Pyongyang e la pandemia:

Dai missili al coronavirus

testo di Piergiorgio Pescali |


Stretto tra la Cina e la Corea del Sud, il paese ha affrontato il coronavirus con misure molto drastiche. Pur avendo come fattori negativi anche le sanzioni internazionali, un fragile Sistema sanitario e problemi cronici come la malnutrizione, Pyongyang pare aver retto l’urto.

La Corea del Nord ha considerato il Sars-CoV-2 (il virus che causa la malattia Covid-19) come una minaccia per la propria sicurezza nazionale immediatamente dopo la notizia della virulenza con cui si stava espandendo. Gli organi d’informazione hanno chiesto alla popolazione di mostrare uno «spirito rivoluzionario» nel contrastare quella che è stata definita come un’«emergenza nazionale». Nonostante la sua economia dipenda quasi esclusivamente dal commercio con la Cina, Pyongyang non ha esitato a sigillare le proprie frontiere con Pechino e con la Russia sin dalla fine di gennaio, annullando tutti i pacchetti turistici e gli incontri diplomatici in programma.

Per una nazione soggetta a embargo internazionale da parte delle Nazioni Unite, la decisione di chiudere le porte al turismo non è cosa da poco: nel 2019 circa 350mila cinesi hanno visitato il paese e l’industria turistica ha portato nelle affamate casse nordcoreane 175 milioni di dollari. Una boccata d’ossigeno non indifferente per un’economia sempre alla ricerca di valuta pregiata, eppure il governo nordcoreano non ha esitato un attimo nel prendere le misure necessarie per contrastare una possibile epidemia.

Dopo la serrata internazionale è stato il turno delle scuole e dei principali centri di aggregazione sociale, ritenuti non indispensabili per la sopravvivenza quotidiana dei 25 milioni di nordcoreani, arrivando ad ordinare la quarantena a trecentottanta stranieri residenti nel paese e circa settemila persone nelle provincie settentrionali e meridionali di Phyongan e di Kangwon. Sono queste le zone considerate più a rischio: Kangwon confina con la Corea del Sud, mentre le provincie di Phyongan sono attraversate dalle arterie principali che collegano la Corea del Nord con la Cina. Sinuiju, il capoluogo con 360mila abitanti, è la città più esposta al contagio: al di là del fiume Yalu, lungo le cui rive si sviluppa il centro urbano, c’è la metropoli cinese di Dandong, due milioni e mezzo di abitanti molti dei quali hanno attività commerciali collegate alla Corea del Nord.

Durante i periodi normali, quando il confine rimane aperto, migliaia di persone passano da una parte all’altra del fiume. Chiaro, quindi, che le autorità nordcoreane siano state particolarmente apprensive verso questa zona a rischio. Proprio da qui, secondo un rapporto non confermato del Daily NK (sito sudcoreano specializzato in notizie sulla Nord Corea, ndr), sarebbe partito il primo focolaio che avrebbe infettato il paese estendendosi nella zona a economia speciale di Rason, nella città di Heju, nella provincia di Hwanghae meridionale e nella stessa capitale del paese. Notizie che non sono state ufficialmente confermate. Tuttavia, è assai improbabile che un virus assai contagioso come il Sars-CoV-2 possa essere stato contenuto al di fuori delle frontiere nazionali, soprattutto in un paese schiacciato tra due degli stati più colpiti dalla malattia.

Se i 238 chilometri di confine condivisi con la Corea del Sud non rappresentano un grosso problema, in quanto divisi da una zona demilitarizzata invalicabile, controllare 1.416 chilometri di confine con la Cina è praticamente impossibile e il fiorente commercio clandestino tra i due paesi non gioca a favore delle restrizioni imposte da Pyongyang.

Le politiche di contenimento messe in atto dal governo hanno, però, funzionato grazie a diversi fattori tra cui la coesione culturale e l’orgoglio nazionale attorno a cui è stata plasmata la società nordcoreana durante l’arco della sua storia attraverso le visioni e le idee imposte dai leader che si sono succeduti dal 1948 ad oggi. Era già accaduto durante l’Ardua Marcia, il periodo di profonda crisi economica accompagnato da una terribile carestia tra il 1994 e il 1999 quando, anziché ribellarsi alle autorità, i nordcoreani si sono riorganizzati all’interno del sistema avviando una serie di riforme sociali ed economiche che hanno costituito le fondamenta dell’attuale struttura nazionale.

Ricercatori ala lavoro su nuovo disinfettante / Photo by KIM Won Jin / AFP

Propaganda e timori (taciuti)

La lotta contro la propagazione del virus è funzionale anche alla propaganda di Pyongyang: ogni giorno gli organi di Stato informano la popolazione sul numero sempre maggiore di contagiati e di morti in Corea del Sud, enfatizzando il sistema nordcoreano che sta «adottando tutte le misure necessarie per proteggere il popolo».

Paradossalmente il sistema dittatoriale e fortemente centralizzato che governa la nazione, si è mostrato più efficace e agile rispetto ai sistemi democratici nel fronteggiare la crisi virale (Vedi più sotto: Collettivismo vs individualismo). Mentre in Europa si discuteva su quali fossero le misure più appropriate a livello etico, politico ed economico da adottare per debellare il contagio perdendo tempo prezioso, in Corea del Nord le poche persone al comando decidevano e imponevano azioni. In pochi giorni l’intero paese ha adottato i provvedimenti emanati dall’unica linea di comando dell’emergenza coadiuvata da équipe di scienziati ed esperti sanitari. Sono stati predisposti presidi medici in tutte le provincie, il Centro epidemiologico di Pyongyang ha allestito succursali nelle zone più a rischio e centinaia di volontari della Croce Rossa sono stati mobilitati per dare manforte alle squadre inviate per informare la popolazione come difendersi dal contagio. Ciò che veniva imposto dall’alto doveva essere adottato senza se e senza ma. In questo modo l’emergenza è stata affrontata, contrastata e, a quanto risulta, vinta.

Il timore della dirigenza nordcoreana è che un’espansione incontrollata del Sars-CoV-2, come è accaduta in Cina e in Corea del Sud, faccia collassare il già precario sistema sanitario nazionale.

L’economia del paese, pur crescendo con una media annua del 5-7%, è ancora estremamente fragile e le sanzioni imposte dalle Nazioni unite rendono questo sviluppo fluttuante e discontinuo. Il riflesso sul sistema sanitario è diretto: negli ospedali mancano strumentazioni e apparecchiature, spesso non c’è riscaldamento (il petrolio e suoi derivati sono prodotti sottoposti ad embargo) e il personale medico è ormai risicato. Per far fronte alla penuria di farmaci Ebm (Evidence-based medicine, i prodotti approvati dall’Oms) l’industria farmaceutica ha potenziato la produzione delle cosiddette medicine Koryo, preparati a base di ingredienti naturali secondo antiche tradizioni popolari che però spesso risultano inefficaci nella cura di malattie.

A Pyongyang, acquisto di fiori per la Giornata internazionale della donna / Photo by KIM Won Jin / AFP

Anziani trascurati

Il ministero della Sanità ha stabilito che, per tenere sotto controllo la salute della popolazione, servirebbe un medico ogni 130 famiglie, un rapporto che dalla fine degli anni Novanta non è mai stato raggiunto. Inoltre, il sistema sanitario nordcoreano si è storicamente concentrato sulla salvaguardia delle fasce più giovani della popolazione, soprattutto nella fase neonatale. I poster dei leader (in particolare Kim Il Sung) circondati da folle di bambini sorridenti ed entusiasti sono divenuti una costante nella propaganda nordcoreana, mentre quasi mai vengono ritratti anziani. La facilità con cui la malattia Covid-19 colpisce persone meno giovani trova del tutto impreparata la sanità nordcoreana: il 14% della popolazione ha più di sessant’anni, ma la percentuale dovrebbe raddoppiare entro il 2030 secondo le previsioni statistiche. Il 37% di loro ha una disabilità ed è costretto a vivere con i figli; la famiglia rimane, quindi, un punto importante nell’assistenza sociale e sanitaria del paese.

Anche le fasce più giovani, però sarebbero colpite in modo aggressivo in caso di diffusione virale. Sebbene negli ultimi anni la mortalità infantile sia diminuita, nelle campagne rimane 1,2 volte maggiore che in città. Sono aumentate anche le vaccinazioni e i servizi di ostetricia, ma le cause principali di mortalità infantile continuano ad essere polmoniti e diarrea. E le polmoniti, si sa, sono proprio le malattie tipiche su cui si sviluppa il Covid-19. La diarrea, invece, è causata dalla mancanza di accesso ad acqua potabile e alle precarie condizioni igieniche, non solo in famiglia, ma all’interno stesso delle strutture sanitarie. La Fao stima che il 23% della popolazione (5,7 milioni di persone) non può contare su servizi igienici adeguati e quasi tre milioni di nordcoreani non hanno accesso diretto all’acqua nelle loro abitazioni.

Una volta passata la fase di contenimento del virus Kim Jong Un dovrà quindi ripensare a un sistema di assistenza sociale che tenga conto anche delle generazioni di età più avanzata, ma anche a una maggiore tutela generale della popolazione. Un aiuto potrebbe arrivare dalla scienza.

Sotto l’attuale leader, le discipline scientifiche e tecnologiche in Corea del Nord hanno avuto uno sviluppo considerevole soprattutto, ma non solo, per la scelta di adottare un programma di politica nucleare. Le decisioni prese dal governo hanno portato la Corea del Nord a incentivare tutte le attività scientifiche collegate al programma atomico, dalle facoltà universitarie ai centri di ricerca. Le ricadute di queste ricerche si sono ripercosse anche su ambiti non prettamente militari, come gli studi sanitari.

Senza, però, un’apertura al commercio e agli scambi internazionali sarà difficile per il paese asiatico risalire la china di un pozzo di cui intravede la luce, ma lungo le cui pareti è difficile arrampicarsi.

Bambino controllato all’aeoporto / Photo by KIM Won Jin / AFP

Le sanzioni e l’ambiguità degli Stati Uniti

Nel dicembre 2019, l’ambasciatore cinese all’Onu, Zhang Jun, ha chiesto all’Assemblea generale di togliere temporaneamente le sanzioni imposte dalla comunità internazionale così da aiutare Pyongyang nella lotta contro il Covid-19. Il Dipartimento di stato Usa ha però negato il consenso affermando che non è ancora giunto il tempo per rimuovere i paletti economici che puniscono l’economia nordcoreana.

Di diverso avviso sembra invece essere lo stesso presidente Trump, che sempre più spesso si trova in contrasto con la sua stessa amministrazione. In nome dell’amicizia che lo lega a Kim Jong Un, il presidente statunitense si è impegnato personalmente a far arrivare aiuti al giovane collega asiatico, così come nel 2019 si era opposto efficacemente all’inasprimento delle sanzioni contro la Corea del Nord come richiesto dal Dipartimento del tesoro.

Pochi giorni dopo il pronunciamento di Trump e la sua dichiarazione di non essere interessato a incontrare di nuovo Kim Jong Un prima delle elezioni di novembre, il leader nordcoreano ha inviato al suo collega sudcoreano Moon Jae-in una lettera.

Nelle righe, oltre ad esprimere le condoglianze alle vittime del coronavirus, Kim si preoccupava della salute del presidente sudcoreano e si diceva ottimista sul futuro delle relazioni con Seul. Un cambio di rotta radicale, a cui peraltro chi si occupa di affari coreani è abituato, rispetto alle dichiarazioni di pochi giorni prima espresse da Kim Yo Jong, la sorella minore di Kim Jong Un, nelle quali esprimeva, in toni non proprio conciliatori, il proprio disappunto verso le proteste avanzate dal governo di Seul riguardo i lanci missilistici nordcoreani.

CC BY-SA / Ryan Hodnett

la difficile lotta  alla malnutrizione

L’attenzione mostrata verso il coronavirus non ha però allontanato altri problemi cronici di cui è malata la nazione, primo fra tutti la malnutrizione. Dopo essere riuscita a debellare malattie come il morbillo e la malaria, a diminuire la Tbc e a sconfiggere la morte per inedia che ha falcidiato nella seconda metà degli anni Novanta tra le 300mila e le due milioni di persone, Pyongyang oggi deve fare i conti con la scarsità alimentare.

Secondo la Fao circa dieci milioni di nordcoreani necessitano di assistenza alimentare e sei milioni di questi rientrano nelle fasce più vulnerabili, tra cui 1,7 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni d’età e 342mila donne incinte. La malnutrizione dei bambini al di sotto dei cinque anni non è dovuta tanto alla mancanza di cibo, quanto alla qualità dei servizi sanitari, alla mancanza di medicine, di integratori e alla discontinuità con cui il cibo è disponibile.

Ci sono periodi in cui si ha grande abbondanza di cibo, durante i quali i genitori cercano di sovralimentare i figli, alternati ad altri periodi invece in cui la scarsità di alimenti fa esplodere situazioni di grave sottoalimentazione. Questa discontinuità influisce negativamente sulla crescita della popolazione più giovane.

La lotta al Sars-CoV-2 potrebbe, quindi, rappresentare un modo anche per ricompattare il fronte degli aiuti umanitari per garantire alla Corea del Nord un futuro più sereno e accelerare uno sviluppo sociale, oltre che economico, già in atto, ma non privo di ostacoli. Non tutti causati dal regime di Pyongyang.

Piergiorgio Pescali

© Devrig Velly EU-ECHO


Oriente e Occidente

Collettivismo versus individualismo

Questi mesi di pandemia da coronavirus hanno messo in evidenza grandi differenze tra Oriente e Occidente. Una diversità non solo politica, ma culturale.
Le modalità della lotta al Covid-19 hanno suscitato molte polemiche e critiche, come del resto è logico che sia in una società democratica e fortemente individualista come quella Occidentale. Nonostante si parli sempre più di Europa unita come entità sovranazionale, in questo frangente (come in molti altri) non c’è stata alcuna direttiva imposta da Bruxelles sul comportamento da tenere per contrastare il coronavirus. Ogni stato ha agito secondo le proprie direttive, spesso in contrasto con quelle del vicino. L’Italia ha adottato un sistema di contenimento simile a quello cinese, anche se non altrettanto drastico: chiusura delle attività ritenute non essenziali, delle scuole, restrizione negli spostamenti. Con la furbizia che ci contraddistingue migliaia di persone, appena subodorato il primo decreto restrittivo del governo, hanno preso d’assalto treni per fuggire dalla cosiddetta zona rossa per ritrovarsi, pochi giorni dopo, in un’altra zona rossa. I cinesi, invece, hanno accolto l’imposizione del governo centrale con più senso civico e, oserei dire, coraggio. Forti dell’esperienza della Sars 2003, dopo l’evidenza del nuovo virus (pur con tutti i ritardi addebitati al governo centrale) Pechino ha imposto senza indugi il coprifuoco mobilitando in massa anche l’esercito. La cultura asiatica è basata su un caposaldo: il rispetto del bene comune e della collettività.

La popolazione, da sempre più numerosa rispetto a quella europea, ha una concentrazione demografica che ha costretto a far fronte a piaghe sociali, economiche e sanitarie durante l’arco della sua storia. Inoltre l’economia risicola ha imposto uno stile di vita comunitario coordinando collettivamente le fasi di lavorazione delle risaie: aratura, trapianto, irrigazione, raccolto devono essere programmate collettivamente. Ne consegue che la libertà individuale in Asia viene sottomessa a quella sociale. Inoltre il pensiero cinese, basato sul «Dao» (armonia, equilibrio, per il taoismo ma anche per il confucianesimo), è molto più mobile e agile rispetto a quello occidentale del «Logos». La società cinese si trasforma e si adatta ai cambiamenti molto più di quanto faccia la nostra: mentre noi contiamo singole menti brillanti puntando sulla creatività della singola persona, in Asia (Cina, Corea, Giappone, Vietnam, Laos) il lavoro di squadra è sempre stato la forza trainante dello sviluppo. Mentre da noi si impiegano settimane solo per decidere se e quali locali destinare ad emergenze ospedaliere, in Cina sono bastati pochi giorni per costruire interi reparti sanitari. Ciò che conta per il sistema cinese è mantenere la stabilità sociale e l’armonia anche a costo di limitare le libertà individuali. La democrazia impone lunghi ed estenuanti dibattiti prima di adottare decisioni; il sistema comunitario orientale (che è comune a tutta l’Asia, anche se rafforzato in Cina dall’autoritarismo del partito unico) detta le regole dall’alto secondo un sistema antico e collaudato. E in Asia, nata e costruita su fondamenta culturali assai diverse da quelle occidentali, spesso funziona.

Piergiorgio Pescali

© Roman Harak




Teocrazia e Petrocrazia

testi di: Adel Jabbar, Angelo Calianno, Francesco Gesualdi, Maria Chiara Parenzo, Paolo Moiola. A cura di: Paolo Moiola |


introduzione / Leader inadeguati Trump – Khamenei, i due ayatollah.

Le radici storiche della situazione attuale Un mosaico ricco di sbagli e di petrolio.

Nessuno tocchi WhatsApp.

Vivere oggi a Teheran Nati dopo la rivoluzione.

Tra guerre e nuove alleanze  Sua maestà il petrolio.

 

introduzione / Leader inadeguati

Trump – Khamenei, i due ayatollah

© Gage Skidmore

L’ ayatollah Seyyed Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica islamica dell’Iran, sostiene che votare è anche un «dovere religioso» (come riferito dalla Islamic republic news agency, Irna, l’agenzia iraniana ufficiale). Un uso strumentale della religione è cosa «normale» in una teocrazia. Ancora più «normale» è che i potenziali candidati siano costretti a passare attraverso le forche caudine del Consiglio dei guardiani. Con un risultato: i pochi iraniani che lo scorso 21 febbraio sono andati al voto, hanno trovato sulla scheda soltanto candidati conservatori, essendo stati esclusi prima della competizione elettorale tutti gli altri. A elezioni concluse, la Guida suprema ha sentenziato che «la religione è la fonte assoluta di una democrazia totale» (Irna, 23 febbraio). Criticare il regime teocratico iraniano non significa però esaltare automaticamente la controparte statunitense, considerata la democrazia per antonomasia.

Nel suo pomposo, esagerato ed egocentrico discorso sullo «Stato dell’Unione» (lo scorso 4 febbraio), Donald Trump si è vantato di aver deciso da solo l’operazione che ha portato all’uccisione del generale iraniano Soleimani. Ha poi sottolineato che le sanzioni statunitensi stanno mettendo in ginocchio l’economia iraniana e, non contento, ha aggiunto che forse gli iraniani sono troppo orgogliosi o troppo stupidi per chiedere aiuto. Un aiuto – precisiamo noi – oggi ancora più necessario vista la diffusione nel paese dell’epidemia da coronavirus.

© Babak Fakhamzadeh

Khamenei è l’ayatollah ufficiale, a capo di un regime teocratico che sottomette i propri cittadini agli interessi di una casta, Trump è un ayatollah honoris causa perché subordina ogni cosa del mondo all’interesse statunitense. Se un tempo gli Stati Uniti erano considerati gli sceriffi del pianeta, oggi si presentano come giudici urbi et orbi. L’utilizzo delle sanzioni economiche e finanziarie è soltanto uno dei sistemi antidemocratici usati a propria discrezione dal presidente Trump. Antidemocratici perché si ripercuotono sulle popolazioni, antidemocratici perché colpiscono anche le imprese di paesi terzi (gli alleati europei tra essi) che osino continuare a lavorare con gli stati sanzionati.

Ma le similitudini non finiscono qui. Anche Trump come Khamenei usa la religione per i propri fini. Numerosi suoi funzionari hanno dichiarato che lui «è il prescelto». Rick Perry, già governatore e segretario all’energia, ha affermato in televisione che Trump è stato installato nell’Ufficio ovale (della Casa Bianca) da Dio.

Per essere consigliato al meglio in materia religiosa e raccogliere consensi nell’anno elettorale, lo scorso 31 ottobre il presidente Usa ha assunto nella propria amministrazione Paula White, nota televangelista e commerciante della fede (libri, Cd, collane, ecc.), già pastora di una chiesa evangelica della Florida (poi chiusa per fallimento). Una signora che, a gennaio (il 5), ha parlato tra l’altro di «gravidanze sataniche» e «grembi satanici» (costretta poi a rettificare).

Khamenei e Trump sono due ayatollah che riescono addirittura a farci guardare con occhi meno severi i nostri politici. O, per meglio dire, almeno una parte di essi.

Paolo Moiola


Le radici storiche della situazione attuale

Un mosaico ricco di sbagli e di petrolio

Difficile trovare un altro luogo tanto instabile quanto il Medio Oriente. È così dal 1920, ma dal 1979 la precarietà si è aggravata e gli attori coinvolti si sono moltiplicati. La soluzione pare lontana, mentre le condizioni di vita delle popolazioni sono sempre più drammatiche.

L’area del Vicino Oriente, comunemente chiamata Medio Oriente, è stata uno degli scenari principali della Grande guerra. Gli assetti statuali odierni sono il risultato della spartizione dei possedimenti dell’Impero ottomano tra le potenze vincitrici, ovvero Francia e Regno Unito. Ciò determinò enormi cambiamenti, nuove aree di influenza e soprattutto una endemica instabilità.

Il Medio Oriente costituisce un nodo strategico per il controllo delle vie di comunicazione che collegano tre continenti: Asia, Africa ed Europa; per cui numerosi attori della politica mondiale entrano in forte concorrenza tra di loro. Inoltre, in questa vasta area si trovano i maggiori giacimenti mondiali di petrolio e di gas naturale, rendendola una zona primaria per l’approvvigionamento energetico. Le tensioni risalenti già all’epoca della guerra fredda hanno subito un inasprimento con la guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), e si sono ulteriormente accentuate dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. La prima guerra del Golfo (Iraq-Kuwait, 1991), l’occupazione statunitense dell’Afghanistan nel 2001 e successivamente quella dell’Iraq nel 2003 sono stati degli avvenimenti devastanti che hanno costretto tutti i protagonisti a rivedere le proprie posizioni.

L’Iran e le sue ambizioni

In questo quadro si inserisce l’Iran con le sue aspirazioni da protagonista utilizzando in modo strumentale l’appartenenza allo sciismo, corrente minoritaria nel mondo islamico, per esercitare una certa egemonia sulle popolazioni che, in vari modi, aderiscono a questa confessione al fine di rafforzare il proprio ruolo come potenza regionale.

Lo stesso paese degli ayatollah gode di una collocazione geografica che permette l’accesso a importanti giacimenti petroliferi, oltre al fatto che una parte del suo territorio si affaccia su vie di comunicazione strategiche come lo Stretto di Hormuz, un crocevia decisivo per il trasporto del greggio. L’Iran, inoltre, si affaccia sul Golfo Arabico, l’Oceano Indiano, il Mar Arabico e il Mar Caspio. Esso rappresenta, infine, uno dei più grandi paesi della regione con una superficie di circa 1,6 milioni di km2 (oltre 5 volte l’Italia) e una popolazione di più di 81 milioni di abitanti. L’economia iraniana – che, a fasi alterne, subisce embarghi e sanzioni dettate dagli Stati Uniti e da diversi altri paesi, inclusi paesi europei, ormai da decenni – riesce ancora a reggere. Infatti, malgrado la sua dipendenza dalle entrate della vendita del petrolio spesso soggette a restrizioni e fluttuazioni del prezzo, ha raggiunto un discreto sviluppo negli ultimi anni, grazie anche ai rapporti politici e agli scambi economici con paesi quali Russia, Cina e India. Segni manifesti di mire egemoniche in Medio Oriente sono emersi subito dopo la rivoluzione islamica iraniana del 1979, quando allo scopo di diffondere gli ideali della rivoluzione, in particolare nei paesi arabi, i mullah si dichiararono difensori degli interessi dei musulmani. In questo senso l’Iran ha sostenuto e sostiene con diversi mezzi la formazione di Hezbollah, diventata ormai una forte presenza nello scacchiere del Medio Oriente, impegnata a liberare i territori libanesi occupati da Israele e a difendere la sovranità del Libano. Inoltre, garantiscono un importante supporto alla formazione degli Huthi nello Yemen e ai movimenti palestinesi Hamas e dello Jihad Islamico, malgrado questi ultimi appartengano alla corrente sunnita maggioritaria dell’Islam.

L’occasione a lungo attesa per occupare il ruolo guida nella regione, si è presentata infine con gli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001 che hanno dato avvio alla cosiddetta «guerra al terrorismo» attraverso l’invasione americana dell’Afghanistan e la successiva occupazione dell’Iraq nel 2003. Per rafforzare il suo ruolo di potenza regionale, l’Iran si è tra l’altro impegnato a sviluppare un’importante industria bellica e a investire risorse per aumentare la propria capacità militare.

In tal senso va compreso anche il suo impegno nell’ambito della ricerca nucleare. Tale impegno ricopre anche la funzione di affrontare le sfide poste dalle politiche degli Stati Uniti e del suo alleato israeliano, specialmente in considerazione del fatto che quest’ultimo è in possesso di armi nucleari.

© foto Rnw

Le divisioni dottrinali non spiegano tutto

La politica dello stato iraniano si basa sulla concezione del «velayat-e faqih» ovvero dell’autorità della Guida suprema sciita, sia a livello nazionale che a livello delle comunità sciite internazionali. L’Iran si è posto diversi obiettivi: propagare il pensiero della rivoluzione islamica iraniana e sostenere i suoi alleati politicamente ed economicamente, diffondere la concezione dello sciismo facendo leva sulle varie galassie sciite e in particolare sulla difesa del suo principale alleato siriano. Tale ottica è divenuta una fonte di preoccupazione per gli stati limitrofi della regione. Attualmente infatti l’autorità della Repubblica Islamica sta facendo molti sforzi per supportare alcuni movimenti militanti, di obbedienza iraniana, nell’ambiente sciita dei paesi vicini al fine di rafforzare le proprie posizioni. Questo attivismo trova il suo culmine in Siria già a partire dagli anni ‘80 considerata un alleato fondamentale all’interno del disegno espansionistico degli ayatollah. Alla Siria si è aggiunto poi l’Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e l’ascesa al potere a Baghdad dei movimenti d’ispirazione sciita e altri vicini alle posizioni iraniane, ormai divenuti per Teheran un elemento fondamentale al fine di propagare la propria influenza politica. Ciò spiega la soddisfazione del paese degli ayatollah nel vedere la scomparsa dell’ostacolo iracheno. L’Iran, infatti, malgrado la sua influenza nella vita interna dell’Iraq, non ha dimostrato particolare interesse né alla ricostruzione del paese né tanto meno alla formazione di una forte autorità che godesse del consenso della popolazione, in quanto una guida capace potrebbe rappresentare un nuovo concorrente con il quale dover competere per il controllo dell’area.

Un conflitto intra-islamico

Il contesto mediorientale attuale è diventato uno scenario di scontro tra innumerevoli belligeranti. Fondamentalmente si è di fronte ad un conflitto intra-islamico tra la Turchia, la Repubblica islamica dell’Iran e il Regno dell’Arabia Saudita. Ognuno di questi paesi (di cui il primo e il terzo di fede sunnita) persegue da una parte il mantenimento della propria posizione, dall’altra il raggiungimento di maggiori benefici. Va notato che anche la lettura che tende ad addebitare la causa della frattura tra l’Arabia Saudita e l’Iran alla divergenza dottrinale tra la maggioranza sunnita e la corrente minoritaria sciita, rischia di essere parziale e poco chiarificatrice, nel momento in cui la politica della Turchia diverge anche da quella saudita e da quella egiziana, pur essendo tutti e tre i paesi di orientamento sunnita. Mentre constatiamo, come abbiamo poc’anzi menzionato, l’appoggio iraniano a movimenti sunniti come Hamas e Jihad islamica in Palestina. Un ulteriore esempio, in questa direzione, è dato dalla posizione iraniana rispetto al conflitto del Nagorno-Karabakh, zona contesa tra l’Armenia cristiana e l’Azerbaijan islamico a maggioranza sciita. L’Iran, infatti, per motivi geostrategici, appoggia l’Armenia piuttosto che l’Azerbaijan.

Nessun vincitore, tanti perdenti

Come si evince da questa breve descrizione, il panorama politico medio orientale è carico di forti contrasti e contraddizioni, non da ultimo l’annoso conflitto israelo-palestinese che per decenni ha rappresentato la causa principale d’instabilità per tutta la regione.

Attualmente in Medio Oriente agiscono innumerevoli attori – grandi, medi, piccoli e piccolissimi – e ognuno di essi cerca di giocare al meglio le proprie carte, a volte in alleanze dichiarate, altre volte in accordi fatti dietro le quinte. In questo quadro va ricordato che anche la Federazione Russa e gli Stati Uniti hanno a disposizione dei giocatori locali che si muovono sullo scacchiere in funzione degli interessi degli uni o degli altri. Gli osservatori delle vicende del Medio Oriente si trovano quindi di fronte a un quadro di enorme complessità per cui è pressoché impossibile fare delle previsioni. Sperare in una schiarita nel prossimo futuro risulta arduo, vista anche la paralisi delle istituzioni internazionali e in particolare l’inerzia che distingue l’azione dell’Onu.

Non rimane altro che sperare nello sviluppo di un pensiero civile trasversale nei diversi paesi, capace di leggere e affrontare le drammatiche condizioni in cui versano le popolazioni del Medio Oriente.

Adel Jabbar


Medio Oriente ed Iran: date essenziali

  • 1299-1922 – Nascita e morte dell’Impero ottomano.
  • 1920-1923 – Spartizione dell’Impero ottomano con i trattati di Sèvres e Losanna.
  • 1979 – Rivoluzione islamica iraniana.
  • 1980-1988 – Guerra tra Iran ed Iraq.
  • 1990-1991 – Prima guerra del Golfo.
  • 2001, 11 settembre – Attacco alle Torri gemelle e inizio della «guerra al terrorismo».
  • 2003 – Seconda guerra del Golfo.
  • 2018, maggio – Gli Usa escono dall’accordo sul nucleare iraniano che era stato siglato nel luglio 2015.
  • 2019, 2 maggio – Sanzioni Usa per tutti i paesi che acquistano petrolio iraniano.
  • 2019, novembre – Proteste e disordini in Iran dopo l’annuncio dell’aumento dei prezzi.
  • 2020, 3 gennaio – Gli Usa uccidono il generale iraniano Qassem Soleimani.
  • 2020, gennaio – Nuove sanzioni Usa verso l’Iran.
  • 2020, 21 febbraio – Alle elezioni del parlamento iraniano partecipa soltanto il 42,57% degli aventi diritto. Era stato il 62% nel 2016 e il 66% nel 2012. La vittoria (scontata) va ai conservatori.
  • 2020, febbraio-marzo – Si diffonde l’epidemia da coronavirus.

 

Formazioni e partiti appoggiati dall’Iran:

  • Hezbollah – In Libano.
  • Huthi – In Yemen.
  • Hamas e Jihad islamico* – In Palestina e in Israele.
  • Partiti sciiti – In Iraq.
  • Alauiti – Gruppo sciita siriano cui appartiene anche il presidente Bashar al-Assad.

L’Iran ha rapporti buoni con il Qatar* e ondivaghi con Turchia* e Afghanistan*. I nemici per antonomasia sono invece: Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita*.
(*) paesi di fede sunnita.

© Stephen Melkisethian


Nessuno tocchi WhatsApp

La goccia è stata una tassa su WhatsApp, ma i problemi vengono da lontano. Un sistema politico confessionale, frammentato e corrotto e un’economia alla deriva (in bancarotta dal 9 marzo) hanno portato il Libano in piazza.

Beirut. Erano cominciate pacificamente le proteste in Libano. Subito dopo l’annuncio del governo sull’incremento delle tasse, il 17 ottobre, un milione e 200mila persone erano scese nelle piazze di tutte le città principali del paese.

Erano cominciate pacificamente, ma qualcosa, almeno nelle ultime settimane, è cambiato. Sulla strada che porta da Martyr Square, la piazza dei martiri, verso il Suq, la via principale dello shopping, la protesta ha preso una piega più rabbiosa e violenta: cancelli dei palazzi sradicati e usati come scudi contro la polizia, asfalto frantumato per poterne lanciare i pezzi, vetrine di negozi e banche distrutte. Ogni notte, dopo la fine delle proteste, strade e piazze somigliano a un campo di battaglia.

Seguo l’evolversi delle manifestazioni dalla metà di dicembre. Da allora, nuovi gruppi di ragazzi si sono uniti alle proteste e il modo di contestare è cambiato nel tono e nell’intensità. In particolare, c’è stato un incremento del vandalismo dal fine settimana del 18 gennaio, da quella che è stata soprannominata «The Week of Rage», la settimana della rabbia. Insieme a donne, bambini e anziani, ci sono gruppi di ragazzi che costantemente cercano lo scontro con le forze dell’ordine. Sassi, vasi di fiori, segnali stradali, estintori, qualsiasi cosa viene lanciata contro le forze dell’ordine che rispondono con idranti, lacrimogeni e, ultimamente, con proiettili di gomma. Nel fine settimana del 25 di gennaio, diversi ragazzi hanno perso un occhio, proprio per l’uso di questi proiettili «non letali».

Tutto si ripete in una specie di routine quotidiana con i cortei che si avvicinano e arretrano, a seconda della risposta della polizia. È diventato così sistematico che, all’interno delle manifestazioni, ci sono anche ambulanti che vendono acqua e cibo, altri vendono mascherine per proteggersi dai gas. Altri ancora distribuiscono pezzi di cipolla cruda che, se respirati, dovrebbero alleviare gli effetti dei lacrimogeni.

Come si è arrivati a tutto questo? Quali sono le origini di tanta rabbia, chi sono i ragazzi degli ultimi gruppi più violenti?

Un maronita, uno sciita, un sunnita

La scintilla che ha fatto scoppiare il caos è stata l’annuncio del governo di un aumento,
programmato per marzo 2020, delle tasse su benzina, tabacco, internet e varie applicazioni social come WhatsApp.

Questa notizia ha portato un numero mai visto di persone nelle piazze. Tutto quello che è accaduto dal 17 ottobre in poi, è stato un crescere di malcontento e rabbia per una situazione sociale precaria, che in realtà va avanti da almeno un paio d’anni.

Il Libano ha un’economia pressoché stagnante: altissimi tassi bancari, razionamento di acqua ed elettricità, un cambio teoricamente fisso con il dollaro (= 1.518,08 lire libanesi). Inoltre, il paese ha un tasso di disoccupazione che supera il 47%, e il terzo debito pubblico più alto al mondo: 151% del Pil a fine 2018.

Come se tutto questo non bastasse, poco prima dell’annuncio sull’aumento delle tasse, una serie di incendi, molto probabilmente dolosi, ha sconvolto la zona dei parchi naturali con soccorsi arrivati in ritardo, mezzi antincendio ed elicotteri da milioni di dollari, rimasti fermi per mancanza di manutenzione. Questo evento ha mostrato, ulteriormente, l’incapacità dell’esecutivo ad agire in un momento di crisi. Il governo, insieme alle banche, è uno dei principali accusati per questa economia al collasso.

Il governo libanese è settario, per l’articolo 24 della Costituzione del 1926 e successivi accordi, il sistema è formato in modo da dare a tutte le confessioni religiose – sono 18 – una rappresentanza. Così i seggi in parlamento sono divisi proporzionalmente tra cristiani e musulmani e, a loro volta, tra i sottogruppi. Ad esempio, tra i cristiani, abbiamo: armeni, greco ortodossi, maroniti, ecc. I musulmani invece annoverano, tra le proprie confessioni: sunniti, sciiti, drusi, ismaeliti e alauiti. Il presidente deve essere un cristiano maronita (attualmente Michel Aoun), il primo ministro deve essere sunnita (Hassan Diab), il presidente del parlamento, sciita (Nabih Berri).

