La sovrapposizione di periodi sacri come la Quaresima e il Ramadan – che nel 2026 per i fedeli cristiani e musulmani coincidono – offre un’opportunità unica per rafforzare l’armonia intercomunitaria nella variegata società indonesiana.
Nel Paese musulmano più popoloso al mondo (il 90% dei 275 milioni di abitanti segue il Profeta, mentre i cattolici sono circa 10 milioni), l’islam – giunto nel XIII secolo con i mercanti, non con guerre di conquista – ha storicamente dato prova di tolleranza e di moderazione, e ancora oggi ha una forma definita Islam Nusantara, cioè l’islam dell’arcipelago, che ne indica il volto pacifico, aperto, dialogico, inclusivo.
Laboratorio spirituale per rafforzare l’identità indonesiana
Nell’incontro tra Quaresima e Ramadan la popolazione indonesiana, a tutti i livelli, e nelle diversità delle 17mila isole di cui è composto il territorio del Paese, vive il tempo sacro condiviso come occasione di potente «laboratorio spirituale», per ribadire che l’elemento della fede non è solo una scelta individuale, ma rappresenta una «forza nazionale comune», parte integrante dell’identità indonesiana, come d’altronde si afferma nella Pancasila, la Carta dei cinque principi che è alla base della convivenza civile nel vasto e plurale paese del Sudest asiatico, rinomato per la sua diversità culturale e religiosa.
Questo laboratorio spirituale si è espresso in una miriade di incontri, seminari, assemblee disseminate su tutto il territorio. Un esempio è quello di Giacarta, dove i cattolici, in un clima di solidarietà e accoglienza, sono partiti dalla cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione per raggiungere, tramite il sottopasso stradale ribattezzato «tunnel dell’amicizia», i musulmani che si recavano per la preghiera del venerdì alla vicina Moschea Istiqlal. Altro gesto è quello della condivisione tra musulmani e cristiani dell’iftar, l’interruzione serale del digiuno durante il Ramadan. Una pratica che serve a rafforzare i legami della relazione umana e della reciproca benevolenza.
Quaresima, Ramadan, Capodanno cinese e Capodanno induista
Un’atmosfera di speciale fratellanza si è vissuta, in modo ancora più particolare, durante la terza settimana di febbraio che ha visto la celebrazione del Capodanno cinese (il Chūn Jié) il 17 febbraio, l’inizio della Quaresima il 18, e l’inizio del Ramadan il 19.
Dato che nell’arcipelago indonesiano esiste una folta comunità cristiana di origine cinese, questa settimana sacra condivisa ha generato riflessioni teologiche, pratiche pastorali, e iniziative interreligiose e interculturali che hanno coinvolto fedeli musulmani e cristiani con le comunità cinesi.
Come ha ricordato l’agenzia Fides, le iniziative interreligiose hanno coinvolto anche gli indù, soprattutto nell’isola indonesiana di Bali, a maggioranza induista: lì i credenti indù hanno vissuto il 19 marzo il «Giorno del silenzio», il «Nyepi», il capodanno induista. Sull’isola, nota per i flussi turistici, quel giorno è stato caratterizzato da 24 ore di blocco totale: niente luci, traffico, Internet, rumore o viaggi (anche l’aeroporto è stato chiuso). Il «Nyepi» è un momento di introspezione e purificazione per i credenti indù, ma l’iniziativa è stata condivisa anche da credenti musulmani e cristiani che, insieme, hanno espresso il comune desiderio di pace, ricordando specialmente l’ultima guerra iniziata in Medio Oriente.
Il comune desiderio di rinnovamento
«Questi periodi sacri simultanei rivelano un desiderio condiviso e un orientamento comune verso il rinnovamento interiore, una profonda trasformazione e un nuovo inizio, che ha sempre una inclinazione alla pace», dice a Missioni Consolata don Aloysius Budi Purnomo, segretario della Commissione per le relazioni interreligiose nella Conferenza episcopale d’Indonesia. «La Quaresima chiama i cristiani al pentimento e alla conformità a Cristo. Il Ramadan invita i musulmani a coltivare la disciplina, la consapevolezza di Dio e la solidarietà. Il Chūn Jié incoraggia le famiglie a liberarsi dai fardelli del passato e ad accogliere la novità attraverso la riconciliazione e gli incontri familiari. Il Giorno del silenzio invita ogni uomo a tornare in se stesso», aggiunge. «Insieme – conclude don Purnomo – queste tradizioni rimarcano che il rinnovamento spirituale è un profondo desiderio di ogni persona che cerca la autentica felicità: questa è un’esperienza interiore e spirituale che si riflette anche nella vita comunitaria e sociale, e si realizza nell’armonia delle relazioni interpersonali».
Paolo Affatato
La sognatrice e la manager
In un’isola dell’arcipelago, un’attivista per diritti delle donne ha un’idea. Poco a poco la realizza grazie al pragmatismo di persone che la appoggiano. Ne nasce un ente che aiuta le donne indigene a diventare autonome. Con ricadute su tutta la società rurale.
Batutumonga. Partiamo con il fuoristrada da Rantepao, in direzione Nord. La strada si inerpica sulla montagna e talvolta si fa stretta e ripida. A un certo punto siamo costretti a fermarci, dietro una curva, due auto si sono toccate e non si riesce a procedere. Solo gli scooter continuano a sfrecciare nelle due direzioni. Siamo in coda con diversi camioncini che trasportano persone e derrate di ogni tipo.
Tutto intorno la natura è lussureggiante: piante con grandi foglie, banani, alberi ad alto fusto, conifere a fianco di palme di svariati tipi. Poi giganteschi cespugli di bambù con canne di grosso diametro. Siamo sull’isola indonesiana di Sulawesi, nelle montagne del Sud Ovest, la regione conosciuta come Toraja (pronuncia toragia), perché abitata dalla popolazione che porta questo nome.
Stiamo andando a Batutumonga a incontrare Dinny Jusuf, la fondatrice di «Torajamelo». È mattina, le nuvole sono basse. Salendo di quota, una bruma spessa avvolge ogni cosa. Arriviamo nel villaggio e, nella piazzetta principale, le magnifiche tonkonan, le case tradizionali con il tetto a forma di barca, compaiono in mezzo nebbia. È un’atmosfera da favola.
Per raggiungere la casa di Dinny occorre inerpicarsi a piedi per alcuni minuti. Ma arrivati la vista sulla valle è mozzafiato.
Torajamelo, in lingua locale significa «Bellezza toraja». È un ente che si occupa dei diritti delle donne indigene. E lo fa attraverso l’arte della tessitura. Siamo qui per farci spiegare come.
Dinny è una signora vispa, loquace, con i caratteri somatici più da Asia continentale che da Toraja. Ci accoglie calorosamente e si presenta: «Normalmente mi definisco come nonna, madre, moglie e sognatrice. Perché sogno una vita migliore, soprattutto per i popoli indigeni, qui in Indonesia».
Ci accomodiamo sulla terrazza ammirando le risaie circondate da montagne. «Il mio background è da bancaria, ho lavorato per una grande banca d’affari per dieci anni e viaggiavo molto. Poi quando ho avuto i miei due figli da crescere, ho lasciato la banca e ho iniziato a interessarmi dei diritti delle donne».
Era l’inizio del 1998, a maggio sarebbe caduto il dittatore Suharto dopo oltre trent’anni di regime (cfr. MC ottobre2025).
Dinny aderì al gruppo Voices of concerned mothers (voci delle madri impegnate), per chiedere giustizia contro le sparizioni di persone per ragioni politiche. Poi gli studenti scesero in piazza e ci furono disordini e repressione.
La comunità cinese fu presa di mira (gli indonesiani di etnia Han) con uccisioni e stupri delle donne. Dinny è di madre cinese: «Io e la mia famiglia non ci sentivamo sicuri, per cui andammo via, soprattutto per i figli, ci trasferimmo a Perth in Australia».
In Australia diventò attivista di Amnesty International. «Quando i miei due figli iniziarono l’università, io tornai in Indonesia. Qui mi fu chiesto di diventare segretaria generale della Commissione nazionale antiviolenza contro le donne, istituita dal presidente B.J. Habibie che era succeduto a Suharto e voleva evitare che accadessero altre violenze di genere».
Basata a Giacarta, la capitale, Dinny doveva coordinare un ufficio con decine di persone e viaggiare ai quattro angoli dell’Indonesia, per parlare con le donne e raccogliere storie di violazioni. «L’Indonesia appare così bella e pacifica, ma sotto c’è ancora molta violenza nei confronti delle donne. Anche oggi, a causa di una cultura del patriarcato. Qui nella zona Toraja le donne sono trattate con una certa uguaglianza, sia dalle pratiche tradizionali che dalle religioni. Ma in altre regioni le leggi tradizionali locali, la religione e pure lo Stato, possono essere violenti verso le donne».
Verso la fine del 2007, Dinny andò in sovraaffaticamento, in burn out. «Ero sul punto di rottura. Chiesi a mio marito di andare a vivere a Toraja, perché amo questo posto. Così nel 2008 iniziammo a costruire questa casa.
Io amavo andare a fare escursioni e, per riprendermi, cominciai a percorre questo territorio, passando nelle comunità».
Percorrendo i villaggi, l’attenzione dell’attivista fu attratta da qualcosa di anomalo: «Notai una presenza di bambini e neonati, con caratteri somatici più cinesi che toraja. La cosa mi stupì e iniziai a indagare». Dinny scoprì che molte ragazze e donne toraja, costrette a emigrare per cercare lavoro, in particolare in Malaysia e Singapore, subivano violenze o comunque andavano incontro a maternità indesiderate. Tornavano in patria dove partorivano e affidavano i figli a nonne e zie per poi ripartire. «Avevo scoperto questo disagio diffuso tra le donne toraja. Il mio cervello iniziò a mettersi in moto. Mi venne in mente che, nel villaggio di mia suocera,
Sa’dan, in passato c’era la cultura della tessitura tradizionale. Ma la pratica stava morendo, e le giovani non tessevano più».
Le cause erano molteplici. Le migrazioni forzate volute da
Suharto da Giava verso le altre isole, avevano diffuso – o imposto – la cultura del batik, che è un diverso tipo di tessuto e lavorazione, non originario di questa zona. Per le cerimonie ufficiali occorreva usare il batik. Fu una sorta di colonizzazione culturale.
In seguito, nel 2002, gli attentati terroristici islamisti a Bali (tre bombe causarono 202 morti, di cui molti stranieri, e oltre 200 feriti), ebbero l’effetto di allontanare i turisti da tutta l’Indonesia, eliminando un mercato importante per le tessitrici. La tessitura non dava più reddito.
«La mia idea fu quella di far rivivere la tessitura tradizionale. Se le donne possono vivere di questo, hanno i mezzi per restare a casa, essere in sicurezza, non subire violenze o rapporti indesiderati. È così che Torajamelo è cominciato nel 2008».
Il marito di Dinny e una delle sue sorelle, disegnatrice di moda, assecondarono l’idea della «visionaria» e la aiutarono nella realizzazione.
Nel 2010 l’attività venne formalizzata in due strutture: una fondazione non profit e una società profit. «Volevamo svincolarci dal dover chiedere sempre soldi a terzi, avendo una società che poteva produrre profitto, ma che aveva certe caratteristiche. Più tardi sarebbe stata chiamata impresa sociale. Quindi sono diventata un’imprenditrice sociale».
«La nostra mission aveva dunque due obiettivi: il primo, appoggiare le donne indigene, per dare loro un’opzione lavorativa in modo che non fossero costrette a migrare, a lasciare il villaggio. E questo tramite la tessitura. Il secondo, collegato, era rilanciare la tessitura tradizionale, come elemento culturale. Io, inoltre, speravo di poter vivere qui in Toraja. Ma mi illudevo».
Primi passi
«All’inizio andavo su e giù per le colline della zona di Sa’dan. È la zona di cui è originaria mia suocera. Cercavo le donne che producevano ancora». Sa’dan è a circa un’ora di auto da Batutumonga, in un’altra valle a Nord di Rantepao.
Dinny spiegò l’idea alle tessitrici, la propose alle giovani, organizzò formazioni. Oltre a rilanciare la produzione, occorreva trovare dei nuovi mercati, proponendo anche modelli innovativi e di buon livello.
«Nelle formazioni insegniamo (ancora oggi) alle tessitrici la giusta combinazione dei colori e motivi, e pure le tecniche. Nel Toraja i colori tradizionali sono quattro: nero, rosso, giallo e bianco, per le cerimonie. Colori luminosi che non piacciono a Giacarta, e in altri Paesi, come in Giappone, dove preferiscono blu o altri colori più scuri, che seguano il trend della moda.
Io e mia sorella abbiamo iniziato a fare le formazioni, poi abbiamo chiamato esperti esterni.
