Turchia. Minoranze e dialogo

Le minoranze afflitte da discriminazioni giuridiche. Le difficoltà post terremoto. I luoghi delle prime comunità cristiane, ormai quasi privi di cristiani. I pellegrinaggi come occasioni di incontro e dialogo tra fedi. La Turchia, sempre più islamista, di Erdogan.

«L’ecumenismo e il dialogo interreligioso, […] vengono vissuti da noi nella nostra quotidianità», ha detto monsignor Antuan Ilgit nel novembre scorso ai media vaticani. Il gesuita, amministratore apostolico di Anatolia, primo vescovo cattolico di nazionalità turca, da poco nominato da papa Francesco a succedere al confratello monsignor Paolo Bizzeti, fotografa così i rapporti tra le fedi in Turchia. Il dialogo tra le confessioni all’interno della minoranza cristiana, e con le altre fedi, a partire dall’islam sunnita, è parte della vita quotidiana in questo Paese centrale nello scacchiere geopolitico globale.

In Turchia, la libertà religiosa sulla carta è garantita, e, come constatiamo in prima persona, gli stranieri che vi arrivano sono accolti con favore. Ma, nella quotidianità dei cittadini, i problemi sono enormi. A partire dalla difficoltà di costruire nuove chiese o aprire seminari.

«La discriminazione sistematica delle minoranze religiose in Turchia è per lo più di tipo giuridico, non cruento, ma il risultato, a lungo termine, sembra essere ugualmente grave», denuncia la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) nel suo ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo.

La popolazione turca, di circa 85 milioni di persone, conta una maggioranza assoluta di musulmani sunniti. Per il governo, questi rappresentano il 99%, benché circa 10-25 milioni di essi (secondo l’Uscirf, United states commission on international religious freedom) siano in realtà aleviti, il cui credo, di derivazione sciita, non è riconosciuto, ed è anzi osteggiato nel Paese. Il resto della popolazione, meno dell’1%, è costituita da cristiani ortodossi greci e siriaci, cristiani cattolici romani e caldei, cristiani armeni apostolici e protestanti, baha’i, ebrei, yazidi, testimoni di Geova e altri. Anche l’Uscirf spiega che «le condizioni della libertà religiosa in Turchia sono preoccupanti, con il perpetuarsi di politiche governative restrittive e intrusive sulla pratica religiosa e un netto aumento degli episodi di vandalismo e violenza sociale contro le minoranze. Il governo continua, inoltre, a interferire indebitamente negli affari interni delle comunità religiose».

Nicea, luogo (presunto) del concilio del 325 (foto Vicariato di Roma)

Nicea 325

A fine maggio, si celebrano nel Paese i 1.700 anni del Concilio di Nicea. Un’occasione per rafforzare il dialogo ecumenico tra le confessioni cristiane, e anche quello tra le diverse fedi.

«Le autorità della Turchia – riferisce il vescovo di Istanbul, monsignor Massimiliano Palinuro – ci hanno mostrato i loro progetti per Nicea. La zona, da questo 2025, sarà attrezzata per accogliere i pellegrini e rendere fruibile il sito archeologico del luogo nel quale si celebrò il primo Concilio ecumenico».

È chiaro che, al di là degli interessi storici o culturali, quello principale per la Turchia riguarda il turismo religioso. Quest’ultimo, infatti, dopo il 7 ottobre 2023, a causa della guerra tra Israele e Hamas a Gaza che ha reso più difficili i viaggi nella terra di Gesù, si è spostato verso l’Anatolia, la terra dove, per la prima volta, i membri della Chiesa furono chiamati cristiani.

Allo stesso tempo è vero che, come ci dice padre Alessandro Amprino, cancelliere dell’arcidiocesi di Smirne, «la Chiesa ha la possibilità di crescere nel dialogo con chi non è cristiano».

Il dialogo è sempre stato al centro della pastorale di monsignor Antuan Ilgit: «In questa terra, già da secoli – ha detto al momento della sua ordinazione episcopale nel 2023 -, si sperimenta il dialogo e il cammino tra le differenti realtà cristiane nella quotidianità, condividendo le stesse sorti, gioie e dolori. E lo stesso vale per il dialogo interreligioso con l’islam».

