«Machina sapiens» e guerra


La competizione tra Cina e Stati Uniti, le due maggiori potenze mondiali, è totale. Nella corsa agli armamenti la sfida è anche a colpi di Intelligenza artificiale (Ia), la nuova frontiera tecnologica dell’umanità.

Negli ultimi anni, il panorama geopolitico globale è stato rivoluzionato da una nuova e insidiosa corsa agli armamenti, non basata solo su missili o carri armati, ma su qualcosa di ancora più potente: l’Intelligenza artificiale (Ia).

In questo contesto, Cina e Stati Uniti si trovano al centro di una sfida epocale, investendo risorse senza precedenti nello sviluppo di tecnologie avanzate che potrebbero ridefinire il futuro della sicurezza internazionale. Le dinamiche di questa competizione tecnologica stanno già cambiando l’equilibrio dell’economia globale.

Secondo il Digital economy report della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo del 2021, le grandi aziende tecnologiche come Apple, Amazon, Meta e la cinese Huawei detengono il 90% della capitalizzazione di mercato nel settore. Esse stanno scommettendo fortemente sul digitale, investendo ingenti risorse in infrastrutture all’avanguardia. Questa strategia consente loro di acquisire un potere di mercato senza precedenti, sia sotto il profilo finanziario che economico, e di esercitare un controllo significativo sulle enormi quantità di dati personali degli utenti, rafforzando ulteriormente la loro posizione dominante a livello globale.

Ciò che serve

Le tre componenti fondamentali per sviluppare sistemi avanzati di Ia sono: algoritmi innovativi, una grande quantità di dati per addestrare i modelli e, infine, chip moderni e potenti e in grande quantità per supportare l’enorme potenza di calcolo necessaria. Questo introduce un rischio di natura militare e geopolitica, poiché il principale centro di produzione dei microchip a livello mondiale si trova attualmente a Taiwan.

Gli Stati Uniti e la Cina sono leader nella ricerca avanzata e nell’utilizzo delle tecnologie di intelligenza artificiale. Per la Cina, questa è una priorità nazionale di massima importanza.

Il presidente Xi Jinping lo ha chiaramente delineato nel piano per la «grande rinascita della nazione cinese» entro il 2049 presentato durante il XX Congresso del Partito comunista cinese. Un rapporto del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti del 2023 conferma l’intenzione della Cina di superare l’Occidente nella ricerca sull’intelligenza artificiale entro il 2025 e di diventare leader mondiale entro il 2030.

Screenshot. Suggerimenti di IA da Google Play

La difesa nell’era dell’Ia

In ambito militare, l’uso dell’Ia è essenziale per la raccolta di informazioni, il monitoraggio del campo di battaglia e la localizzazione del nemico, contribuendo a una decisiva previsione delle mosse dell’av-

versario. Elaborando grandi quantità di informazioni, gli algoritmi possono penetrare i sistemi di difesa avversari.

L’integrazione tra ambiti militari e civili rappresenta uno dei pilastri della strategia cinese. L’obiettivo è di creare un database comune accessibile a tutti gli istituti di ricerca scientifica, le università, le aziende e il corpo militare cinese.

Baidu – la Google cinese – e altre aziende tech hanno invocato la collaborazione con il settore della difesa, rendendo molte delle tecnologie sviluppate utilizzabili per operazioni belliche dall’esercito cinese. Fino ad oggi, la strategia militare del paese ha dato priorità ai sistemi e alle attrezzature da combattimento senza equipaggio (droni, missili autonomi, sottomarini).

Usa contro Cina

Nella frenetica rincorsa per avanzare nel campo dell’Ia, anche la Cina si trova a dover affrontare numerosi ostacoli, tra cui significative carenze negli standard tecnici e nelle piattaforme software. Difficoltà maggiorate a seguito delle restrizioni imposte dal governo Usa a Nvidia, azienda americana (da poco la più capitalizzata al mondo) leader nell’esportazione di chip verso la Cina. Il segretario al Commercio degli Stati Uniti, Gina Raimondo, ha dichiarato che queste nuove normative mirano a impedire alla Cina di ottenere chip avanzati, essenziali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, soprattutto in ambito militare.

Queste restrizioni mettono in luce le difficoltà che il gigante asiatico deve affrontare nel raggiungere l’autosufficienza in settori vitali come quello dei semiconduttori.

Ia, droni e nuove guerre

L’integrazione dell’Intelligenza artificiale nel settore militare sta radicalmente trasformando il concetto di guerra. Un esempio significativo di questa rivoluzione è rappresentato dagli avanzamenti nel campo dei droni.

I test condotti dagli Stati Uniti hanno evidenziato le straordinarie potenzialità di questi dispositivi per le operazioni militari. I micro droni Perdix (solo 30 centimetri di apertura alare) hanno dimostrato capacità avanzate, tra cui quella di decidere in autonomia e collettivamente tra loro, il volo in formazione adattivo e l’autoriparazione.

William Roper, direttore dello Strategic capabilities office (Sco), ha dichiarato: «A causa della natura complessa del combattimento, i Perdix non sono individui pre programmati e sincroniz- zati, ma un organismo collettivo che condivide un cervello distribuito per il processo decisionale e si adatta l’uno all’altro come gli sciami in natura».

Nel 2017, il governo statunitense ha lanciato il Progetto Maven, un programma volto a creare sistemi in grado di elaborare le immagini dei droni e rilevare automaticamente potenziali obiettivi. Per farlo mettono insieme e analizzano dati per renderli utilizzabili operativamente, in modo più preciso e affidabile di quanto potrebbe mai fare la capacità umana. I sistemi sviluppati grazie a questa iniziativa sono stati utilizzati in operazioni contro l’Isis in Medio Oriente e, più recentemente, dall’Ucraina nel conflitto con la Russia.

Errato sarebbe escludere i possibili margini di errore dei sistemi automatizzati. Infatti, le precedenti esperienze hanno rivelato problematiche che aumenteranno esponenzialmente nell’era dell’Ia. Non a caso è stato creato l’Ai incident database, un’enciclopedia online degli incidenti di Intelligenza artificiale conosciuti, sotto la voce «errori epocali».

Proliferazione e pericoli

La prudenza degli Stati Uniti nell’adozione di tecnologie autonome, motivata da una profonda consapevolezza dei rischi, si contrappone all’approccio più aggressivo della Cina. Tuttavia, questa competizione non si limita a una semplice rivalità bilaterale, ma coinvolge una dimensione globale, dove la proliferazione di droni e sistemi autonomi potrebbe facilitare l’accesso a tecnologie avanzate anche a nazioni più piccole e gruppi paramilitari.

Mentre il confronto tra le due superpotenze richiama alla mente i giorni della Guerra fredda, l’impiego dell’Ia in campo militare introduce sfide uniche e complesse.

La facilità di produzione e l’economicità del software che alimenta queste armi autonome potrebbero trasformare i conflitti moderni, rendendo la gestione e il controllo delle nuove tecnologie una priorità cruciale. Pertanto, è indispensabile che le grandi potenze globali intraprendano un dialogo mirato a sviluppare una legislazione comune sull’uso dell’Ia in ambito militare. Questo dialogo dovrà essere guidato dall’urgenza di prevenire escalation e conseguenze catastrofiche, assicurando che l’elemento umano rimanga centrale nel processo decisionale.

La «Dichiarazione politica sull’uso militare responsabile dell’intelligenza artificiale e dell’autonomia» del 2023, rilasciata dal governo statunitense rappresenta un passo nella giusta direzione, tracciando linee guida che enfatizzano la responsabilità umana nell’impiego di queste tecnologie.

Screenshot. Suggerimenti di IA da Google Play

L’«Ai act»: le regole dell’Europa

Facendo un passo storico verso la regolamentazione delle tecnologie emergenti, nel marzo 2024 il Parlamento europeo ha adottato il «Regolamento sull’Intelligenza artificiale» (Ai act), una normativa volta a creare un quadro giuridico armonizzato per l’uso dei sistemi di Ia nell’Unione europea. Questo regolamento mira a bilanciare l’innovazione tecnologica con la protezione dei diritti fondamentali dei cittadini.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che la legge dell’Ue sull’Ia rappresenta «il primo quadro giuridico globale in assoluto in materia di intelligenza artificiale a livello mondiale». L’obiettivo è proteggere i diritti fondamentali, la democrazia, lo Stato di diritto e la sostenibilità ambientale dai sistemi di Ia ad alto rischio, creando al contempo le condizioni per una continua innovazione.

Il regolamento stabilisce obblighi basati sui possibili rischi e sul livello d’impatto delle applicazioni introdotte, imponendo rigorosi controlli per le aziende che utilizzano l’Ia.

Non solo «chatbot» e «deep fake»

I controlli saranno applicati sulla base di quattro possibili scenari di rischio: inaccettabile, alto, limitato o minimo. I sistemi che presentano un rischio inaccettabile sono quelli che vanno contro i valori e i principi fondamentali dell’Ue, come il rispetto della dignità umana, della democrazia e dello Stato di diritto.

A rischio elevato sono considerati gli scenari che possono avere un impatto sui diritti fondamentali o la sicurezza dei cittadini. Sono soggetti a rigorosi controlli prima di essere immessi sul mercato europeo. In questa categoria si trovano le applicazioni sanitarie, giudiziarie e quelle per l’assunzione del personale.

Il rischio limitato è rappresentato dai sistemi di intelligenza artificiale che possono influenzare alcuni diritti o idee degli utenti, in misura però minore rispetto ai sistemi ad alto rischio. Appartengono a questa categoria le applicazioni utilizzate per produrre o modificare contenuti audiovisivi (deep fake) o per fornire assistenze personalizzate (chatbot). Gli utenti hanno il diritto di sapere che stanno interagendo con un robot o che un’immagine è stata creata dall’intelligenza artificiale.

Se il rischio è minimo o nullo le applicazioni non sono soggette a particolari controlli.

Gli aggiornamenti periodici, necessari per affrontare le sfide emergenti e le innovazioni tecnologiche, dimostrano l’impegno dell’Ue nel mantenere il regolamento al passo con i tempi. Monitorare costantemente l’implementazione e l’impatto dell’Ai Act sarà fondamentale per assicurare che le normative rimangano efficaci e pertinenti. L’Ue si conferma all’avanguardia sul fronte dei diritti, ma fatica a tenere il passo della tecnologia.

Secondo una relazione della Corte dei conti europea, l’Ue ha avuto finora poco successo nello sviluppare un dialogo comune. Si stima che il divario tra gli Stati Uniti e l’Ue in termini di investimenti complessivi nell’Ia sia più che raddoppiato tra il 2018 e il 2020 (l’Ue è rimasta indietro per più di 10 miliardi di euro). L’assenza di strumenti di governance e il mancato monitoraggio sugli investimenti non hanno prodotto dati sugli obiettivi raggiunti. Bruxelles ha stanziato i fondi senza incentivare un contributo privato. Inoltre, si deve fare di più per assicurarsi che i risultati dei progetti di ricerca finanziati in tema di Ia siano pienamente commercializzati o sfruttati.

Nel tentativo di recuperare il terreno perso, nel giugno 2024 l’Ue ha istituito l’Ai Office. Guidato dall’italiana Lucilla Sioli, è incaricato di coordinare l’applicazione del Ai act e di gestire la politica di investimento in questo campo.

Antropocentrica e planetocentrica

In Europa, il Regno Unito, pur fuori dall’Unione, è il maggiore investitore, seguono Francia e Germania che hanno intrapreso percorsi ben definiti.

La strategia dell’Italia arriva a fine 2021 con il «Programma strategico sull’Intelligenza artificiale» e la creazione di un Fondo nazionale. L’intelligenza artificiale dovrebbe non solo aumentare la produttività, ma anche evolversi in sinergia con lo sviluppo sostenibile.

L’obiettivo della Commissione europea è di promuovere una Twin transition, una doppia transizione che integra i diritti e le regolamentazioni per gli individui con gli obiettivi di sostenibilità. L’Ai deve essere, quindi, non solo «antropocentrica», ma anche «planetocentrica», come affermano i dirigenti della Commissione.

In definitiva, per competere efficacemente a livello globale, è essenziale che tutti i Paesi europei lavorino insieme per superare frammentazioni e carenze, costruendo una visione comune che integri normative, innovazioni tecnologiche e investimenti finanziari.

Raffaele Bevilacqua, Federica Mirto

John McCarthy, il matematico statunitense che, nel lontano 1956, coniò il termine «intelligenza artificiale».


Glossario essenziale

IA, DI COSA PARLIAMO?

L’enciclopedia Treccani definisce l’Intelligenza artificiale (Ia) – in inglese, Artificial intelligence (Ai) – come la «disciplina che studia se e in che modo si possano riprodurre i processi mentali più complessi mediante l’uso di un computer». Questo obiettivo è perseguito attraverso algoritmi (sequen di istruzioni matematiche) e software (programmi che leggono le istruzioni per il computer).

In altri termini, i software di Ai sono capaci di eseguire autonomamente un compito o una finalità definita, prendendo decisioni che solitamente sono affidate alle persone. Il termine AI è stato coniato dal matematico e informatico statunitense John McCarthy (1927-2011) nel 1956.

