«Io sono chiaramente favorevole alla pace, sono sempre contento quando le armi vengono deposte, quando si decide in qualche modo di porre fine alle violenze, ma quello che non va bene è l’ipocrisia». Fridolin Ambongo, il cardinale di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Condo, commenta con queste parole il recente accordo siglato a Washington tra il suo Paese e il vicino Rwanda. Egli teme che gli interessi personali dei soggetti che hanno deciso di mettersi attorno a un tavolo renda fragile l’accordo, quando invece c’è un grande bisogno di una pace duratura, soprattutto per l’Est del Paese, piagato da decenni di conflitti violenti.
«La corsa ai minerali strategici è oggi, soprattutto in Africa – prosegue il cardinale -, all’origine della proliferazione dei gruppi armati», ma le soluzioni non possono essere calate dall’alto e non possono arrivare dall’esterno.
Monsignor Ambongo, in Vaticano, ai giornalisti presenti per la presentazione del documento delle Chiese del Sud del mondo sulle questioni climatiche, in vista della Cop30 di novembre in Brasile, ironizza sulla soluzione proposta da Donald Trump alla Rd Congo e al Rwanda: «Siete in guerra tra di voi e la causa della guerra sono i minerali. Io, il grande Trump, arriverò, vi riconcilierò e voi mi darete i minerali», dice il cardinale riferendo quello che lui ritiene essere il pensiero e l’interesse del Presidente degli Stati Uniti nella mediazione di questa contesa nel cuore dell’Africa. Ambongo ricorda che Trump «ha provato questa soluzione in Ucraina, ma non ha funzionato».
Il problema, hanno evidenziato in tante occasioni gli esponenti delle Chiese africane, è che tutti vogliono mettere le mani sul Continente: «Terra ricca di biodiversità, minerali e culture, ma impoverita da secoli di estrattivismo, schiavitù e sfruttamento. L’Africa non è un continente povero; è un continente saccheggiato», sottolinea il cardinale della Repubblica Democratica del Congo.
La pace tra Congo e Rwanda rischia dunque di essere effimera, spiegano fonti della Chiesa congolese, perché non si tocca uno dei nodi principali all’origine delle violenze che devastano in particolare la regione del Kivu, ovvero il ruolo delle milizie M23, sostenute dal vicino Rwanda che, dopo avere occupato a gennaio scorso Goma, nel Nord, sono entrati anche a Bukavu, capoluogo del Sud della stessa regione.
Nonostante i dubbi e soprattutto i timori, la Chiesa congolese sostiene il processo di pace, perché esso prevede la cessazione delle ostilità, cosa di cui c’è assoluto bisogno in quelle terre.
«Ci sono nostri fratelli e sorelle che soffrono nell’Est del Paese. Di fronte a questa situazione, sosteniamo la firma di un accordo per porre fine alla guerra e porre fine alle sofferenze del nostro popolo», ha detto Ambongo auspicando che nonostante gli interessi che hanno portato alla firma, sia possibile cominciare a scrivere una nuova pagina.
Manuela Tulli
Rd Congo. Floribert e il sogno della pace in Kivu
Lottò contro la corruzione, il 15 giugno verrà beatificato. La sua Goma, occupata dai ribelli dell’M23, è in ginocchio.
Floribert Bwana Chui, laureato in Legge, volontario per i bambini di strada, nonostante la sua giovane età, a ventisei anni dirigeva, a Goma, l’ufficio delle dogane alla frontiera con il Rwanda. Quando, nel luglio 2007, si rifiutò di lasciarsi corrompere impedendo di far passare carichi di cibo avariato che avrebbero messo a rischio la vita di molte persone della sua terra, soprattutto dei più poveri, venne torturato e ucciso.
Il suo martirio, «in odio alla fede», è stato riconosciuto nel novembre scorso da papa Francesco, aprendo la strada alla sua beatificazione.
Floribert sarà beatificato a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le mura, domenica 15 giugno, nel corso di una celebrazione che sarà presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero per le cause dei santi. La messa vedrà la partecipazione della diocesi di Goma, a partire dal suo vescovo Willy Ngumbi, e di altri rappresentanti della Chiesa congolese, tra cui il cardinale di Kinshasa Fridolin Ambongo.
Nato il 13 giugno 1981 a Goma, capoluogo del Kivu, nell’Est della Rd Congo, Floribert viveva in una regione che non conosce pace ormai da troppo tempo: una terra ricca, con una natura rigogliosa, ma politicamente complessa e travagliata, percorsa da un lungo e sanguinoso conflitto.
Durante i suoi studi, che si conclusero con una laurea in Giurisprudenza, incontrò la Comunità di Sant’Egidio che lo portò ad aiutare i poveri, in particolare i «maibobo», cioè i ragazzi di strada, come sono chiamati con disprezzo nell’area dei Grandi Laghi.
