Terre rare. Tutti le vogliono.

Sommario

Miniera di Antofagasta, Cile © via Flickr

Non rare, difficili da estrarre

Geologia. Cosa sono e dove si trovano

Fanno parte dei materiali critici, elementi vitali per l’economia. Sono presenti in tutti i continenti, ma c’è uno squilibrio strategico tra chi le estrae e chi le raffina. La Ue vuole ridurre la dipendenza dall’import. Ma la sfida è enorme.

Nel panorama geopolitico contemporaneo, la sovranità tecnologica di una nazione non si misura più soltanto in termini di capacità produttiva, ma nel controllo degli elementi chimici onnipresenti nella nostra vita, benché invisibili. Spesso si parla genericamente di «terre rare», ma, come sottolinea l’esperto Nicola Mondillo, professore associato di Georisorse minerarie all’Università degli studi di Napoli Federico II, è fondamentale operare una distinzione terminologica tra queste e i metalli critici. Sebbene le terre rare rientrino in quest’ultima categoria, la definizione di materiali critici comprende un insieme più ampio di elementi ritenuti vitali per l’economia di una nazione o di una comunità, come l’Unione europea. E questo in ragione della loro importanza industriale e dell’elevato rischio legato all’approvvigionamento.

Caratteristiche chimiche e applicazioni

«Dal punto di vista chimico – spiega Mondillo – le terre rare comprendono un gruppo di 17 elementi collocati nella parte inferiore della tavola periodica, che spaziano dal lantanio al lutezio. La loro importanza non risiede in una reale scarsità geologica, poiché sono presenti in concentrazioni modeste in quasi tutte le rocce del pianeta, bensì nella rarità di giacimenti economicamente sfruttabili. Questi elementi rappresentano il motore silenzioso delle applicazioni high-tech: migliorano il funzionamento di smartphone, computer, sistemi grafici e satelliti, oltre a essere pilastri fondamentali per le tecnologie militari e per la transizione verso le energie rinnovabili».

Il monopolio strategico della Cina

L’attuale equilibrio mondiale è tuttavia segnato da un profondo sbilanciamento strategico. La Cina detiene oggi un monopolio pressoché assoluto, non solo sull’estrazione primaria, ma sull’intero ciclo produttivo (vedi approfondimento più avanti).

«Il giacimento di Bayan Obo, situato nella Mongolia interna – continua Mondillo – rappresenta il sito più rilevante a livello globale, seguito da altri distretti nel Sudest del Paese. La supremazia cinese è rafforzata da tecnologie di separazione degli elementi dai minerali estremamente economiche e dalla capacità di esportare manufatti semilavorati già pronti per le industrie estere.

Questa condizione rende difficile per altri Paesi, Italia compresa, immaginare una produzione competitiva: non avrebbe senso economico aprire una miniera in Europa per poi spedire la materia prima in Cina per la lavorazione e importarla nuovamente come prodotto finito».Un esempio emblematico di questa dipendenza è rappresentato dai magneti permanenti, componenti essenziali per la produzione di energia rinnovabile. Nonostante vengano prodotti su larga scala in Giappone, l’approvvigionamento delle materie prime necessarie resta saldamente ancorato ai depositi cinesi, i quali hanno un monopolio di fatto che condiziona l’intera filiera della green economy.

Al di fuori della Cina, i giacimenti più significativi e strategici sono operativi negli Stati Uniti, in Australia e in Scandinavia, lungo il confine con la Russia. Ulteriori riserve di grande potenziale geologico sono state individuate in America Latina, in particolare in Brasile, e in diverse aree dell’Africa centrale, dove sono in corso intense attività di esplorazione per diversificare le fonti di approvvigionamento globali.

Sfide tecniche e impatto ambientale

Le tecnologie di separazione chimica rappresentano il vero collo di bottiglia del settore. Le terre rare, infatti, si trovano spesso mescolate tra loro in minerali complessi e presentano proprietà chimiche molto simili, rendendo la loro distinzione un processo laborioso e costoso.

La tecnica più diffusa a livello industriale è l’estrazione con solvente, che sfrutta la diversa affinità degli elementi per fasi liquide differenti al fine di isolarli progressivamente.

Negli ultimi anni, la ricerca si è orientata verso metodi più sostenibili, come la cromatografia a scambio ionico e l’uso di membrane selettive, che garantiscono maggiore precisione e un minore impatto ambientale rispetto ai processi tradizionali adottati in Cina, spesso associati a gravi livelli di inquinamento.

In Europa, l’innovazione si sta concentrando anche sul recupero da materiali riciclati, nel tentativo di aggirare le criticità dell’estrazione mineraria primaria».

Italia ed Europa

In questo contesto, l’Italia occupa una posizione di osservatrice attenta, consapevole delle proprie risorse, limitate ma non trascurabili. Sul territorio nazionale sono state individuate concentrazioni elevate di terre rare, in particolare nella miniera di fluorite di Silius, in Sardegna. Sebbene tali concentrazioni non raggiungano i livelli dei depositi cinesi, rappresentano comunque un potenziale di interesse scientifico e strategico.

Oltre alle terre rare, la Penisola registra segnalazioni di titanio e rame in Liguria, nonché ulteriori giacimenti di fluoro e rame in Sardegna. Attualmente il Servizio geologico nazionale sta valutando programmi di esplorazione per quantificare l’effettiva consistenza di queste risorse nei diversi distretti del Paese.

«La spinta verso una parziale indipendenza mineraria – osserva l’esperto – è stata accelerata dal Critical raw materials act, una normativa europea pensata per ridurre la dipendenza dalle importazioni extra Ue. Gli eventi geopolitici recenti, come il conflitto tra Russia e Ucraina, hanno mostrato quanto sia vulnerabile il sistema industriale europeo: l’interruzione delle forniture di palladio e di materie prime per la ceramica ha rallentato interi comparti produttivi, evidenziando la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento. La ricerca europea di nuovi giacimenti non avviene solo sul suolo del nostro continente, ma si estende anche ad altri, al fine di garantire un flusso costante di materiali nei decenni a venire»

Prospettive future

Tuttavia, il percorso verso l’autonomia resta lungo e complesso. Mettere a regime una nuova miniera richiede tempi compresi tra i cinque e i dieci anni, un orizzonte che spesso entra in conflitto con l’urgenza delle esigenze industriali e strategiche. «L’Europa – conclude Mondillo – si trova di fronte a una sfida duplice: investire nell’innovazione dei processi estrattivi e, al contempo, costruire filiere industriali complete che consentano di trasformare il minerale grezzo in prodotti finiti sul proprio territorio. Solo attraverso questa visione integrata sarà possibile affrancarsi da un monopolio che oggi non è soltanto minerario, ma anche tecnologico e politico».

Enrico Casale

Parcheggio con colonnina di ricarica per auto elettriche. © Michael-Fousert-Unsplash

La nuova sovranità Nazionale

Economía. Il rapporto della Iea delinea le criticità per il futuro 

L’offerta di alcune terre rare è cresciuta più della domanda. E la Cina ha quasi il monopolio su alcune di esse. Regolando i flussi globali di tali materiali, ne governa il prezzo. Usa e Ue stanno investendo in produzione e raffinazione.

Le terre rare non sono più una semplice curiosità per addetti ai lavori, ma sono diventate il cuore pulsante della sovranità tecnologica e della transizione energetica mondiale. Definirle «le vitamine della moderna industria» è ormai quasi riduttivo: senza di esse, i motori dei veicoli elettrici, le turbine eoliche e i sistemi di puntamento della difesa avanzata rimarrebbero gusci vuoti. Tuttavia, dietro di esse si nasconde un mercato caratterizzato da una volatilità estrema e da un assetto di potere che sta mettendo a dura prova le diplomazie economiche di ogni continente.

Il paradosso economico del 2024

Secondo le analisi approfondite contenute nel Global critical minerals outlook 2025 pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), il mercato delle terre rare ha vissuto nell’ultimo biennio una fase di paradosso economico. Mentre la domanda globale di ossidi di terre rare per magneti permanenti – in particolare neodimio e praseodimio (NdPr) – è cresciuta dell’8% nel solo 2024, i prezzi hanno intrapreso una parabola discendente. Questa flessione non è il segnale di un minore interesse industriale, ma, piuttosto, il risultato di una complessa manovra di mercato. L’offerta è cresciuta a un ritmo superiore alla domanda, spingendo le quotazioni verso i minimi pre-pandemici. Questa dinamica ha un duplice effetto: se, da un lato, favorisce l’abbattimento dei costi di produzione per le tecnologie green, dall’altro, mette in ginocchio la redditività dei nuovi progetti estrattivi nati al di fuori del territorio cinese, i quali, gravati da costi operativi e di capitale più elevati, faticano a competere con i prezzi imposti dai leader di mercato.

La catena del valore

Il dominio della Repubblica popolare cinese rimane, infatti, l’elemento centrale dell’equazione economica globale. Nonostante gli sforzi internazionali di diversificazione, Pechino continua a esercitare un controllo quasi totale su ogni fase della catena del valore. Nel 2024, la Cina ha garantito il 60% della produzione mineraria mondiale e, dato ancora più significativo, ha gestito il 91% della raffinazione globale delle terre rare destinate ai magneti. Questo controllo non è frutto del caso, ma di una strategia pluridecennale che ha visto il consolidamento dell’industria cinese sotto colossi statali come il China rare earth group. Attraverso un sistema rigoroso di quote di estrazione e lavorazione, la Cina è in grado di regolare i flussi globali, influenzando i prezzi e, di conseguenza, la sostenibilità finanziaria dei suoi concorrenti occidentali. Nel corso degli ultimi mesi, Pechino ha ulteriormente inasprito la sua posizione introducendo nuove restrizioni all’esportazione di tecnologie critiche per la separazione dei minerali, e normative più severe sulla tracciabilità, trasformando di fatto queste risorse in una leva di negoziazione geopolitica senza precedenti.

Rischi di fornitura

In questo scenario, emerge con forza il rischio legato a fornitori esterni al blocco cinese, ma fragili. Il Myanmar (ex Birmania), ad esempio, è diventato una pedina fondamentale ma instabile, fornendo circa il 45% delle terre rare pesanti utilizzate globalmente nel 2024. Tuttavia, il rapporto della Iea evidenzia che le miniere birmane sono caratterizzate da elevati rischi di interruzione a causa dei conflitti civili interni e di standard ambientali e sociali pressoché nulli.

La dipendenza da flussi transfrontalieri informali tra Myanmar e Cina rappresenta un punto di vulnerabilità sistemica: un blocco prolungato in questa regione potrebbe causare un’impennata dei costi, con ricadute immediate sui prezzi finali dei veicoli elettrici, che potrebbero aumentare del 40-50%.

Strategie occidentali

Per contrastare questo monopolio di fatto, le potenze occidentali hanno avviato una corsa contro il tempo sotto l’ombrello strategico del «derisking». Gli Stati Uniti, attraverso l’Inflation reduction act, e l’Unione europea, con il Critical raw materials act, hanno stanziato risorse miliardarie per incentivare la nascita di filiere domestiche. L’obiettivo è chiaro: portare la quota di produzione e raffinazione extra cinese a livelli di sicurezza entro il 2030.

L’Australia si sta confermando un attore chiave in questo processo, con progetti che mirano a coprire quote significative della domanda mondiale.

Tuttavia, la sfida non è solo estrattiva, ma chimica. La separazione delle terre rare è un processo estremamente complesso e inquinante, che richiede competenze tecniche che la Cina ha affinato per quarant’anni e che l’Occidente deve ora ricostruire da zero, affrontando al contempo normative ambientali molto più stringenti.

Il ruolo dell’economia circolare

Una delle frontiere più promettenti per allentare la morsa del monopolio cinese è rappresentata da economia circolare e riciclo. Il Global critical minerals outlook 2025 stima che, entro il 2035, il riciclo dei magneti dai motori a fine vita e dalle turbine eoliche potrebbe coprire fino al 10-15% del fabbisogno globale di terre rare pesanti. L’innovazione nei processi di riciclo «short-loop», che permettono di rigenerare i magneti senza dover separare i singoli elementi chimici, promette di abbattere i consumi energetici e le emissioni di CO2 rispetto all’estrazione mineraria primaria. Tuttavia, affinché il riciclo diventi un pilastro economico solido, sono necessari investimenti massicci in infrastrutture di raccolta e politiche che rendano economicamente vantaggioso il recupero rispetto all’acquisto di materia prima vergine a basso costo.

La sfida della stabilità dei prezzi

Guardando alle prospettive di lungo periodo, la Iea prevede che la domanda di terre rare per magneti permanenti raddoppierà entro il 2040, raggiungendo le 120mila tonnellate annue per soddisfare gli obiettivi degli accordi sul clima.

Sebbene la quota di mercato della Cina nella raffinazione sia destinata a scendere lentamente, si stima che rimarrà superiore al 70% per tutto il prossimo decennio. Questo significa che il mercato globale resterà strutturalmente esposto a decisioni unilaterali e tensioni commerciali.

La vera sfida per l’industria globale non sarà solo estrarre più minerali, ma costruire un sistema di prezzi trasparenti e stabili che possano incentivare gli investimenti in nuovi siti produttivi anche nei momenti di ribasso del mercato.

La nuova sovranità

La transizione energetica non è quindi un percorso privo di ostacoli, ma un terreno di scontro nel quale tecnologia e finanza si fondono con strategia militare e politica.

La stabilità del futuro energetico mondiale dipenderà dalla capacità delle nazioni di collaborare nella creazione di filiere trasparenti, sostenibili e, soprattutto, diversificate.

Senza una reale autonomia nella raffinazione e una spinta decisa verso il riciclo, la rivoluzione verde rischia di rimanere legata a doppio filo alle decisioni di un unico attore globale, rendendo la sicurezza energetica del domani vulnerabile quanto lo è stata quella basata sui combustibili fossili nel secolo scorso. Il messaggio di questi anni è inequivocabile: l’indipendenza mineraria è la nuova forma della sovranità nazionale.

Enrico Casale

Un sito minerario di Centinela ad Antofagasta, in Cile. © Antofagasta Minerals via Flickr

Un super tasso di crescita

Il mercato mondiale delle terre rare

Il mercato mondiale dei metalli delle terre rare ha superato il valore di 6,8 miliardi di euro nel 2025 e, probabilmente, raggiungerà gli 11,9 miliardi di euro entro la fine del 2035, sostenuto da una crescita annuale del 6,5%. Secondo l’analisi pubblicata da Rn (Research nester), l’espansione del settore è trainata principalmente dalla transizione verso le tecnologie pulite e dalla miniaturizzazione dell’elettronica, con una domanda di cobalto e terre rare destinata a crescere del 60% entro il 2040.

Il comparto dell’estrazione primaria (cioè l’estrazione dalle miniere) detiene la quota maggiore del mercato, pari all’85,6%, grazie al ruolo fondamentale di questi materiali nei sistemi di energia rinnovabile, nell’elettronica di alta tecnologia e nelle infrastrutture per la difesa. La regione dell’Asia-Pacifico si conferma l’area dominante e si prevede che manterrà una quota del 45,2% entro il 2035, grazie alla leadership della Cina nella raffinazione e ai progetti minerari in Australia, seguiti dalle iniziative per i veicoli elettrici in India e dalle basi manifatturiere avanzate in Giappone e Corea del Sud.

Al contrario, l’Europa si distingue come il mercato con il tasso di crescita più rapido, focalizzandosi sulla produzione a valle per turbine eoliche e mobilità elettrica. Il settore dei magneti permanenti rimane l’applicazione principale delle terre rare in Europa, poiché utilizza circa il 90% della produzione di neodimio e disprosio. Tra i principali attori globali che guidano il mercato figurano società come l’australiana Lynas rare earth e la cinese Ganzhou Giandong rare earths group, quest’ultima con una quota superiore al 23%.

La crescita del comparto riflette anche il rafforzamento delle politiche industriali in Nord America, dove il sostegno del Fondo monetario internazionale e i finanziamenti federali negli Stati Uniti stanno accelerando l’elettrificazione dei trasporti. Nonostante la Cina controlli ancora oltre l’80% della capacità di raffinazione globale, i nuovi progetti in Vietnam, Brasile e Canada segnalano un tentativo del Paese e dei suoi alleati di diversificare le fonti di approvvigionamento. La crescita dell’industria delle terre rare consolida un percorso di sviluppo che vede questi elementi chimici al centro della competizione geopolitica e tecnologica mondiale.

En.Cas.

Un circuito integrato montato su una basetta con altri componenti © Bermix Studio via Unsplash

Dall’artico ai tropici

Geopolitica delle risorse 

L’importanza di Taiwan, terminale tecnologico. Gli Usa che cercano di recuperare il tempo perduto sviluppando la produzione interna e moltiplicando contratti con la Rd Congo. La Groenlandia, isola strategica per le risorse. E l’Africa, con riserve immense ancora inesplorate.

La corsa globale ai minerali critici in Africa è diventata, nell’ultimo decennio, uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Questa sfida non riguarda solo l’approvvigionamento di materie prime, ma ha implicazioni dirette e profonde per la transizione energetica, la sovranità digitale e la sicurezza nazionale.

In questo scenario, il continente africano si ritrova prepotentemente al centro delle nuove catene di approvvigionamento globali, non più solo come fornitore passivo, ma come scacchiere su cui si giocano i futuri equilibri di potere.

La geopolitica delle risorse si sta ridefinendo attorno ai minerali critici, considerati «i nuovi petroli» del XXI secolo, essenziali per la decarbonizzazione, la sicurezza tecnologica e l’industria della difesa. Missioni Consolata ha approfondito questi temi con Paolo Gila e Maurizio Mazziero, esperti di mercati e autori del volume «Geopolitica delle Terre Rare. La sfida strategica per la nuova rivoluzione industriale: protagonisti e investimenti» (Hoepli editore, 2026).

Il predominio della Cina

«La Cina – spiega Paolo Gila – esercita, da anni, un ruolo predominante, quasi assoluto, nella filiera delle terre rare e dei minerali critici». Sebbene Pechino, secondo i dati forniti dalla Iea, controlli direttamente poco meno del 60% dell’estrazione mineraria globale, la sua reale forza risiede nelle fasi successive della catena del valore. La quota di mercato cinese sale infatti drasticamente al 91% per quanto riguarda sia la raffinazione chimica dei minerali, sia la produzione di magneti permanenti, componenti fondamentali per i motori delle auto elettriche e per le turbine eoliche. «Questo significa che la Cina controlla di fatto il mercato con un ruolo da monopolista», aggiunge Gila.

