Onu, un 80° compleanno mesto

Il 24 ottobre ricorre l’ottantesimo anniversario   del Trattato che ha istituito l’Organizzazione delle  Nazioni Unite. Ma le celebrazioni, più che una festa,  si stanno rivelando un’occasione per ripensare il ruolo dell’Onu ed evitarne l’irrilevanza.

Il compleanno delle Nazioni Unite ha una torta con molte candeline, che minaccia di farsi sempre più piccola e con gli amici della prima ora che non sembrano avere molta voglia di presentarsi alla festa.
Per i suoi ottant’anni, infatti, l’Onu sta affrontando progetti di riforme radicali e tagli alla spesa, grossi ritardi nei contributi finanziari da parte degli Stati membri e, più in generale, molte domande su come conservare un minimo di rilevanza in un mondo che fatica a rispettare le regole che si era dato a metà del Novecento.

Queste scelte derivano in larga parte dalle decisioni dell’amministrazione Usa guidata dal Presidente Donald J. Trump, che pare intenzionata a ridurre molto la propria quota di contributo all’organizzazione, pari, finora, a circa un quarto del budget totale.

Usa, ieri fondatori, oggi affondatori?

Gli Stati Uniti erano stati i principali e più convinti fondatori dell’Onu. L’Organizzazione è infatti nata nel 1945 su iniziativa dei Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale e, in particolare, di quattro potenze patrocinanti, cioè Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Regno Unito. Dopo la conferenza di Jalta del febbraio 1945, in cui i leader di Usa, Regno Unito e Urss avevano discusso l’ordine mondiale post-bellico, gli stessi Paesi convocarono la Conferenza delle Nazioni Unite sull’organizzazione internazionale. Il termine «Nazioni Unite» fu proposto dall’allora presidente Usa Franklin Delano Roosevelt già anni prima, e utilizzato per la prima volta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, firmata a Washington il 1° gennaio 1942 da 26 Paesi per sancire la loro decisione di cooperare per vincere la guerra contro le potenze dell’Asse, cioè Germania, Italia, Giappone e i loro alleati.

Alcune di queste agenzie esistevano già da molto tempo: l’Unione internazionale delle Telecomunicazioni (Itu), ad esempio, era stata fondata a Parigi nel 1865 e compie quindi 160 anni. Altri organi, come l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), erano un’eredità della Società delle Nazioni, ente precursore dell’Onu fondato dopo la Prima guerra mondiale, mentre le istituzioni finanziarie – Banca mondiale e Fondo monetario internazionale – e l’Unesco, l’agenzia che si occupa di cooperazione nell’ambito educativo, scientifico e culturale, nacquero insieme all’Onu fra il 1944 e il 1945. Altri organi sono poi sorti per iniziativa della stessa Onu: ad esempio, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms/Who), nel 1948, l’Unhcr nel 1950, l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica – Aiea/Iaea nel 1957.

Palo della pace all’Unep a Gigiri, Nairobi (foto The Seed)

Il sistema Onu e i suoi costi

Secondo le statistiche ufficiali della stessa Onu, nel 2023 – anno più recente disponibile – l’organizzazione@ ha speso circa 68,5 miliardi di dollari. Una cifra, per dare una misura, pari a due volte il valore delle risorse stanziate con la legge di bilancio italiana nel 2024, o a una volta e mezzo l’importo pagato da Elon Musk per comprare il social network Twitter. Di questi 68,5 miliardi di dollari, la fetta più grossa (44%) è andata all’assistenza umanitaria, seguita da quella destinata all’assistenza allo sviluppo (30%), mentre le operazioni di pace sono al 12%. Stessa quota per le spese rivolte alla realizzazione dell’agenda globale e all’assistenza specializzata, attività cioè che affrontano sfide globali o regionali senza un collegamento diretto con le altre tre funzioni. I principali beneficiari sono l’Africa, dove l’Onu spende ogni anno circa 24 miliardi (35%), e l’Asia (18 miliardi, 27%), seguiti dalle Americhe (4,7 miliardi, 7%), l’Europa (4,4 miliardi, 6,5%) e l’Oceania (507 milioni, 0,7%), mentre il restante 23% (16 miliardi) va a interventi globali o interregionali.

Soldi spesi bene?

Per farsi un’idea del lavoro svolto dalle Nazioni Unite in questi 80 anni, Mugnanini ripercorre i premi Nobel per la Pace assegnati ad agenzie o funzionari Onu: un esercizio che aiuta a distinguere meglio il ruolo dell’organizzazione come specchio del mondo (mirror of the world). Nel 1950, il Nobel andò al diplomatico Ralph J. Bunche che, per conto dell’Onu, aveva mediato le prime fasi del conflitto fra Israele e i suoi vicini, arrivando agli armistizi con Egitto, Libano, Giordania e Siria. Il Nobel del 1954 andò invece all’Unhcr, nato quattro anni prima per aiutare i milioni di sfollati della Seconda guerra mondiale. Nel 1961 fu la volta del premio, postumo, a Dag Hammarskjöld, segretario generale Onu dal 1953 al 1961, morto a Ndola, nell’attuale Zambia, mentre conduceva delicati negoziati per risolvere la crisi in Congo, cruciale (e brutale) banco di prova sia della decolonizzazione che del confronto Est-Ovest.

Negli anni Sessanta, epoca di lotte e profondi cambiamenti sociali, il premio andò nel 1965 all’Unicef, agenzia Onu per l’infanzia, e nel 1969 all’Ilo, che promuove i diritti fondamentali nel lavoro. Nel 1981 fu di nuovo l’Unhcr a ricevere il Nobel, stavolta per l’assistenza ai rifugiati delle guerre in Africa e Asia, mentre nel 1988 fu assegnato alle Forze di peacekeeping delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel ridurre le tensioni nei luoghi di guerra. Nel 2001, il comitato per il Nobel volle sottolineare la fine della Guerra fredda e rafforzare il ruolo del multilateralismo nel nuovo ordine mondiale assegnando il premio alla stessa Onu e al suo segretario generale, Kofi Annan, mentre nel 2005 fu la volta dell’Aiea e del suo direttore, Mohamed El Baradei. Erano gli anni della guerra preventiva, e non autorizzata dal Consiglio di sicurezza, con cui Usa e Regno Unito colpirono l’Iraq di Saddam Hussein e, sia l’Aiea che il segretario generale Annan, si scontrarono duramente con i governi americano e inglese: «Nel suo ruolo di garante del regime di non proliferazione nucleare», scrive ancora Mugnaini, «la Aiea non aveva concordato con la richiesta statunitense di affermare che l’Iraq avesse ripreso il suo programma nucleare militare, posizione quella dell’Aiea che si rivelò poi essere corretta».

Nel 2007, a ricevere il premio fu il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – Ipcc) insieme all’ex vicepresidente Usa Al Gore, per lo sforzo di aumentare la conoscenza sul cambiamento climatico e gettare le basi per le future soluzioni. Infine, nel 2020 è stato il Programma alimentare mondiale (Wfp) a ottenere il riconoscimento: l’agenzia è la più grande organizzazione umanitaria mondiale e nel 2024 ha nutrito 124 milioni di persone, di cui 90 milioni con assistenza di emergenza.

Ma questi esempi di incisività, o almeno partecipazione attiva, delle Nazioni unite alla politica internazionale non esauriscono il suo operato: insuccessi come l’incapacità di prevenire il genocidio in Rwanda, nel 1994 (800mila vittime), e quello a Srbrenica, in Bosnia, nel 1995 (8mila vittime), sono fra gli esempi più citati nelle analisi dei fallimenti nell’ambito che costituisce uno dei pilastri dell’organizzazione, cioè la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale.

Consiglio di sicurezza dell’Onu, agosto 2025 (Un photo / Loey Felipe)

Un Consiglio di sicurezza bloccato

Guardiano di questo pilastro è uno degli organi principali delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza. La sua attuale composizione – cinque membri permanenti con diritto di veto e dieci membri eletti a rotazione per due anni – è ritenuta anacronistica da molti studiosi e dalla maggioranza degli stati membri dell’Onu, e l’inefficacia dimostrata di recente nel reagire all’invasione russa dell’Ucraina e al massacro compiuto da Israele a Gaza non hanno fatto che evidenziare questo stato di cose.

La prima iniziativa dell’Assemblea generale per avviare una riforma del Consiglio risale al 1992, ma oltre trent’anni di negoziazioni non hanno portato alcun risultato concreto, e le tre principali posizioni in campo continuano a creare uno stallo. La prima, del blocco cosiddetto G4 – Germania, Giappone, Brasile e India – chiede per i quattro Paesi lo stesso status dei cinque membri permanenti, anche se è flessibile circa il potere di veto, ed è favorevole all’assegnazione di due seggi permanenti all’Africa. Il secondo blocco, la coalizione Uniting for consensus (Ufc), guidata dai rivali regionali del G4 (tra cui Argentina, Messico, Italia, Polonia, Pakistan, Corea del Sud e Turchia) chiede l’aumento dei membri eletti da dieci a venti per ottenere un Consiglio egualitario e rappresentativo. Il terzo blocco è l’Unione africana, i cui 54 membri insistono affinché al continente vengano dati due seggi permanenti con diritto di veto e almeno tre seggi non permanenti in più, forti del fatto che la metà delle riunioni del Consiglio e circa il 70% delle sue risoluzioni riguardano questioni africane.

Quanto ai membri permanenti, i cosiddetti P5, la loro strategia è ostacolare il processo di riforma. Tutti vogliono mantenere il proprio seggio permanente e il diritto di veto, ma le loro posizioni sulla riforma del Consiglio sono diverse. La Russia è scettica sull’aggiunta di seggi permanenti e vuole evitare di indebolire il proprio status globale. Nemmeno la Cina vuole nuovi membri permanenti, mostrando particolare ostilità verso le aspirazioni dei rivali regionali nel G4, India e Giappone, ma sostiene, con l’Ufc, l’aggiunta di un massimo di dieci membri eletti. Inoltre, Pechino si oppone all’adozione di un testo che faccia da base per il negoziato, introducendo un ulteriore elemento di impasse.

Truppe della Monusco nella provincia dell’Ituri in Congo Rd (Un photo / Jorkim Jothan Pituwa)

Le riforme degli altri pilastri

Ma, al di là delle scelte specifiche sulle singole agenzie, il documento fa emergere un generale bisogno di razionalizzazione: fa infatti riferimento a «mandati sovrapposti» – un mandato in ambito Onu è la decisione che conferisce a un organismo l’autorità di svolgere le proprie funzioni, ad esempio la fondazione di un ufficio o la creazione di una commissione d’inchiesta – a un «uso inefficiente delle risorse»,  alla «frammentazione e duplicazione» e a un eccessivo numero di posizioni dirigenziali.

Chiara Giovetti

Riunione dellUnep a Nairobi (foto The Seed)



Guerra latente in Kashmir

L’India ha accusato il Pakistan per l’attentato islamista del 22 aprile scorso nel Kashmir indiano. Nella regione, contesa da 80 anni, il conflitto a bassa intensità tra le due potenze nucleari, si è impennato per alcuni giorni, facendo temere una nuova guerra.

Quando è stato ucciso, Sushil Nathaniel, assicuratore di Indore, stato del Madhya Pradesh, nell’India centrale, era in vacanza con la sua famiglia. Si trovava nello Stato di Jammu e Kashmir, nella regione Nord occidentale del Paese, quella che il ministero del Turismo, a Delhi, presenta come la «Svizzera dell’India».

Era il 22 aprile, e pare che fino agli ultimi istanti, l’uomo abbia dato testimonianza della sua fede cristiana.

L’attentato islamista

Nella valle di Baisaran, vasta area verdeggiante circondata da pini, sulle propaggini meridionali della cittadina di Pahalgam, quel 22 aprile era iniziato come tanti altri giorni: i turisti scattavano foto sui pony, si godevano un picnic sotto il sole, i venditori locali servivano cibo di strada con la semplicità di sempre.

Poi, all’improvviso, un gruppo di terroristi armati hanno aperto il fuoco sulla folla inerme, compiendo uno degli attacchi più gravi contro i civili che il Kashmir abbia visto negli ultimi dieci anni.

Il massacro, attributo a gruppi separatisti di ideologia jihadista con base in Pakistan, ha avuto una connotazione anche religiosa. Jennifer, la moglie di Nathaniel, avrebbe poi riferito che i terroristi armati hanno chiesto all’uomo quale fosse la sua fede. Alla risposta: «Sono un cristiano», gli hanno chiesto d’inginocchiarsi e di recitare il «Kalima» (la professione di fede islamica). Nathaniel ha confessato di non conoscerlo, così gli hanno sparato alla testa a sangue freddo, davanti ai familiari.

Durante il funerale a Indore, il vescovo Thomas Mathew Kuttimackal non ha esitato a usare per lui la parola «martire».

Sushil Nathaniel è stato ucciso con altri ventiquattro uomini indù e con un musulmano che aveva cercato di fermare un terrorista. Altre decine di persone sono state ferite.

Le origini del conflitto

Il massacro ha sconvolto lo Stato del Kashmir, non solo per la sua portata, ma anche per ciò che ha simboleggiato: la rottura di una pace fragile, un colpo devastante per l’economia e il ritorno della paura in una regione che ha visto alternarsi fin dall’indipendenza di India e Pakistan dal Regno Unito, nel 1947, periodi di pace e altri di guerra.

Alle origini del conflitto, una contraddizione storico politica e religiosa: quando, nella partition che sancì l’indipendenza dall’Impero britannico, si decise di dare vita a due nazioni – una per la maggioranza indù, l’India, una a maggioranza musulmana, il Pakistan -, il maharaja che in quel momento guidava il regno del Kashmir scelse l’India. Questo pur andando contro il desiderio della popolazione kashmira, in prevalenza musulmana.

Da lì sorse la conflittualità tra gruppi che, come diceva il Mahatma Gandhi, avevano convissuto per duemila anni «come figli di un’unica madre, la madre India».

Il Kashmir è stato un focolaio di conflitti sin dal 1947, generando quattro guerre aperte tra India e Pakistan (nel 1947-48, nel 1965, nel 1971, e nel 1999) e tensioni persistenti.

Mohammed Taqi, editorialista del quotidiano pachistano «Daily Times», a proposito della strage e delle sue conseguenze, ha scritto: «La guerra per procura cominciata in Kashmir nel 1947 rimane un pilastro della strategia di difesa pachistana». Secondo gli analisti, il conflitto in Kashmir aumenta periodicamente di intensità quando crescono le frizioni fra i due Paesi dotati di arma nucleare, Pakistan e India.

Oggi, la regione è divisa in tre porzioni principali: una è Jammu e Kashmir, amministrata dall’India; un’altra è Gilgit-Baltistan e Azad Jammu e Kashmir, appartenente al Pakistan; la terza è Aksai Chin, controllata dalla Cina dal 1962.

Il Kashimir indiano disponeva di un’autonomia speciale garantita dalla Costituzione del 1947, ma, nel 2019, il governo centrale di Delhi l’ha revocata. Lo Stato, unico a maggioranza musulmana (il 68% su una popolazione locale di 14,5 milioni di abitanti), è divenuto un «territorio dell’Unione», cioè amministrato dal governo federale, tramite un rappresentante dell’esecutivo. Una decisione che ha creato proteste e disordini locali, e ha generato ulteriore senso di distanza e di alienazione nella popolazione dal governo centrale.

Questa situazione ha aumentato l’instabilità interna e i rischi di radicalizzazione violenta, specialmente tra i giovani. Nell’area, infatti, i gruppi jihadisti ed estremisti già in passato hanno proliferato e organizzato attentati.

La diga di Baglihar, nota anche come Progetto idroelettrico di Baglihar, sul fiume Chenab nel distretto di Ramban dello Stato di Jammu e Kashmir. | © Draskd_flickr.com

Un «atto di guerra»

L’attacco terrorista nel Kashmir indiano ha avuto alcuni effetti immediati: sul versante interno, si è registrato il crollo del turismo, e l’aumento della tensione sociale e politica nella regione di confine.

In secondo luogo ha generato una nuova esplosione del conflitto tra le due potenze nucleari,  con conseguenti schermaglie militari lungo la «linea di controllo», la frontiera provvisoria che divide la regione.