Suor Rebecca Nazzaro (foto Vicariato di Roma)

Pellegrinaggi e incontro

Un volano di incontro e dialogo sono i pellegrinaggi in crescita, soprattutto quelli cattolici.

L’Opera romana pellegrinaggi (Orp), per esempio, propone viaggi nella terra dei Concili e, in particolare, a Nicea.

Suor Rebecca Nazzaro, responsabile dell’Orp, sottolinea come Nicea sia «il luogo che papa Francesco ha indicato come importantissimo da ricordare. Quest’anno sono 1.700 anni dal Concilio nel quale è stata proclamata la divinità di Cristo Gesù nell’unità della Chiesa. […] è il fondamento del Credo che recitiamo tutte le domeniche a messa». Ma i pellegrinaggi interessano molte zone della Turchia. Il Paese è, infatti, ricchissimo di tracce delle prime comunità cristiane che qui si sono sviluppate grazie a san Paolo, san Nicola, san Pietro e san Giovanni.

La Madonna di Efeso, venerata dai musulmani

Efeso. Foto di Diego Allen su Unsplash

Visitiamo a Efeso, nella provincia occidentale di Smirne, un santuario cristiano, frequentato soprattutto dai musulmani: è quello di Meryem Ana, la Casa di Maria, il luogo nel quale tradizionalmente la Madonna visse dopo la morte di Gesù, insieme all’apostolo Giovanni.

Efeso è, dunque, un ponte tra islam e cristianesimo. Lo è Meryem Ana, ma anche il grande parco archeologico dove si trovano i resti della prima basilica dedicata alla Madonna, come anche l’anfiteatro nel quale predicava san Paolo agli efesini.

Oggi, nella terra dove si sono sviluppate le prime comunità di seguaci di Cristo, i cristiani sono pochissimi, non possono celebrare ovunque e, soprattutto, non possono svolgere una vera e propria opera missionaria.

Tuttavia, si vedono germogliare, anche grazie ai pellegrinaggi e al turismo religioso, semi di dialogo e rispetto reciproco.

A raccontarci la devozione delle famiglie islamiche per la Madonna di Efeso sono Caterina e Antonietta, laiche consacrate della famiglia delle Discepole di Maria e dell’apostolo Giovanni.

Entrambe hanno lasciato l’Italia, rispettivamente Salerno e Avellino, dieci anni fa per la Turchia, e da nove vivono a Efeso.

«Per i musulmani, questo posto è un “ibadet yeri”, un luogo sacro, benedetto. Infatti, nel Corano c’è una Sura – ricorda Antonietta – che dice che Maria è la donna più santa tra tutte le donne. E molti musulmani si affidano a lei per avere un bambino. Ci è capitato di incontrare alcune donne musulmane, venute qui per ringraziare la Madonna dopo aver chiesto la grazia di un figlio».

«La Casa della Madonna è un po’ come un ponte tra il cristianesimo e l’islam. Qui pregano sia cristiani che musulmani, e questo è un segno che nella casa di Maria c’è qualcosa di particolare», ci confidano le consacrate.

Antiochia, i segni del sisma

Antiochia, il cartello che indica la chiesa cattolica (© Manuela Tulli)

Il cartello stradale con l’indicazione «katolik kilisesi», Chiesa cattolica, porta in un vicolo stretto e anonimo di Hatay, l’antica Antiochia, all’estremo Sud del Paese. L’ingresso dell’edificio è sobrio come quello delle tante case basse del borgo.

Da qui, Aleppo, in Siria, dista un centinaio di chilometri. Istanbul, invece, 1.100.

Nel convento dei cappuccini vivono dieci frati, sia italiani che di altri Paesi.

Uno dei saloni della casa è stato sistemato con icone e altare per poter celebrare la messa. Questa casa chiesa, intitolata ai santi Pietro e Paolo, è l’unico luogo di culto cattolico in città.