Floribert, attraverso la Scuola della pace, che Sant’Egidio ha in tutto il mondo, voleva farli studiare e aiutarli a diventare i congolesi del futuro. Poi quella scelta: meglio morire che farsi corrompere. E la Chiesa oggi lo annovera tra i martiri e i beati.
Una pace alcora lontana
La Goma di Floribert è, da gennaio di quest’anno, nelle mani dei ribelli dell’M23, appoggiati dai militari ruandesi. Una regione che, secondo fonti della Chiesa locale, a distanza di sei mesi è tuttora in ginocchio.
I vescovi chiedono alla popolazione di mantenere accesa la speranza: «Non dobbiamo mai perdere la fede, qualunque cosa ci accada. Anche quando tutto sembra buio, Dio non potrà mai abbandonarci», ha esortato monsignor Melchisédech Sikuli Paluku, vescovo di Butembo-Beni, in una recente omelia.
Papa Francesco era stato nella Repubblica democratica del Congo a febbraio del 2023. Aveva dovuto rinunciare proprio alla tappa nel Kivu (programmata inizialmente ma poi cancellata nell’agenda del viaggio definitivo) per ragioni di sicurezza. Incontrando i giovani congolesi a Kinshasa aveva esaltato la figura di Floribert: «In quanto cristiano, pregò, pensò agli altri e scelse di essere onesto, dicendo no alla sporcizia della corruzione. Questo è mantenere le mani pulite, mentre le mani che trafficano soldi si sporcano di sangue».
Anche Francis Robert Prevost, Leone XVI, è stato nella Repubblica democratica del Congo nel 2009, quando era Priore generale dell’Ordine di sant’Agostino. Nella capitale Kinshasa aveva anche inaugurato l’Università agostiniana.
L’appello alla pace lanciato dalla Loggia delle benedizioni, appena eletto Pontefice lo scorso 8 maggio, è stato ben accolto nella Rd Congo. «È una gioia per noi congolesi ascoltare le prime parole del Papa, che riflettono la necessità della pace nel mondo. Questo messaggio ci conforta», ha scritto monsignor Donatien Nshole, segretario generale della Conferenza episcopale del Congo, nel suo messaggio di auguri per l’elezione di Papa Leone XIV. «Ci aspettiamo da lui che continui a seguire il linguaggio di papa Francesco e che presti particolare attenzione all’avvio di una pace duratura nella Repubblica democratica del Congo».
Manuela Tulli
I minerali della guerra
I gruppi armati controllano le miniere. E con esse si finanziano. L’estrazione dei minerali avviene senza regole. E la vendita passa dal Rwanda. La certificazione dà scarsi risultati. Mentre l’Ue chiude entrambi gli occhi.
A maggio 2024, il Movimento del 23 marzo (M23) – al momento, il gruppo armato più violento e brutale tra gli oltre cento attivi nelle province orientali della Repubblica democratica del Congo (Rdc) – ha preso il controllo delle miniere di tantalio di Rubaya, nel Nord Kivu. Si tratta di un’area cruciale, dalla quale si calcola provenga circa il 15% di tutto il tantalio globalmente commerciato nel mondo.
Qualche mese dopo, nel dicembre 2024, un report delle Nazioni Unite ha evidenziato che, preso il controllo di Rubaya, l’M23 aveva iniziato a contrabbandare in Rwanda circa 150 tonnellate di tantalio ogni mese, oltre ad aver imposto tasse sull’estrazione, tali da generare 800mila dollari mensili.
In questo modo, l’M23 si assicurava (e continua a farlo nel momento in cui scriviamo) risorse economiche essenziali per sostenere le proprie operazioni militari. Infatti, grazie ai guadagni derivanti dal commercio minerario e dalle tasse sull’estrazione, il movimento può acquistare armi, munizioni, equipaggiamento e derrate alimentari (che si aggiungono al già considerevole supporto fornito dal Rwanda, principale finanziatore del gruppo).
I minerali di conflitto
Non stupisce, quindi, che il tantalio sia annoverato tra i cosiddetti «conflict minerals» (letteralmente, «minerali di conflitto»). A darne una definizione precisa è stata l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse, un organismo per la promozione della cooperazione economica).
Nel rapporto «Due diligence guidance for responsible supply chains of minerals from conflict-affected and high-risk areas: third edition» (Guida per la verifica della catena di approvvigionamento di minerali provenienti da zone di conflitto, ndr), gli esperti dell’Ocse scrivono: «I minerali di conflitto sono tutte quelle materie prime minerarie provenienti da aree geografiche in guerra o ad alto rischio e dove i processi di estrazione e commercio, oltre a contribuire al perdurare della violenza armata, avvengono in condizioni di abusi e violazioni dei diritti umani».