Molte delle tessitrici che seguono i nostri corsi non sanno leggere e scrivere, sono semplici madri. Quindi applichiamo uno speciale metodo di formazione».
«Per organizzare il marketing io dovetti andare a Giacarta. Mia sorella, invece, ci aiutò creando i modelli. L’operazione ebbe successo e il business crebbe. Dovevamo avere un negozio, un ufficio in capitale. Non mi piace Giacarta, per il traffico, l’inquinamento. Ma abbiamo dovuto farlo, quindi ho accettato. Nel periodo dal 2010 al 2014 ci siamo focalizzate sul Toraja e le sue tessitrici».
Torajamelo acquisì con il tempo una certa visibilità, le sue attività e i suoi modelli iniziarono a essere conosciuti nell’arcipelago. «Donne, organizzazioni, e gruppi indigeni di altre isole cominciarono a chiederci di aiutare le tessitrici delle loro aree. Chiedevano aiuto in formazione, marketing, e diffusione dei prodotti».
Le attività aumentano
A Torajamelo dovettero stabilire dei criteri per decidere quali richieste appoggiare. «Il primo criterio era quello di intervenire in aree di forte emigrazione delle donne. Il secondo era che ci fosse in loco una buona organizzazione di base, con la quale fare il partenariato. Infine, terzo: dovevano già esserci tessitrici, perché è questo il nostro punto di entrata».
Le attività di Torajamelo crescevano. Le comunità interessate si moltiplicavano. Nelle isole di Lombok, Nusa Tenggara, Timor, Flores iniziarono partenariati. Anche la quantità di ordini era in crescita. «A volte alcune società ci ordinavano un gran numero di tessuti. Ma il nostro principio era, ed è, che non vogliamo fare una fabbrica. Non vogliamo usare le macchine per la tessitura, ma i telai manuali tradizionali. Non vogliamo neppure mettere tutte le donne in un unico posto, perché le madri non devono lasciare il villaggio, altrimenti ne patiscono i bambini, l’ambiente, tutto.
Così, quando arrivano degli ordini molto grossi, li frazionano. Potendo contare sul partenariato di 15 comunità, abbiamo una base di centinaia di tessitrici. Ad esempio, una nota società di cosmetici ci commissionò 500 pezze di stoffa in breve tempo. E riuscimmo a soddisfare la richiesta».
Oggi le comunità del Toraja sono autonome. Non hanno più bisogno dei servizi di Torajamelo, né dal punto di vista formativo, né da quello del marketing. «Capita che commissioniamo loro una produzione, ma, di fatto, sono indipendenti».
«Nel 2019 avevamo già vinto alcuni premi ed eravamo famose. Avevamo dei mercati in Giappone, a Milano, a Londra. Anche grazie a contatti amici che ci hanno aiutate.
Poi arrivò il Covid. Pensai che occorreva digitalizzare tutto, oppure avremmo dovuto chiudere. Io sono una nonna e non sapevo da dove cominciare».
Dinny era presa da questo dilemma, quando incontrò una volontaria di Torajamelo, ma non una qualsiasi. «Dal 2017 avevamo come consigliera volontaria una certa Aparna Bhatnagar Saxena, un ingegnere di Mumbai, India, che era vicepresidente di Dhl logistica. Lei lavorava a Singapore e nel tempo libero promuoveva Torajamelo. Da un po’ di tempo stavo cercando qualcuno che mi rimpiazzasse, ma non trovavo nessuno che volesse, oppure fosse abbastanza bravo per farlo. Non si guadagna bene, ed è molto impegnativo. Non è un lavoro normale, occorre avere la passione. Quando ho visto Aparna a Singapore mi sono detta: è lei. Però non avevo abbastanza budget per farle una proposta».
Mentre Dinny parla con entusiasmo dell’incontro, un grande rapace spicca il volo da un albero del bosco vicino, volteggia proprio davanti a noi e poi vola via lontano nella valle. Dinny si interrompe ed esclama: «È bellissimo! È un buon segno, significa che siete i benvenuti».
Passarono alcuni anni e Dinny incontrò Aparna una seconda volta: «Ero in ufficio a Giacarta e lei è apparsa. Mi ha spiegato che aveva cambiato lavoro e si era trasferita nella capitale indonesiana. Lavorava adesso nell’e-commerce per un’azienda legata ad Ali Baba (il colosso e-commerce cinese, nda). Veniva a chiedermi se, nei fine settimana, poteva fare la consigliera d’affari volontaria».
Dopo alcuni mesi, arrivò il Covid e per Dinny è iniziò il dilemma. «Nel marzo 2020 chiesi ad Aparna di diventare direttrice esecutiva di Torajamelo. In pratica di sostituirmi con l’obiettivo di digitalizzare la società. Dopo diverse settimane, invece di darmi una risposta, mi fece due domande. La prima: “Ti fidi di me?”. “Ma certo”, risposi, “abbiamo lavorato insieme per tre anni, quindi ci conosciamo abbastanza”. La seconda domanda: “Accetteresti che io gestisca
Torajamelo in maniera diversa da te?”. “Sicuro”, risposi io. Così, nel giugno 2020, Aparna Saxena divenne la Ceo (direttrice esecutiva, nda) di Torajamelo. È riuscita a digitalizzare la società, rendendo i prodotti delle nostre donne disponibili anche online, sulla piattaforma ahana.com». Ahana è un marchio creato da Torajamelo, e vende anche altri brand, che devono rispettare stringenti criteri di sostenibilità nella catena produttiva.
Dinny Jusuf da allora ricopre il ruolo di presidente, oltre che fondatrice e consigliera. L’attivista è impegnata anche come consulente presso altre strutture del settore, come il dipartimento dello Stato che si occupa di artigianato. Intanto, un amico di Dinnya, Bhimanto, ha preso in carico la parte della formazione.
Nel 2019 Torajamelo iniziò anche un progetto di ecoturismo, ovvero turismo in appoggio delle comunità. Cominciò insieme a una Ong internazionale, con formazioni indirizzate ad abitanti dei gruppi di base, ma poi il Covid ne bloccò lo sviluppo.
«Io sogno in una collaborazione tra Indonesia e India. Adesso stiamo stabilendo legami con il Giappone, siamo state recentemente a un’importante fiera a Osaka. C’è un tessuto particolare, chiamato ikat, fatto a Okinawa (Giappone), in Gujarat (India) e a Bali (Indonesia). Stiamo stabilendo un triangolo della tessitura».
Attualmente il mercato di Torajamelo è soprattutto in Indonesia, e in larga parte nel cosiddetto business to business (B2B in sigla), ovvero nella vendita ad altre società. In minor misura i tessuti sono venduti anche al consumatore finale. Questo avviene soprattutto per capi di moda. Inoltre, il suo mercato si è molto esteso grazie all’online.
«Nel febbraio dello scorso anno siamo state invitate dal Governo indiano a una grande fiera culturale del tessile in India, dove erano rappresentate circa seicento etnie. Aparna ha firmato un accordo con il ministro degli Affari tribali indiano, per scambiare prodotti indiani e indonesiani.
Inoltre, Torajamelo è stata accreditata come Ong presso l’Unesco, per fornire consulenza su Intangible cultural heritage (patrimonio culturale immateriale). Grazie ad Aparna siamo anche parte di Un Women (l’ente Onu per l’uguaglianza di genere, nda).
Il successo di Torajamelo
«La nostra parola chiave oggi è “collaborazione”, nello specifico su donne, educazione e ambiente. Collaborazione con governi, altre Ong, imprese sociali, comunità, sui temi della giustizia economica per le donne, in particolare indigene e delle comunità locali».
Chiediamo a Dinny come misura il successo di Torajamelo. «Intanto esistiamo ancora e siamo sostenibili. Considerate che io e Aparna non siamo pagate da Torajamelo, ma viviamo di altre consulenze. Il successo è quando le tessitrici indigene non hanno più bisogno di noi, come in Toraja. Qui hanno le loro competenze e le reti di vendita. Il loro reddito è aumentato di cinque volte. Eppure lavorano da casa».
E conclude: «Aparna si lamenta, dice che io sono la sognatrice e lei è la lavoratrice».
È uno dei Paesi più popolosi del mondo. Quello con il maggior numero di fedeli musulmani. Si trova in una posizione geografica strategica. E, con la sua storia, è stato precursore delle lotte anti coloniali.
Nusantara, ovvero «arcipelago». Così viene comunemente chiamata l’Indonesia dai suoi abitanti. Si tratta in effetti del più grande Stato-arcipelago del mondo, ufficialmente con le sue 13.466 isole (che nella realtà sono oltre 18mila), delle quali, però, solo circa duemila sono abitate. Un numero in continua evoluzione, a causa di eruzioni vulcaniche, tsunami e altri eventi naturali.
L’Indonesia è anche il quarto Paese più popoloso del mondo, dopo Cina, India e Stati Uniti, con i suoi oltre 280 milioni di abitanti. Circa la metà dei quali risiede sull’isola di Giava, la più moderna e sviluppata, dove si trova l’attuale capitale Giacarta (è in fase di costruzione, pianificata a tavolino, la nuova capitale, nel Borneo orientale, che si chiamerà proprio Nusantara).
L’Indonesia ospita anche la più grande comunità islamica del mondo, in quanto si stima che l’87,1% dei suoi abitanti siano musulmani (secondo i dati ministero dell’Interno indonesiano, seguono i protestanti, 7,4%, i cattolici, 3%, gli induisti, 1,67% e i buddhisti, 0,7%).
È anche la maggiore economia del Sud Est asiatico, con un prodotto interno lordo di 1.400 miliardi di dollari nel 2024 (l’Italia, ottava economia del mondo è a 2.370), con un tasso di crescita annuale del 5% (tutti dati Banca mondiale).
Un’altra particolarità del Paese è quella di occupare una grande estensione territoriale, circa cinquemila chilometri da Ovest a Est, coprendo ben tre fusi orari.
La sua popolazione è molto varia: si contano quasi trecento gruppi etnici e si parlano settecento lingue. L’idioma ufficiale, conosciuto da tutti, è il bahasa indonesia, lingua derivata dal malese con influssi da arabo, olandese, portoghese e inglese. Verifichiamo personalmente che l’inglese, magari di base, come lingua straniera, è piuttosto diffuso, soprattutto tra i giovani e pure tra i bambini.
Un Paese che ha tutte le carte in regola per essere considerato importante a livello mondiale, ma che, invece, è trascurato sia nella saggistica che nei media internazionali.
Una storia singolare
Anche la storia dell’Indonesia è originale e ha molto da insegnare. Dopo aver subito 350 anni di dominazione olandese (1600-1942) e tre e mezzo di efferata occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale, i nazionalisti indonesiani sono stati i primi a proclamare l’indipendenza di uno stato coloniale. È avvenuto il 17 agosto 1945, neanche due giorni dopo la capitolazione del Giappone con il discorso dell’imperatore Hiro Hito. Il Vietnam di Ho Chi Minh lo fece il 2 settembre.
Il movimento per l’indipendenza era guidato da Sukarno (o Soekarno) e Mohammed Hatta. Ma gli olandesi non volevano lasciare la ricca colonia e così iniziò la guerra di liberazione, che vide coinvolta anche la Gran Bretagna a fianco dei cugini europei. Questa fase storica passa sotto il nome (in bahasa indonesia) di «Revolusi». Si concluse nel 1949 con un a accordo di confederazione Paesi Bassi-Indonesia, poi sciolta unilateralmente dagli asiatici nel 1956. Fu una rivoluzione compiuta da una generazione giovanissima, di ragazzi tra i 15 e i 25 anni. Sukarno diventò il primo presidente della Repubblica d’Indonesia.
Si trattò del primo grande Paese colonizzato a diventare indipendente, fornendo ispirazione, secondo alcuni storici, ai movimenti anticolonialisti in Asia, Africa e mondo arabo. Un esempio però, molto spesso dimenticato.
Pochi anni dopo, nel 1955, a Bandung, sull’isola di Giava, si tenne la storica conferenza dei Paesi non allineati, dove si riunirono per la prima volta i leader dei neonati stati del «Terzo mondo», ovvero Asia e Africa, senza i Paesi occidentali (colonialisti). «Una pietra miliare nella nascita del mondo moderno», scrive David van Reybrouk, nel suo saggio Revolusi.
