Torino. È iniziato il Festival del mondo missionario
È iniziato ieri, a Torino, il terzo Festival della missione: quattro giorni di incontri, dibattiti, laboratori, mostre, musica e teatro tra piazza Castello, la chiesa barocca di San Filippo Neri, di fronte al Museo egizio, e la Facoltà teologica in via XX settembre, a due passi dal Duomo.
Un buon numero di persone si è radunato in sette punti simbolici della città (l’ex carcere Le Nuove, l’Università, Porta Palazzo, la piazza multietnica di Torino, e altri), per convergere fino alla Chiesa di San Filippo Neri, il luogo dove si terranno anche oggi e nei prossimi giorni, gli incontri più importanti in programma. I partecipanti hanno raggiunto la chiesa portando, come dice il programma del Festival, «storie di migrazione, educazione mancata, dipendenze, reclusione, abbandono e solitudine», e le hanno consegnate al pubblico numeroso che gremiva la navata. Favour ha raccontato la propria storia di ragazza migrata in Italia, attraverso il Mare Mediterraneo, dalla Nigeria; Roberto la sua storia di delinquenza seguita da anni di carcere; Miranda il suo impegno come psicologa impegnata nell’educativa di strada a Torino per accompagnare ragazzi e giovani; Stefano, uomo quasi sessantenne, la sua storia di dipendenza dall’eroina; Valentina la sua condizione di donna affetta dalla sindrome di Asperger. Infine Mario ha raccontato la sua dipendenza da gioco d’azzardo. Tutti i testimoni hanno concluso i loro racconti con note di speranza, raccontando delle persone e delle realtà che li hanno aiutati.
Mentre i «pellegrini» delle periferie esistenziali si spostavano verso San Filippo Neri, nella chiesa si teneva un primo incontro. Il tema era quello delle migrazioni, discusso, tra gli altri, anche da padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, tra gli organizzatori del Festival, uno dei fondatori della comunità missionaria intercongregazionale al servizio dei migranti che ancora oggi opera a Modica, in Sicilia.
I partecipanti all’incontro hanno potuto già visitare le due mostre presenti ai due lati della navata della grande chiesa settecentesca: «Other’s stories from Afghanistan» di Reza Shahbidak, fotografo freelance afgano, e «Dove sono i pacifisti?» di Mauro Biani, noto vignettista, illustratore e scultore che si occupa di satira sociale e politica sui temi della legalità, del pacifismo e dei diritti umani.
L’incontro a seguire è stato quello con il teologo portoghese padre Adelino Ascenso, superiore generale della Sociedade Missionária da Boa Vista, su quella che lui chiama «la mistica dell’aratro».
La prima giornata di Festival si è, poi, conclusa intorno alle 22,30 con un partecipato Reading teatrale su tre importanti figure della Chiesa torinese e italiana, recentemente canonizzate: san Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata, san Pier Giorgio Frassati e san Carlo Acutis.
Alcuni tra gli elementi fondamentali che percorreranno il Festival nei prossimi giorni, sono già emersi: la giustizia, l’attenzione alle periferie, la riflessione che scende nel profondo dell’esistenza, la teologia, le testimonianze, ma anche la presenza della missione per strada, nei luoghi della vita quotidiana, e la bellezza, l’arte, la comunicaizone, come strumenti per condividere con tutti il Vangelo e i valori umani più autentici.
Per scoprire quali saranno i prossimi appuntamenti, si può visitare il sito del Festival della Missione.
Se qualcuno si perdesse qualche appuntamento in programma, può provare a cercarne la videoregistrazione qui.
Luca Lorusso
Italia. Una scuola per costruire la pace
Il 14 giugno scorso si è tenuta a Roma l’ottava assemblea nazionale delle 67 scuole Penny Wirton, fra cui era rappresentata, anche la scuola di alfabetizzazione attiva presso il Liceo Porporato di Pinerolo. Quest’anno il tema centrale è stato «La pace», intesa non come concetto astratto ma come relazione tessuta giorno dopo giorno, soprattutto attraverso l’apprendimento della lingua italiana, che diventa sistema di cittadinanza, accoglienza e reti solidali. Durante l’evento, organizzato nel quartiere multietnico di Casal Bertone, sede della Penny Wirton di Roma, si sono alternate testimonianze dei volontari e degli studenti stranieri: voci che raccontano come imparare l’italiano sia il primo passo verso l’inclusione e la dignità. Come ha spiegato uno studente presente all’assemblea: «Alla Penny Wirton ci sentiamo una famiglia», parole che rispecchiano lo spirito che anima tutte le sedi della scuola.
Pace, gesto quotidiano Come nelle migliori narrazioni di Eraldo Affinati (l’ideatore della scuola), la pace comincia con piccoli atti: un saluto, una lezione uno‑a‑uno, la domanda «come ti chiami?», ripetuta con pazienza e cura. Nelle Penny Wirton – anche a Pinerolo – non ci sono classi, registri o voti, ma relazioni fragili che diventano resilienti. Ogni studente porta con sé una storia unica: chi è analfabeta, chi viene da centri di primo soccorso, richiedenti asilo, donne lavoratrici e laureati alla ricerca di una nuova vita. In particolare la scuola di Pinerolo è stata inserita tra i Punti di Pace riconosciuti dal Sermig, il Servizio missionario giovani di Torino, come esempio vivente di inclusione, accoglienza e cittadinanza attiva.
Il Cammino della Pace Il tema di quest’anno, oltre ad essere significativo per il momento storico politico che stiamo attraversando, rappresenta la sintesi conclusiva di una coinvolgente iniziativa simbolica: tra il 4 e il 14 maggio 2025, Eraldo Affinati ha guidato un vero e proprio Cammino della Pace lungo la via Francigena, da Milano a Roma, raccogliendo parole di speranza da studenti e volontari delle diverse scuole Penny Wirton, poi consegnate in piazza San Pietro al Papa: si tratta di una lettera che idealmente si rivolge anche ai potenti della Terra, nel segno di una pace concreta e possibile. La tappa romana si è intrecciata poi con l’ottava assemblea nazionale del 14 giugno: due momenti che hanno consolidato l’idea di una scuola fatta di relazioni e speranza. A documentare questo viaggio è «Nessun’altra frontiera», un film documentario che andato in onda su Tv2000 e disponibile sull’app Play 2000. Su quest’avventura, Affinati ha pubblicato otto intensi articoli sul quotidiano Avvenire, disponibili online, che danno voce alle esperienze vissute lungo il cammino.
Insegnamento tra pari alla scuola Penny Wirton di Pinerolo (Foto E. Sartori).
Dal cuore del progetto Per me l’esperienza di volontariato di questi sei anni è prima di tutto relazione umana. Vedere uno studente straniero che impara a dire «Mi chiamo» in italiano è un segno di rinascita che apre alla cittadinanza. E sapere che quel gesto è ascoltato, accolto, legittimato è davvero costruire pace. In particolare a Roma, in mezzo a quella comunità così eterogenea e solidale di voci e vite che si incrociano, abbiamo capito ancora una volta che la Penny Wirton non è solo una scuola. È un laboratorio di società. Un circuito affettivo dove nessuno viene lasciato solo. Dove l’italiano non è solo una lingua da imparare, ma un modo per raccontarsi, per inserirsi, per ripartire. Qui ho portato la voce di Pinerolo, le esperienze della nostra scuola, i volti di migranti e volontari che ogni settimana si mettono in gioco. E sono tornata con la consapevolezza che il nostro piccolo lavoro quotidiano è parte di qualcosa di più grande: un movimento solidale, tenace e resistente che oppone alla chiusura la fiducia, alla diffidenza la relazione, al pregiudizio la conoscenza. In conclusione ci siamo detti che la pace non è assenza di guerra. È presenza di giustizia, di parole vere, di sguardi che non si abbassano. E comincia da noi. Questa scuola, nata al Liceo Porporato nel 2018 su ispirazione di Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi e con il contributo di volontari e istituzioni locali, si è confermata come laboratorio sociale concreto. Nell’anno scolastico 2024-2025 ha raddoppiato le sedi: una al liceo, un’altra alla Stazione di Posta, per raggiungere persone in condizioni di marginalità e di fragilità economica e sociale. Nel solco dell’esperienza narrata da Affinati e Lenzi, e come evidenziato in I Quaderni della Penny Wirton, la scuola di Pinerolo incarna i tre principi fondamentali: gratuità, apoliticità e aconfessionalità, inserendo l’apprendimento dell’italiano in un contesto relazionale che valorizza la persona prima della grammatica. Il Cammino della Pace e l’assemblea nazionale sottolineano che l’italiano insegnato nella Penny Wirton è un ponte, non un muro: un ponte verso un lavoro dignitoso, relazioni solidali e autentiche, cittadinanza consapevole e speranza in un futuro di umanità fraterna.
Elisa Sartori
Argentina. Cristina e la corruzione
Dopo la sentenza della Corte suprema argentina, Cristina Fernández de Kirchner, ex presidenta (dal 2007 al 2015) e vicepresidenta (dal 2019 al 2023), si è affacciata al balcone di casa sua per salutare i propri sostenitori. Per la leader dell’opposizione l’organo di giustizia ha confermato una condanna a sei anni di carcere e – soprattutto – all’interdizione perpetua dalle cariche pubbliche. A inizio giugno, pochi giorni prima della sentenza, Cristina Fernández aveva annunciato la propria candidatura a deputata nelle elezioni del prossimo 7 settembre.
La signora Fernández è stata giudicata colpevole di corruzione («caso Vialidad»). Vista la sua età (72 anni), probabilmente sconterà la pena ai domiciliari. Sarà questa condanna la «morte politica» di Cristina Fernández de Kirchner?
Già alle prese con l’ennesima crisi economica e il controverso governo dell’iperliberista Javier Milei, l’Argentina si trova oggi ad affrontare una crisi politico-giudiziaria dagli esiti incerti. Manifestazioni di protesta – guidate dai kirchneristi (la corrente di sinistra del peronismo) – sono in corso e in programma in varie parti del Paese latinoamericano. «Cristina es inocente», gridano i suoi sostenitori, parlando di persecuzione politica.
Solidarietà è arrivata da molti leader stranieri, soprattutto latinoamericani e, in particolare, dal presidente brasiliano Lula, politico con alle spalle una vicenda simile: dall’aprile 2018 al novembre 2019 fu detenuto in carcere per corruzione, successivamente liberato e quindi rieletto alla guida del Paese.
All’opposto, hanno gioito per la condanna Milei e i suoi ministri. Un governo, questo, non certo immune da scandali: a febbraio con la vicenda legata a una criptovaluta, a maggio per utilizzo di denaro pubblico (del Pami, l’ente di assistenza per i pensionati) per finanziare La libertad avanza, il partito del presidente.
«La decisione della Corte non è motivo di gioia – ci dice José Auletta, missionario in Argentina -. D’altra parte, la corruzione si vede ovunque: con Cristina e i suoi, con Macri e i suoi, con il signor Milei e i suoi. Sarebbe importante che la giustizia intervenisse in tutti questi ambiti per fare una grande opera di pulizia e restituire allo Stato le risorse sottratte, necessarie per creare lavoro vero, per offrire assistenza agli anziani e ai pensionati, per fare opere pubbliche essenziali. In altre parole, andrebbero usate per il bene di tutti. Personalmente, mi rimane però un dubbio: le tante risorse deviate potranno mai essere recuperate?»
