La strada delle sanzioni
Blocco, embargo, sanzioni: la terminologia è varia, ma lo strumento è – più o meno – lo stesso. Viene utilizzato al posto di un attacco armato per fare pressione su un Paese. Cosa comporta? È utile?
Usare il commercio come «arma di ricatto» non è una novità dei tempi moderni. Fin dall’antichità le strategie d’assedio contemplavano il blocco dei rifornimenti per ottenere la resa degli assediati sulla spinta della fame e della sete.
La prima documentazione scritta di questo tipo di assedio risale al 1478 a.C. allorché il faraone egizio Thutmose III conquistò Megiddo, una cittadina cananea localizzata sul monte citato nell’Apocalisse (Ap 16,16) come Armaghedòn, il luogo in cui – secondo il libro sacro – avverrà l’ultima battaglia tra Cristo e le forze del male.
Venendo ai nostri giorni, il caso più recente di blocco dei rifornimenti a supporto di operazioni militari, è stato quello attuato da Israele nei confronti di Gaza, provocando lo sdegno del mondo intero. Nell’ultimo secolo, il blocco commerciale ha subìto una sorta di riabilitazione perché si è capito che può essere utilizzato come via alternativa a quella armata, specie se assunta in forma collegiale da parte della comunità internazionale. Lo scopo è di indurre i governi con comportamenti illegittimi a uniformarsi al diritto internazionale.
I blocchi commerciali assunti come via di pressione alternativa a quella armata sono definiti «embarghi». Quando includono anche misure di carattere finanziario, tali provvedimenti sono genericamente indicati con il termine di «sanzioni economiche».


Contro l’Italia
La prima nazione a subire un embargo decretato dalla comunità internazionale fu, nel 1935, l’Italia, colpevole di avere aggredito l’Etiopia.
La decisione venne assunta all’interno della «Società delle nazioni», il progenitore delle attuali Nazioni Unite.
Benché il provvedimento comprendesse sanzioni sia di carattere commerciale che finanziario, l’effetto fu blando perché erano stati esclusi dal blocco beni strategici come petrolio, acciaio, carbone.
In realtà, l’effetto finale fu addirittura positivo per l’Italia perché permise a Mussolini di rafforzare nel Paese l’orgoglio nazionalista facendo passare Roma come vittima dell’odio straniero. Fatto sta che, di lì a poco, le sanzioni contro l’Italia vennero tolte, convincendo Germania e Giappone che avrebbero potuto procedere impuniti nei loro propositi imperialistici.
Constatata la sua inefficacia, dopo la Seconda guerra mondiale la Società delle nazioni venne sciolta e sostituita con un organismo dai fondamenti più solidi.
Nascita delle Nazioni Unite
Il 26 giugno 1945 i rappresentanti di 51 nazioni si riunirono a San Francisco e firmarono la carta istitutiva delle Nazioni Unite. Tra i suoi organismi esse comprendono il Consiglio di sicurezza che, in teoria, ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.
Secondo quanto disposto dall’articolo 41, fra i poteri del Consiglio di sicurezza c’è anche quello decretare misure non armate che «possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio e altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche».
Il primo embargo di un certo peso decretato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu risale al 1966 contro la Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Il provvedimento era stato richiesto dalla Gran Bretagna per indurre Ian Smith, un bianco segregazionista, a lasciare il potere che aveva preso con la forza. A quel tempo il Paese era ancora una colonia britannica, ma, in vista della sua indipendenza, la minoranza bianca aveva deciso di fare un colpo di Stato per impedire alla maggioranza nera di assumerne la guida nel momento della liberazione.
Per la verità, già qualche anno prima, il Consiglio di sicurezza aveva acceso i riflettori su un altro Paese segregazionista. Era il Sudafrica contro il quale nel 1963 aveva deliberato il blocco del commercio di armi, ma su base volontaria.
Nel 1977, tuttavia, la misura divenne vincolante. Così, sommata alle proteste internazionali, all’opposizione interna al Paese e ad altre forme di embargo decretate dall’assemblea delle Nazioni Unite, nel 1994 essa riuscì a fare capitolare il regime dell’apartheid.
L’embargo all’Iraq
Nel corso della sua esistenza il Consiglio di sicurezza ha emesso provvedimenti di embargo contro numerosi Paesi per periodi più o meno lunghi e per i motivi più vari, spesso per fermare governi oppressivi o responsabili di aggressioni verso altri Paesi. Non a caso la maggior parte degli embarghi sono stati circoscritti al commercio di armi, anche se non sono mancati embarghi totali, o comunque molto estesi.
Ricordiamo l’embargo verso la Rhodesia Meridionale fra il 1966 e il 1979, contro la Yugoslavia fra il 1991 e il 1996, contro l’Iraq fra il 1990 e il 2003, contro la Libia fra 1992 e il 2003.
Il più duro di tutti fu quello contro l’Iraq che si attirò molte critiche per i danni inflitti alla popolazione. Benché fossero esonerati i beni di prima necessità, di fatto valevano clausole così restrittive che nessun tipo di merce, o quasi, poteva sbarcare nel Paese.
Sostenendo che diversi articoli di importanza vitale sarebbero potuti essere utilizzati dall’Iraq anche per scopi militari, gli Stati Uniti e il Regno Unito avevano posto il veto sull’invio di prodotti come depuratori d’acqua, materiali edili, derrate alimentari, farmaci salva vita.
Perfino le spedizioni dei vaccini erano state bloccate, sostenendo che avrebbero potuto essere utilizzati per la produzione di armi biologiche. Si stima che centinaia di migliaia di persone morirono in Iraq per la scarsità di cibo, acqua, farmaci. Fra loro molti bambini.
Il problema era così grave che lo stesso Boutros Boutros-Ghali, segretario delle Nazioni Unite dal 1992 al 1996, definì le sanzioni «uno strumento rozzo che pone una questione etica, ossia se la sofferenza inflitta alla popolazione più vulnerabile sia un mezzo legittimo per esercitare pressione sui leader politici».
Israele intoccabile
Nel 2025 una ventina di Paesi risultavano a vario titolo oggetto di sanzioni decretate dalle Nazioni Unite. Fra essi Afghanistan, Sudan, Libia, Iran, Siria, Iraq, Repubblica democratica del Congo, Corea del Nord. Tutti con l’accusa di essere regimi oppressivi, stati terroristici, o parti belligeranti di conflitti in corso.
Stranamente, nella lista non compare Israele, autore di numerosi soprusi nei confronti del popolo palestinese e – addirittura – accusata di genocidio da parte di vari Governi e altre entità internazionali, tra cui la stessa Onu.
Il fatto è che le sanzioni devono avere l’approvazione del Consiglio di sicurezza al cui interno siedono in maniera permanente cinque stati (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, vincitori della Seconda guerra mondiale) che hanno diritto di veto.
Purtroppo, gli Stati Uniti pongono sempre il veto su qualsiasi risoluzione tesa a condannare e sanzionare Israele che, di conseguenza, continua a spadroneggiare impunita. Come del resto rimangono impuniti tutti gli atti di aggressione di Russia e Usa, che sono tanti.
L’anomalia del diritto di veto getta molte ombre sull’oggettività delle sanzioni decretate dalle Nazioni Unite, lasciando intendere che, a essere colpiti, sono solo i Paesi senza protettori dentro il Consiglio di sicurezza.
A rendere lo strumento ancora più discutibile, c’è il fatto che, oltre a quelle decretate dalle Nazioni Unite, ci sono anche le sanzioni decise autonomamente da singoli Paesi che usano criteri di applicazione tutti propri.
Valgano come esempio gli Stati Uniti, ma anche l’Unione europea, entrambi con legislazioni interne che ammettono l’uso delle sanzioni contro Stati che, a loro avviso, non si comportano bene o che rappresentano una minaccia per la propria sicurezza.
È questa mescolanza fra interventi punitivi contro chi viola il diritto internazionale e interventi che mirano a colpire politiche ritenute contrarie agli interessi di singoli Stati o gruppi di Paesi, che fanno perdere credibilità alle sanzioni. Rimane, infatti, sempre il dubbio se esse siano usate come strumento di ripristino della legalità o come strumento per punire i Paesi ritenuti nemici.

