Mondo. Pandemia nucleare a 80 anni da Hiroshima e Nagasaki

Corre il riarmo nucleare mondiale, mentre rischia di sbiadirsi la memoria dei massacri di Hiroshima e Nagasaki di 80 anni fa. E i vescovi giapponesi richiamano al disarmo.

Il massacro più veloce della storia umana avvenne il 6 agosto del 1945 in Giappone.
Quel giorno, alle 8,15 del mattino, gli Usa colpirono Hiroshima con una bomba atomica uccidendo sul colpo tra le 70 e le 80mila persone. Gran parte della città fu rasa al suolo.
Il secondo avvenne tre giorni dopo a Nagasaki, dove gli Usa sterminarono, con una seconda bomba, altre 40mila persone.

Benché sia impossibile avere una contabilità certa delle conseguenze di quegli attacchi, è chiaro che mai era avvenuta una strage di massa così imponente in un tempo così breve, in una modalità così indiscriminata e devastante anche per le infrastrutture e l’ambiente naturale.

Altre decine di migliaia di persone morirono nelle settimane successive per le conseguenze dirette dell’esplosione e degli incendi e distruzioni provocate dalle bombe. Si parla di circa 140mila totali per Hiroshima entro la fine del 1945, e di circa 70mila per Nagasaki.
Complessivamente 210mila persone con due sole bombe in due città che contavano, insieme, circa 600mila abitanti.

Voci inascoltate

Basterebbero questi dati, senza elencare le conseguenze che ancora oggi, a distanza di 80 anni, pesano sulla vita di molti, per rendere evidente quanto il bando delle armi nucleari dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità della comunità internazionale.

Eppure, oggi, le voci che si alzano contro la proliferazione delle armi atomiche, pur essendo molte, sono quasi sempre della sola società civile. E ottengono poco ascolto e poca risonanza. Tanto che nel 2024, le nove potenze nucleari mondiali – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – hanno continuato indisturbate a modernizzare i propri arsenali.

La corsa agli armamenti nucleari

Secondo gli ultimi dati del Sipri (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), all’inizio del 2025 erano presenti nel mondo circa 12.241 testate nucleari, delle quali 9.614 in scorte militari pronte all’uso. Di queste, 3.912 risultano schierate su missili o aeromobili, con circa 2.100 mantenute in stato di allerta operativa elevata, prevalentemente da Stati Uniti e Russia.

Il centro di ricerca svedese sottolinea che tutti i Paesi dotati di armi nucleari stanno investendo in programmi di ammodernamento, che vanno ben oltre il semplice mantenimento degli arsenali.
Questo, a partire da Usa e Russia che detengono insieme quasi il 90% delle testate nucleari mondiali. E dalla Cina che ha accelerato la propria espansione, passando da 500 a circa 600 testate in un solo anno.

A 80 anni da dalla prima bomba atomica usata contro l’umanità, il Sipri sottolinea che la riduzione del numero di testate a livello globale (da 12.405 nel 2024 a 12.241 nel 2025) è dovuta al lento smantellamento di quelle obsolete da parte di Usa e Russia, e non al disarmo. La tendenza generale è, invece, di crescita e potenziamento.

Per gli analisti del Sipri, la mancanza di nuovi trattati di controllo e la crescente opacità delle dottrine nucleari dei Paesi detentori delle armi atomiche, alimentano l’instabilità geopolitica, rendendo, seppur involontariamente, più vicino il rischio di conflitto nucleare.

La voce della Chiesa giapponese contro il riarmo nucleare

Tra le voci che si alzano per domandare maggiore responsabilità ai governanti del mondo, quella della Conferenza episcopale giapponese (Ceg) è particolarmente significativa.

In vista della ricorrenza degli 80 anni dai due massacri di Hiroshima e Nagasaki, i vescovi del Paese hanno firmato una dichiarazione per domandare l’abolizione delle delle armi atomiche: «[…] noi vescovi della Conferenza episcopale giapponese, l’unico Paese a essere stato vittima di un bombardamento atomico, […] con questa dichiarazione, ribadiamo il nostro fermo impegno per raggiungere l’abolizione delle armi nucleari.
A Hiroshima e Nagasaki, molte persone persero la vita nei bombardamenti del 1945, e ancora oggi molti continuano a soffrire per le loro conseguenze. È una tragedia che non deve ripetersi», scrivono.

E proseguono: «L’esistenza delle armi nucleari è un affronto alla dignità degli esseri umani e al mondo che Dio ha creato come “buono” e costituisce una grave minaccia per tutte le forme di vita. […].
Inoltre, nella più ampia prospettiva degli “hibakusha” (i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki), non possiamo dimenticare l’esistenza di vittime legate ai test nucleari e all’estrazione dell’uranio.
Pertanto, dichiariamo eticamente inaccettabili lo sviluppo, i test, la produzione, il possesso e l’uso di armi nucleari».