Scorcio del porto commerciale di Makassar. Si notino ragazze velate, bandiere indonesiane e una moschea sullo sfondo. Foto Marco Bello
I blocchi
La geopolitica della regione in quei decenni vedeva gli Stati Uniti impegnati nel contenimento del pericolo comunista. E Sukarno era troppo a sinistra. Il generale Suharto prese il potere nel 1965 (ufficialmente solo nel 1967), con la scusa di sventare un presunto colpo di stato comunista. Ci sono sospetti dell’implicazione della Cia. Suharto iniziò a gestire il Paese seguendo il cosiddetto «Nuovo ordine». Un regime dittatoriale, non rispettoso dei diritti civili, nel quale membri della sua famiglia si insediarono in posti chiave, approfittando, tra l’altro, della scoperta di nuovi giacimenti petroliferi. Appoggiato dagli Usa e con l’esercito dalla sua parte, nei primi anni fece uccidere tra 700mila e un milione di membri e simpatizzanti del Partito comunista indonesiano (il secondo in Asia dopo quello cinese). Il suo regime militare fu la presidenza più longeva, superando tre decenni.
La crisi economica asiatica del 1997 peggiorò notevolmente la vita della popolazione e accese le braci della rivolta. Nel maggio del 1998 gli studenti universitari manifestarono chiedendo le dimissioni del dittatore. I suoi pretoriani reagirono massacrando molti manifestanti, e avviando una campagna contro la comunità di origine cinese, i cui membri vennero uccisi e le donne stuprate. Suharto, tuttavia, fu costretto a dimettersi sotto la pressione popolare il 21 maggio 1998. La presidenza fu assicurata da Bacharuddin Jusuf Habibie che ebbe il merito di impostare la riforma dell’apparato legislativo in senso democratico, liberò i prigionieri politici e garantì libertà e diritti. Preparò, inoltre, le prime elezioni democratiche dal 1955.
Riformare il Paese
Questo processo fondamentale della storia dell’Indonesia, che ebbe inizio con la caduta di Suharto e durò a lungo, è chiamato la «Reformasi» (riforma). Avrebbe portato la Repubblica d’Indonesia a essere uno stato moderno, democratico e con una notevole crescita economica.
La Reformasi ha molto in comune con la Revolusi del 1945. Scrive Nasir Tamara, esperto internazionale di sviluppo: «Il maggiore principio condiviso tra la rivoluzione del 1945 e la Reformasi del 1998 è stato eliminare i privilegi (di una elite, ndr), chiamati dal popolo corruzione, collusione e nepotismo. E riaffermare l’importanza dei diritti umani e della equa distribuzione dei frutti dello sviluppo economico tra la popolazione». Secondo Nasrin: «C’è una forte continuità tra la rivoluzione del 1945 e la Reformasi del 1998, nella ricerca di rafforzare l’unità nazionale, non solo fisicamente, ma anche nei cuori e nelle menti della gente».
L’impostazione che il presidente Habibie diede alla Reformasi seguì due binari paralleli. Quello del decentramento nel rispetto delle molte culture, tradizioni, lingue, etnie e religioni, che fu garantito dalla Costituzione e dal nuovo apparato legislativo. E quello del rafforzamento dell’identità nazionale, grazie alla condivisione della storia comune, alla valorizzazione e all’unione delle diverse ricchezze locali (quali letteratura, architettura, arte), che in qualche modo costruivano la nazione. In questa maniera si evitò la deriva centralista, e anche la tendenza centrifuga mostrata nel passato da alcune regioni dell’arcipelago. Con il decentramento, l’autorità sui temi politici, economici e culturali passò ai territori, ponendo fine all’egemonia di Giacarta.
Equilibrismo e potenza economica
L’Indonesia di oggi ha raggiunto un buon livello di democrazia e il suo penultimo presidente, Joko Widodo (2016-2024), ha lavorato per fare diventare il Paese una potenza economica mondiale, con un obiettivo strategico fissato al 2045. Il suo successore, Prabowo Subianto (ex comandante delle Kopassus, le famigerate forze speciali di Suharto), sembra incamminato sulla stessa strada.
La sua posizione geostrategica mette in relazione Oceano Pacifico, Oceano Indiano, Australia e il sempre più conteso Mar cinese meridionale (dove c’è anche Taiwan). Ma questa potenzialità si può rivelare un’arma a doppio taglio, soprattutto nel caso si verificassero conflitti nei quali Nusantara potrebbe essere coinvolta. L’arcipelago cerca tradizionalmente di restare non allineato nei confronti delle due superpotenze Cina e Stati Uniti. Pechino, tuttavia, ha assunto un’importanza strategica sia per investimenti e aiuti allo sviluppo, sia per gli scambi commerciali. Mentre con Washington il partenariato privilegiato è nel campo militare e della difesa.
Il Paese dei primati sarà chiamato a mantenere la barra dritta per lo sviluppo e quindi per migliorare le condizioni di vita della sua popolazione, dando prova di grande equilibrismo e sperando in un mare non troppo avverso.
Marco Bello
Mappa del Sulawesi. L’isola è divisa in 6 provincie e due diocesi. La superficie è di poco superiore a metà di quella dell’Italia.
Il Sulawesi, anche chiamato Celebes, dal nome dei primi esploratori portoghesi, è la quarta isola più grande dell’Indonesia (dopo Sumatra, Borneo e Papua) e fa parte delle grandi isole della Sonda. È prevalentemente montagnosa con diversi vulcani e circondata da isole più piccole. Ha una superficie di 174mila km2, poco più della metà dell’Italia. Ha una forma molto particolare, che i suoi abitanti chiamano comunemente a «K», mentre i geografi la descrivono come composta da quattro penisole attaccate da un lato.
È situata a cavallo dell’Equatore, tra i Borneo, a Ovest e le Molucche a Est, una posizione strategica per il collegamento Est-Ovest, tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico, e Sud-Nord, tra Australia e Mar cinese meridionale. Posizione che la popolazione ha saputo sfruttare nella storia.
Gli abitanti sono circa 21 milioni, suddivisi in una quindicina di etnie, con lingue che variano a seconda della zona e pure da un’isoletta all’altra.
Il naturalista e antropologo inglese Alfred Russel Wallance, durante un viaggio nell’area, soggiornò in Sulawesi nel 1854. Wallace formulò la teoria dell’evoluzione delle specie in contemporanea con il più noto Charles Darwin, con il quale ci fu convergenza di idee. In base alle sue osservazioni identificò una linea di discontinuità biologica Nord-Sud tra Borneo e Sulawesi che divide la fauna dell’area indo-malese (lato Ovest) da quella dell’area australiana (lato Est). Zone geologiche differenti che videro un’evoluzione indipendente delle specie. Tale linea è nota come «Linea di Wallace».
In questo dossier, dopo una breve introduzione sull’Indonesia, vogliamo portarvi sull’isola a forma di K per presentarvi la sua gente accogliente e curiosa, ma mai invadente. Ti incontra per strada e ti chiede da dove vieni, e vuole fare una foto con te. Ti racconta la sua storia. Poi ti ringrazia unendo le mani e chinando lievemente il capo. Gente profondamente religiosa e molto ospitale.
Un viaggio con il quale attraverseremo il Sulawesi da Sud a Nord nel tentativo di capirne differenze e originalità.
Ma.B.
Makassar, zona del porto. Un tuctuc, trasporto pubblico per due persone e una vecchia casa di legno. Foto Marco Bello
Dal XIII al XV secolo. Islamizzazione dell’arcipelago. Gli arabi iniziano il commercio delle spezie con l’Europa.
XIV secolo. Apogeo del regno Majaphait, che si estende da Giava alla Nuova Guinea.
1511. I portoghesi giungono a Malacca e dieci anni dopo gli spagnoli nelle Molucche. Con loro arrivano i primi missionari cattolici portoghesi. Francesco Saverio è in quest’area intorno al 1546.
1595. Inizia la penetrazione olandese per il commercio delle spezie.
1602. Nasce la Compagnia olandese delle indie orientali (Voc), da interessi commerciali privati. I Paesi Bassi le conferiscono anche un mandato coloniale, oltre che il monopolio sulle spezie.
1605. La Voc conquista il forte portoghese di Ambon (Molucche): inizia la colonizzazione. Nello stesso periodo gli olandesi proibiscono l’arrivo di missionari cattolici, e portano il calvinismo. L’interdizione durerà fino al 1807.
Anni 30 del Novecento. Gli intellettuali nazionalisti indonesiani iniziano a organizzarsi e reclamano autonomia, democrazia e unità nazionale.
1942. La Germania nazista invade i Paesi Bassi. Il Giappone inizia l’occupazione dell’Indonesia, dove si distingue per l’efferatezza.
1945, 15 agosto. Il Giappone è sconfitto nella Seconda guerra mondiale, l’imperatore Hiro Hito dichiara la capitolazione. Il 17 agosto i nazionalisti indonesiani, guidati da Sukarno e Mohammed Hatta dichiarano l’indipendenza. I due leader diventano presidente e vice presidente rispettivamente. Ma i Paesi Bassi non sono d’accordo. Inizia la guerra d’indipendenza, chiamata «Revolusi».
1949. Termina la Revolusi con la creazione di una confederazione tra l’Indonesia indipendente e i Paesi Bassi. Tale struttura non funziona e nel 1956 si giunge all’indipendenza totale. Il presidente deve confrontarsi con le spinte autonomiste delle diverse isole.
1955, 18-24 maggio. Conferenza di Bandung tra paesi non allineati di Asia e Africa.
1965. Appoggiato dal partito comunista indonesiano, Sukarno dichiara la nazionalizzazione del petrolio. Il il 30 settembre un colpo di stato militare trasferisce di fatto i poteri al generale Suharto (appoggiato dagli Usa). Inizia il cosiddetto «Nuovo ordine», un regime centralizzato e repressivo. Tra 700mila e un milione di comunisti e simpatizzanti sono imprigionati o uccisi e il partito reso illegale.
1975. L’esercito indonesiano occupa Timor Est, che si era appena resa indipendente dal Portogallo. La popolazione resiste. Diventerà indipendente nel 2002 dopo il referendum del 1999.
1979. Suharto vara il progetto di migrazione forzata, e 2,5 milioni di giavanesi sono costretti a spostarsi su altre isole meno popolate.
1998, maggio. A causa della crisi economica del ‘97 la popolazione è allo stremo. Disordini a Giacarta, con uccisione di diversi studenti e persecuzione delle persone di origine cinese. In seguito alle proteste di massa Suharto si dimette. Bacharuddin Jusuf Habibie diventa presidente e avvia una serie di riforme. Inizia la «Reformasi» basata su democrazia, rispetto dei diritti e decentramento del governo.
1999. Dopo le prime elezioni democratiche, diventa presidente Abdurrachman Wahid, con vice Megawati Soekarnoputri, figlia di Sukarno che diventerà la prima donna presidente nel 2001, dopo l’impeachment di Wahid.
Ma.B.
Alcune tonkonan, case tradizionali toraja, nelle nebbie del mattino a Batutumonga (Rantepao). Foto Marco Bello
Dallo storico porto del Sud alle montagne del Centro. Dai muezzin ai toraja
La città portuale più importante dell’isola ha una posizione strategica sull’omonimo stretto. Trecento chilometri più a Nord cambia il clima e la struttura sociale e religiosa. Abbiamo la fortuna di visitare alcune comunità con una guida speciale.
Makassar. L’antica capitale del Sulawesi del Sud, oggi capoluogo dell’omonima provincia, è un importante porto. Chiamata Ujung Pandang durante la dittatura di Suharto (vedi cronologia), fino dal XVI secolo fu snodo commerciale fondamentale tra le «isole delle spezie» (le Molucche a Ovest) e lo stretto di Malacca a Est, ma anche tra Sud (Australia) e Nord (Filippine), lungo lo stretto di Makassar. Indipendente e aperta agli scambi fino al 1669, quando la potente Compagnia olandese delle Indie orientali (Voc, in sigla in olandese) riuscì a conquistarla e a imporre un proprio sultano fantoccio. In questo modo, gli olandesi mandarono via inglesi e portoghesi e si assicurarono il monopolio del commercio delle spezie da quest’area all’Europa.
Modernità
Oggi Makassar è una città di 1,5 milioni di abitanti, caotica e rumorosa, le cui strade sono percorse senza sosta da auto e innumerevoli motorini spesso smarmittati. I marciapiedi sono sconnessi, e in essi si aprono voragini, potenziali trappole per un passante incauto. Gli attraversamenti pedonali non esistono e occorre imparare una tecnica speciale per attraversare vie e corsi. Insomma, non proprio una città a misura di pedone.
Sulla costa, nei pressi del porto, il forte Rotterdam (e il suo museo), con le sue mura e i bastioni costruiti su una pianta a forma di tartaruga, ricorda le vestigia del passato coloniale olandese.
Più a Sud, sul corso Jalal Metro Bunga, nel quartiere ricco delle ville e dei mall (centri commerciali), ci stupisce il Trans snow world, un moderno palazzo all’interno del quale è ricreata artificialmente la neve e le ambientazioni alpine, con tanto di seggiovia. Qui i giovani makassaresi, provano l’ebbrezza di toccare la neve (artificiale) e passeggiarci sopra con stivali di gomma forniti al pagamento del biglietto. Sperimentano l’esperienza del freddo, ai tropici.