Cuba, 64 anni di embargo
Gli Stati Uniti, ad esempio, dal 1962 hanno imposto un blocco commerciale e finanziario nei confronti di Cuba, prima accusandola di essere nemica della libertà, poi di sponsorizzare (addirittura) il terrorismo. Quando la semplice verità è che gli Stati Uniti non hanno mai tollerato che, nel proprio «cortile di casa», ossia in America Latina, ci fossero Stati a orientamento socialista.
Dopo sessantaquattro anni di strangolamento economico, mitigato a fasi alterne dal sostegno di Paesi come la Russia o il Venezuela, oggi l’isola è arrivata al capolinea, a corto com’è di ogni bene di prima necessità. In particolare, di materiale sanitario e carburante che, oltre a paralizzare i trasporti, compromette qualsiasi tipo di produzione e di servizio per le continue interruzioni di corrente.
Venezuela e Iran

Nella stessa ottica vanno lette le sanzioni decretate da Trump nel gennaio 2025 contro le esportazioni di greggio da parte del governo venezuelano.
Che queste avessero come unico scopo quello di spodestare il presidente Nicolas Maduro per riportare il petrolio venezuelano sotto controllo delle compagnie statunitensi, lo hanno dimostrato gli eventi successivi. Infatti, il 2 gennaio 2026, un commando di soldati Usa si è para-
cadutato su Caracas per catturare il presidente venezuelano e trasferirlo in una prigione statunitense.
Alla luce dell’aggressione armata contro l’Iran, iniziata nel marzo 2026, anche le sanzioni decretate a più riprese nei confronti del Paese del Medio Oriente, si possono leggere come una strategia che ha un unico obiettivo: far cadere un governo ritenuto nemico degli Stati Uniti fin dalla cacciata dello Shah, avvenuta nel 1979.
La politica dell’Unione europea non sembra altrettanto cinica, quantunque generi dubbi la scelta di andare allo scontro aperto con la Russia, sia sul piano militare che economico.
I numerosi pacchetti di sanzioni commerciali e finanziarie decretati contro personalità ed entità del governo russo, a seguito dell’aggressione all’Ucraina, non sono sembrate nient’altro che strategie di supporto alla scelta armata da subito sposata e sostenuta dall’Unione europea.
Odiose o lodevoli
Per concludere, potremmo dire che le sanzioni sono sempre lodevoli quando colpiscono il commercio di armi. Al contrario, sono sempre odiose quando mettono a repentaglio la vita delle popolazioni.
In tutti gli altri casi sono ora odiose, ora lodevoli, a seconda delle motivazioni. Sono lodevoli quando dimostrano di perseguire genuinamente la difesa dei diritti umani previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Sono odiose quando sono forme mascherate di aggressione per imporre la propria volontà ad altri Stati.
Francesco Gesualdi


