A partire dall’ottobre 2024, Pechino ha ulteriormente stretto le maglie del controllo, varando una serie di regolamenti volti a proteggere le forniture interne in nome della sicurezza nazionale. «Fra questi nuovi provvedimenti – continua l’autore – viene sancita in modo inequivocabile l’appartenenza allo Stato di queste risorse e la supervisione diretta del Governo centrale su ogni aspetto dello sviluppo industriale e degli scambi commerciali con l’estero. In pratica, la Cina ha costruito un’infrastruttura normativa che le permette di condizionare la fornitura mondiale a proprio piacimento, utilizzandola come una vera e propria arma di pressione geopolitica nei confronti dei competitor occidentali».

Un villaggio vicino a Pond, in Greonlandia. – © Visit Greenland via Unsplash

Taiwan: il cuore tecnologico della contesa

In questo complesso mosaico, anche Taiwan (la Repubblica di Cina) svolge un ruolo fondamentale, pur avendo una natura diversa rispetto ai giganti minerari.

Taiwan non è direttamente impegnata nell’estrazione su larga scala o nella prima lavorazione dei minerali grezzi, ma rappresenta il terminale tecnologico più avanzato della filiera. «Diciamo – osserva Gila – che questo Paese è un fruitore di minierali strategici di importanza sistemica. Taiwan possiede una filiera industriale d’eccellenza che ha il suo cuore pulsante nella Tsmc (Taiwan semiconductor manufacturing company), la più grande e avanzata fonderia di chip al mondo».

Il settore dei microcircuiti è estremamente sensibile alle dinamiche del mercato delle terre rare, poiché questi elementi sono indispensabili nei processi produttivi dei componenti elettronici miniaturizzati. L’economia di Taiwan, che vanta un Pil di circa 760 miliardi di dollari, è strutturalmente basata sulle esportazioni di alta tecnologia, dove i chip rappresentano la quota più rilevante e strategica. «È evidente – aggiunge Gila – che Cina e Stati Uniti, i suoi principali partner commerciali, se ne contendano l’influenza.

Oltre agli interessi puramente economici, pesano tensioni geopolitiche storiche. Pechino mira a integrare l’isola nel proprio perimetro sovrano anche per eliminare la presenza delle forze armate statunitensi che oggi presidiano l’area, garantendo la libertà di navigazione in uno dei tratti di mare più trafficati al mondo».

La risposta degli Stati Uniti

Nella rincorsa globale alle terre rare, gli Stati Uniti stanno tentando di reagire con investimenti massicci dopo anni di relativa inerzia. I dati più recenti forniti dall’Usgs (United states geological survey) stimano le riserve di terre rare sul suolo americano in circa due milioni di tonnellate; una cifra significativa, ma molto lontana dalle 44 milioni di tonnellate attribuite alla Cina. Tuttavia, lo sforzo produttivo è innegabile: nel 2025 gli Stati Uniti hanno estratto 51mila tonnellate di terre rare, segnando un netto incremento rispetto alle 45.500 del 2024. Nonostante ciò, la produzione statunitense resta inferiore a un quinto di quella cinese.

«Il problema principale – sottolinea Maurizio Mazziero – è che gran parte dei minerali estratti oggi negli Stati Uniti devono comunque essere inviati in Cina per i processi di raffinazione e separazione chimica, poiché l’Occidente ha smantellato per decenni le proprie capacità industriali in questo settore a causa dei costi e dell’impatto ambientale.

Questo paradosso rende Washington ancora dipendente da Pechino». L’ascesa geopolitica della Cina e la sua assertività in Asia hanno però fatto scattare l’allarme a Washington. Per recuperare il terreno perduto, il governo statunitense sta adottando una strategia aggressiva: entra direttamente nel capitale delle aziende minerarie, finanzia la riapertura di siti storici come Mountain Pass e investe nel ripristino di una filiera di raffinazione interna e sicura.

Minatori in una miniera artigianale in Repubblica democratica del Congo. – © Responsible Sourcing Network_Flickr

Il caso del Congo

Gli Stati Uniti non si limitano agli investimenti interni, ma sviluppano iniziative su scala globale attraverso accordi bilaterali con altri Paesi, e strategie integrate che combinano diplomazia e supporto tecnologico.

Un esempio concreto di questa nuova postura è l’accordo siglato tra la Repubblica democratica del Congo e la società statunitense Atlas Park. Questo partenariato prevede l’utilizzo dell’intelligenza artificiale avanzata per l’esplorazione mineraria. Attraverso l’analisi predittiva dei dati geologici, è possibile individuare nuovi giacimenti con una precisione impensabile fino a qualche anno fa, orientando i flussi di capitale verso i siti più promettenti. Questo dimostra come la competizione non sia più basata esclusivamente sull’accesso fisico alle miniere, ma sulla capacità tecnologica di mappare, prevedere e gestire le risorse in modo digitale.

La Groenlandia: risorse, logistica e difesa

In questo contesto di espansione si inseriscono anche le mire strategiche di Washington sulla Groenlandia, un territorio che sta assumendo una rilevanza senza precedenti. «Gli Stati Uniti – osserva Paolo Gila – non hanno mai fatto mistero di considerare la Groenlandia un’area di interesse vitale per la sicurezza nazionale». Le ragioni di questo interesse sono molteplici e stratificate. In primo luogo, l’isola è «un continente bianco» che custodisce riserve minerarie quasi intatte di uranio, grafite e terre rare, materie prime essenziali per l’industria bellica e civile americana.

In secondo luogo, il riscaldamento globale sta rendendo l’Artico navigabile per periodi più lunghi, aprendo nuove rotte commerciali che potrebbero rivoluzionare i trasporti mondiali. La Groenlandia possiede circa 45mila chilometri di coste dove potrebbero sorgere porti logistici in grado di accorciare i tempi di percorrenza verso l’Europa del 30% rispetto alle rotte tradizionali.

Sotto il profilo militare, l’isola rappresenta un avamposto insostituibile per monitorare le attività russe nell’Artico, rese più minacciose dal dispiegamento di nuove armi come i missili Burevestnik e i sottomarini Poseidon.

Infine, vi è una motivazione legata all’economia dei dati: l’intelligenza artificiale richiede data center immensi che generano calore estremo, che sarebbe, quindi, conveniente installare in quelle terre.

L’Europa alla ricerca di una rotta

L’Unione europea, al contrario dei due giganti, si trova in una posizione di rincorsa e debolezza strutturale. «Pur essendo state scoperte proprio in Europa (molte terre rare prendono il nome da località svedesi), oggi il vecchio continente non possiede impianti estrattivi di rilievo», ricorda Maurizio Mazziero. I dati dell’Usgs confermano che nessun Paese europeo figura tra i primi 15 produttori mondiali. Tuttavia, la speranza risiede nei nuovi progetti in Scandinavia e nelle recenti rilevazioni geologiche. Anche l’Italia ha un ruolo potenziale: il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha confermato la presenza di minerali critici in Sardegna, Toscana, Campania e nell’arco alpino. «Resta però da capire – avverte Mazziero – se queste risorse siano effettivamente sfruttabili. Lo studio Ispra si è limitato a mappare la presenza fisica; serviranno ulteriori approfondimenti per valutare la convenienza economica dell’estrazione, tenendo conto delle rigide normative ambientali europee».

L’Africa e il Piano Mattei

Protagonista del futuro minerario potrebbe diventare l’Africa. Stime fatte da istituti di ricerca come l’Ileri di Parigi indicano che il continente possiede riserve immense ancora inesplorate. «Finora – spiegano Gila e Mazziero – il Sudafrica è stato il leader, ma Paesi come Angola, Uganda e, soprattutto, Repubblica democratica del Congo offrono opportunità gigantesche». Tuttavia, questa ricchezza è spesso maledetta: l’Africa centrale rimane una delle aree più instabili del mondo, dove le potenze globali alimentano tensioni locali per mantenere il controllo delle risorse. In questo scenario, l’Italia cerca di inserirsi con il Piano Mattei, proponendo un modello di cooperazione non predatorio. L’obiettivo italiano è promuovere l’attività estrattiva trasformativa: non limitarsi cioè a prelevare il minerale grezzo, ma aiutare i Paesi africani a sviluppare impianti di prima lavorazione in loco. Questo approccio permetterebbe di creare valore aggiunto, posti di lavoro qualificati e stabilità economica, offrendo una alternativa concreta alla dipendenza dalla Cina e contribuendo, nel lungo periodo, a governare i flussi migratori attraverso lo sviluppo locale.

Enrico Casale

Il sito minerario di Mountain pass, in
California, nel 2022. © By Tmy350 – Own work, CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Usa e Ue alla rincorsa 

Parla l’esperto di geoeconomia dell’Ispi

Nel cuore della transizione ecologica e digitale si nasconde un paradosso geologico e industriale che sta ridisegnando gli equilibri di potere tra le grandi potenze: il dominio delle terre rare. Alberto Prina Cerai, Research fellow presso l’Osservatorio di geoeconomia dell’Ispi (Istiuto per gli studi di politica internazionale) delinea una mappa complessa dove la geologia si intreccia con la sicurezza nazionale.

Se la Cina ha saputo costruire un’egemonia quasi trentennale, l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti e seguito a distanza dall’Unione europea – sta tentando oggi una difficile risalita, segnata da perdite di competenze tecnologiche e costi energetici proibitivi.

Il caso americano

Gli Stati Uniti non sono sempre stati dipendenti dall’Asia. Al contrario, fino alla metà degli anni Novanta, erano i leader mondiali del settore estrattivo. Il perno di questa supremazia era il sito di Mountain pass, in California, gestito dalla Molycorp corporation. Tuttavia, come spiega Prina Cerai, una tempesta perfetta di fattori diversi ha portato al declino: «Per una serie di restrizioni ambientali imposte dal Dipartimento dell’interno e dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense (Epa), in seguito anche a incidenti di dispersione di agenti chimici, furono costretti a chiudere». Questo vuoto è stato colmato da un ingresso aggressivo della Cina, che ha offerto materiali a costi ridotti alle aziende americane.

Oggi, Washington si trova così in una posizione geologica favorevole, ma tecnologicamente precaria. Gli Usa possiedono riserve sostanziose posizionandosi tra i primi dieci Paesi al mondo per depositi conosciuti. «Il grosso problema – avverte Prina Cerai – è che nel corso di questi venticinque anni hanno perso il controllo della tecnologia». Con la chiusura delle miniere, si sono evaporate anche le conoscenze metallurgiche necessarie per la raffinazione, il processo più critico e inquinante della filiera.

Dal 2017, il sito di Mountain pass è stato riaperto sotto l’insegna Mp Materials, beneficiando di ingenti investimenti pubblici, inclusi quelli del Pentagono. L’obiettivo è ambizioso: ricostruire l’intera catena del valore, dall’estrazione alla produzione finale di magneti. Tuttavia, gli ostacoli rimangono: i giacimenti americani sono ricchi di terre rare «leggere», mentre il mercato richiede sempre più quelle «pesanti», più difficili da estrarre ed economicamente pregiate.

Difesa e aerospazio

Non è solo una questione di smartphone o auto elettriche, oggi i driver della politica mineraria americana sono la difesa e l’aerospazio. L’industria bellica e aerospaziale dipende strettamente da leghe speciali e componenti avanzati prodotti quasi esclusivamente in Cina.

Pechino è consapevole di questa leva e ha già iniziato a muovere le proprie pedine attraverso controlli all’esportazione. «La Cina non ha proibito le esportazioni – spiega Prina Cerai -, ma non concede licenze alle sue aziende esportatrici se è dimostrato che vanno a rifornire l’industria della difesa americana, che rappresenta un evidente rischio per la sua sicurezza nazionale». È una guerra di licenze e burocrazia che può paralizzare la produzione di jet da combattimento o satelliti in Occidente.

L’Europa al bivio: grandi piani, pochi fondi

L’Unione europea osserva con preoccupazione, consapevole di essere indietro rispetto ai due colossi. La risposta di Bruxelles è affidata all’European critical raw materials act, un regolamento che fissa obiettivi ambiziosi per il 2030 rispetto al fabbisogno europeo: il 10% di estrazione interna, il 40% di raffinazione e il 25% di riciclo. Inoltre, si punta a non dipendere per più del 65% da un singolo fornitore extracomunitario.

Tuttavia, tra il dire e il fare ci sono ostacoli strutturali. «Languono i finanziamenti, e il costo dell’energia sarà la grande variabile», avverte Prina Cerai. La raffinazione delle terre rare e dei materiali critici è un processo chimico-metallurgico che richiede quantità enormi di energia, un «prodotto» che in Europa è diventato un lusso. Raggiungere tutti i target entro il 2030 è considerato «molto complicato» dall’analista dell’Ispi, date le tempistiche necessarie per aprire una nuova miniera o costruire un impianto di raffinazione.

Nonostante lo scetticismo sui tempi, Prina Cerai sottolinea un aspetto positivo: «L’Unione europea ha cominciato a ragionare nel medio lungo periodo e ciò apre spazi nuovi per il futuro. L’interesse delle industrie strategiche è alto, e la direzione politica è ormai tracciata verso una maggiore autonomia strategica, anche se la strada sarà lunga e costosa».

Una collaborazione transatlantica fragile

Formalmente, mancano accordi bilaterali solidi sulle materie prime critiche tra Washington e Bruxelles. Sebbene ci sia una condivisione d’intenti nel limitare lo strapotere cinese, le priorità stanno divergendo. L’Europa resta legata al Green deal, mentre gli Stati Uniti, specialmente sotto certe amministrazioni, si focalizzano quasi esclusivamente sulla difesa.

In conclusione, la battaglia per le terre rare è una sfida di civiltà industriale. L’Occidente deve decidere se è disposto a pagare il prezzo – ambientale ed economico – del ritorno alla produzione mineraria o se preferisce rimanere ostaggio delle licenze di esportazione di Pechino. Come ricorda Alberto Prina Cerai, la geologia è un destino, ma solo se la tecnologia e la volontà politica non fanno nulla per provare a cambiarlo.

En.Cas.

Foto satellitare del sito minerario di Bayan Obo, in Cina – © da Google maps

Vale più l’export che la guerra
La Cina, padrona delle terre rare 

La Cina ha investito per decenni nello sviluppo della filiera. Oggi è in netto vantaggio sugli altri Paesi. In qualche caso in posizione monopolistica. Le terre rare sono diventate così un sofisticato strumento di geopolitica. Meglio delle armi.

Siamo nel 2010. Un peschereccio cinese e due unità della guardia costiera giapponese si scontrano nei pressi delle isole Senkaku, che Pechino rivendica col nome di Diaoyu. Ne scaturisce una crisi diplomatica. La Cina blocca per due mesi le esportazioni di terre rare verso il Giappone, che all’epoca dipende dal suo vicino per oltre il 90% delle importazioni di questi elementi cruciali.

Il «potere» delle terre rare

È il primo, vero, shock strategico: Tokyo e molti altri Paesi si sono resi conto in quel momento del potere negoziale accumulato da Pechino. Fin lì, le economie occidentali avevano considerato le materie prime come una risorsa facilmente accessibile sul mercato globale, senza interrogarsi troppo su chi controllasse realmente la filiera. La globalizzazione aveva spinto le aziende dei Paesi più ricchi a spostare in quelli del Sud le attività più inquinanti e meno redditizie – come l’estrazione e la raffinazione dei minerali -, mentre Stati Uniti ed Europa si concentravano su progettazione, innovazione e servizi.

La Cina, invece, faceva esattamente l’opposto: accettava i costi ambientali, investiva massicciamente nella capacità produttiva e costruiva un sistema integrato che oggi domina il mercato.

Gli effetti di quanto accaduto in quel 2010 si vedono ancora chiaramente, con la Cina che resta la principale regista di una filiera che ha costruito con meticolosa pazienza nel corso di quasi mezzo secolo.

Il Partito comunista aveva posto le basi del dominio cinese negli anni Ottanta. «Il Medio Oriente ha il petrolio, noi abbiamo le terre rare», recita una famosa frase che sarebbe stata pronunciata dall’allora leader Deng Xiaoping nel 1987, durante una visita nell’immenso giacimento di Bayan Obo (traducibile in «città del cervo»), nella Mongolia interna (regione autonoma della Cina).

Ancora oggi, Bayan Obo è il cuore pulsante del dominio cinese nel settore.

Raffinazione

Le terre rare non si trovano solo nella Repubblica popolare, che possiede circa il 36% delle riserve globali. Il vero potere di Pechino risiede nella capacità di raffinazione. Circa l’80-90% della capacità mondiale di trasformazione di questi metalli è concentrata in impianti cinesi. Anche quando i minerali vengono estratti altrove, devono quasi sempre passare per la Cina per diventare utilizzabili dall’industria high-tech.

Pechino ha, peraltro, «occupato» nel tempo tutti gli snodi estrattivi più strategici del pianeta, anticipando di diversi anni i Paesi occidentali.

L’esempio più eclatante è la Repubblica democratica del Congo, che detiene il 70% delle riserve mondiali di cobalto, fondamentale per la produzione di batterie agli ioni di litio. Le aziende cinesi hanno assunto una posizione di controllo quasi monopolistico sul cobalto del Paese africano. Si stima che Pechino controlli circa l’80% della produzione di questo metallo nella Rdc, in particolare dopo il maxi accordo da 9 miliardi di dollari del 2008 tra il governo congolese e un consorzio di imprese.

Gli investimenti cinesi spesso seguono un modello di «infrastrutture in cambio di minerali», che permette di assicurarsi forniture stabili per decenni, superando la concorrenza delle aziende occidentali frenate da rischi giurisdizionali e standard ambientali più stringenti. Nel 2024, è stata firmata una rinegoziazione dell’accordo iniziale che prevede un investimento cinese di 7 miliardi di dollari in infrastrutture stradali nei prossimi 20 anni.

Sudest asiatico

Nel Sudest asiatico, la Cina ha utilizzato un approccio diverso, puntando sulla lavorazione in loco per aggirare i divieti di esportazione. In particolare, l’Indonesia è diventata il perno della strategia cinese per il nichel. In poco più di un decennio, la Cina ha investito oltre 14 miliardi di dollari nel Paese, costruendo giganteschi distretti industriali come il Morowali industrial park.

Quando Giacarta ha imposto il divieto di esportazione del minerale grezzo per favorire l’industria locale, le aziende cinesi erano già pronte con fonderie e impianti di raffinazione in loco, integrando di fatto la produzione indonesiana nella catena del valore di Pechino. Oggi, la Cina controlla circa il 48% della produzione mondiale di nichel attraverso le sue sussidiarie indonesiane.

Sudamerica

In Sudamerica, la competizione si sposta sul «Triangolo del litio» (Cile, Argentina e Bolivia), risorsa chiave per le batterie per veicoli elettrici.

