Italia-Israele. Le mani insanguinate

Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche, energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.

«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo, insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.

È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed espulso.

Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente, l’industria della ricostruzione.

Contro la cultura della morte

Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre – dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso (Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili Cruise.

Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei diritti umani.

Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».

Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.

Caccia F-35 (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Haydn N. Smith).

Freedom flotilla

Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal, e nel, nostro Paese.

È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati, difensori dei diritti umani e giornalisti.

La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due giorni di detenzione, espulsi.

Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal cancro. È stato una figura straordinaria».

Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».

Handala, il bambino di spalle

A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.

Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli italiani, ma anche di quelli palestinesi».

Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone: inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10 anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.

«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».

Genocidio, crimine collettivo

«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e finanziari».

In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.

La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.

L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni con Israele, ma le mantiene floride.

Armi e addestramento

Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i palestinesi in Cisgiordania.

«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.

Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.

Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada, produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il controllo del territorio di Gaza.

Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.

Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».

Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita di missili anticarro Spike.

Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.

In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».

Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li usa sistematicamente».

Cyber security

Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono presenti ovunque.

C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe, un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike Pompeo, ex capo della Cia».

Banche, media, energia

Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche: Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice: «Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di armi. Non solo italiano, ma internazionale».

E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».

«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del 4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord. Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.

Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.

Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7 ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il diritto internazionale acque interne palestinesi.

Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il “concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».

Università e ricerca

Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.

Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo, della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di pulizia etnica.

Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.

Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la guerra».

Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.

In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui territori, forniscono aiuti ai militari».

Shock economy

Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e per i ricchi occidentali».

E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.

Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne convinco, e me ne vergogno».

Luca Lorusso

Manifestanti a Londra contro il supporto diplo-matico, militare e logistico del Regno Unito a Israele durante il suo assalto genocida a Gaza, al grido «La Gran Bretagna ha le mani sporche di sangue – Save Gaza», il 24/06/24. (Alisdare Hickson_flickr)



Nazareth. Nemici da vivi, fratelli da morti

Sono passati oltre cento anni da quando è terminata la Grande guerra, una delle più sanguinose della storia (15-20 milioni di morti), e ottanta anni dalla Seconda guerra mondiale, che ha coinvolto un gran numero di nazioni e lasciato il numero più alto morti sul campo (forse 70 milioni).

Tutti conosciamo il prezzo delle guerre, ma non abbiamo ancora imparato che in esse nessuno vince e continuiamo a essere coinvolti in questa macchina che massacra uomini, donne, bambini.

Il teatro di guerra oggi è il mondo intero. Ma io, in questo momento, mi trovo in un luogo preciso: il Medioriente.
Ho sempre lavorato con i nomadi del mondo, in Italia, Brasile e poi, per trent’anni, in Bangladesh e India. Qui, negli ultimi anni, venivo per periodi di due mesi per lavorare con i nomadi di queste regioni, i Beduini, facendo la spola tra Israele e Palestina, finché, nel 2023, mi ci sono stabilito, e ora vivo a Nazareth. E qui ho trovato la sorpresa della guerra che in due anni ha prodotto oltre 70mila morti (di cui 20mila bambini).

In ogni caso, il mostro della guerra è andato molto oltre, causando, negli ultimi quattro anni, oltre un milione di vittime tra Russia e Ucraina, mentre nella Repubblica democratica del Congo, negli ultimi 20 anni, ne ha uccisi oltre sette milioni. A questi Paesi in guerra, se ne devono aggiungere ancora oltre una cinquantina.

Nella Terra santa dove sono nate le tre religioni monoteistiche, da duemila anni si dovrebbe vivere soltanto di pace, e invece, a intermittenza, hanno suonato le sirene di guerra. In questi due millenni, oltre sessanta guerre hanno insanguinato questa terra: guerre di liberazione, di attacco e di difesa, invasioni, rivoluzioni interne. Questa terra ha una posizione strategica unica e nel corso degli anni diversi imperi se la sono contesa.

I vari Capi di stato le hanno sempre chiamate guerre giuste, per cui bisognava assolutamente vincere. Chi si è considerato via via vincitore ha fatto un triste baratto: ha ricevuto denaro, terre, posizioni strategiche per le guerre successive e ha pagato tutto questo con la vita di uomini, donne, bambini e giovani soldati, tutti innocenti.

Coloro che si sono combattuti, per attacco o per difesa, probabilmente sono stati spinti, da una parte e dall’altra, dall’atto di ubbidienza che ogni soldato compie, in nome della libertà, per difendere la vita del proprio Paese. Il soldato, generalmente, non conosce le bugie dei capi ed è spinto a credere che questi siano onesti o, almeno, in buona fede. Il soldato non conosce quasi mai le imboscate che essi gli tendono sotto il nome di sacrificio, di martirio, che spesso è a servizio del potere di un capo di stato, di un re o di un imperatore.

Mentre combattevano contro gli avversari, i soldati di questa guerra e di tutte le altre, spesso cadevano in ginocchio gli uni davanti agli altri, per essere seppelliti poco dopo sotto la stessa sabbia, con lo stesso sacrificio e la stessa innocenza. Da vivi si chiamavano nemici, perché così i capi avevano decretato, ma da morti sono solo fratelli. Da una parte e dall’altra, le mamme, i papà e i figli hanno pianto le stesse lacrime.

Questa guerra combattuta sul territorio di Gaza, se non ci fosse stato l’appoggio dell’America e dell’Italia, sarebbe finita dopo una settimana, e invece il prezzo di 70mila morti è da considerarsi una follia che certamente ha le sue responsabilità. La tragedia qui non è finita.

Chi riuscirà a curare la rabbia e l’odio che si è scatenato in questi due anni tra gli abitanti di questa terra? Chi curerà le centinaia di giovani soldati che sono stati obbligati a uccidere 20mila bambini. Chi sanerà le ferite “incurabili” che sono penetrate nella carne e nell’anima di questi giovani? Chi li ha spinti a queste azioni inumane, prima di uccidere dei presunti nemici, ha massacrato i suoi stessi soldati.

Una preghiera affinchè questa Terra Santa diventi un poco più santa.

Renato Rosso*

*Don Renato Rosso, classe 1945, è sacerdote fidei donum della diocesi di Alba. Fin da giovanissimo è impegnato nella partorale dei nomadi. Ha lavorato per diversi anni con i nomadi in Italia, per otto anni in Brasile e trenta tra Bangladesh e India. Da circa anni vive a Nazareth.




Libano. «Siate artigiani della pace»

Beirut. Martedì 2 dicembre 2025, 5:30 del mattino. Si aprono i cancelli per accedere al «Waterfront», lo spazio destinato alla grande messa di papa Leone XIV per il popolo libanese.
La funzione si terrà alle 10:30, ma, per questioni di sicurezza, gli ingressi saranno possibili solo dalle 5:30 alle 8:30.
Per accedervi, è stato necessario prenotare online. Sin dalla loro messa in rete, i biglietti si sono esauriti in poche ore (per i posti migliori) e in pochi giorni per i posti in piedi. Sono stati 150mila i ticket emessi.
Il Papa arriva qui, dopo giorni di tensioni in cui Israele – malgrado il cessate il fuoco in vigore da un anno – è tornato ad attaccare Beirut, eliminando il capo delle truppe di Hezbollah, Haytham Ali Tabatabai, ucciso il 23 novembre.

Il pontefice, proveniente dalla Turchia, è atterrato a Beirut il 30 novembre. Appena lasciato l’aeroporto, ha attraversato la capitale libanese, passando anche dal quartiere a maggioranza sciita di Dahieh, la zona più colpita dai bombardamenti israeliani negli ultimi due anni.
Al passaggio del Papa, sul ciglio della strada, non c’erano solo cristiani, ma anche musulmani che sventolavano la bandiera del Vaticano. Uno dei ragazzi presenti ci ha detto: «La visita di un papa per noi è un privilegio e un segno importante. Non importa a quale religione apparteniamo, la sua presenza, soprattutto in questo momento, è un fatto storico e noi potremmo dire di averlo visto».
Qui, l’ultima visita di un pontefice era stata quella di Giovanni Paolo II nel 1997. All’arrivo, papa Leone ha subito incontrato il Presidente, il Primo ministro e tutte le massime autorità politiche. Il giorno successivo, il 1° dicembre, si è recato al monastero di San Marone ad Annaya e al santuario di nostra signora del Libano ad Harissa. Ma è oggi la giornata che tutti aspettano, perché migliaia di persone potranno vedere il pontefice dal vivo.

Due monaci dell’Olm (Ordine libanese maronita) in preghiera sul selciato, durante l’omelia di papa Leone. Tra le visite più significative di questi tre giorni, c’è stata proprio
quella al monastero di San Marone e al santuario di San Charbel Makhlouf ad Annaya, luoghi tra i più importanti per l’ordine maronita. (Foto di Angelo Calianno)

Le parole di Leone XIV

Per la funzione si è scelto questo luogo del porto, in ricordo delle oltre duecento persone che persero la vita qui, durante l’esplosione del 2020. L’entrata tra il pubblico del Papa scatena un contagioso entusiasmo: sventolano bandiere del Libano e del Vaticano (il governo ha vietato l’uso di qualsiasi altra bandiera, sia di gruppi politici che di gruppi religiosi, come quello di Hezbollah).
La messa si svolge quasi tutta in francese, a parte alcune preghiere recitate in latino, ma l’ultimo messaggio del Papa viene pronunciato in inglese: «Cristiani del Levante, mi rivolgo a voi in un Medioriente così martoriato. Dobbiamo uscire dalla spirale di vendette e divisioni che causano solo violenza. Mi rivolgo a tutti, ma soprattutto a voi, e vi prego: siate artigiani della pace».
L’ultimo discorso di saluto viene accolto da diversi minuti di applausi. La folla saluta il Santo padre gridando: «Viva il Papa!». Nei suoi discorsi, il pontefice ha parlato sempre di pace, senza fare alcun riferimento diretto a Israele o Hezbollah. Le reazioni dei libanesi alla visita e alle sue parole sono state diverse, così come diverso è il tessuto sociale di questo Paese.
Pieni di speranza e gratitudine i cristiani, che rappresentano circa il 35% di tutta la popolazione. Più dubbiosi gli sciiti. Parliamo con Ali, uno di loro, che ci dice: «Avere la visita di un Papa nel nostro Paese è sicuramente motivo di orgoglio, quantomeno perché la gente, nel mondo, si ricorda che ci siamo anche noi. Ma nel Sud del Libano si continua a bombardare. Israele sta già occupando militarmente alcuni villaggi. Non ci sono più scuse per fare questo, Hezbollah non c’è più in quelle zone, non c’è più nessuno: è solo un’altra delle loro scuse per ampliarsi. Il nostro governo e il nostro esercito non fanno nulla per contrastare la situazione. Nei discorsi di questi giorni, non c’è stato un solo cenno al massacro che Israele sta perpetrando».

Israele non si ferma mai

Giorni prima della visita di papa Leone, erano trapelate alcune informazioni da diverse intelligence del Medioriente. Le notizie parlavano di una nuova offensiva di Israele subito dopo la partenza del pontefice.
La notizia è stata poi confermata dalle stesse agenzie di stampa israeliana. Israele ha dichiarato di aver avuto il benestare degli Stati Uniti per una nuova offensiva volta a eliminare tutti gli affiliati di Hezbollah rimasti.
A confermare queste ipotesi, a poche ore dalla partenza del Papa, l’artiglieria israeliana ha colpito e distrutto diverse case nei villaggi di Beit Lif e Ramiyeh, a Sud del Libano. Contemporaneamente, nuovi droni sono tornati a sorvolare Beirut.

Per strada, durante uno dei passaggi della papa mobile, un anziano signore cristiano di nome Yusuf, parlando dei probabili nuovi attacchi, scherzando, ci ha detto: «Hanno detto che, dopo la partenza del Papa, Israele scatenerà una nuova guerra. Allora, teniamo il Papa qui. Ospitiamolo per un altro anno. Chissà cosa farebbe Israele».

Angelo Calianno, da Beirut




Italia. Per Gaza e contro il genocidio

Lunedì 22 settembre molte città italiane hanno ospitato le manifestazioni per Gaza e contro il genocidio. L’adesione dei cittadini è stata massiccia, segno che la guerra d’Israele contro i palestinesi ha risvegliato le coscienze.

Non ovunque le cose sono filate lisce, a Milano soprattutto. Qui gruppi di infiltrati (non si sa quanto autonomi e quanto inviati da qualcuno) hanno pensato di farsi notare con la violenza e la distruzione. Di questo hanno subito approfittato diversi media (per esempio, alcuni telegiornali e, soprattutto, i quotidiani La Verità, Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d’Italia), interessati a svilire il messaggio e la portata delle manifestazioni.

Alcuni quotidiani italiani hanno scelto di dare molto rilievo ad alcuni scontri piuttosto che alle manifestazioni e al messaggio per Gaza e contro il genocidio. In questo screenshot le prime pagine di tre quotidiani di martedì 23 settembre 2025.

Fatta questa doverosa premessa, tra le iniziative messe in campo segnaliamo quelle della rete «Preti contro il genocidio». Qui sotto il comunicato stampa rilasciato dagli organizzatori.

«A Roma, un gruppo di 100 sacerdoti provenienti da diverse regioni italiane e da vari Paesi si è riunito per un momento di preghiera e di testimonianza pubblica in favore della giustizia e della pace in Palestina. Ribadendo la condanna delle violenze del 7 ottobre, hanno ripetuto le parole di papa Leone “non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta” (21.9.25) e hanno pregato Dio perché si fermino i crimini contro la popolazione palestinese e ogni massacro di innocenti nel mondo. Inoltre, hanno denunciato il massacro della popolazione civile palestinese e la distruzione del territorio della striscia di Gaza che, secondo la stragrande maggioranza degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative, si qualifica come un crimine di genocidio.