Capitali argentini all’estero
Indipendentemente dalla condanna di Cristina Fernández de Kirchner, la corruzione è una patologia che mina gravemente il sistema economico argentino. Come lo minano gli argentini che, legalmente o illegalmente, tengono cospicui depositi in dollari fuori del Paese. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (Indec), alla fine del 2024 gli argentini detenevano 214,5 miliardi di dollari al di fuori del sistema finanziario locale. Una cifra questa che rappresenta circa un terzo del Pil annuo (646 miliardi nel 2023). I numeri raccontano che l’Argentina è il Paese latinoamericano con il maggior volume di denaro all’estero, nonostante un’economia più piccola di quella di Brasile o Messico. Una situazione – dicono gli analisti – che riflette in gran parte la mancanza di fiducia nell’economia locale, nelle istituzioni finanziarie e nella stabilità politica ed economica dell’Argentina.
Paolo Moiola
Senza senso di umanità
Sette ex detenuti su dieci tornano a delinquere. Il numero di suicidi in cella ha raggiunto un nuovo record. Questi dati mostrano che la funzione rieducativa del sistema penale non funziona. La storia di un ex detenuto fa riflettere sul carcere, e su quello che avviene dopo.
L’articolo 27 della Costituzione italiana recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Nel 2021, però, solo il 38% dei detenuti presenti nelle carceri italiane stava scontando la prima detenzione, il 62% era già stato ristretto, il 18% era addirittura alla quinta carcerazione.
Questo significa che, nella maggioranza dei casi, la funzione rieducativa della pena ha fallito.
Il sistema penale dovrebbe occuparsi delle persone che hanno commesso reati per evitare che ne commettano altri, e con il fine di reimmettere in libertà individui capaci di vivere nella legalità.
Secondo i dati del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), però, circa il 70% dei detenuti, una volta usciti dal carcere, torna a delinquere.
Non si può, né deve, parlare di persone irrecuperabili, piuttosto di inefficacia della pena.
Stando al Cnel, quando i detenuti intraprendono un percorso lavorativo durante la carcerazione, la probabilità di recidiva cala drasticamente, fino al 4%.
Ci sono, quindi, delle strategie che il sistema penale può e deve mettere in atto se vuole raggiungere il suo scopo di rendere più sicura la società.
Per capire da vicino quali sono le condizioni nelle quali i detenuti vengono liberati al termine della loro pena, incontriamo Franco (nome di fantasia), che è stato in carcere nella Casa circondariale di Ivrea e condivide con noi la sua esperienza.
di Associazione Antigone
La storia di Franco
«Mi hanno aperto la porta e ciao, devi uscire», così racconta Franco. Il filo conduttore che emerge dalle sue parole è la vivida sensazione di impotenza che provava mentre era in carcere e che prova ancora oggi, fuori da quelle mura.
Nessuno si è preoccupato o occupato di dove sarebbe andato, di cosa avrebbe fatto una volta tornato in libertà.
Il suo racconto è indicativo di un sistema che punta a parcheggiare le persone nelle celle e a gestirle con il minimo sforzo possibile per liberarsene poi, velocemente, al termine della pena. Una situazione che va ad aggravare le già precarie condizioni di salute mentale di cui soffrono sovente i detenuti, condizioni che in carcere vengono troppo spesso affrontate tramite psicofarmaci.
A proposito di questo, Franco racconta: «Mi avevano riempito di medicine quando ero lì, ma quando sono uscito non avevo niente. Per quattro giorni non ho dormito, sono andato fuori di testa, fino a quando mi hanno ricoverato in ospedale».
Infatti, dopo diversi anni sotto l’effetto di farmaci, Franco è stato lasciato in libertà senza un piano terapeutico, senza il riferimento di un medico che lo seguisse in maniera adeguata.
Questo lo ha portato in breve a una grave crisi di astinenza.
Per fortuna è riuscito a farsi portare in pronto soccorso dove lo hanno stabilizzato. Ha poi incontrato uno psichiatra con il quale ha iniziato un trattamento di antidepressivi ad hoc per la sua situazione.
La vita dentro il carcere descritta da Franco corrisponde a quella raccontata da chi si occupa dei diritti dei detenuti: dieci metri quadrati per due persone, un letto a castello, due scrivanie, due armadietti e un televisore. In particolare, Franco lamenta le difficoltà che aveva a mantenere le relazioni con familiari e amici, dai quali si è sentito strappato via. Questo strappo nelle relazioni oggi gli sembra che abbia compromesso le sue possibilità di ricostruirsi una vita.
Racconta che la cosa più destabilizzante in carcere è «il tempo inutile», il non fare niente per ore e ore, tutti i giorni, con relazioni umane ridotte all’osso. E poi la dipendenza: essere costretti a chiedere il permesso per fare qualsiasi cosa, dal lavarsi al prenotare una visita medica, magari dovendo aspettare giorni, settimane, o mesi prima di ottenere una risposta.
«Non è un carcere di riabilitazione – sostiene Franco -. Sai che quando esci non hai niente in mano. È tempo veramente inutile, non è costruttivo. E poi si lamentano che ci sono un sacco di recidive».
Record di suicidi
Quando Franco tocca il tema delle persone che in carcere muoiono per suicidio, la sua voce si fa più flebile.
Nel 2024 il numero di suicidi nelle case di reclusione italiane ha raggiunto il record di novanta. Persone morte mentre erano nelle mani dello Stato.
Franco ci racconta di aver sentito diverse storie, e di aver conosciuto persone che si sono suicidate anche a pochi mesi dalla fine della pena.
Pure lui ci ha pensato più volte. Racconta che aveva anche preparato una corda, ma è riuscito sempre a fermarsi in tempo.
Secondo la sua esperienza, anche l’uscita dal carcere, che normalmente ci si immagina come un momento felice, è in realtà un colpo durissimo. Franco, ad esempio, si è ritrovato solo, privo di legami familiari e disconnesso dalla realtà esterna al carcere, che durante la sua detenzione aveva avuto la sua evoluzione: non possiede lo Spid, non sa cosa sia, e fatica persino a ottenere una carta prepagata, o a prenotare una visita medica.
Trovare un lavoro, considerata la sua età e il suo passato, appare un’impresa quasi impossibile.
La prospettiva di potersi garantire una casa e il cibo per sopravvivere sembra un traguardo irraggiungibile.
Franco, però, come tanti altri, ha avuto la fortuna di incontrare una rete di volontariato radicata sul territorio che gli ha permesso di attutire il colpo, di trovare un tetto provvisorio, e di ricevere un aiuto nella ricerca di un lavoro.
Abbiamo contattato Silvio Salussolia che, da decenni, è impegnato nel volontariato con i detenuti nel canavese, cercando di supportare le necessità di chi vive in carcere, e portando nelle scuole riflessioni sul tema.
Di carcere si parla molto poco nei media e nelle scuole, ma Silvio sostiene che farlo permetterebbe di guardare il mondo da un nuovo punto di vista: non dal centro, ma dalle periferie.
Il suo scopo non è solo quello di aiutare i ragazzi e la cittadinanza a empatizzare con i detenuti, ma di far riflettere sui modi con i quali i cittadini e la politica potrebbero e dovrebbero costruire una società più giusta e più sicura per tutti.
Quale rieducazione
Silvio Salussolia ci fornisce altri dati: nel carcere di Ivrea ci sono 195 posti regolamentari (di cui sei non disponibili), ma accoglie 273 detenuti: ottantaquattro in più rispetto alla capienza. Il personale si compone di 175 membri della polizia penitenziaria e quattro educatori.
Ci si chiede come possa un numero così piccolo di educatori, costruire progetti personali, concreti e di lungo periodo per 273 detenuti, la maggioranza dei quali vive situazioni individuali e sociali critiche.
La risposta è semplice: è impossibile garantire la funzione rieducativa della pena stabilita dalla nostra Costituzione.
Esempi virtuosi
Allora il sistema penale è destinato a non funzionare?
Silvio nomina alcuni esempi virtuosi che anche in Italia danno un nuovo significato alla pena.
Il primo è quello della Comunità La Collina, in provincia di Cagliari: un luogo nato oltre vent’anni fa da un’idea di don Ettore Cannavera dove i condannati per alcuni reati possono scontare una pena alternativa.
Chi trascorre il periodo di detenzione in questo luogo ha prospettive nettamente migliori rispetto alla media dei carcerati, e i dati dimostrano che avrà meno del 4% di probabilità di tornare a delinquere in futuro.
Un tasso di recidiva così basso è spiegato da Salussolia con due fattori chiave: innanzitutto il rapporto numerico tra agenti ed educatori è invertito rispetto a quello visto sopra. Gli educatori professionisti che si occupano dei percorsi rieducativi sono in numero maggiore e, inoltre, danno grande importanza al lavoro. Tutti i detenuti de La Collina lavorano dentro o fuori la comunità.
Oltre questo caso particolarmente illuminato, esistono altre realtà che propongono dei paradigmi diversi di carcere e di pena. Ad esempio, le case di reclusione di Bollate e di Opera (Milano).
Bollate è considerato l’istituto penitenziario più all’avanguardia in Italia. La struttura è una delle migliori, e offre numerose opportunità di studio, lavoro e cultura ai suoi detenuti. Vi sono, ad esempio, un ristorante di alta qualità dove i detenuti lavorano insieme a chef professionisti, un teatro, spazi per la socialità, e un asilo che accoglie figli di detenuti, dipendenti e non solo.
Per favorire la partecipazione alle attività è stato poi adottato un modello di carcere nel quale le celle vengono tenute aperte circa dieci ore al giorno favorendo il movimento all’interno dei reparti.
Opera è un altro esempio di come, nonostante le difficoltà e i limiti, si possano costruire spazi per la socialità e aree verdi, si possa investire nel lavoro e nella formazione, sia all’esterno dell’istituto che all’interno, grazie a laboratori di diverso tipo.
Questi esempi mostrano che un percorso più dignitoso è possibile, e che è anche più efficace e più utile per i singoli detenuti e per l’intera collettività.
Al di là di queste eccezioni, però, la normalità delle carceri in Italia è un’altra: è fatta di sovraffollamento, progettualità quasi nulle, tassi di recidiva altissimi e suicidi sempre più numerosi.
Studiare il carcere dovrebbe quindi farci capire che la sua fallibilità ha delle cause ben precise, su cui si può intervenire e che si possono modificare.
Investire sui fattori giusti permetterebbe di ridurre le recidive, rendendo più sicure le nostre città, di ridurre la pressione sulle carceri oggi sovraffollate e, da ultimo, anche far risparmiare soldi allo Stato.
Come lottare per i diritti umani e la sostenibilità ambientale nella vita quotidiana? Come indurre le aziende che violano la dignità delle persone e della Terra a cambiare? Come orientare i nostri consumi in una direzione più etica? Domande che non hanno una risposta chiara e semplice. Ma un’app può aiutare.
Una volta c’era la Guida al consumo critico curata dal Centro nuovo modello di sviluppo di Francesco Gesualdi: un’opera che ha informato e formato molti cittadini con le sue diverse edizioni uscite tra il 1998 e il 2012.
Quello sforzo di ricerca e divulgazione ha contribuito a consolidare una consapevolezza: gli acquisti quotidiani di prodotti o servizi influiscono sui diritti umani, le guerre, l’ambiente, gli animali, la democrazia, nel proprio Paese e nel mondo.
Anche grazie a molte altre pubblicazioni e iniziative, la consapevolezza è cresciuta, e oggi sappiamo tutti, bene o male, che rischiamo di avere tra le mani uno smartphone prodotto con materie prime prelevate violando diritti e territori nel Sud globale. Sappiamo che la bevanda offerta ai figli dei nostri ospiti potrebbe essere prodotta da un’azienda che evade le tasse, inquina, sfrutta i bambini, ha politiche antisindacali, ecc.
Sappiamo che le nostre scelte individuali possono avere impatti positivi o negativi, ma come fare oggi a decidere tra un prodotto e un altro? Come fare a raccogliere tutte le informazioni aggiornate di cui avremmo bisogno? E come averle a portata di mano nelle corse quotidiane da cui tutti siamo più o meno travolti?
