Le scalate della «Lady di ferro»

Dopo 140 anni di premier uomini, Sanae Takaichi è la prima donna alla guida di un governo giapponese. Leader del partito conservatore e nazionalista, Takaichi non è certamente una femminista. Tuttavia, la sua salita al potere potrebbe aiutare le donne in un Paese in cui la parità di genere è inesistente.

Sanae Takaichi è diventata la prima donna nella storia del Giappone a ricoprire la carica di Primo ministro, ponendo fine a 140 anni (dal 1885) di governi esclusivamente maschili. Per questo il 21 ottobre 2025 è divenuta una data storica per il Paese del Sol levante.

La scena del suo insediamento era, in sé, eloquente: una donna al vertice assoluto del potere, in un’aula quasi interamente occupata da uomini.

Nata nel 1961 a Yamatokō-riyama, senza retroterra politico familiare, Takaichi ha costruito la propria carriera da zero. Prima conduttrice televisiva, poi stagista del Congresso statunitense, infine deputata dal 1993, ha cambiato diversi partiti prima di approdare stabilmente al Partito liberal democratico (Pld). Si era già candidata alla leadership del Pld nel 2021 e nel 2024, perdendo entrambe le volte. Al terzo tentativo, nell’ottobre 2025, ha vinto.

Ha poi sciolto anticipatamente il Parlamento e convocato elezioni per l’8 febbraio 2026, trasformando la pressione cinese su di lei in carburante elettorale: il Pld ha conquistato 315 seggi, superando da solo la maggioranza dei due terzi.

donne giapponesi in una foto d’epoca. – national-museum-of-denmark-unsplash

Un paradosso di genere

La prima domanda che molti si sono posti è stata: è una buona notizia per le donne giapponesi? La risposta degli esperti è: non necessariamente. Il Giappone si colloca al 118° posto su 148 Paesi nel Global gender gap report 2025. Le donne rappresentano appena il 15,7% dei seggi parlamentari, i salari femminili sono inferiori del 22% rispetto a quelli maschili, e la legge sul cognome unico coniugale – che nel 95% dei casi si traduce nel cognome del marito -, resta invariata.

Takaichi si oppone a qualsiasi riforma su quel fronte, definendo la proposta del doppio cognome «distruttiva per il sistema familiare». Si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha dichiarato che il concetto di work-life balance (equilibrio vita-lavoro) «è un’idea sbagliata» e, nel primo gabinetto, ha nominato solo due donne su venti ministri.

La ricercatrice Rosalind Dixon l’ha inserita nel gruppo del «femminismo abusivo» – accanto a Thatcher, Le Pen e Meloni -, che usa la retorica della rappresentanza femminile per legittimare agende che perpetuano le disuguaglianze. Mari Miura della Sophia University è stata lapidaria: «Il soffitto di cristallo non è stato rotto, è stato fatto un piccolo foro».

Eppure, il quadro non è completamente negativo: Takaichi ha introdotto agevolazioni fiscali per le aziende con asili nido interni e ha reso deducibili le spese per le babysitter. E la cosiddetta sanakatzu, la moda ispirata al suo stile, con borse e penne rosa, ha fatto di lei un’icona involontaria tra le giovani giapponesi, mostrando che la visibilità femminile ai vertici ha un impatto culturale indipendente dalle intenzioni politiche di chi la incarna.

L’economia

In economia, Takaichi è la candidata di continuità dell’«Abenomics», la strategia dell’ex premier Shinzō Abe, suo mentore, basata su spesa pubblica espansiva, politica monetaria ultra accomodante e investimenti strategici. I suoi avversari hanno già coniato il termine «Sanaenomics».

Il programma prevede un bilancio record da 122mila miliardi di yen (656 miliardi di euro) per il 2026, con massicci investimenti in semiconduttori, intelligenza artificiale, biotecnologie e difesa.

Sul costo della vita, con l’inflazione oltre il 3% e il prezzo del riso aumentato del 68%, ha proposto l’abolizione della tassa dell’8% sui consumi alimentari e sussidi mirati per le famiglie a basso reddito.

I critici, Fondo monetario internazionale incluso, avvertono che senza disciplina fiscale il debito pubblico, già al 250% del Pil, il più alto tra i Paesi avanzati, rischia di esplodere ulteriormente. Takaichi ha – finora -ignorato questi richiami, preferendo rispondere all’urgenza del consenso. Una posizione che l’ha già messa in rotta di collisione con il governatore della Banca del Giappone, Kzuo Ueda, che intende alzare i tassi senza precondizioni politiche.

giapponesi in vestiti tradizionali. – susann-schuster–unsplash

Il «tech-sovranismo»

Il curriculum scientifico e tecnologico di Takaichi è tra i più solidi che un premier giapponese abbia mai portato in carica. Ha guidato il ministero per la Politica scientifica e tecnologica, il ministero per

l’Innovazione, il ministero degli Affari interni e delle Comunicazioni, e infine, sotto

Kishida, il ministero per la Sicurezza economica, dove ha costruito l’architettura legislativa per proteggere le filiere produttive strategiche dalla dipendenza da fornitori stranieri e dagli investimenti esteri in settori sensibili.

Come premier ha dichiarato di voler fare dell’intelligenza artificiale una priorità assoluta, riconoscendo il ritardo del Giappone rispetto a Cina e Stati Uniti. Ha rafforzato la cooperazione con Washington sulla sicurezza dei dati e delle terre rare. La sua visione della tecnologia è profondamente connessa alla sicurezza nazionale: non separa mai l’innovazione dalla difesa, i semiconduttori dalla sovranità militare. È un approccio «tech sovranista» in cui lo Stato guida la ricerca in funzione degli interessi nazionali (declinato in chiave democratica, ma con un’intensità che ricorda il modello cinese più che quello liberista americano).

Revisionismo e nazionalismo culturale

una giovane; il Giappone ha un basso tasso di natalità e un’alta età media – jin-nishichan-unsplash

L’elemento più controverso del profilo di Takaichi agli occhi dei vicini asiatici è la sua visione della storia imperiale giapponese. Iscritta al Nippon Kaigi, l’organizzazione ultranazionalista che nega il massacro di Nanchino e promuove una lettura revisionista della Seconda guerra mondiale, ha minimizzato più volte le atrocità dell’esercito imperiale e si è opposta a richieste di scuse formali verso i Paesi asiatici occupati.

Il simbolo più esplosivo è il santuario Yasukuni, che onora i caduti giapponesi, inclusi quattordici criminali di guerra di «Classe A» condannati dal Tribunale di Tokyo.

Dal 1985 nessun premier in carica lo aveva visitato ufficialmente, con la sola eccezione di Abe nel 2013, che scatenò una crisi diplomatica con Cina e Corea del Sud.

Takaichi non si è limitata alle dichiarazioni di intenti: nell’aprile 2026, in coincidenza con l’approvazione parlamentare della riforma sull’export di armi letali, ha inviato al santuario offerte rituali, scatenando una dura reazione di Pechino.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha definito il gesto «un’offesa alla giustizia e una provocazione contro le vittime di guerra», mentre sui social cinesi l’hashtag legato all’offerta ha raggiunto oltre 29 milioni di visualizzazioni in poche ore. La coincidenza delle due mosse, riarmo e omaggio ai criminali di guerra, non è apparsa casuale agli occhi dei vicini asiatici.

La crisi con Pechino

Il 7 novembre 2025, tre settimane dopo l’insediamento, Takaichi ha innescato la peggiore crisi diplomatica sino-giapponese degli ultimi anni.

Durante una sessione della Dieta nazionale (il parlamento giapponese, ndr) ha affermato che un attacco o un blocco militare cinese a Taiwan potrebbe costituire una «situazione che minaccia la sopravvivenza» del Giappone, termine tecnico-giuridico preciso che, nella legislazione del 2015, autorizza il Giappone all’autodifesa collettiva, ovvero all’intervento militare in difesa di un alleato. Per la prima volta, un premier giapponese ha collegato esplicitamente Taiwan alla sicurezza nazionale nipponica.

Pechino ha reagito furiosamente. Il ministero degli Esteri cinese ha chiesto una formale ritrattazione, accusando Tokyo di voler sfruttare la questione taiwanese per giustificare la propria espansione militare. Sono seguite ritorsioni economiche informali, calo del turismo cinese, pressioni sui mercati automobilistici e attacchi diplomatici alle conferenze internazionali.

Takaichi ha reagito trasformando la crisi in una risorsa. Anziché cercare la de-escalation, a gennaio 2026 ha sciolto il Parlamento e ha presentato l’ostilità cinese come prova della minaccia esterna che il Giappone deve fronteggiare.

Alle elezioni anticipate di febbraio, il risultato è stato chiaro: il mandato più ampio conquistato da un premier giapponese da decenni.

Pechino aveva commesso un errore di calcolo colossale: le sue pressioni non avevano intimidito Takaichi, le avevano consegnato una vittoria storica. Merito soprattutto dei giovani, che adorano l’esuberanza della loro premier e la modernità con cui si propone al suo pubblico.

Showa 100th Anniversary Ceremony is held at Nippon Budokan in Chiyoda Ward, Tokyo on April 29, 2026. Showa era is a period of Japanese history corresponding to the reign of Emperor Showa (Hirohito) from December 25, 1926, until his death on January 7, 1989. This year marks exactly 100 years since the beginning of the Showa era. Japanese Emperor Naruhito and Empress Masako attend the event. ( The Yomiuri Shimbun ) (Photo by Pool for Yomiuri / The Yomiuri Shimbun via AFP)

«Japan first»

In politica estera, Takaichi combina nazionalismo «Japan First» e solida alleanza con Washington. Ha accelerato il riarmo portando il bilancio della difesa verso il 2% del Pil, con la spesa 2026 che ha superato i 9mila miliardi di yen (48,5 milioni di euro), un record assoluto. Ha avviato la revisione dei documenti strategici fondamentali della difesa, dispiegato sistemi missilistici a Yonaguni, a pochi chilometri da Taiwan, e dichiarato al congresso del Pld di aprile 2026 che «è giunto il momento» di riformare la Costituzione, con l’obiettivo di arrivare a un referendum entro un anno. La prospettiva ha scatenato le più grandi manifestazioni di piazza in Giappone dal 2015: il 19 aprile 2026 oltre 36mila persone si sono radunate davanti alla Dieta a Tokyo, e il 4 maggio, Giorno della Costituzione, una folla stimata in 50mila persone ha sfilato sotto lo striscione «Stop alla revisione costituzionale e all’espansione militare». Una parte significativa dei giovani tra i 18 e i 35 anni sta rielaborando il concetto di pace in termini strumentali, equiparando la sicurezza alla deterrenza militare.

La contrarietà alla revisione formale dell’articolo 9 è trasversale e maggioritaria, ma chi scende in piazza è soprattutto giovane e di sesso femminile, mentre una parte della stessa generazione tende a vedere il rafforzamento militare come una forma di sicurezza realistica, non come una violazione del pacifismo. È, alla fine, una frattura generazionale interna, non un conflitto tra vecchi pacifisti e giovani guerrafondai.

Il rapporto di Takaichi con Donald Trump è uno degli assi della sua politica estera. I due si sono incontrati a Tokyo dopo l’insediamento: Trump ha portato un accordo commerciale (dazi al 15%) e l’annuncio di 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi negli Usa. A marzo 2026 Takaichi si è recata alla Casa Bianca per un secondo summit: Trump ha premuto per inviare navi giapponesi nello Stretto di Hormuz, ma Takaichi ha risposto che esistono cose che il Giappone «può e non può fare nei limiti delle proprie leggi», una risposta che ha soddisfatto i pacifisti in patria quanto irritato Washington. All’attivismo con gli alleati americani si è affiancata, nei primi giorni di maggio, una missione in Vietnam e Australia volta a rafforzare la strategia indopacifica e le filiere di minerali critici, presentata come aggiornamento della visione «Indo Pacifico libero e aperto» di Abe a dieci anni dal suo lancio.

La premier italiana, Giorgia Meloni, era stata tra le prime a telefonarle per congratularsi dell’elezione. 

In un registro completamente diverso, Takaichi ha suonato la batteria con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung eseguendo un brano K-pop, un gesto di diplomazia informale che ha fatto il giro del mondo, catturato la simpatia di moltissimi giovani e mostrando una flessibilità tattica che i soli ritratti da «Lady di ferro» non catturano.

Donne giapponesi in abiti tradizionali. Foto buddy-an-unsplash

Donne e matrimonio

Il contesto in cui si inserisce l’elezione di Takaichi è quello di un Paese strutturalmente in ritardo sull’uguaglianza di genere. Il modello del dopoguerra, il salaryman (l’uomo che riceve un salario), che prevede una moglie che rinuncia alla carriera per il matrimonio, ha lasciato tracce profonde nel sistema fiscale, pensionistico e culturale. Le politiche di womenomics di Abe hanno aumentato l’occupazione femminile, ma spesso in forme precarie: part-time, contratti a termine, posizioni di supporto anziché di leadership. Nel frattempo, il tasso di natalità è sceso a 1,20 figli per donna nel 2023, l’età media supera i 48 anni. Questi dati, insieme alla riluttanza nei confronti dell’immigrazione, rendono la crisi demografica ancora più difficile da affrontare. Takaichi non intende cambiare rotta su nessuno di questi fronti strutturali. La generazione più giovane, più istruita e connessa al mondo, guarda alla sua elezione con sentimenti misti: un primato storico reale, ma non necessariamente una svolta per le donne che combattono ogni giorno il sistema.

Una «montagna» impervia

La tentazione è quella di ridurre la premier giapponese a uno schema: la delfina di Abe, l’antifemminista al potere, la nazionalista che sfida Pechino. Ogni etichetta coglie qualcosa, nessuna coglie tutto. C’è una Takaichi che da ragazza suonava la batteria in una band heavy metal e guidava una Toyota Supra. Una che ha perso due volte la sfida per la leadership del Pld e alla terza ha vinto. Una che lavora con un’intensità – saltando pasti e dormendo poco – che preoccupa i suoi collaboratori. Una che sui princìpi non cede, ma sa usare le crisi con una scaltrezza politica inattesa.

Al momento della sua elezione aveva detto: «Da oggi devo lavorare molto duramente, o dovrò scusarmi con lui», riferendosi ad Abe, assassinato nel 2022. Una frase che rivela il motore interiore della sua carriera: non una rivendicazione femminista, ma un debito di riconoscenza trasformato in missione politica. Sei mesi dopo, è ancora in cima alla montagna che ha scalato per trent’anni, ma la sua permanenza si annuncia impervia: i sondaggi di marzo 2026 hanno segnato il primo calo significativo, tra i 4 e i 7 punti a seconda degli istituti, in parte per uno scandalo legato a regali distribuiti ai parlamentari del Pld, in parte per la resistenza crescente ai piani di riarmo, che ha portato in piazza decine di migliaia di giovani sotto lo striscione «No alla guerra».

Quello che lascerà al Giappone – una Costituzione riscritta, un Paese più armato, un’economia più indebitata, o magari un soffitto di cristallo un po’ più sottile – lo deciderà la Storia.

 Piergiorgio Pescali

la premier giapponese con il presi- dente sudcoreano Lee Jae Myung in una pausa di divertimento a Nara, lo scorso 13 gennaio. – Foto Japan’s Government Public Relations Office



Fanno 400 chilogrammi

La Repubblica sciita non è il solo paese nucleare dell’area mediorientale. C’è anche Israele, dotato di un arsenale atomico che nessuno è mai riuscito a controllare. Affrontare la questione nucleare con un doppio standard è un’ipocrisia strutturale.

Il Medio Oriente è da sempre un teatro dove la geopolitica si misura in chilometri di pipeline (condutture), in barili di petrolio e, sempre più, in centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. La tecnologia nucleare non è mai stata, in questa regione, una questione meramente tecnica: è potere, deterrenza, legittimità internazionale. È la lingua con cui gli Stati parlano di supremazia o di sopravvivenza.

L’Iran

La Repubblica islamica dell’Iran ha compreso questo linguaggio prima degli altri. Teheran ha condotto per anni una partita sottile, giocata sulla soglia: abbastanza avanzata da essere credibile come potenza nucleare latente, abbastanza ambigua da non offrire un casus belli definitivo. I dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) hanno documentato una traiettoria inequivocabile: nel 2025, l’Iran aveva raggiunto la capacità di arricchire l’uranio fino al 60 per cento, a un passo da quel 90 per cento indispensabile per uso militare, accumulando circa 400 chilogrammi di materiale ad alta purezza.

Il cosiddetto «tempo di breakout», quello necessario per produrre materiale fissile sufficiente a una singola testata, si misurava ormai in settimane. Ma, nel giugno 2025, quel calcolo strategico è stato brutalmente interrotto: Israele ha lanciato l’operazione «Rising lion», colpendo i siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan con 200 aerei da combattimento. Il 22 giugno gli Stati Uniti hanno unito i propri B-2 all’attacco, utilizzando bombe «bunker buster» Gbu-57 per perforare il sito sotterraneo di Fordow.  A causa di questi attacchi, il programma nucleare iraniano è stato gravemente danneggiato, anche se non distrutto. A febbraio 2026, senza che i negoziati – mediati dall’Oman – producessero risultati, Israele e gli Stati Uniti hanno avviato una nuova campagna militare, questa volta puntando anche alla decapitazione della leadership iraniana: il 28 febbraio l’ayatollah supremo Ali Khamenei è stato ucciso in un raid su Teheran.

Il regime sapeva perfettamente il valore di ciò che possedeva. Nelle ultime fasi negoziali del febbraio 2026, aveva aperto alla possibilità di ridurre le proprie scorte al livello più basso possibile in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. L’atomo come moneta di scambio: non per costruire un ordigno nucleare, ma per tenere aperta la porta al dialogo. L’Iran non ha mai costruito una bomba né dichiarato di volerlo fare, ma il solo fatto che il mondo intero credesse che fosse a poche settimane dal farlo, ha prodotto lo stesso effetto strategico: nessuno osava attaccare senza tenere conto del rischio di una risposta nucleare. È questa ambiguità calcolata, la potenza latente, la soglia mai varcata ma sempre suggerita, che Teheran ha usato come scudo per anni. Fino a quando, nell’estate del 2025, appunto, Israele e gli Stati Uniti hanno deciso che la «deterrenza per esistenza» (un Paese con capacità nucleari, ma che – per sua volontà – non sviluppa bombe) dell’Iran aveva raggiunto un livello non più tollerabile.

L’Arabia Saudita e gli Usa

In questo scenario si inserisce, con ambizioni proprie, l’accordo nucleare civile siglato tra Washington e Riyadh a dicembre 2025. È il cosiddetto «Accordo 123» (123 Agreement sotto il titolo di «Cooperation with other nations»), dal paragrafo della legge americana sull’energia atomica che lo regola. Esso non è un atto di generosità tecnologica: è una mossa geopolitica. Gli Stati Uniti intendono mantenere il proprio primato nel settore nucleare civile del Golfo, contrastando l’avanzata di Cina e Russia, entrambe pronte a offrire reattori senza le clausole (stringenti) imposte da Washington.

Le condizioni dell’accordo sono presentate come il «Gold standard» della non proliferazione: nessun arricchimento sul suolo saudita, nessun riprocessamento del combustibile esaurito, dipendenza totale dalle forniture esterne e supervisione piena da parte dell’Aiea. Una camicia di forza volontaria, accettata da Riyadh in cambio di tecnologia, prestigio e una garanzia implicita di protezione americana.

Il paradosso è evidente. Mentre l’Iran ha subito sanzioni, isolamento diplomatico e ispezioni contestate per un programma che dichiarava pacifico, l’Arabia Saudita, che ha apertamente minacciato di dotarsi di capacità nucleari per scopi militari qualora Teheran varcasse la soglia definitiva, otteneva accesso alla tecnologia statunitense in cambio di promesse sulla carta.

Non si tratta di giudicare la bontà dell’accordo in sé: è uno strumento legittimo e potenzialmente stabilizzante. Un accordo può essere giuridicamente ineccepibile e politicamente destabilizzante allo stesso tempo. Ciò che conta, nel Golfo, non è solo il testo scritto di un trattato, ma come quel trattato viene letto dagli attori della regione: se appare come la conferma di un sistema di privilegi a geometria variabile, alimenta risentimento e spirali competitive. Il fatto che l’Arabia Saudita riceva tecnologia nucleare civile americana, mentre all’Iran vengono imposte sanzioni (e mentre Israele mantiene il proprio arsenale nell’impunità totale), non è percepita nella regione come una stabilizzazione, ma come l’ennesima conferma che le regole del gioco non si applicano a tutti. Questa percezione è un motore di proliferazione più potente di qualsiasi reattore.

Israele, privilegi e impunità

La percezione regionale è dominata da un’asimmetria ben più antica e strutturale: quella israeliana. Israele è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente nonostante Gerusalemme non abbia mai confermato né smentito il possesso di testate nucleari operative.

L’«ambiguità strategica», dottrina elaborata negli anni Sessanta con la complicità silenziosa degli Stati Uniti, ha consentito a Israele di costruire un arsenale atomico al di fuori di qualsiasi quadro giuridico internazionale. Lo Stato ebraico non ha mai aderito al «Trattato di non proliferazione» (Non-proliferation treaty), sottraendosi così alle ispezioni dell’Aiea sui siti militari. Una scelta che non è mai stata sanzionata, né punita, né oggetto di seria pressione da parte delle potenze occidentali.

È in questa frattura tra il trattamento riservato a Israele e quello inflitto all’Iran, che si annida il risentimento più profondo e duraturo da parte dei Paesi mediorientali. Non si tratta, però, di un sentimento irrazionale: al contrario, è la percezione razionale di un «doppio standard» che struttura le relazioni di potere nella regione. Teheran lo usa come argomento di legittimazione interna e come leva negoziale. Riyadh lo tiene a mente come scenario estremo. Gli Stati del Golfo, in silenzio, ne traggono le proprie conclusioni.

Il ministro dell’energia saudita, principe Abdulaziz, alla 68.ma sessione dell’Iaea (Vienna, settembre 2024). Foto ministero Energia dell’Arabia Saudita.

La Turchia e la Nato

Ogni analisi del rischio nucleare mediorientale che si fermi al Golfo Persico è, per definizione, incompleta. Il sistema di tensioni che attraversa questa regione non ha confini netti: si propaga verso Nord lungo le faglie dell’instabilità, raggiunge il Mediterraneo orientale e si innesta nelle contraddizioni interne all’Alleanza atlantica. È qui, nella figura di una Turchia sempre più difficile da classificare, che il problema nucleare rivela la sua natura sistemica.

Ankara è formalmente parte dell’architettura di deterrenza occidentale. Nella base Nato di İncirlik, nel cuore dell’Anatolia meridionale, stazionano circa 50 ordigni nucleari tattici americani B61, eredità della Guerra fredda e simbolo di un’integrazione militare che Washington ha sempre considerato strategicamente irrinunciabile. Eppure, questa prossimità fisica con l’atomo non ha prodotto in Erdoğan la rassicurazione che Washington si attendeva. Ha prodotto, al contrario, una consapevolezza della propria dipendenza e il desiderio di superarla.

La Turchia guarda alla propria posizione geografica con l’occhio di chi si sente perennemente esposto. A Est, l’Iran, anche dopo i bombardamenti israeliani e americani del 2025 e di oggi, rimane un’incognita nucleare irrisolta e un rivale strutturale. A Nord, la Russia proietta la sua potenza in Siria e nel Mar Nero trasformando la propria presenza militare in due aree geografiche adiacenti alla Turchia in una pressione strategica permanente. In Siria, Mosca ha basi aeree e navali, Khmeimim e Tartus, che le consentono di controllare lo spazio aereo del Mediterraneo orientale e di influenzare gli equilibri di potere alle porte meridionali di Ankara. Nel Mar Nero, la flotta russa, nonostante le perdite subite nella guerra con l’Ucraina, mantiene una presenza che vincola i movimenti navali turchi e limita la libertà di manovra di Ankara nella sua stessa regione di prossimità. Per la Turchia, confinante con entrambi i teatri, questa doppia proiezione russa significa essere perennemente stretta tra un’Alleanza atlantica che chiede fedeltà e una Russia con cui Erdoğan ha coltivato relazioni parallele, spesso a spese della coesione della Nato.

A Ovest, la Grecia rivendica spazi marittimi con il sostegno europeo. Da questo contesto è nata la domanda che Erdoğan ha posto all’Assemblea generale dell’Onu nel 2019: perché ad alcuni Stati è consentito possedere armi nucleari e ad altri no? Non era una provocazione retorica, ma la trascrizione pubblica di un calcolo strategico che Ankara conduce in privato da anni.

La variabile cipriota

Cipro, in questo schema, non è una variabile secondaria. L’isola divisa, Repubblica di Cipro a Sud, membro dell’Unione europea; Repubblica turca di Cipro del Nord a Nord, riconosciuta solo da Ankara, è il punto in cui la contesa turco-greca assume forma territoriale concreta e permanente.

La presenza militare turca sull’isola, ininterrotta dal 1974, è al tempo stesso una ferita aperta nel diritto internazionale e una leva che Ankara usa con abilità nei negoziati con Bruxelles e Washington. Non è un’occupazione dimenticata: è uno strumento attivo di politica estera.

La scoperta di vasti giacimenti di gas naturale nelle acque del Mediterraneo orientale ha trasformato questa contesa da conflitto congelato a terreno di scontro attivo. Turchia, Cipro, Grecia, Israele, Egitto e Libano si disputano zone di sfruttamento economico esclusivo in uno spazio geografico ristretto e strategicamente denso.

Ankara ha risposto alle concessioni petrolifere cipriote inviando proprie navi da esplorazione scortate da unità della marina militare, sfidando apertamente le pretese di Nicosia e le proteste di Bruxelles.

Il nesso con la questione nucleare è indiretto ma strutturale. Una Turchia che consolida la propria autonomia strategica rispetto alla Nato, che costruisce relazioni parallele con Mosca, è una Turchia che, nel lungo arco della storia, potrebbe decidere di non accontentarsi più del ruolo di custode passivo delle bombe altrui. Sarebbe, in quel caso, il segnale più destabilizzante che il fianco Sud dell’Alleanza atlantica abbia mai prodotto.

I bombardamenti israelo-americani sull’Iran del 2025 e del 2026 hanno distrutto impianti e ucciso scienziati, ma non hanno risolto il problema politico che sta alla radice della proliferazione: la percezione di un sistema internazionale a doppio standard, in cui la legge si applica ai deboli e si negozia con i forti. Richiede qualcosa di più ambizioso e politicamente arduo: un quadro di sicurezza regionale condiviso, fondato su principi di equità e trasparenza universale. Una zona libera da armi di distruzione di massa, proposta e discussa per decenni in sede Onu e sistematicamente bloccata proprio per la questione israeliana, resterebbe lo strumento più coerente. Ma è, al momento, una prospettiva lontana quanto la pace definitiva tra i popoli che abitano quella terra.

Un’ipocrisia strutturale

La geografia non perdona le astrazioni. Il Mediterraneo orientale non è il cortile d’Europa: è la frontiera dove la sicurezza europea, quella mediorientale e quella del fianco Sud della Nato si toccano e si confondono. Ignorare questa connessione significa continuare a discutere di centrifughe iraniane e reattori sauditi come se fossero problemi isolati, quando sono invece nodi di una rete di tensioni che abbraccia l’intero arco di crisi dal Maghreb
all’Hindu Kush (Pakistan).

La guerra in corso lo dimostra con brutalità. Le centrifughe di Fordow sono state distrutte, quelle di Natanz danneggiate. Ma la domanda politica che ha generato il programma nucleare iraniano – perché ad alcuni Stati è consentito ciò che ad altri è negato? – rimane intatta, e più urgente di prima.

La politica internazionale continua a usare la non proliferazione come grammatica selettiva: rigorosa con i nemici, indulgente con gli alleati. Un’ipocrisia strutturale che, nel lungo periodo, rischia di essere la più efficace spinta alla proliferazione.

Piergiorgio Pescali




Libano. Una calma apparente

Tra Hezbollah e Israele è in vigore un cessate il fuoco. Tuttavia, le incursioni israeliane continuano, aumentando macerie e sfollati. È in questo clima, che il Paese ha accolto papa Leone XIV per il suo primo viaggio fuori dal Vaticano.

Beirut. Quando atterriamo nella capitale libanese è passato quasi un anno dalla nostra ultima visita. La prima sensazione è molto diversa da quella del novembre 2024: non si vedono più le colonne di fumo che allora spuntavano da ogni angolo della capitale bombardata, né si sente il suono costante dei droni sulle nostre teste.

Ora, quasi fine novembre 2025, in Libano, si può nuovamente entrare anche con un visto turistico. Sono tornate a lavorare le Ong internazionali e, malgrado la pesante crisi economica, molti negozi del centro hanno riaperto la propria attività. Le strade sono piene di cartelli con la foto di papa Leone XIV, che arriverà qui il 30 novembre.

Dalla data del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, proclamato il 27 novembre 2024, la parte Nord del Paese sembra tornata a respirare. Ci impieghiamo poco, però, a capire che questa calma è solo apparente e superficiale. A una settimana dal nostro arrivo, un raid israeliano colpisce il quartiere di Haret Hreik. L’obiettivo è il capo dello stato maggiore di Hezbollah – Haytham Ali Tabatabai -, che rimane ucciso nell’attacco.

Il «cimitero dei Martiri» di Hezbollah, a Sud di Beirut. Foto Angelo Calianno.

Giornalisti o spie?

Cominciamo le nostre interviste proprio nelle zone bersagliate di recente, nella periferia Sud della capitale. Ci troviamo a Chiyah, uno dei quartieri a maggioranza sciita e con un’alta presenza di affiliati, o simpatizzanti, di Hezbollah. A Beirut, dopo il quartiere di Dahieh, Chiyah è stato quello più colpito.

Appena scesi dal taxi, veniamo subito seguiti da un gruppo di ragazzi che, con walkie-talkie e telefoni cellulari, annunciano la nostra presenza ai loro superiori. Dopo pochi minuti, veniamo avvicinati da due adulti che ci chiedono generalità, documenti e quali siano le nostre intenzioni. Ci invitano a seguirli. Ci fanno accomodare in uno dei caffè nei vicoli del quartiere. Pur scusandosi, ci chiedono di ispezionare i nostri zaini e di visionare il materiale fotografico.