L’iniziativa è stata organizzata dalla neonata rete “Preti contro il genocidio” – che ha raccolto oltre 1.600 firme per una dichiarazione condivisa. I firmatari provengono da 50 paesi e 5 continenti, sono eremiti, sacerdoti diocesani e religiosi, vescovi e cardinali.

L’evento si è svolto simbolicamente nel giorno in cui la questione palestinese è stata discussa alle Nazioni Unite e alla vigilia dell’Assemblea Generale. La celebrazione nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, animata in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo), è stata accompagnata dalla musica dell’organista Stefano Vasselli, direttore musicale della Chiesa di San Paolo entro le Mura e dal rinomato tenore Carlo Putelli.

Dopo la liturgia, i partecipanti hanno dato vita a una processione portando i disegni dell’artista Gianluca Costantini, dal titolo “Christ Died in Gaza”, che richiamano le parole del Vangelo di Matteo sul giudizio finale: “Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere…”.

La marcia ha previsto alcune soste nei luoghi significativi della città, durante le quali sono state lette poesie da autori Palestinesi e innalzate preghiere per le vittime della violenza e per un futuro di riconciliazione, pace e giustizia.

I sacerdoti e vescovi presenti con questo appuntamento hanno voluto “iniziare processi più che possedere spazi” (papa Francesco, in Evangeli Gaudium 223) e sollecitare nella comunità civile ed ecclesiale una coraggiosa riflessione circa il genocidio palestinese. Ora è tempo di continuare l’opera coinvolgendo laici e laiche, religiosi e religiose, uomini e donne poiché l’obiettivo non era quello di creare un gruppo clericale ma di “mescolarsi e far lievitare -come dice Gesù nel Vangelo – tutta la pasta” per difendere e diffondere i valori della pace e della giustizia.

Al termine della manifestazione hanno invitato tutti a rinnovare l’adesione a quelle associazioni e realtà ecclesiali “impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza” di cui papa Leone ha apprezzato l’iniziativa (Angelus 21.9.25), tra le quali Pax Christi che sabato 29 novembre organizzerà a Padova la giornata di solidarietà con il popolo palestinese indetta dalle Nazioni Unite fin dal 1977».

Preti contro il genocidio




Cisgiordania e Gaza. Anche i cristiani nel mirino

Da Gaza a Taybeh, in Cisgiordania, anche i cristiani sono sotto attacco da parte degli israeliani. C’è chi vuole resistere. Ma molte famiglie hanno già scelto di abbandonare i villaggi e ricostruire la propria vita altrove.

Non c’è pace a Taybeh, l’unico villaggio al cento per cento cristiano della Cisgiordania.
Da mesi è stato preso di mira da un gruppo di coloni israeliani che incendiano case, automobili e campi, e rimangono impuniti.
Gli abitanti, cristiano palestinesi, hanno paura. Alcuni sono già andati via, altri stanno pensando di farlo.
La vita in questa terra, infatti, non è facile. Non lo era già prima del 7 ottobre 2023. Tanto più oggi.

E così la piccolissima comunità cristiana della Terra Santa rischia di divenire sempre più esigua.
Nella Striscia di Gaza, i cristiani, dopo 7 ottobre, si sono dimezzati. In Cisgiordania sono diminuiti dai 46mila del 2017 ai 40mila di oggi.

A Taybeh, dopo gli attacchi incendiari più violenti delle ultime settimane e l’arrivo, a metà luglio, dei Patriarchi delle diverse confessioni cristiane, venuti per portare la loro solidarietà, la situazione ora è più calma.
Ma solo in apparenza, perché – riferiscono fonti della comunità cristiana locale – «ci sono continuamente coloni che fanno incursioni nelle case, fanno fotografie e video, alcuni controllano la nostra vita con un drone, ieri notte è stata data alle fiamme un’altra auto».
Le persone con cui parliamo, consapevoli del pericolo personale che corrono, chiedono l’anonimato. Così come il giovane parroco cattolico di rito latino, padre Bashar Fawadleh, ci dice di preferire, al momento, evitare un’eccessiva esposizione mediatica, limitandosi a commentare che «la situazione resta difficile».

Era stato proprio lui nelle scorse settimane, a lanciare l’allarme sul fatto che i coloni avevano tentato di bruciare la chiesa di San Giorgio del V secolo. «Abbiamo paura – aveva detto al momento dei fatti, alla fine di giugno -, ma non ce ne andremo mai».

E invece qualcuno ha deciso di lasciare per sempre questo villaggio: dieci famiglie, infatti, negli ultimi mesi sono emigrate negli Stati Uniti, in Cile e Guatemala, dove hanno parenti. Si tratta più o meno del dieci per cento della popolazione del villaggio, calcolata in circa 1.200 abitanti.

Crocevia tra Gerusalemme, Gerico e Ramallah, Taybeh ha vissuto sempre una vita complicata. Eppure era un villaggio allegro, dedito all’agricoltura e all’allevamento, e alla produzione di birra.
Per anni nel villaggio si è celebrata una sorta di Oktoberfest che attirava persone dai villaggi vicini e turisti. È difficile ora immaginare che una tradizione simile possa andare avanti. Il nuovo contesto si fa ogni giorno più difficile.

Gaza

A Gaza la popolazione cristiana si è addirittura dimezzata: rispetto alle circa mille persone che vi abitavano prima del 7 ottobre ’23, ora sono, tra laici e religiosi, circa cinquecento.
Diversi sono morti nel corso della guerra: non solo quelli uccisi dagli attacchi israeliani, ma anche chi ha perso la vita, ad esempio, per l’impossibilità di curarsi.

«Qui ci conosciamo tutti, già eravamo pochi, ora siamo la metà, ma non vogliamo andare via», ripete padre Gabriel Romanelli, il missionario argentino che regge la parrocchia della Sacra Famiglia in Gaza city e che cerca di aggiornare il mondo su quello che accade attraverso dei videomessaggi con cadenza quasi quotidiana. Anche lui è rimasto ferito a una gamba nel raid dello scorso 17 luglio contro la parrocchia. Attacco che l’esercito israeliano ha poi definito un «errore».
Quanto potranno resistere ancora i cristiani in questa terra martoriata?

Betlemme

Altra città in territorio palestinese che si sta spopolando è Betlemme: di fatto una prigione a cielo aperto.
Come in tutta la Cisgiordania, è sempre più difficile entrare e uscire dai check-point.
I betlemiti, poi, vivevano quasi tutti di un turismo religioso che, a causa del conflitto, ha subito una battuta d’arresto.

Una Terra Santa senza cristiani sarebbe «una tragedia», dice il cardinale Fernando Filoni, che guida l’Ordine del Santo Sepolcro che porta enormi aiuti in questa regione del mondo nella quale c’è bisogno di tutto. «Qui, i cristiani hanno le loro radici, c’erano prima che arrivasse l’islam, e sono un fattore di equilibrio. Se abbandonano questa terra – ha dichiarato ai media vaticani – sarà un problema enorme per tutti».

Manuela Tulli




Guerre con il silenziatore

Un mondo di conflitti

Sipri Yearbook 2024 (Screenshot)

Risolvere le contese a suon di armi

Sono 170 i conflitti armati sulla terra: coinvolgono Stati, gruppi non statali, civili. Hanno ucciso 170mila persone in modo diretto nel solo 2023, con un impatto economico di 19mila miliardi di dollari: il 13,5% della ricchezza mondiale. La guerra non esce (ancora) dall’orizzonte.

Le statistiche internazionali evidenziano un mondo colpito da circa 170-176 conflitti armati (a seconda delle fonti). Le stime più basse parlano di 54 conflitti che coinvolgono almeno uno Stato, 76 non statali, 40 caratterizzati dalla violenza unilaterale di un attore statale o non statale contro la popolazione civile.

Secondo l’Yearbook 2024, l’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), in Svezia, nel 2023, i conflitti nel mondo che coinvolgevano almeno uno Stato erano, invece, 52: ventotto a bassa intensità (con meno di mille morti in un anno), venti ad alta intensità (tra mille e 9.999 morti) e quattro ad altissima (più di 10mila morti). Questi ultimi erano (e sono tutt’oggi) i conflitti in Myanmar, Sudan, Israele-Hamas e Russia-Ucraina. Cinquantadue guerre che hanno provocato oltre 170mila morti dirette in un solo anno.

Secondo l’ottavo rapporto di Caritas italiana sui conflitti dimenticati, «Il ritorno delle armi», pubblicato a fine 2024, a distanza di tre anni dal precedente, il livello di gravità e diffusione delle guerre nel 2023 appare abbastanza costante rispetto a tre anni prima. Il numero di conflitti e di Paesi coinvolti, infatti, varia di poche unità.

Almeno nove guerre ad alta intensità già in atto nel 2020, lo erano ancora nel 2023: Azerbaigian, Burkina Faso, Ciad, Kenya, Mali, Nigeria, Congo Rd, Somalia e Sud Sudan.

Sono diversi i centri internazionali che si occupano di studiare i conflitti nel mondo, dal già citato Sipri, all’Università di Heidelberg, in Germania, con il suo Conflict Barometer, all’Università di Uppsala, in Svezia (Conflict data program), allo statunitense Armed conflict location and event data project (Acled), all’Institute for economics and peace di Sydney, Australia con il Global peace index .

Scorrendo i dati a disposizione, l’Africa emerge come il continente con il numero più elevato di conflitti ad alta intensità, mentre il record del conflitto più longevo appartiene a quello israelo- palestinese, che può essere fatto risalire al 1917 (firma della cosiddetta Dichiarazione Balfour).

Guerre tradizionali, nuove prospettive

Rispetto alle previsioni di scenario avanzate nel corso dell’ultimo decennio, gli studi sui conflitti evidenziano alcuni mutamenti di rotta.

Innanzi tutto, non si è avverata la prospettiva di una guerra avanzata, ipertecnologica, attuata mediante l’utilizzo di apparati dotati di capacità chirurgica di offensiva.

La guerra in Ucraina, e in altre parti del mondo, dimostra la persistenza di errori umani, il ritorno a modalità belliche tradizionali, la ricomparsa del fante, della guerra di logoramento in trincea.

Una seconda previsione che non si è avverata riguarda, invece, la teoria secondo la quale la guerra sarebbe divenuta nel prossimo futuro un fenomeno residuale, relegato alle periferie del pianeta, che avrebbe compromesso le sacche meno avanzate della civiltà umana.

Una serie di recenti conflitti nel cuore dell’Europa, che hanno coinvolto le grandi potenze occidentali, dimostrano, invece, che le guerre sono un rischio trasversale che si affaccia anche alle nostre finestre, nei nostri cortili.

Nel corso degli anni i conflitti armati si sono trasformati in alcuni dei loro aspetti rilevanti. Uno di essi riguarda le diverse forme che assumono. La tradizionale distinzione tra guerre civili e guerre tra Stati, ad esempio, è stata sostituita un po’ per volta da una prospettiva interpretativa più analitica, che vede non due, ma tre tipologie: la prima è quella denominata «State-based violence» che riguarda i conflitti in cui si fronteggiano due soggetti armati, dei quali almeno uno è uno Stato; la seconda è quella del «Non-state conflict», nel quale si fronteggiano ribelli, organizzazioni criminali, milizie armate su base etnica religiosa, ecc., cioè gruppi che le principali istituzioni internazionali non riconoscono come Stati sovrani; la terza tipologia è quella chiamata «One-side violence» (violenza unilaterale), cioè quelle situazioni nelle quali un soggetto statale, parastatale, o non statale usa violenza indiscriminata sulla popolazione civile.

Rispetto a questa classificazione, come abbiamo già osservato, nel 2023 la tipologia più frequente è stata quella dei conflitti non statali, seguita dalle guerre State-based e dalle One-side violence.

Rientrano nella tipologia delle guerre statali conflitti come quello tra l’Azerbaigian e la repubblica separatista del Nagorno-Karabakh, e quello tra l’Ucraina e i separatisti filorussi, poi sfociato nell’invasione russa del febbraio 2022.

Tra i Non-state conflict vi sono varie situazioni di violenza diffusa, come, ad esempio, gli scontri armati tra i cartelli della droga messicani, quelli tra organizzazioni criminali in Brasile e quelli tra etnie e gruppi religiosi in diversi Paesi dell’Africa.

Infine, tra le situazioni di violenza unilaterale attuata da governi e/o milizie di vario tipo nei confronti dei civili come obiettivo privilegiato, possiamo fare l’esempio delle brutalità commesse dai Talebani in Afghanistan, o delle uccisioni in Iran di centinaia di manifestanti scesi in piazza per diversi mesi per protestare in seguito alla morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre 2022.

In una prospettiva storica, il confronto su una finestra temporale di venti anni (2002-2023) evidenzia la sostanziale stabilità delle guerre State-based, l’aumento delle violenze tra gruppi non statali (10 punti percentuali in più) e la diminuzione della violenza unilaterale mirata verso le popolazioni civili (13 punti percentuali in meno).

CAR refugees in Southern Chad

Sempre più armati

Secondo il Global peace index, l’impatto economico dei conflitti armati nel mondo nel 2023 è stato di 19mila miliardi di dollari, il 13,5% del Pil mondiale, circa 2.380 dollari a persona.

I dati disponibili evidenziano le contraddizioni del nostro tempo: a fronte di una conflittualità persistente, aumenta la spesa militare complessiva, in particolare in alcuni Stati che impegnano a tale scopo quote sempre più ampie della propria ricchezza disponibile.

