La strada delle sanzioni

Blocco, embargo, sanzioni: la terminologia è varia, ma lo strumento è – più o meno – lo stesso. Viene utilizzato al posto di un attacco armato per fare pressione su un Paese. Cosa comporta? È utile?

Usare il commercio come «arma di ricatto» non è una novità dei tempi moderni. Fin dall’antichità le strategie d’assedio contemplavano il blocco dei rifornimenti per ottenere la resa degli assediati sulla spinta della fame e della sete.

La prima documentazione scritta di questo tipo di assedio risale al 1478 a.C. allorché il faraone egizio Thutmose III conquistò Megiddo, una cittadina cananea localizzata sul monte citato nell’Apocalisse (Ap 16,16) come Armaghedòn, il luogo in cui – secondo il libro sacro – avverrà l’ultima battaglia tra Cristo e le forze del male.

Venendo ai nostri giorni, il caso più recente di blocco dei rifornimenti a supporto di operazioni militari, è stato quello attuato da Israele nei confronti di Gaza, provocando lo sdegno del mondo intero. Nell’ultimo secolo, il blocco commerciale ha subìto una sorta di riabilitazione perché si è capito che può essere utilizzato come via alternativa a quella armata, specie se assunta in forma collegiale da parte della comunità internazionale. Lo scopo è di indurre i governi con comportamenti illegittimi a uniformarsi al diritto internazionale.

I blocchi commerciali assunti come via di pressione alternativa a quella armata sono definiti «embarghi». Quando includono anche misure di carattere finanziario, tali provvedimenti sono genericamente indicati con il termine di «sanzioni economiche».

Contro l’Italia

La prima nazione a subire un embargo decretato dalla comunità internazionale fu, nel 1935, l’Italia, colpevole di avere aggredito l’Etiopia.
La decisione venne assunta all’interno della «Società delle nazioni», il progenitore delle attuali Nazioni Unite.

Benché il provvedimento comprendesse sanzioni sia di carattere commerciale che finanziario, l’effetto fu blando perché erano stati esclusi dal blocco beni strategici come petrolio, acciaio, carbone.

In realtà, l’effetto finale fu addirittura positivo per l’Italia perché permise a Mussolini di rafforzare nel Paese l’orgoglio nazionalista facendo passare Roma come vittima dell’odio straniero. Fatto sta che, di lì a poco, le sanzioni contro l’Italia vennero tolte, convincendo Germania e Giappone che avrebbero potuto procedere impuniti nei loro propositi imperialistici.

Constatata la sua inefficacia, dopo la Seconda guerra mondiale la Società delle nazioni venne sciolta e sostituita con un organismo dai fondamenti più solidi.

Nascita delle Nazioni Unite

Il 26 giugno 1945 i rappresentanti di 51 nazioni si riunirono a San Francisco e firmarono la carta istitutiva delle Nazioni Unite. Tra i suoi organismi esse comprendono il Consiglio di sicurezza che, in teoria, ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Secondo quanto disposto dall’articolo 41, fra i poteri del Consiglio di sicurezza c’è anche quello decretare misure non armate che «possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio e altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche».

Il primo embargo di un certo peso decretato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu risale al 1966 contro la Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Il provvedimento era stato richiesto dalla Gran Bretagna per indurre Ian Smith, un bianco segregazionista, a lasciare il potere che aveva preso con la forza. A quel tempo il Paese era ancora una colonia britannica, ma, in vista della sua indipendenza, la minoranza bianca aveva deciso di fare un colpo di Stato per impedire alla maggioranza nera di assumerne la guida nel momento della liberazione.

Per la verità, già qualche anno prima, il Consiglio di sicurezza aveva acceso i riflettori su un altro Paese segregazionista. Era il Sudafrica contro il quale nel 1963 aveva deliberato il blocco del commercio di armi, ma su base volontaria.

Nel 1977, tuttavia, la misura divenne vincolante. Così, sommata alle proteste internazionali, all’opposizione interna al Paese e ad altre forme di embargo decretate dall’assemblea delle Nazioni Unite, nel 1994 essa riuscì a fare capitolare il regime dell’apartheid.

L’embargo all’Iraq

Nel corso della sua esistenza il Consiglio di sicurezza ha emesso provvedimenti di embargo contro numerosi Paesi per periodi più o meno lunghi e per i motivi più vari, spesso per fermare governi oppressivi o responsabili di aggressioni verso altri Paesi. Non a caso la maggior parte degli embarghi sono stati circoscritti al commercio di armi, anche se non sono mancati embarghi totali, o comunque molto estesi.

Ricordiamo l’embargo verso la Rhodesia Meridionale fra il 1966 e il 1979, contro la Yugoslavia fra il 1991 e il 1996, contro l’Iraq fra il 1990 e il 2003, contro la Libia fra 1992 e il 2003.

Il più duro di tutti fu quello contro l’Iraq che si attirò molte critiche per i danni inflitti alla popolazione. Benché fossero esonerati i beni di prima necessità, di fatto valevano clausole così restrittive che nessun tipo di merce, o quasi, poteva sbarcare nel Paese.

Sostenendo che diversi articoli di importanza vitale sarebbero potuti essere utilizzati dall’Iraq anche per scopi militari, gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano posto il veto sull’invio di prodotti come depuratori d’acqua, materiali edili, derrate alimentari, farmaci salva vita.

Perfino le spedizioni dei vaccini erano state bloccate, sostenendo che avrebbero potuto essere utilizzati per la produzione di armi biologiche. Si stima che centinaia di migliaia di persone morirono in Iraq per la scarsità di cibo, acqua, farmaci. Fra loro molti bambini.

Il problema era così grave che lo stesso Boutros Boutros-Ghali, segretario delle Nazioni Unite dal 1992 al 1996, definì le sanzioni «uno strumento rozzo che pone una questione etica, ossia se la sofferenza inflitta alla popolazione più vulnerabile sia un mezzo legittimo per esercitare pressione sui leader politici».

Israele intoccabile

Nel 2025 una ventina di Paesi risultavano a vario titolo oggetto di sanzioni decretate dalle Nazioni Unite. Fra essi Afghanistan, Sudan, Libia, Iran, Siria, Iraq, Repubblica democratica del Congo, Corea del Nord. Tutti con l’accusa di essere regimi oppressivi, stati terroristici, o parti belligeranti di conflitti in corso.

Stranamente, nella lista non compare Israele, autore di numerosi soprusi nei confronti del popolo palestinese e – addirittura – accusata di genocidio da parte di vari Governi e altre entità internazionali, tra cui la stessa Onu.

Il fatto è che le sanzioni devono avere l’approvazione del Consiglio di sicurezza al cui interno siedono in maniera permanente cinque stati (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, vincitori della Seconda guerra mondiale) che hanno diritto di veto.

Purtroppo, gli Stati Uniti pongono sempre il veto su qualsiasi risoluzione tesa a condannare e sanzionare Israele che, di conseguenza, continua a spadroneggiare impunita. Come del resto rimangono impuniti tutti gli atti di aggressione di Russia e Usa, che sono tanti.

L’anomalia del diritto di veto getta molte ombre sull’oggettività delle sanzioni decretate dalle Nazioni Unite, lasciando intendere che, a essere colpiti, sono solo i Paesi senza protettori dentro il Consiglio di sicurezza.

A rendere lo strumento ancora più discutibile, c’è il fatto che, oltre a quelle decretate dalle Nazioni Unite, ci sono anche le sanzioni decise autonomamente da singoli Paesi che usano criteri di applicazione tutti propri.

Valgano come esempio gli Stati Uniti, ma anche l’Unione europea, entrambi con legislazioni interne che ammettono l’uso delle sanzioni contro Stati che, a loro avviso, non si comportano bene o che rappresentano una minaccia per la propria sicurezza.

È questa mescolanza fra interventi punitivi contro chi viola il diritto internazionale e interventi che mirano a colpire politiche ritenute contrarie agli interessi di singoli Stati o gruppi di Paesi, che fanno perdere credibilità alle sanzioni. Rimane, infatti, sempre il dubbio se esse siano usate come strumento di ripristino della legalità o come strumento per punire i Paesi ritenuti nemici.

Una delle tante vecchie auto americane in uso a Cuba; dopo un embargo (el bloqueo) di 64 anni, oggi l’isola è allo stremo. Foto Willipixel – Pixabay.

Cuba, 64 anni di embargo

Gli Stati Uniti, ad esempio, dal 1962 hanno imposto un blocco commerciale e finanziario nei confronti di Cuba, prima accusandola di essere nemica della libertà, poi di sponsorizzare (addirittura) il terrorismo. Quando la semplice verità è che gli Stati Uniti non hanno mai tollerato che, nel proprio «cortile di casa», ossia in America Latina, ci fossero Stati a orientamento socialista.