In questo mosaico di confessioni gli sciiti sono la percentuale maggiore, il 30% della popolazione, e sono rappresentanti in parlamento anche dall’organizzazione Hezbollah (vedere riquadro) che, negli ultimi anni, ha conquistato ministeri chiave all’interno del governo (attualmente salute e industria).

© Angelo Calianno

Il movimento «Li haqqi»

Cerco qualcuno che possa raccontarmi quello che sta accadendo in Libano in maniera più obiettiva e lucida. Molte persone intervistate hanno spesso opinioni condizionate dalla loro fede o dalla propaganda. Chiedendo a vari giornalisti libanesi, con cui spesso mi ritrovo a lavorare nelle piazze, tutti mi indicano Nizar Hassan.

Lui è un ricercatore e attivista di 26 anni. Esperto di politica, negli ultimi anni ha cofondato un gruppo di attivismo politico chiamato «Li haqqi» («per i miei diritti», in arabo). Collabora con diverse testate locali, trasmissioni radio e web.

Lo incontro in uno dei caffè libanesi, dove si riuniscono studenti, intellettuali e attivisti. Decidiamo di darci del «tu». Gli chiedo subito perché i media stranieri hanno chiamato la rivolta «la protesta di WhatsApp». «Molti – risponde Nizar – le hanno dato questo titolo, in realtà è solo uno dei tantissimi punti contro cui ci stiamo ribellando. È vero però che WhatsApp è importante in Libano, dato che i costi della telefonia mobile sono praticamente inaccessibili, soprattutto per i più poveri. Per questo, per comunicare, tutti usano WhatsApp. Dunque, puoi immaginare la reazione della gente, quando è arrivata la notizia che volevano tassare anche quello».

Chiedo quali siano le principali questioni per le quali il suo gruppo si batte. «Il Libano ha problemi molto grandi. L’annunciato aumento delle tasse è stato la circostanza che ha fatto dire alla gente “basta”, ma la nostra economia è ferma da anni. Non ci sono investimenti dall’estero, tasse altissime senza sapere davvero dove finiscono i nostri soldi vista la corruzione dilagante. Da tempo le banche internazionali hanno portato la liquidità all’estero. Quindi, siamo limitati in quello che possiamo prelevare, tra l’altro con percentuali altissime di commissione, a volte il 30%. Uno dei nostri grandi problemi è il sistema politico settario, questa organizzazione dello stato non permette la possibilità di avere gruppi progressisti al suo interno, quindi niente riforme».

Intervistando diverse persone per strada, ho avuto modo di chiedere chi, secondo loro, potessero essere le frange violente apparse nelle ultime settimane, quelle che stanno distruggendo le vetrate di banche e negozi. Alcuni mi hanno detto che è gente pagata da Hezbollah per screditare le manifestazioni e alimentare nel contempo le reazioni della polizia. Altri mi hanno detto che sono pagati direttamente da una parte del governo uscente, in modo che non se ne formi uno nuovo. Chiedo dunque al mio interlocutore, che ha partecipato alle proteste dall’inizio, cosa ne pensa di queste voci.

«C’è molta propaganda e molte teorie di cospirazione a proposito di questo – racconta Nizar -. Hanno messo in giro la voce che qualcuno è stato pagato, così da non prendere i manifestanti troppo sul serio. La verità è che anche gli atti vandalici sono figli della mancata risposta del governo alle richieste della popolazione. Questi ragazzi sono semplicemente persone esasperate dalla situazione. La rabbia è aumentata».

Gli chiedo quale sarebbe la soluzione migliore secondo lui. «La situazione ideale, che davvero rimarrà solo un sogno, sarebbe quella di avere un partito progressista all’interno del parlamento. Qualcuno non più legato alle confessioni religiose. Quello che penso avverrà, sarà la formazione di un governo tecnico. Quello che si deciderà all’interno di questo governo e chi ne farà parte, lo decideranno anche l’evolversi delle proteste».

Prima di lasciarci, chiedo a Nizar cosa vuole il movimento di cui fa parte: «Il nostro programma è molto chiaro: una severa legge anticorruzione, una riforma nel sistema di organizzazione del governo, più libertà ai giudici, riforma del sistema bancario e, ovviamente, l’annullamento degli aumenti sulle tasse previsti per marzo».

In piazza, tra i manifestanti

Martyr Square, la piazza dei martiri, sembra una piccola tendopoli. Qui si riuniscono ogni giorno vari gruppi di manifestanti: c’è chi discute, chi beve un tè, chi fuma dal narghilè. La piazza è diventata un simbolo di protesta permanente che poi si dirama nel resto della città.

Qui, tra i tanti, incontro Ahmad, operaio di fede sciita: «Lavoravo in una fabbrica che ha chiuso due anni fa, come tante altre. Ora mi arrangio come posso, faccio lavori di edilizia quando c’è bisogno, a volte guido un taxi. Quando riesco a lavorare, anche per 10 ore al giorno, non guadagno mai più di 5-6 dollari. Per il momento stiamo andando avanti grazie alle nostre famiglie, ci aiutiamo a vicenda. Cerchiamo di risparmiare su quello che possiamo, soprattutto sul cibo, ma guardati attorno, fino a qualche anno fa avevamo turisti, gli alberghi sulla costa erano pieni. Ora, a parte qualche giornalista, non viene più nessuno».

Hatem invece è un poliziotto. Anche le forze dell’ordine, loro malgrado, vivono una situazione complicata in questo periodo. Turni massacranti, notti intere di guardia, spesso fatti bersaglio di oggetti pericolosi. Hatem racconta: «Anche molti di noi sono in difficoltà. Dobbiamo lavorare il doppio delle ore con uno stipendio basso. Molti di noi sono d’accordo con chi protesta e vorremmo anche essere dall’altra parte, insieme ai manifestanti. Ma se perdiamo questo lavoro, è la fine. Tanti di noi hanno fatto domanda per essere assegnati ad altri dipartimenti, in villaggi più piccoli o sulle montagne. Ovunque, pur di evitare gli scontri con la nostra gente. Se io potessi, lascerei il paese per andare all’estero. Chi poteva, lo ha già fatto».

Nuovo governo, vecchi problemi

Amnesty International ha accusato le forze dell’ordine e l’esercito libanese di reazioni eccessive durante «the week of rage». In particolare, è stato messo sotto accusa l’uso non autorizzato dei proiettili di gomma, per altro sparati tra volto e petto, quindi estremamente pericolosi.

Il 20 dicembre 2019 Hassan Diab, ex professore universitario, è stato nominato dal presidente Michel Aoun come primo ministro di un nuovo governo con ministri tecnici, come anche Nizar Hassan aveva previsto. Subito dopo la nomina di Diab, un gruppo di contestatori ha raggiunto la casa del nuovo premier protestando con veemenza, e recandosi lì quasi ogni giorno per esprimere il proprio dissenso. Hassan Diab è stato sempre sostenuto da Hezbollah. Le associazioni dei movimenti di protesta pensano che la sua nomina, visto il rapporto di Diab con l’organizzazione sciita, non farà altro che mantenere lo stesso sistema di governo, solo con protagonisti diversi.

Molto è accaduto in Medio Oriente negli ultimi mesi. In queste terre, dagli equilibri molto fragili, tutto quello che succede negli stati confinanti ha un effetto nei paesi vicini. Dopo la morte di Soulemani, ucciso in Iraq dalle forze Usa, le strade di Beirut sono state tappezzate di foto del generale iraniano e un grande corteo, formato da sciiti, ha marciato per le vie principali delle città. Il Libano accoglie moltissimi rifugiati, oggi 1 milione e mezzo, provenienti dalla Siria, praticamente un rifugiato ogni 4 abitanti; una delle percentuali più alte al mondo.

In un sistema politico così precario, anche l’arrivo di nuovi e possibili profughi, date le ultime tensioni in Iraq, rappresenta un’emergenza che lo stato farà fatica ad affrontare.

Il 14 febbraio 2005 in seguito a un attentato, fu ucciso, insieme ad altre 21 persone, Rafiq Al-Hariri, allora ex primo ministro libanese. Il corteo funebre per Al-Hariri si trasformò presto in una rivolta, conosciuta poi come la «Rivoluzione dei cedri». Oggi in Libano, nelle piazze risuonano gli stessi slogan di quei giorni, si leggono le stesse scritte di rabbia e protesta sui muri. Se il silenzio, colpevole, del governo nei confronti dei manifestanti si protrarrà oltre, molti temono un ulteriore inasprirsi delle contestazioni.

Angelo Calianno

© Angelo Calianno

Storia libanese – Cronologia essenziale

  • 1516-1918 – Il Libano fa parte del dominio dell’Impero ottomano.
  • 1920 – La Lega delle Nazioni assegna il controllo del Libano e della Siria alla Francia.
  • 1926 – Viene scritta e approvata la Costituzione libanese sotto mandato francese.
  • 1943 – Il governo, in base a una legge non scritta, viene ripartito tra le varie confessioni religiose.
  • 1944 – La Francia accetta di cedere l’amministrazione dello stato al governo libanese.
  • 1958 – La divisione del paese tra i sostenitori del presidente Camille Chamoun (cristiano maronita e filo occidentale) e quelli del socialista Kamal Jumblatt sfocia in sanguinosi scontri. Il presidente Chamoun chiede aiuto agli Stati Uniti che inviano i marines.
  • 1967 – Durante la guerra arabo-israeliana, il Libano non partecipa ufficialmente a nessuna azione. Tuttavia, i palestinesi usano le postazioni libanesi per il lancio di razzi contro Israele.
  • 1975 – Il 13 aprile, nel quartiere di Beirut Ayn al-Rummna, un gruppo di miliziani palestinesi spara contro una folla che assisteva alla consacrazione di una chiesa, uccidendo 4 persone e ferendone altre 7. Poche ore dopo, un secondo gruppo di 27 miliziani palestinesi, prova ad attaccare nuovamente il quartiere di Ayn al-Rummna. Dopo uno scontro violentissimo, contro i cristiani, vengono uccisi tutti e 27: è l’inizio ufficiale della guerra civile.
  • 1976 – Militari siriani, alleati con le milizie cristiane, assediano il quartiere palestinese di Tall El Zaatar e ne tagliano le forniture d’acqua. Il quartiere viene bombardato con razzi, centinaia di persone vengono uccise dai cecchini. Vengono uccisi anche alcuni medici e infermieri della Croce Rossa, i volontari provavano a portare aiuti nel campo. Alla fine, i morti saranno 3mila.
  • 1978 – Israele invade una striscia di territorio nel Sud del Libano, una zona cuscinetto usata per contrastare l’Olp.
  • 1982 – In risposta agli attacchi dell’Olp in Galilea, Israele lancia un massiccio attacco e invasione del Libano. I militari israeliani invadono tutta la parte meridionale fino alla zona Sud di Beirut, che viene bombardata: ha inizio la «prima guerra libanese». Arrivano, con una missione di pace, forze militari francesi, italiane e statunitensi.
  • 1983 – In aprile attacchi suicidi, attribuiti ad Hezbollah, uccidono 63 persone fuori dell’ambasciata americana. Ad ottobre, un altro attacco, colpisce il quartiere dei peacekeepers, uccidendo 241 soldati, per la maggior parte francesi e americani.
  • 1985 – La maggior parte delle forze militari israeliane si ritirano ripiegando a Sud, vicino al confine.
  • 1990 – L’aviazione siriana colpisce il palazzo presidenziale. Questo mette ufficialmente fine alla guerra civile libanese.
  • 1991 – L’Assemblea nazionale scioglie tutti i gruppi di miliziani coinvolti nella guerra civile. Tutti, eccetto quello di Hezbollah, potente gruppo sciita.
  • 1992 – Il miliardario Rafiq al-Hariri viene eletto primo ministro. Verrà assassinato durante un attentato nel 2005.
  • 2006 – Hezbollah rapisce due soldati Israeliani. Israele risponde con il lancio di missili e bombardamenti. L’attacco fa molte vittime tra i civili. L’evento verrà ricordato come la guerra dei 30 giorni o «seconda guerra libanese».
  • 2007 – Nel campo profughi di Nahr al-Bared, scoppia una rivolta tra militanti musulmani estremisti ed esercito. Muoiono 300 persone.
  • 2008 – Il Libano instaura dei rapporti diplomatici con la Siria: è la prima volta che accade da quando gli stati sono diventati indipendenti, nel 1940.
  • 2009 – Saad Hariri, figlio di Rafiq, viene nominato primo ministro.
  • 2011 – Un tribunale speciale delle Nazioni unite in Libano emette un mandato di arresto per alcuni membri di Hezbollah, accusati dell’omicidio di Rafik Hariri nel 2005. Hezbollah si oppone, dichiarando che non permetterà l’arresto di alcuno dei suoi membri.
  • 2013 – Diverse tensioni vengono registrate ai confini con la Siria, in seguito alla guerra. Molti militanti antigoverno siriani, si rifugiano in Libano dopo gli attacchi. L’Unione europea annovera Hezbollah nella lista ufficiale dei gruppi terroristici. Sempre come conseguenza della guerra in Siria, una grandissima ondata di rifugiati arriva nel paese, circa 700mila siriani.
  • 2013 (novembre) – Un attacco suicida fuori dall’ambasciata iraniana a Beirut uccide 22 persone.
  • 2014 – Il numero dei rifugiati siriani in Libano supera il milione. Il presidente Suleiman finisce il suo mandato. Una serie di attentati viene perpetrata durante le campagne elettorali per il suo successore.
  • 2016 – Saad Hariri diventa nuovamente primo ministro.
  • 2019 (ottobre) – Dopo l’annuncio dell’aumento delle tasse, più di un milione di manifestanti scende nelle piazze libanesi. Il primo ministro Saad Hariri rassegna le dimissioni.
  • 2020 (21 gennaio) – Il professore universitario Hassan Diab viene designato primo ministro. Avrà il compito di guidare un governo tecnico.
  • 2020 (9 marzo) – Il Libano è ufficialmente in bancarotta (default): i debiti non potranno essere ripagati.

An.Ca.

© Angelo Calianno

Il ruolo di Hezbollah («il partito di Dio»)

Hezbollah significa «partito di Dio». Nasce originariamente come un gruppo paramilitare sciita, cominciando a formarsi nel 1975 all’inizio della guerra civile libanese. Diventa più organizzato, e un vero e proprio partito politico, nel 1982, durante l’invasione di Israele che voleva espellere i militanti palestinesi dal Libano.

Hezbollah si ispira alla teocrazia iraniana di Khomeini e, negli anni, è finanziato da Siria e Iran. Il loro manifesto recita: «Il presupposto della nostra lotta contro Israele è che l’entità sionista, sin dalle sue origini, ha natura aggressiva ed è costruita su terre strappate ai legittimi proprietari, a spese dei musulmani. Pertanto, la nostra lotta potrà dirsi conclusa solo con l’eliminazione di questa entità. Non sigleremo alcun trattato con essa, non accetteremo alcun cessate il fuoco e alcun accordo di pace».

Nel 1983, Hezbollah si rende protagonista di una serie di attentati suicidi contro la presenza statunitense in Libano. In questi attacchi muoiono 258 soldati americani, inducendo il presidente Reagan a ritirare le truppe.

Hezbollah entra nel parlamento libanese nel 1992, durante i trattati per mettere fine alla guerra civile. Al gruppo viene consentito di mantenere le armi, oggi, «l’arsenale di Hezbollah» è uno dei temi più controversi della politica libanese. Hezbollah si rende spesso protagonista di attacchi con razzi (forniti dall’Iran) contro Israele. Inoltre, offre pubblico supporto alla Siria di Assad.

In questo momento di particolare confusione nella politica e nella società libanesi, Hezbollah è anche nel nuovo governo (definito tecnico) di Hassan Diab. Sarà difficile che questa sua presenza contribuisca a risolvere la complicata situazione del paese.

An.Ca.

Un mosaico di confessioni religiose

Nota bene: queste stime non tengono conto dei rifugiati siriani e palestinesi.

I musulmani rappresentano quasi il 60% della popolazione, divisi tra: sciiti, sunniti, ismaeliti, drusi, alauiti.

I cristiani sono circa il 37% divisi tra: maroniti, greci ortodossi, cattolici greci, armeni ortodossi, armeni cattolici, siriaci ortodossi, siriaci cattolici, nestoriani, caldei, copti, cattolici romani, evangelici.

L’ultima religione, in ordine di consistenza, è quella ebraica, ridotta a poche centinaia di seguaci. In minima parte, sono anche praticati il buddismo e l’induismo.

Ci sono 24 cattedrali in Libano, divise per le varie confessioni, la maggior parte sono di rito maronita. La principale è la cattedrale di San Giorgio a Beirut. Le altre chiese di maggiore importanza nella capitale sono: la cattedrale greco ortodossa di San Giorgio, San Luigi (fondata dai frati cappuccini), San Dimitrios, Santi Elia e Gregorio Armeno, Sant’ Elia (maronita).

An.Ca.

La missione Onu e i militari italiani in Libano

I primi soldati italiani arrivarono con la missione Unifil – United Nations Interim Force in Lebanon -, partita nel marzo 1978 e più volte prorogata. Nel 1982, l’ltalia rafforzò la propria presenza con la missione «Italcon», sempre sotto l’egida dell’Onu. Le forze italiane furono impegnate, insieme a quelle francesi, statunitensi e inglesi, durante la guerra civile libanese.

Un ulteriore intervento si ebbe nel 2006 con l’operazione «Leonte», operazione di pace sempre a guida Onu. L’operazione era volta alla ricognizione delle coste e al monitoraggio delle tensioni tra Hezbollah e Israele. Oggi l’Italia, in Libano, ha il comando delle operazioni generali dell’Unifil. Sono presenti, sul territorio, 1.200 militari italiani che si occupano anche dell’addestramento delle truppe locali. A novembre 2019 a Shama, una delle principali basi italiane, è avvenuto il passaggio di responsabilità del contingente italiano; la consegna è avvenuta tra la Brigata Aosta e quella dei Granatieri di Sardegna.

An.Ca.

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Vivere oggi a Teheran

Nati dopo la rivoluzione

Le proteste di fine 2019 sono nate per l’aumento dei prezzi della benzina (+50%). Nel paese la situazione generale è pesante (anche per il Covid-19) e c’è una sensazione d’attesa. Anche se molti hanno perso la speranza di arrivare a un vero cambiamento.

Iranian Supreme Leader Press Office / Handout / Anadolu Agency

Teheran, un bell’appartamento panoramico nei quartieri alti. Leila ci abita con suo marito. Sono una coppia affiatata, non hanno problemi economici, ma si sentono soli. Delle rispettive famiglie sono gli unici rimasti a vivere in Iran: fratelli e genitori sono a Dubai, in Canada, in Germania. Leila ha studiato all’estero. Finiti gli studi, però, è tornata a lavorare nel suo paese, cui è legata anche dalla fede religiosa. Profondamente devota, ha sempre svolto i riti della preghiera in casa, senza andare in moschea a esibire la propria fede. Insegna nella più prestigiosa università di Teheran. Non ha mai immaginato un futuro fuori dal proprio paese, quindi, a differenza di tanti altri, non ha mai avuto l’intenzione di emigrare.

Date queste premesse, non mi aspettavo il tenore della nostra conversazione, un pomeriggio di fine dicembre. Quel giorno era il quarantesimo dalla repressione delle proteste di metà novembre, era la giornata in cui, secondo la tradizione, se ne sarebbero dovuti commemorare i morti. Era corsa voce che per l’occasione la gente sarebbe tornata a protestare nelle strade della capitale e del paese. A Teheran l’aria era fitta di inquinamento e di attesa. Nei punti nevralgici era pieno di polizia, di basij (i volontari pro governo) pronti sulle loro motociclette, di agenti in borghese.

«Magari succede qualcosa…», mi ha confidato Leila, quasi con desiderio. Ho sgranato gli occhi. Da lei simili parole? Follia, pura irrazionalità. «Forse è meglio di no – le ho risposto -. Sai bene che loro (gli uomini della casta al potere) non si fermano davanti a nulla, che scorrerà di nuovo il sangue». «E che sia, se questo è il prezzo da pagare!», ha ribadito l’amica. Così ho capito che qualcosa era cambiato: aveva perso la speranza.

«Non ce la faccio più, non prego più come prima, penso che dovremo andarcene da qui. Nei giorni della rivolta il capo del nostro dipartimento ha dovuto tenere un discorso ufficiale agli studenti e propagandare le ragioni del governo. Se lo avessero chiesto a me? Non avrei mai potuto farlo. Meglio andarsene prima, tanto a loro non interessa nulla, né dell’università, né degli studenti. Che senso ha lavorare in queste condizioni?». Sì, Leila, come tanti altri, non sperava più.

Le vittime occultate

A metà novembre 2019 in tutto l’Iran sono iniziate manifestazioni di protesta. Come nel 2017-18, il motivo scatenante è stato economico: questa volta il rincaro del prezzo della benzina (oltre il 50% in più), ma, come due anni prima, gli slogan sono diventati subito politici. Senza precedenti, invece, è stata la violenza della repressione. Per la prima volta c’è stato un totale blackout di internet, che è durato da una a due settimane, a seconda dei luoghi. Ovviamente, le cifre ufficiali non sono attendibili e fonti diverse danno numeri diversi, ma la gente qui parla di 1.500 morti, che è quanto riporta anche l’agenzia Reuters. Nel sobborgo di Teheran dove mi trovo gira la voce che, tra gli abitanti, ci siano state 150 vittime. Behruz, un amico di Shiraz (Centro Sud del paese), riporta per la sua città la cifra di 400 vittime. «I cecchini colpivano la gente in strada dai tetti delle case. Hanno usato anche gli elicotteri per sparare alla gente! – la voce gli trema per l’indignazione -. Vedrai che presto succederà qualcosa. Qualcosa dovrà cambiare». Queste parole in bocca al mite Behruz non sono usuali.

Forse i numeri sono esagerati, o forse no, ma in fondo, poco importa. La percezione di tutti è di aver assistito allo scatenarsi di una ferocia inaudita, che ha ucciso in modo indiscriminato, ingiustificato, brutale. Ha colpito i manifestanti inermi, ha colpito tanti che non manifestavano, curiosi o passanti che fossero, non ha risparmiato bambini, donne, ragazzi. Ai parenti delle vittime è stato imposto di seppellire i loro cari nel silenzio, niente cerimonie, niente annunci, niente foto. Nel nostro sobborgo le gigantografie esposte davanti alle moschee sono quelle di guardie della rivoluzione o basij assassinati per vendetta. Li hanno riconosciuti e accoltellati poi, a sangue freddo, mi spiegano.

Giovani e anziani: aspettative diverse

Behruz è giovane: un po’ più giovane di Leila, ma entrambi nati dopo la rivoluzione del 1979. Come Leila, anche Behruz immagina che una rivolta aperta potrebbe avviare un cambio di regime. Nei giorni delle proteste le piazze si sono riempite di giovani e giovanissimi; proprio tra di loro è stato mietuto il maggior numero di vittime. Ma la generazione dei più anziani, di coloro che hanno vissuto la rivoluzione e poi gli otto anni di guerra con l’Iraq, non si aspettano cambiamenti repentini, e neppure li auspicano, non perché non li desiderino, ma perché sanno che qualsiasi tentativo di rivolta dal basso porterebbe a un terribile bagno di sangue.

La Guida suprema e i religiosi attorno a lui non hanno intenzione di rinunciare al controllo sul paese. Hanno in mano due oliatissimi strumenti di repressione: il corpo delle guardie della rivoluzione (pasdaran, sepa) e l’organizzazione dei volontari (basij), e non esiterebbero a usarli contro chiunque tentasse di minare il loro potere.

I Guardiani e le liste elettorali

In tutto questo niente di strano che, prima delle elezioni parlamentari dello scorso 21 febbraio, il Consiglio dei guardiani non abbia ammesso circa la metà delle candidature. La squalifica dei candidati a un’elezione è prassi comune di lotta politica nella repubblica degli ayatollah. Persino ad Akbar Hashemi Rafsanjani, uno dei protagonisti della rivoluzione islamica, ex presidente dell’Iran, e, fino alla morte, presente al fianco di Khamenei nelle apparizioni pubbliche, nel 2013 i Guardiani negarono il permesso di concorrere per le presidenziali. Questa volta, però, la loro scure si è abbattuta sui candidati riformisti con mano particolarmente pesante; quella stessa mano che, a novembre, ha messo in atto la repressione delle rivolte.

È evidente l’intenzione del regime di compattarsi davanti alla pressione esterna e, soprattutto, davanti al crescente malcontento interno. Come a ogni tornata elettorale, la Guida suprema con insistenza ha sollecitato gli iraniani a votare. Per gli uomini del regime è sempre stato importante poter vantare un’alta affluenza alle urne, che essi interpretano come una legittimazione popolare e sventolano come una prova del carattere autenticamente democratico della repubblica islamica.

Però le sirene della propaganda di stato questa volta non hanno funzionato. Si è registrata la più bassa affluenza alle urne dell’Iran post rivoluzionario: 42% a livello nazionale, addirittura 25% nella capitale. D’altra parte, le squalifiche avevano tolto agli iraniani la possibilità di scegliere, come successo altre volte, il «male minore», e cioè i candidati moderati e riformisti.

Maria Chiara Parenzo

© Dyna Mosquito


Tra guerre e nuove alleanze

Sua maestà il petrolio

Ai tempi dello shah, Stati Uniti e Iran erano alleati. Dopo la rivoluzione del 1979, gli Usa preferirono l’Iraq di Saddam Hussein per contrastare l’Iran sciita. Un andirivieni di alleanze, sanzioni e accordi non in nome della democrazia e dei diritti, ma sempre in nome del petrolio.

Il 3 gennaio 2020, all’una di notte, un missile lanciato da un drone colpisce e incenerisce due auto mentre viaggiano in autostrada verso l’aeroporto di Baghdad. A bordo ci sono otto persone, tutte morte all’istante, incluso il comandante della Forza di mobilitazione popolare irachena conosciuto come Abu Mahdi al Mohandis. Ma il vero obiettivo era Qassem Soleimani, generale che coordinava le attività iraniane in Iraq. Lo rivelava la Casa Bianca nel rivendicare la paternità dell’attacco. Un ennesimo atto di ostilità in un rapporto di inimicizia che dura da decenni.

In principio Iran e Usa erano alleati. Nel 1941 la monarchia iraniana – retta dallo shah Mohammad Reza Pahlavi (subentrato al padre) – chiese l’aiuto degli Stati Uniti per arrestare l’occupazione militare messa in atto da Inghilterra e Russia che, all’epoca, erano alleati contro il nazismo. Gli Stati Uniti inviarono 30mila soldati che vennero ritirati a normalizzazione avvenuta. Normalizzazione che continuava a contemplare la presenza di imprese petrolifere britanniche che rimasero in Iran fino al 1979 quando avvenne la Rivoluzione islamica. Tuttavia, l’invio di truppe da parte degli Stati Uniti era stato considerato un gesto di grande amicizia e il legame con la famiglia reale rimase così solido da trasformare l’Iran in una sorta di protettorato Usa. Finché la monarchia rimase al potere, gli Stati Uniti inondarono il paese di denaro, armi, tecnici e consiglieri militari. Finanziarono perfino l’avvio del programma nucleare che più tardi sarebbe stato tanto contestato. Ma, nel 1979, un movimento di protesta guidato dalle autorità religiose islamiche riuscì a rovesciare il potere dello Shah e a poco valsero i tentativi di restaurazione messi in atto dalla Cia: la monarchia fu definitivamente estromessa dalla scena iraniana e con essa se ne andò anche l’amicizia con gli Stati Uniti.

Per Washington la perdita dell’Iran fu un duro colpo perché, dopo l’Iraq e la Siria, era il terzo paese del Medio Oriente che sfuggiva al suo controllo. Ma si dava il caso che Iraq e Iran non si vedessero di buon occhio e nella logica del divide et impera, gli Stati Uniti foraggiarono l’Iraq affinché tenesse impegnato l’Iran in una guerra che durò otto anni (1980-1988). Poi però successe che nel 1990 Saddam Hussein, dittatore dell’Iraq, pretese di invadere il Kuwait, paese sotto protezione statunitense, per cui l’Iraq tornò nella lista dei cattivi. Seguirono anni duri per Baghdad contrassegnati da un pesante embargo che privò il paese perfino dei farmaci di base. Ma il peggio arrivò nel 2003 quando Washington invase il paese portando morte, distruzione e totale dissesto, sia politico che economico.

l ruolo dell’Arabia Saudita

Neutralizzato l’Iraq, l’attenzione si concentrò di nuovo sull’Iran con due vecchie strategie: l’embargo per isolarlo e la tensione militare per sfiancarlo. E se per il primo scopo usò come pretesto il mancato rispetto dell’accordo sul nucleare, per il secondo, soffiò sul fuoco di una vecchia rivalità con l’Arabia Saudita. Ma non volendo, né una parte né l’altra, avventurarsi in conflitti diretti, altri paesi vennero utilizzati come teatri di guerra. In particolare, lo Yemen e la Siria, due paesi con guerre (ancora in corso) che, oltre ad avere provocato migliaia di morti e feriti, hanno prodotto milioni di affamati, di sfollati, di senza casa. In Yemen, 14 milioni di persone sono a rischio morte per fame ed epidemie. Quanto alla spesa militare, mentre l’Iran si è mantenuto nella sua media, l’Arabia Saudita, dal 2009 al 2018, l’ha vista aumentare del 28% con grande vantaggio commerciale per gli Stati Uniti, perché l’88% di tutte le armi importate dal paese nel periodo 2014-2018, sono state acquistate nelle nazioni alleate.

Nonostante la disponibilità all’azione militare da parte dei propri alleati, gli Stati Uniti sono comunque presenti nell’area del Golfo con mezzi e soldati. Oltre a basi aeree in Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e a navi da guerra che pattugliano la penisola arabica, in Medio Oriente stazionano   60-70mila militari Usa, di cui 45mila nei paesi che si affacciano sul Golfo Persico e 14mila in Afganistan, sul fianco Est dell’Iran. Un dispiegamento di forze che dal 2001 costa agli Usa una media di 200 miliardi all’anno. Però, se aggiungiamo alla spesa anche i soldi per i veterani e per gli interessi sul debito contratto per trovare i fondi, scopriamo che i soldi complessivamente utilizzati per mantenere la presenza militare Usa in Medio Oriente negli ultimi 18 anni, sono ammontati a 6.400 miliardi, una media di 355 all’anno. Lo calcola il Watson Institute della Brown University.

Le ragioni dell’impegno Usa

Di fronte a tanto sforzo militare la domanda che sorge spontanea è: per quale ragione? Tre risposte si affacciano alle mente. La prima: per difendere la bandiera ideologica del capitalismo e soprattutto gli interessi delle imprese statunitensi. Non a caso l’inimicizia con l’Iran è iniziata con la caduta dello shah e l’instaurazione della Repubblica islamica determinata a nazionalizzare i settori chiave dell’economia e soprattutto a non permettere a imprese straniere di arricchirsi tramite lo sfruttamento delle proprie risorse. La storia dell’Iran degli ultimi 100 anni è contrassegnata dalla determinazione dei paesi occidentali di voler controllare il suo petrolio. E senza volere ricostruire gli eventi in tutti i loro passaggi, basti dire che nel 1954 lo shah aveva concesso l’estrazione e la vendita del petrolio a un consorzio internazionale formato da una decina di multinazionali petrolifere, le principali delle quali erano British Petroleum, Shell, Compagnie Française des pétroles, Exxon e altre imprese americane minori. In contropartita, il consorzio avrebbe consegnato al governo iraniano il 50% dei profitti. Con l’avvento della rivoluzione islamica, nel 1979, l’accordo venne annullato e oggi petrolio e gas iraniani sono estratti e venduti esclusivamente dal Nioc (National Iranian Oil Company), un’impresa di proprietà governativa che si definisce la seconda impresa petrolifera mondiale per capacità estrattiva. Non così negli altri paesi del Golfo, dove molte imprese straniere, fra cui Exxon Mobil, Occidental Petroleum, BP, Royal Dutch Shell, Total, partecipano a progetti di estrazione.

La seconda risposta che potremmo darci rispetto al motivo per il quale gli Usa utilizzino tante energie per presidiare il Medio Oriente, è perché vogliono garantirsi l’approvvigionamento di petrolio. Tuttavia, a un’analisi più approfondita questa risposta oggi vacilla. Gli Stati Uniti sono essi stessi un grande produttore di petrolio. Fino al 1947 erano addirittura autosufficienti. Poi subentrò una certa dipendenza dall’estero perché i consumi cominciarono a crescere più di quanto non crescesse la produzione. A fine anni Ottanta successe addirittura che la produzione aveva cominciato a scendere e la dipendenza verso le importazioni si fece particolarmente acuta fino al 2005. Poi, la situazione cominciò a cambiare con la scoperta dello shale oil, il petrolio intrappolato nelle rocce scistose che può essere estratto grazie a una tecnologia moderna nota come fracking: l’iniezione in giacimento di un fluido ad alta pressione, normalmente acqua mista a sabbia, che, spaccando le rocce, libera il gas o il petrolio che vi è contenuto. La produzione di shale oil cresce di anno in anno e se, nel 2011, era a un milione di barili al giorno, nel 2019 era a 8 milioni al giorno. Tuttavia, l’autosufficienza non è ancora stata raggiunta e ad oggi le importazioni di petrolio continuano a coprire circa il 10% dei consumi statunitensi. Diverso, invece, il discorso per il gas. In questo settore la scoperta dello shale gas si è rivelato così abbondante da avere permesso agli Stati Uniti di produrre più gas di quanto ne consumi. Tant’è vero che sono diventati il terzo esportatore mondiale di gas, sia vendendolo tal quale ai paesi confinanti tramite gasdotti, sia vendendolo al resto del mondo come Lng, gas liquido compresso, tramite nave. Tuttavia, il primo esportatore mondiale di gas resta la Russia che, proprio per questo, gli Stati Uniti stanno cercando di ostacolare in tutti i modi, accampando perfino ragioni di sicurezza. Lo hanno fatto nel dicembre 2019, quando
Donald Trump ha firmato la legge che impone sanzioni a qualsiasi impresa che aiuti Gazprom, impresa di stato russa, a terminare il «Nord Stream 2», il gasdotto che porta il gas dalla
Russia alla Germania (e quindi all’Unione europea) attraverso il Mar Baltico. La scusa è che il gasdotto potrebbe trasformare la Germania in «ostaggio della Russia».

Ed è proprio questa ennesima guerra commerciale fra Usa e Russia a portarci sulla terza possibile risposta, squarciando il velo su un paradosso che sa di incredibile.

Sale la temperatura e sale il petrolio

Nel dicembre 2015 a Parigi venne firmato un accordo per impedire alla temperatura terrestre di salire oltre 1 grado e mezzo centigrado rispetto all’era preindustriale. Un obiettivo che, per essere raggiunto, richiede il dimezzamento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2025 e il loro azzeramento entro il 2050. In una parola dovremmo mettere fine, per sempre, all’era dei combustibili fossili. La realtà sembra però andare in direzione opposta. Dal 2015 al 2019 il consumo di petrolio nel mondo è aumentato del 6,5% passando da 93 a 99 milioni di barili al giorno. Ancora più rilevante il consumo di gas che, nello stesso periodo, è cresciuto dell’11%. Numeri che continuano a confermare la centralità dei prodotti petroliferi nella gestione dell’economia mondiale. E, considerato che i paesi del Golfo producono il 24% del petrolio e il 21% del gas naturale mondiale, si capisce come quest’area continui a rimanere strategica. Dal che si deduce che il vero grande motivo per cui gli Stati Uniti continuano a presidiare il Medio Oriente, con tanto dispiegamento di forze, è il controllo del mondo attraverso il petrolio. Con un unico intento: favorire gli stati di ortodossa fede capitalista e penalizzare tutti gli altri. Che tradotto a livello produttivo significa favorire le monarchie del Golfo contro l’Iran. A livello di acquisti significa favorire i propri alleati europei e asiatici contro la Cina. Una Cina che sa di trovarsi in posizione di debolezza considerato che deve importare il 75% del proprio fabbisogno petrolifero. Con un’unica possibilità per sottrarsi all’egemonia degli Stati Uniti: la diversificazione dei propri fornitori. Ma, per quanti sforzi faccia, le sue importazioni di petrolio dipendono per il 44% dai paesi del Golfo. Una spada di Damocle sulla sua testa destinata a pesare a ogni tavolo di trattative che Pechino ha con Washington. Perché non può dimenticare che chi controlla lo Stretto di Ormuz, di fatto controlla il mondo.