«Comprare un prodotto o un servizio guardando solo al prezzo – esordisce Marco Ratti – significa accettare il rischio che quell’acquisto possa favorire il caporalato, la distruzione della natura, il maltrattamento degli animali e chissà cos’altro. Ma, fino a poco tempo fa, ottenere queste informazioni velocemente, e comportarsi di conseguenza, era pressoché impossibile.
Proprio per questo motivo è nata Equa, la prima app in Italia sul consumo responsabile. Un’applicazione per cellulari, ideata e creata dall’associazione Osservatorio sui diritti umani Ets, per far conoscere l’impatto dei propri acquisti. Uno strumento concreto per “cambiare il mondo un acquisto alla volta”, come recita lo slogan del progetto».
Chi utilizza Equa può ottenere informazioni per compilare una lista della spesa più etica, e può approfondire come si comportano le aziende che provano a venderci beni o servizi.
«Finora – prosegue Ratti -, grazie a un grande lavoro di ricerca, sono stati analizzati quattro prodotti di tre settori: cellulari e tablet per il settore dell’elettronica, la pasta per il settore alimentare e le bibite gassate per il settore bevande. L’obiettivo è di valutare il maggior numero possibile di beni e servizi disponibili in Italia».
In estrema sintesi, le azioni possibili attraverso Equa sono cinque: «In primo luogo, l’utente può cercare un’azienda o marchio e scoprire quanto rispetta i diritti umani, l’ambiente e gli animali, tramite un punteggio da 0 a 100. Più alto è, meglio è.
C’è la possibilità di avere informazioni di base relative all’azienda, come la sede legale, il fatturato, il numero di dipendenti, e una sintesi di quanto emerso dalla ricerca. Si può vedere l’elenco di tutti i brand collegati e l’assetto proprietario.
In aggiunta, chi sceglie di abbonarsi può fare ricerche anche per categorie e per prodotti, così da vedere in un unico colpo d’occhio tutte le aziende che producono ciò a cui si è interessati.
In secondo luogo, Equa permette anche di fare una semplice, ma potente, azione di attivismo: in un click, è possibile inviare all’azienda una email precompilata in cui sono sottolineati i punti critici, per chiedere di cambiare.
Terzo, chi sceglie di registrarsi gratuitamente all’applicazione ha la possibilità di salvare tutte le proprie ricerche, costruire una lista dei preferiti e ricevere notifiche dedicate.
Gli abbonati, inoltre, possono compiere altre due attività. Innanzitutto hanno accesso all’elenco delle alternative più sostenibili. Infine, hanno la possibilità di consultare i punteggi suddivisi secondo le tre categorie: diritti umani, ambiente e animali, e leggere le schede di analisi relative all’impresa, comprese le fonti utilizzate».
I criteri di valutazione
Il fulcro dell’app, spiega ancora Marco Ratti, è costituito dunque dalle analisi delle aziende. Queste sono realizzate da un nutrito gruppo di lavoro tramite griglie di valutazione costruite anche grazie al supporto della realtà più significativa in questo ambito a livello mondiale, l’organizzazione britannica Ethical consumer, e all’appoggio del Centro nuovo modello di sviluppo.
«In estrema sintesi, come accennato, Equa indaga sul comportamento aziendale negli ambiti dei
diritti umani, dell’ambiente e degli animali. A loro volta, queste tre macro aree sono suddivise complessivamente in sedici sezioni e più di cento voci.
L’analisi assegna all’azienda un punteggio compreso tra 0 e 100.
Sarebbe lungo elencare i criteri di valutazione, per cui invito ad andare a leggerli sul sito web www.equapp.it. È utile però chiarire che l’analisi delle singole aziende si basa su due tipi di fonti: innanzitutto, i dati raccolti in maniera indipendente, accedendo ad esempio a database pubblici (per sapere se l’azienda è presente in paradisi fiscali, o collabora con regimi oppressivi e così via); in secondo luogo, le dichiarazioni politiche delle aziende stesse, e gli impegni presi pubblicamente, per esempio nei rapporti di sostenibilità e nei codici di condotta applicati nella catena del valore. In questi casi, all’analisi minuziosa dei documenti aziendali, segue la ricerca di eventuali critiche da parte di fonti autorevoli in merito alle tematiche su cui l’azienda si dichiara virtuosa.
Questo sistema è stato costruito per evitare che un’autodichiarazione dell’impresa sia sufficiente a ottenere un buon punteggio.
Infine, per controllare la qualità delle griglie di valutazione c’è un Comitato scientifico formato da cinque persone: Francesco Gesualdi (fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo), Deborah Lucchetti (coordinatrice per l’Italia della Campagna abiti puliti), Ugo Biggeri (già presidente di Banca etica e attuale coordinatore per l’Europa di Global alliance for banking on values), Gabriella D’Amico (vicepresidente di Assobotteghe), Jason Nardi (presidente della Rete italiana economia solidale)».
Un progetto indipendente
Il progetto di Equa è realizzato da un’associazione non profit. Domandiamo a Marco Ratti come si sostiene da un punto di vista economico. «Oltre che dagli abbonamenti, Equa è sostenuta dalle donazioni di singoli e gruppi, come associazioni, botteghe del commercio equo, gruppi d’acquisto solidale e distretti di economia solidale, ed è potuta decollare grazie al Gruppo Banca etica, che ha sostenuto quasi tutti i costi del primo anno di attività con una grossa donazione.
I soldi non arrivano dunque dalle aziende – prosegue Ratti -, che non possono in alcun modo influenzare le valutazioni.
Inoltre, all’interno di Equa non si incontra alcuna pubblicità, a ulteriore garanzia dell’indipendenza del lavoro.
Per avere più possibilità di raggiungere la piena sostenibilità economica, l’applicazione è stata sviluppata in modalità “Freemium”: può essere scaricata e utilizzata gratuitamente, ma alcuni contenuti sono accessibili solo agli abbonati.
A differenza di un abbonamento qualunque, però, l’associazione ha cercato di dare la possibilità a tutte e tutti di accedere ai servizi Premium: invece di indicare un prezzo fisso, chiediamo all’utente di scegliere tra quattro diversi tagli, 20, 35, 50 o 70 euro all’anno. Qualsiasi taglio darà accesso al 100% dei contenuti.
In altre parole, dunque, chi sceglierà i tagli più alti lo farà per sostenere il progetto».
Luca Lorusso
Un sogno nato in Brasile
L’idea di sviluppare l’app Equa viene da lontano. Dal periodo 2012-2015, quando il suo ideatore e coordinatore, Marco Ratti, ha vissuto con la sua famiglia ad Açâilandia (Maranhão, Brasile), inserendosi in alcuni progetti della comunità locale e dei missionari comboniani.
«In quel periodo ho dovuto cambiare il mio punto di osservazione – racconta il direttore responsabile di Osservatorio diritti -, e questo mi ha portato a modificare il modo di leggere la realtà che mi circonda e mi ha spinto verso progetti a cui non avrei mai pensato prima».
L’esperienza brasiliana di Marco Ratti e della sua famiglia, è stata segnata dalla condivisione con un piccolo gruppo di persone che, nella sua semplicità, stava conducendo una battaglia per il diritto delle comunità locali a una vita dignitosa. «Alcune aziende tra le più ricche e potenti al mondo, con la loro attività mineraria e siderurgica, avevano devastato le loro terre, trasformandole in coltivazioni intensive, carbonaie, altoforni, e rendendole zone con tassi di inquinamento tra i più alti al mondo.
Quella lotta, lenta ma implacabile, condivisa nella quotidianità – spiega Ratti -, mi ha cambiato dentro un giorno alla volta, tanto che, al ritorno in Italia, ho fondato con alcuni colleghi Osservatorio diritti, una testata online indipendente che ancora oggi si occupa di denunciare le violazioni dei diritti umani».
Quello è stato il primo passo, a cui ne sono seguiti altri: «Far conoscere le violazioni era fondamentale, ma per incidere davvero era necessario offrire uno strumento concreto affinché chiunque potesse unirsi alla lotta per la giustizia sociale e ambientale».
Da queste riflessioni è nata la newsletter settimanale «Imprese e diritti umani», e poi, circa quattro anni fa, il lavoro dell’associazione Osservatorio sui diritti umani Ets per creare Equa, uno strumento per il consumo responsabile.
L.L.
Giornalismo indipendente per i diritti umani
«Equa» è l’ultimo progetto di Osservatorio sui diritti umani Ets, un’associazione non profit di Milano nata sei anni fa con due obiettivi: promuovere la cultura dei
diritti umani e praticare il giornalismo indipendente e di qualità. Alla base di tutto c’è una scommessa controcorrente: l’informazione legata ai diritti umani, se fatta in maniera libera e professionale, è capace di interessare tanta gente.
Ogni attività realizzata mira ad avvicinare la vita delle vittime di violazioni alla nostra. Più in generale, l’obiettivo è contribuire a una società più inclusiva.
La testata online
L’associazione è stata fondata nel 2019 da un gruppo di giornalisti che due anni prima aveva avviato la testata online Osservatorio diritti, un giornale italiano specializzato in inchieste, analisi e approfondimenti sul tema dei diritti umani.
Nel corso degli anni, l’informazione prodotta ha avuto impatti importanti, dall’apertura di interrogazioni parlamentari sui diritti dei bambini con disabilità fino alla liberazione di difensori dei diritti umani in Africa.
La testata ha collaborato o collabora a vario titolo con diversi soggetti, tra i quali il master in Diritti umani e gestione dei conflitti della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, la Commissione europea, il Festival dei diritti umani di Milano.
Le altre attività
Il giornale online è stato la prima di molte attività. Nel 2019 l’associazione ha pubblicato il libro Immigrazione oltre i luoghi comuni. Venti bufale smontate un pezzo alla volta, per cominciare a parlarne sul serio, a cui sono seguiti Coronavirus. Viaggio nelle periferie del mondo e Tracce indelebili. Storie di dieci attivisti che hanno cambiato il mondo.
I giornalisti hanno prodotto anche due podcast: Diritti e Rovesci, un approfondimento quotidiano sui diritti umani; Diritti al Cuore, una serie dedicata a racconti di lotta per la difesa dei diritti.
Attualmente cura tre newsletter: quella del mercoledì sui diritti umani, una mensile sui consumi responsabili e quella del sabato su imprese e diritti umani (quest’ultima in abbonamento).
L’associazione fa anche interventi nelle scuole ed eventi di promozione culturale sui diritti umani.
Contro il potere della «legge dei mercanti» occorre mettersi insieme e realizzare in modi concreti «la legge della solidarietà». La collaborazione, spesso semplice, messa in atto in stile faccia a faccia, è l’antidoto. Un esempio sono i gruppi di acquisto solidale che si organizzano in reti.
Le specie viventi e le società che stanno meglio sono quelle capaci di collaborazione. Quando le condizioni di vita sono ostili, il mutuo aiuto è la chiave della sopravvivenza.
La legge della solidarietà e della cooperazione, quella che Pablo Servigne e Gauthier Chapelle chiamano «l’altra legge della giungla», è quella che ci porta ad affrontare insieme le sfide della nostra epoca per viverla nel modo migliore.
Già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il principe russo Pëtr Kropotkin, anarchico e antropologo assai noto al suo tempo, aveva introdotto il fattore della collaborazione negli studi sull’evoluzione.
