Takaichi Sanae, 64 anni, è diventata la prima donna premier nella storia del Giappone. Dopo aver conquistato la leadership del Partito Liberal Democratico (Ldp) il 4 ottobre scorso, battendo al ballottaggio il giovane Koizumi Shinjiro con 185 voti contro 156, la sua elezione a capo del governo è avvenuta con il voto parlamentare il 21 ottobre. Ma il suo approdo al governo giapponese è tutt’altro che trionfale. Eredita, infatti, un Paese in profonda crisi politica ed economica, e dovrà affrontare ostacoli che vanno ben oltre le sfide tradizionali di un nuovo premier.
Un patito diviso
La prima grande difficoltà per Takaichi arriva paradossalmente dal suo stesso partito. Il Ldp, che ha dominato la politica giapponese per quasi settant’anni, è uscito profondamente indebolito da una serie di sconfitte elettorali. Nel 2024 ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, e nel luglio 2025 anche quella alla Camera dei Consiglieri. Questi risultati disastrosi hanno portato alle dimissioni del premier uscente Ishiba Shigeru, in carica da appena un anno.
La scelta di Takaichi da parte dell’Ldp riflette una strategia rischiosa: puntare su una figura ultraconservatrice per riconquistare l’elettorato di destra che si era spostato verso partiti emergenti come il Sanseito. Ma questa mossa ha un prezzo. Molti all’interno del partito preferivano il più moderato Koizumi, e la vittoria risicata di Takaichi al ballottaggio rivela profonde divisioni interne.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la rottura dell’alleanza storica con il Komeito, il partito moderato di ispirazione buddista che per 26 anni ha garantito stabilità alla coalizione. La nuova coalizione con il Partito dell’Innovazione Giapponese (Nippon Ishin) lascia il governo sotto di due seggi rispetto alla maggioranza assoluta alla Camera bassa: 231 su 465, quando ne servono 233. Questa fragilità parlamentare significa che Takaichi dovrà negoziare continuamente con l’opposizione per far passare qualsiasi iniziativa legislativa. Un’ironia amara per una donna politica nota per le sue posizioni intransigenti.
Una leadership femminile guardata con diffidenza
Essere la prima donna premier in Giappone non è solo un traguardo simbolico, ma anche un fattore che complica ulteriormente la sua posizione. Il Paese si colloca agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla parità di genere, e la leadership femminile è ancora guardata con diffidenza in molti ambienti politici e imprenditoriali.
Paradossalmente, le posizioni personali di Takaichi su questi temi potrebbero alienarle il sostegno di chi vorrebbe vedere in lei un simbolo di progresso. L’ultraconservatrice Takaichi si oppone ai matrimoni omosessuali, è contraria alla possibilità per le donne sposate di mantenere il proprio cognome, e ha dichiarato che le donne dovrebbero essere innanzitutto mogli e madri. Si oppone persino alla possibilità che la successione imperiale cessi di essere un affare esclusivamente maschile.
Queste posizioni la mettono in una posizione singolare: prima donna premier, ma paladina di valori tradizionali che limitano il ruolo delle donne nella società giapponese.
Un falco in politica estera
Il profilo di falco di Takaichi in politica estera rappresenta forse la sfida più delicata del suo mandato. Cresciuta all’ombra di Abe Shinzo, l’ex premier assassinato nel 2022, Takaichi non ha mai nascosto le sue simpatie per il nazionalismo giapponese. Le sue ripetute visite al santuario di Yasukuni, che onora i caduti di guerra giapponesi inclusi criminali di guerra giustiziati, hanno già suscitato forti critiche da parte di Cina e Corea del Sud, che vedono il santuario come simbolo del passato militarista del Giappone. Negli ultimi giorni, tuttavia, Takaichi ha mostrato un inatteso pragmatismo evitando di visitare il santuario durante un’importante festività, probabilmente per non compromettere le relazioni diplomatiche alla vigilia della sua investitura.
Una delle priorità di Takaichi è la revisione dell’articolo 9 della Costituzione pacifista giapponese, che rinuncia formalmente alla guerra e limita le forze armate del paese a un ruolo difensivo. La leader dell’Ldp vuole che venga riconosciuto esplicitamente il ruolo dell’esercito giapponese e ha proposto un significativo aumento della spesa per la difesa.
Questa posizione la pone in sintonia con gli Stati Uniti, che da tempo spingono il Giappone ad assumere un ruolo militare più attivo nella regione Indo-Pacifica, ma rischia di alimentare le tensioni con Pechino, soprattutto considerando che Takaichi ha anche suggerito la creazione di un’alleanza di sicurezza con Taiwan, l’isola rivendicata dalla Cina come parte del proprio territorio.
Anche i rapporti con la Corea del Nord rappresentano un nodo critico. La reticenza di Takaichi nel riconoscere apertamente i crimini di guerra commessi dal Giappone nel secolo scorso complica qualsiasi dialogo con Pyongyang sulla questione degli ostaggi giapponesi e sulla denuclearizzazione della penisola coreana.
Con gli Stati Uniti, Takaichi ha proposto di rivedere l’accordo sui dazi negoziato dal suo predecessore Ishiba, che aveva ottenuto una riduzione al 15%. Il Ldp ha scelto Takaichi anche perché ritenuta la candidata più adatta a gestire le relazioni con Washington in un momento di crescenti tensioni commerciali e strategiche nell’Indo-Pacifico.
Il fronte economico
Sul fronte economico, Takaichi si presenta come una nostalgica dell’«Abenomics», la strategia economica del suo mentore Abe Shinzo basata su tre pilastri: politica monetaria espansiva, aumento della spesa pubblica e riforme strutturali. La leader dell’Ldp non ha mai nascosto la sua ammirazione per Margaret Thatcher, l’ex premier britannica che incontrò a un simposio poco prima della sua morte nel 2013.
Takaichi ha recentemente criticato la decisione della Banca del Giappone di alzare i tassi di interesse, sostenendo la necessità di mantenere una politica monetaria accomodante. Ha proposto aumenti della spesa pubblica e tagli fiscali per contrastare l’aumento del costo della vita che sta erodendo il potere d’acquisto delle famiglie giapponesi.
Il problema è che queste ricette sembrano dissonanti rispetto alla situazione attuale. L’inflazione, dopo decenni di deflazione o stagnazione dei prezzi, è tornata a essere un tema politicamente esplosivo in Giappone. Una politica di yen debole e spesa pubblica espansiva rischia di alimentare ulteriormente l’inflazione, vanificando gli sforzi per alleviare la pressione sui consumatori.
Gli analisti economici avvertono che il raddoppio dell’Abenomics propugnato da Takaichi, potrebbe portare a un’inflazione ancora più alta, proprio l’opposto di ciò di cui ha bisogno la popolazione giapponese in questo momento.
Una sfida difficile
Takaichi Sanae si trova di fronte a una sfida che pochi premier giapponesi hanno dovuto affrontare. Deve governare senza una maggioranza solida, ricucire un partito diviso, gestire crisi economiche e diplomatiche simultanee, e farlo mentre porta il peso simbolico di essere la prima donna alla guida del paese.
Le sue posizioni conservatrici in politica interna ed estera potrebbero rivelarsi sia un punto di forza che una debolezza. Da un lato, potrebbero consolidare la base elettorale dell’Ldp tra gli elettori più tradizionalisti. Dall’altro, rischiano di alienare gli elettori moderati e di complicare i rapporti con i paesi vicini in un momento in cui la stabilità regionale è più che mai necessaria.
Il Giappone, quarta economia mondiale, si trova a un bivio. La scelta di Takaichi rappresenta un test non solo per lei personalmente, ma per l’intera classe politica giapponese: può il paese permettersi un ritorno al conservatorismo duro in un momento che richiede pragmatismo e capacità di compromesso?
La risposta arriverà presto. Il 21 ottobre segna non solo l’inizio di un’era storica con la prima donna premier, ma anche l’inizio di una delle prove più difficili per la leadership giapponese nel dopoguerra.
Piergiorgio Pescali
Africa-Giappone. Concluso il summit di Yokoama
A fine agosto, a Yokohama (seconda città giapponese dopo Tokyo), si è tenuta la nona Conferenza internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano (Ticad). Il summit – a cui hanno preso parte leader e rappresentanti di 50 Stati africani – si è concluso con l’adozione della Dichiarazione di Yokohama. Nel documento, emerge un rinnovato interesse del Giappone per l’Africa, sulla scia di uno scenario internazionale dove il continente è teatro di competizione tra grandi potenze. Ma la Dichiarazione parla anche della necessità di collaborare per crescita economica e sviluppo sostenibile proficui per entrambi.
Aiuti e investimenti Il Ticad è nato nel 1993 come spazio dove leader africani e giapponesi, esponenti di organizzazioni internazionali (come Unione africana e Nazioni Unite) e donatori pubblici e privati potessero dialogare sullo sviluppo del continente. Prima conferenza di questo genere, è stato un modello per iniziative simili, come il Forum sulla cooperazione Cina-Africa, il Vertice Stati Uniti-Africa e il Summit Unione europea-Africa. Inizialmente, i Ticad si sono concentrati unicamente sullo sviluppo dell’Africa. Dal 2008 poi, hanno iniziato a guardare alla cooperazione economica e il numero di manager, industriali e imprenditori partecipanti è aumentato drasticamente, mentre termini come sviluppo tecnologico, infrastrutture, innovazione e sostenibilità hanno cominciato a essere pronunciati sempre più frequentemente. Nell’ultimo ventennio, in media, le aziende giapponesi hanno investito 7 miliardi di dollari l’anno in Africa. Mentre gli aiuti allo sviluppo sono rimasti stagnanti (intorno ai 2 miliardi di dollari l’anno): per i leader giapponesi, infatti, fornire solo aiuti non stimola a sufficienza l’economia, cosa che invece accade quando si crea uno scambio di conoscenze, competenze e tecnologie tra aziende giapponesi e africane.
Interessi economici L’economia ha quindi dominato l’ultimo Ticad. Negli ultimi trent’anni, infatti, il Pil dell’Africa subsahariana è cresciuto fino a 2.000 miliardi di dollari nel 2024 (cinque volte quello dei primi anni Duemila) e nel 2025 si prevede una crescita del 4% (quella mondiale è al 2,8%). Cifre che hanno spinto il Giappone ad annunciare l’«Iniziativa per la regione economica dell’Oceano Indiano-Africa», una zona economica integrata, che unisce Africa e Asia sudoccidentale (dove numerose aziende giapponesi sono presenti da tempo). Infatti Tokyo – la cui politica estera mira anche a contrastare la Cina – vuole assicurarsi una fetta del mercato africano, in crescita, incentivando le esportazioni delle aziende giapponesi in Asia sudoccidentale e l’apertura di sedi nel continente. Attualmente, però, il Giappone è ben lontano da Pechino. Nel 2024, la Cina ha esportato in Africa merci per 178 miliardi di dollari, mentre il Giappone si è fermato a 8,5 miliardi. Solo 900 aziende giapponesi operano nel continente (a fronte di oltre 10mila compagnie cinesi). A limitare la presenza giapponese in Africa è soprattutto l’avversione delle aziende al rischio, che nel continente è considerato elevato a causa di instabilità politica, conflitti ed epidemie. Tuttavia, l’attuale governo giapponese – consapevole della crescita economica dell’Africa e della sua ricchezza di risorse – sembra voler invertire la rotta. Un tassello fondamentale è lo sviluppo del corridoio di Nacala, che collega Paesi senza sbocco sul mare, ma ricchi di risorse (come lo Zambia) al porto mozambicano di Nacala sull’Oceano indiano (di cui il Giappone ha finanziato lo sviluppo infrastrutturale). Le industrie giapponesi infatti dipendono quasi totalmente dall’importazione di materie prime (tra cui minerali africani): come per altre potenze, anche per Tokyo, assicurarsi rotte commerciali e forniture costanti è una priorità nazionale.
Questione di demografia Ma al Ticad si è parlato anche di sviluppo digitale, intelligenza artificiale, robotica, agritech e sanità. Per sviluppare questi settori, il Giappone ha annunciato che, tra il 2026 e il 2028, sosterrà la strategia per il settore privato della Banca africana di sviluppo con 810 miliardi di yen (circa 5,5 miliardi di dollari). Inoltre, si è impegnato a formare 300mila persone in tre anni (di cui 30mila sull’intelligenza artificiale). L’obiettivo è sviluppare il capitale umano africano e consolidare le relazioni economiche a vantaggio di entrambi: il Giappone – sempre più anziano e dove forza lavoro e capacità produttiva si stanno riducendo – e l’Africa – in crescita demografica e con tassi di disoccupazione (soprattutto giovanile) destinati a crescere. A sintetizzare come queste due sfide potrebbero intrecciarsi e trovare l’una la soluzione nell’altra sono state le parole del Primo ministro giapponese Sherugu Ishiba in chiusura del forum: «Vorrei collegare le risorse umane e materiali dell’Africa alla crescita del Giappone e alla prosperità globale, in modo tale da beneficiare sia il Giappone che l’Africa».
Aurora Guainazzi
Mondo. Pandemia nucleare a 80 anni da Hiroshima e Nagasaki
Corre il riarmo nucleare mondiale, mentre rischia di sbiadirsi la memoria dei massacri di Hiroshima e Nagasaki di 80 anni fa. E i vescovi giapponesi richiamano al disarmo.
Il massacro più veloce della storia umana avvenne il 6 agosto del 1945 in Giappone. Quel giorno, alle 8,15 del mattino, gli Usa colpirono Hiroshima con una bomba atomica uccidendo sul colpo tra le 70 e le 80mila persone. Gran parte della città fu rasa al suolo. Il secondo avvenne tre giorni dopo a Nagasaki, dove gli Usa sterminarono, con una seconda bomba, altre 40mila persone.
Benché sia impossibile avere una contabilità certa delle conseguenze di quegli attacchi, è chiaro che mai era avvenuta una strage di massa così imponente in un tempo così breve, in una modalità così indiscriminata e devastante anche per le infrastrutture e l’ambiente naturale.
Altre decine di migliaia di persone morirono nelle settimane successive per le conseguenze dirette dell’esplosione e degli incendi e distruzioni provocate dalle bombe. Si parla di circa 140mila totali per Hiroshima entro la fine del 1945, e di circa 70mila per Nagasaki. Complessivamente 210mila persone con due sole bombe in due città che contavano, insieme, circa 600mila abitanti.
Voci inascoltate
Basterebbero questi dati, senza elencare le conseguenze che ancora oggi, a distanza di 80 anni, pesano sulla vita di molti, per rendere evidente quanto il bando delle armi nucleari dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità della comunità internazionale.
Eppure, oggi, le voci che si alzano contro la proliferazione delle armi atomiche, pur essendo molte, sono quasi sempre della sola società civile. E ottengono poco ascolto e poca risonanza. Tanto che nel 2024, le nove potenze nucleari mondiali – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – hanno continuato indisturbate a modernizzare i propri arsenali.
La corsa agli armamenti nucleari
Secondo gli ultimi dati del Sipri (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), all’inizio del 2025 erano presenti nel mondo circa 12.241 testate nucleari, delle quali 9.614 in scorte militari pronte all’uso. Di queste, 3.912 risultano schierate su missili o aeromobili, con circa 2.100 mantenute in stato di allerta operativa elevata, prevalentemente da Stati Uniti e Russia.
Il centro di ricerca svedese sottolinea che tutti i Paesi dotati di armi nucleari stanno investendo in programmi di ammodernamento, che vanno ben oltre il semplice mantenimento degli arsenali. Questo, a partire da Usa e Russia che detengono insieme quasi il 90% delle testate nucleari mondiali. E dalla Cina che ha accelerato la propria espansione, passando da 500 a circa 600 testate in un solo anno.
A 80 anni da dalla prima bomba atomica usata contro l’umanità, il Sipri sottolinea che la riduzione del numero di testate a livello globale (da 12.405 nel 2024 a 12.241 nel 2025) è dovuta al lento smantellamento di quelle obsolete da parte di Usa e Russia, e non al disarmo. La tendenza generale è, invece, di crescita e potenziamento.
Per gli analisti del Sipri, la mancanza di nuovi trattati di controllo e la crescente opacità delle dottrine nucleari dei Paesi detentori delle armi atomiche, alimentano l’instabilità geopolitica, rendendo, seppur involontariamente, più vicino il rischio di conflitto nucleare.
La voce della Chiesa giapponese contro il riarmo nucleare
Tra le voci che si alzano per domandare maggiore responsabilità ai governanti del mondo, quella della Conferenza episcopale giapponese (Ceg) è particolarmente significativa.
In vista della ricorrenza degli 80 anni dai due massacri di Hiroshima e Nagasaki, i vescovi del Paese hanno firmato una dichiarazione per domandare l’abolizione delle delle armi atomiche: «[…] noi vescovi della Conferenza episcopale giapponese, l’unico Paese a essere stato vittima di un bombardamento atomico, […] con questa dichiarazione, ribadiamo il nostro fermo impegno per raggiungere l’abolizione delle armi nucleari. A Hiroshima e Nagasaki, molte persone persero la vita nei bombardamenti del 1945, e ancora oggi molti continuano a soffrire per le loro conseguenze. È una tragedia che non deve ripetersi», scrivono.
E proseguono: «L’esistenza delle armi nucleari è un affronto alla dignità degli esseri umani e al mondo che Dio ha creato come “buono” e costituisce una grave minaccia per tutte le forme di vita. […]. Inoltre, nella più ampia prospettiva degli “hibakusha” (i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki), non possiamo dimenticare l’esistenza di vittime legate ai test nucleari e all’estrazione dell’uranio. Pertanto, dichiariamo eticamente inaccettabili lo sviluppo, i test, la produzione, il possesso e l’uso di armi nucleari».