Pechino ha investito oltre 16 miliardi di dollari nella regione tra il 2018 e il 2024. In Bolivia, la Cina ha recentemente siglato accordi miliardari per lo sfruttamento dei vasti giacimenti, battendo la concorrenza internazionale grazie a un approccio che combina investimenti diretti e supporto tecnologico statale.

In Argentina, il gigante delle batterie Catl ha siglato un accordo storico con l’Argentina Ypf per il giacimento. Salar del hombre muerto, prevedendo un investimento di 1,4 miliardi di dollari per produrre 30mila tonnellate annue di litio entro il 2028.

Nel frattempo, Ganfeng lithium (azienda cinese) gestisce i progetti Pozuelos e Pastos grandes con investimenti per quasi un miliardo di dollari.

In Cile, la cinese Tianqi lithium detiene una quota strategica del 24% del grande produttore Sqm. Questa presenza radicata permette alla Cina di controllare anche le fasi successive della catena del valore, dalla produzione di catodi alla fabbricazione delle celle per batterie.

Area di ricarica per vetture elettriche – © Michael Marais via Unsplash

Controllo regolatorio

Da qualche anno, la Cina ha adottato una strategia più assertiva, in ottemperanza al mantra della «sicurezza nazionale», onnipresente nell’era del «nuovo timoniere» Xi Jinping.

Pechino ha riorganizzato gradualmente il settore, consolidando la produzione sotto grandi conglomerati statali e introducendo sistemi di quote e licenze. Le misure sono state spesso giustificate da ragioni ambientali o di controllo delle esportazioni di materiali a possibile «doppio utilizzo» civile e militare. In realtà, le norme hanno permesso a Pechino di controllare l’offerta globale di terre rare. In sostanza, il dominio cinese non è più solo quantitativo: diventa anche regolatorio. La Cina potrebbe decidere quanto produrre, come distribuire e a chi vendere, modulando l’offerta attraverso norme flessibili, senza ricorrere a interventi drastici, ma adattando le regole alle circostanze del momento.

Nel settembre 2023 sono entrate in vigore delle restrizioni all’export di gallio e germanio, due metalli fondamentali per la produzione di microchip avanzati su cui Pechino è arrivata a contare rispettivamente il 94% e il 75% della produzione mondiale.

Dal 2024 le terre rare sono passate quasi completamente sotto l’ombrello statale. Scopo: proteggere le forniture in nome della sicurezza nazionale, controllando in modo sempre più diretto il flusso verso l’esterno. Tanto che, da qualche tempo, i viaggi dei maggiori esperti del settore vengono limitati e controllati.

Il neodimio e i magneti permanenti

Tutto questo dà alla Cina un enorme potere negoziale su un ampio spettro di snodi cruciali per la transizione energetica, la tecnologia verde e la difesa.

Qualche esempio? Il neodimio è un componente essenziale nella produzione di magneti permanenti ad alte prestazioni. Senza questi non funzionerebbero molte delle tecnologie su cui si regge l’economia contemporanea: dai motori dei veicoli elettrici alle turbine eoliche, passando per hard disk, sensori industriali e dispositivi elettronici di uso quotidiano.

La sua importanza non si esaurisce però in ambito civile. Anche nel settore della difesa il neodimio è diventato indispensabile, trovando impiego in radar avanzati, sistemi di guida per missili, droni, componenti avionici e attuatori di precisione. In questo contesto, il vantaggio cinese non si limita all’estrazione o alla raffinazione: Pechino controlla soprattutto la fase più critica della filiera, quella della produzione dei magneti, vero snodo tecnologico dove si concentra il valore aggiunto.

Terre rare pesanti

Ancora più delicata è la posizione delle cosiddette terre rare pesanti, in particolare disprosio e terbio. Questi elementi consentono ai magneti di mantenere le proprie caratteristiche anche a temperature elevate, condizione indispensabile per il funzionamento di molti sistemi avanzati, sia civili sia militari. Senza il loro apporto, motori elettrici e dispositivi strategici perderebbero efficienza o smetterebbero del tutto di operare in contesti estremi.

È proprio in questo segmento che la Cina esercita un controllo quasi totale: la capacità globale di raffinazione delle terre rare pesanti è concentrata entro i suoi confini. Questo dominio spiega la scelta di Pechino di inserire proprio questi materiali tra i primi soggetti a restrizioni all’export. La loro scarsità relativa e la difficoltà di sostituirli rendono, infatti, questi elementi strumenti particolarmente efficaci di pressione.

L’idea che le terre rare possano trasformarsi in una leva geopolitica decisiva si è rafforzata con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la ripresa della guerra commerciale già avviata durante il suo primo mandato da presidente degli Stati Uniti. Ogni fase di tensione tra Washington e Pechino riporta al centro il tema della dipendenza occidentale da questi materiali. La Cina è diventata sempre più esplicita e convinta nell’utilizzare questa posizione di vantaggio, introducendo controlli selettivi sulle esportazioni, concentrandosi sugli elementi più difficili da rimpiazzare e più critici per le tecnologie avanzate.

E, attenzione, la Cina vuole ulteriormente rafforzare la sua presa. Lo scorso marzo, l’Assemblea nazionale del popolo (il cosiddetto «parlamento cinese») ha approvato il nuovo piano quinquennale 2026-2030. Nel documento strategico, Pechino ha elevato la «sicurezza dei materiali strategici» allo stesso livello di priorità della sicurezza energetica e alimentare.

Materie prime e potere politico

Un segnale chiaro: in un mondo caratterizzato da turbolenze geopolitiche e instabilità economica, il controllo delle materie prime critiche equivale a controllare la produzione industriale avanzata, le tecnologie strategiche e, in ultima analisi, il potere politico. Si prevede un ampliamento delle scorte strategiche di terre rare, con possibili ulteriori restrizioni.

È vero che la tregua commerciale siglata con Washington lo scorso ottobre prevede la sospensione per almeno un anno per il sistema di licenze statali per l’esportazione di terre rare, ma le restrizioni precedenti non sono state certo cancellate. Soprattutto, il sistema approntato da Xi è studiato proprio per essere abbastanza flessibile da venire facilmente adattato alle circostanze politiche. Tradotto: se i rapporti tra la Cina e un altro Paese vanno bene, le spedizioni sono garantite e rapide. Se i rapporti vanno male, possono rallentare o (nei casi peggiori) interrompersi.

La Cina ha capito che la sovranità non si esercita solo con le armi, ma anche attraverso il controllo dei flussi materiali che rendono possibile la vita moderna. Una volta, le terre rare erano viste come uno dei «biglietti da visita» della Cina per l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio. Ora sono una forma di sofisticata deterrenza. Mentre l’Europa prova a mediare per ottenere «canali verdi» prioritari per le proprie case automobilistiche, Pechino continua a rafforzare la sua presa normativa, pronta a modulare la propria generosità in base alla temperatura dei rapporti diplomatici.

Lorenzo Lamperti

Hanno firmato il dossier

  • Enrico Casale, giornalista professionista, specialista di Africa, collabora con l’agenzia Internationalia, l’Osservatore romano e il Regno. È collaboratore storico di MC.
  • Lorenzo Lamperti, giornalista professionista, è direttore editoriale di «China Files», scrive di Asia orientale per varie testate, tra cui La Stampa, il Manifesto, Wired e think thank come Ispi. Vive e lavora a Taipei, Repubblica di Cina / Taiwan. Ha già collaborato con MC scrivendo approfondimenti su vari Paesi asiatici.
  • a cura di Marco Bello, direttore editoriale di MC.
Grafica dei 17 elementi delle terre rare (a cura di Kreative zone)



Ucraina. Cherson tra bombe e consolazione

Quest’anno la festa della Consolata del 20 giugno cade di sabato. La celebro domenica 21 a Cherson, nell’unica parrocchia di rito latino della città. Qui, infatti, la necessità di essere consolati è grande. E io sono convinto che celebrare la Consolata non è soltanto un atto liturgico ma una vera benedizione che attira grazie e protezione.

Padre Luca Bovio celebra la messa per la festa della Consolata. Cherson, 21 giugno 2026.

Cherson è una città triste. Si trova sul fronte di guerra. È famosa per le atrocità subite dai pochi abitanti che vi restano e le loro sofferenze. La città, posta a Sud del Paese, non lontana dalla Crimea, è costruita sulla sponda Ovest del fiume Dnipro. La riva est è territorio occupato dall’esercito russo.

Le poche decine di metri di larghezza dei fiume separano i due eserciti.

Una città immersa nella paura e nel silenzio

In questo momento, durante il quinto anno di guerra, il cielo di Cherson è sorvolato costantemente da droni russi che riprendono tutto e tutti per scegliere gli obiettivi da colpire senza alcuna distinzione.

La parrocchia dedicata al Sacratissimo Cuore di Gesù si trova ormai nella zona rossa della città, la zona vicina al fiume dove non viene garantito nessun servizio. Nessun autotrasporto pubblico, compresi i taxi, ma nemmemo l’arrivo di ambulanze o di pompieri in caso di necessità.

Gli abitanti sono invitati a evacuare senza essere obbligati. Chi rimane può contare solo sull’aiuto di volontari. Nonostante questo, sono diverse le persone che vi abitano. Tra queste, il parroco don Maxim Padlevsky, del clero della diocesi di Odessa-Simferopol, il vicario don Artem Petrenko e iI sacrestano.

Conosco bene questo quartiere per averlo visitato diverse volte. È deserto. Nessuno esce di casa se non per stretta necessità.

Il silenzio denso, che avvolge tutto, sia di giorno che di notte, è profondo ed esalta ogni rumore, quasi ci si trovasse in un grande monastero di clausura.

Fermandoci con don Maxim all’ombra e al riparo di un grande tiglio nei pressi della parrocchia, sentiamo un brusio, simile al rumore di un drone. Preoccupati guardiamo il cielo e scopriamo che c’e solo un sciame di api che vola attirato dai fiori della pianta.

Il grande fratello dei droni

La vita sociale delle poche migliaia di cittadini rimasti (prima della guerra erano quasi 300mila) è fortemente condizionata in questa fase dal «grande fratello»: l’evoluzione tecnologica del conflitto ha portato a riempire il cielo di droni di ogni tipo che volano non stop giorno e notte.

Un’ambulanza a Cherson si muove con una rete protettiva attorno alla carrozzeria. Sopra, in alto, si intravvedono le reti anti droni. © Luca Bovio

Le reti anti droni sono sempre più estese in città e fuori città. Le barriere fisiche sono spesso realizzate con reti da pesca o altri materiali di fortuna. Sono tese sopra le strade e i marciapiedi principali per bloccare o deviare i piccoli droni kamikaze russi. Arrivando a Cherson da Mikolaiw, iniziano ben 30 km prima dell’ingresso della citta.

Le auto non possono essere parcheggiate per le strade, ma sempre coperte da tettoie o da piante che, per fortuna, sono abbondanti in questa stagione. Se non vengono nascoste, il rischio che siano distrutte è molto alto, come la notte scorsa è capitato a due auto parcheggiate non lontano da noi.

Purtroppo gli attacchi contro i civili sono giornalieri. I blogger locali chiamano questa pratica «safari umano». Una caccia all’uomo fatta senza nessuna distinzione tra soldati, civili o soccorritori. 

I segnali dei droni possono essere intercettati da apparecchi che, qui a Cherson, sono posseduti da molti. Sono dei ricevitori che catturano il segnale di un drone in avvicinamento inquadrandolo con un piccolo schermo. Si ha così l’opportunita di capire la direzione del volo e di mettersi al sicuro.

Il ricevitore che individua i droni russi.

Purtroppo questi ricevitori non funzionano con i droni a fibra ottica che sfuggono a ogni controllo. I finissimi fili delle fibre è facile vederli appesi ai rami delle piante dove spesso si attorcigliano.

Anche la parrocchia porta le ferite della guerra. Da ogni lato si possono vedere sul marciapiede e nel giardino i solchi lasciati dai razzi caduti a poche decine di metri e le schegge che hanno distrutto le finestre e danneggiato le pareti esterne. Anche internamente i danni sono visibili, ad esempio sui mobili della cucina.

I droni sono solo una parte delle armi usate contro i cittadini. A questi occorre aggiungere missili di vario tipo e portata, lanciati dalle artiglierie o talvolta dagli aerei, soprattutto di notte.

L’unica volta che un razzo ha colpito direttamente il tetto della chiesa attraversandolo, non è esploso. Deo Gratias!

Neanche le sepolture

Qui, nella chiesa del Sacratissimo cuore di Gesù a Cherson, ogni giorno viene qualche fedele, anche da lontano, per pregare. Un’ora di adorazione eucaristica e la santa messa.

La domenica c’e qualche fedele in più. Don Maxim mi racconta che purtroppo non si puo fare neanche una degna sepoltura nei cimiteri. È troppo pericoloso creare un assembramento, anche piccolo, di fedeli all’aperto. Allora si opta per la cremazione della salma e una veloce preghiera solo per i familiari piu stretti, come è accaduto per una parrocchiana pochi giorni fa.

La dottoressa Natalia e il suo ospedale isolato

Durante queste giornate riesco a incontrare persone che da tempo aiutiamo. Una di queste è la dottoressa Natalia, una giovane chirurga che lavora in un piccolo ospedale fuori città, a Bilozerka, e lo dirige. Una volta potevamo andare a trovarla. Ora non è più possibile.

Ci incontriamo in un bar a Cherson. Lei racconta come siano riusciti a far arrivare dall’Italia un grande generatore di corrente elettrica. Il generatore è rimasto un mese chiuso in un magazzino in città aspettando il momento propizio per portarlo a Bilozerka. L’occasione è arrivata all’inizio di Maggio, quando i russi hanno dichiarato una tregua di tre giorni.

Padre Luca Bovio (a destra) e la dott.ssa Natalia, dirigente dell’ospedale di Bilozerka, vicino Cherson.

Natalia ci racconta che sono riusciti a organizzare il viaggio con un camion scortato da tre auto di soldati. La colonna, però, non è sfuggita all’occhio dei droni. Appena i soldati sono rientrati in città, hanno attaccato il generatore che, per fortuna, ha resistito, essendo stato messo in un bunker dell’ospedale.

La dottoressa confessa poi che vivere e lavorare in queste condizioni è pesante e difficile. La sua giovane età, le sue capacità e il suo coraggio le sono d’aiuto. Come quella mattina nella quale, recandosi in macchina con il suo cagnolino all’ospedale, schiacciò una delle molte mine antiuomo sparse nel territorio che bloccò l’auto in mezzo a un campo a qualche chilometro di distanza dall’ospedale. Senza via d’uscita, fece a piedi il tragitto sotto il costante ronzio di droni che la osservavano dal cielo. Fortunatamente erano droni ucraini.

La donna anziana e le due dottoresse

Incontro una signora anziana che vive sola a fianco della parrocchia. Si chiama Liobov. Parliamo all’ombra di un grande tiglio. Mi racconta che il marito è morto il 16 febbraio 2022, pochi giorni prima dell’inizio della guerra. Una data importante, il 16 febbraio, per noi Missionari della Consolata, perché la nascita al cielo del nostro Fondatore san Giuseppe Allamano avvenne il 16 febbraio 1926.

La donna racconta che sua figlia vive a Kiev. Le chiedo come mai non la raggiunga. Mi spiega che non se la sente di lasciare la sua casa, nonostante la paura. E, scherzando, aggiunge: qui nella zona rossa «siamo tutti un po’ ammalati».

Abitazioni di Cherson colpite dagli attacchi russi. © Luca Bovio

L’ultimo incontro prima di ritornare a Kiev avviene con altre due donne: una è Natalia, la responsabile statale per la sanità della città, l’altra è Anna, la direttrice di uno degli ospedali di Cherson.

Tempo fa ci avevano richiesto un macchinario andato distrutto durante un bombardamento. Questa macchina è importante per fare delle analisi specifiche e purtroppo in città non ne è rimasta nemmeno una. Le informo che con l’aiuto di medici italiani e benefattori presto riusciranno ad avere un’altra macchina che aquisteremo in Ucraina.

Al termine della celebrazione della Consolata fatta domenica 21 giugno, abbiamo benedetto un quadro che è stato donato alla parrocchia. Il parroco don Maxim ha annunciato che lo metterà vicino al confessionale in modo che i fedeli, guardandolo, siano aiutati fare una buona confessione. Non solo. Il lato della parete è quello Est della chiesa, in direzione della riva occupata. Possa Maria consolare, con la sua presenza, le tante persone che soffrono e vivono nella paura, donando loro la certezza nella speranza di un futuro migliore.

Luca Bovio




Mai abituarsi alla guerra

Mai abituarsi alla guerra. Da alcune settimane l’Ucraina è entrata nel quinto anno d’invasione da parte della Russia di Vladimir Putin. La popolazione ha appena passato un inverno particolarmente duro perché le azioni belliche, intensificate con l’obiettivo di distruggere le infrastrutture energetiche, hanno puntato direttamente alla popolazione. Una guerra indirizzata ai civili, dunque, in modo diretto (con le bombe) e indiretto (con il freddo e le privazioni).

Mentre scriviamo, si è pure scatenato l’attacco totalmente illegale da parte di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. In flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite (articolo 2), senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa (articolo 51). Un attacco diretto alle Nazioni Unite già debilitate (si veda l’articolo nella rubrica Cooperando). La mossa di Trump, inoltre, aggira l’autorità costituzionale del Congresso degli Stati Uniti, il cui voto è necessario per una dichiarazione di guerra, a meno di attacco contro gli Usa o minaccia di un attacco imminente. Intanto, è partito il macabro conteggio delle vittime civili nella nuova guerra.

Israele, da due anni e mezzo, punta in modo sistematico alla popolazione della striscia di Gaza, uccidendola, oltre che con i proiettili dei cecchini e le bombe degli aerei, per fame, per malattia, per freddo (mentre Hamas usa la gente come scudi). Continua l’occupazione della Cisgiordania e attacca ancora il Libano distruggendo e uccidendo.

Sono guerre fuori da ogni regola, nelle quali gli eserciti si concedono tutto. Nonostante oggi la guerra ibrida e l’uso dei droni diano l’illusione di guerre meno cruente. Restano le trincee e le linee rosse (o gialle) invalicabili. Mentre il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra paiono retaggi del passato.

Poi ci sono le guerre che si dimenticano semplicemente perché i media non ne parlano.