L’Ia generativa – spiega il sito di Klondike – è una sottocategoria dell’Intelligenza artificiale in grado di creare autonomamente nuovi contenuti. I software di Ai generativa partono da «prompt» (richieste o descrizioni) formulate dall’utente per generare contenuti come immagini, testi, audio, video, codici di programmazione e molto altro ancora. Per esempio, l’Ai generativa può scrivere un articolo per MC, fare il riassunto di un libro, svolgere un compito scolastico, fare una diagnosi medica.

L’algoretica è lo studio dei problemi e dei risvolti etici connessi all’applicazione degli algoritmi. «Le implicazioni sociali ed etiche delle Ai e degli algoritmi – ha scritto Paolo Benanti già nel 2018 – rendono necessaria tanto un algoretica quanto una governance di queste invisibili strutture che regolano sempre più il nostro mondo per evitare forme disumane di quella che potremmo definire una algocrazia».

È ancora più esplicito quanto si legge sul sito di Rome call for Ai ethics, della vaticana «Renaissance foundation»: «Il settore digitale e l’intelligenza artificiale sono il motore del cambiamento epocale in atto. Lo sviluppo tecnologico influenza tutti gli aspetti della vita, portando con sé il rischio potenzialmente elevato di una società sempre più diseguale e asimmetrica, privata di significato e governata da algoritmi. Pertanto, se si vuole che l’Ia sia all’altezza della sfida del rispetto della dignità di ogni essere umano, è necessaria un’etica che non funga da strumento di contenimento, ma piuttosto da strumento di indirizzo e di pianificazione».

Attualmente però la necessità richiamata nella dichiarazione di Roma si scontra con una situazione ben sintetizzata da Laura Turini, avvocata esperta di Ai: «Il futuro dell’intelligenza artificiale è in mano ai privati. Questo è il problema vero».

Paolo Moiola

Papa Francesco e Joe Biden nell’incontro al G7 in Puglia, lo scorso 14 giugno. Foto Vatican Media via AFP.


L’Intelligenza artificiale secondo Francesco

L’uomo non sia «cibo per gli algoritmi»

Giugno 2024: per la prima volta nella storia, un papa ha partecipato al G7, ospitato quest’anno in Puglia. È stato invitato per parlare di Intelligenza artificiale. Un invito non casuale: in un contesto di cambiamenti tecnologici senza precedenti, il Vaticano risulta essere all’avanguardia nella sua comprensione, fornendo un punto di riferimento per i leader politici globali.

Infatti, già nel 2020, ben prima dell’avvento degli strumenti di Ai generativa come ChatGpt, il Vaticano, attraverso la «Pontificia accademia per la vita», aveva firmato la dichiarazione d’intenti «Rome call for Ai ethics» (Roma chiama per una Ia etica). Siglato insieme a Microsoft, Ibm, Fao e il Dipartimento Italiano per l’innovazione tecnologica, questo importante documento stabilisce le linee guida etiche da seguire nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il fenomeno della rapida ascesa dell’intelligenza artificiale ha suscitato pensieri contrastanti tra lo stupore e il disorientamento come ha ribadito papa Francesco in occasione della 58ª Giornata delle comunicazioni sociali del 12 maggio 2024. Nello stesso messaggio il pontefice ci invita a non essere solo degli osservatori di fronte al cambiamento, ma ad accoglierlo con la sapienza che distingue l’essere umano. Perché – sottolinea il papa – non possiamo pretendere sapienza dalle macchine.

Sebbene il termine «intelligenza artificiale» sia ormai diffuso, il papa ritiene che sia fuorviante, poiché le macchine non possiedono la capacità di decodificare il senso dei dati come gli esseri umani. Le macchine possono memorizzare e correlare un’enorme quantità di informazioni, ma è l’uomo che deve interpretare e dare loro significato. Questa osservazione mette in luce una verità essenziale: l’uomo non può essere ipnotizzato dalla propria creazione al punto da credersi onnipotente. La tecnologia dovrebbe essere uno strumento al servizio dell’umanità, non un sostituto della nostra capacità di pensiero e discernimento. Il papa pone una serie di domande cruciali per il nostro tempo: come tutelare la dignità dei lavoratori nel campo della comunicazione? Come garantire la trasparenza e la responsabilità delle piattaforme digitali? Come evitare che l’uso dell’Ia conduca a nuove forme di sfruttamento e disuguaglianza?

Questi interrogativi non hanno risposte facili, ma sono essenziali per costruire un futuro in cui la tecnologia sia al servizio dell’uomo e non il contrario. Il papa ci ricorda che la risposta dipende da noi: possiamo scegliere se diventare «cibo per gli algoritmi» o nutrire di libertà e sapienza i nostri cuori.

In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, il richiamo del papa alla prudenza e alla riflessione etica è più che mai pertinente. Solo con una visione equilibrata e responsabile possiamo sperare di trasformare le sfide del presente in opportunità per un futuro più giusto e umano. Egli esorta la comunità internazionale a lavorare insieme per adottare un trattato che regoli lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, affinché essa non diventi uno strumento di dominio ostile e di nuova ingiustizia sociale.

Figura di riferimento dell’attuale governo italiano è padre Paolo Benanti, francescano e teologo, professore straordinario di Etica della tecnologia presso la Pontificia Università Gregoriana e presidente della «Commissione Ia per l’informazione» nonché unico italiano tra i 39 esperti dell’advisory board sull’Ia delle Nazioni Unite. In un’intervista con l’agenzia Dire padre Benanti ha ricordato che «l’intelligenza artificiale è un moltiplicatore e quindi può moltiplicare anche le disuguaglianze».

R.B e F.M.

 




Bosnia. Memorie della guerra


È stata l’ultima guerra in Europa del XX secolo. Con episodi di genocidio. Il conflitto degli anni 90 in ex Jugoslavia pare lontano. Ma i popoli che ne sono stati coinvolti hanno costruito i loro memoriali. La nostra collaboratrice li ha visitati.

«Sarajevo ha due parvenze e due volti: uno oscuro e severo, l’altro luminoso e amabile». Così il premio Nobel Ivo Andrić descriveva nel racconto «Uno sguardo su Sarajevo» la capitale della Bosnia-Erzegovina.

Esistono luoghi nel mondo che portano impressi i segni di ciò che è stato. Segni non cancellabili o che, più semplicemente, non si vogliono cancellare.

Questo è sicuramente il caso della città di Sarajevo. Per abbracciare tutta con un solo sguardo basta salire in cima al Trebević, il monte che la sovrasta. Pochi minuti dal centro città alla cima della montagna. Giunti al belvedere si può comprendere come questo luogo, nascosto fra i monti, fosse un luogo perfetto per un assedio: nessuna via di scampo, se non i boschi attorno all’abitato, che ancora oggi rappresentano un rischio. Non tutte le mine antiuomo, infatti, sono state rimosse.

L’assedio di Sarajevo, da parte delle forze serbe, durò dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. È stato il più lungo della storia bellica del XX secolo.

Sarajevo, ponte tra oriente e occidente, era una città nella quale le culture cristiana, musulmana ed ebrea si amalgamavano in un mix pacifico. Un mix che i sarajevesi, abituati alla convivenza, vedevano come normale. Una realtà scomparsa negli anni Novanta, quando il feroce assedio delle forze serbe pose fine alla pace.

Memorie

Oggi camminando per le vie di questa vivace città (con circa 320mila abitanti, ndr) non si può fare a meno di notare come, a fianco di locali alla moda e negozi scintillanti, i palazzi presentino ancora i segni della guerra.

Segni che nessuno vuole cancellare a imperitura memoria di un passato di sangue, e che anzi, vengono esaltati così da renderli più evidenti, come fossero monumenti.

Sui marciapiedi, sulle mura, è facile vedere le cosiddette «rose di Sarajevo», (in bosniaco sarajevske ruže). Si tratta di simboli commemorativi realizzati riempiendo di resina rossa i fori dei proiettili di mortaio che, durante l’assedio, hanno colpito la città.

Ancora oggi all’interno di Markale, il mercato all’aperto tristemente noto per due attentati nei quali persero la vita più di cento persone, si può vedere a terra l’enorme foro di un colpo di mortaio, al cui interno si scorge ancora una parte dell’ordigno. I bordi frastagliati del foro sono dipinti di rosso, come le rose di Sarajevo.

Se il museo dei Crimini contro l’umanità, presente in questa città e a Mostar, è una visita doverosa, altrettanto potente e commovente è la galleria fotografica «Galerija 11/07/95».

Si tratta della prima galleria d’arte in Bosnia-Erzegovina dedicata alla memoria delle 8.372 persone che persero la vita nel genocidio di Srebrenica. Aperta simbolicamente il 12 luglio 2012, un giorno dopo l’anniversario della strage, contiene un’esposizione permanente di ciò che è rimasto. Immagini dal campo dei sopravvissuti, ritratti di famiglia, ritrovamenti di ossa nelle fosse comuni, foto di graffiti offensivi e scritte dei Caschi blu dell’Onu sulle mura del complesso della «Forza di protezione delle Nazioni Unite». Il tutto per ricordare come un monito quello che fu e che si spera non debba accadere di nuovo.

Autori dell’esposizione sono il Centro memoriale di Srebrenica-Potocari, l’Associazione movimento delle madri delle enclavi di Srebrenica e di Zepa, l’Istituto per le persone disperse della Bosnia Erzegovina, l’Iniziativa dei giovani per i diritti umani Yihr/Fama, il Cinema for peace foundation, il Video archivio del genocidio, il Genocide film library Bosnia-Herzegovina e il fotografo Tarik Samarah.

Poco fuori dalla città, vicino all’aeroporto, si trova il cosiddetto «Tunnel della speranza»: costruito dagli assediati bosniaci a partire dal gennaio del 1993 per collegare la città a un’area del territorio bosniaco molto più estesa passando al di sotto dell’area neutrale dell’aeroporto istituita dalle Nazioni Unite.

La galleria permise ai bosniaci di oltrepassare l’embargo internazionale di armi e di fornire ai combattenti le armi necessarie, oltre a far arrivare cibo e medicinali a chi era bloccato nella città sotto assedio. Con i suoi ottocento metri di lunghezza e solo 1,60 di altezza, il tunnel rappresentò per molti l’unica via di salvezza.

Oggi è possibile visitarne una parte: percorrendone circa venti metri, si può avere un’idea di cosa voleva dire avere come unica via di fuga un luogo tanto angusto.

Il Ponte vecchio (Stari most) di Mostar, ricostruito. Bosnia. Foto Valentina Tamborra

Srebrenica

Uno dei più terribili eccidi dai tempi dell’Olocausto avviene nella piccola cittadina di Srebrenica, lungo la valle del fiume Drin, le cui acque segnano il confine tra la Bosnia e la Serbia.

È l’11 luglio del 1995: le truppe serbo bosniache del generale Ratko Mladić – soprannominato in seguito «il boia di Srebrenica» – invadono la città, dichiarata «zona protetta» nel 1993, e uccidono più di 8mila persone del gruppo etnico bosgnacco (bosniaci musulmani). La popolazione della piccola enclave in territorio bosniaco viene decimata. Un detto locale recita: «Chi è sopravvissuto non può avere sentimenti in corpo».

Oggi arrivare a Srebrenica da Sarajevo significa compiere un viaggio in una memoria viva: a gestire e fare da guida al Memoriale, ci sono alcuni dei sopravvissuti al genocidio.

I locali di quella che un tempo era la base dei Caschi blu delle Nazioni Unite sono oggi sede di un museo che porta il visitatore all’interno di quello che fu uno dei più grandi fallimenti della comunità internazionale.

Alle pareti, fotografie e installazioni video raccontano l’inazione dei Caschi blu dovuta al fatto che le risoluzioni Onu, votate sino a quel momento, non davano ai militari i mezzi e il benestare per agire. I Caschi blu assistettero impotenti alla cattura, attorno al compound, di circa duemila uomini tra i 12 e i 70 anni che vennero destinati all’esecuzione. Donne, anziani e bambini, in tutto circa ventimila, furono deportati e subirono stupri e violenze.

Ancora oggi molti sono i corpi non ritrovati e si procede alla ricerca e alla successiva verifica tramite esame del Dna. Il cimitero che fronteggia l’ex base delle Nazioni Unite sembra estendersi all’infinito: file e file di lapidi bianche in marmo, le più vecchie, interrotte da quelle più nuove, verdi, di legno.

Una distesa di morti che finalmente hanno un nome, un luogo dove piangerli. L’11 luglio di ogni anno una lunga processione parte da Sarajevo per raggiungere Srebrenica: si seppellisce ciò che è stato ritrovato negli ultimi dodici mesi – siano poche povere ossa o i resti di abiti o oggetti personali -, si dà loro degna sepoltura affinché ancora una volta resti viva la memoria di ciò che è stato.

Sarajevo, le rose, ovvero dipinti nati dai danneggiamenti delle bombe. Foto Valentina Tamborra

Dove il tempo si è fermato

Se si vuole avere un’idea dello straordinario paesaggio che circonda Sarajevo e se si vogliono «dimenticare» per un attimo i segni della guerra, è d’obbligo una visita a Lukomir. Si tratta dell’unico villaggio non toccato dalla guerra dei Balcani. Si trova a 110 km da Sarajevo e a 1.469 metri sul livello del mare, vicino al monte più alto del paese, il Bjelašnica. Affascinante ma insignificante da un punto di vista strategico, è riuscito a non veder sconvolta la propria esistenza e ancora oggi ospita quella che è una delle ultime comunità di pastori musulmani.