Dopo sessantaquattro anni di strangolamento economico, mitigato a fasi alterne dal sostegno di Paesi come la Russia o il Venezuela, oggi l’isola è arrivata al capolinea, a corto com’è di ogni bene di prima necessità. In particolare, di materiale sanitario e carburante che, oltre a paralizzare i trasporti, compromette qualsiasi tipo di produzione e di servizio per le continue interruzioni di corrente.

Venezuela e Iran

Una persona con la bandiera del Venezuela sulle spalle; il Paese latinoamericano prima ha subito pesanti sanzioni, poi è stato «preso» dagli Usa. Foto Andres Silva – Unsplash.

Nella stessa ottica vanno lette le sanzioni decretate da Trump nel gennaio 2025 contro le esportazioni di greggio da parte del governo venezuelano.

Che queste avessero come unico scopo quello di spodestare il presidente Nicolas Maduro per riportare il petrolio venezuelano sotto controllo delle compagnie statunitensi, lo hanno dimostrato gli eventi successivi. Infatti, il 2 gennaio 2026, un commando di soldati Usa si è para-

cadutato su Caracas per catturare il presidente venezuelano e trasferirlo in una prigione statunitense.

Alla luce dell’aggressione armata contro l’Iran, iniziata nel marzo 2026, anche le sanzioni decretate a più riprese nei confronti del Paese del Medio Oriente, si possono leggere come una strategia che ha un unico obiettivo: far cadere un governo ritenuto nemico degli Stati Uniti fin dalla cacciata dello Shah, avvenuta nel 1979.

La politica dell’Unione europea non sembra altrettanto cinica, quantunque generi dubbi la scelta di andare allo scontro aperto con la Russia, sia sul piano militare che economico.

I numerosi pacchetti di sanzioni commerciali e finanziarie decretati contro personalità ed entità del governo russo, a seguito dell’aggressione all’Ucraina, non sono sembrate nient’altro che strategie di supporto alla scelta armata da subito sposata e sostenuta dall’Unione europea.

Odiose o lodevoli

Per concludere, potremmo dire che le sanzioni sono sempre lodevoli quando colpiscono il commercio di armi. Al contrario, sono sempre odiose quando mettono a repentaglio la vita delle popolazioni.

In tutti gli altri casi sono ora odiose, ora lodevoli, a seconda delle motivazioni. Sono lodevoli quando dimostrano di perseguire genuinamente la difesa dei diritti umani previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Sono odiose quando sono forme mascherate di aggressione per imporre la propria volontà ad altri Stati.

Francesco Gesualdi




Libano. La terra bruciata con il fosforo bianco

Chaqra (Libano del Sud). Lo scorso 2 marzo, dopo una breve tregua (mai del tutto rispettata), sono ripresi i raid israeliani sul Libano meridionale. L’escalation degli attacchi ha portato all’occupazione e alla distruzione di 80 villaggi nel Sud del Paese, oltre un milione di sfollati e un territorio occupato di circa 600 chilometri quadrati. Il tutto è culminato con l’offensiva di maggio, mese in cui Israele si è spinto oltre il fiume Litani, arrivando a controllare anche parte del distretto di Nabatye.
Approfittando del fragilissimo cessate il fuoco entrato in vigore il 26 giugno, proviamo a tornare vicino al confine o – perlomeno – ad avvicinarci il più possibile al territorio controllato da Israele. L’ultimo luogo dove ci è consentito arrivare è il villaggio di Chaqra, dove incontriamo Naiima. Lei e la sua famiglia sono stati costretti a lasciare Houla, il paesino a poche centinaia di metri dal confine israeliano, ora sotto il controllo dell’Idf. Oggi la donna vive tra Chaqra e Beirut, ospitata dai figli.
Naiima era proprietaria di molti terreni coltivati a tabacco, ceci e grano. Adesso, lei e suo marito possono solo guardare a distanza quello che rimane della loro casa distrutta e dei loro terreni calpestati dai militari Israeliani.

Gli israeliani vietano (anche) i soccorsi
Ad Houla, il 26 febbraio, Naiima ha perso anche suo figlio Ali. Ali, insieme a due amici, approfittava di una pausa dai bombardamenti per tornare nella sua cittadina, a cui era molto legato, e raccogliere qualche ricordo. Un proiettile israeliano lo ha raggiunto al fianco. Gli amici lo hanno riparato dentro un cratere nell’asfalto, risultato dei tanti bombardamenti precedenti. Come spesso accade, i paramedici sono stati bloccati dalle truppe israeliane che ne hanno impedito l’intervento. L’Idf ha tenuto in stallo l’ambulanza per due ore, così Ali è morto dissanguato davanti all’ospedale. I medici hanno dichiarato che, se i soccorsi fossero stati autorizzati per tempo, il ragazzo si sarebbe salvato.
Naiima ci dice: «Il governo ha abbandonato il Sud e lo ha consegnato nelle mani di Israele. Ai politici interessa solo Beirut e il turismo. Non sono mai venuti qui, nemmeno per una visita. Se gli importasse qualcosa, allora combatterebbero per noi. Nemmeno ai libanesi del Nord importa di questa situazione. Per questo parlo con voi: magari, raccontando la nostra storia all’estero, anche i nostri connazionali capiranno cosa ci stanno facendo Israele e gli Usa».
Quello che Naiima e molti suoi concittadini ci hanno raccontato è che, oltre all’occupazione, è in atto anche una continua distruzione delle zone presidiate. Ogni notte si odono detonazioni che fanno esplodere case, scuole e ospedali.

Naima con la foto del figlio Ali ucciso dai soldati israeliani. E Nemer, professore di agraria in pensione. Foto Angelo Calianno.

L’arma chimica per cancellare il futuro
Tante sono anche le testimonianze, da noi raccolte, sull’uso del fosforo bianco, impiegato soprattutto per devastare i terreni coltivati.
A questo proposito incontriamo Nemer, professore di agraria in pensione. Ad Houla aveva casa e riserve per l’agricoltura. Anche lui si è trasferito dall’altra parte della collina, a Chaqra. Nemer ha portato con sé quello che poteva e ha sistemato il resto in un vecchio magazzino preso in affitto. Quando arriviamo da lui, il suono dei droni israeliani si fa più intenso, li osserviamo scendere di quota.
Ci racconta: «Siamo tutti preoccupati; viviamo in costante tensione. Israele non ha occupato solo Houla e gli altri villaggi: anche metà di Chaqra è stata distrutta. Voi ora siete qui ed io ho paura per voi, anche i giornalisti sono diventati ormai un bersaglio».
Nemer ci spiega dei danni che il fosforo bianco provoca ai terreni: «Il problema è che, in grande quantità, il fosforo distrugge tutto. Ci vogliono oltre dieci anni perché si possa tornare a piantare qualcosa e, inoltre, servono trattamenti fertilizzanti molto costosi, costi che nessun libanese può sostenere».
La regolamentazione internazionale dell’uso del fosforo bianco è molto lacunosa. Secondo il Protocollo III stilato dalle Nazioni Unite nel 1980, il fosforo bianco rientra nelle categorie delle armi incendiarie. In quanto tale, il suo impiego non è vietato, ma è ristretto: non può essere usato direttamente su civili o su aree densamente popolate. Questa limitazione consente, comunque, a Israele di impiegarlo liberamente nelle zone occupate o nelle valli confinanti per distruggere le coltivazioni. Israele non si è mai preoccupato troppo del coinvolgimento della popolazione civile, anche perché le aree in questione sono considerate «non densamente popolate».
Mentre torniamo verso la capitale, il presidente libanese Aoun si trova in visita alla Casa Bianca per presentare un piano di disarmo di Hezbollah; in cambio si chiede un graduale ritiro delle truppe israeliane dal Paese. Per chi vive qui, però, questi accordi sono sempre e solo a beneficio di Beirut e delle città del Nord. Ad oggi, nel Sud, nessuna truppa israeliana ha lasciato le zone occupate.
Dal 2 marzo 2026, in Libano, sono rimaste uccise 4.328 persone.

Angelo Calianno




Libano. Droni, macerie e annunci

Beirut. Donald Trump ha annunciato la fine della tregua con l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha commentato: «Sono feccia. Sono malati, sono guidati da gente malata. Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo avere a che fare con loro».
 Oltre alle preoccupazioni suscitate da queste dichiarazioni, molti temono che, ai bombardamenti sull’Iran, seguiranno nuovamente quelli sul Libano. Per questo, subito dopo l’annuncio di Trump, siamo tornati a Dahieh, il quartiere Sud della capitale libanese e roccaforte di Hezbollah, per parlare con chi vi vive.