Scopriamo di essere trattenuti dai membri del movimento di Amal, il principale gruppo sciita del Libano insieme a Hezbollah. «Purtroppo dobbiamo essere molto cauti e attenti su chi entra qui», dice uno degli uomini che ci ha fermato. «Guardate lassù: malgrado il cessate il fuoco, i droni da qui non se ne sono mai andati e continuano ad attaccare. Israele non fa altro che violare l’accordo. Il mese scorso un giornalista inglese è arrivato qui per scrivere un articolo e fare fotografie. Si è scoperto, in seguito, che il ragazzo aveva un doppio passaporto: era una spia di Israele sotto copertura, arrivato qui per fornire dati logistici. Per questo ora dobbiamo stare sempre in guardia».

Ci vuole circa un’ora per controllare le nostre credenziali. Nel frattempo, ci offrono del caffè e persino del cibo. Passiamo il primo controllo, ma ci dicono che non basta. Veniamo invitati a salire su un’auto e siamo portati al comando locale di Hezbollah. In questa stanza passiamo altre tre ore, mentre gli uomini della security effettuano ulteriori controlli. Ci offrono ancora cibo e caffè. Chiacchierando durante l’attesa, uno dei funzionari ci dice: «Non c’è solo il problema delle spie. Abbiamo imparato che dobbiamo essere molto attenti ai giornalisti stranieri. In Occidente c’è la tendenza a dipingerci come terroristi, ad accomunarci addirittura all’Isis, realtà completamente opposta ai nostri ideali». Veniamo finalmente rilasciati con il permesso di lavorare nel quartiere, ma non senza una scorta. Il nostro interprete ci dice: «Tutto quello che è accaduto negli ultimi due anni ha sviluppato una vera e propria “camera fobia”. Non possiamo biasimare queste persone. Guardate cosa ha fatto Israele nell’ultimo anno. Tantissimi hanno perso la propria famiglia, la propria casa, hanno vissuto sotto costanti bombardamenti. La loro attitudine verso l’Occidente e, soprattutto, verso i media è completamente cambiata».

Un ragazzino sventola la bandiera raffigurante il volto di Hassan Nasrallah, sul tetto della moschea durante un funerale nella cittadina di Tayr Debba, nel Sud del Libano. Foto Angelo Calianno.

Nel giorno del Papa

Il giorno dell’arrivo del Papa porta a Beirut una ventata di serenità. Almeno per i prossimi tre giorni si è sicuri che non ci saranno attacchi da parte di Israele. In Libano, questa è la prima visita di un pontefice da quella di Giovanni Paolo II, nel 1997. All’arrivo, papa Leone XIV attraversa la città in auto. Raggiunge anche il quartiere sciita di Dahieh, quasi completamente in rovina. La folla, posta ai lati della strada, lo saluta con entusiasmo. Tanti indossano la sciarpa raffigurante l’effige del Vaticano e, insieme, quella di Hezbollah. Il Papa ha un’agenda fitta di incontri, tra cui quello con il presidente Aoun, le visite al monastero di San Marone e al santuario di Harissa. Tuttavia, il giorno più importante, almeno per la popolazione locale, è il 2 dicembre, quello della messa al Waterfront, la zona portuale di Beirut dove l’esplosione del 4 agosto 2020 uccise 236 persone e ne ferì oltre settemila.

Il Papa comincia la giornata del 2 dicembre sul sito della tragedia, incontra le famiglie delle vittime e prega con loro. Per accedere alla messa è stato necessario prenotare un biglietto online: i posti a disposizione si sono esauriti in poche ore. Il totale dei ticket emessi è stato di 150mila. Ci muoviamo tra le file della gente per fotografare i fedeli accorsi qui numerosi. Il governo ha vietato qualsiasi bandiera o simbolo politico che non siano quelli del Libano o del Vaticano. Intervistiamo un uomo che accompagna un gruppo di ragazzi arrivati da una delle comunità maronite, a Nord di Beirut: «Il simbolo che questa visita rappresenta per noi è importantissimo. È un giorno storico. La vita dei cristiani in Medio Oriente non è mai stata semplice, soprattutto negli ultimi decenni. Avere un supporto, essere riconosciuti, per noi è fondamentale. Il mondo oggi guarda in diretta queste immagini, vede il Papa a Beirut e, quindi, si ricorda che esistiamo anche noi».

La visita del Papa si conclude senza problemi, ma subito dopo il decollo del suo aereo la tensione ricomincia a salire. Il portavoce dell’Idf (Israel defence force, l’esercito di Israele) ha comunicato che, se Hezbollah non consegnerà tutte le sue armi, ci sarà un massiccio attacco subito dopo la partenza del Papa. I nuovi raid aerei, nella parte Sud del Paese, arrivano a poche ore dal rientro del pontefice a Roma. Non sono imponenti quanto Israele aveva minacciato, ma sono quotidiani e costanti.

Decidiamo di partire verso il confine meridionale, per proseguire lì il nostro reportage.

Alla messa papale del 2 dicembre 2025: tanti fedeli emozionati e un’organizzazione pressochè perfetta. Foto Angelo Calianno.

Mezz’ora per evacuare

Arriviamo a Chehour, nel distretto di Tiro, all’indomani di un attacco israeliano. Qui incontriamo Mohammed, un uomo a cui è stata bombardata la casa. Lo troviamo di spalle, a guardare quello che rimane della sua proprietà. «Ero a cena con la mia famiglia, ho ricevuto la telefonata delle autorità libanesi che mi dicevano di evacuare. Ci hanno dato mezz’ora per prendere tutto. Al mio ritorno, il mattino dopo, questo è quello che ho trovato. Ho spostato la mia famiglia in un posto più sicuro, ma io rimarrò qui. Dormirò in questa casa, senza porte e finestre, con il soffitto crollato, ma non me ne andrò. Qui abbiamo dato un soprannome all’Idf israeliana, la chiamiamo “Itf”, ovvero Israeli terrorist force. Nessuno li sta fermando. Netanyahu è un criminale di guerra e, invece di arrestarlo, gli altri Stati lo appoggiano. Io credo che il loro scopo finale sia quello di occupare questa parte di Libano, in particolare per le nostre risorse. Posso dirvi che però io da qui non me ne andrò mai. Combatterei anche a mani nude per la mia terra. Sono nato qui, questa è casa mia. Se vogliono mandarmi via, dovranno uccidermi».

Come avvengono i bombardamenti? Come funzionano le evacuazioni? Ce lo spiega Amir. Anche a lui Israele ha bombardato la casa pochi giorni fa: «Israele comunica all’esercito libanese esattamente quali case e zone bombarderà. Noi riceviamo una telefonata in cui ci dicono di evacuare. Abbiamo 30-40 minuti per farlo. In questo poco tempo dobbiamo prendere quello che possiamo e andare via. Ci è proibito ricostruire, e tutto questo avviene durante una tregua che Israele continua a violare. Oltre a questo, c’è anche la pressione psicologica dei droni che ci sorvolano costantemente».

Tutto il Sud del Libano, in particolare i villaggi al confine con Israele, è stato attaccato subito dopo il cessate il fuoco, soprattutto tra dicembre 2024 e gennaio 2025. Lo stato maggiore israeliano ha affermato di voler distruggere le postazioni di Hezbollah. Chi vive qui, però, sostiene che Hezbollah si sia ritirato da queste zone già da molto tempo e che gli attacchi siano semplicemente una scusa per occupare ancora terra, in vista di una prossima colonizzazione. Il governo libanese, appoggiato dagli Stati Uniti e come parte del trattato del cessate il fuoco, effettua campagne giornaliere per il disarmo di Hezbollah. Ma, come è facile immaginare, nessuno dei membri del partito sciita ha intenzione di rinunciare alle armi.

Mays el Jabal, quello che rimane dopo i continui attacchi di Israele nell’ultimo anno. Foto Angelo Calianno.

Sotto l’occhio dei droni

Arriviamo fino a Houla, una cittadina ad appena 500 metri dal confine israeliano. Questo luogo, prima del 2023, contava fino a 15mila abitanti. Oggi ne rimangono appena 400. Il nostro arrivo viene seguito da un drone israeliano che vola a bassissima quota. È un drone da ricognizione e, molto probabilmente, filmandoci sta eseguendo un riconoscimento facciale. Sono pochissime le case ancora in piedi. Il paese è stato totalmente evacuato dall’ottobre 2024 al febbraio 2025. In quel periodo, Israele ha usato gran parte delle case come avamposti contro la resistenza libanese. Prima di ritirarsi, i soldati dell’Idf hanno distrutto e vandalizzato quasi tutto: scuole, infrastrutture e, per la maggior parte, le case dei residenti.

Sulle rovine di una di queste abitazioni troviamo Ghassan. Lui è un giovane originario di Houla che ora lavora all’estero. Qui vivevano i suoi genitori che oggi, come migliaia di altri abitanti, si sono spostati per trovare rifugio in un’altra città. Ci racconta: «Avrei preferito accogliervi in una casa ancora in piedi. Questa, era stata costruita da mio nonno negli anni Cinquanta. Sono nato e cresciuto qui; da diversi anni vivo fuori dal Libano, ma tornavo a trovare i miei genitori ogni due mesi. Questa è la situazione di oggi: la maggior parte delle persone è costretta a vivere lontano da quella che era la propria terra. Eppure, se chiedi a mio padre e a chiunque abbia perso la casa, la loro priorità è quella di tornare e ricostruire, anche se è proibito. La cosa più triste è che nessuno parla di noi».

Ghassan ci guida al piano inferiore. I muri, quelli che sono rimasti ancora in piedi, sono stati crivellati dai proiettili. All’interno troviamo lattine vuote e incarti di snack israeliani; le stanze sono state usate come accampamento dai soldati dell’Idf per settimane. Quando chiediamo a Ghassan cosa immagina o vorrebbe per il futuro, ci risponde: «In Libano oggi ognuno di noi ha un’opinione diversa riguardo questo. Io vorrei la pace, non l’abbiamo da 70 anni. Credo sia arrivata l’ora che ci lascino vivere senza guerra».

Chehour, due uomini controllano lo stato della casa di Mohammed dopo l’attacco di un drone israeliano. Foto Angelo Calianno.

Uno scenario di distruzione

Lasciamo Houla per guidare lungo il confine israeliano.
Lo scenario è spettrale: intere città distrutte, auto carbonizzate, rovine e odore di bruciato. Arriviamo fino a Yaroun, altra città completamente rasa al suolo. Questo è il punto più visibile da cui poter osservare il muro che Israele sta costruendo sulla linea del confine. La costruzione del muro è cominciata nel 2018; un ulteriore rinforzo e ampliamento è proseguito poi nel 2023. Nelle ultime settimane, l’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), che spesso incontriamo a pattugliare queste zone, ha affermato che, durante gli ultimi mesi, Israele ha oltrepassato la Blue line (linea di confine stabilita nel 2000 dalle Nazioni Unite), occupando oltre quattromila metri quadrati di territorio libanese. Sempre secondo i rapporti dell’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), dal cessate il fuoco del 27 novembre 2024, Israele ha commesso più di diecimila violazioni in dodici mesi, tra attacchi aerei, incursioni terrestri e sorvoli di droni.

Rientrando a Beirut ci fermiamo a Tayr Debba. Qui, qualche ora fa, Israele ha colpito di nuovo. Zanan è una giovane donna libanese a cui hanno distrutto casa e ufficio. Una ruspa spiana quello che ne rimane; un uomo cerca di recuperare qualche ricordo tra le macerie. Prima di andare via, Zanan ci dice: «Qui abbiamo un detto. Pensiamo che quello che si possiede equivalga al peso della propria anima, che ne sia una sua rappresentazione all’esterno. Perdere la propria casa, per noi, è come perdere un pezzo della nostra anima».

Angelo Calianno

Foto di un giovane martire all’ingresso di Houla, villaggio nei pressi del confine. Foto Angelo Calianno.



Filippine. Coccodrilli al potere

Nel Paese «polmone cattolico dell’Asia», poche famiglie gestiscono il potere da decenni. La lotta alla corruzione è oggi uno dei temi forti della società civile. E la Chiesa si schiera con la popolazione che soffre diverse forme di povertà e ingiustizie.

«Le Filippine hanno bisogno di una rivoluzione morale». Padre Shay Cullen, prete irlandese della Società di San Colombano, nelle Filippine dal 1969, in un dialogo con Missioni Consolata auspica un cambiamento radicale.

Il missionario, che ha vissuto gli anni bui del regime di Ferdinando Marcos senior, ha poi assistito alla «rivoluzione nonviolenta» del 1986, all’ascesa di Corazon Aquino, al succedersi di altri presidenti, fino allo «sceriffo» Rodrigo Duterte e all’attuale Fernand Marcos junior, il figlio dell’ex dittatore.

Negli anni, il Paese è cambiato, è diventato una delle «tigri emergenti» del Sudest asiatico con un aumento annuo del Prodotto interno lordo costantemente superiore al 5%, alimentato dagli investimenti e dalle esportazioni e sostenuto dai consumi privati.

Il missionario ha visto la nazione dibattersi in problemi strutturali come la povertà che, ancora oggi, tocca il 21% della popolazione. Ha constatato come, negli anni, le Filippine abbiano adottato differenti approcci politici ai conflitti intestini che via via si sono presentati, come quello con i ribelli comunisti, o con gli islamisti radicali nel Sud dell’arcipelago, alternando la mano tesa al dialogo al pugno di ferro con campagne militari.

Padre Cullen ha visto le Filippine seguire e incoraggiare una politica migratoria che ha portato all’estero, in meno di 50 anni, oltre 10 milioni di persone, gli «overseas philipino workers», ben il 10% della popolazione che oggi conta circa 115 milioni di abitanti.

Gli espatriati sono persone che, con le loro rimesse, costituiscono una stampella fondamentale per l’economia nazionale.

Il prete irlandese ha consolato e accolto le vittime di tifoni e tempeste naturali che ogni anno, con cadenza e potenza sempre maggiori, sferzano l’arcipelago nella stagione dei monsoni, causando vittime e danni soprattutto tra le popolazioni più vulnerabili.

Da missionario, nel Paese che rappresenta «il polmone cattolico dell’Asia», con oltre il 90% della popolazione cristiana, ha predicato e scritto appellandosi alla fede e alla coscienza, esortando anche la gerarchia cattolica a trovare una via di testimonianza cristiana autentica e credibile in mezzo alle sfide della società e della cultura filippine.

Shay Cullen è il fondatore della Preda foundation, organizzazione nata nel 1974 e impegnata nella tutela di donne e bambini da abusi, schiavitù sessuale e traffico di persone: un ente che promuove i diritti umani e la dignità delle persone «per una società libera dalla corruzione», come afferma lo statuto associativo.

Ma «una società libera dalla corruzione» è ancora un auspicio lontano dal realizzarsi, rileva.

Per questo, ripercorrendo gli avvenimenti che, negli ultimi sei mesi, hanno attraversato le Filippine, invoca una «rivoluzione morale», che parta dalla coscienza di ogni cittadino e permei l’intera società. La nazione, nota per essere esposta a tifoni tropicali di violenza estrema – oltre venti tra l’estate e l’autunno del 2025 -, sopporta anche «il tifone umano della corruzione e degli accordi loschi tra politici e appaltatori, dove falsi progetti per infrastrutture di controllo delle inondazioni hanno prosciugato un trilione di pesos».

Il Paese, prosegue il sacerdote, «ha bisogno di un movimento indipendente, guidato da giovani leader carismatici con forti valori morali, dediti alla giustizia e alla verità, che possa sfidare la cultura della corruzione».

La corruzione sfrenata, aggiunge, «ha causato indicibili sofferenze. I politici indagano su altri politici. E gli amici aiutano gli amici a coprire i crimini contro il popolo. Non è una novità. Ogni anno si apre un’indagine su progetti condotti in modo opaco, ma ben poco ne esce, perché alla fine i colpevoli vengono puntualmente scagionati».

I bambini affrontano pericoli mentre raccolgono plastica in una discarica.
Foto di ILO / Remar Pablo 19 agosto 2024 Cotabato City, Filippine

Un popolo in marcia

Il tema della corruzione è riemerso con potenza a settembre del 2025, quando oltre 200 sigle della società civile hanno organizzato una grande manifestazione pubblica a Manila.

La marcia del 21 settembre, che ha visto sfilare oltre 150mila cittadini, era focalizzata sugli abusi compiuti nei progetti di controllo delle inondazioni, e chiedeva di accertare le responsabilità. È stata chiamata «Marcia dei trilioni di pesos», per ricordare proprio la malversazione dei fondi pubblici (un trilione equivale, per il sistema Usa, a mille miliardi; mille miliardi di pesos filippini equivalgono a circa 14 miliardi di Euro, ndr).

A generare l’indignazione, esplosa pubblicamente sui mass media e nell’agorà pubblica, sono state le gravi anomalie emerse: lavori incompleti, scadenti o divenuti «progetti fantasma», cioè opere finanziate e mai realizzate. Mentre le Filippine erano attraversate da cicloni e alluvioni, il malcontento pubblico è cresciuto: la rabbia si è manifestata in primis sui social media e poi è diventata protesta in strada.

La questione è stata sollevata ufficialmente dal presidente Ferdinand Marcos Jr che, nel suo discorso sullo stato della nazione, nell’estate 2025, ha evidenziato le gravi irregolarità, provocando una valanga di rivelazioni e dimissioni.

Lo scandalo è incentrato sull’uso improprio di circa 118 miliardi di pesos (circa 1,7 miliardi di Euro, ndr) da parte del Dipartimento dei lavori pubblici negli ultimi tre anni. I fondi stanziati per mitigare l’impatto delle inondazioni – è la denuncia – sono stati prosciugati da una rete di appaltatori e funzionari pubblici.

Sebbene circa 5.500 progetti siano stati completati dal 2022, le indagini hanno trovato prove di altrettante opere mal costruite o inesistenti, che hanno lasciato le comunità più vulnerabili duramente esposte a fenomeni come piogge monsoniche e tifoni.

La marcia pubblica è stata lanciata dal Church leaders council for national transformation, un forum che ha riunito gruppi religiosi, formazioni politiche, organizzazioni della società civile, università. «La protesta – hanno spiegato gli organizzatori, tra i quali monsignor Colin Bagaforo, vescovo di Kidapawan, e padre Albert Delvo, presidente della Catholic educational association of the Philippines – vuole giustizia e non ha colore politico». Per questo la mobilitazione popolare non è stata episodica: altre manifestazioni del medesimo calibro si sono succedute a novembre (tra gli organizzatori anche la nota Iglesia ni Cristo, una comunità che fa da contraltare a quella cattolica) per dare alla politica un segnale di continuità. Si chiedeva di dare alla neocostituita Commissione indipendente per le infrastrutture il potere di citare in giudizio i responsabili, rafforzando le indagini sulla corruzione, troppo spesso insabbiate in passato.

La questione morale

A 46 anni, Teresita (o Tere in breve), lavoratrice domestica, non vede la sua famiglia a Camiguin da due anni. Si impegna a mantenere i contatti e i rapporti con i propri cari attraverso le lettere, poiché sente di poter condividere di più scrivendo alla sua famiglia. Credito: J. Aliling / ILO

Quella portata avanti da un movimento che stigmatizza la corruzione «è una campagna che tocca la questione morale – ci dice mons. Bagaforo -. Per questo esponenti e realtà cattoliche sono in prima linea».

Dato il valore morale e spirituale della protesta, si chiede «una conversione del cuore, per promuovere l’autentico bene comune», afferma.

Due i simboli della sollevazione popolare: il coccodrillo e un nastro bianco. «Il coccodrillo – spiega il prelato – divora ogni cosa, mangia perfino i suoi figli; in questo caso i coccodrilli sono i politici e gli imprenditori che divorano il futuro dei giovani filippini, rubando denaro destinato allo sviluppo e alla loro tutela».

Il secondo simbolo, prosegue Bagaforo, «è il nastro bianco che i manifestanti hanno indossato con una coccarda sul petto per richiamare l’urgenza della trasparenza, della purezza, anche della speranza per un domani migliore».

«La presenza della Chiesa in questo frangente di protesta popolare – aggiunge – indica l’esigenza di stare a fianco della gente, defraudata e privata dei diritti fondamentali. Vogliamo condividere gioie e dolori, e alzare la voce per chi non ha voce o ha paura, per chiedere di accertare le responsabilità, avere trasparenza e ottenere giustizia».

La società, sottolinea il vescovo, «ha dato un segnale alla politica. I governanti devono ricordare che sono servitori del popolo e del bene comune. È una battaglia di etica della responsabilità che continueremo a portare avanti partendo dai valori cristiani, con l’obiettivo di tutelare il futuro dei nostri giovani».

Per dare un segnale in tal senso la Chiesa filippina ha fatto una scelta dal potente valore simbolico: la domenica, i fedeli filippini sono andati a messa vestiti di bianco e hanno esposto nastri bianchi nelle case, nei negozi e negli spazi pubblici come simbolo di «preghiera e di lotta» per il rinnovamento della nazione.

«È un gesto necessario per rendere coscienti i fedeli del fatto che ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte per contrastare la corruzione: ognuno può e deve contribuire al buon governo della società. È anche il segno di un atteggiamento del cuore, di ricerca di trasparenza e purezza», ci ha spiegato padre Esteban Lo, rettore della basilica minore di San Lorenzo Ruiz a Manila e direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie nelle Filippine. «Il bianco – ha notato – ci ricorda la veste battesimale, ricorda la responsabilità di tutti i battezzati». Secondo una circolare firmata dal presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Pablo Virgilio David, il gesto esprime «pentimento per condurci alla speranza, alla guarigione e al ripristino della nostra vita comune nella verità e nella giustizia».

Padre Shay Cullen vede con favore l’impegno dei vescovi su questo fronte anche se, osserva, «l’influenza della Chiesa filippina sulle coscienze non è più quella di un tempo: altri mezzi, come i social media, hanno oggi un impatto preponderante».

In una società composta per il 40% da giovani sotto i 35 anni, le nuove tecnologie e le nuove piattaforme mediatiche sono divenute un elemento cruciale per orientare le coscienze, nella cultura come nella politica.

Duterte il macellaio va all’Aia – vignetta del marzo 2025

Il potere delle dinastie

La politica nelle Filippine è storicamente caratterizzata da un sistema di dinastie familiari, «e da un’oligarchia che si perpetua generazione dopo generazione, grazie ai miliardi di pesos sottratti alle casse pubbliche», ricorda padre Cullen. Lo si è visto con chiarezza nella vicenda della famiglia Duterte, uno dei clan che occupa posizioni di potere nel Paese. L’attuale capo clan, infatti, Rodrigo Duterte, sindaco per oltre 20 anni nella città di Davao, nel Sud delle Filippine, e poi presidente della Repubblica nel sessennio 2016-2022, a marzo del 2025 è stato arrestato dalla Corte penale internazionale per «crimini contro l’umanità», a causa della sua «guerra alla droga», e formalmente incriminato dal tribunale dell’Aja. Nonostante questo, sua figlia, Sara Duterte, è l’attuale vicepresidente del governo di Ferdinand Marcos jr (cfr. MC agosto 2022).

Anche la donna nel corso del 2025 ha affrontato un processo. Un procedimento di impeachment con l’accusa di abusi nella gestione di fondi pubblici.

La Camera bassa del Parlamento ha votato la sua messa in stato d’accusa, ma, a luglio 2025, la Corte suprema, con una votazione di 13 a 0, ha dichiarato incostituzionale l’impeachment. Successivamente, in Senato, 19 senatori su 24 hanno votato per archiviare le accuse, ponendo fine a una vicenda che, secondo gli analisti, avrebbe potuto rappresentare la decadenza politica della dinastia.

Così non è stato. Nel mezzo, tra il voto del primo e del secondo ramo del Parlamento, si sono tenute, infatti, elezioni di medio termine che, il 12 maggio, hanno rinnovato la Camera dei deputati, parte del Senato e le amministrazioni locali. Un voto che si è rivelato cruciale per la famiglia Duterte: Rodrigo, pur essendo in carcere in Europa, grazie a una valanga di voti e a una maggioranza schiacciante, si è ripreso la carica di sindaco di Davao, la città sull’isola di Mindanao dove aveva iniziato la sua ascesa politica. Inoltre la maggior parte dei membri del nuovo Senato erano favorevoli al suo partito e hanno scagionato la figlia Sara dalle accuse. Il voto testimonia la persistente popolarità dei Duterte nella società filippina, a livello locale e nazionale. È un patrimonio di consensi che la famiglia intende sfruttare in vista delle elezioni generali del 2028, per le quali sta riorganizzando le sue strategie politiche, e ci si attende una nuova candidatura (di Sara o un altro esponente della famiglia) alla presidenza del Paese.

Il clan punta a depotenziare il procedimento che Rodrigo Duterte affronta davanti alla Corte penale internazionale.

L’ex presidente è stato arrestato dalla polizia filippina a marzo del 2025 all’aeroporto di Manila. Ciò significa che l’esecutivo di Marcos – autorizzando il fermo – ha compiuto una precisa scelta politica per cercare di eliminare un rivale. Ma, nella guerra tra clan, la mossa non sembra aver avuto gli effetti sperati.

Il presidente Ferdinand Marcos jr (a sinistra) incontra l’ex presidente Rodrigo Duterte (a destra) il 3 agosto 2023.. Foto di pubblico dominio da https://mirror.pco.gov.ph/

Il people power

In un contesto in cui le élite sembrano ignorare le istanze del popolo, gruppi della società civile, da un lato hanno chiesto la revisione della sentenza sull’impeachment di Sara Duterte, dall’altro hanno invitato la magistratura a indagare per verificare se il governo di Ferdinad Marcos jr è responsabile di corruzione e di sottrazione di fondi ai progetti di controllo delle inondazioni.

I gruppi riportano i dati delle organizzazioni internazionali: nelle Filippine l’Indice di percezione della corruzione (Cpi) 2024, nella classifica stilata dalla Ong Transparency international, registra un punteggio di 33 su 100, che pone le Filippine nei bassifondi della lista, al 114° posto su 180 paesi censiti. I cittadini invocano un’inchiesta indipendente sulla corruzione e sul sistema di tangenti consolidato anche in un altro settore: quello delle concessioni minerarie su larga scala, che mettono in pericolo le popolazioni indigene e patrimoni naturalistici di grande valore in varie regioni dell’arcipelago.

Per dare un segnale di impegno concreto, gruppi di volontari saranno coinvolti nel monitorare la realizzazione di progetti relativi alle infrastrutture. Grazie a un apposito «Memorandum di cooperazione» siglato tra la Caritas delle Filippine e il Dipartimento dei lavori pubblici, anche i volontari indicati dalle diocesi sono coinvolti nel controllare i lavori avviati nelle comunità locali.

Gli osservatori della Caritas visitano i siti in questione e poi riferiscono a un «Gruppo di monitoraggio congiunto», offrendo così un apporto fattivo alla trasparenza, e segnalando eventuali irregolarità. È una modalità che include la società civile e, in particolare, la comunità ecclesiale, che si fa portavoce e garante di istanze etiche e di trasparenza.

L’obiettivo è generare un circolo virtuoso che alimenta il senso di corresponsabilità dei cittadini, chiamati in causa per rafforzare la buona governance di cui la nazione ha profondo bisogno.

Paolo Affatato

Leo lavora come domestico da circa due anni. A 25 anni, è la prima volta che lavora per una famiglia. Spinto da un amico, ha lasciato la madre in provincia per ottenere questo lavoro. Ha avuto il vantaggio di avere buoni datori di lavoro, dice, e si assicura di svolgere bene i suoi compiti. Credito: J. Aliling / ILO Data: 03/2016 Paese: Filippine

Archivio MC

Lorenzo Lamperti, Il ritorno di Marcos, MC agosto 2022.

Xiao Chua, Marco Bello, Filippine: 500 anni di evangelizzazione, MC luglio 2021.

Luca Pistone, La (sporca) guerra della droga, MC marzo 2019.




Kirghizistan. Manas è meglio di Lenin

Fu prima parte dell’Impero russo, poi dell’Unione Sovietica. Indipendente dal 1991, il Kirghizistan ha cercato una propria strada anche valorizzando il mito autoctono di Manas e, nel contempo, ridimensionando il passato sovietico. Tuttavia, i legami con Mosca rimangono saldi.

Bishkek. Qualcuno cerca la statua di Lenin. Dovrebbe essere qui, in piazza Ala-Too, la più importante della capitale kirghisa. Invece, non c’è. O meglio, non c’è più: è stata spostata a dimostrazione che la storia può cambiare in base al periodo in cui viene raccontata. Al posto del rivoluzionario russo c’è la statua di Manas a cavallo.

Manas è l’eroe del Kirghizistan per antonomasia. Figura leggendaria del nono secolo cui è attribuita la riunificazione delle quaranta tribù kirghise (oggi ricordate dai quaranta raggi solari della bandiera nazionale). Per un millennio la sua epopea – fatta di battaglie e di insegnamenti morali – è stata tramandata oralmente da cantastorie chiamati «manaschi». Soltanto a metà Ottocento, la leggenda venne messa per iscritto divenendo una delle opere letterarie più lunghe – sette volumi per oltre mezzo milione di versi – mai scritte nel mondo.

Fuori dei confini nazionali Manas è un personaggio quasi sconosciuto, come del resto poco conosciuta è la stessa Bishkek. Fondata nel 1825 dagli uzbeki, presa dai russi nel 1862 e chiamata – probabilmente per errore – Pishpek, durante il periodo della dominazione sovietica (dal 1926 al 1991), venne ribattezzata Frunze, in onore del rivoluzionario bolscevico Mikhail Frunze. Nel 1991, con l’indipendenza del Kirghizistan da Mosca, la città potè finalmente riappropriarsi del suo nome originario.

Ala-Too è una piazza ampia e ariosa. Accanto alla statua di Manas, c’è un pennone con la bandiera del Paese e due guardie sull’attenti, impettite, immobili e in attesa del cambio. Dietro, si trova un palazzo squadrato che ospita il Museo nazionale di storia. Di fronte, attraversato il vialone centrale (Chuy prospektesi), uno spazio occupato da moderne fontane, i cui giochi d’acqua allietano la vista di chi si siede sui gradini posti tutt’attorno.

La Casa Bianca, sede della presidenza, a Bishkek, la capitale kirghisa. Foto Paolo Moiola.

A pochi passi di distanza dal museo e dalla piazza si trova anche la Casa Bianca, un massiccio edificio in marmo bianco in cui lavora il presidente e che, proprio per questo, è stato epicentro di ben tre rivolte popolari (nel 2005, 2010 e 2020). Dal 2021, la presidenza del Paese fa capo a Sadyr Japarov sul cui operato aleggiano molti dubbi. Non tanto per le relazioni con Putin (inevitabili, ci ha spiegato Sergey Kwan del The Times of Central Asia), quanto per il controllo sui media (secondo Reporter senza frontiere, il Kirghizistan occupa la posizione 144 nella classifica mondiale sulla libertà di stampa) e per l’utilizzo spregiudicato del «Kurultai», un’assemblea consultiva tradizionale nata durante l’Impero mongolo e reintrodotta dopo l’indipendenza del Paese.

