Brasile, diseguaglianze e grandi aspirazioni

Oggi il Brasile è un Paese che, pur attraversato da profonde divisioni e contraddizioni, è determinato a contare di più nello sviluppo e nella politica internazionale. Il 10 novembre comincia a Belém la Cop30 e sarà un banco di prova importante.

«Davanti agli occhi del mondo, il Brasile ha lanciato un messaggio a tutti gli aspiranti autocrati e a coloro che li sostengono: la nostra democrazia e la nostra sovranità sono non negoziabili». Sono le parole che il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha rivolto all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 23 settembre. Il suo intervento@ apriva la riunione di alto livello in cui parlano i capi di Stato e di governo. Molta parte del «discorso al vetriolo» di Lula, come lo ha definito il New York Times, era un attacco frontale alle «ingerenze negli affari interni» del Brasile, alle «misure unilaterali e arbitrarie contro le nostre istituzioni e la nostra economia», alle «forze antidemocratiche che cercano di soggiogare le istituzioni e soffocare le libertà», alle bombe e alle armi nucleari che «non ci proteggeranno dalla crisi climatica». In altre parole, un attacco a Donald Trump, che ha messo dazi al 50% verso il Brasile come ritorsione per aver condannato l’ex presidente Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato@, ha sospeso i visti e imposto sanzioni ai giudici che lo hanno giudicato e continua a definire bufala, truffa e inganno il cambiamento climatico.

Il Brasile – è il messaggio del presidente Lula – ha dimostrato di essere un grande Paese. Ha difeso la democrazia, non si è piegato a Trump, ha da poco ricevuto dalla Fao la conferma di essere uscito dalla mappa della fame@.

Inoltre, è il Paese ospitante della «Cop della verità» – cioè la Cop30, trentesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, in programma a Belém dal 10 al 21 novembre -, e si impegna a lottare contro la povertà, «nemica della democrazia quanto l’estremismo», a promuovere la concorrenza nei mercati digitali e l’installazione di data center sostenibili, a spingere sul multilateralismo e a fare in modo che la voce del Sud globale sia ascoltata. Chi ama questa agenda, sembra dire Lula, ci segua.

Siccità nel Nord Este – © FMC

Come sta il Brasile

Quinto Paese al mondo per estensione, con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Brasile è grande quanto la metà del Paese più esteso, la Federazione Russa, mentre la supera di poco quanto alle dimensioni dell’economia: la Russia, infatti, ha un Pil di 2.174 miliardi di dollari (per 143 milioni di abitanti), mentre quello del Brasile è 2.179 miliardi (per una popolazione di 212,8 milioni): valore comparabile con quello dell’Italia (59 milioni), che ha un Pil di 2.373 miliardi@.

Diverso è invece lo scenario se si guarda all’indice di sviluppo umano (Isu, o Hdi nell’acronimo inglese), utilizzato dalle Nazioni Unite per includere variabili più raffinate del solo Pil nel valutare la condizione delle società umane, come la possibilità di condurre una vita lunga e sana, di avere un buon livello di istruzione e un reddito che garantisca un tenore di vita dignitoso@. Il valore massimo dell’Isu è 1, il Paese che nel 2023 ci è andato più vicino è stato l’Islanda (0,972), mentre il Brasile è a 0,786, occupando l’84a posizione: si trova, dunque, fra i Paesi di fascia alta, in linea con l’altra potenza regionale, il Messico, ma venti posizioni più in basso della Russia. A limitare i risultati nello sviluppo umano del Paese, influiscono diversi fattori, fra i quali il grado di diseguaglianza: la longevità, il livello di istruzione, il reddito, cambiano molto da una fascia all’altra della popolazione. «Il problema maggiore del Brasile è la disuguaglianza sociale», conferma Guglielmo Damioli, arrivato in Brasile nel 1979 per lavorare con i popoli indigeni di Roraima e oggi residente di Belém. Il Paese ha un sistema piramidale, con una élite dominante che vive negli Stati del Sud come Rio de Janeiro e San Paolo, e una grande massa di poveri nel Nord e Nordest. «Se i servizi pubblici, in particolare sanità, sicurezza, igiene, politiche abitative e infrastrutture, sono precari in tutto il Brasile, qui al Nord sono di pessima qualità, specialmente nell’entroterra». Secondo il World inequality database@, sito di statistiche fondato, fra gli altri, dall’economista francese Thomas Piketty, in Brasile il 10% più ricco detiene il 69,7% delle risorse, mentre nella nazione meno diseguale, i Paesi Bassi, ne detiene il 45%.