Quando compì un viaggio di ricerca in Siberia, in un ambiente molto ostile, lo scienziato russo, infatti, si aspettava di ritrovare l’aspra lotta per la vita come caratteristica dominante delle relazioni tra gli animali delle stesse specie. Con sua grande sorpresa, invece, scoprì la forza evolutiva di un istinto molto più ampio rispetto a quello della competizione: la tendenza alla solidarietà e alla socievolezza. «È un sentimento infinitamente più vasto dell’amore o della simpatia personale, un istinto che si è lentamente sviluppato tra gli animali e fra gli uomini nel corso di un’evoluzione estremamente lunga, che ha insegnato tanto agli animali quanto agli uomini la forza che possono acquisire dalla pratica del mutuo appoggio e dell’aiuto reciproco, e le gioie che possono trovare nella vita sociale», scrisse nel suo «Il mutuo appoggio» del 1902.
Affrontare le sfide insieme
Sulla scia di queste considerazioni, pensiamo che oggi la collaborazione sia ciò di cui abbiamo più bisogno per affrontare le sfide della nostra epoca, e che la prospettiva del mutuo appoggio possa fare da sfondo al racconto di alcune delle molte esperienze di economia solidale oggi in atto.
Da qui nasce l’idea di questa nuova rubrica per descrivere e promuovere forme e strumenti di collaborazione, presentando progetti concreti a cui il lettore possa aderire, o che possa sostenere attraverso i propri comportamenti.
Sviluppare la legge della solidarietà richiede una trasformazione insieme individuale e sociale che porti tutti a stare meglio. Riprendendo l’invocazione con cui Lorenzo Guadagnucci termina la sua indagine sulle nuove forme di mutualismo pubblicata da Feltrinelli nel 2007, Il nuovo mutualismo: «Oggi prevale la “legge dei mercanti”, domani dovrà esserci la “legge della solidarietà”».
Distribuzione solidale
Una delle modalità per praticare la legge della solidarietà è quella del consumo critico, partendo dalla scelta di ciò che acquistiamo e della catena distributiva cui ci rivolgiamo.
In questa prospettiva sono nati i Gas, i gruppi di acquisto solidale (di cui abbiamo parlato nel numero di MC agosto-settembre 2024), nei quali la solidarietà, già presente all’interno del singolo gruppo, si estende oltre i suoi confini e l’organizzazione degli acquisti, con una particolare propensione a mettersi in rete assieme ad altre realtà solidali secondo diverse forme.
A Torino, a partire dalla fine degli anni Novanta, i Gas di città e dintorni hanno costituito una rete allo scopo di aiutarsi a fare insieme ciò che, per motivi logistici, da soli sarebbe più difficile, o impossibile.
Grazie a questa rete, già dal 2003, per i Gas torinesi è più facile fornirsi di prodotti ad alto valore sociale e ambientale, organizzando alcuni «ordini collettivi» a livello cittadino.
Mentre, infatti, di solito ogni Gas organizza i propri ordini rivolgendosi direttamente ai produttori scelti, in alcuni casi è meglio coordinarsi nella rete locale.
La rete Gastorino
Questo modo di acquistare, per i Gas di Torino, è nato con gli ordini collettivi di arance provenienti dal Sud: dal consorzio siciliano del biologico Le Galline Felici. Per il produttore, infatti, è più semplice fare un’unica grande spedizione invece di molte piccole che avrebbero un costo economico e ambientale maggiore.
Il sistema degli ordini collettivi si è poi sviluppato nel tempo fino ad arrivare alla forma attuale che prevede il coinvolgimento nella logistica di tre cooperative: ISoLa e Mondo Nuovo che gestiscono botteghe del commercio equo e solidale, e Verdessenza che gestisce un’ecobottega.
In questo modo i Gas collaborano con botteghe di prodotti equi e solidali, ecologici e sfusi, in un intreccio di forme che costruiscono un’alternativa al sistema della grande distribuzione organizzata, che noi chiamiamo «piccola distribuzione organizzata» (Pdo).
Oggi il progetto della rete di Gas torinesi prevede ordini mensili, cadenzati da settembre a giugno da un insieme di una trentina di produttori, sia nazionali che piemontesi.
Ogni mese sono disponibili un centinaio di prodotti: dalle ottime mozzarelle provenienti dai terreni confiscati alla mafia ai dolci tipici di Pasqua e Natale; dalla pasta alla farina, dalla passata di pomodoro, alle cassette di frutta e verdura; dai detersivi alla carta igienica, al pane per la colazione, agli agrumi e molto altro. Il singolo gasista può ordinare ciò di cui ha bisogno utilizzando Gasdotto, un applicativo gestionale di software libero sviluppato apposta per i Gas.
Nel giorno della consegna, grazie al coordinamento delle tre cooperative, i prodotti vengono distribuiti in tre punti della città: a Torino nord, centro e sud.
Ogni Gas ritira i prodotti, e quindi li ridistribuisce ai suoi membri.
In questo modo, una lunga serie di prodotti provenienti da progetti con forte valenza ambientale o sociale, pensiamo ad esempio agli agrumi del Progetto Sos Rosarno, arrivano regolarmente nelle dispense dei gasisti di Torino e dintorni.
Scelta piccola, grande impatto
La rete dei Gas, e il sistema degli ordini collettivi sono un servizio che facilita l’organizzazione dei gruppi e, allo stesso tempo, riconosce alle cooperative delle botteghe una quota per il loro lavoro nella logistica.
In più, il progetto facilita gli incontri con i produttori, durante i quali i cittadini possono conoscere il valore dei progetti che sostengono con i loro acquisti.
L’associazione Gastorino, che rappresenta la rete locale di economia solidale, promuove questa trasformazione collaborativa facilitando sia lo scambio di idee e informazioni che quello di prodotti e servizi, prodotti con cui i Gas sono cresciuti e che hanno mille storie da raccontare.
Incontreremo alcune di queste storie nei prossimi articoli della rubrica.
La partecipazione a un Gas, e a una rete di Gas, è una scelta semplice da parte di chi acquista, ma l’impatto è grande.
Basta andare a visitare i produttori per scoprire i benefici per le persone, le comunità e l’ambiente in cui sono inseriti.
Molti di questi produttori ci raccontano di poter stare in piedi con i progetti a favore dei loro territori proprio grazie alla vendita diretta ai consumatori e alle botteghe. Senza le nostre piccole scelte, avrebbero chiuso.
La solidarietà è un elemento fondamentale per la loro sopravvivenza e il loro sviluppo.
Oggi prevale la «legge dei mercanti». Per attuare la «legge della solidarietà», allenarci a praticare la collaborazione e sviluppare reti, questa rubrica racconta realtà generate dall’economia solidale.
Lo scopo è promuovere forme di partecipazione di tutti al benvivere presentando proposte e progetti concreti a cui il lettore possa aderire o che possa sostenere attraverso i propri comportamenti.
Carceri Italia. Tre metri quadrati a testa
Inasprire le pene è utile per i consensi elettorali ma inutile per migliorare la convivenza civile. Intanto i carcerati vivono sempre peggio.
Da mesi l’inasprimento delle pene e l’introduzione di nuovi reati sembra essere diventata la principale risposta (inutile) dello Stato alle «emergenze» sulle quali si focalizza periodicamente la cronaca nazionale: dalla violenza di genere alle gang giovanili, dalle proteste ambientaliste alle rivolte nelle carceri, e così via.
Il populismo penale produce consensi elettorali, ma non aiuta a risolvere i problemi. E ha tra le sue conseguenze la violazione sempre più frequente dei diritti delle persone incarcerate. Queste aumentano di numero senza vedere aumentare gli spazi e migliorare la qualità della vita dietro le sbarre.
Due dati possono dare un’idea delle condizioni disumane nelle quali vivono molti detenuti (e, spesso, anche il personale che nei penitenziari lavora): la densità di popolazione ristretta e il numero di suicidi.
Al 31 dicembre 2023, secondo i dati del ministero della Giustizia, la popolazione carceraria era di 60.166 persone. L’associazione Antigone, che si occupa dei diritti delle persone in carcere, indica in un suo breve report che la capienza complessiva effettiva del sistema carcerario è di circa 48mila posti, e sottolinea il fatto che i detenuti abbiano in media meno di 3 metri quadrati a testa a disposizione nelle proprie celle.
Tra le carceri visitate dall’associazione ve ne sono alcune che ospitano il doppio dei detenuti rispetto alla capienza della struttura: a Brescia il 200%, a Foggia il 190%, a Como il 186%, solo per fare alcuni esempi. Questo significa che in uno spazio per due persone vivono in quattro. Celle nelle quali manca troppo spesso il riscaldamento (9% delle strutture monitorate da Antigone), l’acqua calda e la doccia (52,2%), uno spazio separato per il wc (4,5%).
Il secondo dato da sottolineare è quello relativo ai suicidi. Nel 2023 si sono tolte la vita in carcere 68 persone. L’età media era di 40 anni. Quindici tra loro non ne aveva più di 30 (questi e altri dati sono consultabili al questo link).
Se consultiamo il sito del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, troviamo maggiori dettagli, benché gli ultimi dati si riferiscano al 2022: su una popolazione carceraria che in quell’anno contava 55mila detenuti, se n’erano suicidati 85. L’età media era di 40 anni. I più giovani avevano 21 anni. Il più anziano 83. Trentasei erano stranieri, 20 dei quali senza fissa dimora. Fa riflettere il dato riguardante gli stranieri: essi rappresentano il 31,4% della popolazione carceraria, ma il 42% dei suicidi.
In generale è impressionante il confronto tra il numero di suicidi riferito alla popolazione italiana (0,6 ogni 10mila persone) e il numero di quelli riferiti alla popolazione carceraria (15 ogni 10mila nel 2022, 11 ogni 10mila nel 2023: tra le 19 e le 25 volte più frequenti).
Accanto ai dati «grezzi» sui suicidi in carcere, l’Associazione Antigone ne riporta altri che aiutano ulteriormente a comprendere il contesto: «Nel corso del 2023, negli istituti visitati da Antigone, si sono registrati in media ogni 100 detenuti 16,3 atti di autolesionismo, 2,3 tentati suicidi, 2,3 aggressioni ai danni del personale e 4,6 aggressioni ai danni di altre persone detenute». Ci sono state 13 diagnosi psichiatriche gravi ogni cento detenuti, sono stati somministrati farmaci stabilizzatori dell’umore, antipsicotici, antidepressivi a 19,2 detenuti su cento, sedativi e ipnotici a 38,4 su cento.
Per dare un volto umano e una storia ad almeno uno dei tanti che per l’opinione pubblica rischiano di rimanere solo numeri, vale la pena riportare alcuni stralci di una lettera datata 9 gennaio 2024, diffusa via newsletter dalla rivista «Ristretti orizzonti», scritta da Manuela Mezzacasa, una professoressa volontaria al carcere Due Palazzi di Padova, sul suicidio di un suo ex studente ventiseienne detenuto da pochi mesi:
L’ultima volta che l’ho intravisto […] camminava mestamente davanti a me nel corridoio con un agente […]. L’avevo riconosciuto dalla camminata e dalla figura, piuttosto massiccia.
In biblioteca invece mi avevano colpito lo sguardo e il modo di muoversi […]. “Prof, ma aveva i capelli lunghi e biondi…“. Già, e lui era un ragazzino molto speciale.
Ci era capitato tra capo e collo all’inizio dell’anno […]. Mai frequentato regolarmente la scuola […]. È stato mio alunno per due anni, prima e seconda media, alla fine ce l’avevamo quasi fatta. […]. Poi l’abbiamo bocciato, devo dire così perché il voto è di maggioranza, ma ovviamente non ero d’accordo.
Così l’anno dopo lui aveva perso i compagni, che nel frattempo gli si erano affezionati, e gran parte degli insegnanti. […].
Spesso mi aveva parlato di sé e della sua famiglia, veniva da Chioggia, suo padre pescatore. […] Il suo mondo erano il mare e un cantiere di sfasciacarrozze dove passava le giornate con una banda di ragazzini, invece di andare a scuola. Lui sapeva più di me, senza dubbio. Scriveva bene, era sveglio, curioso, buono, si può dire?