Lo stile architettonico dei palazzi di Bishkek è un’eredità dall’epoca sovietica e rientra in una corrente artistica conosciuta come «brutalismo», un termine che, in italiano, può trarre in inganno. In verità, deriva dal francese «béton brut», che significa «cemento grezzo», materiale utilizzato per la prima volta nel 1950 dal celebre architetto transalpino Le Corbusier.

Al visitatore occidentale, la prima impressione è quella di una fredda eleganza. Ma poi il giudizio viene addolcito dalle strade alberate e dai numerosi giardini, tutti ben curati.

A Bishkek, il retaggio sovietico si vede ovunque. E, per quanto ci riguarda, anche molto vicino. Alexander, il nostro autista, non soltanto è nato in Russia (a Volgograd), ma parla esclusivamente russo. È arrivato qui da bambino, si è sposato, ha avuto tre figli, senza aver mai imparato il kirghiso.

La chiesa ortodossa della Santa Trinità nella cittadina di Karakol. Foto Paolo Moiola.

Verso le montagne

La capitale sorge a circa 800 metri sul livello del mare. È un’eccezione. Il Paese ha, infatti, un’altitudine media di 2.750 metri. Si calcola che circa il quaranta per cento del suo territorio superi i 3.000 metri. A dominare sono le catene montuose del Tian Shan («Montagne celesti») e del Pamir, diramate in vari paesi dell’Asia centrale.

Si contano circa diecimila ghiacciai, ma i problemi del cambiamento climatico si fanno sentire anche qui. È lo stesso governo ad ammettere che, negli ultimi settant’anni, il Kirghizistan ha perso il 16 per cento dei suoi ghiacciai, «mettendo a repentaglio la portata dei fiumi, i sistemi di irrigazione e la produzione di energia idroelettrica».

La nostra idea è quella di toccare luoghi e strade dell’antica Via della seta (che non era unica ma una rete di cammini): Karakol, il lago di Issyk-Kul, Kochkor, Naryn, Tash Rabat, Torugart e – infine -, dopo esserci spostati nel Sud del Paese, le città di Osh e Uzgen, all’imbocco della valle di Fergana (Ferghana).

Le vette fanno sempre da cornice al nostro viaggio, ma lungo il percorso valli e altipiani ci mostrano un altro aspetto essenziale del Paese, quello rurale. In Kirghizistan, l’allevamento di bovini, ovini e cavalli rimane un’attività molto diffusa, sovente praticata da pastori nomadi o seminomadi.

Il nomadismo è stato un modo di vivere duramente avversato durante gli anni di Stalin (1924-1953), quando il dittatore cercò d’imporre il sedentarismo e l’agricoltura collettiva. Oggi, stando alle statistiche ufficiali, il 58 per cento della popolazione kirghiza vive in aree rurali. A questo dato, però, ne va affiancato un altro: calcolato un tasso di povertà nazionale pari al 25,7 per cento (National statistical committee, giugno 2025), si stima che circa il 62 per cento della popolazione povera risieda nelle campagne.

Pascoli e montagne nella provincia di Naryn. Foto Paolo Moiola.

Accanto all’allevamento e all’agricoltura si è sviluppato il turismo, prima praticato soltanto da viaggiatori russi e asiatici, oggi anche dagli occidentali che scelgono il Kirghizistan per la sua natura e le sue montagne. Anche noi raggiungiamo una
di queste destinazioni, il lago di Issyk-Kul.

Con una lunghezza di 182 chilometri e una larghezza di 60, è considerato il secondo lago di montagna più esteso al mondo dopo il Titicaca (tra Perù e Bolivia). Salato, molto profondo e con acque relativamente calde (nonostante si trovi a 1.600 metri d’altezza), l’Issyk-Kul è da tempo un’importante meta turistica. Con conseguenze non sempre positive. Da qualche anno, infatti, è in atto una rapida cementificazione delle sue spiagge: enormi resort turistici sono sorti o sono in costruzione, mentre le strade che lo circumnavigano stanno diventando superstrade a più corsie. Tanto che ormai la sua unica attrattiva sono le alte montagne che lo circondano.

Oltre all’inquinamento delle sue acque (non ci sono barche e la pesca è vietata), per il lago il problema più grave è l’abbassamento del suo livello (si stima una perdita di 14 metri in meno di due secoli) e la drastica riduzione del numero dei fiumi che in esso confluiscono. Tutto ciò determina questioni ambientali e socioeconomiche che la crescita del turismo potrebbe addirittura aggravare.

Questa notte dormiremo a Karakol, a pochi chilometri dal lago. Nella cittadina, le cose più interessanti sono due luoghi di preghiera: la moschea e la chiesa ortodossa, situate a distanza di pochi minuti l’una dall’altra. Hanno una caratteristica in comune: sono entrambe strutture in legno costruite senza l’utilizzo di chiodi metallici. La moschea, inaugurata nel 1910, nacque per servire la comunità dei Dungani, una minoranza musulmana di origine cinese (conosciuti come Hui in Cina).

Molto bella è la chiesa ortodossa della Santa Trinità, nonostante le traversie e i cambi d’uso subiti in epoca sovietica. Con il suo tetto verde, le torri a più lati, le cupole a cipolla sormontate dalla croce, la chiesa sprigiona un fascino particolare.

Karakol è punto di partenza per la vicina valle di Altyn-Arashan. Con i suoi boschi verdi, questa ha un aspetto decisamente alpino, molto diverso da quello dei rilievi che incontreremo successivamente, lungo il tragitto che conduce a Tash Rabat e Torugart, verso il confine dello Xinjiang cinese. In questi luoghi gli alberi sono assenti e dominano i pascoli per pecore, cavalli e yak. Con il salire dell’altitudine, l’aria si fa ancora più fresca e rarefatta. Per evitare il mal di montagna, è quindi importante respirare e muoversi con tranquillità.

Sotto un cielo limpido e riempito di silenzio, arriviamo a Tash Rabat, a oltre 3.200 metri d’altezza. Qui si trova un edificio particolarmente interessante: un caravanserraglio fortificato, ossia uno dei luoghi in cui le carovane che percorrevano la Via della seta potevano fermarsi a riposare. Costruito in una conca riparata dai venti, è una struttura in pietra massiccia e ben conservata.

Come, nei secoli passati, si arrivasse a queste altezze è difficile immaginarlo. Carovane e mercanti dovevano percorrere sentieri disagevoli e superare passi di montagna innevati quasi tutto l’anno.

Gli storici raccontano che un cammello percorreva 25-30 chilometri al giorno con un carico di circa 300-350 chilogrammi. I viaggi delle carovane duravano molti mesi e spesso anni.

La nostra permanenza a Tash Rabat si limita invece a una notte. Fredda, silenziosa e stellata. Il giorno seguente ci muoviamo verso Sud per raggiungere – via Torugart, Xinjiang e Irkeshtam – Osh, la seconda città del Paese.

Il caravanserraglio di Tash Rabat a 3.000 metri d’altezza. Foto Paolo Moiola..

A Osh, islam e giovani

Già centro nevralgico lungo un’arteria dell’antica Via della seta, Osh è importante soprattutto per essere al limitare della valle di Fergana, la fertile e ricca regione condivisa (e spesso contesa) con Uzbekistan e Tagikistan. Se la capitale kirghisa ha soltanto duecento anni, Osh di anni ne ha circa tremila. L’impronta islamica è evidente, ma lo è ancora di più nella vicina Uzgen.

Qui l’attrazione dovrebbe essere il parco archeologico che ospita un minareto e tre mausolei, ma le loro condizioni sono pessime e il luogo è trasandato. In condizioni sicuramente migliori sono i monumenti innalzati a pochi metri di distanza. C’è l’immancabile statua di Manas e, accanto a un vecchio carro armato sovietico, anche quella di Lenin.

Agli occhi del visitatore straniero è, però, il vecchio bazar della città il luogo più affascinante. Per gli affollatissimi vicoli del mercato sono tante le donne che indossano il velo islamico. E, tuttavia, la tradizione non pare aver attecchito tra le ragazze, che sono molte.

In Kirghizistan, la struttura demografica è giovane con un’età media attorno a 25,4 anni (in Italia è di 48,7, la più alta dell’Un-ione europea e tra le più alte del mondo). È proprio tornando a Osh che ce ne rendiamo conto con chiarezza.

La montagna sacra di Sulaiman-Too – nota anche come Trono di Salomone – è l’attrazione della città. Patrimonio Unesco, la montagna è in realtà una collina che domina su Osh. Oggi in visita ci sono classi di studenti locali.

All’interno di una grotta è stato ricavato un museo su due livelli. È qui che incontriamo un piccolo gruppo di giovani. Sono Sumaya, Khalim, Nurdolet, Aruuke, Elzida: sedicenni curiosissimi che chiedono di scattare qualche foto assieme. Un’ottima occasione per scambiare qualche chiacchiera sul Paese. Domandiamo se a scuola studiano il poema di Manas. «Naturalmente!», risponde Sumaya in inglese. «È il nostro grande poema epico nazionale, ed è una parte molto importante della nostra educazione e cultura. Lo studiamo a scuola, anche se non lo leggiamo per intero: è un’opera lunghissima! Studiamo anche l’arte dei manaschi, i narratori del Manas».

Dato che la maggioranza sono ragazze, chiediamo del «kyz ala kachuu», la pratica kirghisa del rapimento a scopo di matrimonio. «Sì – conferma Sumaya -, il kyz ala kachuu si verifica ancora in Kirghizistan, sebbene sia illegale e da tempo criticato. Oggi, è ampiamente riconosciuto dal governo, dagli attivisti e da molti cittadini come un crimine e una forma di violenza di genere, non come una tradizione da preservare. Per questo ci sono leggi per combatterlo e campagne per proteggere i diritti delle donne».

Lo scambio di opinioni con i ragazzi kirghisi si conclude con una curiosità: «Quante lingue parlate?», chiediamo. «Tutti i giovani – spiega Sumaya – parlano russo e anche una parte degli adulti. Però, la nostra lingua nativa è il kirghiso. In generale, si può dire che parliamo kirghiso a casa e russo a scuola». E – aggiungiamo noi con ammirazione – anche un buon inglese con chi non conosce né il kirghiso né il russo.

Paolo Moiola (1 – continua)

Gli occhi sorridenti di una ragazza musulmana con il velo al mercato di Osh. Foto Paolo Moiola.
Un anziano con il tipico copricapo kirghizo. Foto Paolo Moiola.

I paesi «stan» (ex sovietici)

Le caratteristiche principali

Ritratto ufficiale di Stalin (nel 1932), leader dell’Unione Sovietica che ha segnato la storia di tutti i paesi «stan». Immagine Wikimedia.
Ritratto ufficiale di Lenin (nel 1920), leader dell’Unione Sovietica che ha segnato la storia di tutti i paesi «stan». Immagine Wikimedia.

Ci sono sette Paesi al mondo che hanno il nome con il suffisso -stan: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan e Pakistan. A questi sette Paesi si potrebbe aggiungere il Kurdistan, che però non è uno stato ma una regione suddivisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Il suffisso «stan» significa «terra», mentre il nome che lo precede indica l’etnia principale di quella terra. Quindi, ad esempio, Kirghizistan significa «terra dei kirghisi», Tagikistan «terra dei tagiki» e così via.

I cinque Paesi «stan» dell’ex Unione Sovietica divennero indipendenti dopo lo scioglimento di quest’ultima (1991). Hanno alcune caratteristiche in comune: l’islam sunnita come religione dominante, il russo come lingua franca, strutture politiche tendenzialmente autoritarie o comunque molto fragili. Per tutti il retaggio storico più problematico è quello lasciato da Josif Stalin, che non stabilì i confini dei vari Paesi in base alle loro caratteristiche etniche e geografiche, ma sulla base di convenienze politiche.

Pa.Mo.

Paese «stan» Superfice, popolazione, capitale Sistema politico e presidenti Etnie e religioni
Kirghizistan – 199.900 km² – 7,2 milioni – Bishkek (Biškek) – repubblica presidenziale, ex Urss; – dal 2021, presidente Sadyr Japarov; – Kirghizi; – altre etnie: Uzbeki, Russi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Tagikistan – 143.100 km² – 10,2 milioni – Dushanbe (Dušanbe) – autocrazia, ex Urss; – dal 1994, presidente Emomali Rahmon; – Tagiki; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Uzbekistan – 448.900 km² – 36,3 milioni – Tashkent – repubblica presidenziale, ex Urss; – dal 2016, presidente Shavkat Mirziyoyev (succeduto a Islom Karimov, in carica per 25 anni); – Uzbeki; – altre etnie: Tagiki, Kazaki, Russi, Tartari, Caracalpachi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Turkmenistan – 491.210 km² – 7,4 milioni – Ashgabat – autocrazia, ex Urss; – dal 2022, presidente Serdar Berdimuhamedov (succeduto al padre, in carica per 15 anni); – Turkmeni; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi;
Kazakistan – 2.725.000 km² – 20,5 milioni – Astana – autocrazia, ex Urss; – dal 2019, presidente Kassym-Jomart Tokayev (succeduto a Nursultan Nazarbaev, in carica per 29 anni); – Kazaki; – altre etnie: Uzbeki, Russi, Kirghizi; – islam sunnita; – religioni minoritarie: cristiani ortodossi.
Il presidente kirghizo Japarov con Putin, a Mosca (2 luglio 2025). Foto Kremlin.ru.

Mosca c’è (ancora)

L’intervista

Per capire meglio il Kirghizistan, contattiamo Sergey Kwan, un redattore del quotidiano The Times of Central Asia. Fondato nel 1999 a Bishkek dall’italiano Giorgio Fiacconi, il giornale – un tempo cartaceo, oggi soltanto in versione web – ha l’inglese come lingua principale. La sede è nella capitale, ma – come suggerisce il nome stesso – articoli e reportage riguardano, oltre al Kirghizistan, il Kazakistan, il Tajikistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan.

La conversazione con Sergey inizia partendo da un’impressione avuta durante il viaggio: lo scarso innevamento in un Paese che pure ospita alte catene montuose. «La mancanza o la scarsità di neve – ci spiega il nostro interlocutore – sta diventando la nuova normalità nel Kirghizistan. Gli inverni diventano ogni anno più miti. Ottobre e novembre sono stati più caldi del solito, con quasi nessuna pioggia nelle valli e neve in montagna».

Chiediamo a Sergey delle statue di Lenin fatte sparire o spostate. «Lenin si erge ancora sul retro della piazza principale di Bishkek. Anzi, credo che, nel futuro, questa sarà l’ultima a essere demolita. Resiste l’idea secondo cui il Kirghizistan è forse l’unica repubblica post sovietica che ha bisogno di costruire monumenti a Lenin perché la rivoluzione del 1917 ha spinto il Paese dal feudalesimo al socialismo in pochi decenni, garantendo al popolo kirghiso istruzione gratuita, assistenza sanitaria e progresso economico. Questa opinione è condivisa da una piccola parte degli intellettuali kirghisi».

In effetti, il presidente kirghiso Japarov e quello russo Putin s’incontrano spesso. L’ultima volta è accaduto lo scorso dicembre, a Mosca. Chiediamo a Sergey da cosa nasca l’amicizia tra i due. «Non definirei i rapporti tra Japarov e Putin un’amicizia. Semplicemente, Japarov deve mantenere buoni rapporti perché il Kirghizistan dipende molto dalla Russia».

A quanto pare, Bishkek è vicina a Mosca anche con riferimento alla libertà d’espressione, se Reporters sans frontières mette il Kirghizistan al posto 144 (su 180 paesi considerati). Sergey non si stupisce: «Il basso posizionamento – spiega – nella classifica di Rsf non sorprende, data la persecuzione da parte delle autorità kirghise di ciò che resta dei media liberi e dell’opposizione».

Pa.Mo.

La bandiera del Kirghizistan: un sole con 40 raggi e, al centro, il tetto di una yurta. Foto Paolo Moiola.



Corea del Nord. Da Padre a Figlia? Dinastia Kim

Sommario

Le immagini che circolano continuano a mostrare una popolazione in delirio per Kim Jong Un, il «grande leader». Eppure, la Corea del Nord non è più il Paese isolato dal mondo degli anni Novanta. Anche qui è arrivato il cambiamento. Sottile e silenzioso, ma inevitabile.

Pyongyang. L’aria fredda di ottobre penetra attraverso i vetri appannati dell’autobus che attraversa le strade deserte di Pyongyang. Alle 6 del mattino, la capitale nordcoreana si risveglia lentamente sotto un cielo che inizia ad albeggiare e che sembra riflettere l’umore di questo Paese. Ogni momento trascorso qui mi mostra una realtà poco conosciuta in Occidente: una nazione che vive in una dimensione temporale parallela, dove il XXI secolo si scontra quotidianamente con logiche politiche e sociali che sembrano appartenere a un’altra era.

I «jangmadang», tra passato e futuro

La Corea del Nord del 2025 non è più quella completamente isolata degli anni Novanta. Attraversando le vie di Pyongyang, è impossibile non notare i segnali di un cambiamento sottile ma inesorabile. Smartphone cinesi sbucano dalle tasche dei passanti, nonostante il governo ne limiti severamente l’uso. Nei mercati jangmadang, i bazaar semi ufficiali che hanno trasformato l’economia nordcoreana, le donne commercianti, contrattano con una vivacità che contrasta con l’imma- gine stereotipata di una popolazione sottomessa.

«Il cambiamento c’è, ma è come un fiume sotterraneo», mi avevano spiegato Park Min-ho e Kim Yeon-mi, due disertori nordcoreani che hanno lasciato il Paese cinque anni fa e che hanno accettato di incontrami in un caffè di Seoul la scorsa estate. «La gente sa che esiste un mondo diverso là fuori. Le informazioni filtrano attraverso i confini, portate dai commercianti cinesi, dalle chiavette Usb contrabbandate, dalle trasmissioni radio in onde corte. Ma tutto questo avviene nel silenzio più assoluto».

Il «songbun» e gli «inminban»

La società nordcoreana del 2025 rimane strutturata secondo il sistema songbun, una forma di classificazione sociale che determina ogni aspetto della vita di un individuo in base alla storia politica della sua famiglia. Tuttavia, l’emergere dell’economia di mercato informale ha iniziato a erodere, seppur lentamente, questa antica gerarchia.

Durante una visita guidata a una fabbrica tessile di Pyongyang, osservo operaie che indossano orologi di marca cinese e trucco colorato, piccoli lussi che sarebbero stati impensabili solo un decennio fa. La guida ufficiale, una donna sulla cinquantina, evita le mie domande sui salari, ma non può nascondere l’evidenza: anche in questo sistema totalitario, la prosperità materiale sta diventando un’aspirazione legittima.

Il controllo sociale rimane, tuttavia, pervasivo. Ogni quartiere ha i suoi inminban, comitati di sorveglianza composti da cittadini che monitorano la vita quotidiana dei vicini. «È come vivere in una casa di vetro», mi racconta Kim Yeon-mi. «Sai sempre che qualcuno ti sta guardando, che ogni tua azione può essere riportata alle autorità».

Le «donju», agenti del cambiamento

Una delle trasformazioni più significative della società nordcoreana riguarda il ruolo delle donne nell’economia. Dopo la crisi alimentare degli anni ‘90, quando il sistema di distribuzione statale collassò, furono principalmente le donne a sviluppare attività commerciali per la sopravvivenza delle famiglie.

Oggi, queste donju (letteralmente «maestri del denaro») controllano gran parte dell’economia informale del Paese. Gestiscono mercati, importano merci dalla Cina, prestano denaro e hanno accumulato capitali che spesso superano quelli dei funzionari di partito. Paradossalmente, in una società ufficialmente egualitaria, si sta formando una nuova classe capitalista composta principalmente da donne.

«Mia madre è diventata ricca vendendo cosmetici cinesi», racconta una giovane rifugiata. «Aveva più soldi di mio padre, che lavorava in una fabbrica statale. Ma doveva sempre stare attenta a non mostrare troppo la sua ricchezza, per non attirare l’attenzione delle autorità».

Le donne nordcoreane sono diventate i veri agenti di cambiamento della società. Dopo aver salvato le loro famiglie dalla carestia attraverso il commercio informale, hanno mantenuto un ruolo economico centrale che sfida le strutture patriarcali tradizionali. Molte controllano ora i redditi familiari, prendono decisioni economiche importanti, e hanno sviluppato reti di business sofisticate che si estendono attraverso tutto il Paese e oltre i confini nazionali.

Una generazione digitale clandestina

La generazione nata dopo il 2000 rappresenta forse il più grande enigma della Corea del Nord contemporanea. Cresciuti in un’epoca di relativa stabilità economica, nonostante le sanzioni internazionali, questi giovani mostrano atteggiamenti che sfuggono ai canoni tradizionali della società nordcoreana e che spesso contrastano con l’ideologia ufficiale.

Vogliono viaggiare, studiare all’estero, avere accesso a internet, e scegliere la propria professione. Queste aspirazioni, normalissime ovunque nel mondo, rappresentano una minaccia esistenziale per un sistema basato sul controllo totale e l’isolamento.

In una scuola superiore di Pyongyang, gli studenti dimostrano una conoscenza sorprendente della tecnologia moderna. Sanno utilizzare computer e tablet, parlano con entusiasmo di matematica e scienze, ma quando si tocca la politica internazionale, le loro risposte diventano meccaniche, ripetendo formule apprese a memoria sui «nemici imperialisti americani».

Tuttavia, in privato molti giovani nordcoreani consumano contenuti culturali sudcoreani e cinesi, scaricati illegalmente e condivisi attraverso reti clandestine. Il K-pop (musica pop sudcoreana nota in tutto il mondo, ndr) e i drama sudcoreani hanno penetrato persino la cortina di ferro digitale di Kim Jong Un, creando una generazione che conosce un mondo alternativo, ma non può esprimerlo pubblicamente.

I giovani nati in questo nuovo secolo rappresentano la prima generazione nordcoreana cresciuta con accesso, seppur limitato, alla tecnologia digitale. Hanno imparato a navigare simultaneamente nel mondo ufficiale della propaganda e in quello clandestino dei contenuti stranieri. Sviluppano competenze digitali avanzate non per seguire corsi ufficiali, ma per accedere a contenuti proibiti. Sanno come nascondere file nei computer, come modificare smartphone per ricevere segnali stranieri, e come utilizzare Vpn (reti private virtuali anti censura, ndr) improvvisate per aggirare le restrizioni di rete.

«I giovani nordcoreani sono diventati hacker per necessità», osserva un ricercatore specializzato in tecnologia nordcoreana. «Sviluppano competenze incredibili per soddisfare la loro curiosità verso il mondo esterno. Sono una generazione che ha imparato che le regole ufficiali esistono per essere aggirate».

Le reti familiari

Una delle caratteristiche più interessanti della società nordcoreana contemporanea è lo sviluppo di reti di solidarietà informale, che permettono la sopravvivenza in un sistema ufficialmente rigido, ma praticamente disfunzionale.

Le famiglie si organizzano in clan economici allargati, dove ognuno contribuisce secondo le proprie capacità: chi lavora nell’amministrazione statale fornisce informazioni sui controlli imminenti, chi commercia nei mercati condivide i profitti, chi ha contatti con i trafficanti di confine procura beni stranieri.

«In Corea del Nord, la famiglia vera non è quella biologica, ma quella economica», spiega una rifugiata che gestiva una piccola rete commerciale prima di scappare. «Mia sorella lavorava in banca e mi avvertiva quando stavano per arrivare controlli sui commercianti. Mio cognato guidava un camion e trasportava le merci. La moglie di mio fratello aveva contatti in Cina. Insieme, riuscivamo a sopravvivere e anche a prosperare.»

Frequentando coloro che oggi scappano dalla Corea del Nord risulta chiaro un fatto: non si fugge più per la repressione politica e sociale, ma per un puro fatto economico.

Piergiorgio Pescali

Una fermata della metro della capitale nordcoreana. Foto Mike Bravo-unsplash.

I tormenti del «grande leader»
KIM Jong un

Nipote del fondatore del Paese, preparato e intelligente, Kim Jong Un ha i suoi problemi ma pare saldo al potere. Nel frattempo, la figlia Kim Ju Ae compare sempre più spesso al suo fianco nelle occasioni ufficiali. È però improbabile che sia candidata a succedergli.

Al potere dal 2011, Kim Jong Un rappresenta l’incarnazione delle contraddizioni della Corea del Nord di oggi. Educato in Svizzera, parla varie lingue e ha dimostrato un’apertura verso alcuni aspetti della modernizzazione. Al tempo stesso, ha consolidato il controllo del Paese con modi autoritari che spesso superano quelli dei suoi predecessori.

Durante una parata militare a cui ho recentemente assistito nella piazza Kim Il Sung, il giovane leader appare come una figura carismatica che sa alternare momenti di informalità – saluta la folla con gesti spontanei – a pose statuarie che richiamano la tradizione dinastica dei Kim. È evidente che sta cercando di costruire un’immagine che combini modernità e continuità, innovazione e controllo.

Le recenti crisi in Corea del Sud hanno paradossalmente rafforzato la posizione di Kim Jong Un, offrendogli ulteriori opportunità per aumentare le capacità nucleari del regime. Questa situazione gli permette di presentarsi ai suoi cittadini come l’unico baluardo contro l’instabilità regionale.

Kim Jong Un, estremamente intelligente e perspicace, ha ereditato un sistema creato per un mondo che non esiste più. La Guerra fredda è finita da tre decenni, l’isolamento totale è diventato impossibile nell’era digitale, e le nuove generazioni nordcoreane sono profondamente diverse da quelle che hanno costruito il regime negli anni Quaratnta e Cinquanta.

Il leader nordcoreano ha mostrato pragmatismo in alcuni settori, permettendo l’espansione dei mercati informali, modernizzando l’aspetto esteriore di Pyongyang, introducendo elementi di cultura pop nella propaganda ufficiale, ma rimane inflessibile sui pilastri fondamentali del potere: il monopolio politico, il controllo dell’informazione, e l’arsenale nucleare.

Kim Jong Un con la figlia Kim Ju Ae durante un evento in occasione del completamento dell’area turistica costiera di Wonson Kalma, nella provincia di Kangwon, il 24 giugno 2025. (Photo by KCNA VIA KNS / AFP)

Kim Ju Ae e la cultura confuciana

Uno degli aspetti più intriganti della politica nordcoreana contemporanea riguarda la questione successoria. Kim Ju Ae, la figlia di Kim Jong Un, è oggetto di intense speculazioni, ma funzionari nordcoreani di alto rango esprimono dubbi sulla sua possibile successione.

Durante le apparizioni pubbliche, la bambina di circa dodici anni viene presentata come «la persona più amata» o «la brillante bambina», titoli che, in passato, erano riservati ai futuri leader. Tuttavia, la cultura confuciana profondamente radicata nella società nordcoreana rende problematica l’idea di una leadership femminile. «La dinastia Kim ha sempre seguito logiche patriarcali», osserva un diplomatico europeo di stanza a Pyongyang che preferisce rimanere anonimo. «Kim Ju Ae potrebbe essere una figura di transizione, ma è difficile immaginare che possa effettivamente governare. Più probabilmente, Kim Jong Un sta preparando il terreno per un altro erede maschio non ancora pubblicamente identificato».

Il regime ha recentemente enfatizzato l’importanza dell’autocrazia ereditaria, probabilmente per rafforzare la legittimità di Kim Jong Un e preparare future successioni familiari. Questa strategia suggerisce che la famiglia Kim intende perpetuare il proprio controllo per generazioni.

L’élite del Partito: privilegi e incertezza

Kim Jong Un è nipote di Kim Il Sung, il fondatore della Corea del Nord, morto nel 1994, ricordato come il «Presidente eterno» del Paese. La sua figura mitica domina ogni aspetto della vita pubblica: statue, ritratti, citazioni, e pellegrinaggi ai luoghi della sua vita mantengono vivo il culto della personalità.

Tuttavia, tra le generazioni più giovani, questo culto inizia a mostrare segni di erosione. Molti giovani nordcoreani non hanno mai conosciuto direttamente l’era di Kim Il Sung e il suo mito appare sempre più come una reliquia del passato.

«Mio figlio onora ogni mattina il nostro Grande leader», racconta una madre dopo essersi assicurata che nessuno ci possa sentire. «Ma so che non prova la stessa emozione che provavo io alla sua età. Per lui, è solo un rituale vuoto». L’élite del Partito dei lavoratori vive in una realtà parallela rispetto al resto della popolazione. Nei quartieri esclusivi di Pyongyang, funzionari di alto rango hanno accesso a beni importati, internet limitato, e persino viaggi all’estero per «missioni diplomatiche» che spesso includono shopping di lusso.

Tuttavia, anche l’élite vive nell’incertezza. La storia nordcoreana è piena di epurazioni improvvise di funzionari di alto rango, inclusi parenti stretti dei leader. Jang Song-thaek, zio di Kim Jong Un e una volta considerato il secondo uomo più potente del Paese, fu giustiziato nel 2013 con accuse di tradimento.

«L’élite nordcoreana vive nel lusso, ma è un lusso precario», osserva un collega. «Puoi avere tutto quello che vuoi finché rimani nelle grazie del Leader, ma se fai un passo falso, perdi tutto in un istante. È un’esistenza dorata, ma terrificante. A volte è meglio vivere senza nessun privilegio. Non hai nulla da perdere».

Piergiorgio Pescali

La torre Juche ricorda l’omonima ideologia sviluppata da Kim Il Sung. Foto Jeremy888-Pixabay.

La famiglia Kim

Kim Jong Un (1982 o 1983), il Leader supremo

È il terzo Leader supremo della Corea del Nord. Al potere dal dicembre 2011, figlio di Kim Jong Il e Ko Yong Hui, ha studiato in Svizzera sotto falso nome prima di tornare in patria per essere preparato alla successione. A soli trent’anni ha ereditato il potere, consolidandolo attraverso epurazioni, inclusi l’esecuzione dello zio e l’assassinio del fratellastro. Ha accelerato il programma nucleare e missilistico, aprendo anche un cauto dialogo diplomatico. La sua leadership combina brutalità interna e pragmatismo esterno.