Il conflitto in Sudan, questo mese, compie tre anni. È descritto dalle agenzie dell’Onu come la più grave catastrofe umanitaria odierna, con oltre 12 milioni di sfollati. Guerra civile, ma in realtà guerra internazionale, con l’implicazione di Emirati arabi uniti, Egitto, Russia, Iran, Turchia. Anche qui, l’assedio e poi la caduta della città di Al Fashir (capoluogo del Nord Darfur) a fine ottobre 2025, ha mostrato rappresaglie e violenze inenarrabili contro i civili. Ma poco è stato e viene raccontato sui media cosiddetti mainstream.

Così come avviene per le guerre nel Sahel. In Burkina Faso, a metà febbraio, si è svolta la più grande offensiva, condotta su vari fronti e in diverse provincie, dei gruppi jihadisti di Jenim, legati ad al-Qaeda. Ha coinvolto centinaia di combattenti e ha portato alla morte di oltre 180 persone in pochi giorni, molte delle quali civili.

Le guerre sono anche circondate da false informazioni, oggi favorite da due elementi: la facilità di diffusione tramite social media (che non sono mezzi di stampa e quindi non sono verificati) e la possibilità di fabbricare notizie, foto e video, attraverso un largo uso dell’intelligenza artificiale. Immagini create ad hoc e diffuse in rete attraverso le piattaforme social, sembrano reali e inducono a credere ad avvenimenti mai accaduti e a orientare l’opinione pubblica.

Mai abituarsi alle guerre, mai dimenticare. Informarsi, anche se è difficile. Viviamo in una società sovraffollata di notizie, ma solo di quelle che ci vogliono dare.

Per avere un’informazione plurale e dettagliata, su alcuni temi o Paesi, occorre cercare, leggere i media alternativi. Proprio come MC. Media che non sono in mano a potenti gruppi economici portatori di interessi, ma sono realizzati dal basso, dalla società civile. Come quelli di cui ci racconta Andrea Saroldi nella rubrica «La legge della solidarietà» di questo numero.

La scelta su come informaci è un’opzione che possiamo ancora scegliere.

Felice Pasqua a tutte e tutti.

Marco Bello,
direttore editoriale




Mondo. Gli altri costi della guerra

Domenica 8 marzo gli abitanti di Teheran si sono svegliati sotto una pioggia insolita: dopo il suo passaggio i muri delle case erano sporchi di nero. Stava piovendo petrolio. Perché la guerra distrugge vite e città, ma distrugge anche l’ambiente.
Il petrolio è uno dei protagonisti del conflitto con l’Iran. Nella notte tra il 7 e l’8 marzo i bombardamenti dell’alleanza Usa-Israele hanno fatto esplodere tre depositi di carburante e una raffineria di Teheran. «Non vedo il sole, c’è un orribile fumo nero» ha raccontanto una donna alla Bbc mentre l’odore di fumo invadeva la città e le particelle degli oli parzialmente bruciati iniziavano a riversarsi sui tetti con la pioggia. La Mezzaluna rossa ha avvertito la popolazione di stare al riparo per proteggersi dalle ustioni chimiche alla pelle e dai gravi danni ai polmoni che l’esposizione avrebbe potuto causare.
Questo è forse il caso più eclatante di come questa guerra, e tutte le guerre, siano estremamente pericolose per l’ambiente, in quanto innescano una serie di danni le cui conseguenze sugli ecosistemi e sulla salute delle persone che li abitano potrebbero protrarsi per anni.

Contaminazioni
L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato che le esternalità di queste esplosioni rischiano di contaminare le falde acquifere, l’aria e il cibo della regione, con severe ripercussioni sulla salute delle persone, soprattutto di soggetti fragili e bambini.
C’è, poi, la bomba a orologeria dello stretto di Hormuz, punto nevralgico del commercio globale che l’Iran ha strategicamente bloccato: attacchi a diverse navi cargo e il possibile dispiegamento di mine navali stanno trasformando l’area in uno dei punti più critici della crisi.
Da quella stretta striscia di acqua passa un quinto del petrolio mondiale, oltre che enormi quantità di merci. I primi a pagarne il prezzo sono sicuramente i paesi del Golfo ma i conseguenti aumenti di prezzo del carburante e di altre merci hanno già colpito il mondo intero.
Le navi bloccate e in attesa consumano enormi quantità di carburante, inquinando soprattutto l’area circostante, ma il pericolo maggiore è dato dalla possibilità di esplosione di una delle ormai diverse centinaia di petroliere che stazionano nell’area.

L’industria della guerra
Le scene tragiche a cui assistiamo sempre più spesso non devono farci dimenticare che quella della guerra è una delle industrie più impattanti sull’ambiente. I danni creati non sono sempre evidenti e dietro le piogge acide di Teheran si nasconde un sistema che è, per sua natura, una delle principali fonti di inquinamento globale, anche quando non si combatte. Si stima infatti che gli apparati militari siano responsabili di circa il 5,5% delle emissioni totali di gas serra nel mondo: dalla produzione di armamenti alla manutenzione di equipaggiamenti, basi e infrastrutture, fino alle esercitazioni. Si tratta di attività altamente inquinanti, fondate sull’impiego intensivo di materie prime ad alto impatto ambientale, e che con gli aumenti di spese militari decisi dalla Nato potranno solo aumentare. Il solo Dipartimento della guerra degli Stati Uniti, come è stato recentemente rinominato dall’amministrazione Trump, è l’organizzazione che consuma più combustibili fossili in assoluto a livello globale, con un fabbisogno comparabile all’intera Finlandia.

La storia ci dimostra che i danni ambientali delle guerre possono durare per generazioni. Ad esempio, durante la guerra in Vietnam, le forze statunitensi hanno cosparso circa 2,9 milioni di ettari di terreno con 80 milioni di litri di diserbanti. Le tracce di diossine nel suolo, nell’acqua e nella catena alimentare sono rimaste per decenni. Allo stesso modo, dopo la guerra in Iraq sono stati lanciati preoccupanti allarmi sui danni di lungo periodo che gli scarti bellici, tra cui le contaminazioni da uranio impoverito, avrebbero potuto arrecare all’ambiente e alla salute della popolazione. Anche a Gaza e in Ucraina le situazioni risultano analoghe, a conferma del fatto che la distruzione causata dalla guerra non termina con un cessate il fuoco.

Risorse arma strategica
La guerra consuma enormi risorse per il proprio sostentamento e distrugge interi ecosistemi con danni di lungo periodo. Le materie prime fossili sono esse stesse tra le principali motivazioni che innescano i conflitti, a volte dichiarate apertamente, ma spesso lasciate come un chiaro non detto. A questi, negli ultimi anni, si aggiungono sempre più spesso i minerali e le terre rare, indispensabili per lo sviluppo tecnologico. Il controllo di queste risorse è sempre stato uno dei principali determinanti degli equilibri di potere globali, causa dell’assoggettamento di intere nazioni e miccia che ha dato il via a molteplici conflitti. Oltre a rappresentare un obiettivo dei conflitti, queste risorse costituiscono anche una potente arma strategica: il blocco dello stretto di Hormuz è probabilmente la mossa che più ha messo in crisi Trump.
Non solo i carburanti: anche i fertilizzanti industriali da cui dipende l’industria agroalimentare globale hanno spesso origine fossile e per questi lo stretto di Hormuz è uno snodo fondamentale. Attraverso questo passaggio transita il 54% dei fertilizzanti di cui ha bisogno il Sudan e circa un terzo di quelli destinati alle colture di Sri Lanka, Tanzania e Australia. Questo si ripercuote sull’accesso al cibo di intere popolazioni e, in un secondo momento, sui prezzi dei generi alimentari a livello globale.

Per una transizione giusta
Tutto questo ci dimostra quanto le nostre società siano ancora strettamente legate al fossile. Siamo ancora dipendenti da un ristretto numero di risorse, altamente inquinanti, e controllate spesso da Stati altamente instabili. La transizione ecologica non rappresenta quindi solo una necessaria risposta ai danni ambientali delle attività umane, ma anche l’unico modo per garantire una vera libertà e indipendenza alimentare, energetica ed economica. La situazione che affrontiamo oggi mostra quanto le risorse fossili non siano solo un problema ambientale, ma una chiave fondamentale delle guerre e delle ingiustizie globali. Una transizione giusta è quindi un passo fondamentale verso un mondo di pace e giustizia.

Mattia Gisola




Iran. Nucleare, di male in peggio

Per capire dove siamo oggi con l’escalation iraniana, bisogna tornare al 2018, quando Trump ritira unilateralmente gli Stati Uniti dal Jcpoa (Joint comprehensive plan of action), l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015. Quell’intesa imponeva limiti precisi all’arricchimento dell’uranio in cambio della revoca delle sanzioni. L’Iran, però aveva nascosto all’Iaea (International atomic energy agency) la presenza di quattro siti nucleari, aveva mentito sul tipo e numero di centrifughe utilizzate per l’arricchimento dell’uranio e sulla quantità di uranio arricchito oltre al 3,7%, livello stabilito dall’accordo. Questo consente a Trump di smantellare l’accordo sostituendolo con una campagna di «massima pressione» economica.

La risposta iraniana è prevedibile: dal 2019 Teheran inizia ad aumentare il livello di arricchimento. A maggio 2025, le riserve iraniane di uranio arricchito al 60% superano i 408 chilogrammi – quasi il 50% in più rispetto a febbraio – una quantità sufficiente per più ordigni nucleari se ulteriormente arricchita.

La guerra dei 12 giorni

Il 13 giugno 2025 Israele lancia attacchi preventivi contro il programma nucleare iraniano, i siti missilistici e le infrastrutture energetiche. Nella notte tra il 21 e il 22 giugno gli Usa colpiscono Fordow, Natanz e Isfahan con bombe GBU-57 e missili Tomahawk. Trump dichiara di aver «completamente e totalmente distrutto» il programma nucleare iraniano.

La realtà è però più complessa. La campagna dei 12 giorni ha inflitto danni ingenti, ma non ha eliminato il programma: l’Iran conserva le sue conoscenze, lo stock di uranio arricchito, la capacità di produrre centrifughe e almeno un sito segreto. Una valutazione del Pentagono stima il ritardo del programma in circa due anni. Il problema strutturale è un altro: gli attacchi hanno ridotto drasticamente la volontà iraniana a permettere il ritorno degli ispettori Iaea, essenziali per qualsiasi monitoraggio credibile.

Le trattative

Tra l’estate 2025 e febbraio 2026 si apre una fase di trattative indirette mediate dall’Oman. Il nodo pare però insormontabile: Washington chiede l’azzeramento dell’arricchimento, Teheran lo considera un diritto irrinunciabile. Nel frattempo, l’Iran rifiuta ispezioni sui siti colpiti e Khamenei conclude che l’amministrazione Trump non è un interlocutore affidabile.

A gennaio 2026, nel Paese esplodono proteste di massa a causa di una crisi economica devastante: inflazione annuale al 68%, quella alimentare al 105%, il pane rincarato del 142%. Il regime risponde con una repressione brutale.

28 febbraio 2026: l’escalation definitiva

Il 26 febbraio, il mediatore omanita annuncia un accordo: l’Iran ha accettato di non accumulare uranio arricchito e di consentire verifiche complete dell’Iaea. Due giorni dopo, quegli accordi sono carta straccia.

E arriviamo a questi giorni. Il 28 febbraio Usa e Israele lanciano una massiccia operazione congiunta colpendo Teheran, Isfahan, Qom e Kermanshah. Tra i bersagli, il compound di Khamenei, che viene ucciso nell’attacco. Trump dichiara apertamente l’obiettivo del cambio di regime, rivolgendosi al popolo iraniano: «Prendete il vostro governo. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni».

Bombardamenti su Teheran da parte di Israele e Stati Uniti, alleati nell’attacco all’Iran. (Screenshot PBS)

Cosa cambia ora

Il quadro nucleare è paradossalmente più pericoloso di prima. Gli attacchi, lungi dall’eliminare la minaccia, potrebbero spingere l’Iran verso la decisione finora evitata: ritirarsi dal «Trattato di non proliferazione» e avviare clandestinamente un programma per la bomba. Senza ispettori sul campo e con un regime sotto attacco esistenziale, qualsiasi verifica diventa impossibile.

La storia insegna che i programmi nucleari sopravvivono ai bombardamenti: le conoscenze non si distruggono con le bombe. Il mondo si trova oggi di fronte a un Iran destabilizzato, privo della sua guida storica, con un programma nucleare parzialmente intatto e motivazioni più forti che mai per dotarsi della deterrenza definitiva.

La diplomazia multilaterale, già logorata dal 2018, ha subito un colpo probabilmente irreversibile.

Piergiorgio Pescali




Nigeria, Le guerre dei poveri

Sommario

Obbligati a difendersi
Come si vive oggi nella regione culla di Boko Haram

Nato a Maiduguri (Nigeria del Nord Est) come setta, diventato un feroce gruppo jihadista, è salito più volte alla ribalta della cronaca, per poi sparire. Ma Boko Haram non è morto, si è trasformato. E la popolazione continua a subire. Reportage.

Nord Est della Nigeria. Il verbo che qui meglio descrive la vita dei fedeli cristiani – ma non solo – non è «vivere», ma «resistere». Resistere al terrorismo jihadista di Boko Haram e Iswap (Islamic state west Africa province, Stato islamico provincia dell’Africa dell’Ovest), che nel 2025 ha intensificato gli attacchi contro civili e forze di sicurezza soprattutto negli Stati di Borno e Yobe, con un’escalation. Tutto documentato da fonti come Acled (organismo indipendente di monitoraggio dei conflitti, acleddata.com) e da rapporti umanitari, con picchi di violenza tra maggio e giugno e collaborazione tra fazioni. Quello passato è stato un anno tra i più violenti, con migliaia di vittime cumulative.

Per raggiungere Maiduguri, nel Nord della Nigeria, partendo da Abuja, si sorvolano centinaia di chi-lometri di terra arida.

Il Sahel nigeriano è un susseguirsi di sabbia e argilla: un territorio già ostile per conformazione naturale, dove l’agricoltura è fragile e la sopravvivenza dipende dall’equilibrio tra clima e sicurezza.

È in questo contesto che, nel 2009, Boko Haram è sceso in guerra (vedi box) e, cacciato da Maiduguri nel 2013, non è mai stato davvero sconfitto. Da allora la guerra ha solo cambiato forma. passando da controllo territoriale a guerriglia asimmetrica. Ci sono poi fazioni come Iswap che hanno adottato una governance più strutturata basata su tasse, giustizia parallela e controllo delle risorse nell’area del lago Ciad.

Lambert John Musa Pulka, Stato di Borno (Nigeria). Civile armato per autodifesa, fotografato con la sua famiglia. Alle spalle, le colline di Gwoza, da dove Boko Haram lancia attacchi contro la città. (Foto Francesco Maviglia)

Da agricoltore a vigilante

Spostandosi verso Sud Est, le strade che conducono alle aree di Gwoza e Pulka sono considerate tra le più pericolose del Paese. Non si viaggia su strade: l’unico modo per arrivarci è l’elicottero. Dal cielo il territorio appare frastagliato: colline, foreste, sentieri invisibili che collegano villaggi isolati. È un paesaggio che favorisce la guerriglia, le imboscate, le fughe rapide.

Atterrando a Pulka, si ha subito la sensazione di entrare in una città desolata. Nello Stato di Borno, a ridosso del confine con il Camerun e all’inizio delle Mandara Mountains, Pulka è una base strategica per l’esercito regolare nigeriano, un nodo cruciale per il controllo dell’area meridionale del Borno e per le operazioni contro i gruppi jihadisti che si muovono tra la foresta di Sambisa e le montagne. Oggi, però, è soprattutto una città rifugio: ospita migliaia di sfollati interni, persone fuggite dai villaggi circostanti dopo attacchi, incendi, rapimenti e recenti offensive, come quelle dell’estate 2025, quando si verificarono assalti notturni con spari respinti dalle forze di sicurezza, lanci di granate e attentati suicidi nelle aree vicine.

Qui la guerra non è un evento eccezionale: è una condizione permanente. I check-point militari scandiscono l’ingresso e l’uscita dalla città. Oltre quei punti, il territorio è incerto. Uscire per coltivare i campi significa esporsi al rischio di un attacco; restare dentro, invece, vuol dire dipendere dagli aiuti umanitari, spesso ritardati – se e quando arrivano – dalla presenza di bombe artigianali lungo le strade, come la Maiduguri-Damboa.

È in questa prigione a cielo aperto che incontriamo Lambert John Musa. Ha 49 anni, proviene dal villaggio di Igadele, a pochi chilometri da qui. Era un agricoltore. Oggi è anche un vigilante armato. «È stata l’insurrezione a costringerci a fuggire», racconta. «Ci hanno attaccati, siamo scappati sulle montagne e poi in Camerun. Siamo rimasti lì più di un anno». La vita da rifugiati, però, non era una soluzione. «In Camerun non c’era lavoro. Nemmeno il lavoro giornaliero. Sopravvivevamo con quello che ci davano».

Stato di Borno, Nigeria. Pattuglia della Civilian Joint Task Force (CJTF) nelle aree agricole alla periferia di Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Con il fucile in spalla

Il ritorno a Pulka sembrava a Lambert una scelta possibile. «Pensavamo che la pace fosse tornata, perché i soldati erano ovunque». Ma la sicurezza era solo apparente. «Da quando siamo tornati, nessuno può uscire dalla città. Se lo fai, ti uccidono. Molte persone sono state uccise».

È in questo contesto che nasce la decisione di armarsi. «Quando siamo tornati e hanno ricominciato a uccidere la nostra gente, abbiamo deciso di prendere le armi. Noi uomini abbiamo formato un gruppo di vigilantes per proteggere le nostre famiglie». Lambert racconta di aver comprato il fucile con denaro guadagnato svolgendo i lavori più umili: scavare latrine, tagliare legna, occupazioni occasionali. «Se dieci persone vanno nei campi, quattro o cinque hanno un’arma. Io mi metto sulla collina a controllare. Se si avvicinano, sparo».

Non c’è eroismo nelle sue parole, ma solo necessità. «Mio fratello minore è stato ucciso insieme ad altri membri del gruppo. All’epoca non avevo un’arma».

Oggi Lambert vive con la consapevolezza che ogni giornata nei campi è una scommessa. «Se mi trovo faccia a faccia con uno di Boko Haram e lui ha un’arma, combatto per ucciderlo. Perché altrimenti sarà lui a uccidere me».

Armarsi per proteggersi

Accanto ai vigilantes civili opera la Civilian joint task force (Cjtf), una milizia nata dal basso che collabora con l’esercito. Ali Garba ne fa parte e racconta che tutto è iniziato in una notte: «Eravamo al centro sportivo, guardavamo una partita di calcio. A un certo punto Boko Haram ha iniziato a sparare. Pensavamo fosse uno scherzo». Non lo era. «Ci hanno detto che da quel giorno guardare il calcio era proibito».