Ho conosciuto la madre e il padre, gli volevano bene, non ce la facevano a stargli dietro, non ricordo quanti figli avessero. […] Mi diceva “Non vedo l’ora di avere diciotto anni” “E cosa farai?” Rideva “Torno a Chioggia”.
[…] Ecco, in mezzo ai libri ci siamo ritrovati […]. Abbiamo parlato, dei suoi progetti, la musica, la scrittura. Il secondo giovedì si interessò al concorso di poesia che stava per scadere; con la collaborazione di Enrico riuscimmo a spedire per il rotto della cuffia una poesia dedicata a una ragazza. […]. Il terzo giovedì mi portò tre fogli scritti a mano, con riflessioni filosofiche […].
Non l’ho più rivisto».
Luca Lorusso
Paesi Ue della Nato. Sempre più armati e insicuri
È aumentata del 10% nel solo 2023 rispetto al 2022 la spesa pubblica per il comparto militare nei paesi dell’Unione europea membri della Nato. Complice (anche) la guerra in Ucraina che sta consumando gli arsenali dei paesi donatori.
Se prendiamo un arco temporale più ampio, la voce «Difesa» nei bilanci di questi stessi paesi tra il 2014 e il 2023 si è ingrossata del 46%: da 145 miliardi a 215. In media, ogni cittadino ha pagato per la spesa militare, tramite le imposte, 508 euro nel 2023 contro i 330 del 2013: il conto per ogni cittadino italiano è stato di 436 euro.
Nel medesimo periodo di dieci anni la spesa pubblica per l’istruzione è aumentata solo del 12%, quella per la protezione ambientale del 10%, quella per la sanità (che ha affrontato l’emergenza Covid) del 34%.
Insomma, mentre le economie dei paesi dell’Unione europea sono in grave affanno, le disuguaglianze sociali aumentano insieme alle difficoltà dei cittadini a curarsi, a progettare il proprio futuro, a vivere in un ambiente sano, il comparto militare fa festa: la sola spesa per gli armamenti nei Paesi Ue membri della Nato ha raggiunto nel 2023 i 64,6 miliardi di euro (+270% in un decennio).
L’obiettivo di arrivare a una spesa per la difesa pari al 2% del Pil, imposto dagli Usa ai suoi partner della Nato, è quasi realizzato. Quello di una maggiore sicurezza, sia interna ai singoli paesi, che internazionale, invece, sembra allontanarsi a grandi passi.
È interessante sottolineare che le importazioni di armi da parte dei paesi Ue sono triplicate tra il 2018 e il 2022, e che la metà di queste importazioni proviene proprio dagli Usa.
Il rapporto Arming Europe pubblicato di recente da Greenpeace, con un focus particolare sulle spese militari di Germania, Spagna e Italia, mette in fila questi dati e diversi altri.
La copertina della sintesi in lingua italiana di Arming Europe.
Tra le valutazioni centrali dello studio c’è quella che sottolinea l’irrazionalità dell’aumento delle spese militari: irragionevole sia dal punto di vista della sicurezza che da quello della crescita economica e sociale.
La corsa agli armamenti (in alternativa agli strumenti della cooperazione, della giustizia redistributiva, della diplomazia, della difesa civile), infatti, è da sempre uno dei fattori di inquinamento delle relazioni tra stati e, quindi, scatenanti delle guerre. Ed è anche una palla al piede per l’economia e, di conseguenza, per le politiche sociali dei singoli paesi.
La ricerca di Greenpeace ha il merito di confrontare le stime di crescita economica per diversi ambiti di spesa pubblica: cosa comporta – si chiede la ricerca – una spesa di 1.000 milioni in termini economici ed occupazionali? «In Germania – si legge nel report -, una spesa di 1.000 milioni di euro per l’acquisto di armi porta a un aumento della produzione interna di 1.230 milioni di euro. In Italia, l’aumento risultante è di soli 741 milioni di euro, poiché una parte maggiore della spesa è destinata alle importazioni. In Spagna, l’aumento della produzione interna è di 1.284 milioni di euro. L’effetto sull’occupazione sarebbe di 6.000 posti di lavoro aggiuntivi (a tempo pieno) in Germania, 3.000 in Italia e 6.500 in Spagna.
Invece, quando i 1.000 milioni di euro vengono spesi per l’istruzione, la salute e l’ambiente, l’impatto economico e occupazionale è maggiore.
I risultati più elevati si registrano per la protezione ambientale, con un aumento della produzione di 1.752 milioni di euro in Germania, 1.900 milioni di euro in Italia e 1.827 milioni di euro in Spagna. Per l’istruzione e la sanità, la produzione aggiuntiva varia da 1.190 a 1.380 milioni di euro. In termini di nuovi posti di lavoro, in Germania 1.000 milioni di euro potrebbero creare 11.000 nuovi posti di lavoro nel settore ambientale, quasi 18.000 posti di lavoro nell’istruzione, 15.000 posti di lavoro nei servizi sanitari. In Italia, i nuovi posti di lavoro andrebbero da 10.000 nei servizi ambientali a quasi 14.000 nell’istruzione. In Spagna, l’effetto occupazionale sarebbe compreso tra 12.000 nuovi posti di lavoro nel settore ambientale e 16.000 nell’istruzione. L’impatto sull’occupazione è da due a quattro volte superiore a quello atteso da un aumento nella spesa per le armi».
Se non bastassero le considerazioni etiche contro il riarmo, almeno quelle economiche dovrebbero indurre i governanti a valutare con maggiore attenzione l’uso del denaro pubblico e orientarlo in direzione di una maggiore giustizia, sia sociale che ambientale, sia nazionale che internazionale. Purtroppo pare, invece, che al momento gli interessi siano altri.
Luca Lorusso
Black friday e l’alternativa del commercio equo
Nella settimana del Black friday, un meme circola sui social: «Black friday. Se non compri niente risparmi il 100% su ogni prodotto».
Noi potremmo aggiungere: «Per Natale, valuta l’acquisto di prodotti del commercio equo e solidale». Mettere sotto l’albero regali che hanno una storia di giustizia, fatta di rispetto dei diritti umani (di bambini, donne, lavoratori, persone con disabilità), dell’ambiente, che contribuiscono a costruire dialogo e pace è possibile.
E in molti, da diversi anni, lo fanno.
Così ci si può orientare a un tipo di commercio che garantisce la giusta paga e condizioni dignitose a persone come Nilanjana Banerjee, donna indiana sordomuta che ha studiato progettazione al Silence training institute e oggi è una delle migliori designer di Silence, una Ong locale che esporta prodotti artistici in diversi paesi del mondo nel circuito del Wft (World fair trade organization), l’organizzazione mondiale per il commercio equo e solidale.
La storia di Silence dovrebbe accompagnare la confezione del pacchetto da porgere il giorno della festa, perché, a differenza di un prodotto qualsiasi, di cui si ignora la provenienza, con il Commercio equo, insieme all’oggetto, si regala anche un pezzo di storia concreta di persone che vivono e lavorano in paesi e contesti a volte difficili di immaginare. È raccontata in uno dei podcast che si trovano sul sito di Equo garantito, l’associazione di categoria delle organizzazioni italiane di Commercio Equo e Solidale.
«Silence è un’organizzazione che si dedica alla riabilitazione socioeconomica di persone con disabilità, in particolare persone sorde», dice il podcast. Nasce a Calcutta, in India, nel 1979 «dallo sforzo collettivo di un piccolo gruppo di artisti sordi alla ricerca dell’autosufficienza economica» e dall’idea di produrre biglietti di auguri dipinti a mano.
Presto l’iniziativa diventa una Ong. Nel tempo, grazie alle vendite in paesi come Usa, Canada, Regno Unito, Germania, Italia, Austria, Francia, Australia e Nuova Zelanda, «diventa in grado di coprire la maggior parte dei costi di produzione e del personale» e di offrire servizi pensionistici per i suoi lavoratori, così come un fondo di previdenza, un fondo volontario di risparmio mensile e si occupa anche di assicurazione sulla vita e copertura di infortuni.
Circa l’80% del personale di Silence è composto da persone con disabilità fisiche, mentali o psichiche che, per la gran parte, hanno dovuto abbandonare la scuola fin dall’infanzia e sono soggette a umiliazioni e discriminazioni.
Il Commercio equo e solidale non concepisce se stesso come beneficenza. È un modo di impostare il mercato diverso dallo sfruttamento e, allo stesso tempo, dall’elemosina e dal paternalismo.
In Italia se ne parlava molto alla fine degli anni Novanta e nel primo decennio del 2000. Oggi se ne parla di meno, ma i dati raccolti e divulgati da Equo garantito nel suo rapporto annuale del 2023, pubblicato a maggio, in occasione dei 20 anni dalla fondazione dell’associazione, ne offrono una fotografia positiva: le dieci organizzazioni italiane di importazioni dirette dai produttori del Sud del Mondo, nel 2021 hanno importato prodotti da 16 organizzazioni locali africane per 3,3 milioni di euro, da 80 organizzazioni in Asia per 5 milioni, da 50 organizzazioni in America Latina per 5,3 milioni e da tre organizzazioni in Europa per 243mila euro. Un totale di 43 paesi del mondo coinvolti, migliaia di famiglie che lavorano dignitosamente, mandano i figli a scuola, hanno la possibilità di immaginare un futuro.
In Italia il commercio equo nel 2021 ha dato lavoro a 491 persone, coinvolto 3.960 volontari e 29.135 soci. E promosso, nel suo piccolo, la cultura della sostenibilità sociale e ambientale.
Luca Lorusso
Sul tema leggi anche:
– Luca Lorusso (a cura di), Natale possibile, Dossier MC dicembre 2012.
Da qualche mese sta girando in tutta Italia una bella mostra, presentata per la prima volta al Meeting di Rimini nell’estate del 2022, con il titolo «Sub tutela Dei. Il giudice Rosario Livatino»(1).
Chi è questo giovane giudice, morto il 21 settembre 1990 sotto i colpi della mafia siciliana? E perché è stato beatificato – primo giudice nella storia della Chiesa – il 9 maggio 2021?
Ecco qualche breve cenno sulla vita e sul pensiero di una figura che merita di essere conosciuta sempre di più, non solo come beato, ma anche come professionista.
Rosario Livatino nasce a Canicattì, in provincia di Agrigento, il 3 ottobre 1952. Figlio unico di due genitori benestanti, le sue radici affondano nella fede e nel diritto. Il nonno, già laureato in giurisprudenza, era stato sindaco del paese negli anni Venti e si era dimesso con l’avvento del fascismo; il padre Vincenzo, anch’egli giurista, lavora nell’esattoria comunale. La madre, Rosalia Corbo, donna profondamente cristiana, è parente del venerabile cappuccino Gioacchino La Lomia, missionario in Sud America e morto a Canicattì negli anni Trenta in odore di santità.
Terra di contraddizioni
Rosario vive in una terra di provincia, una sorta di isola nell’isola, ricca di contraddizioni. Tra i fermenti letterari di un Pirandello o uno Sciascia, si alternano le vicende della mafia agrigentina che ha le sue propaggini anche a Canicattì.
Per capire il contesto in cui cresce il futuro giudice, basti pensare che, al piano di sopra dello stabile di famiglia, vive il boss mafioso Giuseppe Di Caro, il quale deciderà di far murare l’ingresso comune per non incontrare Rosario che spregiativamente definirà «santocchio».
A scuola Rosario si distingue per bravura e sete di conoscenza. Guardato con stima e simpatia dai compagni del liceo classico da lui frequentato a Canicattì, non si sottrae alle richieste di aiuto per spiegare una lezione particolarmente complicata o ripassare prima delle verifiche.