Il paesaggio è straordinario: un canyon profondo quasi 800 metri fa da sfondo a un villaggio che sembra fermo nel tempo. Casupole a pianta quadrata sormontate da tetti aguzzi, Lukomir è uno dei villaggi d’Europa ininterrottamente abitati da più anni.

Fra i viottoli di sassi e terra, vivono circa sessanta persone che si prendono cura dei propri animali, per lo più pecore e galline, difendendoli dagli attacchi dei lupi che da queste parti sono tutt’altro che rari. Raggiungere Lukomir comunque, è possibile solo per circa tre o quattro mesi l’anno. Durante il lungo inverno, infatti, la strada che conduce a questo luogo remoto rimane chiusa per neve.

Il Ponte vecchio, Stari most, di Mostar, bombardato nel novembre 1993 e sostituito da una passerella. Qui nell’agosto 1994. Foto Marco Bello

Lo Stari moste il cimitero violato

Il ponte di Mostar è forse uno dei simboli più dolorosi e vivi nella memoria di chi ha vissuto o visto – anche solo dal soggiorno di casa propria seduto davanti alla tv – la guerra dei Balcani. È il 9 novembre del 1993 quando, sotto i colpi dell’artiglieria croato-bosniaca, crolla lo Stari most, il Ponte vecchio di Mostar, un gioiello architettonico ottomano – oggi riconosciuto come patrimonio Unesco – che unisce le due rive del fiume Neretva.

Oggi ricostruito, fa da sfondo al paesaggio da cartolina che Mostar offre a chi vi arriva per la prima volta.

Eppure basta guardarsi intorno, parlare con gli abitanti, soffermarsi nelle vie periferiche della cittadina, per ritrovare, come a Sarajevo, colpi di proiettile sulle mura delle abitazioni o segni di mortaio a terra.

Oggi a preservare la memoria di ciò che è stato, esistono dei «free walking tours», nei quali guide locali raccontano la città e ciò che ha subito.

La ferma volontà di non dimenticare è una legge non scritta in Bosnia-Erzegovina dove persino nella periferia di Mostar le vecchie case abbandonate e disastrate sono diventate monumenti alla memoria.

Opere d’arte, installazioni permanenti – come quella che rappresenta un bimbo che si dondola su un’altalena appesa a un vecchio palazzo crivellato dai colpi dei proiettili -, riportano costantemente alla memoria ciò che è stato.

Purtroppo, però, nonostante gli sforzi e il continuo parlare di pace e di convivenza fra culture, il seme della violenza non è ancora stato estirpato e ne è triste prova il cimitero partigiano che sorge alle porte di Mostar. Creato dall’architetto belgradese Bogdan Bogdanovic, il monumento eretto per accogliere le spoglie degli antifascisti jugoslavi morti durante la Seconda guerra mondiale, è oggi un cumulo di macerie. Nel giugno del 2022 infatti, le oltre 600 steli dell’opera monumentale sono state fatte a pezzi.

Molte le manifestazioni antifasciste che si sono mosse in difesa di questo luogo. Le accuse che vengono rivolte alla politica locale sono quelle di aver lavorato negli anni alla riabilitazione di episodi e personaggi storici del periodo fascista. Forte la denuncia dell’attivista Samir Beharic: «Generazioni di giovani croati sono state cresciute in un ambiente dove i collaboratori nazisti venivano onorati, in alcune parti di Mostar, le strade sono dedicate ai responsabili dei massacri contro gli ebrei bosniaci».

Ciò che rimane di un viaggio in Bosnia-Erzegovina oggi, è l’impressione di un paese ferito ma dignitoso e fiero della propria resistenza. Un paese che, pur guardando avanti, non vuole lasciarsi alle spalle il passato e resta deciso a fare del dolore memoria viva e potente.

Valentina Tamborra

Sarajevo, Bosnia. Musici in un locale notturno. Foto Valentina Tamborra.

 




Mondo. Conflitti in aumento

 

Gli studiosi dell’istituto indipendente Peace research institute Oslo (Prio), analizzando i dati pubblicati annualmente dall’Uppsala conflict data program, hanno pubblicato il report Conflict Trends. A Global Overview, 1947-2023 sullo stato dei conflitti nel mondo.

Il 2023 è stato identificato come il terzo anno più violento dalla fine della Guerra fredda, superato solo da 2021 e 2022. Le numerose vittime provocate dai conflitti, negli ultimi tre anni, sono riconducibili soprattutto a tre contesti: la guerra civile nel Tigray in Etiopia, l’invasione russa dell’Ucraina e gli attacchi di Israele contro Gaza.

Conflitti statali
Nel corso del 2023, i ricercatori hanno individuato 59 conflitti statali – scontri dove almeno una parte era governativa – in 34 Paesi del mondo. In un apparente controsenso, lo scorso anno è stato registrato il maggior numero di conflitti dal 1946, ma in un numero minore di Stati. In realtà la spiegazione è semplice: è aumentato il numero di Paesi con due o più conflitti. Nel 2023, dieci Stati ne registravano due, mentre otto, tre o più.

Il già elevato numero di decessi del 2023 (122mila), secondo i ricercatori, aumenterà ulteriormente nel 2024 a causa del conflitto israelo-palestinese (che già lo scorso anno ha provocato 23mila vittime in soli tre mesi) e della prosecuzione della guerra tra Russia e Ucraina (71mila decessi nel 2023). Si aggiungono poi le 5mila morti per la guerra civile sudanese, che ha generato anche una delle peggiori crisi umanitarie mondiali.
I tre conflitti appena citati sono annoverati anche tra le nove guerre in atto nel mondo nel 2023, assieme alle violenze in Burkina Faso, Etiopia, Myanmar, Nigeria, Somalia e Siria. Perché un conflitto sia classificato come guerra è infatti necessario che in un anno causi almeno mille vittime.
Come si può intuire già dall’elenco delle guerre, l’Africa è la regione mondiale con il maggior numero di conflitti statali (28, in aumento rispetto ai 15 di dieci anni fa), seguita da Asia (17) e Medio Oriente (10).

Conflitti non statali
Se negli scontri non sono coinvolti attori governativi, i conflitti sono classificati come non statali. Per la prima volta dal 1946, le Americhe hanno registrato il maggior numero al mondo di questa tipologia di conflitti, scalzando l’Africa dalla testa della classifica.
Un incremento dovuto soprattutto alla crescente violenza tra i cartelli della droga in Messico e Brasile dove si sono verificate 19mila delle 21mila morti registrate in tutto il mondo. Il Messico, in particolare, continua a essere il Paese più violento del globo per questa tipologia di conflitti.

Violenza unilaterale
L’ultima forma di conflitto che i ricercatori hanno analizzato è la violenza unilaterale, cioè atti di violenza realizzati unilateralmente – sia da attori statali che da gruppi formalmente organizzati – nei confronti dei civili.
Nel caso dei governi, è stato individuato un netto declino nei decessi tra il 2021 (5.600) e il 2023 (2mila), dovuto soprattutto alla fine della guerra civile nel Tigray. Al contrario, sono invece aumentate le morti causate da attori armati non statali: 8.200, il picco dal 2015.
Buona parte della violenza unilaterale avviene in Africa subsahariana. In particolare, nell’Est della Repubblica democratica del Congo – dove operano numerosi movimenti armati – e in Africa occidentale – a causa della presenza di diversi movimenti jihadisti.

Conflitti senza fine
La fotografia che emerge è abbastanza drammatica, soprattutto se si volge lo sguardo al futuro. Lo scoppio del conflitto israelo-palestinese infatti rischia di far impennare il numero di morti nel corso del 2024, rendendolo l’anno più violento dalla fine della Guerra fredda. Anche perché la guerra russo-ucraina è ancora ben lontana da una risoluzione, così come le violenze in Sudan.
In un mondo sempre più complesso – dove le potenziali micce di conflitto sono estremamente diffuse – il rischio è che la violenza possa solo aumentare, con un impatto drammatico sui civili.

Aurora Guainazzi




Haiti. Lo Stato «bandito»


Dall’assassinio del presidente Jovenel Moise la crisi «multidimensionale» non ha fatto che aggravarsi. Oggi il Paese è in mano alle bande armate. La comunità internazionale cerca soluzioni improbabili, senza interpellare i diretti interessati. Come sempre.

«La situazione è molto complicata e ancora più preoccupante. Ci sono i banditi un po’ ovunque, e sparano. In effetti è come una situazione di guerra». Chi parla è Nicolas Pierre Louis, leader contadino dell’organizzazione Tèt kole ti paysan (Tktp) che abbiamo raggiunto telefonicamente. Si trova nella cittadina Pétite Rivière dell’Artibonite, importante snodo nella valle omonima, la più grande area pianeggiante di Haiti, nota per la produzione di riso, alimento base della popolazione.

«È una situazione catastrofica – prosegue -. I contadini della valle non sono più in grado di produrre, perché i banditi hanno occupato le loro terre, inoltre hanno rubato loro gli animali (vacche, capre, maiali che le famiglie usano come salvadanaio, da vendere in caso di bisogno, ndr). E se avevano un mulino, sovente è stato smontato e rubato. I contadini delle montagne hanno difficoltà simili e di approvvigionamento di qualsiasi cosa». Ma rilancia: «La popolazione rurale c’è, resiste, ma la situazione è estremamente critica».

Nicolas ci conferma che in alcuni importanti comuni della valle, come Pétite Rivière, L’Estère, Liancourt, le gang controllano il 100% del territorio.

«Se si ha del prodotto da vendere, è molto difficile raggiungere i mercati o le città, perché tutte le strade sono controllate dai banditi che, come minimo, chiedono un pedaggio. Sovente si utilizzano le moto per arrivare a destinazione attraverso strade secondarie. Ma è più complicato».

In senso inverso, le merci di ogni tipo che arrivavano dalla capitale Port-au-Prince, prima fra tutte la benzina, incontrano la stessa difficoltà per giungere nelle città di provincia, «così si è creata una iperinflazione, ovvero un forte aumento dei prezzi di tutti i beni per il consumatore finale».

Trenta mesi disastrosi

Negli ultimi trenta mesi il paese dei Caraibi ha visto la situazione sociopolitica ed economica degradarsi progressivamente.

Il 7 luglio 2021 il presidente Jovenel Moise è stato assassinato nel suo letto da un commando di mercenari, molti dei quali ex militari colombiani. I paesi «amici» (il virgolettato è d’obbligo), ovvero Usa e Canada, hanno subito appoggiato la presa di potere da parte di Ariel Henry, primo ministro designato da Moise pochi giorni prima dell’assassinio, ma mai investito, il quale ha costituito il suo governo «de facto». Henry è dello stesso partito di Moise, Partito haitiano tèt kale (Phtk), e ha scartato l’opzione di una coalizione proposta da altri partiti e organizzazioni sociali (nota come il Consenso di Montana, dal nome dell’hotel dove è stato firmato), che chiedeva una transizione consensuale tra tutte le parti in causa (partiti politici, organizzazioni sociali, ecc.).

Occorre ricordare che Moise aveva accuratamente evitato ogni tipo di elezione (le ultime nel novembre 2016 lo avevano portato alla presidenza), da quelle amministrative locali a quelle parlamentari, portando a scadenza ogni carica elettiva e concentrando su di sé gran parte del potere. Stava pure tentando di modificare la Costituzione.

Dopo la sua morte, le gang, gruppi di banditi organizzati e ben armati, hanno preso il sopravvento su un Governo debole e inconcludente.

Rapimenti, assassinii e violenze di ogni genere contro la popolazione sono aumentati in modo vertiginoso (secondo l’Onu nel 2023 ci sono stati 5mila omicidi, 2.490 rapimenti, centinaia di feriti). Le gang, forti di armamenti moderni e continui rifornimenti di munizioni, sono cresciute fino a controllare gran parte della capitale (compreso il centro e i quartieri popolari) e le principali vie di accesso ad essa.

La polizia nazionale (Pnh) non riusciva a contrastarli, così nell’ottobre del 2022 il premier Henry ha chiesto in aiuto una forza internazionale.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il 2 ottobre 2023, tramite una risoluzione, ha dato il via libera alla creazione di una Missione multinazionale di appoggio alla sicurezza (Mmas). Stati Uniti e Canada non volevano però invischiarsi nell’operazione, visto il contesto mondiale complesso e le elezioni Usa in avvicinamento, oltre a un passato di esperienze fallimentari. Per questo motivo hanno fatto pressioni sul Kenya affinché guidasse tale missione, che sarà finanziata dagli Usa con oltre 120 milioni di dollari. Altri paesi, come il Benin e alcuni Stati caraibici sarebbero disponibili, per un totale di circa 4mila effettivi.

Accelerazione

Nel costante deterioramento della situazione della sicurezza, a inizio 2024 il Governo non aveva fatto alcun progresso, e Ariel Henry, il cui mandato avrebbe dovuto scadere il 7 febbraio (secondo un accordo tra alcuni attori politici e sociali, il Consenso nazionale di transizione, raggiunto il 21 dicembre 2022) non voleva affatto dimettersi.

La popolazione, allora, è scesa in piazza nel mese di gennaio per chiedere le sue dimissioni bloccando le attività del Paese fino a inizio febbraio.