Ad Antiochia, dove i discepoli di Cristo furono per la prima volta chiamati «cristiani», e dove vissero san Pietro e san Paolo, oggi i cattolici sono un centinaio, mentre complessivamente i cristiani sono poco più di un migliaio. Ci sono una decina gli ebrei, mentre, per il resto, la città di 1,2 milioni di abitanti è musulmana.

Oggi, a distanza di due anni dal terribile sisma che colpì l’area, Antiochia resta in gran parte un cumulo di macerie. Sulle rive dell’Oronte sono al lavoro gru per ricostruire la città, ma gran parte della popolazione vive ancora nei centri di accoglienza temporanei o nei villaggi vicini, ospiti di parenti e amici.

Quel 6 febbraio del 2023, quando la Turchia, insieme alla vicina Siria, fu colpita da uno dei terremoti più violenti della storia, la casa dei cappuccini rimase in piedi. Con molti danni, ma niente al confronto con la distruzione attorno.

In questo convento, ha vissuto in missione per quasi 35 anni padre Domenico Bertogli, che da qualche tempo si è trasferito a Istanbul: «Ad Antiochia c’è sempre stato dialogo e rispetto», ci ha detto il frate, oggi quasi novantenne, da 58 anni missionario in Turchia. Lui ad Antiochia ha celebrato «ventisei battesimi» in famiglie non cristiane. «La convivenza c’è sempre stata, è importante però che il dialogo parta dalla propria identità. Io dico sempre: questa è la mia fede. Ma senza proporre e imporre nulla».

Padre Bertogli conserva ancora oggi un Corano regalatogli da una donna musulmana.

Il terremoto del febbraio 2023 ha ridotto in polvere anche un’antichissima moschea di Hatay che, per la sua storia, rappresentava un simbolo di questo proficuo dialogo tra le fedi. Risaliva al VII secolo, ed era dedicata, forse unico caso al mondo, a un «santo» cristiano, Habib-i Nejjar, che, secondo la tradizione, fu punito e martirizzato perché cercò di proteggere e nascondere san Paolo e san Barnaba arrivati in città.

L’imam della moschea, che avevamo incontrato a novembre del 2022, tre mesi prima del terremoto, spiegava che Habib-i Nejjar era venerato dai musulmani proprio per il gesto di generosità nei confronti dei cristiani.

Anche a Iskenderun, a circa 50 km a Nord di Antiochia, restano le ferite del terremoto. «Non se ne parla più – dice monsignor Antuan Ilgit ai media vaticani -, ma la situazione rimane tuttora grave con una precarietà evidente anche qui, dove c’è la sede del nostro vicariato. Il governo turco sta cercando di fare la sua parte: il terremoto ha colpito una zona geograficamente enorme.

Noi abbiamo ancora la nostra cattedrale da ricostruire, e siamo costantemente in contatto con le autorità locali e centrali cercando di superare alcune difficoltà burocratiche».

Antiochia, il convento dei Cappuccini dopo il terremoto del 3 febbraio 2023 (foto Cappuccini Antiochia)

Tarso, città museo

Pozzo di San Paolo a Tarso

Conta i danni del terremoto anche Tarso, la città natale di san Paolo. La chiesa a lui dedicata è oggi un complesso monumentale usato per concerti ed eventi culturali, e per visitarla si paga un biglietto di ingresso.

Non è possibile celebrarvi la messa: i pellegrini cattolici, fino a qualche anno fa, potevano farlo nel convento delle suore della Congregazione delle figlie della Chiesa che avevano adibito una stanza della loro abitazione per il culto. Erano in tre fino al gennaio 2021, quando il Covid si è portato via una di loro, suor Maria Concetta Mustacciu.

Al momento a Tarso non c’è più neanche quella presenza.

«Dire cosa “facciamo” a Tarso – raccontavano le religiose sul portale della loro Congregazione -, città completamente islamica, non è cosa facile. Accogliamo i pellegrini che passano sulle orme di Paolo. Nessun altro tipo di attività è possibile qui, ma noi siamo convinte che la nostra missione non è quella di fare; è semplicemente una missione di presenza: esserci e basta».