Makassar è anche fitta di moschee di ogni forma e dimensione. Spicca fra tutte la Masjid Kubah 99 Asmaul Husna: con le sue 99 cupole bianche e arancioni svetta su una lingua di terra che penetra il mare. I muezzin scandiscono il tempo di giorno come di notte. La maggior parte delle donne e delle ragazze, ma anche bambine, sono velate.
Monsignor Fransis Nipa, dopo le comunioni, benedice i bambini. Qui alla parrocchia Sant’Antonio di Rembon (Makale). Foto Marco Bello
Piccola Chiesa
Ci dirigiamo in centro, alla cattedrale intitolata al Sacro Cuore di Gesù. L’edificio originario fu ultimato nel 1900, ma subì in seguito diverse modifiche e allargamenti. Anche oggi ci sono lavori in corso. Qui troviamo gli uffici della curia.
Incontriamo don (pastor, in bahasa indonesia) I Made Markus Suma (abbreviato Made), che ci accoglie con un largo sorriso. Classe 1981, sacerdote diocesano, è incaricato dell’arcidiocesi di Makassar per le questioni legali, nonché docente di diritto canonico alla scuola per insegnanti di religione, lo Stikpar di Rantepao. È stato segretario dell’arcidiocesi ed è membro del Consiglio pastorale diocesano.
«Il nostro bellissimo Paese è a maggioranza islamica, ma noi viviamo bene insieme – ci dice pastor Made -. Questa nazione è una famiglia costruita sulla diversità». Il motto dell’Indonesia è infatti «Bhinneka tunggal ika», ovvero «Unità nella diversità». «Ad esempio, i miei nonni erano indù, originari dell’isola di Bali – continua Made -. Si trasferirono nel Sud Ovest del Sulawesi, in un piccolo villaggio, dove sono nato io. Vi si trova una piccola comunità di cattolici, che allora contava una ventina di famiglie, è oggi circa ottanta. Per venire a Makassar occorre un giorno di viaggio via terra e poi una decina di ore su un ferry (traghetto), e ancora ore di autobus».
L’arcidiocesi di Makassar è molto vasta. Il suo territorio è quello di tre provincie amministrative, oltre a Sud Sulawesi, Sud Ovest e Ovest, per un totale di 98mila km². Superficie pari al Nord Italia senza l’Emilia Romagna, ma con strade molto più strette, e spesso dissestate, con l’effetto di aumentare i tempi di percorrenza.
Su una popolazione di circa 13,5 milioni di abitanti (stima del 2023) i cattolici sono poco più di 140mila. Si parla, dunque, del 1-1,1%. I cristiani di altre denominazioni (calvinisti, luterani, pentecostali e altri), sono tra il 7,4 e l’8% in totale. I musulmani sono l’89,5%, mentre ci sono piccole comunità di induisti (1,5%) e buddhisti (0,6%). «Data la vastità del territorio – continua pastor Made – l’arcidiocesi è divisa in cinque vicariati, ognuno con un vicario episcopale a capo. In tutto ci sono 49 parrocchie e sette altre lo diventeranno presto. Ogni parrocchia ha, sul suo territorio, tra le 20 e le 30 cappelle».
Religioni «sorelle»
In Indonesia, e in Sulawesi in particolare, la Chiesa cattolica è una presenza di minoranza. Pastor Made ci parla dei rapporti con le altre religioni: «Viviamo qui insieme come fratelli e sorelle delle diverse comunità religiose. Abbiamo buone relazioni. Durante l’ultimo Ramadan abbiamo ospitato la festa conclusiva qui in curia. Abbiamo invitato non solo i musulmani, ma anche i protestanti e gli indù. Uno degli imam ha fatto una bellissima riflessione, basata sull’insegnamento dell’islam, ma anche in relazione con la nostra fede. Ha detto che siamo tutti fratelli e sorelle e creati da Dio a sua immagine. Nessuno tra di noi è straniero. Solamente il modo di esprimere la nostra religione è diverso, ma abbiamo la stessa radice, la stessa dignità come esseri umani».
Il sacerdote non nasconde che, talvolta, ci sono elementi integralisti. Il 28 marzo 2021, durante la celebrazione della Domenica delle Palme, due terroristi fecero esplodere una bomba proprio davanti al portone della cattedrale di Makassar. Morirono i due attentatori, mentre una ventina di fedeli furono feriti. «Dopo l’attentato diversi giovani, di varie religioni, compresi musulmani, vennero a darci supporto. “Non abbiate paura, siamo qui”, ci dicevano», ricorda pastor Made, mentre ci mostra una delle porte sante della diocesi.
Tipico cimitero toraja, scavato nella roccia, nei pressi di Batutumonga (Rantepao). Foto Marco Bello
I Toraja e l’inculturazione
Intraprendiamo il viaggio che ci porterà nella regione dell’etnia Toraja (pronuncia toragia), sulle montagne del Nord della provincia Sud Sulawesi. Occorrono circa dieci ore di autobus. La strada è stretta e impervia, pur essendo la più importante arteria della zona. Inoltre, a causa delle piogge anomale, alcune frane hanno ulteriormente ridotto la carreggiate e in due punti si viaggia a senso unico alternato. Ci sono circa 300 km da Makassar a Makale, il capoluogo di Tana Toraja (Sud della regione) e poco di più per Rantepao, il capoluogo di Toraja Utara (Nord), il cuore delle montagne.
L’etnia Toraja è molto particolare, ha un culto speciale per i defunti, con cerimonie di sepoltura che durano anche una settimana e possono essere realizzate mesi, talvolta anni, dopo il decesso. Tale intervallo dipende dal tempo impiegato per raccogliere i soldi necessari a invitare quante più persone possibile. Anche le tombe sono speciali, scavate nella roccia carsica di questa zona, con statue (almeno per i più ricchi), chiamate «tau tau», che rappresentano i defunti a dimensione naturale. Un culto che vuole collegare, in qualche modo, chi è partito con chi è rimasto (cfr. bibliografia).
I Toraja hanno anche la particolarità di essere a maggioranza cristiana. Il 72% dei cattolici dell’arcidiocesi è Toraja. Scopriremo che molti sacerdoti della diocesi sono originari di questa regione.
A Rantepao, come a Makale, constatiamo che incontrare una donna con il velo è diventato una rarità, mentre vediamo chiese, anche molto imponenti, un po’ ovunque. Molte di esse sono protestanti, in quanto la loro presenza qui resta maggioritaria (rispetto a quella cattolica). Sembra di trovarsi in un altro Paese, rispetto a Makassar. Le montagne, coperte di vegetazione tropicale, al mattino avvolte da nebbiolina, circondano i due maggiori centri abitati dei Toraja.
La Chiesa dei giovani
Pastor Made ci aveva spiegato: «I protestanti olandesi riuscirono a convertire i Toraja, più di 100 anni fa. Erano comunità isolate, perché in una regione montagnosa, e per questo motivo l’islam era penetrato poco.
In seguito, la popolazione di questo territorio accettò il cattolicesimo come parte della propria vita e della propria cultura. I missionari cattolici furono in grado di inculturare la fede rispettando le loro tradizioni, ad esempio le complesse cerimonie funebri. La fede cattolica si immerse negli usi e costumi, e anche i più anziani ne furono attratti. Sovente, anche quando i Toraja continuano a vivere con le loro pratiche animiste, abbracciano la fede cattolica».
A Rantepao incontriamo l’arcivescovo, monsignor Fransiskus Nipa (vedi box), impegnato nella visita pastorale della regione. Anche lui è un Toraja.
Ci invita a seguirlo nella comunità di Deri, sulle montagne a una mezz’ora da Rantepao. Qui deve cresimare 173 ragazze e ragazzi provenienti da una vasta area della parrocchia. Su un piazzale sono stati allestiti dei tendoni per proteggere i fedeli dal forte sole (anche se qui il clima è più mite che a Makassar), mentre l’altare è posto su un palco.
Tra i colori degli stendardi domina il giallo, simbolo di gioia, insieme a rosso e bianco, i colori nazionali. Al contrario, non è mai usato nelle lunghe cerimonie funebri, dove predomina il nero.
I cresimandi sono disposti su due lunghe file e hanno una candela in mano. Al via, vanno a disporsi ai loro posti. In tutto ci sono circa altre trecento persone, parenti e parrocchiani. Monsignor Nipa è affabile e sa intrattenere i suoi fedeli.
Conclusa la cerimonia delle cresime, e subito dopo le comunioni, il vescovo resta in piedi. Davanti a lui si presenta una lunga fila di bambini di ogni età. Monsignor Nipa li benedice uno a uno, dai più grandicelli, dallo sguardo monello, ai nuovi nati, portati da uno dei genitori. La benedizione dura diversi minuti, il vescovo pare instancabile. «È la chiesa dei giovani», ci dirà più tardi soddisfatto. «Per noi la pastorale giovanile è una priorità», e «qui in Indonesia, c’è ancora una grande partecipazione dei giovani nella vita delle parrocchie».
Marco Bello
Monsignor Fransis Nipa, arcivescovo di Makassar, durante la messa delle cresime a Deri (Rantepao), il 10 luglio 2025. Foto Marco Bello
Monsignor Fransiskus Nipa, classe 1964, è stato nominato arcivescovo di Makassar nel febbraio dello scorso anno, per diventarlo effettivamente a ottobre. In precedenza, è stato per dodici anni segretario dell’arcidiocesi, per cui ne conosce bene aspetti positivi e problematiche.
Lo incontriamo durante la sua visita pastorale nel Toraja, zona montagnosa nel Nord della provincia Sud Sulawesi. Ci accoglie e ci invita a seguirlo a una messa con le cresime. Cordiale e comunicativo, sfodera sovente una risata contagiosa. È affezionato all’Italia, dove ha trascorso alcuni anni studiando all’Università Urbaniana: «Per me, gli italiani sono come fratelli».
Monsignor Nipa, cosa significa essere una chiesa di minoranza?
«Lavorare come chiesa di minoranza vuole dire avere l’obbligo di dare testimonianza. Siamo piccoli ma la nostra presenza è importante. Il valore di quello che facciamo noi cattolici deve essere grande. Per questo abbiamo scuole, ospedali, opere di carità, opere sociali anche in campo economico. Dobbiamo, inoltre, fare tutto ciò che possiamo per aiutare i cattolici del nostro territorio. Alcuni sono molti poveri, in particolare nelle campagne. Interveniamo sia in emergenza, quando ci sono disastri naturali, sia sul lungo termine, aiutando le persone a trovare un lavoro».
E com’è il rapporto con le altre religioni?
«C’è dialogo concreto con musulmani, protestanti e anche induisti. Facciamo incontri nei quali parliamo, ci ascoltiamo, cerchiamo di risolvere i problemi che ci possono essere. Tra leader c’è molto rispetto. A volte c’è qualche fanatismo a livello di singoli. È già successo che vogliamo erigere una chiesa, abbiamo il permesso delle autorità, ma quando i lavori devono cominciare, qualcuno cerca di impedirlo. Tuttavia, sono questioni che si risolvono».
Il territorio della diocesi è molto vasto…
«Sì. Ad esempio, per venire nel Toraja occorre un giorno di auto. Invece se vado nel Sud Est devo prendere l’aereo per Kendari e poi ho ancora un giorno di viaggio perché molte parrocchie sono lontane. Cerchiamo, in ogni caso, di fare una visita ogni due anni a tutte le realtà parrocchiali».
Qui in zona toraja la chiesa si confronta con una cultura molto forte. Come operate?
«Le relazioni culturali sono molto importanti. La chiesa cattolica è inculturazione, non solo in senso liturgico, ma anche nelle abitudini di tutti i giorni. Inoltre, oggi, nell’era digitale ci sono altre problematiche. Un giovane ha sempre in mano il cellulare e trascura il Vangelo. Ha problemi di relazione personale: non si trova più il tempo di stare insieme, parlare, ascoltarsi. Anche di questo dobbiamo tenere conto».
Durante l’omelia della messa per le cresime ha citato alcuni Stati della regione. Cosa ha detto ai giovani?
«Una delle nostre priorità è la pastorale giovanile, unita a quella per la famiglia. I giovani di questa zona sono tentati di migrare verso altre isole o altri Paesi, come la Malaysia, dove si guadagna di più. Un percorso praticato è quello di andare in Borneo, nella parte indonesiana, il Kalimantan, e da qui passare alle provincie Sabah e Sarawak della Malaysia, dove si lavora nelle piantagioni di palma da olio. Io ho detto che occorre formarsi prima, studiare, per avere più strumenti. Cerchiamo di contrastare la mentalità del guadagno facile e immediato. Senza contare che molti migranti non hanno il permesso, e sono poi soggetti a espulsione. Quando partono giovani padri, dividono le famiglie, talvolta per sempre».