Per Ali, quello è stato il momento in cui la guerra è entrata definitivamente nella sua vita quotidiana. «Avevano armi che prima avevo visto solo addosso ai soldati. Ci davano ordini». All’inizio gli attacchi colpivano polizia ed esercito, poi anche i leader locali. «Quando abbiamo visto i corpi dei nostri ragazzi uccisi, ho pianto. Da quel momento non abbiamo più avuto paura». La Cjtf è nata così: come risposta comunitaria all’assenza di sicurezza. «Se ci attaccano, li uccidiamo. È vendetta, sì. Ma è anche sopravvivenza».

La Cjtf, con migliaia di membri attivi in Borno e Yobe, ha subito centinaia di perdite negli anni. Compie operazioni congiunte, come imboscate a Gwoza e Pulka, neutralizzando terroristi e recuperando armi, ma è anche accusata di abusi.

A Pulka la linea tra civile e combattente è sottile, spesso invisibile. I contadini diventano sentinelle, i villaggi si organizzano in turni di guardia, la notte è il momento più temuto. «Arrivano dai sentieri tra gli alberi», dice Ali. «Se non trovano resistenza, entrano».

Guja Shtima Pulka, Stato di Borno (Nigeria). Musulmano. Arrestato dall’esercito e scambiato per un terrorista; ha perso entrambe le mani per necrosi dovuta al fermo. (Foto Francesco Maviglia)

Rischio calcolato?

A Pulka coltivare la terra è un’attività con rischio calcolato. I campi non sono lontani, ma basta superare il perimetro della città per entrare in una zona grigia, dove la presenza dello Stato si fa intermittente e quella dei gruppi armati resta costante. «Per lavorare, devi uscire dalla città», racconta Abubakar Musa. «E quando sei fuori, sai che possono arrivare in qualsiasi momento. Non sai quando, ma sai che succederà».

Abubakar ha 34 anni, appartiene alla tribù Mandara e vive a Pulka con ciò che resta della sua famiglia. Due anni fa era nei campi con altri agricoltori: stavano preparando la terra per la semina quando Boko Haram ha attaccato. «Eravamo in venti. Alcuni di noi avevano armi rudimentali. Loro avevano fucili automatici». L’assalto è arrivato all’improvviso, da più direzioni. «Alcuni sono stati colpiti subito. Altri hanno cercato di scappare. Io sono stato colpito alla mano».

Ferito gravemente, Abubakar è stato soccorso dalla Cjtf e portato a Maiduguri. «Hanno tolto il proiettile, ma la mano era distrutta. Hanno dovuto amputarla». Oggi mostra il moncone, ma il trauma non è solo fisico. «La mia sfida adesso è il lavoro. Anche se vado ancora nei campi, non posso coltivare come prima». In una regione dove la sopravvivenza dipende dalla forza delle braccia, perdere un arto significa perdere autonomia. «Se qualcuno ti aiuta oggi, non sai se domani potrà farlo ancora. È meglio lavorare da soli, ma io non posso più».

La fame si diffonde

A Pulka la fame è una conseguenza diretta dell’insicurezza. Quando gli attacchi aumentano, i campi restano incolti. Se i contadini non possono uscire, le scorte finiscono. «Qui mangiamo quello che ab-biamo cucinato il giorno prima», dice Abubakar. Riso, fagioli, a volte pasta. Gli aiuti arrivano a intermittenza, spesso insufficienti. La guerra non uccide solo con le armi: uccide lentamente, privando le comunità dei mezzi per nutrirsi, con milioni di bambini sotto i cinque anni a rischio di malnutrizione acuta grave nei Bay (sigla che indica gli stati di Borno, Adamawa, Yobe, nel Nord Est della Nigeria).

Molti, come Lambert, hanno scelto di armarsi. Non per ideologia, ma per necessità. La difesa è collettiva, improvvisata, fragile. Le armi sono spesso vecchi fucili a colpo singolo. «Quando spari poi devi ricaricare», racconta Abubakar. «Loro no». È una disparità che definisce il conflitto quotidiano: chi lavora la terra contro chi controlla le armi e i sentieri. A rendere ancora più complesso il quadro è l’evoluzione dei gruppi jihadisti. Boko Haram non è più un’entità monolitica, ma una costellazione di fazioni che si muovono tra foreste, montagne e confini porosi. Le Mandara Mountains, che circondano Pulka, offrono rifugi naturali, passaggi invisibili, possibilità di infiltrazione verso il Camerun. La città resta formalmente sotto controllo governativo, ma è vulnerabile. Gli attacchi ai check point, le imboscate, gli attentati suicidi, ricordano che la linea del fronte è mobile e che, con la ripresa degli scontri nel 2026, la violenza rischia di estendersi ulteriormente nel bacino del lago Ciad, minacciando non solo la Nigeria ma l’intera regione.

Sopravvivere, dunque, significa destreggiarsi tra difficoltà continue. Difficoltà che emergono anche dai numeri: le proiezioni del Cadre harmonisé/Ipc (Integrated food security phase classification è una scala globale di indicatori di sicurezza alimentare, creata da una piattaforma di Ong internazionali, ipcinfo.org, ndr) indicano circa 30,6 milioni di persone in Nigeria in fase 3, o peggiore, di insicurezza alimentare acuta durante la stagione secca tra giugno e agosto 2025 (con un leggero calo rispetto al 2024, ma ancora a livelli altissimi). Nei Bay fino a 4,6-5,1 milioni di persone sono colpite nel periodo di picco. Non è secondario, in questo scenario, il cambiamento climatico: le inondazioni del 2025 hanno interessato centinaia di migliaia di persone (con picchi gravi, come a Mokwa, nello Stato del Niger, nel centro Ovest della Nigeria, dove si contano oltre 150 morti e migliaia di case distrutte), mentre la siccità e la riduzione del lago Ciad favoriscono la mobilità jihadista attraverso isole e paludi.

Civilian Joint Task Force (CJTF) Pattuglia civile di autodifesa attiva nelle aree agricole di Maiduguri per proteggere i civili dagli attacchi di Boko Haram.
(Foto Francesco Maviglia)

Terroristi e sfollati

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è l’abbandono da parte dello Stato. Oltre 1,7 milioni di sfollati interni restano concentrati in Borno (su un totale di circa 2,3-2,5 milioni nel Nord Est), molti in campi sovraffollati o in villaggi esposti a nuove ondate di violenza, le quali causano chiusure forzate di campi di sfollati che spingono migliaia di persone verso aree insicure.

Nel frattempo, neppure gli attentati suicidi sembrano venire meno: il 25 dicembre 2025, in una moschea di Maiduguri (Al-Adum Jumaat Mosque, vicino al mercato di Gamboru), un attacco ha causato cinque morti e trentacinque feriti durante la preghiera serale.

In questo contesto, resistere significa anche sottrarsi al reclutamento dei terroristi, soprattutto per giovani disoccupati, colpiti dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, attratti da gruppi che offrono «protezione» o guadagni illeciti attraverso estorsioni e contrabbando.

L’attenzione internazionale, però, resta marginale: i fondi umanitari, ridotti nel 2025, hanno limitato gli aiuti, mentre la crisi del lago Ciad si intreccia con l’instabilità regionale nel Sahel e nel Corno d’Africa. Il rischio, forse inevitabile per chi vive in tali circostanze, è la normalizzazione della violenza: attacchi quasi quotidiani contro check-point, villaggi e convogli umanitari rendono impossibile una vita ordinaria. Nel frattempo, la fame uccide più lentamente delle pallottole, ma con la stessa ineluttabilità.

Francesco Maviglia

Modern International Market, Makurdi, Stato del Benue (Nigeria). Campo per sfollati interni/ famiglie costrette a vivere in strutture improvvisate dopo le violenze nelle aree rurali del Benue. (Foto Francesco Maviglia)

(Quasi) Senza speranza
«Middle belt»: conflitti tra allevatori e agricoltori, ma non solo

La desertificazione avanza verso Sud e vi porta le mandrie degli allevatori. Gli agricoltori non ci stanno, ma bande armate attaccano i loro villaggi, distruggono e uccidono. Mentre lo Stato resta assente, i campi di sfollati si riempiono.

Nella Nigeria centrale, la violenza non indossa la maschera uniforme del jihadismo settentrionale, con i suoi proclami ideologici e gli attentati rivendicati. Qui il conflitto è più silenzioso, radicato nella terra stessa, nelle stagioni agricole, nei cicli di siccità e pioggia che da sempre regolano la vita.

Siamo nella Middle belt, quella larga cintura di transizione che taglia orizzontalmente il Paese, separando il Nord arido e prevalentemente musulmano dal Sud più umido, cristiano e animista. Una zona di confine ecologico e culturale dove, per generazioni, agricoltori sedentari – soprattutto di etnia Tiv e cristiani – e pastori nomadi Fulani (anche chiamati Peul, ndr) hanno condiviso spazi in un equilibrio precario. I Fulani portavano le mandrie nelle pianure durante la stagione secca, lasciando fertilizzante naturale in cambio di accesso all’acqua e ai pascoli; gli agricoltori offrivano cereali e tuberi in baratto. Quel patto informale, tramandato oralmente, si è incrinato da decenni ed è oggi definitivamente spezzato.

Crisi umanitaria

Nello Stato di Benue (centro Est), il cuore agricolo della nazione, questa rottura ha assunto i contorni di una crisi umanitaria sistematica. Le comunità locali parlano di un massacro mirato contro le popolazioni cristiane sedentarie, condotto da gruppi armati di pastori fulani che operano con tattiche sempre più organizzate: incursioni notturne coordinate, uso di fucili automatici e machete, taniche di carburante per incendi deliberati.

Non è un semplice scontro tra stili di vita pastorale e agricolo, come viene spesso ridotto nei resoconti internazionali, è una contesa feroce per il controllo dello spazio rurale in un’epoca di risorse sempre più scarse.

La desertificazione avanza inesorabile dal Sahel: il lago Ciad si è ridotto di oltre il 90 per cento dagli anni Sessanta, i fiumi si prosciugano prima del previsto, le piogge diventano imprevedibili e concentrate in alluvioni brevi e violente. Le mandrie dei Fulani, spinte dalla fame di erba verde, scendono sempre più a Sud, invadendo terre già coltivate. Gli agricoltori rispondono erigendo recinti di spine o difendendo i campi con ciò che hanno. I pastori, spesso armati da reti criminali opache o gruppi più strutturati, rispondono con violenza sproporzionata. L’assenza quasi totale dello Stato – poche pattuglie, indagini inesistenti, impunità diffusa – trasforma ogni incidente in un ciclo di rappresaglie che si autoalimenta.

Modern International Market, Makurdi, Stato del Benue (Nigeria). Campo per sfollati interni (IDP) che ospita principalmente le famiglie fuggite da Yelwata dopo l’attacco armato del giugno 2025. (Foto Francesco Maviglia)

Campi incolti, sfollati e fame

Makurdi, la capitale del Benue, è diventata il riflesso più visibile di questa deriva. Un tempo città di mercati colorati, con il fiume Benue che scorreva placido portando barche cariche di igname (tubero simile alla patata dolce, ndr) e mais verso Sud, oggi è un gigantesco punto di raccolta per sfollati.

Decine di migliaia di persone – stime locali parlano di oltre 200mila in tutto lo Stato – hanno abbandonato i villaggi dove sono nati dopo aver perso case, raccolti e familiari.

Il Modern international market, che fino a pochi anni fa era il cuore pulsante del commercio locale – bancarelle stracolme di spezie, ortaggi freschi, tessuti colorati, moto taxi che sfrecciavano tra la folla – si è trasformato nel più grande campo profughi improvvisato della città. Le vecchie strutture di legno sono state smontate per costruire abitazioni con tetti di lamiera arrugginita; stuoie sottili, spesso bucate, coprono pavimenti di cemento grezzo pieni di crepe dove l’acqua piovana ristagna per giorni. Di giorno il calore è soffocante, l’aria tremola sopra il metallo rovente; di notte l’umidità penetra nelle ossa e il freddo improvviso fa battere i denti.

Le donne cucinano quel poco che resta: farina di mais diluita in acqua per preparare una polenta grigia e insipida, foglie di cassava bollite fino a diventare molli, a volte un pugno di arachidi o fagioli se sono arrivati aiuti umanitari.

«Qui non si vive, si sopravvive», ripete una donna sulla quarantina al nostro arrivo. Accanto a lei, bambini scalzi di quattro o cinque anni raccolgono acqua piovana da pozzanghere fangose con secchi bucati e taniche tagliate a metà. «Non abbiamo acqua potabile. Quando piove beviamo quello che cade dal cielo. Quando non piove, aspettiamo ore in fila per un secchio».

I servizi igienici sono sempre più scarsi: malaria, dissenteria, infezioni cutanee e malattie respiratorie circolano come epidemie silenziose. Le vaccinazioni arrivano a singhiozzo, portate da convogli che a volte non riescono a passare per strade bloccate o insicure.

Il Benue deve il suo soprannome storico – Food basket of the nation (cesto del cibo della nazione) – alla fertilità straordinaria delle sue pianure alluvionali, nutrite dal fiume Benue e dai suoi numerosi affluenti. Fino a una decina di anni fa la stagione delle piogge, tra maggio e ottobre, trasfor- mava il paesaggio in un mare verde: mais alto, igname che pesava 20-30 chili a tubero, campi di soia che ondeggiavano al vento, sesamo e riso che maturavano sotto il sole. I camion partivano carichi ogni settimana verso Abuja, Lagos, Port Harcourt; i mercati si riempivano di prodotti freschi; le famiglie risparmiavano per mandare i figli a scuola o comprare una moto.

Oggi quei campi sono fantasmi: erbacce alte un metro invadono i solchi un tempo perfetti, trattori abbandonati arrugginiscono ai margini delle strade sterrate, pompe per l’irrigazione sono state rubate o distrutte negli attacchi, sementi immagazzinate marciscono dopo gli incendi.

La fame non arriva da un cielo avaro o da una siccità prolungata: arriva dalla paura. Uscire per seminare significa rischiare un’imboscata; restare significa consumare le ultime scorte familiari fino a ridursi a un pasto al giorno, o meno, spesso solo acqua zuccherata o foglie amare.

Teryila Yelwata, Stato del Benue (Nigeria). Sopravvissuto con gravi ustioni alla schiena. Durante l’attacco del giugno 2025 ha perso tutta la sua famiglia, uccisa nell’incendio della loro abitazione. (Foto Francesco Maviglia)

Quella notte a Yelwata

L’attacco più tragico degli ultimi tempi è avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2025 a Yelwata, nella contea di Guma. Pioveva a dirotto, il cielo era nero pesto, i tuoni rotolavano lontani coprendo i primi rumori. Verso le 22,30 il villaggio è stato circondato da terroristi. Spari da più direzioni, grida strazianti. Le case – strutture semplici di fango intonacato, paglia intrecciata e tetti di lamiera – sono state incendiate una dopo l’altra con taniche di carburante. L’assalto è durato ore: il tempo sufficiente per radere al suolo interi compound familiari, bruciare vive intere famiglie, sgozzare chi tentava di fuggire nel buio. Al mattino il bilancio oscillava tra qualche decina a oltre cento morti, a seconda delle fonti. I corpi, molti carbonizzati o mutilati oltre il riconoscibile, sono stati sepolti in fretta in fosse comuni scavate dagli stessi sopravvissuti, per evitare epidemie in un’area già priva di acqua pulita e servizi sanitari.

Ama Aondoaver, 53 anni, contadino sfollato, ha perso la figlia Lydia e due dei suoi nipoti in quell’inferno. «Pioveva forte quella notte. Da quando sono iniziati gli attacchi, gli uomini della sicu-rezza consigliavano di dormire tutti insieme in un unico posto, così da poter intervenire più rapidamente se fosse successo qualcosa. Per questo molte persone si erano radunate nella zona del mercato», racconta con voce bassa, lo sguardo perso nel vuoto.

Lydia era lì con i suoi tre figli: Iwuese, Terdoo e il piccolo Aondosoo, di appena dodici mesi. «È uscita di corsa con Aondosoo in braccio e Iwuese al seguito. Appena fuori ha incontrato gli uomini armati: l’hanno colpita con un machete e l’hanno massacrata. Iwuese ha provato a scappare: l’hanno colpita con un’arma da fuoco e poi l’hanno finita. Terdoo è morto bruciato: hanno versato carburante sulla casa e hanno appiccato il fuoco, lasciandolo dentro». Aondosoo, ferito con il machete, è caduto con la madre; gli aggressori lo hanno creduto morto. È sopravvissuto perché il suo pianto ha attirato l’attenzione di un uomo la mattina dopo.

Ama ha saputo della strage il giorno seguente. «Persone che mi conoscevano hanno iniziato a chiamarmi. Ho provato a contattare mia figlia ma il telefono non prendeva. La sorella più giovane di mia moglie vive anche lei a Yelwata: quando l’ho chiamata mi ha raccontato cosa era successo e che il bambino era vivo». Una foto circolata sui social ha confermato tutto: Aondosoo, bendato in ospedale. «Ho sentito alla radio che erano al campo di sfollati dell’international market. Sono andato lì ma non li ho trovati subito. Più tardi mia figlia mi ha mostrato l’immagine: ho riconosciuto il nome di Lydia e dei bambini uccisi. Era già notte, ma io e mia moglie siamo corsi in ospedale». I medici lo hanno curato; le ossa non erano compromesse. «Da allora vivo con il trauma. Non riesco a stare seduto da solo: se resto solo, la testa torna a quella notte. Non sono più tornato a lavorare nei campi. Il governo non è venuto a vedere come stiamo. Io non ho la forza per affrontarli: ho affidato tutto a Dio. La mia richiesta è semplice: ho bisogno di aiuto per crescere questo bambino».

Padre Patrick Pigeon Sacerdote cattolico, St. Michael’s Catholic Church – Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Storia di Teryila

Teryila Asuuh porta sulla schiena cicatrici profonde da ustioni di terzo grado, ancora fresche e doloranti sotto la camicia logora. «Eravamo nella stanza, di notte, quando gli uomini armati sono entrati. Hanno versato carburante sulla casa e hanno dato fuoco. Io però, in quel momento, ero già riuscito a salire sul tetto», racconta. Nella stanza c’erano circa dodici persone. «Mia moglie Dooseh, mio figlio Aseerh di otto mesi e altri parenti. Sono bruciati». Nel tentativo di salvarli si è ustionato gravemente. «Ho provato a salvare mia moglie e mio figlio. Nel farlo mi sono bruciato la schiena, ma quando il fuoco è diventato insopportabile ho dovuto mollare. Ricordo la voce di mia moglie che mi chiamava e mi diceva che stavano bruciando lei e il bambino. La stanza era piena di fumo: non riuscivo a vederli». Oggi ripete con una calma rassegnata: «Non cerco vendetta. Affido a Dio la mia battaglia».