I freni allo sviluppo

Ridurre le diseguaglianze non sarà né rapido né semplice. Quello di Lula, scrive padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata e responsabile della pastorale carceraria della Conferenza dei vescovi del Brasile (Cnbb), «è un governo sostenuto da un’ampia coalizione che, pur proponendosi idealmente di fare passi significativi in campo sociale, rimane fortemente limitato dal Parlamento», dominato da una maggioranza di destra, e dalle lobby agroindustriali e minerarie.

Con la pastorale carceraria, spiega ancora padre Gianfranco, «portiamo avanti la lotta contro le detenzioni di massa, usate come strumento di controllo della povertà, delle periferie, delle persone e dei corpi, e come sofisticato e moderno sistema di tortura». In questo settore, l’arrivo di Lula per ora non ha portato miglioramenti significativi, perché il governo continua a gestire il problema «a partire da una visione mercantilista e punitiva».

Qualche cambiamento lo ha invece registrato padre Juan Carlos Greco, responsabile dell’equipe dei missionari della Consolata che assiste i migranti venezuelani a Boa Vista. Sono migliorati i toni – Lula ha detto pubblicamente che migranti e rifugiati devono essere trattati «con grande responsabilità e rispetto» – e il governo ha preso alcuni impegni, come aiutare lo Stato di Roraima a garantire l’istruzione e il benessere dei rifugiati. Il presidente ha poi mantenuto il sostegno all’Operazione accoglienza per assistere i migranti in fuga dalla crisi venezuelana.

Ma i tagli dei fondi Usa per lo sviluppo imposti dall’amministrazione Trump, riporta padre Juan Carlos, hanno avuto «un impatto diretto sui programmi umanitari, la gran parte dei quali era finanziata da Usaid», l’agenzia degli Stati Uniti per l’aiuto allo sviluppo. Organizzazioni come Caritas brasiliana sono state costrette a sospendere diverse iniziative come, ad esempio, il progetto Sumaúma, che distribuiva circa 2mila pasti al giorno ai migranti venezuelani e alle persone senza fissa dimora a Boa Vista, e il progetto Orinoco, che offriva servizi igienici gratuiti a Boa Vista e Pacaraima. La sospensione dei fondi di Usaid ha portato le organizzazioni a cercare sostegno presso l’Unione europea e le Caritas di Germania e Svizzera, che hanno contribuito a riaprire in parte alcuni servizi.

Allagamenti a Rio do Oeste – © AfMC

G4, Brics, G20

Il ritrarsi degli Stati Uniti dagli impegni internazionali sta creando confusione e paura, ma ha anche aperto spazi di azione per altri Paesi. Forte del suo ruolo di potenza regionale, il Brasile da anni reclama un maggior peso nei processi decisionali internazionali. Un esempio è la sua appartenenza, insieme a Germania, Giappone e India, al G4, il gruppo di Paesi che chiedono un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu.

In un’analisi pubblicata dal centro studi statunitense Carnegie endowment for international peace, il professore di relazioni internazionali alla Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, Matias Spektor, osservava, tuttavia, che nessuna amministrazione brasiliana ha finora prodotto un documento ufficiale che dettagli la proposta di riforma. Inoltre, fra il 2018 e il 2022, gli stanziamenti annuali del Brasile per il bilancio ordinario delle Nazioni Unite sono scesi da 92 a 56 milioni di dollari (hanno cominciato a risalire dal 2023). Quella del Brasile, scrive Spektor, sembra essere stata fin qui una «strategia a basso costo»@.

Ma il ruolo del Brasile acquista un peso diverso quando si combina con quello di altre nazioni, come quelle del gruppo Brics – acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica -, diversissime fra loro, ma accomunate da un’aspirazione: fare da contrappeso all’influenza occidentale nelle istituzioni globali come Banca mondiale, G7 e, appunto, Consiglio di sicurezza dell’Onu@. Il Brics, che dal 2023 si è allargato anche a Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran e Emirati arabi uniti, rappresenta oggi un terzo dell’economia globale e metà della popolazione del pianeta.