È un fenomeno che riguarda tutti gli Stati, non solamente le superpotenze planetarie come gli Usa, la Cina e la Russia.

Ad esempio, con 83,6 miliardi di dollari, l’India si è collocata al quarto posto per livello di spese militari: nel 2023, il budget militare indiano è aumentato del 4,2% rispetto al 2022 e, addirittura, del 44% rispetto al 2014.

Secondo i dati del Sipri, i primi cinque Paesi della classifica (Usa, Cina, Russia, India, Arabia saudita) rappresentano il 61% delle spese militari globali.

Sulle teste dei bambini

Le conseguenze dei conflitti armati sono molte e sempre devastanti sulle popolazioni come sull’ambiente, sia nei Paesi direttamente coinvolti che su quelli vicini e, spesso, anche lontani.

Uno sguardo particolare va dedicato all’impatto sulle vite dei minori.

Secondo i dati diffusi dall’ultimo rapporto del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati dell’Onu, pubblicato a giugno 2024, sono state registrate nel mondo 32.990 gravi violazioni contro i bambini in venticinque conflitti nazionali e in un conflitto regionale (quello del bacino del lago Ciad). È il numero più alto mai registrato dall’inizio delle attività di monitoraggio nel 2005.

Le violazioni includono sei categorie di fenomeni: uccisioni e menomazioni; reclutamento e utilizzo dei minori in gruppi e forze armate; violenza sessuale; rapimenti; attacchi a scuole e ospedali; negazione dell’accesso agli aiuti umanitari.

«Nel 2023 – si legge nel rapporto Onu -, 22.557 bambini (15.847 maschi; 6.252 femmine; 458 di sesso sconosciuto) sono stati vittime di almeno una delle seguenti quattro violazioni: reclutamento e sfruttamento; uccisioni e mutilazioni; stupro e altre forme di violenza sessuale; rapimento. Le situazioni con il numero più elevato di bambini colpiti si sono verificate in Israele e nei Territori palestinesi occupati, nella Repubblica democratica del Congo, in Myanmar, in Somalia, in Nigeria e in Sudan».

Per il primo dei sei punti (uccisioni e menomazioni), nel 2023 è stato registrato un aumento dei casi pari al 35%: da 8.647 bambini uccisi o mutilati nel 2022 a 11.649 nel 2023.

Per quanto riguarda i minori reclutati e impiegati in gruppi e forze armate, nel 2023 sono stati 8.655. I bambini rapiti, invece, 4.356: una cifra cresciuta per il terzo anno consecutivo.

Soltanto in Ucraina, nel febbraio 2022, sono stati riportati 1.682 attacchi alla salute dei minorenni, a danno di operatori sanitari, forniture, strutture, magazzini, e ambulanze, e oltre 3mila attacchi a strutture educative, che hanno lasciato circa 5,3 milioni di bambini ucraini senza un accesso sicuro all’educazione.

© European Union, 2021 (photographer: Olympia de Maismont) – Des élèves arrivent à l’école Gondologo B à Ouahigouya, Burkina Faso, le 20 janvier 2021.

Milioni di persone vulnerabili

L’ingente quantità di persone che si trovano in condizioni di vulnerabilità determinate dai conflitti armati, fa emergere un fabbisogno umanitario enorme, che non trova una risposta adeguata nelle attuali politiche: quasi 300 milioni di individui nel mondo sono bisognosi di aiuto e dipendenti da esso. Non hanno, infatti, alcuno strumento per soddisfare in modo autonomo i propri bisogni primari. È un numero che equivale quasi al 70% della popolazione dell’Unione europea. In Africa orientale e meridionale sono 74,1 milioni coloro che dipendono dall’assistenza umanitaria.

Da sola, la guerra in Sudan ha generato nel 2023 bisogni umanitari per 15,8 milioni di persone, stimate a 30 milioni per il 2024. Di queste, 3,5 milioni sono bambini. Un dato che fa del Sudan il Paese con il più alto numero di minori sfollati.

Povertà e conflitti

Un’altra caratteristica importante dei conflitti armati odierni è la loro correlazione con la povertà.

Se mettiamo in relazione tra loro i dati sui conflitti armati con la classifica dei Paesi in base all’Indice di sviluppo umano (Isu) stilata dall’Undp (United nations development programme), si apprende che l’incidenza di Paesi in guerra è molto più alta tra quelli a basso valore di sviluppo umano rispetto a quanto accade tra i Paesi più ricchi. In altre parole, i Paesi in maggiore difficoltà si trovano più spesso coinvolti in conflitti violenti.

Tradotto in cifre: è coinvolto in situazioni di conflitto armato il 27,3% dei Paesi con basso Isu, mentre solo il 4,3% di quelli con Isu molto elevato. Un mancato coinvolgimento diretto di questi ultimi in azioni di guerra, però, non significa che le potenze economiche non siano coinvolte nei conflitti: sono numerose, infatti, in diverse parti del mondo, le cosiddette «guerre per procura», giocate per interposta persona da eserciti, gruppi e milizie di Paesi terzi, pesantemente equipaggiati in violazione di sanzioni ed embarghi di armi. Due esempi su tutti: il sostegno del Rwanda alle milizie M-23 nella confinante regione del Kivu in Repubblica democratica del Congo; l’appoggio degli Emirati arabi uniti alla Rapid reaction force nella guerra civile sudanese.

Walter Nanni

Bairi Ram, a local resident, stands next to his house damaged by overnight Pakistani artillery shelling in Kotmaira village near the Line of Control (LoC) in India’s Jammu region on May 11, 2025. India and Pakistan traded accusations of ceasefire violations early on May 11, hours after US President Donald Trump announced that the nuclear-armed neighbours had stepped back from the brink of full-blown war. (Photo by Money SHARMA / AFP)

Conflitti in numeri

  • 300 milioni di persone al mondo dipendono da aiuti umanitari; di cui 74,1 milioni in Africa orientale e meridionale.
  • 52 Stati vivono situazioni di conflitto armato.
  • 20 guerre ad alta intensità (1.000-9.999 morti).
  • 4 guerre ad altissima intensità (più di 10mila morti nell’anno): Myanmar e Sudan, Israele-Hamas e Russia-Ucraina.
  • 170.700 morti dirette in azioni di guerra.
  • 32.990 gravi violazioni contro i bambini in 25 conflitti nazionali e un conflitto regionale in Ciad (11.649 uccisi o menomati; 8.655 reclutati in gruppi armati; 4.356 rapiti).
  • 63 operazioni multilaterali di pace. Un terzo delle operazioni è coordinato dall’Onu.
  • 100.568 operatori (civili e militari) impegnati in operazioni di pace.
  • 2.443 miliardi di dollari: spesa militare mondiale (massimo storico). Equivalente al 2,3% del Pil globale, 306 dollari a persona, di cui 820 miliardi di dollari di spesa militare USA; 296 miliardi: Cina; 109 miliardi: Russia;
  • 19mila miliardi di dollari: impatto economico dei conflitti armati nel mondo: il 13,5% del Pil mondiale, circa 2.380 dollari a persona.

W.N.

Il ritorno delle armi. Rapporto della Caritas

Il volume «Il ritorno delle armi» costituisce l’ottava tappa di un percorso di studio sui conflitti dimenticati, avviato da Caritas italiana nel 2002, e che ha dato luogo ad altrettante pubblicazioni editoriali.
Frutto di un lungo lavoro di studio portato avanti a cura di un gruppo ristretto di studiosi ed enti accreditati, il rapporto si concentra sul peso mediatico delle guerre nell’agenda informativa italiana, con particolare interesse agli aspetti umanitari e al legame tra guerra, ambiente e mercato delle armi.
Il rapporto è diviso in tre parti. La prima è di taglio descrittivo analitico, e offre uno spaccato dei fenomeni e delle tendenze di guerra in atto, con particolare riferimento allo scenario geopolitico dello scacchiere internazionale.
La seconda parte riporta una serie di ricerche sul campo condotte ad hoc per il rapporto, sulla presenza dei conflitti nell’agenda mediatica, e sulla loro percezione da parte dell’opinione pubblica.
La terza parte del volume è, invece, di taglio propositivo, e ha lo scopo di delineare alcune possibili prospettive di lavoro e di impegno, anche a partire da esperienze concrete, nell’ambito civile ed ecclesiale, con particolare riferimento al ruolo della Chiesa universale e alla specifica realtà Caritas.

W.N.

Non solo Ucraina e Israele

Il ruolo dei media nella percezione pubblica dei conflitti

Solo una persona su quattro in Italia sa elencare almeno tre guerre attuali. Il 29% non ne conosce nemmeno una. Il resto quasi solo Ucraina o Israele. L’assenza dei media su questo tema è vistosa, nonostante le persone vogliano essere informate.

Quante sono le persone che in Italia sono informate sui conflitti che ogni giorno fanno vittime in tutto il mondo e che causano spesso conseguenze concrete anche alla loro vita (dall’immigrazione, all’aumento dei prezzi di alcuni prodotti, ai cambiamenti climatici)?

Il «cuore» del rapporto di Caritas italiana sui conflitti dimenticati affronta questo interrogativo. La seconda sezione del volume, infatti, descrive i risultati di una serie di ricerche sul campo condotte ad hoc dall’Istituto Demopolis.

L’attenzione si concentra non solo sui media tradizionali (tv, radio, carta stampata), ma anche sul web e sull’ambiente dei social media, in particolare di Instagram, uno dei più diffusi, soprattutto in ambito giovanile.

La rilevazione online sulla piattaforma ha consentito di rispondere a tre interrogativi: come si parla di guerra su Instagram? Come si parla dei conflitti dimenticati? Chi parla dei conflitti dimenticati?

Un capitolo di questa sezione del rapporto è poi quella curata dall’Osservatorio di Pavia (un istituto di ricerca indipendente specializzato nell’analisi dei media), che ha studiato la presenza dei conflitti dimenticati nei contenuti trasmessi dai principali Tg italiani negli anni 2022 e 2023. L’Osservatorio ha inoltre approfondito i fattori che favoriscono la copertura telegiornalistica dei conflitti, e quanto le notizie hanno messo in rilievo un tema, particolarmente importante per i diritti umani e l’ambiente, come quello dell’acqua.

Un altro capitolo analizza circa 180 video, disegni, fotografie e componimenti inviati da studenti italiani, dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori, che hanno dato una propria lettura e interpretazione al tema del conflitto nell’ambito di un concorso indetto dal ministero dell’Istruzione e del merito e da Caritas italiana.

Haitian police officers deploy in Port-au-Prince as they exchange gunfire with alleged gang members on November 11, 2024. (Photo by Clarens SIFFROY / AFP)

Conoscenza molto bassa, ma in crescita

Il sondaggio demoscopico, realizzato dall’Istituto Demopolis su un campione rappresentativo di italiani, si sofferma innanzitutto sulla conoscenza delle guerre.

Rispetto alla precedente ricerca risalente al 2021, appare molto forte in quella del 2024 l’incremento tra gli italiani di conoscenze sui conflitti: il 71% degli intervistati è in grado di citare almeno una guerra degli ultimi cinque anni, conclusa o ancora in corso (nel 2021 erano il 53%).

Il conflitto più citato è stato quello russo-ucraino (47%); 3 su 10 hanno ricordato il fronte israelo-palestinese; il 16% ha citato la Siria. Il 26% giunge a individuare tre conflitti.

L’attenzione degli italiani è legata innanzitutto alla dimensione locale (il 65%). Nonostante questo, però, il livello di conoscenza circa i conflitti che avvengono nel mondo è aumentato.

La guerra si può evitare

Un aspetto importante della ricerca si riferisce all’atteggiamento valoriale e culturale delle persone intervistate riguardo alla natura della guerra: l’80% degli italiani considera le guerre come «avvenimenti evitabili» e non legati in modo indissolubile alla natura profonda dell’uomo (erano il 75% nel 2021). Così come si rileva una buona fiducia nei confronti della comunità internazionale come strumento di prevenzione delle guerre o di mediazione tra le parti. Il 74% degli italiani, di fronte allo scoppio di un conflitto, richiederebbe alla comunità internazionale di agire con la mediazione politica, senza l’uso della forza, con un incremento di 4 punti rispetto al 2021. Oggi, solo il 13% appoggerebbe un intervento immediato, anche con la forza, per fermare un conflitto.

Se dal dato teorico si sposta l’attenzione degli intervistati sul ruolo ipotizzabile per l’Italia, la tendenza al pacifismo si conferma, ma con sfumature significative. Per il 56% degli italiani, il nostro Paese non dovrebbe mai, in alcun caso, intervenire militarmente in situazioni di guerra e conflitto internazionale. Il 41% non esclude invece forme di intervento militare, ma solamente all’interno di un’azione coordinata dalle Nazioni Unite o dall’Unione europea.

Nigeria 2018. Nel nord-est della Nigeria, epicentro della crisi del Lago Ciad, infuria il conflitto tra lo Stato e il gruppo armato Boko Haram. Continuano gli attacchi e gli sfollamenti. Dall’ottobre 2017 sono state sfollate più di 140.000 persone. © Unione Europea 2018 (foto di Samuel Ochai)

I conflitti nella Tv

Sul tema della presenza dei conflitti nella comunicazione televisiva, l’Osservatorio di Pavia ha realizzato uno studio sui sette principali Tg nazionali trasmessi in fascia serale (Tg1; Tg2; Tg3; Tg4; Tg5; Studio aperto; TgLa7) dal 1° gennaio 2022 al 31 dicembre 2023, allo scopo di rilevare la «copertura» dei Paesi interessati da conflitti di estrema o alta gravità.