Tra i punti nodali messi nuovamente in discussione, anche quello della condivisone delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. L’India, accusando il governo pachistano di sostenere e foraggiare i gruppi terroristi, ha definito l’attacco del 22 aprile «un atto di guerra», e ha adottato una serie di misure di ritorsione come la chiusura del suo spazio aereo, il ritiro dei visti e dei propri diplomatici dal Pakistan.

Attribuendo la responsabilità al gruppo pachistano Lashkar-e-Taiba, organizzazione designata dalle Nazioni Unite come «terrorista», il Primo ministro indiano, Narendra Modi, ha concesso alle forze armate indiane piena libertà di rispondere all’attentato.

Le forze di sicurezza hanno quindi demolito le case dei militanti sospettati dell’attacco di Pahalgam, mentre l’esercito ha dispiegato truppe nel Kashmir meridionale intensificando arresti nei villaggi vicini.

L’esercito indiano ha dichiarato di aver distrutto nove «campi terroristici» in Pakistan, mentre attacchi con droni hanno raggiunto la periferia di città pachistane ben oltre la regione, come Karachi e Lahore.

Islamabad ha dichiarato che 31 civili sono stati uccisi dagli attacchi indiani e da scontri a fuoco lungo il confine. Dall’altra parte, Nuova Delhi ha aggiunto che almeno 12 suoi cittadini sono stati uccisi dai bombardamenti che anche il Paese rivale, nel frattempo, ha attuato.

Il Pakistan, negando le accuse indiane di un suo sostegno ai gruppi jihadisti, ha chiesto un’indagine internazionale, ma gli eventi sono ben presto degenerati in un’escalation.

Le reciproche rappresaglie hanno fatto temere lo scoppio di una nuova guerra in Asia meridionale. E solo le pressioni della comunità internazionale e la mediazione degli Usa hanno generato una fragile tregua.

Pakistan India preghiera | © Parrocchia Nostra Signora Regina

La preghiera dei bambini

«Consideriamo la tregua tra India e Pakistan come frutto della preghiera dei bambini», ha detto padre Qaisar Feroz, frate cappuccino e parroco alla chiesa di Nostra signora Regina degli angeli, Bhai Pheru, alla periferia di Lahore, nel Punjab pachistano, il cui territorio è stato colpito da bombe indiane, creando grande spavento tra la gente.

Il parroco ha raccontato che, in seguito a quel bombardamento, il 10 maggio, un gruppo di bambini e famiglie si è riunito davanti alla Grotta mariana nella parrocchia di Bhai Pheru.

I frati cappuccini e le suore francescane hanno celebrato con la comunità parrocchiale un rosario per la pace. Alla fine della preghiera, i presenti hanno liberato alcune colombe come simbolo dell’ardente desiderio dei bambini, che reggevano cartelli per dire: «Sì alla pace, no alla guerra».

«Al termine del rosario – racconta il frate – è arrivata la grande sorpresa dell’annuncio del cessate il fuoco tra India e Pakistan.  Ora speriamo che questa tregua regga e che si possa costruire una pace giusta e duratura tra le parti».

La regione del Kashmir pachistano, a livello ecclesiale, è una porzione di territorio dell’arcidiocesi di Islamabad- Rawalpindi. Nel territorio vi è una missione retta dai Missionari oblati di Maria immacolata. I cristiani in Pakistan, hanno detto questi, incoraggiano il dialogo e la pacificazione perché «la violenza è una sconfitta in ogni circostanza e in ogni tempo».

Kashmir Srinagar cattolici | © Diocesi di Jammu-Srinagar

Marce per la pace

Dall’altro lato della frontiera, il vescovo Ivan Pereira, della diocesi indiana di Jammu-Srinagar, ha rimarcato che «i fedeli cattolici del Kashmir hanno pregato incessantemente per la pace nella regione» e «hanno camminato per le strade, accanto agli altri uomini di buona volontà, indù e musulmani, con fiaccole accese per far brillare la fiamma della riconciliazione e della pace».

Con i suoi 9mila fedeli, la comunità cattolica nel Kashmir indiano porta il suo messaggio di pace tra la maggioranza musulmana. Notando «il grave e vile attacco alla sacralità della vita, compiuto su gente innocente che viveva serenamente un tempo di vacanza», il vescovo stigmatizza «il tentativo di quanti vogliono destabilizzare le relazioni tra India e Pakistan», e ricorda la missione della comunità cattolica nello Stato dell’India nordoccidentale: «Portare pace, armonia, fratellanza, e promuovere la dignità di ogni persona, senza distinzioni di cultura o religione».

La comunità cristiana, nella sua articolazione delle diverse confessioni, lo fa, anche e soprattutto, attraverso le scuole che da oltre un secolo accolgono studenti per il 99% musulmani.

La guerra dell’acqua

In seguito all’attacco del 22 aprile, l’India, per rappresaglia, ha riacceso l’antica disputa sulla condivisione delle acque con il Pakistan, inserendo la questione nel pieno del conflitto.

Citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la necessità di far valere i propri diritti ai sensi del Trattato sulle acque dell’Indo, le autorità indiane hanno annunciato la sospensione dei flussi d’acqua dai fiumi orientali – Ravi, Beas e Sutlej – verso il Pakistan.

Firmato nel 1960 grazie alla mediazione della Banca mondiale, il Trattato sulle acque dell’Indo, regola la distribuzione delle acque di sei fiumi del bacino dell’Indo tra India e Pakistan.

Mentre l’India controlla i fiumi orientali, deve consentire ai fiumi occidentali, incluso l’Indo stesso, di scorrere verso il Pakistan. Qualsiasi tentativo di alterare questo equilibrio è stato storicamente considerato un atto provocatorio e illegittimo.

Il Pakistan ha condannato duramente l’iniziativa, definendola «guerra dell’acqua», mentre il Comitato per la sicurezza nazionale di Islamabad ha definito «vigliacca e illegale» l’interruzione o la deviazione dei flussi d’acqua. La decisione dell’India illustra un preoccupante cambiamento: lo sfruttamento dei fiumi come strumento del conflitto.

L’azione dell’India segna una violazione della fiducia in aree già estremamente sensibili dal punto di vista geopolitico.

Tuttavia, anche Nuova Delhi potrebbe ritrovarsi intrappolata nel suo stesso gioco. L’Indo, che si snoda per oltre tremila chilometri, è il fiume più lungo del subcontinente, e nasce nel Tibet cinese, rendendo la Cina un attore chiave nel controllo delle risorse idriche.

Considerando anche il Brahmaputra, altro importante fiume che nasce in Cina irrigando il Nord Est dell’India e si ramifica in Nepal e Bangladesh, la geopolitica regionale dell’acqua è ampiamente influenzata da Pechino, il che espone l’India a una crescente vulnerabilità.

Usare il dominio dei fiumi nella contesa tra nazioni, trasforma «l’oro blu» in fattore politico e geopolitico. Gli osservatori internazionali chiedono una mediazione urgente tra India e Pakistan su questo versante per prevenire una crisi umanitaria su vasta scala.

Shikara. Imbarcazioni per turisti
 | © Scott-Collison_flickr.com

Il crollo del turismo

Migliaia di turisti sono fuggiti dalla valle del Kashmir nel giro di 24 ore dall’attacco del 22 aprile, e le prenotazioni alberghiere sono state cancellate in massa. Negozianti e guide locali, che dipendono interamente dal turismo stagionale, si sono ritrovati senza lavoro.

La zona tutt’intorno a Pahalgam, sempre brulicante di turisti, oggi è deserta. Prima dell’attacco, le stime del governo locale del Jammu e Kashmir indicavano che oltre 3,5 milioni di turisti avevano visitato la valle nel 2024 e il flusso era in crescita.

Le compagnie aeree avevano aumentato il numero di voli, mentre gli hotel stavano ampliando la loro capacità, mentre l’economia locale registrava un incremento.

Ora le shikara, le gondole kashmire, tradizionali imbarcazioni di legno usate per le gite turistiche sui laghi del Kashmir, un tempo affollate di gente, giacciono inutilizzate sulle rive del lago Dal, a Srinagar, in attesa di passeggeri che non arrivano più. I gondolieri stanno a braccia conserte, precipitati nello sconforto.

Negli ultimi anni il turismo era al centro della narrazione di Nuova Delhi per un «nuovo Kashmir»: sicuro, aperto ed economicamente vivace. Campagne pubblicitarie scintillanti e investimenti infrastrutturali miravano ad attrarre visitatori e a segnalare un ritorno alla pace.

L’attentato di Pahalgam, seguito dallo scontro militare tra India e Pakistan, ha gettato un’ombra sul sogno di pace e prosperità del Kashmir. E, ora nonostante la tregua, le ferite interne rimangono aperte e sanguinati.

«Il cessate il fuoco può aver fermato i missili, ma chi fermerà il dolore nei nostri cuori?», nota padre Shaiju Chacko, responsabile delle pubbliche relazioni della diocesi di Jammu-Srinagar, raccontando tutto il dolore della gente kashmira.

Per il popolo del Kashmir, il conflitto indo-pachistano non è solo un conflitto tra due Paesi, ma rappresenta la lotta tra la speranza e la disperazione.

Paolo Affatato

Gli esercitiin campo

Il Kashmir è una delle zone più militarizzate del mondo, con 500mila soldati schierati. È una regione in cui agiscono anche gruppi guerriglieri islamisti di varia provenienza.

Fra i gruppi armati locali, vi sono formazioni che chiedono l’indipendenza, isolati sia da Delhi che da Islamabad; vi sono poi sigle di militanti nati e addestrati in Pakistan e Afghanistan, come «Lashkar-e-Taiba», con membri kashmiri, in nome di un’ideologia panislamica.

Si tratta di gruppi che hanno compiuto attentati terroristici, sostenuti o spesso «infiltrati» dall’intelligence pachistana (anche se Islamabad nega ogni rapporto con loro).

Cronologia

  • 1820 – 1947: l’intero Kashmir è governato dai maharajah indù della dinastia Dogra.
  • 1947: l’ultimo maharajah Hari Singh chiede l’indipendenza. Il territorio è caratterizzato da un’unica lingua, il kashmiri (lingua dardica parlata in India e Pakistan) e dalla religione islamica.
  • 1947: prima insurrezione musulmana a Poonch, l’India invia le truppe e annette il Kashmir.
  • 1962 – 1963: conflitto tra Cina e India per il controllo della parte Nord occidentale del Kashmir, che si conclude con un accordo di spartizione.
  • 1965: seconda guerra indo-pachistana del Kashmir: si infiltrano paramilitari dal Pakistan per favorire una insurrezione nel Kashmir indiano.
  • 1971: terza guerra indo-pachistana. L’esercito dell’India interviene a sostegno dei guerriglieri indipendentisti bengalesi.
  • 1999: quarta guerra indo-pachistana, provocata dallo sconfinamento di truppe pachistane oltre la linea di controllo.

Paolo Affatato




Guerra alla scuola, troppi ragazzi senza istruzione

Ogni giorno, nel mondo, otto scuole e i loro studenti, sono colpiti da attacchi di varia natura. In Palestina, Ucraina, Sudan, Rd Congo e altri Paesi in crisi, la guerra rischia di privare un’intera generazione di un’istruzione adeguata.
Borodjanka, Ucraina (Luca Bovio / AfMC)

Nel 2022 e 2023, diecimila studenti ed educatori sono stati uccisi, feriti, rapiti, arrestati o in altro modo danneggiati. Le cause sono stati gli attacchi che hanno colpito istituzioni educative e gli incidenti dovuti all’uso di scuole e università per fini militari. Questi attacchi e incidenti sono stati circa seimila, cioè una media di otto al giorno, con un incremento del 20% rispetto agli anni precedenti. Lo riporta il rapporto Education under attack 2024@, elaborato dalla Global coalition to protect education from attack (Gcpea). La coalizione, formata nel 2010 da organizzazioni attive nel campo dell’istruzione, ha nel suo comitato direttivo rappresentanti di enti come Unicef, Unesco, Human rights watch e Amnesty international.

Nella sezione del rapporto che descrive la metodologia usata, gli attacchi violenti all’istruzione sono definiti come uso della forza, minacciato o effettivo, contro studenti, insegnanti, personale di servizio, funzionari dell’istruzione, edifici, risorse educative o strutture.

Fra le categorie degli attacchi all’istruzione c’è anche l’uso militare di scuole e università. Questo avviene quando le strutture destinate all’educazione sono trasformate in caserme, rifugi temporanei, depositi di munizioni, centri per detenzione e interrogatori.

Quanto ai metodi per la raccolta dei dati, Gcpea ne indica tre: un’analisi di rapporti e statistiche prodotti da Nazioni Unite o Ong, think tank o gruppi di esperti, ricerche sui media e contatti con i membri del personale delle organizzazioni internazionali e nazionali che operano nei Paesi interessati.

La coalizione ha fra i suoi obiettivi anche quello di promuovere e monitorare l’applicazione della Safe schools declaration@, un impegno politico che mira a vincolare i governi a proteggere, anche con provvedimenti legislativi, le scuole durante i conflitti armati, a raccogliere dati affidabili sugli attacchi avvenuti e a fornire assistenza alle vittime.

Un esempio di messa in atto della dichiarazione, citato nella scheda informativa 2025 sui progressi fatti, è il Codice di protezione dell’infanzia promulgato dalla Repubblica centrafricana, che rende reato gli attacchi alle scuole e la loro occupazione. Si tratta del primo atto legislativo di questo genere in Africa@.

Gaza, in 658mila senza scuola

Nel 2022 e 2023, si legge ancora nel rapporto, il maggior numero di attacchi all’istruzione è stato registrato in Palestina, Ucraina, Repubblica democratica del Congo e Myanmar: centinaia di scuole sono state minacciate, saccheggiate, bruciate, bersagliate da ordigni esplosivi improvvisati@ o colpite da bombardamenti o attacchi aerei.

Secondo il monitoraggio di giugno scorso sugli impatti della guerra nella striscia di Gaza, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha, nell’acronimo inglese), dall’ottobre 2023, 15.379 alunni e 691 membri del personale scolastico sono stati uccisi, mentre 23.105 studenti e 2.926 insegnanti sono stati feriti. L’89% delle scuole, cioè 501 su 564, dovranno essere ricostruite del tutto o subire ristrutturazione massicce per tornare a funzionare. In totale, sono 658mila i bambini e gli adolescenti e 87mila gli studenti universitari che non possono andare a scuola@.

Già a settembre 2024, uno studio realizzato dall’Università di Cambridge in collaborazione con l’Agenzia Onu per i profughi Palestinesi, Unrwa, e il Centre for lebanese studies, un centro studi sul Libano con sede nel Regno Unito, rilevava che i bambini e i giovani di Gaza fra la pandemia, gli scontri nel maggio 2021 e la guerra attuale hanno perso circa due anni scolastici, con un conseguente aumento del 20% della povertà educativa, cioè la quota di bambini che a 10 anni non sa leggere un testo di base.

Lo studio calcolava anche che uno studente in procinto di affrontare l’equivalente dell’esame di maturità nel 2023 vedeva ritardato di due o tre anni il conseguimento del titolo se non gli fosse stato permesso di tornare immediatamente a scuola e ricevere anche un sostegno integrativo per recuperare le competenze perdute.

A peggiorare la situazione, continua il rapporto, intervenivano ulteriori fattori: le disabilità provocate dalle violenze a una media di 15 bambini ogni giorno, i ritardi nello sviluppo cognitivo dovuti alla malnutrizione e le conseguenze sulla salute mentale, e quindi su attenzione, concentrazione e memoria, di migliaia di bambini traumatizzati dalla guerra.

15 gennaio 2011. Benedizione e apertura del “Dormitorio della Pace”, Porro, Samburu, Kenya (Virgilio Pante /AfMC)

Ucraina, a scuola sottoterra

In Ucraina, fra gennaio e aprile di quest’anno, 220 bambini sono stati uccisi o feriti: un numero del 40% più alto di quello dello stesso periodo del 2024@.

Nemmeno qui gli attacchi risparmiano le scuole: a fine giugno un istituto superiore della zona di Odessa è stato colpito@ da missili balistici russi che hanno ucciso due persone dello staff della scuola e danneggiato la struttura: nessun bambino è stato ferito perché erano già iniziate le vacanze estive e la scuola era vuota.