Nel quartiere di Hezbollah
Per entrare a Dahieh e poter lavorare, abbiamo bisogno dell’autorizzazione di Hezbollah e di essere accompagnati da una loro scorta. È ancora altissima la paura che video e fotografie possano essere usati da Israele come fonti di intelligence. L’ennesima minaccia di Trump riecheggia in tutto il quartiere. Il video con la sua dichiarazione lo si ascolta per strada nei video riprodotti dai cellulari e sugli schermi delle televisioni nei caffè.
Dahieh, in assoluto la parte di Beirut più bersagliata da Israele negli ultimi due anni, fa molta fatica a riprendersi. Sono centinaia, ancora, i palazzi crollati. Alcune esplosioni hanno lasciato veri e propri crateri al centro del quartiere. Il suono dei droni israeliani, che sorvolano la città, non ha praticamente mai taciuto dal 2023.
Approfittando della tregua di questi giorni, gli abitanti di Dahieh hanno cominciato a liberare le strade ricoperte dalle macerie. I più determinati hanno anche riaperto le proprie attività, come alcuni barbieri e ristoranti.

Il ristorante di Paul
Proprio in uno dei ristoranti, in una delle parti più devastate del quartiere, incontriamo Paul.
Paul ha vissuto molti anni in Sudafrica. Dall’inizio degli attacchi nel 2023 ha deciso di tornare a Beirut per essere di sostegno alla sua famiglia. Negli ultimi due anni ha dovuto ricostruire il suo locale molte volte: l’ultima dopo gli attacchi di marzo che ne avevano completamente distrutto la facciata.
Gli chiediamo com’è vivere qui oggi, sempre con la costante minaccia di un attacco e il suono incessante dei droni. «Ci siamo talmente abituati a questo rumore che – dice sorridendo – non ci facciamo più caso. Anzi, ci sembrerebbe ormai strano non sentirlo più. Ovviamente sto scherzando: è tremendo. Quello che non viene raccontato è che, in Libano, abbiamo avuto un forte incremento nell’uso di ansiolitici, proprio a causa di questa pressione continua che ci mette Israele, anche con questo perenne rumore di sottofondo. Abbiamo bisogno che il nostro governo ci protegga, ma non fanno nulla: parlano e basta. Per questo noi supportiamo la resistenza libanese; per questo noi siamo con Hezbollah. Non lo dico perché io sono musulmano. Anche i cristiani, i sunniti, i drusi, tutti appoggiano la resistenza. Senza di loro, credo che Israele verrebbe qui e si prenderebbe tutto».

Un ragazzino mostra un ritratto di Khamenei durante la cerimonia funebre dell’8 luglio, a Beirut. Sono stati tantissimi i giovani presenti alla commemorazione. Hezbollah ha molti piani e attività per affiliare all’organizzazione i ragazzi a partire dall’infanzia. Foto Angelo Calianno.

La posizione dei cristiani
A proposito della comunità cristiana, in realtà molto spesso in conflitto con Hezbollah e molto cauta nel prendere posizioni nette contro il proprio governo, negli ultimi giorni è tornata a farsi sentire.
 All’inizio di luglio, il primo ministro israeliano Netanyahu, in un’intervista a Fox News (emittente statunitense praticamente controllata dalla giunta Trump), aveva dichiarato che alcuni villaggi cristiani, del Sud del Libano, avrebbero chiesto di essere annessi a Israele per essere protetti dagli attacchi di Hezbollah.
La smentita della comunità cristiana è stata fermissima: i sindaci di molti villaggi del Sud del Paese hanno accusato Netanyahu di essere un bugiardo, ribadendo lealtà all’identità e alla bandiera libanese e affermando di non aver mai chiesto protezione o annessione a Israele.
Hana Daher, sindaco di Qlayaa, paese cristiano proprio al confine con Israele, ha dichiarato: «Abbiamo fatto tutto quello che ci hanno chiesto; non hanno nessuna scusa per entrare. Noi non vogliamo né Israele né Hezbollah: che si uccidano tra di loro e ci lascino fuori».
All’interno del mausoleo dedicato a Nasrallah, discutiamo con alcuni uomini riguardo a queste ultime dichiarazioni di Netanyahu. Ci dicono chiaramente che sono menzogne: «Dopo tutto quello che ha fatto Israele, nessuno chiederebbe di essere annesso a loro, anche se è contro Hezbollah. Il gioco di Usa e Israele è sempre lo stesso: vogliono dividerci dall’interno perché non riescono a sconfiggerci. Ma quello che Trump e Netanyahu non hanno capito è che le loro parole hanno l’effetto contrario. Non abbiamo nessun dubbio che saremo noi a vincere».

Come in tutte le cerimonie religiose sciite, i partecipanti al funerale a Dahieh erano divisi per settori: uomini, donne e bambini. La foto mostra la parte dedicate alle donne. Oltre ai ritratti di Khamenei e alle bandiere iraniane, molte di esse mostrano le foto di alcuni uomini: sono i propri figli morti negli scontri con Israele e ora considerati martiri. Foto Angelo Calianno.

Alla cerimonia funebre
Oggi – 8 luglio – per Dahieh, e per tutta la comunità sciita libanese, è un giorno speciale. Dopo essere stato celebrato in Iran e in Iraq, anche qui, a Beirut, si svolgerà la cerimonia funebre in onore di Sayyed Ali Khamenei, una delle figure più influenti dell’Iran contemporaneo.
Entriamo nel cortile allestito per la cerimonia insieme a migliaia di persone provenienti da tutto il Libano. Sfilano indossando le sciarpe di Hezbollah, mostrano le foto dei propri cari rimasti uccisi e ora martiri, le bandiere dell’Iran, le foto di Nasrallah e, ovviamente, quelle di Khamenei.
La cerimonia si apre con i canti e la lettura di alcuni passi del Corano. Sul palco si avvicendano vari sostenitori di Hezbollah, ma il momento che tutti aspettano è l’intervento di Naim Qassem, l’attuale segretario generale di Hezbollah. Qassem appare sul grande schermo con un video messaggio registrato da una località segreta; la sua immagine viene accolta da cori e urla di gioia.
Tra le acclamazioni dalla folla, dice: «I tiranni americani, con Israele come loro strumento, hanno provato a privare gli iraniani della propria libertà. Hanno fallito. L’America è ingannevole, l’America è un potere coloniale. Sta gravando sul Libano solo per servire gli interessi di Israele. Quando mi chiedono: perché mantenete i rapporti con l’Iran? La mia risposta è semplice: noi beneficiamo del rapporto con loro. Ma chiedo a voi invece: perché mantenete le relazioni con gli Usa? Relazioni con chi vi umilia, vi opprime e prende il vostro senza darvi nulla in cambio».
Il bersaglio di queste ultime dichiarazioni è il governo libanese, accusato di essersi compromesso con gli Stati Uniti e di aver consegnato il Sud nelle mani di Israele. Il leader di Hezbollah chiude il suo discorso dicendo: «Non c’è nessuna soluzione accettabile se non quella del ritiro incondizionato di Israele dalla nostra terra».

Angelo Calianno, da Beirut




Israele. Odio chiama odio

La Festa della liberazione dello scorso 25 aprile è stata macchiata da atti d’intolleranza, a conferma dei tempi di guerra e odio che il mondo sta vivendo. In particolare, a Milano, la Brigata ebraica – nome di un reparto di combattenti ebrei che lottò contro il nazifascismo – è stata costretta ad abbandonare il corteo dei manifestanti a causa delle forti contestazioni subite.

Un evento anti democratico, ma certamente favorito dalla scelta della stessa Brigata di sfilare con bandiere dello Stato d’Israele (e degli Stati Uniti). «Un grave errore portare quelle bandiere» hanno dichiarato sia la storica Anna Foa che la scrittrice Edith Bruck, entrambe ebree.

L’accaduto ha evidenziato – una volta di più – quanto la questione mediorientale si sia incancrenita, soprattutto a causa del governo israeliano. Mentre continua l’offensiva dell’esercito d’Israele (Idf, in sigla) contro il Libano e l’Iran e quella dei coloni in Cisgiordania, Netanyahu e i suoi ministri (in particolare, Itamar Ben-Gvir, leader del partito estremista Otzma Yehudit, «Potere ebraico») stringono la propria morsa sui palestinesi, anche a livello legislativo.

Lo scorso 30 marzo, i rappresentanti della Knesset, il parlamento israeliano, con 62 voti a favore e 48 contrari hanno approvato una legge che prevede la pena di morte per le persone accusate di terrorismo. La morte sarà data per impiccagione. La nuova legge dispone – inoltre – che le sentenze debbano essere eseguite entro 90 giorni dalla pronuncia della sentenza definitiva.

Il logo della Brigata ebraica, la bandiera d’Israele e la bandiera della Palestina.

A detta degli esperti di diritto, la norma è stata formulata in modo tale che essa si applicherà esclusivamente ai palestinesi. In altri termini, non verrà applicata ai cittadini israeliani di origine ebraica. Il ministro Ben-Gvir – sempre lui – si è presentato in aula indossando una spilla a forma di cappio sul risvolto della giacca per evidenziare il suo sostegno al disegno di legge e, dopo la sua approvazione, ha brindato in favore di fotografi e telecamere.