Monsignor Nipa, come descriverebbe i cattolici della sua diocesi?
«Sono molto gioiosi, vengono in chiesa e partecipano con entusiasmo alle attività parrocchiali».
Ma.B.
Monsignor Benedictus Estephanus Rolly Untu, vescovo di Manado. Foto Marco bello
Nato nel Minahasa, Nord del Sulawesi, da una famiglia cattolica con 12 figli nel 1957, monsignor Benedictus Estephanus Rolly Untu è vescovo di Manado dal 2017. È missionario del Sacro Cuore di Gesù, congregazione con origini francesi, di cui è stato anche vice provinciale e poi provinciale per l’Indonesia.
Lo incontriamo nel suo ufficio nella curia di Manado. È di corsa tra una visita pastorale e l’altra. Il volto ampio e simpatico, ci parla in un inglese semplice, e ci indica su una carta del Sulawesi appesa al muro le zone che descrive.
«La grande sfida della mia diocesi, ci rivela, è la vastità, oltre che la distribuzione delle comunità sul territorio». La sua diocesi (una delle due del Sulawesi) copre tre provincie per un totale di circa 88mila km², e circa 7 milioni di abitanti. «Ad esempio, nel Sulawesi centrale, ci sono 180 comunità per 16 parrocchie. E sono in crescita. Poi abbiamo alcune parrocchie sulle isole. Per andare alle isole Pulau Pelang, devo prendere l’aereo per Luwak, che passa però da Makassar, poi la nave e finalmente arrivo. Se vado in auto devo percorrere 1.700 km».
Per questo motivo, è in corso il processo per la creazione di una terza diocesi in Sulawesi, nella parte centrale.
I battezzati nella diocesi di Manado sono circa 200mila, ovvero intorno al 2,5% della popolazione. Chiediamo a monsignor Rolly che significato abbia essere una minoranza. «Adesso il governo e le istituzioni in generale conoscono bene la Chiesa cattolica, come anche la gente in generale. Siamo accolti, abbiamo buone relazioni con tutti. Con i musulmani non c’è nessun problema, soprattutto a livello della base. Talvolta i problemi possono sorgere per motivi politici. Così successe venticinque anni fa, quando ci fu un conflitto tra musulmani e cristiani, soprattutto nella località di Poso, nel centro. La scorsa settimana sono stato in quella zona per le cresime. Un gruppo di musulmani ha detto ai nostri: “Non vi preoccupate dell’organizzazione della festa. Andate in chiesa alla celebrazione, noi pensiamo a cucinare e a tutto il resto per voi”. Ho constatato fraternità tra le due comunità».
Ci sono poi oltre cento denominazioni di chiese protestanti. «Talvolta con i protestanti ci sono degli attriti. Qualcuno ci rinfaccia le persecuzioni avvenute in Europa nei secoli passati. Oppure ci sono certe gelosie per le nostre scuole. Ma in generale le relazioni sono molto buone».
Parlando di questioni economiche, continua: «A livello di disuguaglianze sociali, posso dire che non sono elevate tra la nostra gente. Tutti conducono una vita semplice, hanno cibo ogni giorno, hanno un lavoro, alcuni possiedono la terra, altri pescano sulle isole. Il welfare sociale è più o meno equivalente». Monsignor Rolly ci dice che lo stipendio minimo giornaliero è di 100mila rupie indonesiane al giorno, ovvero circa 5 euro.
È molto contento del coinvolgimento dei laici nella vita della Chiesa. «Abbiamo tanti gruppi che fanno attività nella nostra base. Il gruppo delle donne, quello degli uomini. Il gruppo dei genitori con figli, e ben tre gruppi di giovani, a seconda dell’età».
Anche a livello vocazionale la risposta è molto buona: «Abbiamo molti seminaristi, e anche le congregazioni religiose hanno molti candidati. Attualmente nella diocesi operano 94 preti diocesani e 57 religiosi».
L’economia della diocesi è basata principalmente sulle donazioni dei fedeli, «riceviamo anche qualche sussidio da Roma per i seminari, ma copre meno del 10% del nostro bilancio complessivo». Questione a parte sono le congregazioni missionarie, che hanno i propri budget per mandare avanti scuole, ospedali e altre attività.
Ma.B.
Tramonto sull’isola vulcanica Pulau Manadotua, nei pressi di Manado, Nord Sulawesi. Foto Marco Bello
La conformazione geografica e le scarse infrastrutture viarie rendono l’isola ancora più grande. La natura qui è un elemento di meraviglia continua. Nell’estremo Nord troviamo comunità con una vitalità sorprendente.
Lasciamo la tranquilla Rantepao, capoluogo della regione Toraja, e percorriamo una strada tutta curve lungo una montagna coperta da foresta pluviale. In questa zona, insieme a banani e alberi tropicali sui quali si arrampicano innumerevoli altre piante, sono presenti, in apparente contrasto, anche conifere. Per diversi chilometri non vediamo più coltivazioni e neppure case, ma solo una fitta foresta lussureggiante. Nella zona di Rantepao, invece, le risaie, anche distribuite su terrazzamenti, erano la coltura dominante. La regione produce pure il rinomato caffè Toraja, in gran parte esportato.
Scesi dalla zona montagnosa, e arrivati a Palopo, ricominciano le risaie, con gli onnipresenti banani, e in seguito iniziano le vaste piantagioni di palme da olio. Sulla strada si incrociano grossi camion carichi dei loro frutti. Andando verso Nord, attraversiamo un’altra zona montuosa dove è predominante la piantagione di cacao, altro prodotto di esportazione. Molte case hanno in cortile semplici aree di essiccazione delle preziose fave. Le casette sono belle e ben tenute. Sulle pendenze molto pronunciate, invece, viene coltivato il mais per il consumo locale.
Scorgiamo un grande specchio d’acqua che pare un mare. È il lago Poso, famoso per le anguille giganti. Siamo appena passati dalla provincia del Sud Sulawesi a quella del centro (Sulawesi centrale), ma pure dall’arcidiocesi di Makassar alla diocesi di Manado, le due uniche circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche dell’isola. Arriviamo alla città di Tentena, sulle sponde del lago, dove nasce il fiume Poso.
Imbarcazioni di pescatori sull’isola Bunaken, nei pressi di Manado, Nord Sulawesi. Sullo sfondo uno dei vulcani della zona. Foto Marco Bello
Il golfo di Tomini
Procedendo, la strada si inerpica su un altro gruppo montuoso. La maggior parte del Sulawesi è infatti costituito da montagne, alcune delle quali scendono a picco sul mare. Sono sempre ricoperte da una vegetazione rigogliosa, che è stata preservata. Continuando verso Nord, le piantagioni di cacao e mais lasciano lo spazio alle alte e snelle palme da cocco. Siamo arrivati sulla costa del grande Golfo di Tomini, che si insinua tra le province Nord Sulawesi e Gorontalo e la provincia Sulawesi centrale. Da qui in avanti l’agricoltura ruota intorno alla coltivazione di questa noce di cocco. Vediamo aree di essiccazione gusci spaccati da usare come combustibile per cucinare, camion che li trasportano.
Tra la popolazione, notiamo nuovamente molte donne e ragazze con il velo islamico e una numerosa presenza di moschee.
Arriviamo ad Anpana, piccola e polverosa città costiera che si sviluppa su una strada principale fitta di esercizi commerciali. È il maggiore centro urbano della zona e ha connotazioni molto islamiche.
Anpana è il porto obbligatorio per prendere il traghetto per Wakai, il maggiore villaggio dell’arcipelago delle Togian. Sono un gruppo di isole montuose, ricoperte di foresta pluviale e circondate dalla barriera corallina, situate a un soffio dall’Equatore.
Da Wakai, con un grosso ferry, il cui viaggio dura oltre dieci ore, si arriva a Gorontalo, città capoluogo dell’omonima provincia. Siamo, a questo punto, sulla penisola a Nord del Sulawesi.
Una grande diocesi
«La diocesi di Manado è molto vasta, include tre province: il Nord Sulawesi, Gorontalo e il Centro. Da un punto all’altro della diocesi, per la sua conformazione, ci sono oltre 1.700 chilometri di strada, piuttosto stretta, spesso sconnessa». Chi ci parla è pastor (don) Polce Pitoy, missonario del Sacro Cuore di Gesù, attuale segretario della diocesi di Manado. «Da due anni stiamo lavorando per erigere una nuova diocesi nel Sulawasi centrale, con sede a Palu. In realtà, la maggior parte dei cattolici sono qui nella punta estrema a Nord della penisola. Nel centro ci sono solo sedici parrocchie, con comunità molto lontane tra loro. Stiamo preparando la documentazione e il nunzio apostolico conosce la situazione».
Pastor Polce ci riceve nella sede della curia di Manado, capoluogo della provincia del Nord e seconda città del Sulawesi, dopo Makassar. Da Gorontalo si raggiunge con dieci ore di strada dissestata, sulla quale i sobbalzi sono la norma.
Il sacerdote è originario di Tomohon, a una trentina di chilometri da Manado. È nato nel 1959, e la sua missione è stata quasi sempre quella del formatore. Ha passato anche sei anni a Roma come consigliere generale, ed è tornato in Sulawesi un anno fa. Ha chiesto al vescovo di ricoprire anche un incarico di pastorale e così è diventato viceparroco della cattedrale di Manado. Visitiamo i locali parrocchiali e incontriamo diversi giovani molto attivi, riuniti in una formazione tra pari. Sono felici di accoglierci.
La provincia del Nord Sulawesi è caratterizzata dalla presenza dell’etnia maggioritaria Minahasa, per cui il suo territorio è chiamato con lo stesso nome. Questo gruppo guidò anche una rivolta contro il governo centrale tra il 1958 e il 1961, chiedendo maggiore autonomia. Manado fu bombardata e poi invasa dalle truppe dell’esercito.
I Minahasa sono in gran parte cristiani, in maggioranza protestanti. Anche qui, come nel resto dell’isola, i primi ad arrivare furono i cattolici con i portoghesi (1563), seguiti poi dagli spagnoli giunti dalle vicine Filippine. Gli olandesi della Compagnia delle Indie orientali occuparono l’intero arcipelago indonesiano all’inizio del Seicento, cacciarono portoghesi e spagnoli (1605) e portarono il calvinismo, impedendo l’insediamento di missionari cattolici per due secoli. Questa proibizione si spiega come ricaduta sulle colonie delle persecuzioni religiose in Europa. Fu quando Napoleone conquistò i Paesi Bassi, e nominò suo fratello re, che i cattolici poterono tornare. Nel 1807 due preti diocesani olandesi arrivarono nell’area. In seguito, il Vaticano mandò i Gesuiti che furono seguiti da altre congregazioni. In questo periodo (1820), l’isola fu assegnata come territorio di missione ai Missionari del Sacro Cuore di Gesù.
Mercato di Tomohon, Nord Sulawesi, noto per la vendita di carne di animali selvatici. Foto Marco Bello
In terra Minahasa
«Qui la cultura minahasa è molto forte. A livello cristiano è maggioritaria la Chiesa Gereja masehi injili Minahasa (Gmim, Chiesa cristiana evangelica in Minahasa, ndr). È una Chiesa locale di ispirazione calvinista, fondata nel 1934 dagli olandesi», continua padre Polce. Si parla di circa 850mila fedeli e oltre 800 parrocchie, nel Nord Sulawesi. I cattolici, in tutta la diocesi di Manado sono circa 200mila, ovvero circa 2,5% dei 7 milioni di abitanti. «Ci sono poi avventisti, pentecostali, e diverse altre denominazioni minoritarie».
«Le relazioni con i musulmani, e anche con gli altri cristiani, sono molto buone. Manado è conosciuta per la tolleranza dei fedeli delle varie religioni. C’è qualche fanatico, ma isolato.
Con i cristiani di altre denominazioni c’è collaborazione. Ad esempio alcuni di loro, che fanno un percorso da leader, partecipano ad alcuni nostri programmi di formazione, oppure frequentano l’università insieme ai cattolici. In questo modo, quando saranno responsabili religiosi, si porteranno dietro anche la conoscenza personale degli altri. È la garanzia per una migliore comunicazione».
Priorità educazione
Pastor Polce ci parla dell’importanza della Chiesa cattolica nell’istruzione e nella sanità: «Per quanto riguarda l’educazione, ci sono scuole gestite dalla diocesi e altre da alcune congregazioni religiose. Le prime sono circa 270, di ogni ordine e grado. Confrontate con quelle delle congregazioni, si possono vedere le differenze. Le seconde hanno più mezzi, e gli edifici sono messi meglio. Sono anche frequentate maggiormente da figli di famiglie ricche». Intanto ci accompagna a visitare l’istituto scolastico Katolik Rex Mundi, gestito dalle Sorelle di Gesù, Maria e Giuseppe, poco distante dagli uffici della curia.