Ri Sol Ju (1989 circa), la moglie

È la First lady dal 2012. Ex cantante, rappresenta un’innovazione: a differenza delle precedenti First lady rimaste nell’ombra, appare spesso in pubblico con abiti eleganti e stile occidentalizzato, regalando al regime un volto «morbido». Ha dato alla luce tre figli, tra cui Kim Ju Ae. Nonostante la visibilità pubblica, la sua influenza su Kim Jong Un sarebbe limitata rispetto a quella della sorella del leader, Kim Yo Jong.

Kim Ju Ae (2012 o 2013), la figlia in ascesa

Apparsa pubblicamente dal novembre 2022, Kim Ju Ae accompagna il padre a eventi militari e lanci missilistici. La sua visibilità senza precedenti alimenta speculazioni: una parte degli analisti ritiene che Kim Jong Un la stia preparando come successore, facendone la prima donna leader della Corea del Nord. Rappresenta la continuità dinastica per le generazioni future.

Kim Yo Jong (1987), la sorella

È la figura più potente della cerchia di Kim Jong Un. Vicedirettore del Dipartimento di propaganda, è in realtà la figura prominente al comando dell’ufficio. Ha studiato con i fratelli Kim Jong Un e Kim Jong Chul in Svizzera, diventando poi stretta collaboratrice del fratello. Ha rappresentato il regime alle Olimpiadi 2018 in Corea del Sud. Nota per il temperamento spietato, supervisiona epurazioni di elementi considerati pericolosi per la stabilità della famiglia Kim e rilascia dichiarazioni aggressive. Considerata possibile successore o reggente, esercita più influenza di Ri Sol Ju.

Kim Jong Chul (1981), il fratello maggiore

Fratello maggiore di Kim Jong Un, è stato escluso dalla successione dal padre, Kim Jong Il, perché ritenuto privo del temperamento necessario. Riservato e appassionato di rock occidentale, in particolare di Eric Clapton, vive lontano dai riflettori senza posizioni di rilievo. A differenza del fratellastro Kim Jong Nam (assassinato nel 2017) non rappresenta una minaccia politica e mantiene buoni rapporti con Kim Jong Un.

P.P.

Monumento che celebra la liberazione dal Giappone. Foto Barpa via Flick.

Socialismo e mercato
Il sistema economico

Anche se Kim Jong Un li contrasta, i meccanismi del mercato hanno trovato terreno fertile tra i suoi sudditi. Succede così che negli  «jangmadang», i mercati informali, si possa trovare di tutto e di più.

L’economia nordcoreana presenta un paradosso affascinante. Ufficialmente, rimane un sistema socialista pianificato, ma nella realtà quotidiana, i meccanismi di mercato dominano la vita della maggior parte dei cittadini. Le previsioni per il 2026 indicano che le politiche di Kim Jong Un per reprimere i mercati potrebbero scatenare disordini sociali, suggerendo tensioni crescenti tra le forze del cambiamento economico e il controllo politico. Tuttavia, in questo Paese le previsioni politiche ed economiche sono paragonabili a quelle metereologiche degli anni Sessanta: assolutamente inaffidabili.

I mercati jangmadang sono ormai parte integrante del paesaggio urbano. In quello di Tongil, nel centro di Pyongyang, venditori ambulanti offrono di tutto: dai prodotti alimentari cinesi agli elettrodomestici sudcoreani contrabbandati. Le donne, che costituiscono la maggioranza dei commercianti, hanno sviluppato reti sofisticate che si estendono fino al confine cinese.

«Mia madre era una casalinga che dipendeva completamente dalle razioni statali», racconta Lee Hyun-seo, una commerciante del mercato di Pyongyang con cui riesco a parlare brevemente. «Io invece mantengo tutta la famiglia con il mio negozio. I tempi sono cambiati, anche se il governo fa finta di niente».

In un mercato di Chongjin, nella provincia del Hamgyong settentrionale, i commercianti vendono di tutto: riso importato dalla Cina, strumenti elettronici sudcoreani, vestiti usati americani e – persino – valuta straniera. I prezzi fluttuano secondo la domanda e l’offerta, gli imprenditori accumulano capitali e si sviluppano catene di distribuzione spesso sofisticate.

«Il governo finge che questi mercati non esistano, ma in realtà dipende da loro», spiega un economista esperto di Corea del Nord. «Le tasse sui commercianti sono diventate una fonte di reddito cruciale per le autorità locali».

I mercati non sono solo luoghi di commercio di beni materiali, ma anche centri di scambio culturale informale. Canzoni popolari non censurate circolano di bocca in bocca, storie di vita reale vengono condivise sottovoce, e si diffonde un folklore urbano che sfugge al controllo statale.

Le sanzioni internazionali hanno avuto effetti contraddittori sulla società nordcoreana. Da un lato, hanno effettivamente limitato l’accesso del regime a tecnologie avanzate e valuta forte. Dall’altro, hanno accelerato lo sviluppo dell’economia informale e hanno reso la popolazione più dipendente dai mercati interni piuttosto che dallo Stato.

«Le sanzioni hanno reso i nordcoreani più indipendenti dal governo», osserva ancora l’economista. «Quando lo Stato non può più fornire beni essenziali, la gente impara a procurarseli da sola. Ironicamente, le sanzioni potrebbero aver accelerato lo sviluppo di una società civile informale.»

Monumento al Partito dei lavoratori a Pyongyang. Foto Steve Barker – Unsplash.

Pyongyang, una «città teatro»

Pyongyang rappresenta una vetrina privilegiata che nasconde la realtà del resto del Paese. La capitale, dove vivono circa tre milioni di persone molte delle quali selezionate per la loro lealtà al regime, gode di infrastrutture relativamente moderne, alimentazione elettrica stabile e accesso a beni di consumo. Negli ultimi anni le strade di Pyongyang e di altre città si sono riempite di auto private, riconoscibili dalla targa gialla. Una cosa impensabile solo cinque anni orsono.

Nelle province, specialmente quelle settentrionali vicine al confine cinese, le condizioni sono drasticamente diverse. Villaggi privi di elettricità, strade non asfaltate, e una popolazione che dipende ancora largamente dall’agricoltura di sussistenza caratterizzano gran parte del territorio.

«Pyongyang è come un villaggio Potemkin (nome dato ai villaggi fittizi della Russia zarista, ndr)», spiega un diplomatico occidentale. «È progettata per impressionare i visitatori, ma rappresenta solo una frazione della realtà nordcoreana. Il vero Paese inizia appena fuori dalla capitale».

Pyongyang del 2025 è irriconoscibile rispetto alla capitale degli anni Novanta. Grattacieli residenziali di lusso, parchi acquatici e centri commerciali moderni creano l’illusione di una metropoli prospera e dinamica.

Tuttavia, questa modernizzazione serve in larga parte a scopi propagandistici. Gli appartamenti di lusso sono riservati all’élite del partito, i centri commerciali vendono prodotti importati a prezzi proibitivi per la popolazione comune, e le strutture ricreative sono accessibili solo ai cittadini con il giusto status sociale.

«Pyongyang è diventata una città-teatro», commenta un architetto sudcoreano che studia l’urbanistica nordcoreana. «Ogni edificio, ogni strada, ogni parco è progettato per trasmettere un messaggio specifico. Non è una città per vivere, è una città per impressionare».

Strategie di sopravvivenza quotidiana

Al di là della politica e della propaganda, la vita quotidiana dei nordcoreani è caratterizzata da una straordinaria capacità di adattamento. Le famiglie sviluppano strategie di sopravvivenza complesse, combinando lealtà pubblica e pragmatismo privato.

Le donne si alzano all’alba per fare la fila ai mercati, gli uomini partecipano alle sessioni di «critica e autocritica» sul posto di lavoro, i bambini frequentano scuole dove imparano a venerare i leader morti. Eppure, dentro le case, le stesse persone guardano film sudcoreani, ascoltano musica pop e sognano una vita diversa.

«Siamo diventati attori nella nostra stessa vita», riflette una rifugiata. «In pubblico, recitiamo la parte del cittadino perfetto. In privato, siamo persone normali con desideri normali. Ma la recita è così lunga che a volte dimentichi quale sia la realtà».

La cultura ufficiale nordcoreana rimane dominata dalla propaganda di regime, con film, libri e spettacoli teatrali che celebrano i leader e demonizzano i nemici esterni. Tuttavia, negli spazi marginali della società, emergono forme di espressione più autentiche.

Lupi e marionette

La musica pop nordcoreana ufficiale, con i suoi ritmi marziali e testi edificanti, convive con una passione crescente per il K-pop sudcoreano, consumato in segreto ma discusso con entusiasmo tra i giovani. Questa doppia vita culturale crea una generazione che vive in due mondi paralleli.

«I giovani sanno tutto del mondo esterno», osserva un professore della Kim Il Sung University. «Hanno visto i film di Hollywood, conoscono il
K-pop, sanno come vivono i sudcoreani. Questa conoscenza crea una tensione enorme tra ciò che sanno essere possibile e la realtà in cui vivono».

Il sistema sanitario e educativo nordcoreano presenta risultati contraddittori. Da un lato, il Paese mantiene tassi di alfabetizzazione elevati e ha sviluppato competenze mediche significative, specialmente nella medicina tradizionale. Dall’altro, la carenza di risorse a causa delle sanzioni internazionali limita severamente l’accesso a farmaci moderni e tecnologie mediche avanzate.

Nelle scuole che visito, gli studenti dimostrano preparazione eccellente in matematica e scienze, ma la loro educazione è pervasa da contenuti ideologici che distorcono la comprensione del mondo esterno. I bambini imparano a leggere con libri che descrivono gli americani come «lupi imperialisti» e i sudcoreani come «marionette fantoccio».

L’educazione in Corea del Nord produce menti brillanti ma imprigionate, ragazzi che sono capaci di eccellere in qualsiasi campo, ma che devono confrontarsi con anni di indottrinamento.

Piergiorgio Pescali

La facciata della chiesa cattolica di Jangchun (Wikimedia).

La religione
La persecuzione dei cristiani

Sebbene mantenga qualche piccola chiesa simbolica come omaggio al suo passato religioso cristiano, il governo nordcoreano richiede lealtà assoluta e considera qualsiasi sentimento religioso come prova di lealtà divisa.

La situazione dei cristiani in Corea del Nord rappresenta uno dei capitoli più tragici della moderna persecuzione religiosa. Gli annuali rapporti della Open doors world watch list assegnano alla Corea del Nord il punteggio peggiore possibile in cinque delle sei categorie di persecuzione religiosa, con diverse decine di credenti di Chiese clandestine scoperti e giustiziati, e più di cento familiari inviati nei campi di lavoro.

Durante la mia permanenza a Pyongyang, visito la chiesa protestante di Bongsu, una delle quattro chiese ufficialmente riconosciute nella capitale. L’edificio è ben tenuto. La comunità appare devota, ma l’atmosfera è surreale. I fedeli, tutti anziani, recitano preghiere che includono riferimenti al «Grande leader» Kim Il Sung, mescolando dottrina cristiana e ideologia juche (il fondamento socialista e patriottico del Paese, ndr) in modo che apparirebbe blasfemo in qualsiasi altro contesto.

«Questa non è vera fede cristiana», mi ha confidato uno dei pochi pastori che hanno potuto visitare la Corea del Nord su invito del governo. «È teatro per i visitatori stranieri – ha aggiunto -. I veri cristiani in Corea del Nord si riuniscono in segreto, rischiando la morte o i campi di prigionia».

La facciata della chiesa protestante di Bongsu (Wikimedia).

Nonostante la persecuzione sistematica, il cristianesimo continua a crescere clandestinamente in Corea del Nord. Le stime suggeriscono che tra 200mila e 400mila nordcoreani (1,5 per cento della popolazione) pratichino in segreto una qualche forma di fede cristiana, un numero significativo in un Paese di 26 milioni di abitanti.

La diffusione del cristianesimo avviene tramite canali informali attivati da missionari protestanti, per lo più affiliati a Chiese evangeliche statunitensi: commercianti che attraversano il confine con la Cina nascondono materiale religioso tra le merci legali. Chiavette Usb e schede di memoria contenenti testi biblici vengono disseminate attraverso le stesse reti utilizzate per distribuire contenuti di intrattenimento straniero. Questa sovrapposizione tra mercato nero dell’intrattenimento e distribuzione religiosa clandestina crea canali di diffusione difficili da intercettare completamente.

I cattolici, invece, sono più ligi alle leggi e questo li ha resi più accettati dal governo, che spesso nelle sue invettive contro la religione evita ogni riferimento alla Chiesa cattolica.

Le riunioni di preghiera avvengono in modi creativi: durante passeggiate apparentemente casuali, in case private durante feste di compleanno, o persino nei bagni pubblici per brevi momenti di comunione spirituale. I cristiani nordcoreani hanno sviluppato un codice di comunicazione basato su gesti e frasi apparentemente innocue per riconoscersi senza destare sospetti.

Le testimonianze dei rifugiati rivelano l’esistenza di una chiesa sotterranea che, nonostante la brutale repressione, continua a crescere. Le riunioni avvengono in case private, in gruppi di due o tre persone al massimo. Le Bibbie, contrabbandate dal confine cinese, vengono nascoste sottoterra o memorizzate interamente per evitare di essere scoperti con prove fisiche.

La chiesa clandestina si sta espandendo, e i cristiani, come spesso accade quando qualcosa è proibito, sono affamati della Parola di Dio.

P.P.

Kim Jong Un incoraggia i soldati delle forze nordcoreane per le operazioni militari d’oltremare; il Paese ha iniziato a costruire un memoriale per i suoi soldati inviati e caduti nella guerra tra Russia e Ucraina. (Photo by KCNA VIA KNS / AFP)

La scelta del nucleare
Il confine sud e l’arsenale nucleare

Kim Jong Un spinge molto sul nucleare. Che non è soltanto un deterrente contro eventuali aggressioni straniere. È anche uno strumento di legittimazione interna.

Il confine tra le due Coree rimane uno dei luoghi più tesi al mondo. Durante una visita alla zona demilitarizzata (Dmz), la divisione della penisola coreana appare non solo geografica, ma temporale. Da un lato, la moderna Corea del Sud con i suoi grattacieli e la sua tecnologia; dall’altro, un paesaggio che sembra cristallizzato negli anni Cinquanta.

Per i coreani, sia del Nord che del Sud, attraversare questo confine significa spesso la morte. Le guardie di frontiera hanno ordini di sparare a vista sui fuggitivi, e il confine è minato e sorvegliato con tecnologie militari avanzate. Tuttavia, tra le trecento e le ottocento persone all’anno riescono ancora a scappare, principalmente attraverso il confine settentrionale con la Cina. Ben poche rispetto alle migliaia che fuggivano negli anni sotto Kim Jong Il. Segno che la vita nel Paese non è più così insopportabile.

«Il confine non è solo una linea sul terreno», riflette un ufficiale delle Nazioni Unite di stanza nella Dmz. «È una frattura temporale che separa due modi completamente diversi di concepire l’esistenza umana».

Le relazioni tra le due Coree hanno attraversato cicli di tensione e distensione, ma le divisioni fondamentali rimangono irrisolte. La recente instabilità politica in Corea del Sud ha rafforzato la posizione di Kim Jong Un, permettendogli di presentarsi come un leader stabile in una regione in tumulto.

Tuttavia, i legami familiari e culturali tra le due Coree continuano a rappresentare una forza potente per la riconciliazione futura. Milioni di sudcoreani hanno parenti in Corea del Nord, e la cultura pop sudcoreana continua a penetrare la cortina di ferro nonostante i divieti ufficiali.

«La divisione della Corea è artificiale e temporanea», afferma un professore di storia coreana all’Università di Seul. «Le due Coree sono una nazione divisa, non due nazioni separate. Prima o poi, la storia troverà un modo per riunire ciò che la politica ha diviso».

Il nucleare come pilastro del regime

Il programma nucleare nordcoreano non è solo una questione di sicurezza nazionale, ma rappresenta il fulcro dell’identità politica del regime. Durante una visita al museo della Guerra di liberazione della patria, la propaganda ufficiale presenta le armi nucleari come l’unico deterrente contro un’aggressione straniera.

Kim Jong Un ha accelerato lo sviluppo nucleare come nessun leader prima di lui. Sotto la sua guida, la Corea del Nord ha condotto quattro dei sei test atomici, ha sviluppato capacità termonucleari e missili balistici intercontinentali capaci di raggiungere gli Stati Uniti. Questo arsenale non serve solo a scoraggiare attacchi esterni, ma conferisce al regime una legittimità domestica come protettore della nazione.

«Le armi nucleari sono la nostra garanzia di sopravvivenza», mi dice un funzionario del ministero degli Esteri durante un briefing ufficiale. «Finché esiste la minaccia americana, non avremo altra scelta che mantenere e rafforzare le nostre capacità difensive.»

Tuttavia, il programma nucleare presenta anche costi enormi. Le sanzioni internazionali hanno isolato economicamente il Paese, limitando le possibilità di modernizzazione e sviluppo. È un paradosso che il regime sembra accettare: sacrificare il benessere economico immediato per garantire la sopravvivenza politica a lungo termine.

Il programma nucleare di Kim Jong Un ha raggiunto una fase di maturità tecnica che rende la Corea del Nord una potenza nucleare de facto. Tuttavia, questo successo presenta nuove sfide per il regime. L’arsenale atomico ha permesso a Kim di ottenere riconoscimento internazionale e di scoraggiare aggressioni esterne, ma ha anche creato aspettative domestiche che potrebbero essere difficili da mantenere. I cittadini nordcoreani si aspettano che il prestigio militare raggiunto dal Paese si traduca in miglioramenti concreti delle loro condizioni di vita. Inoltre, mantenere e sviluppare l’arsenale nucleare richiede risorse enormi che potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo economico. Il regime si trova di fronte a un dilemma: continuare a investire nel nucleare per mantenere sicurezza e prestigio, o riallocare risorse per soddisfare le crescenti aspettative economiche della popolazione. L’arsenale atomico è diventato anche il principale strumento diplomatico della Corea del Nord. Kim Jong Un ha dimostrato abilità nell’utilizzare le capacità nucleari per ottenere summit internazionali, negoziati bilaterali, e riconoscimento come leader mondiale.

Tuttavia, questa strategia presenta rischi crescenti. Ogni test nucleare e ogni lancio di missili aumentano le sanzioni internazionali e l’isolamento del Paese. Il regime deve continuamente bilanciare la necessità di dimostrare capacità nucleari crescenti con la necessità di evitare provocazioni che potrebbero scatenare conflitti militari o sanzioni paralizzanti.

Una segnalazione di presenza di mina lungo la Dmz. Foto Piero Sierra-Flickr.

L’alleanza con la Russia di Putin

Nonostante la presenza della Corea del Nord sulla scena mondiale con le sue armi nucleari, la dinastia Kim si sta lentamente indebolendo a causa della lotta per la successione. Tuttavia, negli ultimi anni, Kim Jong Un ha dimostrato notevole abilità diplomatica, alternando provocazioni e aperture per mantenere rilevanza internazionale.

L’alleanza con la Russia si è rafforzata significativamente, specialmente dopo l’invasione dell’Ucraina. La Corea del Nord fornisce – infatti – munizioni e soldati. Questa collaborazione offre a Kim Jong Un una valvola di sfogo dalle sanzioni internazionali e una fonte di valuta forte.

Con la Cina, la relazione rimane complessa. Pechino è il principale partner commerciale della Corea del Nord, ma è anche frustrata dalle provocazioni nucleari che destabilizzano la regione. «La Cina vuole un cuscinetto contro l’influenza americana, ma non vuole un vicino nucleare imprevedibile», sintetizza un analista di politica estera.

I rifugiati nordcoreani che arrivano – ormai con il contagocce – in Corea del Sud, forniscono informazioni preziose sui cambiamenti in corso nel loro Paese d’origine. Le loro testimonianze rivelano una società più complessa e dinamica di quanto i media internazionali spesso descrivano.

I rifugiati più recenti mostrano livelli di educazione e sofisticazione tecnologica superiori rispetto a quelli degli anni precedenti. Molti hanno gestito business privati, utilizzato tecnologie moderne, e avuto accesso a informazioni sul mondo esterno prima di fuggire.

«I rifugiati di oggi non sono più persone disperate in fuga dalla fame», mi ha spiegato un operatore sociale che lavora con i nordcoreani in Corea del Sud. «Sono spesso imprenditori, studenti, professionisti che hanno scelto di lasciare il Paese per realizzare aspirazioni che nel loro Paese non potevano soddisfare».

Piergiorgio Pescali

L’Arco della riunificazione delle due Coree, fatto abbattere da Kim Jung Un nel gennaio 2024. Foto Barpat-Flickr.

Repressione e censura digitale
I campi di prigionia

I campi di prigionia politica, conosciuti come kwanliso, rimangono una delle realtà più oscure della Corea del Nord. Secondo stime internazionali non verificate, tra le 80mila e le 120mila persone sono detenute in questi campi, dove le condizioni sono disumane e il tasso di mortalità estremamente elevato.

Tra i prigionieri politici ci sono non solo dissidenti diretti, ma anche persone colpevoli di «crimini ideologici»: possedere materiale straniero, criticare il regime, sfruttare le crisi economiche per arricchirsi troppo. A differenza di quanto spesso viene scritto in Occidente, invece, essere parenti di qualcuno considerato sleale non comporta automaticamente la prigionia. Tuttalpiù la famiglia del reo è soggetta a restrizioni.

I campi di prigionia politica rappresentano uno degli aspetti più stabili del sistema nordcoreano, ma anch’essi stanno evolvendo. Satelliti commerciali mostrano l’espansione di alcuni e il consolidamento di altri, suggerendo adattamenti alle mutate esigenze di controllo sociale.

I prigionieri sono sempre più utilizzati per lavoro industriale specializzato piuttosto che per l’agricoltura. Questo permette al regime di sfruttare economicamente la manodopera forzata mentre mantiene il deterrente politico. Alcuni campi producono ora componenti per l’esportazione, generando valuta forte.

«I campi non sono solo strumenti di punizione, ma sono diventati parte dell’economia sommersa del regime», ha rivelato in un’intervista una ex guardia carceraria rifugiatasi in Corea del Sud. «I prodotti realizzati dai prigionieri vengono venduti all’estero attraverso intermediari cinesi, senza che i compratori conoscano l’origine».

Cellulari e rete intranet

La Corea del Nord ha sviluppato uno dei sistemi di censura digitale più sofisticati al mondo. Internet esiste solo per una piccola élite di funzionari governativi e tecnici, mentre il cittadino comune ha accesso solo a una intranet nazionale chiamata Kwangmyong, che contiene contenuti strettamente controllati dal governo.

Tuttavia, la tecnologia ha anche aperto nuove vie per la diffusione di informazioni. I telefoni cellulari, introdotti nel 2008, sono ormai ampiamente diffusi, anche se le comunicazioni sono monitorate e l’accesso a internet mobile è bloccato. Chiavette Usb e schede Sd provenienti dalla Cina permettono la circolazione clandestina di film, musica e programmi televisivi stranieri.

La Corea del Nord ha sviluppato un sistema di sorveglianza che combina metodi tradizionali e tecnologie moderne. Telecamere di sicurezza, intercettazioni telefoniche, e monitoraggio digitale si aggiungono alla rete di informatori che pervade ogni livello della società.

«È una corsa agli armamenti tra controllo e libertà», osserva un esperto di tecnologia. «Il regime sviluppa nuovi metodi di sorveglianza, ma la gente trova sempre nuovi modi per aggirare le restrizioni».

P.P.

Donne nordcoreane in costume tipico omaggiano i leader. Foto-Barpat-Flickr

Come perpetuare la dinastia
Verso un nuovo autoritarismo

Mercato, influenze esterne, aspirazioni giovanili: la Corea del Nord sta cambiando. Il regime ha capacità di adattamento, ma per Kim Jong Un mantenere il controllo politico sarà comunque una sfida complicata. 

Gli elementi di cambiamento, osservati durante questo viaggio, mi suggeriscono che la Corea del Nord potrebbe essere in transizione verso una forma diversa di autoritarismo, meno totalitaria ma ancora rigidamente controllata. Questa evoluzione non rappresenterebbe necessariamente una democratizzazione, ma piuttosto un adattamento del controllo autoritario alle realtà del XXI secolo.

Il modello potrebbe assomigliare a quello cinese degli anni Ottanta e Novanta: liberalizzazione economica limitata, controllo politico mantenuto, apertura culturale selettiva, e integrazione graduale nell’economia globale. Tuttavia, le specificità del sistema nordcoreano – inclusa la natura dinastica del potere e l’isolamento geografico – rendono incerto se questo modello possa funzionare.

La stabilità e continuità della leadership nordcoreana rimane la più grande «incognita nota» quando si tratta di valutare il futuro della Corea del Nord. Il Paese si trova a un crocevia storico, con forze che spingono verso direzioni opposte.

Da un lato, l’economia di mercato informale, l’esposizione crescente al mondo esterno e le aspirazioni delle nuove generazioni creano pressioni per l’apertura e la riforma. Dall’altro, il regime resiste, dimostrando capacità notevoli di adattamento e controllo.

Esperimento sociale e possibili scenari

La questione nucleare rimane un punto centrale. Finché Kim Jong Un potrà presentare le armi nucleari come garanzia di sicurezza nazionale, il regime manterrà legittimità agli occhi di molti cittadini. Tuttavia, se questa strategia dovesse fallire, se le sanzioni diventassero insostenibili o se la situazione economica si deteriorasse drasticamente, il sistema potrebbe affrontare una crisi di consenso senza precedenti.

Tre scenari appaiono possibili per il futuro della Corea del Nord: una riforma graduale dall’alto simile al modello cinese, una stagnazione prolungata con tensioni sociali crescenti, o una trasformazione drammatica causata da una crisi interna o esterna. Ogni scenario presenta implicazioni profonde.

Dietro la facciata immutabile della propaganda di regime, forze profonde di cambiamento stanno trasformando la società nordcoreana in modi che potrebbero essere irreversibili.

Il controllo totalitario rimane una realtà quotidiana, la persecuzione religiosa continua ad essere brutale e il programma nucleare procede inesorabile. Tuttavia, milioni di nordcoreani hanno ormai assaggiato, anche solo attraverso media contrabbandati, il sapore della libertà e della prosperità.

Kim Jong Un si trova di fronte alla sfida più complessa della dinastia Kim: come mantenere il controllo politico assoluto in una società che sta cambiando dal basso. È vero che il regime ha dimo- strato capacità straordinarie di adattamento, ma le pressioni interne ed esterne continuano ad accumularsi.

La Corea del Nord del 2025 non è più l’ultimo regno eremita del mondo, ma non è nemmeno una società aperta. È qualcosa di nuovo e incognito: un regime autoritario che utilizza tecnologie moderne per controllare una popolazione che conosce sempre meglio il mondo esterno. È un esperimento sociale su vasta scala di cui nessuno può prevedere l’esito.

il presidente russo Vladimir Putin cammina con il presidente cinese Xi Jinping e il leader nordcoreano Kim Jong Un prima della parata militare per l’80° anniversario della vittoria sul Giappone e la fine della Seconda guerra mondiale, in piazza Tiananmen, a Pechino, il 3 settembre 2025. (Photo by Alexander KAZAKOV / POOL / AFP)

Il peso (crescente) delle contraddizioni

Le contraddizioni che caratterizzano il Paese sono profonde e potenzialmente esplosive. La persecuzione religiosa continua, ma la fede cresce in segreto. Il controllo dell’informazione rimane severo, ma la conoscenza del mondo esterno si diffonde. L’arsenale nucleare fornisce sicurezza, ma a costi economici crescenti. L’élite gode di privilegi, ma vive nella paura costante. La propaganda celebra il successo, ma la popolazione aspira a una vita diversa. I giovani vengono indottrinati, ma sognano libertà e opportunità.

Forse la caratteristica più notevole della Corea del Nord contemporanea è la capacità dei suoi cittadini di vivere vite doppie: conformi pubblicamente, liberi privatamente; obbedienti esteriormente, pensanti interiormente; isolati ufficial-

mente, connessi informalmente. Questa duplicità esistenziale potrebbe essere insostenibile per le generazioni future.

Tra cambiamento e implosione

La domanda centrale rimane: riuscirà Kim Jong Un a gestire questa transizione mantenendo il controllo, o le forze del cambiamento finiranno per travolgere il sistema? La risposta a questa domanda non determinerà solo il futuro di 26 milioni di nordcoreani, ma anche l’equilibrio geopolitico dell’intera regione asiatica.

La Corea del Nord sta cambiando, lentamente ma inesorabilmente. La domanda non è se cambierà, ma come e quando. E soprattutto, se il cambiamento avverrà attraverso riforme graduali dall’alto o attraverso una trasformazione più drammatica spinta dalle pressioni sociali dal basso.

In un mondo sempre più interconnesso, la Corea del Nord si trova di fronte alla scelta finale: evolversi o rischiare l’implosione. La storia sta osservando, e il tempo stringe. Il futuro del Paese non è più nelle mani dei soli leader, ma dipende dall’equilibrio precario tra controllo e cambiamento, tra tradizione e modernità, tra isolamento e apertura.

La dinastia Kim ha governato per tre generazioni, ma la quarta potrebbe trovarsi di fronte a sfide che nessun controllo autoritario, per quanto sofisticato, può completamente contenere. Il silenzioso fiume sotterraneo del cambiamento continua a scorrere, e prima o poi troverà una via d’uscita.

Piergiorgio Pescali

Una delle innumerevoli celebrazioni in onore del Paese e del suo leader. Foto Jeremy888-Pixabay.

Ha firmato il dossier:

PIERGIORGIO PESCALI
Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica in campo fisico e nucleare. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.

A CURA DI Paolo Moiola, giornalista MC e autore del dossier sulla Corea del Sud pubblicato sul numero di agosto-settembre 2025 e reperibile sul sito della rivista.

Bambini nordcoreani in uniforme scolastica omaggiano. Foto Mike Bravo-Unsplash.



Cina. Sotto (stretta) sorveglianza

Ha appena festeggiato i settant’anni della propria autonomia. In questo lasso di tempo lo Xinjiang ha conosciuto uno sviluppo economico senza precedenti, celebrato dalle autorità cinesi. Permangono, tuttavia, dubbi sulla reale condizione degli Uiguri, l’etnia originaria spodestata dagli Han.  

Passo del Torugart. Eccolo il confine. Alexander, l’autista del pullmino kirghiso, non si stanca di ripetere: «Niente foto, per favore». Lo dice in russo ma tutti, pur non conoscendo la lingua, ne intuiscono il significato. Posto a 3.752 metri d’altezza,

Torugart è il passo che dal Kirghizistan porta in Xinjiang, regione autonoma nel Nord Ovest della Cina. Attorno le montagne sono completamente brulle, eppure belle per merito di un cielo limpidissimo e di un sole splendente. Le cime innevate non mancano – siamo a metà ottobre -, ma sono più lontane.