Per i vescovi della Chiesa giapponese, la cosiddetta deterrenza nucleare di cui si parla in diverse cancellerie del mondo è un mezzo inefficace per risolvere i conflitti, e, in più, getta l’umanità in un «dilemma di sicurezza» che, «inevitabilmente, conduce sull’orlo di una guerra nucleare. Non possiamo tollerare in alcun modo questo modo di pensare».
E concludono: «Come Vescovi […] continueremo a far conoscere al mondo intero la realtà dei bombardamenti atomici e a denunciare la disumanità delle armi nucleari; saremo solidali con i movimenti nazionali e internazionali che lottano per l’abolizione delle armi nucleari e promuoveremo azioni concrete per raggiungere questo obiettivo; sosterremo i principi del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) ed esorteremo il governo giapponese a ratificarlo il prima possibile; trasmetteremo l’ideale di pace alle generazioni future attraverso l’educazione alla pace e attività di sensibilizzazione».
Nel paese nipponico, i comportamenti individuali e collettivi sono diversi dal resto del mondo. Tuttavia, molti problemi sono comuni, dalla frammentazione politica alle difficoltà economiche fino alla questione demografica.
Yokohama. Anche un turista frettoloso e poco attento può individuare quanto la società giapponese sia profondamente radicata in valori culturali che enfatizzano la modestia, la cortesia e la ricerca dell’armonia sociale. Sebbene il Giappone abbia abbracciato molti aspetti dello stile di vita occidentale, il Paese conserva un forte impegno a preservare il suo patrimonio culturale e le sue tradizioni uniche.
Usanze e comportamenti
L’enfasi sull’armonia sociale e sul primato del bene comune spesso influenzano gli stili di comunicazione, che tendono a essere indiretti e si basano su un linguaggio non verbale per evitare il conflitto. Questi valori culturali svolgono un ruolo significativo nel plasmare le influenze sociali, le pratiche commerciali e persino i discorsi politici.
Il rispetto per l’anzianità (senpai-kohai), ad esempio, è una pietra angolare delle interazioni sociali, influenzando le dinamiche sul posto di lavoro e le strutture familiari. Il primato del bene comune (una sorta di «collettivismo» alla giapponese) è molto apprezzato. Ciò porta a privilegiare l’armonia collettiva e la costruzione del consenso, dando priorità ai bisogni del gruppo rispetto ai desideri del singolo. Questo induce noi occidentali a classificare la società giapponese come incline al conformismo con un forte senso di responsabilità collettiva.
La pulizia è un altro valore culturale radicato che si riflette in varie usanze, come togliersi le scarpe prima di entrare in casa e in molti altri spazi interni. Le arti e le usanze tradizionali, tra cui la complessa cerimonia del tè (chanoyu) e l’indossare il tradizionale kimono, continuano a essere praticate e sono viste come aspetti importanti della conservazione del ricco patrimonio culturale giapponese.
L’inchino (ojigi) è una forma fondamentale di comunicazione non verbale usata per esprimere rispetto, scuse e saluti.
Insegne luminose e vita notturna a Shibuya, uno dei quartieri di Tokyo, la capitale giapponese. Foto Jezael Melgoza – Unsplash.
Shintoismo e buddhismo
Tutto questo si innesta perfettamente con le due religioni dominanti, lo shintoismo e il buddhismo. Lo shintoismo, con il risalto che dà alla sacralità della natura e alla venerazione degli antenati, e il buddhismo, arrivato in Giappone nel VI secolo, hanno plasmato i valori e le usanze giapponesi. Lungi dall’essere in competizione tra loro, per molti giapponesi è comune praticare aspetti di entrambe le religioni. Fino al 1868, quando il governo dell’imperatore Meiji (1852-1912) obbligò la separazione dei santuari shintoisti da quelli buddhisti, i fedeli professavano una sorta di sincretismo che accomunava attività sociali e religiose in un’unica pratica chiamata shinbutsu shūgō.
Fu sempre in quella che è chiamata la «restaurazione Meiji» che venne a costruirsi l’impalcatura dell’attuale sistema che regge la politica nazionale.
L’imperatore e il primo ministro
Naruhito, 126° imperatore del Giappone, in carica dal 2019. Foto Wikimedia.
Il Giappone opera secondo un sistema di monarchia costituzionale parlamentare unitaria: sebbene esista un imperatore, la cui posizione è ereditaria (attualmente Naruhito, salito al trono nel 2019, è il 126° imperatore), l’autorità suprema risiede nel popolo, esercitata attraverso un parlamento eletto, noto come Dieta nazionale. L’imperatore – 天皇, «sovrano celeste» – è il simbolo dello Stato e dell’unità dei giapponesi, svolge compiti cerimoniali ma non detiene alcun potere politico reale.
La struttura delle istituzioni statali si basa sulla separazione dei poteri tra il ramo legislativo, esecutivo e giudiziario. La Dieta è l’organo legislativo ed è composta da due camere (Camera dei rappresentanti o Camera bassa e la Camera dei consiglieri o Camera alta). Sebbene entrambe condividano i poteri legislativi, la Camera dei rappresentanti detiene un potere più significativo, soprattutto in relazione al bilancio, ai trattati e alla scelta del primo ministro.
Il potere esecutivo è conferito al gabinetto, che è guidato dal primo ministro (attualmente Shigeru Ishiba, leader del Partito liberal democratico), nominato dalla Dieta e confermato dall’imperatore.
Infine, il potere giudiziario vede il suo vertice nella Corte suprema, che ha il potere di interpretare la Costituzione.
I partiti del sistema giapponese
Shigeru Ishiba, primo ministro giapponese dal novembre 2024. Foto Wikimedia.
Il Partito liberal democratico (Pld) è stato la forza dominante nella politica giapponese per la maggior parte dell’era post bellica, godendo di un potere quasi ininterrotto dalla sua formazione nel 1955. Questo grazie, almeno in parte, alla sua adattabilità e alla sua capacità di rappresentare un’ampia gamma di interessi economici. Questo predominio di lunga data, spesso definito «Sistema del 1955», ha portato alcuni a descrivere il Giappone come uno Stato di fatto a partito unico.
Tuttavia, il panorama politico ha subito un cambiamento significativo nelle elezioni generali tenutesi il 27 ottobre 2024.
Il Pld, sotto la guida di Shigeru Ishiba, diventato primo ministro appena un mese prima, ha perso la maggioranza nella Camera dei rappresentanti per la prima volta dal 2009, ottenendo solo 191 seggi su 465, segnando il suo secondo peggior risultato dalla sua fondazione.
Il Pld ora governa in una coalizione di minoranza con il suo tradizionale partner, il Komeito, anche lui penalizzato dagli elettori con la perdita di otto seggi. Nonostante l’assenza di una sua maggioranza, Ishiba è stato rieletto primo ministro nel novembre 2024, guidando un governo di minoranza Pld-Komeito.
Il principale partito di opposizione, il Partito democratico costituzionale (Cdp), guidato da Yoshihiko Noda, è emerso come un vincitore significativo nelle elezioni, aumentando i suoi seggi da 96 a 148, il suo miglior risultato di sempre. Altro grande risultato è stato quello del Partito democratico per il popolo (Dpp) che, conquistando 28 seggi, è diventato il quarto partito più grande della Camera. Il successo di partiti minori come il Reiwa Shinsengumi e il neo formato Partito conservatore hanno alla fine formato un panorama politico più frammentato che, assieme alla perdita della maggioranza del Pld, potrebbe inaugurare un’epoca di maggiore instabilità politica e la necessità di costruire e negoziare coalizioni inedite per governare efficacemente. Il malcontento pubblico per uno scandalo di corruzione e fondi neri all’interno del Pld è considerato il fattore chiave che ha contribuito alla battuta d’arresto elettorale dei liberal democratici, evidenziando l’erosione della fiducia pubblica nel partito.
Con la coalizione di minoranza Pld-Komeito ora al governo, l’approvazione della legislazione richiederà la ricerca del sostegno di altri partiti alla Dieta. Il primo ministro Ishiba ha indicato la sua intenzione di ottenere il sostegno di partiti come Nippon Ishin (Partito dell’innovazione) e il Dpp. Quest’ultimo, dopo essere emerso come un potenziale ago della bilancia, ha espresso la volontà di considerare una cooperazione ad hoc con la coalizione di governo su questioni specifiche.
Nel frattempo, il Cdp, in quanto principale partito di opposizione, ha dichiarato il suo obiettivo di cooperare con altri partiti per opporre una forte sfida al governo. Questa nuova realtà politica suggerisce un potenziale periodo di maggiore negoziazione e compromesso che non esclude la possibilità di elezioni anticipate (le prossime elezioni generali sono previste alla fine del 2028).
La stabilità di lunga data caratterizzata dal dominio del Pld sta, quindi, affrontando sfide significative, suggerendo un potenziale spostamento verso un sistema multipartitico più competitivo o almeno un periodo di maggiore fluidità politica e instabilità. Anche il calo dell’affluenza alle urne osservato nelle recenti elezioni potrebbe riflettere una tendenza più ampia di disimpegno o insoddisfazione dei giapponesi nei confronti del sistema politico, cosa che potrebbe ulteriormente contribuire a risultati elettorali imprevedibili.
Scene da un matrimonio tradizionale giapponese. Foto Wikimedia.
La questione demografica
In campo sociale ed economico, il Giappone sta affrontando una crisi demografica caratterizzata da un rapido invecchiamento della popolazione. A partire dal 2020, oltre il 29% dei giapponesi ha più di 65 anni e le proiezioni indicano che, entro il 2060, potrebbero superare il 40%.
Questa tendenza è accompagnata da un’elevata aspettativa di vita (circa 84 anni) e da un tasso di natalità persistentemente basso, che ha toccato un minimo di 1,2 figli per donna nel 2023. Il tasso di fertilità di 2,1 – indicato come limite minimo per consentire una sostituzione demografica senza traumi – è oggi una chimera (si veda MC, aprile 2025, ndr).
La popolazione del Paese è in declino da più di quindici anni consecutivi, con il calo più consistente registrato nel 2021. Oltre il 90% dei giapponesi risiedono ora nei centri urbani e l’età media, che – nel 2024 – ha raggiunto i 49 anni, obbliga le città ad adeguare sempre più i loro servizi a un’utenza più fragile e bisognosa di cure.
Tutto questo costringe il Paese ad affrontare sfide significative e multiformi per il futuro con una forza lavoro in calo e una maggiore pressione sul sistema di sicurezza sociale. Per sostenere una popolazione anziana più numerosa, ci saranno meno contribuenti e una crescita economica inferiore a causa della riduzione dei consumi e della spinta verso l’innovazione. Inoltre, la tendenza all’urbanizzazione concentra questi problemi in specifiche aree geografiche, esacerbando le sfide nelle regioni rurali in spopolamento.
Uno Shinkansen arriva alla stazione di Shin Yokohama; la rete ferroviaria giapponese è tra le fitte al mondo ed è anche tra le meglio organizzate. Foto Piergiorgio Pescali.
Gli immigrati: un’apertura obbligata
Spinto dalla carenza di manodopera e dalla crescente globalizzazione, il Giappone sta vivendo un graduale aumento del numero di residenti e lavoratori stranieri. Sebbene le politiche sull’immigrazione siano state sempre piuttosto rigide, vi è oggi un crescente riconoscimento della necessità di attrarre personale straniero per affrontare la contrazione della forza lavoro. Questa tendenza sta lentamente introducendo una maggiore diversità nella società, sebbene rimangano aperte le sfide dell’integrazione e della comprensione culturale. Anche il tradizionale panorama del lavoro sta subendo una trasformazione. Si registra un notevole aumento di occupazioni occasionali e di contratti a breve termine, che riflettono un allontanamento dal sistema dell’impiego a vita, un tempo prevalente.
Allo stesso tempo, vi è una crescente pressione sulle aziende affinché forniscano accordi di lavoro più flessibili e migliorino l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Anche le giovani generazioni mettono sempre più in discussione le norme e le aspettative sociali tradizionali, come dimostra – ad esempio – la crescente accettazione delle uniformi unisex nelle scuole.
Inoltre, la società giapponese contemporanea è sempre più interessata al benessere personale e alla cura della salute. Vi è, inoltre, un rinnovato apprezzamento per la cultura e il design, che influenza le preferenze dei consumatori e le scelte di stile di vita.
Le donne, ancora discriminate
Sebbene il Giappone sia stato storicamente percepito come una società omogenea, la crescente necessità di lavoratori stranieri e l’impatto della globalizzazione stanno gradualmente portando a una maggiore diversità.
L’evoluzione degli atteggiamenti nei confronti dei ruoli di genere e dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, in particolare tra le giovani generazioni, suggerisce che sta avvenendo un cambiamento lento ma costante nelle tradizionali strutture della società. Queste tendenze hanno implicazioni significative per la futura forza lavoro, le dinamiche sociali e la competitività economica.
Nonostante il suo progresso economico, però, il Paese continua a confrontarsi con significative disparità di genere in vari ambiti, in particolare nel mondo del lavoro e nelle posizioni di leadership. Nel Gender gap index del 2024, il Giappone si è classificato relativamente in basso: le tradizionali strutture lavorative, gli atteggiamenti sociali e l’onere del lavoro di cura non retribuito colpiscono la progressione di carriera delle donne nipponiche.
Le incertezze dell’economia
Giapponesi in un vagone della metro. Foto Liam Burnett Blue – Unsplash.
Il Giappone ha attraversato un prolungato periodo di stagnazione economica, spesso definito «i decenni perduti» (originariamente riferito agli anni Novanta, ma esteso ai decenni successivi), in seguito al drammatico crollo della sua bolla speculativa del 1991.
Quest’epoca è stata caratterizzata da una crescita del Pil lenta o negativa, persistenti pressioni deflazionistiche e significativi problemi nel settore bancario.
Molti economisti attribuiscono la prolungata stagnazione a una combinazione di fattori, tra cui risposte politiche governative errate allo scoppio della bolla economica che spesso comportavano il ritardo delle necessarie riforme strutturali e il sostegno a imprese e istituzioni finanziarie in difficoltà, portando alla creazione di «banche zombie». Inoltre, le tendenze demografiche, come i già citati invecchiamento della popolazione e calo del tasso di natalità, hanno contribuito al malessere economico riducendo la forza lavoro e smorzando la domanda dei consumatori.
Questo prolungato periodo di stagnazione ha avuto un impatto profondo e duraturo sull’economia locale, con un conseguente significativo ritardo nella crescita del Pil procapite rispetto ad altre importanti nazioni industrializzate.
L’esperienza dei «Decenni perduti» funge da monito per altre economie che affrontano sfide simili legate a bolle speculative e cambiamenti demografici.
Il Giappone scivolato al quarto posto
Nel 2023, l’economia giapponese ha subito un importante cambiamento nella classifica globale, scivolando al quarto posto dopo la contrazione dell’ultimo trimestre e il superamento da parte della Germania. Sebbene, sempre durante il 2023, il Pil complessivo sia cresciuto dell’1,9%, la riduzione del quarto trimestre ha sollevato preoccupazioni su una potenziale recessione tecnica, in seguito a una precedente contrazione nel periodo luglio-settembre. Il calo è stato in parte attribuito a uno yen giapponese più debole.
Tuttavia, i recenti indicatori economici suggeriscono un quadro più sfumato. Ci sono segnali di una potenziale inversione di tendenza, con un’inflazione del 2%, superiore all’obiettivo della Banca del Giappone, e una crescita salariale del mercato del lavoro che mostra la più forte progressione dagli anni Novanta.
I consumi privati, un motore chiave della domanda interna, hanno mostrato alcuni segnali di ripresa, sebbene la loro sostenibilità dipenda da una continua crescita dei salari reali che superi l’inflazione. Gli investimenti delle imprese sembrano attestarsi su una moderata tendenza al rialzo, sostenuti da forti utili aziendali.
Nonostante i recenti segnali positivi, permane un certo grado di incertezza tra gli economisti riguardo alla forza e alla longevità della ripresa economica. I venti contrari dell’economia globale, le politiche commerciali di Trump e le sfide demografiche continuano a rappresentare grossi rischi per una crescita significativa.
Tokyo, il quartiere di Asakusa e il tempio Sensoji. Foto Andrea Serini-Unsplash.
Un debito pubblico enorme
Il livello del debito pubblico giapponese è uno dei più alti tra le nazioni sviluppate, stimato a circa il 263% del Pil a gennaio 2025. Circa 8.840 miliardi di dollari Usa (1,35 quadrilioni di yen). Il costo (tecnicamente detto «servizio») di questo ingente debito consuma una parte considerevole del bilancio nazionale, rappresentando il 22% dal 2023. Questo elevato livello di debito è stato un problema persistente, esacerbato dalle misure di stimolo economico implementate dallo scoppio della bolla speculativa (1989-1990) e ulteriormente aumentato da eventi come la Grande recessione (1991-2010), il terremoto e lo tsunami del Tōhoku nel 2011 e la pandemia da Covid-19.
Sebbene l’enorme entità del debito pubblico giapponese sia una grave preoccupazione, il fatto che una grande percentuale sia detenuta a livello nazionale, in particolare dalla Banca del Giappone (il 43,3% del debito è in mano al principale ente finanziario nazionale), mitiga alcuni dei rischi immediati associati al debito estero. Tuttavia, ciò non diminuisce le implicazioni a lungo termine di un tale elevato onere del debito, che può limitare la flessibilità fiscale del governo nel rispondere a futuri shock economici o nell’investire in aree cruciali come la sicurezza sociale e la transizione energetica. Il potenziale aumento dei tassi di interesse con la normalizzazione della politica monetaria da parte della Banca del Giappone potrebbe esacerbare ulteriormente i costi del servizio del debito.
Nel corso degli anni, Tokyo ha implementato varie strategie per affrontare le sue sfide economiche. «Abenomics» (dal nome del primo ministro Shinzo Abe, ndr), un piano di rivitalizzazione lanciato nel 2013, ha impiegato un approccio a tre fasi che combinava stimoli fiscali, allentamento monetario e riforme strutturali, volte a incrementare l’offerta di lavoro, aumentare la concorrenza e promuovere la crescita in nuovi settori come l’energia e l’ambiente.
