) e le truppe dell’Onu (Monusco) hanno le loro basi. L’Adf-Nalu è un gruppo ribelle di origine ugandese che opera a ovest della catena del Ruvenzori nel Beni. È stato fondato nel 1995 e ha come scopo l’instaurazione di uno stato islamico in Uganda. È legato al gruppo somalo di Al-Shabab.
(per un tristissimi catalogo di immagini basta digitare “massacres de Beni RDC”)