A M23 soldier stands at the Coltan mining pits in Rubaya on March 5, 2025. Ravaged by conflict for 30 years, eastern DRC is believed to hold between 60% and 80% of the world’s reserves of coltan, an essential mineral for manufacturing electronic equipment.
UN experts say that the Rubaya deposits bring in around $800,000 per month to the M23, thanks to a tax of $7 per kilogram levied on the production and trade of coltan. (Photo by Camille Laffont / AFP)
Ieri e oggi
Non a caso, il termine «minerali di conflitto» iniziò a essere utilizzato nei primi anni Duemila, quando ci fu un’esplosione senza precedenti della domanda di tantalio, un minerale sempre più richiesto dall’industria elettronica e digitale e al centro della transizione ecologica globale. All’epoca, grandi quantità di questo minerale (circa il 50% di quello commerciato nel mondo) erano estratte nelle province orientali della Rdc, dove era scoppiata la Seconda guerra del Congo (1998-2003).
Fu proprio l’evidente intrecciarsi della crescente domanda internazionale di questo minerale con il suo provenire da un’area dove operavano centinaia di gruppi armati (nati per motivi differenti) a svelare il profondo legame tra risorse minerarie, conflitti e finanziamento degli attori armati.
In realtà, nelle province orientali congolesi, il concetto di minerali di conflitto è attuale ancora oggi. A distanza di venticinque anni, infatti, gli scontri proseguono. In un alternarsi di fasi più o meno violente, dal 1996 (anno di inizio della Prima guerra del Congo) a oggi, si contano almeno sei milioni di morti e decine di milioni di sfollati (attualmente, quelli interni sono 6,5 milioni). Mentre le risorse naturali restano cruciali per finanziare le attività militari.
Estrazione e diritti
Sebbene i minerali di conflitto possano provenire da diverse aree del mondo (come Colombia, Afghanistan e Myanmar), la Rdc è senza dubbio la regione che ne produce la quantità maggiore.
Oltre al tantalio, al centro delle reti di finanziamento degli attori armati congolesi ci sono anche stagno, tungsteno e oro. Risorse estratte in buona parte da minatori artigianali, localmente chiamati creuseurs e stimati tra le 200mila e le 550mila persone. Questi minatori non utilizzano particolari attrezzature, tecnologie o mezzi meccanici per l’estrazione.
Infatti, in un contesto dove gli investimenti delle multinazionali latitano (a causa della situazione di insicurezza perenne, dell’assenza di istituzioni statali solide e della scarsità di infrastrutture commerciali), l’estrazione artigianale è, per molti, l’unica modalità per assicurarsi il reddito necessario alla sopravvivenza quotidiana.
Molti siti artigianali si trovano, però, sotto il controllo degli attori armati. Nel 2022, Global
witness (un’organizzazione che indaga la correlazione tra lo sfruttamento delle risorse naturali e le violazioni di diritti ambientali e umani) stimava che nel 40% dei giacimenti dell’Est della Rdc ci fosse interferenza di attori armati. Una percentuale già significativa che oggi, tuttavia alla luce della recente avanzata dell’M23, è chiaramente sottostimata.
Spesso, la presenza di gruppi armati all’interno di un giacimento non comporta solo sfruttamento dei minerali per l’autofinanziamento. Ha anche un forte impatto sul piano dei diritti umani. I turni di lavoro superano le 12 ore, i minatori non ricevono indumenti protettivi e spesso sono impiegati anche bambini (circa 40mila nelle sole miniere di tantalio).
Le certificazioni
Nel tentativo di evitare il più possibile che i minerali contenuti nei dispositivi al centro della transizione ecologica contribuiscano a conflitti armati o violazioni dei diritti umani, l’Occidente ha sviluppato dei meccanismi di certificazione. Finalizzati a tracciare il percorso dei minerali, dall’estrazione all’inserimento nel prodotto finito, questi strumenti sono sempre più diffusi e tentano di garantire una catena di approvvigionamento più trasparente.
In particolare, nella regione africana dei Grandi Laghi, è stata introdotta l’«Iniziativa internazionale della filiera dello stagno» (Itsci), applicata ai minerali di conflitto estratti nell’area: tantalio, stagno, tungsteno e oro. Il meccanismo è molto semplice. Se un’ispezione nella miniera esclude la presenza di attori armati e violazioni dei diritti umani, il giacimento è incluso tra quelli «conflict-free» (letteralmente, «liberi da conflitti») e ogni sacco prodotto nel sito viene etichettato e il suo percorso tracciato.
Le crepe del sistema
Di fronte a una richiesta sempre maggiore di minerali che non contribuiscano a conflitti armati e violazioni dei diritti umani, Itsci è di fatto diventata l’unica modalità legale per esportare al di fuori della Rdc.