Di natura riservata e umile, non ama apparire ma è particolarmente maturo e ha le idee chiare. La professoressa Ida Abate racconterà: «All’ultimo anno si chiedeva ai ragazzi di maturità: ma tu cosa pensi di fare, adesso? Giurisprudenza, rispose Rosario dolcissimo.
Mi ricordo che gli chiesi: forse perché papà e anche il nonno sono laureati in Giurisprudenza? No, perché voglio difendere la collettività»(2).
La laurea in Giurisprudenza a Palermo arriva infatti nel 1973 con lode; ne seguirà una seconda in Scienze Politiche.
Rosario Livatino alle elementari (il quarto da sinistra nella fila centrale)
«S.t.D»
L’acronimo S.t.D., che compare più volte nelle sue agende, fa l’esordio sul frontespizio della tesi di laurea in diritto penale. Non si tratta di una sigla misteriosa per indicare nomi in codice (come ipotizzano inizialmente gli inquirenti), bensì dell’invocazione «Sub tutela Dei»: un auspicio che riflette una fede radicata, ma anche il desiderio di essere illuminato e protetto in una professione di cui avverte con vertigine le gravi implicazioni.
Per un breve periodo infatti è vicedirettore all’Ufficio del registro di Agrigento, ma già nel 1978 vince il concorso di magistratura.
Queste le parole riportate, con inchiostro rosso, nella sua agenda il 18 luglio 1978: «Ho prestato giuramento; da oggi quindi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige».
Per comprendere l’approccio di Rosario Livatino al ruolo di magistrato, è molto significativo riprendere una delle due confe
renze pubbliche tenute da lui e ancora conservate, in particolare quella che si svolge il 30 aprile 1986 all’istituto Suore vocazioniste di Canicattì, dal titolo «Fede e diritto»: «Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare […]. Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio […]. E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società – che gli affida una somma così paurosamente grande di potere – disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione».
Livatino con la famiglia
Guerra alla mafia
Negli anni ’80 imperversa in Sicilia la seconda guerra di mafia, che vede nel 1984 l’affermarsi del clan dei corleonesi di Totò Riina. Poco dopo nasce nell’agrigentino una nuova «famiglia» mafiosa, di nome «stidda», che si contraddistingue per una organizzazione non verticistica ma paritaria, sulla base di federazioni tra gruppi più o meno consolidati nei vari comuni siciliani della zona.
Livatino si mostra fin da subito deciso nel perseguire vecchie e nuove formazioni mafiose, inclusi i rappresentanti di Canicattì (è sua la condanna di Alessandro Ferro, che abita a pochi passi da casa sua, a 12 anni di reclusione).
Le grandi difficoltà riscontrate nell’amministrazione della giustizia sono legate a un contesto normativo ben più complicato dell’attuale: negli anni ‘80 infatti non esistono né la procura nazionale e né le procure distrettuali antimafia, e le indagini risultano spezzettate tra procure con continue fughe di notizie; non esistono i collaboratori di giustizia (i cosiddetti «pentiti» – la prima norma significativa sul tema è del 1991), né associazioni antiracket, né tanto meno il 41bis, che oggi prevede il carcere duro e l’isolamento per i mafiosi. È frequente che proprio in carcere si alimentino le relazioni tra i malavitosi; risulta che persino l’omicidio di Livatino sia stato architettato tra mura penitenziarie.
In questo difficile contesto, Rosario non si tira indietro, anzi: magistrato molto preparato, sempre disponibile ad aiutare i colleghi nello svolgimento delle loro mansioni e nella conoscenza del contesto, è assai stimato nel suo ambito, tanto da ricoprire per ben due volte, nonostante la giovane età, il ruolo di segretario della sottosezione agrigentina dell’Anm (Associazione nazionale magistrati).
Interpreta le sue funzioni in modo integerrimo e nel riserbo più assoluto, senza concedere mai interviste – per questo non è molto apprezzato dai giornalisti locali. Rifugge, al contrario di alcuni colleghi, le correnti e gli avvenimenti mondani, ed evita di parlare di lavoro anche tra parenti e amici.
Magistrato «stile Livatino»
Nella seconda conferenza pubblica tenuta da Livatino, emerge con chiarezza il ritratto del magistrato «secondo Livatino». Questi deve tenere una condotta di vita consona sia in privato che in pubblico, pena la mancanza di autorevolezza agli occhi dalla comunità civile: «Nella sua vita di relazione e cioè nei rapporti con l’ambiente sociale nel quale egli vive […] è importante che egli offra di se stesso l’immagine di una persona seria, […] equilibrata, […] responsabile, […] comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire. Solo se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare ch’egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha. Chi domanda giustizia deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate con attenzione e serietà; che il giudice potrà ricevere ed assumere come fossero sue e difendere davanti a chiunque. Un giudice siffatto è quello voluto dalla umanità di sempre»(3).
Memorabile è il rispetto che Livatino nutre verso gli avvocati e verso gli stessi imputati. La polizia penitenziaria resta stupita nel vederlo, un giorno di Ferragosto, recarsi personalmente in carcere per consegnare un mandato di scarcerazione: è infatti inconcepibile per lui dover rimandare anche soltanto di poche ore la libertà di un detenuto, una volta giunta la fine della detenzione prevista per legge.
Leggendo le sue sentenze si resta stupiti per la cura del dettaglio e per la conoscenza del contesto, nonché di settori – come quello economico o ambientale – non di sua stretta competenza. È tra i primi, per esempio, a dare il giusto peso al sequestro dei beni dei mafiosi, consapevole che la mafia debba essere colpita innanzitutto nel patrimonio.
Personalità trasparente
D’altra parte, il lavoro è il riflesso del suo modo di condurre la vita privata. Ce lo testimoniano amici e parenti, ma anche le sue agende annuali nelle quali è solito appuntare gli incontri e le incombenze quotidiane, alcune riflessioni sui fatti pubblici e privati cui assiste, e persino il bilancio di ogni mese (positivo, negativo, incerto): ne emerge una personalità trasparente, molto affezionata alla famiglia e autenticamente umana (come quando riporta il desiderio di approfondire qualche conoscenza femminile e le delusioni amorose).
Racconta di un compagno di classe che, avendolo incontrato in Tribunale, lo salutò con l’appellativo «signor giudice». Livatino, dopo averlo chiamato in privato, gli disse: «Ricordati che per gli amici io sono sempre Rosario»(4).
Negli anni 1984 e 1985 vive un periodo di grande aridità, che da tanti viene definito come una vera e propria «notte oscura dell’anima»: gli appunti nell’agenda si diradano fino a scomparire e Rosario, pur continuando la sua frequentazione della Chiesa, evita di comunicarsi. Scrive: «Qualcosa si è spezzato. Dio avrà pietà di me e la via mostrerà?»(5).
Probabilmente incidono alcune delusioni nell’ambito lavorativo, e la crescente consapevolezza dei rischi che il suo lavoro implica, tanto che – a chi gli chiede come mai non pensa a farsi una famiglia – risponde di non voler lasciare una vedova e degli orfani(6).
Pronto alla prova
Nel 1986 la crisi viene superata e il magistrato annota in agenda che ha ripreso a frequentare l’Eucarestia: forse ha deciso di accettare quello che la vita gli chiede, pur con tutti i rischi che corre? Non lo sappiamo, possiamo solo provare a immedesimarci con le difficoltà che sicuramente si trova a fronteggiare ogni giorno.
Certo è che due anni dopo Livatino decide di avanzare la richiesta della Cresima, sacramento che in Sicilia solitamente non si riceve in età infantile ma nel contesto di scelte mature e di circostanze particolari. Qualcuno ipotizza che possa avere inciso nel settembre 1988 la morte del giudice Saetta e di suo figlio Stefano. La richiesta della Cresima è della settimana successiva. Ad ogni modo nulla di certo si sa sui motivi più profondi che spingono Rosario a compiere questo passo, senza peraltro approfittare di iter particolari di preparazione, com’era nel suo stile. Una ipotesi la avanza il vaticanista Luigi Accattoli: «Lui sa già a quella data che sarà ucciso e si prepara chiedendo la Cresima come il sacramento dell’età adulta, il sacramento quindi per affrontare anche la prova massima del sangue»(7).
L’esecuzione
Ritrovamento e riconoscimento del corpo del giudice Livatino
La prova, quella che si poteva forse immaginare, arriva nemmeno due anni dopo. Rosario Livatino viene ucciso il 21 settembre 1990, quando con la sua Ford Fiesta si reca al lavoro sulla statale 640, nonostante fosse un giorno di ferie.
Gli esecutori, quattro giovani di Palma di Montechiaro, fanno parte della stidda locale: era stato loro detto che il giudice tutelava Cosa Nostra e si accaniva contro le nuove formazioni mafiose. Parole false ovviamente: la stidda era ben consapevole che Livatino rappresentava un ostacolo per tutte le mafie, anche perché noto come cristiano integerrimo e incorruttibile.
L’esecuzione è particolarmente drammatica: i quattro giovani lo avvicinano su auto e moto; il giudice riesce ad accostare e a tentare la fuga in una scarpata, ma viene raggiunto e freddato a distanza ravvicinata. Le sue ultime parole, rivolte al killer, sono: «Cosa vi ho fatto, picciotti?». Vengono in mente le parole bibliche che ricordano il venerdì santo: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto?» (Michea 6, 3).
Un testimone, uno solo, vede tutto e decide di parlare subito dopo i fatti: si tratta di Piero Ivano Nava, commerciante lombardo che abitualmente viaggia in Sicilia, quel giorno particolarmente a rilento per un guasto della sua auto. Grazie a una memoria fotografica, riesce a ricostruire i fatti e a ricordare volti e fisionomie degli esecutori, ed è in forza della sua preziosa testimonianza che in breve tempo gli assassini vengono catturati.
Seguono numerosi processi con relative condanne(8), e desta stupore la conversione di almeno due tra mandanti ed esecutori, uno dei quali chiederà di testimoniare nel processo di beatificazione(9).
Verso la beatificazione
Negli anni successivi alla tragedia, infatti, la figura di Livatino diventa sempre più nota e amata nella sua terra e non solo. Nel 2011 l’arcivescovo di Agrigento dà inizio al processo di beatificazione. Anche se sono almeno due i miracoli attribuiti alla sua intercessione, si decide di seguire l’iter, già intrapreso per don Pino Puglisi, del martirio in odium fidei: tra le cause che portarono i mafiosi all’omicidio ha un peso importante una avversione alle pratiche cristiane del giudice, che vengono correlate all’esercizio della giustizia.
Dice di lui Papa Francesco nel 2019: «Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni»(10).
La cerimonia di beatificazione avviene il 9 maggio 2021, anniversario della visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993(11). Vale la pena ricordare un passo dell’omelia del cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi: «Credibilità fu per lui la coerenza piena e invincibile tra fede cristiana e vita. Livatino rivendicò, infatti, l’unità fondamentale della persona; una unità che vale e si fa valere in ogni sfera della vita: personale e sociale. Questa unità Livatino la visse in quanto cristiano, al punto da convincere i suoi avversari che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano. Per questo la Chiesa oggi lo onora come martire».
La sua ricorrenza liturgica è stata fissata il 29 ottobre, giorno della Cresima del magistrato «Sub tutela Dei”. Un giorno assai significativo per chi, come lui, è stato chiamato a testimoniare con il sangue l’amore a Dio e alla giustizia.
Chiara Michelis
Note
1 La mostra è stata promossa da Libera Associazione forense, Centro studi Rosario Livatino, Centro culturale Il sentiero di Palermo, ed è noleggiabile dall’associazione Meeting di Rimini. Il catalogo della mostra, cui attinge questo articolo, è stato pubblicato da Itaca nel 2022.