Per i vescovi della Chiesa giapponese, la cosiddetta deterrenza nucleare di cui si parla in diverse cancellerie del mondo è un mezzo inefficace per risolvere i conflitti, e, in più, getta l’umanità in un «dilemma di sicurezza» che, «inevitabilmente, conduce sull’orlo di una guerra nucleare. Non possiamo tollerare in alcun modo questo modo di pensare».

E concludono: «Come Vescovi […] continueremo a far conoscere al mondo intero la realtà dei bombardamenti atomici e a denunciare la disumanità delle armi nucleari; saremo solidali con i movimenti nazionali e internazionali che lottano per l’abolizione delle armi nucleari e promuoveremo azioni concrete per raggiungere questo obiettivo; sosterremo i principi del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) ed esorteremo il governo giapponese a ratificarlo il prima possibile; trasmetteremo l’ideale di pace alle generazioni future attraverso l’educazione alla pace e attività di sensibilizzazione».

Luca Lorusso




Atomica. L’umanità al bivio


In soli 45 minuti di guerra nucleare morirebbero 85 milioni di persone. L’atomica non è un elemento tra gli altri della politica mondiale. È quello centrale. E rende la guerra obsoleta. Ricordare Hiroshima e Nagasaki per impedire la «soluzione finale» dell’umanità.

Nel 2019 un gruppo di ricercatori dell’Università di Princeton, guidati dal professor Alex Glaser, svolse una simulazione sugli effetti di una guerra nucleare tra Russia e Nato.

Il modello era basato sulla reale dotazione nucleare delle potenze in campo e sui rispettivi obiettivi strategici. Aveva come ipotesi di avvio un primo colpo «tattico» nucleare inviato dall’esclave russa di Kaliningrad – l’antica Königsberg, città di Immanuel Kant, autore, tra l’altro, del progetto Per la pace perpetua – con l’obiettivo di fermare l’avanzata della Nato verso i confini russi, e la conseguente risposta nucleare Usa-Nato.

La previsione fu che in soli 45 minuti si sarebbero causati 85,3 milioni di morti, senza contare le vittime legate agli effetti successivi delle radiazioni.

Un’immane e repentina ecatombe. La morte dell’umanità e della civiltà. Quella distruzione di mondi della Bhagavadgītā, testo sacro dell’induismo, evocata da Robert Oppenheimer («sono diventato morte, distruttore di mondi»), il fisico a capo del progetto Manhattan, quando assistette all’effetto dirompente dell’esplosione della bomba Trinity nel deserto di Los Alamos, test definitivo dopo il quale il presidente degli Usa Harry Truman diede il via allo sganciamento delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, il 6 e il 9 agosto del 1945. Come abilmente narrato nel film di Cristopher Nolan (vedi MC 6/2024).

Hiroshima e Nagasaki

Ricordiamo brevemente i fatti. Gli storici che hanno potuto esaminare i documenti Usa desecretati, affermano sempre più convintamente che il governo giapponese era pronto ad arrendersi già da un mese quando piovve le prima bomba atomica il 6 agosto 1945 e, sicuramente, prima che arrivasse la seconda.

Il presidente Truman, però, che era da poco succeduto a Roosevelt, non intendeva dissipare i risultati della costosissima tecnologia messa a punto segretamente con il progetto Manhattan, e diede ugualmente il via libera allo sganciamento dei due ordigni atomici.

«La vera posta in gioco – ha scritto Zygmunt Baumann su quella decisione ne Le sorgenti del male, 2021 – può essere facilmente dedotta dal trionfante discorso presidenziale il giorno successivo alla distruzione di centinaia di migliaia di vite a Hiroshima: “Abbiamo fatto la scommessa scientifica più audace della storia, una scommessa da due miliardi di dollari – e abbiamo vinto!”».

Tre giorni dopo, il 9 agosto, la stessa funesta scommessa venne riversata anche su Nagasaki.

Furono 220mila le vittime dirette delle due esplosioni, quasi esclusivamente civili inermi, e circa 150mila quelle successive: persone morte per le conseguenze delle radiazioni. Il più grande e impunito crimine di guerra della storia dell’umanità.

La guerra è obsoleta

Mentre si chiudeva la Seconda guerra mondiale, si inaugurava la cosiddetta Guerra fredda con la sua corsa agli armamenti. Iniziava un’era inedita nella quale l’umanità aveva la possibilità dell’autodistruzione.