Nel 2023, i Tg italiani hanno dedicato ai conflitti nel mondo 3.808 notizie, pari all’8,9% del totale di tutte le notizie trasmesse. Dal 2022 al 2023, l’attenzione dei Tg è diminuita: le notizie sulla guerra nel 2022 erano state 4.695, con un valore di incidenza superiore, pari all’11,7%.

Il 50,1% delle notizie sulle guerre nel 2023 ha riguardato il conflitto israelo-palestinese e il 46,5% quello in Ucraina, che ha ricevuto un’attenzione media quotidiana rilevante, sebbene più che dimezzata rispetto all’anno precedente, il 2022, l’anno nel quale la Russia ha invaso il Paese confinante. Il restante 3,4% delle notizie si è distribuito su quindici Paesi: Afghanistan, Brasile, Colombia, Filippine, Haiti, India, Myanmar, Nigeria, Pakistan, Repubblica democratica del Congo, Siria, Somalia, Sudan, Venezuela, Yemen.

I conflitti in Bangladesh, Burkina Faso, Camerun, Etiopia, Giamaica, Guatemala, Honduras, Iraq, Kenya, Mali, Messico, Trinidad e Tobago non hanno ricevuto nessuna copertura.

Anche le notizie indirettamente pertinenti i conflitti analizzati risultano in diminuzione nel 2023 rispetto al 2022: da 4.636 a 2.089, in termini di incidenza dall’11% al 4,9%, di cui il 72,3% sulla guerra in Ucraina, il 26,5% sul conflitto israelo-palestinese, il restante 1,2% distribuito fra Filippine, Rd Congo, Venezuela e Yemen.

Le cornici narrative prevalenti di questo tipo di notizie sono state la diplomazia, la politica italiana, gli appelli di pace e diplomazia della Chiesa.

Sui 30 Paesi campione coinvolti in conflitti, le notizie che non trattavano la dimensione conflittuale sono state 575, pari all’1,3% del totale. Hanno riguardato prevalentemente la Siria, colpita da un grave terremoto a febbraio del 2023, ampiamente coperto dai Tg, e l’India, dove a settembre si è svolto un summit del G20, anche questo riportato da tutte le testate giornalistiche.

In sintesi, nell’arco di questi due anni, solo due conflitti hanno ricevuto un’ampia attenzione nei Tg nazionali: la guerra in Ucraina, che nel 2022 ha ottenuto una copertura media di 13 notizie al giorno, e di cinque nel 2023. Il secondo è il conflitto israelo-palestinese che, a partire dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ha ricevuto una copertura media quotidiana di 22 notizie.

Tutti gli altri Paesi interessati da conflitti di estrema o alta gravità, in proporzione hanno avuto una visibilità ridottissima, in molti casi addirittura nulla.

Guerre «notiziabili»

L’Osservatorio di Pavia ha studiato anche la correlazione fra alcuni fattori di notiziabilità dei conflitti e la loro copertura nell’informazione dei Tg italiani del 2022 e 2023. È risaputo tra chi studia l’informazione che non tutti i fatti che accadono nel mondo diventano notizia.

Tale possibilità dipende da una serie di caratteristiche, denominate «fattori di notiziabilità», tra cui il tipo di evento, qual è lo strumento di comunicazione, la competizione tra le testate giornalistiche, l’interesse del pubblico, ecc.

Basandosi sui risultati di precedenti ricerche, sono stati presi in considerazione sei fattori misurabili statisticamente: la vicinanza geografica tra l’Italia e il Paese interessato dal conflitto; la gravità del conflitto, in termini sia di eventi politici violenti, sia di eventi con danni diretti alla popolazione; la potenza economica del Paese interessato dal conflitto, e gli scambi commerciali con l’Italia, in termini sia di import che di export.

I risultati dell’analisi statistica dimostrano che, fra tutti i fattori sopra indicati, la copertura dei conflitti nei Tg italiani è correlata soprattutto alla gravità del conflitto e alla vicinanza geografica con l’Italia. Non per nulla, questi due fattori sono fortemente presenti sia nella guerra in Ucraina che nel conflitto israelo-palestinese, non ascrivibili infatti nel novero dei conflitti dimenticati.

I conflitti per i giovani

«Voci silenziose», opera dell’Itt Rondani di Parma per il concorso «Spezziamo la violenza» indetto dalla Caritas nel 2023.

Un altro capitolo del rapporto Caritas si sofferma sulle modalità con le quali i giovani vedono il tema del conflitto.

Per poter esaminare questo aspetto si è deciso di utilizzare i lavori prodotti da bambini e giovani, nell’ambito di un Concorso nazionale indetto da Caritas italiana in collaborazione con il ministero dell’Istruzione e del merito.

Gli studenti erano stati invitati a produrre dei lavori di vario tipo sul tema del conflitto (non necessariamente di tipo bellico). Da tutta Italia sono pervenuti 177 elaborati che sono stati prodotti con diverse tecniche. Attraverso 103 disegni e fotografie, 40 video e 34 testi scritti, i ragazzi e le ragazze di tutte le regioni hanno raccontato il loro personale sguardo sul tema dei conflitti, in risposta a una domanda che di tale concetto proponeva una definizione volutamente ampia, proprio per accogliere le diverse visioni dei giovani.

Analizzando i lavori, si apprende che il 76% degli elaborati visivi dei ragazzi (foto e disegni), si riferiva alla dimensione internazionale, con precisi riferimenti alla guerra in Ucraina e nel Medio oriente. Particolarmente emblematica a riguardo è la fotografia «Legami», prodotta da una classe terza dell’Istituto tecnico tecnologico Rondani di Parma, specchio di tante immagini violente che scorrono sui media e raggiungono anche i giovani.

Il 14,4% degli elaborati aveva invece come oggetto una dimensione nazionale, più vicina alla quotidianità dei ragazzi e delle ragazze. In questi casi il conflitto assumeva altre identità, tra cui la criminalità organizzata, il bullismo e la violenza sulle donne. Diversi lavori grafici e video sono testimonianza di dinamiche difficili, ma anche di soluzioni concrete per provare a contrastare questi fenomeni.

Interessante notare come in alcune immagini i ragazzi abbiano riprodotto dei fili che reggono burattini e marionette (ne è un esempio la fotografia denominata «Voci silenziose»).

L’idea è che spezzare la violenza di ogni genere significa tagliare le corde della manipolazione che impediscono un movimento libero.

Walter Nanni

«Legami», opera degli studenti dell’Itt Rondani di Parma

Le guerre di Instagram

I conflitti dimenticati negli spazi social

I social network sono ambienti di comunicazione e informazione. Le contese geopolitiche e i diritti umani non mancano, ma – anche su social come Instagram – alcuni conflitti sono più assenti di altri. E il rischio della superficialità è grande.

Dalle rivoluzioni delle Primavere arabe fino ai recenti conflitti globali, i social network hanno dimostrato la capacità di mobilitare e informare un vasto pubblico in tempo reale.

A tale riguardo una specifica indagine condotta da Federica Arenare dell’Università di Bologna ha tentato di dare una risposta ad alcuni interrogativi: quali, tra i profili social di testate giornalistiche, di giornali nati online e di giornalisti freelance, parlano maggiormente di conflitti?
Su quali guerre si pone più attenzione e, soprattutto, come se ne parla?

L’indagine, che compare all’interno del rapporto Caritas, analizza post condivisi tra giugno 2023 e maggio 2024, ed esplora le modalità di Instagram nel veicolare informazioni sui conflitti dimenticati, in riferimento alle guerre segnalate dall’Heidelberg institute for international conflict research (Hiicr), ovvero quelle di Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica centrafricana, Rd Congo, Etiopia (Tigray e Oromia), Haiti, Kenya, Mali, Myanmar, Nigeria (Boko Haram), Somalia (al-Shabaab), Sud Sudan, Sudan (Darfur), Uganda.

I risultati evidenziano un’ampia disparità di attenzione dedicata ai vari contesti di guerra: il Sudan, teatro di una guerra civile devastante dal 2023, è quello che viene maggiormente coperto; mentre Paesi come la Repubblica centrafricana e il Ciad ricevono una copertura marginale.

L’analisi ha coinvolto oltre 30mila post, rilevando che solo pochi attori, come Ong e giornalisti freelance, riescono a far emergere queste tematiche.

I profili coinvolti nell’indagine comprendono testate tradizionali come «la Repubblica» e «Corriere della sera», testate native digitali come «il Post» e «Tpi», e realtà nate sui social come «Will» e «Torcha». Secondo i risultati della ricerca, Sudan, Repubblica democratica del Congo e Nigeria sono i Paesi di cui si è più parlato su Instagram nel periodo preso in considerazione, mentre i conflitti maggiormente dimenticati sono – partendo dall’ultimo in classifica – Repubblica centrafricana, Myanmar e Ciad.

C’è anche da mettere in evidenza che lo scarto esistente tra il primo Paese in classifica e quello che si trova all’ultimo posto è molto ampio: 4.161 nomine per «Sudan» e «Darfur» (15,1% del totale), rispetto alle sole 49 citazioni di «Repubblica centrafricana» (0,2%): un disequilibrio informativo non indifferente.

L’attenzione verso il Sudan è probabilmente giustificata dallo scoppio della guerra civile nell’aprile del 2023 che sta causando una carestia di massa e, secondo Medici senza frontiere, lo sfollamento di oltre 8,4 milioni di persone.

Rispetto ad altri conflitti e nonostante gli allarmi umanitari, il Sudan rimane comunque quasi assente nelle agende internazionali e nel dibattito pubblico globale.

“Vivevamo bene, nella prosperità, finché non sono arrivati loro”, riflette Tetiana sul periodo precedente alla guerra.
Tra le mani tiene i frammenti delle granate che hanno danneggiato la sua casa un anno fa e spera che il sostegno internazionale per il popolo ucraino continui.
© Unione Europea, 2023 (fotografo: Oleksandr Ratushniak).

Nel rumore di fondo della piattaforma

Informazioni interessanti derivano anche dal confronto tra le modalità narrative che distinguono le diverse tipologie di pagine Instagram.

Nello specifico, dalle analisi di confronto tra le diverse testate (tradizionali vs digitali) emerge che quelle nate sui social riescono a sfruttare meglio le potenzialità del canale, offrendo contenuti che, sebbene poco approfonditi, riescono a coprire più tematiche. Le prime cinque testate che citano maggiormente i Paesi in cui sono in corso conflitti sono tutte native digitali.

Il fatto che queste pagine siano nate sui social, non ha dirette correlazioni con le tematiche che affrontano, ma ha senz’altro a che fare con gli algoritmi che regolano in modo incontrovertibile, e in continua evoluzione, gli spazi su cui condividono i loro contenuti.

Da un lato, bisogna tenere sempre presente che redazioni come quelle di Repubblica, Corriere e Domani creano i loro contenuti soprattutto per i quotidiani cartacei e per il loro sito web. La principale ragione per cui sono presenti sui social network è la necessità di rimanere visibili al grande pubblico e di guadagnare dalle sponsorizzazioni che ospitano sui loro siti. Dall’altro lato, i contenuti di attualità delle testate nate con il cartaceo hanno però un vantaggio: essendo distribuiti su molte piattaforme, anche se attirano meno engagement e alimentano meno dibattito pubblico, possono comunque essere trattati su altri canali web, in quanto non direttamente legati alle prigioni algoritmiche dei social.

Un ulteriore focus di attenzione è il fatto che la narrazione sui conflitti dimenticati è spesso legata a eventi specifici che riescono a emergere dal rumore di fondo della piattaforma. E tali eventi non sono sempre di natura bellica.

Ad esempio, il Sudan ha ricevuto particolare attenzione grazie alla candidatura della sua nazionale di basket alle Olimpiadi di Parigi 2024, un evento che ha stimolato emozione e interesse anche fuori dalle cerchie di esperti di geopolitica. Ma in questo modo, all’interno di video e storie che parlavano della nazionale di basket, si è colta l’occasione per parlare anche della guerra vissuta da lunghi anni dal Paese africano.

Il messaggio sulle guerre riesce, quindi, a bucare la rete in modo indiretto, in quanto il contenuto è veicolato mediante altri tipi di narrative, che fungono da polo attrattivo dello spettatore digitale.

L’uso di accattivanti formati visuali consente alle testate più innovative di raggiungere un pubblico giovane e poco incline ai canali tradizionali.

Il potenziale informativo di Instagram si è rivelato molto interessante in ambiti come il giornalismo, dove l’uso di immagini, brevi video e grafiche facilita la comunicazione di temi complessi.

Tuttavia, questa semplicità comunicativa è anche un’arma a doppio taglio: il rischio della superficialità è grande, e la riduzione di profondità delle analisi può incentivare la condivisione di contenuti sensazionalistici o poco accurati.

Nonostante i suoi limiti strutturali, Instagram rappresenta un’opportunità per sensibilizzare su tematiche complesse come i conflitti dimenticati.

Un approccio critico e consapevole a questa piattaforma può favorire una maggiore comprensione delle dinamiche globali e promuovere una «dieta informativa» più equilibrata.

È fondamentale, tuttavia, educare gli utenti ai meccanismi che governano questi spazi, per distinguere tra contenuti di valore e quelli puramente orientati al coinvolgimento emotivo.