Nel complesso, riportava l’Unicef@ a marzo 2025, le istituzioni educative danneggiate dall’inizio dell’invasione russa sono 3.373, di cui 385 distrutte. A fine dicembre dell’anno scorso, 741mila bambini studiavano in modalità mista – in presenza e a distanza -, mentre 443mila seguivano le lezioni solo online. A Kharkiv, riportava Save the children a gennaio di quest’anno@, per garantire ai bambini la scuola in presenza almeno qualche ora al giorno, nonostante i frequenti attacchi, la città ha predisposto scuole sotterranee nel sistema della metropolitana.

Le proporzioni dello studio online cambiano in relazione all’area geografica e alla vicinanza del fronte: i risultati di un sondaggio realizzato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), pubblicati nel maggio scorso,@ mostravano che nella macro regione più colpita dalle ostilità, cioè la parte orientale del Paese, la metà degli alunni studiava solo online e solo uno su otto frequentava lezioni in presenza; per gli sfollati interni, la quota di didattica a distanza era del 44%.

Anche in Ucraina, i test standardizzati condotti già a ottobre del 2022, dopo otto mesi di guerra, rilevavano un declino nell’apprendimento comparabile a due anni di scuola persa.

Padre Luca Bovio visita una scuola per bambini nei pressi di Cherson, Ucraina (2023)

Sudan e Rd Congo

E poi c’è il Sudan, la crisi insieme più grave – almeno nei numeri – e più ignorata di questi anni. Secondo i dati del Global education cluster© – l’approccio a cluster (grappolo) è il meccanismo di coordinamento adottato dal 2005 dalle Agenzie Onu e i loro partner specializzati per affrontare le emergenze – la situazione attuale in Sudan è la seguente: dopo due anni di conflitto, su 12,5 milioni di studenti iscritti prima della guerra, 9 milioni non sono ancora tornati a scuola. A questi vanno aggiunti i 6,9 milioni di bambini che già prima del conflitto non erano scolarizzati. Nelle parti occidentale e meridionale del Paese l’istruzione formale – cioè scuole registrate e riconosciute, pubbliche o private che siano – manca del tutto, gli insegnanti non ricevono lo stipendio o lo ricevono solo in modo irregolare e un milione di ragazzi sono a rischio di passare all’età adulta senza un diploma di istruzione secondaria, vedendo così preclusa ogni possibilità di continuare gli studi e di trovare lavori qualificati.

Anche nell’Est della Rd Congo, riportavano Save the children e Unicef a maggio@, oltre 600mila bambini non sono ancora tornati a scuola dopo la ripresa, a gennaio 2025, delle ostilità fra l’esercito congolese e gruppo ribelle M23, sostenuto dal vicino Rwanda. In particolare, risultavano ancora chiuse 786 scuole su 6.632 nella provincia del Nord Kivu e 862 scuole su 8.175 nel Sud Kivu.

In Ituri, provincia confinante con il Nord Kivu, a fine maggio altri 130mila bambini risultavano non frequentare più la scuola, portando così a 1,3 milioni il totale degli alunni della provincia senza accesso all’istruzione@.

Unicef ha quantificato in 57 milioni di dollari i fondi necessari per affrontare la crisi nel Congo orientale: a maggio scorso, mancavano ancora 24 milioni di dollari per raggiungere la cifra necessaria@.

Chiara Giovetti

Giochi per bambini al Malindza refugee camp in eSwatini (AfMC)

8 e 9 settembre per l’istruzione

Secondo il Rapporto di monitoraggio globale sull’istruzione 2024, 251 milioni di bambini continuano a essere non scolarizzati. Il dato si è ridotto solo dell’1% nel corso dell’ultimo decennio. Nei Paesi a basso reddito, la percentuale di persone in età scolare che non va a scuola è del 33%, a fronte del 3% dei Paesi ad alto reddito. Oltre la metà dei bambini non scolarizzati del mondo si trova in Africa subsahariana.

L’8 settembre è la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione.

Il tema è: «Promuovere l’alfabetizzazione nell’era digitale». L’obiettivo di quest’anno è sensibilizzare al ruolo degli strumenti digitali, sia per favorire l’apprendimento da parte di circa 754 milioni di persone nel mondo che risultano tuttora non alfabetizzate, sia per evitare, viceversa, che il divario digitale crei una doppia emarginazione, privando le persone anche dei benefici dell’era delle tecnologie digitali. Per gli aggiornamenti sugli eventi che segneranno la giornata si può fare riferimento al sito Unesco: https://www.unesco.org/en/days/literacy

La giornata prevede fra l’altro l’assegnazione di due premi: il primo è il premio Unesco – Re Sejong, promosso dalla Repubblica di Corea e rivolto specialmente all’alfabetizzazione in lingua madre. I premiati sono tre e ricevono una medaglia, un diploma e 20mila dollari.

Il secondo è il premio Unesco – Confucius, promosso dalla Repubblica popolare cinese e dedicato all’alfabetizzazione funzionale e all’uso degli strumenti tecnologici per sostenere l’apprendimento da parte degli adulti nelle aree rurali e dei giovani in abbandono scolastico. In questo caso, i tre vincitori ricevono una medaglia, un diploma e 30mila dollari.

Nel 2019, uno dei vincitori del Premio Confucio è stato il Nuovo comitato il Nobel per i disabili, Ong fondata da Dario Fo, che ha vinto con il programma «Tell Me» Theatre for education and literacy learning of migrants in Europe (Teatro per l’educazione e l’alfabetizzazione dei migranti in Europa), che tutt’oggi mira a favorire «l’inclusione sociale dei giovani e degli adulti migranti in Italia, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua italiana per mezzo del teatro»@.

Scuola di Somana ad Isiro, nord del rd Congo (AfMC)

Il 9 settembre è la Giornata internazionale per la protezione dell’istruzione dagli attacchi.

Il tema di quest’anno non è ancora stato annunciato alla chiusura di questo articolo, ma gli aggiornamenti verranno pubblicati sulla pagina dedicata dell’Unesco@ https://www.unesco.org/en/days/protect-education-attack.

Per le iniziative in Italia di entrambe le giornate si può visitare la pagina eventi di Onuitalia@: https://www.onuitalia.it/calendario-eventi/.

Chi.Gio.

Scuola di Alaba ad Addis Abeba in Etiopia. (AfMC)



Nato. L’insostenibile 5%

I 32 Paesi Nato hanno deciso l’aumento della spesa militare al 5% del Pil. Mentre per la sanità l’Italia spenderà nel 2025 circa 143 miliardi e per l’istruzione 57, ben 45 miliardi di Euro andranno per difesa e sicurezza. Per la Nato, nel 2035 la spesa annua italiana dovrà essere di 145: 100 miliardi in più ogni anno. Una cifra insostenibile a meno di non aumentare tasse e debito, e di non ridurre cure mediche e scuola.

Dunque, la decisione è presa: i Paesi della Nato, «si impegnano a investire il 5% del Pil all’anno in requisiti di difesa fondamentali, nonché in spese relative alla difesa e alla sicurezza, entro il 2035», si legge nella dichiarazione finale del vertice dei trentadue Paesi membri dell’Alleanza tenutosi tra il 24 e 25 giugno all’Aja.
Le minacce che giustificherebbero questa decisione sono chiaramente indicate: la Russia e il terrorismo.

Si tratta di un documento sottoscritto all’unanimità, ma molto vago e senza vincoli determinati, in modo da permettere sin da subito interpretazioni diverse: infatti Spagna e Slovacchia hanno già dichiarato che non aumenteranno le loro spese militari, altri Paesi come il Belgio hanno espresso forti dubbi, altri come l’Italia hanno già messo le mani avanti su di una interpretazione molto larga del concetto di difesa e sicurezza.

Nel testo (una paginetta) le spese che ciascun Paese membro dovrebbe sostenere, sono suddivise in due categorie: quelle per la difesa vera e propria a cui si dedicherebbe il 3,5% del Pil; quelle per infrastrutture di sicurezza, di cui nel documento si dà un generico elenco, alle quali verrebbe destinato l’1,5%. Il tutto deve essere raggiunto in 10 anni: quindi entro il 2035.
Sulla prima categoria c’è un impegno dei Paesi a produrre piani annuali «credibili e progressivi», ma senza alcuna verifica, se non nel 2029.

Le conseguenze per l’Italia

Il Pil italiano del 2024 è stato pari a 2.192 miliardi di euro, le previsioni parlano di una crescita di spesa per la difesa stimata del 2,6% annuo.
Nel 2025, la spesa militare farà un balzo di 9,7 miliardi rispetto al 2024, ma con un artificio contabile che permetterà di raggiungere il 2% del Pil.
L’obiettivo di aumentare la spesa al 5% in dieci anni significa passare dai 45 miliardi di oggi (35 in difesa e quasi 10 in sicurezza) a ben 145 nel 2035 (oltre 100 in difesa e quasi 44 in sicurezza), con un salto di 100 miliardi.

Tutto questo porterà l’Italia a spendere in totale, nei prossimi dieci anni, quasi mille miliardi di euro in difesa e sicurezza (quasi 700 miliardi in difesa e quasi 300 in sicurezza).

Tanto per fare un raffronto, la spesa sanitaria prevista per il 2025 è di 143 miliardi, quella per l’istruzione di 57 miliardi.

Dove verranno trovati questi soldi? Il bilancio dello Stato del 2024 è stato di 1.200 miliardi circa, si tratta di aumentare le spese del 9%!

Sono due sono le principali fonti di entrata per uno Stato: i tributi, il debito.
Dato che nessuna delle due fonti si potrà allargare più di tanto, per raggiungere la spesa prevista dall’accordo Nato per difesa e sicurezza, bisognerà gioco forza ridurre la spesa in altri settori del bilancio dello stato: aspettiamoci, quindi, considerevoli tagli al già disastrato welfare, un salasso per le tasche dei cittadini, un debito già fuori controllo ulteriormente ingigantito.

A questo, sul profilo politico, si aggiunga il rafforzamento di un blocco militare-industriale che condizionerà le scelte pubbliche per i prossimi decenni.

Le attuali spese per gli armamenti sono insufficienti?

Come scritto più volte sulle pagine di MC (vedi ad esempio: «Spese militari nel mondo. Mai così alte», le spese militari sono in costante aumento da più di un decennio.

Diamo uno sguardo alla situazione complessiva: secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, nel 2024 sono stati spesi 2.718 miliardi di dollari in armi a livello globale, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente, più 20% in 3 anni.

La spesa militare nell’Europa geografica, Russia inclusa, è aumentata del 17 per cento, raggiungendo i 693 miliardi di dollari, e ha contribuito in modo significativo all’aumento globale.

La spesa militare della Russia ha raggiunto una cifra stimata di 149 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 38 per cento rispetto al 2023.
La spesa militare aggregata degli Stati membri dell’UE ha raggiunto i 370 miliardi nel 2024, il secondo più alto dopo gli Stati Uniti. Tra i Paesi Ue, la Germania ha visto un aumento del 28 per cento, raggiungendo gli 88,5 miliardi di dollari all’anno. In tal mondo, la Germania è diventata il Paese che ha allocato più denaro per le spese militari in termini assoluti dell’Europa centrale e occidentale, il quarto al mondo. Anche Francia e Gran Bretagna hanno toccato cifre importanti.

I trentadue paesi della Nato rappresentano il 55% della spesa militare globale totale, pari a 1,5 trilioni di dollari.

Anche la Cina ha aumentato il suo budget militare per il trentatreesimo anno consecutivo, con 314 miliardi di dollari nel 2024.

Imparare dalla storia

Siamo in presenza di una folle corsa agli armamenti in tutto il pianeta, e l’Europa è già ai primi posti.

Tutto ciò non dà maggiore sicurezza, al contrario, stanno saltando tutti gli organismi internazionali preposti alla prevenzione dei conflitti, vengono stracciati i Trattati internazionali, mentre la guerra viene vista come unico metodo per risolvere i conflitti.

Non c’è nulla di più falso del motto «si vis pacem para bellum», un motto attribuito all’impero romano, una macchina da guerra che seguendo quel principio ha esteso il suo dominio in tutto il mondo allora conosciuto. Da allora tutte le volte che gli stati si sono armati, ne sono conseguite guerre.

Basterebbe rileggere la storia dei primi anni del secolo scorso, quando la corsa agli armamenti è sfociata nella Grande guerra, un conflitto che tutti volevano evitare ma che ha sconquassato il mondo con conseguenze fino ai nostri giorni.

Ma allora che fare per la pace?

Proponiamo qui un elenco non esaustivo di azioni che pensiamo siano da inserire in un progetto per la pace che l’UE dovrebbe fare proprio.
Siccome, però, questa Uè non lo farà, lo faccia proprio il movimento per la pace, e lo proponga a forze politiche vecchie e nuove per riuscire a ribaltare questa deriva pericolosa verso una nuova Grande Guerra, che questa volta sarà nucleare.

• Ripristinare quel sistema di equilibrio diplomatico che ha permesso di conservare la pace anche ai tempi della guerra fredda: rafforzare l’Onu e la Csce (Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Anzi, lavorare per una nuova conferenza di Helsinki.
• Riprendere negoziati sulla limitazione e il controllo degli armamenti, misure di rafforzamento della fiducia, diplomazia e disarmo in Europa.
• Rinnovare il trattato Start sulla riduzione degli armamenti strategici, che scade nel 2026.
• Creare zone libere da armi nucleari, nel Mediterraneo e in Europa.
• Sostenere e aderire al trattato Onu che mette al bando le armi nucleari (Tpan).
• Rafforzare la cooperazione tra Stati e tra associazioni della società civile.
• Promuovere l’educazione alla pace nelle scuole e nelle comunità, insegnando i valori del rispetto, della tolleranza e della nonviolenza.
• Promuovere la difesa civile non armata e nonviolenta, come alternativa alla difesa militare tradizionale.
• Sostenere la ricerca e lo sviluppo di modelli di difesa basati sulla prevenzione dei conflitti, la gestione nonviolenta delle crisi e la protezione dei civili.

Siamo ancora in tempo!

Paolo Candelari

Links utili

La dichiarazione NATO

Sui costi secondo Milex

Sintesi dei dati da SIPRI sulle spese militari

Presentazione report SIPRI (in inglese)

Una analisi da Vatican news




Fedele fino alla morte

Il popolo Tolai vive nella penisola Gazzelle nel nord est dell’isola della Nuova Britannia in Papua Nuova Guinea. è una delle decine di etnie dell’arcipelago che circonda l’isola principale. Lì è arrivato diversi secoli fa stabilendosi nella zona più fertile di tutta la Papua Nuova Guinea. Popolo di fieri guerrieri, avevano una struttura matriarcale e i bambini venivano educati sotto la responsabilità dello zio materno che insegnava loro le basi di agricoltura, pesca e caccia. I loro nomi sono caratterizzati dal prefisso «To» o «Ia»: «To» per i maschi, «Ia» per le femmine.

Colonizzazione europea

Il primo europeo ad arrivare in queste terre è un navigatore olandese nel 1616, e poi gli inglesi all’inizio del XVIII secolo che chiamano l’isola Nuova Britannia. Nel 1884 arrivano i tedeschi, che prendono il controllo dell’arcipelago. A fine 1800 ci vivono circa 190mila indigeni e 800 tedeschi.

Nel 1914 ritornano gli inglesi dall’Australia. Sconfiggono i tedeschi, e nel 1919, con il trattato di Versailles, l’arcipelago diventa parte dell’Impero britannico. La Papua Nuova Guinea diventa indipendente dall’Australia nel 1975.

I primi missionari

I primi missionari, sia cattolici che protestanti, cominciano a evangelizzare le isole a fine XVIII secolo partendo da Sidney in Australia. La Santa Sede istituisce due vicariati apostolici solo nel 1844: quello della Melanesia e quello della Micronesia, e li affida ai missionari Maristi che mettono la loro base nell’isola di Woodlark e da lì raggiungono le altre isole. Lavorano con coraggio, ma pagano anche un prezzo altissimo: di venti missionari mandati nella regione, sette muoiono per malattie tropicali e cinque diventano totalmente invalidi. Così nel 1850 i Maristi chiedono che altri missionari prendano la responsabilità del Vicariato della Melanesia.

Nel 1852 arrivano i missionari del Pime da Milano, ma anche loro si ritirano nel 1855, lo stesso anno in cui nell’isola di Woodlark è ucciso padre Giovanni Battista Mazzucconi, ora beato.

Nel 1875 entrano in scena con forza i missionari protestanti Metodisti che, nel giro di due anni, riescono ad aprire ben undici stazioni tra i Tolai.