Tuttavia, spesso, il sistema non funziona. A volte, i sacchi sono sigillati ed etichettati al di fuori dei giacimenti «certificati», facilitando l’inserimento di minerali illegali nella catena produttiva. Altre volte, gli ufficiali addetti all’apposizione dei tagliandi, essendo sottopagati, vendono le etichette sul mercato nero, dove sono acquistate dagli attori armati. In altri casi ancora, i minerali estratti in siti controllati dai movimenti armati sono trasferiti di notte in giacimenti certificati e inseriti nella filiera di Itsci.
Ma è soprattutto il contrabbando in Rwanda a mostrare quanto le crepe del sistema di certificazione siano profonde. Per i gruppi armati, commerciare i minerali oltre confine è molto conveniente. Sia perché permette loro di accedere al mercato internazionale, sfuggendo agli obblighi posti da Itsci, sia perché in Rwanda le tasse sull’esportazione sono minori (il 4% del valore del bene, mentre nella Rdc arrivano al 10%), e i prezzi di vendita maggiori (circa 40 dollari al chilo a inizio 2024).
Spesso i minerali superano il confine nascosti nei serbatoi delle motociclette o in scompartimenti segreti dei camion. In altri casi, i contrabbandieri presentano certificati falsi di tracciabilità, o ricevono un lasciapassare silenzioso in cambio di tangenti.
Una volta giunte in Rwanda, le risorse vengono inserite nella catena produttiva locale e vendute insieme a quelle realmente estratte nel Paese.
E così il Rwanda risulta essere sistematicamente uno dei maggiori produttori mondiali di tantalio. Nel 2024, ad esempio, secondo la Us geological survey (agenzia scientifica del governo statunitense), era preceduto solo da Rdc e Nigeria, pur avendo giacimenti molto più limitati (anche se mai quantificati con precisione). D’altronde, per Global witness, solo il 10% dei minerali esportati dal Rwanda è realmente estratto nel Paese. Tutto il resto è frutto del contrabbando dalla Rdc (oltre che del saccheggio operato direttamente dai militari ruandesi, sempre più numerosi al fianco dell’M23).
L’Europa chiude gli occhi
Nonostante fosse consapevole di tutto ciò, a febbraio 2024, l’Unione europea (Ue) ha siglato un accordo da 941 milioni di euro con il Rwanda per lo sviluppo della sua catena produttiva di minerali critici (in particolare, tantalio, niobio, stagno, terre rare e litio). L’obiettivo ultimo dell’Ue era assicurarsi forniture costanti e durature di minerali essenziali per la transizione ecologica.
Ma, così facendo, le istituzioni europee sono finite nell’occhio del ciclone. D’altronde, i flussi illegali di minerali attraverso il confine congo-ruandese non sono una novità, così come l’accaparramento sistematico da parte dei militari di Kigali. E l’intesa non faceva altro che incentivare queste dinamiche.
Tuttavia, è stato solo con la recente avanzata dell’M23 che qualcosa si è mosso. Il Parlamento europeo ha chiesto a Commissione e Consiglio di sospendere immediatamente l’accordo. Ma per il momento è rimasto inascoltato: l’Ue continua a importare – consapevolmente – ampie quantità di minerali di conflitto.
A dicembre 2024, la Rdc ha presentato denuncia contro le sussidiarie di Apple in Francia e Belgio, accusandole di utilizzare minerali di conflitto.
Era da settembre 2023 che gli avvocati di Kinshasa indagavano sulla catena di approvvigionamento dell’azienda. Ad aprile 2024, avevano scritto una lettera al Ceo di Apple, Tim Cook, chiedendo maggiore trasparenza sulla provenienza dei minerali. A dicembre, la decisione di denunciare, dichiarando che «la catena produttiva di Apple è contaminata da minerali insanguinati» e che l’azienda ne è consapevole, tanto da «utilizzare pratiche commerciali ingannevoli per rassicurare i consumatori».
La multinazionale ha immediatamente smentito le accuse. Tuttavia, cresce il numero di Ong, tra cui Global witness, che denunciano la presenza di minerali di conflitto nella filiera di diverse imprese, come Apple, Samsung, Intel e Tesla. Global witness ha anche annunciato di aver avvertito le compagnie stesse della possibile contaminazione della loro catena di approvvigionamento. Non che fosse realmente necessario: per Alex Koop, rappresentante dell’Ong, «loro sono consapevoli del fatto che i minerali utilizzati provengono dalla Rdc e sono contrabbandati in Rwanda». Ma il profitto prima di tutto.
È probabile che la storia continuerà. Gli avvocati del governo di Kinshasa, infatti, si sono mostrati risoluti e intenzionati a procedere. Anche perché vogliono far valere il Regolamento 2017/821 (in vigore dal 2021) che impone alle aziende operanti nell’Ue di verificare la provenienza di stagno, tungsteno, tantalio e oro importati sul suolo europeo.