Davanti a noi, il confine «racconta» molte cose. Non tanto per il filo spinato sui cancelli e le bandiere rosse con le stelle, quanto per il numero esagerato di telecamere collocate in ogni possibile posizione. Questo è considerato un confine «sensibile», ma il traffico è ridotto e unidirezionale. Transitano soltanto pesantissimi tir carichi di fiammanti auto cinesi in direzione del Kirghizistan.

Noi siamo in paziente attesa ai margini della strada quando un ufficiale cinese ci raggiunge sulla terra di nessuno per dirci che dobbiamo rimanere all’interno del pullmino. Insomma, non possiamo oltrepassare il cancello finché dall’altra parte non ci sarà il bus dell’agenzia cinese, ma neppure possiamo stare all’aperto a goderci l’aria frizzante e il panorama.

Dopo oltre un’ora e mezza, ci avvertono che, a piedi, possiamo procedere. Al cancello d’entrata c’è un primo controllo del passaporto, un altro negli uffici del confine, un altro ancora davanti al bus che ci sta attendendo. Saliti a bordo, dopo pochi metri, l’automezzo si deve fermare per far salire un agente che vuole verificare i nostri documenti. E con questo siamo già arrivati al quarto controllo.

Nel frattempo, abbiamo conosciuto la guida, che qui al confine è obbligatoria. «Mi chiamo Adil», ci ha detto in un ottimo inglese. Aggiungendo, subito dopo, di essere uiguro. Una precisazione, questa, più interessante del suo nome. Gli Uiguri, infatti, sono l’etnia originaria dello Xinjiang, dotati di una propria lingua (turcofona) e seguaci dell’islam sunnita. Sulla loro condizione ci sono pareri opposti: Nazioni Unite, organizzazioni internazionali dei diritti umani, associazioni di esiliati uiguri (come il World uyghur congress) e fonti giornalistiche sostengono che la popolazione uigura è perseguitata fin dal 1949 (l’anno di annessione alla Cina comunista), accusa respinta con sdegno dal governo di Pechino. «Lo Xinjiang – scriveva a luglio 2021 l’ufficio di informazioni della Cina (Scio) – è ora una società stabile e ordinata, dove i gruppi etnici locali vivono in reciproca armonia e pace».

Bandiere e propaganda

Finalmente il nostro bus lascia il confine e inizia a scendere in direzione Kashgar percorrendo una superstrada che salta agli occhi per i guardrail di colore azzurrino.

La successiva fermata è a una stazione di polizia per un nuovo, accuratissimo controllo: raccolta dei dati biometrici per i passeggeri e scanner per i bagagli. Non sarà l’ultimo.

Dopo 165 chilometri e ben otto controlli di polizia, quando raggiungiamo l’entrata di Kashgar (o Kashi) – seconda città dello Xinjiang dopo il capoluogo Urumqi -, stanno già calando le ombre della sera, ma il buio è illuminato dal caleidoscopio delle luci urbane. A ogni angolo, davanti a ogni vetrina e ogni porta sventola una bandiera cinese. Come non bastassero le bandiere, quest’anno ricorre il settantesimo anniversario (1955-2025) dell’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang. Quindi, le autorità hanno riempito le strade di cartelloni pubblicitari e striscioni per rammentare a tutti la bontà della loro politica.

A giudicare dal numero di auto (nuove e quasi tutte di fabbricazione cinese) in circolazione, almeno per l’economia, il Partito ha ragione.

Infine, sempre osservando dal finestrino del bus, ci accorgiamo con sorpresa anche di un altro fatto: l’immagine stereotipata di sciami di cinesi in bicicletta non esiste più. Oggi tutti si muovono in motorino (e questo è, necessariamente, elettrico).

Lungo la mitica Karakorum Highway

Per il primo giorno, Adil ha previsto un’escursione al lago Karakul, posto a 3.600 metri d’altezza, lungo la mitica Karakorum highway. Per andarci è però necessario chiedere un permesso in un ufficio della città (Kashi city immigration service center) che troviamo affollato all’inverosimile. Secondo le statistiche governative, nel 2024 lo Xinjiang è stato visitato da 300 milioni di turisti, per la quasi totalità domestici. La cifra è mostruosa, ma plausibile: sinizzare la regione uigura è da sempre un obiettivo di Pechino, ancora più evidente da quando Xi Jinping è a potere (2013). Completata nel 1978, la Karakorum highway è una strada moderna con un Dna antico visto che segue in gran parte la leggendaria Via della seta di cui Kashgar era il fulcro. Costruita dai governi di Pakistan e Cina lungo il sistema montuoso del Karakorum, lunga circa 1.300 chilometri, la via viene considerata la strada asfaltata più alta del mondo.
Al passo del Khunjerab – sul confine tra i due Paesi – essa tocca i 4.693 metri d’altezza.

Nonostante le fermate per gli immancabili checkpoint e una coda infinita di bus, il tragitto è spettacolare perché la strada s’insinua tra montagne innevate (con almeno tre cime oltre i 7.500 metri) e laghi dai colori magnifici. I cinesi l’hanno trasformata per un lungo tratto (fino al lago di Karakul) in un ricco business con centinaia di bus turistici che la percorrono ogni giorno per molti mesi all’anno. Tuttavia, la quasi totalità dei turisti si ferma – per fortuna, viene da dire – sulle sponde del Baisha e del Karakul senza inoltrarsi nelle valli e nelle praterie circostanti.

Sui laghi il panorama è unico. La gente del posto – probabilmente allevatori – si è quindi inventata una nuova occupazione: accompagnare lungo le sponde i turisti a cavalcioni di uno yak bianco o di un cammello. In ogni caso, anche qui tutti sono «osservati»: basta alzare un poco la testa per vedere una sequela di telecamere issate su pali bianchi.

La storia cancellata dalle ruspe

L’anima di Kashgar è la Città vecchia, la cui fondazione risale a oltre duemila anni fa. Oggi occupa una superficie di quasi nove chilometri quadrati, con venti vie e innumerevoli vicoli, rigorosamente vietati alle auto. È un luogo sicuramente suggestivo e piacevole, ma definirlo «vecchio» è una forzatura. Infatti, quasi tutto il quartiere è stato abbattuto (con le ruspe) e ricostruito a partire dal 2009. All’epoca, le autorità cinesi giustificarono la scelta con ragioni di sicurezza: gli edifici sarebbero stati a rischio crollo in caso di terremoto. Dunque, in realtà, la Città vecchia è una nuova Città vecchia. Le case sono più solide, le vie molto più ampie, ma il suo cuore è molto più cinese che uiguro e islamico.

Prima della demolizione, vi abitavano oltre duecentomila uiguri, oggi i residenti sono pochissimi. Il dubbio che il pericolo di terremoto sia stata una buona scusa per far passare una scelta politica di Pechino è fondato. Nella nuova Città vecchia tutto è a misura di turista che può trovarvi ogni tipo di cibo e di merce. E non è tutto.

Già ci eravamo stupiti per il numero e la minuziosità dei controlli alla frontiera, ma non è da meno lo stupore provato alle porte d’ingresso della Città vecchia. Per accedervi occorre passare – sempre e comunque – attraverso scanner e metal detector. È vero che gli addetti non sono quasi mai agenti, ma la sensazione di essere sotto sorveglianza in ogni luogo e momento si percepisce.

L’entrata della moschea di Id Kah (Etigar), a Kashgar. La polizia staziona stabilmente davanti alla moschea. Foto Paolo Moiola.

Un religioso silenzio

La grande maggioranza degli Uiguri è musulmana sunnita. A Kashgar, però, la presenza islamica è silenziosa. La moschea di Id Kah (Etigar) si affaccia sull’omonima piazza, a poche centinaia di metri da una delle entrate della Città vecchia. Costruita con uno stile architettonico molto lineare, di colore giallo tenue, e con due minareti identici ai lati della porta d’ingresso, è considerata la più grande della Cina, anche se a prima vista non sembrerebbe.

Per accedere si paga un biglietto e si passa attraverso l’immancabile body scanner. Al suo interno, a parte la grande sala della preghiera, l’unica cosa degna di nota è il cortile, che ospita molti alberi d’alto fusto. E un cartello che riporta la storia della moschea, ma soprattutto pone l’accento sui fondi pubblici concessi alla struttura, a dimostrazione – si legge – della «politica di libertà religiosa» e della «preservazione delle tradizioni etniche» del governo cinese.

Fuori di Id Kah, un drappello di di poliziotti – due della polizia civile e sei della polizia armata del popolo (la Pap) – gira all’unisono tra una folla variegata di persone.

Dopo aver rinviato per giorni, proviamo a fare qualche domanda d’attualità ad Adil, necessariamente generica per non metterlo in difficoltà. Le sue risposte sono, però, prevedibili e non chiariscono nulla della realtà della regione. La situazione politica – ci spiega – non presenta alcun problema. L’economia funziona molto bene e quasi non ci sono poveri. Su quest’ultimo punto troviamo un riscontro attendibile: in Xinjiang, la povertà (multidimensionale) riguarda il 5,73 per cento della popolazione (2025), che in effetti è un dato basso.

E internet che non consente di aprire i siti stranieri?, azzardiamo ancora. «Abbiamo i nostri – risponde Adil -. Non so perché gli altri non si aprano».

Tutte le persone che entrano nella Città vecchia debbono passare attraverso accessi sorvegliati e dotati di scanner e metal detector. Foto Paolo Moiola.

Gli Uiguri sono al mercato

Se la Città vecchia è stata ricostruita a misura di turista (o, per i critici più severi, di centro commerciale diffuso), se il tratto cinese della Karakorum highway è spesso un lungo serpente di bus carichi di gitanti, il mercato degli animali – aperto ogni domenica in una località a qualche chilometro dalla città – rimane ancora un posto autentico, se non altro perché lo frequentano contadini e allevatori, molti indossando il tipico copricapo uiguro (noto con il nome di «doppi»).

Con un andirivieni di camioncini e motocarri, gli spazi sotto i capannoni si riempiono di pecore, capre, mucche, yak, cavalli, asini e qualche cammello. Venute fin qui per concludere affari, le persone osservano, discutono, contrattano vendite o acquisti.

E sopportano con pazienza (a volte, regalando pure qualche sorriso) anche l’invadenza degli estranei – siano curiosi o turisti – che s’infilano tra pecore e mucche soltanto per il gusto di scattare qualche foto.

L’altro passo

È tempo di rientrare in Kirghizistan. Nel nostro, pur breve, soggiorno in Xinjiang abbiamo certamente lasciato molte impronte digitali, dal momento dell’entrata a quello dell’uscita dalla regione. Anche qui, a Irkeshtam, i controlli sono minuziosi e tecnologici. Rispetto a quello del Torugart (da dove siamo entrati), il passo di Irkeshtam si trova a un’altitudine inferiore, poco meno di tremila metri. Da qui si passa per andare a Osh, la seconda città del Kirghizistan.

La frontiera è semideserta, ma probabilmente è una circostanza temporanea, visto che i cinesi stanno costruendo strade ed edifici. E loro non fanno nulla per caso.

Paolo Moiola

La gigantesca statua di Mao a Kashgar; ai piedi, è riportata la scritta: «Celebriamo calorosamente il 76° anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese» (1° ottobre 1949- 1° ottobre 2025). Foto Paolo Moiola.

Lo Xinjiang (新疆) e l’avanzata degli Han

Cronologia essenziale (1949-2025)

1949, 1° ottobre

In seguito alla vittoria del Partito comunista di Mao Zedong nella guerra civile, viene proclamata la Repubblica popolare cinese (Rpc). In Xinjiang, si concludono le fugaci esperienze della «Repubblica islamica del Turkistan orientale» (Kashgar) e della «Repubblica del Turkistan orientale» (Ghulja).

1953

Al momento del primo censimento, oltre il 75 per cento della popolazione totale della regione è costituita da Uiguri, in maggioranza musulmani sunniti, mentre i cinesi di etnia Han rappresentano solo il 7 per cento.

1955, 1° ottobre

Il governo cinese istituisce la «Regione autonoma uigura dello Xinjiang» (Xinjiang uygur autonomous region, Xuar) e inizia a incoraggiare i cinesi Han a stabilirsi nella regione.

Anni Novanta

Gli Uiguri accusano gli Han di discriminazione ed emarginazione. Cresce, di conseguenza, un sentimento anti Han e separatista.

Il cartellone celebrativo delle autorità cinesi affisso in tutto lo Xinjiang: «Celebriamo il 70° anniversario della fondazione della Regione autonoma uigura dello Xinjiang» (1955-2025). Foto Paolo Moiola.
Anni Duemila

La Cina afferma che il «Movimento islamico del Turkestan orientale» (Eastern turkistan islamic movement, Etim), un movimento separatista islamico, è responsabile delle violenze. Pechino affronta la questione con un mix di repressione e sforzi per stimolare l’economia della regione, anche attraverso maggiori investimenti da parte delle proprie aziende pubbliche.

2009

Pechino lancia un piano milionario – in inglese, «Kashgar dangerous house reform» – per abbattere e ricostruire la città vecchia di Kashgar. La motivazione ufficiale delle autorità cinesi è la pericolosità delle vecchie case. La comunità uigura e quella internazionale ritengono che la vera motivazione del piano sia la cancellazione dell’identità uigura e islamica.

2009, 5 luglio

Avvengono scontri tra Uiguri e cinesi Han a Urumqi, la città principale della regione. La morte di 200 persone induce Pechino a inviare un gran numero di truppe.

2013, 28 ottobre

Cinque uiguri a bordo di una jeep con bandiere jihadiste entrano in piazza Tiananmen a Pechino, uccidendo due civili e ferendo più di quaranta passanti.

2014

In nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo, il governo cinese adotta una serie di politiche e normative repressive che – di fatto – criminalizzano qualsiasi normale espressione di identità culturale e religiosa. Nel gennaio del 2014, viene condannato all’ergastolo con accuse di separatismo Ilham Tothi, economista e professore di etnia uigura.

2018, agosto

In seno al Comitato antidiscriminazione delle Nazioni Unite (Committee on the elimination of racial discrimination, Cerd) si discute sulla situazione delle minoranze etniche in Cina. Si riconoscono i miglioramenti in campo economico, ma si contesta il trattamento riservato alla minoranza uigura e musulmana.

2019, luglio

Ventidue ambasciatori dell’Onu inviano una lettera di protesta per il trattamento degli Uiguri da parte della Cina. In risposta, pochi giorni dopo, altri trentasette ambasciatori (tra cui quelli di Russia e Corea del Nord) scrivono una lettera in difesa di Pechino.

2022, maggio

Per la prima volta in 17 anni, l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu (Office of the high commisioner for human rights, Ohchr), Michelle Bachelet, riesce a visitare la Cina e lo Xinjiang (Kashgar e Urumqi).

2022, 31 agosto

Esce il rapporto dell’Alto commissario per i diritti umani (Ohchr). In esso si afferma che le politiche della Cina nello Xinjiang potrebbero costituire crimini contro l’umanità. La Cina risponde con un controrapporto dal titolo «Combattere contro il terrorismo e l’estremismo nello Xinjiang: la verità e i fatti».

Un locale si gusta uno spiedino di carne nei pressi del mercato degli animali. Foto Paolo Moiola.
2024, gennaio

L’Ufficio informazioni del Consiglio di stato (Scio) di Pechino rende pubblico il quadro giuridico delle misure antiterrorismo del Paese. Uno spazio di rilievo viene dedicato alla situazione nello Xinjiang.

2025, 1°ottobre

Esperti delle Nazioni Unite esprimono seria preoccupazione per la crescente criminalizzazione degli uiguri e di altre minoranze in Cina, citando il caso dell’artista Yashar (Yaxia’er Xiaohelaiti) e dell’antropologa Rahile Dawut, condannata all’ergastolo nel 2023 con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato.

2025, 1° ottobre

Ricorre il 70° anniversario dell’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang uiguro (1955-2025). «In questi 70 anni – scrivono con grande enfasi i media cinesi -, lo Xinjiang ha registrato straordinari cambiamenti».

2025, 9 novembre

Il Congresso uiguro mondiale (Wuc) denuncia la deportazione di una donna uigura, Rizwangul Bekri, dalla Germania alla Cina.

2025, 12 novembre

Approfittando della polemica tra Donald Trump e la Bbc, un editoriale del quotidiano cinese Global Times attacca la televisione pubblica inglese per i suoi servizi sullo Xinjiang. Repressione e lavori forzati – scrive il giornale di Pechino – sono soltanto invenzioni giornalistiche per screditare la Cina.

Pa.Mo.

Cammelli a riposo nei pressi del lago Karakul, lungo la Karakorum highway. Sullo sfondo uno scorcio del ghiacciaio. Foto Paolo Moiola.



L’accordo che viola i diritti

La stretta collaborazione tra Italia e Libia in ambito migratorio alimenta un sistema di violenze e soprusi. Al centro dei rapporti tra i due Paesi c’è il Memorandum d’intesa che si è appena rinnovato. Sopravvissuti e associazioni ne chiedono la cancellazione.

Il 24 agosto 2025 la Guardia costiera libica ha sparato contro la Ocean Viking, nave della Ong SOS Méditerranée, mentre si trovava in acque internazionali. I colpi sono partiti da una motovedetta di fabbricazione italiana, una delle tante donate dal nostro Paese nell’ambito della cooperazione con la Libia nel Mediterraneo.

Il 2 novembre 2025, il «Memorandum d’intesa» che regola i rapporti tra Italia e Libia sul fronte migratorio si è rinnovato automaticamente – per la terza volta – per altri tre anni, perpetuando un rapporto fatto di violazioni del diritto internazionale, forniture, addestramento e figure accusate di crimini contro l’umanità. Come ribadiscono le sentenze, però, la Libia non è un luogo sicuro. Confermando questa esternalizzazione dei confini, l’Italia continua a violare l’articolo 2 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Diritti che però, muoiono in Libia.

Il primo ottobre 2021 la polizia libica condusse violente retate a Gargaresh, quartiere di Tripoli, arrestando oltre cinquemila persone migranti poi rinchiuse nei centri di detenzione, luoghi di violazione sistematica dei diritti umani. Quella volta, però, la reazione fu diversa dal solito: chi riuscì a scappare si radunò davanti al quartier generale dell’Unhcr, dove protestarono per cento giorni. Nel loro manifesto due richieste spiccavano dal punto di vista italiano ed europeo: abolire i finanziamenti alla Guardia costiera libica e chiudere i centri di detenzione, anch’essi sostenuti da Italia e Unione europea. Da quelle settimane di protesta nacque il movimento – poi divenuto organizzazione – Refugees in Libya (Ril), che oggi chiede la revoca del Memorandum e di ogni collaborazione italiana con lo stato nordafricano.

Il Memorandum

L’accordo bilaterale fu sottoscritto il 2 febbraio 2017 dall’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Governo di riconciliazione nazionale Fayez al-Sarraj. Alla base vi è l’idea che solo la collaborazione tra i due Paesi possa offrire gli strumenti necessari per affrontare i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e le tensioni che ne derivano. Nel testo si afferma il desiderio italiano di aiutare le autorità libiche a ridurre le partenze via mare dalle sue coste, motivo per il quale si offre un supporto innanzitutto tecnico e tecnologico nei confronti di coloro che sono «incaricati della lotta contro la migrazione clandestina». Ogni aspetto del Memorandum è problematico, basti pensare che al suo interno non si fa alcun riferimento al rispetto dei diritti fondamentali. Già al momento della sua adozione, la comunità internazionale era consapevole delle violazioni dei diritti compiute nei centri di detenzione libici. Inoltre, era risaputo che la Guardia costiera libica, che si prometteva di voler sostenere, fosse una realtà endemicamente corrotta, così come l’implicazione dei suoi membri nel traffico di migranti. Tra questi, ricordiamo Abd al-Rahman al-Milad (Bija), il capitano della sezione di Zawiya della Guardia costiera, sanzionato internazionalmente in quanto trafficante di esseri umani.

l’interno di uno dei centri di detenzione di Ain Zara. Tutte le persone hanno partecipato alle proteste e sono state catturate sotto minaccia di armi il 19 gennaio 2022. © Archivio Refugees in Lybia / David Yambio

Le forniture italiane

Il legame tra i due Paesi è caratterizzato da un costante supporto logistico, economico, militare e tecnico da parte dell’Italia, giustificato dalla necessità di gestire i flussi in arrivo in Europa e di rafforzare le capacità libiche di controllo delle frontiere. Lo scopo ultimo è, quindi, quello di bloccare le partenze sul nascere, attraverso l’esternalizzazione delle frontiere.

Tra il 2015 e il 2020, come mostra l’inchiesta The Big Wall di ActionAid, l’Italia ha speso oltre 1,4 miliardi di euro per cercare di fermare le partenze dal Nord Africa, e alla Libia è stata destinata la quota maggiore, di oltre 492 milioni.

Sono molteplici i fondi dedicati a questo tipo di collaborazioni con la Libia: 12,5 milioni di euro arrivano, ad esempio, dal Fondo per l’Africa, mentre con la missione Miasit è stato fornito un contingente di 200 militari oltre a diverse collaborazioni per la formazione, l’addestramento, il supporto e il mentoring alle forze di sicurezza e alle istituzioni libiche.

Anche l’Unione europea ha un ruolo centrale nei finanziamenti, tanto che, a giugno 2025, è stata rinnovata la European Union border assistance mission in Libya (Eubam Libya) con un budget di 52 milioni di euro. L’Eu Trust fund, creato nel 2015 dalla Commissione europea per finanziare interventi volti ad affrontare le cause alla radice della migrazione irregolare, ha un budget totale di 4 miliardi di euro, 455 dei quali sono già stati dedicati alla Libia.

Tramite questi fondi sono stati indetti appalti di grande rilevanza, per la fornitura e manutenzione di mezzi di terra, aerei e, soprattutto, mezzi marittimi. Sono queste imbarcazioni che diventano tristemente note quando sono protagoniste di episodi di violenza, come nel caso della sparatoria compiuta nei confronti della Ocean Viking.

Senza questo sostegno la cosiddetta Guardia costiera libica – strutturalmente carente di risorse e capacità operative autonome – non riuscirebbe a operare in modo così significativo.

I centri di detenzione libici

In Libia i migranti vengono rinchiusi in centri di detenzione, ufficiali e non, dove subiscono le più disparate violazioni dei diritti umani: torture, riduzione in schiavitù, violenze sessuali, stupri, lavoro forzato. L’unico modo per sottrarsi a ciò è pagare la propria libertà attraverso un riscatto: il diritto alla vita da comprare come se fosse un oggetto. Le violenze mirano soprattutto a estorcere denaro, ma spesso sono mosse da odio razziale o puro sadismo dei carcerieri.

Il tutto avviene in un contesto degradante, segnato da sovraffollamento, condizioni igieniche disastrose che favoriscono la diffusione di malattie, denutrizione e scarso accesso all’acqua potabile. Torture, abusi e negazione della dignità umana rappresentano la norma per la quasi totalità dei migranti.

Le conseguenze del mancato pagamento del riscatto sono disumane, come racconta H. al servizio hotline di Ril: «Arrivato a Tripoli sono stato arrestato in più occasioni dalle milizie; una volta sono stato violentato sessualmente e torturato con il fuoco, per essere costretto a pagare un riscatto. Ma non avevo nulla per pagare, così mi hanno tenuto prigioniero finché mi sono ammalato gravemente, al punto da non riuscire nemmeno a muovermi». Ancora, le parole di una donna raccolte dalla hotline: «Mi hanno picchiata, mi hanno ustionata con acqua bollente e mi hanno violentata».

Il lavoro forzato include pulizie, cucina, carichi pesanti o lavaggio dei veicoli dei funzionari, ma alcuni vengono portati in fattorie e cantieri. Lam Magok – uno dei fondatori di Ril – ricorda così la sua detenzione in uno dei centri di Almasri (il generale libico accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra, omicidi, torture e stupri, arrestato a Torino e riportato in Libia con un volo di Stato italiano il 21 gennaio 2025; lo scorso 5 novembre arrestato a Tripoli dalle autorità locali, ndr): «Mi hanno costretto a rimuovere i cadaveri di soldati uccisi negli scontri e di migranti morti in detenzione. Senza guanti e senza mascherina. I miliziani si tenevano a distanza, quei corpi erano stati abbandonati per giorni. Non lo dimenticherò mai».

Pur chiedendo aiuto all’Unhcr, i migranti non ricevono sostegno concreto. Come raccontato alla hotline, Y. ha denunciato un’aggressione subita insieme alla sua famiglia nella loro casa: è stato picchiato brutalmente, così come la moglie incinta di tre mesi, che ha perso il bambino. Nonostante l’uomo abbia presentato un reclamo all’Unhcr, nessuno lo ha mai ricontattato. Anche M. ha raccontato la propria esperienza di abbandono da parte dell’agenzia: «Ho solo un foglio rilasciato dall’Unhcr, ma le milizie dicono che quel foglio è inutile. Da quando mi sono registrato all’Unhcr sono stato imprigionato tre volte». La protezione offerta è quindi largamente inefficace, se non inesistente.

David Yambio (destra) discute con Mohammed Al-Khoja, il direttore del Dipartimento per il contrasto all’immigrazione illegale e già responsabile del centro di detenzione Tarik-al-Sikka. © Archivio Refugees in Lybia / David Yambio

Non solo Italia, non solo Libia

Il dossier Expanding the Fortress ha esaminato le 35 nazioni verso cui i membri dell’Unione europea si rivolgono per l’esternalizzazione: sono per il 48% governati da regimi autoritari e vengono classificati come Paesi «non liberi», che violano ripetutamente i diritti umani. Diciotto di essi hanno un basso indicatore di sviluppo umano.

Nel 2024 la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha parlato di un calo del 64% degli arrivi irregolari e dell’efficacia dei partenariati con i paesi terzi. Una diminuzione temporanea, però, non corrisponde a una riduzione della pressione migratoria. Implica piuttosto che i movimenti si sono spostati. La richiesta di viaggi irregolari rimane elevata, a causa di fattori quali i conflitti, il cambiamento climatico e l’instabilità economica. L’Europa stipula accordi milionari con i Paesi di transito ma è improbabile che questi abbiano un impatto duraturo; al contrario, aumentano i rischi per i diritti umani e rafforzano il potere negoziale delle controparti. Le politiche migratorie si concentrano sul breve termine, invece di adottare una strategia più ampia che preveda una redistribuzione e l’espansione dei canali legali. Le visioni miopi, orientate a risultati immediati, non fermeranno l’irregolarità.

Inoltre, la Libia non è l’unico scenario di atroci violenze. La Tunisia sembra ormai sulla strada «giusta» per diventare la «nuova» Libia. Fra il 2023 e il 2024 il governo di Kaïs Saïed avrebbe bloccato la partenza di almeno 100mila migranti. Dal 2017, l’Italia ha speso circa 75 milioni di euro nell’equipaggiamento e nella formazione delle guardie di frontiera tunisine, mentre il Memorandum tra Ue e Tunisia ha portato al trasferimento di 150 milioni di euro, di cui gran parte da impiegare nella prevenzione delle partenze.

Chiedere la fine del Memorandum

Negli anni sono state raccolte innumerevoli testimonianze e prove delle conseguenze del Memorandum sulle vite delle persone migranti, e oggi sono proprio i sopravvissuti a chiedere di fermare la complicità italiana in questo sistema di soprusi. Refugees in Libya, con il sostegno di molte altre organizzazioni, chiede che il governo italiano – e più in generale l’Unione europea – ponga immediatamente fine al Memorandum e a ogni forma di cooperazione con la Libia. Qualunque fossero le intenzioni iniziali alla base dell’accordo, esso ha chiaramente fallito dal punto di vista umanitario. Oltre alla revoca, si richiede giustizia per le vittime delle torture, attraverso il rilascio di visti umanitari e forme di risarcimento per gli abusi subiti. Allo stesso tempo, vengono avanzate proposte per il futuro: rafforzare le operazioni statali di salvataggio in mare, aprire corridoi umanitari sicuri e sostenere le organizzazioni della società civile che, in Libia, si battono per i diritti dei migranti. Ancora una volta queste richieste non sono state ascoltate e il Memorandum è stato rinnovato, mentre la traversata del mar Mediterraneo continua a rappresentare la rotta migratoria più letale al mondo.

Eva Castelletti*

*Laureata in Politiche europee e internazionali con una tesi sulla cooperazione tra Italia e Libia e le conseguenti violazioni dei diritti delle persone migranti. Lavora nel gruppo di Policy & Advocacy di Caritas Europa a Bruxelles, dove si occupa di migrazioni, politiche sociali e giustizia ecologica.

il 18 ottobre in piazza Vidoni, a Roma, si è tenuta la manifestazione per chiedere lo stop del Memorandum tra Italia e Libia. L’evento è stato organizzato da Refugees in Libya insieme a decine di Ong. © Mattia Gisola



«Chavismo» addio

Nell’aria c’è una possibile aggressione armata degli Stati Uniti di Trump. Intanto il Nobel per la pace è assegnato alla più acerrima oppositrice del regime. Ridotto alla fame e alla decadenza, il popolo venezuelano paga il conto.

«Quanti colpi di stato organizzati dalla Cia ancora? L’America Latina non li vuole, l’America Latina non ne ha bisogno». Così risponde il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Donald Trump che, a fine ottobre, ha confermato la presenza di operazioni dei servizi segreti Usa nel paese bolivariano, dopo un’estate all’insegna di un’escalation senza precedenti della storica e continua ostilità tra i due Paesi.

L’America Latina non è nuova alla presenza di forze speciali e di intelligence statunitensi che, normalmente in segreto, hanno incoraggiato cambi di governi spesso non democratici. Uno dei primi casi si verificò nel 1954, con il golpe che destituì il presidente del Guatemala Jacobo Arbénz, democraticamente eletto. Con la sua riforma agraria si era opposto agli interessi della compagnia bananiera statunitense United fruit company, e la sua apertura al partito comunista locale era risultato scomoda a Washington. Dopo il golpe, è iniziato un conflitto armato di oltre trent’anni e un susseguirsi di governi militari che hanno messo in ginocchio l’intero Paese.

Stesso copione in Cile, con il colpo di stato di Pinochet nel 1973, e in Argentina, con la dittatura di Videla nel 1976. A quei tempi, la presenza della Cia in America Latina faceva parte del più grande conflitto della Guerra fredda, in cui gli Stati Uniti cercavano di sedare nel sangue qualsiasi tentativo di riforma ispirata da un’ideologia di sinistra, in nome della sicurezza nazionale.