Terkula Aondowase James, 23 anni, ha una cicatrice fresca di machete sulla testa e un proiettile ancora conficcato nel braccio. «Sono riuscito a evitare il primo che mi veniva addosso, ma quello dietro di me mi ha colpito alla testa con un machete. Ho continuato a correre e allora hanno iniziato a sparare: un colpo mi ha preso al braccio, mentre la testa sanguinava per il taglio. Solo dopo tutto questo sono riuscito a scappare», spiega.

In ospedale il dolore fisico si è intrecciato a quello emotivo. «Quando sono arrivato alla stazione di polizia mi hanno detto che mio fratello era stato trovato morto a terra. Ogni volta che ripenso a mio fratello morto mi sento male: non riesco a mangiare». Ora la fame è concreta e quotidiana. «Da allora, non poter andare a coltivare mi sta distruggendo: abbiamo mangiato quello che restava nelle scorte e, quando finirà, non avremo più cibo».

Elaja descrive l’assedio con una precisione quasi meccanica, come se rivivesse ogni secondo. «La notte del 13 giugno 2025, tra le 22,40 e le 23,00, mentre stavamo dormendo, ho sentito uno sparo fuori casa. All’inizio non capivo da dove venisse. Stavo per aprire la porta, ma gli spari arrivavano da ogni lato: l’intera città era circondata. Non potevo uscire dalla stanza. Sono rimasto dentro. Poco dopo ho sentito delle persone scappare dal mio compound. Ho deciso di restare: fuori sparavano colpi ovunque. Gli assalitori si muovevano nel cortile di casa. Aveva smesso di piovere e subito dopo è ricominciata la sparatoria. Cercavano di forzare una stanza. Il tetto ha preso fuoco».

Gli spari sono durati fino all’una e mezza. Uscendo ha trovato il fratello ferito a colpi di machete. «Stava sanguinando, era ancora vivo. Ho cercato di portarlo in ospedale, ma è morto prima». Lo zio, la moglie e i tre figli sono stati uccisi in un magazzino. «Ho visto più di cinquanta, forse più di cento persone morte nello stesso posto. Alcune erano bruciate al punto da essere irriconoscibili». La polizia ha reagito uccidendo due assalitori, ma non è bastato. «Crediamo siano stati i pastori fulani. Il motivo è la terra: oggi non possiamo più accedere alle nostre terre, ma loro continuano a pascolare lì». Vivono nella paura costante. «Ci sono accampamenti molto vicini, a meno di un chilometro. Gli attacchi possono ripetersi in qualsiasi momento».

Elaja non cerca vendetta. «Anche se dormo con un machete accanto, so che contro le armi da fuoco non posso fare nulla. Mi sento impotente».

Spezzato dalle guerre

La Nigeria del 2025 è un Paese spezzato da guerre diverse che, pur non toccandosi geograficamente, convergono tutte sulla stessa tragedia finale: la fame di massa. Le Nazioni Unite stimano oltre 30 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con picchi gravi proprio in regioni come la Middle belt. Non si tratta di una carestia causata solo dal clima: è un disastro provocato dall’uomo. La violenza blocca la semina, la raccolta, i mercati, i trasporti. Dove i contadini non possono uscire dai villaggi per paura, i campi restano incolti. Dove le famiglie fuggono di notte con ciò che riescono a portare, perdono casa, attrezzi, sementi, bestiame, futuro.

A Yelwata le notti restano segnate dal terrore del fuoco e degli spari improvvisi. Nei villaggi abban-donati l’erba alta invade i sentieri un tempo battuti da carretti e bambini. Resistere, per chi resta o per chi è sfollato, significa continuare a pregare nelle chiese mezze distrutte, piantare semi di nascosto quando possibile, crescere orfani in baracche di lamiera sotto la pioggia. È una resistenza muta e ostinata, fatta di fede profonda, memoria dolorosa e rifiuto categorico di arrendersi del tutto. Perché qui – nel Benue come in troppe altre parti della Nigeria – essere contadino, cristiano o semplicemente un civile significa vivere ogni giorno sospeso in bilico tra la vita e l’annientamento.

Francesco Maviglia

Padre Patrick Pigeon Sacerdote cattolico, St. Michael’s Catholic Church – Maiduguri. (Foto Francesco Maviglia)

Da Boko Haram e Iswap
La guerra cambia volto

«Questa chiesa è stata bruciata più volte. Ricostruita, poi bruciata di nuovo». Padre Patrick Pigeon indica le mura della St. Michael’s catholic church di Maiduguri. Qui la violenza non è cominciata con Boko Haram. «Gli attacchi sono iniziati prima, nel 2006, durante le proteste per le vignette danesi su Maometto. Dovevano essere manifestazioni pacifiche. Diventarono massacri: un prete bruciato vivo, interi quartieri dati alle fiamme».

A poche centinaia di metri dalla chiesa viveva Mohammed Yusuf, il predicatore fondatore della setta islamica Boko Haram nel 2002 (cfr. MC ottobre 2016, MC novembre 2012). «Aveva una moschea che attirava centinaia di giovani», ricorda il sacerdote. «All’inizio non sembrava un gruppo armato. Era un movimento religioso, con ambizioni politiche. Poi tutto è cambiato».

Dalla rivolta urbana alla guerriglia

Boko Haram nasce nei primi anni Duemila come fenomeno urbano, radicato nei quartieri poveri di Maiduguri. Cresce su frustrazione sociale, disoccupazione giovanile, radicalizzazione religiosa e strumentalizzazione politica. «Venivano usati come forza di pressione», racconta Patrick, «un politico in particolare li ha trattati come alleati».

Nei racconti locali ritorna il nome di Ali Modu Sheriff, che sarebbe diventato governatore del Borno dal 2003 al 2011. «Faceva promesse, li coinvolgeva. Quando è diventato governatore, il rapporto è cambiato: non erano più partner, ma un problema».

Con il venir meno delle promesse e con l’uso repressivo della forza, il conflitto esplode. Nel 2009, dopo la rivolta armata e l’uccisione extragiudiziale di Mohammed Yusuf, Boko Haram si trasforma in un’insurrezione jihadista. «Da quel momento», dice Patrick, «chiunque fosse identificato come cristia-no o come membro delle forze di sicurezza era condannato. Se non scappavi, eri morto».

La repressione militare non distrugge il gruppo, lo spinge fuori dalla città. Tra il 2011 e il 2014 Boko Haram conquista territori vastissimi, occupa Gwoza, Bama, Dikwa, Banki e proclama un proprio «Stato islamico». È la fase della violenza di massa: attentati suicidi, rapimenti, stragi. Il sequestro di massa delle studentesse di Chibok, nel 2014, diventa il simbolo di quell’orrore.

La frattura: nasce Iswap

La risposta militare regionale e la pressione internazionale riducono il controllo territoriale, ma aprono una nuova fase. Nel 2016 Boko Haram si spacca. Da una parte resta la fazione storica, «Jas», guidata da Abubakar Shekau, sempre più brutale verso i civili. Dall’altra nasce Iswap, affiliata allo Stato Islamico e guidata da Abu Musab al-Barnawi.

La morte di Shekau nel 2021 segna uno spartiacque. Iswap assorbe combattenti, armi e territori. Cambia lo stile della guerra: meno caos, più disciplina; meno stragi indiscriminate, più controllo. Im-pone tasse, regola i movimenti, punisce chi collabora con l’esercito o disobbedisce ai suoi ordini. «È una violenza più fredda», spiega Patrick, «ma non meno efficace».

La rinascita silenziosa

Dopo anni di apparente declino, tra il 2024 e il 2025 Iswap torna a crescere rapidamente. Gli attacchi aumentano nel Nord Est e nel bacino del lago Ciad: oltre 300 azioni armate in un solo anno, più di 500 civili uccisi.

Nel primo semestre del 2025 Iswap riesce a soverchiare almeno sedici basi militari – tra Pulka, Marte, Rann, Buni Gari, Goniri -, in alcuni casi vere e proprie brigate fortificate. «Non è la coda di un cavallo morente», ammettono anche fonti militari. È una nuova offensiva.

Iswap ha riorganizzato la propria struttura in province (Wilayat), distretti e comandi. Ha riconquistato la foresta di Sambisa, trasformandola da rifugio caotico in hub logistico. Da lì colpisce Adamawa, Yobe e oltreconfine (Camerun, Ciad), riattivando una mobilità transfrontaliera che era sembrata ridursi.

La guerra è cambiata anche sul piano tecnologico. Iswap utilizza droni armati, visori notturni, ordigni sofisticati e veicoli esplosivi suicidi contro le basi militari. Dopo i raid aerei, i jihadisti recuperano or-digni inesplosi per riutilizzarli.

Secondo ex combattenti, nell’area del lago Ciad operano istruttori stranieri legati all’Isis, provenienti dal Nord Africa. Addestrano unità scelte – talvolta composte anche da minori – e curano la propaganda. Iswap non combatte isolata: è parte di una rete globale che fornisce fondi, knowhow e legittimità ideologica.

Una guerra che non finisce

La fazione storica di Boko Haram non è scomparsa. Sotto Bakura Doro (noto anche come Ibrahim Bakura Doro o Abu Umaimata), Jas mantiene sacche di controllo nelle isole del lago Ciad e nelle Mandara Mountains. Il suo status resta incerto dopo un bombardamento aereo nigeriano nell’agosto 2025, annunciato come letale ma mai confermato da fonti indipendenti. Le due fazioni si combattono, si fermano, si riorganizzano. Quando smettono di combattersi tra loro, tornano a colpire lo Stato.

Il panorama jihadista, però, è ancora più frammentato. Accanto a Iswap e Jas operano gruppi minori che estendono la violenza oltre il Nord Est: Ansaru, Lakurawa, Mahmudawa. Entità ibride, spesso intrecciate con banditismo e reti saheliane, sfruttano confini porosi e crisi locali. È un ecosistema resiliente, capace di rigenerarsi.

«Non è una guerra convenzionale», conclude padre Patrick. «Non vedi il nemico arrivare. Ti dicono che è una protesta pacifica e diventa un massacro. Qui la violenza non annuncia mai se stessa».

A Maiduguri come a Pulka, la guerra non è finita. Ha solo imparato a durare.

F.M.

Yelwata, Stato del Benue, Nigeria. Resti di abitazioni distrutte dopo l’attacco armato che ha colpito la comunità nel giugno 2025. (Foto Francesco Maviglia)

La Nigeria in cifre

  • Superficie: 923.768 km2 (3 volte l’Italia)
  • Popolazione: 233 milioni (Banca mondiale, 2024)
  • Indice di sviluppo umano (posto nella classifica): 164/192, livello medio (2024)
  • Pil: 252,26 miliardi di dollari (Banca mondiale, 2024)
  • Pil procapite annuo: 1.084 dollari (2024)
  • Crescita annua del Pil: +4,1% (2024)
  • Aspettativa di vita: 54,4 anni (Hdr 2023)
  • Alfabetizzazione: 69,2% (maschi), 49,7% (femmine)
  • Accesso alla rete elettrica: 61,2%
  • Uso individuale di internet: 39%
Wilfred Chikpa Anagbe Vescovo di Makurdi Diocesi di Makurdi, Stato di Benue. (Foto Francesco Maviglia)

La fede che resiste
Parlano i vescovi delle zone in conflitto

In un contesto di crudeltà, la Chiesa assume un ruolo importante. Accoglie gli sfollati, aiuta le famiglie delle vittime e dei rapiti. Ma c’è anche la denuncia di un sistema che non si oppone. E di una guerra non contro i cristiani ma «contro la Nigeria».

Nella Nigeria di oggi, la Chiesa cattolica trascende il suo ruolo di istituzione spirituale per diventare un baluardo contro il caos, un rifugio per i disperati e una voce profetica che sfida l’ingiustizia.

Mentre il Nord Est resiste al jihadismo di Boko Haram e Iswap, e la Middle belt sanguina per i conflitti tra pastori fulani e agricoltori, vescovi e sacerdoti si trovano sul crinale tra fede e una realtà brutale. Non si limitano a predicare dal pulpito, vivono la croce quotidiana. Sono loro che, dopo un massacro, contano i corpi tra le macerie, comunicano ai media locali i nomi delle vittime, e cercano spazi di riparo per gli sfollati, operando spesso con risorse minime.

Affrontano rapimenti, minacce e la distruzione di intere comunità. La loro visione non è astratta: è radicata nella sofferenza di un popolo per il quale la fede cristiana è spesso sinonimo di vulnerabilità. Eppure, da questa stessa sofferenza, sorge una chiamata ineludibile alla verità, alla giustizia e a un futuro possibile, anche quando l’oscurità sembra avere la meglio.

Makurdi, la denuncia

Makurdi, capitale dello Stato di Benue, è più di un semplice epicentro di sfollati e fame. È la sede della diocesi guidata dal vescovo Wilfred Chikpa Anagbe, uomo nativo di questa terra martoriata. La sua residenza episcopale, un edificio modesto circondato da giardini resi polverosi dalla siccità, è un faro per migliaia di fedeli. Tra le sue pareti, adornate di croci di legno e foto sbiadite di missionari, monsignor Anagbe ascolta, confessa e coordina gli aiuti. La sua missione, tuttavia, va oltre: è un’accusa incessante contro un sistema che, a suo dire, alimenta la violenza.

«Io non ho mai cercato di diventare vescovo», racconta, la voce calma ma ferma, dietro una scrivania sommersa da rapporti sugli ultimi attacchi. «Sono nato qui, conosco questa terra e la sua gente. Quando sono stato nominato, ho accettato per quella che credo essere la volontà di Dio. Ed è proprio perché vengo da qui che non posso tacere».

Le sue parole riecheggiano le tragedie come quella di Yelwata, che descrive con precisione dolorosa: case cosparse di benzina e date alle fiamme, corpi bruciati vivi, un massacro protrattosi per ore senza nessun intervento delle forze di sicurezza.

«Quello che sta accadendo non è un semplice conflitto tra pastori e agricoltori. Non è una questione di cambiamento climatico. Questa è una narrazione falsa», afferma. «Qui c’è un progetto preciso, ideologico, che mira alla conquista del territorio e alla cancellazione delle comunità locali».

Monsignor Anagbe risale alle radici storiche della situazione attuale, citando la «Dichiarazione di Abuja» del 1989, quando gruppi islamisti annunciarono l’intento di islamizzare la Nigeria. Boko Haram, nato in quell’humus, non è stato sconfitto, afferma: si è solo mutato, infiltrandosi in altre forme di violenza. Nel Benue a maggioranza cristiana, gli attacchi seguono uno schema preciso: occupazione di villaggi, cambio di nomi, espulsione di popolazioni. «Dal 2018 al 2025, nella mia diocesi ho perso diciannove parrocchie. Interi territori sono stati svuotati. I sacerdoti non possono più raggiungere i fedeli. La gente vive nei campi per sfollati, senza sicurezza e senza futuro».

Ogni notte, il telefono porta notizie di nuove morti. La sua critica al Governo è senza mezzi termini: «Il Governo non è solo impreparato. Sta aiutando e favorendo queste persone. Può sembrare una parola dura, ma è la verità. Se lo Stato volesse fermare questa violenza, potrebbe farlo. In una settimana questa situazione potrebbe finire».

Le minacce non lo piegano. «Molti mi hanno consigliato di tacere, di andarmene. Ma io credo che tacere significhi morire due volte. Ho scelto di parlare. Se questo significa essere minacciato, lo accetto. La porpora che indosso è anche un segno di disponibilità al martirio». La sua visione è chiara: il terrorismo può essere fermato, ma manca la volontà politica. Nel frattempo, la Chiesa offre ciò che può: cibo, scuole improvvisate dentro i campi per sfollati, sostegno per i traumi.

Cattedrale di St. Mary’s Catholic, Maiduguri, Stato di Borno. La scritta “Per i martiri di Maiduguri” campeggia sul soffitto della chiesa, dedicata alle vittime della violenza jihadista. (Foto Francesco Maviglia)

Sokoto, tra i musulmani

A centinaia di chilometri di distanza, nel Nord Ovest, un’altra figura incarna una resistenza diversa ma complementare: monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, antica sede del Califfato. In un ambiente a forte maggioranza musulmana, la sua voce è minoritaria ma influente. È in questa regione che, alla fine del 2025, i raid aerei statunitensi avrebbero colpito presunte basi jihadiste, un intervento controverso che ha accentuato le tensioni.

Lo incontriamo a Roma, dopo un evento dell’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, dove è venuto a portare testimonianza. Un sacerdote della sua diocesi, presente all’incontro, commenta così la sua figura: «Monsignor Kukah non ha paura di dire la verità, anche quando è scomoda per il potere. Per noi è una roccia. Sa che la situazione è complessa e che le soluzioni militari dall’esterno rischiano di semplificarla in modo pericoloso».

Monsignor Kukah sfata subito le narrazioni semplicistiche. A proposito dei Fulani, spesso dipinti come invasori, chiarisce: «Quando parliamo dei Fulani, molti dicono che non sono originari della Nigeria. Ma in realtà nessuno è veramente indigeno della Nigeria così come è costituita oggi. I confini attuali sono stati tracciati dall’amministrazione coloniale britannica». Descrive i Fulani come un popolo pastorale in cerca di pascoli, non di conquiste. La causa dei conflitti, sostiene, è la negligenza statale: «Oggi non dovremmo più avere mucche che vagano liberamente in tutta la Nigeria. Con un serio progetto agro pastorale, con il ranching, sarebbe stato possibile trasformare questa ricchezza in qualcosa che avrebbe migliorato la vita dei Fulani e dell’intero Paese». Invece, dopo la scoperta del petrolio, l’agricoltura è stata abbandonata, lasciando spazio a crisi che potevano essere risolte quarant’anni fa.

La violenza, per il vescovo, non è settaria: «Le uccisioni avvengono ovunque: a Sokoto, Katsina, Kaduna, Plateau, Benue. Non è una violenza limitata ai cristiani. Cristiani e musulmani vengono uccisi allo stesso modo. Per questo non parlerei di genocidio contro i cristiani, ma di una guerra contro la Nigeria». Indica il fallimento dello Stato nella protezione più basilare. Le forze di sicurezza, a suo dire infiltrate da gruppi armati, restano in carica nonostante i fallimenti.