Nel 1881 dall’Australia viene mandato padre René Lannuzel, un sacerdote associato ai Cappuccini. Arrivato nella penisola
Gazelle è subito ben accolto dai nativi e, in poco tempo, battezza 76 bambini.

Nel settembre 1882 sbarcano a Vunapope tre missionari francesi del Sacro Cuore. Nonostante le molte difficoltà (malattie, contese per la terra, restrizioni governative alla loro azione, incendi delle stazioni di missione), la missione comincia a dare i primi frutti. Nel 1887 ci sono 700 cattolici (100 europei e 600 nativi), quattro stazioni di missione, sette scuole con 600 bambini e nove missionari, sei suore e un fratello.

Rakunai e il capo To Puia

I missionari, bene accolti dai Tolai, aprono una stazione di missione a Rakunai, uno dei loro villaggi più importanti. è anche il luogo dove spesso le questioni tra i vari clan vengono risolte in combattimenti tra le parti.

I missionari sono sorpresi dalla rapidità con cui il popolo accoglie il Vangelo. Pur tra grandi difficoltà, fanno uno splendido lavoro di inculturazione ed entro la fine del 19° secolo i Tolai abbandonano pratiche ancestrali come cannibalismo, riti demoniaci, lotte, guerre e pratica della schiavitù.

Rakunai deriva da «ra kunai», che significa «campo di erba» ed è in una delle zone più fertili della regione e anche centro di mercato per i villaggi vicini. Qui troviamo la famiglia di Peter To Rot. Suo padre è Angelo To Puia, un leader del suo clan e capo villaggio di Rakunai. La mamma è Maria Ia Tumul. Peter è il terzo di sei figli: quattro fratelli e due sorelle. Gli ultimi due, i più giovani, muoiono ancora bambini.

Peter nasce probabilmente nel 1912. La sua famiglia è già cristiana. Il padre è stato battezzato nel 1898, ed è uno dei primi cattolici tra i Tolai. To Puia è un capo molto rispettato, un buon padre e un ottimo cristiano. Come capo è attento ai più poveri, soprattutto agli orfani che accoglie e cura nella sua stessa casa. È lui a invitare i missionari a vivere nel villaggio, a costruire  una chiesa e una scuola. È il capo della zona per circa 40 anni e muore nel 1938. La sua conversione al cattolicesimo, con quella della sua famiglia, segna la fine dell’influenza dei Metodisti nell’area, contribuisce ad allentare le discriminazioni governative verso cattolici e incoraggia altre conversioni.

Il prediletto di papà

Il Beato Peter to Rot (in foto elaborata dall’originale in bianco e nero
(Asia News)

To Rot è battezzato lo stesso anno della sua nascita. Riceve la sua formazione cristiana soprattutto dal papà. È un ragazzo tranquillo, gentile e molto obbediente. Ha un rapporto molto profondo con suo padre, di cui, proprio per il suo carattere, è il «prediletto». A sette anni è ammesso nella scuola primaria di Rakunai, che frequenta con regolarità. Sveglio, attento e pronto, partecipa attivamente alle lezioni, e fuori è l’anima dei giochi e anche di vari lavoretti. A scuola impara molto bene la Bibbia, memorizzandone tante pagine.

Visto il suo impegno, riceve la prima Comunione che ha solo circa 11 anni. Quando poi il missionario chiede volontari per servire la messa ogni giorno, lui è uno dei primi a offrirsi. Dato che la sua casa è molto lontana dalla chiesa, il papà gli dà il permesso di stare con dei parenti che abitano vicino a essa e così può andare a servire messa tutti i giorni senza doversi alzare prestissimo e fare una lunga camminata.

Il suo amore per Gesù nell’Eucarestia è il suo più intimo segreto e più grande tesoro. Sarà la forza di tutta la sua vita.

Un ragazzo responsabile

Peter è un ragazzo normale, vivace come tutti i suoi coetanei. Anche lui fa delle marachelle, ma ha un forte autocontrollo: quando le cose degenerano tra gli amici, ha la capacità di dire «basta», e sa farsi ascoltare. Ovvio che, come figlio del capo, è rispettato dai suoi compagni, ma questo non gli fa montare la testa, anzi è molto amichevole con tutti, e ha una speciale attenzione ai più poveri e agli orfani, come ha imparato da suo padre.

Passata l’adolescenza, dovrebbe lasciare la scuola, ma lui vuole continuare. Il parroco, che lo segue da vicino, conosce il suo amore per l’Eucarestia e pensa che To Rot potrebbe essere un buon prete per la sua gente. Ne parla con il papà, To Puia, ma questo gli dice: «Non credo che uno della nostra generazione sia pronto per diventare prete. È troppo presto per quello. Piuttosto mandalo alla scuola di catechisti».

Catechista

Così nel 1930, a 18 anni, Peter entra nel Saint Paul catechist training centre di Taliligap, un centro creato nel 1925 per tutto il vicariato della Melanesia. La scuola accoglie centinaia di giovani, provenienti dagli oltre trenta gruppi linguistici del vicariato, per preparare i futuri catechisti: formarli spiritualmente, insegnare i metodi per comunicare il Vangelo e quanto necessario per animare una comunità anche in assenza del sacerdote; organizzare e gestire una scuola elementare di villaggio, imparando la lingua locale, se necessario; apprendere metodi e contenuti sia per l’insegnamento religioso che per quello scolastico di base; tenere i registri e promuovere attività extra scolastiche.

Arrivato al centro, To Rot si sente subito a casa. Si butta nello studio e diventa uno degli studenti migliori. Sfrutta al meglio il suo tempo, diviso tra preghiera, studio, lavoro nell’orto, attività ricreative e sport. Naturalmente approfondisce anche la sua vita spirituale, e il suo amore per l’Eucarestia diventa sempre più sincero e il centro della sua vita. Per questo fa la comunione tutti i giorni, cosa non abituale allora.

Impiego anticipato

Il corso che frequenta dura tre anni, ma Peter, già all’inizio del 1933, viene mandato al suo villaggio, Ranukai, perché il catechista è andato via e non c’è nessuno ad aiutare il sacerdote. Ha 21 anni, è un giovane sano e robusto, un gran bel ragazzo, ben cosciente del suo stato sia di catechista che di figlio del capo. Servire con umiltà e dedizione creando una profonda collaborazione con il sacerdote, lavorando con lui, chiedendogli approfondimenti sugli aspetti della fede che non gli sono ancora chiari. Ha un solo pensiero nel cuore: essere un buon catechista e servire Gesù con tutto il cuore.

Attento alla vita della sua gente, non è indifferente di fronte ai problemi o a qualcuno che torna al paganesimo. Corregge con gentilezza, interessato al bene delle persone, come avrebbe fatto Gesù stesso: odia il peccato ma ama i peccatori.

Nella scuola è attento ai bisogni dei ragazzi, in particolare i più fragili. Non ama gli scontri, e usa tutta la sua influenza e il suo amore per ricondurre all’ovile le pecore disperse.

Se sa che qualcuno è malato, va a visitarlo nella sua casa e lo aiuta anche a trovare le medicine, oppure, nei casi più gravi, informa il sacerdote perché possa ricevere i sacramenti.

Sposo e padre

Nel 1936, l’11 novembre, si sposa in chiesa con Paula Ia Varpit che ha solo 16 anni. Arrivata a Rakunai a 14 anni, già battezzata, è diventata sua allieva nella scuola, dove è sbocciato l’amore.

Il matrimonio è preparato secondo i costumi locali senza però che siano le famiglie a scegliere sposo o sposa. In più To Rot rifiuta la convivenza di prova prima del matrimonio come previsto dai costumi locali. La celebrazione è quella del rito cattolico seguito poi dalle feste tradizionali a cui Peter ha diritto come figlio del capo.

Il matrimonio di Peter e Paula è esemplare per tutti, soprattutto perché i due si amano profondamente e pregano insieme mattina e sera, condividendo le fatiche quotidiane e superando con l’amore e il rispetto reciproco le tradizioni più negative della cultura Tolai.

Dopo l’invasione dei giapponesi del 1942, il loro amore diventa ancora più forte. Peter e Paula hanno due figli: Andreas To Puia nel dicembre 1939 e Rufina Ia Mama nel 1942. Un terzo nasce nell’agosto 1945.

Occupazione giapponese

Dal 4 gennaio 1942 i giapponesi occupano la Nuova Britannia cacciando gli australiani. Il 25 gennaio arrivano a Rakunai dopo aver bombardato la chiesa in cui sospettano siano nascosti dei soldati nemici.

In un primo momento i giapponesi permettono a padre Laufer, il parroco, di rimanere, ma poi, in ottobre, tutti i missionari sono internati, dapprima in un campo di concentramento a Vunapope, porto e capitale della zona, e più tardi a Ramale.

Così la cura dei cristiani ricade totalmente sui catechisti. To Rot, pur cosciente della gravità della situazione e dei rischi che corre, si prende la responsabilità di essere vicino ai cristiani e sostenerne la fede. Continua a guidare la preghiera domenicale, a battezzare i bambini, a formare le giovani coppie e benedire il loro matrimonio, ad aiutare i più poveri, a visitare gli ammalati e a seppellire i morti. Il tutto registrato accuratamente nei libri della parrocchia. Oltre a questo, visita regolarmente anche i missionari imprigionati e porta loro cibo e vestiario, che però spesso viene confiscato dalla polizia giapponese. Andando a Vunapope, a cinque, sei ore di cammino, coglie anche l’occasione per prendere nella chiesa centrale delle ostie consacrate per distribuire la comunione.

Controllati dalla polizia

Le cose cambiano nel marzo 1943. I giapponesi sentono il peso degli attacchi degli alleati e la Nuova Britannia passa dall’amministrazione civile a quella militare. Una delle conseguenze è che gli occupanti controllano di più i catechisti e ne riducono le attività. To Rot è convocato dalla polizia che gli proibisce di fare incontri con grandi gruppi di cristiani. Nello stesso tempo distruggono completamente la chiesa, con la scusa che è un edificio grande e quindi troppo visibile ai bombardieri alleati.

To Rot ottiene di poter costruire una cappella più piccola e più mimetizzata. Tutta la comunità lo aiuta. È la chiesetta di Palnalama, di rami di palma.

Nuove restrizioni

Nel marzo 1944 la situazione peggiora ancora. I giapponesi stanno perdendo la guerra e controllano solo la penisola Gazelle che è spesso bombardata dagli alleati e tagliata fuori da rifornimenti via mare.

La polizia convoca i catechisti cattolici e i pastori metodisti e comunica loro che tutte le attività religiose sono proibite. To Rot protesta, ma l’ufficiale giapponese, Meshida, lo zittisce brutalmente.

Tornato a casa non si arrende. «Vogliono toglierci la preghiera, ma io continuerò con il mio lavoro». Ormai è solo. I missionari sono nel campo di concentramento, i suoi compagni catechisti sono troppo spaventati e gli ordini dei giapponesi impediscono ogni attività pastorale. Non solo: gli occupanti requisiscono ogni simbolo religioso (libri, crocefissi, immagini) e confiscano e bruciano tutti i registri parrocchiali.

Prudenza e perseveranza

Così esce di notte a incontrare i cristiani radunati in piccoli gruppi in luoghi segreti, prega con loro, li istruisce, battezza i bambini e benedice matrimoni. Ha una cura particolare per gli ammalati e i moribondi. Per essi riesce perfino ad andare fino a Vunapope per riportare loro l’Eucarestia. Non abbandona i suoi amici catechisti, incoraggiandoli, istruendoli personalmente o inviando loro lettere con consigli e istruzioni. Ai suoi cristiani raccomanda la prudenza e li invita alla perseveranza nella preghiera senza mostrarsi in pubblico. È ben cosciente che rischia la prigione e la sua stessa vita.

Viva la poligamia

A giugno 1944 la situazione peggiora ancora. I giapponesi sono alle strette e cercano il sostegno della popolazione locale. Per questo offrono ricompense ai capi locali e, per ingraziarseli, decidono di ripristinare un’antica tradizione culturale dei Tolai: la poligamia, proibita dal cristianesimo e messa fuori legge dai governi precedenti. Non solo la legalizzano, ma puniscono chiunque obietti contro questa decisione.

La proposta è accolta con favore da diversi capi e perfino da uno dei fratelli di To Rot, Tatamai. To Rot non accetta la decisione. Continua così il suo servizio e la sua testimonianza che ha grande influenza sulla sua gente. Questo lo mette in contrasto diretto con i giapponesi, soprattutto con il capo della polizia, Meshida, e un poliziotto locale al loro servizio. Questi vuole prendere come seconda moglie una donna cristiana già sposata. To Rot interviene aiutando la donna davanti al capo villaggio, e questa riesce a tornare da suo marito.
Il poliziotto, To Metapa, diventa furioso con To Rot e cerca ogni opportunità per bloccarlo.

L’arresto

Nel maggio 1945, una sera è di pattuglia e ferma una giovane coppia. I due, interrogati su cosa facciano in giro a quell’ora, impauriti, raccontano che stanno tornando dalla fattoria di famiglia di To Rot, dove quest’ultimo ha appena celebrato alcuni matrimoni, tra cui il loro. To Metapa ha in mano la scusa che cercava e fa arrestare Peter To Rot e i suoi due fratelli la mattina dopo. Perquisiscono da capo a fondo la fattoria dove i tre fratelli vivono, e distruggono tutto il materiale religioso di Peter: Bibbia, crocefisso, catechismo, libri di canti, registri di battesimo e di matrimonio. Picchiano lui e i suoi fratelli. Questi sono condannati a un mese di prigione, e lui a due mesi. La sua chiara opposizione alla poligamia aggrava la situazione.

Viene portato al campo di prigionia di Vunaiara, una struttura molto spartana con capanne di pali circondate da fossati e una galleria scavata nel lato della collina. Viene chiuso in una piccola stanza sotterranea. Nel campo sono prigionieri anche i suoi fratelli, e per un certo tempo può frequentarli. Lui è trattato con più durezza di tutti. Mentre gli altri durante il giorno possono uscire a lavorare nei giardini dei vicini, lui è tenuto in isolamento o mandato a lavorare nella cucina del campo. Spesso di notte è chiuso in una cella sotterranea senza finestre. Può ricevere visite dalla vecchia madre, dalla sorella e dalla moglie con i figli. Lui li incoraggia. «Non piangete. Pregate. Sono qui per una buona causa. Ne sono felice, perché sono qui in ragione della mia fede». Ed è perseverante nella sua preghiera quotidiana.

I suoi fratelli sono rilasciati dopo un mese ma lui, finiti i suoi due, continua a essere internato senza una ragione specifica. L’odio di Meshida e To Metapa blocca ogni via alla libertà.

Gli ultimi giorni

Peter To Rot è ben cosciente che sarà ucciso, ma non ha paura. Due giorni prima di morire, sua moglie incinta va a trovarlo con i due bambini. Gli porta il crocefisso che lui le ha chiesto e aveva lasciato nascosto. Lei gli chiede di smettere di fare il catechista e di ritirarsi a una vita più tranquilla. «Non preoccuparti. È mio dovere morire per Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e per la mia gente», è la sua risposta. Lei insiste, e lui: «Non impedirmi di fare il mio lavoro. È il lavoro di Dio».

A sua madre venuta a visitarlo (probabilmente il 6 luglio) dice: «La polizia mi ha detto che stanno aspettando un medico giapponese che deve venire a darmi delle medicine. Penso che sia una bugia, perché non sono malato. Non so cosa questo significhi». Poi le chiede di pregare per lui e salutandola, in modo molto sereno, le dice: «Questa notte mi metteranno di nuovo nella buca».

Francobollo che rappresenta il momento dell’esecuzione di To Rot

Quella notte vengono due medici giapponesi e tutti i prigionieri, accompagnati dalla polizia indigena, sono mandati fuori, in una fattoria vicina, a giocare e divertirsi in occasione della luna piena, anche se piove. Tutti, tranne To Rot e un ragazzo di 15 anni più giovane di lui. Non ci sono testimoni in giro.

Il capo dei guardiani manda il ragazzo a chiamare To Rot e poi lo caccia via. Si nasconde sul fianco della collina poco distante e vede che un dottore fa un’iniezione a Peter e poi gli dà da bere. Lo fa poi sdraiare e gli riempie il naso e le orecchie di cotone. Peter vuole vomitare. Il medico gli copre la bocca, lo tiene giù e gli dà un colpo sulla gola con un bastone. Dopo un po’ To Rot si irrigidisce e muore. Il ragazzo corre a raccontare quello che ha visto agli altri. Tutti i prigionieri, quando tornano alla prigione vedono il corpo di To Rot, ma, impauriti, si ritirano in silenzio.