Walter Nanni

Pelstina 9marzo2024 – Foto di Emad El Byed su Unsplash

L’arbitrato internazionale

Se la prima parte dell’ottavo rapporto sui conflitti dimenticati di Caritas italiana propone una panoramica dei conflitti armati nel mondo, e la seconda approfondisce i motivi per i quali molti di essi sono invisibili per l’opinione pubblica, dimenticati, appunto, la terza e ultima parte è, invece, di taglio propositivo. I capitoli che la compongono hanno lo scopo di descrivere alcune strade praticabili già oggi, possibili prospettive di lavoro e di impegno da parte delle istituzioni internazionali, ma anche da parte delle istituzioni ecclesiali, con particolare riferimento alla Chiesa universale e alla specifica realtà Caritas, dei gruppi e dei singoli cristiani.
Il primo capitolo approfondisce il ruolo dell’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) nel mantenimento della pace, analizza gli strumenti a sua disposizione, e suggerisce possibili riforme che renderebbero l’azione dell’Onu più efficace.
Uno degli strumenti di prevenzione del conflitto approfonditi nel capitolo è la Corte permanente di arbitrato internazionale. Si tratta di un meccanismo globale per risolvere le controversie internazionali in modo pacifico: un elenco di persone designate dagli Stati firmatari della Corte stessa, dal quale le parti in conflitto possono scegliere un «arbitro» che emetta una sentenza (o lodo) per risolvere il dissidio. La decisione dell’arbitro è vincolante.
Questa istituzione non è un vero e proprio tribunale, come è il caso della Corte internazionale di giustizia che è una struttura precostituita.
In caso di conflitto, le parti in causa possono scegliere l’arbitrato, costituendolo in quel momento.
Il ricorso all’arbitrato potrebbe risolvere molti conflitti prima che sfocino nella violenza, soprattutto nel caso i contendenti siano unità statali riconosciute dalle Nazioni Unite.
Ciò non può invece avvenire quando le entità contrapposte non siano di carattere statale, come è il caso di gruppi armati rivoluzionari o forze paramilitari.
Purtroppo, il ricorso all’arbitrato non è così frequente come si potrebbe sperare, e il più delle volte è stato utilizzato per risolvere questioni di carattere commerciale.
Si possono tuttavia citare vari casi nei quali il ricorso all’arbitrato ha risolto dispute interstatali che sarebbero potute sfociare in situazioni di conflitto armato.
Uno di questi è la disputa tra Eritrea e Yemen che nel 1998-’99 si contendevano la sovranità su un gruppo di isole nel Mar Rosso. L’arbitrato contribuì a risolvere una disputa che aveva causato scontri armati tra le due nazioni. La decisione definitiva stabilì un confine e prevenne l’escalation del conflitto.
Un altro caso è quello che ha coinvolto nel 2014 Bangladesh e India per la delimitazione dei confini marittimi nella Baia del Bengala. L’arbitrato pose fine a una controversia di lunga data e prevenne tensioni che avrebbero potuto portare a un confronto militare. Entrambe le parti hanno accettato la decisione, migliorando le relazioni.

W.N.

A woman herding cattle looks up as a UN Plane lands in Baga Sola in Chad on May 11, 2022.

Laudato si’, vicinanza, progetti

Data la forte connessione tra guerra e ambiente, un capitolo della terza parte del rapporto Caritas studia ciò che ha detto il magistero pontificio sul tema, cruciale per i conflitti odierni, della «casa comune», con particolare attenzione all’enciclica firmata da papa Francesco nel 2015, la «Laudato si’».

La pubblicazione dell’enciclica ha indubbiamente esercitato sulla Chiesa stessa una grande influenza a diversi livelli. Nonostante il suo recepimento non sia stato – e non sia ancora – lineare e privo di ostacoli, la «Laudato si’» ha generato entusiasmo e attivismo, e una vasta gamma di iniziative ecclesiali che proprio al titolo dell’enciclica si richiamano.

Ma il messaggio del Papa ha avuto una eco forse ancora più ampia al di fuori della Chiesa cattolica: ha favorito il dialogo con altre Chiese cristiane e altre religioni, e ha suscitato un ampio dibattito civile, politico e istituzionale.

L’idea di fondo della «Laudato si’» è che la Parola di Dio e l’antropologia cristiana propongono una concezione della persona umana che parla (e offre una prospettiva di senso) alle donne e agli uomini del nostro tempo. Un’idea di persona umana che porta in sé, come centro costitutivo, la pace, a condizione che venga elaborata alla luce di quello che il nostro tempo ci dice; attraverso i dati della scienza e un dialogo aperto alle culture contemporanee.

Hasan Maqbol Afif, Yemeni displaced trader holds h…inside his shop in Tuban IDP camp, Lahj, Yemen.1 SAMI AL-ANSI

Chiesa italiana

Un altro capitolo del rapporto, curato dal Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli della Cei, presenta, invece, possibili percorsi di riconciliazione, alla luce dei quattro pilastri dell’enciclica «Pacem in terris» firmata nel 1963 da papa Giovanni XXIII – verità, giustizia, carità e libertà -, e a partire da esperienze sostenute dalla Chiesa italiana.

Questa, attraverso fondi che tanti contribuenti continuano a destinare all’8xmille, dal 1991 ha accompagnato in tutto il mondo più di 18mila progetti, con oltre 2,5 miliardi di euro.

Si tratta di gocce in un mare di bisogni, piccole luci che si accendono, anche nelle situazioni più difficili e spronano tutti a non cedere.

Il servizio, il camminare insieme, sono l’anima di una fraternità che edifica riconciliazione e la pace, anche dal basso.

La Caritas nei conflitti

Dal novembre 2018 al 31 ottobre 2024, la Cei, attraverso lo stesso Servizio, ha finanziato 1.351 progetti in 28 Paesi interessati da conflitti ad alta o estrema gravità, per un finanziamento totale di 243,98 milioni di euro.

Sul totale dei 2.321 progetti complessivi finanziati in quegli anni, 2018-2024, quindi, oltre la metà (58,2%) ha riguardato Paesi in guerra (57,6% dei fondi erogati): 473 in Africa (con un finanziamento complessivo di 103,3 milioni di euro); 435 in Asia e Oceania (71,4); 417 in America (59,8); 23 in Medio Oriente (9); 3 in Europa (307mila euro).

W.N.

Hanno firmato il dossier

Walter Nanni
Sociologo, ricercatore, per anni consulente per enti locali e organizzazioni non profit in materia di ricerca, formazione e progettazione sociale, attualmente responsabile del Servizio studi e ricerche di Caritas italiana. Esperto sui temi della povertà e dell’esclusione sociale, è curatore del Rapporto annuale sulla povertà di Caritas italiana e dell’edizione italiana del Cares report di Caritas Europa. È curatore del Rapporto sui conflitti dimenticati sin dalla prima edizione del 2001.

Luca Lorusso (a cura di)
Giornalista, redattore di MC.

sitografia
Juliet ha solo 18 anni, ma si occupa già di quattro bambini, tra cui i suoi gemelli. È fuggita dalla guerra in Sud Sudan e ha trovato rifugio in Uganda, dove frequenta corsi sostenuti dai fondi umanitari dell’UE. Ha imparato a leggere e scrivere e continua a lavorare sodo per diventare infermiera in futuro. 13 marzo 2020 – EU Civil Protection and Humanitarian Aid_flickr



Iran. Dubbi nucleari

Teheran. Israele ha iniziato gli attacchi all’Iran con l’obiettivo di distruggere gli impianti del programma nucleare iraniano che, stando ai rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), aveva ormai accumulato 400 kg di scorte di uranio arricchito di fino al 60% di U-235. Un tale livello è incompatibile con programmi civili, che utilizzano al massimo uranio arricchito al 20% di U-235. Vi sono reattori ad uso civile che possono essere alimentati con uranio arricchito al 60%, ma la quantità massima che questi reattori possono utilizzare è di 30-40 kg ogni 3-4 anni, molto inferiore, quindi, ai 400 kg prodotti dall’Iran.

Un secondo obiettivo che si era dato il governo israeliano, è l’eliminazione dei principali scienziati impegnati nel programma (almeno 14 di questi scienziati sarebbero stati eliminati). Se rimpiazzare tecnici e tecnologie è relativamente semplice e veloce, diverso è sostituire le menti di un programma come quello nucleare.

Le immagini diffuse dalle Agenzie governative mostrano folle di iraniani per le strade a difesa della teocrazia.
Gli oppositori sono molti ma ancora divisi.
Foto Meghdad Madadi per Tasnim News Agency.

Al tempo stesso, i missili di Tel Aviv hanno mirato alle capacità militari iraniane, in particolare colpendo le basi di missili balistici che l’Iran aveva puntato contro Israele per ritorsione in caso di attacco.

Del migliaio di missili predisposti da Teheran, nei successivi 12 giorni dopo l’attacco ne sono stati lanciati 543 missili balistici (circa il 50%) in 43 ondate, con un grado di successo che si aggira attorno all’11% (60 missili a bersaglio); il restante 89% (483 missili) sarebbe stato neutralizzato dalla difesa israeliana. Occorre notare, inoltre, che i sistemi di difesa israeliani non cercano di intercettare tutti i missili, ma solo quelli diretti verso centri abitati. Gli ordigni indirizzati verso zone isolate non sono oggetto di intercettazione immediata e vengono lasciati passare (questo è il motivo principale dell’11% non intercettato). Ancora più alta (99,99%) sarebbe stata l’intercettazione dei circa 1.000 droni lanciati dall’Iran su Israele (solo un drone avrebbe raggiunto l’obiettivo).

Ogni tipo di missile balistico lanciato su Israele ha un suo differente Cep (Circular error probable, Probabilità di errore circolare), il raggio di precisione con cui si colpisce un obiettivo stabilito.

I missili iraniani che hanno colpito Israele sono di quattro tipi: Fattah-1 (Cep 10-25 metri), Khorramshahr-4 (Cep 10-30 metri), Kheybar Sjekan (Cep 100-300 m) e infine i Ghadr (Cep 1,2 km) e gli Emad (Cep 2.000 m), gli ultimi due costruiti da un disegno nordcoreano.

Dopo giorni di silenzio, la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, ha parlato alla Tv di Stato.
(Screenshot da video)

Dal 20 giugno, gli attacchi israeliani si sono concentrati sulle istituzioni iraniane, colpendo sedi militari, politiche della Guardia rivoluzionaria Islamica (Islamic revolutionary guard corps – Irgc, conosciuti come Pasdaran) a Teheran nonché impianti di produzione – sia militari che civili – di proprietà o gestiti dall’Irgc. Tra gli obiettivi colpiti vi sono la sede Imam Hassan Mojtaba dell’Irgc nella provincia di Alborz e il Comando per l’applicazione della legge iraniana. Sono stati presi di mira anche impianti energetici (ad esempio una raffineria di gas, un impianto di produzione di gas naturale, un deposito di petrolio a Teheran) costringendo l’Iran a rallentare la sua produzione energetica, già comunque fortemente limitata dalle sanzioni internazionali. L’intento di questa seconda fase di attacchi israeliani non sarebbe stato quello di far cadere il regime sostituendolo con un altro, quanto quello di dimostrare che l’Idf fosse in grado di colpire il cuore delle istituzioni iraniane. Israele è conscio che un drastico cambio di governo in Iran non garantirebbe automaticamente un cambio di politica verso lo Stato ebraico: preferisce quindi mantenere lo status quo facendo capire alla fazione più potente e più ostile verso Tel Aviv (l’Irgc) di essere costantemente sotto tiro.

Il risultato di questa politica è un indebolimento della fazione clericale e più ideologizzata (gli ayatollah) favorendo i Pasdaran, più duri nella loro condanna a Israele, ma anche più pragmatici e forse più propensi ad una intesa con Tel Aviv. Questo, però, comporta il rischio di un cambio generazionale verso un gruppo di rivoluzionari più inclini ad accelerare il programma nucleare in chiave militare. Se questo dovesse accadere, Israele è sempre pronta a riprendere gli attacchi, questa volta colpendo in modo più sistematico i quartieri generali dei Pasdaran in tutto il territorio iraniano.

I siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan: quali danni?

I tre siti nucleari iraniani colpiti dai bombardamenti Usa (U.S. strikes).
(Screenshot da FoxNews)

Per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, ogni rapporto sui danni compiuti dai bombardamenti è fuorviante.

Il Bda (Bomb damage assessment), l’unico documento che afferma con ufficialità il risultato delle azioni militari, non è stato ancora emesso e le relazioni fatte da singoli o da agenzie sono da prendersi con le pinze (comprese le dichiarazioni di Trump e quelle più recenti della Dia, la Defence intelligence agency, pubblicata dalla Cnn)

Le fotografie satellitare a disposizione dopo gli attacchi statunitensi del 21 giugno, mostrano sei crateri nel sito di Fordow, il principale centro di arricchimento d’uranio concentrati in due punti, che sono considerati i punti deboli del centro nucleare. In totale sarebbero state sganciate su Fordow 12 bombe Gbu-57 ad alta penetrazione.

David Albright, presidente dell’Institute for science and International security (Isis), ha dichiarato alla Cnn che le immagini satellitari suggeriscono che «la sala di arricchimento e le sale adiacenti che forniscono supporto all’arricchimento potrebbero aver subito danni considerevoli. La distruzione totale della sala sotterranea è del tutto possibile», aggiungendo però che una valutazione completa dei danni richiederà del tempo.

I bombardamenti di Natanz avrebbero arrecato danni molto più gravi sin dai primi attacchi israeliani, distruggendo la quasi totalità delle centrifughe presenti nel sito. Gli isotopi di uranio all’interno della struttura avrebbero aumentato la radioattività (che non si sarebbe sprigionata all’esterno), rendendo difficoltoso e pericoloso un suo ripristino a breve termine.