Il Brasile è anche uno dei Paesi del Gruppo dei 20, o G20, nato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso per riunire ministri delle finanze e governatori delle banche centrali del gruppo e reagire alla crisi finanziaria asiatica e diventato, con la crisi globale del 2008, un luogo di negoziazione a cui partecipano i capi di stato e di governo. In un articolo sulla rivista Foreign Affairs di gennaio@ Matias Spektor sostiene che il G20 ha sostituito il G7 come principale forum per la governance economica globale. Fra i risultati ottenuti, Spektor cita il suo ruolo nel favorire l’ampliamento della rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale per includere le economie emergenti.

La scommessa sulla foresta

Un ambito nel quale il Brasile di Lula appare determinato a far valere il proprio primato, è quello della lotta al cambiamento climatico. Il primato è, ovviamente, quello di avere sul proprio territorio circa il 60% della foresta pluviale più grande del pianeta, la foresta amazzonica, che assorbe una quantità significativa dell’anidride carbonica, contribuisce e a regolare il ciclo dell’acqua e produce ossigeno. Già a settembre scorso il presidente brasiliano ha annunciato@ un contributo di un miliardo di dollari al meccanismo Tropical forests forever fund (Tfff, Fondo foreste tropicali per sempre), presentato dallo stesso Brasile nel 2023 durante la Cop28 a Dubai come meccanismo che garantisca ai Paesi con foreste tropicali finanziamenti stabili e continui per mantenere ed espandere la copertura forestale.

Lula sa che la questione del finanziamento è stato il principale ostacolo ai negoziati sul clima negli ultimi anni e a New York il 23 settembre ha detto: basta negoziare, è venuto il momento di agire. La scommessa di questo Fondo – che finora ha suscitato tante speranze quante perplessità – è che si possa rendere la conservazione delle foreste conveniente sia per i Paesi che le hanno sul proprio territorio che per gli investitori. Il meccanismo prevede la creazione di un fondo iniziale di 25 miliardi – il miliardo annunciato da Lula è il primo di questi – donati da governi e organizzazioni filantropiche. L’obiettivo sarebbe poi quello di attirare altri 100 miliardi di dollari da investitori sul mercato, arrivando così a 125 miliardi da prestare puntando a realizzare un profitto del 7,6%, per poi restituire agli investitori il 4,9% e realizzare così un guadagno finale del 2,7%, pari a circa 3,4 miliardi di dollari. Questi soldi sarebbero, infine, distribuiti destinando 4 dollari per ettaro di foresta ai Paesi con foreste tropicali, affinché questi provvedano alla loro conservazione@. Il meccanismo prevede che il 20% dei fondi vadano ai popoli indigeni e alle comunità locali per garantire, ha detto il presidente brasiliano, «i mezzi adeguati a chi si è sempre preso cura dei nostri boschi e foreste».

«Nessuno lascia la mano di nessuno» dice il cartello delle donne indigene – © AfMC

Verso Belém

«La Cop30 è il sogno planetario di Lula e la scelta della città di Belém come sede serve ad attrarre attenzione e investimenti sull’Amazzonia». A parlare è ancora Guglielmo Damioli, ora attivo nell’associazione di agricoltori Abaa di Bujaru, nello stato di Pará. Belém, continua, è «porta e capitale dell’Amazzonia, una grande metropoli immagine e frutto della disuguaglianza sociale e della mancanza di politiche pubbliche del Paese». E l’Amazzonia «è il simbolo dell’equilibrio planetario, con la sua fragilità e con l’infinità delle sue ricchezze, umane e naturali». Ma è anche il luogo dove gli agricoltori e coloni hanno tagliato e bruciato la foresta per coltivare la terra, dove «la destra vuole sviluppare monocolture per l’esportazione, come la soia e il biodiesel, l’allevamento intensivo e lo sfruttamento minerario». La città, racconta Damioli, è piena di cantieri, gli alloggi sono insufficienti per le decine di migliaia di partecipanti attesi per la Cop30, i prezzi sono altissimi. «La gente di Belém soffre un poco il caos per i tanti lavori in corso, ma sa che erediterà una città migliore e che sarà al centro di un evento storico».

Così storico da spingere diversi osservatori a vederci un test cruciale sulla sopravvivenza del multilateralismo nel suo complesso, non solo delle Cop. Su questo concorda anche padre Dario Bossi, che sarà alla Cop30 con la Commissione per l’ecologia integrale della Cnbb. «Siamo in un momento critico per i meccanismi multilaterali, con i nazionalismi e i sovranismi che stanno tentando di smantellarne non solo i concetti ma le strutture stesse».

