Mali. Bamako (e la sua giunta) accerchiata

Sabato 25 aprile, il Mali è stato scosso da una serie di attacchi coordinati in diverse zone del Paese. Rivendicati da Jama’at nusrat al-islam wal-muslimin (Jnim), gruppo armato legato ad al-Qaeda, e dai tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), gli attacchi hanno preso di mira diverse località in tutto lo Stato.

L’azione più importante si è verificata a Kati (base militare a nord della capitale Bamako) e ha causato la morte del generale Sadio Camara, ministro della Difesa e figura di spicco dell’esecutivo militare di Assimi Goïta (al potere dal colpo di stato del 2021). Contemporaneamente, ci sono state operazioni a Sévaré (nel centro), Kidal e Gao (nel Nord). Colpi d’arma da fuoco sono esplosi anche vicino all’aeroporto di Bamako, dove si trova il quartier generale degli Africa corps, i mercenari russi di stanza nel Paese.

Mentre l’esercito maliano annunciava di «aver neutralizzato centinaia di terroristi e respinto l’assalto», i gruppi armati rivendicavano la conquista di Kidal, dichiarando anche che i mercenari russi presenti in città si erano loro arresi senza sparare colpo. Kidal ha un valore strategico e simbolico cruciale: la città è uno snodo logistico centrale per il Nord del Paese e l’intera regione.

Anni di instabilità

Sin dal 2012, il Mali è considerato l’epicentro dell’instabilità che oggi attraversa buona parte del Sahel (toccando in particolare Burkina Faso e Niger, dove operano diversi gruppi armati). In quell’anno, infatti, si sono verificati attacchi dei tuareg – intenzionati a creare uno stato indipendente nel Nord del Paese, l’Azawad – e di alcuni gruppi jihadisti – in grado di controllare la zona settentrionale del Mali per mesi.

Negli anni successivi – mentre a Bamako si succedevano una serie di colpi di stato e potenze esterne (prima la Francia e poi la Russia) intervenivano militarmente a fianco della giunta maliana -, sono emersi, si sono fusi e sono scomparsi diversi gruppi armati. Fino ad arrivare alla formazione di Jnim e Fla, i due raggruppamenti responsabili degli ultimi attacchi. Mentre il primo è nato nel 2017 dalla fusione di al-Qaeda nel Maghreb islamico con gruppi maliani (come Ansar dine, al-Murabitun e Katiba macina), il secondo è sorto nel 2024 dall’unione di diverse forze separatiste tuareg.

Alleanze e inimicizie

Entrambi i gruppi combattono contro il governo di Bamako. Ma con obiettivi differenti: lo Jnim impone la legge islamica e riscuote tasse nei territori sotto il suo controllo, il Fla mira all’indipendenza dell’Azawad. E così, mentre lo Jnim opera anche in diversi altri Paesi dell’Africa Occidentale (come Burkina Faso, Niger, Benin e Togo), il Fla si concentra nella zona tradizionalmente abitata dal popolo tuareg, tra il Sahara e il Sahel.

Proprio per questo, in passato, la relazione tra i due gruppi (e i loro predecessori) è stata spesso fluida. Si sono alternati momenti di scontro – come tra il 2019 e il 2020 con combattimenti per il controllo del Nord del Mali – e fasi di collaborazione – ad esempio, nel 2012 quando i tuareg e gruppi affiliati ad al-Qaeda si sono alleati per conquistare il Nord o nel 2024 quando Fla e Jnim si sono coordinati per attaccare un convoglio armato a Tinzaouaten (nel Nord Est).

Nel breve periodo, quindi, secondo Bulama Bukarti (analista esperto di gruppi armati in Africa subsahariana, intervistato dall’emittente qatariota Al Jazeera), la collaborazione può funzionare: «Per ora, il nemico comune è il governo. Nel tempo, però, l’alleanza non può durare perché i due gruppi aspirano a dare un’immagine differente: il Fla vuole essere considerato una “forza repubblicana” che lotta per l’indipendenza del proprio territorio, non un gruppo che usa la violenza; lo Jnim invece si serve della violenza per raggiungere i propri obiettivi».