Venezuela’s President Nicolas Maduro speaks during a march to commemorate the “Day of Indigenous Resistance” in Caracas on October 12, 2025. On Sunday, Venezuelan President Nicolás Maduro called opposition leader María Corina Machado a “demonic witch,” two days after she was awarded the Nobel Peace Prize. (Photo by Federico PARRA / AFP)

Due presidenti

Oggi tocca al Venezuela, in una situazione esacerbata da due presidenti, quello Usa e quello venezuelano, che hanno smarrito la via della legalità. Da una parte c’è l’erede di Hugo Chávez, con un governo di funzionari corrotti, talmente avidi da aver affamato un intero Paese. Dall’altra il tycoon che, con un gesto muscolare, ha schierato un arsenale di armi nelle acque internazionali di fronte al Venezuela, con l’obiettivo, secondo alcuni analisti, di sovvertire il governo di Maduro attraverso l’attacco armato.

Schiacciati dal peso di questo braccio di ferro, milioni di venezuelani vivono sotto un regime che la maggioranza non riconosce, con un salario minimo mensile di un dollaro per un insegnante e di 75 centesimi per un poliziotto, quando un chilo di riso può costare anche 22 dollari.

«C’è gente che invoca l’invasione armata degli Stati Uniti – racconta Rafael (nome di fantasia) dal Venezuela, sotto anonimato per ragioni di sicurezza -. Quando un popolo è oppresso, vuole solo essere liberato. Chi e come lo libera, non importa. L’unica cosa che conta è smettere di morire di fame. Poi noi crediamo che la situazione se acomodarà (si sistemerà)».

Sull’orlo del conflitto armato

Per il momento, però, la situazione non sembra sistemarsi affatto, e, da agosto, nel mar dei Caraibi si respira aria di guerra. Gli Stati Uniti hanno dispiegato tre cacciatorpediniere con base missilistica, aerei militari e un sommergibile nucleare e la portaerei Ford nelle acque internazionali di fronte al Venezuela. A completare il contingente, oltre quattromila marines. La presenza militare senza precedenti è stata giustificata ufficialmente come risposta alla dichiarata guerra al narcotraffico e ai cartelli Tren de Aragua y De los soles, etichettati come narcoterroristi, e ritenuti responsabili del traffico di fentanyl, oppioide sintetico prima causa di morte per overdose negli Stati Uniti.

In risposta, il presidente venezuelano ha mobilitato oltre quattro milioni di membri della Milizia nazionale, principalmente volontari e veterani che fanno parte del quinto contingente della Forza armata nazionale bolivariana, fondata da Hugo Chávez nel 2007. Un contingente che, sulla carta, e forse anche nei fatti, non ha nessuna chance di sopravvivenza di fronte alla potenza tecnologica dell’esercito statunitense.

E la guerra è già iniziata. Tra settembre e ottobre sono stati fatti esplodere almeno sei pescherecci dalle forze Usa, un’esecuzione extragiudiziale di oltre 27 persone, che viola il Diritto del mare il quale vieta di attaccare imbarcazioni civili in acque internazionali. 

In Venezuela, molti sono così frustrati da anni di regime Maduro che giustificano anche l’attacco armato. «Viviamo sotto un potere incancrenito, cancerogeno e metastatico – commenta Carlos, un cittadino del Venezuela, residente nella zona andina -. Per cui sulla morte di queste persone nessuno fa commenti». Intanto a Maracaibo e sulla costa caraibica, i pescatori temono di essere silurati in mare, ed evitano di andare a pescare, il che procura un forte impatto sulla già fragile economia venezuelana.

Poveri per le vie di Carapita a Caracas ©AfMC

Maduro e i narcos

A partire dalla sua prima elezione nel 2013, il governo di Maduro si è distinto per corruzione e brogli elettorali, culminati con la contestata elezione del 2024, quando il presidente si è rifiutato di consegnare le cartelle elettorali che avrebbero dimostrato la vittoria di Edmundo Gonzáles Urrutia. A questo si aggiunge l’incarceramento e la tortura degli oppositori politici e la repressione del dissenso nel sangue, come avvenuto durante le proteste del 2014 e 2017.

Tuttavia, molti analisti internazionali, tra cui fonti del New York Times, storcono il naso di fronte alla definizione di Maduro come «narcotrafficante». Secondo una recente inchiesta del quotidiano Usa, non esistono prove dirette che lo colleghino al cartello Tren de Aragua, mentre quello che viene definito dagli Stati Uniti «cartel de Soles» sarebbe in realtà una rete di funzionari, militari e veterani vicini al governo, coinvolti in corruzione e abusi di potere, ma non necessariamente nel traffico di droga.

Si suppone, quindi, che gli Stati Uniti usino il termine narcotrafficante come parte di una retorica anti Maduro volta a convincere l’opinione pubblica della necessità di un eventuale intervento armato offensivo in Venezuela sotto la bandiera della «lotta al narcotraffico».

Secondo indiscrezioni, Maduro e i vertici del suo governo, tra cui il ministro della difesa Vladimir Padrino López, sarebbero nascosti in un bunker per difendere la propria incolumità in caso di attacco di terra, anche se continuano ad apparire regolarmente sulle reti televisive nazionali.

Perché si muore di fame

In Venezuela la maggior parte della popolazione vive con stipendi che non superano un dollaro al mese. Dal 2017, il Paese ha affrontato una iperinflazione che è durata fino al 2022, con tassi che hanno superato il 9.585%, portando l’economia al collasso.

Le radici della crisi risalgono al crollo del prezzo del petrolio, su cui fin dagli anni Settanta, il governo ha basato la sua politica economica, nazionalizzando l’industria petrolifera e creando la Pdvsa (Petróleos de Venezuela, S.A.). Per molti anni, l’economia del Paese è stata la più florida dell’America Latina con la vendita di tre milioni di barili di petrolio al giorno a 200 dollari l’uno. Ma la mancanza di diversificazione produttiva e la corruzione politica sono stati nefasti per il Paese: quando il prezzo del petrolio è crollato, già negli anni Ottanta, si è verificata una prima grande crisi economica, seguita da proteste represse nel sangue dall’allora presidente Carlos Andrés Pérez.

Dopo il tentato colpo di stato del 1992, è emerso Hugo Chávez che ha stravinto le elezioni del 1998 con un programma socialista di redistribuzione della ricchezza. Per molti anni il suo governo ha ottenuto consenso, grazie alle sue politiche sociali, per migliorare l’occupazione, l’istruzione e la sanità. Ma con il tempo, ha virato verso un estremismo di sinistra che favoriva solamente i funzionari allineati alla sua visione del mondo. Ad essi ha aumentato gli stipendi, mentre licenziava quelli che non dimostravano fedeltà.

A questa situazione di malcontento si è affiancato il crollo del prezzo del petrolio del 2008 che  ha segnato l’inizio del collasso definitivo.

Nel 2013 Chávez è morto ma gli è succeduto il «delfino» Maduro che ha radicalizzato la visione chavista. La crisi si è aggravata con la prima amministrazione Trump e l’imposizione di sanzioni che, da quel momento a oggi, hanno impedito al Paese di accedere ai mercati finanziari. Di conseguenza il bolivar, moneta corrente del Paese, si è svalutato, e la popolazione ha perso potere d’acquisto.

Dal 2016 esiste la «borsa Clap» (da Comités locales de abastecimiento y producción, un programma governativo di distribuzione alimentare, ndr), un pacco alimentare consegnato due volte al mese a prezzo contenuto, con farine, sardine in scatola, margarina, fagioli e altri legumi, utile per la sopravvivenza, ma povero di nutrienti, in particolare per la dieta di bambini e anziani. «La maggior parte della gente muore di fame perché vive esclusivamente dei prodotti della borsa Clap», commenta Carlos in chiamata dal Venezuela. Secondo l’istituto di ricerca Cendas-Fvm, dell’unione dei maestri venezuelani, la spesa alimentare mensile per una famiglia di cinque persone si aggira intorno ai 500 dollari, cifra impossibile da raggiungere con gli stipendi medi.

A completare il quadro si aggiunge un sistema sanitario pubblico al collasso. Negli ospedali viene fornita solamente assistenza medica di base, ma manca l’attrezzatura per poter svolgere interventi chirurgici complessi come trapianti. «Per un bypass coronarico una clinica ha chiesto 38mila dollari a un amico – racconta Carlos -.  In Colombia costa 20mila e stiamo raccogliendo i soldi tra amici e parenti perché qui una persona non può pagarli da sola».

Carapita, periferia di caracas – ©AfMC

Otto milioni

Secondo l’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati), sono circa otto milioni le persone venezuelane che hanno lasciato il Paese negli ultimi dieci anni. Principalmente giovani, intellettuali e professionisti che non riuscivano a mettere a frutto il proprio talento in patria o rischiavano stipendi da fame. La maggior parte ha intrapreso il percorso migratorio sulle rotte dell’irregolarità gestite da coyotes, criminali che sfruttano il dolore della gente offrendo viaggi insicuri a prezzi esorbitanti.

A causa della grave crisi migratoria, per anni i venezuelani hanno potuto accedere a uno status di protezione temporanea (Tps) negli Stati Uniti, che permetteva la regolarizzazione. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha avviato la sospensione del programma, colpendo migliaia di venezuelani che, quindi, non avranno nessun altro mezzo per legalizzare la propria posizione durante le pratiche per la richiesta di asilo.

Impoverito e svuotato fisicamente e culturalmente, oggi il Venezuela è un Paese che, ricchissimo sulla carta grazie alle sue riserve di petrolio e oro, si trova sull’orlo del baratro, di fronte alla possibilità di un cambio di leadership violento e alla dissoluzione dei suoi antichi valori di sinistra.

Tra le ipotesi di transizione, si parla della proposta della vicepresidentessa Delcy Rodríguez che continuerebbe un «madurismo senza Maduro», oppure della possibilità di un conflitto armato e della successiva ascesa di Maria Corina Machado, vincitrice delle primarie del 2023, poi esclusa dalle elezioni del 2024, in linea con gli interessi economici degli Stati Uniti (insignita a ottobre del premio Nobel per la pace, vedi box).

«La gente è pronta tutto, anche alla presenza diretta degli Stati Uniti nel Paese e alla privatizzazione totale delle imprese statali – continua Carlos -. Oggi siamo in mano a una banda di corrotti, domani saremo venduti alle multinazionali».

Simona Carnino

The Venezuelan opposition leader Maria Corina Machado attends a protest called by the opposition in Caracas, Venezuela, on January 9, 2025, one day before the presidential inauguration. Machado, who reappears publicly to lead the demonstrations against Nicolas Maduro’s third term, is detained after being intercepted at the end of the gathering, according to her security team. (Photo by Jonathan Lanza/NurPhoto) (Photo by Jonathan Lanza / NurPhoto via AFP)

Il Nobel per la Pace all’oppositrice venezuelana

Maria Corina, la «trumpista»

Il 10 ottobre, il premio Nobel per la Pace è andato a Maria
Corina Machado, leader del partito di opposizione venezuelano Vente Venezuela (vieni Venezuela). Figura anti Maduro per antonomasia, esponente di una destra cattolica e tradizionalista, Machado condivide la visione trumpiana del mondo.

Un Nobel che non sembra tanto un riconoscimento per la pace, quanto piuttosto un premio di consolazione per Donald Trump, il quale ha più volte affermato di meritarselo.

Maria Corina Machado ha dalla sua il fatto di aver vinto le elezioni primarie del 2023 con oltre il 90% dei consensi. Ha inoltre denunciato in più occasioni l’oppressione del governo chavista contro oppositori e prigionieri politici, e i brogli elettorali. Tuttavia,  la sua nomina al premio ha lasciato perplessi molti analisti perché la politica di Corina Machado ha poco a che vedere con la pace.

Da tempo, infatti, invoca l’intervento armato degli Stati Uniti, ai quali in cambio promette il petrolio venezuelano, oggi per lo più in mano alla Cina.

In realtà, un intervento armato, sebbene auspicato da parte della popolazione, non farebbe che amplificare le disuguaglianze, aggravando le condizioni di povertà e il trauma collettivo, come solo un conflitto riesce a fare.

Il premio Nobel arriva in un contesto geopolitico poco opportuno, e rischia di legittimare l’attacco che è già in atto nel mar dei Caraibi, convincendo l’opinione pubblica della sua necessità.

«Una guerra in nome della pace» potrebbe essere il sottotitolo di questo premio Nobel.

Maria Corina Machado rappresenta poco la voce democratica alternativa a Maduro: sebbene politicamente agli antipodi, ne incarna il proseguimento.

Machado è il caudillo (condottiero, ndr) alternativo, una voce grossa, di potenza pari e contraria a quella del suo avversario.

La forza di Machado non risiede nel programma del suo partito, ma nella sua persona, che in questo momento riesce a incarnare il dolore del popolo venezuelano e ad accentralo nel suo corpo e nel suo nome.

È la leader forte e opposta che emerge ancora una volta dall’evoluzione contemporanea del caudillismo, quel sistema politico tanto caro al mondo latinoamericano e latino europeo, caratterizzato dalla personalizzazione del potere e delle istituzioni in un’unica persona carismatica. Oggi magari non è più appartenente all’autorità militare, ma è comunque invocata dal popolo nei momenti di incertezza ed è specchio di un mondo che rinuncia alla democrazia.

S.C.




Venti Nordici. Finlandia, confine d’Europa

La cattedrale della Chiesa luterana, a Helsinky, la capitale finlandese. Foto Tapio Haia-Unsplash.

La svolta conservatrice. Il nuovo governo

Nel paese scandinavo, i conservatori hanno preso il posto dei progressisti. La loro vittoria è stata propiziata dalle proposte su economia, immigrazione, sicurezza, valori tradizionali.   Nel frattempo, l’aggressività del vicino russo, ha spinto la Finlandia ad aderire alla Nato.

Helsinky. In centro città c’è un via vai di pendolari che si dirigono verso i loro uffici. La capitale finlandese mantiene il suo fascino nordico, con l’architettura che mescola tradizione scandinava e modernità funzionale. Eppure, qualcosa è cambiato nell’aria politica di questo paese con 5,5 milioni di abitanti. La Finlandia di Sanna Marin – giovane socialdemocratica, primo ministro dal 2019 al 2023, simbolo di un nuovo femminismo nordico – appartiene ormai al passato. Dal giugno 2023, il Paese è guidato da Petteri Orpo, leader del partito della Coalizione nazionale e di un governo di centrodestra che ha segnato una svolta conservatrice significativa.

Da Sanna Marin a Riikka Purra

Il governo Orpo rappresenta una delle alleanze più controverse della storia finlandese. Formato da quattro partiti – la Coalizione nazionale, il Partito dei finlandesi, il Partito popolare svedese e i Cristiano democratici – controlla 108 seggi sui 200 del parlamento finlandese. Tra i quattro aderenti, è però il Partito dei finlandesi – il Perussuomalaiset, guidato da Riikka Purra – che rende la coalizione particolarmente significativa nel panorama politico nordico.

La socialdemocratica Sanna Marin, primo ministro finlandese fino al 20 giugno 2023. Foto European Union.

«Non è stato un cambiamento improvviso», mi spiega Tapio Raunio, professore di Scienze politiche all’Università di Tampere, mentre ci troviamo nel suo ufficio. «I semi del malcontento verso le politiche progressiste di Marin erano già visibili nelle elezioni comunali del 2021. Gli elettori finlandesi erano preoccupati per l’economia, l’immigrazione e sentivano che il governo precedente fosse troppo focalizzato su questioni identitarie a scapito dei problemi concreti».

Le elezioni dell’aprile 2023 hanno raccontato una storia dai margini sottilissimi: la Coalizione nazionale (Kokoomus) e il Partito dei finlandesi hanno ottenuto entrambi il 20,1% dei voti, mentre i socialdemocratici di Marin si sono fermati al 19,9%. Una differenza di poche migliaia di voti che ha cambiato radicalmente il corso politico del Paese.

L’ascesa del Partito dei finlandesi rappresenta forse l’elemento più significativo di questa trasformazione. Fondato nel 1995 come «Veri finlandesi» dall’ex socialdemocratico Timo Soini, il partito ha attraversato diverse metamorfosi, passando da forza anti establishment a partito populista di destra, fino a diventare una delle componenti principali del sistema politico finlandese. Sotto la guida di Riikka Purra, avvocata 47enne originaria di Espoo, il partito ha consolidato la sua posizione come voce delle preoccupazioni dell’elettorato più conservatore.

Il primo ministro finlandese Petteri Orpo. Foto Lauri Heikkinen.

«Purra è riuscita a dare al partito una faccia più rispettabile rispetto ai suoi predecessori», osserva la politologa Jenni Karimäki. «Ha mantenuto le posizioni di destra su immigrazione e identità nazionale, ma le ha presentate con un linguaggio più istituzionale. Questo le ha permesso di attrarre voti non solo dalla base tradizionale del partito, ma anche da elettori di centrodestra delusi dalla Coalizione nazionale».

Il programma del governo Orpo riflette chiaramente questa nuova direzione politica. Le priorità includono il risanamento delle finanze pubbliche attraverso tagli alla spesa sociale, una stretta significativa sulle politiche di immigrazione e asilo, e una revisione delle ambizioni climatiche considerate troppo costose per l’economia nazionale. Il governo ha – inoltre – promesso di rafforzare la «sicurezza interna» e di promuovere i «valori finlandesi tradizionali».

Riikka Purra, del Partito dei finlandesi, è vice primo ministro e ministro delle finanze. Foto Lauri Heikkinen-Wikimedia.

Tuttavia, gestire una coalizione così eterogenea non è una sfida da poco. Il Partito popolare svedese (Suomen ruotsalainen kansanpuolue), che rappresenta la minoranza di lingua svedese del Paese (circa il 5% della popolazione), spesso si trova in disaccordo con le posizioni più nazionaliste del Partito dei finlandesi. I Cristiano democratici, dal canto loro, mantengono posizioni più moderate su alcune questioni sociali. È un equilibrio delicato nel quale Orpo deve costantemente mediare tra le diverse anime della coalizione.

La reazione dell’opinione pubblica al nuovo esecutivo è stata variegata. I sostenitori del Governo apprezzano l’approccio più pragmatico alle questioni economiche e migratorie, mentre i critici accusano l’esecutivo di aver abbandonato la tradizione progressista finlandese. Anche in questo Paese si sta, dunque, assistendo a una sorta di normalizzazione del populismo di destra: quello che fino a pochi anni fa era considerato estremismo politico, oggi fa parte del programma governativo.

La nuova politica migratoria

Un esempio concreto di questa trasformazione è rappresentato dalle nuove politiche migratorie. Il Governo ha ridotto significativamente il numero di rifugiati accettati, ha inasprito i criteri per il ricongiungimento familiare e ha introdotto controlli più severi ai confini. Queste misure hanno sollevato critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani, ma hanno trovato il sostegno di una parte significativa dell’elettorato.

La svolta conservatrice non si limita, però, alle questioni migratorie. Il Governo ha anche ridimensionato gli investimenti in energie rinnovabili, preferendo puntare sul nucleare, e ha rallentato alcuni progetti di welfare innovativi avviati dall’amministrazione precedente. «È un cambiamento di paradigma», spiega Elina Kestilä-Kekkonen, politologa dell’Università di Tampere. «Dal modello scandinavo progressista stiamo andando verso un conservatorismo più pragmatico, simile a quello che vediamo in altri Paesi europei».

Questa trasformazione ha anche implicazioni internazionali. Mentre la Finlandia mantiene il suo forte sostegno all’Ucraina e alla propria integrazione nella Nato, il governo Orpo ha adottato posizioni più critiche verso alcune politiche dell’Unione europea, in particolare quelle relative alla distribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo. «Vogliamo essere buoni europei, ma anche difendere la sovranità nazionale finlandese», ha dichiarato in più occasioni il primo ministro.

I sondaggi mostrano che, dopo quasi due anni di governo, la coalizione Orpo mantiene un sostegno relativamente stabile, attestandosi intorno al 46-48% delle preferenze. Tuttavia, la polarizzazione politica è aumentata, con una parte significativa dell’elettorato che esprime forte opposizione alle politiche governative.

La sfida per il governo Orpo nei prossimi anni sarà quella di mantenere la coesione della coalizione, mentre affronta questioni complesse come l’invecchiamento della popolazione, la transizione energetica e le tensioni geopolitiche con la Russia. La Finlandia progressista è stata sostituita da un Paese alla ricerca un nuovo equilibrio tra tradizione e modernità, tra apertura internazionale e protezione dell’identità nazionale.

Un lago parzialmente ghiacciato in Lapponia. Foto Piergiorgio Pescali.

Dalla neutralità all’atlantismo

L’ingresso della Finlandia nella Nato rappresenta probabilmente la decisione di politica estera più significativa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Una scelta storica, in quanto pone fine a uno status di neutralità mantenuto per lungo tempo dal Paese, compiuta in virtù di un largo consenso diffuso sia tra l’opinione pubblica, sia all’interno della classe dirigente finlandese.

La rapidità di questo cambiamento è stata sorprendente. Nel dicembre 2021, solo il 26% dei finlandesi sosteneva l’adesione alla Nato, mentre il 51% era contrario. Un anno dopo, nell’aprile 2022, due mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i favorevoli erano saliti al 78%. Oggi, nel 2025, il sostegno si mantiene stabile, rendendo la Finlandia uno dei paesi Nato con il consenso più alto per l’appartenenza all’Alleanza atlantica.

Questa trasformazione non è stata solo numerica, ma ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale e geopolitica per un Paese che aveva fatto della neutralità attiva uno dei pilastri della propria identità nazionale dal dopoguerra. La «finlandizzazione» – termine coniato per descrivere la capacità di mantenere l’indipendenza pur rispettando gli interessi di sicurezza dell’Unione Sovietica – era diventata sinonimo di pragmatismo diplomatico.

L’adesione alla Nato, formalizzata nell’aprile 2023 insieme alla Svezia, ha comportato cambiamenti significativi non solo nella postura rispetto alla sicurezza del Paese, ma anche nella percezione che i finlandesi hanno di se stessi e del proprio ruolo nel mondo. La Finlandia, che condivide 1.340 chilometri di frontiera con la Russia – il confine più lungo tra un paese Nato e il Paese di Vladimir Putin -, si è trovata improvvisamente in prima linea nella nuova Guerra fredda.

«L’integrazione nelle strutture Nato è proceduta più rapidamente di quanto chiunque si aspettasse», ha spiegato il generale di brigata Jukka Sonninen, in una recente intervista alla televisione pubblica Yle: «I finlandesi hanno sempre avuto capacità militari solide – il servizio militare obbligatorio non è mai stato abolito – ma ora queste capacità sono integrate in una strategia di difesa collettiva».

Il bilancio della difesa finlandese è aumentato significativamente, passando dall’1,9% del Pil nel 2022 al 2,4% previsto per il 2025. Gli investimenti si concentrano principalmente su sistemi di difesa aerea, capacità di guerra elettronica e miglioramento dell’interoperabilità con le forze alleate. Il Paese ha, inoltre, deciso di acquistare 64 caccia F-35 americani, che sostituiranno progressivamente i vecchi F/A-18 Hornet a partire dal 2026.

Ma è forse nella percezione della Russia che si registra il cambiamento più drammatico. Tradizionalmente, i rapporti con Mosca erano caratterizzati da una cauta cordialità, nonostante le tensioni storiche. La Russia era il principale partner commerciale della Finlandia, e molte aziende finlandesi avevano significativi investimenti nel Paese vicino. L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto, anche per i socialdemocratici.

«La Russia di Putin non è più la Russia con cui potevamo fare affari», afferma Elina Valtonen, ex ministra degli Esteri del governo Marin, ora all’opposizione. «È diventata un vicino imprevedibile e potenzialmente pericoloso. La chiusura della frontiera terrestre (decisa del dicembre 2023, ndr) è stata una decisione necessaria, anche se dolorosa».

Per decenni, il confine era stato uno dei più trafficati tra Russia e Occidente, con circa 9 milioni di attraversamenti annui prima della pandemia. La decisione è arrivata dopo un improvviso e contemporaneo afflusso di richiedenti asilo provenienti da Paesi terzi attraverso la Russia sia in Finlandia che in Norvegia, un fenomeno che Helsinki e Olso hanno interpretato come una forma di guerra ibrida orchestrata dal Cremlino.

La chiusura ha avuto conseguenze significative per le comunità di confine che, per generazioni, avevano vissuto di commerci transfrontalieri e turismo russo. Città come Lappeenranta e Imatra hanno visto crollare i loro ricavi, mentre migliaia di finlandesi che lavoravano o avevano proprietà in Russia si sono trovati improvvisamente isolati.

«È stato traumatico», racconta una proprietaria di un negozio di souvenir a Lappeenranta. «I turisti russi rappresentavano il 60% dei nostri clienti. Ora dobbiamo reinventarci completamente». Il Governo ha stanziato fondi per sostenere le attività economiche colpite, ma la transizione resta difficile.

L’opinione pubblica, tuttavia, sostiene ampiamente la decisione. I sondaggi mostrano che oltre l’85% dei finlandesi approva la chiusura della frontiera, considerandola necessaria per la sicurezza nazionale. «I finlandesi hanno capito che non è più possibile separare questioni economiche e di sicurezza quando si tratta della Russia», osserva la politologa Minna Ålander del Finnish institute of international affairs.

Una ciclista attraversa Lordi Square, a Rovaniemi, capitale della Lapponia finlandese, famosa per ospitare l’Ufficio di Santa Claus e per gli edifici progettati dall’architetto Alvar Aalto. Foto Piergiorgio Pescali.

Una chiara scelta di campo

La nuova strategia di sicurezza finlandese si basa su tre pilastri principali: deterrenza, resilienza e cooperazione internazionale. La deterrenza include non solo le capacità militari convenzionali, ma anche sistemi di difesa cibernetica avanzati e preparazione contro la guerra ibrida. La resilienza sociale viene rafforzata attraverso programmi di preparazione civile e comunicazione strategica per contrastare la disinformazione.

«Ogni finlandese deve essere preparato a contribuire alla difesa nazionale», ha spiegato Jukka Sonninen. «Non parliamo solo di difesa militare, ma di resilienza sociale, economica e informatica». Il Paese ha investito significativamente in bunker civili – Helsinki ha alcune delle migliori protezioni antiaeree d’Europa – e in sistemi di allerta per la popolazione.

La cooperazione nordica si è intensificata notevolmente. Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca hanno creato un comando di difesa integrato per l’area artica e baltica, mentre Estonia, Lettonia e Lituania vedono nella Finlandia un partner naturale nel contenimento della Russia. «Siamo diventati il fianco Nord della Nato. Questo ci dà responsabilità aggiuntive, ma anche maggiore influenza nelle decisioni dell’Alleanza», ha concluso Jukka Sonninen.

L’impatto generazionale dell’adesione alla Nato è particolarmente interessante. I giovani finlandesi, che non hanno vissuto la Guerra fredda, sembrano più entusiasti dell’integrazione occidentale rispetto alle generazioni più anziane. «Per noi la Nato rappresenta normalità europea», dice Laura Pitkänen, studentessa 22enne dell’Università di Helsinki. «È difficile immaginare che fino a poco tempo fa fossimo neutrali».

La trasformazione è visibile anche nella cultura popolare e nell’educazione. Le scuole hanno introdotto nuovi programmi di educazione civica che includono la comprensione della difesa nazionale e della sicurezza informatica.

L’adesione alla Nato ha rappresentato la fine di un’era per la Finlandia, ma anche l’inizio di un nuovo capitolo. Un Paese, che per decenni ha fatto dell’equilibrio diplomatico la sua specialità, ora deve imparare a navigare come membro a pieno titolo dell’Occidente, in un mondo sempre più polarizzato.

Piergiorgio Pescali

Mezzi pubblici e persone a Kluuvi, quartiere dello shopping di Helsinky. Foto Tapio Haaja-Unsplash.

Diventare finlandesi
Migrazioni e multiculturalismo

Le persone di origine straniera sono l’8,3 per cento della popolazione totale. L’integrazione non è facile, ma possibile in un Paese con una scuola all’avanguardia.

Helsinky. Camminando attraverso il quartiere di Itäkeskus, nella periferia orientale di Helsinki, il paesaggio urbano racconta una storia di trasformazione che va ben oltre l’architettura degli anni Ottanta. I supermercati halal si alternano ai negozi di alimentari somali, i ristoranti nepalesi condividono la strada con pizzerie gestite da famiglie italiane di seconda generazione, mentre i cartelli bilingui finlandese-arabo indicano i servizi pubblici. Questo è il volto della nuova Finlandia multiculturale.

«Venticinque anni fa, questo quartiere era popolato quasi esclusivamente da finlandesi etnici», mi racconta un’assistente sociale di origine somala che lavora nei servizi di integrazione del comune di Helsinki. «Oggi, in alcune scuole elementari della zona, i bambini di origine straniera sono la maggioranza. È un cambiamento demografico senza precedenti nella storia finlandese».

Stranieri in crescita

I numeri confermano questa trasformazione. La popolazione di origine straniera in Finlandia è cresciuta dal 2,6% del 2000 all’8,3% del 2024, con proiezioni che indicano il 15% entro il 2035. L’area metropolitana di Helsinki concentra la maggior parte di questa popolazione. Alcuni quartieri della capitale registrano percentuali di residenti stranieri superiori al 30%.

Questa evoluzione demografica rappresenta una sfida inedita per un Paese che, fino agli anni Novanta, era tra i più etnicamente omogenei d’Europa. La Finlandia, che per secoli era stata terra di emigrazione – con oltre un milione di suoi cittadini emigrati principalmente in Svezia e Nord America nel XX secolo – si è trovata improvvisamente a gestire flussi significativi d’immigrazione. E non tutti erano preparati a questa trasformazione.

Il percorso d’integrazione

Le comunità di immigrati più numerose includono russi (circa 90mila), estoni (50mila), somali (22mila), iracheni (15mila) e siriani (12mila). Ciascuna di queste comunità ha portato proprie sfide e specificità.

La comunità russa, presenta un caso particolare. Molti sono arrivati negli anni Novanta e Duemila, spesso come gli Ingriani, una etnia finnica arrivata dalla regione di San Pietroburgo dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Il governo Orpo sta implementando politiche di integrazione più severe rispetto al passato. Il nuovo modello richiede maggiori competenze linguistiche per l’accesso ai servizi sociali e prevede percorsi più strutturati. «Non basta più vivere in Finlandia», ha detto in un’intervista Mika Salminen, direttore dei servizi di integrazione del ministero dell’Interno. «Bisogna dimostrare di voler diventare finlandesi».