Padre Dario riporta una battuta che circola fra chi sta preparandosi alla Conferenza: «Qualcuno dice che sarebbe già una vittoria uscire dalla Cop30 progettando una Cop31». Ma, continua padre Bossi, a di là dei timori, ci sono alcuni elementi che non rendono scontato il risultato negativo di questa Cop. Il presidente della Cop, André Aranha Corrêa do Lago, è un diplomatico di carriera con una grande esperienza su cambiamento climatico, energia e ambiente e in questi eventi la capacità degli organizzatori nel creare un clima di fiducia fra i partecipanti è fondamentale.

La Cnbb non sarà nella zona blu, dove si svolgono i negoziati ufficiali e dove a rappresentare la Chiesa ci saranno lo Stato del Vaticano e Caritas internationalis, ma farà comunque sentire le proprie proposte insieme a quelle delle 1.100 organizzazioni riunite nella Cupola dei popoli@ e nel Tapiri interreligioso (tapiri è una parola in lingua indigena che indica una capanna dove si fermano i viandanti a riposare). Quest’anno, poi, a dare maggiore compattezza alle posizioni delle Chiese del Sud globale c’è anche un loro documento congiunto dal titolo «Un appello per la giustizia climatica e la casa comune: conversione ecologica, trasformazione e resistenza alle false soluzioni»@.

«Noi scommettiamo sul processo più che sull’evento in sé, perché la vita quotidiana delle persone e la Cop sono molto lontani. Siamo convinti che la storia del clima si cambia dai territori», lavorando con le persone per trovare soluzioni e strumenti concreti. Per questo i popoli indigeni hanno redatto i loro Contributi determinati a livello nazionale – o Nationally determined contributions, Ndc, i piani in cui gli Stati indicano le azioni che intendono portare avanti per il clima – e chiedono che vengano inclusi nel Ndc del Brasile. Non solo: dal momento che il finanziamento è un tema chiave della Cop30, i popoli indigeni hanno proposte su come usare i 300 miliardi di dollari che la Cop29 aveva destinato alla lotta al cambiamento climatico: «Le proposte si basano su esperienze reali, che hanno funzionato, e dimostrano che i popoli indigeni sono un attore decisivo per definire nuovi percorsi».

Chiara Giovetti

© AfMC / James Patias

Nota Bene

Da Onlus a Ets, la sostanza dietro le sigle

Dallo scorso agosto, la Fondazione Missioni Consolata è diventata un Ets, «Ente del terzo settore», ed è iscritta al Registro unico nazionale. Questo è disponibile per la consultazione online@ e permette di leggere e scaricare le informazioni e i documenti fondamentali di ogni ente, come lo statuto e i bilanci.

Al 25 settembre 2025 gli enti iscritti erano 138.014. Gli Ets possono essere di 7 tipi: organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale; enti filantropici; imprese sociali, incluse le cooperative sociali; reti associative; società di mutuo soccorso e altri enti del Terzo settore. La Fondazione Missioni Consolata fa parte di quest’ultimo gruppo.

Che cosa cambia, per la Fondazione e per i suoi sostenitori?

In primo luogo, che non ci chiameremo più Mco: la «o» finale dell’acronimo, infatti, stava per «onlus», tipologia di ente che non esisterà più a partire dal 2026. Aggiorneremo quindi la denominazione in tutti i canali che usiamo per comunicare con sostenitori, amici, lettori, fornitori, enti pubblici. Il nostro identificativo sarà Fondazione Missioni Consolata Ets.

Nulla cambia, o quasi, per quanto riguarda invece i conti correnti: gli Iban restano gli stessi, cambia solo l’intestazione dei conti, dove la sigla Ets sostituirà Onlus.

Quanto poi ai vantaggi fiscali, continueranno a esserci: riporta la pagina web di Forum terzo settore@ che ci sarà la detrazione del 30% per le erogazioni liberali delle persone fisiche a favore degli Ets (35% nel caso delle organizzazioni di volontariato) fino a un massimo di 30mila euro. A società ed enti spetta invece una deduzione fino al 10% del reddito complessivo netto dichiarato.