«I problemi a cui facciamo fronte con le scuole della diocesi sono il loro elevato numero e i nostri pochi mezzi finanziari. Inoltre, la scuola statale è gratuita, questo ha fatto sì che ci sia una riduzione di allievi, ogni anno, nelle scuole della diocesi. Alcune le dovremo chiudere».
Nella Katolik Rex Mundi di Manado ci sono tutti i gradi scolastici, dell’infanzia al liceo. È frequentata da circa 1.300 allievi. La struttura è molto bella, ha campi di calcetto, basket e pallavolo, in parte coperti, mentre l’edificio si sviluppa su tre piani. Quando arriviamo, alcuni studenti che si stanno allenando, vogliono subito fare delle foto con noi. Incontriamo suor Rita Manuel, preside della scuola superiore, originaria di Bitung: «Gli studenti delle superiori sono 750 con 40 insegnanti e 20 persone tra tecnici e amministrativi. Era una scuola solo femminile, ma da dieci anni accoglie anche i maschi».
La congregazione gestisce anche quattro ospedali nella diocesi, dei quali uno a Manado. Sono presenti pure a Makassar con una grande scuola e un ospedale in centro città.
Il centro del cattolicesimo
Percorrendo una strada tutta curve che ci porta nuovamente in montagna, arriviamo nella cittadina di Tomohon. È un importante luogo turistico perché circondata da due vulcani, un lago di origine vulcanica, una cascata, ed è sede del Tomohon flower festival, il festival internazionale dei fiori, che si svolge ogni anno con la partecipazione di diverse nazioni nel mondo. Per questo è conosciuta come città dei fiori. Tomohon è anche il centro del cattolicesimo del Nord Sulawesi.
Qui il clima è decisamente migliore, più fresco e meno umido. Ovunque nelle strade sono appesi vasi con fiori di svariati colori. Vediamo diverse chiese e scuole gestite da congregazioni religiose.
Intorno alla città, in aree scoscese vengono coltivati ortaggi di molte varietà. Il terreno, in gran parte di origine vulcanica, è molto fertile.
L’oro di Manado
Salendo in montagna osserviamo anche alberi con piccole foglie verdissime. Ci dicono che sono piantagioni di chiodi di garofano, una delle spezie concupite dagli olandesi fino dal XVI secolo, e di cui – scopriamo – il Sulawesi è il principale produttore mondiale. Le piantagioni di questo albero sono diffuse in tutta la parte orientale della penisola a Nord del Sulawesi, dando un contributo importante all’economia locale.
Un altro aspetto importante è il porto industriale di Bitung, collegato a Manado con una delle due autostrade dell’isola (l’altra è nel Sud Sulawesi). Tra le due città si trova la Zona economica speciale di Bitung, in parte ancora in progettazione, che prevede oltre duemila ettari di industrie per la trasformazione agricola e del pescato, magazzini, per il commercio nazionale e internazionale.
Sempre in regione Minahasa ci sono miniere d’oro e importanti giacimenti di nichel. Alcuni sfruttati dalla Meares Soputan mining, che si cerca di tenere lontana dai parchi naturali, con la loro ricchezza faunistica e floreale originaria.
Il popolo con il sorriso
A Manado incrociamo volti con caratteri somatici anche molto diversi. Alcuni sono di statura più bassa, e hanno pelle più scura. Altri, più alti, talvolta corpulenti, con occhi più sottili, carnagione chiara. Questi sono vestiti bene, li vediamo gestire o popolare i negozi e i moderni centri commerciali sulla centrale Jalal Piere Tendean.
«Si dice che Manado sia la terra della gente con il sorriso», ci aveva detto pastor Polce. Noi questa caratteristica l’abbiamo incontrata attraversando tutto il Sulawesi.
Marco Bello
Ragazze del gruppo giovani della parrocchia cattedrale di Manado, durante le prove di una celebrazione. Foto Marco Bello
Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 113/191, livello alto (2024)
Pil: 1.400 miliardi di dollari (Banca mondiale, 2024)
Pil procapite annuo: 4.925 dollari (2024)
Crescita annua del Pil: +5% (2024)
Aspettativa di vita: 71 anni (2023)
Popolazione al di sotto della soglia di povertà (3 dollari US al giorno): 5,4% (2024)
Tasso di alfabetizzazione: 96%
Accesso alla rete elettrica: 99,4%.
Uso individuale di internet: 69%.
Letture consigliate
• Nasir Tamara, Indonesia rising, ed. Select Publishing, Singapore 2009. La Reformasi, ovvero come l’Indonesia è diventato uno stato democratico (in inglese).
• David van Reybrouck, Revolusi. L’indonesia e la nascita del mondo moderno, Feltrinelli 2024. Inchiesta approfondita sulla rivoluzione del 1945 e le sue conseguenze.
• Franck Michel, Les Torajas de l’Indonésie, ed. L’Harmattan, Francia 2000. Sulla cultura Toraja (in francese).
Marco Bello, giornalista, direttore editoriale di MC.
Si ringraziano L’arcidiocesi di Makassar e la diocesi di Manado. In particolare, don I Made Markus Suma, don Aidan Putra Sidik, don Polce Pitoy, monsignor F. Nipa e monsignor B.E. Rolly Untu. Paolo Affatato, specialista dell’area. Carla Faraon per l’apporto spirituale.
Bimba con il vestito tradizionale toraja, durante una cerimonia funebre nei pressi di Rantepao. Foto Marco Bello
Indonesia. Un programma (arduo) contro la fame
L’Indonesia conta 285 milioni di abitanti. Un bambino su 5 soffre di denutrizione. Il Governo punta, entro il 2029, a distribuire cibo a 83 milioni di bambini e donne incinte.
La sfida è di quelle imponenti. L’Indonesia è uno dei Paesi più popolosi del mondo: oltre 285 milioni di abitanti (in maggioranza musulmani), distribuiti su un arcipelago di 17mila isole. Il presidente Prabowo Subianto, alla guida del Paese dall’ottobre 2024, ha lanciato, all’inizio del 2025, uno dei maggiori programmi di alimentazione scolastica al mondo.
Il dato di partenza è allarmante: un quinto dei bambini indonesiani soffre di ritardo della crescita a causa di denutrizione. L’iniziativa mira a sfamare – una volta a regime – 83 milioni di bambini e donne incinte entro il 2029, con un impiego di budget annuale crescente, fino a 44 miliardi di dollari l’anno.
Contro la fame, a favore delle economie locali
Secondo il presidente, che ha fatto di questo programma un suo cavallo di battaglia nella campagna elettorale dello scorso anno, il piano potrebbe diventare un modello per altri Paesi che combattono la fame. Il suo governo ha fornito pasti giornalieri gratuiti nelle scuole, nei centri comunitari e nelle strutture sanitarie, sia per i bambini che per le donne incinte.
Avvalendosi di circa 5mila cucine centralizzate e oltre 700 unità di servizi nutrizionali già operative nel vasto arcipalago, l’iniziativa, a detta del presidente, punta a migliorare la nutrizione dell’infanzia e a stimolare le economie locali, valorizzando i prodotti agricoli e dell’allevamento, avviando partnership con circa 10mila piccole e medie imprese o cooperative locali. Secondo gli obiettivi del governo, il programma intende raggiungere 24 milioni di bambini già alla fine di agosto 2025.
Criticità del programma
Dopo il grande entusiasmo iniziale, a distanza di sei mesi dal suo lancio, il programma ha iniziato a mostrare le sue prime criticità: fornire pasti giornalieri a milioni di bambini in un Paese composto da oltre 17mila isole molto diverse tra loro, più di 900 delle quali abitate e difficili da raggiungere, è un’impresa logistica ardua. Se in una città come Giava la distribuzione tramite camion che trasportano il cibo alle scuole è un lavoro piuttosto semplice, in regioni come il Borneo o la Papua indonesiana, la distanza tra scuole di un medesimo distretto può essere anche di 40 chilometri di sentiero nella foresta.
Così, pur essendo stato pensato per ridurre le disuguaglianze e beneficiare i più poveri, il programma ha avuto, per ora, un impatto scarso proprio nelle zone più bisognose.
Verso l’«Indonesia d’oro 2045»
Per questo nel Paese è sorto un dibattito: investire fondi pubblici in un un programma di natura assistenziale, affermano alcuni analisti, significa sottrarre risorse a misure che il governo potrebbe destinare per incentivare l’economia e l’occupazione, mentre il Fondo Monetario Internazionale stima la disoccupazione in crescita, al 5% nel 2025.
Non sono, poi, mancate polemiche. Una di queste ha riguardato centinaia di casi di bambini beneficiari che hanno avuto intossicazioni alimentari. Un’altra riguarda le preoccupazioni per episodi di corruzione e malversazione dei fondi stanziati.
Prabowo, nonostante tutto, non intende retrocedere: forte dell’appoggio ricevuto dalle Nazioni Unite – secondo l’Unicef ogni dollaro investito nella nutrizione genera fino a 16 dollari di ritorno economico e culturale, come salute più forte, migliori risultati educativi, produttività più elevata in futuro -, il presidente presenta il programma come uno dei passi verso la cosiddetta «Indonesia d’oro» del 2045, anno in cui l’esecutivo stima che il Paese sarà tra le dieci maggiori economie del mondo e tra le nazioni «leader del Sud globale».
Paolo Affatato
Giacarta e le periferie
Il centro del potere nel Paese delle 17mila isole sta a Giava. Nel Borneo, però, sta sorgendo la nuova capitale che soppianterà Giacarta. Le zone periferiche sono molte. Così come le identità e le religioni. Una delle sfide per il nuovo presidente, ex sodale del vecchio dittatore Suharto, è tenere a bada le forze centrifughe.
Il vasto arcipelago indonesiano è adagiato in un’area marina grande come quella che va da Lisbona e Istanbul. Nella periferia orientale del Paese, i pescatori della città portuale di Kupang, sull’isola di Timor, non hanno molto in comune con la popolazione di Giava, la grande isola al centro dell’Indonesia che caratterizza cultura, tradizioni, riti, storia del Paese.
L’arcipelago delle 17mila isole è anche il Paese a maggioranza islamica più popoloso al mondo, con oltre 245 milioni di musulmani su un totale di circa 280 milioni di abitanti.
Giava ne è il fulcro. È anche l’isola del potere, l’antica «Batavia», centro nevralgico al tempo della colonizzazione olandese che tante e profonde tracce ha lasciato.
20/10/2024. Jakarta, Indonesia. President of Indonesia, Prabowo Subianto. Picture by Ben Dance / FCDO
Il nuovo presidente
Rodrigus Mati, ogni giorno sbarca il lunario con il suo pescato. Lo vende al mercato di Kupang o, nelle giornate fortunate, alle ditte che riforniscono i resort sulla vicina isola di Flores, dove la località di Labuan Bajo si avvia a diventare un hub per il turismo internazionale, al pari della più famosa Bali.
Da Kupang, Giacarta è molto lontana (circa 2.500 km, ndr). Le dinamiche del governo centrale, le scelte politiche, il cambio di guardia alla presidenza della nazione, non sembrano così importanti rispetto alle esigenze economiche e sociali imposte dalla quotidianità. Con qualche eccezione: nel territorio indonesiano di Timor Ovest, infatti, i più anziani ricordano che Prabowo Subianto, 72 anni, arrivato alla presidenza del Paese dopo alterne fortune, fu generale dell’esercito durante il periodo della dittatura di Muhammad Suharto (di cui era anche il genero), terminata nel 1998, quando una rivolta giovanile segnò l’apertura di una nuova stagione democratica.
A Prabowo, gruppi della società civile e organizzazioni per i diritti umani contestano violenze e abusi compiuti quando era comandante delle forze speciali Kopassus, accusate di torture e sparizioni di oppositori politici.
Nel 1999, con la fine del potere di cui era stato un tassello importante, Prabowo abbandonò l’esercito e, al contrario di molti dei suoi ufficiali che furono processati e condannati per i reati compiuti, lui lasciò il Paese senza essere mai formalmente portato alla sbarra.
Rimozione della memoria
Dopo un decennio, Prabowo è rientrato in Indonesia, ripresentandosi sulla scena politica e contribuendo a fondare il partito Gerinda (Gerakan Indonesia raya, cioè Movimento della grande Indonesia).