Intanto le gang – una costellazione di gruppi, ognuno con il suo capo carismatico, un territorio di riferimento e spesso in lotta tra loro – sono riuscite a creare una grossa federazione, intorno a un portavoce, l’ex poliziotto Jimmy Cherizier, detto Barbecue.

Questo è stato un passaggio fondamentale, perché la coalizione delle gang, chiamata Viv ansamm (vivere insieme, in creolo), il 29 febbraio ha lanciato un attacco senza precedenti ai palazzi delle istituzioni pubbliche e alle infrastrutture strategiche (porti, aeroporti, posti di polizia e due carceri, facendo fuggire migliaia di detenuti), ma anche a strutture della Chiesa e della sanità.

In quel momento il premier Henry era in Kenya per firmare un accordo quadro che avrebbe consentito al Paese africano di guidare la Mmas.

Ma sono proprio i poliziotti stranieri che le gang non vogliono, e Barbecue in un’uscita di grande impatto mediatico, durante un’intervista, ha minacciato: «Se Henry non si dimetterà e se la comunità internazionale continuerà a sostenerlo, andremo dritti verso una guerra civile e un genocidio». Affermazione che segna un cambio di livello: le gang da esecutori, si traformano in attore politico attivo. Gli Stati Uniti, infatti, voltano le spalle al «loro» premier e il 5 marzo gli chiedono di dimettersi. Henry, trattenuto a Porto Rico (protettorato Usa), infine accetta e fa un passo indietro l’11 marzo.

Intanto c’è una riunione d’urgenza del Caricom (Organizzazione dei paesi dei Caraibi) su Haiti, in Giamaica, a cui partecipano anche Usa (con Antony Blinken), Canada, Francia e Unione europea. Ma senza la presenza di Henry (trattenuto a Porto Rico) né di una delegazione haitiana. Il gruppo decide che il Paese sarà guidato da un Consiglio presidenziale di transizione (Cpt), composto da sette membri e due osservatori, e dovrà essere espressione dei diversi settori politici e sociali del paese. Il Cpt, dopo lunghe trattative tra settori haitiani, si insedia il 25 aprile, con gli ambiziosi obiettivi di riportare la sicurezza e organizzare le elezioni. Il suo mandato non può andare oltre il 7 febbraio 2026.

Chi tira le fila

Allo stato attuale delle cose, chi ha il controllo reale del Paese, sono le gang grazie alle armi. In un quadro nel quale le istituzioni sono assenti e quelle provvisorie sono deboli e non legittimate.

Le gang sono presenti ad Haiti da fine anni Ottanta, ma – come detto – sono oggi diventate un attore imprescindibile nel quadro haitiano.

Abbiamo chiesto il parere a un militante sindacale, che ci ha chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza: «Sono le grandi famiglie dell’oligarchia haitiana che hanno armato le gang e le riforniscono di munizioni. Ma anche i politici che chiamiamo granmanje (corrotti), i grandi senatori, deputati, sindaci. Hanno creato le gang per difendersi e difendere le proprietà dell’oligarchia (qui si intendono poche grandi famiglie haitiane, ndr) e dei grandi latifondisti. Si noti, infatti, che questi non vengono mai attaccati. Le gang, di fatto, combattono contro la popolazione, sono presenti per impedire la mobilitazione popolare contro il Governo».

I banditi controllano i quartieri popolari impedendo che la gente vada a manifestare. Negli ultimi mesi sono oltre 340mila gli haitiani sfollati a causa delle violenze e degli scontri tra bande criminali, mentre sono cresciuti gli omicidi, i rapimenti e gli stupri. Le sparatorie nei quartieri sono quotidiane.

«Ci sono deviazioni e contraddizioni interne – continua -. Ad esempio, alcune fazioni delle classi dominanti foraggiano le gang, mentre il Cpt (espressione sempre delle classi ricche, ndr) si oppone alle stesse gang, perché deve riportare la sicurezza. Ma è la popolazione che deve lottare contro questi banditi, in modo organizzato».

Quando gli chiediamo se si potrebbe negoziare con i supposti leader, è chiaro: «No, occorre combatterli e deve essere il popolo a farlo».

L’ultima speranza

Abbiamo fatto la stessa domanda a padre William Smarth che raggiungiamo telefonicamente a Port-au-Prince. Sacerdote haitiano diocesano, associato con i padri dello Spirito Santo (Spiritani), è stato molto attivo nel movimento della società civile che portò Jean-Bertrand Aristide a vincere le elezioni del dicembre 1990, le prime democratiche dopo la cacciata di Jean-Claude Duvalier il 7 febbraio 1986.

«Non ci sono negoziazioni possibili con questi banditi. Se interviene una forza seria (si riferisce a una forza internazionale di polizia, ndr), la gente stessa aiuterà, perché la popolazione ha bisogno di liberarsi: è quella che subisce di più, anche se ci sono delle zone nelle quali i banditi distribuiscono del cibo».

Padre William si sfoga: «Non va per niente bene ad Haiti. I banditi imperversano. Il Cpt funzionerà? Speriamo di sì, se i partiti politici lo faranno funzionare, e se darà vita a un Governo di transizione. A livello della sicurezza la polizia da sola non può affrontare i banditi. Ma se ci fosse una forza multinazionale la potrebbe aiutare. Che non sia però una forza di occupazione, come quella Usa del 1915». E prosegue: «I banditi si sono sviluppati ulteriormente e continuano a ricevere munizioni dall’estero in grandi quantità. Io credo che negli Usa molti pensano che il Governo sarebbe capace di controllare questo commercio di armi verso Haiti. Ma è un grosso giro di soldi. E anche di droga (vedi box). La crisi profonda è anche economica. Mentre le scuole sono chiuse da settimane a Port-au-Prince».

L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha) ha dichiarato che 5,5 milioni di haitiani (su 11,7) sono in emergenza umanitaria e ha chiesto una raccolta di 674 milioni di dollari per intervenire. Ma questi basterebbero solo per 3,6 milioni di persone. Massima urgenza, quindi, per la sicurezza alimentare di due milioni di persone a rischio fame.

Marco Bello


Per aggiornamenti si segua MCnotizie sul sito della rivista.


Persone e famiglie in fuga dalla trovano rifugio nel cortile della scuola dei Vincenziani a violenza  Port-au-Prince, Haiti, 30 agosto 2023. (Photo by Richard PIERRIN / AFP)

Un rapporto Onu spiega come si alimenta la crisi haitiana

Il «pane» della guerra

Un interessante rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite su droghe e crimine (Unodc), «Haiti’s criminal markets: mapping trends in firearms and drug trafficking», uscito nel 2023 aiuta a decifrare alcune cause della crisi haitiana.

Attualmente nel Paese ci sarebbero tra le 150 e le 200 gang, bande criminali, profondamente legate alle élite politiche ed economiche. Da fine anni Ottanta Haiti è un punto di snodo fondamentale del traffico di droga dai paesi produttori (Colombia per la cocaina e Giamaica per la cannabis) ai mercati di Usa e Canada, ma anche Europa. Negli ultimi anni si è intensificato il commercio illegale di armi da fuoco e munizioni, prevalentemente dagli Stati Uniti verso Haiti.

I due traffici incrociati spiegano lo sviluppo di uno «Stato criminale» ad Haiti.

I fattori ambientali

Secondo il rapporto Unodc, alcuni fattori hanno favorito i due traffici.

Una frontiera vasta e poco controllata: 1.771 km di coste e 392 km di frontiera terrestre con la Repubblica Dominicana. Un grande numero di porti e moli privati, strade e piste di atterraggio clandestine rendono il paese estremamente accessibile al contrabbando di ogni genere di merce.

La dipendenza del Paese dall’import implica un grande flusso di merci in arrivo. Per fare un esempio, nel campo alimentare Haiti potrebbe produrre tutto il riso necessario, ma a causa di politiche economiche e doganali che hanno sfavorito i produttori haitiani, oggi circa l’80% del riso è importato. Merci (legali) che sono prima smistate in altri porti nelle vicinanze (Bahamas, Giamaica, Panama) e poi sono portate ad Haiti su battelli più piccoli.

In aggiunta l’elevato grado di corruzione, a tutti i livelli, fa di Haiti uno dei paesi più corrotti al mondo.

Inoltre, le principali strade del Paese, da Nord a Sud, dalla Repubblica dominicana verso Port-au-Prince, sono oggi controllate dalle gang, che hanno in mano tutti i punti di accesso alla capitale.

Secondo il rapporto Unodc, a causa della scarsità dei controlli e la frammentazione, è facile inserire grossi volumi di droga e di armi e munizioni nel normale flusso di merci.

Armi e munizioni

Una stima del 2020 della Commissione nazionale per il disarmo, smobilitazione e reintegrazione parlava di 500mila armi leggere presenti nel Paese, di cui solo una piccola parte sarebbe detenuta legalmente (10-15%).

La maggioranza di queste armi sono importate illegalmente, tramite reti della diaspora haitiana e intermediari, in container che giungono via mare, via aerea o via terra, nascoste in camion e auto individuali attraverso la frontiera terrestre. Sono spesso mischiate a cibo, come fagioli, farina o riso. Le armi partono dalla Florida, passano da altri porti caraibici come Kingston (Giamaica) e ovviamente dalla Repubblica dominicana. Altre sono le armi e munizioni importate legalmente (come quelle fornite da Usa e Canada a supporto della polizia haitiana) ma poi deviate e immesse in circolazione sul mercato clandestino, grazie alla mancanza di controllo e alla corruzione.

Clamoroso è l’aumento del prezzo di un’arma che raggiunge il suolo haitiano: una pistola da 500 dollari può essere rivenduta ad Haiti a 10mila (venti volte il costo negli Usa). Fucili mitragliatori da guerra, molto richiesti dalle gang, raggiungono prezzi maggiori.

Questo ci fa capire quanto sia redditizio il traffico di armi e munizioni verso Haiti, e immaginare la vastità della rete di intermediari che può alimentare. Secondo il rapporto Unodc, in Florida esistono veri punti di concentrazione di armi recuperate sul territorio statunitense, che poi sono nascoste tra altra mercanzia e dirette verso Haiti.

Le autorità della Florida hanno osservato un incremento dal 2021 al 2022 del numero di armi che transitano illegalmente per raggiungere Haiti ma anche un aumento del loro livello di sofisticazione.

Un altro aspetto fondamentale è quello delle munizioni, che garantiscono l’utilizzo delle armi, dalle pistole ai fucili d’assalto, e quindi alimento al potere alla gang. Il rapporto Unodc cita alcuni sequestri: nel luglio del 2022, di 120mila cartuccere in un caso singolo e di 25mila caricatori in un altro.

Droga

Mentre per le armi e munizioni Haiti è un paese di destinazione, per la droga, in particolare cocaina e cannabis, si tratto di un paese di transito. In alcuni casi la droga diventa merce di scambio tra gruppi criminali e per acquistare armi.

La storia di Haiti è stata influenzata da questo traffico fino dalla cacciata di Jean-Claude Duvalier, il 7 febbraio 1986, e l’avvento di governi militari. Da allora influenti politici e uomini d’affari, membri delle oligarchie haitiane, sono stati coinvolti nel traffico.

La cocaina prodotta in Colombia, arriva direttamente o attraverso altri paesi, come il Venezuela. Viene mischiata ad altre merci nei container o lanciata in mare nei pressi della costa in pacchi localizzabili con Gps, che sono poi raccolti da piccole imbarcazioni e portate a riva. Da qui passano via terra in Repubblica dominicana, oppure su altri mezzi per la Florida, le Bahamas o verso altre isole come Turks and Caicos.

L’assenza di un effettivo controllo delle coste (il corpo di guardacoste ha un solo battello funzionante, così anche il gruppo haitiano antidroga) e la mancanza di equipaggiamento tecnico, come gli scanner, da parte degli uffici della dogana, favoriscono il traffico. L’aumento di produzione di cocaina in Colombia e il maggiore controllo del territorio da parte delle gang sono altri fattori che hanno incrementato il transito attraverso Haiti.

L’anello debole

La Polizia nazionale haitiana (Pnh) è il punto debole della catena, nonostante abbia beneficiato di programmi di rinforzo da almeno tre decenni. Una valutazione della Binuh (Ufficio delle Nazioni Unite ad Haiti), ha recensito 13mila effettivi, di cui circa 9mila in servizio (fine 2022). Da confrontare con il personale delle compagnie di sicurezza private (circa un centinaio), stimato tra le 75 e le 90mila unità.

È dunque chiaro che occorre rinforzare l’apparato della polizia haitiana, il controllo delle frontiere, il personale di guardacoste e della dogana, oltre che fornire loro mezzi adeguati e moderni per lavorare.

Un intervento necessario per riportare sicurezza e stabilità ad Haiti, continua il rapporto Unodc, è il controllo del traffico di armi e di quello della droga. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, oltre ad avere espresso preoccupazione per questi aspetti, ha evidenziato l’importanza di smantellare i collegamenti tra gli attori politici ed economici del Paese e le gang. Per questo motivo ha emanato alcune sanzioni a individui (noti uomini politici e membri dell’oligarchia haitiana), come il congelamento dei beni e il divieto di viaggio (risoluzione 2653/2022), e una risoluzione di embrago su armi e munizioni (2645/2022). Ma non sembrano avere dato frutti.

Ma.Bel.