Non abbiamo ancora deciso il nome «per gli amici», cioè come riferirci più informalmente a noi stessi, se chiamarci semplicemente Fondazione Mc, oppure Mce. Ma saranno il tempo e l’uso a decidere, come è stato per la onlus. Nessuno aveva stabilito a priori di usare la lettura delle lettere dell’acronimo (emme-ci-o) ma piano piano ci siamo abituati, noi che ci lavoriamo e voi che ci sostenete, a fare così. Anzi, accettiamo suggerimenti: voi come ci chiamerete da oggi?

 Chi.Gio




G20 India: Promesse e gaffe

Da Narendra Modi a Lula da Silva. Nel 2024, il vertice delle venti maggiori economie del mondo (G20) si terrà nel paese latinoamericano.

Modi è stato abile, abilissimo. Non tanto per aver fatto conoscere al mondo il nome originale del suo paese, Bhārat (al posto del coloniale India), quanto per il suo fantastico equilibrismo. Al pari del turco Erdogan (con il quale condivide anche un’interpretazione piuttosto discutibile della democrazia), il presidente indiano è stato capace di barcamenarsi tra Joe Biden e Xi Jinping, quest’ultimo strategicamente assente dal vertice dopo aver partecipato di persona a quello dei Brics, a fine agosto.

«Siamo una sola terra, una sola famiglia e condividiamo un futuro» con queste (belle) parole inizia il preambolo della dichiarazione finale della due giorni (9-10 settembre) di Nuova Delhi. E subito dopo, ai punti 3 e 4, s’introduce la questione ambientale: «Le emissioni globali di gas serra (Ghg) continuano ad aumentare, di pari passo con il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l’inquinamento, la siccità, il degrado del territorio e la desertificazione, minacciando vite e mezzi di sussistenza. […] Noi affermiamo che nessun paese dovrebbe scegliere tra la lotta alla povertà e la lotta per il nostro pianeta». Insomma, nel documento finale del G20 le buone intenzioni non mancano, ma – si sa – quelle non costano nulla.

Modi saluta Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo. (Foto da www.g20.org)

Poco sotto, nel paragrafo titolato «Per il pianeta, la gente, la pace e la prosperità», al punto 8 si legge della guerra in Ucraina, ma la Russia di Vladimir Putin non viene neppure citata. Come se quel conflitto si fosse autogenerato al pari di una combustione spontanea o, meglio, di una partenogenesi. Sergej Lavrov, l’ineffabile ministro degli esteri russo, ha gradito molto. Una scelta grave quella del G20 perché alla legalità internazionale si è preferito il compromesso ipocrita.

Per il resto, nella lunga dichiarazione (sono 38 pagine) non manca quasi nulla: economia e sviluppo, ambiente e clima, tecnologia, finanza, lotta al terrorismo, alla xenofobia e alla strumentalizzazione delle fedi religiose, migrazioni. Difficile trovare un passaggio su cui non concordare: le parole sono scelte con estrema cura, come consuetudine nei documenti finali. È il successivo passaggio, dalle parole ai fatti, che risulta sempre problematico.

Non manca, tuttavia, qualche elemento positivo. Per esempio, verso la fine del documento (al punto 76), si legge una novità potenzialmente interessante: l’entrata dell’Unione africana – organizzazione similare all’Unione europea – come membro permanente del G20.

Il punto precede le righe che riguardano le migrazioni, la questione mondiale più rilevante di questi anni, al pari dei cambiamenti climatici. Vale la pena di riportarne alcune righe: «Riaffermiamo il nostro impegno – scrivono i leader – a sostenere i migranti, compresi i lavoratori migranti e i rifugiati, nell’ambito dei nostri sforzi verso un mondo più inclusivo, in linea con le politiche nazionali, legislazioni e circostanze, garantendo il pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, indipendentemente dal loro status migratorio. Riconosciamo anche l’importanza di prevenire i flussi migratori irregolari e il traffico di migranti, come parte di un approccio globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare rispondendo, nel contempo, ai bisogni umanitari e alle cause profonde degli sfollamenti. Sosteniamo il rafforzamento della cooperazione tra paesi di origine, transito e destinazione».

Come volevasi dimostrare, non c’è una parola fuori posto. Ma di soluzioni concrete e immediatamente attuabili non c’è traccia alcuna.