Più recentemente, il governo si sta concentrando sulla «tariffazione del carbonio orientata alla crescita» come parte della sua politica di Trasformazione verde (la cosiddetta Gx), con l’obiettivo di incentivare gli investimenti privati e pubblici negli sforzi di decarbonizzazione. Ciò include iniziative come le obbligazioni di transizione Gx e il miglioramento dell’occupabilità e della sicurezza del lavoro attraverso programmi di formazione e liberalizzazione del mercato del lavoro.
L’instabilità politica, caratterizzata da frequenti cambi di governo, è stata identificata come un significativo ostacolo a un’efficace elaborazione delle politiche economiche, in quanto crea incertezza per le imprese e le famiglie, scoraggiando gli investimenti e i consumi. Anche la cultura aziendale unica del Giappone, con la sua enfasi storica sulla stabilità dei prezzi, e le tendenze occupazionali in evoluzione, inclusa la crescita del lavoro temporaneo, plasmano il panorama economico e l’efficacia delle varie misure politiche.
Le sfide demografiche, come detto, intrecciate con le prospettive economiche del Paese, rappresentano anche opportunità per l’innovazione tecnologica, in particolare nei settori dell’automazione e dell’assistenza sanitaria per gli anziani.
I valori sociali e le percezioni pubbliche svolgono un ruolo significativo nel plasmare la politica energetica giapponese, soprattutto per quanto riguarda l’accettazione dell’energia nucleare e la transizione verso fonti di energia rinnovabile.
La transizione energetica in corso non è solo un imperativo ambientale per il Giappone, ma anche economico, perché offre il potenziale per nuovi investimenti, creazione di posti di lavoro e maggiore indipendenza energetica, pur presentando sfide relative ai costi e allo sviluppo delle infrastrutture.
Un robot nel Museo della scienza di Odaiba; la ricerca scientifica in Giappone ha un forte orientamento verso la robotica. Foto Piergiorgio Pescali.
Prospettive
Questi fattori interconnessi creano un panorama complesso e dinamico in cui decisioni politiche, cambiamenti sociali, pressioni economiche e politiche energetiche sono tutti elementi legati tra loro. La loro modulazione plasma la traiettoria del Giappone in un ambiente globale sempre più incerto.
Il Paese dovrà affrontare la sfida di bilanciare i finanziamenti della sua ambiziosa transizione energetica e i suoi obblighi di sicurezza sociale con l’elevato livello di debito pubblico.
Anche la gestione delle incertezze geopolitiche, in particolare le relazioni con la Cina e con la nuova amministrazione statunitense, sarà cruciale. Inoltre, affrontare la resistenza politica e culturale interna alle riforme necessarie, come l’aumento dell’immigrazione, sarà essenziale per la sostenibilità a lungo termine.
Il Giappone ha il potenziale per affrontare le sfide poste da una società che invecchia, sfruttando la sua abilità tecnologica, in particolare, nei settori del’automazione, della robotica e delle tecnologie sanitarie. Una transizione riuscita verso un’economia basata sulle risorse rinnovabili potrebbe rafforzare l’indipendenza energetica, stabilizzare i costi dell’energia e creare nuove opportunità economiche.
Gli attuali segnali che fanno pensare alla fine della deflazione e a un ritorno a una crescita salariale sostenuta offrono un barlume di speranza per rivitalizzare la domanda interna e la spesa dei consumatori.
In definitiva, la capacità del Giappone di bilanciare la ricchezza del suo patrimonio culturale, le sue pressanti sfide sociali ed economiche e l’imperativo per un futuro sostenibile determinerà il suo successo negli anni a venire.
Piergiorgio Pescali
Immagine da una gara di sumo, sport nazionale giapponese. Foto Wikimedia.
Dopo la lezione di Fukushima
la transizione energetica
Mentre la produzione di energia nucleare è in lenta ripresa, oggi il Giappone deve importare molti combustibili fossili. Tuttavia, la strada per un passaggio alle energie rinnovabili pare segnata.
In Giappone, l’eredità del disastro di Fukushima continua a influenzare l’opinione pubblica sulle scelte energetiche del Paese. Il mix energetico attuale è dominato dai combustibili fossili: petrolio, gas naturale e carbone, insieme rappresentano circa l’63,5% dell’approvvigionamento di energia primaria. Il paese nipponico detiene la posizione di maggiore importatore mondiale di gas naturale liquefatto (Gnl) e dipende fortemente dalle importazioni anche per carbone e petrolio a causa delle limitate risorse energetiche nazionali.
Il nucleare ha svolto un ruolo significativo nella produzione di elettricità prima dell’incidente di Fukushima Daiichi del 2011. Tuttavia, in seguito al disastro, molti reattori sono stati spenti per ispezioni di sicurezza, portando a una drastica diminuzione della quota del nucleare nel mix energetico. Nel 2010 era al 31%. Nel 2011, dopo lo tsunami, era praticamente a zero. Ancora nel 2023, l’energia atomica ha rappresentato una percentuale minore dell’approvvigionamento energetico totale, sebbene in rialzo all’8,6%. Vi è, cioè, una tendenza al ritorno all’energia ricavata dalla fissione assieme all’aumento delle rinnovabili.
Queste ultime – ovvero l’energia solare, eolica, idroelettrica, geotermica e da biomassa – stanno svolgendo un ruolo sempre più importante nel panorama giapponese, ma il loro contributo complessivo è di circa il 20% (nell’Unione europea siamo attorno al 24%, con l’Italia che, con il 37% di energia rinnovabile sul totale dell’energia prodotta, si pone nei primi posti).
La forte dipendenza del Giappone dalle importazioni di energia rende il Paese più vulnerabile all’instabilità geopolitica, alle fluttuazioni dei prezzi globali dell’energia e alle variazioni dei tassi di cambio, sottolineando l’importanza di diversificare le sue fonti e rafforzare la sicurezza energetica.
Tramonto su una fila di tralicci elettrici nei dintorni di Yokohama. Foto Aotaro-pxhere.com.
La strada della decarbonizzazione
Il governo ha fissato obiettivi ambiziosi per aumentare la quota di energia rinnovabile nel suo mix di produzione di elettricità. Il sesto Piano energetico strategico, pubblicato nel 2021, mirava a far sì che le rinnovabili costituissero il 36-38% dell’approvvigionamento di elettricità entro il 2030. Il settimo Piano energetico strategico, approvato nel febbraio 2025, ha innalzato questo obiettivo al 40-50% entro l’anno fiscale 2040, posizionando per la prima volta l’energia rinnovabile come fonte di energia principale.
Gli obiettivi includono la diminuzione della quota di gas naturale dal 34% nel 2022 al 20% entro il 2030, e del carbone dal 31% al 19% nello stesso periodo. Al tempo stesso si intende massimizzare l’uso dell’energia nucleare insieme alle rinnovabili per garantire un approvvigionamento energetico stabile e raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, puntando a una quota del 20-22% di nucleare entro il 2030 e del 20% nel 2040.
Vista dell’impianto eolico di Nunobiki. Foto Wikimedia.
La strada del nucleare
Dopo il disastro di Fukushima, l’energia nucleare rimane una questione delicata in Giappone, con preoccupazioni per la sicurezza e opposizione pubblica persistenti che potrebbero ostacolare il raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia, la ges-
tione, fino ad oggi positiva, dell’incidente di Fukushima Daiichi, ha iniettato una dose di ottimismo nella popolazione giapponese la quale, dopo il comprensibile rifiuto, oggi sta riprendendo confidenza con la fissione e la necessità di un suo ritorno nel mix energetico.
Con successi altalenanti, la Tepco (la compagnia elettrica proprietaria della centrale di Fukushima) sta cercando di mitigare le gravi conseguenze sociali e psicologiche dovute alla gestione della centrale dopo l’incidente e anche i paesi che, dopo la fusione dei tre reattori, erano stati completamente evacuati, si stanno ripopolando.
La strada verso le rinnovabili
Le principali misure politiche energetiche includono la creazione di zone di promozione dell’energia rinnovabile, l’aumento degli investimenti nel settore di ricerca e sviluppo per le tecnologie solari ed eoliche, l’accelerazione per i progetti eolici offshore e la promozione dello stoccaggio di energia tramite batterie. Il governo ha anche annunciato piani per eliminare gradualmente le centrali a carbone più vecchie e meno efficienti.
Il raggiungimento di questi ambiziosi obiettivi per le energie rinnovabili richiederà il superamento di sfide significative relative al rafforzamento della disciplina aziendale, alla riduzione dei costi per i consumatori, allo sviluppo della capacità della rete interregionale, all’accelerazione dell’innovazione e alla creazione di sistemi adeguati di smaltimento e riciclaggio per i pannelli solari usati.
La sfida maggiore verso la transizione energetica è la necessità di ingenti investimenti in nuove infrastrutture, come l’aggiornamento della rete elettrica per accogliere la variabilità delle energie rinnovabili e lo sviluppo di infrastrutture per l’idrogeno e l’ammoniaca.
Inoltre, la fornitura da parte del governo di significativi sussidi per i combustibili fossili potrebbe rallentare la transizione verso l’energia rinnovabile. Una strategia a lungo termine più coerente comporterebbe il reindirizzamento di questi sussidi verso investimenti in energia rinnovabile ed efficienza energetica.
L’impianto solare della Toshiba a Minamisoma, nella prefettura di Fukushima; dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, parte dell’energia è data dagli impianti solari ed eolici. Foto Piergiorgio Pescali.
L’accettazione sociale
L’incidente nucleare di Fukushima del 2011 ha avuto un impatto significativo sulla percezione pubblica di tutte le strutture energetiche in Giappone, portando a una maggiore attenzione e, in molti casi, a una resistenza nei confronti sia dei progetti nucleari sia, in certa misura, di quelli per l’energia rinnovabile. Costruire fiducia e interagire con le comunità locali sono azioni cruciali per ottenere l’accettazione sociale. I modelli di proprietà comunitaria, in cui i residenti locali hanno una partecipazione diretta nei progetti energetici, hanno dimostrato di migliorare le relazioni.
L’accettazione dei progetti di energia rinnovabile, in particolare di quella eolica, può essere difficile a causa delle preoccupazioni relative all’impatto delle turbine sul paesaggio, al rumore e ad altri effetti ambientali.
La percezione pubblica è plasmata da vari fattori, tra cui il livello di fiducia nei fornitori di energia e nel governo, i benefici percepiti (come la protezione ambientale e l’indipendenza energetica) e i rischi percepiti associati alle diverse fonti di energia rinnovabile. Una maggiore conoscenza e consapevolezza pubblica sui benefici delle rinnovabili può portare a un atteggiamento più positivo e a una maggiore volontà di adottare queste tecnologie.
Le opportunità della transizione
Premesso tutto questo, la transizione energetica presenta significative opportunità per il Giappone. Massimizzare l’uso delle risorse rinnovabili nazionali può rafforzare la sicurezza energetica e ridurre la dipendenza del paese dai volatili mercati globali dei combustibili fossili stimolando al tempo stesso la crescita economica attirando ingenti investimenti, promuovendo l’innovazione, creando nuovi posti di lavoro nella produzione, nell’installazione e nella manutenzione e rivitalizzando le economie regionali. I progressi tecnologici in settori come l’idrogeno verde, la co-combustione di ammoniaca e la cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs) offrono potenziali percorsi per la decarbonizzazione dei settori industriali, altrimenti difficili da abbattere.
Le implicazioni economiche della transizione energetica giapponese sono sostanziali. Gli investimenti in infrastrutture e tecnologie per le energie rinnovabili possono stimolare l’attività economica, creare posti di lavoro e ridurre la dipendenza da costose importazioni di combustibili fossili, portando a prezzi dell’energia più stabili e accessibili nel lungo periodo. Il raggiungimento degli obiettivi di emissioni nette zero potrebbe attrarre trilioni di dollari di investimenti, alimentando ulteriormente l’innovazione e la rivitalizzazione economica regionale. Tuttavia, la transizione comporta anche costi iniziali e richiede un’attenta pianificazione per minimizzare gli impatti economici negativi sulle industrie ad alta intensità energetica e garantire una transizione giusta per i lavoratori nei settori dei combustibili fossili.
Piergiorgio Pescali
La «cupola» di Hiroshima, testimonianza della tragedia. Foto Rap dela Rea – Unsplash.
Mai più altri «Hibakusha»
Hiroshima e Nagasaki (1945-2025)
Sono trascorsi ottant’anni dal lancio delle bombe atomiche sulle due città giapponesi. Una pagina tragica nella storia dell’umanità.
Questo 2025 segna l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, avvenuti il 6 e il 9 agosto 1945. Questa ricorrenza storica funge da sfondo per comprendere la traiettoria post bellica del Giappone e il suo impegno per la pace sulla scena globale oggi messo in discussione da un nazionalismo sempre più aggressivo.
Le bombe atomiche degli Stati Uniti sulle due città giapponesi furono i primi e, almeno fino a oggi, gli unici casi di utilizzo di armi nucleari in un conflitto armato. Il bombardamento di Hiroshima causò un numero stimato di morti tra 90mila e 166mila entro la fine del 1945, mentre Nagasaki vide circa 60mila-80mila morti nello stesso periodo. Circa la metà di questi decessi si verificò il primo giorno dei bombardamenti.
L’impatto immediato delle esplosioni fu devastante, con intense onde d’urto, calore radiante e radiazioni ionizzanti che causarono distruzioni diffuse e immense perdite di vite umane. Nei mesi e negli anni successivi, molti altri sopravvissuti, noti come hibakusha, continuarono a soffrire e morire a causa degli effetti a lungo termine di ustioni, malattie da radiazioni, tumori e altre lesioni aggravate da malattie e malnutrizione.
Il Giappone si arrese alle forze alleate il 15 agosto 1945, sei giorni dopo il bombardamento di Nagasaki e la dichiarazione di guerra dell’Unione Sovietica, firmando lo strumento di resa il 2 settembre 1945.
Fu giusto utilizzarle?
A livello internazionale, le opinioni su quei bombardamenti rimangono divise. Mentre la maggioranza dei giapponesi ritiene che i bombardamenti siano stati ingiustificati, l’opinione pubblica negli Stati Uniti è stata storicamente più favorevole. Molti hanno sostenuto che fosse stato necessario l’uso delle bombe nucleari per porre rapidamente fine alla guerra ed evitare ulteriori vittime.
Tuttavia, nel tempo, il sostegno ai bombardamenti è gradualmente diminuito anche negli Usa, riflettendo una crescente consapevolezza delle implicazioni etiche e dell’esistenza di strategie alternative. I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki rappresentano un momento cruciale nella storia dell’umanità, perché hanno mostrato la potenza distruttiva senza precedenti delle armi nucleari e sollevato profonde questioni etiche e giuridiche sul loro utilizzo. Le conseguenze sulla salute a lungo termine per gli hibakusha servono da crudo promemoria del duraturo costo umano della guerra nucleare. Le loro esperienze sono state fondamentali per sensibilizzare l’opinione pubblica globale sui pericoli delle armi nucleari e per sostenere la loro abolizione.
Il «torii» (portale d’accesso dei templi shintoisti) galleggiante del santuario di Itsukushima, nei pressi di Hiroshima. Foto Bing-Hui-Yau – Unsplash.
Contrarietà e commemorazioni
In Giappone, l’esperienza di Hiroshima e Nagasaki ha favorito una forte identità nazionale in sostegno della pace e del disarmo nucleare, una posizione che influenza la politica estera e l’impegno internazionale del Paese.
Esiste una profonda contrarietà verso il nucleare militare (per quello civile, le opinioni dei giapponesi sono assai più contrastanti) e le annuali cerimonie commemorative della pace in entrambe le città fungono da potenti promemoria: la devastazione causata dalle armi nucleari è un appello alla pace e al disarmo globale.
Hiroshima e Nagasaki tengono cerimonie commemorative il 6 e il 9 agosto di ogni anno, durante le quali si riuniscono le famiglie delle vittime, funzionari governativi, rappresentanti internazionali e sostenitori della pace da tutto il mondo. Esse rafforzano la consapevolezza di quanto sia importante la cooperazione e il dialogo internazionale nella prevenzione di futuri conflitti e nella promozione di un mondo più pacifico.
La lezione è stata appresa?
I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki hanno segnato l’alba dell’era nucleare. Essi hanno alterato per sempre il panorama della politica internazionale, introducendo la minaccia esistenziale di un annientamento dell’umanità, portando alla corsa agli armamenti nucleari durante la Guerra Fredda e plasmando le dinamiche globali del potere per decenni. Mentre il mondo si avvicina all’ottantesimo anniversario di questi eventi, è fondamentale riflettere sulle lezioni apprese.
I bombardamenti sottolineano l’imperativo di prevenire la proliferazione nucleare, perseguire accordi sul controllo degli armamenti e promuovere soluzioni diplomatiche ai conflitti internazionali. La ricerca di un mondo libero da armi nucleari rimane un obiettivo cruciale per garantire la pace e la sicurezza globale per le generazioni future. L’anniversario evidenzia anche l’importanza di riconoscere le ingiustizie storiche e promuovere la riconciliazione.
Piergiorgio Pescali
Il monumento nel Parco della pace di Nagasaki. Foto Tayawee Supan – Unsplash.
Il Premio Nobel per la pace a Nihon Hidankyō
Nel 2024 l’associazione giapponese Nihon Hidankyō ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Raggruppando tutte le associazioni che rappresentano le vittime delle bombe atomiche e termonucleari, il premio assegnato alla Nihon Hidankyō proprio l’anno prima dell’ottantesimo anniversario dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, assume un significato particolarmente forte perché, come ha affermato Kjersti Fløgstad, direttrice esecutiva del Nobel peace centre di Oslo: «Sottolinea quanto sia importante che le persone si impegnino in riflessioni sugli impatti devastanti della guerra e dell’uso delle armi sui civili».