Su Boko Haram offre un’analisi storica: «Non è nato come un gruppo che voleva attaccare i cristiani. La violenza è degenerata nel tempo, anche a causa delle connessioni con gruppi jihadisti internazionali come al-Qaeda e Isis. Oggi questi gruppi sono una minaccia anche per l’Islam stesso». Affronta poi il flagello dei rapimenti, che ha colpito duramente il clero: «Negli ultimi 7 o 8 anni i sacerdoti convivono sotto la minaccia di essere rapiti e poi uccisi. È un fenomeno che si diffonde in tutta la Nigeria, da Nord a Sud». Spesso motivati da riscatti, questi crimini generano flussi di denaro enormi. La Chiesa nigeriana ha una posizione ufficiale: non pagare riscatti, anche se le negoziazioni avvengono. «Pochissimi di loro hanno avuto la fortuna di essere liberati, ma credo che ci sia sempre un certo livello di negoziazione», ammette. «I rapitori causano dolore intenzionale, per far sentire la loro presenza al Governo». Infine, mette in guardia sulle narrazioni unilaterali: «Bisogna stare attenti al pericolo di una singola narrazione. Si può avere ragione solo in parte quando si parla di conflitto religioso, perché sia i cristiani che i musulmani sono vittime».

Periferia di Maiduguri, Stato di Borno (Nigeria). Bambini giocano con un aquilone in un quartiere periferico della città, che ospita un’elevata concentrazione di sfollati interni fuggiti dalla violenza di Boko Haram nelle aree rurali del Nord-Est. (Foto Francesco Maviglia)

Insicurezza, fame e la narrazione ufficiale

Monsignor Kukah dipinge un quadro a tinte fosche in cui insicurezza, povertà e fame si alimentano a vicenda. «L’economia è in ginocchio, la povertà è ovunque. Ma la minaccia più grave resta l’insicurezza», spiega. «Non si tratta solo di Boko Haram: ci sono i banditi armati, le rapine, gli attacchi su strada. La gente non può più allontanarsi di un miglio dai villaggi per coltivare i campi. Se lo fa, rischia di essere uccisa o rapita». Il risultato è una produttività agricola crollata, raccolti abbandonati, fame che si diffonde come un’epidemia silenziosa.

Non nasconde il suo scetticismo verso le rassicurazioni governative: «Il Governo ha ripetuto al mondo che la crisi è sotto controllo, che è finita. Ma chi ha la possibilità di raggiungere gli epicentri della violenza sa che non è così. Negli ultimi mesi ci sono stati attacchi persino contro basi militari».

La sofisticazione dei gruppi armati è in aumento: «Usano droni per sorvegliare e colpire. A volte non sappiamo più se fidarci di ciò che il Governo comunica alla comunità internazionale».

Sui campi profughi è categorico: «Non possono diventare permanenti. Le persone vogliono tornare alle loro terre, alle case, ai campi. Nessuno può vivere davvero senza la propria terra. Ma senza sicurezza non c’è ritorno possibile». La sua frustrazione è palpabile: «Sono arrabbiato con la Nigeria. Non dovremmo essere in questa situazione. È un Paese ricchissimo di risorse, eppure ostaggio di una governance fallimentare».

La risposta della Chiesa

In questo scenario, la Chiesa non offre soluzioni militari. «Il Papa non ha un esercito», ricorda monsignor Kukah. «Offre invece preghiera, solidarietà concreta e una presenza costante. Nei villaggi assediati e nei campi, le messe si celebrano sotto tende di plastica, i battesimi tra baracche di lamiera, le omelie diventano denuncia. Non è passività, ma una resistenza attiva che mantiene viva la dignità umana e rifiuta la rassegnazione».

Sul piano internazionale, la risposta è stata controversa. Nel novembre 2025, l’amministrazione statunitense ha designato la Nigeria come «Paese di particolare preoccupazione» per la persecuzione dei cristiani. Poche settimane dopo, il 25 dicembre, gli Usa hanno condotto bombardamenti aerei nella regione di Sokoto contro presunti militanti dell’Isis. Il presidente Trump li ha descritti come un colpo contro la «feccia terroristica» che «aveva preso di mira e ucciso brutalmente, principalmente, innocenti cristiani».

I raid hanno generato reazioni opposte: graditi da alcuni leader cristiani come segnale di forza, hanno suscitato perplessità in chi osserva che in quelle zone le vittime sono per lo più musulmane e la dinamica non è principalmente anticristiana. Il Governo nigeriano ha parlato di un’operazione congiunta di antiterrorismo, ma l’enfasi americana sulla «persecuzione cristiana» ha rischiato di inasprire le tensioni settarie, dimostrando come un intervento militare esterno non possa essere la soluzione.

Mons. Matthew Hassan Kukah, Vescovo Sokoto. (Foto Francesco Maviglia)

Una luce ostinata nell’oscurità

«Come sacerdote posso solo incoraggiare il mio popolo», conclude monsignor Kukah, «ma credo fermamente che questa oscurità finirà».

In una Nigeria frammentata e ferita, la testimonianza di vescovi come Anagbe e Kukah, e l’azione quotidiana, a volte eroica, del clero e dei fedeli, rappresenta una luce tenace. È una luce fatta di coraggio, di parole scomode, di una presenza che non abbandona e di una fede che, pur nella sofferenza, continua a indicare la via della giustizia e di una pace possibile. La loro voce è un appello al mondo perché ascolti la complessità di questa tragedia, e alle autorità nigeriane perché assumano finalmente la loro responsabilità di proteggere tutti i cittadini, senza distinzione. Il futuro del Paese passa anche attraverso il riconoscimento di questa ostinata speranza.

Francesco Maviglia

Archivio MC

Ha firmato il dossier

Francesco Maviglia
Video giornalista e documentarista. Si occupa di reportage e documentari da contesti di crisi e conflitto, con un focus su storie umanitarie e sociali. Ha realizzato servizi e produzioni video per media europei, tra cui Sky Tg24, Tg5, Rsi, Ansa e Fanpage.it, lavorando tra Italia, Ucraina, Libano e Nigeria. (Sue le foto del dossier, eccetto la prima e l’ultima)

A cura di: Marco Bello, direttore editoriale di MC.

Hauwa, quando aveva 10 anni Boko Haram ha attaccato il suo villaggio e ucciso i genitori. È stata rapita e costretta alla conversione religiosa. (Foto Carlo Cozzoli)



Un inverno al freddo e al gelo, tra speranze e paure

Testimonianza diretta di padre Luca Bovio, Imc, dall’Ucraina – Natale 2025

A differenza degli ultimi anni, l’inverno che stiamo vivendo in Ucraina e in tutto l’est del continente europeo e decisamente severo come del resto lo deve essere tradizionalmente. Sono diverse settimane che la temperatura oscilla tra i –10 e i –20 gradi.

Kyiv (Kiev) innevata con temperature a -10 o -20

In condizioni normali questo non creerebbe notevoli disagi alla popolazione abituata a convivere da sempre a queste condizioni. Il problema e dato dalla mancanza di corrente elettrica, di riscaldamento come in alcuni di casi di acqua corrente. La mancanza di tutto questo deriva dai continui massicci attacchi alle infrastrutture energetiche dell’intero paese. Le restrizioni sono notevoli. Ogni giorno viene dato un bollettino in tutto il paese con gli orari di energia erogata per il giorno successivo. Mediamente possono essere poche ore al giorno. Nei casi più estremi come alcuni palazzi a Kiev la mancanza è totale già da alcune settimane. Per questo motivo il sindaco e le autorità hanno invitato i cittadini della capitale a lasciare la città nel caso che avessero qualcuno che li possa ospitare. Le previsioni infatti non sono buone. Il gelo continuerà ancora per molto e la situazione energetica non si risolverà ancora in breve tempo.

generatori acquistati da distribuire dove necesasrio

La notizia di questi giorni di metà gennaio 2026 è che anche le scuole della capitale resteranno chiuse fino a febbraio per mancanza di energia. Quella poca che c’è occorre utilizzarla con delle priorità come gli ospedali e i trasporti pubblici che ancora funzionano, come le tre linee della metropolitana. in questo contesto gli allarmi e gli attacchi dal cielo continuano ininterrottamente (foto postazione anti droni sopra). Ieri (17 gennaio) è stata danneggiata gravemente la centrale elettrica di Charchiw, la seconda città del paese. Le città vivono grazie al lavoro dei generatori di corrente elettrica. Il loro rumore si può sentiere ovunque. I generatori più grandi forniscono corrente ai negozi e ai centri commerciali, quelli più piccoli agli appartamenti, per chi se lo può permettere.

Anche noi in questo tempo stiamo cercando di acquistare piccoli generatori da offrire a coloro che ne hanno maggiormente bisogno (foto a destra). Un costo medio per un generatore che produce circa 4 Kw è di circa 500 euro. In diversi punti della città sono state montate delle tende riscaldate dove i cittadini possono trovare una tazza di the caldo o un po’ di cibo e soprattutto trascorre un po’ di tempo al caldo lasciando i propri appartamenti dove la temperatura è di poco sopra lo zero. (video 5-6)

Non lontano dalla capitale si trova Irpin. Qui oggi c’è un centro di accoglienza per circa 500 persone. alcune di loro provengono dalla stessa città. Qui 4 anni fa i soldati russi arrivarono fino a qui distruggendo molte abitazioni. Altre famiglie provengono dalla zona del fronte, dal Donbass come dalla ragione di Zaporiza. Ogni persona ha una sua storia. Ci sono piccoli nuclei familiari che qui vivono così come soldati che hanno perso gli arti a motivo del freddo. Spesso sono persone anziane che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni. La corrente elettrica e il riscaldamento sono garantiti da grandi generatori che lavorano ininterrottamente. E sufficiente un piccolo contrattempo, un danneggiamento o la mancanza di carburante e subito nelle abitazioni container la temperatura scende e 4, 5 gradi sopra lo zero. (Foto 7-8-9)

Diverse chiese e organizzazioni di volontariato assicurano i pasti caldi sotto un tendone riscaldato. Qui si possono ricaricare anche i cellulari e connettersi ad internet con la rete Starlink. Anche io ho la possibilità di salutare gli abitanti e di ricevere il loro ringraziamento per l’aiuto dato da molti benefattori sparsi per il mondo grazie alla collaborazione con la chiesa locale greco latina. (video 10)

11. Reti anti droni sulla strada verso Cherson

Le festività del Natale le ho trascorse nella parrocchia di Cherson, una città a sud lungo la linea del fronte. Dall’ultima volta che sono stato sono ora apparse sulla strada principale le reti anti-droni per ben 17 km. (Foto 11-12) Sono reti da pesca montate su dei pali. Lo scopo di queste reti è quello di proteggere i veicoli da un impatto diretto coi droni che qui volano sempre più spesso. Un semaforo posto all’inizio del tratto, da luce verde se il pericolo non è imminente. In questo tratto occorre andare velocemente con la macchina guardando con un occhio il cielo ma stando anche attenti al ghiaccio e alla nave che rendono scivolosa la strada. Anche la cintura di sicurezza della macchina e meglio lasciarla slacciata per poter in caso di necessita agevolmente uscire dal veicolo.

12. Reti anti droni sulla strada verso Cherson
12a. Reti anti droni sulla strada verso Cherson con auto bruciata ai bordi della strad.

Diverse carcasse di auto colpite sono abbandonate ai margini di questo tratto (foto 12a-13). L’uso di droni è crescente sia per numero sia per qualità. Al loro rumore occorre sempre ripararsi e aspettare che passino. Non si sa mai a quale esercito appartengo e soprattutto quale è il loro scopo: raccogliere informazioni, fare filmati oppure lanciarsi contro obiettivi. Alcuni di essi, soprattutto di notte quando sono meno visibili, sono utilizzati anche per portare cibo e quant’altro ai soldati nelle zone più esposte. I droni purtroppo non sono il solo pericolo a Cherson. I due eserciti si scambiano colpi di artiglieria giorno e notte lungo il fiume Dniepr che di fatto in questa zona è la linea del fronte: i russi sulla riva est, gli ucraini sulla riva ovest.

13. Edificio distrutto dai droni russi a Cherson

Pochi giorni prima del Natale due colpi sono caduti nel giardino della parrocchia alle 6 del mattino danneggiando 17 finestre (foto 14-15). Ringraziando il Signore nessuno si è fatto male anche se lo spavento è stato grande.

Un altro missile poco lontano dalla parrocchia è rimasto nell’asfalto della strada senza esplodere (foto 16). E lì ancora in attesa che lo si metta in sicurezza.

16. Missile inesploso in Pilipa Orlika Street a Cherson, non lontano dalla parrocchia cattolica

La S. Messa della notte di Natale è stata celebrata al mattino della vigilia alle 9.00, questo per dare alle poche decine di fedeli la possibilità di tornare a casa coi pochi bus che viaggiano per la città solo fino al primo pomeriggio. Poi tutto si ferma e si è avvolti dall’oscurità e dal silenzio, interrotto solo dai colpi che riecheggiano nel cielo. Dopo la S. Messa di Natale due famiglie hanno organizzato una recita natalizia molto ben preparata con canti e poesie, annunciando la nascita del Salvatore Gesù (foto 17).

17. Messa di Natale nelal parrocchia cattolica di Cherson, con recita dopo la messa
18. padre Bovio con personale medico di un ospedale a Cherson

Siamo riusciti portare dei medicinali raccolti in Italia e distribuiti in diversi ospedali della città (foto 18). Una parte di essi e stata data all’ ospedale di Bilozerka, una villaggio fuori città. Qui ormai solo i soldati possono venire e a loro abbiamo consegnato l’importante carico.

Pochi giorni fa a Leopoli una signora è diventata un simbolo e allo stesso orgoglio del paese. Era l’alba ancora buio in una piazza centrale della città. La signora stava spalando la neve caduta abbondante. La scena che descrivo è stata ripresa dalle telecamere di sicurezza. Improvvisamente la piazza è colpita da un drone shahed che esplode. Le schegge come sempre volano senza controllo ovunque. Alcune di esse sfiorano la signora impegnata a spalare la neve. Dopo pochi attimi la signora guardandosi attorno, invece di scappare spaventata e di mettersi al riparo riprende a lavorare spalando la neve come se niente di grave fosse accaduto. I media hanno dato molto risalto a questo. Non certo per invitare ad atteggiamenti poco prudenti, occorre infatti durante gli allarmi proteggersi in luoghi sicuri, ma soprattutto per elogiare il coraggio e la voglia di andare avanti anche dopo pericoli così evidenti come quello che poco prima si era verificato.

Questa resilienza unita alla forza e al coraggio, sono gli atteggiamenti che permettono a un paese colpito duramente di non soccombere ma a continuare a lottare anche in questo duro inverno che siamo certi prima poi finirà.

padre Luca Bovio, missionario della Consolata e
direttore Pontificie opere missionarie dell’Ucraina




Italia. Dialogo ebraico cattolico alla luce di Gaza e Abramo

Le tensioni tra il mondo ebraico e quello cattolico sui massacri nella striscia di Gaza e le violenze in Cisgiordania non sono risolte. Il giudizio sulla sanguinosa reazione dello Stato di Israele all’attacco terrorista del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas contro civili israeliani e le valutazioni su come porre fine alle violenze, sono ostacoli visibili e delicati, benché non insormontabili, per il dialogo ebraico-cattolico oggi.

Se ne legge tutto il peso nei messaggi delle due comunità per la giornata del 17 gennaio: «Ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo». «Negli ultimi tempi – scrivono a loro volta i vescovi italiani nel primo paragrafo del loro messaggio – si sono vissuti momenti di tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o contenenti affermazioni ambigue. […] Desideriamo – proseguono più avanti – lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo. […] Ci riserviamo d’altronde – aggiungono ancora – la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri paesi e verso il nostro stesso governo».

La giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei

Celebrata in Italia per la prima volta nel 1990 dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) in collaborazione con l’Assemblea dei rabbini d’Italia, le giornate «per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei», al di là delle divergenze di ordine politico, hanno lo scopo di aiutare le comunità cattoliche ed ebraiche locali a conoscersi vicendevolmente e collaborare per il bene comune, sulla scia dell’ampio cammino compiuto negli ultimi decenni.

Forme di dialogo tra cattolici ed ebrei sono sempre state presenti nella storia, ma la loro formalizzazione risale al Concilio Vaticano II e alla dichiarazione conciliare del 1965 «Nostra Aetate» sulle relazioni della Chiesa con le fedi non cristiane. Il paragrafo che fa riferimento al dialogo ebraico cattolico è il 4°: «Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti. […] Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo».

Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto, ma benedetti

Prendendo come riferimento il versetto 3 del capitolo 12 del libro della Genesi, nel quale Dio dice ad Abramo «In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra», il tema centrale dei messaggi dei vescovi e dei rabbini d’Italia è quello della benedizione.

Il dialogo tra cattolici ed ebrei, affermano i due messaggi, si fonda sul riconoscimento di essere tutti destinatari (e portatori presso i popoli del mondo) della stessa benedizione divina.

«È meraviglioso ricordare – scrive la Cei -, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. […] Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. […] cammina incerto verso un futuro sconosciuto […]. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. È così che avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. […] Dunque, dobbiamo sempre ripartire da questa certezza, anche dopo le crisi, anche nei momenti di crisi».

«Il passo biblico scelto quest’anno […] – scrive l’Assemblea dei rabbini d’Italia – è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini».

Il ruolo di Gesù e della teologia della terra

Il dialogo autentico tra diverse comunità parte dagli elementi che accomuna le identità, senza dimenticare quelli che le distingue. È volontà di collaborare tenendosi lontani dal rischio di assimilazione di un gruppo all’altro o di dissoluzione dei diversi in un unico indistinto. L’alterità degli uni e degli altri va preservata e sottolineata.

Così, nei due messaggi, sono espressi in modo chiaro almeno due differenze fondamentali.
La prima, ovvia, riguarda la figura di Gesù di Nazareth: «Come diceva Schalom Ben Chorin, rabbino riformato tedesco, “La fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide”», scrivono i vescovi.

La seconda, altrettanto ovvia, ma forse meno conosciuta, riguarda la teologia ebraica della terra, che, ci pare, ha a che fare con la differente lettura tra cattolici ed ebrei della guerra in Israele: «La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro – scrivono i rabbini d’Italia nel loro messaggio -, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele. Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti».

Il desiderio comune di servire

Per aiutare le comunità locali di fedeli a concretizzare il dialogo ebraico cattolico, l’ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, in collaborazione con l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), ha messo a punto una serie di schede per conoscere l’ebraismo, scaricabili singolarmente o tutte insieme in un unico volume in formato pdf.