Francesco Gesualdi

© Youngrobv

Indicazioni bibliografiche

  • Aa.Vv., America contro Iran, in «Limes», n. 1, febbraio 2020.
  • Aa.Vv., Attacco all’Impero persiano:
    Washington stringe la morsa sull’Iran, in «Limes», n. 7, luglio 2018.
  • Alessandro Cancian, La scuola degli imam e l’educazione religiosa nell’Islam sciita, Jouvence, Milano 2015.
  • Antonello Sacchetti, Iran, 1979, la rivoluzione, la repubblica islamica, la guerra con l’Iraq, Infinito edizioni, Formigine
    (Modena) 2013.
  • Ervand Abrahamian, Storia dell’Iran, dai primi del Novecento a oggi, Feltrinelli,
    Milano 2013.
  • Michael Axworthy, Iran rivoluzionario. Una storia della repubblica Islamica,
    Edizioni Leg, Gorizia 2017.
  • Riccardo Redaelli, L’Iran contemporaneo, Carrocci, Roma 2011.
  • Ryszard Kapuscinski, Shah-in-Shah, Feltrinelli, Milano 2001.

Presidency of Iran / Handout / Anadolu Agency

Hanno firmato questo dossier:

ADEL JABBAR – Sociologo e saggista nell’ambito dei processi migratori e della comunicazione interculturale. È libero docente e collaboratore presso istituzioni accademiche e organismi di ricerca e formazione. Ha insegnato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, all’Università di Torino, all’Università di Modena e Reggio Emilia. Svolge attività di referente scientifico dell’Ufficio multilingue della provincia autonoma di Bolzano ed è collaboratore del Centro per la pace di Bolzano e del Forum per la pace della provincia autonoma di Trento. Negli ultimi anni ha insegnato Islamistica all’Istituto superiore di Scienze religiose di Modena, al Centro teologico di Torino e all’Istituto di Scienze religiose di Bolzano.

ANGELO CaLIANNO – Pugliese, reporter freelance, esperto in storia – soprattutto quella legata all’influenza islamica nel mondo – negli ultimi 14 anni ha scritto
reportage e racconti da zone devastate dalla guerra. Ultimamente ha lavorato in Afghanistan, Iraq, Libano e Africa subsahariana. È collaboratore di MC.

MARIA CHIARA PARENZO – Nome con cui si firma una collaboratrice di MC che vive tra Teheran e Milano.

FRANCESCO GESUALDI – Fondatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», da oltre due anni firma su MC la rubrica «E la chiamano economia».

A cura di Paolo Moiola, giornalista, redazione MC.

© ATTA KENARE / AFP

 

 




Trump, il populista che governa con i tweet

Teto di Piergiorgio Pescali |


Sbruffone, superficiale, bugiardo, dai gusti kitsch. Donald Trump è tutto questo, ma tra un anno potrebbe vincere ancora. Siamo andati a vedere chi lo vota e perché. Nel frattempo, le sue guerre commerciali hanno conseguenze mondiali mentre in politica estera, dopo i disastri (taciuti) del premio Nobel Obama…

Il bus ha appena lasciato la stazione della University of California a San Francisco, quando un’anziana signora inizia a battibeccare con il nuovo viaggiatore che si è appena seduto vicino a lei. Ha la musica degli auricolari un po’ troppo alta. A un certo punto il passeggero, un giovane universitario – cappello da baseball sulle ventitré, skateboard e uno zaino a tracolla – risponde alla signora in tono scocciato invitandola a occupare un altro sedile. La donna s’inalbera e inizia a gridare terminando la sua invettiva con un: «Ecco dove ci ha portato la politica di Trump: ha diviso l’America portandoci a litigare tra noi. Siamo un paese diviso, l’esatto opposto dell’America che voleva Obama!».

La scena appena descritta illustra bene il quadro che un turista, anche distratto, può avere visitando gli Stati Uniti. Occorre rifarsi agli anni Settanta, durante la presidenza Nixon, per trovare le opinioni dei cittadini dei cinquanta stati della federazione così nettamente divise sull’amministrazione che governa il loro paese.

O lo ami o lo odi

© Roman Boed_Chicago

Trump lo ami o lo odi e quando pareri così nettamente contrapposti si fronteggiano, la faziosità prevale sull’equità e oggettività di giudizio.

Smargiasso dai gusti kitsch, origini tedesche da parte di padre (il cognome originario era Drumpf) e scozzesi da parte di madre, Donald Trump si è sempre contraddistinto per la sua imprevedibilità e impulsività, due qualità che hanno suscitato critiche sul suo modus operandi sino a creare un neologismo: la «trumpaggine», sinonimo di stupidità e superficialità politica.

Giocando sull’immediatezza e sulla sintesi fin troppo schematizzata di Twitter, il presidente ha rivoluzionato il modo di comunicare con il mondo intero. E sono oramai in tanti a imitarlo, a partire dall’italico (una volta si diceva padano) ed ex ministro Matteo Salvini.

La differenza con la precedente signorilità ed eleganza di un Barack Obama è lampante, ma è proprio l’espressione un po’ campagnola, sbruffona e meno snob a far preferire Trump rispetto ad altri politici più navigati.

«Trump è più sincero di chiunque lo abbia preceduto. Dice sempre quello che pensa infischiandosene del bon ton e della diplomazia. È uno di noi!», afferma Chloe che, assieme a suo marito Leon, possiede una fattoria vicino a Bryce, nello Utah, dove affitta stanze a gente di passaggio come me. Poco importa se la guerra commerciale con la Cina, verso i cui mercati sono diretti molti dei prodotti agricoli statunitensi, ha causato una contrazione delle vendite. La risposta che ottengo è sempre più o meno la stessa: «Trump sta rendendo di nuovo l’America grande; i cinesi ci hanno comandato troppo a lungo, è ora che ci riprendiamo il nostro paese». «Make America great again» (facciamo l’America di nuovo grande): il motto presidenziale ha fatto breccia.

Chloe e Leon se la passano discretamente bene, ma non sono ricchi, così come la maggior parte dei sessantuno milioni di statunitensi che ha votato Trump nelle elezioni presidenziali del 2016: «L’elettore medio che ha preferito Trump alla Clinton abita nelle campagne, dove la vita è più faticosa e si lavora duramente; abita nelle periferie delle città, dove povertà, violenza, disoccupazione sono sempre state i drammi esistenziali con cui convivere. È quello che non ha finito le scuole perché la sua famiglia non poteva permettersi di pagare libri e retta», mi spiega Ysabel Perez, sociologa che tiene un corso di Criminologia presso la Northern Arizona University di Flagstaff. Ysabel è di origine ispanica, ma cittadina statunitense. Spiega che, a differenza di quanto l’americano medio sia portato a pensare, sono i ceti meno abbienti, i lavoratori, gli sfruttati, «quelli che voi europei un tempo chiamavate proletari», a costituire ancora oggi, a tre anni di distanza dalle elezioni, lo zoccolo duro dell’elettorato dell’attuale presidente. «Sono gli emarginati, ma – questo è importante – emarginati bianchi», conclude.

© Piergiorgio Pescali

Il voto dell’America puritana

Nell’America puritana, colore della pelle e religione si mischiano in ogni aspetto della vita quotidiana, molto più che in Europa. Il Pew Research Center ha appurato che il 69% degli evangelici di etnia caucasica approva l’operato del presidente, assieme al 12% dei protestanti neri. Tra i cattolici il 36% appoggia la politica di Trump, ma la percentuale sale al 44% tra i cattolici caucasici (bianchi), e scende al 26% tra quelli non bianchi (ma rispetto al 2017 quest’ultima percentuale è raddoppiata).

Secondo un recente sondaggio della Gallup, al luglio 2019, il 44% degli americani approvava il lavoro fatto sino a oggi dal loro presidente (un altro istituto, lo Zogby Analytics, indica che la percentuale supererebbe il 50%). Il 44% sembra una quota bassa, ma è l’identica percentuale di consenso che aveva Obama nello stesso periodo del suo primo mandato.

Insomma, Trump continua a dividere gli Stati Uniti e una grossa fetta degli abitanti lo considera un buon presidente.

Nel quartiere dei giovani artisti di Flagstaff la contrarietà nei confronti di Trump è evidente: in un negozio di souvenirs si vende carta igienica con il faccione del presidente, mentre in un bar il caffè è servito in tazze in cui è riprodotta l’effigie stilizzata dell’Urlo di Munch circondata dalla dicitura «President Trump».

I giornali e i media internazionali fanno fatica a comprendere il fenomeno di questo bizzarro uomo d’affari votatosi alla politica. Divisi tra i successi mietuti in politica estera e le contraddizioni di una politica interna che raccoglie successi economici e critiche sulla politica immigratoria, i canali televisivi e i giornali divulgano continuamente notizie biforcute.

© Benjamin Kerensa

Politica estera: bugie, verità e conflitti d’interesse

«L’amministrazione Trump si è dimostrata molto più abile del previsto in politica estera. La disastrosa esperienza guerrafondaia della coppia Obama-Clinton è stata sostituita dal dialogo offerto da Trump che ha portato alle aperture con la Corea del Nord, la Russia e, seppur in modo altalenante, con la Cina», confida davanti a una birra gelata e a stento celando un profondo senso di disagio, Dacre, un fisico delle alte energie che fa parte della Federazione degli Scienziati Americani, un’organizzazione che si batte per il bando delle armi nucleari.

La delusione verso la politica estera messa in atto da Obama è evidente: persino il Nobel per la pace dato sulla fiducia nel 2009 «per il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli», oggi è oggetto di contestazione. «Durante l’amministrazione Obama abbiamo scatenato guerre in Libia, Siria, aumentato il numero di militari in Afghanistan, imposto sanzioni alla Russia scatenando il conflitto in Ucraina, deteriorato i rapporti con la Cina e sfiorato una guerra con la Corea del Nord. Eppure è stato premiato con un Nobel per la pace, a differenza di Trump che, nonostante i suoi buoni risultati, è stato snobbato», lamenta Austin Yee, attivista pacifista americana dell’Ong Mercy Corps. Il Nobel ad Obama, lungi dall’essere un premio eticamente neutro, era stato fortemente sponsorizzato e voluto dall’avvocatessa norvegese Berit Reiss-Andersen, allora membro e oggi presidente del Comitato per il Nobel nonché socia della Dla Piper, lo studio legale internazionale (con uffici anche in Italia, ndr) che ha co-finanziato la campagna elettorale di Obama nel 2012. Insomma, un Nobel alla fiducia (mal riposta), ma con enormi interessi finanziari.

Anche Trump, come chi lo ha preceduto alla Casa Bianca, non è certo un pacifista: il suo disimpegno internazionale è dovuto principalmente al fatto che, a differenza delle passate amministrazioni, è direttamente interessato a proteggere il proprio impero economico all’interno e all’esterno degli Stati Uniti. Con la nuova presidenza i cittadini americani hanno scoperto quello che noi chiamiamo conflitto d’interessi. Secondo la Cnn, Trump avrebbe 144 compagnie in 25 paesi del mondo (principalmente India, Indonesia, Canada, Emirati Arabi, Scozia, Cina, Brasile, Arabia Saudita), ma nessuno sa esattamente a quanto ammonti il suo impero: le cifre variano tra i 3,1 (Forbes) e i 12 miliardi di dollari (Trump stesso).

© Robbie Wroblewski_2008

La politica del «meno»: tasse, sanità, ambiente

La politica del lavoro di Trump sta dando i suoi frutti con una disoccupazione scesa ai minimi storici (3,7% rispetto al 5% del 2016), ma è un trend in discesa dal 2014, cioè da prima del suo arrivo alla Casa Bianca, quando era disoccupato il 7% della forza lavoro. E se è vero che i salari sono aumentati in media del 3,2%, è altrettanto vero che la ricchezza si sta concentrando verso un numero sempre più ristretto di persone. La ricchezza accumulata si è creata principalmente con il taglio delle tasse, il che ha portato Trump a eliminare o diminuire sovvenzioni sociali. Il tipico esempio è la proposta di cancellare la «Legge sulla protezione dei pazienti e sull’assistenza economica» (Patient Protection and Affordable Care Act), il cosiddetto Obamacare, forse la più popolare e utile iniziativa promossa dall’ex presidente Barak Obama, che ha permesso a circa 30 milioni di cittadini, prima esclusi dall’assistenza sanitaria, di essere tutelati dal sistema nazionale. La crescita economica Usa è anche dovuta al polemico atteggiamento di Trump verso le politiche ambientaliste, che ha portato a negare il riscaldamento climatico con il plauso, tra gli altri, delle Chiese evangeliche creazioniste. Questo ha incanalato verso il presidente l’approvazione delle compagnie automobilistiche perché non più soggette alla tassa sull’emissione di CO2 e inquinanti. La politica di Trump rischia, dunque, di vanificare il duro lavoro di contenimento degli inquinanti fatto da Obama. Basta vedere il parco macchine circolante oggi negli Stati Uniti per rendersi conto di quanto positiva sia stata la politica di Obama: dal 2012 le compagnie automobilistiche hanno dovuto adeguare i nuovi motori a regole più severe sui consumi. Questo ha portato alla produzione di auto più piccole e performanti (entro il 2025 le auto di nuova immatricolazione avrebbero dovuto avere un consumo di 23 km con un litro di benzina). Nel 2015 Obama, inoltre, aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero ridotto, entro il 2025, le emissioni di gas serra del 26% rispetto al 2005. Il clamore dell’annuncio era stato salutato con ottimismo da numerose organizzazioni, ma «Obama ha giocato sporco», mi dice Cinthia, scienziata che lavora presso Worldwatch Institute. «Ha fatto promesse che sapeva di non dover mantenere, visto che pochi mesi dopo avrebbe lasciato il mandato. Nessuna economia mondiale può fare promesse del genere senza avere implicazioni insostenibili. In pratica Obama ha fatto la sua bella figura passando la patata bollente al suo successore, Clinton o Trump che fosse, sapendo che la sua sarebbe stata una scommessa persa in partenza».

Del resto, gli ambientalisti denunciano la politica di Barak Obama che ha limitato l’utilizzo di carbone come fonte di energia primaria, sostituendola non con fonti rinnovabili, ma con il petrolio, specialmente quello proveniente dal fracking per la gioia delle compagnie petrolifere, in particolare la Chevron, Exxon, ConocoPhillips. «Nonostante quello che si dice, durante l’intera amministrazione Obama gli Stati Uniti sono stati saldamente al comando per produzione di CO2 pro capite, superando abbondantemente anche la Cina», conclude, dati alla mano, Cinthia.

© Jaime C. Patias

Quel muro con il Messico

© Jaime C. patias

Tuttavia, il punto più controverso del programma presidenziale di Trump, quello su cui molti media internazionali e l’opinione pubblica hanno focalizzato la loro attenzione, è il famoso muro tra Stati Uniti e Messico.

La questione dei migranti ispanici – chiamati di volta in volta da Trump stupratori, corrieri della droga, criminali – è stata il cavallo di battaglia della politica interna ed ha preso il sopravvento nel programma presidenziale immediatamente dopo le restrizioni agli ingressi negli Usa per i cittadini di sette paesi musulmani.

L’architetto di questa politica è un giovanissimo politico di origini bielorusse: Stephen Miller, classe 1985 e ghost writer di numerosi discorsi del presidente, tra cui quello con cui inaugurò la sua presidenza nel gennaio 2017.

Ancora una volta l’opinione pubblica, imboccata dai media, è esplosa nel denunciare la politica razzista e intollerante di Trump, ma in verità il muro non è un’invenzione né un’iniziativa di quest’ultimo presidente e, a sua difesa sono scesi in campo personaggi insospettabili come Isaac Newton Farris Jr., Alveda King, nipoti di Martin Luther King e Malik Obama, fratellastro di Barack.

L’inizio della costruzione del muro Usa-Messico risale al 1990 a San Diego, con la presidenza repubblicana di George Bush Sr. Tre anni dopo, nel 1993 erano stati completati 22,5 km di barriera, ma altri pezzi iniziarono ad essere costruiti separatamente in Arizona e Texas. Nel 1994 il democratico Bill Clinton autorizzò l’operazione Gatekeeper, Hold the Line e Safeguard creando corpi di polizia che pattugliavano il confine al fine di prevenire varchi illegali. Nell’ottobre 2006 fu di nuovo un repubblicano, George Bush Jr. ad approvare, anche con i voti di un giovane Barack Obama e di una navigata Hillary Clinton, il Secure Fence Act che prevedeva la costruzione di barriere lungo 1.126 km di confine. Fu lo stesso Obama, il 10 maggio 2011 ad annunciare orgoglioso a El Paso il completamento della Secure Fence al confine con il Messico dotandolo di droni, telecamere e sensori e facendolo pattugliare da 20mila agenti.

Trump nella sua campagna presidenziale promise di completare l’erezione del muro lungo tutti i 3.169 km di confine. Fino a maggio 2019 erano stati approvati fondi per 6,1 miliardi Usd per il rimpiazzo di 364 km di barriere già esistenti e 177 km di nuove barriere, di cui 64 km completati ad oggi.

© Jaime C. Patias

Chi entra negli Usa

Ogni anno il confine è attraversato legalmente da 350 milioni di persone mentre «gli immigrati illegali sono diminuiti dal 2000, quando se ne contarono un milione e 600mila, fino all’arrivo di Trump nel 2016 quando erano 400mila; poi dal 2016 sono di nuovo aumentati», dichiara Anthony Rivera, ricercatore presso la facoltà di legge della University of Texas di Austin. Tutti segni che un muro non serve per contenere la massa di persone desiderose di migliorare il proprio stile di vita e di dare ai loro figli un futuro migliore. «È pur vero, però, che il 39% dei 7.979 kg di eroina sequestrati nel 2017 in tutti i posti di frontiera è stato preso lungo il confine Usa-Messico e la maggioranza lungo il corridoio San Diego», continua Rivera che sta facendo una ricerca sul campo sull’immigrazione ispanica negli Usa.

Insomma, la presidenza Trump continua ad essere amata o odiata senza mezze misure negli Stati Uniti e all’estero. E mentre Donald Trump vuole far tornare grande l’America con la sua politica di esclusione e tolleranza zero, altri politici come Bernie Sanders affermano che l’America diverrà più forte solo «quando neri e bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani saranno tutti uniti», perché – come diceva un conservatore di ferro come Ronald Reagan – «chiunque, da qualsiasi angolo della Terra, può venire a vivere in America e diventare americano: questa è una delle più importanti ragioni della grandezza dell’America. Il motivo per cui guidiamo il mondo – concludeva Reagan – è perché, unici al mondo, prendiamo il nostro popolo, la nostra forza, da ogni paese e da ogni angolo della Terra».

Piergiorgio Pescali

© Photo by Mackenzie Harris Faith in Public Life 7


Trump e i migranti: Meno ingressi per tutti

Sull’immigrazione illegale il presidente vuole «tolleranza zero». E vorrebbe cancellare anche il «birthright citizenship», quello che in Italia si chiama «ius soli».

Sin dalla campagna elettorale, Donald Trump ha messo la questione migratoria tra i punti più salienti della sua politica. E, pur tra mille difficoltà, sta mantenendo la parola data. Purtroppo, verrebbe da dire. A sua discolpa l’attuale presidente Usa ha più volte ribadito di aver ereditato una situazione già avviata dalle precedenti amministrazioni, e in parte è vero. La barriera che divide Messico e Usa è stata decisa, iniziata e ampliata da Bush, padre e figlio, Clinton e Obama, ancora prima che Trump decidesse di scendere in politica, e anche i centri di detenzione per immigrati illegali, compresi quelli destinati esclusivamente a bambini, sono eredità delle passate amministrazioni.
A differenza dei precedenti inquilini della Casa Bianca però Trump ha eliminato la discrezionalità che l’amministrazione Obama aveva concesso al Dipartimento di giustizia nel trattamento degli immigrati entrati illegalmente nel paese. Questo, e non la detenzione dei minori, è il punto di maggiore diversità specialmente con l’amministrazione Obama. La tolleranza zero più volte invocata da Trump e dal suo consigliere sull’immigrazione, Stephen Miller, ha portato a una situazione al limite del rispetto dei diritti umani, come più volte hanno giustamente fatto presente numerose organizzazioni che operano sul campo: chi viene catturato mentre attraversa illegalmente il confine è spedito immediatamente in prigione mentre i minori che lo accompagnano sono inviati nei centri di detenzione.
Oggi sono 1.700 i minori separati dalle loro famiglie che vivono nei centri appositi, mentre durante la passata amministrazione Obama le separazioni erano occasionali e limitate a un periodo di soli 20 giorni.
Le condizioni all’interno dei campi sono spesso disastrose: secondo il direttore dell’ufficio per l’applicazione delle leggi sulle dogane e immigrazione, Mark Morgan, i centri di detenzione per minori sono «assolutamente inadeguati» e sono in molti a paragonarli ai campi di concentramento per giapponesi durante la Seconda guerra mondiale.
In aggiunta alla politica della tolleranza zero, Trump (sempre imbeccato da Miller) ha chiesto la revisione del Quattordicesimo emendamento della Costituzione, che dal 1868 garantisce la cittadinanza statunitense a chiunque nasca sul territorio. Negli Usa si chiama «birthright citizenship», in Italia è noto come «ius soli». Trump ha chiesto la revoca del Quattordicesimo emendamento per i nati da immigrati illegali. Dato che il cambiamento di un articolo della Costituzione americana richiede il consenso dei due terzi del Congresso, Trump avrebbe insinuato l’ipotesi di emanare un «ordine esecutivo presidenziale» che avrebbe valore di legge. Non sarebbe la prima volta che un presidente Usa si avvarrebbe di questo potere: tutti i presidenti americani se ne sono valsi centinaia di volte durante i loro mandati (ad esempio, la famosa emancipazione degli schiavi voluta nel 1863 Abraham Lincoln fu proclamata con un ordine esecutivo, così come la partecipazione Usa nella guerra del Kosovo voluta da Bill Clinton nel 1999).

P.P.

Photo by Seth HERALD / AFP


Trump e la violenza: Più armi per tutti

Le stragi con armi da fuoco sono una triste consuetudine. Eppure, il presidente – legato alle lobbies dei produttori – continua a non voler limitare la libertà di detenerle, diritto sancito dal Secondo emendamento della Costituzione statunitense.

«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto». Questo è il Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Introdotto nel 1791 per permettere alle milizie cittadine di difendersi contro le razzie e i raid degli eserciti inglesi e spagnoli, si è nel tempo trasformato in una dichiarazione liberista attorno alla quale si evolve il dibattito sulle libertà civili del singolo individuo statunitense. Ed è proprio sul significato e sull’applicazione di questo Secondo emendamento che si sta consumando una delle battaglie politiche ed economiche più virulente della società americana. L’organizzazione più potente che si batte affinché al cittadino statunitense venga permesso di detenere e usare armi a scopo di difesa personale è la National Rifle Association (Nra). Fondata nel 1871, conta oggi 5 milioni e mezzo di aderenti e proventi per 412 milioni di dollari. Tra i suoi sostenitori vi sono stati presidenti americani (tra cui anche John Fitzgerald Kennedy) e attori famosi come Charlton Heston, Chuck Norris, Tom Selleck.
Sul sito ufficiale, organizzazioni, giornalisti, politici, presidenti che hanno manifestato la volontà di eliminare il Secondo emendamento sono duramente criticati, mentre non viene celato l’appoggio verso l’attuale presidente Usa, Donald Trump che, in più occasioni, ha difeso il diritto degli statunitensi di essere armati elogiando la stessa Nra.

Tra i maggiori critici della Nra non vi è solo chi si batte contro la proliferazione di armi negli Stati Uniti, ma anche associazioni come la Gun Owners of America, un’altra potente organizzazione che conta due milioni di affiliati, anch’essa apertamente a favore della politica di Trump. A differenza della Nra, pesantemente compromessa con lobbies finanziarie, economiche e politiche, la Goa afferma orgogliosamente la sua indipendenza da ogni pressione. Il suo modesto budget ufficiale (appena due milioni di dollari) proverrebbe esclusivamente dalle sottoscrizioni dei suoi membri e questo avrebbe permesso all’associazione, fondata nel 1975 dal senatore repubblicano Bill Richardson, di battersi con più impegno e forza per il mantenimento più ampio del Secondo emendamento senza quelle restrizioni appoggiate anche dalla Nra. La Goa, ad esempio, vorrebbe l’eliminazione delle free-gun zones, delle barriere legali per la detenzione delle armi, l’applicazione del Secondo emendamento in tutti i 50 stati della federazione.

Nel frattempo, mentre questo articolo va in stampa, negli Stati Uniti le stragi con armi da fuoco proseguono senza soluzione di continuità.

P. P.

© Eric Purcell




Il trono del crisantemo (da Akihito a Naruhito)

Testo e foto di Piergiorgio Pescali |


Lo scorso 30 aprile l’imperatore Akihito (85 anni) ha abdicato in favore del figlio Naruhito (59). Con il nuovo tenno (sovrano celeste) per 127 milioni di giapponesi si è aperta una nuova era (gengo), chiamata «Reiwa». Nel 2019 quanto contano ancora le tradizioni imperiali per una potenza mondiale come il Giappone? Nel frattempo, il primo ministro Shinzo Abe sta operando su vari fronti: dal progetto di un esercito nazionale alle Olimpiadi del 2020.

Il 1° maggio 2019 centoventisette milioni di giapponesi hanno cambiato, per la terza volta dal secondo dopoguerra, il loro gengo, il calendario nazionale legato al proprio imperatore, entrando in una nuova era, quella «Reiwa» (令和, «bella armonia»).

Il gengo, o nengo, è il calendario usato nei documenti ufficiali, nelle monete, nei giornali, nei calendari giapponesi e, secondo un sondaggio della Kyodo News Agency, utilizzato ancora oggi nella vita quotidiana dal 24,3% dei giapponesi (il 39,8% usa sia il gengo che il calendario occidentale e il 34,6% fa uso del solo calendario gregoriano). Un calo significativo rispetto all’82% dei giapponesi che nel 1975 usava il computo imperiale.

L’abdicazione di Akihito era stata annunciata sin dal 1° dicembre 2017 e l’incoronazione ufficiale del nuovo tenno (天皇, «sovrano celeste») avverrà solo il prossimo 22 ottobre, al termine di un lungo periodo di transizione che permetterà alla casa imperiale giapponese di illustrare al nuovo regnante le rigide etichette di un mondo che rischia di distanziarsi sempre più dalla vita politica e quotidiana della nazione.

L’imperatore

Da tempo la figura dell’imperatore è ininfluente nelle scelte e nelle vicende del Giappone, ma la struttura della società giapponese e l’attitudine del popolo a piegarsi all’autorità con assoluta obbedienza continua a dare forza morale al tenno. E questo nonostante la Costituzione del 1947, imposta dagli Stati Uniti a una nazione devastata e umiliata, abbia ridotto il suo ruolo, già storicamente marginale, a puro «simbolo dello Stato e dell’unità del popolo» spogliandolo anche di quell’ultima parvenza di aureola di divinità che lo caratterizzava. Sia chiaro, il sovrano celeste non ha mai rivestito alcuna posizione determinante nell’arcipelago, ma fino al 1947 la presunta discendenza divina era una costante che non era mai stata messa in seria discussione. Un lignaggio che le due più antiche cronache giapponesi, il Kojiki e il Nihonshoki (rispettivamente del 712 e 720 d.C.), fanno risalire ad Amaterasu, dea del Sole (nella religione shinotista), da cui discenderebbe il primo leggendario imperatore Jimmu che, in realtà, era solo il pro-pronipote della dea.

La retrodatazione mitologica che arriva fino al 660 a.C. è servita per millenni a giustificare un’origine autonoma della nazione svincolata dalle influenze coreane e cinesi chiaramente riscontrabili nella cultura, nella storia e nell’archeologia nazionale.

Poco importa, anche alla luce della scienza moderna, se il primo tenno di cui si hanno evidenze storiche accertate sia vissuto solo nel VI secolo d.C. (Kinmei, 539-571 d.C.): la divinizzazione della famiglia imperiale, nonostante la storia, la costituzione, la secolarizzazione continua a rappresentare un punto di riferimento inscindibile dalle tradizioni giapponesi.

L’imperatore emerito Akihito e l’imperatrice emerita Michiko / The Yomiuri Shimbun

Akihito e Michiko

Va dato merito ad Akihito, l’imperatore che ha abdicato e padre di Naruhito, di aver contribuito a riportare la figura del sovrano in una cornice più umana.

La sua insegnante di inglese, la bibliotecaria statunitense Elizabeth Gray Vining, riuscì a iniziarlo alla cultura occidentale e a presentargli i valori di uguaglianza e democrazia di cui il Giappone era a digiuno.

Fu la sorprendente cocciutaggine di Akihito a rompere la millenaria (e geneticamente pericolosa) prassi di trovare moglie tra i lignaggi della casa imperiale. Scelse Michiko Shoda che, oltre a non avere alcun sangue blu nelle vene, discendeva da una famiglia cattolica (anche se lei non era stata battezzata). Il matrimonio incontrò l’opposizione dell’imperatrice Kojun (moglie di Hirohito e madre di Akihito), degli ingessati funzionari della Casa imperiale e anche di ambienti culturali conservatori. Yukio Mishima (scrittore e artista giapponese di fama internazionale morto nel 1970, ndr) definì uno scandalo l’unione perché portava la «famiglia imperiale a perdere la sua dignità mischiandosi con il popolo». Il popolo, invece, approvò, così come approvò la classe politica del paese che vedeva nel matrimonio il biglietto da visita di una svolta sociale e economica che avrebbe contraddistinto la nazione nei decenni a venire.

Michiko dovette rinunciare alla fede cattolica, ma fu ancora Elizabeth Gray Vining, quacchera convinta e praticante, a convincere Akihito e Michiko a fare crescere i loro figli tra le mura della residenza imperiale anziché allontanarli dalla famiglia come era d’uso.

La coppia iniziò anche a viaggiare per il mondo, a «mischiarsi» tra la folla, a partecipare e condividere con i giapponesi gli eventi e i lutti che puntellarono l’era Heisei (平成 cioè «raggiungimento della pace») iniziata con l’ascesa al trono di Akihito nel 1989.

L’imperatore Naruhito e l’imperatrice Masako / Behrouz MEHRI / AFP

Naruhito e Masako, più forti delle maldicenze

L’imperatore attuale, Naruhito, non ha solo ereditato i tre tesori sacri che consacrano solennemente la figura del tenno, ma ha anche ripercorso, finora in modo sorprendentemente simile, le gesta del padre. Ha sposato Masako Owada la quale, forte della sua laurea ad Harvard e della perfetta conoscenza delle lingue inglese, tedesco e francese, era avviata ad una brillante carriera diplomatica. Masako ha resistito alle insistenti avancés di Naruhito fino al 1993. Intelligente, colta ed emancipata avrebbe di certo preferito dedicarsi al lavoro piuttosto che rinchiudersi nelle stanze imperiali sottoponendosi alle continue critiche che le venivano mosse dagli uffici di palazzo e alle tremende pressioni per garantire alla famiglia un erede maschio. Un’altra contraddizione della politica giapponese: nonostante Amaterasu fosse una dea femminile, solo otto donne hanno ricoperto la carica imperiale (l’ultima fu Go-Sakuramachi, che regnò dal 1762 al 1771) e dal 1889 la Costituzione Meiji ha escluso che sul «Trono del crisantemo» possa sedere una donna.

La coppia, però, è affiatata: Naruhito ha più volte rimbrottato la stampa e la stessa Casa imperiale per gli attacchi gratuiti lanciati contro la moglie, strali che hanno causato a Masako una profonda depressione da cui si è ripresa solo dopo la nascita della loro unica figlia. Lo stesso imperatore è interessato più a cose terrene che spirituali: appassionato tifoso di baseball, instancabile camminatore è anche un ambientalista esperto di controllo e di risparmio idrico, grazie ad un master conseguito ad Oxford. Come suo padre, ma a differenza dei suoi predecessori, Naruhito ha più volte mostrato empatia nei confronti dei suoi connazionali colpiti da catastrofi naturali e, assieme alla moglie, si è recato sui luoghi dei disastri per ascoltare le testimonianze delle vittime.

Noi lo abbiamo visto, piccolo e impacciato, accogliere le insegne regali il cui possesso caratterizza la linea imperiale e la discendenza divina.

Tra fantasia e realtà

Le regalie, infatti, sarebbero appartenute nientemeno che alla dea Amaterasu: uno specchio (Yata no kagami), simbolo della conoscenza e della verità, una spada (Kusanagi), simbolo della forza, e un gioiello (Yasakani no magatama), simbolo della salute. La loro storia è oscura quanto la sicurezza della loro stessa esistenza, e rappresenta efficacemente quanto labile sia il confine tra fantasia e realtà nel mondo giapponese, non per nulla patria di Godzilla, dei manga e delle anime. Amaterasu, dea del Sole, offesa dai continui dispetti di gelosia da parte del fratello Susano-O, dio delle tempeste, si rintanò in una caverna facendo piombare l’intero mondo nelle tenebre. Per convincerla ad uscire e ridare la luce, la dea Uzume piazzò uno specchio all’entrata della grotta iniziando una danza che venne accolta con clamore dagli altri kami (gli dei della religione shinto). Amaterasu si affacciò per vedere cosa accadesse e, vedendo il suo volto riflesso nello specchio rimase stupita per la propria bellezza (l’umiltà non è una caratteristica degli dèi). Fu allora che un altro kami la agganciò con un gioiello ricurvo trascinandola fuori dalla grotta. A quel punto Susano-O, in segno di pentimento, diede alla sorella la spada.

Sono questi tre sacri tesori che Amaterasu diede in consegna ai suoi discendenti per comprovare la parentela divina e reclamare il diritto di dominio sul Giappone.

In realtà, nessuno ha mai visto questi gioielli; anzi molti dubitano della loro stessa esistenza. Lo Yata no kagami sarebbe custodito nel santuario di Ise, nella prefettura di Mie; lo Yasakani no magatawa si troverebbe nel santuario del Palazzo imperiale di Tokyo, mentre la Kusanagi no tsurigi verrebbe conservata nel santuario di Atsuta a Nagoya. Nel Heike monogatari (1371), però, si racconta che la spada venne definitivamente perduta negli abissi dello stretto di Shimoinoseki quando l’imperatore bambino Antoku fu costretto al suicidio dalla madre che, sconfitta dal clan dei Minamoto, decise di darsi alla morte portando con sé la spada Kusanagi no tsurigi.

Il significato degli ideogrammi imperiali

È evidente, quindi, che il Giappone è un paese dove tradizione e progresso si intersecano continuamente per formare un tessuto inestricabile. Il gengo, il calendario imperiale, ne è un esempio. Introdotto nel 645 d.C. dall’imperatore Kotoku ad imitazione della dinastia Han cinese, indica che l’imperatore è dominatore non solo del regno, ma anche del tempo.

Il gengo veniva cambiato in occasione di eventi significativi (guerre, catastrofi, giubilei), quindi era possibile che un solo imperatore regnasse durante più gengo. Solo dall’era Meiji (明治 «legge o governo illuminato», 1868-1912) si passò ad identificare l’era con la durata di regno di un singolo tenno.