Instabilità regionale

Goïta ha rilasciato le prime dichiarazioni pubbliche solo tre giorni dopo gli attacchi, denunciando un tentativo di colpo di stato ai suoi danni e rassicurando la popolazione sul fatto che la situazione era sotto controllo. Ma negli attacchi, oltre a Camara, sarebbe rimasto ucciso anche il capo dell’intelligence maliana, Modibo Koné, fedelissimo del presidente. Nel frattempo, il ritiro senza colpo ferire dei mercenari russi da Kidal ha sollevato perplessità sulle reali capacità difensive dei contractor, a cui il governo maliano (ma anche altri Paesi dell’area, come il Niger) ha deciso di affidarsi per la sicurezza del proprio territorio (concedendo in cambio l’accesso a importanti asset economici, come la miniera d’oro di Yanfolila).

Ma mentre il regime maliano e i russi cercano di recuperare credibilità – diffondendo anche immagini di un incontro tra Goïta e l’ambasciatore di Mosca nel Paese – i gruppi armati annunciano l’inizio di un «assedio totale» a Bamako. E così, il Sahel diventa sempre più il «focolaio di terrorismo più letale al mondo», come riportato dal Global terrorism index (indicatore della diffusione del terrorismo).

Aurora Guainazzi




Bangladesh. Tensioni in vista del voto

La lunga transizione politica del Bangladesh si avvicina a un punto di approdo. 
Nel paese dell’Asia meridionale con oltre 170 milioni di abitanti, al 90% musulmani, il governo ad interim guidato dal Primo ministro Muhammad Yunus ha annunciato le elezioni politiche per l’aprile 2026.

Il premio Nobel per l’economia era stato scelto per guidare il Paese dopo le ampie proteste popolari che, nell’agosto 2024, avevano costretto alla fuga l’ex Primo ministro Sheikh Hasina, rifugiatasi in India. L’intervento dei militari aveva riportato l’ordine e si era scelta la soluzione di un esecutivo provvisorio, per promuovere una serie di riforme e indire poi nuove elezioni.

Questa fase sociale, protrattasi per oltre un anno, è risultata molto fluida: scontri tra i seguaci di partiti politici diversi hanno continuato a creare tensione e instabilità sociale. In particolare, membri della Awami League, il partito dell’ex Premier Sheikh Hasina, hanno attaccato attivisti del National Citizen Party, il partito studentesco ufficialmente presentatosi agli elettori all’inizio del 2025, e nuovo attore sulla scena politica.

Un fattore di incertezza riguarda la vicenda di Hasina: a novembre, un tribunale ha condannato a morte la donna, dopo un processo durato diversi mesi, emettendo la sentenza in contumacia. La Corte per i crimini internazionali del Bangladesh l’ha ritenuta colpevole di aver ordinato la repressione della rivolta studentesca nel 2024, in cui vennero uccise circa 1.400 persone. Hasina è stata condannata all’ergastolo per crimini contro l’umanità e alla pena di morte per aver ordinato gli omicidi dei manifestanti. La difesa ha sostenuto che le accuse sono «infondate e politicamente motivate», definendo la corte «un tribunale farsa». Il verdetto potrà essere impugnato presso la Corte Suprema. 

Questo è lo scenario che si profila alla vigilia delle elezioni, cui non parteciperà la Awami League, il partito di Sheikh Hasina, messo al bando dalla Commissione elettorale con una mossa che ha acuito la polarizzazione sociale e le tensioni.


Avrà un peso sul voto anche la situazione economica: la popolazione avverte le conseguenze del crollo del settore industriale, del vistoso calo degli investimenti esteri, dell’inflazione in continua ascesa con i beni di prima necessità sempre più costosi.