Nei giorni successivi, otto paesi a maggioranza islamica – Pakistan, Turchia, Egitto, Indonesia, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti – hanno diramato una nota congiunta per condannare la legge e le pratiche israeliane sempre più discriminatorie. La legge è stata contestata anche dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea, mentre gli Stati Uniti di Trump si sono detti solidali con lo storico alleato.

Nonostante le ripetute violazioni del diritto internazionale da parte di Tel Aviv, l’Unione europea non è andata oltre una condanna formale, avendo – al momento (21 aprile) – rigettato la sospensione dell’Accordo di associazione commerciale con Israele come richiesto da vari paesi (Spagna, Irlanda e Slovenia) ed organizzazioni internazionali. Amnesty International ha accusato Germania e Italia di aver avuto un ruolo chiave nel bloccare la sospensione, nonostante il trattato in questione preveda il rispetto di clausole sui diritti umani.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che bloccare l’accordo commerciale non è utile.

Senza sanzioni internazionali e con Netanyahu (sono 19 i suoi anni al potere) e i suoi ministri che alimentano di continuo odio e vendetta, è facile prevedere che, nelle piazze del mondo, le bandiere d’Israele andranno incontro ad altre contestazioni.

Paolo Moiola




Mondo. La schiavitù non si dimentica

Nell’agosto del 1619 la nave inglese «White Lion» approdò a Point Comfort, sulla punta meridionale della penisola della Virginia, negli attuali Stati Uniti d’America. Aveva a bordo venti schiavi neri, probabilmente angolani.

L’evento segnò l’inizio dello schiavismo transatlantico, una pratica che avrebbe caratterizzato il mondo occidentale per circa 400 anni coinvolgendo tra i 12 e i 15 milioni di africani (a cui vanno aggiunti i milioni morti durante i sequestri e le traversate).

Nel 2006 l’Assemblea delle Nazioni Unite decise di dichiarare il 25 marzo di ogni anno «Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi». L’organo dell’Onu scelse quella data perché il 25 marzo del 1807 il Parlamento britannico aveva approvato una legge che proibiva la tratta transatlantica delle persone ridotte in schiavitù. La legge inglese costituì una svolta fondamentale nel circuito (legale) del traffico, anche se non determinò l’abolizione della schiavitù, che continuò per decenni in diverse regioni del mondo.

L’Unione africana ha dichiarato il periodo 2026-2035 «Decennio di azione per le riparazioni» e il Ghana è in prima linea in questa iniziativa. Molte navi negriere partirono, infatti, dalle coste di quel Paese.

Per questo, in occasione della ricorrenza di quest’anno, il presidente ghanese John Dramani Mahama ha promosso una risoluzione nella quale si esortavano gli Stati membri delle Nazioni Unite a scusarsi per la tratta degli schiavi e a contribuire a un fondo di risarcimento.

«Non esiste nulla come la schiavitù – ha detto all’inizio del suo discorso Mahama -. Ci sono stati esseri umani che sono stati trafficati e poi ridotti in schiavitù da persone che credevano di poterli possedere come merce, come loro proprietà personale».

Mahama ha fatto un lungo excurus storico ricordando le date principali dello schiavismo e non ha lesinato accuse agli Usa.

Dipinto di schiavi africani al lavoro (immagine British Library – Unsplash).

«Negli Stati Uniti – ha detto -, i corsi di storia afroamericana vengono eliminati dai programmi scolastici; le scuole sono obbligate a smettere di insegnare agli studenti la schiavitù, la segregazione e il razzismo nei corsi di storia americana».

L’Assemblea generale Onu ha, quindi, riconosciuto lo schiavismo delle persone africane come crimine contro l’umanità: 123 paesi hanno votato a favore, 52 si sono astenuti (tra i quali anche l’Italia, la Gran Bretagna e i paesi dell’Unione europea, diversi dei quali direttamente responsabili della tratta di schiavi) e soltanto 3 si sono opposti, Stati Uniti, Israele e Argentina.

Dan Negrea, rappresentante degli Stati Uniti, ha definito la risoluzione dell’Onu «altamente problematica», accusando inoltre i promotori di mettere in dubbio il sostegno del presidente Trump agli elettori afroamericani negli Stati Uniti. «Il presidente Trump – ha sostenuto – ha fatto più per gli afroamericani di qualsiasi altro presidente. Sta lavorando instancabilmente per il loro bene».

Le votazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sono poco più che simboliche e senza conseguenze pratiche. Quella dello scorso 25 marzo, però, ha evidenziato una volta di più quanto gli Stati Uniti di Trump e Israele di Netanyahu (in questo caso, affiancati dalla disastrata Argentina di Milei) si siano allontanati dall’idea occidentale dei diritti umani.

Paolo Moiola




Iran. Nucleare, di male in peggio

Per capire dove siamo oggi con l’escalation iraniana, bisogna tornare al 2018, quando Trump ritira unilateralmente gli Stati Uniti dal Jcpoa (Joint comprehensive plan of action), l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015. Quell’intesa imponeva limiti precisi all’arricchimento dell’uranio in cambio della revoca delle sanzioni. L’Iran, però aveva nascosto all’Iaea (International atomic energy agency) la presenza di quattro siti nucleari, aveva mentito sul tipo e numero di centrifughe utilizzate per l’arricchimento dell’uranio e sulla quantità di uranio arricchito oltre al 3,7%, livello stabilito dall’accordo. Questo consente a Trump di smantellare l’accordo sostituendolo con una campagna di «massima pressione» economica.

La risposta iraniana è prevedibile: dal 2019 Teheran inizia ad aumentare il livello di arricchimento. A maggio 2025, le riserve iraniane di uranio arricchito al 60% superano i 408 chilogrammi – quasi il 50% in più rispetto a febbraio – una quantità sufficiente per più ordigni nucleari se ulteriormente arricchita.

La guerra dei 12 giorni

Il 13 giugno 2025 Israele lancia attacchi preventivi contro il programma nucleare iraniano, i siti missilistici e le infrastrutture energetiche. Nella notte tra il 21 e il 22 giugno gli Usa colpiscono Fordow, Natanz e Isfahan con bombe GBU-57 e missili Tomahawk. Trump dichiara di aver «completamente e totalmente distrutto» il programma nucleare iraniano.

La realtà è però più complessa. La campagna dei 12 giorni ha inflitto danni ingenti, ma non ha eliminato il programma: l’Iran conserva le sue conoscenze, lo stock di uranio arricchito, la capacità di produrre centrifughe e almeno un sito segreto. Una valutazione del Pentagono stima il ritardo del programma in circa due anni. Il problema strutturale è un altro: gli attacchi hanno ridotto drasticamente la volontà iraniana a permettere il ritorno degli ispettori Iaea, essenziali per qualsiasi monitoraggio credibile.

Le trattative

Tra l’estate 2025 e febbraio 2026 si apre una fase di trattative indirette mediate dall’Oman. Il nodo pare però insormontabile: Washington chiede l’azzeramento dell’arricchimento, Teheran lo considera un diritto irrinunciabile. Nel frattempo, l’Iran rifiuta ispezioni sui siti colpiti e Khamenei conclude che l’amministrazione Trump non è un interlocutore affidabile.

A gennaio 2026, nel Paese esplodono proteste di massa a causa di una crisi economica devastante: inflazione annuale al 68%, quella alimentare al 105%, il pane rincarato del 142%. Il regime risponde con una repressione brutale.

28 febbraio 2026: l’escalation definitiva

Il 26 febbraio, il mediatore omanita annuncia un accordo: l’Iran ha accettato di non accumulare uranio arricchito e di consentire verifiche complete dell’Iaea. Due giorni dopo, quegli accordi sono carta straccia.

E arriviamo a questi giorni. Il 28 febbraio Usa e Israele lanciano una massiccia operazione congiunta colpendo Teheran, Isfahan, Qom e Kermanshah. Tra i bersagli, il compound di Khamenei, che viene ucciso nell’attacco. Trump dichiara apertamente l’obiettivo del cambio di regime, rivolgendosi al popolo iraniano: «Prendete il vostro governo. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni».

Bombardamenti su Teheran da parte di Israele e Stati Uniti, alleati nell’attacco all’Iran. (Screenshot PBS)

Cosa cambia ora

Il quadro nucleare è paradossalmente più pericoloso di prima. Gli attacchi, lungi dall’eliminare la minaccia, potrebbero spingere l’Iran verso la decisione finora evitata: ritirarsi dal «Trattato di non proliferazione» e avviare clandestinamente un programma per la bomba. Senza ispettori sul campo e con un regime sotto attacco esistenziale, qualsiasi verifica diventa impossibile.

La storia insegna che i programmi nucleari sopravvivono ai bombardamenti: le conoscenze non si distruggono con le bombe. Il mondo si trova oggi di fronte a un Iran destabilizzato, privo della sua guida storica, con un programma nucleare parzialmente intatto e motivazioni più forti che mai per dotarsi della deterrenza definitiva.