Così la Reiwa, l’era attuale iniziata il 1° maggio scorso, è il duecento quarantottesimo gengo che traccia la storia del Giappone mentre Naruhito è il centoventiseiesimo imperatore che succede sul «Trono del crisantemo».

Anche se il gengo caratterizza l’era imperiale ed è strettamente connesso all’istituzione monarchica, il suo nome viene scelto dal primo ministro. In questo caso Reiwa è stato selezionato da Shinzo Abe e il nome avanzato da Susumu Nakanishi, professore emerito di 89 anni della Osaka Women’s University ha prevalso su una rosa di sei candidati suggeriti da Tadahisa Ishikawa, 86 anni, della Nishogakusha University e On Ikeda, 87 anni, dell’Università di Tokyo.

Una serie di circostanze ha scatenato una ridda di polemiche che non si sono ancora placate sulla scelta operata dal primo ministro perché il gengo non è mai neutro o un semplice corollario folcloristico, ma getta le basi ideali della nazione e del corso politico che verrà intrapreso dal governo negli anni successivi.

Colpisce il fatto che, proprio in un periodo in cui il nazionalismo giapponese si sta rifacendo largo, sia stata violata la tradizione di scegliere i kanji (caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese) che compongono l’ideogramma dell’era imperiale, dai classici cinesi. Nel corso della storia 36 gengo sono stati tratti dal Libro dei documenti, il libro più antico di storia cinese, 27 dall’I Ching, mentre tutte le ultime quattro ere moderne – Meiji, Taisho, Showa e Heisei – derivavano i loro nomi dai Cinque libri classici del confucianesimo.

Con Reiwa, per la prima volta si è voluto prendere spunto da una raccolta di poesie classiche giapponesi, il Manyoshu, una scelta vista da molti come un rafforzamento delle istanze nazionaliste propugnate da questo (e non solo questo) governo. Ciò che più ha colpito gli analisti, però, è l’ambiguità con cui gli ideogrammi di Reiwa posso essere interpretati.

Il primo carattere, «rei» (令), nell’uso corrente della lingua giapponese è utilizzato per indicare le parole «comando» (命令meirei), «ordine», «legge» (法令horei) mentre il secondo, «wa» (和), appare nei kanji di Yamato (大和), il nome antico del Giappone che ha connotazioni militariste, oltre che essere il nome della nave da guerra più grande della marina imperiale durante la Seconda guerra mondiale ed essere un kanji dell’era Showa (昭和 «pace splendente» o «pace illuminata», 1926-1989), il gengo che caratterizzò, nella sua prima parte l’ascesa militare e colonizzatrice del Giappone prima e durante il secondo conflitto mondiale.

Nazionalismo e militarismo

Queste circostanze, sommate al fatto che Shinzo Abe ha avviato un pericoloso processo di emendamento costituzionale che permetterebbe al Giappone di dotarsi di un esercito, hanno creato un senso di preoccupazione tra i paesi asiatici che più hanno sofferto il nazionalismo giapponese nella prima metà del XX secolo, in particolare Cina e Corea.

Proprio l’ambiguità del nome Reiwa ha costretto il governo di Tokyo a ribadire, tramite il portavoce del ministero degli Esteri Hiroatsu Satake, che il nome dato alla nuova era non ha alcuna connotazione nazionalista o di prevaricazione, indicando il significato ufficiale come quello di «bella armonia».

Lo stesso Shinzo Abe ha ritenuto opportuno intervenire nell’aspro dibattito specificando che il nome Reiwa ha voluto enfatizzare «la storia da tempo immemore, la nostra altissima e rispettata cultura, la bellezza unica della nostra natura in ognuna delle quattro stagioni. Noi passiamo queste caratteristiche nazionali del Giappone alla prossima era. Proprio come i boccioli di prugno annunciano l’arrivo della primavera dopo il duro e freddo inverno e sbocciano splendidi in tutta la loro gloria così tutti i giapponesi saranno capaci di far sbocciare i loro germogli in tutta la loro bellezza assieme alle loro speranze per il futuro».

L’inquietudine, però, rispetto alla politica di Shinzo Abe, permane nelle diplomazie straniere e in ampi strati delle forze politiche giapponesi, in particolare tra la sinistra (o quello che ne rimane).

Del resto la maggioranza dei giapponesi, appena ha visto il nome Reiwa mostrato dal Segretario di gabinetto Yoshihide Suga, ha subito collegato gli ideogrammi al senso di comando e sono in molti coloro che hanno ricordato che lo stesso kanji «rei» era presente in Reitoku (令徳), uno dei nomi del nuovo gengo proposto nel 1864 alla famiglia Tokugawa e da questa scartato perché presupponeva un senso di comando imperiale sullo shogun (comandante militare, ndr).

L’era Heisei iniziò nel 1989 quando il Giappone era la seconda economia del mondo dopo gli Usa e galoppava verso orizzonti che sembravano perfettamente limpidi e sereni.

Un anno dopo iniziò la crisi ed oggi il Giappone è in recessione, ha una crisi d’identità e la sua economia arranca superata da quella cinese.

Nel 1989 i giapponesi vivevano in condizioni poco invidiabili all’estero: appartamenti minuscoli, prezzi al consumo elevati, un sistema politico monopolizzato dal Partito liberaldemocratico (Pld), una corruzione altissima, una burocrazia che impediva gli investimenti stranieri nel paese e l’importazione di molti prodotti alimentari come riso e carne dall’estero. Durante l’era Heisei le condizioni di vita dei giapponesi sono migliorate: oggi vivono in appartamenti più grandi, i giovani si divertono di più, la vita politica ha visto il crollo del monopolio del Pld, gli agricoltori, ossatura del Pld, hanno perso parte dei sovvenzionamenti che rendevano i prodotti giapponesi carissimi, il mercato si è aperto all’estero e il Giappone si è inserito nella politica mondiale.

I piani di Shinzo Abe

Nel 1995 e nel 2011 la nazione è stata scossa da due terremoti e da uno tsunami che hanno lasciato in eredità il problema di Fukushima. Più dei disastri naturali in sé, però, queste catastrofi hanno minato la fiducia dei giapponesi verso un governo e un sistema che ha spudoratamente mentito sull’immediata gravità della situazione.

Shinzo Abe sta cercando di ridare fiducia ai suoi concittadini puntando tutto sul rilancio economico e su una maggiore presenza di Tokyo nelle scelte internazionali. Le Olimpiadi del 2020 e la Corea del Nord sono funzionali a questa politica di rilancio.

I test missilistici nordcoreani, in particolare i due Howasong-12 che hanno sorvolato Hokkaido nel 2017, hanno permesso a Tokyo di accelerare il processo di riforme iniziato già nel 2015 cementando il ruolo delle Forze di autodifesa nel paese.

Sebbene i 45 miliardi di dollari spesi nel 2017 in campo militare rappresentino solo lo 0,935% del Pil (contro l’1,3% italiano), il governo di Shinzo punta tutto sull’emendamento costituzionale dell’articolo 9 per permettere alla nazione di dotarsi di un esercito legittimato dalla Costituzione e in grado di intervenire in situazioni di potenziale pericolo per la sicurezza del paese anche in senso preventivo.

L’obiettivo di Shinzo Abe è quello di terminare il processo di revisione entro il 2020, anno in cui Tokyo ospiterà i Giochi Olimpici mostrati dal governo come un nuovo inizio della rinascita giapponese, esattamente come i «boccioli di prugno annunciano l’arrivo della primavera dopo il duro e freddo inverno e sbocciano splendidi in tutta la loro gloria». L’era Reiwa è iniziata.

Piergiorgio Pescali




Moldavia: Il riscatto passa per il ballo

Testo e foto di LUCA SALVATORE PISTONE |


La Moldavia, ex repubblica dell’Unione Sovietica, è considerata il paese più povero d’Europa. Con 3,5 milioni di abitanti su una superficie pari a quella di due regioni italiane, si sta svuotando: molti sono coloro che migrano all’estero e il paese vive di rimesse. Qui la danza è un’eccellenza, e molti giovani cercano di diventare ballerini e ballerine professionisti.

Il Collegio nazionale di coreografia di Chişinău, la capitale, è uno dei grandi motivi di orgoglio della Moldavia, il paese più povero d’Europa. Da questo istituto sono usciti ballerini che hanno calcato i più prestigiosi palcoscenici mondiali.
Le famiglie degli studenti fanno enormi sacrifici per coprire parte delle spese dei corsi. Puntano molto sui propri ragazzi, nella speranza che questi abbiano successo all’estero e che possano contribuire economicamente al loro sostentamento.

«La nostra scuola – spiega Eugen Gîrnet, da oltre vent’anni il direttore artistico del Collegio – ha un’antica tradizione, simile a quella delle altre ex repubbliche sovietiche. Siamo nati nel 1952 e da allora abbiamo formato più di 300 ballerini professionisti di danza classica e danza tradizionale moldava. Molti di loro, oltre ad aver partecipato ad autorevoli concorsi internazionali, sono stati primi ballerini in famose compagnie. Vienna, Berlino, Praga, Mosca e San Pietroburgo, solo per fare qualche esempio».

Un ballerino in casa

Il Collegio nazionale di coreografia si trova nella trafficata via Mihai Eminescu, nel pieno centro della capitale Chişinău. Un edificio spartano, in perfetto stile sovietico, in buone condizioni. L’istituto dipende direttamente dal ministero della Cultura, che provvede al pagamento delle rette degli allievi. Il percorso di studi ha di norma una durata di otto anni e copre la fascia di età dieci-diciotto anni. Una decina di studenti, tra ragazzi e ragazze, vengono ammessi annualmente al Collegio tramite audizione.

«Svetlana! Alza di più quella gamba. Quante volte te lo devo ripetere? Allora non hai imparato proprio nulla?». L’insegnante Veronika è severissima. Nessuna delle aspiranti ballerine professioniste osa fiatare durante la lezione. Sono tutte molto attente alle sue parole e sfuggono le sue occhiatacce. Si guardano al grande specchio di fronte a loro per vedere se stanno facendo i giusti movimenti alla sbarra.

In un angolo della palestra c’è un vecchio pianoforte con il quale un’anziana musicista russa, elegantissima col suo chignon alto, accompagna ogni passo di danza. Oggi il repertorio prevede Vivaldi, Mozart e Beethoven. Anna, questo il suo nome, sbuffa sommessamente quando Veronika le fa cenno di interrompere la musica per rimproverare le sue allieve. E, ancora di più, quando l’insegnante fa provare dei passi di danza moderna inserendo nello stereo un cd della cantante Beyoncé.

Eugen, il direttore, non distoglie mai lo sguardo dalla sbarra. Con una mano davanti alla bocca, parla a bassissima voce per non disturbare la lezione: «I moldavi amano molto il balletto. Anche se lo stato continua a tagliarci i fondi, lavoriamo sempre duramente e con dedizione perché svolgiamo la professione più nobile che c’è. Una volta avere in famiglia una ballerina o un ballerino era un grande onore, oltre che un modo per uscire dalla miseria. Per alcuni genitori è ancora così, ma per molti altri no. Per i propri figli preferiscono carriere più sicure come quella del medico, dell’ingegnere o dell’avvocato. Professioni che è meglio esercitare all’estero».

Fanalino di coda

Con un Pil pro capite nominale inferiore ai 2mila euro all’anno, la Moldavia si afferma come il paese più povero d’Europa. Ancora lontana dall’ingresso nell’Unione europea, questa ex repubblica dell’Unione Sovietica di appena 3,5 milioni di abitanti si sta svuotando: poco meno della metà della sua popolazione risiede infatti all’estero. In Europa occidentale, professioni umili come muratore, bracciante agricolo e, in particolar modo, badante, rendono molto di più di professioni qualificate in patria.

Sono l’Italia, la Spagna e il Portogallo le principali mete dei migranti moldavi. Tutti paesi che fino a dieci anni fa si potevano raggiungere solo se muniti di visto. Poi, con l’ingresso della Romania nell’Ue, i numerosi moldavi con origini rumene hanno cominciato a chiedere la doppia cittadinanza per usufruire dei vantaggi di un passaporto comunitario.

I mezzi di trasporto, invece, rimangono sempre gli stessi: pullmini malconci da dodici posti, spesso senza finestrini, che in due o tre di giorni no stop arrivano a destinazione. Molto contenuto il prezzo del biglietto: intorno ai 40 euro la sola andata per Milano; 55 euro per Madrid; 80 euro per Lisbona.

Un’economia di rimesse

«È del tutto comprensibile che la gente se ne vada dalla Moldavia», aggiunge Eugen. «Qui lo stipendio mensile di un funzionario pubblico con la laurea è di circa 150 euro. Un pensionato, quando gli va bene, riceve mediamente poco più di 50 euro.

Il problema grosso è che il costo della vita è quasi pari a quello dell’Europa dell’Ovest. Gli elettrodomestici, gli affitti, fare la spesa, la benzina. Tutto è carissimo. Fuori dalla Moldavia se lavori in nero o in regola puoi guadagnare dagli 800 ai 1.500 euro al mese. Buona parte di quello che intaschi lo mandi a casa per mantenere la tua famiglia. Senza le rimesse degli emigrati la Moldavia morirebbe di fame. Più di quanto già non accada».

Ricerca di nuovi talenti

Eugen, ex ballerino che in gioventù si è esibito in mezza Europa (anche in Italia, a Catania e Firenze), si vanta di avere un grande fiuto nello scovare talenti. Ogni estate, prima che le audizioni per accedere al Collegio nazionale di coreografia abbiano inizio, gira per tutto il paese a caccia di nuove promesse. Sei anni fa, nel villaggio di Trusheni, a 20 chilometri da Chişinău, incontrò Mihaela Buruiana, che all’epoca aveva dieci anni. Slanciata, gambe lunghe e caviglie fini. Il fisico di una ballerina. Le lasciò l’indirizzo della scuola. Perché non tentare un’audizione?

«Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Un signore gentile, dalla faccia buona, lasciò dei volantini all’ingresso della mia scuola. Era il direttore Eugen». Mihaela si esprime con un’eleganza pari a quella mostrata alla sbarra. «Non avevo mai mosso un passo di danza prima né la cosa mi aveva mai interessato più di tanto. Però poi mi immaginai con ai piedi le scarpette da ballerina e la sola idea mi rese felice. Tornai a casa e ne parlai con mia madre. Mi vide molto entusiasta e accettò di portarmi qui al Collegio per un provino. L’insegnante testò la mia muscolatura e disse che avevo le giuste caratteristiche per studiare danza classica e, chissà, diventare un giorno una ballerina professionista. All’inizio fu molto dura perché ero indietro rispetto alle mie compagne di corso, ma in breve tempo riuscii a recuperare e a mettermi al loro livello».

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La famiglia di Mihaela

Un’ora per andare e una per tornare. È quanto impiega Mihaela per raggiungere il Collegio dal suo villaggio e per ritornare a bordo di un autobus sempre affollato. A Trusheni, poche vie male asfaltate, la ragazza vive con la madre Elena e con il padre Anatoly in una modesta villetta su un solo piano. Anatoly è da poco tornato in patria dopo aver fatto per ventidue anni l’operaio in una fabbrica di ferro in Russia. Elena, casalinga, coltiva nell’orticello di casa poche verdure che tenta di vendere ogni mattina nella piazzetta di Trusheni. Il fratello maggiore di Mihaela fa il muratore in Portogallo e, quando può, manda qualche soldo ai genitori.

L’ospitalità della famiglia Buruiana è a dir poco squisita. Anatoly fa diverse capatine in cantina dalla quale rispunta con ogni genere di alimento sotto aceto preparato con le sue mani. Dai classici cetrioli, alle acciughe, passando per le pesche e l’anguria. E vino e brandy, sempre di sua produzione. Mostra pure un paio di cincillà, di cui ha un piccolo allevamento nel retro della casa. «Con queste bestiole ci ha confezionato una bella e calda pelliccia per me. La prossima è per Mihaela», interviene la moglie.

«A Mosca – racconta Anatoly – avevo un buon lavoro. Ma per i gravi problemi di salute di mia suocera ho dovuto fare ritorno in Moldavia. Ora lavoro in una piccola fabbrica di mattoni: faccio un turno di 24 ore consecutive e poi riposo per tre giorni. La paga è bassissima ma non ho trovato di meglio. Approfitto del tempo libero per prendermi cura delle altre bestie. Sapete, ho anche diversi polli ruspanti… Almeno un giorno a settimana vado a Chişinău a vedere la mia bambina che si allena. La osservo da una finestra perché non voglio che si distragga e ogni volta mi commuovo. È bravissima».

I fondi che non ci sono

Anatoly ed Elena sono molto orgogliosi della loro figlia. La ragazza ha già vinto un’importante competizione in Romania ed è stata la sola moldava a partecipare a un rinomato concorso a San Pietroburgo alcuni mesi fa. «Il Collegio – chiarisce Elena – è gratuito ma se uno studente vuole prendere parte a questi appuntamenti deve pagarseli da solo. Quasi tutti i nostri risparmi sono destinati ai viaggi di Mihaela, crediamo molto in lei. Purtroppo recentemente mia madre è mancata e abbiamo dovuto anche chiedere un prestito in banca per il funerale. Adesso non abbiamo soldi a sufficienza per coprire le spese di un’altra gara che si terrà tra non molto in Spagna».

Dalla sua stanza da letto, mentre fa i compiti, Mihaela sente tutto ciò che dicono Elena e Anatoly. Confida di essere molto grata ai genitori per i sacrifici che ogni giorno fanno per lei e che non perderà mai la speranza di diventare una ballerina di fama mondiale. «Per me il balletto è un’opportunità per vivere una vita migliore. Grazie al duro lavoro ho imparato ad avere molta più fiducia in me stessa. Col balletto sono cresciuta, ora capisco che la vita è piena di sfide da affrontare. Arriverà il mio momento, ne sono certa. E potrò ricambiare quanto la mia famiglia fa per me».

Luca Salvatore Pistone


ARCHIVIO MC

MC ha pubblicato un servizio approfondito sulla Moldavia nell’ottobre 2014: Danilo Elia, I sogni europei di Chişinău,
e un altro sulla Transnistria, la regione separatista, nel luglio 2014: Danilo Elia, Lenin abita a Tiraspol.




L’epopea dei migranti centro americani all’epoca di Trump

Sommario


Testo e foto di di Simona Carnino


Reportage da una carovana migrante

Umanità in movimento

Honduras, El Salvador, Guatemala, Nicaragua. Da questi paesi partono, senza sosta, donne, uomini, famiglie intere, con l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti. Gente normale, in cerca di un futuro migliore, un sogno che sembra a portata di mano. Ma il viaggio è duro e pieno d’insidie. Così capita che si uniscano in decine, centinaia, diventando delle vere carovane migranti. Siamo andati in mezzo a loro.

Juan Rodríguez Clara, stato di Veracruz, Messico. Esmeralda si toglie le scarpe e le allinea vicino al materassino da campo, poi si siede sul suo sacco a pelo. Si prepara a trascorrere la notte in uno dei punti tappa che alcuni volontari messicani hanno organizzato lungo il cammino per chi, come lei, viaggia insieme a una delle carovane di migranti che dal Centro America si dirigono verso gli Stati Uniti.

Esmeralda ha trovato un angolo di pace tra una colonna e il muro di uno dei magazzini che a Juan Rodríguez Clara, un piccolo centro abitato nello stato di Veracruz in Messico, in genere sono adibiti alla fiera annuale dei bovini di allevamento. È una tappa di passaggio, ma è un luogo coperto in cui è possibile dormire e farsi una doccia. Divide il suo letto da campo con il marito Carlos, le sue due figlie gemelle Cecilia e Maria di 18 anni e il suo figlio maggiore Erin di 20 anni.

Le scarpe sono il bene più importante di Esmeralda. Nel suo piccolo zaino c’è spazio per due cambi di biancheria intima, due paia di pantaloni, due t-shirt e una felpa imbottita. Esmeralda sa che è meglio avere un indumento caldo, perché nelle zone desertiche del Messico, se di giorno il termometro può toccare i 35 gradi, la notte le temperature si irrigidiscono all’improvviso.

La mattina si sveglia prima che il sole sorga e prepara la sua borsa, arrotola il materassino e lo avvolge insieme al sacco a pelo in un unico fagotto che lega intorno alla testa. «In questo modo ho le mani libere per portarmi dietro una bottiglia d’acqua», dice ridendo.

Esmeralda è partita il 31 ottobre 2018 da San Salvador alla volta degli Stati Uniti, insieme a 2mila connazionali, uno dei molti gruppi di migranti che, in quel periodo, si sono organizzati in carovane per attraversare il Messico e raggiungere la frontiera Nord. Esmeralda non ha una destinazione chiara in mente. Sa solo che in Salvador non vuole tornare.

Carovane: organizzazione spontanea

«Un giorno, mentre navigavo su Facebook, ho visto che alcuni miei connazionali si davano appuntamento in piazza Salvador del Mundo, al centro di San Salvador, per partire insieme verso gli Stati Uniti – racconta Esmeralda -. Io e mio marito abbiamo spesso pensato di lasciare il nostro paese, ma non si era mai presentata un’occasione favorevole. Appena saputo della carovana, abbiamo fatto i bagagli e siamo partiti con i nostri figli».

La carovana che si è messa in marcia il 31 ottobre, è stata la quarta di un ciclo di migrazioni massive che si sono verificate tra ottobre e novembre del 2018 da Honduras, Salvador e Guatemala, i tre paesi dell’area denominata Triangulo norte centroamericano, la regione di origine della maggior parte del flusso migratorio latinoamericano diretto verso gli Stati Uniti.

La prima carovana è partita il 18 ottobre da San Pedro Sula in Honduras e a ruota sono seguiti tre gruppi partiti dal Guatemala e dal Salvador. Diecimila persone hanno deciso di autogestire il proprio viaggio, invece di affidarlo alle reti del traffico di persone dei coyotes (come vengono chiamati i trafficanti, ndr), che si occupano tradizionalmente del trasbordo di persone dal Sud verso il Nord America. «Sembra un numero enorme, ma se consideriamo che in Messico transitano più di 400mila persone all’anno, si tratta di un flusso equivalente a circa 10 giorni – spiega Marta Sanchez Soler, presidentessa del Movimento migrante mesoamericano -. La novità è che i migranti della carovana hanno deciso di essere visibili e viaggiare in forma più sicura ed economica, rifiutandosi di pagare un alto prezzo a un trafficante per poter arrivare negli Stati Uniti».

Migrare in gruppo è diventato uno nuovo modo di viaggiare per molte persone centroamericane, che si sentono più protette dalla minaccia di estorsioni e sequestri da parte dei narcotrafficanti e a volte degli stessi coyotes, che hanno trovato nella migrazione di migliaia di centroamericani una fonte di guadagno.

Le carovane sono un porto sicuro in particolare per famiglie, donne e bambini che sono più esposti a violazioni dei diritti umani sulla tratta migratoria messicana. Più del 50% delle persone che migrano in gruppo sono famiglie spesso con minori di età inferiore ai 5 anni. Dal 2018 la migrazione dal Centro America, storicamente rappresentata da uomini soli, ha il volto delle famiglie, come dimostrato dai dati delle detenzioni sulla frontiera con gli Stati Uniti. Nei primi sei mesi dell’anno fiscale 2019 (ottobre 2018 – marzo 2019) le pattuglie di frontiera statunitensi hanno detenuto 189.584 famiglie. Il più alto dato di sempre.

La frontiera

«Viaggiare in carovana è più sicuro che migrare con i coyotes – continua Esmeralda -. Ma è ugualmente molto duro e faticoso. A volte camminiamo dalle 10 alle 12 ore sotto il sole, altre volte facciamo l’autostop. Il momento più difficile è stato superare la frontiera tra Guatemala e Messico. Non potevamo passare sul ponte perché non avevamo il visto e allora abbiamo attraversato la frontiera nel fiume. La polizia ha cercato di fermarci, ma eravamo tantissimi e non c’è riuscita».

In America Latina, i migranti che non possono dimostrare i requisiti economici necessari per ottenere un regolare visto di entrata in Messico e Stati Uniti e che quindi devono muoversi di nascosto sulla rotta terrestre, usano l’espressione «irse de mojado» che letteralmente significa «viaggiare da bagnati», perché sanno che dovranno attraversare a nuoto dei fiumi per superare le frontiere. Il confine tra Stati Uniti e Messico è rappresentato, per una lunghezza di 3.034 km, dal Rio Bravo, mentre tra Guatemala e Messico è il fiume Suchiate a segnare una parte di frontiera per 161 km.

«A volte credo che una parte di me sia rimasta nel fiume Suchiate – racconta Cecilia, la figlia di Esmeralda -. Le gambe affondavano nel fango e non avevo energia né per andare avanti né per tornare indietro. Alcuni pescatori ci hanno aiutate, ma quell’esperienza mi ha segnata per sempre».

Sequestri e desaparicion

Camminare non è l’unico modo in cui si muove la carovana. Molti migranti hanno, infatti, provato a fare l’autostop e chi ha qualche soldo ha comprato un biglietto del bus. Numerosi camionisti si sono resi disponibili a dare un passaggio a gruppi di migranti, aiutandoli a compiere alcuni tratti di strada. A fine ottobre 2018, sebbene la migrazione in gruppo renda meno vulnerabili i migranti di fronte a violenze ed estorsioni, un camionista ha rapito 50 persone, e il furgone, con il suo carico di esseri umani, è scomparso nel nulla nella regione di Veracruz, a ovest del Messico. «Il sequestro di migranti è un affare multimilionario per i cartelli del narcotraffico che gestiscono il traffico di merci, di droga e, oggi, anche le rotte migratorie – spiega il difensore dei diritti umani padre Alejandro Solalinde (si veda MC ottobre 2017) incontrato in mezzo alla carovana -. Le persone che non hanno accesso a un visto sono invisibili e obbligate ad attraversare il Messico in punti isolati, purtroppo spesso controllati da narcos e briganti, per non essere catturate dalla polizia dell’Istituto nazionale di migrazione messicano che le può deportare nel paese di origine. Ogni 6 mesi si verificano 10mila sequestri di migranti, con un’entrata economica per il narcotraffico di 25 milioni di dollari al semestre».

Il sequestro dei migranti è una pratica realizzata negli ultimi anni in particolare dal gruppo di narcotraffico denominato Los Zetas e dal cartello del Golfo. Nonostante le condizioni economiche precarie dei migranti che viaggiano sulle rotte della clandestinità, in genere i narcotrafficanti richiedono un riscatto di 10mila dollari a persona che le famiglie nel paese di origine provano a pagare contraendo debiti con conoscenti, parenti e con le banche che spesso si appropriano delle loro case e terreni in caso di mancata restituzione del prestito. Chi non riesce a pagare il riscatto rischia di non vedere mai più il proprio caro che spesso viene ucciso.

Esmeralda e la sua famiglia sono consapevoli dei rischi del percorso migratorio, ma non vogliono tornare indietro. «San Salvador è una città pericolosa – ricorda Esmeralda -, ogni giorno c’è un omicidio. Tutti noi salvadoregni abbiamo un parente che è stato ucciso dalle bande criminali e non voglio che questo accada ai miei figli».

La vita in Salvador: las pandillas

Eriberto ha 22 anni e annuisce con la testa. Sta sistemando il suo piccolo bagaglio e intanto ascolta in silenzio le parole di Esmeralda. Il suo bene più importante è un inalatore. Eriberto ha l’asma e prima di partire si è comprato tre spray predosati, convinto che sarebbero stati una scorta sufficiente per il viaggio. È timido e rimane un po’ in disparte. Il suo sguardo è basso e il suo dolore è stretto tra le labbra che mordicchia nervosamente. «Avevo un autolavaggio a San Salvador – inizia a raccontare il ragazzo -. Poi le bande criminali mi hanno chiesto il pizzo. Non ho pagato. Ho chiuso il negozio per un po’ e quando l’ho riaperto due persone sono entrate e hanno ucciso un mio cliente. Poi non gli è bastato e hanno ammazzato anche mio fratello».

Secondo il Consiglio nazionale della piccola impresa del Salvador, il 92% del settore imprenditoriale è vittima di estorsione da parte di due bande criminali, las pandillas Mara Salvatrucha MS-13 e Barrio 18 (si veda dossier su MC aprile 2016). Le due fazioni sono antagoniste e alimentano una guerra intestina giocata sulla pelle dei cittadini che spesso si trovano coinvolti in sparatorie tra le vie della città. Il Salvador chiude il 2018 con un tasso di 51 omicidi ogni 100mila abitanti, un numero sicuramente inferiore alle quasi 83 morti violente ogni 100mila persone del 2016, ma si tratta comunque di una cifra superiore ai 10 omicidi ogni 100mila che, secondo i parametri dell’Organizzazione mondiale della Sanità, è il limite sopra il quale la violenza è considerata endemica. Il Salvador è uno dei paesi, dove non è presente un conflitto armato, più pericolosi del mondo insieme a Honduras e Guatemala. Molte ragazze e ragazzi tra i 12 e i 16 anni sono obbligati ad affiliarsi a una delle due bande criminali. Rifiutarsi equivale a dichiarare guerra al clan e la punizione è la morte.

Le due pandillas Mara Salvatrucha MS-13 e Barrio 18 sono nate negli Stati Uniti tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. I loro membri storici erano migrati in America del Nord negli anni precedenti e durante la guerra civile degli anni Ottanta. Con l’inasprimento delle politiche migratorie statunitensi degli anni Novanta, molti criminali sono stati deportati in Centro America, con un aumento di violenza nei paesi di origine.

La carovana e i diritti Lgbti

Tra i gruppi più vulnerabili alle violenze delle pandillas rientrano le persone appartenenti alla comunità Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali, ndr). Eriberto non nasconde il suo orientamento sessuale e racconta le violenze subite per il fatto di essere stato un membro attivo della comunità lgbti nella capitale salvadoregna. Negli ultimi tre anni sono state assassinate 145 persone della comunità gay, secondo i dati dell’ufficio della Diversità sessuale del governo del Salvador. Numeri simili sono registrati anche in Honduras e Guatemala, dove la diversità sessuale deve fare i conti con la discriminazione e l’intolleranza che affonda le sue radici in schemi tradizionali e patriarcali. «Sono circa 700 le persone omosessuali partite con le carovane negli ultimi due mesi – continua Eriberto -. Tutti noi vorremmo chiedere asilo politico negli Stati Uniti o in Canada».

Da quando il presidente Donald Trump ha dichiarato di voler attuare una politica di tolleranza zero contro l’immigrazione illegale, alcuni migranti hanno deciso di provare ad attraversare clandestinamente gli Stati Uniti per raggiungere il Canada. Secondo i dati dell’Unhcr, nel 2017 il Canada ha registrato 47.800 richieste di asilo politico, il doppio rispetto all’anno precedente. Nel 2019, il governo degli Stati Uniti ha affermato che verranno accolti non più di 30mila rifugiati politici, a fronte di un tetto di 45mila per l’anno 2018. Coloro che non ricevono un permesso per rimanere negli Usa sono deportati nel paese di origine.

Nonostante la politica di tolleranza zero di Trump sembri bloccare le strade all’arrivo di nuovi migranti, il flusso centroamericano è in continuo aumento. Per molte persone ha più peso la volontà di fuggire dai propri paesi che il timore di essere rifiutati nello stato di destinazione. E quindi se anche molti sanno che forse non riusciranno a ottenere un permesso, sperano di superare il confine di notte, senza essere intercettati dalle pattuglie di frontiera statunitensi, per poi sparire da qualche parte negli Stati Uniti dove si augurano di non incrociare mai un agente che chieda loro i documenti.

La deportazione dei migranti, attività svolta anche dall’amministrazione Obama e dai presidenti precedenti, avviene non solo in frontiera, ma anche dall’interno del paese. Può succedere che una persona viva anni negli Stati Uniti senza una regolare documentazione e, in seguito a un illecito, anche minore, come per esempio un eccesso di velocità, sia identificato e deportato nel paese d’origine.

Secondo l’ultima statistica del Pew Research Center del 2016, 10,7 milioni di persone considerate irregolari vivono, lavorano e hanno costruito la propria vita negli Stati Uniti. Circa 4 milioni di bambini americani sono nati da genitori senza documenti, i quali non possono richiedere una regolarizzazione del proprio status migratorio per motivi di famiglia. Lo sa bene Teresa. Una donna salvadoregna di 29 anni che viaggia nella carovana da sola. Il suo bene più importante è una foto delle sue tre figlie che vivono negli Usa.

 

I figli statunitensi

Teresa è partita per gli Stati Uniti nel 2006. È riuscita a superare la frontiera senza essere intercettata dalla polizia ed è arrivata in Virginia. Ha lavorato come cameriera in un fast food fino al 2017. Teresa non è mai riuscita a ottenere un visto lavorativo, né la green card (permesso di lavoro, ndr). Durante gli 11 anni di vita negli Stati Uniti ha avuto tre figlie che sono americane, perché negli Stati Uniti vige lo Ius soli, il diritto alla cittadinanza di un paese per nascita sul suo territorio. Il 14esimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, approvato nel 1868, infatti recita che «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla sua giurisdizione, sono cittadine degli Stati Uniti e dello stato in cui risiedono». Il presidente Donald Trump ha pubblicamente dichiarato l’intenzione di battersi per l’abolizione dello Ius soli che interpreta come un incentivo alla immigrazione illegale, ma secondo un sondaggio condotto dal Wall Street Journal, il 65% degli statunitensi si è detto in disaccordo con lui.

«Sono felice che le mie bambine siano americane – racconta Teresa con la tenerezza che emerge dal sorriso -. Possono viaggiare in tutto il mondo e non devono vivere una vita come la mia». Nel 2017 Teresa è dovuta ritornare in Salvador per un’emergenza famigliare. Ha messo le sue figlie su un aereo e lei è tornata via terra, perché i controlli aeroportuali avrebbero svelato la sua mancanza di documenti. «Mi mancavano molto il Salvador e i miei affetti – racconta Teresa -. Ho colto l’occasione per capire se fosse possibile ritornare a vivere lì con le mie figlie. Siamo rimaste tre mesi, poi un giorno ho assistito a un omicidio per la strada e ho testimoniato in tribunale. Da lì ho capito che non sarei stata più sicura e ho rimandato le mie figlie negli Stati Uniti. Ora viaggio nella carovana perché voglio assolutamente tornare da loro che sono in Virginia con il loro padre».

Esmeralda, Eriberto e Teresa e tutti i migranti che non solo viaggiano in carovana, ma che ogni giorno migrano sulle rotte messicane con un coyote, sono uniti dallo stesso obiettivo. La volontà di cambiare, di migliorarsi, di vivere la vita che non hanno potuto costruire in un paese piegato dalla violenza, dalla precarietà e dall’abbandono da parte delle istituzioni. E non c’è un muro reale o virtuale che li può fermare. La violenza della polizia, il rischio di essere sequestrati dai narcos o la retorica anti migrante del governo degli Stati Uniti non sono motivi sufficienti a far cambiare i piani a chi ha deciso di lasciare la sua terra di origine.

E allora si torna a camminare. Teresa mette le foto delle sue tre bambine in un piccolo marsupio che appende al collo. La strada è ancora lunga. L’obiettivo è Tijuana e poi da lì si separeranno. Nei pressi della frontiera statunitense, le carovane si disgregano perché, quando è ora di attraversare la frontiera, tutti sanno che dovranno farlo in maniera nascosta e allora per sé. Eriberto ed Esmeralda sono convinti di voler chiedere asilo, ma Teresa sa già che è molto difficile ottenerlo. Lei pagherà qualcuno che la aiuti a fare l’ultimo pezzo di viaggio e la porti in Virginia. Perché deve arrivare a tutti i costi. «O sì o sì», come si dice in America Latina quando si è determinati a ottenere qualcosa. Non c’è spazio per l’opzione inversa. Teresa crede così.