Interessante anche il punto 78, nel quale si difende la libertà religiosa. «Deploriamo fortemente – scrivono i leader – tutti gli atti di odio religioso contro le persone, nonché quelli di natura simbolica, […], anche contro i simboli religiosi e i libri sacri». Il passaggio è importante, ma dovrebbe stonare un po’ per l’anfitrione indiano. Narendra Modi, infatti, è presidente del paese asiatico, ma anche leader del Bharatiya janata party (Bjp), partito induista poco rispettoso delle minoranze religiose. In particolare, sono i musulmani (14,2% pari a quasi 173 milioni di indiani) e i cattolici (1,5%, circa 20 milioni) a essere fatti oggetto di discriminazione e violenza.

Modi con il presidente Lula. Il Brasile ospiterà il G20 del 2024. (Foto da www.G20.org)

A conclusione del vertice, Modi ha passato le consegne a Lula, presidente del Brasile, prossimo paese a ospitare il G20. Come primo gesto, il leader brasiliano ha offerto a Vladimir Putin, ricercato dalla Corte penale internazionale (alla quale anche il paese latinoamericano aderisce), la possibilità di presenziare di persona al summit del 2024 senza correre il rischio di essere arrestato. Il giorno dopo Lula ha ritrattato: «Su Putin deciderà la magistratura», ha precisato. Aggiungendo però un’altra affermazione infelice: «Non sapevo nemmeno che esistesse questo tribunale».




Clima, cibo, economia: dalla Cop26 al G20

testo di Chiara Giovetti |


La conferenza sul clima Cop26, il vertice Onu sui sistemi alimentari e il G20 si sono svolti o stanno per svolgersi in questo autunno 2021. Le decisioni e gli indirizzi che forse emergeranno da questi eventi potrebbero rivelarsi decisivi per il futuro del pianeta e del modo in cui affronteremo le crisi sanitarie, alimentari e ambientali che verranno.

Il 23 settembre si è tenuto a New York il vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari, uno degli eventi previsti nell’ambito del cosiddetto Decennio di azione sulla nutrizione@ che è iniziato nel 2016 e si concluderà nel 2025. Lo scorso luglio a Roma, presso la Fao, agenzia Onu per il cibo e l’agricoltura, si è svolto il prevertice, ospitato dal governo italiano.

Il 30 e 31 ottobre sarà la volta del G20@, il forum internazionale che riunisce i 19 paesi del mondo più industrializzati (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Corea del Sud, Turchia, Gran Bretagna e Stati Uniti) più l’Unione europea, che si svolgerà a Roma.

Infine, dal 31 ottobre al 12 novembre avrà luogo a Glasgow, in Scozia, la 26° Conferenza delle parti aderenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, o Cop26@. L’Italia organizza la Conferenza insieme al Regno Unito e ha ospitato a settembre gli eventi preparatori come il vertice pre-Cop@, l’ultimo incontro ministeriale prima dell’inizio dei lavori a Glasgow, con l’obiettivo di «fornire a un gruppo selezionato di paesi un ambiente informale per discutere e scambiare opinioni su alcuni aspetti politici chiave dei negoziati e offrire per questi ultimi una guida politica».

I tre eventi affrontano temi fra loro profondamente legati: clima, cibo, economia. Due degli incontri, la Cop26 e il G20, hanno anche il potenziale di definire accordi che determineranno davvero le successive azioni dei paesi partecipanti. Lo ha sottolineato lo scorso luglio il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, in occasione del prevertice sui sistemi alimentari alla Fao: «La presidenza italiana del G20 ha individuato le priorità per migliorare la sicurezza alimentare globale. Tra queste, l’impatto negativo dei cambiamenti climatici sarà al centro della Cop26 che l’Italia presiede con il Regno Unito. […] Alla Cop26, a Glasgow, vogliamo raggiungere un accordo ambizioso sul clima»@.

Disinfezione prima della messa a Tura Mission contro il Covid-19

Premesse: il fallimento della Cop25

L’ultima Conferenza sul clima, svolta a Madrid nel 2019, era stata un insuccesso. Marlowe Hood, corrispondente dell’agenzia Afp, ha individuato cinque possibili motivi del fallimento@: il primo era, a suo dire, la gestione amatoriale dei negoziati, dovuta alla non impeccabile leadership del paese organizzatore, il Cile, che non avrebbe svolto in modo efficace il ruolo di mediatore che è fondamentale in incontri diplomatici di questo tipo.