A.G.
Congo Rd. Il Rwanda alla conquista di Goma
La città di Goma, capitale provinciale del Nord Kivu, è da ieri pomeriggio, domenica 26 gennaio, sotto assedio da parte dei cosiddetti ribelli antigoverantivi M23 e dalle truppe regolari del Rwanda (3-4mila uomini). Militari ruandesi e ribelli hanno occupato diversi quartieri della città, compreso l’aeroporto che è stato saccheggiato e, al momento, risulta inagibile anche ai voli umanitari. Tutte le strade di accesso a Goma sono bloccate.
In città sono sempre presenti anche truppe congolesi delle Fardc (Forze armate della Rdc). Nel momento in cui scriviamo la città non è ancora caduta completamente ma alcuni centri di controllo sono in mano ai ribelli e si spara in diversi quartieri. Intanto alcuni reparti della Monusco, missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (riconfermata il 20 dicembre scorso), sono stati attaccati dall’M23 nei giorni scorsi, e hanno subito perdite di alcuni caschi blu.
Goma conta circa un milione di abitanti, più un milione di sfollati dal resto del Kivu, causati della guerra in corso da almeno tre anni (nella sua ultima fase), che vivono in campi profughi intorno alla città. Dopo i primi attacchi, molti sfollati sono fuggiti verso la città, dove la popolazione è senza acqua ed elettricità.
«Siamo sotto le bombe» ci scrive da Goma un abitante. «Sono chiuso in casa con la mia famiglia». Intanto giungono video girati con il cellulare di sparatorie e gente che fugge.
La frontiera con il Rwanda (Gisenyi) è chiusa o, meglio, non ci sono funzionari di frontiera. Da parte ruandese autobus aspettano per evacuare il personale umanitario delle Nazioni Unite. Abitanti della città, fin da ieri, hanno tentato ugualmente il passaggio per fuggire da bombe e sparatorie. Il centro urbano arriva praticamente in prossimità della frontiera. Il passaggio pare sia stato bloccato a partire da domenica sera.
La prigione di Munzenze ha preso fuoco, e migliaia di detenuti sono fuggiti.
Si rischia una ulteriore crisi umanitaria con centinaia di migliaia di profughi che cercheranno rifugio nei paesi della regione.
Il presidente del Kenya, Wlliam Ruto, ha convocato un incontro straordinario della Comunità degli stati dell’Africa dell’Est per mercoledì 29 gennaio, al quale dovranno partecipare il presidente del Rwanda, Paul Kagame, e quello del Congo Rd, Félix Tshisekedi.
Domenica 26 si è tenuta una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cs), dedicato al precipitare della situazione nel Nord Kivu.
La ministra degli esteri del Congo Rd, Thérèse Kayikwamba Wagner, ha chiesto al Cs di emettere delle sanzioni nel confronto del Rwanda, che sta a tutti gli effetti, invadendo il territorio del paese sovrano confinante. La ministra ha anche chiesto un embargo totale sui minerali esportati dal Rwanda, come oro e coltan, che sono estratti illegalmente nell’Est del Congo.
Per la prima volta il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha nominato il Rwanda nel chiedere che vengano ritirate le sue truppe dal territorio congolese: «[…] profondamente preoccupato per l’escalation della violenza […] chiedo che le Forze ruandesi di difesa di interrompere il loro sostengo all’M23 e ritirarsi dal territorio congolese».
Per parte sua, Kigali continua a negare al presenza dei propri militari oltre confine.
A Goma, la situazione rimane estremamente volatile, e gli scontri sono tuttora in corso.
Nell’est del secondo paese africano per superficie, tra i più ricchi di risorse, imperversano gruppi armati sostenuti da paesi confinanti. Gli stessi sono alleati della Rdc a livello regionale. Le contraddizioni sono forti. Come pure non si spiega la presenza della missione Onu per la pace che in 23 anni non ha dato risultati. Ce ne parla un attivista per i diritti umani di Goma.
Nell’est della Repubblica democratica del Congo, da circa un anno la milizia M23, sostenuta dal Rwanda, sta causando grandi spostamenti di popolazione. Secondo il sito umanitario Reliefweb, al 31 gennaio 2023, gli attori umanitari e statali hanno stimato in almeno 602mila unità il numero di persone sfollate a causa della guerra nei territori di Rutshuru, Nyiragongo, Masisi, Walikale, Lubero e nella città di Goma (capitale del Nord Kivu). Nel marzo 2023, il numero di sfollati solo intorno alla città di Goma è stimato in circa 200mila.