Non passarono neanche dieci mesi da quel cambio di paradigma nella guerra moderna, avvenuto a spese degli inermi abitanti delle due città giapponesi, quando in Italia cominciarono i lavori dell’Assemblea costituente. Essa aveva perfettamente chiaro che la guerra non era ormai più utilizzabile, non solo «come strumento di offesa della libertà degli altri popoli», ma neanche come «mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Dopo gli oltre sessanta milioni di morti causati dalla guerra appena conclusa, le armi nucleari avrebbero dovuto rendere definitivamente obsoleta la guerra, una realtà da archiviare tra i ferri vecchi della storia.

L’articolo 11, posto tra i Principi fondamentali della Costituzione, dice proprio questo, e obbliga, implicitamente, a ricercare e costruire le alternative alla violenza bellica («pace con mezzi pacifici», recita la Carta delle Nazioni Unite). Alternative compatibili con la continuazione della specie umana sulla terra. È l’etica della responsabilità che innerva la Costituzione e attraversa la parte migliore del pensiero politico del Novecento.

Sul filo del rasoio

Un esempio luminoso di questo pensiero è il Manifesto per il disarmo nucleare, composto nel 1955 da Albert Einstein e Bertrand Russell. Sottoscritto da illustri scienziati del tempo, da Max Born a Linus Pauling, è di una disarmante attualità: «Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?».

Secondo Einstein e Russell l’alternativa ormai è radicale: «Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?». Un quesito che, per noi, qui e ora, è più attuale che mai.

Vale la pena aggiungere che nel 1955, uno dei momenti di maggiore crisi durante la Guerra fredda, le lancette del Doomsday clock – l’orologio dell’Apocalisse, il simbolico indicatore del pericolo nucleare per l’umanità messo a punto dal «Bollettino degli scienziati atomici» fin dal 1947 a Chiacago – era fissato pericolosamente a due minuti dalla mezzanotte, l’ora della fine dell’umanità.

Oggi la situazione è peggiorata: nel gennaio 2023, a quasi un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, la nuova posizione delle lancette era a 90 secondi dalla mezzanotte, il punto più pericoloso mai raggiunto per la sicurezza dell’umanità. Stessa situazione confermata nel gennaio di quest’anno.

«L’umanità è sul filo del rasoio – ha ribadito Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, lo scorso 8 giugno -: il rischio che venga usata un’arma nucleare ha raggiunto livelli mai visti dai tempi della Guerra fredda».

Responsabilità e realismo. Bandire le armi atomiche

Eppure, salvo alcuni «grandi vecchi» come papa Francesco ed Edgar Morin, entrambi intervenuti all’Arena di Pace di Verona del 18 maggio scorso (seppure il secondo con un video messaggio registrato), decisori, intellettuali e media sembrano, in grande maggioranza, non avere la percezione del pericolo che stiamo correndo, in questo varco della storia, con la continua escalation della guerra tra potenze nucleari in corso in Europa, dimenticando colpevolmente la lezione di filosofi come Günther Anders che avevano messo al centro della propria riflessione esattamente la situazione dell’umanità nell’epoca della possibilità dell’autodistruzione atomica. Secondo Anders, nella nostra epoca, qualunque azione politica, in particolare all’interno di un conflitto internazionale, non può non tenere conto della «situazione atomica».

La tesi secondo la quale le armi atomiche sarebbero solo uno degli elementi in gioco nello scenario politico è un inganno. È vero piuttosto che lo scenario atomico è il contesto nel quale avvengono le cosiddette azioni politiche (Tesi sull’età atomica, in Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki).

L’agire politico, dunque, per essere dotato di responsabilità e realismo deve tenere conto dell’esistenza delle armi nucleari. Deve ritrovare «il coraggio di aver paura». La paura, infatti, è segno di consapevolezza e ha un valore euristico, cioè di strumento per conoscere la realtà, oltre che di sprone alla mobilitazione.

Ricordare, dunque, lo sganciamento delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, non è – non può essere – la celebrazione di un irripetibile evento storico passato, ma rappresenta – deve rappresentare – la presa di coscienza dello stato presente del mondo. Della sua attuale riproducibilità: «Il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima – scrive Anders – è cominciata una nuova era: l’era in cui possiamo trasformare in qualunque momento ogni luogo, anzi la terra intera, in un’altra Hiroshima».

Se questa possibilità è ormai irreversibile sul piano delle competenze tecnologiche – e appare sempre più vicina -, è tuttavia modificabile attraverso l’acquisizione dei saperi etici che consentano di imboccare l’unica uscita di sicurezza esistente: la cancellazione delle armi nucleari dalla faccia della terra, con la loro definitiva proibizione, e il superamento della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.