La diplomazia multilaterale, già logorata dal 2018, ha subito un colpo probabilmente irreversibile.

Piergiorgio Pescali




Libano. Una calma apparente

Tra Hezbollah e Israele è in vigore un cessate il fuoco. Tuttavia, le incursioni israeliane continuano, aumentando macerie e sfollati. È in questo clima, che il Paese ha accolto papa Leone XIV per il suo primo viaggio fuori dal Vaticano.

Beirut. Quando atterriamo nella capitale libanese è passato quasi un anno dalla nostra ultima visita. La prima sensazione è molto diversa da quella del novembre 2024: non si vedono più le colonne di fumo che allora spuntavano da ogni angolo della capitale bombardata, né si sente il suono costante dei droni sulle nostre teste.

Ora, quasi fine novembre 2025, in Libano, si può nuovamente entrare anche con un visto turistico. Sono tornate a lavorare le Ong internazionali e, malgrado la pesante crisi economica, molti negozi del centro hanno riaperto la propria attività. Le strade sono piene di cartelli con la foto di papa Leone XIV, che arriverà qui il 30 novembre.

Dalla data del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, proclamato il 27 novembre 2024, la parte Nord del Paese sembra tornata a respirare. Ci impieghiamo poco, però, a capire che questa calma è solo apparente e superficiale. A una settimana dal nostro arrivo, un raid israeliano colpisce il quartiere di Haret Hreik. L’obiettivo è il capo dello stato maggiore di Hezbollah – Haytham Ali Tabatabai -, che rimane ucciso nell’attacco.

Il «cimitero dei Martiri» di Hezbollah, a Sud di Beirut. Foto Angelo Calianno.

Giornalisti o spie?

Cominciamo le nostre interviste proprio nelle zone bersagliate di recente, nella periferia Sud della capitale. Ci troviamo a Chiyah, uno dei quartieri a maggioranza sciita e con un’alta presenza di affiliati, o simpatizzanti, di Hezbollah. A Beirut, dopo il quartiere di Dahieh, Chiyah è stato quello più colpito.

Appena scesi dal taxi, veniamo subito seguiti da un gruppo di ragazzi che, con walkie-talkie e telefoni cellulari, annunciano la nostra presenza ai loro superiori. Dopo pochi minuti, veniamo avvicinati da due adulti che ci chiedono generalità, documenti e quali siano le nostre intenzioni. Ci invitano a seguirli. Ci fanno accomodare in uno dei caffè nei vicoli del quartiere. Pur scusandosi, ci chiedono di ispezionare i nostri zaini e di visionare il materiale fotografico.

Scopriamo di essere trattenuti dai membri del movimento di Amal, il principale gruppo sciita del Libano insieme a Hezbollah. «Purtroppo dobbiamo essere molto cauti e attenti su chi entra qui», dice uno degli uomini che ci ha fermato. «Guardate lassù: malgrado il cessate il fuoco, i droni da qui non se ne sono mai andati e continuano ad attaccare. Israele non fa altro che violare l’accordo. Il mese scorso un giornalista inglese è arrivato qui per scrivere un articolo e fare fotografie. Si è scoperto, in seguito, che il ragazzo aveva un doppio passaporto: era una spia di Israele sotto copertura, arrivato qui per fornire dati logistici. Per questo ora dobbiamo stare sempre in guardia».

Ci vuole circa un’ora per controllare le nostre credenziali. Nel frattempo, ci offrono del caffè e persino del cibo. Passiamo il primo controllo, ma ci dicono che non basta. Veniamo invitati a salire su un’auto e siamo portati al comando locale di Hezbollah. In questa stanza passiamo altre tre ore, mentre gli uomini della security effettuano ulteriori controlli. Ci offrono ancora cibo e caffè. Chiacchierando durante l’attesa, uno dei funzionari ci dice: «Non c’è solo il problema delle spie. Abbiamo imparato che dobbiamo essere molto attenti ai giornalisti stranieri. In Occidente c’è la tendenza a dipingerci come terroristi, ad accomunarci addirittura all’Isis, realtà completamente opposta ai nostri ideali». Veniamo finalmente rilasciati con il permesso di lavorare nel quartiere, ma non senza una scorta. Il nostro interprete ci dice: «Tutto quello che è accaduto negli ultimi due anni ha sviluppato una vera e propria “camera fobia”. Non possiamo biasimare queste persone. Guardate cosa ha fatto Israele nell’ultimo anno. Tantissimi hanno perso la propria famiglia, la propria casa, hanno vissuto sotto costanti bombardamenti. La loro attitudine verso l’Occidente e, soprattutto, verso i media è completamente cambiata».

Un ragazzino sventola la bandiera raffigurante il volto di Hassan Nasrallah, sul tetto della moschea durante un funerale nella cittadina di Tayr Debba, nel Sud del Libano. Foto Angelo Calianno.

Nel giorno del Papa

Il giorno dell’arrivo del Papa porta a Beirut una ventata di serenità. Almeno per i prossimi tre giorni si è sicuri che non ci saranno attacchi da parte di Israele. In Libano, questa è la prima visita di un pontefice da quella di Giovanni Paolo II, nel 1997. All’arrivo, papa Leone XIV attraversa la città in auto. Raggiunge anche il quartiere sciita di Dahieh, quasi completamente in rovina. La folla, posta ai lati della strada, lo saluta con entusiasmo. Tanti indossano la sciarpa raffigurante l’effige del Vaticano e, insieme, quella di Hezbollah. Il Papa ha un’agenda fitta di incontri, tra cui quello con il presidente Aoun, le visite al monastero di San Marone e al santuario di Harissa. Tuttavia, il giorno più importante, almeno per la popolazione locale, è il 2 dicembre, quello della messa al Waterfront, la zona portuale di Beirut dove l’esplosione del 4 agosto 2020 uccise 236 persone e ne ferì oltre settemila.

Il Papa comincia la giornata del 2 dicembre sul sito della tragedia, incontra le famiglie delle vittime e prega con loro. Per accedere alla messa è stato necessario prenotare un biglietto online: i posti a disposizione si sono esauriti in poche ore. Il totale dei ticket emessi è stato di 150mila. Ci muoviamo tra le file della gente per fotografare i fedeli accorsi qui numerosi. Il governo ha vietato qualsiasi bandiera o simbolo politico che non siano quelli del Libano o del Vaticano. Intervistiamo un uomo che accompagna un gruppo di ragazzi arrivati da una delle comunità maronite, a Nord di Beirut: «Il simbolo che questa visita rappresenta per noi è importantissimo. È un giorno storico. La vita dei cristiani in Medio Oriente non è mai stata semplice, soprattutto negli ultimi decenni. Avere un supporto, essere riconosciuti, per noi è fondamentale. Il mondo oggi guarda in diretta queste immagini, vede il Papa a Beirut e, quindi, si ricorda che esistiamo anche noi».

La visita del Papa si conclude senza problemi, ma subito dopo il decollo del suo aereo la tensione ricomincia a salire. Il portavoce dell’Idf (Israel defence force, l’esercito di Israele) ha comunicato che, se Hezbollah non consegnerà tutte le sue armi, ci sarà un massiccio attacco subito dopo la partenza del Papa. I nuovi raid aerei, nella parte Sud del Paese, arrivano a poche ore dal rientro del pontefice a Roma. Non sono imponenti quanto Israele aveva minacciato, ma sono quotidiani e costanti.

Decidiamo di partire verso il confine meridionale, per proseguire lì il nostro reportage.

Alla messa papale del 2 dicembre 2025: tanti fedeli emozionati e un’organizzazione pressochè perfetta. Foto Angelo Calianno.

Mezz’ora per evacuare

Arriviamo a Chehour, nel distretto di Tiro, all’indomani di un attacco israeliano. Qui incontriamo Mohammed, un uomo a cui è stata bombardata la casa. Lo troviamo di spalle, a guardare quello che rimane della sua proprietà. «Ero a cena con la mia famiglia, ho ricevuto la telefonata delle autorità libanesi che mi dicevano di evacuare. Ci hanno dato mezz’ora per prendere tutto. Al mio ritorno, il mattino dopo, questo è quello che ho trovato. Ho spostato la mia famiglia in un posto più sicuro, ma io rimarrò qui. Dormirò in questa casa, senza porte e finestre, con il soffitto crollato, ma non me ne andrò. Qui abbiamo dato un soprannome all’Idf israeliana, la chiamiamo “Itf”, ovvero Israeli terrorist force. Nessuno li sta fermando. Netanyahu è un criminale di guerra e, invece di arrestarlo, gli altri Stati lo appoggiano. Io credo che il loro scopo finale sia quello di occupare questa parte di Libano, in particolare per le nostre risorse. Posso dirvi che però io da qui non me ne andrò mai. Combatterei anche a mani nude per la mia terra. Sono nato qui, questa è casa mia. Se vogliono mandarmi via, dovranno uccidermi».