Tijuana e oblio

Da novembre 2018 a oggi, Tijuana, città di frontiera, è diventata il punto nel quale i migranti della carovana aspettano prima di chiedere asilo negli Stati Uniti. Tijuana è un’area geografica controllata dal narcotraffico per la sua posizione strategica per il traffico di droga verso gli Stati Uniti.

Da gennaio 2019, l’amministrazione Trump ha proposto una nuova misura di contenimento della migrazione, denominata «Protocolli di protezione ai migranti». Stabilisce che i richiedenti asilo devono aspettare la conclusione del procedimento legale in territorio messicano. Nell’attesa, alcuni migranti hanno richiesto un visto umanitario in Messico e molti lo hanno ottenuto. Dal 1 dicembre 2018 il presidente messicano è Andrés Manuel López Obrador, che ha favorito la consegna di circa 10mila visti umanitari a migranti centroamericani che desiderano rimanere in Messico. Il governo di Obrador apparentemente dimostra una discontinuità rispetto all’amministrazione di Enrique Peña Nieto, tuttavia al momento non è stato smantellato l’Istituto nazionale di migrazione messicano che continua a esistere con 50 stazioni migratorie disposte sull’intero territorio nazionale, dove i migranti rischiano di essere incarcerati, prima di essere deportati. Fino a oggi, infatti, il Messico ha seguito le stesse direttive migratorie degli Stati Uniti e rappresenta il primo posto di blocco per i migranti senza documenti diretti in America del Nord. Viene chiamata frontiera verticale, perché tutto il territorio messicano è disseminato di centri di controllo migratorio.

A Tijuana si sono perse le tracce di molti migranti delle carovane. Qualcuno sarà arrivato a destinazione, riuscendo a evitare i controlli frontalieri. Qualcuno forse avrà deciso di rimanere in Messico e di provare a chiedere asilo in quel paese. Qualcuno sarà stato deportato nel suo stato d’origine dalle autorità statunitensi. Altri ancora vivono a Tijuana, in attesa di una risposta alla loro richiesta d’asilo.


La storia di Wilson, Francisco, Sabina

Nell’aprile del 2018, il governo degli Stati Uniti dichiarò di voler applicare una politica di tolleranza zero e perseguire penalmente tutti i migranti entrati senza documenti in territorio statunitense.

Le separazioni delle famiglie, catturate mentre provavano a superare la frontiera, sono state una delle conseguenze più dure dell’applicazione della politica di contenimento della migrazione considerata illegale. La pratica prevedeva che i genitori, in quanto maggiorenni, fossero trasferiti in carcere in attesa del processo. I bambini, invece, erano inviati in centri appositi per minori.

«Quando mi hanno strappato dalle braccia mio figlio Wilson di 7 anni, gli agenti della polizia di frontiera non mi hanno neppure detto dove lo avrebbero portato – ricorda Francisco Raymundo Bernal, giovane papà guatemalteco -. Wilson piangeva e anche io, ma in pochi minuti è scomparso dalla mia vista e io non sapevo cosa fare. La polizia mi diceva di stare zitto, perché mio figlio sarebbe stato bene, mentre io sarei andato in prigione». La storia di Francisco e Wilson è simile a quelle di altre famiglie centroamericane, che a partire da aprile 2018 hanno vissuto sulla propria pelle una delle conseguenze più dolorose della politica di tolleranza zero.

«Da aprile a settembre 2018, 6mila unità famigliari sono state separate in frontiera – spiega Carolina Jimenez di Amnesty International Las Americas -. Si tratta di tortura vera e propria che ha generato dei traumi insostenibili per i genitori e per i minori. E se per separare le famiglie è bastata una manciata di minuti, per poterle riunificare, invece, sono serviti mesi».

Il 20 giugno 2018, il presidente Donald Trump, sotto la pressione della comunità internazionale e di alcuni democratici del Congresso Usa, ha revocato la pratica di separazione delle famiglie con un ordine esecutivo, tuttavia, la procedura ha continuato a esistere fino a marzo 2019. La riunificazione delle famiglie è stata un procedimento complicato, perché il numero delle persone coinvolte era molto alto e la separazione è avvenuta in maniera frettolosa, aspetto che ha reso molto difficile dimostrare, successivamente, le parentele.

«Ho potuto parlare con mio figlio dopo tre settimane che ci avevano separato – spiega Francisco, il padre di Wilson -. Ero in carcere e mi stavano processando per poi deportarmi. Io volevo che mi rimandassero in Guatemala con mio figlio, ma non è stato così. Lui è ritornato a casa molto dopo di me».

Per poter riunificare le famiglie, le autorità migratorie statunitensi richiedono ai famigliari tutti i documenti anagrafici necessari per dimostrare la paternità. La madre di Wilson, che si trovava in Guatemala, ha dovuto cercare documenti non facili da reperire nel villaggio di cui sono originari. Le pratiche anagrafiche hanno un alto costo, aspetto che ha reso ancora più complicata e lunga la riunificazione.

«Ho fatto di tutto per riavere mio figlio tra le mie braccia – spiega Sabina Brito, la mamma di Wilson -. Ho mandato negli Stati Uniti diversi documenti, ma ci sono voluti 5 mesi prima di poter rivedere Wilson che è rimasto da solo per tutto quel tempo».

Wilson ha vissuto da settembre 2017 a fine gennaio 2018 in un centro per minori in Michigan. I genitori di Wilson, che avevano pensato di migrare in due gruppi, prima il papà con il bambino e, in una seconda fase, la mamma con la secondogenita, hanno saputo del luogo in cui è stato tenuto in custodia Wilson quasi un mese dopo la separazione.

Oggi Wilson vive in Guatemala con i suoi genitori, che stanno provando a ricrearsi una vita nel loro villaggio. «La ferita di questa vicenda non si può rimarginare – spiega Francisco -. Ora stiamo provando a sopravvivere qui, ma il lavoro è poco e malpagato. Non torneremo negli Stati Uniti, ma spesso pensiamo di migrare in Europa o, chissà, in Canada, perché qui non riusciamo a guadagnare sufficientemente per far studiare i nostri figli».


Il potere del passaporto

Molti centroamericani fanno domanda di visto per gli Usa. Ma per i poveri, gli indigeni, i senza reddito, è praticamente impossibile ottenerlo. E i loro passaporti non sono sufficienti per transitare in Messico, Stati Uniti e Canada. Viaggio in Guatemala, tra i Maya Ixil, per raccontare storie di chi ha tentato di rincorrere il sogno.

Nebaj, provincia di Quiché, Guatemala. Era un giorno di primavera in Guatemala. L’aria era calda e il cielo terso, come quasi sempre nei giorni della Semana Santa che precedono Pasqua.

Erano settimane che Petrona stava aspettando una risposta. Era emozionata e fiduciosa.

Qualche tempo prima, aveva fatto richiesta di un visto per viaggiare regolarmente verso gli Stati Uniti. In quell’occasione, era stata intervistata sulle sue motivazioni da un impiegato dell’ambasciata statunitense. Alla fine dell’incontro, il funzionario le aveva fissato un nuovo appuntamento per ricevere l’esito della sua domanda.

Nei progetti di Petrona c’era una vita statunitense, di duro lavoro, ma anche di tante soddisfazioni. Immaginava una terra nuova, dove poter guadagnare sufficientemente da riuscire, un giorno, a ritornare in Guatemala, costruire una casa per la sua famiglia e aprire una piccola attività commerciale. In più, il suo fidanzato, originario come lei della regione maya ixil nel Guatemala occidentale, era negli Stati Uniti da due anni e lei non vedeva l’ora di raggiungerlo.

Il giorno della risposta, Petrona si era svegliata alle 2 del mattino per essere sicura di salire sulla prima corriera e arrivare in tempo al suo appuntamento all’ambasciata degli Stati Uniti. «Ero piena di speranza – racconta Petrona -. Ma quando l’impiegato mi ha chiamato, mi ha semplicemente consegnato dei fogli e mi ha detto che mi era stato negato il visto. Non mi ha spiegato nient’altro. Io non capivo perché e dalla disperazione ho rotto i fogli e mi sono messa a piangere. A quel punto ho capito che avrei dovuto trovare un altro modo per andare negli Stati Uniti».

Secondo i dati del 2017 dell’Organizzazione mondiale per le Migrazioni (Oim), solo un 21,3% dei guatemaltechi che vive negli Stati Uniti ha viaggiato verso il paese in aereo, con un regolare visto. Tutti gli altri hanno attraversato le frontiere terrestri per entrare in Messico e, in seguito, negli Stati Uniti.

Passaporti e visti: asimmetrie

Senza visto, a poco vale possedere un passaporto del Guatemala, Honduras, Salvador o Nicaragua, se l’intenzione è viaggiare verso gli Stati Uniti. Le persone centroamericane che intendono muoversi legalmente verso il Nord devono richiedere un visto direttamente alle ambasciate dei paesi di destinazione, che decidono chi ha accesso ai propri paesi sulla base di alcuni requisiti. Per transitare in Messico si può richiedere un permesso direttamente all’ambasciata del paese oppure mostrare alla frontiera un visto statunitense, che è accettato anche in territorio messicano.

«Per ottenere un visto regolare per transitare in Messico e Stati Uniti bisogna dimostrare alcuni requisiti economici, tra cui avere un lavoro formale con uno stipendio regolare e possedere alcune proprietà come casa, terreni e automobile – ci spiega Ursula Roldàn Andrade, coordinatrice dell’area migrazioni dell’Istituto di ricerca sociale dell’Università Rafael Landívar di Città del Guatemala -. Per un migrante economico è praticamente impossibile avere o provare tali requisiti e, di conseguenza, ottenere un visto. Se non lo ottiene, è facile che ricerchi modi alternativi per raggiungere gli Stati Uniti, come affidarsi alle reti di trafficanti, ma in questo caso il viaggio è molto caro e rischioso».

Nel mondo contemporaneo, non tutti i passaporti danno ai loro possessori lo stesso potere di circolazione. Nel 2019, ad esempio, con un passaporto degli Stati Uniti è possibile viaggiare liberamente, senza bisogno di visto in 165 paesi, inclusi il Messico e tutti gli stati dell’America Centrale. Al contrario, il movimento dal Sud al Nord è controllato dall’obbligo di visto.

Anche i passaporti europei hanno un elevato potere di circolazione visa free. Secondo i dati del Passport Index 2019, la classifica annuale dei passaporti secondo il loro potere di circolazione senza richiesta di visto, con un passaporto italiano è possibile viaggiare in 166 paesi, così come con quello portoghese, irlandese, olandese o svedese. Con un passaporto siriano, invece, ci si muove liberamente in 37 paesi e con uno afghano in 30. Molti passaporti dei paesi dell’Africa del Nord e centrale forniscono ai loro possessori una possibilità di viaggio molto limitata. Avere un passaporto dal basso potere di circolazione senza  visto non ha un effetto deterrente su chi si sente forzato a migrare, lo obbliga, anzi, ad affidarsi a reti illegali di trafficanti, esponendosi a conseguenze violente per la propria integrità fisica, psicologica e identitaria.

Con un passaporto europeo è possibile viaggiare facilmente anche negli Stati Uniti, usufruendo del Visa Waiver Program con una possibilità di permanenza di 90 giorni. In poche ore si può ottenere l’autorizzazione elettronica Esta a un costo di 14 dollari. Chi usufruisce del visto turistico non può lavorare nel paese, tuttavia ha una possibilità maggiore, seppur le procedure siano alquanto complicate, di modificare il proprio status migratorio in loco, magari ottenendo un visto lavorativo o di studio, rispetto a chi entra nel paese in forma irregolare.

Quanto costa il viaggio

In media il costo del viaggio dall’America Centrale agli Stati Uniti per chi possiede un visto oscilla tra i 500 e i 1.000 dollari, includendo il prezzo del biglietto aereo e delle pratiche burocratiche per la richiesta del documento. Chi si deve affidare alla rete del traffico di persone gestito dai coyotes paga tra i 12mila e i 15mila dollari per un trasbordo in parte realizzato in camion in parte a piedi. In genere, un viaggio dal Centro America dura tra i 15 giorni e un mese. Negli ultimi anni, i coyotes propongono un pacchetto chiamato «viaggio di tre tentativi sicuri» per un prezzo che si aggira intorno ai 15mila dollari. In questo caso, se il migrante viene catturato dalla polizia di frontiera messicana o statunitense, una volta deportato nel paese d’origine, ha ancora a disposizione due tentativi.

Anche Isabel vive a Nebaj e ha 25 anni. Non conosce Petrona, ma hanno una vita simile. Entrambe hanno tentato di andare negli Stati Uniti. Entrambe sono state forzate a scegliere di viaggiare affidandosi alle reti del traffico gestito dai coyotes. «Non c’era scelta – racconta Isabel -. Io non ho neppure il passaporto perché so che tanto poi non mi danno il visto, per cui non ha senso farselo. Ho speso circa 10mila dollari per il mio viaggio negli Stati Uniti con il coyote e ho dovuto chiedere un prestito a una banca». La maggior parte delle persone che migrano dall’America Centrale non ha la possibilità di pagare il viaggio, per cui richiede prestiti a banche e cooperative, fornendo come motivazione la necessità di ingrandire casa o comprare un terreno. Se viene ottenuto il prestito, la famiglia del migrante deposita sul conto bancario del coyote parte del costo del viaggio alla partenza e il resto all’arrivo.

In alcuni casi i coyotes si trasformano in usurai e permettono ai migranti di rateizzare il costo del viaggio e pagarlo mentre lavorano negli Stati Uniti, a fronte di interessi molto alti. Chi non paga rischia di rimanere indebitato tutta la vita e di perdere, in caso ne abbia, appezzamenti di terreni famigliari e piccole proprietà, aggravando le proprie condizioni economiche.

Perché migrare

«Qui in Guatemala, io ricamo, rammendo vestiti e cucio – racconta Isabel -. Guadagno circa 450 quetzales al mese (58 Usd). Con questi soldi riesco a comprare il cibo per me e mio figlio, ma niente più di questo».

Il Guatemala si situa al nono posto al mondo, e al terzo in America Latina, per disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Questo è evidente nei salari delle donne indigene che, lavorando come tessitrici informali, in genere guadagnano 50 dollari al mese a fronte di un salario minimo nazionale di 350.

«Tre persone su dieci dell’area maya ixil provano a migrare negli Stati Uniti – spiega Francisco Marroquin dell’organizzazione di diritti umani Asaunixil di Nebaj -. Lo stato guatemalteco non si è impegnato a generare nuovi posti di lavoro. Qui non ci sono attività commerciali e le infrastrutture, come le scuole e gli ospedali, sono mal gestite».

Il Guatemala ha vissuto un conflitto armato interno tra il 1960 e il 1996 (vedi MC giugno 2019). L’esercito, appoggiato dagli Stati Uniti, si è scontrato per più di 30 anni contro la guerriglia e la resistenza dei civili. Tra il 1982 e il 1983, l’esercito ha programmato una fase genocida contro il popolo indigeno maya ixil e la quasi completa distruzione del territorio. «Con la firma degli accordi di Pace nel 1996, in teoria lo stato guatemalteco avrebbe dovuto ricostruire le nostre comunità – continua Francisco Marroquin -. Ma purtroppo non ha fatto nulla e la gente ha cominciato a disperarsi e a cercare una via di fuga da qualche altra parte, come lavorare nelle piantagioni o, soprattutto negli ultimi 10 anni, migrare verso gli Stati Uniti».

L’Oim ha confermato un aumento della migrazione femminile guatemalteca in fuga da una situazione economica precaria, e dichiara che il 55,2% della popolazione è spinta a migrare verso gli Stati Uniti per ricerca di lavoro e mancanza di opportunità nelle proprie comunità di origine.

Il cammino in Messico

«Il viaggio attraverso il Messico è stato triste e faticoso – continua Isabel -. I coyotes si approfittano delle donne che viaggiano da sole. A volte obbligano qualche ragazza ad appartarsi e cercano di mettere loro le mani addosso. Una donna in questa situazione cosa può fare? Quando si viaggia con i coyotes non puoi neppure gridare o chiedere aiuto, perché loro comandano e se vogliono ti abbandonano in mezzo al deserto o ti ammazzano».

Nel 2017 la Commissione economica per l’America Latina (organismo Onu, ndr) ha riportato che il 50,1% dei migranti provenienti dalla regione centroamericana sono donne e Amnesty International ha confermato che 6 donne su 10, obbligate ad affidarsi alle reti del traffico umano per raggiungere gli Stati Uniti, sono vittime di violenza sessuale da parte del crimine organizzato e, a volte, anche delle forze di polizia messicana. «L’Istituto nazionale di migrazione messicano ha commesso numerosi crimini contro la popolazione migrante – dichiara Carolina Jimenez, vicedirettrice ricerche di Amnesty International Las Americas -. In particolare, la polizia ha spesso estorto denaro ai migranti e ha collaborato con il crimine organizzato nella gestione del traffico e della tratta».

Il viaggio attraverso il Messico per i migranti senza documento è una sorta di corsa a ostacoli guidata da uno o più coyotes che, in certi punti del viaggio, dividono il gruppo di migranti in sottogruppi, per essere meno visibili alle forze di polizia messicana. Molto spesso le reti di coyotes fanno accordi con i cartelli del narcotraffico che gestiscono le rotte migratorie e pagano una sorta di tangente per transitare nei loro territori, come spesso accade nei dipartimenti di Veracruz e di Tamaulipas.

In alcuni casi vengono consegnati interi carichi di persone ai narcotrafficanti che li usano per richiedere il riscatto ai famigliari. Nel 2010 a San Fernando di Tamaulipas i narcos Los Zetas uccisero 72 persone i cui corpi furono poi impilati uno sull’altro ed esposti alle intemperie perché i famigliari non avevano la possibilità di pagare il riscatto.

«In Messico abbiamo camminato spesso di notte – racconta Petrona -. Dovevamo vestirci di nero in modo che non ci vedesse la polizia. Abbiamo attraversato fiumi, camminato tra le sterpi, ci hanno buttato uno sull’altro in camion bestiami. Poi un giorno, attraversando un fiume, una ragazza che viaggiava con me è caduta e la corrente l’ha trascinata a valle. Avevamo paura, ma andavamo avanti. Dovevamo arrivare negli Stati Uniti».

Ultimamente pochi migranti usano il treno per muoversi dal Sud del Messico fino alla frontiera con gli Stati Uniti. Fino a qualche anno fa, il treno denominato La Bestia era il mezzo di trasporto più frequentato. I migranti si sedevano sul tetto del treno fino alla frontiera con gli Stati Uniti. Oggi non è più utilizzato perché è diventato un mezzo troppo pericoloso. Per scoraggiare l’immigrazione sulle rotte messicane, il governo di Enrique Peña Nieto aveva deciso di aumentare la velocità del treno, rendendo più difficile reggersi. Inoltre, La Bestia era spesso assaltato da narcos e dagli agenti dell’Istituto nazionale di migrazione messicano.

«I narcos organizzavano i sequestri in maniera rapida ed efficiente – commenta il professore e scrittore Rodolfo Casillas della facoltà latinoamericana di scienze sociali (Flacso) -. Con la complicità dei coyotes, tutte le persone che avevano una famiglia in grado di pagare il riscatto e le ragazze giovani che viaggiavano da sole erano fatte sedere nello stesso vagone. Quando i narcos fermavano il treno, sequestravano solo le persone di quel vagone. L’operazione durava pochi minuti e poi il treno riprendeva il suo viaggio».

L’arrivo (non-arrivo) negli Stati Uniti

Superare indenni il Messico non è garanzia di successo del viaggio. «Pensavo di essere arrivata – racconta Petrona -. Dopo aver attraversato la frontiera, ero piena di gioia, ma improvvisamente ci sono venute incontro delle moto e dei quad e abbiamo capito che era la polizia degli Stati Uniti».

Entrare in territorio statunitense senza un regolare visto, è considerato un reato, punito con la detenzione e, in molti casi, la deportazione nel paese d’origine. Da quando il presidente Donald Trump ha iniziato il suo mandato, le misure di contenimento della migrazione considerata illegale si sono indurite. Secondo i dati dell’agenzia statunitense per le dogane e la sicurezza delle frontiere Customs and Border Protection (Cbp), tra ottobre 2018 e marzo 2019 si sono verificate 361.087 catture di migranti in frontiera, che corrispondono al dato più alto dal 2007.

Oltre ad aver predisposto la costruzione di un muro di cemento lungo la frontiera con il Messico, il presidente degli Stati Uniti ha eliminato la pratica del catch and release, «cattura e rilascio», spesso attuata dai governi precedenti. In quel caso, la persona entrata nel paese senza documenti era rilasciata, durante il procedimento legale per discutere il suo caso.

Con la politica di tolleranza zero dell’amministrazione Trump, tutti i migranti catturati sul confine sono detenuti fino al momento della deportazione o della liberazione, nel caso di ottenimento di permesso negli Stati Uniti. «È una forma di detenzione arbitraria – spiega Carolina Jimenez di Amnesty International -. Non c’è nessun motivo per tenere in carcere i migranti durante il processo, ma è la forma che usa il governo di Donald Trump per scoraggiare le persone a migrare. L’obiettivo è che queste persone, una volta deportate, raccontino quanto hanno sofferto e i loro parenti o conoscenti intenzionati a partire, rinuncino a farlo».

Una volta catturate sulla frontiera, le persone sono trasferite in celle di detenzione, dove inizia il processo di identificazione gestito dalla Cpb. «Mi hanno chiuso in una cella freddissima – racconta Isabel -. L’aria condizionata era al massimo e io avevo solo una maglietta a maniche corte. Sono stata lì con la luce accesa di notte e di giorno, senza sapere che ora era, per 5 giorni. Ero disperata». Le celle in frontiera sono chiamate dai migranti hieleras, ghiacciaie, perché le temperature sono tenute basse con l’utilizzo di condizionatori. In genere, le celle in frontiera non sono attrezzate con letti, perché considerate luoghi di passaggio in cui le persone dovrebbero essere detenute per poche ore. «Numerosi migranti hanno dichiarato di essere stati detenuti per molti giorni nelle hieleras – spiega la professoressa Ursula Andrade -. Le temperature basse servono, ufficialmente, per evitare il rischio di contagio, ma si tratta di una pratica inumana e degradante molto simile alla tortura».

Durante il procedimento legale in cui le autorità verificano se i migranti possono essere considerati titolari di protezione internazionale, le persone vengono trasferite in strutture detentive all’interno del paese. «In carcere, ho indossato l’uniforme arancione – racconta Petrona -. Come se fossi una criminale, come se avessi ucciso qualcuno, come se avessi rubato qualcosa. A un certo punto l’avvocato che seguiva il mio caso mi ha detto che non avevo diritto a uscire dietro cauzione, ma potevo fare appello e chiedere che rivalutassero il mio caso. Erano già 5 mesi che ero in carcere e non me la sono sentita. Ho quindi firmato la mia stessa deportazione».

Durante l’amministrazione Obama era possibile essere rilasciati dietro cauzione durante il processo, ma molti migranti non potevano pagarne il costo, per cui firmavano deportazioni volontarie per evitare di rimanere ulteriormente in carcere. «In prigione stavo sempre a letto, non mangiavo, vivevo con detenute violente che avevano commesso dei crimini gravi e io mi sentivo morire – racconta Isabel -. Ho chiesto di rimandarmi in Guatemala. Non ce la facevo più a vivere così».

Per chi riesce a superare la frontiera senza essere catturato, inizia la vita negli Stati Uniti che, in parte, verrà vissuta nel timore della deportazione. Nell’anno fiscale 2018, l’Ice, Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia statunitense che si occupa del controllo di dogana e dell’immigrazione anche all’interno del paese, ha ordinato 287.741 deportazioni di persone senza documenti che vivevano nel paese. Si tratta del più alto numero di deportazioni dal 1992. Tra di loro c’erano persone che vivevano e lavoravano negli Stati Uniti da anni.

Secondo i dati Oim del 2017, il 37% dei migranti guatemaltechi non riesce ad arrivare negli Stati Uniti e viene deportato nel paese di origine. Oltre al peggioramento delle proprie condizioni economiche a causa del pagamento dei debiti di viaggio, la detenzione e la deportazione lasciano traumi individuali difficili da sanare e che spesso coinvolgono la dimensione collettiva, perché per molti la migrazione è un progetto di famiglia, più che personale.

Dopo la deportazione, Petrona e Isabel non hanno pensato di provare nuovamente a migrare negli Stati Uniti a differenza di molte altre persone che continuano a cercare una via di fuga dal loro paese di origine. Nonostante le violenze subite lungo il cammino e sulle frontiere, c’è chi vive più esperienze migratorie nel corso della propria vita, perché l’obiettivo rimane «arrivare dall’altra parte», come si dice in America Latina, anche se il prezzo è alto.

«Gli stati di origine, destinazione e transito della migrazione devono provare a collaborare per creare delle politiche a favore delle persone più vulnerabili economicamente in modo che non siano obbligate a migrare – conclude Carolina Jimenez di Amnesty International -. E in caso una persona volesse migrare, dovrebbero garantire che possa viaggiare in forma sicura, fornendole dei documenti regolari, invece di anteporre, come avviene ora, la protezione delle frontiere e della nazione ai diritti umani delle persone».


I nuovi desaparecidos

Maria Ceto Sanchez ha solo una fotografia di sua figlia. L’ha fatta plastificare in modo che non si rovini nel tempo. Ogni tanto la prende in mano e la lucida, quasi ad accarezzarla. Altre volte la ripone nell’unico mobile che ha in casa e la copre con un pezzo di stoffa. In quei momenti, Maria non ha la forza di guardare negli occhi sua figlia Angelina.

«Quando è partita per gli Stati Uniti, Angelina aveva 16 anni e 2 mesi. Nel nostro villaggio girava la voce che i minorenni riuscissero ad avere un permesso per vivere negli Stati Uniti – racconta Maria Ceto -. E allora mi ha detto che voleva partire. Io non ero d’accordo, perché è la più piccola delle mie figlie e sapevo che mi sarebbe mancata tantissimo, ma alla fine ho ceduto e le ho dato il permesso».

Angelina aveva il sogno di costruire una casa per sé e sua madre, perché l’abitazione dove era nata era di lamiera, ma a lei sarebbero piaciute le pareti di cemento. Aveva pensato a tutto. Sarebbe arrivata in Virginia, dove viveva una sua cugina, e avrebbe lavorato una decina di anni come cameriera in qualche ristorante.

«Dopo quel periodo voleva tornare – continua Maria -. Mi aveva detto che avrebbe avuto i soldi sufficienti per pagarsi la retta di una buona scuola a Città del Guatemala e saremmo state sempre insieme».

Angelina è partita per il suo viaggio, insieme a un coyote, il 24 maggio del 2014. Pochi giorni dopo ha telefonato a sua madre Maria per dirle che stava bene ed era in procinto di entrare nel deserto di Altar Sonora da dove avrebbe attraversato la frontiera.

«Quella è stata l’ultima volta che le ho parlato – continua Maria -. Mi diceva di pregare per lei, di credere che ce l’avrebbe fatta e io pregavo e pregavo, ma poi è sparita. Deve essere successo qualcosa nel deserto, ma non so cosa. Dopo qualche giorno che non ricevevo sue notizie, ho chiamato il coyote, ma aveva staccato il telefono. Nessuno mi ha mai detto come sono andate le cose. Ho cominciato a disperarmi».

Il limbo dei migranti desaparecidos è il luogo dove si trovano tutte le persone che hanno intrapreso un percorso migratorio sulle rotte messicane e improvvisamente sono sparite. Si suppone che alcune di loro siano morte durante il cammino a causa della fatica del viaggio e degli agenti atmosferici, altre siano state rapite a fini di tratta, altre siano state investite mentre camminavano di notte sul ciglio della strada, o uccise dai narcos per mancato pagamento del riscatto. Di loro non si sa nulla. «In Messico si stimano tra i 70mila e 120mila migranti desaparecidos – spiega Marta Sanchez Soler, presidentessa del Movimento migrante mesoamericano -. Ma sono invisibili. Anche se dovessero essere ritrovati i loro corpi, non è possibile l’identificazione, perché quasi nessuno di loro viaggia con un documento di identità per paura di essere riconosciuti durante un controllo migratorio in Messico o alla frontiera degli Stati Uniti».

Sebbene sia raro incontrare viva una persona desaparecida, Maria non perde le speranze e vive il suo tempo nell’attesa. «Quando guardo la sua foto, io sento che Angelina è viva – sussurra Maria -. Altre volte piango perché mi demoralizzo, ma io sono qui. Io l’aspetto e so che lei tornerà da me».


Hanno firmato questo dossier:

• Simona Carnino

Giornalista e documentarista, è specializzata in diritti umani, migrazioni e cooperazione internazionale. Ha scritto per anni di temi ambientali e politici. Nel 2015 ha realizzato il documentario «Aguas de Oro» (www.aguasdeoro.org) sulla lotta di Maxima Acuña Chaupe, vincitrice del premio Goldman, in Perù. Ha lavorato 5 anni per Amnesty International e ha maturato esperienza nella gestione di progetti di cooperazione in America Latina. In Italia ha lavorato nel sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati politici. È coautrice della serie «Passaggi», su cui MC ha pubblicato un dossier nel maggio 2017.

• A cura di:

Marco Bello, giornalista redazione MC.

• Frame Voice Report

La realizzazione di questo dossier rientra nell’ambito del progetto «The Power of Passport», eseguito da MAIS Ong, ed è stata possibile grazie al finanziamento dell’Unione Europea attraverso al bando «Frame, Voice, Report!» del Consorzio Ong Piemontesi (Cop). Il sito del progetto e un video sulla carovana:
www.thepowerofpassport.org
video.sky.it/news/mondo/sky-tg24-mondo-terra-promessa/v505199.vid

 

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Guatemala: Cuore maya, contro l’impunità


Testo di Marco Bello e Francesca Rosa; foto Archivio CISV


Il conflitto armato in Guatemala (1960-1996) è stato uno dei più cruenti e con più vittime civili. Oggi, i responsabili cercano di proteggersi con leggi ad hoc. Ma negli ultimi 10 anni la presa di coscienza della società civile ha fatto molti progressi. E per questo si registra un aumento della violenza contro i militanti per i diritti umani. Storia di una rete di associazioni di donne maya per la giustizia.

«Mi avvicinai alle donne che oggi fanno parte della Red (Rete, ndr) nel 2002. All’inizio fu un avvicinamento tecnico, perché dovetti fare per loro un lavoro che portai avanti nei due anni successivi. Offrivo assistenza e formazione per l’utilizzo del microcredito, perché stavano beneficiando di un fondo. A quell’epoca studiavo “lavoro sociale”».

Juana Bacá Velasco è un’attivista per i diritti umani guatemalteca. Nata nel 1974 a Nebaj, nel dipartimento del Quiché è maya ixil. Juana è entrata in contatto con alcune associazioni che si occupano di difesa dei diritti della donna tramite la sua professione, per poi aderire alla causa, fino a fare diventare la lotta per la giustizia la sua vita. Dal 2009 è direttrice dell’Asoremi (Asociación Red de Mujeres Ixhiles, associazione rete di donne ixil, abbreviato Red, ndr), che lei stessa ha contribuito a creare. Non senza rischi. Infatti è scampata a un attentato alla propria vita nel 2004 e oggi vive sotto scorta.

La incontriamo a Torino, di passaggio per andare a Ginevra, invitata al Festival internazionale dei film sui diritti umani. Juana è pure al vertice della Defensoria de la Mujer I’x, centro di appoggio per donne vittime di violenza di genere e punto di riferimento per la lotta contro l’impunità.

Juana si racconta: «A causa di un caso di violazione che affrontammo nel 2004, mi sentii molto coinvolta, e capii l’importanza della nostra partecipazione come cittadine e anche del fatto di fare valere i nostri diritti. Così iniziai a separare il mio impegno tecnico da quello militante, che andava crescendo. Cominciammo a costruire questa rete per necessità, perché iniziammo a essere vittime di una persecuzione politica molto forte da parte di attori importanti e potenti nel comune. E questo ci portò a verificare fino a che punto noi donne potevamo unirci e reagire a queste persecuzioni.

Tentavano di ucciderci anche a livello organizzativo, perché ci opponevamo e resistevamo di fronte a questa situazione di violenza e impunità. Eravamo oltre 300 donne maya e prendemmo una decisione molto forte, ma con molta paura, perché c’era oppressione, persecuzione. Ci dicemmo: venga quello che deve venire ma stiamo insieme e affrontiamo questa situazione attraverso la denuncia, ma anche la solidarietà e l’integrazione tra noi, perché vedevamo che era meglio affrontare i problemi tutte insieme e con molto cuore. Volevamo dire cosa stavamo subendo e meritavamo che ci rispettassero».

Juana e le compagne hanno iniziato a creare la Red, un modo di unire le associazioni di donne di Nebaj per fare massa critica e portare avanti la battaglia per i diritti.

Una rete per le donne

«Iniziammo un cammino a livello organizzativo, ma anche di grande impegno come donne per poter essere soggetti dei nostri diritti. Iniziammo a costruire la Red nel 2005, fino a legalizzarla nel 2010.

Questo processo ci ha segnate fortemente. Nel 2007 ci fu una tappa importante per decidere cosa fare: proseguire la lotta, ponendo così a rischio le nostre vite, e quella delle nostre famiglie, oppure ignorare le persecuzioni, come se non fosse successo nulla. Anche grazie all’accompagnamento internazionale da parte della Ong Cisv, non ci siamo sentite sole, ma supportate e aiutate a fare il lavoro organizzativo».

I dubbi erano forti: cosa avrebbe implicato questo impegno? «Occorreva affrontare il sistema di giustizia: che conseguenze avrebbe avuto nella vita di una donna indigena maya, povera, il fatto di denunciare una violenza subita? E fino a dove questo sistema ci escludeva dal diritto di accedere alla giustizia? Queste domande ci spinsero a conoscere meglio il sistema. Avevamo diritto che la nostra denuncia fosse ascoltata». Juana nel frattempo ha proseguito gli studi laureandosi in Legge e in Scienze sociali. In questo modo si è dotata anche di strumenti, come l’interpretazione legislativa, che il «nemico», chi sta al potere, sa maneggiare bene.

Il percorso con l’Ong Cisv di Torino si è rivelato fondamentale per la Red. «Con Cisv abbiamo iniziato lavorando sui diritti umani e, in particolare, i diritti della donna. Il lavoro è stato orientato a promuovere i diritti, difenderli e proteggerli. Ma è stato pure fatto un lavoro integrato per l’empowerment (acquisire competenze per migliorare l’equità e la qualità della vita, ndr) delle donne e per invitarle a denunciare la violenza quotidiana che subiscono, per avere la propria autonomia».

Juana ripercorre quelle fasi: «Si è rivelato importante il lavoro con operatori di giustizia, autorità comunitarie, società civile, autorità educative. Perché vediamo che già a questi livelli si iniziano a violare i diritti. Occorre lavorare affinché le donne denuncino le violazioni dei loro diritti, e non le vedano come qualcosa di normale. Un lavoro che abbiamo fatto fino dal 2007. Nel 2009 abbiamo avuto dei fondi dal programma di emergenza della Cooperazione italiana in Guatemala, con i quali abbiamo finanziato la costruzione di una “Defensoria”. Questa, nel 2010, è stata messa a disposizione delle donne ixil, ma anche di altre donne nei municipi vicini, e pure sulla costa, perché molte donne ixil si sono spostate dalla loro terra di origine. Abbiamo mantenuto la comunicazione con loro per appoggiarle là dove vivono.

Il lavoro che fa la Defensoria è dare appoggio psicologico, legale, di orientamento e accompagnamento a chi subisce violenza di genere. In seguito a una ricerca che abbiamo realizzato sulle violazioni dei diritti umani a livello della regione ixil, abbiamo visto che è importante allargare l’intervento ai diritti umani generali, evitando di rimanere solo sui diritti della donna e su come appoggiare le donne per farle uscire dalla violenza. Si è allargato lo spettro per coinvolgere diversi settori della società civile e verificare la conflittualità che si ha nel comune».