Natanz disponeva di tre siti sotterranei che sarebbero stati colpiti da due bombe Gbu-57 a cui si sono aggiunti missili da crociera.

Il terzo sito nucleare colpito dagli attacchi Usa è stato quello di Isfahan, un complesso inaugurato nel 1984 e costruito con l’aiuto della Cina e che è il cuore del programma nucleare iraniano. Qui, in sale sotterranee, che dalle immagini sarebbero state colpite da missili Tlam, verrebbe immagazzinato l’uranio arricchito. Le entrare oggi appaiono occluse da detriti e da terra, probabilmente accumulata dagli stessi iraniani per evitare dispersione di radioattività all’esterno.

A titolo di cronaca, un eventuale trasferimento delle centrifughe dai centri colpiti ad altri (come hanno fatto intendere aver fatto gli iraniani e le cui notizie sono state riprese acriticamente dai media italiani) non è cosa semplice: un impianto di arricchimento non si costruisce da un giorno all’altro e le centrifughe, per essere trasferite e rese operative, hanno bisogno di lunghe tempistiche oltre che tecnici specializzati, cosa di cui oggi l’Iran, dopo l’eliminazione dei fisici nucleari specializzati, manca.

Ciononostante, l’Iran avrebbe avuto il tempo di trasferire le scorte di uranio arricchito fino al 60% in siti segreti. Facendo questo, però, Teheran ammetterebbe di aver consciamente violato l’accordo Jcopa in almeno due punti: mantenendo siti non dichiarati all’Aiea e trasferendo materiale nucleare senza avvisare neppure in questo caso l’agenzia. Il direttore dell’Aiea, Rafael Mariano Grossi ha affermato che l’unico modo per avere la certezza sull’uranio arricchito iraniano è riprendere le ispezioni il prima possibile: «Non abbiamo informazioni sulla posizione di questo materiale», ha dichiarato in un’intervista alla Fox News.

L’uscita dalla Aiea

La sospensione degli accordi con l’Agenzia per l’energia atomica, organo dell’Onu, votata dal Parlamento iraniano mercoledì 25 giugno, potrebbe riflettere la volontà dell’Iran di riprendere l’arricchimento dell’uranio e rivedere i trattati Jcopa firmati nel 2015.

Piergiorgio Pescali, da Teheran




Iran. Una tregua carica di incognite

Teheran, 24 giugno. L’annuncio del cessate il fuoco tra Iran e Israele, mediato dal presidente Trump, ha trovato Teheran in una posizione complessa e contraddittoria. Dopo dodici giorni di conflitto che hanno scosso il Medio Oriente, la tregua rappresenta un momento di svolta per gli equilibri interni della Repubblica islamica, dove le diverse anime del potere si confrontano su strategie e prospettive future.

La risposta iraniana al cessate il fuoco ha immediatamente evidenziato le tensioni interne al regime. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha inizialmente negato l’accordo annunciato da Trump, precisando che l’Iran ha intenzione di continuare la risposta militare finché Israele cesserà le sue aggressioni. Questa posizione riflette la necessità di mantenere un punto fermo davanti all’opinione pubblica interna, evitando di apparire come il soggetto che ha ceduto per primo.

Il silenzio prolungato della Guida suprema dopo gli attacchi Usa è particolarmente significativo. L’ayatollah Ali Khamenei ha impiegato più di 36 ore prima di rilasciare una dichiarazione pubblica, mentre la leadership militare ha rotto il silenzio attraverso dichiarazioni più moderate. Questo comportamento suggerisce un momento di riflessione strategica ai vertici del regime, dove si stanno probabilmente valutando le opzioni future e i rapporti di forza interni.

La popolazione iraniana ha accolto la notizia del cessate il fuoco con sentimenti contrastanti. Da un lato, il sollievo per la fine (o la temporanea interruzione) di una escalation che minacciava di trascinare il paese in un conflitto più ampio. Dall’altro, la frustrazione per un regime che ha portato l’Iran sull’orlo del baratro senza ottenere risultati tangibili. Le limitazioni imposte dall’economia di guerra e le conseguenze degli attacchi alle infrastrutture nucleari pesano sulla vita quotidiana dei cittadini, già provati da anni di sanzioni internazionali.

Teheran, che durante il conflitto aveva vissuto momenti di tensione con evacuazioni e timori di attacchi diretti, sta gradualmente tornando alla normalità. Tuttavia, la percezione di vulnerabilità rimane alta: gli attacchi israeliani hanno dimostrato che anche il cuore del potere iraniano non è inviolabile, infrangendo un mito che il regime aveva coltivato per decenni.

Il conflitto ha accentuato le tensioni tra i diversi soggetti. I Pasdaran (Guardie rivoluzionarie) erano emersi come il braccio più influente del regime durante l’escalation, gestendo tanto la strategia militare quanto quella diplomatica attraverso i loro proxy regionali. La loro influenza si era rafforzata a scapito dell’establishment clericale tradizionale, rappresentato dagli ayatollah.

Tuttavia, il cessate il fuoco potrebbe segnare un momento di riequilibrio e gli ayatollah potrebbero utilizzarlo per riprendere il controllo della narrativa e delle decisioni strategiche, presentandosi come i garanti della stabilità e della continuità del regime. La prudenza mostrata nella gestione del cessate il fuoco potrebbe essere interpretata come un segnale di questa ripresa di controllo da parte dell’establishment religioso.

Il ruolo futuro dei Pasdaran dipenderà largamente dalla loro capacità di adattarsi a una fase di de-escalation. Se durante il conflitto il loro peso politico era cresciuto, ora dovranno dimostrare di saper gestire anche la pace, mantenendo il controllo sui proxy regionali e sulle attività economiche che costituiscono una parte significativa del loro potere.

La foto di rito dei rappresentanti di vari paesi il giorno dell’accordo sul nucleare iraniano. Era il 2 aprile 2015, dieci anni fa. (Foto United States Departament of State)

Gli attacchi israeliani alle infrastrutture nucleari iraniane rappresentano un colpo significativo al programma atomico del paese. Tuttavia, la leadership iraniana potrebbe paradossalmente utilizzare questi attacchi come giustificazione per una ripresa più aggressiva del programma nucleare, presentandola come necessaria per la sicurezza nazionale.

La questione atomica rimane centrale per gli equilibri interni iraniani. I Pasdaran vedono nell’arma nucleare la garanzia ultima della loro influenza regionale, mentre una parte della classe clericale e civile preferirebbe una soluzione negoziata che alleggerisca le sanzioni economiche. Il cessate il fuoco potrebbe aprire uno spazio per questa seconda opzione, soprattutto se accompagnato da iniziative diplomatiche che offrano all’Iran una via d’uscita onorevole.

L’Iran post-tregua si trova a un bivio strategico. Da un lato, la necessità di ricostruire e modernizzare un’economia devastata dalle sanzioni spinge verso un approccio più pragmatico che potrebbe includere concessioni sul programma nucleare in cambio di un allentamento delle sanzioni. Dall’altro, l’ideologia rivoluzionaria e la necessità di mantenere la credibilità regionale spingono verso il mantenimento di una postura di sfida.

Il futuro degli equilibri interni dipenderà largamente dalla capacità del regime di gestire queste contraddizioni. Se gli ayatollah riusciranno a riprendere il controllo, sarà probabile una fase di maggiore pragmatismo, con aperture diplomatiche e tentativi di normalizzazione. Se invece i Pasdaran manterranno la loro influenza, l’Iran potrebbe continuare sulla strada del confronto, utilizzando il cessate il fuoco solo come pausa tattica per riorganizzarsi.

La società iraniana, intanto, osserva questi sviluppi con un misto di speranza e scetticismo, consapevole che il suo destino dipende dalle scelte che la leadership compirà nelle prossime settimane. Il cessate il fuoco rappresenta un’opportunità per tutti gli attori coinvolti, ma solo il tempo dirà se sarà sfruttata per costruire una pace duratura o semplicemente per preparare il prossimo round di confronto.

da Teheran, Piergiorgio Pescali




Il suicidio di Israele

Un piccolo libro affronta uno dei conflitti più intricati e centrali del mondo contemporaneo. Lo fa cercando cause e concause nella storia, e parlando, ad esempio, del valore del sentirsi «vittima» per entrambe le parti.

Il volume di Anna Foa, Il suicidio di Israele, aiuta a comprendere le tragiche vicende del Medio Oriente. Problematizza la situazione e stimola la riflessione. Lo fa a partire da una solida ricostruzione del passato nel quale i conflitti attuali affondano le radici.

Lo sguardo dell’autrice è dichiarato fin dalle prime righe: «Queste pagine contengono le riflessioni di un’ebrea della diaspora di fronte a quanto sta succedendo […]. Esse nascono dal dolore per l’eccidio del 7 ottobre e da quello per i morti […] della guerra di Gaza. È lo stesso dolore, per gli uni e per gli altri».

L’autrice, per «complicare le banalizzazioni», parte dalla storia: come nasce il sionismo? Quali conseguenze ha la sua nascita per il mondo ebraico e la Palestina? È un movimento di autodeterminazione o coloniale? C’è un solo sionismo o diversi sionismi, e diverse fasi storiche?

Una prima interpretazione è quella del sionismo come movimento di rottura nel mondo ebraico, in quanto persegue un progetto politico, lo Stato, che non ha mai fatto parte della sua costruzione filosofica fino alla fine del XX secolo.

Il sionismo nasce come movimento di rinascita nazionale che critica gli ebrei della diaspora e la loro «assimilazione»: nasce l’idea dell’ebreo nuovo, il sabra, alto e forte per il lavoro nei campi, che riscatta secoli di oppressione e di «vergogna».

Pur nascendo in Europa occidentale, il sionismo è figlio della società russa zarista dove, a inizio Novecento, nascono i Protocolli dei savi di Sion (un falso documento contro gli ebrei, ndr). Da questa società verrà la classe dirigente dell’insediamento ebraico in Palestina, l’Yishuv, nelle due ondate di aliyah (ritorno alla Terra Promessa) del 1904 e 1919-20.

Immigrati ebrei e nazionalismo arabo

Quando Theodor Herzl pubblica nel 1896 «Lo stato ebraico», tra le opzioni sul luogo in cui crearlo ci sono l’Argentina e l’Uganda. Lo scopo è quello di salvare gli ebrei dall’antisemitismo.

Nel 1919, l’emiro Faysal ibn Husayn (capo del governo di Damasco) e Chaim Weizmann (dal 1921 presidente dell’Osm, Organizzazione sionista mondiale), stringono un accordo, ma la rottura tra sionisti e mondo arabo arriva già nel 1920, quando la Conferenza di San Remo rende la Siria un protettorato francese e Faysal diviene re dell’Iraq.

Il nazionalismo arabo si sposta così dalla Siria alla Palestina e provoca la prima rivolta antisionista a Giaffa, nel 1921, anche in seguito al crescente numero di immigrati ebrei. A essa fa seguito quella di Hebron nel ‘29 e quella del ‘36, organizzata dal Gran Muftì di Gerusalemme, Amin Al Husayni, contro ebrei e inglesi.

Diverse posizioni ebraiche

Anche tra gli ebrei ci sono diverse posizioni. Per il movimento Brit Shalom, sostenuto da intellettuali come Martin Buber, Yehuda Magnes e Albert Einstein, lo Stato dovrà essere binazionale. Ebrei e arabi possono convivere con gli stessi diritti. Anche la sinistra sionista del partito Mapam la pensa così. I revisionisti guidati dal russo Vladimir
Jabotinsky, che si è staccato nel 1935 dall’Osm, sono, invece, a favore dell’uso della forza e dell’imposizione del progetto sionista. Così come il Betar, nato nel 1923 e organizzato militarmente, il cui capo, Menachem Begin, arrivato in Palestina nel 1942, diventa il numero uno del movimento terroristico Irgun e autore dell’attentato all’Hotel King David a Gerusalemme nel 1946.

In seguito all’avvento del nazismo, Jabotinsky sostiene la necessità di un’emigrazione di massa degli ebrei europei, e tra il 1933 e il 1937, 450mila ebrei vanno in Palestina.

Nel 1939 gli inglesi, timorosi dell’appoggio arabo all’Asse, limitano le quote di immigrazione (75mila nei 4 anni successivi). Alla fine della guerra, quando 250mila ebrei sopravvissuti vagano per l’Europa, l’Yishuv dà inizio all’Alyia Bet, l’immigrazione clandestina, che porta 120mila profughi in Palestina.

Nel 1947 finisce il mandato inglese e l’Onu delibera la spartizione della Palestina, in seguito alla quale viene fondato lo Stato di Israele nel 1948.

La guerra di quello stesso anno della Lega araba contro Israele è un punto di svolta: il conflitto aiuta la realizzazione del piano di espulsione dei palestinesi e di pulizia etnica del territorio. Avvengono violenze e massacri. È il colonialismo di insediamento.

Palestina colonizzata

La guerra del 1967, con la conquista da parte di Israele delle alture del Golan, della West Bank, di Gerusalemme Est e di Gaza crea le condizioni di occupazione dei territori palestinesi. Si diffonde una versione religiosa e aggressiva del sionismo, che si ritiene ispirata da Dio a colonizzare la terra di Israele.

È così che crescono gli insediamenti nella West Bank, da parte di gruppi estremisti riuniti nel Gush Emunim. Anche quando ci sono i laburisti al governo, 1967-’73, si espande la colonizzazione. Intanto, nel 1964 è nata l’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina, guidata da Yasser Arafat, che considera illegale l’esistenza di Israele (principio mantenuto fino al 1998), proclama il diritto al ritorno dei profughi, e la lotta armata.