2 Cfr. R. Mistretta, Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente, Paoline, Milano 2022, pp. 34-35.
3 Da Il ruolo del giudice in una società che cambia, conferenza al Rotary club di Canicattì (7 aprile 1984).
4 Testimonianza di Giuseppe Palilla, presidente dall’Associazione Amici del giudice Rosario Angelo Livatino e testimone del processo di beatificazione, riportata in R. Mistretta, Rosario Livatino, cit., p. 185.
5 Cfr. R. Mistretta, Rosario Livatino, cit., p. 11.
6 Idem, p. 253
7 Cit. in G. Livatino, Giudice Rosario Livatino. Aperto il processo diocesano per la beatificazione, in L’Amico del Popolo, 16 maggio 2010 (in R. Mistretta, Rosario Livatino, cit., p. 251).
8 La vita di Nava venne stravolta: all’epoca non esisteva nessuna norma sui testimoni di giustizia (le prime sono del 2001), e gli stessi assassini diranno che era un fatto insolito, in quel contesto, trovare qualcuno che parlasse. Nava non si tirò mai indietro per alto senso civico e dovere morale e, come disse lui, quel giorno scomparve insieme al giudice. Infatti, perse il lavoro, venne trasferito con la famiglia in diverse città, fu costretto a cambiare identità e a non sentire né vedere più nessuno. Per approfondire si rimanda al libro-autobiografia Io sono nessuno. Da quando sono diventato il testimone di giustizia del caso Livatino (336 pagine, curato per Rizzoli da Lorenzo Bonini, Stefano Scaccabarozzi e Paolo Valsecchi, con la prefazione della ex presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi).
9 Nel catalogo della mostra sono riportate due lettere di Domenico Pace (uno degli esecutori) e di Giovanni Calafato (uno dei mandanti).
10 Dal discorso di papa Francesco ai membri del «Centro studi Rosario Livatino» il 29 novembre 2019.
11 Quel giorno Giovanni Paolo II aveva scagliato il suo anatema contro la mafia proprio nella Valle dei Templi di Agrigento: «Nel nome di Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è Via, Verità e Vita, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio». È risaputo che il papa poche ore prima aveva incontrato i genitori di Rosario Livatino e che quell’incontro lo aveva profondamente segnato.
Ogni anno, negli splendidi ambienti di Villa d’Este di Cernobbio, sul lago di Como, si svolge il Forum internazionale Ambrosetti dedicato ai grandi temi globali e all’economia. Da tempo (la prima edizione fu nel 2003), la campagna «Sbilanciamoci!» organizza in contemporanea un forum alternativo, chiamato «contro Cernobbio» o «altra Cernobbio», in cui i temi dell’economia sono affrontati da punti di vista «altri», diversi, quando non opposti, da quelli del Forum Ambrosetti.
Tutto normale fino allo scorso 28 luglio quando gli organizzatori di Sbilanciamoci! hanno saputo che il loro controforum («La strada maestra. Ambiente, diritti, lavoro, pace: la nostra Costituzione»), in calendario per l’1 e 2 settembre, è stato vietato dal comune di Cernobbio per «motivi di ordine pubblico». Come se economisti, attivisti, volontari di Sbilanciamoci! fossero dei pericolosi sovversivi.
«È una decisione gravissima: lede l’articolo 17 (diritto di riunione) e l’articolo 21 (diritto d’espressione) della Costituzione repubblicana», ha scritto Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci!, la campagna che raggruppa 51 organizzazioni e reti della società civile italiana – tra esse Pax Christi, Mani Tese, Nigrizia, Altreconomia, Emergency, Medicina democratica, Legambiente, Wwf – impegnate sui temi della spesa pubblica e delle alternative di politica economica.
Quest’anno Cernobbio ospiterà – come sempre – il Forum Ambrosetti, ma non quello di Sbilanciamoci!, che dovrà spostarsi a Como. Una brutta pagina per la democrazia italiana si sta però trasformando in una pubblicità gratuita, benvenuta e – soprattutto – meritata per Sbilanciamoci!, che dal 1999 si impegna a favore di un’economia di giustizia e di un nuovo modello di sviluppo fondato sui diritti, l’ambiente, la pace.
La campagna Sbilanciamoci! produce studi alternativi, accurati e affidabili che sono scaricabili gratuitamente dal sito web dell’associazione (sbilanciamoci.info). Questa è l’occasione giusta per visitare quel sito, scaricare quei lavori (ad esempio, la Controfinanziaria 2023), leggerli con attenzione e, possibilmente, aiutare a diffonderli o a migliorarli. Perché forse, un giorno, quei sogni diverranno realtà.
È stato innanzitutto un amico d’infanzia di Sankara. Ci racconta il paese reale, la sfida del terrorismo e i conti ancora aperti con un passato su cui fare giustizia. E ci ricorda l’attualità e l’universalità del messaggio del presidente visionario.
Fidél Toé, classe 1949, è stato ministro del Lavoro, Sicurezza sociale e Funzione pubblica di Thomas Sankara (1983-87). Era amico d’infanzia del presidente visionario del Burkina Faso. Avevano, in fatti, frequentato insieme il liceo Ouezzin Coulibaly di Bobo Diulasso.
«Ho conosciuto Sankara nel 1962», ci racconta. «Abbiamo avuto relazioni sane, abbiamo discusso, a volte non eravamo d’accordo».
L’ex minstro è oggi in pensione, dopo una vita nella funzione pubblica, un mandato da deputato (2002-2007), e anni di impegno nella lotta all’Hiv nel suo paese, come coordinatore della Cellula ministeriale di lotta al Hiv/Aids del ministero del Lavoro e della sicurezza sociale.
Toé ha conosciuto l’esilio, dopo l’assassinio di Sankara, avvenuto il 15 ottobre 1987. Ha passato sette anni tra il Ghana e il Congo Brazzaville (1987-94).
È un signore cordiale e accogliente, e quando parla è subito chiaro che porta dentro di sé una grande fetta di storia del Burkina Faso. «Scriverò una memoria – ci confida -, ho tante cose da raccontare».
Lo abbiamo raggiunto telefonicamente, nella sua casa di Ouagadougou. Gli facciamo alcune domande sulla difficile situazione che attraversa oggi il paese saheliano.
Terrorismo islamista
Onorevole, come legge gli ultimi, sanguinosi, attacchi dei terroristi in Burkina Faso?
«Gli attacchi sono iniziati nel 2015, nel Nord del paese. Hanno sorpreso molti, mentre altri se li aspettavano. Con l’insediamento del primo governo del presidente Roch Marc Christian
Kaboré sono arrivati attacchi precisi agli hotel per stranieri, e poi allo stato maggiore dell’esercito. Il presidente ha rivelato che alcune persone sospette avevano reclamato, informalmente, al governo, alcuni veicoli promessi dal precedente presidente, Blaise Compaoré. Secondo me c’è la complicità del vecchio regime. Sono state intercettate telefonate nelle quali si diceva che occorreva destabilizzare il paese.
Oggi, pur non conoscendo la faccia di chi attacca, sappiamo che ci sono tra loro dei giovani burkinabè, reclutati dagli jihadisti. Devo ammettere che in qualche modo anche noi siamo complici, per il fatto di non denunciare i nostri figli. Se un ragazzo che non possiede nulla e non lavora, torna al villaggio pieno di soldi, certo non li ha vinti alla lotteria. Li ha ottenuti tramite le armi, la droga o la frode.
Sono questi elementi endogeni che permettono al terrorismo di attaccare, installarsi e sfruttare. Come nell’ultimo attacco a Solhan (vedi box), un villaggio nei pressi del quale si estrae oro in maniera tradizionale. Le autorità dovrebbero capire che se abbiamo l’oro non dobbiamo metterlo a disposizione di chiunque. La ricerca artigianale di questo metallo è oggi fonte di insicurezza, perché nei pressi dei siti si installano persone giunte da ogni dove, anche dall’estero, e non si ha più il controllo di chi è presente sul territorio. Inoltre, le nostre frontiere sono molto permeabili. In fondo penso ci sia una mancanza dei servizi d’informazione oltre che una debolezza organizzativa.
Durante la rivoluzione (sankarista, 1983-87, ndr), chiunque arrivasse in un villaggio doveva presentarsi alle autorità e al Cdr locale (Comitato di difesa della rivoluzione), per essere registrato. Inoltre, un altro problema è che non abbiamo insegnato alla popolazione a difendersi, così la gente scappa di fronte al nemico».
Ma non dovrebbero essere l’esercito e la polizia a garantire la sicurezza dei cittadini?
«È vero, ma in queste situazioni. quando il problema è troppo grande per l’esercito, penso che la popolazione debba sapersi difendere. Si tratta di autodifesa per supplire alle mancanze delle forze di sicurezza. In diversi casi di attacchi, l’esercito era a decine di chilometri, ed è potuto intervenire solo in un secondo tempo. Le nostre frontiere sono difficili da controllare con l’esercito che abbiamo. Ci sono pure soldati che si rifiutano di andare in zone remote. Forse c’è un problema a livello delle gerarchie militari.
Poi c’è la questione dei siti auriferi. Se c’è una popolazione che si organizza per sfruttare l’oro, deve anche essere disponibile a impiegare dei soldi per la sicurezza, per proteggere il minerale estratto. In altri paesi succede così».
Più in generale, come valuta la lotta al terrorismo da parte di questo governo?
«Devo dire che non ci sono stati risultati, quindi c’è un fallimento da questo punto di vista. I servizi non funzionano, non si sa quando arriva il nemico. Dicono che si è fatto un negoziato, ma in verità non è cambiato nulla. Non si è ancora trovata la soluzione».
Inoltre il terrorismo a livello internazionale sembra una scusa per una presenza straniera nel paese.
«Il ricorso a forze straniere dimostra l’impotenza della nostra nazione di affrontare il nemico. Penso che non si sia spiegata in modo adeguato l’importanza di questa lotta ai nostri giovani, perché vediamo dei burkinabè che criticano l’intervento straniero, ma essi stessi non fanno nulla. Non c’è in noi la coscienza che dobbiamo batterci e che, chi può, deve andare al fronte. Ci sono tanti, anche della società civile, che sono contro l’intervento militare, che trovano troppo violento, ma loro non si sporcano mai le mani. Non c’è una guerra con le mani pulite. Ci saranno altre situazioni difficili, queste persone sono molto violente. Negli eventi di Solhan si vede la barbarie. E questo ti fa diventare barbaro, e ti fa chiedere una giustizia punitiva immediata».
Notizie di attacchi jihadisti nel Nord del paese (Photo by OLYMPIA DE MAISMONT / AFP)
L’insurrezione
Parlando dell’insurrezione del 2014 e poi di quella del 2015 contro il colpo di stato, cosa è rimasto del movimento popolare?
«Nel 2014 c’è stata un’insurrezione salutare, che ha visto la fuga di un uomo che non voleva più lasciare il potere, mentre la nostra Costituzione prevede che il capo di stato può stare 5 anni, rinnovabile una volta. Ma Blaise Compaoré voleva un rinnovo perpetuo.
Le forze che hanno fatto l’insurrezione erano dei vecchi amici del partito di Compaoré che si erano dimessi (alcuni mesi prima, ndr) unendosi all’opposizione storica. Movimento che si era rafforzato con i giovani di Ouagadougou e di tutto il paese che si sono sollevati affinché ci fosse un rinnovamento.
Però, quando si fa un’insurrezione, e non c’è uno stato maggiore che dica, nel caso di successo, che cosa si farà, ecco che altri, più organizzati, possono appropriarsene. È quello che è accaduto qui con i militari, che hanno “recuperato” i risultati della rivolta. L’esercito è organizzato, ha potuto subito dire chi aveva preso il potere, mettere in piedi un sistema di sicurezza (per evitare derive, ndr). Hanno presentato un volto unico, mentre i partiti politici, che avevano mandato via Compaoré, non sono riusciti a presentare una struttura e una visione unica del dopo insurrezione. I militari stessi hanno messo in salvo il presidente deposto, facendolo fuoriuscire dal paese in segretezza.