Verso le elezioni

Il presidente guatemalteco Jimmy Morales / Photo by ORLANDO ESTRADA / AFP)

Oggi il Guatemala vive un periodo storico particolarmente delicato. Con le elezioni alle porte (previste a giugno, vedi box) sono aumentati gli assassinii di attivisti mentre regna l’impunità. Nel settembre scorso la popolazione ha manifestato pacificamente per cacciare il presidente della repubblica, l’attore comico Jimmy Morales, retto dalla casta militare.

Juana ci racconta: «Negli ultimi otto mesi in Guatemala c’è una situazione politica molto grave, pericolosa, in particolare per la vita degli attivisti dei diritti umani. Grazie a un percorso durato molti anni si è arrivati a unire la società civile organizzata.

Nei tribunali si stanno realizzando processi sulle responsabilità storiche per quello che il popolo del Guatemala, e in particolare il popolo ixil, ha vissuto nei 36 anni di conflitto armato.

Nello scorso autunno è stato evidente questo risultato: una presa di coscienza della popolazione che ha manifestato per esigere giustizia e il rispetto dei propri diritti. Per questo motivo c’è una reazione molto forte degli attori e dei responsabili coinvolti nei massacri durante la guerra. Ad esempio, nel 2013, il 10 maggio, c’è stata una sentenza di condanna con giudizio di genocidio, e poi una seconda sentenza nel settembre 2018 sui responsabili esecutori.

Nel percorso di ricerca della giustizia e di uscita dal silenzio, le donne hanno giocato un ruolo da protagoniste. Sono le donne che hanno testimoniato, donne che sono state torturate, violentate e sottomesse ad azioni di interesse dell’esercito. E quelli che governano oggi il nostro paese sono ex militari. Questo ha complicato la situazione, e in Guatemala, l’anno scorso, come riporta il rapporto dell’Udefegua (Unidad de proteccion a defensores y defensoras de derechos humanos, Guatemala) ci sono stati 25 assassinii di difensores e difensoras di diritti umani. E ci sono state anche denunce e campagne di criminalizzazione (accuse, ndr) contro gli attivisti allo scopo di spaventarli e zittirli e di proteggere chi è sotto giudizio per questi crimini».

Dove regna l’impunità

Anche a Nebaj la questione delle responsabilità dei massacri è molto sentita e per coprirle sono in atto assassinii selettivi di attivisti: «A livello locale il tema dell’impunità è stato molto forte e i colpevoli cercano di ostacolare i processi penali finalizzati a chiarire i fatti e i responsabili.

Ad esempio, a Nebaj, ci sono stati quattro femminicidi e un omicidio di attivisti ixil. Una di loro era Juana Ramirez Santiago che faceva parte del consiglio di amministrazione della Red. C’è anche stato l’assassinio di Juana Rivera, una dirigente di Codeca (Comitato di sviluppo contadino, associazione locale e ora anche partito politico, ndr), e quello del giovane Jacinto di Cotzal, un altro attivista per i diritti umani. Tutti nel 2018, tra giugno e settembre.

Questi fatti ci mostrano il sentimento dello stato e delle autorità, di quelle persone che si meritano un processo penale, una condanna per le loro responsabilità storiche, sia come mandanti intellettuali che come esecutori».

Juana continua in tono pacato, quasi parlasse di cose semplici: «Tutto ciò ha obbligato la popolazione a reagire e pronunciarsi per respingere la politica che lo stato sta portando avanti, contraria ai diritti umani e contraria al chiarimento storico per arrivare alla giustizia. La maggioranza della popolazione si è resa conto che i propri diritti sono violati, e ha capito che il fine ultimo dello stato è proteggere se stesso. Questo perché coloro che governano oggi hanno delle responsabilità nei confronti dei fatti che sono stati denunciati e che si vogliono chiarire, e che, a causa dell’impunità in Guatemala, si è sempre evitato di perseguire.

Ma ora noi guatemaltechi abbiamo capito chi sono i corrotti e chi sono i protagonisti di quelle azioni. Non si tratta di una persona singola ma della struttura dello stato del Guatemala: è un’attitudine che complica e destabilizza la governabilità nel paese. Perché uno stato non può esigere giustizia, trasparenza rispetto dei diritti umani, se è lui stesso che li sta violando, come persone e come autorità.

Siamo in una situazione frustrante, preoccupante e vergognosa, perché stanno facendo di tutto affinché non siano visibili le responsabilità che hanno verso il popolo.

Adesso la gente vuole che Morales lasci il potere, perché sta lavorando sotto l’influenza e l’interesse dei militari che hanno avuto gravi responsabilità nella storia del Guatemala».

Pensando agli ultimi 10 anni

Negli ultimi 10 anni la situazione dei diritti umani non è migliorata, ma la società civile si è dotata di strumenti di denuncia: «In passato non si vedeva l’entità del problema, perché non si alzava la voce e non si denunciava, però grazie a tutto il lavoro di diverse persone e organizzazioni, si è ottenuto che oggi si possa parlare, denunciare, senza troppo terrore. Ci possiamo lamentare che lo stato non compia il suo dovere di fare giustizia. Questa è infatti una sua responsabilità. Ma ringraziamo anche per l’appoggio di interventi internazionali. Per esempio si è ottenuto che la Commissione interamericana per i diritti umani sia intervenuta su queste norme a protezione dei colpevoli dei delitti del passato. Parliamo della legge di amnistia, che vuole ostacolare le organizzazioni della società civile e il processo di denuncia. Sono progetti di legge in corso di definizione, con l’obiettivo di proteggere giuridicamente questi grandi responsabili, violando norme costituzionali e diritti umani».

Cosa fa la Red

In questo contesto, la Red, che raggruppa nove associazioni locali per un totale di 365 donne maya ixil, è molto attiva. Continua Juana: «Per la Red l’appoggio politico e sociale è stato importante. È parte dell’appoggio al processo delle organizzazioni nella loro lotta sui temi di giustizia, prevenzione, formazione, sensibilizzazione.

Cisv ci sta accompagnando e ha condiviso, anche con la propria presenza a Nebaj, questo processo che la Red e la società civile sta portando avanti. I progetti della Red perseguono la ricerca della giustizia, attraverso le denunce delle donne, per cercare una trasformazione nella loro vita, affinché la violenza non sia più tollerata. La Red inoltre è molto impegnata nell’appoggio offerto alle sopravvissute alle violenze, e anche in interventi sul territorio comunale per ridurre la conflittualità. Appoggiamo le vittime in ambito legale, psicosociale, dando accompagnamento, ma anche incidendo in alcuni temi e spazi più politici, perché se si vuole generare qualche cambiamento occorre partire dalle autorità e dalle comunità».

Chiediamo a Juana cosa possiamo fare in Italia per appoggiare il lavoro di protezione e difesa dei diritti umani in Guatemala.

«Vi ringraziamo per tutto l’appoggio dato. È importante continuare questa relazione e ampliarla a livello internazionale perché è una forma per proteggere il lavoro, la dinamica in corso e la lotta dei guatemaltechi e guatemalteche che portiamo avanti da lunghi anni, anche grazie al sacrificio di vite. È un intervento molto politico, di protezione e di appoggio».

Marco Bello


Situazione sociale turbolenta nel paese centroamericano

Verso le elezioni… con violenza

Il presidente attore Jimmy Morales ha bloccato i lavori della commissione Onu contro l’impunità. La gente si è rivoltata manifestando pacificamente nelle città. Le tensioni
sociali e politiche sono in aumento e con esse la violenza nei confronti di leader e attivisti per i diritti umani. Un gruppo della società civile decide di candidarsi alle elezioni.

A 23 anni dalla firma degli accordi di pace che hanno messo fine a un conflitto armato interno durato oltre tre decadi (1960-1996), in Guatemala si registrano ancora gravi violazioni dei diritti umani, alti livelli di povertà, disuguaglianza, discriminazione e impunità. Secondo le Nazioni Unite (Undp 2018), il Guatemala è oggi al 127° posto dell’Indice di sviluppo umano, in discesa a causa della totale assenza di politiche che promuovano l’uguaglianza di genere e la lotta alle disuguaglianze sociali ed economiche. Inoltre, registra uno dei coefficienti di Gini (che misura la disparità economica tra poveri e ricchi) peggiori al mondo (0,63), e circa il 60% della popolazione continua a vivere sotto la soglia della povertà, percentuale che raggiunge il 76,1% nelle zone rurali, il 79,2% tra le popolazioni indigene.

Questa situazione di violenza strutturale è strettamente legata all’impianto razzista e discriminatorio dello stato che da sempre esclude le popolazioni maya, agli alti livelli d’impunità e di corruzione che caratterizzano l’attuale governo di Jimmy Morales, eletto nel 2015 con il sostegno dell’ala più reazionaria dell’esercito. La sua politica, come quella del predecessore Otto Perez Molina, è caratterizzata da corruzione, militarizzazione dei territori e repressione.

Diritti sempre più negati

Negli ultimi tre anni il Congresso non ha registrato progressi nella legislazione relativa alla promozione dei diritti economici, sociali e culturali della popolazione e ha invece adottato posizioni e proposte legislative che favoriscono l’impunità, limitano la partecipazione politica e violano i diritti delle fasce più deboli della popolazione, ovvero popoli indigeni, donne e minoranze (ad esempio la proposta di legge 5377 per riformare la Legge di riconciliazione nazionale, che concederebbe l’amnistia per tutti i crimini commessi durante il conflitto armato).

L’apice della politica governativa a favore d’impunità e corruzione si è toccato nel cosiddetto «Caso Cicig», la Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala, un’entità finanziata dall’Onu, che dal 2007 appoggia la procura e altre istituzioni statali nelle indagini sui reati commessi da reti criminali. Tra i casi più emblematici coadiuvati dalla Cicig, si ricorda il «Caso della Linea», che ha portato all’arresto di molti funzionari governativi e dell’ex presidente Peréz Molina insieme all’ex vice Roxana Baldetti. Dopo aver aperto, insieme alla procura di stato, un’indagine su presunti finanziamenti illeciti elettorali che coinvolge l’attuale presidente e il suo partito, Jimmy Morales ha dichiarato non gradito il coordinatore in loco della Cicig, Iván Velasquez, e ha sciolto unilateralmente la commissione, violando gli accordi internazionali ratificati dallo stesso stato guatemalteco, e le sentenze della Corte Costituzionale guatemalteca, la quale ha reiteratamente affermato l’illegittimità di tale decisione.

Cresce la società civile

L’attivismo a favore dei diritti umani e della lotta all’impunità della società civile organizzata guatemalteca ha registrato un progressivo incremento nel corso dell’ultima decade, soprattutto nelle aree rurali del paese. Un’importante organizzazione di base, la Codeca (Comitato di sviluppo contadino), con un alto numero di affiliati tra le popolazioni indigene e contadine, ha deciso di costituire un partito politico per partecipare alle prossime elezioni, previste a giugno 2019. Questa forza della società civile organizzata nelle aree rurali ha provocato un incremento delle tensioni sociali e politiche, cui è seguito un forte aumento dei casi di criminalizzazione e aggressione contro militanti dei diritti umani: nel 2018 si sono registrati 391 attacchi a difensori dei diritti, 26 omicidi, tra i quali anche quello di Juana Ramirez, socia fondatrice di Asoremi, il 21 settembre e 147 casi di criminalizzazione. Un incremento del 136% rispetto al 2017, una situazione che richiama i periodi oscuri della recente storia del paese, incluso il conflitto armato interno, e che ha portato il Guatemala al quarto posto a livello mondiale per numero assoluto di militanti assassinati. Le vittime sono principalmente uomini e donne indigeni che lottano per la difesa dei diritti alla terra e dei diritti umani, e molte di queste, tra cui due dall’inizio del 2019, erano attivisti o candidati del partito di Codeca. Il livello d’impunità per questo tipo di crimini è quasi totale.

L’apertura della campagna elettorale lo scorso marzo in vista delle elezioni di giugno ha, di fatto, incrementato le violenze e i conflitti sociali.

Francesca Rosa




Niger: Siamo in un mondo al contrario


Nei paesi del Sahel l’islamismo sta assumendo varie forme. Gli stati non riescono a controllarlo. La strategia (imposta dall’Occidente) è quella di fargli la guerra, senza tentare il dialogo. Inoltre, si tende ad assimilare jihadismo e migrazione. In questa confusione qualcuno ne approfitta per mantenere lo status quo. L’analisi di un grande intellettuale nigerino.

Testo e foto di Marco Bello

Sguardo vivace, voce calda e accogliente. Moussa Tchangari, ci riceve nel suo piccolo ufficio, alla sede dell’associazione che ha fondato nel lontano 1994, Alternative espaces citoyens (Asc). «Un’associazione apolitica senza fini di lucro, la cui missione è operare per l’avvento di una società fondata sull’uguaglianza dei diritti umani e dei sessi, preoccupata per la preservazione dell’ambiente e della promozione della gioventù, e la valorizzazione della solidarietà tra i popoli», si legge sul sito.

Conosciamo Moussa dal 2009, ma in questi anni il contesto è molto cambiato. Tutta l’area del Sahel è sconvolta come non mai dal fenomeno degli attacchi terroristici. Tanti sono i gruppi jihadisti sul terreno, come abbiamo descritto in precedenti articoli (vedi archivio MC). Inoltre, nell’area, è diventato cruciale il fenomeno dei flussi migratori. Fenomeno che già esisteva, ma che gli occidentali hanno scoperto solo da qualche anno. Così diversi eserciti delle potenze ricche sono ora presenti nei paesi del Sahel: Francia, Usa, Germania, Belgio, contingenti misti dell’Unione europea e perfino poco meno di un centinaio di militari italiani proprio in Niger (Cfr MC marzo 2018). I contingenti hanno la doppia scusa di combattere il terrorismo e bloccare i flussi migratori.

Moussa Tchangari è molto conosciuto nel suo paese, come leader della società civile, come uno che non si piega nel difendere i suoi ideali. E per questo negli ultimi anni è stato anche incarcerato più volte, da un governo, quello di Issoufou Mahamadou, che si dice socialista. Con lui abbiamo parlato delle grandi preoccupazioni dell’area e delle sfide della società civile.

Gli islamisti, perché?

Moussa ci spiega quali possono essere le cause profonde dell’insediamento dei gruppi jihadisti in tutta l’area. «Gli islamisti sono la forza antisistema più visibile, più evidente e più attiva in questo momento storico. Nella maggior parte dei paesi del Sahel, Mali, Burkina e Niger, sono loro che fanno parlare di sé. Sono armati e portano avanti una sorta di guerriglia, compiono attentati contro obiettivi civili e militari». Ma, ci spiega Moussa, con la sua voce calma e calda, non è l’unico fenomeno importante di questi anni. «Vediamo anche una corrente islamista non armata, che sta progredendo nella società. I suoi adepti fanno un lavoro paziente di educazione, formazione, sensibilizzazione, inquadramento».

Si tratta di un movimento più morbido, ma egualmente molto incisivo in un paese al 98% musulmano. Chiediamo a Moussa se si può parlare di radicalizzazione dell’islam.

«Non so se il termine radicalizzazione dell’islam sia appropriato. Il fenomeno che osserviamo è un ritorno in forza di religiosi, nella vita di ogni giorno, anche in ambienti dove non erano presenti. Ad esempio, nelle università i temi dominanti sono cambiati. Qualche anno fa i discorsi erano di sinistra, oggi sono sorte ovunque zone di preghiera, e gli studenti sono più legati a questo aspetto. Nella società ci sono alcune correnti che si stanno imponendo, come i Salafiti, che predicano il ritorno ai valori di base, alla “società islamica primaria”, così la chiamano. Una pratica che segue alla lettera il Corano e non ammette sincretismo. Prima dominava la corrente sufi della Tijanyyah, più incline a coabitare con altre pratiche, con una certa tolleranza. Adesso la corrente Izala1 (un movimento salafita originario della Nigeria del Nord), che era minoritaria, si è propagata e ha molti adepti. Vedete le donne velate in modo diverso, un differente stile di vestirsi, di portare la barba».

Ci chiediamo come sia successo questo. «Oggi c’è un reflusso della sinistra tradizionale. In passato c’erano correnti marxiste leniniste che proponevano qualcosa di diverso. Assistiamo quasi alla scomparsa di queste forze che erano quelle anti sistema. Si è creato un vuoto che gli islamisti stanno riempiendo».

Due movimenti dunque, uno che ha scelto la via della lotta armata e l’altro quella della penetrazione sociale. Che contatti ci sono tra di loro?

«Non osserviamo ancora un’unione tra queste due correnti. Se si unissero, l’islamismo costituirebbe una forza notevole nei nostri paesi. Entrambi si oppongono a chi è al governo e propongono un loro progetto, che è un progetto antisistema. Essi dicono di essere contro la democrazia, anche se non è proprio la democrazia quello che stiamo facendo qui, la chiamiamo così anche se è imperfetta. Loro propongono qualcosa di diverso. Anche dal punto di vista legislativo, vogliono delle società rette dalla legge islamica».

Islam e politica

«Ma è anche un movimento politico, incoraggiato dall’interno come dall’esterno. Osserviamo l’ampliamento di una dinamica riformista della religione che introduce nuovi modi di pensare, di vivere, di intendere i rapporti tra le persone. È una trasformazione nel campo delle pratiche religiose e una proiezione del religioso sul campo politico».

Queste correnti islamiste sono in forte crescita, con un numero di seguaci in aumento continuo e quindi un peso politico sempre più importante.

«Ma le Costituzioni dei paesi del Sahel impediscono che i partiti siano creati su base religiosa, mentre è possibile in altri, come quelli arabi e nordafricani. Questo vuol dire che il sistema degli esclusi si sviluppa al margine di quello ufficiale, il quale non offre loro la possibilità di una partecipazione politica.

E alcuni (degli esclusi) hanno fatto la scelta della lotta armata, perché non ci sono possibilità legali per loro. Presto o tardi, si andrà allo scontro, e secondo me siamo già un po’ a questo».

I governi della regione stanno facendo la guerra ai gruppi che hanno scelto la lotta armata, i cosiddetti jihadisti. Hanno costituito il «G5 in Sahel», un coordinamento degli eserciti di Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, con l’appoggio della Francia.

Ma Tchangari ci spiega: «Oggi gli stati saheliani sono molto deboli rispetto a tutte queste correnti sia armate che non armate. Questo perché non hanno la capacità di ingerenza negli affari religiosi. Forse non dovrebbero neppure farlo. In ogni caso non riescono a regolamentare questo settore, proprio perché questi movimenti non sono riconosciuti come entità legittime.

I problemi dei paesi saheliani si riassumono oggi in una formula: crisi di legittimità degli stati. Lo stato non è riconosciuto come entità legittima, quindi ci sono cose che non può fare, come intervenire sulle questioni religiose. Sarebbe criticato, perché tocca il sacro, e non ne ha la forza.

Gli stati hanno anche difficoltà ad adottare certi tipi di leggi, come il codice della famiglia in Mali, la legge sulla protezione delle ragazze qui, il dibattito sulla laicità.

Il Niger non è uno stato laico ma si definisce “non confessionale”. Ci sono stati dibattiti nei quali abbiamo visto l’influenza molto grande delle differenti correnti religiose sulla politica.

Se la crisi di legittimità dello stato non sarà risolta, esso non potrà regolamentare il settore religioso, che diventa una bomba a orologeria».

E questo fatto fornisce agli stati stranieri l’occasione d’ingerenza. Continua Moussa: «A livello politico si vuole continuare a tenere chiuso il sistema, senza offrire aperture a queste correnti. In alternativa si potrebbe dar loro un riconoscimento legale, al di là di associazioni apolitiche, caritative o culturali. Ma non so se sia la cosa migliore. Oggi non hanno la possibilità di avere un partito di tipo islamico». Ad esempio, in Algeria il Fronte islamico di salvezza (Fis), partito religioso, vinse le elezioni di fine 1991. Ma le forze laiche non lo lasciarono governare, così iniziò la guerra civile algerina con la nascita dei Gruppi islamici armati (Gia) che poi si propagarono, nel decennio successivo anche nei paesi saheliani. «Questa storia in parte spiega quello che è avvenuto qui. Ma almeno in linea teorica in Algeria le correnti islamiste hanno potuto avere un partito. Qui, invece, si fa la scommessa di vincere tutti questi gruppi unicamente per la via militare. Non si vuole riformare il sistema né politico né economico nel paese. Secondo me voler vincere senza cambiare nulla è una scommessa folle».

Quale può essere la soluzione? «Se possiamo avere cambiamenti politici importanti che vanno incontro alle aspirazioni profonde della gente, allora forse si potrebbe fermare l’avanzata di queste correnti, perché ci sarebbe un cambiamento che va verso quello che la gente chiede».

La doppia trappola

Ma questa non sembra essere la tendenza attuale. «Oggi i paesi del Sahel sono doppiamente in trappola: primo, i paesi occidentali dettano la condotta da seguire, non solo sul piano politico e pratico, anche dal punto di vista della riflessione. Ad esempio, nessun governo saheliano può cercare il negoziato con questi gruppi armati. Il solo momento in cui si attiva un dialogo è quando ci sono ostaggi occidentali. In quei casi si conoscono i nomi, gli indirizzi, si hanno contatti, ecc. Ma si considera che non ci siano discussioni politiche da fare.

Secondo: l’opzione di distruggere questi gruppi è irrealizzabile. Ma nessuno dei nostri governi osa dire che non abbiamo i mezzi per combattere i terroristi sul piano militare. Gli occidentali sono pronti a farlo, a dispiegarsi sul terreno, ma non a dare agli stati saheliani i mezzi per fare la guerra e neppure i mezzi per cercare altre soluzioni possibili, come il dialogo.

La strategia degli occidentali è mantenere lo status quo, che permette loro di essere presenti. Non hanno vinto, non hanno negoziato, ma sono qui. Questo è quello che interessa. Non so cosa vogliano fare nel futuro».

In realtà si dice che siano i jihadisti a non voler negoziare. «Loro dicono: noi abbiamo un progetto, opposto al vostro. Il rapporto di forza deciderà. Non hanno detto che vogliono negoziare. Vuol dire che sarebbero totalmente ostili a qualsiasi trattativa? Io penso di no».

La gente qui in Niger dice: visto che quello che chiedono è inaccettabile (ovvero la costituzione di repubbliche islamiche), cosa fare? «Si dice che è impossibile dialogare, e dunque facciamo la guerra. Però vediamo che altrove negoziano: in questi giorni gli Stati Uniti stanno negoziando con i Talebani (si riferisce ai negoziati in corso a Doha, in Qatar, per mettere fine al conflitto afghano, ndr). È normale: erano amici fino dall’inizio. Si conoscono hanno molti contatti, amicizie tra loro. Ed è la stessa cosa con i jihadisti nel Sahel: non sono certo caduti dal cielo, qualcuno li conosce e probabilmente è possibile discutere. Ma si preferisce fare la guerra. Ma la vinceremo questa guerra?».

Il business del secolo

Un altro tema fondamentale per il Sahel degli ultimi 5-8 anni è quello dei flussi migratori verso il Nord Africa e quindi l’Europa attraverso il Mediterraneo. Un tema che sta facendo muovere molti capi di stato e ministri degli esteri europei verso il Niger e non solo. L’Italia, ad esempio, ha aperto un’ambasciata in Niger (inaugurata nel gennaio 2018) e un’altra in Burkina Faso (entro il 2019), due paesi che erano sempre stati totalmente trascurati dalla nostra geopolitica.

«Per lo stato nigerino è una fortuna insperata, un’opportunità importante. L’interesse degli occidentali sulla migrazione è una risorsa diplomatica importante per il governo. Per essere più riconosciuto sul piano internazionale. Ed è pure una risorsa economica. Può negoziare dei fondi.

Ma il primo punto è quello che importa di più, perché questo governo è andato al potere con le elezioni del 2011 e poi è stato riconfermato con quelle dubbie del 2016, quindi è in cerca di legittimità internazionale. Oggi è riconosciuto come campione della lotta alla migrazione clandestina, minicampione della lotta al terrorismo. Inoltre, fa i discorsi che piacciono agli occidentali, come quello sul controllo demografico».

L’Europa non è la destinazione principale dei migranti (Cfr. Mc aprile 2019). I flussi migratori all’interno del continente africano sono molto più importanti. E anche i nigerini migrano per lavoro verso il Nord (Libia) e soprattutto la vicina Nigeria.

«Gli europei si sono imposti e il Niger ha messo in piedi un dispositivo per impedire ai migranti di circolare. Con Frontex, le cooperazioni, le basi militari. Così i militari lottano contro due pericoli, e si identificano migrazione e terrorismo come se fossero la stessa cosa. E si fa la caccia all’uomo. Ad esempio, anche Eucap Sahel Niger si interessa alla migrazione2.

Il Niger è diventato un paese tagliato in due: nel Sud le persone possono circolare liberamente, mentre il Nord è come facesse parte dell’Europa. Qui si cercano, si arrestano, si deportano migranti, in barba a tutte le leggi di diritto internazionale e nazionale».

L’attivista di lungo corso ha la sua idea precisa sulla migrazione: «Per me bisogna lasciare circolare la gente, le persone hanno il diritto di muoversi, andare dove vogliono. Abbiamo un pianeta per tutti gli esseri umani, non ci sono illegali, nessuno è straniero. Io difendo l’idea che le persone debbano poter circolare dappertutto. Le risorse ci sono per tutti, per fare vivere ognuno in modo felice».

Un mondo al contrario

Siamo in un mondo al contrario, analizza Moussa Tchangari: «È un peccato che oggi nei paesi ricchi siano i poveri a essere considerati una minaccia e non i potenti, ovvero quell’1% della gente che si accaparra l’essenziale delle ricchezze. Vedi il povero e pensi sia lui il pericolo, non quelli che posseggono fabbriche e banche, sfruttano e si arricchiscono sulla pelle degli altri. In passato era il contrario. Oggi si chiudono gli occhi sulle devastazioni del capitalismo e della borghesia mondiale che saccheggia e concentra la ricchezza nelle proprie mani e si guardano i poveri, che non hanno niente, come le minacce dell’umanità. È il mondo al contrario».

Oggi si sono fatti tanti progressi, ma al tempo stesso si è regrediti, sostiene l’intellettuale nigerino: «Esiste tanta informazione, ma la gente non è informata e può essere facilmente manipolata, e questo anche nei paesi dove esiste tutto. Dove si ha a disposizione tutta l’informazione che si vuole, stampa, libri, statistiche. Il sistema capitalista è capace di alienarti: osserviamo questa ondata di razzismo, xenofobia, il ritorno delle forze di estrema destra. Ma come è possibile, mi domando, nonostante tutti gli strumenti che si hanno per capire?

La questione essenziale – continua – è l’educazione: come educhiamo l’uomo, come formiamo l’uomo. Educhiamolo alla differenza, a comprendere, ad avere spirito critico. Senza questo, possiamo ancora rivivere tutte le cose gravi che abbiamo già vissuto in passato, le guerre.

Se accumuliamo tutte le guerre in corso oggi è come una guerra mondiale. Solo che non succede sul teatro europeo o nordamericano. Ma tutto il mondo vi partecipa».

E continua: «Abbiamo risorse, intelligenza, capacità a sufficienza, eppure vediamo lo stato del mondo oggi: abbiamo creato una situazione in cui pensiamo che la minaccia per il mondo sia il fatto che la gente possa circolare. Ma per gli esseri umani è essenziale spostarsi, donne e uomini hanno sempre viaggiato. E non è solo la povertà che fa muovere la gente, ma anche la prosperità.

Nei paesi ricchi, abbiamo delle sacche di povertà, milioni di persone disoccupate, ma non è perché non si ha la possibilità di farli lavorare. Negli Stati Uniti ci sono 40 milioni di poveri che se si ammalano possono morire perché non hanno l’assicurazione sanitaria. Gli Usa non hanno la possibilità di fare qualcosa su questo tema?

Il grande problema è che «non stiamo facendo il vero dibattito, quello sul sistema, ma un dibattito periferico. La migrazione è il “cache sex” del capitalismo (letteralmente: perizoma, qualcosa che nasconde, ndr). È questo che si mostra per non parlare di problemi di fondo».

Moussa Tchangarai

Che fa la società civile?

Moussa è impegnato per i diritti umani e per una società più equa dagli anni ‘90, quando con altri studenti nel 1994 fondò Asc. Gli chiediamo oggi che ruolo può giocare la società civile, ad esempio per far sì che si affrontino i veri problemi. «Informare, sensibilizzare e stimolare i dibattiti. Ma la società civile non è molto forte, ha diversi problemi, cerchiamo di fare delle piccole cose. Non è sufficiente, ma cerchiamo di parlare di questi temi, aiutare le persone a capire, dare dei nuovi orientamenti. È molto difficile. Occorre costituire una massa critica con un gran numero di organizzazioni e avere i mezzi per farsi sentire per portare avanti il messaggio. Esistono radio e televisioni, ma occorre avere accesso, organizzare discorsi strutturati. Tutto questo non è ancora acquisito.

Inoltre, dobbiamo essere capaci di portare il dibattito in posti dove non c’è, come nei nostri villaggi. È un lavoro di educazione, risveglio di coscienze, che presuppone molta mobilità, immaginazione, per riuscire a spiegare, convincere, coinvolgere.

Al tempo stesso il sistema ha la sua rete per fare il contrario. I paesi occidentali che vogliono diffondere un tipo di messaggio hanno i soldi, la tecnologia, le risorse. C’è molto da fare e dobbiamo intensificare questo lavoro. Dobbiamo sforzarci di essere creativi. È la grande sfida che abbiamo oggi».

Marco Bello
con la collaborazione di Sante Altizio

NOTE

(1) Movimento salafita originariodel Nord della Nigeria e poi diffuso nel resto del paese e in Niger, Ciad e Camerun. Si contrappone all’innovazione
e alle correnti sufi.
(2) Eucap, European union capacity building, è un corpo misto europeo composto da forze di polizia con la missione di formare le forze di sicurezza nigerine – si legge sul sito ufficiale – allo scopo di combattere il terrorismo e il crimine organizzato, e di meglio controllare i flussi migratori e contrastare la migrazione illegale.
(3) Il Niger è il quarto produttore mondiale di uranio, lo precedono Kazakistan, Canada e Australia. Nel 2017 in Niger si sono prodotte 3.449 tonnellate di uranio (dati francesi) per il 7,5% della produzione mondiale.


Parla l’esperto in sfruttamento delle risorse minerarie

Paese ricco per gente povera

Il Niger è un paese dal clima ostile ma dalla grande ricchezza del sottosuolo. È poco abitato e ci sarebbero risorse per tutti. Ma perché si trova sempre tra i tre ultimi posti della classifica dello sviluppo umano, stilata annualmente dall’Onu? Incontriamo l’attivista Maman Sani a Niamey che ci spiega questo.

Maman Sani Adamou, si definisce militante altermondialista, collabora con diverse associazioni della società civile nigerina, ed è specializzato sulla tematica dell’industria estrattiva. Ma Sani è un signore pacato, tranquillo, con le idee chiare e competenza da vendere. Il suo lavoro ordinario è di ispettore al ministero dell’Educazione.

Dottor Sani, il Niger è il quarto produttore di uranio al mondo3, perché è anche uno dei paesi più poveri del pianeta?

Incontro con l’attivista Maman Sani a Niamey

«Occorre partire dagli accordi di difesa dell’aprile 1961, che legano Niger, Benin e Costa d’Avorio alla Francia. In un allegato c’è un contratto di esclusività. I tre paesi si impegnano, nel caso non possano essi stessi utilizzare le risorse strategiche, come petrolio, berillio, uranio, a dare priorità alla Francia per sfruttarle. Sono inoltre autorizzati a cercare un altro partner solo nel caso in cui la Francia si dice non interessata. È un patto di tipo coloniale che ha fatto sì che dal ‘61 tutte le nostre risorse sono destinate in modo prioritario alla Francia.

Nel ‘68 è iniziata la realizzazione della prima miniera di uranio, la Somair ad Arlit. È stata firmata una convenzione di lunga durata, che dava alla Francia la possibilità di sfruttare tutto il minerale. È da notare che il Niger guadagnava molto poco, a livello forfettario solo un miliardo di Fcfa all’anno (circa 1,5 milioni di euro, ndr), quando i prezzi dell’uranio, sul mercato internazionale erano molto elevati. Nel ‘74 è stata aperta una seconda miniera, la Cominak. Il governo dell’epoca si era reso conto che dall’inizio dello sfruttamento dell’uranio nel ‘71 non aveva avuto abbastanza profitto. Tentò quindi di rinegoziare, per avvicinarsi al valore delle risorse come il petrolio. Si era fatto uno studio che equiparava le due materie prime: un kg di uranio produce tanta energia quanto 10mila kg di petrolio. Ma quel governo è stato rovesciato da un colpo di stato nel ’74. Dopo l’apertura della seconda miniera, si era riusciti ad avere 20 miliardi di Fcfa, ma senza negoziare sulla base dell’equivalenza energetica tra il petrolio e l’uranio.

La Francia prendeva tutto l’uranio, e pagava un prezzo fisso, anche se a livello internazionale c’era una fluttuazione, con prezzi nettamente migliori, il Niger non poteva chiedere un adeguamento.

Inoltre lo stato non aveva alcuna possibilità di controllare i prezzi e neppure il tonnellaggio definitivo estratto, che era controllato da Areva (la multinazionale francese che opera nel campo dell’energia in particolare nucleare. Dal 2017, in seguito a ristrutturazioni, prende il nome di Orano, ndr)».

Fino a quando il presidente Mamadou Tanja ha cercato di aprire il mercato…

«Questo fino a quando negli anni 2005-2006 con un aumento generale del costo delle materie prime, i dirigenti dell’epoca hanno voluto rivalorizzare l’uranio ed è stata promulgata una nuova legge mineraria che aumentava un po’ il livello delle royalties.

Ci sono stati tentativi di diversificazione dei partner di sfruttamento a partire dal 2006. Tutto questo spiega la fine del regime della VI repubblica con il colpo di stato di febbraio 2010. Ufficialmente il motivo è che il presidente Mamadou Tanja aveva forzato la Costituzione per ricandidarsi dopo due mandati, ma di fatto le ragioni del rovesciamento sono da cercare nel dossier uranio.

Dopo la caduta del regime e le nuove elezioni la legge mineraria non era ancora applicata. Possiamo parlare di sotterfugio, riferendoci all’accordo di partenariato strategico che rimpiazza la legge. Nell’accordo Areva propone qualche sussidio e realizza qualche opera intorno ad Arlit. Inoltre il mega giacimento di Imourarene, che avrebbe dovuto produrre 5mila tonnellate all’anno, la più grande miniera di uranio del continente, e doveva partire nel 2011-12 non è ancora in sfruttamento. Curiosamente il governo non cerca di riprendere il titolo di sfruttamento ad Areva per affidarlo a un altro potenziale concorrente».

Quindi nessun beneficio per la popolazione?

«Lo sfruttamento dell’uranio in Niger non ha permesso di creare sviluppo nel paese, al contrario, produciamo circa 3.500 tonnellate/anno di uranio, ma sono i dati di Areva, non possiamo fare una contro verifica nazionale. Possiamo dire che questa risorsa non ha permesso di avere un beneficio per la popolazione, ma al contrario ha aggravato alcuni problemi, come quello ambientale. Inoltre, il fatto che il mega giacimento di Imourarene non sia stato sfruttato ha causato delle perdite per i contratti delle società dell’indotto già firmati. Areva ha l’abitudine di dare in subappalto un certo numero di prestazioni perché le conviene economicamente non pagare direttamente i lavoratori.