Il secondo motivo era la presenza ingombrante di lobbisti delle aziende che producono combustibili fossili (la volpe nel pollaio, rimarcava Marlowe), con le conseguenti interferenze in negoziazioni il cui scopo è in larga parte quello di ridurre la dipendenza del pianeta proprio da quei prodotti. Vi era stato poi il «corrosivo effetto-Trump», cioè il disimpegno – per non dire il boicottaggio – sulle questioni climatiche manifestato dagli Usa nel quadriennio della presidenza di Donald Trump. Infine, l’atteggiamento tiepido della Cina che, con il 29% di emissioni di CO2, «ha in mano il destino del pianeta»: alla Cop25 Pechino «ha puntato i piedi e, sostenuta dall’India, ha invocato il principio secondo cui i paesi ricchi devono assumere un ruolo guida nell’affrontare il cambiamento climatico, denunciando il loro fallimento nel mantenere le promesse fatte», vincolando poi al rispetto di queste ultime la propria disponibilità a prendere impegni. Secondo diversi esperti, infatti, la Cina adotterà delle misure significative solo se l’Unione europea confermerà il suo obiettivo di impatto zero entro metà secolo e si impegnerà a ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030.

Infine, concludeva Hood, il fallimento della Cop25 è stato probabilmente il sintomo di una più ampia crisi della cooperazione e del multilateralismo legata all’ascesa di nazionalismi e populismi e alla tendenza dei governi a contrarre la spesa pubblica.

Che cosa dovrà decidere la Cop26

La conferenza di Glasgow dovrà, dunque, riprendere le fila di un dialogo interrotto nel 2019 e puntare a decisioni più ambiziose possibile. A cominciare dall’impegno per mantenere l’aumento della temperatura globale sotto il grado e mezzo, che a sua volta richiede il raggiungimento dell’obiettivo di azzerare le emissioni entro il 2050 e maggior decisione e incisività nel promuovere le alternative ai combustibili fossili.

Se il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi sul clima, deciso dal presidente Joe Biden, e le alluvioni dello scorso agosto in Germania e Belgio@ sono elementi che suggeriscono un’aumentata sensibilità dei governi all’urgenza di reagire al cambiamento climatico, permangono comunque forti resistenze. Durante l’incontro del G20 a Napoli dello scorso luglio, il presidente della Cop26, Alok Sharma, ha riferito alla Bbc@ che il tema del cambiamento climatico è stato in effetti affrontato dalle venti principali economie del mondo – responsabili dell’80% delle emissioni – e si è visto un generale consenso circa la necessità di eliminare il carbone dalla produzione di energia. Purtroppo, Cina e India, due attori di primaria importanza nell’eventuale processo di decarbonizzazione, si sono opposte con decisione.

Altro elemento che rappresenta un’incognita è il ruolo della pandemia sui negoziati della Cop26. Se, da un lato, molte persone nel mondo sembrano aver recepito la pandemia come un motivo di riflessione sulla sostenibilità della presenza umana sul pianeta, dall’altro, opinioni pubbliche le cui economie sono provate da lockdown e restrizioni potrebbero mostrarsi restie ad accettare i costi degli investimenti richiesti per un’efficace transizione verso fonti di energia e stili di vita più sostenibili.

I negoziatori dovranno tenere conto di tutti questi aspetti e anche delle proposte e richieste emerse dal 28 al 30 settembre dallo Youth Summit@ il vertice che ha riunito a Milano 400 giovani, di età compresa fra i 18 e i 29 anni, da 197 paesi – in modo da includere il punto di vista delle generazioni che saranno più esposte alle conseguenze del cambiamento climatico.

Il G20 e la cooperazione

Il G20, o Gruppo dei 20, e gli incontri fra i leader e i ministri dei paesi che lo compongono, ha le sue origini nella necessità di coordinare gli sforzi delle principali economie del mondo per reagire alle crisi finanziarie della fine dello scorso millennio, a cominciare da quella del 1999 che interessò diversi paesi asiatici – Thailandia, Indonesia, Corea del Sud, Malaysia – e si estese poi a Brasile e Russia@.

In quell’anno e per i successivi nove, alle riunioni del G20 parteciparono i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali dei paesi membri. Con la crisi finanziaria del 2008, su iniziativa del presidente Usa George W. Bush cominciarono i vertici del G20 che coinvolgevano i capi di Stato e di governo. Dal 2010 questi incontri hanno cadenza annuale con il paese ospitante che cambia ogni anno@.