Anche il pozzo di san Paolo, all’ingresso della città, è più un’attrazione turistica che un luogo di devozione. Un tempo, quando Tarso era a maggioranza cristiana, si credeva che quell’acqua potesse guarire.

La difficoltà di «vivere», e non solo visitare, i luoghi santi della cristianità resta un vulnus nei pellegrinaggi che spesso fanno riferimento solo alle pietre del passato più che alle «pietre vive» dell’oggi. Il contrario di quello che accade, per esempio, in Palestina, dove i cristiani sono pochi, ma la memoria dei luoghi è vissuta anche grazie alla possibilità di pregare e partecipare alle celebrazioni.

Padre Domenico Bertogli (© Manuela Tulli)

Nonostante le difficoltà, comunque, il dialogo resta un obiettivo forte. È in questa ottica che la comunità francescana in Turchia ha organizzato per il prossimo autunno, dal 12 al 25 ottobre 2025, un incontro di formazione per il dialogo interreligioso ed ecumenico che si terrà presso il Convento di Santa Maria Draperis, a Istanbul.

«Questo programma – spiega fra Eleuthere Makuta – è stato iniziato dall’Ordine Francescano 19 anni fa per continuare il dialogo nello spirito di san Francesco, e coerentemente con gli sforzi di papa Francesco per promuovere la pace e l’armonia tra le nazioni e le religioni». Inoltre, fa notare il francescano, «il 2025 è l’anno giubilare nel quale si commemorano anche gli 800 anni del Cantico delle Creature di san Francesco. Avremo l’opportunità di ascoltare persone che condivideranno le loro esperienze, e i partecipanti stessi che visiteranno vari luoghi per acquisire esperienze di dialogo interreligioso ed ecumenico».

Monsignor Massimiliano Palinuro, vescovo di Istambul
(© Manuela Tulli)

I limiti alla libertà

In questa ricerca di concordia, non mancano gli attriti.

La trasformazione, a Istanbul, della basilica di Santa Sofia in moschea nel 2020 è stata uno di questi. Già basilica cristiana, nel 1453 Santa Sofia fu convertita dagli ottomani in moschea. Nel 1935, durante la repubblica laica di Atatürk, fu trasformata in museo. Nel 2020 è tornata a essere una moschea.

Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ad agosto 2020, qualche giorno dopo la decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha detto: «Siamo stati feriti dalla conversione della basilica di Santa Sofia e della chiesa di Chora in moschee. […] Questi due monumenti unici di Costantinopoli furono costruiti come chiese cristiane. Esprimono lo spirito universale della nostra fede».

Altra ferita è quella degli attentati nelle chiese da parte di fondamentalisti islamici.

Anche se sporadici, sono il segno di una certa insofferenza nei confronti della minoranza cristiana. Aiuto alla Chiesa che soffre, al proposito denuncia: «In Turchia, la piccola comunità cristiana, lo 0,2% della popolazione, è oppressa a causa della progressiva reislamizzazione della società. Attacchi contro le chiese, arresti ingiustificati, impossibilità di ottenere il pieno riconoscimento giuridico delle Chiese cattolica e protestante, proibizione di costruire i seminari delle Chiese cattolica, armena e greco ortodossa, ripetute offese contro la cultura cristiana: sono solo alcune delle preoccupanti manifestazioni di questo pericoloso connubio fra islamismo di Stato ed estremismo di alcuni gruppi sociali».

Ma ci sono anche altri ostacoli al dialogo: «L’educazione religiosa – si legge nell’ultimo Rapporto di Acs – è obbligatoria nelle scuole pubbliche primarie e secondarie, nelle quali viene insegnato esclusivamente l’islam sunnita. Gli studenti di fede cristiana o ebraica possono essere esentati […], previa esplicita richiesta dei loro genitori. Il governo continua a rifiutarsi di concedere tale possibilità anche agli aleviti e agli appartenenti ad altre fedi, che sono invece tenuti a frequentare le lezioni di islam sunnita».