«Le ferite di quella stagione in cui Prabowo fu un protagonista in negativo – ricorda padre John Rusae, parroco della chiesa di san Giuseppe a Kupang, dove esiste una fiorente comunità cattolica – sono state risanate grazie alla reciproca buona volontà della gente di Indonesia e Timor Est: la Commissione verità e amicizia, istituita per promuovere la riconciliazione, ha terminato il suo compito, e oggi non c’è animosità tra i due popoli».
Tuttavia, c’è ancora il rischio dell’impunità. Il tema della rimozione della memoria, per seppellire un passato scomodo, riguarda soprattutto il rapporto tra la politica e i giovani, in una nazione in cui la metà della popolazione ha un’età tra i 18 e 39 anni. «I giovani – sottolinea il gesuita Franz Magnis-Suseno – non conoscono gli scandali che hanno costellato la carriera militare e politica di Prabowo o le nefandezze compiute dalle sue milizie squadriste ai tempi del regime. Tutti temi brillantemente elusi nel dibattito pubblico».
Il gesuita ultraottantenne, professore tedesco naturalizzato indonesiano, è immerso tra le montagne di libri del suo studio di Giacarta. Da 60 anni nel Paese, è una storica figura di religioso e intellettuale, oggi annoverato tra quanti chiedono ancora la ricerca delle responsabilità.
I giovani si sono lasciati lusingare – soprattutto grazie ad abili campagne sui social media – dal controverso personaggio oggi presidente. Nella società, nella politica, nei mass media, non è stata posta in agenda la descrizione e il racconto di quel passato.
Il suolo ricco di Papua
Echi di quei tempi si avvertono anche nelle periferie del selvaggio territorio della Papua indonesiana, all’estremo oriente dell’arcipelago, chiamata in lingua nazionale Irian Jaya, parte occidentale della vasta isola di Nuova Guinea.
Le popolazioni indigene respingono l’intenzione del presidente di rilanciare il programma di migrazione interna di popolazione, soprattutto da Giava, verso regioni meno densamente popolate. Il programma, ideato dal governo coloniale olandese, venne ripreso nel secolo scorso dal governo del primo presidente Sukarno, e poi, dalla metà degli anni 80, anche dal dittatore Suharto, per venire sospeso agli inizi del 2000.
Oggi torna alla ribalta per una regione: Papua è ricca di risorse naturali, miniere di rame e oro, legname, che Prabowo intende sfruttare per aumentare la ricchezza del Paese. «Bisognerebbe guardare alle reali necessità della popolazione locale, che ha un disperato bisogno di servizi come istruzione, sanità e assistenza sociale e sviluppo», sottolinea Alexandro Farini Rangga, frate minore che spende la sua missione tra gli indigeni della provincia di Papua.
Quel programma – rileva il Consiglio delle Chiese della Papua, che raccoglie le diverse confessioni cristiane – ha consolidato le disuguaglianze anziché promuovere la prosperità, e ha acuito i problemi sociali e le tensioni derivanti dalle differenze culturali e linguistiche tra gruppi diversi».
Gli indigeni della Papua hanno subìto una condizione di emarginazione che ha ampliato il loro risentimento verso i cittadini indonesiani di altre isole, nonché la distanza dal governo centrale di Giacarta.
Così si è finito per alimentare spinte centrifughe di gruppi separatisti armati, come l’Organisasi Papua merdeka (Movimento per Papua libera), nato già agli inizi degli anni 60.
Una capitale da zero
L’altra periferia dell’arcipelago su cui, negli ultimi anni, si sono riaccesi i riflettori dell’opinione pubblica, è una porzione di territorio tanto lussureggiante quanto impervio e inaccessibile: il Kalimantan, ovvero il Borneo indonesiano. La regione è alla ribalta per il mega progetto della nuova capitale dell’Indonesia, Nusantara (letteralmente, «arcipelago»), che sorgerà nella parte orientale dell’isola, a circa 1.200 chilometri dall’attuale capitale Giacarta.
La grande metropoli sull’isola di Giava, infatti, affonda in una depressione del territorio e in un’agonia di invivibilità. Le lunghe file di veicoli a tutte le ore del giorno ne raccontano una congestione che incide sulla qualità della vita dei suoi 12 milioni di abitanti. «Andare al lavoro, raggiungere un ufficio pubblico o amministrativo è una sfida quotidiana», racconta Angelina Budi, assistente sociale che vive e lavora nella capitale.
In tale cornice l’ex presidente Joko Widodo – due mandati al potere prima di Prabowo – ha promosso un piano su cui ha speso tutta la sua credibilità politica: costruire da zero una nuova città nel Borneo, una zona piuttosto centrale rispetto alla struttura del vasto arcipelago, area popolata da gruppi indigeni e scarsamente sviluppata, nota per l’immensa foresta pluviale e per la sua biodiversità.
Widodo è andato avanti a tamburo battente e, nell’estate 2024, ha inaugurato i primi uffici governativi della futura capitale nella data simbolica del giorno dell’indipendenza, il 17 agosto.
Dialogo tra religioni
A Giacarta, negli uffici della Direzione generale per l’orientamento della comunità cattolica, all’interno del ministero per gli Affari religiosi indonesiano, si mostra orgogliosamente ai visitatori la mappa della nuova città che include una basilica cattolica intitolata a san Francesco Saverio.
Siamo in una delle sei direzioni generali – una per ciascuna delle sei religioni riconosciute dallo Stato: islam, cattolicesimo, protestantesimo, induismo, buddhismo, confucianesimo – in cui è articolato il ministero. Istituito già dopo l’indipendenza del 1945 in una nazione che riconosce pubblicamente il ruolo positivo della religione nel vivere sociale.
Una specifica direzione si occupa di tutte le questioni relative ai rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica (circa 10,5 milioni di fedeli), curando anche la costruzione di scuole e chiese cattoliche e tutti i regolamenti relativi.
La scelta del nome di san Francesco Saverio, in accordo con la Conferenza episcopale dell’Indonesia, omaggia il missionario gesuita, evangelizzatore dell’Asia, che il 14 febbraio 1546 sbarcò nelle isole Molucche (oggi parte dell’Indonesia), iniziando la sua missione nell’arcipelago.
Nella pianificazione urbanistica della futura capitale, la chiesa sorgerà a poca distanza dalla grande moschea nazionale, riprendendo il modello di Giacarta dove la cattedrale cattolica di Nostra Signora dell’assunzione e la moschea Istiqlal sorgono l’una di fronte all’altra, sulla medesima strada, e sono unite dal «tunnel della fraternità», un sottopasso stradale che vuole esprimere concretamente l’armonia religiosa.
Il nuovo presidente Prabowo Subianto, dal canto suo, ha promesso di continuare a sviluppare Nusantara, confermando un investimento infrastrutturale che, secondo stime governative, comporta un impegno economico di 32 miliardi di dollari e che dovrebbe durare almeno un quadriennio.
Brics e mondo multipolare
Su questo punto nodale si intrecciano delicati rapporti di politica estera: da un lato è rilevante il fatto che Indonesia, Thailandia e Malaysia siano diventati, a partire dal 2025, partner ufficiali dei paesi Brics (il raggruppamento fondato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), primo passo verso la piena adesione.
Giacarta aveva dichiarato pubblicamente l’intenzione di diventare membro a pieno titolo dei Brics, nell’ottica di promuovere «un ordine globale multipolare», ribadendo una politica estera piuttosto indipendente. Il che potrebbe anche significare voler rafforzare l’Associazione delle nazioni del Sud Est asiatico (Asean), e comunque non lasciarsi ingabbiare da una delle due potenze che si contendono l’egemonia nell’Indopacifico, gli Usa e la Cina.
Proprio sulle aziende cinesi Prabowo conta per poter completare il gigantesco piano di investimenti per la nuova capitale: un modo concreto per ribadire che la Cina resta un partner strategico ed economico di primo piano.
Fedele alla sua storia, quando fu fondatrice del Movimento dei paesi non allineati durante la Guerra fredda, l’Indonesia sembra ricalcare lo schema di nazione «libera e attiva», non schiacciata su nessun blocco politico.
Dalla periferia globale, Nusantara guarda con attenzione la realtà dei nuovi equilibri internazionali.
Sul versante interno, però, in un Paese tanto variegato e plurale, si riaffacciano le spinte centrifughe dei suoi diversi territori, per attenuare le quali, al tempo dell’indipendenza nel 1949, venne elaborato il motto nazionale «Unità nella diversità».
Tutto si gioca nel rapporto tra centro e periferia.
La consultazione del 14 febbraio scorso si è conclusa con la netta vittoria del candidato del presidente uscente. L’anomalia apparente è che non fa parte del suo partito. Nella realtà hanno prevalso giochi e alleanze ben consolidate.
Quartier generale delle forze armate indonesiane a Giacarta, 28 febbraio. Il presidente Joko Widodo mette entrambe le mani sulle spalle di Prabowo Subianto (presidente in pectore), gli dice qualcosa e gli conferisce il grado di generale a quattro stelle onorario, il più alto possibile per l’esercito dell’Indonesia. «Questa onorificenza è una forma di apprezzamento – dice Widodo, prima di attaccare i baveri con quattro stelle d’oro sul blazer di Prabowo -, ribadisce la sua devozione al popolo e al Paese. Vorrei congratularmi con il generale». Da qualche giorno è arrivato un messaggio di congratulazioni della Casa bianca per le elezioni del 14 febbraio: il presidente Joe Biden, fervente organizzatore di summit per la democrazia, si dice «ansioso» di collaborare con la nuova leadership e «rafforzare la cooperazione con un partner strategico».
È il 28 febbraio. Eppure, fino a qualche anno fa una scena del genere sarebbe sembrata possibile solo in una sorta di universo parallelo. Già, perché nel 1998 Prabowo era stato costretto a lasciare l’esercito e a venire congedato con disonore per le molteplici accuse di violazioni dei diritti umani a suo carico che sarebbero state perpetrate quando era tenente generale e comandante delle Kopassus, le forze speciali dell’esercito. La tortura di ventidue attivisti, rapimenti e sparizioni, la repressione delle proteste degli oppositori del dittatore Suharto, le violenze contro i movimenti autonomisti di Papua e Timor Est. Un curriculum non proprio scintillante per Prabowo, che di Suharto era peraltro l’ex genero, e che gli era costato la proibizione di recarsi negli Stati Uniti. Il divieto è durato fino al 2020, quando la misura è stata revocata per consentire a Prabowo, in qualità di ministro della Difesa indonesiano, di andarci.
«Dare a Subianto un titolo onorifico a quattro stelle, con i suoi precedenti militari e le accuse di coinvolgimento in casi di violazione dei diritti umani, metterà in imbarazzo l’onore e la dignità delle forze armate indonesiane», ha dichiarato ad Ap (Associated press) Gufron Mabruri, direttore esecutivo dell’organizzazione non governativa Imparsial.
President Joko Widodo (C) walks with Defence Minister Prabowo Subianto (L) and Military Chief General Agus Subianto (R) […] (Photo by BAY ISMOYO / AFP)
Da nemici ad amici
La scena del 28 è oggi nell’ordine delle cose. Prabowo, infatti, due settimane prima, ha stravinto le elezioni presidenziali indonesiane. Non c’è stato nemmeno bisogno del secondo turno come prevedevano quasi tutti gli analisti: l’ex generale ha ottenuto quasi il 60% già al primo turno, superando nettamente il 50,1% necessario per evitare il ballottaggio contro il secondo classificato.
Non si è trattato di un exploit improvviso, ma di un successo costruito con pazienza e in modo meticoloso, giunto peraltro tramite il sostegno di quello che fino a un certo punto era stato il suo acerrimo rivale: Widodo (famigliarmente chiamato Jokowi). Sì, proprio colui che appunta la quarta stella sul petto di Prabowo.
È cambiato davvero tutto dal 2014, l’anno in cui Widodo aveva sconfitto per la prima volta Prabowo alle presidenziali. L’ex generale, ai tempi, si presentava spesso ai comizi in sella a un cavallo, pronunciando discorsi infuocati contro l’avversario paventando politiche protezioni- stiche e suscitando parecchi timori per i suoi stretti legami con le forze islamiste radicali. Un aspetto, questo, non trascurabile nel Paese con la popolazione musulmana più vasta del mondo.
Nel 2019, al secondo tentativo di raggiungere la presidenza, Prabowo aveva nominato l’ex leader dell’ala giovanile del gruppo islamista Muhammadiyah, Dahnil Simanjuntak, come suo portavoce personale.
In entrambe le tornate elettorali, Prabowo aveva rifiutato di ammettere la sconfitta. Nel 2019 aveva accusato Widodo di brogli elettorali, scatenando una delle peggiori ondate di violenza politica degli ultimi decenni in Indonesia. Centinaia di persone erano rimaste ferite durante gli scontri tra i sostenitori di Prabowo e la polizia dopo l’annuncio dei risultati del voto. E almeno sei sono state uccise.