I precedenti
Il conferimento del premio alla federazione giapponese si aggiunge a quelli già assegnati, dal Comitato norvegese, a persone e associazioni che si battono per il bando delle armi nucleari.
Nel 1985 il riconoscimento andò ai Fisici internazionali per la prevenzione della guerra nucleare; nel 1995 a Jozef Rotblat, l’unico scienziato che abbandonò il Progetto Manhattan e all’associazione Pugwash, di cui Rotblat fu uno dei fondatori; nel 2005 alla Iaea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, «per gli sforzi di prevenzione dell’uso dell’energia atomica per scopi militari» e nel 2017 all’Ican, l’associazione per la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.
Chi sono i vincitori
Il logo dell’associazione Nihon Hidankyo, vincitrice del Premio Nobel per la pace 2024.
La Nihon Hidankyō – il nome completo è «Nihon gensuibaku higaisha dantai kyōgi-kai», ovvero Confederazione giapponese delle organizzazioni di chi ha sofferto le bombe atomiche e termonucleari – rappresenta non solo le migliaia di hibakusha di Hiroshima e Nagasaki, ma anche i ventitre pescatori della nave giapponese Daigo Fukuryū Maru esposti al fallout radioattivo dell’esplosione termonucleare della bomba Castle Bravo fatta detonare dagli Stati Uniti nell’atollo di Bikini nel 1954. Fu proprio quest’ultimo test che convinse gli hibakusha, riunitisi nel 1956 a Nagasaki per la Seconda conferenza mondiale sulla messa al bando delle armi nucleari, a fondare la confederazione.
Da allora, l’attività della Nihon Hidankyō ha conosciuto alti e bassi, ma, tra defezioni, scissioni, polemiche ideologiche e politiche, ha continuato a lottare per un mondo libero dalle armi atomiche. Come ha spiegato Mimami Toshiuki, copresidente dell’associazione, «nessuno può coesistere con le armi nucleari, il cui unico scopo è quello di annientare l’umanità. Noi hibakusha ci battiamo affinché non vi siano più hibakusha».
Toshiyuki Mimaki, uno dei responsabili di Nihon Hidankyo, l’associazione giapponese che, nel 2024, ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Foto Harald Krichel – Wikimedia.
Nel 2016 un membro dell’associazione, Tanaka Terumi, balzò alla ribalta delle cronache per aver criticato il presidente statunitense Barak Obama (allora al massimo della sua popolarità), intervenuto a Hiroshima il 6 agosto, che definì inopportunamente il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki «morte caduta dal cielo», senza specificare chi avesse lanciato le bombe.
Ciò che fa più paura al Nihon Hidankyō è la proliferazione delle armi tattiche, bombe nucleari a bassa potenza (inferiore al chilotone) che potrebbero essere usate sui campi di battaglia con effetti distruttivi minori: «Non esistono armi atomiche “buone”», spiega Tanaka, aggiungendo che «con le bombe nucleari tattiche si cerca di ridimensionare il pericolo di questi ordigni sulla popolazione civile, ma noi hibakusha siamo la prova vivente che qualunque arma atomica è devastante».
In Giappone, il premio Nobel non ha fatto piacere a tutti. Vi sono anche molte voci critiche, specialmente nel governo e all’interno del potente movimento nazionalista. Tra i punti dello statuto del Nihon Hidenkyō vi è – infatti – anche una richiesta di risarcimento verso i 107mila hibakusha ancora in vita, una richiesta avanzata allo Stato giapponese in quanto responsabile di «aver scatenato la guerra, che ha portato ai danni causati dal bombardamento atomico».
Una risposta positiva rappresenterebbe un’ammissione di responsabilità che contrasta con il crescente nazionalismo che, ormai da diversi decenni, sta attraversando tutta la nazione, trovando nel governo di Tokyo consensi sempre più ampi.
In un mondo di testate
Secondo il Sipri (Stockholm international peace research institute), negli arsenali mondiali sarebbero stoccate più di 12mila testate nucleari di cui 10.500 tra Usa e Russia, e il restante in altri sette Paesi (India, Pakistan, Cina, Francia, Regno Unito, Israele e Nord Corea). Numericamente gli attuali ordini atomici sono inferiori rispetto ai 65mila attivi alla fine degli anni Ottanta, ma la potenza distruttiva è ben più devastante. Inoltre, la miniaturizzazione delle bombe, permette sempre più il trasferimento veloce da una regione all’altra del globo e nessuna nazione, vicina o lontana che sia, oggi si può dire al sicuro da un eventuale attacco nucleare.
P.P.
La base militare di Kure, vicino a Hiroshima, dove sottomarini giapponesi sono attraccati assieme a navi della marina statunitense. Foto Piergiorgio Pescali.
Ha firmato il dossier:
PIERGIORGIO PESCALI
Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica in campo fisico e nucleare. Nel 2011, subito dopo lo tsunami, è stato uno dei primi a entrare nella centrale nucleare di Fukushima che a tutt’oggi visita regolarmente. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.
A CURA DI:
Paolo Moiola, giornalista MC.
Un macchinista controlla un’ultima volta la pensilina prima di chiudere le porte dello Shinkansen; l’abbigliamento, sempre perfetto, degli addetti ai trasporti pubblici giapponesi è una delle regole principali per mantenere il rispetto verso gli utenti. Foto Piergiorgio Pescali.
Asia. Aumenta la produzione di armi
La guerra in Ucraina e la crisi in Medio Oriente. Ma anche le minacce della Corea del Nord. Per non parlare dell’assertività cinese nell’Asia-Pacifico. Sono questi i principali fattori ad aver trainato l’acquisto di armi nel 2023, secondo un rapporto dello Stockholm international peace research institute(Sipri), pubblicato il 2 dicembre. Il think tank svedese ha conteggiato per il 2023 vendite di armi e servizi militari per 632 miliardi di dollari per le sole prime 100 aziende produttrici nle mondo, con un aumento del 4,2% rispetto al 2022.
Grandi numeri a parte, la spartizione delle commesse mette in luce piccoli assestamenti, in particolare un graduale ribilanciamento delle transazioni tra gli esportatori asiatici.
A guidare la classifica globale (ormai dal 2018) sono sempre le aziende statunitensi, con una quota di mercato del 50%, mentre i cinesi si posizionano al secondo posto (16%), seguiti dai produttori di Regno Unito (7,5%) e, un gradino sotto, a pari merito, fornitori militari di Francia e Russia, ciascuna con una quaota del 4%.
Sebbene la graduatoria non presenti ancora grandi elementi di novità, sotto traccia sono tuttavia riscontrabili alcune tendenze anticipatrici di quelli che probabilmente saranno i futuri sviluppi del settore.
Tra tutti spicca un dato: le aziende della Repubblica popolare cinese (Rpc) hanno registrato la crescita dei ricavi (103 miliardi di dollari) più bassa degli ultimi quattro anni (+0,7%). Un risultato che il rapporto Sipri attribuisce al rallentamento dell’economia cinese, a fronte di una crescita costante delle vendite nei mercati esteri. Il motivo, come spiega un ricercatore del think tank svedese, è che molti produttori militari in realtà guadagnano dal settore civile, mai uscito completamente dalla crisi pandemica. Con entrate per 20,9 miliardi di dollari (+5,6%), Aviation industry corporation of China (Avic) si è classificata all’ottavo posto nella lista del Sipri, diventando il più grande produttore di armi della Cina. Segno dell’importanza crescente ottenuta dal comparto aerospaziale.
Mentre la Cina arranca, altri esportatori asiatici guadagnano terreno.
Nonostante Corea del Sud (+1,7%) e Giappone, (+1,6%) abbiano ancora quote di mercato complessivamente molto contenute, i due paesi sono in rapida rimonta. Complici le tensioni regionali nella penisola coreana e nel Mar cinese meridionale, ma anche un maggiore protagonismo internazionale di Tokyo e Seul al fianco degli Stati Uniti. Le vendite delle aziende giapponesi (10 miliardi di dollari) hanno beneficiato del progressivo incremento del budget militare del Paese, che sta spingendo le Forze di autodifesa ad aumentare gli ordini dopo decenni di basso profilo.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale, obblighi costituzionali autoimposti costringono il Giappone a «rinunciare all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali». Fattore che per decenni ha spinto Tokyo ad appoggiarsi all’alleato americano. Salvo ora dover rivedere la sua posizione difensiva come deterrente davanti alle provocazioni missilistiche di Pyongyang (Corea del Nord) e all’espansionismo regionale di Pechino.
Nel suo rapporto, il Sipri ha notato «un importante cambiamento nella politica di spesa militare» da quando, nel 2022, il governo dell’ex premier Fumio Kishida ha destinato alla difesa il budget più consistente dalla fine del secondo conflitto mondiale (47 miliardi di dollari) con un incremento previsto fino al 2% del Pil entro il 2027. Lo stesso livello dei paesi Nato.
Se nel caso delle aziende giapponesi a fare da traino sono le vendite interne, per i produttori sudcoreani la crescita dei ricavi (11 miliardi di dollari) va ricondotta principalmente alle esportazioni. Soprattutto per quanto riguarda gli ordini di artiglieria terrestre. Con la guerra in Ucraina alla clientela della Corea del Sud – oltre all’Australia – si è aggiunto un numero sempre maggiore di paesi europei. La Polonia, ad esempio, ha comprato da Seul carri armati, aerei da attacco leggeri e obici semoventi K9.
Secondo la Top 100 del Sipri, le forniture delle aziende militari sudcoreane e giapponesi hanno riportato una crescita rispettivamente del 39% e del 35%. A fare meglio è stata solo la Russia che, con un aumento del 40%, ha registrato l’incremento maggiore a livello globale.
Alessandra Colarizi
Giappone. La rivoluzione delle urne
Ci si aspettava qualche cambiamento, ma è stata quasi una rivoluzione. Le elezioni legislative di domenica 27 ottobre in Giappone si sono concluse con un risultato clamoroso. Il Partito liberaldemocratico (Pld), forza conservatrice al potere per 65 degli ultimi 69 anni, ha perso la maggioranza assoluta. Non solo. Per arrivare ai 233 seggi della Camera bassa del parlamento necessari a governare, non basta nemmeno l’aiuto del Komeito, partito di ispirazione buddhista e storico partner di coalizione. Si tratta di una vera e propria batosta, andata al di là delle più nefaste aspettative di Shigeru Ishiba, premier da nemmeno un mese.
È stato lui a decidere di convocare elezioni anticipate, sconfessando la sua stessa parola, con l’obiettivo di consolidare la leadership conquistata a settembre al voto interno al Pld. La scommessa di Ishiba si basava su due convinzioni. Primo: il poco tempo concesso all’opposizione avrebbe evitato l’ascesa del Partito costituzionale democratico (Pcd), appena riunitosi sotto la guida dell’ex premier Yoshihiko Noda. Secondo: la sua lunga carriera di outsider e critico interno al partito gli avrebbe garantito di evitare le conseguenze dello scandalo sui finanziamenti che ha portato alle dimissioni il predecessore, Fumio Kishida. Entrambe le convinzioni si sono rivelate sbagliate.
Da una parte, Noda ha portato il Pcd da 98 a 148 seggi, grazie a un audace programma di riforme sociali mirate a contrastare l’ormai atavico problema dell’aumento del costo della vita. Dall’altra, le varie retromarce di Ishiba su una serie di promesse lo hanno reso agli occhi degli elettori meno in discontinuità rispetto alle precedenti gestioni del suo partito. Durante la campagna elettorale, Ishiba ha infatti sconfessato due promesse in materia di diritti civili, che lo avevano reso popolare tra i più giovani: la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e la cancellazione della norma che impone ai coniugi di adottare lo stesso cognome. La mazzata finale è arrivata dalle notizie di stampa, secondo cui il Pld avrebbe continuato a pagare per la campagna elettorale di diversi parlamentari allontanati per il coinvolgimento nello scandalo dei finanziamenti.
Ishiba ora deve affrontare un futuro politico incerto. Il suo mandato potrebbe essere il più breve dalla Seconda Guerra Mondiale. I suoi (unici) vantaggi sono che il Pld non ha tempo di cercare immediatamente un nuovo leader, peraltro di non facile individuazione, e che per Noda sarà quasi impossibile unire tutte le forze di opposizione, che vanno dal Partito comunista alla destra radicale.
Entro 30 giorni, il parlamento si riunirà per conferire l’incarico di governo.
Ishiba sta cercando nuovi alleati, ma lo scenario più plausibile è quello di un esecutivo di minoranza, la cui azione potrebbe essere ampiamente limitata e rivolta soprattutto all’approvazione del bilancio suppletivo di fine 2024 e (forse) di quello dell’anno fiscale 2025 il prossimo aprile. L’orizzonte temporale del possibile gabinetto di Ishiba potrebbe non andare molto più in là, mentre l’ala ultranazionalista del Pld chiede già una riorganizzazione attorno alla figura di Sanae Takaichi.
L’impatto del voto potrebbe farsi sentire anche sulla politica estera e sulle relazioni internazionali del Giappone. La contemporaneità tra l’inedita instabilità di Tokyo e le elezioni presidenziali americane è parecchio sfortunata. Il fatto che il Giappone si trovi in uno stato di incertezza non aiuta a prepararsi a un possibile Trump due o anche a un’amministrazione Harris probabilmente più aggressiva sulla Cina. A risentirne anche la proiezione di Tokyo, che negli scorsi anni era diventato un punto di riferimento per il sistema di alleanze americane e per i vicini asiatici. Nella regione appare quindi un nuovo, imprevisto, punto di domanda. Le risposte del Giappone potrebbero non arrivare così presto.
Lorenzo Lamperti
Giappone. Nuovo premier a sorpresa
«Ho gravato enormemente sui miei sostenitori e non sono riuscito a soddisfare le aspettative. È un fallimento». Shigeru Ishiba pronunciava queste parole di fronte a una manciata di giornalisti il 23 ottobre del 2020, dopo essere arrivato ultimo alle elezioni per la leadership del Partito Liberaldemocratico, la forza politica che governa il Giappone quasi ininterrottamente dal secondo dopoguerra.
Era la sua quarta sconfitta, la più umiliante, perché non avvenuta contro il suo storico e potente arcirivale Shinzo Abe, ma contro il grigio Yoshihide Suga. Appariva finita, i giorni migliori di Ishiba sembravano alle sue spalle. Quando nell’agosto scorso si è candidato per la quinta volta, subito dopo l’annuncio delle dimissioni di Fumio Kishida, in pochi prevedevano che stavolta la storia avrebbe potuto avere un finale diverso. E, invece, quella che lui stesso ha definito la «battaglia finale» è stata quella giusta. Venerdì 27 settembre Ishiba ha vinto le elezioni interne al partito, ricevendo automaticamente l’investitura a 102esimo premier del Giappone dal Parlamento nella seduta del 1° ottobre.
Ishiba ha un passato da banchiere, prima dell’ingresso in politica nell’ormai lontano 1986. Attestatosi su posizioni moderatamente riformiste, negli anni Novanta trascorre un periodo all’esterno di un partito che ritiene troppo conservatore. Salvo rientrare all’alba del terzo millennio, per ricoprire i ruoli di ministro della Difesa prima e di ministro dell’Agricoltura poi. In tanti prevedono per lui l’ascesa a posizioni apicali. Previsioni stoppate dal dominio di Abe, con cui Ishiba entra ripetutamente in rotta di collisione. Le sue posizioni critiche lo rendono un personaggio scomodo all’interno del partito, ma parecchio popolare nell’opinione pubblica.
Eppure, i maggiori favoriti alle elezioni della scorsa settimana sembravano altri. Secondo diverse previsioni dell’inizio della campagna elettorale, in pole position parevano in particolare Shunjiro Koizumi e Sanae Takaichi. Il primo, figlio dell’ex premier Junichiro, pareva il più apprezzato dal campo allargato al di fuori degli iscritti al partito. Coi suoi 43 anni e la sua aperta ostilità verso il sistema delle fazioni, i sondaggi lo davano come referente della voglia di cambiamento, fattasi più forte anche dopo il grande scandalo sui finanziamenti che ha costretto Kishida a sciogliere la maggior parte delle correnti interne. Nonostante le diverse dissoluzioni, la logica delle fazioni (vero pilastro della politica nipponica) non è scomparsa del tutto. L’inesperienza di Koizumi gli è costata il terzo posto al primo turno di votazioni, aperte a parlamentari e in egual numero a una parte degli iscritti.
Giunto secondo, Ishiba partiva sfavorito al ballottaggio contro Takaichi, aperto solo a parlamentari e gruppi partitici locali delle diverse prefetture. La ministra della Sicurezza economica uscente, che puntava a diventare la prima premier donna di sempre, aveva d’altronde l’appoggio di tutti gli ex adepti di Abe. Ma anche la fazione dell’ex premier Taro Aso, l’unica rimasta ufficialmente in piedi, aveva optato per lei. Alla fine, però, Ishiba ha prevalso per soli 21 voti. Uno scarto minimo per la tradizione del voto interno al Partito liberaldemocratico. A premiarlo i dubbi del cuore moderato del partito, guidato da Kishida, per le posizioni ultranazionaliste di Takaichi, assidua frequentatrice del santuario Yasukuni, luogo a dir poco controverso dove tra centinaia di caduti si commemorano anche 14 criminali di guerra dell’era coloniale nipponica. Una sua vittoria avrebbe rischiato di far saltare il delicato disgelo con la Corea del Sud, acuito le tensioni con la Cina e portato molte incognite anche sul fronte interno. Le sue posizioni radicali sono state viste come un serio rischio di esposizione alle critiche dell’opposizione, che nelle scorse settimane è peraltro riuscita a riorganizzarsi intorno all’influente figura dell’ex premier Yoshihiko Noda.