Il giorno dopo (7 luglio), dopo il solito appello mattutino, tutti vanno al lavoro. Quando arrivano alcuni collaboratori dei giapponesi, questi vedono il corpo di To Rot e danno l’allarme. Le guardie fingono di essere sorprese. Mishida copre il corpo con un telo e dice a tutti: «Il “ragazzo della missione” era molto malato ed è morto. Dite al capo Tata di Rakunai e ai suoi parenti di venirlo a prendere e portarlo via».

Il capo Tata arriva rapidamente e trova il corpo di To Rot ancora caldo. Naso e bocca sono pieni di cotone, una schiuma puzzolente esce dagli angoli della bocca, c’è un rigonfiamento sul collo, prova di una botta ricevuta, due tagli sanguinolenti nel retro della testa e il segno rosso di una puntura alla vena del braccio sinistro: è chiaro per tutti che To Rot è stato ucciso «per quello che conosceva e per la sua religione». Nessuno crede alla storia della malattia. Bisbigliano tra loro, ma la paura della polizia militare è troppo forte.

Portano il corpo di To Rot a casa dalla sua famiglia. La moglie, Paula, incinta del terzo figlio, scoppia in pianto. Viene preparata la bara. La gente accorre a vederlo. Il funerale è celebrato senza solennità e in silenzio per paura che la polizia faccia altri arresti. Lo seppelliscono nel cimitero della famiglia di sua madre, secondo le loro tradizioni.

Il cardinal Parolin con il quadro del beato il 31 marzo 2025, giorno dell’annuncio della canonizzazione di To Rot (Vatican Media)

Martire

Per riconoscere un vero martire, sono necessarie tre condizioni: che sia ucciso; che la persona sia ben cosciente di rischiare la vita rimanendo fedele alla sua fede; che questo avvenga in odio alla fede.

Nel caso di Peter To Rot questo è  chiaro fin da subito, così papa Giovanni Paolo II lo dichiara martire e beato il 17 gennaio 1995 senza bisogno di miracoli approvati. Lo stesso fa papa Francesco che, il 31 marzo 2025, tre settimane prima della sua scomparsa, ne ha autorizzato la canonizzazione. La data effettiva  sarà decisa da papa Leone XIV. Sarà il primo santo nativo della Papua Nuova Guinea.

Aggiornamento: Peter ToRot, il primo Santo della Papua Nuova Guinea, sarà canonizzato il 19 ottobre 2025, domenica in cui si celebrerà la 99ma Giornata Missionaria Mondiale. Lo ha deciso oggi (13 giugno 2025) Papa Leone XIV, durante la celebrazione del suo primo Concistoro Ordinario Pubblico.
Da Agenzia Fides

Gigi Anataloni

Testo liberamente tradotto e sintetizzato dal libro di padre Thomas Ravaioli, Blessed Peter To Rot, pubblicato dalla Catholic bishop conference of Papua New Guinea and Solomon Islands, 2020.

17 gennaio 1995, papa Giovanni Paolo II con il quadro del nuovo beato il giorno della beatificazione (Vatican Media)



Sudan. Nessun luogo è sicuro

Da aprile 2023, il Sudan è dilaniato da una cruenta guerra civile di cui, al momento, non si vede la fine. È un conflitto dove l’uso della violenza sessuale come arma di guerra è ormai diventato la normalità, nonostante lo Statuto della Corte penale internazionale – in vigore dal 2002 – la annoveri tra i crimini di guerra e contro l’umanità.
Oggi, subire violenza sessuale in Sudan è talmente frequente che molti ne parlano come se fosse un fatto inevitabile. Soprattutto nella regione occidentale del Darfur, dove il conflitto, negli ultimi mesi, ha assunto connotati particolarmente violenti. È Medici senza frontiere (Msf) – organizzazione umanitaria operativa in diversi Paesi in guerra in tutto il mondo, tra cui anche il Sudan – a lanciare l’allarme con un comunicato sul suo sito: «Donne e ragazze in Darfur non sono al sicuro da nessuna parte».

Nessuna è al sicuro
Solo tra gennaio 2024 e marzo 2025, Msf ha dichiarato di aver assistito 659 persone sopravvissute a violenze sessuali nel Darfur meridionale. Il 94% erano donne, ragazze o bambine. Di queste, il 31% aveva meno di diciotto anni e il 7% non raggiungeva i dieci. Msf riporta anche un 3% con addirittura meno di cinque anni.
La violenza sessuale può assumere forme diverse. La più diffusa è lo stupro, spesso commesso in gruppo: ne è stato vittima l’86% delle sopravvissute assistite da Msf. Altre donne e ragazze invece hanno riportato diverse forme di violenza, tra cui offese verbali a sfondo sessuale, prostituzione forzata e schiavitù sessuale.
Ciò può accadere in qualsiasi momento. A volte, donne, ragazze e bambine sono violentate durante gli attacchi dell’esercito regolare e dei gruppi armati ai loro villaggi. In altri casi, sono colpite mentre fuggono verso luoghi considerati più sicuri. O quando cercano cibo, legna e acqua per sé stesse e la loro famiglia. Come denuncia Msf, ormai non si sentono – e non sono – al sicuro «da nessuna parte».

Mancano cure
Più della metà delle vittime di violenza, oltre alle ferite psicologiche, riporta anche lesioni fisiche. Ma, nonostante ciò, molte non si recano nei centri sanitari per ricevere cure mediche, protezione e supporto psicologico.
In alcuni casi, non lo fanno a causa della cronica mancanza di strutture nel Paese. In altri, perché i pochi centri presenti spesso si trovano a grandi distanze e percorrerle non è per niente sicuro in un Paese in guerra. Ma ci sono anche tante donne e ragazze che non chiedono aiuto perché temono lo stigma sociale: se le loro comunità di origine venissero a sapere che sono state vittime di violenza, rischierebbero di essere ostracizzate e marginalizzate.

Stupri di guerra
Il 56% delle sopravvissute curate da Msf ha identificato come aggressori i membri delle forze armate, della polizia o di gruppi armati non statali. Tutte le fazioni coinvolte nel conflitto sudanese, infatti, sono responsabili di atti di violenza – tra cui quella sessuale – nei confronti della popolazione locale.
D’altronde, la guerra che da oltre due anni travolge il Sudan è assai cruenta. Scatenata da una lotta per il potere, vede contrapporsi quelli che nel 2021, dopo un colpo di stato, erano diventati i due principali volti del governo di transizione. Da un lato, il comandante dell’esercito governativo, il generale Abdel Fattah al-Burhan (leader del Paese per la comunità internazionale). Dall’altro, Mohammed Hamdan Dagalo (detto Hemedti), leader delle Forze di supporto rapido, un gruppo paramilitare erede dei Janjaweed (la milizia responsabile del genocidio in Darfur tra il 2003 e il 2008).

Ma a pagare le maggiori conseguenze di questa lotta per il potere sono i civili. Attualmente, secondo le Nazioni Unite, 30 milioni di sudanesi (su una popolazione di 45 milioni) hanno bisogno di assistenza umanitaria. Quasi 25 milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare grave e lo stato di carestia è stato dichiarato in alcune aree del Darfur e delle montagne di Nuba.
Gli sfollati sono ormai 12,6 milioni. Di questi, 3,8 milioni hanno oltrepassato i confini sudanesi per rifugiarsi nei Paesi vicini, tra cui l’Egitto (1,5 milioni), il Sud Sudan (1 milione) e il Ciad (770mila). Proprio il Ciad è un’altra delle aree dove Msf lancia l’allarme: cresce sempre di più il numero di donne, ragazze e bambine che arrivano nei campi dell’organizzazione e raccontano di aver subito atti di violenza. Portando con sé un profondo carico di ferite fisiche e psicologiche difficili da curare.

Aurora Guainazzi




Myanmar. Il Paese dimezzato


La giunta militare, al potere dal 2021, ha chiuso la breve parentesi democratica del Paese. Intanto le milizie etniche si sono alleate sottraendo all’esercito metà territorio. Quasi 8 milioni di persone hanno lasciato le loro case. L’economia è in crisi. Le scuole sono chiuse. E la Chiesa porta aiuti.

A Banmaw, città (si stima) di 65mila persone, nello stato Kachin, nel Nord del Myanmar, non ci sono elettricità né acqua, né linea telefonica.

Il centro abitato si è svuotato, come i villaggi delle aree circostanti. La popolazione è dispersa nelle foreste dove ha improvvisato insediamenti di tende e capanne e si sostenta con difficoltà, tra frutti spontanei e piccole risaie.

Anche le comunicazioni sono difficili, o del tutto tagliate dalla giunta militare al potere.

Per contattare il mondo esterno, padre Wilbert Mireh, gesuita birmano che aiuta il parroco nella chiesa cattolica di san Michele, nella zona rurale intorno a Banmaw, ha dovuto spingersi in una località al confine con la Cina per trovare corrente elettrica e internet.

Da quella postazione precaria ha raccontato che il centro pastorale della parrocchia in cui lavora è stato colpito dall’esercito birmano. «Cinque proiettili e due bombe aeree sparate contro il complesso della nostra chiesa hanno colpito la struttura ma non hanno ferito nessuno», ha riferito.

Mosaico etnico e militare

Banmaw – a 200 km a sud di Myitkyina, capoluogo dello stato Kachin -, ha una popolazione in prevalenza di etnia kachin, ma anche bamar, shan e han.

Il Myanmar è un Paese nel quale si registrano 135 gruppi etnici diversi, e Banmaw è un crogiolo di lingue ed etnie nel quale a un gruppo maggioritario si affiancano diverse minoranze.

In modo simile, si configurano anche gli altri sei stati (Chin, Shan, Kayah, Kayin, Mon e Rakhine) che compongono il Paese asiatico assieme alle sette regioni e al territorio amministrativo della capitale Naypyidaw.

Gli stati – macro regioni che insieme non costituiscono un vero e proprio stato federale – ospitano i popoli delle minoranze etniche: i diversi gruppi, con i relativi eserciti locali, da 60 anni rivendicano l’autonomia e combattono per l’autodeterminazione in un Paese che è stato governato costantemente da un regime militare, e che, solo nell’ultimo tratto della sua storia, a partire dal 2015 e fino al 2021, ha faticosamente provato la strada della democrazia.

La svolta democratica è stata bruscamente interrotta nel febbraio 2021 dal colpo di stato della giunta militare guidata da Min Aung Hlaing, il generale che controlla l’esercito nazionale detto «Tatmadaw»: «Le forze armate», ma anche «La potenza».

Da allora, dopo un’iniziale protesta pacifica e un movimento di disobbedienza civile, ben presto soffocato con la forza, nel Paese si è sviluppata una lotta armata che ha visto nascere milizie spontanee, le Forze di difesa popolare (Pdf, nella sigla inglese), composte soprattutto da giovani di etnia bamar, quella dominante nel Paese (il 65% della popolazione complessiva), cui appartengono anche il gruppo dirigente della giunta e le fila del Tatmadaw.

Le Pdf fanno riferimento al Governo di unità nazionale (Nug), il governo in esilio, formato soprattutto da ex parlamentari della Lega nazionale per la democrazia, il partito al potere prima del golpe, fondato e guidato dalla premio Nobel per la pace Aung San Suu Kiy, tuttora agli arresti domiciliari.

Il conflitto, che si è sviluppato e diffuso nel Paese negli ultimi quattro anni, ha registrato una svolta quando le forze popolari si sono saldate con gli storici eserciti delle minoranze etniche.

L’alleanza è riuscita a infliggere pesanti sconfitte sul campo all’esercito birmano, soprattutto nelle aree periferiche del Paese e negli Stati di frontiera, utilizzando tattiche di guerriglia che hanno portato al graduale ritiro dei militari di Tatmadaw dai territori più remoti.

Cattedrale Loikaw (foto arcidiocesi di Loikaw)

Una nazione divisa

Al quinto anno di guerra, la giunta al potere controlla, secondo gli osservatori, il 50% del territorio nazionale, arroccata con il grosso delle forze militari nella parte centrale del Paese e nelle città principali come Mandalay, Naypyidaw, Yangon.

Il resto del Paese è ormai costituito da territori che vengono definiti dalla resistenza «zone liberate», sottratte al controllo della giunta.

In questa situazione di violenza generalizzata che ha fatto oltre 50mila morti in un Paese che oggi conta 51,3 milioni di abitanti, gli espatriati toccano oramai quota 3,7 milioni e gli sfollati interni 3,8 milioni, secondo dati dell’Armed conflict location and event data project (Acled), organizzazione che monitora i conflitti nel mondo.

Nelle zone liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono.

In tali azioni indiscriminate, spesso sono state colpite strutture civili o religiose che accolgono profughi e non hanno nulla a che fare con il conflitto.

«Ringraziamo Dio di essere salvi – rimarca padre Wilbert Mireh, il primo gesuita birmano -. Qui la gente stenta a sopravvivere: non ci sono scuole, cliniche, né commercio. Dopo l’ennesimo attacco, i fedeli pregano perché l’arcangelo Michele ci protegga», racconta. «La messa, solitamente, la celebriamo sotto gli alberi perché stare in chiesa è troppo pericoloso, e l’edificio è già stato colpito e danneggiato.

Ma, nonostante la sofferenza e le condizioni precarie, lo spirito è forte e ogni giorno affidiamo la nostra vita a Dio».

Il religioso, accanto alla cura spirituale dei battezzati, ha sempre lavorato nell’apostolato sociale e nell’istruzione.

Aggiunge: «Ora i bambini non hanno scuola, una grave conseguenza del conflitto».

In questa situazione di precarietà, «continueremo a vivere per il bene, la verità e la giustizia», conclude.

monsignor Celso Ba Shwe, vescovo di Loikaw, diocesi nello stato Kayah, nell’Est del Paese, in visita a famiglie di fedeli. (foto arcidiocesi di Loikaw)

Il vescovo profugo

Nel suo territorio si consuma lo scontro tra l’esercito regolare e l’Esercito per l’indipendenza Kachin (Kia), una delle milizie etniche meglio organizzate, attiva da decenni.

Il gesuita in passato ha svolto servizio pastorale anche più a Sud, a Loikaw, diocesi nello stato Kayah, nell’Est del Paese, un altro territorio martoriato dalla guerra, dove la comunità cattolica conta 90mila battezzati dispersi in un territorio in cui si registrano, da tempo, duri scontri tra l’esercito e le forze di opposizione.

Tutta la popolazione condivide qui una sorte fatta di sfollamento, fame, freddo, con la fatica di una vita quotidiana trascorsa nei campi profughi o improvvisata all’addiaccio nelle aree boschive.

A Loikaw, in particolare, la Chiesa locale è segnata da una ferita profonda: la cattedrale diocesana di Cristo Re, e l’annesso complesso pastorale, sono stati sequestrati e occupati a novembre del 2023 dai militari che ne hanno fatto un campo base dell’esercito. Il vescovo Celso Ba Shwe ha dovuto abbandonare il centro pastorale e si è trasferito nella parrocchia della Madre di Dio a Sondu, vivendo da «profugo tra i profughi».

«Questa Chiesa è divenuta uno dei nostri centri di pellegrinaggio giubilare», racconta padre Paul Pa, delegato della diocesi per l’Anno santo del 2025.

Le parrocchie della diocesi si sono del tutto svuotate di fedeli e allora i sacerdoti sono divenuti «preti itineranti»: si muovono di continuo nel territorio per confortare i fedeli, celebrare i sacramenti, portare aiuto.

Nel celebrare il tempo del Giubileo, ha detto il vescovo Ba Shwe, «la speranza viene dalla solidarietà e dalla carità reciproca in questo tempo di deserto, di sofferenza e di sfollamento».

Padre Paul Pa racconta che a Loikaw oggi il ministero dei sacerdoti «è soprattutto un ministero di consolazione, è consolare gli afflitti».

Accanto al conforto umano e spirituale, vi è l’impegno a fornire aiuti umanitari ai più bisognosi, oggi soprattutto i bambini senza istruzione, gli anziani e i malati, in una situazione in cui anche i centri sanitari e le cliniche gestite dalla comunità cattolica sono chiusi o registrano gravi difficoltà e carenze.