Tra le minoranze religiose del Bangladesh (cristiani, induisti, buddisti), si registrano, inoltre, preoccupazioni per il ritorno dei partiti islamisti radicali sulla scena politica: la Corte Suprema del Bangladesh, infatti, ha revocato il bando al maggiore partito musulmano del Paese, per oltre dieci anni relegato ai margini della società. Il Jamaat-e-Islami potrà prendere parte alle prossime elezioni generali e si appresta ad ampliare la sua base di consenso politico.

Il pericolo, segnalato soprattutto da enti della società civile, è l’influenza che i partiti islamisti potranno avere nel futuro governo del Paese. Per questo si chiede al governo ad interim di concludere l’iter delle riforme costituzionali prima delle elezioni, definendo un quadro istituzionale e giuridico secondo principi di democrazia, pluralismo, uguaglianza.

In una marcia pacifica tenutasi a Dacca nel novembre scorso, i cattolici (500mila in tutta la nazione) hanno voluto segnalare alle autorità e all’opinione pubblica i diversi episodi di violenza che «gettano un’ombra sulla convivenza», ha dichiarato all’agenzia «Fides» il vescovo ausiliare di Dacca, Subroto Boniface Gomes.
l 7 novembre una bomba rudimentale è esplosa davanti al cancello del complesso della cattedrale di Santa Maria a Dacca e un altro ordigno è esploso al collegio di San Giuseppe mentre, agli inizi di ottobre, una bomba è stata lanciata contro la chiesa cattolica del Santo Rosario, la più antica della capitale. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità degli attacchi terroristici. Ai fedeli, i vescovi hanno chiesto di «vigilare, essere prudenti e di custodire fede, speranza e carità».

Paolo Affatato




Mozambico. Nuova ondata jihadista

 

Il fuoco sembrava spento. Invece si è riacceso improvvisamente e Cabo Delgado, in Mozambico, è tornato a incendiarsi. Dopo diversi mesi di relativa tranquillità, la provincia è stata teatro di una nuovi attacchi terroristici che il mese scorso, stando a stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), hanno costretto più di 99.000 persone, tra cui 61.492 bambini, ad abbandonare le proprie case. Molte aree sono tornate sotto il controllo dei miliziani islamici senza che l’esercito mozambicano e i suoi alleati, le truppe del Rwanda e quelle della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc), riuscissero a contenerne l’avanzata.

Nei mesi precedenti la nuova offensiva, secondo quanto riportano gli analisti, i gruppi jihadisti hanno lavorato sul campo con le comunità locali con un’azione di indottrinamento instillando odio nei confronti del governo di Maputo che ha sempre trascurato il Nord del Paese. I jihadisti si sono poi presentati come alleati delle comunità locali acquistando anche le merci dei contadini a prezzi maggiorati.
Dopo l’uccisione in battaglia, nell’agosto 2023, di Bonomado Omar, o Ibn Omar, considerato il carismatico leader locale dei jihadisti mozambicani, in molti si erano illusi che fosse iniziata la parabola discendente del terrorismo a Cabo Delgado. I fatti stanno dimostrando che così non è stato.

Con un sostrato popolare in certe aree non ostile, i terroristi si sono riorganizzati. Fonti locali credibili indicano che si sia addirittura formato un nuovo gruppo, con base nella zona di Macomia, più giovane, dinamico e aggressivo rispetto al precedente, e per adesso non necessariamente in competizione. Sarebbe proprio questa compagine ad avere scatenato l’inferno nel corso del 2024. I suoi biglietti da visita sono distinguibili rispetto a quelli degli attacchi tradizionali: anzitutto, una chiara retorica anti cristiana.
Nel posto di blocco che hanno stabilito per entrare a Mucojo (che, secondo quanto si sa da fonti non ufficiali, starebbe ancora sotto il controllo dei jihadisti), negato veementemente dalle autorità locali, passano soltanto autisti musulmani o chi può pagare più di 50mila meticais (equivalente a circa 650 euro). I terroristi hanno addirittura condiviso nelle reti sociali una loro dichiarazione, scritta in portoghese e inglese, spiegando le regole di questo «casello» da loro controllato.
Ancora in senso anti cristiano, l’attacco del 12 febbraio a Mazeze (distretto di Chiúre, estremo sud di Cabo Delgado, al confine con la provincia di Nampula) ha visto la distruzione, oltre che del mercato e del piccolo ospedale locale, anche della chiesa e della casa del parroco. In secondo luogo, i jihadisti che hanno portato gli ultimi attacchi rivelano un’eccellente capacità di sorprendere l’avversario, fatto che dimostrerebbe un lavoro di contro intelligence di alto livello, assai preoccupante.