Ed ecco allora che la scelta è caduta su Ishiba, nonostante lui stesso non garantisca una continuità assoluta con le politiche di Kishida. Anzi, sul fronte interno il neo premier si oppone all’utilizzo del nucleare nel processo di transizione energetica, al contrario del suo predecessore. In politica estera, manterrà senz’altro l’alleanza con gli Stati Uniti ma ha il dichiarato obiettivo di ridefinirla. Secondo Ishiba, i rapporti sono troppo squilibrati. Per questo, mira a rivedere l’accordo sullo status delle forze armate e a ottenere una condivisione del deterrente nucleare. Non solo. In campagna elettorale ha dichiarato più volte che vorrebbe la costituzione di una Nato asiatica. Alla base del suo desiderio, non c’è solo la necessità di elevare la sicurezza regionale di fronte alle turbolenze con Cina, Russia e Corea del Nord, ma anche quella di mettere a punto un meccanismo militare in grado di fare parzialmente a meno degli Usa. Ishiba (e non solo lui) ha infatti dei dubbi sulla tenuta dell’impegno americano in Asia-Pacifico, soprattutto qualora alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump. In una parola, Ishiba mira a un certo grado di autonomia strategica. Obiettivo che non piace a Washington e che potrebbe causare qualche attrito nel futuro prossimo tra i due alleati.
Intanto, la prima sfida di Ishiba saranno le elezioni generali del 27 ottobre. In una mossa a sorpresa, il neo premier ha infatti dichiarato che intende sciogliere le camere e procedere al voto anticipato, nonostante in campagna elettorale avesse assicurato il contrario. L’opposizione si è arrabbiata, ricordando che Ishiba aveva stabilito che il voto si sarebbe fatto solo dopo aver «consentito agli elettori di giudicare il suo operato». Ma il Partito Liberaldemocratico ha consigliato a Ishiba di provare a far fruttare subito il gradimento dell’opinione pubblica, prima di dover mettere mano agli spinosi dossier economici, i più urgenti da aprire e risolvere. E prima che Noda riesca a strutturare l’opposizione.
Mancando solo poche settimane, l’esito delle elezioni generali potrebbe apparire scontato. Ma il Giappone sta insegnando che anche a Tokyo e dintorni di scontato c’è ormai ben poco.
Lorenzo Lamperti, da Taipei
Giappone. Addio «Costituzione pacifista»?
Si chiama, o meglio si chiamava, Douglas MacArthur. Il suo nome non era solamente quello del più celebre generale dell’esercito degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma viene usato ancora oggi per etichettare la costituzione del Giappone, il grande ex rivale di Washington, ora invece suo più stretto alleato sul fronte orientale. Il motivo è semplice. La costituzione introdotta nel secondo dopoguerra da Tokyo fu appunto imposta dagli Usa e ora il governo nipponico vuole provare a riformarla dopo decenni di dibattito.
Prima ancora della resa dopo il lancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, proprio MacArthur aveva ricevuto l’incarico di comandante supremo delle forze alleate in Giappone. Non solo. Il generale fu anche dotato di potere di controllo assoluto sulle istituzioni, imperatore Hirohito compreso. Evitò l’abdicazione del sovrano non toccando le antiche tradizioni, in cambio però di profonde garanzie sul fatto che il Paese asiatico non sarebbe mai più stato una minaccia militare per gli Stati Uniti e i suoi vicini asiatici. Ed ecco allora l’entrata in vigore di una Costituzione che viene definita «pacifista».
L’articolo chiave è il numero 9, che stabilisce che «Il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali». A tal fine, l’articolo prevede che «le forze terrestri, marittime e aeree, così come un altro potenziale bellico, non saranno mai mantenute». Formalmente, il Giappone non ha un vero e proprio esercito, bensì delle Forze di autodifesa. Si tratta sostanzialmente di una forza militare de facto che dal 1954 sostituisce le forze armate prebelliche. Nel corso degli anni, alcuni tribunali nipponici hanno persino ritenuto incostituzionali le Forze di autodifesa, anche se la Corte Suprema non si è mai pronunciata sulla questione.
Ora, però, il Giappone si sta muovendo per rivedere o abolire del tutto le restrizioni dell’articolo 9. Un tema quasi tabù, menzionato diverse volte nel corso degli anni ma mai affrontato in modo profondo. L’esigenza è divenuta più impellente contestualmente all’ascesa militare della Cina. Dopo le tensioni sulle isole contese Senkaku/Diaoyu, nel 2014 il governo dell’allora premier Shinzo Abe ha approvato una reinterpretazione dell’articolo 9 per consentire al Giappone di impegnarsi in una «autodifesa collettiva».
Ma anche questo non è più abbastanza. Nelle scorse settimane, il premier Fumio Kishida ha rotto gli indugi chiedendo al Partito liberaldemocratico (al potere quasi ininterrottamente da decenni) di accelerare il dibattito sulla revisione costituzionale. «L’era in cui ci si limitava a parlare della Costituzione è finita. Ora è il momento di camminare e iniziare a pensare a come realizzarla», ha dichiarato Kishida, che ha sottolineato la necessità di menzionare esplicitamente le Forze di autodifesa nella Carta e di stabilire una clausola che consenta di estendere i mandati dei deputati in caso di emergenza nazionale.
La linea non cambia nemmeno dopo l’annuncio delle dimissioni di Kishida, anzi in vista delle elezioni per la presidenza del partito, che il 27 settembre decreteranno anche chi sarà il prossimo premier, il dibattito pare destinato a rafforzarsi. Diversi aspiranti alla carica di primo ministro, dalla donna di riferimento dell’ala ultraconservatrice Sanae Takaichi alle l’ex ministro della Difesa Shigeru Ishiba fino all’ex ministro della Sicurezza economica Takayuki Kobayashi, praticamente tutti i candidati hanno dichiarato che la riforma costituzionale è una delle loro priorità.
Secondo un recente sondaggio di Kyodo News, il 65% dell’opinione pubblica giapponese ritiene in realtà che non sia necessario affrettare il dibattito sulla revisione costituzionale, ma il governo la pensa diversamente. La guerra in Ucraina ha accelerato una serie di processi già in atto e il Giappone è il Paese che più di tutti teme un potenziale coordinamento tra Cina, Russia e Corea del Nord. Di più. Il Giappone è il Paese più direttamente coinvolto dalle tensioni su Taiwan. Basti pensare che durante le vaste esercitazioni militari cinesi dell’agosto 2022, condotte in risposta alla visita di Nancy Pelosi a Taipei, quattro degli 11 missili lanciati dalle forze armate di Pechino sono finiti nelle acque della zona economica speciale giapponese.
Kishida è stato il primo (e più convinto) leader a connettere il fronte occidentale con quello orientale, sostenendo già dal maggio 2022 che l’Asia orientale rischia di diventare la «prossima Ucraina». Tokyo ha rafforzato in modo drastico l’alleanza militare con gli Stati Uniti e ha partecipato per la prima storica volta al summit Nato di due anni fa. Ancora: Kishida ha riavviato i rapporti con la Corea del Sud dopo anni di tensioni commerciali e diplomatiche, disgelo suggellato dal summit di Camp David di agosto 2023 con Joe Biden e il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol. Kishida è poi tornato a Washington la scorsa primavera, firmando accordi trilaterali che hanno coinvolto per la prima volta anche le Filippine. Per non parlare del rafforzamento dei rapporti di difesa con India e Australia. Insomma, il Giappone è diventato l’epicentro di una rete di sicurezza asiatica che in qualche modo potrebbe anche attutire un eventuale parziale disimpegno statunitense, da non escludere nel caso di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca dopo le elezioni di novembre.
Ecco perché il Giappone sente di dover rivedere la sua costituzione. Pechino si lamenta e mette in guardia il vicino dal non rievocare il suo «passato militarista». Ma a Tokyo sono convinti che i tempi siano cambiati e che avere meno vincoli sul fronte militare sia necessario per sostenere la propria sicurezza. Lecito attendersi nuovi sviluppi, e altrettante tensioni, nel futuro prossimo.
Lorenzo Lamperti
La vita sospesa di Fukushima
testo di Piergiorgio Pescali |
Oltre alle radiazioni scaturite dall’incidente nucleare del 2011, la popolazione e il territorio di Fukushima hanno dovuto sopportare alte dosi di disinformazione. Anche per questo la rinascita è difficile.
Quest’anno il Giappone ricorda il decimo anniversario di tre eventi che hanno condizionato la politica e l’assetto sociale dell’intera nazione. Alle 14.46 dell’11 marzo 2011, un terremoto di magnitudo 9.0 sconvolse le regioni orientali affacciate sull’Oceano Pacifico. Una cinquantina di minuti dopo, una serie di ondate alte tra i tre e i quattordici metri, raggiunse le coste del Tohoku penetrando per diversi chilometri nell’entroterra, e devastando ciò che il sisma non era riuscito a distruggere. Le vittime furono ventimila, il 92% delle quali causate dallo tsunami.
Le due centrali nucleari di Fukushima gestite dalla Tepco (Tokyo electric power company), la più grande compagnia elettrica della nazione, furono inondate dalla marea che invase le stanze dove erano collocati i generatori di emergenza. Senza elettricità, le pompe non riuscirono a immettere l’acqua di raffreddamento nei reattori i quali iniziarono a surriscaldarsi. La situazione fu riportata sotto controllo a Fukushima Daini (Fukushima 2), ma a Fukushima Daiichi (Fukushima 1) tre dei sei reattori subirono una parziale fusione del nocciolo liberando radioisotopi, in particolare xeno-133, iodio-131, cesio-134, cesio-137, tellurio-132, stronzio-90 che si sparsero nell’ambiente.
I venti trasportarono tra il 70 e l’80% della radioattività sulle acque dell’oceano antistanti la centrale, mentre il restante 20-30% si depositò su una lingua di terra che si incuneò per circa quaranta chilometri nell’entroterra.
Un accumulo di sacchi contenenti terreno contaminato dalle radiazioni della centrale di Fukushima. Foto Piergiorgio Pescali.
Troppe falsità
Migliaia fra artigiani, agricoltori, pescatori rimasero senza lavoro e l’agricoltura della zona, settima tra le prefetture del Giappone in termini di produzione totale, ma seconda per prodotti biologici, si afflosciò.
Il riso e le pesche «made in Fukushima», un tempo vanto della provincia e famosi in tutto l’arcipelago, rimasero a marcire nei campi. Sebbene la radioattività controllata per ogni lotto di raccolto, dopo il primo anno di picco, fosse scesa sotto i livelli di guardia, i consumatori erano oramai sfiduciati, da una parte dalle troppe bugie e verità nascoste del governo e della dirigenza Tepco, dall’altra dalle campagne antinucleari e ambientaliste di alcune associazioni che lanciavano allarmi preoccupanti sullo stato della radioattività. C’era chi, inventando dati e interviste, descriveva una Tokyo deserta e terrorizzata, e chi preconizzava un Giappone per la maggior parte inabitabile, dove l’intera popolazione dell’arcipelago sarebbe stata costretta a trasferirsi nelle poche aree salvatesi dalla nube radioattiva.
Dalla parte opposta, le organizzazioni pro-nucleare e la Tepco, guidate dal governo di Naoto Kan, l’allora primo ministro giapponese del Partito democratico, cercavano di minimizzare i pericoli, assicurando che la popolazione non correva alcun rischio, e che la situazione era sotto controllo. Chi aveva ipotizzato il pericolo di fusione dei reattori (come realmente accadde) venne immediatamente destituito.
In questa guerra sull’informazione, nessuno dei due eserciti aveva la piena ragione dalla sua parte e, come spesso accade nei conflitti, la popolazione civile fu quella che subì le maggiori conseguenze.
Le divergenze non si limitavano a mettere a confronto chi era pro o contro il nucleare, ma si trasmettevano trasversalmente tra chi vedeva messo in pericolo il proprio lavoro di una vita e chi soffiava sul fuoco per meri interessi economici o ideologici. Agricoltori che avevano lottato in tempi non sospetti contro la presenza delle centrali atomiche, si trovarono all’improvviso a contestare gli stessi movimenti antinucleari che propagandavano la propria azione pubblicando rapporti allarmistici, raffazzonati e zeppi di dati privi di fondamento scientifico, illustrati con fotografie falsificate. In questo scenario surreale, Fukushima tentava di rimettersi in piedi.
Oggi, a distanza di dieci anni, si può dire che vi sia riuscita, almeno in parte.
La difficile rinascita
Dal 2014 le zone interdette alla popolazione sono state ristrette sempre più, ed oggi l’area di evacuazione totale si è ridotta a 337 km2 rispetto ai 1.653 km2 del 23 aprile 2011. Al contempo, la popolazione evacuata è scesa da 165mila (maggio 2012) a 37mila (novembre 2020). Le ultime zone riaperte, alla fine del 2020, sono quelle di Futaba, Tamioka e Okuma, tra le più colpite in quei tragici giorni del marzo di dieci anni fa.
Nonostante circa un milione di cittadini e 443mila imprese abbiano ottenuto o stiano ottenendo rimborsi per un totale equivalente a 76 miliardi di euro, le difficoltà a cui vittime e residenti devono far fronte sono ancora evidenti.
E sono problemi che non possono essere risolti con alcun tipo di indennizzo economico.
Anni e anni di sradicamento dalle proprie comunità, dalla terra natia, di convivenza con estranei in case di fortuna che impedivano una pur minima privacy, la consapevolezza di non potere più lavorare come prima, l’emigrazione verso altre prefetture con la conseguente frammentazione delle famiglie, hanno trasformato Fukushima in un baratro psicologico per molte delle vittime.
Un terremoto, uno tsunami, per quanto devastanti e terribili possano risultare, lasciano la speranza della ricostruzione. Al contrario, le invisibili particelle radioattive sprigionatesi da una centrale nucleare, spazzano anche questa eventualità. Non basta più solo ricostruire. Bisogna rivoltare il terreno, raschiare centinaia di chilometri quadrati di superficie, ripulire il suolo, filtrarlo, ridistribuirlo. E il sale marino, che ha impregnato i campi, li ha inariditi diminuendo la fertilità, sconvolgendo l’equilibrio chimico che rendeva così preziosi e unici i raccolti.
Radiazioni e tumori
Gli studi dell’Unscear – United Nations scientific committee on the effects of atomic radiation – confermati anche da altre ricerche scientifiche, affermano che la dose effettiva di radiazioni assorbita dalla popolazione che viveva nelle zone contaminate durante l’incidente è stata inferiore a 10 mSv (millisievert; il «sievert» misura gli effetti provocati dalla radiazione su un organismo), una quantità paragonabile alla dose radioattiva naturale annua assorbita in media dai giapponesi.
Tra i tipi di cancro sensibili alle radiazioni, solo quello riconducibile alla tiroide, causato dallo iodio-131, può essere imputabile con relativa certezza a Fukushima. Per tutte le altre insorgenze tumorali non possono essere tratte conclusioni certe sulla correlazione con le radiazioni rilasciate. Questa forte ambiguità causale aggiunge un altro elemento di scontro scientifico nell’ambito medico riguardante gli incidenti nucleari.
Nel giugno 2011 è iniziato un programma di monitoraggio sanitario trentennale a cui partecipano più di due milioni di cittadini giapponesi, 360mila dei quali di età inferiore a 18 anni. L’obiettivo è quello di monitorare l’andamento dei tumori tiroidali. Nel marzo 2020 la prestigiosa rivista Nature ha pubblicato i primi risultati della ricerca stabilendo la bassa incidenza dei casi di cancro alla tiroide a Fukushima correlati al contenuto di iodio-131 nel suolo e nell’aria.
È comunque difficile convivere con l’incertezza di cosa riserverà il domani: le radiazioni possono manifestare i loro effetti anche a distanza di anni e questa «vita sospesa» influisce pesantemente nei rapporti interpersonali, sia in famiglia che in società.
Specialisti misurano le radiazioni attorno alla centrale di Fukushima. Foto Susanna Lööf / IAEA Imagebank.
Dalla terra al mare
Non sono solo gli agricoltori e gli artigiani a soffrire per l’incidente di Fukushima. I pescatori delle coste limitrofe alla centrale hanno subito perdite e devastazioni altrettanto pesanti. Il Grande terremoto del Giappone orientale e il successivo tsunami hanno danneggiato circa 29mila pescherecci, circa il 10% della flotta totale giapponese, e 319 porti. Nella sola prefettura di Fukushima sono state 873 le imbarcazioni danneggiate.
A causa dei venti, la maggior parte delle radiazioni fuoriuscite dalle Unità 1, 2, 3, 4 di Fukushima Daiichi sono state sospinte sull’oceano portando la Fukushima fisheries cooperative association a vietare la pesca nelle acque antistanti la centrale tra il marzo 2011 e il giugno 2012. Successivamente le attività sono state gradualmente riaperte, ma ancora oggi il pescato totale è il 10% di quello antecedente il disastro nucleare.
Anche in questo caso, come avviene per i prodotti agricoli e pastorizi, tutta la merce è analizzata per misurare la quantità di radionuclidi contenuta. La fetta di mercato nazionale (pari all’1% del totale) che occupavano i pescatori della prefettura prima dell’incidente nucleare è stata riempita da altre comunità e sarà difficile che possa essere riconsegnata alle cooperative di Fukushima. Per sopravvivere ci si è affidati al senso di comunità: come è successo tra i piccoli coltivatori, anche i pescatori hanno potuto contare sulla solidarietà dei concittadini che nei periodi più critici hanno acquistato i prodotti invenduti permettendo una difficile sopravvivenza.
Esperti raccolgono campioni d’acqua nelle acque di mare antistanti la centrale nucleare. Foto NRA / IAEA Imagebank.