Come avvengono i bombardamenti? Come funzionano le evacuazioni? Ce lo spiega Amir. Anche a lui Israele ha bombardato la casa pochi giorni fa: «Israele comunica all’esercito libanese esattamente quali case e zone bombarderà. Noi riceviamo una telefonata in cui ci dicono di evacuare. Abbiamo 30-40 minuti per farlo. In questo poco tempo dobbiamo prendere quello che possiamo e andare via. Ci è proibito ricostruire, e tutto questo avviene durante una tregua che Israele continua a violare. Oltre a questo, c’è anche la pressione psicologica dei droni che ci sorvolano costantemente».

Tutto il Sud del Libano, in particolare i villaggi al confine con Israele, è stato attaccato subito dopo il cessate il fuoco, soprattutto tra dicembre 2024 e gennaio 2025. Lo stato maggiore israeliano ha affermato di voler distruggere le postazioni di Hezbollah. Chi vive qui, però, sostiene che Hezbollah si sia ritirato da queste zone già da molto tempo e che gli attacchi siano semplicemente una scusa per occupare ancora terra, in vista di una prossima colonizzazione. Il governo libanese, appoggiato dagli Stati Uniti e come parte del trattato del cessate il fuoco, effettua campagne giornaliere per il disarmo di Hezbollah. Ma, come è facile immaginare, nessuno dei membri del partito sciita ha intenzione di rinunciare alle armi.

Mays el Jabal, quello che rimane dopo i continui attacchi di Israele nell’ultimo anno. Foto Angelo Calianno.

Sotto l’occhio dei droni

Arriviamo fino a Houla, una cittadina ad appena 500 metri dal confine israeliano. Questo luogo, prima del 2023, contava fino a 15mila abitanti. Oggi ne rimangono appena 400. Il nostro arrivo viene seguito da un drone israeliano che vola a bassissima quota. È un drone da ricognizione e, molto probabilmente, filmandoci sta eseguendo un riconoscimento facciale. Sono pochissime le case ancora in piedi. Il paese è stato totalmente evacuato dall’ottobre 2024 al febbraio 2025. In quel periodo, Israele ha usato gran parte delle case come avamposti contro la resistenza libanese. Prima di ritirarsi, i soldati dell’Idf hanno distrutto e vandalizzato quasi tutto: scuole, infrastrutture e, per la maggior parte, le case dei residenti.

Sulle rovine di una di queste abitazioni troviamo Ghassan. Lui è un giovane originario di Houla che ora lavora all’estero. Qui vivevano i suoi genitori che oggi, come migliaia di altri abitanti, si sono spostati per trovare rifugio in un’altra città. Ci racconta: «Avrei preferito accogliervi in una casa ancora in piedi. Questa, era stata costruita da mio nonno negli anni Cinquanta. Sono nato e cresciuto qui; da diversi anni vivo fuori dal Libano, ma tornavo a trovare i miei genitori ogni due mesi. Questa è la situazione di oggi: la maggior parte delle persone è costretta a vivere lontano da quella che era la propria terra. Eppure, se chiedi a mio padre e a chiunque abbia perso la casa, la loro priorità è quella di tornare e ricostruire, anche se è proibito. La cosa più triste è che nessuno parla di noi».

Ghassan ci guida al piano inferiore. I muri, quelli che sono rimasti ancora in piedi, sono stati crivellati dai proiettili. All’interno troviamo lattine vuote e incarti di snack israeliani; le stanze sono state usate come accampamento dai soldati dell’Idf per settimane. Quando chiediamo a Ghassan cosa immagina o vorrebbe per il futuro, ci risponde: «In Libano oggi ognuno di noi ha un’opinione diversa riguardo questo. Io vorrei la pace, non l’abbiamo da 70 anni. Credo sia arrivata l’ora che ci lascino vivere senza guerra».

Chehour, due uomini controllano lo stato della casa di Mohammed dopo l’attacco di un drone israeliano. Foto Angelo Calianno.

Uno scenario di distruzione

Lasciamo Houla per guidare lungo il confine israeliano.
Lo scenario è spettrale: intere città distrutte, auto carbonizzate, rovine e odore di bruciato. Arriviamo fino a Yaroun, altra città completamente rasa al suolo. Questo è il punto più visibile da cui poter osservare il muro che Israele sta costruendo sulla linea del confine. La costruzione del muro è cominciata nel 2018; un ulteriore rinforzo e ampliamento è proseguito poi nel 2023. Nelle ultime settimane, l’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), che spesso incontriamo a pattugliare queste zone, ha affermato che, durante gli ultimi mesi, Israele ha oltrepassato la Blue line (linea di confine stabilita nel 2000 dalle Nazioni Unite), occupando oltre quattromila metri quadrati di territorio libanese. Sempre secondo i rapporti dell’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), dal cessate il fuoco del 27 novembre 2024, Israele ha commesso più di diecimila violazioni in dodici mesi, tra attacchi aerei, incursioni terrestri e sorvoli di droni.

Rientrando a Beirut ci fermiamo a Tayr Debba. Qui, qualche ora fa, Israele ha colpito di nuovo. Zanan è una giovane donna libanese a cui hanno distrutto casa e ufficio. Una ruspa spiana quello che ne rimane; un uomo cerca di recuperare qualche ricordo tra le macerie. Prima di andare via, Zanan ci dice: «Qui abbiamo un detto. Pensiamo che quello che si possiede equivalga al peso della propria anima, che ne sia una sua rappresentazione all’esterno. Perdere la propria casa, per noi, è come perdere un pezzo della nostra anima».

Angelo Calianno

Foto di un giovane martire all’ingresso di Houla, villaggio nei pressi del confine. Foto Angelo Calianno.



Italia. Dialogo ebraico cattolico alla luce di Gaza e Abramo

Le tensioni tra il mondo ebraico e quello cattolico sui massacri nella striscia di Gaza e le violenze in Cisgiordania non sono risolte. Il giudizio sulla sanguinosa reazione dello Stato di Israele all’attacco terrorista del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas contro civili israeliani e le valutazioni su come porre fine alle violenze, sono ostacoli visibili e delicati, benché non insormontabili, per il dialogo ebraico-cattolico oggi.

Se ne legge tutto il peso nei messaggi delle due comunità per la giornata del 17 gennaio: «Ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo». «Negli ultimi tempi – scrivono a loro volta i vescovi italiani nel primo paragrafo del loro messaggio – si sono vissuti momenti di tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o contenenti affermazioni ambigue. […] Desideriamo – proseguono più avanti – lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo. […] Ci riserviamo d’altronde – aggiungono ancora – la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri paesi e verso il nostro stesso governo».

La giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei

Celebrata in Italia per la prima volta nel 1990 dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) in collaborazione con l’Assemblea dei rabbini d’Italia, le giornate «per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei», al di là delle divergenze di ordine politico, hanno lo scopo di aiutare le comunità cattoliche ed ebraiche locali a conoscersi vicendevolmente e collaborare per il bene comune, sulla scia dell’ampio cammino compiuto negli ultimi decenni.

Forme di dialogo tra cattolici ed ebrei sono sempre state presenti nella storia, ma la loro formalizzazione risale al Concilio Vaticano II e alla dichiarazione conciliare del 1965 «Nostra Aetate» sulle relazioni della Chiesa con le fedi non cristiane. Il paragrafo che fa riferimento al dialogo ebraico cattolico è il 4°: «Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti. […] Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo».

Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto, ma benedetti

Prendendo come riferimento il versetto 3 del capitolo 12 del libro della Genesi, nel quale Dio dice ad Abramo «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», il tema centrale dei messaggi dei vescovi e dei rabbini d’Italia è quello della benedizione.

Il dialogo tra cattolici ed ebrei, affermano i due messaggi, si fonda sul riconoscimento di essere tutti destinatari (e portatori presso i popoli del mondo) della stessa benedizione divina.

«È meraviglioso ricordare – scrive la Cei -, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. […] Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. […] cammina incerto verso un futuro sconosciuto […]. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. È così che avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. […] Dunque, dobbiamo sempre ripartire da questa certezza, anche dopo le crisi, anche nei momenti di crisi».

«Il passo biblico scelto quest’anno […] – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini».

Il ruolo di Gesù e della teologia della terra

Il dialogo autentico tra diverse comunità parte dagli elementi che accomuna le identità, senza dimenticare quelli che le distingue. È volontà di collaborare tenendosi lontani dal rischio di assimilazione di un gruppo all’altro o di dissoluzione dei diversi in un unico indistinto. L’alterità degli uni e degli altri va preservata e sottolineata.

Così, nei due messaggi, sono espressi in modo chiaro almeno due differenze fondamentali.
La prima, ovvia, riguarda la figura di Gesù di Nazareth: «Come diceva Schalom Ben Chorin, rabbino riformato tedesco, “La fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide”», scrivono i vescovi.