Ad Arlit c’è del radon, rilevato da una Ong francese che ha fatto queste misure e ha trovato un tasso di radiazione anormalmente elevato. L’acqua è contaminata, la popolazione è malata, ma il Niger non si è creato nessuna competenza sull’energia nucleare. Siamo rimasti in una divisione del lavoro di tipo coloniale. Produciamo ma non trasformiamo, e consumiamo quello che non produciamo.

Lo sfruttamento dell’industria dell’uranio si è rivelato qualcosa di nocivo per il Niger, quando invece per la Francia che alimenta in elettricità nucleare la maggior parte del suo territorio è fondamentale.

(La Francia produce oltre il 70% del suo fabbisogno di energia elettrica con il nucleare, e detiene il primato al mondo con questa percentuale, ndr)».

Cosa ci dice del petrolio, scoperto dai francesi e ora sfruttato dai cinesi?

«Sono i cinesi che lo sfruttano sotto la forma di un “contratto di condivisione di produzione”, ma sfortunatamente anche in questo caso il Niger non è stato in grado di trarne il vantaggio che gli spettava. Il governo non ha saputo leggere tutto l’interesse geopolitico che il continente iniziava ad avere nel settore in quel momento e mettere in competizione i diversi attori. È la Cina che fa l’esplorazione, valuta le riserve e fa lo sfruttamento. Anche in questo caso il Niger non ha sviluppato alcuna competenza in materia e il peggio è che non siamo neppure stati capaci di onorare i nostri impegni. Ad esempio la Soras (società di raffinazione costruita dai cinesi a Nord di Zinder, vedi foto a pag. 17, ndr) è detenuta per il 40% dal Niger e il 60% dalla Cina, ma è stata costituta praticamente con fondi cinesi. La Cina ha pagato anche la parte nigerina. Non c’è alcuno sforzo per fare della nostra industria il punto di partenza di un decollo economico.

Il petrolio raffinato in Niger dà qualche beneficio allo stato, ma la popolazione che ha chiesto un abbassamento dei prezzi del carburante e del gas da cucina non ha avuto benefici.

Quando comprate benzina che arriva di contrabbando dalla Nigeria, spesso è benzina della Soras venduta in quel paese a un costo inferiore, che ritorna da noi e costa molto meno di quella alla pompa. Possiamo vendere all’estero a un prezzo basso, ma non all’interno.

Inoltre il petrolio ha creato degli appetiti e il Niger si è indebitato, perché si è lanciato in lavori di infrastrutture la cui scelta è dubbia e oggi ci troviamo richiamati da Fondo monetario e Banca mondiale che ci dicono che siamo molto indebitati.

I cantieri che vediamo a Niamey non hanno carattere strutturante perché quello che si sta costruendo non risolve i problemi della popolazione. Ad esempio nel campo dell’educazione abbiamo molte classi nella scuola secondaria con più di 100 studenti, seduti in terra, e ci sono ancora aule con il tetto di paglia. Qual è lo sviluppo in questo caso? Fare un’infrastruttura per dire che è molto bella, oppure risolvere dei problemi come l’accesso all’educazione e alla salute?».

Le risorse minerarie del Niger, sfruttate ormai da 50 anni, non hanno quindi prodotto sviluppo?

«L’industria estrattiva non è servita come leva per far partire un processo di sviluppo, ma è piuttosto il contrario, il paese continua a sprofondare nella povertà. Uno studio recente fatto per Afro barometre indica che c’è un peggioramento della situazione economica, un’esplosione della corruzione, e un continuo aumento delle disuguaglianze. Osserviamo inoltre una sorta di disaffezione della popolazione verso la politica, preparando così il terreno per altri tipi di problemi, come quello del jihadismo».

Marco Bello

SAHEL – JIHAD – MIGRAZIONE su MC

Marco Bello, Africa «coast to coast», aprile 2019.
Marco Bello, La faticosa via del cambiamento, gen-feb 2019.
•Marco Bello, Tra jihad e fibra ottica, dicembre 2018.
Marco Bello, «Ci legavano con corde e catene», aprile 2018.
Marco Bello, Niger, frontiera d’Europa,marzo 2018.
Marco Bello, Di male in peggio, giugno 2017.
Marco Bello, Chiesa, dialogo contro terrore, dicembre 2015.
Marco Bello, Transizione: missione compiuta, giugno 2011.




Reportage da Kirkuk: I sopravvissuti (alla follia dell’Isis)


L’Isis ha portato distruzione, morte e follia non soltanto a Mosul. Siamo andati nella città petrolifera di Kirkuk, a lungo contesa dalle varie fazioni in lotta, per incontrare i sopravvissuti della guerra. Molti altri vivono nei campi profughi (a volte da anni) in attesa di capire la loro sorte.

testo e foto di Angelo Calianno

Sono passati quasi 5 anni dalle invasioni e dai massacri dell’Isis in Iraq. Dal 2017 la presenza degli uomini del Daesh è stata notevolmente ridimensionata fino a ridursi a poche frange che combattono ancora in Siria. Alcune tra le città precedentemente occupate – come Sinjar, Mosul, Kirkuk – sono state riconquistate, anche se sono andate semidistrutte durante le battaglie per riperderne il controllo.

Dove sono oggi tutti quegli uomini e donne che hanno combattuto contro l’Isis? Dove sono e cosa fanno oggi le persone sopravvissute a maltrattamenti, abusi e violenze? Ci sono ancora cellule dormienti dell’Isis? Dove sono gli accusati di collusione con i terroristi dello Stato islamico?

Tra Erbil, Mosul e Kirkuk incontro alcune delle persone che hanno vissuto quei giorni, che hanno perso molti dei propri cari durante gli scontri e gli attentati di questi ultimi, tremendi anni.

Il petrolio (come sempre)

Uno dei più grandi obiettivi del Daesh durante la sua prima comparsa è stata proprio Kirkuk.

Questa è oggi una città di circa 600 mila abitanti di diversi credi religiosi, tra cui sunniti, sciiti e cristiani. L’importanza della città risiede nel suo sottosuolo, uno dei più ricchi e antichi giacimenti di petrolio del Medioriente. Una stima dello scorso novembre ha calcolato che, se si estraesse tutto il petrolio greggio da quest’area, la sua quantità ammonterebbe a oltre 9 miliardi di barili: questo dice molto sul motivo per il quale sia stata così contesa.

I terroristi del califfato sono arrivati a Kirkuk e nella sua provincia nel 2014. La regione è stata strenuamente difesa dalle milizie curde dei peshmerga che l’hanno contesa all’Isis fino al 2017. Anche lo stato semiautonomo del Kurdistan avrebbe voluto, in qualche modo, annettersi i giacimenti di petrolio ai suoi territori. Nel 2017, le milizie sciite del governo iracheno però sono entrate in città con i carri armati a riprenderne il controllo.

Si è sfiorato un altro conflitto interno tra curdi iracheni e iracheni, diversi civili sono stati feriti e tantissimi curdi, inclusi i peshmerga, hanno ripiegato verso la capitale Erbil, lasciando definitivamente Kirkuk nelle mani di Baghdad.

A Kirkuk

Arrivo nella zona di Kirkuk in auto con Ahmed Salah, un militante peshmerga che ha combattuto un po’ ovunque sul fronte anti Isis. Alcuni dei suoi zii e cugini sono morti proprio in questa zona, durante i primi scontri contro gli uomini dello Stato islamico.

Per arrivare qui da Erbil abbiamo attraversato tre check-point, uno peshmerga e due delle forze di sicurezza irachene. «Da questi villaggi e queste campagne – mi racconta -, molta gente si è unita al Daesh. Vedi quella casa? Oggi è tenuta sotto controllo 24 ore al giorno: uno dei ragazzi che ci abitava con la sua famiglia era un terrorista, oggi è in carcere. Ha molti fratelli e si teme che alcuni di loro possano far parte delle cellule dormienti».

Pensi ci siano molte persone che segretamente ancora supportano l’Isis?, gli chiedo. «Io penso di sì, lo pensa anche l’intelligence, vedi quel ragazzo ad esempio?».

Mi dice indicando un ragazzo vestito con abiti tradizionali, barba lunga e con visibili problemi di ritardo mentale.

«Il Daesh arruolava molte persone con poca istruzione, gente che aveva problemi mentali o problemi economici. Li indottrinavano con la religione islamica. Io conosco quel ragazzo e la sua famiglia: non si sarebbe mai vestito così prima. È stato arruolato anche lui, poi per il suo chiaro stato psicologico è stato lasciato in pace e riaffidato alla famiglia che comunque è sotto controllo».

Tu hai combattuto un po’ ovunque – dico al mio interlocutore -. C’è stato un episodio che più di altri ti ha segnato? «Ce ne sono stati tanti, uno dei più brutti è stato quando ho trovato mio cugino e mio zio uccisi qui vicino. Tuttora non ne sappiamo il motivo, ma durante l’invasione del Daesh si moriva per niente. Forse però l’immagine che non mi toglierò mai dalla mente è un’altra…».

Ahmed Salah tira fuori il cellulare per farmi vedere alcune fotografie, ritraggono un pickup bianco con quattro cadaveri senza vestiti al suo interno: «Qui eravamo tra Mosul e Sinjar. Avevamo scavato delle trincee per ostacolare qualsiasi attacco potesse arrivare con i mezzi terrestri. Una mattina, all’alba, vediamo questo pickup venire a tutta velocità verso di noi. Non si vedeva nulla per la nebbia e il parabrezza era tutto sporco di terra e polvere».

«Abbiamo aperto il fuoco contro il veicolo che poi si è infossato nella trincea. Quando abbiamo aperto le portiere del mezzo abbiamo trovato loro: erano quattro ragazzini nudi e legati. Sull’acceleratore era stata messa una pietra. Erano sicuramente stati rapiti, avevano subito abusi e poi erano stati lanciati contro di noi. Non siamo mai nemmeno riusciti a fare il riconoscimento dei cadaveri per sapere chi fossero, ma forse per i parenti, in quei giorni, è stato meglio non sapere la fine che avevano fatto i loro figli».

Ahmed Salah mi saluta e si incammina verso casa, ma dopo qualche secondo torna indietro per dirmi qualcos’altro: «Vorrei aggiungere un’altra cosa, un dubbio che per noi è sempre stato importante. All’inizio, durante gli scontri con il Daesh, venivamo continuamente bombardati. I colpi di mortaio si susseguivano notte e giorno, senza tregua. Poi le esplosioni cessavano non appena gli americani mettevano piede nel nostro campo. La stessa cosa accadeva quando dalle nostre postazioni gli americani cercavano di colpire i terroristi, non centravano mai l’obiettivo al primo colpo, ma sempre al terzo o al quarto. Queste coincidenze sono accadute più di una volta e a tutti i peshmerga hanno sempre creato molto sospetto».

Nel nome di Allah

A Kirkuk incontro altri due ragazzi che sono sfuggiti per un soffio alle spedizioni punitive dell’Isis. Essendo cristiani erano uno i primi bersagli da persegure. Il modo in cui sono riusciti a scappare è davvero particolare: «Siamo scappati perché uno dei nostri amici era con il Daesh. Prima di arrivare a Kirkuk ci ha telefonato per avvisarci, così siamo riusciti a fuggire con le nostre famiglie».

Chiedo loro: conoscevate molte persone che si sono unite al Daesh? Se sì, perché lo hanno fatto secondo voi? «Ne conoscevamo diverse, con due in particolare lavoravamo trasportando ortaggi e frutta nei mercati. Sai, all’inizio, quando ne parlavano e facevano le prime riunioni nelle moschee, non sembrava una cosa così grande. Nessuno pensava che saremmo arrivati a questo punto, alla guerra, alle violenze. I miei amici si sono uniti al Daesh perché a loro sembrava una cosa giusta. Erano sunniti. Il governo sciita di Baghdad aveva impoverito le loro famiglie, vedevano la corruzione ovunque. Il Daesh aveva promesso che ci sarebbero stati soldi divisi più equamente nel nome di Allah. Io penso che quando si sono resi conto di quello che sarebbe successo, fosse troppo tardi per tirarsene fuori. Sono riusciti però a salvare noi».

Avete avuto più notizie di loro? «No, penso siano morti. Non sono più tornati a casa e le loro famiglie comunque sono sorvegliate dall’esercito, nel caso dovessero tornare o altri terroristi si facessero vedere».

Gli Yazidi del campo profughi

Gli uomini dell’Isis hanno perpetrato violenze ovunque, ma c’è un gruppo su cui si sono particolarmente accaniti, i credenti di una fede religiosa che i terroristi hanno praticamente decimato. Sono gli Yazidi, ritenuti dal Daesh, per il loro singolare credo religioso, adoratori del diavolo.

Uno degli stermini più atroci che l’Iraq abbia mai vissuto si è consumato a Sinjar. Il 4 agosto 2014 gli uomini del Daesh hanno ucciso 5mila persone, mentre in 7mila sono stati rapiti, la maggior parte donne per diventare «schiave del sesso», e bambini, poi mandati nelle scuole di rieducazione per diventare militanti, erano tutti di fede yazida.

Mirza è una di quelle persone riuscite a fuggire dal massacro. Ha 39 anni, anche se dimostra molto più della sua età. Lo incontro in una tenda nel campo di rifugiati a Shari, nella provincia di Dohuk. L’Iraq ha decine di campi profughi destinati ai cosiddetti «rifugiati interni», quelle persone che hanno perso le proprie case e terre durante il conflitto contro l’Isis. In questo campo sono quasi 5mila. Vivono accatastati in tende consumate dalle intemperie.

Mirza ha combattuto nell’esercito iracheno per 11 anni, per questo, quando l’Isis è arrivato a Sinjar, il suo nome era in cima alla lista delle persone da eliminare. Da 4 anni Mirza vive qui con la sua famiglia. In una delle tende a lui destinate ha aperto un piccolo laboratorio dove ripara apparecchi elettrici. Nel campo tutto funziona solo con i generatori a gasolio. Lo intervisto mentre si riscalda davanti a una stufetta a legna. Fuori ci sono tre gradi e la pioggia battente ha ricoperto le strade del campo di fango.

Mirza, raccontami di come hai fatto a fuggire da Sinjar? In quanti siete scappati? «Prima del 4 agosto 2014, già da giorni sapevamo che il Daesh sarebbe arrivato. Avevo dei conoscenti che si trovavano vicino al loro campo, furono loro ad avvisarci di scappare. Ci dissero che altrimenti sarebbe potuta finire molto male per noi. Con mio fratello prendemmo tutta la nostra famiglia: i nostri figli, mogli, fratelli e sorelle, eravamo in 30, la notte prima che arrivassero gli uomini del Daesh ci nascondemmo in montagna».

Come avete fatto a sopravvivere? Siete più tornati a Sinjar?, gli chiedo. «Ogni notte scendevo nei villaggi a valle per prendere da mangiare, dalle montagne abbiamo poi passato illegalmente il confine con la Siria dove siamo rimasti per tre mesi, poi anche lì la situazione cominciò a peggiorare. Allora sono riuscito a trovare uno smuggler che ci ha portato di nuovo in Iraq e poi in Kurdistan. Abbiamo speso tutto quello che avevamo per il viaggio, 1.000 dollari. Sono in questo campo da allora».

Conoscevi alcune delle persone che si sono arruolate con l’Isis? A molti faccio la stessa domanda, come hanno potuto farlo secondo te? Molte delle persone, prima che arrivasse Daesh, vivevano in pace e non avevano mai fatto del male a nessuno.

«Io penso che dipenda moltissimo dalla loro istruzione ed educazione, da dove vengono, dalle loro famiglie, per molti all’inizio sembrava una cosa buona, nessuno quando si sono arruolati aveva parlato di sterminare gli Yazidi, uccidere i propri amici perché di religione diversa. La propaganda era più religiosa e mirata contro l’invasione occidentale, contro le multinazionali che volevano usare la nostra terra, contro la corruzione. Ogni giorno però la situazione diventava più grave fino ad arrivare a quello che sappiamo oggi. Ci hanno sterminati», mi dice commuovendosi.

«Io conoscevo alcune delle persone che hanno attaccato Sinjar. Molto probabilmente oggi sono morte. Io non ce l’ho con loro. So che sono stati manipolati e che gli hanno riempito la testa di sciocchezze. Però nessuno ci ha difeso, ora con la mia famiglia viviamo qui, senza lavoro, senza futuro. Quest’anno non ci hanno nemmeno consegnato il gasolio per il riscaldamento e da giorni non fa altro che piovere. Io vorrei tornare un giorno a Sinjar, ma oggi Sinjar non esiste più».

Mirza mi racconta che nel campo ci sono anche diverse ragazze che sono state rapite da Daesh e poi segregate a Mosul per essere «schiave sessuali»: «Conosco le famiglie di tutti qui, alcune di queste ragazze, da allora, da quando sono riuscite a scappare, non parlano più, non riesco a immaginare quanto possa essere doloroso solo ricordare quello che è successo».

Bassem, cristiano di Mosul

Spostandomi a Mosul mi ritrovo in una città in rovina. In questi vicoli, oggi devastati dai bombardamenti americani, sono morti insieme agli uomini dello Stato islamico anche migliaia di civili. In alcune di queste case, mi dice la gente per strada, l’Isis teneva segregate sia ragazze che ragazzi per abusare sessualmente di loro. Altri luoghi invece, come chiese e scuole, venivano usati come carceri o stanze per le esecuzioni.

Davanti alla chiesa armena di Etchmiadzin, sventrata dalle bombe americane, incontro Bassem.

Vive in uno stanzino qui accanto, poca roba ammassata sotto un edificio pericolante, lo incontro mentre beve whisky da una bottiglia di plastica con due suoi amici. Molti non musulmani comprano a poco prezzo distillati fatti in casa: per tanti di loro, soprattutto dopo la distruzione di Mosul, è l’unica via di fuga dalla realtà.

Bassem, perché hai deciso di vivere in questo centro storico ormai distrutto?, gli chiedo. «Ho sempre vissuto qui. Non me ne sono andato quando è arrivato Daesh, non me ne sono andato quando gli americani bombardavano e non me ne vado adesso. Poi li vedi quelli?».

Mi dice indicando alcuni ragazzi con un vecchio veicolo a tre ruote: «Girano di edificio in edificio per rubare tutto quello che trovano, soprattutto metalli come il rame. In questa chiesa ci sono ancora candelabri, lapidi, targhe di ottone. Io sono qui per proteggerla».

Bassem toglie il lucchetto della catena che chiude la porta della chiesa. Entrando, tra calcinacci e vetri rotti, solleva il maglione per mostrarmi delle cicatrici sulla schiena: «Un giorno mi hanno portato qui perché hanno trovato a casa mia una parabola per la televisione e dell’alcol. Mi hanno preso a bastonate sulla schiena e lasciato per terra. Non sono riuscito a muovermi per settimane. Ridevano mentre lo facevano e mi sputavano addosso».

Bassem mi mostra altri angoli della chiesa e racconta ancora dei giorni dei bombardamenti. Lo fa con un sorriso abbozzato, con il sollievo di essere sopravvissuto, ma senza molta speranza di vedere una ricostruzione. Dopo aver riconquistato la maggior parte delle città irachene, è cominciata la ricerca dei dispersi, migliaia sono le persone di cui non si ha più traccia.

Tra novembre 2018 e gennaio 2019 sono state trovate oltre 200 fosse comuni contenenti migliaia di cadaveri giustiziati dall’Isis. Al momento sono state scoperte nelle province di Ninive (la maggior parte attorno alla città di Mosul), Kirkuk, Salahuddin e Anba.

Secondo le prime stime dell’Onu, le vittime trovate sarebbero 12mila. Si è cominciato un lento e paziente riconoscimento dei cadaveri che potrebbe portare in futuro a dei processi per crimini contro l’umanità. Tutti gli intervistati mi hanno parlato delle vittime ancora da ritrovare. Nella stessa Mosul, ad esempio, tantissimi corpi si trovano ancora sotto le macerie della città, impossibili da estrarre se non ci sarà una ricostruzione.

Dopo l’Isis: giustizia sommaria, sospetti, paura

Il segno dell’Isis non è stato lasciato solo addosso alle sue vittime. Proprio in questi giorni Human Rights Watch ha pubblicato un dossier che parla di arresti indiscriminati e torture da parte dell’intelligence irachena e di quella curda, ai danni di chi – in qualche modo – ha interagito con gli uomini del Daesh.

Ragazzi che lavoravano nei ristoranti dove gli uomini del califfato andavano a mangiare, musulmani sunniti che praticano un islam più radicale, famiglie di ragazzi arruolati nelle file dell’Isis. Moltissimi vengono arrestati, interrogati, spesso con violenza, e una volta rilasciati, tutta la loro comunità li marchia come terroristi. Tra di loro ci sono molti minorenni, Human Rights Watch, nel suo dossier, riporta che fino a dicembre 2018 il numero di minori detenuti superava i 1.500, di cui 185 condannati con l’accusa di terrorismo. Recentemente, 19 di loro hanno dichiarato di essere stati percossi con tubi di plastica e torturati con scosse elettriche, fino ad essere costretti a confessare di aver fatto parte dell’Isis. Tutto pur di far cessare le torture.

Il terrorismo in queste terre non ha portato solo morte e distruzione ma ha lasciato una scia di paura: la paura di un’altra guerra e che nuovi gruppi di terroristi possano apparire da un giorno all’altro. Questa paura ha fatto chiudere spesso un occhio alle autorità sui metodi usati nelle indagini antiterrorismo, e ha portato ad un sovraffollamento, spesso non giustificato, delle carceri.

Il timore che l’Isis possa tornare ha inoltre insinuato il sospetto della gente nei confronti dei propri vicini di casa, a dubitare dei propri conoscenti, a volte dei propri amici.

Malgrado questo, ogni persona da me incontrata o intervistata mi ha espresso speranza. Non quella di avere una vita migliore o rivivere nelle proprie case ricostruite, ma quella di tornare a vivere in pace, senza paura che il terrore possa tornare a regnare per queste strade.

Angelo Calianno


Yazidi: Il tempio vuoto

Su una montagna, a 60 km da Mosul, sorge il sacro tempio degli Yazidi, dove una volta l’anno i fedeli si recano in pellegrinaggio.
È un freddissimo giorno di febbraio, piove da molti giorni, ci togliamo le scarpe per camminare nella parte sacra del tempio, sentendo la pietra bagnata e gelata del pavimento delle ampie corti. Uno dei sacerdoti mi mostra il pozzo sacro: «Qui – mi racconta -, è dove tutte le ragazze, dopo essere scappate o liberate dalla cattività dell’Isis, vengono per purificarsi, per essere di nuovo pulite».

Come mai è così vuoto il tempio?, chiedo. «Da quando è arrivato l’Isis il numero di chi viene al tempio è sempre minore, persino nelle nostre festività principali ho visto centinaia di persone in meno. Tutto questo è il frutto dei massacri e anche della fuga di tanti nostri fedeli all’estero».

Si è stimato che su quasi 600mila yazidi, 100mila siano fuggiti all’ estero durante i primi attacchi dello Stato islamico. Oggi 6.500 sono le persone, per lo più donne, che portano il peso e i segni della cattività, durata in alcuni casi 3 anni. Sopravvissute ai rapimenti, agli stupri sono passate da questo tempio per lavarsi via la violenza, per ricominciare una nuova vita.

A.Cal.

 

Archivio MC: sulla vicenda degli Yazidi la rivista ha pubblicato un dossier uscito a marzo 2017 e firmato da Simone Zoppellaro.

 




Libia 2011: l’anno del non ritorno

Dossier scritto da Angela Lano e curato da Marco Bello


Indice

Introduzione: Intrico libico.
•  La voce del ricercatore.
•  L’insurrezione del 2011 e l’intervento della Nato: Primavera o inverno?.
•  Preparazione all’estero.
•  La rivolta della Cirenaica.
•  La risoluzione Onu e la Libia «liberata».

Cosa pensano i libici all’estero.
•  Chi ha iniziato la rivolta?
•  Italia – Libia, amici o nemici?
•  Come vediamo l’Italia.

Danni economici
Breve cronologia.

Il complotto dell’Occidente: Attacco alla Libia A chi ha giovato?
•  Francia principale mandante?
•  Le riserve auree di Gheddafi nel mirino.
•  Sostegno dei ribelli e protezione dei civili?

Dopo la guerra il caos: Il paese non paese.
•  Islamismo politico nella rivolta.
•  Jihadismo «infiltrato».

Nota redazionale.


Introduzione: Intrico libico

Tentare di ricostruire cause ed effetti, storici e attuali, del caos libico non è affatto facile né scontato: tanti sono gli attori e gli interessi in gioco, quante le linee di analisi e le prospettive di lettura. Dal 2015 a oggi, nell’ambito di una ricerca accademica che stiamo svolgendo sulla rivolta in Libia del 2011, abbiamo incontrato decine di libici sia in Tunisia sia in Europa (per ragioni di sicurezza non ci siamo recati in Libia). Ognuno di essi ci ha fornito versioni e spiegazioni diverse del dramma libico: dalla questione delle qabile (tribù o gruppi etnici tradizionali – ndr) e lotte interne, alle politiche del vecchio regime di Muammar Gheddafi, alle interferenze di agende esterne (occidentali e arabe), all’islamismo radicale.

Ci sono quelli che vedono in Gheddafi e nel suo quarantennale regime la responsabilità del disastro, e altri che puntano il dito contro i piani neocoloniali occidentali, quelli volti a cambiare regime per accaparrarsi le risorse e smontare i piani panafricani del Colonnello. C’è chi lo odia a morte e chi lo esalta. Chi ringrazia la Nato per l’aiuto alla rivolta (tramite i bombardamenti) e l’appoggio ai ribelli, e chi invece chiede l’apertura di un’inchiesta per crimini contro l’umanità nei confronti della stessa Nato, Usa, Francia, Gran Bretagna. C’è chi vede nelle (contraddittorie) politiche panafricane del Fratello Leader (sempre Gheddafi) e nei suoi progetti di dinaro d’oro africano le vere ragioni del rovesciamento del regime.

Dopo anni di letture, incontri, interviste e analisi di dati, siamo portati a credere a un insieme di cause, interne ed esterne, sulle quali hanno prevalso, tuttavia, le agende occidentali per il cambio di regime.

L’effetto evidente di tante e molteplici azioni è che il paese, da sviluppato e relativamente prospero nell’era gheddafiana, ora affonda sempre di più nella tirannide di milizie, gruppi criminali, qabile, partiti, formazioni islamiste dalle più violente alle «moderate», ciascuno con propri progetti e obiettivi che poco hanno a che fare con il bene comune
dell’ex jamahiriyya (Al-Jamāhīriyyah al-ʿArabiyyah al-Lībiyyah, una sorta di «repubblica delle masse»).

Alla fine, come molti degli intervistati hanno tristemente ammesso, pare di poter dire che «si stava meglio, quando si stava peggio», cioè quando c’era Gheddafi.

18/02/2011, Tripoli, sostenitori di Gheddafi. © MAHMUD TURKIA / AFP

La voce del ricercatore

Londra, febbraio 2019. Incontriamo Tarek Megerisi, ricercatore anglo-libico, presso il suo ufficio all’European council on foreign relations di Londra. È figlio di un libico e di una palestinese, e l’unica volta in cui ha potuto recarsi in Libia è stato nel 2011: «Non sono né pro governo di Tripoli né pro governo di Tobruk (i due governi che si contendono il paese, nda) – ci tiene a premettere -, ma entrambi mi considerano persona non gradita, quindi non posso più andarci. Gheddafi era un dittatore, ma vista la situazione attuale, la qualità della vita dei libici era migliore sotto il suo regime che oggi. Abbiamo sostituito un Gheddafi con altri dieci».

Questa amara constatazione non nasconde l’avversione per il regime di Gheddafi, nelle cui politiche Megerisi, come altri, vede la responsabilità della tragedia libica attuale, non salvando nulla: neanche lo sviluppo degli anni ’70, dovuto alle ingenti rimesse petrolifere.

Per il ricercatore, il Colonnello era una figura egocentrica che per 40 anni ha concentrato su di sé ogni potere, agendo come un padre padrone, usando la vecchia e collaudata tattica del divide et impera per tenere a bada le qabile e le varie tendenze eterogenee e centrifughe del paese. «Ha fatto solo danni – afferma Megerisi -, portando via proprietà e capitali alle classi medie e alte e distribuendole a quelle popolari ha imposto una sorta di socialismo dei beni di produzione e ha spazzato via l’iniziativa privata; ha creato problemi all’estero, in vari stati africani, imponendo le sue visioni e interferendo nella vita politica di vari governi. La gente non ne poteva più e ha colto l’occasione per ribellarsi, chiedendo l’aiuto militare alla Nato. Aiuto che è stato fondamentale per la liberazione dal regime».

Questa lettura senza sconti dei 40 anni di jamahiriyya è condivisa da diversi libici intervistati, scrittori e giornalisti, economisti, impresari, ex funzionari di ambasciata, islamisti, giuristi e così via. Ma è avversata da altri, che vedono le reali cause del caos attuale nelle decennali sanzioni Usa, che hanno portato le gravi crisi economiche, e quindi anche politico-sociali, del paese, nei piani economici e strategici franco-britannico-statunitensi, ma anche di Qatar e Emirati Arabi Uniti.

 Angela Lano

Bengasi, manifestazione contro Gheddafi in marzo 2011. © ROBERTO SCHMIDT / AFP


L’insurrezione del 2011 e l’intervento della Nato: Primavera o inverno?

La sollevazione popolare libica del 2011 fu diversa dalle altre Primavere arabe. Preparata all’estero da esuli. Le prime rivolte scoppiano a Bengasi, da sempre città ribelle al regime di Gheddafi. Per impedire il «bagno di sangue» l’Onu autorizza un intervento militare occidentale. Gheddafi viene catturato e ucciso dai rivoltosi. La motivazione della Nato è «proteggere i civili libici», vittime di massacri e stupri di massa.

In concomitanza con le «primavere arabe» in Tunisia, Egitto e altri paesi, anche la Libia del colonnello Muammar al-Gheddafi a febbraio del 2011 viene travolta dalla rivolta «popolare»: le proteste scoppiano a Bengasi e si diffondono in altre città, scatenando scontri tra le forze di sicurezza governative e gli insorti. A marzo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite autorizza una no-fly zone sulla Libia e attacchi aerei per «proteggere i civili» di cui la Nato assume il comando, sotto lo slogan «responsibility to protect» (responsabilità per proteggere). A luglio, l’International contact group on Libya riconosce ufficialmente come governo legittimo il principale gruppo di opposizione, il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), formatosi a febbraio 2011. Ad agosto, formazioni militari di rivoltosi addestrate da Francia, Gran Bretagna, Qatar e Usa, delle quali fanno parte membri di al Qaida, appoggiati dai bombardamenti della Nato, entrano a Tripoli dichiarandone la «liberazione».

Delle gesta di queste truppe, parla Sam Najjar, un combattente libico-irlandese, nel suo libro «Soldier for a summer». Con Najjar abbiamo dialogato sui social media, mentre abbiamo incontrato il fratello Yusuf, a Manchester, nell’agosto 2015, anche lui reduce dai combattimenti in Libia. La città britannica è uno stato dentro lo stato, rifugio e sede di varie attività dell’islamismo politico, dal più moderato al più pericoloso e aggressivo (cfr. MC ottobre 2017).

Le rivolte arabe non sono state tutte uguali, ognuna si è svolta con dinamiche ed esiti differenti: per quelle in Tunisia ed Egitto si è trattato di autentiche sollevazioni popolari di massa, per quelle libica e siriana è diverso, e gli effetti di quegli eventi saranno duraturi.

La tendenza, scrive la professoressa Michela Mercuri nel suo libro «Incognita Libia» è d’inserire «la rivolta libica nell’ambito delle cosiddette primavere arabe, i movimenti di protesta che, tra il 2010 e il 2011, hanno interessato molti stati del Nord Africa e del Vicino Oriente. Tuttavia, non è possibile assimilare tout court i rivolgimenti del 2011 a un unico grande movimento. […] Ogni rivolta ha avuto le sue cause, i suoi sconvolgimenti e i suoi esiti e per questo, oggi, i paesi che all’inizio avevamo indistintamente chiamato “Primavera araba” appaiono come un prisma mutevole in costante evoluzione. […] Da questo punto di vista sarebbe un errore interpretare gli eventi libici del 2011 come mere contingenze di quanto stava accadendo negli stati confinanti. Nell’ex jamahiriya le proteste hanno assunto una connotazione peculiare rispetto a quelle degli altri paesi interessati dal fenomeno e per questo la Libia rappresenta una sorta di “eccezione regionale” sia per il modo in cui le rivolte hanno avuto inizio sia per come si sono evolute sia, infine, per le loro conseguenze».

© MAHMUD TURKIA / AFP

Preparazione all’estero

In particolare, la rivolta libica è una sollevazione che, seppur partita da un diffuso malcontento generato da repressione, crisi economica, corruzione e da richieste di maggiori libertà, è stata preparata per anni all’estero – da esuli libici in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti -, e poi prontamente infiltrata da forze dell’islamismo radicale sia presenti sul campo sia arrivate da fuori, appoggiate militarmente e finanziariamente da Parigi, Londra, Washington, Abu Dhabi e Doha, così come molti mercenari. Una sorta di complotto organizzato con pazienza da varie forze e attori, libici e internazionali, che hanno aspettato il momento opportuno per agire.

Questo momento che si presenta il 15 febbraio 2011, con l’arresto da parte del regime dell’avvocato Fathi Tarbel, legale delle famiglie dei prigionieri massacrati nella prigione di Abu Salim il 26 giugno 19961. È il casus belli che scatena le rivolte a Bengasi caratterizzate da scontri tra i manifestanti e le forze di sicurezza che causano diversi morti. Le proteste coinvolgono anche El Bayda, nella Libia orientale, dove vengono uccisi due manifestanti, e Zintan, a Sud Ovest di Tripoli.

Le manifestazioni vengono organizzate via social network come in altri paesi arabi. Il loro obiettivo è chiedere riforme in campo economico, sociale, abitativo, lavorativo, e lottare contro la corruzione. La popolazione scesa nelle piazze non chiede un cambio di regime. Il 17 febbraio, il quinto anniversario delle manifestazioni a Bengasi contro le vignette anti islamiche pubblicate su un giornale danese2, viene dichiarato «Giorno della collera». Nel frattempo, però, lo slogan è diventato il regime change, progetto caro a vari gruppi di oppositori, e a Usa, Gran Bretagna e Francia.

Sulla scia delle rivolte nei paesi vicini, nel gennaio del 2011 Gheddafi ha avviato alcune riforme economiche: riduzione dei dazi, delle tasse sul cibo importato e su altri prodotti, con l’intento di evitare lo scatenarsi del malcontento, ma la mossa risulta infruttuosa.

I giornali occidentali e Al Jazeera parlano di «primavera libica», ma a sollevarsi contro il regime, più che i giovani o i lavoratori (che in Libia sono prevalentemente stranieri), come invece sta accadendo in Egitto e in Tunisia, sono le qabile, in particolare quelle della Libia orientale da sempre avverse al governo, gruppi progressisti e liberali, e islamisti. Ovvero i vecchi nemici di Gheddafi. Quando infatti la popolazione vede il degenerare degli eventi e le manovre occidentali, scende in piazza a sostenere il governo contro quella che pare a molti un’interferenza esterna.

Ajdabiya, ribelli sotto attacco delle forze di Gheddafi. © ARIS MESSINIS / AFP

La rivolta della Cirenaica

Bengasi, la «vecchia strega» anti jamahiriyya: le prime manifestazioni contro il regime partono da lì, dalla capitale della Cirenaica (Nord Est) e sono violente. Gheddafi chiamava Bengasi la «vecchia strega» in quanto ribelle e spina nel suo fianco: è infatti abitata da qabile che gli sono ostili e filo monarchiche3.

Alcuni tra i libici intervistati e che provengono da quell’area raccontano che il rais puniva questa regione tenendola in condizioni peggiori di altre e investendo meno nella ridistribuzione dei proventi del petrolio. Un alto tasso di disoccupazione e carenza di appartamenti aveva contribuito a creare una situazione pesante.