Gli immigrati e le scuole finlandesi

Questa svolta ha, come era prevedibile, generato accesi dibattiti incentrati soprattutto sul sistema educativo del Paese. Tradizionalmente considerato tra i migliori al mondo, oggi deve affrontare la sfida rappresentata dai nuovi studenti appartenenti a tradizioni culturali e linguistiche diverse. Le scuole di Helsinki hanno sviluppato programmi specifici per l’apprendimento del finlandese come seconda lingua, ma i risultati non sono uniformi.

«Abbiamo studenti che arrivano senza conoscere l’alfabeto latino e studenti che parlano già tre lingue», racconta Marjo Kyllönen, direttrice del settore della pubblica istruzione del comune di Helsinki. «La diversità è una ricchezza, ma richiede risorse e metodi didattici completamente nuovi».

I dati del «Programma per la valutazione internazionale degli studenti» (Pisa) mostrano che, mentre la Finlandia mantiene risultati eccellenti a livello nazionale, esistono significativi divari di performance tra studenti autoctoni e di origine straniera. «Non è solo una questione linguistica» analizza Sari Sulkunen, ricercatrice presso l’Università di Jyväskylä. «È una questione culturale più ampia. Alcune famiglie di immigrati non hanno familiarità con il sistema educativo finlandese, che si basa molto sull’autonomia dello studente e sulla collaborazione scuola famiglia».

Per affrontare queste sfide, diverse scuole hanno sviluppato programmi innovativi. La scuola elementare di Puotila, ad esempio, ha introdotto insegnanti mediatori culturali che parlano le lingue delle principali comunità di immigrati.

La chiesa ortodossa di Nellim, a pochi chilometri dal confine con la Russia e principale centro degli Skolt Sami, la popolazione indigena lappone. Foto Piergiorgio Pescali.

Gli immigrati e il lavoro

Il mercato del lavoro presenta un quadro complesso. Mentre i cittadini Ue, in particolare estoni e svedesi, mostrano tassi di occupazione simili ai finlandesi autoctoni, altre comunità affrontano difficoltà significative. Il tasso di disoccupazione tra i cittadini di origine somala raggiunge il 65%, mentre quello degli iracheni si attesta al 45%.

«Molti immigrati hanno qualifiche non riconosciute, competenze linguistiche insufficienti o provengono da sistemi educativi molto diversi. Servono tempo e investimenti mirati», spiega Akram Al-Turk, consulente per l’integrazione lavorativa presso il centro per l’impiego di Helsinki.

Alcune aziende finlandesi hanno sviluppato programmi specifici per l’assunzione di personale immigrato. Nokia, ad esempio, ha lanciato un’iniziativa per assumere rifugiati con competenze tecniche, fornendo corsi di lingua e accompagnatori culturali.

Tuttavia, esistono anche storie di successo significative. La comunità vietnamita, arrivata principalmente dall’esperienza dei boat people negli anni Ottanta, ha raggiunto livelli di integrazione eccellenti. «I vietnamiti hanno tassi di occupazione superiori alla media finlandese e i loro figli ottengono risultati scolastici ottimi», osserva Ronkainen. «È un esempio di integrazione riuscita a lungo termine».

La coesione sociale rimane relativamente alta, ma si registrano tensioni crescenti. I sondaggi mostrano che il 73% dei cittadini considera l’immigrazione un fenomeno complessivamente positivo, ma il 58% ritiene che l’integrazione non stia procedendo abbastanza rapidamente.

Tolleranza e valori finlandesi

I finlandesi sono tolleranti, ma hanno anche aspettative elevate di conformità alle norme sociali. Questa tensione, tipica delle società nordiche, è particolarmente evidente in questioni come il velo islamico, i matrimoni combinati o le pratiche educative tradizionali. Non si chiede di abbandonare la propria cultura, ma ci si aspetta rispetto per i valori finlandesi fondamentali: uguaglianza di genere, diritti dei bambini, rispetto delle leggi.

Le politiche abitative hanno giocato un ruolo cruciale nell’integrazione. A differenza di altri Paesi europei, la Finlandia ha evitato di concentrare gli immigrati in specifici quartieri ghetto prevenendo la segregazione etnica.

Il settore sanitario ha dovuto adattarsi significativamente. I servizi hanno introdotto mediatori culturali e traduttori, mentre alcuni ospedali hanno sviluppato protocolli specifici per comunità con esigenze particolari per rispettare tabù culturali.

La digitalizzazione dei servizi pubblici ha creato nuove barriere per alcuni immigrati più anziani o con bassa scolarizzazione. Il sistema finlandese è molto digitalizzato e chi non padroneggia la lingua o non ha competenze digitali rischia di essere escluso. Per rispondere a questa sfida, sono stati sviluppati servizi di supporto digitale multilingue e corsi di alfabetizzazione informatica specifici per immigrati.

«Non possiamo tornare indietro», conclude Ronkainen. «La sfida è creare un modello di integrazione che preservi i valori finlandesi permettendo la diversità culturale».

Il successo di questo modello determinerà non solo il futuro demografico del Paese, ma anche la sua capacità di mantenere quel consenso sociale che ha caratterizzato la società finlandese nel dopoguerra.

Piergiorgio Pescali

La Chiesa luterana della Santa Croce di Rauma, sito Unesco. Foto Piergiorgio Pescali.

L’identità religiosa
La Chiesa luterana

Formalmente, il 66,6% dei finlandesi appartiene alla Chiesa evangelica luterana, facendone una delle comunità religiose più numerose d’Europa in termini percentuali. Le chiese, però, si svuotano e la maggior parte dei fedeli che partecipano alle funzioni è anziana.

«È il paradosso della fede finlandese», mi spiega l’arcivescovo Tapio Luoma. «La maggioranza dei cittadini si considera luterana per identità culturale, ma la pratica religiosa attiva riguarda meno del 10% della popolazione. Siamo una Chiesa di appartenenza più che di credenza».

L’arcivescovo luterano Tapio Luoma. Foto da www.arkkipiispa.fi

Questa peculiarità riflette il ruolo storico della Chiesa luterana in Finlandia. Per quattro secoli, dal 1593 al 1923, il luteranesimo è stato religione di Stato, plasmando non solo la spiritualità ma l’intera cultura finlandese. Anche dopo la separazione formale tra Stato e Chiesa, l’istituzione ecclesiastica ha mantenuto un ruolo sociale centrale.

«La Chiesa luterana finlandese è molto più di un’istituzione religiosa», spiega ancora Luoma. «È un provider di servizi sociali, un custode della cultura, un sistema di welfare parallelo. Molti finlandesi la sostengono per queste funzioni, indipendentemente dalle loro convinzioni teologiche».

I numeri confermano questa interpretazione. La Chiesa gestisce 765 parrocchie in tutta la nazione, impiega circa 24mila persone e ha un budget annuo di 1,1 miliardi di euro, finanziato attraverso l’imposta ecclesiastica (1-2% del reddito per i membri) e donazioni. È il secondo datore di lavoro del Paese dopo lo Stato.
Detto questo, anche in Finlandia la secolarizzazione procede inesorabilmente. Ogni anno circa 15mila finlandesi lasciano formalmente la Chiesa, mentre solo 8mila vi aderiscono. «I giovani vedono la Chiesa come un’istituzione obsoleta», osserva Laura Tuominen, studentessa di teologia 24enne. «Molti dei miei coetanei escono dalla Chiesa appena diventano maggiorenni, principalmente per non pagare l’imposta ecclesiastica».

La Chiesa ha risposto a queste sfide con una strategia di modernizzazione e apertura. Nel 2010 ha accettato l’ordinazione delle donne come pastori e ha progressivamente ammorbidito le posizioni su temi etici controversi.

«La Chiesa finlandese è tra le più liberali del mondo luterano», spiega l’arcivescovo Luoma. «Benediciamo i matrimoni tra persone dello stesso sesso, accettiamo il divorzio, sosteniamo i diritti delle donne. Cerchiamo di essere una chiesa inclusiva in una società plurale».

P.P.

La Chiesa luterana della Santa Trinità di Vaasa, da qui parte uno dei cammini di Sant’Olav. Foto Piergiorgio Pescali.

Meno ideologia, più scienza.
Visita alla centrale di Olkiluoto

È la più potente centrale nucleare dell’Europa, la terza del mondo. Dopo un lungo percorso, oggi è il simbolo della filosofia energetica finlandese, favorevole al nucleare.

Olkiluoto. Quando si arriva al complesso nucleare di Olkiluoto, nel comune di Eurajoki sulla costa occidentale della Finlandia, la prima cosa che colpisce è la maestosità dell’impianto. Due edifici di contenimento, più una terza cupola moderna e imponente, dominano il paesaggio industriale. È qui che si sta scrivendo una delle pagine più significative del futuro energetico europeo.

Con i suoi 1.600 MW di capacità, Olkiluoto 3 (tre, infatti, sono i suoi reattori) è attualmente l’unità nucleare più potente d’Europa e la terza al mondo. Il reattore Epr (European pressurized reactor), entrato in funzione commerciale nell’aprile 2023 dopo anni di ritardi e costi lievitati, rappresenta molto più di un semplice impianto di generazione elettrica: è il simbolo di una filosofia energetica che distingue la Finlandia da gran parte dell’Europa occidentale.

«Questo reattore da solo produce circa il 14% dell’elettricità finlandese», mi spiega Juha Poikola ingegnere della Tvo (Teollisuuden Voima), l’azienda che gestisce l’impianto. «Ma il suo impatto va ben oltre i numeri. Ha dimostrato che l’Europa può ancora costruire tecnologia nucleare avanzata»: il 14% dell’energia di un’intera nazione prodotta in uno spazio di poche decine di metri quadrati.

Veduta della centrale nucleare di Olkiluoto, la maggiore d’Europa. Foto Piergiorgio Pescali.

La scelta nucleare

La strada verso Olkiluoto 3 è stata tutt’altro che semplice. Iniziata nel 2005, la costruzione ha subito numerosi ritardi tecnici e legali, con i costi che sono lievitati dai 3 miliardi di euro iniziali a oltre 11 miliardi. Il reattore doveva essere operativo nel 2009, ma ha iniziato la produzione commerciale solo quattordici anni dopo. Tuttavia, per i finlandesi, questo lungo percorso non ha scalfito la fiducia nel nucleare.

«In Germania o in Italia, ritardi del genere avrebbero probabilmente ucciso il programma nucleare», osserva Tomas Tala, direttore del consorzio FinnFusion. «In Finlandia, li abbiamo visti come problemi tecnici da risolvere, non come ragioni per abbandonare la tecnologia».

Questa differenza di approccio ha radici profonde nella cultura del Paese. Il pragmatismo nordico, combinato con una forte tradizione ingegneristica e una fiducia nelle istituzioni, ha creato un ambiente favorevole al nucleare che contrasta nettamente con l’atteggiamento di molti altri Paesi europei. Ma c’è di più: la Finlandia è riuscita a creare un consenso sociale intorno al nucleare che include persino i partiti tradizionalmente più scettici.

«Il nostro approccio è sempre stato basato sulla scienza, non sull’ideologia», mi dice Atte Harjanne, parlamentare del Partito verde finlandese, mentre prendiamo un caffè. Harjanne, fisico di formazione, rappresenta una posizione che sarebbe impensabile per molti partiti verdi europei. «Abbiamo fatto i conti con la realtà climatica: se vogliamo raggiungere la neutralità carbonica mantenendo standard di vita elevati, il nucleare è necessario».

Questa posizione non è stata semplice da raggiungere nemmeno per i Verdi finlandesi. Il partito ha vissuto intensi dibattiti interni, ma alla fine ha prevalso l’approccio pragmatico. «Abbiamo studiato i dati» continua Harjanne. «Il nucleare finlandese ha un record di sicurezza eccellente, produce energia carbon-free e ci garantisce indipendenza energetica. Sarebbe irresponsabile opporsi per principio ideologico».

Nel Paese il consenso sul nucleare raggiunge livelli impressionanti: oltre il 60% della popolazione sostiene l’energia nucleare (grafico), con punte dell’80% tra i giovani laureati e più del 90% tra i laureati in materie scientifiche. Questo sostegno è alimentato da diversi fattori, ma forse il più importante è la trasparenza con cui le autorità hanno gestito il dossier nucleare nel corso dei decenni.

«Fin dagli anni Settanta, abbiamo coinvolto le comunità locali nelle decisioni sul nucleare», spiega Petteri Tiippana, direttore dell’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (Stuk). «Non abbiamo mai imposto nulla dall’alto. Le comunità che ospitano impianti nucleari ricevono benefici economici diretti e hanno voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano».

Il caso di Eurajoki, il comune che ospita Olkiluoto, è emblematico. Con poco più di novemila abitanti, questa comunità costiera riceve annualmente milioni di euro in tasse dalla centrale nucleare, finanziando servizi pubblici di qualità superiore e mantenendo le imposte locali tra le più basse della Finlandia. «I nostri figli hanno scuole eccellenti, abbiamo una biblioteca modernissima e servizi sanitari di primo livello», racconta Vesa Lakaniemi, sindaco di Eurajoki. «Il nucleare non è solo accettato qui, è visto come una risorsa per la comunità».

Ma la vera rivoluzione di Olkiluoto non è solo nel reattore Epr.

Il deposito delle scorie

A pochi chilometri dall’impianto, scavato nella roccia granitica a 420 metri di profondità, si trova Onkalo, il primo deposito geologico permanente al mondo per scorie nucleari ad alta attività.

Il deposito è progettato per contenere le scorie radioattive per 100mila anni, isolandole completamente dall’ambiente. «È il progetto più a lungo termine mai intrapreso dall’umanità», spiega Pasi Tuohimaa, public relations di Posiva, l’azienda responsabile del deposito. «Stiamo progettando per un periodo di tempo che va oltre l’intera storia della civiltà umana».

La costruzione di Onkalo ha richiesto vent’anni di ricerche geologiche, test tecnologici e sviluppo di protocolli di sicurezza. Il sistema si basa su barriere multiple: le scorie vengono incapsulate in contenitori di rame, sigillati con argilla bentonitica e posizionati in tunnel scavati in roccia granitica stabile da 1,9 miliardi di anni. «Anche se tutte le barriere ingegneristiche dovessero fallire, la roccia stessa conterrebbe la radioattività», assicura Tuohimaa.

L’accettazione sociale di Onkalo è stata altrettanto notevole. Mentre altri Paesi europei hanno lottato per decenni per trovare siti per i depositi di scorie nucleari – spesso incontrando opposizione feroce delle comunità locali – la Finlandia ha risolto il problema con un approccio trasparente e partecipativo. «Abbiamo iniziato il dialogo con le comunità locali negli anni Novanta», ricorda Tuohimaa. «Non abbiamo nascosto nulla. Abbiamo spiegato i rischi, i benefici e le alternative».

Il risultato è che Eurajoki e i comuni limitrofi non solo accettano Onkalo, ma lo vedono come un’opportunità economica e tecnologica. Il deposito porta investimenti, posti di lavoro qualificati e posiziona la regione come centro di eccellenza nell’ingegneria nucleare.

L’enorme turbina del reattore nucleare Epr della centrale di Olkiluoto. Foto Piergiorgio Pescali.

Non solo nucleare

Questa capacità di gestire l’intero ciclo nucleare – dall’importazione dell’uranio allo smaltimento delle scorie – colloca la Finlandia in una posizione unica nel panorama energetico mondiale. Mentre la Germania ha deciso di eliminare gradualmente il nucleare e la Francia fatica a modernizzare il suo parco reattori, la Finlandia sta espandendo le sue capacità nucleari.

«Il nucleare non è solo parte del nostro mix energetico, è parte della nostra strategia industriale» spiega Riku Huttunen, direttore generale dell’Agenzia finlandese per l’energia. «Abbiamo industrie energivore – metallurgia, chimica, pasta di legno – che hanno bisogno di elettricità abbondante e affidabile. Il nucleare ce la garantisce».

Questa strategia ha permesso alla Finlandia di raggiungere risultati ambientali significativi mantenendo la competitività industriale. Il Paese ha già ridotto le emissioni di CO2 del 35% rispetto ai livelli del 1990, pur mantenendo una crescita economica robusta. L’obiettivo della carbon neutralità entro il 2035 – cinque anni prima dell’obiettivo Ue – sembra raggiungibile.

L’integrazione tra nucleare e rinnovabili in Finlandia è particolarmente sofisticata. Il Paese ha investito massicciamente nell’eolico – soprattutto onshore – e nel solare, nonostante le latitudini nordiche. Ma è il nucleare che fornisce la flessibilità necessaria per gestire l’intermittenza delle rinnovabili. «Non vediamo competizione tra nucleare e rinnovabili», chiarisce Huttunen. «Li vediamo come complementari. Il nucleare fornisce elettricità stabile 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana, le rinnovabili aggiungono capacità quando le condizioni sono favorevoli».

Questa filosofia pragmatica contrasta nettamente con l’approccio di Paesi come la Germania, dove l’Energiewende ha puntato tutto sulle rinnovabili eliminando il nucleare. I risultati parlano chiaro: mentre la Germania ha ancora significative emissioni dal settore elettrico e bollette energetiche tra le più care d’Europa, la Finlandia ha raggiunto un mix energetico quasi carbon-free mantenendo costi competitivi.

«La differenza culturale è fondamentale», riflette il sociologo dell’energia Tapio Litmanen dell’Università di Jyväskylä. «I tedeschi vedono il nucleare attraverso il prisma di Chernobyl e Fukushima. I finlandesi lo vedono attraverso il prisma dell’ingegneria e della gestione del rischio. Due approcci completamente diversi allo stesso problema.»

Il modello finlandese sta attirando interesse internazionale. Delegazioni da tutto il mondo visitano Olkiluoto e Onkalo per studiare l’approccio finlandese. «Riceviamo visite continue da altri Paesi che vogliono capire come abbiamo fatto» racconta Tuohimaa. «Il nostro modello di gestione partecipata e trasparente del nucleare è diventato un caso di studio globale».

La lezione è chiara: il successo del nucleare non dipende solo dalla tecnologia, ma dalla capacità di costruire consenso sociale attraverso trasparenza, partecipazione e benefici concreti per le comunità. È un modello che altri paesi stanno cercando di replicare, ma che richiede un contesto culturale e istituzionale specifico che non è facile da esportare.

Piergiorgio Pescali

Il moderno quartiere di Kalasatama, ad Helsinky. Foto Wikimedia.

Tecnologia e Welfare
Un paese laboratorio

Innovazione e sostenibilità sono le parole d’ordine della Finlandia. Senza però dimenticare il proprio sistema di welfare, tra i più avanzati al mondo.

Helsinky. Mentre il mio viaggio attraverso la Finlandia del 2025 volge al termine, sono di nuovo nella capitale nel quartiere di Kalasatama, un’area che fino a pochi anni fa ospitava il porto commerciale e oggi rappresenta uno dei progetti di sviluppo urbano sostenibile più ambiziosi d’Europa. Grattacieli in legno si ergono accanto a edifici tradizionali ristrutturati con criteri di efficienza energetica estrema, mentre pannelli solari e turbine eoliche urbane completano un paesaggio che sembra uscito da un film di fantascienza.

Il quartiere di Kalasatama è un laboratorio del futuro dove si stanno testando tutte le tecnologie che renderanno Helsinki carbon neutral entro il 2030, cinque anni prima del target nazionale. I progressi sono tangibili: Helsinki ha già ridotto le emissioni del 60% rispetto ai livelli del 1990, principalmente attraverso il passaggio dal carbone alle bioenergie per il teleriscaldamento urbano e l’elettrificazione dei trasporti pubblici. «Il segreto è l’integrazione sistemica», spiega Laura Aalto che ha ricoperto il ruolo di direttrice marketing e comunicazione della città di Helsinki. «Non basta cambiare una tecnologia alla volta. Bisogna ripensare completamente come funziona una città: energia, trasporti, edifici, rifiuti, tutto deve essere interconnesso in un sistema circolare».

Il modello Helsinki sta attirando delegazioni da tutto il mondo. La città ha sviluppato un sistema di teleriscaldamento che utilizza il calore di scarto dei data center per riscaldare gli edifici, ha introdotto autobus a idrogeno e sta sperimentando sistemi di mobilità autonoma per il trasporto pubblico. Ma è forse nel settore dell’economia circolare che la Finlandia sta dimostrando la maggiore innovazione. Il Paese ha l’obiettivo di diventare la prima economia completamente circolare al mondo entro il 2035, eliminando il concetto di rifiuto attraverso il riuso, il riciclo e la rigenerazione dei materiali.

L’industria forestale finlandese, tradizionalmente focalizzata su carta e legname, si sta trasformando in un settore ad alta tecnologia che produce biocarburanti, biomateriali avanzati, tessuti sostenibili e persino cibo sintetico da cellulosa. Aziende come Stora Enso e Upm (Industria forestale finlandese) hanno investito miliardi in bioraffinerie che trasformano gli scarti di lavorazione in centinaia di prodotti diversi.

«Da un albero oggi ricaviamo non solo carta e legno, ma anche carburante per aerei, tessuti, plastiche biodegradabili, farmaci e additivi alimentari», racconta Jyrki Ovaska, direttore della ricerca presso Upm. «È una rivoluzione industriale silenziosa che sta cambiando completamente il paradigma produttivo».

Questa trasformazione ha implicazioni profonde per l’identità nazionale finlandese che va ben oltre il settore forestale. Il Paese è leader mondiale in diverse nicchie tecnologiche: dall’ingegneria navale per navi rompighiaccio (Aker Arctic) ai sistemi di automazione industriale (Kone, Metso), dalle tecnologie per data center efficienti ai videogiochi (Supercell, Remedy).

Il settore dei videogiochi rappresenta un caso di studio interessante. Dopo il successo globale di Angry Birds, la Finlandia è diventata una delle capitali mondiali del gaming, con oltre 300 studi di sviluppo e un fatturato annuo di 2,7 miliardi di euro.

Il confine finno-russo a Virtaniemi; la Finlandia ha chiuso ermeticamente ogni confine con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Foto Piergiorgio Pescali.

L’intelligenza artificiale spiegata

È forse nell’approccio all’intelligenza artificiale che la Finlandia si sta distinguendo. Il Paese ha lanciato il programma Elements of AI, che ha l’obiettivo di formare l’1% della popolazione (55mila persone) sui fondamenti dell’intelligenza artificiale. È il più ambizioso programma di alfabetizzazione Ia (Intelligenza artificiale) al mondo.

«Non vogliamo che l’Ia sia appannaggio di pochi specialisti», spiega Teemu Roos, professore di
informatica all’Università di Helsinki e cocreatore del programma. «Vogliamo che ogni cittadino finlandese comprenda le potenzialità e i rischi dell’intelligenza artificiale. È una questione di democrazia digitale».

Questo approccio inclusivo riflette i valori nordici di uguaglianza e trasparenza applicati alla tecnologia. La Finlandia sta sviluppando sistemi di Ia «spiegabile» per la pubblica amministrazione e ha introdotto standard etici rigorosi per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei servizi pubblici.

La sostenibilità permea tutti gli aspetti dell’innovazione finlandese. Il Paese ha sviluppato un «indicatore di benessere genuino» che misura il progresso non solo attraverso il Pil ma anche attraverso parametri ambientali e sociali.

Una filosofia che si riflette anche nelle politiche fiscali. La Finlandia ha introdotto una carbon tax progressiva che aumenta automaticamente ogni anno, incentivando investimenti in tecnologie pulite. I proventi vengono utilizzati per ridurre le tasse sul lavoro, creando un doppio incentivo economico ambientale.

Il sistema di welfare finlandese si sta adattando ai cambiamenti del mercato del lavoro nell’era digitale. Il Paese ha sperimentato il reddito di base universale tra il 2017 e il 2018, e sta ora testando modelli di Welfare 2.0 che includono formazione continua, mobilità professionale assistita e nuove forme di protezione sociale per lavoratori autonomi e freelance.

«Il lavoro del futuro sarà più flessibile ma anche più incerto» prevede Olli Kangas, ricercatore presso Kela (l’agenzia finlandese per la sicurezza sociale). «Il nostro sistema di welfare deve adattarsi a questa realtà senza perdere le garanzie di sicurezza che caratterizzano il modello nordico».

L’educazione continua rappresenta un pilastro di questa strategia. La nazione ha introdotto il diritto individuale alla formazione professionale per tutti i lavoratori, finanziato dallo Stato e dalle aziende. «In un mondo che cambia rapidamente, l’apprendimento permanente non è più un lusso ma una necessità» osserva Olli Kangas.

Ma il consenso finlandese, che per decenni ha caratterizzato le decisioni politiche del Paese, è sotto pressione. L’ascesa del Partito dei finlandesi riflette una parte della popolazione che si sente esclusa dalla modernizzazione e dalla globalizzazione: c’è una Finlandia che va veloce verso il futuro e una Finlandia che ha paura di essere lasciata indietro. Tuttavia, la capacità di adattamento della società rimane notevole.

Il Paese ha saputo navigare la transizione post-Nokia (nel 2011, dal suo fallimento nacquero centinaia di società hitech), l’integrazione nella Nato, la gestione dell’immigrazione e ora affronta la sfida climatica con determinazione.

Miracolo finlandese

La Finlandia non ha risolto tutti i suoi problemi – nessun Paese l’ha fatto – ma ha dimostrato che è possibile costruire un modello di sviluppo che combina prosperità economica, sostenibilità ambientale e giustizia sociale. In un mondo sempre più diviso e polarizzato, l’esempio finlandese offre una via alternativa: pragmatica, inclusiva e orientata al futuro.

È questo, forse, il vero «miracolo finlandese» del XXI secolo: non la crescita economica esplosiva o la potenza militare, ma la capacità di reinventarsi continuamente rimanendo fedeli ai propri valori fondamentali. Una lezione preziosa per tutti noi, mentre navighiamo le acque incerte del futuro globale.

Piergiorgio Pescali

Gruppo di renne lungo una strada. Foto Tapani Hellman-Pixabay.

Lapponia (Terra dei Sami). Clima surriscaldato

Rovaniemi. Qui il paesaggio racconta una storia geografica e geopolitica unica. Distese infinite di foreste si alternano a laghi ghiacciati e tundra. Siamo oltre il Circolo polare artico, in una regione che rappresenta il 26% del territorio finlandese ma ospita solo il 3,4% della popolazione nazionale che oggi sta vivendo una trasformazione senza precedenti. Le temperature aumentano al doppio della velocità della media globale, sciogliendo ghiacci perenni e aprendo nuove rotte commerciali. Contemporaneamente, la scoperta di vasti giacimenti di minerali rari ha scatenato una nuova «corsa all’oro» polare. «L’Artico era una zona di cooperazione pacifica», spiega Timo Koivurova, professore di diritto artico all’Università di Lapponia. «La guerra in Ucraina ha cambiato tutto. Russia e Occidente si confrontano ora anche nell’Artico, e noi finlandesi ci troviamo in mezzo».
Il Consiglio artico, fondato nel 1996, includeva tradizionalmente tutti gli otto stati artici (Finlandia, Norvegia, Svezia, Islanda, Danimarca, Canada, Usa e Russia). L’invasione russa dell’Ucraina ha portato alla sospensione della partecipazione russa, paralizzando di fatto il meccanismo di cooperazione regionale. La strategia artica finlandese per il periodo 2024-’30 riflette questa nuova realtà geopolitica. Il documento, presentato dal governo Orpo, enfatizza la sicurezza, la sostenibilità e la sovranità, abbandonando il precedente approccio puramente cooperativo.

Turismo e comunità indigene

L’economia artica finlandese è in rapida trasformazione. Il turismo, tradizionalmente basato su caccia e pesca, ha abbracciato il fenomeno dell’aurora boreale e del «turismo di Babbo Natale», attirando oltre 600mila visitatori annui a Rovaniemi. Tuttavia, questa crescita crea tensioni con le comunità indigene.

«Il turismo di massa sta cambiando il volto della Lapponia», osserva Leo Aikio, primo vicepresidente del Parlamento sami finlandese. «Vediamo un eccesso di turismo in alcune aree, mentre le nostre tradizioni di allevamento delle renne sono sotto pressione». In Finlandia, i Sami, popolo indigeno che abita l’Artico scandinavo da migliaia di anni (cfr. MC aprile 2020), contano circa 10mila persone. La loro economia tradizionale si basa sull’allevamento di renne, ma oggi deve competere con nuovi usi del territorio.

Il cambiamento climatico sta trasformando radicalmente l’ecosistema. Le temperature invernali sono aumentate di 3-4 gradi negli ultimi cinquant’anni, modificando i luoghi di migrazione degli animali e riducendo la durata del manto nevoso. «Quando ero bambino, la neve arrivava a ottobre e rimaneva fino ad aprile», racconta Ante Sokki, allevatore sami. «Ora arriva a dicembre e se ne va a marzo. Le renne fanno fatica a trovare cibo sotto il ghiaccio che si forma quando piove d’inverno».

P.P.

La strada è innevata, ma anche in Finlandia il cambio climatico sta colpendo duramente. Foto Turkkinen-Pixabay.

Ha firmato il dossier:

PIERGIORGIO PESCALI. Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica nel settore della fisica nucleare. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.

A CURA DI: Paolo Moiola, giornalista MC.

Renne d’allevamento. Foto Piergiorgio Pescali.



Il regime del silenzio

La giunta militare di Ibrahim Traoré ha compiuto tre anni al potere. La narrazione ufficiale parla di una vittoria imminente contro il terrorismo e di un’economia in crescita. Ma i fatti dicono altro. Abbiamo sentito un testimone d’eccezione.

La popolazione del Burkina Faso non ha tregua. Dopo l’insurrezione che ha mandato via il regime di Blaise Compaoré, durato 27 anni, il Governo di transizione e le elezioni, nel gennaio 2016 i gruppi armati jihadisti hanno iniziato a colpire sul territorio. Prima con un attentato al cuore del Paese, e poi prendendo sempre più terreno, a partire da Nord. Nel dicembre dello stesso anno, il primo gruppo isalmista composto da burkinabè, Ansarul Islam, si è dichiarato apertamente (si veda la cronologia in MC gennaio-febbraio 2019).

È seguita una breve parentesi democratica, con la presidenza di Roch Marc Christian Kaboré, che non ha saputo limitare l’avanzata dei terroristi (come del resto è successo negli altri paesi del Sahel), fornendo il pretesto ai militari per attuare un colpo di stato il 24 gennaio 2022. La giunta è stata destituita da un secondo golpe che, il 30 settembre dello stesso anno, ha portato al potere il giovane capitano Ibrahim Traoré e il suo gruppo.