Le decisioni prese ai summit non sono vincolanti da un punto di vista giuridico, ma il loro peso politico e di indirizzo può essere molto elevato. Fra i temi connessi alla cooperazione e allo sviluppo che il vertice di Roma dovrà affrontare, vi è la ristrutturazione del debito per i paesi a basso e medio reddito. Nelle economie fragili, l’espansione della spesa pubblica e il maggior indebitamento imposti dalla pandemia rischiano di risultare insostenibili e così, già a novembre dell’anno scorso, i paesi del G20 avevano deciso di congelare il debito. Un provvedimento temporaneo e di emergenza che il summit di Roma dovrebbe tentare di sostituire con un accordo più articolato di riduzione o rinegoziazione@.

Altro tema che dovrebbe ricevere attenzione da parte dei leader del G20 è quello dell’accesso al cibo, dal momento che le persone in condizione di grave insicurezza alimentare sono aumentate dai 690 milioni del 2019 agli 820 milioni attuali, in larga parte a causa della pandemia@.

Il vertice Onu sui sistemi alimentari

Proprio del cruciale tema del cibo si è occupato il vertice Onu sui sistemi alimentari che si è svolto a New York il 23 settembre scorso. Il suo obiettivo, si legge sul sito istituzionale, era di suscitare la consapevolezza che occorre «lavorare insieme per trasformare il modo in cui il mondo produce, consuma e concepisce il cibo»@.

Per sistemi alimentari si intende tutta la «costellazione di attività coinvolte nella produzione, lavorazione, trasporto e consumo di alimenti». Uno dei principali problemi che il vertice intendeva affrontare era quello dei sistemi alimentari fragili e a rischio di collasso, «come milioni di persone in tutto il mondo hanno sperimentato in prima persona durante la crisi del Covid-19».

L’obiettivo era quello di individuare soluzioni e stabilire principi di riferimento che possano guidare il cambiamento di questi sistemi nella direzione di una maggior sostenibilità e garantire a tutti l’accesso al cibo. Alla chiusura di questo articolo (fine agosto 2021, nda) non è possibile dare conto dei risultati del vertice; certamente però le critiche che hanno preceduto il suo svolgimento sono state numerose e aspre.

Il prevertice di luglio e le critiche

Queste critiche sono emerse già in occasione del prevertice che si è svolto alla Fao nel luglio scorso, attraverso prese di posizione come quelle della piattaforma Csm (Civil society and indigenous peoples’ mechanism)@ che riunisce organizzazioni della società civile attive nella lotta all’insicurezza alimentare e alla malnutrizione: nonostante affermi di essere un «vertice del popolo» e un «vertice delle soluzioni», è l’accusa del Csm, questo summit favorisce piuttosto una maggiore concentrazione nelle mani delle multinazionali, promuove catene del valore globalizzate insostenibili e rafforza l’influenza dell’agroindustria sulle istituzioni pubbliche. E lo fa proponendo «false soluzioni, come i modelli falliti degli schemi volontari per la sostenibilità aziendale, soluzioni “naturali” che includono tecnologie rischiose come gli organismi geneticamente modificati e la biotecnologia e l’intensificazione sostenibile dell’agricoltura». Queste soluzioni, continua il Csm, non sono né sostenibili, né abbordabili per i produttori alimentari su piccola scala e non affrontano le ingiustizie strutturali come l’accaparramento di terre e risorse, l’abuso di potere da parte delle grandi aziende e la disuguaglianza economica.

Anche il Vaticano ha preso posizione nel dibattito. Nel suo intervento al prevertice, il cardinale Peter Kodwo Turkson, prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, ha ricordato che per individuare soluzioni davvero sostenibili è opportuno guardare ai popoli indigeni e alla loro capacità di adattare i metodi di coltivazione alle condizioni che via via si presentano, mentre occorre porre un freno all’opposto tentativo di spazzare via queste conoscenze: «L’utilizzo delle tecniche tradizionali si è dimostrato fondamentale per la vitalità e la resilienza delle colture e delle specie alimentari indigene, mentre l’introduzione di specie straniere, accompagnate da fertilizzanti, pesticidi, erbicidi, “compromette gravemente questa vitalità, e l’agricoltura tradizionale locale in Africa lo dimostra”»@.

Chiara Giovetti