Lo sversamento delle acque
Ora però un altro pericolo si sta profilando all’orizzonte. Un pericolo più concettuale che reale: l’annunciato sversamento delle acque di contenimento radioattivo nell’oceano. Per evitare che il «corium» (la massa altamente radioattiva di combustibile nucleare fusa durante l’incidente ed oggi solidificatasi) liberi radioisotopi nell’aria, viene insufflata acqua nei reattori 1, 2 e 3. Successivamente, questa acqua è filtrata e depurata da tutti i radioisotopi tranne per il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno difficile e costoso da eliminare. Ad oggi circa 1,24 milioni di tonnellate di acque sono immagazzinate in 1.061 serbatoi e ogni giorno se ne aggiungono 160 tonnellate. L’Iaea (International atomic energy agency) prevede che la capacità di stoccaggio si esaurirà nel 2022, ed entro tale data bisognerà decidere come smaltire se non tutta, almeno parte dell’acqua. Già nel 2013, dopo che le prove per eliminare il trizio erano fallite, il governo aveva avvisato che, tra le opzioni considerate, quella dello scarico in mare era la più probabile compatibilmente con la sicurezza ecologica e l’economicità dell’operazione. Nel 2020 la decisione finale è stata accolta con preoccupazione non solo dalle associazioni ambientaliste, che hanno riproposto la visione apocalittica di un oceano Pacifico radioattivo e privo di vita, ma anche dai pescatori locali, preoccupati più per l’impatto negativo di tanto clamore sui consumatori che per l’effettivo inquinamento provocato dal trizio.
Il rilascio programmato delle acque ha una tempistica che durerà tra i sette e i trentatré anni (la durata dipende dal limite di radioattività massimo che si vuole raggiungere e dall’anno in cui si inizierà a sversare l’acqua) e comunque è stata scaglionata in modo da non superare mai il limite imposto dalla legge giapponese. Tenendo conto che la contaminazione da trizio nelle acque da versare in mare è di circa 1 PBq (da 0,5 MBq/l a 4 MBq/l) e che nei complessivi 1,3 milioni di metri cubi di acqua da scaricare sono presenti in totale circa tre grammi di trizio, è stato calcolato che, se l’intera quantità di acqua oggi presente nei serbatoi venisse scaricata nel giro di un solo anno, l’impatto nelle acque marine sarebbe di 0,00081 mSv/anno. Ben poco se paragonati ai 360 TBq/anno di trizio rilasciato tra il 2008 e il 2011 dalle sole centrali giapponesi o alla quantità di trizio scaricata nelle acque marine da altri impianti nucleari sparsi per il mondo.
Il futuro del nucleare in Giappone
Il disastro di Fukushima accese il dibattito sul futuro energetico del Giappone. L’autosufficienza energetica nazionale, che nel 2010 era pari al 20,3% di cui la quasi totalità proveniente dal settore nucleare, nel 2013, dopo la chiusura dei reattori, era scesa al 6,6% per risalire al 9,6% nel 2017 a causa della parziale ripresa dell’attività atomica e dell’aumento dell’utilizzo delle fonti rinnovabili, potenziate dai forti incentivi concessi dal governo e dal sensibile miglioramento delle tecnologie dedicate a questo campo di sviluppo.
Già alla fine del 2012, quando Shinzo Abe succedette a Yoshihiko Noda alla guida del governo del Giappone, fu chiaro che il nucleare avrebbe avuto ancora un futuro nella politica energetica giapponese. Un futuro incerto e di transizione, in linea con il modello descritto dall’Ipcc (International panel on climate change), ma che lasciava spazio all’energia atomica almeno fino al 2050 secondo i piani del primo ministro per ottemperare anche agli obiettivi di riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 che la nazione si è proposta di raggiungere entro quella data.
All’inizio del 2021, secondo l’Iaea, in Giappone sono di nuovo operativi trentatré reattori nucleari che generano una capacità totale di 31.679 MWe pari al 7,5% dell’energia totale prodotta nella nazione. Due reattori, che aggiungeranno un totale di altri 2.653 MWe, sono in fase di costruzione, mentre sono stati chiusi definitivamente ventisette reattori.
La disastrosa condotta dei governi che hanno gestito l’incidente nucleare di Fukushima (in particolare quello di Naoto Kan), si ripercuote ancora pesantemente nell’opinione pubblica giapponese: solo l’1,9% dà credito al governo e ancora meno (1,2%) all’industria nucleare. Il motivo è da ricercarsi nella reticenza da parte di queste due entità nazionali (governo e industria) nel dare notizie veritiere alla popolazione, nell’insufficiente preparazione del personale, nella condotta della dirigenza delle compagnie energetiche e nelle numerose bugie rilasciate sia dagli apparati governativi che dai vari protagonisti privati sul pericolo radioattivo e sul modo con cui è stata gestita l’emergenza.
Nel 2019 un grosso scandalo che ha coinvolto la Kansai electric power company (Kepco), membri della prefettura di Fukui, del Partito liberaldemocratico e dello stesso ex sindaco di Takahama, ha sconvolto, se mai ce ne fosse stato bisogno, ancora una volta l’industria nucleare nipponica.
Lo scandalo ha riportato alla ribalta i loschi interessi del «villaggio nucleare» nazionale, un problema già più volte sollevato da numerosi gruppi antinucleari e che viene spesso associato alla mancanza di controlli adeguati nel campo della sicurezza all’interno delle centrali.
Proprio questo sistema perverso e pericoloso avrebbe dovuto mettere in guardia i vari dicasteri preposti alla sorveglianza nucleare, cosa che in Giappone non è avvenuta ed è uno dei motivi per cui oggi molti cittadini si sentono defraudati della propria sicurezza.
È anche per questo che i giapponesi faranno fatica ad accettare un ritorno al nucleare che sembra oramai già deciso
Esperti della IAEA in visita alla centrale di Fukushima. Foto Greg Webb / IAEA Imagebank.
Il trono del crisantemo (da Akihito a Naruhito)
Testo e foto di Piergiorgio Pescali |
Lo scorso 30 aprile l’imperatore Akihito (85 anni) ha abdicato in favore del figlio Naruhito (59). Con il nuovo tenno (sovrano celeste) per 127 milioni di giapponesi si è aperta una nuova era (gengo), chiamata «Reiwa». Nel 2019 quanto contano ancora le tradizioni imperiali per una potenza mondiale come il Giappone? Nel frattempo, il primo ministro Shinzo Abe sta operando su vari fronti: dal progetto di un esercito nazionale alle Olimpiadi del 2020.
Il 1° maggio 2019 centoventisette milioni di giapponesi hanno cambiato, per la terza volta dal secondo dopoguerra, il loro gengo, il calendario nazionale legato al proprio imperatore, entrando in una nuova era, quella «Reiwa» (令和, «bella armonia»).
Il gengo, o nengo, è il calendario usato nei documenti ufficiali, nelle monete, nei giornali, nei calendari giapponesi e, secondo un sondaggio della Kyodo News Agency, utilizzato ancora oggi nella vita quotidiana dal 24,3% dei giapponesi (il 39,8% usa sia il gengo che il calendario occidentale e il 34,6% fa uso del solo calendario gregoriano). Un calo significativo rispetto all’82% dei giapponesi che nel 1975 usava il computo imperiale.
L’abdicazione di Akihito era stata annunciata sin dal 1° dicembre 2017 e l’incoronazione ufficiale del nuovo tenno (天皇, «sovrano celeste») avverrà solo il prossimo 22 ottobre, al termine di un lungo periodo di transizione che permetterà alla casa imperiale giapponese di illustrare al nuovo regnante le rigide etichette di un mondo che rischia di distanziarsi sempre più dalla vita politica e quotidiana della nazione.
L’imperatore
Da tempo la figura dell’imperatore è ininfluente nelle scelte e nelle vicende del Giappone, ma la struttura della società giapponese e l’attitudine del popolo a piegarsi all’autorità con assoluta obbedienza continua a dare forza morale al tenno. E questo nonostante la Costituzione del 1947, imposta dagli Stati Uniti a una nazione devastata e umiliata, abbia ridotto il suo ruolo, già storicamente marginale, a puro «simbolo dello Stato e dell’unità del popolo» spogliandolo anche di quell’ultima parvenza di aureola di divinità che lo caratterizzava. Sia chiaro, il sovrano celeste non ha mai rivestito alcuna posizione determinante nell’arcipelago, ma fino al 1947 la presunta discendenza divina era una costante che non era mai stata messa in seria discussione. Un lignaggio che le due più antiche cronache giapponesi, il Kojiki e il Nihonshoki (rispettivamente del 712 e 720 d.C.), fanno risalire ad Amaterasu, dea del Sole (nella religione shinotista), da cui discenderebbe il primo leggendario imperatore Jimmu che, in realtà, era solo il pro-pronipote della dea.
La retrodatazione mitologica che arriva fino al 660 a.C. è servita per millenni a giustificare un’origine autonoma della nazione svincolata dalle influenze coreane e cinesi chiaramente riscontrabili nella cultura, nella storia e nell’archeologia nazionale.
Poco importa, anche alla luce della scienza moderna, se il primo tenno di cui si hanno evidenze storiche accertate sia vissuto solo nel VI secolo d.C. (Kinmei, 539-571 d.C.): la divinizzazione della famiglia imperiale, nonostante la storia, la costituzione, la secolarizzazione continua a rappresentare un punto di riferimento inscindibile dalle tradizioni giapponesi.
L’imperatore emerito Akihito e l’imperatrice emerita Michiko / The Yomiuri Shimbun
Akihito e Michiko
Va dato merito ad Akihito, l’imperatore che ha abdicato e padre di Naruhito, di aver contribuito a riportare la figura del sovrano in una cornice più umana.
La sua insegnante di inglese, la bibliotecaria statunitense Elizabeth Gray Vining, riuscì a iniziarlo alla cultura occidentale e a presentargli i valori di uguaglianza e democrazia di cui il Giappone era a digiuno.
Fu la sorprendente cocciutaggine di Akihito a rompere la millenaria (e geneticamente pericolosa) prassi di trovare moglie tra i lignaggi della casa imperiale. Scelse Michiko Shoda che, oltre a non avere alcun sangue blu nelle vene, discendeva da una famiglia cattolica (anche se lei non era stata battezzata). Il matrimonio incontrò l’opposizione dell’imperatrice Kojun (moglie di Hirohito e madre di Akihito), degli ingessati funzionari della Casa imperiale e anche di ambienti culturali conservatori. Yukio Mishima (scrittore e artista giapponese di fama internazionale morto nel 1970, ndr) definì uno scandalo l’unione perché portava la «famiglia imperiale a perdere la sua dignità mischiandosi con il popolo». Il popolo, invece, approvò, così come approvò la classe politica del paese che vedeva nel matrimonio il biglietto da visita di una svolta sociale e economica che avrebbe contraddistinto la nazione nei decenni a venire.
Michiko dovette rinunciare alla fede cattolica, ma fu ancora Elizabeth Gray Vining, quacchera convinta e praticante, a convincere Akihito e Michiko a fare crescere i loro figli tra le mura della residenza imperiale anziché allontanarli dalla famiglia come era d’uso.
La coppia iniziò anche a viaggiare per il mondo, a «mischiarsi» tra la folla, a partecipare e condividere con i giapponesi gli eventi e i lutti che puntellarono l’era Heisei (平成 cioè «raggiungimento della pace») iniziata con l’ascesa al trono di Akihito nel 1989.
L’imperatore Naruhito e l’imperatrice Masako / Behrouz MEHRI / AFP
Naruhito e Masako, più forti delle maldicenze
L’imperatore attuale, Naruhito, non ha solo ereditato i tre tesori sacri che consacrano solennemente la figura del tenno, ma ha anche ripercorso, finora in modo sorprendentemente simile, le gesta del padre. Ha sposato Masako Owada la quale, forte della sua laurea ad Harvard e della perfetta conoscenza delle lingue inglese, tedesco e francese, era avviata ad una brillante carriera diplomatica. Masako ha resistito alle insistenti avancés di Naruhito fino al 1993. Intelligente, colta ed emancipata avrebbe di certo preferito dedicarsi al lavoro piuttosto che rinchiudersi nelle stanze imperiali sottoponendosi alle continue critiche che le venivano mosse dagli uffici di palazzo e alle tremende pressioni per garantire alla famiglia un erede maschio. Un’altra contraddizione della politica giapponese: nonostante Amaterasu fosse una dea femminile, solo otto donne hanno ricoperto la carica imperiale (l’ultima fu Go-Sakuramachi, che regnò dal 1762 al 1771) e dal 1889 la Costituzione Meiji ha escluso che sul «Trono del crisantemo» possa sedere una donna.
La coppia, però, è affiatata: Naruhito ha più volte rimbrottato la stampa e la stessa Casa imperiale per gli attacchi gratuiti lanciati contro la moglie, strali che hanno causato a Masako una profonda depressione da cui si è ripresa solo dopo la nascita della loro unica figlia. Lo stesso imperatore è interessato più a cose terrene che spirituali: appassionato tifoso di baseball, instancabile camminatore è anche un ambientalista esperto di controllo e di risparmio idrico, grazie ad un master conseguito ad Oxford. Come suo padre, ma a differenza dei suoi predecessori, Naruhito ha più volte mostrato empatia nei confronti dei suoi connazionali colpiti da catastrofi naturali e, assieme alla moglie, si è recato sui luoghi dei disastri per ascoltare le testimonianze delle vittime.
Noi lo abbiamo visto, piccolo e impacciato, accogliere le insegne regali il cui possesso caratterizza la linea imperiale e la discendenza divina.
Tra fantasia e realtà
Le regalie, infatti, sarebbero appartenute nientemeno che alla dea Amaterasu: uno specchio (Yata no kagami), simbolo della conoscenza e della verità, una spada (Kusanagi), simbolo della forza, e un gioiello (Yasakani no magatama), simbolo della salute. La loro storia è oscura quanto la sicurezza della loro stessa esistenza, e rappresenta efficacemente quanto labile sia il confine tra fantasia e realtà nel mondo giapponese, non per nulla patria di Godzilla, dei manga e delle anime. Amaterasu, dea del Sole, offesa dai continui dispetti di gelosia da parte del fratello Susano-O, dio delle tempeste, si rintanò in una caverna facendo piombare l’intero mondo nelle tenebre. Per convincerla ad uscire e ridare la luce, la dea Uzume piazzò uno specchio all’entrata della grotta iniziando una danza che venne accolta con clamore dagli altri kami (gli dei della religione shinto). Amaterasu si affacciò per vedere cosa accadesse e, vedendo il suo volto riflesso nello specchio rimase stupita per la propria bellezza (l’umiltà non è una caratteristica degli dèi). Fu allora che un altro kami la agganciò con un gioiello ricurvo trascinandola fuori dalla grotta. A quel punto Susano-O, in segno di pentimento, diede alla sorella la spada.
Sono questi tre sacri tesori che Amaterasu diede in consegna ai suoi discendenti per comprovare la parentela divina e reclamare il diritto di dominio sul Giappone.
In realtà, nessuno ha mai visto questi gioielli; anzi molti dubitano della loro stessa esistenza. Lo Yata no kagami sarebbe custodito nel santuario di Ise, nella prefettura di Mie; lo Yasakani no magatawa si troverebbe nel santuario del Palazzo imperiale di Tokyo, mentre la Kusanagi no tsurigi verrebbe conservata nel santuario di Atsuta a Nagoya. Nel Heike monogatari (1371), però, si racconta che la spada venne definitivamente perduta negli abissi dello stretto di Shimoinoseki quando l’imperatore bambino Antoku fu costretto al suicidio dalla madre che, sconfitta dal clan dei Minamoto, decise di darsi alla morte portando con sé la spada Kusanagi no tsurigi.
Il significato degli ideogrammi imperiali
È evidente, quindi, che il Giappone è un paese dove tradizione e progresso si intersecano continuamente per formare un tessuto inestricabile. Il gengo, il calendario imperiale, ne è un esempio. Introdotto nel 645 d.C. dall’imperatore Kotoku ad imitazione della dinastia Han cinese, indica che l’imperatore è dominatore non solo del regno, ma anche del tempo.
Il gengo veniva cambiato in occasione di eventi significativi (guerre, catastrofi, giubilei), quindi era possibile che un solo imperatore regnasse durante più gengo. Solo dall’era Meiji (明治 «legge o governo illuminato», 1868-1912) si passò ad identificare l’era con la durata di regno di un singolo tenno.
Così la Reiwa, l’era attuale iniziata il 1° maggio scorso, è il duecento quarantottesimo gengo che traccia la storia del Giappone mentre Naruhito è il centoventiseiesimo imperatore che succede sul «Trono del crisantemo».
Anche se il gengo caratterizza l’era imperiale ed è strettamente connesso all’istituzione monarchica, il suo nome viene scelto dal primo ministro. In questo caso Reiwa è stato selezionato da Shinzo Abe e il nome avanzato da Susumu Nakanishi, professore emerito di 89 anni della Osaka Women’s University ha prevalso su una rosa di sei candidati suggeriti da Tadahisa Ishikawa, 86 anni, della Nishogakusha University e On Ikeda, 87 anni, dell’Università di Tokyo.
Una serie di circostanze ha scatenato una ridda di polemiche che non si sono ancora placate sulla scelta operata dal primo ministro perché il gengo non è mai neutro o un semplice corollario folcloristico, ma getta le basi ideali della nazione e del corso politico che verrà intrapreso dal governo negli anni successivi.
Colpisce il fatto che, proprio in un periodo in cui il nazionalismo giapponese si sta rifacendo largo, sia stata violata la tradizione di scegliere i kanji (caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese) che compongono l’ideogramma dell’era imperiale, dai classici cinesi. Nel corso della storia 36 gengo sono stati tratti dal Libro dei documenti, il libro più antico di storia cinese, 27 dall’I Ching, mentre tutte le ultime quattro ere moderne – Meiji, Taisho, Showa e Heisei – derivavano i loro nomi dai Cinque libri classici del confucianesimo.