Si tratta di colmare ciò che Anders chiama lo «scarto prometeico», ossia la frattura che passa tra l’infinita capacità produttiva di distruzione e la nostra capacità immaginativa delle conseguenze.

In un pianeta nel quale, mentre la crisi sistemica globale moltiplica i conflitti, i governi moltiplicano le armi e le guerre, è necessario declinare il piano etico del dover essere sul piano politico della possibilità di essere ancora: dando un’ulteriore chance all’umanità attraverso precise scelte di disarmo, a partire dall’adesione al Trattato internazionale per la messa al bando delle armi nucleari.

Parliamo del Trattato Onu voluto dall’azione dal basso dei popoli attraverso la campagna Ican, vincitrice del Nobel per la Pace nel 2017. In vigore dal 22 gennaio 2021, esso mette fuori legge le testate atomiche, ma non è stato sottoscritto né dai nove governi dei paesi atomici (Usa, Russia, Cina, India, Pakistan, Gran Bretagna, Francia, Israele, Corea del Nord), né dai governi dei paesi che «ospitano» testate altrui. Come l’Italia che «custodisce» tra le basi militari di Ghedi (Brescia) ed Aviano (Pordenone) diverse decine di testate atomiche statunitensi, facendo così della Pianura Padana il primario obiettivo di un possibile attacco nucleare su territorio europeo. Preparandone «il non essere più», come nella realistica simulazione di Princeton.

Bomba e soluzione finale

Mentre scrivo queste righe, i popoli europei stanno votando per le elezioni del Parlamento di Strasburgo. Questo mi fa tornare in mente le note preparatorie, probabilmente dell’87, per il testo di un intervento mai svolto di Alberto Moravia al Parlamento europeo, dove l’intellettuale italiano era stato eletto nel 1984 (oggi inserito in appendice al suo L’inverno nucleare): «Nei primi anni del dopoguerra, la situazione era questa: la Germania nazista aveva elaborato una teoria (quella della cosiddetta soluzione finale ossia del genocidio totale) che giustificava la bomba come la sola arma che permettesse la strage di massa ma non aveva saputo creare la bomba. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica dal canto loro non avevano alcuna teoria che giustificasse la bomba ma avevano la bomba. Anzi, gli Stati Uniti, nel 1945, avevano costruito e lanciato la bomba […]. Al processo di Norimberga – continua lucidamente Moravia -, la teoria della bomba (cioè della soluzione finale) fu solennemente condannata come una teoria contraria alle leggi della guerra. Ma non ci si accorse che non bastava condannare la teoria ma si doveva mettere fuori legge l’arma nucleare che di quella teoria era l’indispensabile corollario. Questa mancata consapevolezza del segreto e strettissimo rapporto tra bomba e teoria della soluzione finale impedì di rendersi conto che Hitler, lungi dall’essere stato sconfitto, era il vero vincitore della Seconda guerra mondiale».

Saprà l’Europa, questa volta, impedire il dispiegamento della soluzione finale dell’umanità, con la resistenza attiva e nonviolenta contro la Terza guerra mondiale, che, se sarà, sarà nucleare? A ciascuno il compito urgente di fare la sua parte.

Pasquale Pugliese

Nel mondo, in Europa, in Italia

Secondo l’ultimo rapporto Ican (la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), nel 2023, i nove Stati dotati di armi atomiche hanno speso complessivamente 10,7 miliardi di dollari in più rispetto al 2022 per i loro arsenali nucleari, raggiungendo la cifra di 91,4 miliardi.

Lo scorso 17 giugno il Sipri (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma) ha reso pubblica la sua ricerca annuale sul numero di testate nucleari presenti nel mondo. Scrive: «All’inizio del 2024, nove Stati – Usa, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele – possedevano circa 12.121 armi nucleari, di cui 9.585 potenzialmente disponibili a livello operativo. Si stima che circa 3.904 di queste testate siano state schierate con le forze operative, di cui circa 2.100 mantenute in uno stato di alta allerta operativa, circa 100 in più rispetto all’anno precedente».

Riguardo alla presenza di testate nucleari Usa sul territorio italiano, più avanti, nel rapporto si stima che a inizio 2024 ci fossero circa 100 bombe non strategiche schierate in Europa per un potenziale utilizzo da parte di aerei da combattimento statunitensi e alleati. Le bombe, controllate dall’aeronautica americana, sono presenti in sei basi aeree in cinque stati membri della Nato: Kleine Brogel in Belgio; Büchel in Germania; Aviano e Ghedi in Italia; Volkel nei Paesi Bassi; e İncirlik in Turchia.

Luca Lorusso