(Photo by Clarens SIFFROY / AFP)

 




Ucraina. Faccia a faccia con la guerra


30 aprile-5 maggio. Approfittando delle feste nazionali polacche, con don Leszek Krzyża, direttore dell’ufficio di aiuto per le chiese dell’Est presso la conferenza episcopale polacca, e di Rika Itozawa, ci mettiamo di nuovo in macchina per visitare alcune città al Sud dell’Ucraina e portare aiuti. Il nostro viaggio ci porta da Varsavia a Kiev e poi Odessa, Mikolajow e Cherson, con ritorno a Kiew e quindi a Varsavia. Dopo esserci fermati a Kiev per una sola notte, ci dirigiamo verso Odessa.

Odessa, città storica e strategica

foto 1

Ritorniamo in questa bella città costruita sul Mar Nero dopo circa un anno per una breve visita. Odessa oltre a essere una città storica e artisticamente ricca, è soprattutto il luogo da cui partono decine di navi che trasportano in tutto il mondo i raccolti di frumento e mais del Paese (foto 1). Per questo motivo strategico è una città presa di mira dall’esercito russo (foto 2). Nelle ultime settimane gli attacchi provenienti dalla vicina Crimea o dalle navi russe sono aumentati.

foto 2

Ci incontriamo con il cancelliere della diocesi, don Cristoforo. Ci racconta che gli aiuti sono diminuiti del 60% dall’inizio della guerra.

Mentre conversiamo, seduti in un ristorante tartaro accanto alla Cattedrale, le sirene iniziano a suonare. Non c’è alcuna reazione tra i clienti e i passanti. Questo può sorprendere, tuttavia occorre ricordare che da oltre due anni le sirene suonano quotidianamente. Dopo pochi minuti, si spengono.

Vediamo da un punto panoramico la città e il porto con i grandi silos. Ci sono almeno tre grandi navi nelle vicinanze. Ci raccontano che attualmente gli ucraini hanno un corridoio che permette alle imbarcazioni di dirigersi verso Istanbul e da lì proseguire per il canale di Suez.

Andiamo brevemente sulla spiaggia in una zona residenziale, una delle poche accessibili, e vediamo una casa, chiamata il castello di Potter a motivo della sua somiglianza con il castello del famoso film, con il tetto distrutto. Pochi giorni fa un missile dal mare ha colpito l’edificio causando delle vittime (foto 3 e 4).

foto 3

foto 4

foto 5

 

 

La chiesa distrutta di Koszeliwka

Prima di sera ci rimettiamo in macchina per dirigerci verso la vicina Mykolaïv dove abita don Alessandro, presso il Santuario di san Giuseppe. Dopo esserci riposati, al mattino visitiamo il villaggio di Koszeliwka, a distanza di circa un anno dall’ultima volta. La chiesa in questo villaggio è stata distrutta e oggi rimangono solo le macerie (foto 5). Da poco don Alessandro ha acquistato due container dal porto di Odessa e li ha posti nei pressi della chiesa distrutta. Un container serve come cappella, l’altro come centro medico.

foto 6

Il progetto per il futuro è quello di ricostruire la chiesa accanto a quella precedente, lasciando le rovine a ricordo. Anche le case duramente colpite iniziano a essere ricostituite dalle famiglie che lentamente provano a ritornare (Foto 6).

Cherson, sulla linea dei combattimenti

Nel pomeriggio ci viene a prendere, dalla vicina Cherson, don Massimo, il parroco, e ci guida attraverso i posti di blocco dei soldati fino alla sua parrocchia che si trova in prima linea in città.

Le nuove procedure impongono a noi stranieri di firmare una dichiarazione di responsabilità per poter entrare. La parrocchia del Sacro cuore di Gesù è l’unica romano-cattolica della città, e si trova vicina al fiume Dnepr in una zona abbandonata quasi da tutti. Se Cherson contava circa 300mila abitanti prima dell’invasione russa, oggi si stima abbia una popolazione di soli 20mila.

foto 7

È la terza volta che visitiamo questo luogo e, nonostante il lungo tempo trascorso, non si vedono cambiamenti. Le strade sono deserte e continui colpi, rompono il silenzio che qui avvolge tutto.

Il fiume Dnepr, in questo momento, è la linea di confine tra i due eserciti che occupano le rispettive rive: a Est i russi, a Ovest gli ucraini che si scambiano colpi giorno e notte in tutta la regione (foto 7).

foto 8

La città è fortemente segnata da questa situazione. Anche la parrocchia, il primo sabato di quaresima, è stata colpita per la seconda volta: quando, nel primo pomeriggio, un razzo è finito ai piedi della statua della Madonna che si trova davanti alla chiesa (foto 8).

Come la prima volta, quando un razzo entrò dal tetto della chiesa, anche questa volta non ci è stata l’esplosione. Le schegge dell’impatto hanno colpito la facciata della chiesa senza ferire nessuno nelle vicinanze.

Dopo qualche settimana, i soldati hanno messo in sicurezza il razzo che usciva dal terreno. Don Massimo vive qui con il vicario don Sergio e un aiutante, anche lui di nome Sergio. Senza nessuna costrizione, hanno scelto di restare per poter essere un segno di speranza non solo per le poche famiglie che qui sono rimaste ma anche per i tanti villaggi della regione che quotidianamente visitano portando aiuti, amministrando il sacramento della confessione e portando la santa comunione.

L’ospedale di Bilozerka

foto 9

La mattina successiva visitiamo Bilozerka, un villaggio a Sud lungo il fiume. Arriviamo nel piccolo ospedale che serve tutta la zona. Ci dà il benvenuto la giovane dottoressa chirurga Natalia che qui lavora (foto 9). Mentre ci mostra il primo piano di questo semplice edificio, ci racconta che, a motivo delle continue esplosioni, gli ammalati sono stati trasferiti dal primo piano al piano terreno.

foto 10

Tutte le finestre delle camere che vediamo sono state danneggiate dagli scoppi. L’unica attività rimasta al primo piano è quella della stanza operatoria che visitiamo notando i sacchi di sabbia a protezione dei vetri delle due stanze (foto 10).

La dottoressa Natalia ci racconta che per molti giorni l’ascensore è stata fuori servizio. Così le infermiere dovevano scendere le scale portando il paziente sdraiato sul letto. Oggi per fortuna l’ascensore è tornato in funzione. Raccontiamo che i prossimi giorni riceveremo dei farmaci dall’Italia e stabiliamo con la dottoressa quali sono quelli più necessari da far arrivare.

foto 11

Nello stesso villaggio incontriamo il signor Władek, 94 anni, di origini polacche. Ci racconta la sua storia e manda anche un video di saluti ai suoi connazionali (foto 11).

foto 12

Poi don Massimo ci accompagna dalla signora Lena che è paralizzata a letto da ben 29 anni (foto 12). Ci sorprende la sua vitalità e la sua energia. È molto contenta di accoglierci nella sua casa insieme al marito. Ci racconta che i due figli con le loro famiglie sono riusciti a scappare dal villaggio prima che venisse occupato dai soldati russi per alcuni mesi. Oggi ritornano spesso a visitare i genitori, ma le piccole nipoti hanno paura delle esplosioni che qui si sentono di continuo. Per questo le visite sono sempre brevi.

Ci raccontano che il tempo dell’occupazione è stato quello più difficile: i soldati passavo di casa in casa. Sono stati anche qui. C’era sempre paura, soprattutto quando erano visibilmente ubriachi.

Ci colpisce la vitalità del racconto di questa donna, che nonostante viva paralizzata a letto, nel mezzo di una guerra, trasmette la forza di vivere e un coraggio non comune. Spesso sorride e ha un timbro di voce forte e sicuro. Usciamo da questa casa edificati, e ringraziamo il Signore per questi esempi che ci pone di fronte.

Charkiv e le sue ferite

foto 13

La seconda parte della giornata la trascorriamo ritornando a Charkiv, dove siamo stati diverse volte nei mesi scorsi, per visitare alcuni quartieri della città. Passeggiamo per il parco giochi dei bambini completamente abbandonato. Forte è il profumo delle acacie e dei castagni in fiore che ci abbraccia. Per terra si trovano i resti dei razzi esplosi.

Incontriamo alcune donne che ci invitano a seguirle. Ci mostrano la cantina in cui vivono nei sotterranei del loro palazzo distrutto dopo tre giorni incessanti di bombardamenti.

foto 14

Ci fanno vedere i loro appartamenti dal cortile: i balconi sono devastati dalle esplosioni; penzolano i serramenti delle porte e delle finestre e i condizionatori appesi ai fili (foto 13-14).

Una improvvisa esplosione non lontana interrompe la nostra visita.

foto 15

Ci rechiamo per brevemente a Nord della città per vedere i resti del ponte Antonov, uno dei pochi che collegavano le due sponde. Il ponte è stato fatto saltare dai russi durante l’abbandono della città (foto 15).

 

foto 16

Don Massimo scrive una lettera di ringraziamento ai benefattori, molti sono tra voi lettori di Missioni Consolata. Con parte delle offerte raccolte abbiamo potuto finanziare il trasporto di aiuti giunti fino a qui (Foto 16).

I due giorni successivi sono impegnati per il ritorno a Varsavia passando da Kiev.

Gli aiuti che diminuiscono sono sempre più necessari. Per questo occorre non stancarsi e continuare a venire di persona per incontrare abitanti di questo Paese, ascoltare le loro storie, condividere del tempo e incoraggiare i confratelli sacerdoti, pregare con loro.

Luca Bovio

Grazie da Cherson

A nome dei parrocchiani della Parrocchia del Sacratissimo Cuore di Gesù a Cherson, ringrazio i benefattori della Rivista Missioni Consolata per aver finanziato il costo del trasporto di aiuti umanitari.
Grazie al vostro aiuto e stato possibile ricevere materiale per pulizie e di igiene personale distribuito per i più bisognosi della città e dei villaggi.
Grazie per laiuto e la generosità. Un ricordo nella preghiera

don Massimo Padlewski
parroco

 

 


I viaggi precedenti su MC

 

 




Le università per Gaza

 

In Palestina le morti hanno superato le 35.000, c’è una generazione che non vuole più stare a guardare. Decine di migliaia di studenti in tutto il mondo stanno portando avanti proteste sempre più agguerrite per chiedere un cambio di rotta.

Il movimento globale è partito, nella sua forma più riconoscibile, dagli Stati Uniti dove le proteste stanno avendo modalità e risvolti che a molti ricordano quelle del ‘68 contro la guerra in Vietnam. I cortili dei campus universitari si sono riempiti di tende degli studenti che chiedono a gran voce un cambio di approccio nei confronti della questione palestinese. Si chiede il cessate il fuoco, la fine dei massacri, lo stop alle forniture di armamenti che l’amministrazione Biden continua a minacciare nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu ma senza poi tradurla in realtà.

Ma le richieste riguardano anche, e soprattutto, le stesse università. Disinvestire e fermare le collaborazioni, è questo che viene chiesto. Le amministrazioni degli atenei sono chiamate dagli studenti in protesta a rompere legami, chiudere progetti e fermare finanziamenti che le legano a Israele.

Negli Usa il fenomeno ha già coinvolto oltre 60 università e, secondo il «New York Times», oltre 2.800 studenti sono già stati arrestati dalla polizia che in molti casi ha cercato di reprimere le proteste con maniere definite spesso violente. Il caso più eclatante è avvenuto alla Columbia University di New York, dove i manifestanti avevano occupato uno degli edifici dell’ateneo dichiarando di voler continuare le proteste fino a quando l’amministrazione dell’università non avesse esaudito le loro richieste: interrompere il sostegno a Israele, annullare i provvedimenti disciplinari nei confronti degli studenti e migliorare la trasparenza finanziaria. Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio la polizia ha sgomberato gli occupanti arrestando oltre 200 studenti.

Ben presto università di tutto il mondo hanno iniziato ad imitare il modello statunitense, le proteste sono arrivate in Europa, Canada, Australia, India, Libano e non solo. In ogni luogo con caratteristiche e risposte diverse, ma sempre chiedendo la stessa cosa: il disinvestimento e l’interruzione delle collaborazioni con Israele.

In Europa la prima contestazione ad attirare attenzione è stata quella alla Sciences Po di Parigi, università che ha formato un gran numero dei leader francesi, dove le proteste sono state stroncate in fretta da un dispiegamento delle forze di polizia definito da molti come esagerato.

Le reazioni istituzionali sono state molto variegate, tra le più dure vi sono state quelle di Amsterdam e Berlino, dove la polizia ha sgomberato con la forza accampamenti e proteste, e i governi hanno avanzato forti critiche ai movimenti pro Palestina. In altri paesi le risposte sono state più positive nei confronti degli studenti, il primo ministro belga De Croo si è detto solidale con gli studenti in rivolta e l’amministrazione del Trinity College di Dublino ha promesso di accogliere le richieste e disinvestire i fondi legati ad aziende nei territori palestinesi occupati.

In Italia le prime tende nelle università sono state piantate a Bologna, per poi diffondersi a Roma e in altre città. Ma i movimenti pro Palestina italiani si sono attivati già da tempo e al centro delle contestazioni c’è il bando di cooperazione scientifica Maeci (ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale) che comprende collaborazioni con lo stato di Israele per lo sviluppo di tecnologie definite dual-use, ossia che possono avere un doppio uso, sia civile ma che militare, rischiando quindi di sostenere la campagna militare israeliana dentro Gaza.