Allo stesso tempo hanno utilizzato il linguaggio degli insorti e hanno preso le redini. Le contraddizioni sono poi venute fuori con il colpo di stato del generale Dinederé (sventato da una successiva insurrezione, ndr).
Oggi assisto a un fenomeno che mi fa sorridere, ovvero gli ex del sistema Cdp (Congresso per la democrazia e il progresso, il partito di Compaoré che ha regnato 27 anni, ndr) che minacciano di preparare un’insurrezione contro questo governo, che è stato acquisito a sua volta dopo un sollevamento popolare.
Aspettiamo di vedere cosa faranno. Dicono che il regime attuale è fallito. Il governo ha creato delle forze speciali, e loro dicono di essere contrari, che esisteva già il Rsp (Reggimento di sicurezza presidenziale, il corpo militare scelto che proteggeva il presidente ed è stato origine del colpo di stato del 2015, ndr). Ma questo proteggeva un uomo e la sua famiglia e non la popolazione. Gli ex del Cdp dicono che il governo deve dare le dimissioni, altrimenti loro lo cacceranno con la forza. Poi chiedono che per la riconciliazione nazionale si faccia tornare Blaise Compaoré, che attualmente ha cambiato nome in Kouassi Kodjo, e vive in Costa d’Avorio».
Verità e giustizia sul passato
Facendo un passo indietro, in questo periodo si parla molto del processo contro i responsabili dell’uccisione di Thomas Sankara e dei suoi dodici compagni, quel 15 ottobre 1987. Lei come è coinvolto?
«Tutti gli elementi d’indagine sono riuniti affinché il processo possa cominciare. Il giudice d’istruzione, di grande competenza, ha convocato molti testimoni. Io stesso sono stato chiamato a testimoniare e ho raccontato quello che so. Devo dire che nessuno, prima d’ora, mi aveva convocato su questo. Ci hanno accusato di tante cose, me e Sankara, ma nessuno mi aveva mai interrogato.
Inoltre, il giudice d’istruzione, ha finalmente avuto accesso ai dossier francesi sul caso, che erano secretati. Qui tutti (gli avvocati, la famiglia, io stesso) pensano che il processo avrà luogo.
Per questo chiediamo che il termine “Riconciliazione nazionale” non sia esibito per dire, dobbiamo stare zitti, ma, al contrario, occorre fare verità su quanto è successo. Un paese che non ha la verità sul suo passato, che mente a se stesso, non può andare avanti. Non potrà dire di voler giudicare i ladri, se non ha fatto luce sui suoi dirigenti.
Penso che ci sarà il processo, e che il presidente Sankara possa essere sepolto, perché i suoi resti attendono ancora un degno commiato. Spero che si faccia presto, perché da quando se ne parla alcuni testimoni sono già deceduti. Stiamo diventando vecchi».
L’attualità di Sankara
Qual è l’attualità del messaggio del presidente Thomas Sankara per i giovani del Burkina Faso?
«Un messaggio per i giovani dell’Africa e del mondo, che ha superato la dimensione geografica del Burkina Faso. I giovani si devono organizzare seriamente. Non devono aspettarsi che tutto sia facile, ma devono responsabilizzarsi per prendere in mano il proprio destino. Occorre avere uno sguardo nuovo sul modo in cui organizzarsi, in tutti i settori di attività. Sankara voleva rivoluzionare i diversi settori. È stato il primo a parlare contro la deforestazione, per la protezione della natura, per un’economia endogena. Altrimenti consumiamo prodotti provenienti dall’estero e non sviluppiamo la nostra economia. Come, ad esempio, l’allevamento di piccoli animali, nel quale siamo forti.
L’avvenire del Burkina Faso non è nelle miniere d’oro. I giacimenti si sono costituiti durante periodi molto lunghi, non si può venire e sfruttarli per dieci anni, portando via tutto, dando allo stato solo qualche inezia e dicendo che si contribuisce al paese.
Sankara ha sempre detto che anche se troviamo del petrolio in Burkina, non sarà quello che ci salverà. Basta guardare ora in che stato è l’economia di tutti quei paesi che hanno trovato il petrolio, con i loro dirigenti che rubano i soldi derivati. Per l’oro è la stessa cosa».
Provincia Loroum, Nord Burkina
L’insurrezione ha in qualche modo «sdoganato» la figura di Thomas Sankara, prima se ne parlava di nascosto, adesso sono tutti sankaristi.
«È vero, Thomas Sankara suscita molto interesse. Ci sono scritti che possono essere utili, altri lo sono di meno. Per esempio, c’è un libro scritto da un italiano che non conosco (Toé si riferisce a un romanzo pubblicato in Italia, ndr), che si sarebbe ispirato alla biografia scritta dal mio amico Bruno Jaffré (il biografo di Thomas Sankara, ndr). Mi hanno mandato qualche pagina di questo libro, nel quale l’autore parla di me in termini che ho trovato offensivi e irritanti. Prima di tutto non capisco perché in un romanzo (una fiction), anche se su Thomas Sankara, sia stato utilizzato il mio nome. Perché si sia parlato dei miei genitori, scrivendo Jérôme Toé, che non è il nome di mio padre. Se è stata fatta della fiction, bisogna farla con nomi inventati.
Il rapporto tra me è Sankara è presentato in modo falsato. Abbiamo sempre fatto dell’emulazione sana, per arrivare all’eccellenza, non ci copiavamo, ma potevamo completarci. Sankara è stato per me un amico e un compagno. E lui diceva che io ero un fratello per lui.
Quando aveva bisogno di qualcuno di fiducia, mi chiamava, e sono sempre stato al suo fianco. Prima come direttore di gabinetto della comunicazione, quando era segretario di stato, poi come ministro. Ho parlato con lui al telefono trenta minuti prima che fosse ammazzato. Scriverò un libro di memorie, con la mia verità».
�Bruno Jaffré, Burkina Faso. Les années Sankara, L’Harmattan, 1989.
�Lila Chouli, Sur l’insurrection populaire et ses suites au Burkina Faso, L’Harmattan-Sénégal, 2018.
�Marco Bello, Enrico Casale, Burkina Faso. Lotte, rivolte e resistenza del popolo degli uomini integri, Infinito edizioni, 2016.
Roch Marc Christian Kaborāˆ presidente del Burkina Faso (Photo by OLYMPIA DE MAISMONT / AFP)
Il paese combatte il terrorismo e cerca la verità sul suo passato
Massacro nel Sahel
Gli attacchi terroristici islamisti, iniziati nel 2015, continuano a insanguinare il Burkina Faso. A Solhan, nel giugno scorso, si è toccato il record di vittime. Di mezzo c’è l’oro, e il finanziamento che i gruppi jihadisti ne traggono. Intanto l’opposizione politica chiede conto al governo sulla sicurezza.
È la notte tra il 4 e il 5 giugno scorso. Verso le due del mattino una banda di giovani in motocicletta arriva al sito aurifero nei pressi del villaggio Solhan, capoluogo del comune rurale omonimo (entità amministrativa più piccola).
Gli assalitori attaccano inizialmente la postazione dei Volontari per la difesa della patria (Vpn), una sorta di milizia di autodifesa composta di persone della popolazione. In seguito, si dirigono verso le case, sfondano le porte e uccidono direttamente chi vi abita, senza chiedere nulla e senza considerare l’età. Saccheggiano il possibile, danno fuoco ad alcune case, poi ripartono. Piazzano dell’esplosivo sul ponte della strada che collega Solhan a Sebba, a una decina di chilometri. Causerà altre vittime.
Il bilancio ufficiale è di 132 morti, ma altre voci portano il numero a 150. Molti sono anche i feriti. Si tratta dell’attacco più sanguinoso che il Burkina Faso ha subito sul suo territorio, dall’inizio degli eventi di questo tipo, nel 2015.
In quell’anno il Burkina Faso stava vivendo una transizione politica, seguita da un’insurrezione popolare che aveva deposto il presidente Blaise Compaoré, in carica da 27 anni (cfr MC febbraio 2016). Un colpo di stato del Reggimento di sicurezza presidenziale guidato dal generale Gilbert Dienderé, aveva tentato di bloccare il cambiamento nel settembre 2015, ma il movimento popolare, con l’appoggio internazionale e, soprattutto, dell’esercito, era riuscito a evitare il peggio. La transizione era ripresa e un nuovo presidente, Roch Marc Christian Kaboré si era insediato il 29 novembre. Il suo governo aveva giurato il 12 gennaio 2016. Tre giorni dopo, un attacco in grande stile era stato perpetrato da jihadisti nel cuore della capitale, facendo 30 vittime di 18 nazionalità.
Da quel giorno gli attacchi si sono moltiplicati nel Nord del paese, per poi estendersi a Est e Sud Est, senza risparmiare la capitale. Si hanno evidenze di contatti diretti tra Compaoré, quando era presidente, e gruppi jihadisti, che avrebbe preservato il paese dalle incursioni.
Solhan, come detto, è un sito aurifero, ed è sfruttato da cercatori d’oro artigianali. Sono situazioni particolari, in cui il tessuto sociale è completamente stravolto. Qui sono installati, senza controllo, decine di migliaia di cercatori d’oro, molti provenienti da paesi vicini. Nell’agosto 2020, il Consiglio economico e sociale del Burkina Faso, ha pubblicato uno studio sul «lavaggio di denaro sporco e finanziamento del terrorismo», con focus sul paese.
Oltre a ricevere finanziamenti dall’estero, i gruppi jihadisti si autofinanziano sfruttando le risorse del territorio che occupano, come le miniere artigianali, o imponendo tasse e balzelli alla popolazione. Dallo studio risulta che dal 2016 al 2020 i terroristi hanno raccolto più di 140 miliardi di dollari, solo tramite gli attacchi o balzelli a siti auriferi artigianali, come quello di Solhan. Normalmente i siti nei quali i cercatori non pagano, vengono attaccati.
Il governo, il 7 giugno, ha disposto la chiusura di tutti i siti auriferi artigianali delle province di Oudalan e Yahga (qui si trova Solhan).
Nella regione sono presenti gruppi jihadisti legati alle due principali formazioni: il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), legato ad Al Qaeda, e lo Stato islamico nel grande Sahara, legato all’Isis. Si tratta di due coalizioni di una galassia di gruppi che talvolta si scontrano tra loro.
L’attacco di Solhan, che non è stato l’ultimo, secondo il governo è stato perpetrato da un gruppo burkinabè, denominato Mouhadine, che significa «Genti solidali», attivo dal 2019 in Burkina, ma anche Niger e Benin. Le forze di sicurezza avrebbero arrestato due elementi del gruppo.
Il presidente Kaboré – rieletto per un secondo mandato nel novembre 2020 – ha pure tentato di avviare una tre giorni (17-19 giugno) di «Dialogo politico», con tutti i partiti del paese. Ma alla fine l’opposizione si è sfilata, e per voce del Capofila dell’opposizione politica (è una figura istituzionale), Eddie Komboigo, ha indetto manifestazioni di protesta contro l’insicurezza e in memoria delle vittime, a inizio luglio.
Intanto, alcuni politici legati al partito di Blaise Compaoré, il Cdp (Congresso per la democrazia e il progresso), vogliono organizzarsi per il ritorno dell’ex presidente e la riconciliazione nazionale. Ma prima, occorre fare verità sul passato, a partire dall’assassinio di Thomas Sankara.
Marco Bello
Soldati francesi in Burkina (Photo by Fred Marie / Hans Lucas / Hans Lucas via AFP)