Il messaggio dei vescovi si chiude con un richiamo alla speranza, un’invocazione alla pace e un appello a proseguire nel dialogo: «Auspichiamo dunque la continuazione del dialogo franco, leale e costruttivo. Un dialogo nella verità e nella carità, con la ferma volontà di riconoscerci fratelli, sempre e comunque. Con la ferma volontà di non abbandonare mai il dialogo, per nessun motivo. La fraternità sta a fondamento del rapporto che sussiste fra noi, come base e come prospettiva. Siamo dentro la medesima benedizione. Le differenze non la cancellano e non la cancelleranno. Radicati in questa certezza desideriamo continuare a costruire le nostre relazioni. Il dialogo tra noi è anche un servizio per il dialogo fra le religioni e, soprattutto, un servizio verso questo nostro mondo, sempre più lacerato e diviso. Non possiamo privare il mondo di questo dono».

In modo simile si chiude anche il messaggio dell’Assemblea dei rabbini d’Italia: «L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli».

Luca Lorusso




Sperare la pace per il 2026

«Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2,4-5).

Riprendendo le parole di Isaia, papa Leone XIV conclude il messaggio per la pace 2026, promulgato qualche giorno fa, augurandosi che quanto sogna Isaia possa essere il frutto del «Giubileo della speranza». Peccato che tutto, in questa fine d’anno, sembri orientarsi in direzione opposta. Anche noi missionari, peraltro, ci siamo dovuti ricredere sulla speranza di assistere nel 2025, quantomeno a un processo di riduzione, se non di cessazione, dei tanti conflitti in corso in vari continenti, soprattutto in Africa.

Al di là del suo desiderio, le parole di Leone sembrano tradire una velata sensazione che segnali positivi se ne vedano ben pochi. «Non a caso – leggiamo nel messaggio -, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza».

A confermare questo, il papa scrive: «Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del Pil mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere con l’enorme sforzo economico per il riarmo… e i media diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».
E, ammonendo i responsabili delle decisioni in merito a «considerare l’enorme peso della loro responsabilità», il pontefice, riaffermando che «oggi più che mai occorre mostrare che la pace non è un’utopia», scrive che «Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione (della guerra, ndr); ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico».
Leone XIV propone che alla strategia delle armi e della guerra si contrapponga «lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala».

Lui stesso, peraltro, non perde occasione per lanciare accorati appelli alla tregua o al cessate il fuoco in merito alle tragedie dei conflitti in corso, come quello del Sudan, Paese da oltre due anni afflitto da una guerra civile che Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, ha definito «la più grave crisi umanitaria nel mondo oggi», aggiungendo, con molti organismi, che «è stata data un’attenzione internazionale di gran lunga troppo limitata per quello che succede in questo paese».

Il Sudan, purtroppo, è, secondo gli analisti più esperti d’Africa, «per numero di vittime e mancanza di soluzioni percorribili a breve termine, la più grave contesa bellica del 2025, e probabilmente la meno conosciuta».

I dati pubblicati da Amnesty International sono impressionanti: «Con oltre 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case – si legge nel suo recente rapporto -, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollati al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. E avrebbe provocato, secondo stime al ribasso, non meno di 150mila vittime».

Le due parti in guerra, le Forze di supporto rapido (Fsr), da un lato, e l’Esercito regolare, dall’altro, hanno provocato in tutto il Paese la tragedia in atto.
Soprattutto nel Darfur, tuttavia, la regione occidentale del Paese, sono seguiti massacri disumani dopo la conquista da parte delle Frs della capitale della regione, El-Fasher, come mostrano video pubblicati sui social dai ribelli che li hanno perpetrati.

Nel report di Amnesty si legge: «L’escalation in Sudan non è solo il risultato dell’intensificarsi delle ostilità, ma la conseguenza diretta di un sistema di impunità e del disinteresse della comunità internazionale che ha lasciato campo libero alle parti in conflitto. L’uso intenzionale della violenza sessuale, gli assedi ai civili, le uccisioni di massa e la fornitura continua di armi dimostrano che il conflitto si è trasformato in una guerra contro la popolazione stessa».

Dall’inizio della guerra alla metà del 2025, secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono stati attaccati e distrutti 185 presidi sanitari, con le molte migliaia di persone, sono stati uccisi 1.204 medici, infermieri e altri operatori.
Le cause (occulte ma non troppo) per il prosieguo della guerra sono l’avidità nei confronti delle ricche risorse materiali del paese (oro, petrolio e altri minerali), e l’ininterrotto flusso di armamenti provenienti soprattutto da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti (questi ultimi riforniti dagli Stati Uniti) e Yemen, in violazione delle normative internazionali e dell’embargo imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Un collasso del Sudan con la divisione del Paese in due parti, d’altro lato, destabilizzerebbe l’intero Corno d’Africa, spingerebbe i rifugiati attraverso il Sahel e verso l’Europa, e incoraggerebbe altre forze paramilitari.
Lo scenario globale per l’Africa in vista del nuovo anno, insomma, non offre grandi motivi di ottimismo. Chi ha fede dice che solo un intervento di forza superiore potrà toccare il cuore di chi porta la responsabilità per l’assenza di pace in Africa e nel mondo intero. Ma anche che ogni donna e ogni uomo di buona volontà sono chiamati a fare la sua parte, ribellandosi al silenzio intorno a queste grandi tragedie.

Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana)




C’è ancora posto per lui?

Quando si legge il Vangelo di Natale, c’è una frase che sempre colpisce: «Non c’era posto per loro nell’alloggio» (Lc 2,7). L’alloggio, spesso e volentieri tradotto albergo, era la «stanza degli ospiti» della casa, come quella nella quale poi Gesù, molti anni dopo, si sarebbe riunito con i suoi per l’ultima cena.
Certo, in quei giorni a Betlemme, la stanza degli ospiti della famiglia di Giuseppe era sicuramente strapiena, visto che il censimento aveva fatto arrivare i parenti da ogni dove e con tutti quegli uomini, donne e bambini accalcati insieme, non era davvero il posto più adatto per far
nascere un bambino. La stalla, con la sua quiete e il suo calore, offriva, invece, un ambiente più accogliente, intimo e discreto.

Il fatto, però, che l’evangelista faccia notare che «non c’era posto» per quella coppia in attesa, significa che non è solo un’informazione logistica, ma che vuole sottolineare proprio la mancata accoglienza da parte dei «suoi», la gente di Betlemme, la città di Davide, colui che aveva ricevuto la promessa del Messia. I «suoi» avrebbero dovuto essere i primi a gioire per la venuta di quel bambino. Invece i primi sono stati i «pastori», gli esclusi, quelli accampati fuori sotto la provvisorietà di una tenda.

Se nascesse oggi, quel bimbo troverebbe un luogo che lo accoglie? Ci sarebbe posto per lui e la sua famiglia? O farebbe la fine di tanti bambini centrati dalle bombe negli ospedali, nelle loro case, nelle scuole, nelle strade? O finirebbe in fondo al mare come tanti piccoli non ancora nati o appena nati da genitori stipati su barconi che attraversano, pieni di speranza, il mare?

Nascesse oggi, i suoi genitori non riuscirebbero neppure a entrare a Betlemme, circondata com’è da un grande muro. La sua gente è chiusa dentro: non si entra e non si esce.

Ma quello non è l’unico muro di oggi. Sembra passata un’eternità dal quel 9 novembre 1989 nel quale il mondo fece festa per la caduta del muro di Berlino, che era segno di divisione, di sfiducia, di mentalità di guerra. Doveva essere la festa per un mondo nuovo, un mondo di pace.

Invece, da allora, di muri ne sono stati costruiti in tutti i continenti, con la scusa di difendere «la patria», l’identità, la sicurezza del proprio Paese contro l’invasione di chi viene per sfruttare le nostre risorse, per sovvertire il nostro modo di vivere, per prendere possesso del nostro mondo, per sostituire la nostra cultura.

Muri fisici, barriere burocratiche o dazi esorbitanti, non importa. Quel che conta è tener fuori o buttar fuori tutti quelli che sembrano pericolosi per nostra sicurezza e il nostro benessere.

In questi tempi abbiamo perfezionato anche un’altra specialità: quella di distruggere le case e le città rendendole mucchi di macerie, costringendo chi vi abita a fuggire o a sopravvivere rintanandosi sottoterra. Chi va sottoterra diventa un invisibile, ma chi fugge, dove va? Da chi è accolto? E mentre per produrre bombe, missili e droni – tutti strumenti di morte – i soldi si trovano, per costruire tutto quello che promuove pace e giustizia, le uniche cose che davvero migliorano la vita di tutti, le risorse non ci sono.

Mi viene poi un’altra domanda guardando al nostro mondo, alla nostra Italia, dove l’invecchiamento aumenta, le coppie si sposano sempre più tardi, la natalità diminuisce giorno dopo giorno. Dovesse essere mandato oggi l’angelo, troverebbe ancora una giovane coppia disposta ad accogliere una nuova vita? E non perché le ragazze o i ragazzi di oggi non siano capaci di amare, anzi. Ma perché la nostra società cerca di uccidere in loro la speranza, offusca il loro futuro e concentra tutto nel qui e ora, nel piacere dell’immediato, nell’io invece che nel noi, nella delega ai poteri forti e agli ultra ricchi, all’Ia e ai social che danno l’illusione di essere inseriti nel mondo, ma in realtà chiudono in stanze sia virtuali che reali.

Eppure, anche solo il porsi queste domande, è un segno di speranza. Vuol dire continuare a resistere, a sognare e lottare per un mondo diverso, un mondo di pace e di fraternità, di giustizia ed equità, un mondo in cui ciascuno e tutti sono cittadini con uguali diritti e doveri, soggetti della propria storia, custodi responsabili e gioiosi del creato. La speranza generata dall’accogliere quel bambino indifeso, Gesù, che è testimone dell’immensa fiducia di Dio nell’uomo, diventa allora la forza che anima l’impegno per un mondo di vera pace.

Certo, come singoli, non abbiamo i mezzi e la forza di compiere gesti eclatanti o risolutivi, ma anche solo l’offrire una accogliente «mangiatoia» a chi bussa alla nostra porta, è un piccolo gesto di amore che come una piccola luce rompe il buio della notte.

Gigi Anataloni
direttore responsabile




Myanmar. Elezioni e giunta militare

La campagna elettorale per le elezioni in Myanmar inizia il 28 ottobre e durerà due mesi, fino al 28 dicembre, quando si svolgeranno le operazioni di voto.
La Commissione elettorale dell’Unione, nominata dalla giunta militare al potere nella nazione, accelera i preparativi per le elezioni, diramando le norme per i comizi e i candidati.
Tuttavia la parvenza di normalità che la giunta militare intende dare alle operazioni di voto non riesce a celare le enormi sfide e le questioni cruciali che si aprono in vista di quella che alcune organizzazioni in patria e all’estero, come la Federazione internazionale per i diritti umani, definiscono «una farsa elettorale».
Tra l’altro la legge prevede pesanti sanzioni fino alla pena capitale per chi si oppone al voto, e l’esclusione dalle liste elettorali di tre milioni di cittadini e della Lega nazionale per la democrazia che, nel 2020, prima del golpe militare, aveva ottenuto una schiacciante vittoria.

La tornata elettorale, che proseguirà in più fasi nel 2026, vede 55 partiti registrati, nove dei quali in lizza a livello nazionale.
La Commissione elettorale ha stabilito 330 circoscrizioni elettorali per i seggi della Camera bassa, 110 per la Camera alta, 364 per i parlamenti regionali e 29 per le cariche di rappresentante delle minoranze etniche.

Ma il voto potrà svolgersi, per ammissione dello stesso Generale Min Aung Hlaing a capo della giunta, in un territorio che corrisponde circa alla metà del Paese. Le elezioni saranno, dunque, secondo la Resistenza e le minoranze etniche che si oppongono al regime e controllano l’altra metà del territorio, del tutto irregolari e prive di legalità.
Il boicottaggio annunciato dai gruppi di opposizione, unito alle critiche degli osservatori internazionali, tuttavia, non ferma i generali che, dopo il golpe del 1° febbraio 2021, provano a legittimare, sia sul piano interno, sia a livello internazionale, il controllo sulla nazione.

Il centro studi Asian network for free elections, nel  suo rapporto di valutazione sul voto, ha rilevato che «le elezioni organizzate dalla giunta in Myanmar non si allineano con gli standard internazionali e non possono essere considerate credibili o legittime».

Anche l’Ong Human Rights Watch ha invitato i leader dell’Asean (l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico, di cui il Myanmar è membro) a negare il riconoscimento delle elezioni, a intensificare l’isolamento diplomatico della giunta e aumentare l’assistenza umanitaria ai rifugiati in quella che ha definito «una delle peggiori crisi di sfollamento in Asia dalla seconda guerra mondiale».

Dal 2021, infatti, nel tentativo da parte della Giunta militare di fiaccare i gruppi della resistenza – oggi un’alleanza tra le Forze di difesa popolari, milizie dell’etnia maggioritaria bamar, e gli eserciti delle minoranze etniche -, oltre 3,5 milioni di persone sono state sfollate e altri milioni affrontano un’insicurezza alimentare acuta. L’Ong ha anche documentato attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria su villaggi, municipi e infrastrutture civili.

Dal Myanmar alcune voci della società civile hanno problematizzato la questione, considerandola sul lungo periodo: il processo elettorale, pur essendo controllato dai militari, «avrà comunque, come esito finale, un maggiore coinvolgimento dei civili nel governo della nazione e sarà un piccolo passo positivo», ha riferito all’agenzia vaticana «Fides» Joseph Kung Za Hmung, cattolico di Yangon, educatore e fondatore della prima università cattolica privata della nazione.
Con il voto, argomenta, «vedremo l’influenza della giunta militare in qualche modo diminuire, si parlerà del rilascio dei prigionieri politici, la nazione avrà nuovamente delle istituzioni democratiche, e sarà un’evoluzione positiva, che ci permetterà di fare un primo passo per uscire dal governo esclusivo della giunta».

Pur senza sottovalutare «tutte le critiche e le criticità, come il fatto che le elezioni non saranno del tutto libere, o che molta parte della popolazione non potrà o non vorrà votare», ha spiegato Kung Za Hmung, «bisogna considerare che il voto resta un’espressione democratica, sicuramente con limiti e con risultati in parte scontati: ma è pur sempre l’inizio di una via d’uscita per tornare ad avere un governo civile».

Sul piano internazionale, se alle Nazioni Unite si esprimono critiche e riserve, alcune grandi potenze come Russia e Cina (mentre si vedrà quale sarà la scelta dell’India), si preparano a riconoscere il risultato del voto e il Governo che ne uscirà.

Paolo Affatato




Mondo. L’Onu irrilevante e a rischio estinzione

Quello delle Nazioni Unite – sono nate il 24 ottobre 1945 – è stato un triste ottantesimo compleanno. «Le Nazioni Unite sono indispensabili per la pace, la giustizia e l’eguaglianza nel mondo» si legge su un sito celebrativo. L’affermazione è certamente corretta, ma oggi – purtroppo – smentita dai fatti. L’ultima conferma è arrivata in occasione dell’ottantesima sessione, chiusasi a New York lo scorso 30 settembre.
A causa della situazione internazionale, il mondo è apparso diviso come da tempo non si vedeva. Una divisione dovuta alle guerre in corso e alla nuova contrapposizione tra blocchi di paesi.
Le guerre sono diverse, ma le più pericolose e controverse sono due: quella che si combatte in Ucraina dopo l’invasione da parte della Russia di Putin e quella in Medio Oriente tra Israele e palestinesi. C’è poi la nuova suddivisione in blocchi politici contrapposti: da una parte l’Occidente litigioso e senza una guida, dall’altra il gruppo dei Brics a guida cinese.

Nella carrellata di passaggi davanti ai delegati di tutto il mondo, due discorsi hanno avuto il sopravvento mediatico.
C’è stata l’ora (ben oltre i limiti temporali assegnati) occupata da Donald Trump, presidente degli Stati Uniti. Il suo discorso è stato imbarazzante per i toni usati e inquietante per i contenuti espressi, oltre che infarcito di falsità o esagerazioni.
In particolare, è da sottolineare la conferma del suo negazionismo climatico (previsioni catastrofiche fatte da «persone stupide») e il suo attacco alle politiche energetiche verdi (definite «brutali»). Con il suo consueto linguaggio da bullo ignorante, Trump ha poi fustigato i paesi alleati (in primis, quelli europei) per non fermare l’immigrazione, magnificato se stesso («ho risolto sette guerre» al posto delle Nazioni Unite) e il suo governo (che starebbe portando gli Usa verso una nuova «età dell’oro») e sommerso di offese il sindaco di Londra.

Dopo Trump, ha trovato spazio lo show di Benjamin Netanyahu (nella foto), premier di Israele al cui arrivo metà dei presenti ha abbandonato l’aula in segno di protesta. A dispetto delle evidenze, il controverso politico israeliano ha negato sia il genocidio che la fame e spazzato via qualsiasi ipotesi di Stato palestinese.

In rappresentanza della Russia, il ministro degli esteri Sergey Lavrov ha difeso la guerra del suo paese contro l’Ucraina, attaccato l’Europa e mostrato accondiscendenza verso gli Stati Uniti (ennesima dimostrazione del feeling tra Putin e Trump). Quanto alla Cina (lunico vincitore di questo periodo storico), il premier Li Qiang ha concluso il suo intervento affermando che il suo paese è pronto «a collaborare con tutti i membri per sostenere la posizione e l’autorità delle Nazioni Unite, salvaguardare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, sostenere le riforme delle Nazioni Unite per migliorarne l’efficienza e la capacità di adempiere al suo mandato e promuovere una maggiore rappresentanza e voce dei paesi in via di sviluppo».

L’ottantesima sessione delle Nazioni Unite si è – quindi – trasformata in una serie di esibizioni di rappresentanti politici in cerca di consenso senza una proposta costruttiva per l’organizzazione. Da tempo, le Nazioni Unite stanno discutendo una serie di riforme interne. Al momento, però, un accordo pare molto lontano. Come anche l’estinzione dell’organizzazione, mentre è sotto gli occhi di tutti la sua irrilevanza.

Paolo Moiola

L’ottantesima sessione delle Nazioni Unite si è – quindi – trasformata in una serie di esibizioni di rappresentanti politici in cerca di consenso senza una proposta costruttiva per l’organizzazione. Da tempo, le Nazioni Unite stanno discutendo una serie di riforme interne. Al momento, però, un accordo pare molto lontano. Come anche l’estinzione dell’organizzazione, mentre è sotto gli occhi di tutti la sua irrilevanza.