L’Indonesia era sembrata sulla soglia di una guerra intestina. Poi, all’improvviso, era cambiato tutto. Dopo una serie ravvicinata di incontri tra i due, dagli insulti si era passati ai selfie. Dalle accuse di brogli si era passati alla nomina di Prabowo nella squadra di governo di Widodo, come ministro della Difesa. Era parsa una mossa utile a «neutralizzare» politicamente l’ex generale.
Alleanze interne
Il capitale politico di Widodo e la futura eleggibilità del suo partito dipendevano anche dalla sua capacità di mantenere un’alleanza con la società civile islamica, si pensava allora. E aveva bisogno del sostegno di gruppi come Nahdlatul Ulama e Muhammadiyah per governare efficacemente. Insomma, la mossa di Jokowi era stata letta come la risposta alla necessità di dare stabilità al suo secondo mandato. Senza contare che era già emerso lo storico progetto di spostare la capitale da Giacarta a Nusantara (vedi box), nel Kalimantan orientale, sull’isola del Borneo. E Prabowo è una sorta di «zar» di quella zona, dove la sua famiglia possiede vasti terreni per circa 220mila ettari e detiene un’importante capitale politico.
La decisione di Widodo di tenersi vicino Prabowo si sarebbe, invece, rivelata essere più profonda. In vista delle elezioni di febbraio, infatti, il presidente uscente (ancora molto popolare nell’opinione pubblica indonesiana) ha deciso di appoggiare proprio il suo ex rivale e invece del candidato del suo Partito democratico indonesiano di lotta. Widodo ha mollato senza tanti complimenti Ganjar Pranowo, ex governatore di Giava centrale e suo teorico erede designato, lasciandolo completamente spiazzato visto che questi aveva costruito la sua immagine e la sua campagna come l’unico in grado di dare continuità alle politiche del compagno di partito. È arrivato persino terzo, dietro il candidato indipendente Anies Baswedan, ex governatore di Giacarta. Anche lui, in realtà, sperava di ricevere l’appoggio di Widodo, di cui aveva scritto per anni i discorsi prima di venire nominato ministro dell’Istruzione.
E invece Jokowi ha scelto proprio Prabowo. E non si è limitato a dargli un appoggio indiretto, ma ha addirittura piazzato il proprio figlio, Gibran Rakabuming Raka, nel ruolo di numero due del suo ex rivale e dunque eventuale futuro vicepresidente. Mossa, quest’ultima, controversa visto che Gibran ha solo 36 anni e la legge indonesiana indica nei 40 anni l’età minima per candidarsi a presidenza o vicepresidenza. Un ostacolo serenamente superato grazie a una sentenza della Corte costituzionale, che ha rimosso il vincolo di età per chi avesse vinto in precedenza un’elezione locale. E Gibran è sindaco della città di Surakarta. Il sospetto, di una sentenza ad personam è acuito da un particolare non trascurabile: a capo della Corte costituzionale di Giacarta c’è nientemeno che il marito della sorella di Widodo.
Gente al voto a Demak, Central Java, 24/02/2024. (Photo by Akrom HAZAMI / AFP)
L’immagine e i social
Tra gli elettori indonesiani, c’è anche chi è rimasto scandalizzato della netta vittoria di Prabowo. Tanto che sono state organizzate diverse proteste, dopo l’annuncio dei risultati ufficiali, nelle quali centinaia di persone hanno chiesto l’impeachment di Widodo per «interferenze» nel processo elettorale. Eppure, nelle urne non tutti hanno considerato il poco invidiabile passato di Prabowo, forse anche grazie al fatto che questi ha ripulito la sua immagine con una semplice quanto astuta strategia sui social media. A livello ufficiale non ha più utilizzato i toni incendiari del passato, soprattutto sui social più seguiti dai giovani. Instagram e TikTok sono stati invasi dai video di Prabowo in versione affabulatore e con un’immagine da zio o nonno simpatico e un po’ imbranato, ma bonario e ovviamente dotato di tanta saggezza. Balletti improbabili, sorrisi e foto ricordo, aneddoti personali e il gatto Bobby hanno reso simpatica una figura di cui in tanti non ricordano, o nemmeno conoscono, gli scheletri nell’armadio.
D’altronde, la maggioranza degli elettori ha meno di 40 anni. Molti di loro non hanno ricordi nitidi della dittatura di Suharto o delle forze speciali di Prabowo, così come del suo esilio in Giordania.
Si tratta di una dinamica che inizia a essere una tendenza anche in Asia dove spesso dominano le dinastie politiche familiari. E non solo nella Corea del Nord dei Kim. Basti pensare alla Cambogia di Hun Sen (cfr MC luglio 2022), il leader eterno appena tornato presidente del Senato dopo aver lasciato il ruolo di premier al figlio Hun Manet. La strategia «prabowiana» sui social è stata un ingrediente anche del successo di Ferdinand Marcos Junior, figlio del dittatore filippino, alle elezioni presidenziali del 2022 (cfr MC agosto 2022). E anche in India il primo ministro Narendra Modi sta conducendo una campagna elettorale dove la priorità sul fronte comunicativo è data a canali come Instagram rispetto alle tradizionali interviste.
Discorsi moderati
Sul fronte più istituzionale, Prabowo ha assunto (quantomeno ufficialmente) una linea moderata con parole ben più calibrate rispetto al passato. Ha soprattutto promesso di portare avanti le politiche di Widodo sul fronte economico, lasciando aperte le porte agli investimenti esteri. Si tratta di un tema su cui c’è molta attenzione da parte delle grandi potenze, interessate a rafforzare la loro presenza in un mercato dinamico ed emergente come l’Indonesia, peraltro Paese ricco di risorse minerarie fondamentali per lo sviluppo di settori strategici sul fronte tecnologico. Su tutte, il nichel, un minerale fondamentale per le batterie dei veicoli elettrici.
Nel 2014, le esportazioni di nichel ammontavano a un miliardo di dollari, oggi la cifra è arrivata a 30 miliardi. E gli investimenti esteri nel settore estrattivo sono altrettanto esplosi, raggiungendo i 16 miliardi nel 2022, in gran parte provenienti da aziende cinesi.
Politica estera
Gli Stati Uniti stanno provando a recuperare il terreno perduto. Lo scorso novembre Biden ha ricevuto Widodo alla Casa Bianca, cercando di raggiungere un accordo sull’estrazione congiunta delle terre rare. A separare Washington e Giacarta ci sono però visioni diverse sulla crisi in corso in Medio Oriente: il governo indonesiano, infatti, è molto critico con Israele, con cui peraltro non ha mai avviato relazioni diplomatiche ufficiali.
L’Indonesia ha tradizionalmente una politica estera non allineata e particolarmente cauta. Con Prabowo potrebbe però assumere un timbro più deciso, viste le posizioni su temi internazionali da lui espresse in passato, spesso molto lontane da quelle occidentali. Basti pensare alla proposta, avanzata a giugno 2023, di una pace alla coreana per la guerra in Ucraina: congelamento dei confini sulla situazione attuale e referendum nei territori occupati dai russi per far scegliere alla popolazione da che parte stare. Idea respinta con sdegno da Kiev, Bruxelles e Washington.
Eppure, quando il prossimo 20 ottobre Prabowo inizierà il suo incarico presidenziale, gli Stati Uniti, e non solo, dovranno costruire con lui un rapporto solido. Sulle relazioni con la Cina potrebbero parzialmente interferire le dispute sul mar Cinese meridionale, su cui Prabowo potrebbe assumere una linea meno conciliante di quella di Widodo. A Pechino si ricordano ancora il ruolo dell’ex generale nelle purghe anticomuniste di Suharto. Ma gli scheletri di Prabowo sembrano ormai destinati a restare ben sigillati nel suo armadio.
Lorenzo Lamperti
Human rights activist Maria Catarina Sumarsih, […] (Photo by Afriadi Hikmal / NurPhoto / NurPhoto via AFP)
La valenza politica ed economica di Nusantara
In Borneo la nuova capitale
In lingua giavanese significa «arcipelago». Si trova nella remota regione orientale del Kalimantan sull’isola del Borneo. Per costruirla si prevede una spesa di circa 32 miliardi di dollari, ma anche un aumento del disboscamento di una delle foreste pluviali più antiche del mondo. È questo l’identikit di Nusantara, destinata a diventare la nuova capitale dell’Indonesia. Per completarla ci vorrà ancora diverso tempo, forse fino al 2045. Ma l’inaugurazione è prevista già per il prossimo 17 agosto, in occasione del 79simo anniversario dell’indipendenza del Paese dai Paesi Bassi. In prima fila ci sarà il presidente uscente Joko Widodo, che proprio in Nusantara identifica la sua eredità politica.
Il progetto è partito nel 2019, all’alba del secondo mandato di Widodo, quando è emersa la necessità di decongestionare Giacarta. L’attuale capitale soffre di inquinamento e traffico, e, secondo diversi studi, si sta persino parzialmente inabissando. Non a caso le alluvioni sono diventate sempre più frequenti. Il Borneo invece è meno esposto a disastri naturali e si trova geograficamente al centro del Paese. I lavori sono ufficialmente partiti nel 2022, rallentati all’inizio dalla pandemia da Covid-19, oggi proseguono in una sorta di corsa contro il tempo per consentire a Widodo di partecipare all’inaugurazione prima di lasciare la presidenza a Prabowo Subianto. Sul posto sono impiegati circa centomila operai, in un’area grande quattro volte quella di Giacarta.
Lo spostamento della capitale ha una valenza fortemente politica ed economica. L’obiettivo è infatti anche quello di favorire lo sviluppo di una regione rimasta meno popolata, diversificando la crescita interna e riducendo la centralizzazione che ha contraddistinto il modello di sviluppo indonesiano.
L’apertura di Nusantara significa anche lanciare una nuova rete di infrastrutture ed edifici pubblici, con la speranza di attrarre una pioggia di investimenti esteri. In realtà, su questo fronte i risultati sono stati meno brillanti del previsto.
Il colosso giapponese SoftBank ha ritirato la sua partecipazione a causa di preoccupazioni sulla sostenibilità economica del progetto e delle 300 aziende globali, citate dal governo come interessate, molte non hanno ancora firmato alcun accordo. Restano diversi dubbi anche sul fronte ambientale, dato il possibile contraccolpo sulla ricca biodiversità dell’area. C’è poi chi teme che Nusantara possa tramutarsi in una sorta di «cattedrale nel deserto», quasi un corpo estraneo rispetto al resto del Paese. Il tempo lo dirà. Ma intanto Widodo ha fretta per lasciare il suo marchio e tagliare il nastro.
L.L.
Moschea di Ambon (di Claudia Caramanti)
Le religioni in Indonesia
Il più grande paese musulmano
L’Indonesia è il più grande Paese musulmano al mondo per numero di credenti. I fedeli sono peraltro in costante crescita, visto che dal 2011 al 2022 sono passati da 202,9 milioni a 277,3. Si tratta dell’87,2% della popolazione totale. La quasi totalità dei musulmani indonesiani, pressoché il 99%, è sunnita. L’islam indonesiano è caratterizzato da una forte influenza della cultura locale, tanto da venire chiamato islam Nusantara. Nel giugno 2015, Joko Widodo ha espresso apertamente il suo sostegno a questa forma che molti giudicano più moderata di islam e secondo il presidente uscente «compatibile coi valori culturali indonesiani».
Ma nel Paese sono presenti anche altre religioni. Il 9,9% della popolazione è cristiano, con il 7% protestante e 2,9% cattolico. C’è poi un 1,7% di indù e uno 0,7% di buddhisti. Si stima che circa 20 milioni di persone, soprattutto a Giava, Kalimantan (Borneo) e Papua, pratichino vari sistemi di credenze tradizionali, spesso indicati collettivamente come aliran kepercayaan.
La Costituzione afferma che la nazione indonesiana «è basata sulla fede in un unico Dio supremo», ma garantisce a tutte le persone il diritto di praticare il culto secondo la propria religione e il proprio credo. Il decreto presidenziale del 1965 sulla prevenzione della blasfemia e dell’abuso delle religioni proibisce le «interpretazioni devianti» degli insegnamenti religiosi e qualsiasi organizzazione blasfema. Non mancano però i casi controversi. La provincia di Aceh prevede la sharia (legge islamica, ndr) applicata dai tribunali islamici, fino dal 2001, con la promulgazione della legge sull’autonomia speciale. Queste leggi, in alcuni casi, prevedono fino a 100 frustate come punizione. Negli ultimi anni alcuni gruppi islamisti, anche radicali, hanno guadagnato spazio nel dibattito politico e pubblico, tanto da essere corteggiati dal presidente eletto Prabowo Subianto.