Il nuovo uomo forte ha ben presto imposto un regime autoritario, riducendo al minimo le libertà di espressione, di stampa e di associazione. I sindacati e i partiti politici sono stati sospesi, così come i media indipendenti. Ong nazionali e internazionali si sono viste revocare il permesso di operare da un giorno all’altro. Attivisti della società civile, giornalisti, avvocati che denunciavano quanto sta avvenendo, anche sulla lotta al terrorismo, sono stati arrestati a casa, sul luogo di lavoro, per strada, da individui armati, di solito in borghese. I famigliari e i colleghi non hanno avuto loro notizie per mesi.

Alcuni di loro sono ritrovati nelle prigioni di Stato, in attesa di giudizio. L’ultimo arresto arbitrario eccellente è stato quello dell’avvocata Ini Benjamin Doli, avvenuto la notte del 31 agosto scorso. Molto critica nei confronti della giunta, l’avvocata ha visto un gruppo di uomini armati irrompere nel suo domicilio durante la notte. Ci sono voluti alcuni giorni affinché i colleghi dell’Ordine degli avvocati, scoprissero che era stata arrestata dai servizi segreti.

Il 16 settembre scorso, una buona notizia è stata la liberazione di cinque giornalisti – Khalifara Seré, Alain Alain, Boukari Ouoba, Guézouma Sanogo, Adama Bayala -, alcuni dei quali in prigione da oltre un anno, e di altrettanti attivisti. Ma molti altri restano in detenzione arbitraria, come il giornalista Idrissa Barry e l’avvocato Guy Hervé Kam.

Guerra al terrorismo

Al di fuori della capitale, i gruppi armati sono molto presenti sul territorio e compiono massacri tra la popolazione civile, oltre che attacchi a postazioni militari. Anche l’esercito burkinabè, affiancato dalle milizie dei Volontari della patria (Vdp, paramilitari), commette efferatezze contro i civili, come documentate da Human rights watch e Amnesty International, che chiedono inchieste indipendenti sull’operato delle forze dell’ordine.

Inoltre, oltre al clima di paura, una propaganda molto pressante è messa in piedi dal Governo, sia all’interno del Paese che verso l’estero. Ha il duplice scopo di anestetizzare la popolazione su quanto accade, e di raccontare il personaggio Ibrahim Traoré, come un rivoluzionario, difensore del popolo contro gli interessi occidentali.

Newton Ahmed Barry – © Marco Bello

La testimonianza

A Parigi incontriamo Newton Ahmed Barry, giornalista burkinabè molto noto nel suo Paese e attualmente in esilio.

Barry ha lavorato in televisione, è stato tra i fondatori del giornale indipendente «l’Évenement» (2002). È stato, inoltre, presidente del Consiglio elettorale nazionale indipendente con il quale ha organizzato l’ultima consultazione elettorale, nel 2020.
Dal luglio del 2023 è dovuto andare all’estero, in quanto critico della giunta.

Barry è, inoltre, finito su una lista nera, resa pubblica con grande enfasi, anche tramite i social media, insieme ad altri sei giornalisti, con la pesante accusa di «associazione criminale con legami con il terrorismo».

Come sta andando la guerra contro i jihadisti in Burkina Faso?

«Occorre confrontare quello che il Governo dice e quello che succede sul terreno: sono due cose totalmente diverse. Quello che constatiamo sul terreno è che, un po’ ovunque, i jihadisti attaccano i campi militari, e i soldati burkinabè, così come i Vdp, che sono una sorta di milizia governativa, sono uccisi dai terroristi. Leggendo una valutazione fatta tra fine aprile e fine maggio, più di 800 militari sono stati uccisi. Secondo il Centro africano di studi strategici la situazione di sicurezza è preoccupante. Quindi, non possiamo dire che la lotta contro il terrorismo stia facendo dei progressi. Nonostante questo, il Governo della giunta militare dice che le cose vanno bene, che i terroristi saranno sconfitti prossimamente in Burkina. Ma non è quello che dicono i fatti. Tra il discorso politico e il terreno, c’è una grande differenza».

Ci parli della limitazione delle libertà nel suo Paese.

«È un regime autoritario, direi una dittatura, che ha cominciato sopprimendo la libertà della stampa, poi ha messo i giudici in prigione, e oggi è addirittura proibito mettere dei “like” su internet. Chi mette un like a un messaggio che non è conforme alla linea ufficiale, è perseguito.

In questo momento, in Burkina Faso abbiamo il regime responsabile del più grande numero di sempre di sparizioni di persone che hanno osato dare un’opinione contraria a quella ufficiale.
Sono decine i giornalisti attualmente detenuti senza giudizio. Le loro famiglie non sanno dove si trovano. Inoltre, gli anonimi scomparsi cono centinaia.
Non ci sono diritti politici, i partiti sono sospesi e non possono esprimersi.
Le Ong e le organizzazioni per la difesa dei diritti umani non possono parlare.

Se hai un problema, oggi non puoi appellarti alla giustizia, perché questa è stata silenziata e alcuni giudici mandati al fronte, a combattere contro i jihadisti. Questo perché hanno osato condannare i partigiani del regime. Nel Burkina di oggi, c’è una sorta di buco nero delle libertà.

La lotta contro il terrorismo è stata un pretesto per togliere tutte le libertà e per imporre un regime dittatoriale. Regime che ha l’effetto di isolare il Paese».

Il presidente russo Vladimir Putin incontra il leader della giunta militare del Burkina Faso’s, il capitano Ibrahim Traore il 29 luglio2023. (Photo by Alexey DANICHEV / POOL / AFP)
Quali sono oggi i partner internazionali del Burkina Faso?

«Il Burkina ha un solo partner, ovvero la Russia. Essa, nella sua geostrategia contro gli occidentali, e in particolare contro la Francia, ha cercato di prenderle tutte le sue vecchie colonie. I russi sono, quindi, venuti in Sahel, diventando il partner principale di questi Paesi.

In Burkina, con l’arrivo di Ibrahim Traoré, sono state interrotte tutte le relazioni diplomatiche con la Francia. A Ouagadougou è arrivato il gruppo Wagner, ed è stato incaricato della sicurezza personale del capitano Ibrahim Traoré. Wagner è stato poi sostituito da Africa corps (conversione di Wagner dopo l’uccisione del suo capo, nel 2023, ndr), che ricopre lo stesso ruolo, ancora oggi. Ma i militari russi, in Burkina, non combattono, come invece accade in Mali, a fianco delle truppe di quel Paese».

La Russia ha anche attività di cooperazione o di aiuto?

«Piuttosto i russi prendono. Occorre dire che è il Governo del Burkina che paga gli uomini di Africa corps, con denaro o dando loro accesso alle miniere d’oro. Inoltre, il Burkina acquista armi dalla Russia. Sono a conoscenza del fatto che i russi hanno dato 50mila tonnellate di grano, che è niente, in quanto un piccolo villaggio in Burkina ne produce il doppio in un anno. E poi hanno elargito una ventina di borse di studio per studenti. Questa è la loro cooperazione».

Bandiere russe e del Burkina Faso a rally in sostegno of Traore in Ouagadougou in Aprile, 2025. (Photo by AFP)
Si dice che, in Burkina, questo regime abbia molto seguito.

«È difficile dirlo, perché, non essendoci libertà di espressione, chi non è d’accordo non ha la possibilità di manifestare le proprie idee. Come giudicare la popolarità della giunta se la parola è data solo ai suoi sostenitori? Inoltre, le manifestazioni non sono poi così massicce. Nel 2014 abbiamo fatto manifestazioni dieci volte più importanti, quando si trattava di cacciare via Blaise Compaoré (il presidente che ha gestito il Paese dal 1987 al 2014, ndr). All’epoca, sia i suoi partigiani, che noi dell’opposizione, potevamo manifestare. Ma se non c’è un contesto di libertà, di possibilità di scelta, è difficile giudicare la popolarità di un regime».

Le organizzazioni internazionali dei diritti umani hanno denunciato diversi massacri di civili nei villaggi durante operazioni di antiterrorismo. Ma perché viene presa di mira la popolazione?

«Perché il regime militare ha connotato la strategia di lotta contro il terrorismo su delle basi etniche. Dato che la maggioranza dei militanti nel terrorismo parlano la lingua Peul (cfr. MC dicembre 2018), è tutta la comunità Peul che è stata messa in causa. Il regime pensa di dovere sterminare il massimo numero di Peul per ridurre il reclutamento di nuovi combattenti. Ma questo ha creato l’effetto inverso, perché, a forza di prendere un’etnia come obiettivo, i giovani di quella comunità non hanno altra scelta che ingrossare i ranghi dei jihadisti.

Quindi, invece di indebolire il movimento terrorista, questa strategia lo ha rinforzato, e oggi i jihadisti sono molto più numerosi di due anni fa».

Quali sono i gruppi armati presenti in Burkina Faso?

«C’è principalmente Ansarul Islam, che fa parte del Gsim (Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani, o Jenim dalla sigla in arabo), il quale risponde ad Al Qaida. Il Jenim è composto da tre gruppi: il Movimento di liberazione di Masina, che è principalmente in Mali, nella zona centrale, verso Timbuctu; poi c’è Ansar Dine, il movimento dei Tuareg di Iyad ag Ghali e – infine – Ansarul Islam, che è il ramo burkinabè (cfr. Mc dicembre 2018), che è presente un po’ ovunque nel Paese.

C’è anche una presenza dello Stato islamico nel Sahel, che è limitato alla zona delle tre frontiere: Burkina, Mali e Niger. Loro sono più forti in Mali, nella zona di Menaka, e in Niger, nell’area di Tillaberi».

Attualmente, quali sono, secondo lei, le possibilità di un cambio di regime?

«Oggi tutto è possibile, dal momento che si tratta di un sistema chiuso, che non permette alternative. Io vedrei tre possibilità.

La prima è quella di un colpo di stato militare: esiste, ma è bassa. Questo perché Traoré ha rimodellato l’esercito portando il livello di comando più in basso, ovvero al livello dei capitani. Molti di loro, oggi, sanno che il loro privilegi sono dovuti a questo regime, per cui lo difendono per proteggere i propri interessi, che coincidono con quelli di Traoré.

La seconda possibilità è quella di una ribellione. Ci sono molti ufficiali superiori che sono fuggiti dal Burkina e si trovano nei Paesi vicini. È plausibile che possano guidare una ribellione dall’estero. Ci sono delle idee, ma nulla di strutturato.

La terza possibilità è la presa del potere da parte di Ansarul Islam. Questo gruppo armato è molto avanti oggi e prende a tenaglia la capitale Ouagadougou e la seconda città, Bobo Dioulasso. Si può dire che controlla il 70% del territorio nazionale, mentre la giunta militare ne controlla il restante 30%. Possiedono molte armi, perché le prendono attaccando i campi dell’esercito. Hanno, inoltre, molti uomini perché, come detto, la strategia governativa di colpire i Peul, ha avuto questo effetto. I Peul sono la seconda etnia per numero del Paese, dopo i Mossì. Questa è la possibilità a mio avviso più concreta rispetto alle altre».

Campo di profifhi interni a Wendou 2 IDP displacement camp in Dori il 29, 2024. nel Nord Est del Brkina Faso (Photo by FANNY NOARO-KABRÉ / AFP)
E dal punto di vista dell’economia?

«L’economia del Burkina Faso è basata sull’agricoltura e sull’appoggio dei partener internazionali. Per quanto riguarda l’agricoltura, dato che gran parte del territorio è sotto il controllo dei jihadisti, ci sono circa tre milioni di contadini che sono dovuti scappare dai propri villaggi, lasciando incolti i loro campi.

Un secondo elemento economico interno è lo sfruttamento delle miniere d’oro (il 70% dei proventi di esportazione e costituisce il 16% del Pil). Ma anche molte regioni aurifere sono sotto il controllo dei terroristi. La metà delle miniere sono chiuse o date in uso ai russi per pagare i mercenari. Anche in questo caso si riducono le entrate nelle casse dello Stato (la produzione è scesa del 20%).

Un terzo elemento è il fatto che il governo ha tagliato i ponti con i partner principali del Paese, come l’Unione europea che era tra i principali donatori. Il bilancio del Burkina è di circa 2mila miliardi di Fcfa all’anno (3 miliardi di euro). Circa la metà arrivavano dall’aiuto budgetario dei partner internazionali. Inoltre, gli investimenti stranieri sono passati da 670 milioni di dollari nel 2022 a 83 milioni nel 2024.

C’è, quindi, un problema evidente a livello del bilancio dello Stato. Un Paese che è già in una situazione di crisi, si è privato di metà del proprio bilancio.

Il governo fa, dunque, molta propaganda ma non riesce più a fare sviluppo. Le strade, la sanità, l’educazione diventano difficili da finanziare. Ci sono oltre quattromila scuole chiuse (a causa dell’occupazione del territorio da parte dei gruppi armati, ndr) con milioni di bambini che sono privati dell’educazione primaria.

Tutti questi elementi portano verso a una crisi economica profonda. E sull’economia non si può mentire».

Lei è attualmente in esilio. Ci può parlare della campagna che sta preparando per i colleghi che sono in prigione per motivi di opinione?

«È la prima volta, nella storia del Paese, che centinaia di persone sono obbligate a vivere in esilio. La nostra preoccupazione è organizzarci per poter continuare a difendere libertà e democrazia, e pure continuare a sensibilizzare i partner all’estero, affinché non si dimentichi il dramma che si sta consumando a porte chiuse. Un dramma umanitario, delle libertà, ma anche di tutte le popolazioni rurali.

Un problema che abbiamo è anche il rapimento e l’imprigionamento, senza alcuna forma di processo e procedura giudiziaria di molti giornalisti (e attivisti della società civile, avvocati, ecc. ndr). Sono decine oggi in questa situazione.

Stiamo, quindi, cercando di realizzare una campagna, con le foto dei colleghi scomparsi, da far girare su internet o su altri mezzi stampa, per sensibilizzare i partner internazionali».

La macchina della propaganda dipinge il capitano Ibrahim Traoré come un nuovo Thomas Sankara.

«Utilizzano Sankara per la propaganda. Ma Traoré non ha il livello di Sankara (il presidente visionario ucciso nel 1987, ndr) né intellettualmente, né in termini di comprensione delle questioni complesse di democrazia o regimi politici.

In secondo luogo, Sankara era antimperialista tout cour, e non “antimperialista occidentale”.
Ovvero, era anche antimperialista contro i russi, infatti disse ai sovietici che rifiutava il loro aiuto, perché “l’aiuto non aiuta a liberarsi dell’aiuto”.  
Al contrario, Ibrahim Traoré lotta contro l’imperialismo occidentale, ma è un buon partner di quello russo.

Sankara era panafricano, non ha fatto uscire il Paese dalla Cedeao. Ed era per la libertà di parola. Sankara disse una cosa importante: “Sfortuna a chi imbavaglia il proprio popolo”. Ma la politica di Traoré è basata esclusivamente sul silenzio: imbavaglia il suo popolo, nessuno può parlare».

Marco Bello

ULTIME NOTIZIE

Mentre stiamo per mandare in stampa, apprendiamo del sequestro, da parte di sedicenti agenti dei servizi segreti, di tre magistrati, due giornalisti, un avvocato e un doganiere, tra sabato 11 e lunedì 13 ottobre. Seguiranno aggiornamenti sul sito della rivista.

Archivio MC




L’isola che rinasce

Nel Paese convivono buddhisti, induisti, musulmani e cristiani. Dopo la guerra civile tra Tigri tamil e Stato, conclusa nel 2009, e dopo la grave crisi economica, sociale e politica del 2022, oggi lo Sri Lanka vive un tempo di speranza e sta cercando di risollevarsi.

È l’isola a forma di lacrima a Sud dell’India che già Marco Polo aveva definito «la più bella del mondo». Da un anno a questa parte, con l’elezione di un nuovo Presidente e un nuovo Parlamento, sta tentando di rialzarsi dopo decenni di grandi fatiche e la profonda crisi economica, sociale e politica che l’ha colpita nel 2022.

Paese di 22 milioni di abitanti, nello Sri Lanka convivono buddhisti (70%), induisti (12,6%), musulmani (9,7%) e cristiani (7,5%, di cui 6,5% cattolici e 1% protestanti).

Noto anche con il nome Ceylon, come veniva chiamato quando era parte dell’Impero britannico e veniva sfruttato per la produzione di tè, ha ottenuto l’indipendenza nel 1948. Ha avviato un cammino di autonomia e sviluppo che, però, è stato ostacolato da una violenta guerra civile, durata poco meno di trent’anni e conclusasi formalmente nel 2009, ma con strascichi evidenti ancora oggi, tra lo Stato a maggioranza singalese e la minoranza etnica tamil, popolazione induista originaria del Sud dell’India che lamentava discriminazioni ed emarginazione.

La crisi del 2022, iniziata come una crisi del debito estero, che ha portato a grandi manifestazioni di piazza, e alle dimissioni di un governo corrotto, sembra essere ormai alle spalle, e il Paese attraversa una fase di ripresa a tutti i livelli.

Una nuova classe politica

«Lo Sri Lanka torna a vedere la luce in fondo al tunnel», afferma padre Cyril Gamini Fernando, sacerdote di Colombo, la capitale, e direttore del giornale cattolico in lingua singalese «Gnanartha Pradeepaya» («La luce della conoscenza»).

Il Paese ha un nuovo Presidente e un nuovo Parlamento che detengono la maggioranza assoluta: gli elettori hanno premiato Anura Kumara Dissanayake, del Janatha vimukthi peramuna (Jvp), salito alla guida della nazione nel settembre 2024. Il leader ha messo in agenda il cambiamento della vecchia struttura di potere, legata a una classe politica macchiatasi, secondo le accuse della società civile e dei partiti di opposizione, di abusi e violazioni dei diritti umani.

Dopo la vittoria di Dissanayake, nelle successive elezioni parlamentari la coalizione politica del National people’s power (Npp), guidata dal Jvp, ha confermato il risultato, ottenendo il saldo controllo dell’assemblea legislativa con oltre il 70% dei seggi.

La popolazione si aspettava e richiedeva un cambiamento che si è poi verificato: in carica è arrivato un governo di orientamento socialista che ha messo in programma la lotta alla povertà e il benessere per le classi sociali più svantaggiate.

«Nei proclami del Presidente e negli obiettivi dichiarati del Governo – rileva padre Fernando -, vi è l’intento di rendere giustizia a quanti in passato hanno subito la violazione dei loro diritti».

Proteste a Colombo 29 aprile 2022

La ripresa della fiducia

Un settore su cui l’esecutivo di Dissanayake ha impegnato risorse e attenzione è quello dell’economia. Si è avviata, così, una lenta risalita, seguendo le indicazioni del Fondo monetario internazionale che ha concesso una linea di credito di 2,9 miliardi di dollari.

L’economia dello Sri Lanka crescerà del 4,5% nel 2025, secondo un rapporto della banca centrale. E questa proiezione di crescita arriva nonostante i potenziali rischi derivanti dai dazi Usa.

Nell’attuale fase di ripresa, anche l’importante settore del turismo sta crescendo, creando prosperità. E se gli economisti osservano che i primi risultati stabili del processo di ripresa si vedranno solo dopo almeno un paio di anni, l’elemento chiave, come rimarca padre Fernando, è la fiducia: «Siamo sulla buona strada. Nella popolazione oggi si respira un certo ottimismo, la gente vede una classe politica che si mostra responsabile, e si fida del nuovo Presidente».

«La grave crisi in cui siamo sprofondati negli anni scorsi – ha spiegato il direttore del settimanale cattolico – era dovuta anche alla corruzione: le sue radici stanno nella mala amministrazione del passato». Ora, afferma, «c’è maggiore oculatezza nella spesa pubblica e il Governo ha stanziato una quota di budget più alta rispetto al passato per settori come l’istruzione, lo sviluppo, i servizi sociali».

Grazie alla graduale ripresa dell’economia, poi, l’inflazione, prima galoppante, è tornata sotto controllo, e il potere d’acquisto dei salari è stabile. «Questo andamento sociale ed economico crea una buona atmosfera e dà speranze concrete alla gente», aggiunge il sacerdote.

Come padre Fernando ha scritto in un recente editoriale sul suo periodico, «è dovere del governo stare dalla parte dei più poveri e venire incontro alle loro necessità: questa è l’attesa del tempo che viviamo».

D’altronde, nota, «il Governo è alle prese con la questione centrale della corruzione. Naturalmente, per affrontarla, è necessario del tempo, e l’impatto va considerato sul lungo periodo. La nostra posizione è quella di valutare gli effetti delle sue scelte politiche, se ci sarà un reale beneficio per la vita della gente».

Tempio buddista di Dambulla, Sri Lanka. 2020


Turismo, avanti tutta

Tra i settori economici ai quali si rivolgono le speranze della popolazione singalese, quello del turismo è particolarmente importante, anche per il suo essere «indice» di una ritrovata fiducia nel Paese da parte della comunità internazionale.

«Il turismo in Sri Lanka vive un tempo di piena rifioritura – continua padre Fernando -. È fondamentale per la nostra nazione, che può mostrare le sue meraviglie alle genti di tutti i continenti». L’isola dell’Asia meridionale vanta, infatti, oltre a un ricco patrimonio culturale e monumentale legato al buddhismo, spiagge mozzafiato, rigogliose piantagioni di tè, antiche città e riserve naturali.

La recente crisi politica ed economica aveva fiaccato il settore. Ma ora il turismo fa da locomotiva per la crescita. Secondo dati ufficiali dell’ente nazionale per il turismo, nel 2025 si registra un forte aumento di arrivi nel Paese: 250mila nel mese di gennaio, record storico, mentre a maggio la crescita si è attestata al +20% rispetto al 2024.

Nei primi cinque mesi di quest’anno, nota l’ente del turismo, gli arrivi hanno superato il milione, con una proiezione su base e annua superiore a due milioni.

La ricchezza generata, notano gli esperti, può essere decisiva per far uscire la nazione dalla crisi del debito iniziata nel 2022.

Per rivitalizzare il settore turistico e accelerare la ripresa, il governo ha deciso di concedere il visto gratuito a cittadini di quaranta Paesi (tra i quali l’Italia), portatori, tra le altre cose, di valuta estera. Il settore turistico rappresenta circa il 12% del Pil del Paese e, anche grazie a questo provvedimento, la quota cresce dal 2024.

Altro elemento che riguarda questo settore è la sua ricaduta positiva sugli investimenti infrastrutturali, come l’ampliamento dell’aeroporto internazionale di Bandaranaike a Colombo, il potenziamento delle reti stradali che collegano le destinazioni turistiche e balneari, gli incentivi per lo sviluppo di hotel e resort in aree meno conosciute.

Sigiriya, Sri Lanka. 2021

I cattolici e il Giubileo

Anche il cardinale arcivescovo di Colombo, monsignor Albert Malcolm Ranjith, definisce quello attuale come un tempo «di ripresa e di speranza» a livello politico, sociale ed economico.

La speranza, d’altro canto, riguarda anche la sfera spirituale: «Nella comunità cattolica – ricorda – celebriamo il Giubileo della speranza: riscopriamo la speranza nel cuore perché possiamo portarla anche fuori dalla Chiesa, nella società, promuovendo la pace, la giustizia, il bene, la testimonianza di carità».

Lo spirito giubilare, allora, ben si addice al tempo di rinnovamento e di risalita che sta vivendo l’intero Paese. Su 22 milioni di abitanti, in maggioranza buddhisti, i cattolici sono circa il 6,5% della popolazione. La Chiesa locale si è ritrovata in piena sintonia con le parole e il senso dell’anno del Giubileo: «Dopo anni di buio, di pessimismo, di miseria – riprende padre Fernando -, oggi, nel Paese, la tendenza generale è positiva, nell’economia, nella società, nello scenario politico. Sarà necessario un po’ di tempo per superare definitivamente la crisi degli ultimi tre anni, ma vi sono buone prospettive, e tutti abbiamo la sensazione di essere sul giusto cammino».

La Chiesa cattolica, a livello istituzionale, ha buoni rapporti con il Governo e, «anche a livello di base, la popolazione cattolica sembra aver incoraggiato e sostenuto la svolta politica avvenuta un anno fa». Secondo il sacerdote, «vi sono buone prospettive di collaborazione».

La ferita della Pasqua 2019

Tuttavia, nel rapporto tra la Chiesa cattolica e le istituzioni del Paese, c’è una ferita ancora aperta: gli attentati di Pasqua 2019, avvenuti in diverse chiese e hotel, non hanno ancora visto i responsabili, esecutori e mandanti, rintracciati e processati.

Il presidente Dissanayake ha annunciato una nuova inchiesta in nome della trasparenza e per cercare la verità, e, prosegue padre Fernando, una commissione appositamente istituita «sta interpellando periodicamente anche alcuni dei nostri sacerdoti.

Fin dal principio – ricorda – abbiamo chiesto verità e giustizia contro l’insabbiamento del caso. Ora aspettiamo che si proceda, perché emergano le reali responsabilità o le complicità presenti negli apparati pubblici. Le vittime attendono giustizia».

Nel 2023, la Corte suprema dello Sri Lanka, ha stabilito che l’ex presidente, Maithripala Sirisena, e altri quattro alti funzionari, avevano tenuto, in quel frangente, una condotta negligente, poiché, nonostante i fondati avvertimenti dell’intelligence, non avevano adottato le necessarie misure preventive per contrastare gli attacchi terroristici.

Il supremo tribunale ha addossato precise responsabilità di omissione a Sirisena, per non aver impedito gli attentati, nei quali 250 persone erano morte e oltre 500 erano rimaste ferite.

È stato un primo passo, ma non rappresenta il chiarimento definitivo della vicenda.

In questo scenario, la Santa Sede ha deciso di includere i 167 fedeli cattolici uccisi in chiesa quel 21 aprile 2019 nel catalogo dei «Testimoni della fede» del XXI secolo redatto dal Dicastero vaticano delle cause dei santi e presentato nel corso dell’Anno giubilare.

Intanto, racconta padre Fernando, «la vita della Chiesa va avanti: si cammina come popolo di Dio, continuiamo le nostre attività sociali educative e caritative a servizio della gente».

Le comunità stanno vivendo il Giubileo, ogni diocesi ha preparato un calendario con celebrazioni e attività di carattere spirituale: «È per noi un momento di rinnovamento interiore, per ripartire con nuovo slancio spirituale, che è un dono della grazia di Dio. Il tema della speranza si accorda ai sentimenti della gente: in questa fase della vita nazionale, siamo portatori della speranza che viene da Dio per donarla al prossimo, alla comunità, al Paese».

Sri Lankan soldiers look on inside the St Sebastian’s Church at Katuwapitiya in Negombo on April 21, 2019, following a bomb blast during the Easter service that killed tens of people. A series of eight devastating bomb blasts ripped through high-end hotels and churches holding Easter services in Sri Lanka on April 21, killing nearly 160 people, including dozens of foreigners. (Photo by AFP)

Le ferite della guerra

Un altro dei punti che il nuovo governo sta cercando di affrontare è quello della divisione etnico religiosa della società. È un punto delicato che va a toccare le ferite di tre decenni di guerra civile che hanno segnato con lutto e dolore, fino al 2009, la vita della comunità singalese, maggioritaria, e di quella tamil, il 15% della popolazione, concentrata nel Nord.  Il conflitto armato, iniziato nel 1983 dal movimento delle milizie delle «Tigri tamil», è durato 26 anni lasciando sul campo più di 100mila morti.

Diversi casi di violazioni dei diritti umani commesse in special modo nell’ultima fase della guerra, sono giunti all’esame del Consiglio per i diritti umani della Nazioni Unite. Questo ha stimato che, negli ultimi mesi dei combattimenti, quando il governo aveva lanciato l’assalto finale alle Tigri tamil, fossero stati uccisi 40mila civili. Secondo il rapporto dell’Onu, le autorità avevano minimizzato deliberatamente il numero dei civili rimasti intrappolati nelle zone di conflitto, privando la popolazione degli aiuti umanitari, compresi cibo e medicinali, mentre i guerriglieri tamil, a loro volta, avevano usato bambini-soldato e preso civili in ostaggio per usarli come scudi umani.

Le organizzazioni internazionali hanno attestato che l’esercito dello Sri Lanka aveva bombardato centri di distribuzione alimentare, ospedali e rifugi civili.

Dieci anni dopo, nel 2019, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha constatato che rapimenti, detenzioni illegali, torture e violenze da parte delle forze di sicurezza verso il popolo tamil sono continuate almeno fino al 2016.

Nel 2021 il Consiglio dei diritti umani ha approvato una risoluzione esprimendo grave preoccupazione per la situazione dei diritti umani nello Sri Lanka, rilevando non solo l’impunità di chi aveva commesso gravi crimini durante la guerra civile, ma anche il deterioramento della tutela dei diritti dopo l’elezione dell’allora presidente Gotabaya Rajapaksa a novembre 2019.

Riconciliazione possibile

Ora anche la stagione politica del clan dei Rajapaksa è finita.

Nella nuova cornice, mentre non si sono spente del tutto le controversie e le rivendicazioni tra le due comunità allora belligeranti, il nuovo governo di Dissanayake ha provato a riprendere in mano il processo di riconciliazione nazionale. La promessa è quella di reclutare più Tamil nelle forze di polizia, e di restituire ulteriori terre, a lungo occupate dai militari, ai loro originari proprietari tamil.

Queste misure potrebbero aiutare la coalizione al governo ad acquisire attrattiva e fiducia anche tra le minoranze, e a dare una svolta alla definitiva pacificazione dello Sri Lanka.

Su questo versante il contributo della comunità cattolica è sempre stato significativo, poiché essa ha sempre agito da ponte, avendo al suo interno fedeli battezzati sia singalesi, sia tamil.

In special modo, dal santuario mariano dedicato a Nostra Signora della salute, nella località di Madhu, in un’area in passato attraversata dalla guerra, nel Nord dell’isola, è partito un potente appello alla riconciliazione e all’armonia nazionale.

Anche papa Francesco, nel suo viaggio nel Paese nel 2015, aveva voluto recarsi in quel luogo per pregare e per affidare alla Vergine le sorti della nazione.

Quella di Madhu con la sua dimensione di convivenza interetnica e interculturale, tra fedeli singalesi e tamil, resta una delle testimonianze luminose di fede e di fraternità.

Paolo Affatato

Tea Research Institute of Sri Lanka, Talawakelle, Sri Lanka. 2017