Julienne, residente a Goma nel quartiere di Ndosho, descrive la loro situazione: «Abbiamo sofferto nella Rdc orientale per molto tempo. Ho visitato alcuni campi di sfollati. Non hanno riparo dalla pioggia, né servizi igienici, né bidoni della spazzatura, né cibo o vestiti. Alcuni hanno preso il colera. Una volta arrivati a Goma, alcuni vengono accolti in famiglie allargate, ma non hanno mezzi per sopravvivere sul lungo termine. Sperano di tornare nel loro territorio dove hanno lasciato tutto. A Goma sono aumentati i prezzi dei prodotti alimentari al mercato. Le strade sono chiuse, la guerra ha bloccato tutte le aree da cui proviene il cibo. I negozi non hanno più nulla da vendere».
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.
M23 alla ribalta
Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, i ribelli dell’M23 hanno paralizzato le strade principali che collegano Goma al resto della provincia.
In quella zona, a una trentina di chilometri dalla città, sono stati dispiegati i soldati burundesi presenti nella Rdc come membri della forza militare della Comunità dell’Africa orientale (Eac). Con base a Mubambiro, le truppe burundesi si sono unite a un contingente dell’esercito keniano, di circa mille uomini, schierati a Goma e dintorni dal novembre 2022.
Sempre a marzo, molto più a nord, nel territorio di Beni, anch’esso nella provincia del Nord Kivu, più di quaranta persone sono morte in un nuovo attacco attribuito ai ribelli dell’Adf (Allied democratic forces), affiliati al gruppo Stato islamico. L’Adf ha origine da ribelli ugandesi, in prevalenza musulmani, che sono arrivati nell’est della Rdc a metà degli anni ‘90 e sono accusati del massacro di migliaia di civili.
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni Don Bosco. Pascal Martin 2023.
La voce dei diritti
Abbiamo intervistato Christophe Mutaka, attivista per i diritti umani e direttore del gruppo Martin Luther King a Goma.
Signor Mutaka, può riassumere il lavoro del gruppo Martin Luther King?
«Organizziamo le nostre attività con pochi mezzi. Realizziamo un lavoro di monitoraggio, che ci aiuta a sapere cosa avviene sul campo in modo che, in futuro, coloro che compiono gravi e massicce violazioni dei diritti umani, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e persino atti di genocidio, non sfuggano alla giustizia internazionale.
Negli ultimi mesi, il gruppo Martin Luther King, al fine di evitare che la situazione degenerasse in atti di violenza etnica, ha fatto sensibilizzazione affinché le persone distinguano chiaramente e non confondano coloro che sono al fronte o sul campo di battaglia con le popolazioni civili che non sono responsabili di ciò che accade, indipendentemente dalla loro origine etnica.
Ma continuiamo anche a monitorare ciò che avviene in prima linea affinché gli autori di crimini di guerra, massacri e atti di genocidio siano identificati.
Sono un esempio i massacri di Kishishe e Bambu nel territorio di Rutshuru. Atti che non potranno rimanere impuniti perché i loro autori sono noti e identificati. La documentazione raccolta consentirà alle generazioni future di chiederne conto. Nella parte settentrionale della provincia del Kivu, le persone sono state massacrate per più di un decennio. Molte di esse appartengono alla comunità nande nel territorio di Beni.
Per quanto riguarda gli sfollati, ovvero persone che hanno lasciato i loro villaggi d’origine temendo per la propria vita e che si sono trovate in pericolo a causa dei disordini, anche nel loro caso gli autori delle violazioni dei diritti umani che hanno subito potrebbero essere perseguiti».
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.
Perché e quando l’M23 ha ripreso i suoi attacchi nella parte orientale della Rdc?
«La ripresa degli attacchi, in particolare quelli dell’M23, risale al marzo 2022. Affermano di averli ripresi perché la comunità tutsi (etnia presente in Congo, Rwanda e Burundi, ndr) è minacciata. Ma non è vero: essi si trovano nel governo a livello nazionale, sono presenti nell’Assemblea nazionale, nel Senato, nelle aziende statali e parastatali, nelle aziende private strategiche, nell’esercito e nei servizi di sicurezza. È quindi inaccettabile che si descrivano come una minoranza minacciata o schiacciata del paese. I tutsi hanno tra i membri della loro comunità ministri, generali, alti ufficiali dell’esercito.
L’argomento della minaccia non regge. Come prova, i banyamulenge (tutsi congolesi, ndr) che l’M23 dovrebbe difendere, hanno dichiarato che preferiscono risolvere le loro questioni da soli, con gli altri congolesi.
Il secondo argomento è il rientro nelle loro terre dei rifugiati tutsi che sono ancora nei campi in Rwanda e Congo. Qui nessuno è contrario al loro ritorno, ma sarebbe necessario identificarli in anticipo, conoscere il loro luogo di origine e sapere da quale villaggio provengono. La contraddizione è che quando l’M23 attacca il Congo, crea insicurezza nelle loro zone di origine. Inoltre, c’è il timore che, nella confusione, approfittino del ritorno dei rifugiati per fare arrivare ruandesi non di origine congolese, che quindi non possono indicare il loro villaggio di provenienza.