Profughu Rohingya Chakmarkul in Cox’s Bazar Bangladesh, april 4, 2018. – 2018/European Commission/ECHO/K M Asad

A Occidente, i Rohingya

Nella parte occidentale della nazione, verso il confine con l’India, lo stato Chin (altra minoranza etnica) è saldamente sotto il controllo delle milizie locali Chinland defence force (Cdf), mentre all’esercito non resta che bombardare da lontano: così nei mesi scorsi è stata colpita la chiesa cattolica del Sacro Cuore di Gesù a Mindat, chiesa prescelta come cattedrale della neonata diocesi di Mindat, eretta il 25 gennaio scorso dalla Santa Sede.

Più a Sud, in un altro scenario di crisi, si registrano violenti combattimenti nello stato Rakhine (o Arakan), nella parte centro occidentale del Myanmar: qui si scontrano l’esercito Arakan, la milizia locale, e i militari di Tatmadaw. Il conflitto civile che si è intensificato nello stato Rakhine ha generato un’impennata di vittime e sfollamenti per il popolo dei Rohingya, gruppo etnico di fede musulmana che convive con la maggioranza della popolazione di etnia rakhine, buddhista.

Data la situazione sul terreno, continua il flusso di rifugiati rohingya che cercano rifugio e protezione in Bangladesh: è quanto avviene a sette anni dal primo esodo di 750mila Rohingya che fuggirono dalle violenze e dalle persecuzioni in Myanmar, varcando il confine e stanziandosi nella località bangladese di Cox’s Bazar, dove il governo di Dacca, con il sostegno di organismi Onu e della comunità internazionale, li ha organizzati in campi profughi di vaste dimensioni.

La situazione dei Rohingya è critica su entrambi i versanti della frontiera. In Myanmar, oltre 130mila civili, in particolare i bambini e le famiglie, sono coinvolti nel fuoco incrociato dello scontro tra esercito regolare birmano e miliziani.

L’accesso di organizzazioni umanitarie in Rakhine, come in altre regioni, è diventato estremamente difficile. I servizi essenziali, come l’accesso all’acqua potabile e all’assistenza sanitaria, scarseggiano, aggravati dai blackout di elettricità e telecomunicazioni.

Anche oltre frontiera, in Bangladesh, la vita nei campi profughi appare critica per le difficoltà nella distribuzione di beni di prima necessità e la mancanza di istruzione, sviluppo, reinserimento sociale o occupazione. Un ritorno «dignitoso, volontario e sostenibile» dei profughi in Myanmar – nella loro terra di origine – resta la soluzione auspicata, ma non vi sono le condizioni per renderla possibile, data l’escalation del conflitto.

Myanmar cristiani in preghiera

La testimonianza di fede

Lo scenario che si registra nello stato Rakhine è comune a diversi altri stati del Paese, così come è comune la modalità della presenza della comunità cattolica: la vita spirituale, pastorale e sacramentale, l’assistenza e il conforto agli sfollati dispersi nel territorio, proseguono con grande dedizione e fede, nonostante le difficoltà e la precarietà.

Esempio di questa dedizione è la vicenda del primo sacerdote cattolico birmano ucciso: si tratta di don Donald Martin Ye Naing Win, quarantaquattrenne prete dell’arcidiocesi di Mandalay.

Il suo corpo senza vita, mutilato e sfigurato con colpi di arma da taglio, è stato ritrovato il 14 febbraio scorso da alcuni membri della comunità nel complesso di Nostra Signora di Lourdes, dove era parroco.

La chiesa si trova nella regione di Sagaing, nel centro Nord del Paese, una di quelle zone dove sono quotidiani i combattimenti e gli scontri tra le Forze di difesa popolare e l’esercito birmano.

Padre Donald Martin cercava di stare vicino alla comunità sofferente, e per questo aveva organizzato un servizio scolastico per i bambini del territorio: infatti, nella regione di Sagaing, il sistema statale è collassato, non vi sono servizi pubblici e l’istruzione va avanti solo grazie a sporadiche iniziative spontanee, come quelle attivate dalle parrocchie.

Secondo due donne testimoni dell’aggressione a don Donald Martin, dieci uomini provenienti da un villaggio vicino hanno colpito il prete, per motivi non chiari.

Il capo della banda ha intimato al sacerdote di inginocchiarsi di fronte a lui. Don Donald lo ha osservato e, mantenendo un tono mite, ha risposto pacificamente: «Mi inginocchio soltanto davanti a Dio», e ha proseguito: «Cosa posso fare per voi?».
In preda alla rabbia, l’uomo ha sguainato un coltello e ha colpito ripetutamente il sacerdote sul corpo e alla gola.
Don Donald, secondo le testimoni, non ha pronunciato una parola né un lamento e non ha reagito.
La vicenda è in mano all’amministrazione parallela delle aree controllate dalla resistenza.
Lì non esiste un quadro giuridico definito. Non sarà dunque facile indagare e fare giustizia.

Paolo Affatato


Myanmar, la crisi in cifre

  • Popolazione: 51,3 milioni di persone (erano 54 milioni prima del golpe del 2021).
  • Etnie: Bamar 68%; Shan 9%; Karen 7%; Rakhine 4%; Cinesi 3%; Indiani 2%; Mon 2%; altri 5%.
  • Religioni: buddhisti 87,9%; cristiani 6,2%; musulmani 4,3%; indù 0,5%; culti tribali 1,1%.
  • Lingue: oltre 120.
  • Emigrazione: 3,7 milioni di persone espatriate nel triennio 2021-2023.
  • Grave insicurezza alimentare: 19,9 milioni di persone.
  • Sfollati interni: 3,8 milioni.
  • Pil: -12% tra 2020 e 2021.
  • Inflazione: 25%.
  • Accesso all’elettricità: 48% della popolazione.
  • Produzione agricola: contrazione del 16%.
  • Vittime mine antiuomo: 1.052 persone nel 2023.
  • Scolarizzazione: sistema scolastico interrotto nel 50% del Paese. Da tre anni, 4,5 milioni di bambini sono senza istruzione.

P.A.
dati Onu, Unicef, Banca mondiale.


Il sisma

Il 28 marzo scorso, nel Mynamar centrale, lungo la faglia tettonica che attraversa da Nord a Sud il Paese, la terra ha tremato. Un violento sisma ha causato devastazioni nella regione di Mandalay e Sagaing e in grandi città come Yangon e Naypyidaw, con un bilancio (ancora provvisorio quando MC va in stampa, ndr) di oltre 3.500 morti e 5mila feriti.

Dopo l’appello della giunta militare al potere, un flusso di aiuti umanitari dall’estero ha raggiunto le aree colpite, che già prima del terremoto ospitavano il 45% dei 3,8 milioni di sfollati interni provocati dal conflitto civile.

Il sisma ha rotto l’isolamento internazionale della giunta militare, che ha aperto canali per la risposta umanitaria.

La Chiesa e altre organizzazioni hanno chiesto una tregua nel conflitto per consentire l’arrivo degli aiuti. Interagendo con altri Paesi e con enti internazionali, il generale Min Aung Hlaing si è imposto come unica autorità pubblica del Paese. Solo con il tempo si capirà se la tragedia del 28 marzo sarà un’occasione per la risoluzione del conflitto o un fattore che acuirà lo scontro.

P.A.

Card. Bo tra i Kachin




Rwanda-Burundi. Tensioni alle stelle

 

A fine marzo, in un’intervista alla «Bbc», il presidente del Burundi, Evariste Ndayishimiye, ha citato «report credibili d’intelligence» che lasciavano presagire un possibile piano d’attacco del Rwanda nei confronti del suo Paese.

Già qualche settimana prima, Ndayishimiye aveva detto che Kigali stava «annettendo parti di Paesi vicini». Si riferiva all’espansione del Movimento del 23 marzo (M23) nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). Infatti, forte del sostegno economico e militare rwandese, l’M23 sta conquistando ampie parti di Nord e Sud Kivu. «Se la comunità internazionale non interverrà – ha sottolineato Ndayishimiye – presto il Rwanda attaccherà anche il Burundi». Kigali, dal canto suo, si è detta «sorpresa» dalle parole del presidente burundese.

Relazioni complesse
Tuttavia, non è una novità che le relazioni tra Rwanda e Burundi siano tese. Nelle ultime settimane poi, complice l’escalation di violenza nell’Est della Rdc, l’ostilità tra i due vicini – che condividono profondi legami storici e culturali – si è intensificata.
Molto ruota attorno ai conflitti congolesi e alla porosità dei confini. Nelle province orientali della Rdc, infatti, operano diversi gruppi armati, tra cui movimenti che vogliono rovesciare i governi di Rwanda, Uganda e Burundi. Così, spesso, questi Paesi si accusano a vicenda di sostenere gruppi rivali con l’obiettivo di destabilizzare i rispettivi regimi.
Ad esempio, per il Burundi, dietro al Red-Tabara (che dal Sud Kivu cerca di deporre Ndayishimiye) c’è il sostegno del Rwanda. Mentre Kigali ritiene che il Burundi appoggi le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (formate da alcuni responsabili del genocidio del 1994 rifugiatisi nella Rdc).
Accuse reciproche che, in alcuni casi, sono sfociate in tensioni politiche e rotture diplomatiche. A inizio 2024, dopo alcuni attacchi del Red-Tabara lungo il confine congo-burundese, Ndayishimiye ha denunciato il supporto economico e militare del Rwanda al movimento (accuse tra l’altro dimostrate da report informali dell’Onu, come avvenuto anche con l’M23). Di fronte alla smentita di Kigali, il governo burundese ha espulso alcuni diplomatici rwandesi e chiuso il confine tra i due Paesi.
Un qualcosa di simile si era già verificato nel 2015: dopo un tentativo di colpo di stato (fallito) ai suoi danni, l’allora presidente burundese Pierre Nkurunziza aveva accusato il Rwanda di aver reclutato, addestrato ed equipaggiato i golpisti (sospetti ancora una volta confermati dall’Onu) e aveva chiuso il confine tra i due Paesi. Il passaggio era stato riaperto solo sette anni dopo, nel 2022.

Tensioni crescenti
Negli ultimi mesi, le tensioni sono cresciute. Infatti, dietro all’M23 – che ha dichiarato di voler arrivare a Kinshasa – c’è il Rwanda. È sempre più evidente che, attraverso il gruppo armato, Kigali sta tentando di estendere la propria influenza sull’intera Rdc, attraente per la posizione geopolitica e la ricchezza di risorse. D’altronde, già durante la Prima guerra del Congo (1996-1997) il Rwanda aveva sostenuto l’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo di Laurent-Désiré Kabila, arrivando a Kinshasa.

Il Burundi, invece, ha condannato l’avanzata dell’M23 e il supporto rwandese. Sta anche continuando a sostenere militarmente il governo congolese, nonostante il ritiro di parte dei suoi 12mila soldati (erano presenti nella Rdc da fine 2021 a fianco dell’esercito della Rdc per combattere il Red-Tabara e altri gruppi attivi nel Sud Kivu).
Attualmente, i militari burundesi si concentrano nei pressi di Uvira, città strategica sulle sponde del lago Tanganyika, a pochi chilometri dalla capitale economica del Burundi, Bujumbura. L’obiettivo è creare una zona cuscinetto al confine congo-burundese per impedire ai militari rwandesi e all’M23 di arrivare a minacciare il Burundi.
Ma – nonostante a febbraio i diplomatici di Rwanda e Burundi avessero stabilito che l’M23 non avrebbe occupato Uvira – il movimento è sempre più vicino alla città. E così Ndayishimiye ha sottolineato la possibilità che Kigali voglia attaccare anche il suo Paese.

Crisi umanitaria
Il tutto nel contesto di un’enorme crisi umanitaria. I flussi di rifugiati crescono di giorno in giorno: secondo l’Unhcr (agenzia Onu per i rifugiati), nella Rdc ci sono 7,3 milioni di sfollati interni (il numero più elevato di sempre). Mentre i congolesi che, nei primi tre mesi del 2025, hanno cercato rifugio in Paesi vicini sono almeno 100mila.
Di questi, 70mila si sono riversati in Burundi, impattando su un sistema di accoglienza già fragile. Infatti, il World food programme (programma di assistenza alimentare dell’Onu) ha tagliato le razioni alimentari individuali del 50-75% per raggiungere il maggior numero possibile di sfollati.
Dunque, l’avanzata dell’M23 e del Rwanda non sta solo creando il rischio concreto di un’escalation regionale, ma anche aggravando una situazione umanitaria già estremamente fragile.

Aurora Guainazzi




Sudan. La guerra più dimenticata


In seguito alla caduta del dittatore Al-Bashir sì è creato un equilibrio precario. Sfociato, nel 2023, in guerra aperta. Le potenze regionali appoggiano una o l’altra parte. Anche la Russia ha interessi per un possibile accesso al Mar Rosso. Intanto l’emergenza umanitaria è enorme.

Sullo sfondo si sentono i colpi che esplodono. Raffiche continue, inframezzate da colpi più forti. «No, non stanno combattendo – spiega la nostra fonte al di là della linea telefonica -, stanno festeggiando. Qui a Port Sudan, la capitale provvisoria del Sudan, c’è una grande felicità per la conquista di un quartiere di Khartoum da parte dell’esercito sudanese. C’è entusiasmo e la gente spara in aria. La guerra però non è finita e temo che il bilancio delle vittime e degli sfollati sia destinato a crescere ancora nei prossimi mesi».

Trascurato dai media internazionali, tutti concentrati sui conflitti in Ucraina e nella Striscia di Gaza, il Sudan è il teatro di un conflitto devastante che rappresenta una delle crisi umanitarie e geopolitiche più complesse degli ultimi anni. Questo conflitto non solo ha destabilizzato il Paese, ma ha anche attirato l’attenzione della comunità internazionale, con diverse potenze regionali e globali che sostengono indirettamente una delle due fazioni.

People take to the streets of Port Sudan to celebrate the reported advance of Sudanese military forces and allied armed groups on the key Al-Jazira state capital Wad Madani, held by the paramilitary Rapid Support Forces (RSF), on January 11, 2025. (Photo by AFP)

Gli attori in campo

La guerra, scoppiata nell’aprile 2023, ha visto scontrarsi le Forze armate sudanesi (Saf) e le Rapid support forces (Rsf), una milizia paramilitare. Le forze armate sudanesi, guidate dal generale

Abdel Fattah al-Burhan, rappresentano l’esercito regolare del Paese. Fin dai tempi del presidente dittatore Omar al-Bashir (al potere dal 1989 al 2019), i militari hanno svolto un ruolo centrale nella politica sudanese, spesso intervenendo direttamente negli affari di Stato. D’altra parte, le Rapid support forces (Rsf), comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemeti), sono una milizia nata dalle ceneri dei Janjaweed, un gruppo noto per le atrocità commesse nel Darfur nel corso degli anni 2000.

Le Rsf, pur essendo state formalmente integrate nelle strutture di sicurezza statali, hanno sempre mantenuto una forte autonomia e sono state accusate di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

Il conflitto tra Saf e Rsf è scoppiato a causa di tensioni legate alla transizione politica del Sudan verso un governo civile. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, il Paese ha vissuto un periodo di instabilità, con l’esercito e le Rsf che hanno inizialmente collaborato per mantenere il controllo. Tuttavia, le divergenze sulla futura struttura del potere e sulla riforma delle forze armate hanno portato a uno scontro aperto. «Non ci sarà alcuna negoziazione né compromesso con i gruppi armati che combattono contro lo Stato – ha detto al-Burhan -. Non ci sarà negoziazione né compromesso con chi ha preso le armi contro lo Stato e il popolo. Continueremo sulla strada della vittoria fino a quando ogni centimetro del Paese non sarà liberato dalle Rsf».

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Alleanze internazionali

Il conflitto in Sudan non è solo uno scontro interno. In esso si riflettono anche le dinamiche geopolitiche regionali e globali. Diverse potenze internazionali hanno preso posizione, sostenendo indirettamente una delle due fazioni in lotta. L’Egitto, confinante con il Sudan, ha tradizionalmente sostenuto le forze armate, vedendo nell’esercito regolare un baluardo contro l’instabilità nella regione.