Con Reiwa, per la prima volta si è voluto prendere spunto da una raccolta di poesie classiche giapponesi, il Manyoshu, una scelta vista da molti come un rafforzamento delle istanze nazionaliste propugnate da questo (e non solo questo) governo. Ciò che più ha colpito gli analisti, però, è l’ambiguità con cui gli ideogrammi di Reiwa posso essere interpretati.
Il primo carattere, «rei» (令), nell’uso corrente della lingua giapponese è utilizzato per indicare le parole «comando» (命令meirei), «ordine», «legge» (法令horei) mentre il secondo, «wa» (和), appare nei kanji di Yamato (大和), il nome antico del Giappone che ha connotazioni militariste, oltre che essere il nome della nave da guerra più grande della marina imperiale durante la Seconda guerra mondiale ed essere un kanji dell’era Showa (昭和 «pace splendente» o «pace illuminata», 1926-1989), il gengo che caratterizzò, nella sua prima parte l’ascesa militare e colonizzatrice del Giappone prima e durante il secondo conflitto mondiale.
Nazionalismo e militarismo
Queste circostanze, sommate al fatto che Shinzo Abe ha avviato un pericoloso processo di emendamento costituzionale che permetterebbe al Giappone di dotarsi di un esercito, hanno creato un senso di preoccupazione tra i paesi asiatici che più hanno sofferto il nazionalismo giapponese nella prima metà del XX secolo, in particolare Cina e Corea.
Proprio l’ambiguità del nome Reiwa ha costretto il governo di Tokyo a ribadire, tramite il portavoce del ministero degli Esteri Hiroatsu Satake, che il nome dato alla nuova era non ha alcuna connotazione nazionalista o di prevaricazione, indicando il significato ufficiale come quello di «bella armonia».
Lo stesso Shinzo Abe ha ritenuto opportuno intervenire nell’aspro dibattito specificando che il nome Reiwa ha voluto enfatizzare «la storia da tempo immemore, la nostra altissima e rispettata cultura, la bellezza unica della nostra natura in ognuna delle quattro stagioni. Noi passiamo queste caratteristiche nazionali del Giappone alla prossima era. Proprio come i boccioli di prugno annunciano l’arrivo della primavera dopo il duro e freddo inverno e sbocciano splendidi in tutta la loro gloria così tutti i giapponesi saranno capaci di far sbocciare i loro germogli in tutta la loro bellezza assieme alle loro speranze per il futuro».
L’inquietudine, però, rispetto alla politica di Shinzo Abe, permane nelle diplomazie straniere e in ampi strati delle forze politiche giapponesi, in particolare tra la sinistra (o quello che ne rimane).
Del resto la maggioranza dei giapponesi, appena ha visto il nome Reiwa mostrato dal Segretario di gabinetto Yoshihide Suga, ha subito collegato gli ideogrammi al senso di comando e sono in molti coloro che hanno ricordato che lo stesso kanji «rei» era presente in Reitoku (令徳), uno dei nomi del nuovo gengo proposto nel 1864 alla famiglia Tokugawa e da questa scartato perché presupponeva un senso di comando imperiale sullo shogun (comandante militare, ndr).
L’era Heisei iniziò nel 1989 quando il Giappone era la seconda economia del mondo dopo gli Usa e galoppava verso orizzonti che sembravano perfettamente limpidi e sereni.
Un anno dopo iniziò la crisi ed oggi il Giappone è in recessione, ha una crisi d’identità e la sua economia arranca superata da quella cinese.
Nel 1989 i giapponesi vivevano in condizioni poco invidiabili all’estero: appartamenti minuscoli, prezzi al consumo elevati, un sistema politico monopolizzato dal Partito liberaldemocratico (Pld), una corruzione altissima, una burocrazia che impediva gli investimenti stranieri nel paese e l’importazione di molti prodotti alimentari come riso e carne dall’estero. Durante l’era Heisei le condizioni di vita dei giapponesi sono migliorate: oggi vivono in appartamenti più grandi, i giovani si divertono di più, la vita politica ha visto il crollo del monopolio del Pld, gli agricoltori, ossatura del Pld, hanno perso parte dei sovvenzionamenti che rendevano i prodotti giapponesi carissimi, il mercato si è aperto all’estero e il Giappone si è inserito nella politica mondiale.
I piani di Shinzo Abe
Nel 1995 e nel 2011 la nazione è stata scossa da due terremoti e da uno tsunami che hanno lasciato in eredità il problema di Fukushima. Più dei disastri naturali in sé, però, queste catastrofi hanno minato la fiducia dei giapponesi verso un governo e un sistema che ha spudoratamente mentito sull’immediata gravità della situazione.
Shinzo Abe sta cercando di ridare fiducia ai suoi concittadini puntando tutto sul rilancio economico e su una maggiore presenza di Tokyo nelle scelte internazionali. Le Olimpiadi del 2020 e la Corea del Nord sono funzionali a questa politica di rilancio.
I test missilistici nordcoreani, in particolare i due Howasong-12 che hanno sorvolato Hokkaido nel 2017, hanno permesso a Tokyo di accelerare il processo di riforme iniziato già nel 2015 cementando il ruolo delle Forze di autodifesa nel paese.
Sebbene i 45 miliardi di dollari spesi nel 2017 in campo militare rappresentino solo lo 0,935% del Pil (contro l’1,3% italiano), il governo di Shinzo punta tutto sull’emendamento costituzionale dell’articolo 9 per permettere alla nazione di dotarsi di un esercito legittimato dalla Costituzione e in grado di intervenire in situazioni di potenziale pericolo per la sicurezza del paese anche in senso preventivo.
L’obiettivo di Shinzo Abe è quello di terminare il processo di revisione entro il 2020, anno in cui Tokyo ospiterà i Giochi Olimpici mostrati dal governo come un nuovo inizio della rinascita giapponese, esattamente come i «boccioli di prugno annunciano l’arrivo della primavera dopo il duro e freddo inverno e sbocciano splendidi in tutta la loro gloria». L’era Reiwa è iniziata.
Piergiorgio Pescali
I Perdenti 23. Il Samurai cristiano Justus Takayama Ukon
Con un profondo senso di fierezza la piccola e vivace comunità cattolica giapponese (ma si può dire dell’intera opinione pubblica della nazione del Sol Levante) ha vissuto lo scorso 7 febbraio nel palazzetto dello sport di Osaka la beatificazione di Giusto Takayama, primo samurai cristiano ad assurgere alla gloria degli altari. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.
Innanzitutto, come devo chiamarti?
Chiamami Justus (Giusto), il nome che mi onoro di portare dal battesimo e che ha caratterizzato tutta la mia esistenza.
Raccontaci in breve la tua vita, origine, casato, stato sociale…
Sono nato con il nome Hikogoro Shigetomo tra il 1552 e il 1553 nel castello di Takayama, nei pressi di Nara, figlio di Takayama Zusho divenuto poi signore del castello di Sawa. Takayama è il nome di famiglia che deriva dal territorio di nostra proprietà feudale. Il mio casato era parte della classe dei nobili, ovvero dei daimy?, signori di un castello e delle relative proprietà. Essi occupavano un posto importante nella scala sociale del Giappone di quel tempo. Venivano subito dopo gli shogun (signori di più territori ai cui i diversi daimy? erano fedeli alleati mettendo a loro disposizione un esercito e combattenti professionisti: i samurai). Il Giappone non era ancora uno stato unificato e i diversi shogun erano spesso in guerra tra loro per allargare le loro aree di influenza
Come avvenne la tua conversione al cristianesimo?
Mio padre nel 1563 era stato incaricato dal suo shogun di giudicare un missionario gesuita, padre Gaspar Videla, che stava annunciando il Vangelo proprio a Kyoto, la futura città imperiale. Ascoltandolo, rimase così impressionato che volle diventare cristiano, si fece battezzare e prese il nome di Dario. Non solo, mio padre convinse anche altri due giudici che divennero cristiani e, una volta tornato al suo castello accompagnato da un catechista, fece istruire e battezzare molti dei suoi soldati, sua moglie e i suoi figli, tra cui c’ero io, il primogenito. Era verso la fine del 1563 e avevo circa dodici anni. Da quel momento mio padre divenne un protettore dei cristiani.
Ma subito dopo scegliesti la vita militare.
Per me, figlio ed erede di un importante daimy?, era una vocazione naturale quella di diventare un samurai, un guerriero sempre pronto a difendere la famiglia, la legalità e il suo signore, lo shogun.
Hai partecipato a guerre e duelli? C’è qualche avvenimento che ricordi in modo particolare?
I daimy? erano spesso in conflitto tra loro. Sì, ho partecipato a guerre e combattimenti, distinguendomi per il mio valore. L’episodio che ha segnato la mia vita è stato il duello con il figlio di un amico di mio padre nel 1571. Avevo vent’anni. Dopo la morte di suo padre era venuto a contrasto col mio e, secondo la tradizione, dovetti accettare di battermi a duello per risolvere la questione. Fui ferito gravemente, ma uccisi il mio avversario. Nel periodo che seguì questo triste evento, approfittai della forzata convalescenza per riflettere a fondo sulla mia vita, e come fu per sant’Ignazio di Loyola così fu per me. Mi convinsi che pur rimanendo un samurai dovevo mettere la mia abilità nel maneggiare le armi al servizio dei più deboli, degli orfani e delle vedove.
È vero che giungesti anche alla conclusione che non dovevi più usare la forza per risolvere i conflitti?
Nel 1573 la mia famiglia ricevette un nuovo feudo e ne divenni il daimy?, perché mio padre era ormai troppo vecchio. Due anni dopo presi Giusta, una cristiana, in moglie ed ebbi tre figli (due morti ancora bambini) e una figlia. Una famiglia è una buona ragione per vivere in pace. Ma in quei tempi non era facile stare fuori dalle guerre.
Nel 1578 un daimy? nostro vicino si era ribellato al nostro shogun e si era accampato davanti al nostro castello, prendendo in ostaggio mia sorella e mio figlio e minacciando i cristiani. Feci allora un gesto impensabile per uno del mio rango: rinunciai ai miei diritti feudali e mi presentai disarmato nel campo del nostro nemico invitandolo a trovare un’intesa di pace invece di far scorrere inutilmente del sangue e gettare nel lutto e nello sconforto molte famiglie. Presentandomi disarmato all’avversario, rinunciai a ciò che ero e alle mie capacità guerriere, affidandomi completamente a Dio.
In questo modo mettevi in gioco la tua reputazione di samurai e il tuo onore.
È vero, ma cominciavo a dare testimonianza del Vangelo fra la mia gente, lasciando intravedere come fosse possibile vivere fino in fondo il messaggio di amore e di pace che Cristo era venuto a portare nel mondo e che dopo più di millecinquecento anni era finalmente approdato anche nella mia terra.
La questione fu risolta senza spargimento di sangue e il mio shogun mi riconfermò la sua fiducia e il feudo, permettendomi così di continuare a sostenere la nostra comunità cristiana.
Per questo cominciasti anche a impegnarti perché la fede cristiana attecchisse nel tuo paese in forma stabile.
Avevo la piena fiducia del mio shogun di cui ero diventato uno dei generali più importanti. Feci costruire una chiesa nella stessa città imperiale di Kyoto e un seminario ad Azuchi, sul lago Biwa, per la formazione di missionari e catechisti giapponesi. La maggioranza dei seminaristi provenivano dalle famiglie del mio feudo. Tra loro mi piace ricordare Paolo Miki e i suoi compagni che in seguito subirono il martirio nel 1597 (canonizzati poi nel 1862).
La tipica cerimonia giapponese del tè dove si rafforzano le relazioni fra i partecipanti e si approfondiscono i legami di amicizia fu da te utilizzata per fare evangelizzazione.
Per noi bere il tè non è un atto superficiale. È una cerimonia che con il suo rituale ha un fascino intrinseco che aiuta ad approfondire i legami di amicizia e di fraternità. Sulla dimensione orizzontale delle relazioni fra esseri umani, io inserii la dimensione verticale che aiutava a elevarsi a Dio e a vivere in amicizia e comunione in Lui.
Si può dire che l’attività che svolgesti come catechista e missionario fra la tua gente fu molto positiva per la fede cattolica in Giappone?
Grazie agli sforzi che mettemmo in atto in quegli anni, furono battezzate alcune migliaia di persone. La mia posizione di favore con lo shogun, continuata anche nel primo periodo di Toyotomi Hideyoshi, andato al potere nel 1583, aumentava la mia influenza tra i nobili, diversi dei quali accettarono di diventare cristiani. Ma Toyotomi, divenuto sempre più potente fino a riuscire a unificare tutto il Giappone sotto la sua autorità, cominciò a temere i cristiani e nel 1587 emise un editto che ne proibiva la religione nel paese e conteneva l’ordine di espulsione dei missionari stranieri e l’esilio per i catechisti nativi.
È vero che ti fu richiesto di abbandonare la fede cattolica?
Sì certo, ma contrariamente a quanto fecero altri nobili, preferii rinunciare al mio feudo e subire l’esilio piuttosto che abiurare. Dopo un periodo difficile di mendicità, trovai rifugio con la mia famiglia presso un amico nell’isola di Shodoshima. Toyotomi venne a saperlo e mi fece incarcerare. Furono tempi duri, ma nel 1592 volle riconciliarsi con me in una cerimonia pubblica. Non mi fu restituito il mio feudo, ma ero libero di muovermi e ne approfittai per continuare a sostenere le comunità cristiane sparse in varie parti del Giappone.
I governanti del Giappone vedendo la nuova fede conquistare sempre nuovi fedeli diventarono più ostili verso i cristiani e inasprirono la persecuzione.
Nel 1597 ci fu una nuova recrudescenza della persecuzione. A Nagasaki furono martirizzati in 26. Morto improvvisamente Toyotomi, il successore fu peggio di lui. La persecuzione verso i cristiani fu capillare e intensa. Si voleva sradicare quello che loro chiamavano «la mala pianta» o «la religione perversa». Imprigionare, condannare a morte o esiliare i cristiani era diventato un dovere patrio per chi era al potere in Giappone in quel tempo.
Il 14 febbraio del 1614, Justus Takayama e i suoi famigliari furono catturati e trasferiti a Nagasaki in attesa di essere giustiziati insieme ai missionari che erano stati radunati là. Dopo mesi di carcere, l’8 novembre 1614, Justus e 300 dei suoi compagni furono condannati all’esilio e caricati su una giunca diretta a Manila, nelle Filippine. L’espulsione e la lenta navigazione sulla nave carica all’inverosimile fecero ulteriormente progredire Justus nella fede. Proprio per tutte le sofferenze e le difficoltà patite, l’ultimo anno della sua vita fu decisivo per trasformarlo in un «vero martire», come lo venerano i cristiani giapponesi. Durante il periodo in carcere egli aveva nutrito la speranza di condividere la sorte dei martiri di Nagasaki. Era certo che sarebbe stato ucciso e aveva aspettato la fine con grande serenità. La navigazione verso le Filippine e l’esilio a Manila furono il tempo in cui Dio gli fece capire la differenza tra il desiderio attivo del martirio e l’essere esposto passivamente a condizioni che solo lentamente conducono alla morte. Justus comprese che Dio gli chiedeva l’offerta della vita, nella forma del «martirio prolungato» dell’esilio. Pur accolto con tutti gli onori dagli Spagnoli, sfinito dalla prigionia e dalla lunga navigazione morì a Manila il 3 febbraio 1615, quaranta giorni dopo il suo arrivo nelle Filippine.
La Chiesa lo ha elevato alla gloria degli altari riconoscendolo Beato e Martire il 7 febbraio 2017. Ho avuto la gioia di essere presente a quell’avvenimento di grazia con una piccola delegazione della chiesa di Novara.
Don Mario Bandera
La Chiesa in Giappone fa risplendere la luce della fede
La storia della Chiesa in Giappone inizia il 15 agosto 1551 quando san Francesco Saverio insieme ad altri due gesuiti mise piede nel paese. Immediatamente ne diede notizia a sant’Ignazio di Loiola con numerose lettere che iniziarono a far conoscere al continente europeo la complessa realtà del grande paese del Sol Levante. Per alcuni anni i missionari cattolici non furono più di quattro o cinque, il loro campo di apostolato abbastanza limitato, per cui i risultati furono piuttosto scarsi. Nel 1563 si ebbe un primo risultato importante della loro azione missionaria quando a Kyoto alcuni personaggi influenti della società giapponese di quel tempo (tra i quali il padre del samurai Giusto Takayama) si fecero battezzare diventando così il primo nucleo della nascente comunità cattolica del Giappone. Nello stesso anno si ebbe la conversione al cristianesimo di Omura Sumitada, signore del territorio di Kyushu, che portò al battesimo di gran parte dei suoi sudditi. Da quel momento iniziò un periodo intenso di conversioni in cui molti giapponesi chiedevano il battesimo e di entrare a far parte della Chiesa Cattolica.