Infine, questi gruppi richiedono di essere integrati nell’esercito. Anche questo non sta in piedi. Molti ufficiali tutsi, maggiori, colonnelli e caporali sono già nell’esercito, mentre la legge congolese proibisce il reclutamento collettivo di ribelli. Ognuno si fa arruolare individualmente.
Queste argomentazioni ci sembrano quindi infondate e noi pensiamo che le ragioni della ripresa delle ostilità siano altre.
In Rdc vivono circa 450 gruppi etnici che sono ciascuno una minoranza rispetto al resto. La minoranza tutsi non è la più piccola comunità del Paese. Ci sono gruppi etnici più piccoli dei tutsi che non usano questi argomenti di discriminazione. La tutela delle minoranze è garantita dalla Costituzione. Inoltre, non è corretto usare le armi per rivendicare diritti.
Occorre dunque operare una netta distinzione tra coloro che hanno preso le armi contro la Repubblica democratica del Congo (ad esempio l’M23) e i civili che non hanno nulla a che fare con il conflitto armato».
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni a Mugunga. Pascal Martin 2022.
La Rdc fa parte della Comunità dell’Africa dell’Est (sigla inglese, Eac), come il Rwanda che però sostiene l’M23. Questa posizione non è contraddittoria?
«Rispetto all’impegno dell’Eac, ci sono cose che non si comprendono. Ad esempio, come sia possibile che la Rdc rimanga suo membro mentre un altro la attacca, e come mai gli altri membri non prendano posizione. Come società civile, avremmo trovato normale che la Rdc si ritirasse dall’Eac, perché non possiamo rimanere membri di una unione che mantiene un silenzio colpevole di fronte all’aggressione di uno dei suoi membri. Anche l’impegno delle truppe Eac a fianco delle Fardc (Forze armate della Rdc) è difficile da capire. Come le truppe burundesi abbiano attraversato il Rwanda per venire a combattere l’M23 in Congo è qualcosa che non possiamo comprendere. Tuttavia, il Rwanda è membro dell’Eac.
Quindi c’è un gioco di menzogne in questa alleanza, e questo spiega perché ci sono state manifestazioni qui a Goma per chiedere alla Rdc di lasciare l’Eac. Una volta fatto questo, il nostro Paese sarà in grado di cercare sostegno militare o di altro tipo da qualsiasi altro paese del mondo».
Alcuni capi di stato hanno recentemente visitato la Rdc. Possiamo ricordare la visita del sovrano belga, re Filippo, del presidente francese, Emmanuel Macron e del presidente dell’Angola, João Lourenço. Ma anche la visita di papa Francesco. Questo balletto diplomatico ha cambiato qualcosa sul terreno?
«A parte il Papa, le altre autorità che ha citato hanno un’agenda nascosta, che include interessi sulla guerra che si svolge nella Rdc. È quindi normale che il loro passaggio non possa cambiare molto sul terreno.
La Francia, ad esempio, in quanto membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dovrebbe essere in grado di influenzare i suoi membri per fermare la guerra in Congo. Ma, poiché ci sono altri interessi, le visite non hanno cambiato la situazione.
Neppure la popolazione congolese ha capito il significato di queste visite.
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Kanyaruchinya. Pascal Martin 2022.
La visita del Papa, invece, è ben diversa. È stata un campanello d’allarme per la popolazione congolese in generale. Nel suo messaggio, Francesco ha detto ad alta voce ciò che tutti stanno sussurrando: ha parlato del coinvolgimento occidentale nella crisi che ha lacerato la Rdc per più di due decenni. Quando il Papa chiede di “togliere le mani dalla Rdc e dall’Africa”, denuncia queste ingerenze esterne.
Come in Burkina Faso, che non ha avuto una guerra prima che i suoi minerali fossero scoperti, o il Nord del Mali, dove sono state scoperte risorse naturali. Tutte risorse di interesse per l’Occidente, e quindi portatrici di guerre. Il commercio di armi è anch’esso un grande business.
Nessuno combatterà per la Rdc, a parte noi congolesi. Le autorità devono capire che gli unici amici del Congo sono i congolesi stessi. Tutte queste missioni esterne vengono nel Paese per interessi personali e non per quelli della Rdc e del suo popolo.
Ad esempio, la missione delle Nazioni Unite è qui da più di 20 anni, la più grande missione di pace delle Nazioni Unite nel mondo. Ma la pace è arrivata? C’è la guerra con scontri continui a soli 30 km da Goma. E i caschi blu dell’Onu sono sul posto.
Capiamo quindi, che tutte queste missioni, che si tratti dell’Eac o delle Nazioni Unite, non sono venute per il Congo, ma per qualcos’altro.