L’università di Torino è stata la prima ad accogliere, già a marzo, la richiesta di sospendere la partecipazione a questo bando, e nelle ultime settimane stanno unendo altri atenei come quello di Pisa e quello di Firenze.

Mattia Gisola




(Paesi di) Serie A e serie B


Mentre scriviamo seguiamo con apprensione la guerra in Repubblica democratica del Congo. All’Est, le milizie dell’M23 stanno prendendo d’assedio la città di Goma, capitale del Nord Kivu. Due milioni di persone sono prese in trappola e la situazione umanitaria è grave. A causa del conflitto nella regione, inoltre, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha censito 6,9 milioni di sfollati interni, la maggior parte dei quali sono in condizioni di necessità di tipo umanitario: «La Rdc sta vivendo una delle più grandi crisi umanitarie e di spostamento interno di popolazione del mondo».

L’inizio della guerra nell’Est della Rdc si fa risalire al 2 agosto del 1998, quando milizie di etnia banyamulenge attaccarono Goma appoggiate da Rwanda e Uganda, paesi confinanti. Da allora, alcuni conteggi parlano di almeno dieci milioni di morti. Oggi la situazione non è cambiata. I sedicenti «ribelli» si chiamano M23, sono sempre finanziati e dotati di armamenti moderni dal Rwanda. La Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monusco), presente nel paese dal 2000, ha ammesso di non avere armi per fronteggiarli. Sullo stesso territorio è presente una missione della Sadc (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale) con militari sudafricani, tanzaniani e malawiti.

L’esercito ruandese è invece entrato nel Paese (con un’invasione) nella primavera 2022 per appoggiare l’M23, e recentemente si prospettava un’altra aggressione, poi non avvenuta, in quanto truppe erano ammassate a Gisenyi, città ruandese confinante con Goma. Nell’Est della Rdc gli interessi dei Paesi confinanti sono soprattutto minerari. L’area è ricca di coltan (niobio e tantalio) e di altri elementi, essenziali per la realizzazione di componenti elettronici e batterie, ovvero vitali per mettere in atto la «transizione verde». Minerali che prendono illegalmente la via del Rwanda, dove sono lavorati e venduti a paesi terzi. L’Unione europea, il 19 febbraio, ha firmato un accordo con Kigali proprio sulle «materie prime critiche e strategiche» che prevede, tra l’altro, investimenti nel paese africano per assicurarsene la fornitura. Il governo di Kinshasa e la società civile congolese hanno duramente criticato l’accordo, ricordando che il Rwanda non è produttore di tali minerali ma li «preleva» in Congo. L’Ue sta dunque finanziando indirettamente la guerra.

Le domande che sorgono spontanee sono le seguenti: perché una guerra tanto lunga e importante in termini di vittime non provoca un intervento internazionale di mediazione? Perché i paesi occidentali appoggiano il paese aggredito se è europeo, mentre in Africa chiudono gli occhi e finanziano il Paese aggressore? Siamo dell’idea che l’Unione europea e gli Usa dovrebbero fare pressioni sul Rwanda affinché cessi di «appoggiare» l’M23, e interrompere ogni cooperazione economica e militare. Altri Paesi sul continente africano vivono guerre che hanno poca voce in Europa, e non trovano sforzi di mediazione nelle cancellerie.

In America Latina, inoltre, alcune grosse crisi sono dimenticate, come quella interna al Venezuela, che ha già spinto circa sei milioni di venezuelani a lasciare il Paese, per andare a vivere in condizioni di miseria in altri Stati della regione. Oppure in Ecuador, nel quale si sta consumando una guerra civile tra Stato e narcotrafficanti. O ancora in Nicaragua, dove una dittatura famigliare sta tenendo in scacco quasi sette milioni di abitanti.

Noi pensiamo che la guerra sia sempre un errore, ma anche che non ci siano popoli e paesi di serie A e altri di serie B. Crediamo nel principio di autodeterminazione di tutti i popoli e nell’universalità dei diritti umani. Che le vittime dei conflitti in Rdc e in altri paesi africani e latinoamericani siano importanti quanto quelle europee e mediorientali.


Cambiamenti

Prendendo tra le mani il numero di MC di marzo avrete notato qualcosa di diverso. La novità sta soprattutto nel tipo di carta. Speriamo che vi piaccia. Abbiamo deciso per questo cambiamento sia perché occorre sempre rinnovarsi, sia perché ci consente di investire maggiori risorse nel settore digitale della rivista. In effetti, da alcuni mesi il sito web di Missioni Consolata (www.rivistamissioniconsolata.it) è diventato uno spazio nel quale sono pubblicati articoli settimanali, oltre a tutti gli approfondimenti del mensile. Questa operazione ci permette di fornire un’informazione più tempestiva e aggiornata, ma anche di aumentare con molti contenuti l’offerta per il lettore. Vi invitiamo dunque a seguirci anche sul web.




Contro l’economia di guerra


Un’opera collaborativa che evidenzia la violenza del modello economico dominante ed esplora alternative virtuose. In nome del rispetto degli esseri umani e della natura. Alla ricerca di una economia di pace.

Cittadella editrice ha il merito di aver pubblicato un agile libro che raccoglie i contributi di diversi attivisti e studiosi per mettere a fuoco le dinamiche dell’economia di guerra nella quale siamo immersi, e individuare percorsi virtuosi verso un’alternativa di pace.

La prima parte del testo è dedicata all’analisi delle drammatiche crisi in atto: il clima, le guerre, l’eclissi della democrazia, dell’uguaglianza e della giustizia. Esse sono prodotte dal modello neoliberista dominante nel quale sono riconoscibili almeno tre tendenze generali.

Tendenze del capitalismo

La prima è la tendenza alla concentrazione del potere economico in poche mani, frutto della lotta per la conquista dei mercati che ha alimentato una polarizzazione tra paesi creditori, come Cina, Russia, Arabia Saudita, e paesi debitori, come gli Stati Uniti. Relazioni internazionali più tese stanno portando allo sviluppo di politiche protezionistiche e alla creazione di aree amiche o nemiche, in un pericoloso «equilibrio di guerra» che rischia di saltare in ogni momento, anche a causa delle crescenti spese militari, le quali, ad esempio nei paesi Nato dell’Unione europea, sono aumentate di quasi il 50% in 10 anni: da 145 miliardi nel 2014 a 215 nel 2023.

Una seconda tendenza è la corsa al controllo delle fonti di energia fossile. I conflitti armati del secondo dopoguerra sono scoppiati per quasi la metà a causa degli idrocarburi: o per conquistare i territori che ne sono ricchi, o per impedire che un paese produttore acquisisse una posizione dominante nel mercato internazionale, o per controllare le rotte di trasporto di petrolio e gas.

È utile sapere che il 64% della spesa italiana per missioni militari all’estero è assorbita da operazioni connesse alla difesa delle fonti fossili. Non si può, poi, evitare di considerare che, nella guerra russo-ucraina, le zone contese del Donbass sono ricche di carbone e petrolio.

Una terza tendenza è l’impossibilità di mettere in atto una seria transizione ecologica, necessaria per affrontare la crisi climatica. Risulta infatti evidente che il cambiamento dovrebbe essere fondato su una conversione economica che sappia rinunciare a un modello di sviluppo centrato sullo sfruttamento degli esseri umani e della natura. Oggi invece «l’inquinamento ambientale è causato dalla difesa armata dell’unica ideologia esistente, il capitalismo» (pag. 145).

Dunque, la «radice della guerra […] va ricercata nella violenza strutturale su cui si basano i modi di produzione, distribuzione e riproduzione oggi trionfanti […]. Un sistema mortifero, biocida. Perché genera guerre, colonizza e militarizza le menti, recide ogni relazione con chi è diverso da sé, distrugge la biosfera, riduce gli spazi vitali di ogni specie vivente.

Per ripudiare la guerra è necessario estirpare le sue radici profonde ed inventare un’economia di pace» (pag. 97).

Alternative concrete

Nella seconda parte del testo, «Appunti per un’economia di pace», sono presentati alcuni contributi che propongono alternative possibili allo scenario descritto in precedenza.

Un cambiamento di paradigma è rappresentato dal modello dell’economia gandhiana, fondato su sei concetti chiave: nonviolenza, non sfruttamento, autolimitazione e sobrietà, lavoro autodiretto al servizio dello sviluppo proprio e della comunità di appartenenza, sviluppo locale autocentrato, amministrazione fiduciaria per gestire le attività economiche.

In questa prospettiva si collocano le esperienze di decentramento, autogestione e cittadinanza attiva come i Gas (Gruppi di acquisto solidale), le comunità energetiche per l’autoproduzione di energia a livello locale, le forme di boicottaggio nei confronti di prodotti insostenibili a livello sociale e ambientale. Queste iniziative rappresentano l’esercizio del potere del consumatore che diventa consum-attore contribuendo a indirizzare l’economia con le sue scelte di acquisto anche attraverso campagne collettive e organizzate (quelle, ad esempio, contro le banche armate).

Se le fonti fossili sono strettamente legate a un’economia di guerra, le fonti rinnovabili, decentrate e controllabili dal basso, rappresentano un diverso modello di società e di economia, un’economia di pace.

Oltre a queste sono presentate nel libro una molteplicità di esperienze e mobilitazioni civili che si battono per rendere i territori, le società e perfino le scuole sempre meno legate all’industria e alla mentalità bellica: dal comitato che ha creato il marchio etico «war free» alla mobilitazione della società civile della valle Sacco, a sud di Roma, contro l’industria bellica e chimica che inquina, dal movimento No base a Pisa Rossore contro la base militare Usa di Camp Darby, all’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole (vedi MC ottobre 2023).

Un nuovo paradigma

Il testo si chiude con alcune proposte che invitano il lettore a ripensare i paradigmi economici della società nella direzione del rispetto e della convivenza con il resto dell’umanità e con la Terra.

Si parla quindi di decolonizzare la mente e il pianeta (sviluppare il senso del limite e della cura al posto della paura del nemico e della precarietà), di decostruire la retorica della sicurezza (riumanizzare l’altro, perseguire la giustizia economica), di porre la pace disarmata alla base della politica (obiezione fiscale per la conversione delle spese militari; costruzione dei Corpi civili di pace; riconversione industriale; disarmo e ripudio della guerra; difesa popolare nonviolenta), di mobilitarsi in reti e movimenti territoriali per costruire la pace dal basso, rifondare l’economia passando dai principi di guadagno, crescita, concorrenza, a quelli di equità, sostenibilità, cooperazione.

Un libro ricco di spunti da conoscere, sviluppare, promuovere, e tradurre in azioni concrete.

Angela Dogliotti




Europa armata. Negoziati invisibili

 

Il coinvolgimento dell’Europa nel conflitto ucraino sarà sempre maggiore. Ne sono convinti alcuni autorevoli leader europei come il presidente francese Emmanuel Macron – che di recente ha proposto di prepararci a un intervento diretto di Paesi Ue e Nato per difendere l’Ucraina – e la presidente della commissione europea Ursula Von der Leyen – che invita a entrare in una vera economia di guerra, dove la produzione militare diventi prioritaria -.

Alle loro dichiarazioni, si aggiungono quelle di vari esponenti della Nato sull’inevitabilità di una guerra tra l’alleanza atlantica e la Russia nei prossimi anni.

Perché queste prese di posizione?

È possibile che esse siano dei messaggi diretti a qualcuno? A chi?

Un messaggio a Putin

La prima ipotesi è che i messaggi siano degli avvertimenti a Vladimir Putin e alla Russia: nel momento in cui la situazione militare sul campo sembra volgere a suo favore, il Cremlino potrebbe essere tentato di provare di nuovo a realizzare quell’invasione completa dell’Ucraina che gli è fallita due anni fa.

Il messaggio allora è il seguente: se le forze russe sfondassero e arrivassero a Kiev, l’Occidente non lo potrebbe tollerare. Ci sarebbe un suo intervento diretto con conseguente terza guerra mondiale: un’eventualità che né la Russia, né gli Stati Uniti, né, tanto più, i vari Stati europei vorrebbero. Ma l’avvertimento a Putin è quello di non spingersi troppo oltre, non superare una fantomatica linea rossa che però non si capisce dove si trovi, e dunque rende la situazione particolarmente pericolosa.

Un messaggio all’Europa

La seconda ipotesi è che l’avvertimento sia rivolto agli stessi governi e classe dirigente europei. Questi, al di là dei loro proclami roboanti, vogliono fare la guerra per procura e rimanere fuori da un coinvolgimento diretto. Come, infatti, ha incautamente rivelato la nostra presidente del consiglio, c’è molta stanchezza, ci si vuole impegnare di meno, anche perché il sentimento popolare è tutt’altro che favorevole alla guerra.

Allora il messaggio potrebbe essere proprio questo: attenzione che, se la Russia, approfittando di questa situazione, dovesse sfondare e invadere tutta l’Ucraina, ciò non sarà tollerabile, pena la perdita della faccia, e allora sì che bisognerà intervenire direttamente con tanto di mobilitazione, cadaveri che tornano a casa e i rischi di terza guerra mondiale di cui già abbiamo scritto sopra.