Il grande interrogativo che tutti, in Mozambico, si pongono, è quale sarà il futuro di Cabo Delgado e dei suoi abitanti, al netto di ciò che Total vorrà fare rispetto al suo investimento sul gas. La Missione Samim (Sadc mission in Mozambique) ha già annunciato che lascerà il paese a giugno, anche se non è da escludere un ripensamento, viste le condizioni attuali sul terreno. Il Rwanda è presente con più di duemila effettivi; certo, potrebbe ancora aumentare il numero dei suoi militari, ma il prezzo che il Mozambico dovrà pagare a Paul Kagame sarà poi altissimo. Sullo sfondo, una disponibilità russa nell’aiutare l’alleato mozambicano a debellare il nemico jihadista. La prima volta, con la Wagner, andò male, ma adesso, forse, l’esperienza potrebbe essere più positiva, per gli interessi di Mosca.

Gli Stati Uniti hanno promesso ulteriori aiuti. L’annuncio è stato fatto dall’ambasciata Usa a Maputo in una nota diffusa al termine di una visita di cinque giorni nel Paese di Anne Witkowsky, assistente segretario di Stato americano per le operazioni di stabilizzazione.
«Gli Stati Uniti intendono fornire 22 milioni di dollari in nuovi finanziamenti nel 2024, una volta avuta l’approvazione del Congresso, per aiutare il Mozambico negli sforzi di stabilizzazione nelle regioni settentrionali – si legge nella nota – con questo investimento, gli Stati Uniti avranno destinato quasi 100 milioni di dollari all’assistenza incentrata sulla stabilità nel nord del Mozambico a partire dal 2022».

Le autorità del Mozambico temono che il contrabbando di legname nella provincia di Cabo Delgado, che si stima frutti circa 1,8 milioni di euro al mese, possa finanziare le attività dei gruppi ribelli che agiscono nell’area nord orientale del Paese.
«Sebbene non vi sia traccia di legami diretti con il terrorismo, il fatto che il contrabbando di legname e di altri prodotti forestali avvenga in aree con una attiva minaccia terroristica suggerisce che questa attività sia stata una fonte di reddito per i terroristi, dal momento che si stima che il contrabbando di legname a Cabo Delgado frutti ai contrabbandieri circa 125 milioni di metical al mese», si legge nel Rapporto nazionale di valutazione del rischio di finanziamento del terrorismo, riportato dall’agenzia Lusa.

Il Regno Unito sosterrà il Mozambico con circa 10 milioni di euro per far fronte alla crisi umanitaria nella provincia settentrionale di Cabo Delgado dovuta agli attacchi terroristici, ma anche alle conseguenze negative degli eventi meteorologici estremi. È quanto riferito negli scorsi giorni da Radio France internationale (Rfi), citando l’Alto commissario britannico a Maputo, Helena Lewis, al termine di una visita di tre giorni nel nord del Paese, colpito da attacchi terroristici.
«Data la situazione con nuovi sfollati, forniremo oltre 8,3 milioni di sterline nei prossimi tre anni nel settore dell’accoglienza, della salute mentale e anche per il coordinamento della comunità internazionale, e in un settore molto importante dell’identità per rifare e offrire nuovamente i documenti di identificazione per gli sfollati», ha sottolineato Helena Lewis, ricordando che questo sostegno si aggiunge a quello dell’anno scorso: «Abbiamo già fornito più di 28 milioni di euro alla provincia di Cabo Delgado in termini di aiuti umanitari non solo in risposta agli attacchi e per gli sfollati, ma anche a causa degli eventi climatici», ha concluso.

Enrico Casale