La guerra del Kippur, nel 1973, vinta da Israele con il sostegno Usa, non modifica la situazione.

Le due identità

Il secondo capitolo del volume di Anna Foa riflette sulle identità: mentre la costruzione dello Stato di Israele avviene a prescindere dallo sterminio nazista, dopo il processo Eichmann (1961) la memoria della Shoah diventa il cuore dell’identità di Israele, che si sente l’erede dei sei milioni di ebrei assassinati dal nazismo.

Un altro elemento che identifica sempre più gli ebrei con Israele è il terrorismo palestinese. Esso non si rivolge più contro i soli israeliani, come a Monaco nel 1972, ma anche contro ebrei nella sinagoga di Roma nel 1982 o a Parigi nel 1980 e 1982.

Anche l’arrivo di 600mila profughi ebrei dai paesi arabi dopo il 1967 contribuisce a modificare l’identità di Israele, creando complessi rapporti tra ashkenaziti e mizrachim orientali, così come, negli anni Novanta, l’arrivo di oltre un milione di ebrei dai Paesi dell’ex Urss, che introduce il russo come terza lingua del Paese, dopo ebraico e arabo.

Infine, altro tassello identitario è la religione: i sionisti religiosi si moltiplicano e si crea una spaccatura tra laici e credenti.

Anche l’identità palestinese cambia. Il ritorno dei profughi, che nel 1948 sono 700mila, e nel 2025 saranno cinque milioni, è un ostacolo alla pace.

Se la Shoah è il cuore dell’identità israeliana, la Nakba, l’esodo forzato degli arabi palestinesi dai territori occupati, è il cuore dell’identità palestinese: «Entrambe sono identità nazionali in cui la dimensione della catastrofe e del trauma svolgono un ruolo centrale e dove la narrazione nazionale ruota in gran parte intorno a motivi legati all’essere vittima e alla perdita subita» (cfr. Olocausto e Nakba di Bashir e Goldberg, 2023).

Le paci fallite

Nel terzo capitolo del suo libro, Anna Foa prende in esame i tentativi di pace e gli ostacoli che li impediscono. In particolare, sono due i momenti che interrompono un possibile percorso dentro Israele: l’atto terroristico di Baruch Goldstein che, nel 1994, uccide 29 palestinesi nella moschea di Hebron; e l’assassinio, nel 1995, del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin da parte di Yigal Amir, un colono ebreo estremista di destra contrario a ogni negoziato.

Tutti i tentativi successivi di riprendere un processo di pace falliscono. La politica degli insediamenti illegali prosegue con circa 700mila coloni israeliani che si stabiliscono nei territori occupati. Inizia la costruzione del muro di separazione nel 2002. Nel 2006 Ariel Sharon decide in modo unilaterale la restituzione di Gaza ai palestinesi sgombrando 7.500 coloni. Le elezioni del 2006 nella striscia portano Hamas al potere che accresce la sua influenza anche in Cisgiordania. Nel 2009 Netanyahu dichiara ferma opposizione a ogni trasformazione dell’Autorità palestinese in stato autonomo. Gaza è sempre più controllata da Israele che scatena contro la striscia guerre nel 2009, 2012, 2014, 2021, fino a quella totale odierna.

Il suicidio

L’ultimo capitolo analizza i passaggi più recenti che portano a quello che l’autrice chiama «il suicidio di Israele» a opera del suo stesso governo.

L’operazione del 7 ottobre avrà come prima motivazione la salvaguardia delle moschee della spianata del Tempio, poiché i sionisti religiosi non riconoscono gli accordi su di essa, e il Temple institute lavora alla costruzione del Terzo Tempio che prevede la distruzione delle moschee.

Nel 2018 è varata una legge che prevede lo Stato degli ebrei, i soli legittimati a esercitare l’autodeterminazione nazionale. Ciò comporta un trattamento diverso tra i cittadini ebrei e non ebrei, e il rifiuto dello Stato palestinese.

«La trasformazione di Israele in un Paese autoritario avanza. La polizia attacca ogni manifestazione di dissenso, le prigioni sono piene di cittadini arabo israeliani e dei Territori, detenuti senza processo. Le dichiarazioni razziste di ministri si moltiplicano […]. Ci sono militari che rifiutano di andare a combattere a Gaza, preferendo la prigione. Si è formata addirittura un’organizzazione di genitori che invita i figli a rifiutare di combattere».

Poiché dal governo israeliano ogni critica è respinta come «antisemitismo», è opportuno definire anche questo concetto: due sono le definizioni recenti, quella dell’International holocaust remembrance alliance del 2016, che pone un legame stretto tra antisionismo e antisemitismo, e la Dichiarazione di Gerusalemme, del 2021, che definisce l’antisemitismo come «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)».

Quando, durante le manifestazioni anti israeliane si grida «Dal fiume al mare, Palestina libera», si tratta di uno slogan antisemita? E gli ebrei del mondo «come possono parlare solo dell’antisemitismo senza guardare a ciò che in questo momento lo fa divampare, la guerra di Gaza? […] Dopo questa terribile esplosione di odio, la strada, non dico per la pace, ma per una semplice convivenza, è lunga […]. Non possiamo dare per scontato che l’odio lasciato da tutti questi traumi cesserà un giorno. Ma non ci sono altre strade […]».

Angela Dogliotti
Centro studi Sereno Regis

Angela Dogliotti

Suggerimenti di lettura

Jean-Pierre Filiu, Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto. Storia di un conflitto (XIX-XXI secolo), Einaudi, Torino 2025, pp. 428, 32 €.

Bruno Montesano (a cura di), Israele-Palestina. Oltre i nazionalismi, edizioni e/o, Roma 2024, pp. pp. 128, 10 €.

Daniel Bar-Tal, La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese, FrancoAngeli, Milano 2024, pp. 400, 34 €.

Paola Caridi, Hamas. Dalla resistenza al regime, Feltrinelli, Milano 2023, pp. 352, 20 €.

Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi, Roma 2024, pp. 144, 15 €.

Noam Chomsky e Ilan Pappé, Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e Palestina, Ponte alle Grazie, Milano 2023, pp. 272, 16,90 €.

Bashir Bashir, Amos Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023, pp. 464, 20 €.




Gaza, «qui non c’è più niente»


Per il governo israeliano è una guerra di legittima difesa. I fatti raccontano però una realtà molto diversa. A cominciare dal numero impressionante dei morti palestinesi. E mentre le accuse di genocidio si moltiplicano, c’è chi parla di suicidio di Israele.

Quindici mesi di guerra, una fragile tregua e una pace che pare lontanissima. Terrorismo o resistenza? Legittima difesa o genocidio? Difficile trovare un tema tanto divisivo come quello che riguarda Israele e Palestina.

Per limitarci a un esempio italiano, il giorno seguente all’annuncio della tregua, il direttore di un quotidiano pubblica un peana in onore di Benjamin Netanyahu: «Quest’uomo si è dimostrato un eccezionale leader di guerra», si legge tra l’altro (Libero, 16 gennaio). Ben diversa è l’opinione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, secondo il quale il premier israeliano non può essere il futuro (la Repubblica, 21 gennaio).

Fuori dell’ospedale Al-Ahli (ospedale Battista), alcune donne piangono sul corpo di un loro caro ucciso nei bombardamenti israeliani su Gaza City (16 gennaio 2025). Foto Omar Al-Qattaa / AFP.

E poi arrivò Trump

La tregua tra i contendenti è arrivata negli ultimi giorni di presidenza di Joe Biden. L’ex presidente statunitense è stato un protagonista remissivo del conflitto concedendo armi e un’assoluta libertà d’azione al primo ministro israeliano. Premesso questo, Donald Trump, il suo successore alla guida degli Stati Uniti, non è stato l’artefice della tregua (come ha sostenuto in virtù del suo egocentrismo ipertrofico) e certamente non può essere considerato un fautore della pace. Nel primo giorno di insediamento (20 gennaio), il
tycoon ha firmato un ordine esecutivo che ha tolto le sanzioni contro i coloni israeliani della Cisgiordania (West Bank, ma Giudea e Samaria per i fondamentalisti religiosi ebraici), invasori delle terre palestinesi tanto estremisti quanto Hamas. Successivamente, ha proposto di ripulire (testuale, «clean out») Gaza spostando i palestinesi in Giordania ed Egitto. Durante il suo primo mandato, lo stesso Trump riconobbe Gerusalemme come capitale d’Israele (dicembre 2017), un palese atto di sfida ai palestinesi. Da ultimo (4-5 febbraio), sono arrivate le sue sparate (molto apprezzate da Netanyahu e dai coloni) sul trasformare Gaza, svuotata dai palestinesi, nella «riviera del Medio Oriente» sotto controllo Usa.

Che la tregua si trasformi da temporanea a permanente sarebbe già un successo. Mentre la pace pare tanto lontana quanto la soluzione «due popoli, due stati», l’unica plausibile.

Distruzione, morte e il suicidio di Israele

Osservare le immagini aeree di Gaza significa vedere una distruzione tale da rimanere senza fiato. Secondo un’analisi del Centro satellitare delle Nazioni Unite (Unosat), più di due terzi degli edifici della striscia sono stati distrutti o danneggiati (pari a oltre 170mila edifici, compresi ospedali, scuole, luoghi di culto, infrastrutture civili). Tuttavia, le città si possono ricostruire, mentre la stessa cosa non può avvenire per le vite umane.

Secondo i numeri di Al-Jazeera, su informazioni del ministero della Salute palestinese, al 3 febbraio 2025 i morti sono stati 1.139 tra gli israeliani e (alme-

  1. no) 62.614 tra i palestinesi. Tra questi, 17.673 bambini. Altre 14.022 persone risultano disperse.

Il governo israeliano ha sempre negato le cifre diffuse dai palestinesi e dai media internazionali. Eppure, The Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo, ha addirittura parlato di cifre sottostimate (articolo del 9 gennaio 2025 che ne segue uno del 5 luglio 2024).

Il già impressionante numero delle vittime palestinesi è sottostimato in quanto, per esempio, non considera le morti indirette. «I conflitti armati – spiega The Lancet nell’articolo di luglio – hanno implicazioni indirette sulla salute oltre al danno diretto della violenza. Anche se il conflitto finisse immediatamente, continuerebbero a esserci molte morti indirette nei prossimi mesi e anni per cause quali malattie riproduttive, trasmissibili e non trasmissibili. […] Nei conflitti recenti, tali morti indirette vanno da 3 a 15 volte il numero di morti dirette».

La rivista stima che, al 30 giugno 2024, i morti tra i palestinesi fossero 64.260. Dunque, a questa cifra andrebbero aggiunte le persone morte tra luglio 2024 e febbraio 2025.

Ragionare attorno al numero dei morti non è un esercizio vano. A parte il dolore per la perdita di vite umane, la questione è l’odio che da questi lutti inevitabilmente si genera. Anche per questo pare adeguato il titolo che la storica ebraica Anna Foa ha scelto per il suo ultimo libro: «Il suicidio di Israele» (Laterza, ottobre 2024).

Immagini di devastazione a Gaza. Foto Naaman Omar / apaimages.

Se l’antisionismo diventa antisemitismo

In Occidente, chi critica il governo israeliano è spesso tacciato di antisemitismo. Per comodità, per partito preso, per allergia alla critica. Il termine antisemitismo significa – secondo l’Enciclopedia dell’Olocausto (curata dallo United States Holocaust memoria museum di Washington) – «pregiudizio o odio nei confronti del popolo ebraico. […] È una forma di intolleranza e razzismo. […] è un insieme di credenze e idee dettate dall’odio contro gli ebrei e la religione ebraica, il giudaismo».

A volte può trattarsi di antisionismo, probabilmente più comune, ma anch’esso sbagliato come il precedente. Secondo la Treccani, l’antisionismo è un «atteggiamento culturale e politico di opposizione e di contrasto alle più radicali espressioni del sionismo. [Questo è il nome dato al] movimento politico e ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina (da Sion, nome della collina di Gerusalemme)».

La realtà è probabilmente quella descritta da Anna Foa: «Cresce l’antisemitismo nel mondo e l’antisionismo si colora sempre più di antisemitismo». Anche in Italia, paese che ha conosciuto l’antisemitismo non soltanto negli anni del fascismo. I ricorrenti insulti alla senatrice Liliana Segre, superstite dell’Olocausto, ne sono la testimonianza.

Massacro o genocidio?

Una mappa con la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, le Alture del Golan (Siria) e Israele.

Rimane da stabilire se la guerra tra Israele e Palestina sia stata un atto di legittima difesa del governo Netanyahu dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023, oppure, come appare ai più, una vendetta trasformatasi presto in massacro. O in genocidio.

«Il termine “genocidio” – si legge nella citata Enciclopedia dell’Olocausto – non esisteva prima del 1944. Si tratta di un termine molto specifico, che indica crimini violenti commessi contro determinati gruppi di individui con l’intento di distruggerli». Ha parlato di genocidio papa Francesco, che non ha mai risparmiato frecciate al premier Netanyahu. Parlano di genocidio i rapporti di tre grandi organizzazioni internazionali: Amnesty International, Human rights watch e Medici senza frontiere.

Scrive Human rights watch: «Le azioni delle autorità e delle forze israeliane per privare la popolazione di Gaza dell’accesso all’acqua equivalgono ad atti di genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio e dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale» (Extermination and acts of genocide. Israel deliberately depriving palestinians in Gaza of water, dicembre 2024). Altrettanto circostanziate sono le accuse di Amnesty che, nelle ultime pagine del suo rapporto, scrive: «Amnesty International ritiene che il modello di condotta che ha caratterizzato le operazioni militari di Israele […] forniscano prove sufficienti dell’intenzione di Israele di distruggere i palestinesi di Gaza, in quanto tali» (“You feel like you are subhuman”. Israel’s genocide against palestinians in Gaza, dicembre 2024).