Meglio continuare a sostenere l’Ucraina indirettamente che trovarsi in guerra aperta. Non bisogna fare troppo gli schizzinosi, bisogna invece mettere mano al portafogli e continuare a fornire all’Ucraina tutte le armi di cui ha bisogno adesso. Per far questo, poiché le scorte sono finite, occorre ristrutturare l’apparato industriale in economia di guerra.

Un messaggio all’opinione pubblica

La terza ipotesi è che i messaggi siano rivolti all’opinione pubblica occidentale, allo scopo di rompere un tabù: poiché presto potremmo dover intervenire, è bene cominciare a parlarne. Tanto più che gli Stati Uniti sembrano meno propensi di un tempo a sostenere il carico della difesa e della sicurezza europea, soprattutto se dovesse diventare presidente Donald Trump.

Come sempre la prima reazione è quasi di scandalo, poi, però, l’argomento diventa oggetto di discussione, di dibattito, e infine diventa un’opzione possibile.

Il coraggio della trattativa

Probabilmente tutte e tre le ipotesi illustrate contengono una parte della verità.

Si sta andando verso la terza guerra mondiale senza che nessuno la voglia veramente, semplicemente perché nessuno dei protagonisti vuole essere il primo a cedere. Esattamente come successe nel 1914, quando all’inizio della Prima Guerra mondiale, l’inutile strage, si pensava a una guerra di pochi mesi.

Occorrerebbe un sussulto di saggezza, soprattutto da parte dei governi europei: avere il coraggio di proporre una trattativa, esattamente come suggerisce papa Francesco, il quale non ha consigliato la resa, al contrario ha affermato che il negoziato non significa arrendersi.

E un negoziato può funzionare se si convince l’altra parte che una trattativa capace di fermare la guerra conviene di più che continuare i combattimenti.

Questo è ancora possibile, anche se oggi la situazione è ben peggiore di quella del marzo 2022, quando la Russia aveva sostanzialmente fallito i suoi piani e l’Occidente era in una posizione di maggiore forza. Sarà ancora più difficile, per non dire impossibile, se Putin riterrà di poter chiudere vittoriosamente la partita.

Putin non è desideroso di trattare: è un criminale e un violento che crede solo nella forza, ed è anche un irresponsabile, altrimenti non avrebbe neanche iniziato una guerra che pensava di chiudere in poche settimane. Trattare con lui, quindi, è possibile solo se si convince che la continuazione della guerra sarebbe per il suo regime più pericolosa e costosa della cessazione.

Invece di preparare guerre che poi non si potranno combattere, sarebbe meglio puntare su una trattativa finché è possibile che essa disinneschi la macchina infernale che rischia di travolgerci tutti.

È probabile che se si riuscisse a fermare la guerra con un compromesso provvisorio, anche in Russia, all’interno del regime, si inizierebbero a contare i morti, le perdite, le distruzioni. Allora nel potere di Putin potrebbe crearsi qualche crepa, cosa che a oggi, perdurando i combattimenti, non sembra realistica.

Paolo Candelari

Questo articolo è frutto di una collaborazione tra il Centro studi Sereno Regis e Missioni Consolata.




In Ucraina: fino a Zaporiza e Nikopol


Padre Luca Bovio, Missionario della Consolata in Polonia, ci racconta il suo ultimo viaggio compiuto in Ucraina dal 2 al 7 marzo 2024, a Zaporiza e Nikopol.

Grazie alle offerte raccolte, nei giorni precedenti al viaggio abbiamo acquistato e spedito dalla Polonia ai frati francescani Albertini a Zaporiza 5 bancali di carne in scatola (18.000 confezioni). Oltre a questo, lì è giunto due giorni prima del nostro arrivo anche l’ultimo carico di aiuti raccolti dalla parrocchia di Villa di Serio (Bergamo) e da tanti altri, portato da Ruggero e gli amici di Cantù (Como) a Sandomierz in Polonia, e da lì con un altro trasporto inviati a Zaporiza.

Per arrivare a Zaporiza da Varsavia occorrono due giorni di viaggio.

Anche in Polonia come nel resto d’Europa ci sono proteste dei contadini. I camion per entrare in Ucraina alle frontiere hanno tempi di attesa medi di circa dieci giorni.

La nostra auto, trasportando aiuti umanitari, riceve il permesso di passare e così agevolmente varchiamo la frontiera.

Zaporiza è una grande città nella zona centro orientale del Paese, costruita sul grande fiume Dniepr che divide in due la città. Qui c’è la concattedrale cattolica dedicata a Dio Padre Misericordioso e non lontano la comunità dei frati Albertini. Nei pressi della concattedrale, quattro volte alla settimana viene fatta la distribuzione del pane e di una scatoletta di carne. Sono circa 1.500 le persone che in fila ricevono l’aiuto.

Prima gli invalidi, poi le donne e infine gli uomini.

Il forno dei frati, che visitiamo il giorno successivo, ha la capacità di produrre 900 pani, per questo motivo, per dare qualcosa a ognuno, a un certo punto occorre dividere a metà o anche in tre parti il pane. Durante la distribuzione a cui partecipiamo ci raccontano che nei negozi i beni si trovano. Quello che manca sono i soldi per comprare. La pensione media di circa 50 euro al mese è troppo bassa per pagare tutte le spese di casa così come quelle personali.

La città, prima della guerra, contava quasi un milione di abitanti. Oggi è difficile fare stime. Molti sono partiti. Altri sono arrivati dai villaggi vicini. Il fronte dista da qui solo 30 chilometri.

Nel pomeriggio visitiamo la seconda e unica presenza romano cattolica in città. In una piccola parrocchia circondata da alti palazzi vive un padre di origine polacca dei missionari di Nostra Signora di La Salette. Ci racconta delle sue attività di assistenza a favore degli ammalati che sono nelle case. Con alcuni volontari portano medicine e cibo. I volontari hanno anche il compito di verificare l’effettiva presenza dell’ammalato.

IL missionario ci racconta anche di un suo giovane confratello, p. Giovanni, che vive a Nikopol a circa 100 chilometri a sud in una situazione peggiore della sua. Nikopol è una città che si affaccia sul fiume. Sulla riva opposta c’è Ernegodar, la città con la più grande centrale atomica d’Europa. La riva opposta è territorio occupato. Per questo motivo Nikopol e tutta quella regione è spesso sotto attacco avendo come unico argine il fiume.

Decidiamo di fare una breve visita. Avendo ottenuto i permessi umanitari necessari, arriviamo brevemente a Nikopol per incontrare don Giovanni che ci accoglie calorosamente, quasi incredulo che qualcuno venga a trovarlo.

Da questo capiamo come siano importanti queste visite che, seppur brevi, incoraggiano. Ci raggiunge anche un militare responsabile della zona col quale, bevendo un caffè, parliamo della situazione al fronte. Il momento non è facile. C’è pessimismo. Occorre un ricambio del personale. Il governo sta lavorando a una legge che definisca meglio i criteri di arruolamento. Gli aiuti esterni sono da sempre stati fondamentali per difendersi contro un nemico che per numero e possibilità è impari. Questi aiuti su larga scala per vari motivi sono in forte diminuzione. Ad esempio, gli aiuti umanitari, ci comunica la Caritas locale, sono diminuiti del 60%. Si parla sul luogo anche di persone che simpatizzano per gli occupanti o che nel migliore dei casi desiderano l’occupazione come raggiungimento di una vita più tranquilla.

Il tempo trascorre veloce. Velocemente ritorniamo a Zaporiza e da lì il giorno successivo per Kiev e Varsavia.

Padre Luca Bovio




Congo Rd. Un futuro a tinte fosche


Il 20 dicembre scorso contestate elezioni hanno mantenuto al potere Félix Tshisekedi. Le sfide che dovrà affrontare il presidente sono enormi: il conflitto nell’Est, l’economia che barcolla, le mire straniere sulle risorse del Paese, ma anche la corruzione a tutti i livelli. Le premesse non sono delle migliori.

Oltre 2.300 chilometri di strade, soprattutto sterrate e percorribili in almeno quaranta ore di auto, separano Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo (RdC), da Lubumbashi, capitale dell’Haut-Katanga, la provincia più meridionale. Per recarsi a Goma, capitale del Nord Kivu al confine orientale con il Rwanda, invece i chilometri diventano 2.700 e le ore di viaggio più di cinquanta.

Il tragitto su strada da Kinshasa verso Lubumbashi e Goma, interminabile e difficile, è metafora di quello che è la RdC oggi: un Paese immenso, dal potenziale enorme, ma estremamente fragile. La distanza tra la capitale e molte province non è solo geografica, ma anche politica, economica e sociale. I soli 200mila chilometri di strade – che attraversano uno Stato di 2,3 milioni di chilometri quadrati (7,8 volte l’Italia) – sono solo un esempio di questo scollamento.

Il territorio congolese è estremamente frammentato: non c’è un solido legame tra la capitale e il resto del territorio dilaniato da conflitti armati e in perenne crisi umanitaria, depredato delle proprie ricchezze e attraversato da una corruzione endemica. Molte sfide – alcune di lunga data, altre più recenti – attendono Félix Tshisekedi, riconfermato presidente a seguito delle caotiche e contestate elezioni del 20 dicembre scorso. Il presidente uscente ha ottenuto il 73% dei voti, e il secondo, Moise Katumbi, solo il 18%. Conflitti, economia e corruzione spiccano tra le sfide.

Campo di sfollati nei pressi di Goma, Nord Kivu. Foto Christophe Mutaka

La lunga guerra nell’Est

Da Nord a Sud, da Est a Ovest, la RdC è travolta da violenze. Conflitti diversi e causati da motivazioni differenti, ma riconducibili a un unico denominatore comune: la scarsa governance e la mancanza di istituzioni politiche, militari e sociali efficienti, affidabili e diffuse su tutto il territorio nazionale.

Movimenti secessionisti operano nell’Haut-Katanga che già nel luglio 1960, subito dopo l’indipendenza, aveva tentato di separarsi dal resto del Paese. A Nord, nell’Haut-Uélé e nel Bas-Uélé avvengono incursioni e saccheggi di ribelli coinvolti nella guerra civile centrafricana e negli scontri con il governo del Sud Sudan. Tensioni intercomunitarie per le terre sono diffuse su tutto il territorio nazionale. Mentre da inizio 2022, le province occidentali, storicamente le più stabili, sono messe a ferro e fuoco dalla milizia Mobondo, nata a causa di tensioni tra comunità per il pagamento di tasse sulla terra.

Nell’Est (Ituri, Nord e Sud Kivu), i conflitti si protraggono da tre decenni e sono profondamente legati al contesto regionale. Infatti, fin dalle due guerre del Congo, alcuni Paesi della regione dei Grandi Laghi – Rwanda, Uganda e Burundi – mirano a estendere la propria influenza sulle province orientali della Rdc, data la loro posizione strategica nel cuore dell’Africa e la ricchezza di risorse minerarie.

La moltitudine di attori, statali e non, coinvolti, l’intrecciarsi di differenti obiettivi, la fragilità delle alleanze e le interferenze degli altri Paesi della regione sono tutti fattori che hanno reso in passato e rendono ancora oggi difficile la pacificazione dell’area. In particolare, l’interventismo ruandese ha recentemente raggiunto livelli tali da causare una crisi diplomatica tra Kinshasa e Kigali e rischiare un conflitto aperto tra i due Paesi. Dalla primavera del 2022, truppe ruandesi sono infatti intervenute in territorio congolese a supporto del Movimento del 23 marzo (M23), il gruppo armato più violento del Nord Kivu, capace di giungere, a fine 2023, a pochi chilometri da Goma.

Disastro umanitario

«La guerra ha creato un incredibile disastro umanitario», dice Viateur, cooperante del Nord Kivu e analista dei processi di cambiamento nella regione dei Grandi Laghi. L’Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati) conta sei milioni di sfollati interni, mentre un altro milione ha cercato rifugio nei Paesi vicini. Chi resta nei territori controllati dagli attori armati «vive ogni giorno le afflizioni della guerra come vessazioni, stupri, saccheggi e lavori forzati. I gruppi armati portano via tutto quello che i locali possiedono: cibo, denaro, bestiame e coltivazioni. I bambini non vanno più a scuola, gli agricoltori non lavorano più i campi, le attività economiche sono paralizzate», racconta Viateur.

Come prevedibile, la promessa di Tshisekedi di un intervento militare tale da porre fine alle violenze in tempo affinché le elezioni si potessero svolgere in tutto il Paese non è stata mantenuta: gli abitanti dei territori di Masisi e Rutshuru, occupati dall’M23 (oltre a Kwamouth, epicentro della violenza dei Mobondo), non hanno potuto votare.

Raramente le Forze armate della Rdc registrano successi contro i gruppi armati e lo stato d’assedio, introdotto a maggio 2021, non ha portato cambiamenti. La Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Congo (Monsuco), operativa dal 2000 per proteggere la popolazione, è costantemente accusata di inefficacia, data la frequenza di attacchi e uccisioni nei confronti dei civili, e il governo congolese ne ha chiesto il ritiro. Così come, dopo un solo anno, ha iniziato ad abbandonare il Paese anche la Forza regionale della Comunità dell’Africa orientale (Eac), criticata da Kinshasa per l’approccio poco aggressivo nei confronti dei gruppi armati.