La seconda, altrettanto ovvia, ma forse meno conosciuta, riguarda la teologia ebraica della terra, che, ci pare, ha a che fare con la differente lettura tra cattolici ed ebrei della guerra in Israele: «La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro – scrivono i rabbini d’Italia nel loro messaggio -, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele. Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti».

Il desiderio comune di servire

Per aiutare le comunità locali di fedeli a concretizzare il dialogo ebraico cattolico, l’ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, in collaborazione con l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), ha messo a punto una serie di schede per conoscere l’ebraismo, scaricabili singolarmente o tutte insieme in un unico volume in formato pdf.

Il messaggio dei vescovi si chiude con un richiamo alla speranza, un’invocazione alla pace e un appello a proseguire nel dialogo: «Auspichiamo dunque la continuazione del dialogo franco, leale e costruttivo. Un dialogo nella verità e nella carità, con la ferma volontà di riconoscerci fratelli, sempre e comunque. Con la ferma volontà di non abbandonare mai il dialogo, per nessun motivo. La fraternità sta a fondamento del rapporto che sussiste fra noi, come base e come prospettiva. Siamo dentro la medesima benedizione. Le differenze non la cancellano e non la cancelleranno. Radicati in questa certezza desideriamo continuare a costruire le nostre relazioni. Il dialogo tra noi è anche un servizio per il dialogo fra le religioni e, soprattutto, un servizio verso questo nostro mondo, sempre più lacerato e diviso. Non possiamo privare il mondo di questo dono».

In modo simile si chiude anche il messaggio dell’Assemblea dei rabbini d’Italia: «L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli».

Luca Lorusso




Italia-Israele. Le mani insanguinate

Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche, energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.

«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo, insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.

È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed espulso.

Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente, l’industria della ricostruzione.

Contro la cultura della morte

Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre – dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso (Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili Cruise.

Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei diritti umani.

Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».

Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.

Caccia F-35 (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Haydn N. Smith).

Freedom flotilla

Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal, e nel, nostro Paese.

È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati, difensori dei diritti umani e giornalisti.

La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due giorni di detenzione, espulsi.

Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal cancro. È stato una figura straordinaria».

Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».

Handala, il bambino di spalle

A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.

Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli italiani, ma anche di quelli palestinesi».

Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone: inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10 anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.

«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».

Genocidio, crimine collettivo

«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e finanziari».

In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.

La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.

L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni con Israele, ma le mantiene floride.

Armi e addestramento

Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i palestinesi in Cisgiordania.

«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.

Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.

Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada, produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il controllo del territorio di Gaza.

Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.

Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».

Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita di missili anticarro Spike.

Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.

In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».

Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li usa sistematicamente».

Cyber security

Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono presenti ovunque.

C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe, un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike Pompeo, ex capo della Cia».

Banche, media, energia

Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche: Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice: «Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di armi. Non solo italiano, ma internazionale».

E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».

«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del 4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord. Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.

Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.

Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7 ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il diritto internazionale acque interne palestinesi.

Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il “concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».

Università e ricerca

Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.

Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo, della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di pulizia etnica.

Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.

Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la guerra».

Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.

In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui territori, forniscono aiuti ai militari».

Shock economy

Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e per i ricchi occidentali».

E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.

Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne convinco, e me ne vergogno».

Luca Lorusso

Manifestanti a Londra contro il supporto diplo-matico, militare e logistico del Regno Unito a Israele durante il suo assalto genocida a Gaza, al grido «La Gran Bretagna ha le mani sporche di sangue – Save Gaza», il 24/06/24. (Alisdare Hickson_flickr)



Nazareth. Nemici da vivi, fratelli da morti

Sono passati oltre cento anni da quando è terminata la Grande guerra, una delle più sanguinose della storia (15-20 milioni di morti), e ottanta anni dalla Seconda guerra mondiale, che ha coinvolto un gran numero di nazioni e lasciato il numero più alto morti sul campo (forse 70 milioni).

Tutti conosciamo il prezzo delle guerre, ma non abbiamo ancora imparato che in esse nessuno vince e continuiamo a essere coinvolti in questa macchina che massacra uomini, donne, bambini.

Il teatro di guerra oggi è il mondo intero. Ma io, in questo momento, mi trovo in un luogo preciso: il Medioriente.
Ho sempre lavorato con i nomadi del mondo, in Italia, Brasile e poi, per trent’anni, in Bangladesh e India. Qui, negli ultimi anni, venivo per periodi di due mesi per lavorare con i nomadi di queste regioni, i Beduini, facendo la spola tra Israele e Palestina, finché, nel 2023, mi ci sono stabilito, e ora vivo a Nazareth. E qui ho trovato la sorpresa della guerra che in due anni ha prodotto oltre 70mila morti (di cui 20mila bambini).

In ogni caso, il mostro della guerra è andato molto oltre, causando, negli ultimi quattro anni, oltre un milione di vittime tra Russia e Ucraina, mentre nella Repubblica democratica del Congo, negli ultimi 20 anni, ne ha uccisi oltre sette milioni. A questi Paesi in guerra, se ne devono aggiungere ancora oltre una cinquantina.

Nella Terra santa dove sono nate le tre religioni monoteistiche, da duemila anni si dovrebbe vivere soltanto di pace, e invece, a intermittenza, hanno suonato le sirene di guerra. In questi due millenni, oltre sessanta guerre hanno insanguinato questa terra: guerre di liberazione, di attacco e di difesa, invasioni, rivoluzioni interne. Questa terra ha una posizione strategica unica e nel corso degli anni diversi imperi se la sono contesa.

I vari Capi di stato le hanno sempre chiamate guerre giuste, per cui bisognava assolutamente vincere. Chi si è considerato via via vincitore ha fatto un triste baratto: ha ricevuto denaro, terre, posizioni strategiche per le guerre successive e ha pagato tutto questo con la vita di uomini, donne, bambini e giovani soldati, tutti innocenti.

Coloro che si sono combattuti, per attacco o per difesa, probabilmente sono stati spinti, da una parte e dall’altra, dall’atto di ubbidienza che ogni soldato compie, in nome della libertà, per difendere la vita del proprio Paese. Il soldato, generalmente, non conosce le bugie dei capi ed è spinto a credere che questi siano onesti o, almeno, in buona fede. Il soldato non conosce quasi mai le imboscate che essi gli tendono sotto il nome di sacrificio, di martirio, che spesso è a servizio del potere di un capo di stato, di un re o di un imperatore.

Mentre combattevano contro gli avversari, i soldati di questa guerra e di tutte le altre, spesso cadevano in ginocchio gli uni davanti agli altri, per essere seppelliti poco dopo sotto la stessa sabbia, con lo stesso sacrificio e la stessa innocenza. Da vivi si chiamavano nemici, perché così i capi avevano decretato, ma da morti sono solo fratelli. Da una parte e dall’altra, le mamme, i papà e i figli hanno pianto le stesse lacrime.

Questa guerra combattuta sul territorio di Gaza, se non ci fosse stato l’appoggio dell’America e dell’Italia, sarebbe finita dopo una settimana, e invece il prezzo di 70mila morti è da considerarsi una follia che certamente ha le sue responsabilità. La tragedia qui non è finita.

Chi riuscirà a curare la rabbia e l’odio che si è scatenato in questi due anni tra gli abitanti di questa terra? Chi curerà le centinaia di giovani soldati che sono stati obbligati a uccidere 20mila bambini. Chi sanerà le ferite “incurabili” che sono penetrate nella carne e nell’anima di questi giovani? Chi li ha spinti a queste azioni inumane, prima di uccidere dei presunti nemici, ha massacrato i suoi stessi soldati.

Una preghiera affinchè questa Terra Santa diventi un poco più santa.

Renato Rosso*

*Don Renato Rosso, classe 1945, è sacerdote fidei donum della diocesi di Alba. Fin da giovanissimo è impegnato nella partorale dei nomadi. Ha lavorato per diversi anni con i nomadi in Italia, per otto anni in Brasile e trenta tra Bangladesh e India. Da circa anni vive a Nazareth.




Libano. «Siate artigiani della pace»

Beirut. Martedì 2 dicembre 2025, 5:30 del mattino. Si aprono i cancelli per accedere al «Waterfront», lo spazio destinato alla grande messa di papa Leone XIV per il popolo libanese.
La funzione si terrà alle 10:30, ma, per questioni di sicurezza, gli ingressi saranno possibili solo dalle 5:30 alle 8:30.
Per accedervi, è stato necessario prenotare online. Sin dalla loro messa in rete, i biglietti si sono esauriti in poche ore (per i posti migliori) e in pochi giorni per i posti in piedi. Sono stati 150mila i ticket emessi.
Il Papa arriva qui, dopo giorni di tensioni in cui Israele – malgrado il cessate il fuoco in vigore da un anno – è tornato ad attaccare Beirut, eliminando il capo delle truppe di Hezbollah, Haytham Ali Tabatabai, ucciso il 23 novembre.