Gli Emirati arabi uniti hanno invece sostenuto le Rsf, fornendo armi e finanziamenti. Questo sostegno è legato agli interessi economici degli Emirati nel Paese, in particolare nel settore agricolo e minerario. Le aziende della famiglia di Dagalo controllano le miniere d’oro del Darfur. Secondo un’analisi dell’agenzia di stampa britannica Reuters, nel 2018-2019 una di queste società inviava negli Emirati trenta milioni di dollari in lingotti d’oro ogni tre settimane. Va ricordato che gli Emirati sono il terzo importatore mondiale di oro e che il 75% dell’oro sudanese viene trafficato proprio sul mercato emiratino. Inoltre, in passato, le Rsf hanno collaborato con gli Emirati in operazioni militari nello Yemen contro gli Houthi, rafforzando i legami tra le due parti. «Gli Emirati – ci spiega una fonte locale che vuole mantenere l’anonimato -, inviano tonnellate di armi ai ribelli delle Rsf. Queste armi, in parte acquistate da aziende serbe, in parte da aziende francesi, vengono fatte arrivare in Libia, nelle aree controllate dal generale Khalifa Haftar. Da lì transitano in Ciad per poi arrivare in Darfur». Secondo «The Africa report», gli Emirati avrebbero fatto avere al presidente ciadiano Mahamat Deby, un miliardo di dollari in cambio del sostegno alle Rsf e del via libera al traffico di armi e munizioni sul suo territorio.

Più ambigua invece la posizione della Russia. Mosca ha sempre mostrato interesse per il Sudan. Gruppi paramilitari russi, come il gruppo Wagner, hanno fornito addestramento e supporto alle Rsf, cercando di espandere l’influenza russa in Africa. Negli ultimi mesi, però, si è registrato un avvicinamento tra Mosca e Khartum. In gioco, l’accesso al Mar Rosso, via di transito tra le più importanti del mondo e possibile base strategica dell’esercito russo, in vista di un possibile ritiro dalla Siria. Ufficialmente la Marina militare di Mosca aveva reso nota la volontà di creare un centro logistico in Sudan a novembre 2020: all’epoca si era riferito che nella struttura avrebbero potuto essere presenti contemporaneamente fino a quattro navi russe e che il personale addetto alla base non avrebbe superato le 300 unità. Negli anni si sono poi susseguite notizie, sempre smentite sia da Mosca sia da Khartoum, su accordi falliti o respinti dalla parte sudanese. A fine febbraio il ministro degli Esteri sudanese, Ali Yousef Sharif, al termine dei colloqui con il suo omologo russo Sergei Lavrov, ha annunciato che Mosca e Khartum avrebbero raggiunto «un’intesa reciproca» per la creazione di una base navale russa proprio sul Mar Rosso. Lavrov, dal canto suo, non ha confermato, né ha citato accordi, memorandum, decisioni o firme. Nonostante il silenzio del braccio destro di Vladimir Putin, secondo alcuni analisti, i due Paesi stanno però continuando a trattare su questo punto.

Sfumate invece sono le posizioni di Stati Uniti e Unione europea. Entrambi hanno cercato di mediare un cessate il fuoco, ma senza successo. Hanno condannato le violenze e chiesto una transizione verso un governo civile, ma il loro ruolo rimane limitato rispetto alle potenze regionali.

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Etiopia, il vicino scomodo

Un ruolo delicato nella partita sudanese è giocato dall’Etiopia. Il nodo della discordia è la Grande diga del millennio etiope che Addis Abeba sta realizzando sul Nilo Azzurro, il principale affluente del Nilo. L’Egitto teme che questo mega sbarramento possa ridurre in modo massiccio il flusso idrico a valle e quindi mettere in crisi i rifornimenti di acqua dolce alla sua popolazione. Il Sudan, altro Paese a valle della diga, si è sempre schierato con Il Cairo fin dai tempi di Omar al-Bashir. La caduta di quest’ultimo non ha cambiato nei fatti la politica di Khartum. Al-Burhan ha continuato a essere un alleato fedele dell’Egitto e quest’ultimo lo ha ripagato con un aperto sostegno nell’attuale conflitto. L’Etiopia ha inizialmente tenuto una posizione più neutrale ma, con il tempo, si è progressivamente avvicinata alle Rsf, in forza anche della sua alleanza strategica con gli Emirati arabi uniti. Questi ultimi hanno sostenuto Addis Abeba anche nella disputa sul triangolo di al-Fashaga, un’area molto fertile sotto la sovranità sudanese, ma abitata da popolazione Amhara (una delle principali componenti del mosaico etnico etiope). Il conflitto è peg- giorato dopo la guerra civile in Tigray, Etiopia (2020), quando il Sudan ha cercato di riprendere il controllo della regione approfittando della crisi etiope. Nonostante periodici negoziati, le tensioni restano alte e la disputa rimane irrisolta, con il rischio di nuovi scontri.

Sudanese people who fled escalating violence in the al-Jazira state are pictured at a camp for the displaced in the eastern city of Gedaref on November 23, 2024. (Photo by AFP)

L’Arabia Saudita

Altro attore importante nel teatro sudanese è l’Arabia Saudita. Riad ha forti interessi economici e geopolitici in Sudan, in particolare nella regione del Mar Rosso. Investimenti sauditi nei settori agricolo e infrastrutturale sono significativi, e la stabilità del Sudan è cruciale per la sicurezza marittima e le rotte commerciali saudite. Inoltre, il Sudan è stato un partner militare dell’Arabia Saudita nella guerra in Yemen, fornendo truppe per la coalizione guidata da Riyad. Ufficialmente il suo coinvolgimento si è concentrato principalmente su una mediazione diplomatica e l’invio di aiuti umanitari. L’Arabia Saudita, insieme agli Stati Uniti, ha facilitato i colloqui di pace tra le fazioni in guerra. A maggio 2023, ha ospitato a Gedda i negoziati tra l’esercito sudanese e le Rsf, allo scopo di ottenere un cessate il fuoco e un accesso umanitario sicuro. Riyad ha fornito assistenza umanitaria al Sudan, inviando aiuti alimentari e medici attraverso il King Salman humanitarian aid and relief center (KSrelief). Inoltre, ha evacuato cittadini sudanesi e stranieri in pericolo durante le fasi più intense del conflitto. Nonostante il suo ruolo di mediatore, alcuni analisti ritengono che l’Arabia Saudita mantenga legami con entrambi gli schieramenti, specialmente con le Rsf, attraverso gli Emirati arabi uniti, un alleato storico di Riad.

People struggling to commute gather around a packed bus in Port Sudan as local transportation is strangled after government authorities reportedly changed two currency notes, invalidating old notes, on December 30, 2024 in the Red Sea port city, where the government loyal to the army is based. Sudan is reeling from 20 months of fighting between the Sudanese army and the paramilitary Rapid Support Forces, led by rival generals, which have led to a dire humanitarian crisis. The war since April 2023 has killed tens of thousands of people and uprooted 12 million, creating what the United Nations has called the world’s largest displacement crisis. (Photo by AFP)

Una tragedia umanitaria

Il bilancio umanitario del conflitto è drammatico. Secondo le stime delle Nazioni Unite e di organizzazioni umanitarie, dal suo inizio nel 2023, la guerra ha causato oltre diecimila morti, tra civili, combattenti e personale medico. Le violenze hanno colpito indiscriminatamente la popolazione, con bombardamenti aerei, scontri armati e saccheggi che hanno devastato intere città, in particolare la capitale Khartum e la regione del Darfur.

Secondo le agenzie Onu, il numero di sfollati interni ha superato i cinque milioni, ai quali si aggiungerebbero un milione e mezzo di rifugiati nei Paesi vicini, tra cui Ciad, Sud Sudan, Egitto ed Etiopia. In realtà si sospetta che il numero complessivo di rifugiati e sfollati tocchi gli undici milioni. Molti vivono ai confini con l’Egitto in campi improvvisati, senza accesso a cibo, acqua potabile o assistenza medica. «Al confine tra Sudan ed Egitto – racconta un missionario cattolico che vuole mantenere l’anonimato – esistono campi profughi enormi. Le condizioni sono terribili. Gli sfollati sono abbandonati da tutti e non hanno alcun tipo di assistenza. Le organizzazioni umanitarie (Onu, Pam, Cri, ecc.) non possono fare molto. Esercito e milizie temono che il cibo possa finire nelle mani del nemico e quindi limitano l’accesso alle derrate alimentari e ai farmaci. La situazione è così critica che molti eritrei che erano fuggiti dal durissimo regime di Isaias Afewerki, hanno preferito ritornare a casa piuttosto che patire qui sofferenze inaudite».

Nelle zone sotto il diretto controllo dell’esercito, la vita è quasi normale. «Qui a Port Sudan – spiega un altro missionario cattolico – vivono almeno 300mila sfollati. La situazione è calma sotto il profilo dell’ordine pubblico. Non tutto però è semplice. Ci sono problemi a trovare lavoro e non è facile reperire una sistemazione abitativa, perché i prezzi degli affitti sono lievitati. Anche il cibo costa molto. Tanti sono alloggiati in famiglie amiche. La maggior parte però sta in campi profughi». Nonostante ciò, i ragazzi e le ragazze sono tornati a scuola, le strutture religiose sono attive e gli uffici pubblici e privati funzionano.

«Di fronte a questa situazione – conclude il missionario -, la Chiesa cattolica si è attivata per fornire assistenza agli sfollati. Siamo una realtà piccola, ma cerchiamo di fare il massimo che possiamo con i mezzi che abbiamo. Le autorità ci rispettano e lasciano che operiamo. Questa, d’altra parte, non è una guerra di religione. Qui non ci sono musulmani contro cristiani. È una guerra di potere e sia i musulmani sia i cristiani ne sono vittime. Le nostre strutture e quelle islamiche sono attaccate dai ribelli perché interessa loro avere luoghi dove accamparsi e dove rubare legna, mezzi e beni di conforto. Infatti, hanno occupato sia chiese che moschee. Se dobbiamo essere sinceri, le violenze sono state perpetrate soprattutto dalle Rsf. Sono i loro miliziani ad aver ucciso e ad aver compiuto i peggiori atti di vandalismo. Assaltano e distruggono tutto. Fanno tabula rasa».

Enrico Casale

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Gaza, «qui non c’è più niente»


Per il governo israeliano è una guerra di legittima difesa. I fatti raccontano però una realtà molto diversa. A cominciare dal numero impressionante dei morti palestinesi. E mentre le accuse di genocidio si moltiplicano, c’è chi parla di suicidio di Israele.

Quindici mesi di guerra, una fragile tregua e una pace che pare lontanissima. Terrorismo o resistenza? Legittima difesa o genocidio? Difficile trovare un tema tanto divisivo come quello che riguarda Israele e Palestina.

Per limitarci a un esempio italiano, il giorno seguente all’annuncio della tregua, il direttore di un quotidiano pubblica un peana in onore di Benjamin Netanyahu: «Quest’uomo si è dimostrato un eccezionale leader di guerra», si legge tra l’altro (Libero, 16 gennaio). Ben diversa è l’opinione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, secondo il quale il premier israeliano non può essere il futuro (la Repubblica, 21 gennaio).

Fuori dell’ospedale Al-Ahli (ospedale Battista), alcune donne piangono sul corpo di un loro caro ucciso nei bombardamenti israeliani su Gaza City (16 gennaio 2025). Foto Omar Al-Qattaa / AFP.

E poi arrivò Trump

La tregua tra i contendenti è arrivata negli ultimi giorni di presidenza di Joe Biden. L’ex presidente statunitense è stato un protagonista remissivo del conflitto concedendo armi e un’assoluta libertà d’azione al primo ministro israeliano. Premesso questo, Donald Trump, il suo successore alla guida degli Stati Uniti, non è stato l’artefice della tregua (come ha sostenuto in virtù del suo egocentrismo ipertrofico) e certamente non può essere considerato un fautore della pace. Nel primo giorno di insediamento (20 gennaio), il
tycoon ha firmato un ordine esecutivo che ha tolto le sanzioni contro i coloni israeliani della Cisgiordania (West Bank, ma Giudea e Samaria per i fondamentalisti religiosi ebraici), invasori delle terre palestinesi tanto estremisti quanto Hamas. Successivamente, ha proposto di ripulire (testuale, «clean out») Gaza spostando i palestinesi in Giordania ed Egitto. Durante il suo primo mandato, lo stesso Trump riconobbe Gerusalemme come capitale d’Israele (dicembre 2017), un palese atto di sfida ai palestinesi. Da ultimo (4-5 febbraio), sono arrivate le sue sparate (molto apprezzate da Netanyahu e dai coloni) sul trasformare Gaza, svuotata dai palestinesi, nella «riviera del Medio Oriente» sotto controllo Usa.

Che la tregua si trasformi da temporanea a permanente sarebbe già un successo. Mentre la pace pare tanto lontana quanto la soluzione «due popoli, due stati», l’unica plausibile.

Distruzione, morte e il suicidio di Israele

Osservare le immagini aeree di Gaza significa vedere una distruzione tale da rimanere senza fiato. Secondo un’analisi del Centro satellitare delle Nazioni Unite (Unosat), più di due terzi degli edifici della striscia sono stati distrutti o danneggiati (pari a oltre 170mila edifici, compresi ospedali, scuole, luoghi di culto, infrastrutture civili). Tuttavia, le città si possono ricostruire, mentre la stessa cosa non può avvenire per le vite umane.

Secondo i numeri di Al-Jazeera, su informazioni del ministero della Salute palestinese, al 3 febbraio 2025 i morti sono stati 1.139 tra gli israeliani e (alme-

  1. no) 62.614 tra i palestinesi. Tra questi, 17.673 bambini. Altre 14.022 persone risultano disperse.

Il governo israeliano ha sempre negato le cifre diffuse dai palestinesi e dai media internazionali. Eppure, The Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo, ha addirittura parlato di cifre sottostimate (articolo del 9 gennaio 2025 che ne segue uno del 5 luglio 2024).

Il già impressionante numero delle vittime palestinesi è sottostimato in quanto, per esempio, non considera le morti indirette. «I conflitti armati – spiega The Lancet nell’articolo di luglio – hanno implicazioni indirette sulla salute oltre al danno diretto della violenza. Anche se il conflitto finisse immediatamente, continuerebbero a esserci molte morti indirette nei prossimi mesi e anni per cause quali malattie riproduttive, trasmissibili e non trasmissibili. […] Nei conflitti recenti, tali morti indirette vanno da 3 a 15 volte il numero di morti dirette».

La rivista stima che, al 30 giugno 2024, i morti tra i palestinesi fossero 64.260. Dunque, a questa cifra andrebbero aggiunte le persone morte tra luglio 2024 e febbraio 2025.

Ragionare attorno al numero dei morti non è un esercizio vano. A parte il dolore per la perdita di vite umane, la questione è l’odio che da questi lutti inevitabilmente si genera. Anche per questo pare adeguato il titolo che la storica ebraica Anna Foa ha scelto per il suo ultimo libro: «Il suicidio di Israele» (Laterza, ottobre 2024).

Immagini di devastazione a Gaza. Foto Naaman Omar / apaimages.

Se l’antisionismo diventa antisemitismo

In Occidente, chi critica il governo israeliano è spesso tacciato di antisemitismo. Per comodità, per partito preso, per allergia alla critica. Il termine antisemitismo significa – secondo l’Enciclopedia dell’Olocausto (curata dallo United States Holocaust memoria museum di Washington) – «pregiudizio o odio nei confronti del popolo ebraico. […] È una forma di intolleranza e razzismo. […] è un insieme di credenze e idee dettate dall’odio contro gli ebrei e la religione ebraica, il giudaismo».

A volte può trattarsi di antisionismo, probabilmente più comune, ma anch’esso sbagliato come il precedente. Secondo la Treccani, l’antisionismo è un «atteggiamento culturale e politico di opposizione e di contrasto alle più radicali espressioni del sionismo. [Questo è il nome dato al] movimento politico e ideologia volti alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina (da Sion, nome della collina di Gerusalemme)».

La realtà è probabilmente quella descritta da Anna Foa: «Cresce l’antisemitismo nel mondo e l’antisionismo si colora sempre più di antisemitismo». Anche in Italia, paese che ha conosciuto l’antisemitismo non soltanto negli anni del fascismo. I ricorrenti insulti alla senatrice Liliana Segre, superstite dell’Olocausto, ne sono la testimonianza.

Massacro o genocidio?

Una mappa con la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, le Alture del Golan (Siria) e Israele.

Rimane da stabilire se la guerra tra Israele e Palestina sia stata un atto di legittima difesa del governo Netanyahu dopo l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023, oppure, come appare ai più, una vendetta trasformatasi presto in massacro. O in genocidio.