Il costante fallimento delle operazioni militari evidenzia la necessità di rafforzare altre tipologie di interventi. Ne derivano azioni diverse, frutto dell’intersecarsi delle dimensioni politica, sociale ed economica: rafforzamento di governance e trasparenza delle istituzioni, sviluppo di programmi efficaci e duraturi per la smobilitazione e il reinserimento socioeconomico dei combattenti e realizzazione di dialoghi intercomunitari e piani per la ripartizione inclusiva delle risorse.

Economia fragile

Un’altra sfida che attende il presidente congolese è quella economica. Secondo la Banca mondiale, nel 2020, a causa della pandemia da Covid-19 che aveva paralizzato scambi e produzione, il Prodotto interno lordo (Pil) era crollato di quasi tre punti percentuali rispetto al +4,4% del 2019. Tuttavia, dall’anno successivo, la consistente domanda cinese di minerali ha trainato la ripresa del Pil, cresciuto del 6,2% nel 2021 e dell’8,9% nel 2022. L’economia congolese è però estremamente fragile: il 90% delle esportazioni è costituito da minerali e idrocarburi, e questo rende il Paese dipendente dalle fluttuazioni dei loro prezzi sul mercato internazionale.

L’analisi di un quadro socioeconomico più dettagliato mostra poi che la crescita del Pil, esaltata da Tshisekedi come risultato positivo delle sue politiche di rilancio post pandemia, è un dato isolato, non una tendenza. La guerra in Ucraina ha spinto l’inflazione dal 9% (2021) al 13,2% (2023) e l’incremento dei prezzi dei beni di base sta impattando soprattutto su quel 60% della popolazione che, secondo la Banca mondiale, vive con meno di 2,15 dollari al giorno. Tra essi, moltissimi giovani, il cui tasso di disoccupazione supera l’80%.

La carenza di reti stradali e ferroviarie ostacola lo sviluppo dei commerci su tutti i livelli: nazionale, regionale e internazionale. I conflitti armati nelle province orientali – le più ricche di risorse – costituiscono un pesante fardello per la crescita economica del Paese, mentre la diffusione di economia informale, illegale e corruzione riduce le risorse statali.

La transizione ecologica

La transizione ecologica globale passa anche per i minerali della RdC: le province meridionali producono il 70% del cobalto mondiale, le riserve congolesi di rame sono considerevoli e la metà del tantalio, contenuto nei telefoni e nei computer di tutto il mondo, proviene dai suoi territori. Dai primi anni Duemila, l’impennata della domanda globale di minerali per la transizione ecologica ha trainato la crescita della produzione congolese, esacerbando però anche gli aspetti negativi a essa connessi: conflitti armati, violazioni dei diritti umani e sfruttamento da parte delle multinazionali.

Per molti dei circa 120 movimenti armati attivi nelle province orientali «i minerali hanno un ruolo preponderante – dice Viateur -. Certi gruppi sfruttano direttamente o fanno sfruttare da altri per loro, le cave e i minerali ottenuti sono venduti attraverso negozianti che li portano oltre confine, in Rwanda e Uganda». Il contrabbando è infatti un’importante fonte di finanziamento per molti attori armati e, in questo modo, sebbene nella RdC siano applicate certificazioni che impediscono la vendita di minerali legati a conflitti e violazioni dei diritti umani, molti di essi entrano nel mercato internazionale. Buona parte della produzione è artigianale: i minatori estraggono senza tecnologie o macchinari e fronteggiano dure condizioni di vita. La crescente domanda mondiale non si traduce in un incremento dei guadagni per i lavoratori locali che «rimangono nella povertà e muoiono ogni giorno a causa di malattie respiratorie e frane, mentre molti bambini non vanno a scuola». Viateur ricorda quanto lo sfruttamento minorile sia diffuso, soprattutto nelle miniere di rame e cobalto dell’Haut-Katanga, nonostante sia proibito dalla legge.

Proteste anti Rwanda (Photo by Aubin Mukoni / AFP)

I minerali

Anche le multinazionali straniere, con un atteggiamento predatorio, contribuiscono a rendere ancora più difficili le precarie condizioni di vita dei congolesi, drenando dal Paese grandi quantità di risorse a fronte di compensazioni decisamente inadeguate.

L’accordo siglato nel 2008 dall’allora presidente Joseph Kabila con la Cina ne è un esempio. Le aziende di Pechino hanno ottenuto concessioni su giacimenti di rame e cobalto del valore di circa 90 miliardi di dollari a Kolwezi (Haut-Katanga). In cambio, la Cina si è impegnata a investire sei miliardi in progetti di sviluppo. Ma, di fatto, ancor meno – tre miliardi circa – sono stati realmente destinati alla costruzione di strade, scuole e ospedali, e gli interventi sono stati appaltati esclusivamente a compagnie cinesi, impedendo la creazione di posti di lavoro e crescita economica nella RdC. Anche se nel 2021 Tshisekedi ha annunciato la rinegoziazione dell’accordo, non sono mai stati rilasciati dettagli sulle nuove discussioni, facendo temere che la revisione non si traduca in miglioramenti tangibili per i congolesi.

I minerali estratti nella Rdc, quando sfuggono al contrabbando, sono esportati, soprattutto in Cina, dove vengono processati. In questo modo, il Paese perde la maggior parte delle proprie risorse ancora in forma grezza, traendone un guadagno limitato, e non beneficia della creazione di opportunità lavorative e della generazione di reddito derivanti da attività di lavorazione interne alla RdC. Un’evoluzione necessaria, quest’ultima, e che è stata timidamente avviata da Tshisekedi con l’istituzione del Consiglio congolese della batteria, cui è stato affidato il compito di creare una filiera per la produzione di batterie elettriche nel Paese. Un progetto che, se realizzato, permetterebbe alla RdC e ai suoi abitanti di trarre maggiori guadagni dalle proprie risorse, ma che deve avvenire al riparo dalla corruzione, imperante nel settore ed endemica nel Paese. Gécamines, la principale compagnia mineraria statale, è infatti ciclicamente coinvolta in scandali e accusata di essere un mezzo per l’accaparramento di risorse da parte dell’élite politica ed economica della Rdc.

Corruzione e potere

Con il giuramento di fine gennaio, Tshisekedi si è confermato alla guida di un Paese dilaniato da conflitti armati e in difficoltà economica. Ma fronteggia anche accuse di corruzione, scarsa trasparenza e manipolazione dei risultati elettorali al fine di soddisfare una sete personale di potere e assicurare favori alla propria cerchia di amici e familiari.

Nulla di nuovo nella RdC. Fin dalla cleptocrazia di Mobutu Sese Seko (1965-1997), corruzione e clientelismo si sono infiltrati a fondo nell’apparato statale, totalmente piegato alla volontà e ai desideri del dittatore e dei suoi alleati. Anche Laurent Désiré Kabila (1997-2001) e il figlio Joseph (2001-2018), sebbene avessero annunciato una cesura con la dittatura precedente, hanno contribuito a istituzionalizzare corruzione e clientelismo. È continuato l’accaparramento di risorse statali – Joseph Kabila è accusato di essersi appropriato, tra il 2013 e il 2018, di 138 milioni di dollari destinati alle casse nazionali – e familiari e amici sono stati posizionati alla guida di aziende pubbliche: nel 2018, secondo il Centro di ricerca sul Congo, 80 compagnie erano riconducibili alla cerchia di Kabila.

L’elezione nel 2018 di Tshisekedi – frutto di un accordo tra quest’ultimo e Kabila affinché l’ex presidente potesse continuare a influenzare la politica congolese dalle retrovie – non ha segnato un’inversione di tendenza. Ancora oggi, la Rdc resta uno dei paesi più corrotti al mondo, al 166esimo posto su 180 nell’Indice sulla percezione della corruzione di Transparency international (ente indipendente che monitora la corruzione globale).

Criticato per aver perpetuato un clima di impunità, Tshisekedi ha visto alcuni dei suoi collaboratori colpiti da accuse, come Vital Kamerhe incolpato di essersi appropriato di 48 milioni di dollari pubblici. Mentre, in vista del voto del 2023, ha posto l’alleato Denis Kadima alla guida della Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), assicurandosi il controllo della macchina elettorale e la rielezione.

Conflitti, difficoltà economiche e corruzione continuano a segnare il presente e il futuro della Rdc, guidata da un’élite più interessata a mantenersi al potere e ad accrescere le proprie ricchezze che a soddisfare le reali esigenze della popolazione. Ancora una volta, un futuro fosco attende un Paese estremamente fragile.

Aurora Guainazzi

© Christophe Mutaka




Burkina Faso. Le stragi della giunta

 

«L’esercito del Burkina Faso ha utilizzato armi sofisticate e di precisione per sparare su assembramenti di civili. Tra agosto e novembre scorsi, in tre raid eseguiti da droni forniti dalla Turchia, sono stati attaccati due mercati e un funerale, con il risultato di oltre 60 civili morti e decine di feriti». La denuncia, ben documentata e verificata è di Human rights watch (Hrw), l’organizzazione per la difesa dei diritti umani con base a New York.

Con un rapporto uscito il 25 gennaio, Hrw descrive i particolari di questi eventi, accaduti il 3 agosto a Bouro (attacco al mercato settimanale di zona frequentato da centinaia di persone), il 21 settembre a Bidi (missili su un funerale) e il 18 novembre nei pressi di Boulkuessi, villaggio del Mali vicino alla frontiera del Burkina (mercato di zona). Hrw ha condotto inchieste basandosi su testimonianze di persone presenti, foto e video inviati dai siti degli attacchi, foto satellitari. I testimoni raccontano di decine di corpi straziati dopo la caduta dei missili. Queste aree, tutte nel Nord del Paese, sono controllate da gruppi armati jihadisti del Gsim (Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani), legato ad Al Qaeda, i cui uomini si spostano normalmente in moto. Alcuni di loro erano presenti nei mercati, e hanno poi organizzato i primi soccorsi.

Hrw insiste sul fatto che: «L’uso di droni con bombe ad alta precisione a guida laser, fa pensare che i due mercati e il funerale fossero gli obiettivi prescelti».

Quindi: «Gli attacchi […] hanno violato le leggi di guerra che proibiscono operazioni che non fanno distinzione tra obiettivi civili e militari, e costituiscono dei crimini di guerra apparenti». L’organizzazione chiede quindi al governo del Burkina Faso di operare inchieste indipendenti, imparziali e trasparenti per ognuno dei casi, portare in tribunale i responsabili e indennizzare le vittime.

La propaganda della giunta militare, sui media controllati, descrive questi eventi, come attacchi con i droni a forze jihadiste, senza alcuna menzione alle vittime civili.

Una guerra che continua

Il governo putschista di Ibrahim Traoré è al potere dal 30 settembre 2022, in seguito a un golpe ai danni della precedente giunta militare, al potere dal 24 gennaio dello stesso anno.

La guerra in corso in Burkina Faso tra esercito e gruppi armati è iniziata nel 2016 dopo i primi attacchi dei miliziani jihadisti. Nell’ultimo periodo Hrw ha documentato gravi abusi perpetrati dalle forze di sicurezza e dalle milizie pro governative. Si tratta di esecuzioni sommarie, tortura e sparizioni forzate. I gruppi islamisti sono pure responsabili di distruzioni, saccheggi, esecuzioni e rapimenti. Secondo l’Africa Center for strategic studies, la violenza e l’instabilità sono aumentate dopo i due colpi di stato del 2022.

All’inizio, la narrazione antifrancese e anticolonialista in generale, aveva fatto accogliere favorevolmente il golpe da larghe fasce di popolazione, soprattutto giovane.

Sparizioni politiche

Oggi, rapimenti di uomini politici, alti graduati dell’esercito o di chiunque abbia espresso dissenso nei confronti della giunta guidata da Ibrahim Traoré, sono all’ordine del giorno.

L’ultimo, in ordine di tempo, è avvenuto la sera del 24 gennaio, quando l’avvocato Guy Hervé Kam (già portavoce del gruppo Le balais citoyen e attuale coordinatore del movimento politico Sens), è stato fermato e fatto sparire da uomini senza identificazioni, al suo arrivo all’aeroporto di Ouagadougou. L’avvocato Kam aveva criticato, in una intervista al quotidiano burkinabè Le Pays, la mancanza di legalità nel paese.

Il presidente dell’Ordine degli avvocati, dopo una rapida indagine, ha scoperto che Kam è detenuto nei locali della polizia della capitale. Ha quindi protestato tramite un comunicato ufficiale, mentre una petizione per la liberazione dell’attivista è stata lanciata.

Un cittadino burkinabè ci ha dato la sua visione sulla situazione attuale: «Tutti vivono nella paura. Ma potrebbe finire male, ovvero del sangue potrebbe scorrere. La popolazione inizia a essere esausta e vuole liberarsi. Non si può più dire nulla. Ad esempio sul costo della vita: tutto aumenta senza ragione ma il primo ministro proibisce che lo si dica. Stiamo anche contribuendo allo sforzo di guerra: a tutti è prelevato l’1% del salario, a partire dal primo gennaio».

Oltre a questo, il 28 gennaio, i governi di Burkina Faso, Mali e Niger hanno dichiarato di uscire dall’organizzazione economica regionale, la Cedeao, il che comporterà problematiche di tipo doganale, di transito di merci e persone. Per questo, per tre paesi, senza sbocco sul mare, che si devono appoggiare ai paesi costieri per qualsiasi tipo di commercio, la decisione potrebbe avere un effetto boomerang.

Marco Bello