A sottolineare la difficoltà di muoversi in queste ristrettezze giuridiche è anche monsignor Paolo Bizzeti, ex amministratore apostolico del vicariato di Anatolia, innamorato della Turchia fin dalla sua giovinezza. Ci confida che, durante i suoi tanti anni in Turchia, ha assistito a un crescente interesse dei turchi per il cristianesimo: «In ogni parrocchia ci sono dei turchi che chiedono di diventare cristiani». Questi processi, però, non sono facili, perché le persone «hanno bisogno di un accompagnamento e non sempre è possibile offrirglielo».

Bizzeti parla della libertà religiosa e spiega: «La Chiesa cattolica in Turchia non ha personalità giuridica, come non ce l’ha la Caritas. Non si possono costruire cappelle, erigere seminari, ed è anche difficile a volte ottenere permessi di soggiorno per gli operatori pastorali».

Tutto è ancora legato al Trattato di Losanna del 1923, firmato alla fine della prima guerra mondiale. In quell’accordo, la religione cattolica non venne parificata all’islam. «Questo Trattato ha oltre cento anni. Non credo che la Turchia lo voglia mettere in discussione – dice Bizzeti -. E noi?».

Manuela Tulli

Effetti del terremoto a Kahramanmaraş
© Croce rossa spagnola



Siria. Futuro dei cristiani ancora incerto

 

Dopo due mesi dalla caduta del regime di Assad, la nuova Siria sta prendendo forma. Il superiore dei francescani di Aleppo, padre Bahjat Karakash: «Permangono segni contraddittori, serve la solidarietà di tutti, non dimenticateci».

Il futuro dei cristiani in Siria è ancora incerto. I segnali sono contrastanti. Da una parte ci sono le rassicurazioni della nuova guida Al-Jolani che, in una intervista all’Osservatore Romano, ha espresso il suo apprezzamento per Papa Francesco e ha assicurato che i cristiani saranno considerati una componente essenziale della nuova Siria; dall’altra ci sono ancora le discriminazioni che si registrano nei piccoli villaggi, lontano dalla Damasco sulla quale sono puntati i riflettori della comunità internazionale e dei media.

“Non è ancora il momento di dimenticarsi della Siria”, dice padre Bahjat Karakash, parroco latino e il superiore dei francescani di Aleppo. Nei giorni dell’avanzata dei ‘ribelli’ è stato in prima linea per aiutare le persone che erano rimaste senza cibo, acqua, elettricità. Poi la caduta di Bashar Al-Assad, vissuta come una liberazione, anche dai cristiani che pure avevano goduto di una certa protezione da parte del tiranno. Ora questa fase segnata ancora da incertezza. “La Siria continua a vivere momenti di grande instabilità e le tensioni geopolitiche rischiano di compromettere ulteriormente il futuro della nostra terra”, riferisce il francescano parlando di “un Paese ancora diviso, dove la regione nord est è ancora sotto controllo delle milizie curde, sostenute dagli Usa, mentre al sud assistiamo all’espansione della presenza militare israeliana, vicino alle alture del Golan, una mossa che continua a suscitare nuove preoccupazioni per un possibile aumento delle tensioni nella regione”.

C’è poi la difficile situazione economica per un Paese vessato da anni di guerra e distruzioni: “l’instabilità della lira siriana rende quasi impossibile le operazioni economiche, tutte le attività sono quasi ferme e il tasso di disoccupazione continua a crescere… E anche la sicurezza continua ad essere una reale preoccupazione: furti, omicidi, vendette, rapimenti, sono all’ordine del giorno”.

Ma “nonostante queste difficoltà, c’è un segnale di speranza che nasce dal cuore della nostra società. Sempre più i siriani, compresi i nostri giovani cristiani, stanno cominciando a interessarsi attivamente alla politica, spinti dalla volontà di contribuire alla rinascita del loro Paese”. Per questo, pure in una fase così precaria, la Chiesa cattolica di Aleppo ha avviato un’importante iniziativa: serate pubbliche settimanali dedicate alla formazione sulla dottrina sociale della Chiesa. Al centro dell’iniziativa anche “i valori di giustizia, solidarietà e pace, fondamentali per costruire un futuro migliore”.