In quegli anni il generale Hideyoshi portò a compimento l’unificazione del grande arcipelago giapponese composto da più di trecento isole, in un primo momento si mostrò ben disposto verso i missionari (che nel frattempo erano diventati una trentina tra gesuiti e francescani) ma cambiò idea subito dopo, quando una nave spagnola fece naufragio sulle coste del Giappone e il comandante del galeone alle autorità nipponiche intervenute al salvataggio, disse che il Re di Spagna quando voleva annettersi un territorio mandava avanti i missionari a preparare il terreno. Questa frase vera o falsa che fosse, mandò su tutte le furie Hideyoshi che diede ordine di distruggere le chiese, espellere i missionari stranieri e catturare e mettere a morte tutti i cristiani giapponesi ovunque essi fossero. Col passare degli anni le cose migliorarono, basti pensare che nel 1601 la città di Nagasaki contava circa quarantamila abitanti quasi tutti cattolici, ed era divenuta sede episcopale con il gesuita Luigi Cerqueira nominato primo vescovo residenziale del Giappone. Nel frattempo i cristiani avevano raggiunto il bel traguardo di trecentomila battezzati, si erano costruiti diversi collegi e due seminari che dopo pochi anni “sfornarono” i primi sette sacerdoti autoctoni. Ma su questa stupefacente primavera missionaria, si abbatté subito dopo una violenta persecuzione che segnò in modo indelebile la nascente comunità cristiana, venne infatti emesso un editto che proscriveva la religione cristiana da tutto il territorio nipponico; si misero in atto forme violenti e spettacolari di condanne a morte come le crocifissioni lungo le strade di maggior comunicazione. Di fronte a questa inaudita violenza tutti rimanevano meravigliata dalla forza d’animo e dal coraggio con cui i cristiani andavano incontro alla morte. Nel 1623 il Giappone si chiuse completamente al commercio estero isolandosi dal mondo, nessun straniero poteva vivere sul suolo giapponese e tutti i tentativi diplomatici che le potenze europee misero in atto per superare questa situazione andarono a vuoto. Questa situazione durò alcuni secoli fino al 1854 quando l’ammiraglio statunitense Perry, latore di una lettera del presidente degli Stati Uniti per le autorità giapponesi in cui si chiedeva di ampliare i commerci fra i due paesi, forzò il blocco ed approdò sul suolo giapponese. L’iniziativa ebbe successo e si stabilì che nel porto di Nagasaki potessero attraccare navi provenienti da ogni parte del mondo, riservando anche uno spazio per una “cittadella” aperta ai marinai delle diverse nazionalità. Su questo terreno venne edificata una piccola chiesa per il servizio spirituale ai marittimi cristiani, per questa incombenza pastorale venne incaricato il sacerdote francese Jean de la Petit, il quale fu protagonista e testimone di un avvenimento che ha del miracoloso. Infatti, un pomeriggio mentre era in chiesa a pregare venne raggiunto da un gruppo di giapponesi che gli posero tre domande: “Sei sposato? Il tuo capo è a Roma? La Mamma dov’è?”. Al che padre Jean, rispose: sono un prete cattolico per cui devo obbedienza ai miei superiori, primo fra tutti al Papa di Roma, non sono sposato e additando la statua della Madonna che gli era arrivata dalla Francia poche settimane prima disse loro: “ecco Maria, la mamma di Gesù”. In quel momento accadde qualcosa di inaspettato, i visitatori si inginocchiarono e dissero: “il nostro cuore batte come il tuo!”. Padre Jean li abbracciò ad uno ad uno, rendendosi conto che aveva di fronte il resto del piccolo gregge che aveva tramandato la fede cattolica di generazione in generazione, vivendo nelle catacombe per quasi duecentocinquant’anni senza l’assistenza di nessun sacerdote, sostenuti con la Grazia di un unico sacramento, il battesimo!
Oggi il Giappone che conta circa 125 milioni di abitanti, quasi tutti Shintornisti, va fiero della storia della sua Chiesa, costellata di tanti martiri e che pur nell’esiguità del numero attuale: i cristiani sono circa l’uno per cento della popolazione, ovvero un milione e duecentomila e di questi quanti si dichiarano cattolici sono circa ottocentomila persone. L’immagine evangelica del lievito nella pasta non può essere più calzante, l’essere in comunione con questa chiesa che ha tanto sofferto, dovrebbe rendere la nostra chiesa orgogliosa di questa cooperazione. (m.b.)
Giappone: Il prezzo del Mercato
Tra i grandi paradossi dell’era moderna non c’è solamente quello di un mondo diviso tra chi soffre la fame e chi invece ha fatto dello spreco una parte integrante del proprio stile di vita, c’è anche quello di un mondo in cui, mentre molti soffrono per la disoccupazione (il tasso in Grecia è del 28%, in Spagna del 26% e quella giovanile in Italia del 40%), altri soffrono (e muoiono) per troppo lavoro. Emblematico un caso di morte da troppo lavoro a Tokyo che ha scosso la coscienza dell’intero Giappone.
Lei aveva solo ventiquattro anni, lavorava presso una delle più grandi agenzie pubblicitarie del Giappone. A Natale del 2015 si è gettata dal terzo piano, dalla stanza del dormitorio nella quale viveva.
Seppure i morti sul lavoro in Giappone siano all’ordine del giorno, questo suicidio ha avuto una risonanza mediatica senza precedenti.
Matsuri, questo il nome della giovane donna, lavorava per la Dentsu, ovvero il gigante della pubblicità noto proprio per le troppe ore di lavoro a cui sottopone i sui dipendenti e per una gestione del personale spietata. Una delle prime morti per troppo lavoro nella stessa azienda risale addirittura al 1991 quando un uomo, anche lui di ventiquattro anni, si era impiccato in casa. Nel 2000 la più alta corte del Giappone aveva stabilito che quel suicidio era stato causato da insostenibili condizioni di lavoro. In quell’occasione l’azienda aveva concordato con la famiglia della vittima un risarcimento di quasi due milioni di dollari.
Il caso di Matsuri è diventato emblematico perché grazie ai social media su cui lei regolarmente comunicava possiamo ricostruirne passo per passo il lungo calvario: dalla grande euforia iniziale per essere stata assunta da una grande azienda, sino ai messaggi finali, quelli che in rete sono diventati virali. È da questi ultimi che si capisce distintamente lo strazio interiore della giovane: «Hanno deciso ancora una volta che dovrò lavorare sabato e domenica. Ho seriamente voglia solo di farla finita», si legge in uno dei suoi tweet.
Una storia di «successo»
Matsuri aveva ventitré anni quando è entrata nell’azienda dopo una laurea presso l’Università di Tokyo (una delle più importanti di tutto il Giappone). Era una ragazza piena di speranza e di ottimismo, così l’hanno descritta i suoi amici.
L’azienda Dentsu aveva ridotto il numero di dipendenti da 14 a sei all’interno della divisione nella quale Matsuri era impiegata. Ma il carico di lavoro non era diminuito. Matsuri aveva iniziato il suo primo lavoro accumulando la bellezza di 100 ore di straordinari al mese. Sul suo micro blog raccontava la crescente fatica di tenere il passo con quei ritmi forsennati: «Il mio capo mi ha detto che i documenti che ho scritto dopo il ritorno dalle vacanze erano spazzatura. Sono mentalmente e fisicamente devastata»; «Ho perso ogni sentimento, tranne il desiderio di dormire»; «Forse la morte è un’opzione molto più felice».
Moltissimi giapponesi si sono commossi quando questi tweet sono stati resi noti e hanno lasciato messaggi di solidarietà. In particolare, numerosi sono stati i messaggi da parte di donne infuriate nel sapere che a Matsuri, sul procinto di crollare mentalmente e fisicamente, veniva richiesto da parte del capo (di sesso maschile) di mostrare un maggior appeal femminile, e di mantenere un aspetto più attraente. Un tipo di richiesta che non è affatto un caso isolato: sono molte le lavoratrici in Giappone che prima o poi ricevono questo tipo di richiesta durante la loro carriera.
La mattina di Natale (2015) la ventiquattrenne ha inviato il suo ultimo messaggio, diretto alla madre che viveva a Shizuoka, non molto distante da Tokyo. Il testo era un laconico: «Grazie di tutto». La madre, presagendo la disgrazia, ha chiamato immediatamente la figlia pregandola di non uccidersi. Ma neppure la voce di sua madre è stata sufficiente a farla desistere.
Karoshi
Certamente il concetto di lavorare troppo non riguarda solo i giapponesi (in molti altri paesi, e non solo dell’Asia, lavoratori sono sottoposti a orari da schiavi senza neppure il beneficio di giusti salari), ma in Giappone la questione è presa molto più seriamente, al punto da coniare un termine ad hoc per parlarne.
Karoshi, (parola composta da tre caratteri kanji, ? ? ?, che significano letteralmente “eccessivo”, “lavoro”, “morte”), è il termine per definire appunto la morte da troppo lavoro.
Le cause di morte possono essere attacchi di cuore o ictus risultato di lunghi periodi di stress. Spesso però il super lavoro porta direttamente al suicidio, fenomeno per il quale esiste un’altra parola specifica, ? ? ??, karojisatsu. E mentre il Giappone sta tentando di aprire ai nuovi migranti (per lo più cinesi e filippini) per bilanciare il declino delle nascite e dunque delle nuove generazioni che si affacciano sul mondo del lavoro, anche gli stranieri cominciano a tremare per i trattamenti a cui potrebbero essere sottoposti, vedendo quanto è accaduto recentemente a una filippina di ventisette anni che ha fatto karoshi. I suoi straordinari avevano toccato il picco di 123 ore in un mese.
Un fenomeno diffuso
Il primo caso ufficialmente riconosciuto come suicidio per stress da lavoro nel Sol Levante fu registrato nel 1969, ma è solo un decennio più tardi (1978) che venne creato il vocabolo specifico karoshi e solo negli anni ’80 venne riconosciuto come un serio problema sociale, non a caso proprio durante il boom economico.
In quegli anni alcuni dirigenti aziendali di alto livello erano morti senza alcun accenno di malattia pregressa. Queste morti vennero riprese dai media suscitando una crescente preoccupazione. È a questo punto che il governo iniziò la raccolta e la pubblicazione di informazioni sul karoshi come possibile causa di morte.
In un recente sondaggio del governo giapponese – una ricerca mirata a circa 10.000 aziende e 20.000 lavoratori – si è dimostrato che un quinto dei dipendenti del paese deve vedersela con il rischio di morte da superlavoro.
Lo studio ha rilevato che circa il 22 per cento dei dipendenti giapponesi accumula più di 50 ore al mese di straordinari, mentre nel Regno Unito e in Francia le percentuali sono del 10-15 per cento.
Il 22,7 per cento delle imprese ha riferito che alcuni dei loro impiegati producono più di 80 ore di straordinario al mese. Queste 80 ore – circa quattro ore al giorno da aggiungere al normale orario di ufficio – sono ufficialmente conosciute come soglia oltre la quale il rischio di darsi la morte si intensifica in modo drammatico.
Il top delle aziende stacanoviste sarebbe però il 12% del totale, quelle i cui dipendenti toccano la vetta delle 100 ore di straordinari al mese. Quasi il 30 per cento di questi dipendenti oberati di lavoro sono impiegati nel settore Information Technology e delle comunicazioni, come anche quelli del mondo accademico, dei servizi postali e di trasporto.
Va aggiunto che il lavoro supplementare di ogni impiegato è composto anche da straordinari non dichiarati, detti furoshiki, (nome che deriva dalla tradizionale stoffa giapponese per avvolgere – dunque nascondere – scatole o regali). E tantissime sono le ore di straordinario che non vengono registrate e che quindi non vengono prese in considerazione dalle statistiche.
Ora l’obiettivo del governo giapponese è quello di abbassare la percentuale di dipendenti che lavorano più di 60 ore alla settimana per arrivare a una soglia «salutare» del cinque per cento del totale dei lavoratori.
Super lavoro, storia antica
Il mondo del super lavoro in Giappone non è però una realtà recente, risale a prima della seconda guerra mondiale, in un periodo dove le leggi sul lavoro appena esistevano. Quel periodo è stato immortalato sia nel cinema che in letteratura. Su tutti spicca il saggio di Tsuneichi Miyamoto, Nihon zankoku Monogatari (Racconti crudeli dal Giappone). Miyamoto descrive nei minimi dettagli la situazione dei lavoratori sfruttati negli anni precedenti la guerra. In quelle storie ci troviamo di fronte a una realtà brutale in cui uomini e donne, giovani e vecchi, venivano spogliati dei loro diritti e costretti a turni massacranti di 15 ore al giorno.
Erano gli anni ’20, quando si lavorava gomito a gomito all’interno di fabbriche tessili improvvisate in spazi ridottissimi. Non erano rare le epidemie di colera e tubercolosi che decimavano in pochissimo tempo i lavoratori. Chi si ammalava veniva semplicemente abbandonato. In questo sistema di lavoro molti si suicidavano.
Ma il Giappone di oggi non ha apparentemente nulla a che fare con quello di un secolo fa, e i giovani giapponesi non fanno certo i lavori massacranti dei loro antenati, lavori oggi svolti quasi totalmente da immigrati stranieri.
In più il curriculum di Matsuri era invidiabile: laureata nella più importante università del paese, giovanissima, aveva trovato impiego nella più grande agenzia pubblicitaria del Giappone. Nonostante il clamore suscitato dalla sua morte e, conseguentemente, da tutto ciò che di torbido è emerso sulla compagnia per la quale lavorava, sono tantissimi i giovani che ancora oggi ambiscono lavorare per quell’azienda.
Vita e lavoro
Una possibile spiegazione di questo atteggiamento apparentemente irragionevole la si può ricavare da un recente sondaggio. Si è dimostrato come il 90% dei lavoratori giapponesi non comprenda affatto il concetto di equilibrio tra tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla vita privata, in quanto per molti il lavoro coincide esattamente con la propria esistenza: quattro su cinque dipendenti sono pronti ad annullare tutti i propri impegni pregressi nel caso venisse chiesto loro di fare degli straordinari.
Lo sa bene Emiko Teranishi, 67 anni, a capo di una rete nazionale di familiari delle vittime di karoshi, la quale ha recentemente raccontato la vicenda di suo marito. Era un manager in un ristorante di soba noodle (tagliatelle giapponesi) nella prefettura di Kyoto, lavorava più di 4000 ore l’anno (oltre 10 ore al giorno nei 365 giorni dell’anno, ndr). Si è suicidato in seguito a una lunga depressione dovuta alla mancanza di sonno causata dal troppo lavoro.
Solo pochi giorni prima della sua morte il marito aveva avuto il coraggio di parlare con il proprio capo circa i propri disturbi di salute: non aveva più appetito, non riusciva a dormire ed era esausto.
Una società gerarchizzata
Ma perché i lavoratori si lasciano convincere così facilmente a compiere straordinari oltre le proprie forze fisiche e mentali? Solo dieci anni fa tutti gli analisti di questo fenomeno avrebbero risposto: per mostrare la fedeltà alla loro azienda. Ma oggi la flessibilità lavorativa è una realtà anche in Giappone, e un impiego a vita per la stessa azienda è un fatto più unico che raro, la risposta va cercata nel rispetto che i subalterni nutrono verso i propri superiori.
Basta pensare che già a partire dalle scuole medie, cioè ad appena 12 anni, si viene educati al valore e al rispetto assoluto della gerarchia sociale: ogni studente infatti deve rivolgersi al proprio compagno/a di età superiore (basta anche un solo anno) con un linguaggio formale (keigo) ovvero mostrando una riverenza implicita già a partire dalla scelta delle parole. Questa formalità viene abbandonata solo nel caso in cui la persona che si trova nella posizione gerarchica superiore ne concede la possibilità.
I giovani a rischio
E non c’è da meravigliarsi che a togliersi la vita siano i più giovani. In Giappone infatti i ragazzi già un anno prima della laurea iniziano a partecipare a dei colloqui di lavoro chiamati shukatsu. Lo shukatsu comporta intensi colloqui con decine di aziende. È un lavoro vero e proprio – ci sono decine di manuali su come prepararsi al meglio per lo shukatsu – che comporta stress elevatissimi.
Ragazzi appena laureati e già in recruit suit (uniforme nera standard che si indossa durante la ricerca di lavoro), affrontano decine di colloqui con la più grande paura: quella di non riuscire a trovare immediatamente un buon lavoro. Ed è per questo che partecipano al maggior numero di colloqui possibile (mediamente sono 60), così da assicurarsi un impiego anche al di là dei propri interessi di studio: ciò che conta è tornare a casa e mostrare ai propri genitori un posto sicuro sul quale poter costruire un futuro.
Un professore di una nota Università giapponese ha recentemente innescato una polemica ribadendo come quella dei ventenni di oggi sia una generazione di sfaticati che rispetto alle vecchie generazioni non avrebbe la stamina sufficiente per compiere il proprio dovere (vedi appunto le decine di ore di straordinari). Molti giovani hanno trovato il coraggio, anche grazie all’anonimato di cui godono nei social media, di far notare a quel professore come al giorno d’oggi è anche abbastanza normale che le ore di lavoro si riducano semplicemente perché gli strumenti tecnologici permettono a un impiegato di produrre molto di più di quanto non avvenisse trent’anni fa.
Riforma del lavoro
In ogni caso dopo l’ultimo scandaloso caso di suicidio per troppo lavoro il governo sembra aver finalmente preso atto della situazione, «La riforma del lavoro non è solo un problema sociale, è di tipo economico», ha detto recentemente il primo ministro Shinzo Abe ai giornalisti, «se rivediamo le regole del lavoro straordinario potremo migliorare l’equilibrio tra tempo dedicato alla vita e al lavoro, rendendo più facile per i dipendenti – tra cui donne e anziani – avere un lavoro sereno».
Cinquanta aziende, tra cui i grandi gruppi Daiwa Securities Group Inc. e Seven & I Holdings Co., hanno firmato un accordo per eliminare addirittura gli straordinari.
La Yahoo Japan Corp. sta prendendo in considerazione la possibilità di introdurre una settimana lavorativa di soli quattro giorni. Perfino il nuovo governatore di Tokyo, Yuriko Koike, ha recentemente messo per iscritto che il personale negli uffici governativi non può restare a lavoro oltre le otto di sera.
Questi sono tutti piccoli segnali ma se messi insieme dicono che forse, gradualmente, le cose in Giappone sul fronte del lavoro, possono davvero migliorare.
Cristian Martini Grimaldi*
____________ * Scrittore e giornalista. Ha vissuto negli Stati Uniti, India, Corea, Cina. Vive a Tokyo. Collabora con varie testate italiane ed estere, si occupa di cultura, religione, condizione delle minoranze e diritti umani in Asia ed Estremo Oriente (da www.huffingtonpost.com).