«Il termine “genocidio” – si legge nella citata Enciclopedia dell’Olocausto – non esisteva prima del 1944. Si tratta di un termine molto specifico, che indica crimini violenti commessi contro determinati gruppi di individui con l’intento di distruggerli». Ha parlato di genocidio papa Francesco, che non ha mai risparmiato frecciate al premier Netanyahu. Parlano di genocidio i rapporti di tre grandi organizzazioni internazionali: Amnesty International, Human rights watch e Medici senza frontiere.

Scrive Human rights watch: «Le azioni delle autorità e delle forze israeliane per privare la popolazione di Gaza dell’accesso all’acqua equivalgono ad atti di genocidio ai sensi della Convenzione sul genocidio e dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale» (Extermination and acts of genocide. Israel deliberately depriving palestinians in Gaza of water, dicembre 2024). Altrettanto circostanziate sono le accuse di Amnesty che, nelle ultime pagine del suo rapporto, scrive: «Amnesty International ritiene che il modello di condotta che ha caratterizzato le operazioni militari di Israele […] forniscano prove sufficienti dell’intenzione di Israele di distruggere i palestinesi di Gaza, in quanto tali» (“You feel like you are subhuman”. Israel’s genocide against palestinians in Gaza, dicembre 2024).

Leggiamo, infine, nel rapporto di Medici senza frontiere (Gaza: life in a death trap, dicembre 2024): «Gli ospedali sono stati assediati, presi di mira da attacchi aerei o bombardamenti e presi d’assalto dalle truppe di terra, le ambulanze sono state colpite, i pazienti e il personale sono stati uccisi».

La conclusione del rapporto di Msf è carica di pessimismo: «Anche se il brutale assalto di Israele finisse oggi, l’impatto a lungo termine di tale carneficina e distruzione sfiderebbe qualsiasi tentativo di definirlo. […] Ricostruire Gaza sarà un compito monumentale in questa scala di distruzione senza precedenti. […] Potrebbero volerci fino a 15 anni per ripulire le macerie e 80 anni per ricostruire le abitazioni».

«Qui non c’è più niente», conferma a Francesca Caferri (la Repubblica, 22 gennaio) padre Gabriel Romanelli, missionario verbita. Nativo di Buenos Aires, prime esperienze in Egitto e in Giordania, il sacerdote è a Gaza dal 2019, dove è parroco della chiesa della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica della Striscia. Dice che ora la sua prima preoccupazione è quella di riaprire la scuola della parrocchia.

Preoccupazione comprensibile se si considera l’impatto devastante prodotto dalla guerra sull’educazione scolastica dei bambini palestinesi, un’educazione peraltro già altamente deficitaria prima di quest’ultimo conflitto. Quali sentimenti rimarranno nella loro testa rispetto a chi li ha ridotti a vivere così? Non pare azzardato ipotizzare almeno risentimento, ma più probabilmente vero e proprio odio nei confronti del nemico israeliano. «Tutti i bambini di Gaza – scrive l’Unicef – sono stati esposti alle esperienze traumatiche della guerra, le cui conseguenze dureranno tutta la vita».

Le colpe dei governanti

Il presidente palestinese Abu Mazen è in carica da vent’anni. Foto Freddie Everett – US State Department, 2022.

Il premier israeliano Benjamin Netanyhau ha trascorso 17 anni alla guida d’Israele. Foto Avi Ohayon – Government Press Office, 2023.

A Gaza, il governo fondamentalista di Hamas è stato fallimentare. In Cisgiordania l’anziano e inconcludente presidente palestinese Abu Mazen è in carica senza interruzione da vent’anni. I palestinesi meritano rappresentanti politici nuovi e migliori. Quanto agli israeliani, Benjamin Netanyahu è al suo terzo mandato per un totale di sei governi e diciassette anni al potere, gli ultimi caratterizzati anche da scandali e processi per corruzione. Del suo attuale governo fanno parte integrante alcuni partiti, noti per il loro fondamentalismo religioso (che trova nella Bibbia ebraica la giustificazione del loro agire) e politico (che si manifesta nell’ultranazionalismo e nell’ideologia antiaraba).

«Netanyahu e il suo governo – scrive ancora Anna Foa – devono pagare non solo per quello che hanno fatto ai palestinesi di Gaza, ma anche per quello che la loro politica ha comportato per la stessa Israele. Gli israeliani dovranno trattare con Hamas, colpevole della terribile strage del 7 ottobre, ma i palestinesi dovranno trattare con chi è colpevole di aver distrutto le loro case e ucciso le loro famiglie».

Paolo Moiola

Il missionario verbita Gabriel Romanelli è parroco a Gaza, nell’unica chiesa cattolica della Striscia. Foto Latin Patriarchat of Jerusalem.




Myanmar. Quattro anni di guerra civile

 

Nel conflitto civile che da quattro anni insanguina il Myanmar non si vedono spiragli di pace. In primis perché nessuno dei due contendenti in lotta – la giunta militare al potere e le forze di opposizione – è disposto a fare concessioni all’avversario, continuando a dichiarare di volerlo sconfiggere. In seconda battuta a causa dell’assenza della comunità internazionale che finora si è dimostrata impotente o indifferente. Con due eccezioni: Cina e Russia. Mentre, infatti, il blocco occidentale e gli Stati Uniti d’America hanno lasciato campo libero, le due potenze hanno continuato a sostenere la giunta militare al potere, al fine di tutelare i loro interessi strategici ed economici.

La Casa Bianca, nel tempo dell’amministrazione Trump, non sembra volersi coinvolgere per promuovere il ritorno della democrazia in Myanmar.
Nel 2022, il Congresso Usa aveva approvato il Burma Act, un provvedimento legislativo che autorizzava «l’assistenza umanitaria e il sostegno alla società civile» tramite un programma Usaid (United States agency for international development) volto ad assistere giovani esuli birmani nel loro percorso di istruzione e formazione.
Il presidente Trump, bloccando i finanziamenti all’agenzia governativa, ha fermato anche 45 milioni di dollari stanziati per oltre 400 studenti birmani che erano sostenuti tramite il Development and inclusive scholarship program dell’Usaid.

L’opposizione birmana e il governo in esilio, il National unity government (Nug), hanno incassato lo stop degli aiuti Usa con amarezza, puntualizzando che le forze della resistenza birmana non si fermeranno e che continueranno nella lotta fino al rovesciamento del regime.

Anche nelle giornate di analisi e riflessione organizzate a Roma dall’Associazione Italia-Birmania insieme, in occasione del quarto anniversario del golpe, all’inizio di febbraio, si è osservato con disappunto l’atteggiamento dell’Occidente che – focalizzato sulla guerra in Ucraina e sul conflitto in Medio Oriente – sembra aver dimenticato il quadrante del Sudest asiatico e la sofferenza del popolo birmano.

I quattro anni di guerra civile, gli ultimi due particolarmente cruenti, restituiscono ora il volto di un paese tormentato e deturpato da profonde ferite. Dal golpe che il 1° febbraio del 2021 ha rovesciato il governo democraticamente eletto, la nazione si ritrova a essere definita «il luogo più violento del mondo», come ha scritto l’Armed conflict location and event data project (Acled), organizzazione che monitora i conflitti nel mondo, rilevando oltre 50mila morti – tra i quali oltre 8mila civili -, più di 3,8 milioni gli sfollati e circa 23 milioni di cittadini interessati dal conflitto civile in corso, su una popolazione complessiva di 51 milioni di abitanti.
La popolazione è allo stremo, ha avvertito il Programma alimentare mondiale (Wfp) dell’Onu, prevedendo che oltre 15 milioni di persone soffriranno la fame nel 2025, sperimentando alti livelli di insicurezza alimentare, soprattutto nelle aree attraversate da scontri armati (in particolare negli Stati di Chin, Kachin e Rakhine, e nella regione di Sagaing). La crisi unitaria, si avverte, è destinata ad aggravarsi, anche perché le associazioni e Ong internazionali non hanno la possibilità e l’autorizzazione per soccorrere e portare aiuti ai civili.

In tale scenario la situazione sul terreno militare, nonostante il prosieguo dei combattimenti, sembra cristallizzarsi: da un lato, l’esercito birmano ha a disposizione, grazie ai rifornimenti dei potenti alleati, arsenali di armi pesanti, forze aeree, carri armati, e mantiene il controllo della parte centrale del Paese e delle grandi città come Mandalay, Naypyidaw, Yangon; dall’altro, le forze di opposizione hanno conquistato aree e municipalità nelle zone di confine, quelle che vengono orgogliosamente definite «zone liberate», cioè sottratte al potere della giunta, e controllano, secondo gli analisti, il 50% del territorio nazionale.

Intanto il regime militare al potere, che ha lanciato una campagna di reclutamento obbligatorio per rafforzare le fila dell’esercito, ha prolungato lo stato di emergenza fino a luglio 2025 e ha annunciato che entro l’anno terrà una tornata elettorale.
Si tratta, tuttavia, di un piano difficile da realizzare, dato che il censimento elettorale è stato possibile soltanto in 145 municipalità sulle 330 che compongono lo Stato, cioè meno della metà, e in zone abitate solo dalla gente dell’etnia maggioritaria, i bamar, in una nazione che si configura come multietnica e multiculturale.

La sola notizia positiva negli ultimi mesi è stata quella dell’accordo di cessate il fuoco, limitato alla regione del Nordest, siglato tra esercito e gruppi ribelli grazie alla mediazione della Cina che, come detto, tiene a tutelare i propri interessi commerciali e ha così ristabilito il traffici alla frontiera.

In un quadro di violenza generalizzata, la Chiesa cattolica ha registrato il tragico episodio dell’uccisione del primo sacerdote: si tratta di don Donald Martin Ye Naing Win, ucciso il 14 febbraio nella sua parrocchia di Nostra Signora di Lourdes dell’arcidiocesi di Mandalay, nella regione di Sagaing, nel Centro Nord del Paese, una delle aree maggiormente interessate da scontri e combattimenti.
A compiere il brutale omicidio (il prete è stato accoltellato e mutilato) un gruppo di miliziani di forze di difesa locali per motivi ancora tutti da chiarire. Sulla morte del religioso le Forze di difesa polare, che combattono sotto l’egida del National Unity Government e che controllano quella porzione di territorio in Sagaing, hanno aperto un’indagine arrestando un gruppo di dieci aggressori.

Paolo Affatato




Libano. Quaderno di guerra

 

Sabato, 25 gennaio 2025, Libano meridionale. Domani, stando agli accordi per il cessate il fuoco stipulati a novembre tra Israele e governo libanese, i soldati dell’Idf (Israel defense forces) dovrebbero ritirarsi dal Sud del Libano. Dopo 16 mesi, passati da rifugiati interni nel proprio Paese, migliaia di persone si preparano a tornare nelle proprie città.

Alì Ghaleb Kouteich è una di queste. Nato e cresciuto ad Houla, uno dei villaggi più a ridosso del confine con Israele, era proprietario di un supermercato, fino a che, a causa dei bombardamenti di Tel Aviv cominciati ad ottobre 2023, non ha dovuto evacuare come la totalità degli abitanti. Anche nel paese dove ha trovato rifugio, Alì ha aperto un supermercato ma, ora, alla vigilia del ritiro delle truppe israeliane, il suo unico pensiero è quello di tornare a casa. Ad Houla sono rimaste in piedi appena il 10 percento delle abitazioni, tutto il resto è stato distrutto dai bombardamenti. Nonostante questo, tutti sono pronti a tornare e a lavorare per una ricostruzione. Negli ultimi giorni, Alì ha deciso di raccogliere tutto quello che poteva dal suo negozio, aiuti di ogni genere da portare nella sua città natale per contribuire a questo nuovo inizio.

Una delle strade bombardate di Tiro. Con la sua splendida posizione sul mare, questa città del Sud del Libano era molto frequentata da turisti provenienti soprattutto dal mondo arabo. (Foto Angelo Calianno)

Domenica, 26 gennaio. Per impedire il ritorno degli abitanti di Houla, gli israeliani hanno fatto saltare in aria le strade creando crateri che rendano impossibile l’entrata delle auto. I libanesi non si danno per vinti, arrivando tutti a piedi. Alì è il primo ad entrare. Al suo arrivo però, trova i soldati dell’Idf ad attenderlo: hanno deciso di non rispettare gli accordi e continuare a presidiare il villaggio. Aprono il fuoco, Alì si accascia al suolo. Subito dopo, viene colpito anche un suo amico e, successivamente, anche due soccorritori. Nonostante il pericolo, uno dei fratelli di Alì decide di provare a salvarlo. Insieme ad un amico, riesce ad introdursi ad Houla con un piccolo motorino. I due afferrano il corpo di Alì, lo trascinano per un tratto di strada per poi caricarlo in mezzo a loro. Fuggono tra gli spari dei soldati israeliani. Purtroppo, però, per Alì non c’è più nulla da fare.

Ghassan è un giovane ingegnere, anche lui è di Houla, caro amico e vicino di casa di Alì. Ci racconta: «Con Alì siamo praticamente cresciuti insieme. Per lavoro o per studio, molti giovani lasciano il Sud, lui invece aveva deciso di rimanere. Era il più piccolo di dieci fratelli, suo padre era un’insegnante, e sua madre ha sempre lavorato la terra nella produzione del tabacco. Tutti, nel Paese, lo conoscevano come una persona pacifica, dal grande cuore. Nella sua vita non si era mai interessato di politica. Quando hanno evacuato Houla, lui è stato uno di quelli che ha cercato di rimanere fino alla fine, fin quando non è diventato troppo pericoloso. In seguito alla partenza forzata, anche fuori dal suo Paese, Alì continuava a frequentare i suoi concittadini: non vedeva l’ora di tornare. L’amore per la sua terra era così grande che, su Houla, ha scritto poesie meravigliose. Ora, dopo la sua morte e grazie ai social media, le sue parole stanno diventando sempre più conosciute. Una delle cose che più mi ha fatto male, è stato vedere come suo fratello ha dovuto provare a soccorrerlo, caricandolo su un motorino. Il video di quella scena mi ha fatto piangere».

La storia di Alì è solo uno dei numerosi esempi di quello che sta accadendo in questi giorni, nel Sud del Libano. Imboscate, attacchi e bombardamenti stanno colpendo tutti i villaggi da cui Israele avrebbe dovuto ritirare le sue truppe. Famoso è già diventato un video che mostra delle donne, nella cittadina di Maroun El Rais, mettersi di fronte ai carrarmati israeliani per impedirne l’entrata nel loro paese.

Nabatiye, un campo di calcio distrutto. Questo spazio è usato anche durante le funzioni religiose dell’Ashura. Il 28 gennaio, anche Nabatiye ha ripreso ad essere attaccata dall’Idf. Non essendoci più un posto davvero sicuro, molti dei rifugiati del Sud si sposteranno nei centri di accoglienza di Beirut. (Foto Angelo Calianno)

Martedì, 28 gennaio. Oggi si tengono molti dei funerali di chi ha provato a tornare a casa, rimanendo ucciso nel tentativo di farlo. Per molte famiglie è stato impossibile recuperare i corpi, così, molti genitori ora piangono su dei vestiti, l’unica cosa rimasta dei propri figli. Contemporaneamente ai funerali, alcuni razzi israeliani sono tornati anche a colpire Nabatiye, città che era stata già devastata prima del cessate il fuoco. Con il nuovo presidente al potere, sostenuto dall’Occidente, e con il forte indebolimento di Hezbollah, da due mesi totalmente sparito dal campo, le popolazioni del Sud del Libano si sentono abbandonate e senza una voce che possa difenderli.

Quando chiediamo ancora a Ghassan il perché di tutto questo e perché Israele, nonostante gli accordi, continui a occupare il Libano, lui ci risponde: «Storicamente, Israele ha sempre usato la forza contro di noi, anche quando non era necessario. Essendo molto avanzati tecnologicamente, potrebbero raggiungere i loro obiettivi senza il bisogno di uccidere. Invece, usano la violenza per farci del male e intimidirci. Secondo me, questo è il motivo di tutta questa distruzione nel Sud, in nessuna di quelle case bombardate c’era Hezbollah. Gli attacchi sono stati perpetrati per ricordarci la loro presenza, e di che cosa sarebbero capaci se osassimo ribellarci. Noi però non siamo solo numeri, non può esserci tutta questa ingiustizia. Ciò che sta accadendo deve essere raccontato e conosciuto in tutto il mondo».

Angelo Calianno