Padre Bahjat cerca di veicolare questi valori anche attraverso il suo canale youtube, Add Alsama, che più meno suona come un invito a guardare al Cielo, ed è la voce dei cristiani in Siria. «Dopo la caduta del regime e l’inserimento di materiale sulla dottrina sociale, abbiamo visto un aumento esponenziale dei nostri followers, segno dell’interesse che i siriani hanno per queste tematiche e della loro sete per una dottrina che li aiuti a essere parte attiva nel processo politico che è in atto».

Infatti, nonostante le incertezze e le difficoltà, le persone possono ora confrontarsi abbastanza apertamente, mentre prima era finanche proibito avere proprie idee sulla politica e la società, come spiegano dalla Chiesa di Aleppo.

Ma per i cristiani restano le paure di fronte ad «alcuni segni di islamizzazione che cominciano a palesarsi»: dalla richiesta ad alcune donne cristiane di indossare il velo a quella agli autisti di togliere simboli religiosi cristiani. Ci sono però anche «giovani musulmani che distribuiscono fiori davanti allee chiese invitando a ricostruire insieme il Paese».

Nelle scorse settimane è arrivato in visita ad Aleppo il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero delle Chiese orientali, inviato da papa Francesco come segno di vicinanza alle comunità locali. «Ha sottolineato il ruolo cruciale che i cristiani possono e devono avere nella ricostruzione della Siria, esortando tutti a lavorare insieme per un domani di riconciliazione e speranza. Le sue parole hanno infuso nuova fiducia in una comunità che, nonostante le sfide, continua a sognare un futuro di pace e unità».

Tra i segnali di speranza c’è il coinvolgimento di Hind Aboud Kabawat, donna e cristiana, nel Comitato di sette persone (cinque uomini e due donne) incaricato di preparare l’annunciata Conferenza nazionale della Siria, l’assemblea che dovrebbe avviare il processo per la formulazione di una nuova Costituzione e la definizione del nuovo assetto istituzionale del Paese mediorientale.

Nel frattempo, però, «è ancora troppo presto perché il mondo si dimentichi della Siria: abbiamo una lunga strada da percorrere prima di raggiungere uno stato stabile e di diritto. Senza la solidarietà di tutti non potremo affrontare le immense sfide che ci aspettano”, conclude padre Karakash.

Manuela Tulli




Brasile. Il tè del padre


Frei Gabriel è un giovane francescano della metropoli paulista. Con i suoi confratelli distribuisce pasti ad affamati e senzatetto che ogni giorno, a centinaia, fanno la fila davanti al suo convento.

San Paolo. «Questa città è estenuante. È più facile rubare che chiedere l’elemosina», dice un senzatetto a un altro, dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto alla richiesta di una moneta.

Ci sono quarantamila senza tetto nella città di San Paolo del Brasile, la metropoli più grande d’America. Il suo centro storico è un posto dove nessuno ti raccomanda di andare.

Praça da Sé, il piazzale che si estende di fronte alla cattedrale neogotica, è il luogo di ritrovo di centinaia di senzatetto (população em situação de rua). In gran parte uomini, vivono accampati in tende o piccole baracche, avvolti nelle coperte grigie, tutte uguali, distribuite dal comune, chiedono l’elemosina, vendono oggetti recuperati chissà dove, giacciono stesi senza sensi sotto gli effetti del crack. Cenciosi, a volte, si accalcano attorno a un predicatore che declama versetti della Bibbia e alza la voce quando nomina «il diavolo, il male!».