Dobbiamo identificare chi, nel nostro Paese, sostiene la guerra e chi la sostiene al di fuori del Paese. Sarà quindi necessario attaccare gli interessi di coloro che fomentano la guerra, in modo che capiscano che non vale la pena avere le risorse della Rdc passando dalla finestra, ma devono passare dalla porta. Ovvero ottenere le risorse dai congolesi stessi.
Se i paesi occidentali, le multinazionali vogliono sfruttare le risorse naturali del nostro territorio, stabiliscano una partnership alla pari con il Congo, invece di massacrare l’intera popolazione solo perché abbiamo minerali».
In questo anno elettorale, quali sono le correnti di opposizione che possono presentare un’alternativa e canalizzare le aspirazioni del popolo?
«In quest’anno elettorale la posta in gioco è alta. Non dimentichiamo che alcuni politici a caccia di poltrone vogliono approfittare di questa situazione di guerra per posizionarsi e ottenere il sostegno di alcuni Stati occidentali.
Abbiamo anche le nostre responsabilità come congolesi. Siamo in parte responsabili delle nostre disgrazie perché siamo noi che votiamo per le persone che governano il paese. Accettiamo cose inaccettabili e quindi dobbiamo anche lavorare molto sulla governance. Il buon governo consentirà di evitare ingiustizie e di organizzare un’equa redistribuzione delle risorse a livello della popolazione. Se le risorse andranno a beneficio del paese e saranno ben gestite, le persone vivranno in condizioni soddisfacenti.
L’anno elettorale viene osservato con molto interesse anche fuori del paese».
Quali leader democratici emergono per proporre alternative alla popolazione?
«Ci sono leader che hanno una visione diversa della Rdc e un’idea affinché la popolazione possa beneficiare delle risorse del Paese. Ma chi li sostiene? Dovremo sostenere questi leader in modo che possano cambiare qualcosa nel Paese. Sfortunatamente non hanno ancora mobilitato la massa. I congolesi si stanno mobilitando e combattendo per la loro patria, attraverso marce pacifiche, scioperi, giorni di blocco delle città, nonostante tutti i rischi che corrono durante questi eventi.
La popolazione congolese non si lascia abbattere. Resiste in maniera nonviolenta.
Chi sogna la balcanizzazione del Congo si sbaglia: se noi siamo umiliati oggi, domani non umilieranno i nostri figli e nipoti. Perché sono essi che stanno vivendo le disgrazie del popolo congolese: rimanere senza acqua, cibo, elettricità in un paese così ricco è una contraddizione. Un giorno tireremo fuori questo paese da questa vergogna a livello globale».
Quale segno di speranza vede in tutto ciò che il Congo sta attraversando oggi?
«I congolesi stanno combattendo contro diversi paesi contemporaneamente: Rwanda, Uganda e diversi paesi occidentali (Francia, Gran Bretagna e altri).
C’è un barlume di speranza se a livello di società civile continuiamo a sensibilizzare la popolazione affinché tutti capiscano che il futuro del Congo è nelle mani dei congolesi e soprattutto dei giovani. Il futuro dell’Africa è nelle mani degli africani. Non possiamo svendere la nostra dignità e la nostra sovranità. È una consapevolezza che deve aumentare.
Inoltre, è necessario esercitare pressioni sui nostri leader per una sana gestione degli affari pubblici. La liberazione del popolo passa anche attraverso questo. Altrimenti, continueremo a cadere nella miseria e a essere considerati come subumani usati da coloro che ne hanno bisogno. Dobbiamo anche lavorare sull’educazione civica degli elettori, in modo che le autorità che gestiranno questo paese possano essere degne di questo compito. Che lavorino per il benessere della popolazione.
C’è anche l’advocacy. Non lavoreremo da soli. Ci sono persone che vogliono sostenere il Congo, che si chiedono perché il popolo congolese sia schiacciato. Dobbiamo andare da queste persone per spiegare cosa sta succedendo e attivare una diplomazia che possa far capire la causa congolese al mondo.
Perché abbiamo visto paesi mobilitarsi per i terremoti mentre poco o per nulla è stato fatto a favore del nostro Paese? La causa congolese deve essere resa nota all’estero. Il popolo congolese non ha solo bisogno di aiuti umanitari, ma soprattutto di porre fine alle ostilità. In modo che tutti possano tornare a casa, nel loro territorio, e riprendere le loro attività».
Pascal Martin*
*Nato e cresciuto a Goma in una famiglia di volontari, ha poi lavorato per oltre 20 anni come cooperante in Africa, tra Congo Rd, Burundi, Madagascar e altri paesi. Ha già scritto per MC.
Est Rdc, Nord Kivu, nei pressi di Goma. Campo di sfollati interni di Rusayo. Pascal Martin 2023.