Nonostante la Rivoluzione del settembre 1969 nella quale giovani ufficiali guidati da Gheddafi presero il potere senza spargimento di sangue, deponendo Re Idris, e la successiva lotta contro il qabilismo, considerato una delle cause di arretratezza del paese, la Libia ha continuato a essere dominata da diverse e potenti famiglie in antagonismo e in conflitto tra di loro. Famiglie che il Fratello Leader riusciva a gestire con il metodo «del bastone e della carota» e con la politica del divite et impera.

Alcuni studiosi leggono, infatti, la Rivoluzione del 1969 come la rivolta di alcune qabile contro quelle della Cirenaica e dei Senussi, altri come un colpo di stato contro il potere del qabilismo in generale. La rivolta del 2011 sarebbe una «controrivoluzione» o ripresa del potere delle vecchie forze.

Di fatto il Colonnello, abbattuto il regime del Regno senussita alleato dell’Occidente, e il sistema di clientele, ne aveva creato uno nuovo che la Cirenaica, con le sue potenti e storiche famiglie, non aveva mai pienamente accettato. Anche il nuovo assetto, come affermano molti libici incontrati, si basava sul clientelismo e l’appartenenza a questo o a quel clan, e la distribuzione dei proventi del petrolio era vincolata all’aderenza e alla fedeltà alla Rivoluzione e a Gheddafi.

Dunque, la Cirenaica, penalizzata dal regime e piena di risentimento, dà vita alla rivolta, che poi si estende al resto del paese. Scrive Mercuri: «Nel sistema redistributivo troppo era stato preso dai fedeli del Colonnello; la sua tribù, assieme ad altre come quella dei Meqarha del compagno di rivoluzione Abdelsalam Jalloud, poi “allontanato” dal rais, avevano monopolizzato pressoché tutti i settori dell’economia al prezzo di sanguinose repressioni. Per tutti questi anni i poteri della Cirenaica marginalizzati e repressi nel risiko tribale, hanno covato la voglia di prendersi una storica rivincita sul colpo di stato, considerato dai fieri senussi un golpe dei libici occidentali».

La risoluzione Onu e la Libia «liberata»

La comunità internazionale risponde a quello che i media definiscono «bagno di sangue», repressione violenta da parte del regime contro i manifestanti, con la risoluzione 1970 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, il 26 febbraio 2011, che impone sanzioni a Gheddafi e chiede alla Corte di giustizia internazionale di indagare sulla repressione contro i cittadini. Poco dopo giustifica gli attacchi aerei e richiede l’immediato cessate il fuoco, imponendo anche il divieto dei voli sullo spazio aereo libico e ulteriori sanzioni.

La lega araba appoggia la risoluzione Onu e il Qatar e gli Emirati Arabi forniscono aeroplani di supporto alla Nato.

Il 20 ottobre successivo, Gheddafi viene catturato e ucciso brutalmente, nel frattempo, altri combattenti prendono Sirte, sua città natale. Il 23 ottobre, il Cnt dichiara la Libia ufficialmente «liberata» e annuncia i piani per indire democratiche elezioni entro otto mesi. Nel novembre 2011, con l’accusa, mai provata, di «crimini contro l’umanità», viene catturato e imprigionato Saif al-Islam, il figlio di Muammar, nonché intellettuale e riformista, che negli ultimi anni ha lavorato per un’apertura libica verso i diritti politici e civili e ha scarcerato numerosi oppositori dell’islamismo radicale imprigionati dal regime.

Ufficialmente, la fine della guerra contro il regime di Gheddafi avviene nell’ottobre del 2011, propagandata come una «vittoria» dal presidente francese Nicolas Sarkozy, dal primo ministro britannico David Cameron e dal segretario di stato Usa Hillary Clinton, di cui si ricorda il commento, accompagnato da risata: «Siamo venuti, abbiamo visto, è morto», in riferimento all’uccisione del Colonnello.

Secondo le loro dichiarazioni, l’intervento militare sotto l’egida della Nato era l’unica strada per «proteggere» la popolazione civile dai «massacri» del regime e dagli «stupri di massa» che le truppe di Gheddafi, alle quali sarebbe stato preventivamente fornito il viagra, avrebbero compiuto contro le donne libiche in città e villaggi. Questi orrori, mai effettivamente provati, sono stati la giustificazione ufficiale per la guerra.

 Angela Lano

Vicino a Bengasi il 21/03/2011 dopo un attacco aereo francese contro le forze di Gheddafi. © PATRICK BAZ / AFP


Cosa pensano i libici all’estero

La voce di tre libici che vivono all’estero. Il loro sentire sul perché della guerra civile e dell’appoggio esterno. La loro preoccupazione sulla situazione attuale.

Iran Sarah (il nome è di fantasia) è una libico italiana di 60 anni. Viaggia sovente in Libia dal 2002, per motivi familiari e di lavoro. Durante la guerra civile, nel 2014 ha perso un fratello.

«In Libia ora c’è guerra tra gruppi, milizie: mio fratello e mio nipote sono stati uccisi da bande, perché non volevano unirsi a loro. Il problema sono i due governi e la lotta tra di loro (la Libia ha oggi due uomini forti: Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar, ndr). Sono contraria a un governo a Tobruk o a Sirte o a Bengasi. Deve essere a Tripoli. Il governo di Tobruk è riconosciuto dall’Europa perché ci sono i loro amici, ma è Tripoli la capitale.

In Libia dove trivelli c’è petrolio. Sono circa sei milioni i libici e se Gheddafi avesse ridistribuito i proventi del petrolio, non gli avrebbero fatto guerra, ma lui privilegiava alcuni contro gli altri. Comunque, rispetto ad ora, sotto il regime si stava meglio, non c’era tutta questa violenza».

Esharef A. Mhagog, 45 anni, musicista libico di Tripoli, in Italia da 31 anni. «Nella guerra civile ho perso un fratello. In Libia c’è una brutta situazione. Siamo stati ingannati dall’Occidente. Prima ci credevo alla rivoluzione, sapevo cosa volesse dire il regime – avevo studiato la storia della Libia -, ma non pensavo che con questa scusa ci potessero ingannare. Sono tornato nel mio paese nell’ottobre 2012 e ho trovato una situazione familiare molto divisa: chi era pro chi era contro la rivoluzione.

Per me è stato un trauma. Io e papà eravamo a favore, tutto il resto pro Gheddafi. Nessuno di noi era mai stato perseguito dal regime, anzi, tutta la famiglia lavorava per il governo. I miei fratelli mi telefonavano in Italia per tranquillizzarmi: “In Libia va tutto bene”. Ma io cercavo notizie. Ho scoperto tutto andando là. Ho saputo dopo anche della morte di mio fratello: era un poliziotto ed era morto mentre faceva il suo turno in pattuglia. Faceva la guardia, a Tajura, il 20 agosto 2011, quando dei cecchini hanno aperto il fuoco contro la sua auto. Era sposato e aveva un figlio di sei mesi.

In Libia c’è una confusione, ci siamo liberati di un dittatore, è vero, ma si è creato un vuoto. Chi lo può riempire? Ci sono milioni di armi che circolano su una popolazione di sei milioni di persone. Passeggiavo con i miei cugini che giravano con il kalashnikov. Loro se la ridevano, ma io pensavo: “Guarda a che punto siamo arrivati”. Prima non era così, ora una rissa per banali motivi si trasformava in guerra di quartiere. Un caos. I mercenari, foreign fighters, sono arrivati da ovunque».

N.S.M., nato a Tripoli nel 1977, avvocato con un dottorato a Londra in diritto. Era in Libia durante la rivolta del 2011.

«Non fu una rivoluzione ma un conflitto interno. Il risultato è stato negativo se guardiamo la situazione attuale. Quando scoppiarono i disordini sapevo che sarebbe successa la stessa cosa che in Iraq. Dissi ai miei amici: “Ricordatevi dell’Iraq”. Non si tratta di diritti umani – che potrei capire – ma di coinvolgimento della Francia di Sarkozy, che aveva i suoi obiettivi e voleva il petrolio libico. Le potenze occidentali parlavano di “proteggere la popolazione”, ma ciò che è successo e quante persone sono morte dimostrano il contrario. Fu ed è solo un gioco politico».

Chi ha iniziato la rivolta?

Il cantante libico Esharef. © Angela Lano

Sarah: «Le prime a ribellarsi contro Gheddafi furono le qabile di Bengasi; seguirono quelle di Sirte, Sabha, poi Tripoli. Zu’ara, Jbal e varie altre aree e qabile odiavano Gheddafi perché al potere non erano loro.

Prima tutti avevano paura di Gheddafi, ora si spaventano tra di loro, se non sono d’accordo gli uni con gli altri. In ogni città c’è uno che vuole comandare. C’è diffusione di armi tra tutti, anche tra i giovani. Nei mercati, tra frutta e verdura, trovi banchi con armi.

Gheddafi non era amato in Occidente, perché non lasciava spazio a Usa e Israele. Non aveva amici nei paesi del Golfo. A molti libici, invece, piaceva».

Esharef: «La Nato e i francesi hanno armato la parte orientale della Libia, che ha poi ringraziato Sarkozy. Se non avessero iniziato a bombardare, il 19 marzo 2011, Gheddafi avrebbe raso al suolo Bengasi: ha sempre detestato l’Est del paese. Lui fu vittima di un attentato, negli anni ‘90, in quell’area e promise vendetta: tagliò la corrente, i viveri. Era un dittatore e giocava sulle divisioni. Tutti sapevano che lui odiava la parte orientale e che dunque la rivolta doveva iniziare da lì. Nella parte occidentale non potevano fare niente perché era controllata dall’esercito. I libici orientali sono stati armati dagli egiziani, dai francesi e dai Fratelli Musulmani (gruppo islamista), altre vittime della persecuzione di Gheddafi per tanti anni.

Adesso non si capisce più niente. Ci sono due eserciti. Nel 2014 Haftar ha creato un esercito ed eseguito l’Operazione Dignity. Tutti aderirono, tranne quelli di Misurata, che decisero di prendere il potere, bombardando l’aeroporto. Ci siamo così trovati ad avere due governi diversi: uno illegale a Tripoli e l’altro legale a Tobruk. Nel giugno 2014 si sono fatte le elezioni, e hanno vinto i moderati. I Fratelli Musulmani di Misurata-Tripoli non hanno riconosciuto l’esito elettorale e hanno cacciato via gli eletti, che si sono rifugiati a Tobruk. I Fratelli hanno preso il potere a Tripoli, non accettando la sconfitta».

N.S.M.: «Nel periodo di Gheddafi non si stava male: molte persone volevano solo più diritti ed educazione. Ma qualcuno dentro e fuori della Libia ha manipolato e usato tali richieste, e da una protesta popolare per il raggiungimento di qualche diritto civile si è arrivati a distruggere il paese con la partecipazione di forze interne – soprattutto islamisti legati ai Fratelli Musulmani – e mercenari, criminali comuni, tutti finanziati dal Qatar e aiutati e organizzati da Usa, Francia e Gran Bretagna, che volevano un cambio di regime».

Angela Lano

Italia – Libia, amici o nemici?

Riportiamo la testimonianza di A.Q., giovane avvocato di Tripoli che ci ha richiesto l’anonimato. Il suo testo si concentra sui rapporti tra Italia e Libia.

«Gheddafi per l’Italia era un grande sostegno economico: i primi investimenti libici in Italia furono nel 1972. Poi dal ‘75 aiutò la Fiat, l’Eni, l’Unicredit e altre banche, anche per il finanziamento alle imprese. Invece l’Italia tradì tutto questo, lasciandosi coinvolgere nella distruzione della Libia. E perché? Perché la politica estera italiana non è autonoma al 100%. È un paese sconfitto nella
II guerra mondiale, fa parte della Nato, è sottomessa direttamente e indirettamente agli Usa, ha 113 basi Usa e Nato sul suo suolo. Non può sottrarsi alle guerre volute dalla “comunità internazionale”.

Il 30 agosto 2008 fu firmato il trattato di amicizia tra Italia e Libia nel quale venne sancita la non ingerenza interna tra i due paesi e il divieto di usare la forza, o gli spazi territoriali, contro l’altro. Tuttavia, tutto ciò è stato totalmente violato dall’Italia.

La propaganda affermava che la Nato è intervenuta per “proteggere” il popolo libico, ma secondo me è falso. Perché eliminare le istituzioni statali, le forze militari… A chi interessava?

La vera motivazione dell’intervento della Nato è stata quella di creare il disastro, l’instabilità. Un paese sottomesso, nel caos, per permettere meglio la spartizione.

Sirte, Gheddafi e Silvio Berlusconi, allora primo ministro, il 10/02/2004. © POOL / AFP

Come vediamo l’Italia

Da una parte noi libici continuiamo a vedere l’Italia come simbolo di fratellanza, amicizia, il più vicino al mondo arabo; dall’altra la vediamo come parte di un passato molto doloroso, che non è facile dimenticare. I fascisti costruirono i primi campi di concentramento in Libia. Massacrarono 300.000 persone tra il 1929 e il 1931, nell’Est della Libia, intorno a Bengasi.

Con l’accordo sopra citato molti dei libici pensarono a un punto di svolta con l’Italia: le scuse dell’allora presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, che baciava la mano anche al figlio di Omar al-Mukhtar (guerrigliero libico che guidò la resistenza al colonialismo, ndr), simbolo dell’anti-italianismo. Il gesto italiano fu considerato una grande vittoria morale libica.

Tuttavia, dopo il 2011 si sentirono traditi, a pochi anni dall’accordo.

Ora è forte il sentimento anti italiano. Il governo di el-Serraj è considerato filo italiano, grazie allo sforzo dell’Italia è riuscito a insediarsi a Tripoli. Ma non è riconosciuto dal popolo libico. Non ha una vera efficacia sul territorio. Non riesce neanche a controllare un quartiere di Tripoli.

Ci sono i gruppi militari e le milizie che hanno il vero potere e controllano tutto. La Libia, che ha perso la propria sovranità, senza esercito, senza un servizio di intelligence, senza unità nazionale, non si può certo governare. Tantomeno dall’esterno.

Perché da 100 anni riceviamo solo danni dall’Italia? Tutte le azioni militari sono partite per colpire Tripoli dall’Italia.

Danni economici

Gli imprenditori italiani hanno perso un sacco di soldi. L’interscambio tra Libia e Italia, nel 2008, è arrivato a 20 miliardi di euro: il nostro paese è sempre stato importante per l’Italia.

Inoltre, 11.000 italiani lavorano in Libia. Tra le esportazioni italiane nel mondo arabo, la Libia era al primo posto.

Il 2 marzo 2009 Gheddafi aveva dichiarato di voler privilegiare l’Italia negli affari commerciali e negli appalti interni. Invece l’Italia ha partecipato alla sua distruzione. Più che fare gli interessi economici libici, Gheddafi aveva offerto benefici all’Italia.

Inoltre, fino al 2010, la Libia riusciva a controllare tutta la costa e l’emigrazione clandestina. Nel 2014 sono arrivati in Italia 140mila migranti, prevalentemente dalla Libia.

Se dal punto di vista economico la relazione Italia-Libia è stata positiva, il rapporto politico, sociale e mediatico è stato ben diverso. I media italiani hanno sempre denigrato Gheddafi, hanno accusato la Libia di inviare jihadisti, immigrati, ecc.

C’è troppa disinformazione, rifiuto di sapere, ignoranza voluta, eppure i prodotti italiani sono presenti in Libia, così come ristoranti e altri locali».

a cura di Angela Lano


Breve cronologia

© ROBERTO SCHMIDT / AFP)

1951, 24 dicembre – Proclamazione dell’indipendenza della Libia.

1969, 1 settembre – Un colpo di stato rovescia il re Idris. Muammar al-Gheddafi prende il potere.

1970, gennaio – Sono nazionalizzate le banche, le compagnie petrolifere e le proprietà dei coloni.

1973, gennaio – Lanciata la rivoluzione culturale islamica. Occupata la banda di Aozou, nel Nord del Ciad.

1977, 2 marzo – Instaurazione dello stato delle masse, al Jamahiriyya araba, popolare e socialista.

1982, marzo – Inizia l’embargo commerciale degli Stati Uniti.

1984, aprile – Rottura delle relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.

1988, 21 dicembre – Attentato contro aereo della Pan Am nei cieli di Lockerbie, in Scozia (270 morti).

2002, marzo – Inizio della costruzione del gasdotto Libia-Europa.

2009, 2 febbraio – Elezione di Gheddafi alla testa dell’Unione africana per un anno.

2011, 15-16 febbraio – Manifestazioni nella città di Bengasi. Il 17 febbraio i manifestanti reclamano le dimissioni di Gheddafi e sono repressi nel sangue.

2011, 21 febbraio – Bombardamento di Tripoli da parte dell’aviazione libica.

2011, 17 marzo – Risoluzione 1973 dell’Onu che autorizza il ricorso della forza per proteggere i civili libici, crea la no fly zone e aumenta l’embargo sulle armi. Il 19 marzo iniziano i bombardamenti degli occidentali contro Gheddafi. Il comando sarà della Nato.

2011, 21-22 agosto – Caduta di Tripoli, i ribelli del Cnt prendono la città.

2011, 15 settembre – 20 ottobre – Battaglia di Sirte. Il 20 ottobre Gheddafi è catturato e giustiziato sommariamente.

2011, 31 ottobre – Fine dell’operazione militare Nato.

2012, 6 marzo – La Cirenaica (Bengasi) dichiara la sua autonomia. Inizia il «caos libico».

2019, 27 febbraio – Sotto l’egida dell’Onu, al-Serraj e Haftar firmano un accordo di principo per organizzare nuove elezioni.

Hillary Clinton, segretaria di stato degli Usa con combattenti del concilio Nazionale di Transizione a Tripoli, 18/10/2011. © KEVIN LAMARQUE / POOL / AFP


Il complotto dell’Occidente: Attacco alla Libia. A chi ha giovato?

La diffusione delle mail di Hillary Clinton rivelano al mondo i retroscena della geopolitica Usa e Francese. L’intervento militare «a protezione dei civili libici» nascondeva l’avversione dei due paesi occidentali alle idee di politica monetaria di Gheddafi. Dal loro punto di vista, un progetto del rais di una moneta unica africana, sebbene assai improbabile, avrebbe messo a rischio la finanza mondiale.

Subito dopo la diffusione delle 3.000 mail sottratte dal server personale dell’allora segretario di stato Usa Hillary Clinton, nel dicembre del 2015, fu resa di pubblico dominio la ragione per la quale la Francia e gli Stati Uniti mossero guerra alla Libia: le riserve auree del paese e la salvaguardia del Franco Cfa.

Ma vediamo una di queste mail che data 2 aprile 2011, inviata a Clinton dal suo consigliere Sidney Blumenthal: «Il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento. Questo oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione e doveva essere utilizzato per stabilire una moneta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano è stato progettato per fornire ai paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (Cfa)».

Si tratta di una mail «declassified», cioè desecretata, che continua riportando il colloquio che Blumenthal aveva avuto con ufficiali dell’intelligence francese: «Secondo esperti questa quantità di oro e argento è valutata a oltre 7 miliardi di dollari. I servizi segreti francesi hanno scoperto questo piano poco dopo l’inizio dell’attuale ribellione, e questo è stato uno dei fattori che ha influenzato la decisione del presidente Nicolas Sarkozy di impegnare la Francia nell’attacco alla Libia. Secondo questi individui i piani di Sarkozy sono guidati dalle seguenti questioni: 1. il desiderio di ottenere una maggiore quota della produzione petrolifera della Libia; 2. aumentare l’influenza francese in Nord Africa; 3. migliorare la sua situazione politica interna in Francia; 4. fornire all’esercito francese l’opportunità di riaffermare la sua posizione nel mondo; 5. affrontare la preoccupazione dei suoi consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona4».

Inoltre, in una precedente mail del 27 marzo 2011, Blumenthal parlava degli interessi francesi nel conflitto e citava «esperti» che avrebbero affermato che Sarkozy «sta facendo pressioni affinché la Francia emerga dalla crisi come principale alleato di qualsiasi nuovo governo che prenda il potere».

Francia principale mandante?

Di queste mail parla anche un’inchiesta della House of Commons britannica5 ripubblicando tali motivazioni, segnalando violazioni e chiedendo al governo spiegazioni. «La Francia guidò la comunità internazionale a portare avanti il caso dell’intervento militare contro la Libia nel febbraio e marzo 2011. La politica britannica seguì la decisione presa dalla Francia. […] Gli Usa erano piuttosto reticenti sul coinvolgimento militare […]. Gran Bretagna e Francia influenzarono gli Usa a sostenere la risoluzione 1973». E qualche riga più in là, il rapporto aggiunge che mancavano «dati e informazioni reali sulla situazione in Libia, sulla sua storia, struttura tribale e complessità regionale, e sui motivi per cui la rivolta era scoppiata a Bengasi e non a Tripoli», sottolineando che «su sei milioni di libici, i ribelli erano soltanto 30.000, e non tutta la popolazione», come millantato dai media internazionali e dai signori della guerra.

L’inchiesta evidenzia, inoltre, come Bengasi fosse la roccaforte dell’Islam radicale, rappresentato da forze qaediste coinvolte nella ribellione e dal Lifg (Libyan fighting group, una formazione jihadista, nella black list statunitense, britannica e libica da anni).

Il rapporto britannico mette in dubbio anche che Gheddafi abbia veramente minacciato il proprio popolo.

Dunque, le tanto propagandate «ragioni umanitarie» e di aiuto alla popolazione libica «massacrata», o in procinto di esserlo, erano solo menzogne per giustificare un intervento che aveva ragioni economiche, petrolifere e geopolitiche. E il regime change. Emergono altre conferme in altre mail raccolte in un articolo da Robert Parry, giornalista investigativo6, nel quale si parla dei crimini di guerra commessi dai ribelli e di attività di addestramento in Libia dall’inizio delle proteste (di queste operazioni parla anche uno dei combattenti, Sam Najjar, nel già citato «Soldier for a summer»), e di jihadisti di al Qaida embedded con le truppe ribelli appoggiate dagli Usa e dalla Nato. A tal riguardo vi è, inoltre, un’abbondanza di video che i jihadisti stessi registravano e diffondevano per celebrare le loro gesta.

Parry sostiene, non diversamente da altri7, che le informazioni su «massacri», «stupri», e viagra usato da parte delle truppe regolari libiche contro questa o quella città o popolazione erano soltanto «voci» o mera propaganda che secondo il giornalista sarebbero potute provenire dallo stesso Blumenthal.

Quando Najjar parla di queste cose nel suo libro, non fornisce mai una testimonianza, seppur indiretta, ma cita dei «sentito dire». Le accuse di genocidio sono propaganda usata dagli addestratori militari di quei giovani giunti in Libia da mezzo mondo arabo e occidentale.

Citando tale propaganda o rumors, Parry chiede retoricamente ai lettori: «Quindi pensate che sarebbe stato più facile per l’amministrazione Obama mobilitare il sostegno americano dietro questo “cambio di regime” spiegando come i francesi volevano rubare la ricchezza della Libia e mantenere l’influenza francese neocoloniale sull’Africa, oppure che gli americani avrebbero risposto meglio ai temi della propaganda su Gheddafi che distribuiva il viagra alle sue truppe in modo da poter stuprare più donne mentre i suoi cecchini bersagliavano bambini innocenti?». Purtroppo, un mese dopo, le voci, fatte circolare dagli ambienti del dipartimento di stato Usa, e mai veramente confermate, degli stupri e dei cecchini diventarono materiale accreditato per una presentazione all’Onu dell’allora ambasciatrice Usa Susan Rice, e da lì, probabilmente, ritornarono come «sentito dire» tra i ribelli in Libia.

In realtà, l’offensiva militare di Gheddafi era rivolta verso i gruppi dell’islamismo radicale, ma i propagandisti dell’amministrazione Obama trasformarono la questione in «Gheddafi che massacra il popolo della Libia orientale», giustificando così l’operazione «Responsibility to protect» guidata dagli Stati Uniti.

Insomma, come in tutti gli altri precedenti conflitti di rapina contro Africa e Medio Oriente, bisognava creare il mostro per poterlo poi distruggere, non differentemente da ciò che è avvenuto con l’Afghanistan, l’Iraq e da ciò che ancora accade con la Siria. Come spiega bene Enrica Perrucchietti nel suo interessante libro «False Flag», le notizie per il casus belli di turno sono spesso inventate, o da giornalisti, o da politici o dalle varie intelligence.

Tripoli, 19/03/2011, proteste contro le decisioni contro Gheddafi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. © MAHMUD TURKIA / AFP

Le riserve auree di Gheddafi nel mirino

Qual era la vera minaccia rappresentata da Gheddafi? Tale minaccia non aveva a che fare con le politiche anticoloniali libiche? E con il tentativo di estromettere il nostro paese dal business petrolifero, e non solo, in Libia? D’altronde, Italia, Francia e Gran Bretagna sono in antagonismo sullo sfruttamento della Libia da ben oltre un secolo.

Da anni Gheddafi tentava di stabilire una moneta africana indipendente e alternativa al franco Cfa – adottato da 14 stati africani (di cui due non francofoni: Guinea Equatoriale e Guinea Bissau) su proposta della Francia (Cfr. MC marzo 2019) – e al dollaro, svincolata dall’ingerenza e dagli interessi della finanza globale. Dalle mail citate, trapela che la Francia di Sarkozy riteneva il Colonnello e il suo regime una minaccia per la sicurezza finanziaria del mondo8.

Scrive Ellen Brown sul sito «Counterpunch»9, il 14 marzo 2016: «Dopo il 1944, il dollaro Usa veniva scambiato in modo intercambiabile con l’oro come valuta di riserva globale. Quando gli Stati Uniti non furono più in grado di assicurare riserve d’oro per il dollaro, negli anni ‘70 stipularono un accordo con l’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) per “sostenere” il dollaro con il petrolio, creando il “petro-dollaro”. Il petrolio sarebbe stato venduto solo in dollari Usa, che sarebbero stati depositati a Wall Street e in altre banche internazionali. Nel 2001, insoddisfatto della contrazione del valore dei dollari che l’Opec stava ottenendo per il suo petrolio, l’iracheno Saddam Hussein ruppe il patto e vendette il petrolio in euro. Il cambio di regime seguì rapidamente, accompagnato da una distruzione diffusa del paese. Anche in Libia, Gheddafi ruppe il patto; ma fece molto di più che vendere il suo petrolio in un’altra valuta».

Sostegno dei ribelli e protezione dei civili?

Molti studiosi e analisti di geopolitica e storia della Libia si chiedono se l’intervento Nato fu fatto per proteggere i civili. Megerisi, Najjar e altri libici intervistati sostengono di sì e ringraziano l’Alleanza atlantica per la «liberazione» del paese.

Tuttavia, come evidenza, tra gli altri, il professor Maximilian Forte nel suo libro Slouching towards Sirte: Nato’s war on Libya and Africa, «l’obiettivo dell’intervento militare statunitense era quello di interrompere un modello emergente di indipendenza e una rete di collaborazione in Africa che facilitasse l’aumento dell’autosufficienza africana. Ciò contrastava con le ambizioni economiche, geostrategiche e politiche delle potenze europee extra continentali, in particolare negli Stati Uniti».

A suscitare ulteriori interrogativi sull’operazione militare occidentale contro la Libia, vi è la creazione, da parte dei «ribelli», di una «banca centrale» in sostituzione di quelle statali del regime. La decisione venne presa a marzo, un mese dopo l’avvio della rivolta e della guerra civile: in un incontro avvenuto il 19 di quel mese, il Consiglio di Transizione ne diede l’annuncio, insieme a quello della creazione di una nuova compagnia petrolifera. Inoltre, designò la Banca centrale di Bengasi come «autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia», nominandone anche il governatore.

Dunque, da quanto riportato qui sopra l’aggressione alla Libia non aveva come principale obiettivo la sicurezza della popolazione, ma quella delle banche e della finanza globale, del denaro e del petrolio.

Angela Lano

Ribelle anti Gheddafi. © MARCO LONGARI / AFP


Dopo la guerra il caos: Il paese non paese

Al contrario di un paese pacificato, la Libia vive oggi profonde divisioni. Il territorio è controllato da milizie e bande criminali che vivono di traffici vari. I fronti dei nemici di Gheddafi, dagli islamisti politici neoliberali ai comunisti ai jihadisti infiltrati, finita la guerra hanno iniziato a combattersi tra loro perché mancava un progetto politico comune. E nonostante le intelligence occidentali temessero l’ascesa dell’islamismo radicale, non esitarono a finanziare i jihadisti.

La Libia è tutt’altro che un paese unito e «democratizzato», come s’affannavano a descriverla tra la fine del 2011 e il 2014 i governi e i media occidentali: con la fine della jamahiriyya e l’assenza di un governo centrale riconosciuto da tutti, il paese si è trasformato in un rompicapo di regioni, qabile, città, gruppi, fazioni, tanti stati nello stato, mini sistemi feudali di potere e alleanze, tutti armati e con proprie milizie. Il paese è ostaggio di uomini armati, famiglie, partiti, islamisti, bande criminali. L’antica e mai sopita rivalità tra Tripolitania e Cirenaica, e tra le decine di qabile o gruppi etnici di cui si compone in gran parte la Libia fin dai tempi antichi, è riesplosa in modo devastante, aggravata dalla continua ingerenza politica ed economica delle potenze occidentali. Un paese frammentato e sofferente di cui non si può prevedere un futuro né prossimo né lontano.

Nelle città e nelle regioni di confine gli scontri hanno sovente come obiettivo il controllo di traffici illeciti: droga, petrolio, migranti. Intere aree della Libia, al Nord come al Sud, vivono della tratta degli immigrati provenienti dalle regioni subsahariane (Cfr. MC marzo e aprile 2018). Si tratta di una economia criminale emersa durante gli anni di guerra civile e che si radica sempre di più.

Islamismo politico nella rivolta

Le agende occidentali anti Gheddafi e i suoi progetti contro il neocolonialismo in Africa hanno trovato pronti e validi alleati in tutti quei, nemici che il Colonnello si era creato nei 40 anni di potere, tutti appartenenti, sostanzialmente, alle classi medio alte che le politiche di nazionalizzazione portate avanti avevano profondamente danneggiato: progressisti, conservatori neoliberisti, islamisti aderenti a movimenti dell’islam politico conservatore e neoliberista. Per gli islamisti e i comunisti c’era l’aggravante delle persecuzioni politiche a cui erano stati sottoposti per decenni. Tutti questi fronti si sono inizialmente coalizzati nella sollevazione contro il regime, per poi dividersi e trasformarsi in rivali a guerra Nato terminata. A questo si sono aggiunte le già citate antiche conflittualità tra le qabile.

L’islamismo politico, conservatore e vicino alle dottrine economiche neoliberiste, dal punto di vista religioso ha sempre considerato Gheddafi una sorta di innovatore miscredente. I partiti islamisti che hanno preso parte alle «primavere arabe» in Nord Africa e nel Medio Oriente, non sono «rivoluzionari», a livello economico, ma sostenitori della dottrina capitalista neoliberista (Cfr. MC gennaio 2013). Lo stesso capo del Lifg (Libyan Fighting Group), Abdelhakim Belhaj, che ad agosto del 2011 guidò la presa di Tripoli, di cui poi si nominò governatore, nel giro di poco tempo, da jihadista è diventato un businessman milionario con aereo privato.

Patrick Haimzadeh, ex diplomatico francese a Tripoli, scrive su «Le Monde Diplomatique» (ottobre 2012): «I principali partiti non islamisti sono descritti come “liberali”, ma tutte le parti sono accanite sostenitrici del sistema economico neoliberale. La più nota tra queste è la National forces alliance (Tahalouf al-quwwa al-wataniyya) guidata da Mahmoud Jibril. Questo ricco uomo d’affari ha lavorato a stretto contatto con il figlio minore del dittatore, Saif al-Islam Gheddafi, e ha aiutato a liberalizzare l’economia libica nei primi anni 2000, è stato un membro fondatore del Ntc insieme a Mustafa Abdel Jalil, ed è stato in contatto regolare durante la guerra civile con Sarkozy e Bernard-Henri Lévy (lo scrittore francese che ha richiesto l’intervento occidentale). Altro partito, nella regione orientale, è il National front party (Hizb al-jabha al-wataniyya), un tempo noto come Fronte nazionale per la salvezza della Libia, fondato da Muhammad Yousef Megharief nel 1981, quando era in esilio nel Regno Unito».

Jihadismo «infiltrato»

L’islamismo jihadista ha infiltrato la rivolta fin dai primi giorni, trasformandola in «cambio di regime». Nello scambio di mail tra Hillary Clinton e Blumenthal viene spiegata qual è la realtà, svuotata dalla propaganda: i ribelli, presunti innocenti, nella Libia orientale comprendono elementi jihadisti, come il Lifg e al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi), infiltrate nel consiglio nazionale di transizione. Dalle mail emerge che Sarkozy era molto preoccupato per questi aspetti e voleva anche capire «il ruolo dei Fratelli Musulmani nella leadership ribelle». Blumenthal spiega poi che le intelligence europee temevano che il nuovo governo potesse autorizzare l’Aqmi o altri gruppi islamisti a «creare piccole entità locali semi autonome o “Califfati” nelle regioni produttrici di petrolio e gas della Libia sudorientale»: nel marzo del 2011, erano tutti, politici e intelligence, coscienti del grave rischio rappresentato dalla presenza dell’islamismo radicale e dal terrorismo, pronti a sfruttare il vuoto di potere che la guerra occidentale stava creando in Libia. Tuttavia questa consapevolezza non li ha fatti arretrare, anzi. Milizie jihadiste sono state rifornite di ogni mezzo militare possibile.

Angela Lano

Note

(1) Ne scrive Hisham Matar nel romanzo «Il Ritorno».
(2) Pubblicate il 15 febbraio 2006 su un quotidiano danese.
(3) Regno di Libia, post indipendenza, 1951.
(4) US Department of State, H: France’s client and Q’s gold. Sid, 2 April 2011, C05779612.
(5) House of Commons, Foreign Affairs Committee, Libya: examination of intervention and collapse and UK’s future policy options, third report of Session 2016-17.
(6) Sito Common dreams (www.commondreams.org) «What Hillary new about Lybia», 13 gennaio 2016.
(7) Sito Counterpunch (www.couterpunch.org), Ellen Brown, Exposing the libyan agenda: a closer look at Hillary’s emails, 14 marzo 2016. Inoltre: Foreign Policy Journal (www.foreignpolicyjournal.com), Brad Hoff, Hillary emails reveal true motive for Lybia intervention, 6 gennaio 2016.
(8) Sito The new american, www.thenewamerican.com.
(9) Ellen Brown, ibidem.


Nota redazionale

Come scrive l’autrice nell’introduzione a questo dossier, tentare di ricostruire le cause e gli effetti del caso libico è tutt’altro che scontato. Per questo motivo il dossier approfondisce solo alcuni aspetti del processo che ha portato prima alla ribellione e poi all’intervento della Nato. Le questioni delle riserve petrolifere (tra le più grandi in Africa), del gas naturale (terzo stock sul continente), e dell’importanza geostrategica del paese come centro di snodo del traffico di migranti verso l’Europa, sono qui appena accennate. Come non sono trattati in queste pagine i fatti di attualità e le ripercussioni internazionali della situazione presente.

Ci riserviamo dunque di ritornare su questi temi in futuri approfondimenti.

Hanno firmato questo dossier:

  • Angela Lano – Giornalista professionista e ricercatrice presso l’Università Federale di Bahia-Salvador e la Soas (School of Oriental and African Studies), University of London. Collabora da molti anni con MC.
  • A cura di: Marco Bello, giornalista redazione MC.

Archivio MC: Arturo Varvelli, Libia: caos post Gheddafi, novembre 2012.