Tra le tende, si scorgono anche persone che sono arrivate lì da poco, hanno portato con sé un comodino, o una pentola, ricordo di una vita di piccole comodità che hanno perso da poco. Ci sono anziani, migranti venezuelani, persone transessuali. Praça da Sé è il ritrovo di coloro che sono scivolati sotto la linea della povertà in una città che è il motore economico del Brasile, la più ricca d’America Latina. Una ricchezza che però lascia senza nemmeno un pasto al giorno quasi sette milioni di persone solo nello stato di San Paolo, 33 milioni in tutto il paese.

Celebrazione della messa all’interno della chiesa dei francescani. Foto Mauricio Zina.

Centinaia in fila per un pasto

A duecento metri dall’accampamento di Praça da Sé, si creano lunghe file di senzatetto. Si mettono in coda per ricevere i tre pasti al giorno che distribuisce il convento francescano di Largo São Francisco.

«Ma non è solo un pasto caldo. Offriamo assistenza sociale, giuridica e psicologica. E anche attività culturali, laboratori di musica e pittura. Questo è il “Tè del padre” (Chá do padre), un’attività che esiste dal 1640», spiega Frei Gabriel, 25 anni, frate del convento di Largo São Francisco, «un sostegno integrale, parte del progetto Sefras – Ação social franciscana, alle persone che vivono in strada, a tutti coloro che chiedono aiuto». Vengono distribuiti circa duemila pasti al giorno, spiega Frei Grabriel. Molti di coloro che vanno al Tè del padre, sono persone con dipendenze da sostanze chimiche, soprattutto crack.

«Il nostro lavoro non è solo allontanarle dalla droga, ma capire perché la cercano. Quasi sempre c’è un dolore, un divorzio, un figlio che abbandona il padre. Nel momento del pasto, parliamo. Una persona mi ha fatto un ritratto, un’altra mi ha dedicato una poesia. Certo, è un lavoro difficile perché è un accompagnamento personale. Sono tanti e non riusciamo a seguire tutti. Quando vado in giro per la città senza il saio, qualcuno di loro mi riconosce, “pace e bene” mi gridano e mi salutano con la mano. San Francesco diceva: “Prega sempre il Vangelo. E, se necessario, usa le parole”. Vuol dire che si può pregare ascoltando l’altro, è quello che cerchiamo di fare», racconta Frei Gabriel.

Conciliare studio e vocazione

Primo piano di frei Gabriel del convento di San Francesco, a San Paolo. Foto Mauricio ZIna.

Statura piuttosto bassa, i capelli ricci neri, la barba e un paio d’occhiali con la montatura rotonda, Frei Gabriel ha uno sguardo sereno e curioso. È il più giovane del convento, parla con molta calma, sceglie con attenzione le sue parole per spiegare perché un ragazzo della periferia di San Paolo ha deciso di essere frate francescano nel Brasile del 2022.

«Da bambino sognavo di fare l’insegnante, non immaginavo di diventare un frate. Sono sempre stato curioso verso i libri. A casa mia c’erano quelli che usava mio padre per studiare, ha completato la scuola da adulto, quando io ero già nato. E mi ricordo un suo libro di geografia, lui studiava le mappe e io già conoscevo tutte le capitali. A scuola ero il secchione. Alle superiori, ho fatto un istituto tecnico, una specializzazione in chimica, pensavo di studiare ingegneria chimica, o qualcosa di simile. Finché un giorno, la mia insegnante di portoghese mi disse “ma sei matto? Tu devi studiare materie umanistiche”. Così decisi di studiare psicologia, ma non mi vedevo a fare terapia, volevo fare ricerca. Poi ho conosciuto i frati francescani. Per circa un anno ho partecipato ai loro incontri qui a San Paolo e ho capito che potevo conciliare il desiderio di studiare con la vocazione religiosa».

«Sono entrato nel seminario di Santa Catarina, nel Sud del Brasile, ho girato alcune case francescane e da aprile 2021 vivo qui nella casa di Largo São Francisco. A fine 2022 andrò in un’altra casa, a Petropolis, a Rio de Janeiro, per studiare teologia. Ma ho deciso: non voglio essere prete. Voglio seguire il cammino religioso, ma desidero studiare anche altre cose, psicologia, scienze sociali e filosofia. Ho anche una tesi in mente», si entusiasma Frei Gabriel.