Il pontefice, proveniente dalla Turchia, è atterrato a Beirut il 30 novembre. Appena lasciato l’aeroporto, ha attraversato la capitale libanese, passando anche dal quartiere a maggioranza sciita di Dahieh, la zona più colpita dai bombardamenti israeliani negli ultimi due anni.
Al passaggio del Papa, sul ciglio della strada, non c’erano solo cristiani, ma anche musulmani che sventolavano la bandiera del Vaticano. Uno dei ragazzi presenti ci ha detto: «La visita di un papa per noi è un privilegio e un segno importante. Non importa a quale religione apparteniamo, la sua presenza, soprattutto in questo momento, è un fatto storico e noi potremmo dire di averlo visto».
Qui, l’ultima visita di un pontefice era stata quella di Giovanni Paolo II nel 1997. All’arrivo, papa Leone ha subito incontrato il Presidente, il Primo ministro e tutte le massime autorità politiche. Il giorno successivo, il 1° dicembre, si è recato al monastero di San Marone ad Annaya e al santuario di nostra signora del Libano ad Harissa. Ma è oggi la giornata che tutti aspettano, perché migliaia di persone potranno vedere il pontefice dal vivo.

Due monaci dell’Olm (Ordine libanese maronita) in preghiera sul selciato, durante l’omelia di papa Leone. Tra le visite più significative di questi tre giorni, c’è stata proprio
quella al monastero di San Marone e al santuario di San Charbel Makhlouf ad Annaya, luoghi tra i più importanti per l’ordine maronita. (Foto di Angelo Calianno)

Le parole di Leone XIV

Per la funzione si è scelto questo luogo del porto, in ricordo delle oltre duecento persone che persero la vita qui, durante l’esplosione del 2020. L’entrata tra il pubblico del Papa scatena un contagioso entusiasmo: sventolano bandiere del Libano e del Vaticano (il governo ha vietato l’uso di qualsiasi altra bandiera, sia di gruppi politici che di gruppi religiosi, come quello di Hezbollah).
La messa si svolge quasi tutta in francese, a parte alcune preghiere recitate in latino, ma l’ultimo messaggio del Papa viene pronunciato in inglese: «Cristiani del Levante, mi rivolgo a voi in un Medioriente così martoriato. Dobbiamo uscire dalla spirale di vendette e divisioni che causano solo violenza. Mi rivolgo a tutti, ma soprattutto a voi, e vi prego: siate artigiani della pace».
L’ultimo discorso di saluto viene accolto da diversi minuti di applausi. La folla saluta il Santo padre gridando: «Viva il Papa!». Nei suoi discorsi, il pontefice ha parlato sempre di pace, senza fare alcun riferimento diretto a Israele o Hezbollah. Le reazioni dei libanesi alla visita e alle sue parole sono state diverse, così come diverso è il tessuto sociale di questo Paese.
Pieni di speranza e gratitudine i cristiani, che rappresentano circa il 35% di tutta la popolazione. Più dubbiosi gli sciiti. Parliamo con Ali, uno di loro, che ci dice: «Avere la visita di un Papa nel nostro Paese è sicuramente motivo di orgoglio, quantomeno perché la gente, nel mondo, si ricorda che ci siamo anche noi. Ma nel Sud del Libano si continua a bombardare. Israele sta già occupando militarmente alcuni villaggi. Non ci sono più scuse per fare questo, Hezbollah non c’è più in quelle zone, non c’è più nessuno: è solo un’altra delle loro scuse per ampliarsi. Il nostro governo e il nostro esercito non fanno nulla per contrastare la situazione. Nei discorsi di questi giorni, non c’è stato un solo cenno al massacro che Israele sta perpetrando».

Israele non si ferma mai

Giorni prima della visita di papa Leone, erano trapelate alcune informazioni da diverse intelligence del Medioriente. Le notizie parlavano di una nuova offensiva di Israele subito dopo la partenza del pontefice.
La notizia è stata poi confermata dalle stesse agenzie di stampa israeliana. Israele ha dichiarato di aver avuto il benestare degli Stati Uniti per una nuova offensiva volta a eliminare tutti gli affiliati di Hezbollah rimasti.
A confermare queste ipotesi, a poche ore dalla partenza del Papa, l’artiglieria israeliana ha colpito e distrutto diverse case nei villaggi di Beit Lif e Ramiyeh, a Sud del Libano. Contemporaneamente, nuovi droni sono tornati a sorvolare Beirut.

Per strada, durante uno dei passaggi della papa mobile, un anziano signore cristiano di nome Yusuf, parlando dei probabili nuovi attacchi, scherzando, ci ha detto: «Hanno detto che, dopo la partenza del Papa, Israele scatenerà una nuova guerra. Allora, teniamo il Papa qui. Ospitiamolo per un altro anno. Chissà cosa farebbe Israele».

Angelo Calianno, da Beirut




Italia. Per Gaza e contro il genocidio

Lunedì 22 settembre molte città italiane hanno ospitato le manifestazioni per Gaza e contro il genocidio. L’adesione dei cittadini è stata massiccia, segno che la guerra d’Israele contro i palestinesi ha risvegliato le coscienze.

Non ovunque le cose sono filate lisce, a Milano soprattutto. Qui gruppi di infiltrati (non si sa quanto autonomi e quanto inviati da qualcuno) hanno pensato di farsi notare con la violenza e la distruzione. Di questo hanno subito approfittato diversi media (per esempio, alcuni telegiornali e, soprattutto, i quotidiani La Verità, Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d’Italia), interessati a svilire il messaggio e la portata delle manifestazioni.

Alcuni quotidiani italiani hanno scelto di dare molto rilievo ad alcuni scontri piuttosto che alle manifestazioni e al messaggio per Gaza e contro il genocidio. In questo screenshot le prime pagine di tre quotidiani di martedì 23 settembre 2025.

Fatta questa doverosa premessa, tra le iniziative messe in campo segnaliamo quelle della rete «Preti contro il genocidio». Qui sotto il comunicato stampa rilasciato dagli organizzatori.

«A Roma, un gruppo di 100 sacerdoti provenienti da diverse regioni italiane e da vari Paesi si è riunito per un momento di preghiera e di testimonianza pubblica in favore della giustizia e della pace in Palestina. Ribadendo la condanna delle violenze del 7 ottobre, hanno ripetuto le parole di papa Leone “non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta” (21.9.25) e hanno pregato Dio perché si fermino i crimini contro la popolazione palestinese e ogni massacro di innocenti nel mondo. Inoltre, hanno denunciato il massacro della popolazione civile palestinese e la distruzione del territorio della striscia di Gaza che, secondo la stragrande maggioranza degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative, si qualifica come un crimine di genocidio.

L’iniziativa è stata organizzata dalla neonata rete “Preti contro il genocidio” – che ha raccolto oltre 1.600 firme per una dichiarazione condivisa. I firmatari provengono da 50 paesi e 5 continenti, sono eremiti, sacerdoti diocesani e religiosi, vescovi e cardinali.

L’evento si è svolto simbolicamente nel giorno in cui la questione palestinese è stata discussa alle Nazioni Unite e alla vigilia dell’Assemblea Generale. La celebrazione nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, animata in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo), è stata accompagnata dalla musica dell’organista Stefano Vasselli, direttore musicale della Chiesa di San Paolo entro le Mura e dal rinomato tenore Carlo Putelli.

Dopo la liturgia, i partecipanti hanno dato vita a una processione portando i disegni dell’artista Gianluca Costantini, dal titolo “Christ Died in Gaza”, che richiamano le parole del Vangelo di Matteo sul giudizio finale: “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere…”.

La marcia ha previsto alcune soste nei luoghi significativi della città, durante le quali sono state lette poesie da autori Palestinesi e innalzate preghiere per le vittime della violenza e per un futuro di riconciliazione, pace e giustizia.

I sacerdoti e vescovi presenti con questo appuntamento hanno voluto “iniziare processi più che possedere spazi” (papa Francesco, in Evangeli Gaudium 223) e sollecitare nella comunità civile ed ecclesiale una coraggiosa riflessione circa il genocidio palestinese. Ora è tempo di continuare l’opera coinvolgendo laici e laiche, religiosi e religiose, uomini e donne poiché l’obiettivo non era quello di creare un gruppo clericale ma di “mescolarsi e far lievitare -come dice Gesù nel Vangelo – tutta la pasta” per difendere e diffondere i valori della pace e della giustizia.

Al termine della manifestazione hanno invitato tutti a rinnovare l’adesione a quelle associazioni e realtà ecclesiali “impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza” di cui papa Leone ha apprezzato l’iniziativa (Angelus 21.9.25), tra le quali Pax Christi che sabato 29 novembre organizzerà a Padova la giornata di solidarietà con il popolo palestinese indetta dalle Nazioni Unite fin dal 1977».

Preti contro il genocidio