Leggiamo, infine, nel rapporto di Medici senza frontiere (Gaza: life in a death trap, dicembre 2024): «Gli ospedali sono stati assediati, presi di mira da attacchi aerei o bombardamenti e presi d’assalto dalle truppe di terra, le ambulanze sono state colpite, i pazienti e il personale sono stati uccisi».

La conclusione del rapporto di Msf è carica di pessimismo: «Anche se il brutale assalto di Israele finisse oggi, l’impatto a lungo termine di tale carneficina e distruzione sfiderebbe qualsiasi tentativo di definirlo. […] Ricostruire Gaza sarà un compito monumentale in questa scala di distruzione senza precedenti. […] Potrebbero volerci fino a 15 anni per ripulire le macerie e 80 anni per ricostruire le abitazioni».

«Qui non c’è più niente», conferma a Francesca Caferri (la Repubblica, 22 gennaio) padre Gabriel Romanelli, missionario verbita. Nativo di Buenos Aires, prime esperienze in Egitto e in Giordania, il sacerdote è a Gaza dal 2019, dove è parroco della chiesa della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica della Striscia. Dice che ora la sua prima preoccupazione è quella di riaprire la scuola della parrocchia.

Preoccupazione comprensibile se si considera l’impatto devastante prodotto dalla guerra sull’educazione scolastica dei bambini palestinesi, un’educazione peraltro già altamente deficitaria prima di quest’ultimo conflitto. Quali sentimenti rimarranno nella loro testa rispetto a chi li ha ridotti a vivere così? Non pare azzardato ipotizzare almeno risentimento, ma più probabilmente vero e proprio odio nei confronti del nemico israeliano. «Tutti i bambini di Gaza – scrive l’Unicef – sono stati esposti alle esperienze traumatiche della guerra, le cui conseguenze dureranno tutta la vita».

Le colpe dei governanti

Il presidente palestinese Abu Mazen è in carica da vent’anni. Foto Freddie Everett – US State Department, 2022.

Il premier israeliano Benjamin Netanyhau ha trascorso 17 anni alla guida d’Israele. Foto Avi Ohayon – Government Press Office, 2023.

A Gaza, il governo fondamentalista di Hamas è stato fallimentare. In Cisgiordania l’anziano e inconcludente presidente palestinese Abu Mazen è in carica senza interruzione da vent’anni. I palestinesi meritano rappresentanti politici nuovi e migliori. Quanto agli israeliani, Benjamin Netanyahu è al suo terzo mandato per un totale di sei governi e diciassette anni al potere, gli ultimi caratterizzati anche da scandali e processi per corruzione. Del suo attuale governo fanno parte integrante alcuni partiti, noti per il loro fondamentalismo religioso (che trova nella Bibbia ebraica la giustificazione del loro agire) e politico (che si manifesta nell’ultranazionalismo e nell’ideologia antiaraba).

«Netanyahu e il suo governo – scrive ancora Anna Foa – devono pagare non solo per quello che hanno fatto ai palestinesi di Gaza, ma anche per quello che la loro politica ha comportato per la stessa Israele. Gli israeliani dovranno trattare con Hamas, colpevole della terribile strage del 7 ottobre, ma i palestinesi dovranno trattare con chi è colpevole di aver distrutto le loro case e ucciso le loro famiglie».

Paolo Moiola

Il missionario verbita Gabriel Romanelli è parroco a Gaza, nell’unica chiesa cattolica della Striscia. Foto Latin Patriarchat of Jerusalem.




Libano. Quaderno di guerra

 

Sabato, 25 gennaio 2025, Libano meridionale. Domani, stando agli accordi per il cessate il fuoco stipulati a novembre tra Israele e governo libanese, i soldati dell’Idf (Israel defense forces) dovrebbero ritirarsi dal Sud del Libano. Dopo 16 mesi, passati da rifugiati interni nel proprio Paese, migliaia di persone si preparano a tornare nelle proprie città.

Alì Ghaleb Kouteich è una di queste. Nato e cresciuto ad Houla, uno dei villaggi più a ridosso del confine con Israele, era proprietario di un supermercato, fino a che, a causa dei bombardamenti di Tel Aviv cominciati ad ottobre 2023, non ha dovuto evacuare come la totalità degli abitanti. Anche nel paese dove ha trovato rifugio, Alì ha aperto un supermercato ma, ora, alla vigilia del ritiro delle truppe israeliane, il suo unico pensiero è quello di tornare a casa. Ad Houla sono rimaste in piedi appena il 10 percento delle abitazioni, tutto il resto è stato distrutto dai bombardamenti. Nonostante questo, tutti sono pronti a tornare e a lavorare per una ricostruzione. Negli ultimi giorni, Alì ha deciso di raccogliere tutto quello che poteva dal suo negozio, aiuti di ogni genere da portare nella sua città natale per contribuire a questo nuovo inizio.

Una delle strade bombardate di Tiro. Con la sua splendida posizione sul mare, questa città del Sud del Libano era molto frequentata da turisti provenienti soprattutto dal mondo arabo. (Foto Angelo Calianno)

Domenica, 26 gennaio. Per impedire il ritorno degli abitanti di Houla, gli israeliani hanno fatto saltare in aria le strade creando crateri che rendano impossibile l’entrata delle auto. I libanesi non si danno per vinti, arrivando tutti a piedi. Alì è il primo ad entrare. Al suo arrivo però, trova i soldati dell’Idf ad attenderlo: hanno deciso di non rispettare gli accordi e continuare a presidiare il villaggio. Aprono il fuoco, Alì si accascia al suolo. Subito dopo, viene colpito anche un suo amico e, successivamente, anche due soccorritori. Nonostante il pericolo, uno dei fratelli di Alì decide di provare a salvarlo. Insieme ad un amico, riesce ad introdursi ad Houla con un piccolo motorino. I due afferrano il corpo di Alì, lo trascinano per un tratto di strada per poi caricarlo in mezzo a loro. Fuggono tra gli spari dei soldati israeliani. Purtroppo, però, per Alì non c’è più nulla da fare.

Ghassan è un giovane ingegnere, anche lui è di Houla, caro amico e vicino di casa di Alì. Ci racconta: «Con Alì siamo praticamente cresciuti insieme. Per lavoro o per studio, molti giovani lasciano il Sud, lui invece aveva deciso di rimanere. Era il più piccolo di dieci fratelli, suo padre era un’insegnante, e sua madre ha sempre lavorato la terra nella produzione del tabacco. Tutti, nel Paese, lo conoscevano come una persona pacifica, dal grande cuore. Nella sua vita non si era mai interessato di politica. Quando hanno evacuato Houla, lui è stato uno di quelli che ha cercato di rimanere fino alla fine, fin quando non è diventato troppo pericoloso. In seguito alla partenza forzata, anche fuori dal suo Paese, Alì continuava a frequentare i suoi concittadini: non vedeva l’ora di tornare. L’amore per la sua terra era così grande che, su Houla, ha scritto poesie meravigliose. Ora, dopo la sua morte e grazie ai social media, le sue parole stanno diventando sempre più conosciute. Una delle cose che più mi ha fatto male, è stato vedere come suo fratello ha dovuto provare a soccorrerlo, caricandolo su un motorino. Il video di quella scena mi ha fatto piangere».

La storia di Alì è solo uno dei numerosi esempi di quello che sta accadendo in questi giorni, nel Sud del Libano. Imboscate, attacchi e bombardamenti stanno colpendo tutti i villaggi da cui Israele avrebbe dovuto ritirare le sue truppe. Famoso è già diventato un video che mostra delle donne, nella cittadina di Maroun El Rais, mettersi di fronte ai carrarmati israeliani per impedirne l’entrata nel loro paese.

Nabatiye, un campo di calcio distrutto. Questo spazio è usato anche durante le funzioni religiose dell’Ashura. Il 28 gennaio, anche Nabatiye ha ripreso ad essere attaccata dall’Idf. Non essendoci più un posto davvero sicuro, molti dei rifugiati del Sud si sposteranno nei centri di accoglienza di Beirut. (Foto Angelo Calianno)

Martedì, 28 gennaio. Oggi si tengono molti dei funerali di chi ha provato a tornare a casa, rimanendo ucciso nel tentativo di farlo. Per molte famiglie è stato impossibile recuperare i corpi, così, molti genitori ora piangono su dei vestiti, l’unica cosa rimasta dei propri figli. Contemporaneamente ai funerali, alcuni razzi israeliani sono tornati anche a colpire Nabatiye, città che era stata già devastata prima del cessate il fuoco. Con il nuovo presidente al potere, sostenuto dall’Occidente, e con il forte indebolimento di Hezbollah, da due mesi totalmente sparito dal campo, le popolazioni del Sud del Libano si sentono abbandonate e senza una voce che possa difenderli.

Quando chiediamo ancora a Ghassan il perché di tutto questo e perché Israele, nonostante gli accordi, continui a occupare il Libano, lui ci risponde: «Storicamente, Israele ha sempre usato la forza contro di noi, anche quando non era necessario. Essendo molto avanzati tecnologicamente, potrebbero raggiungere i loro obiettivi senza il bisogno di uccidere. Invece, usano la violenza per farci del male e intimidirci. Secondo me, questo è il motivo di tutta questa distruzione nel Sud, in nessuna di quelle case bombardate c’era Hezbollah. Gli attacchi sono stati perpetrati per ricordarci la loro presenza, e di che cosa sarebbero capaci se osassimo ribellarci. Noi però non siamo solo numeri, non può esserci tutta questa ingiustizia. Ciò che sta accadendo deve essere raccontato e conosciuto in tutto il mondo».

Angelo Calianno




Libano. La felicità dei cristiani maroniti

 

Beirut, giovedì, 9 gennaio 2025. È festa nel quartiere cristiano maronita della capitale. Dopo due anni di vuoto, il Libano ha un nuovo presidente: il sessantunenne Joseph K. Aoun. Non in tutti i quartieri però, questa elezione è stata presa con lo stesso entusiasmo.

In uno dei caffè della zona centro-sud di Beirut, dove molti intellettuali si riuniscono per discutere e lavorare, incontriamo alcuni ragazzi che, animatamente, commentano la nuova presidenza. Uno di loro ci dice: «Si parla di “elezione” del presidente, ma sarebbe meglio dire “selezione”. Aoun è un candidato voluto da Stati Uniti, Israele, Francia, e supportato direttamente dall’Arabia Saudita. Teoricamente, la sua elezione è anticostituzionale. Aoun era capo delle forze armate e, secondo la nostra Costituzione, un militare non può diventare presidente. A meno che non sia già in pensione e da almeno due anni. Ma, in realtà, la nostra Costituzione viene violata di continuo. Aoun è il quarto ex militare di fila che diventa presidente».

Un altro ragazzo continua: «È stato fondamentalmente un ricatto. Le nazioni straniere che lo supportano hanno mandato una comunicazione agli schieramenti politici: o si sceglieva Aoun, oppure non sarebbero arrivati i fondi per ricostruire il Libano. C’era poca scelta. Per questo, anche il candidato di Hezbollah si è ritirato. La mia rabbia sta nel fatto che chi usa la storia degli aiuti come merce di scambio, sono gli stessi che ci hanno bombardato: Israele con le armi degli Stati Uniti».

Una ragazza appartenente al gruppo ci spiega: «In questo momento, sappiamo benissimo di avere poche risorse e dover essere dipendenti dagli Stati stranieri. Avere un presidente ex militare, e supportato da chi vuole solo consolidare la sua presenza qui, non è per me la situazione ideale. Ma adesso, dopo la crisi economica, dopo la guerra, forse lui è il male minore. A suo vantaggio, posso dire che è più giovane dei suoi predecessori e, almeno, non è mai stato coinvolto in scandali o corruzione. Anche se l’idea non va a genio a molti libanesi, il fatto che lui abbia l’appoggio dell’Occidente e buone relazioni internazionali, è qualcosa che serve per risollevare economicamente le sorti del Paese».

La politica in Libano è molto complessa e vige un sistema settario. Il parlamento è formato in modo da dare a tutte le confessioni religiose (ben 18) una rappresentanza. Così, i seggi sono divisi proporzionalmente tra cristiani (suddivisi in 13 gruppi) e musulmani (5). Il presidente deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro deve essere sunnita, il presidente del parlamento, sciita.

Subito dopo le elezioni, Aoun ha ricevuto auguri e congratulazioni da ogni parte del mondo, soprattutto da quegli Stati che, in una riunione tenutasi in Qatar nel 2022, lo avevano già appuntato come candidato ideale per il Libano. In particolare, quegli stati erano Francia, Egitto, Arabia Saudita e Israele.

Chi esce sicuramente sconfitto dagli ultimi eventi è Hezbollah, il «partito di Dio». L’organizzazione sciita deve fare i conti con le gravi perdite subite durante la guerra, il vuoto lasciato dalla perdita di Nasrallah, ucciso in un attacco israeliano il 27 settembre 2024, e il ritiro del proprio candidato dalle elezioni. Sempre più incerto pare essere il suo futuro, anche per le accuse di offrire rifugio ai gerarchi del deposto Bashar al-Assad, fuggiti dalla Siria e ricercati dal nuovo governo.

Nel suo primo discorso da presidente, Aoun ha detto che perseguirà una politica positiva e neutrale, volta soprattutto a migliorare le relazioni con gli altri Stati arabi.

Angelo Calianno da Beirut