Momento di raccoglimento e preghiera di una fedele. Foto Mauricio Zina.

Meglio evitare le «letture binarie»

«Voglio studiare l’opera di un critico letterario francese in relazione con gli studi di Focault sulla follia, sulla saggezza dei matti. Nel medioevo i matti erano coloro che rivelavano il divino, mentre con l’uomo moderno si abbandona questa visione. I miei studi filosofici, le letture di Nietzsche, mi hanno insegnato che bisogna superare le letture binarie “male-bene, nero-bianco”, così si può avere una visione più positiva dell’uomo, come un essere complesso».

«Come si relaziona lo studio con la tua vita religiosa?», gli chiedo. «I miei studi mi hanno generato crisi esistenziali, non crisi vocazionali. Anzi, spesso mi chiedevo cosa ci stessi a fare al mondo, quale fosse la mia missione. Alcuni pensano che la filosofia vada contromano rispetto alla religione, ma per me è stato il contrario: lo studio della filosofia abbraccia il mio io religioso:
il Gabriel con il saio è lo stesso Gabriel che è nato nella periferia di San Paolo. In quella periferia, ho perso molti amici, quelli della scuola sono morti o sono in carcere. È triste, ma è quello che sarebbe potuto succedere anche a me se avessi preso un altro cammino. Siamo cresciuti nello stesso posto, frequentavamo le stesse persone. Ringrazio Dio e i miei genitori che mi hanno aiutato a scegliere, anche se forse in modo non cosciente».

Cosa significa essere francescano

Chiedo a Frei Gabriel perché abbia scelto l’ordine dei Francescani. «Innanzitutto, per la fratellanza. La vita fraterna significa che tutto è comune: il cibo, la cassa, il lavoro. Se io lavoro come insegnante, metto il salario nella cassa comune. Il ciabattino, che guadagna anche solo un centesimo, lo mette nella cassa comune. Tutti contribuiscono e tutti prendono solo quello di cui hanno bisogno».

«E poi, perché i Francescani sono l’ordine dei minimi: non sono il detentore della verità, non faccio qualcosa per gli altri, ma insieme agli altri. Per esempio, noi non abbiamo capi. Siamo tutti fratelli. Al massimo, c’è il primo tra i fratelli, il più anziano, il più istruito, ma non abbiamo leader. Qui, in questa casa, non c’è un superiore, c’è un fratello che coordina, che decide di ridipingere la parete», dice indicando la parete bianca del refettorio dove ci troviamo per l’intervista. «Le decisioni le prendiamo in assemblea, nel capitolo della casa, e quel che decide il capitolo è ciò che conta».

«Sono i valori che abbiamo ereditato dalla tradizione di San Francesco, che era un cavaliere medievale. La nostra cultura della semplicità viene dal cameratismo dei cavalieri, dall’uno per tutti, tutti per uno. E oggi riproduciamo e attualizziamo quei valori», afferma Frei Gabriel.

Chiedo se, a parte la crisi dei fedeli, ci sia anche una crisi vocazionale nel clero in Brasile. «Sì – risponde -, e per tanti motivi. Uno è storico: anticamente i religiosi erano gli unici che potevano accedere allo studio, avere opportunità di vita indipendentemente dal contesto sociale di nascita. Oggi non è così, ci sono più opzioni. Ma ci sono anche altri cambiamenti, nel modo di intendere la vita religiosa».

L’entrata del convento di San Francesco, a San Paolo. Foto Mauricio Zina.

«Ma questo Non è peccato»

«Per noi francescani, è cambiato anche il concetto di Chiesa. Con il Concilio Vaticano II, gli ordini sono tornati al carisma originale dei padri fondatori. Abbiamo ripreso a leggere i testi di San Francesco e di coloro che l’hanno conosciuto».

«Ti faccio un esempio – continua Frei Gabriel -. Il nostro convento è un punto di riferimento per le confessioni, le persone vengono qui da quartieri lontani. Ma perché vengono fin qui, se hanno una chiesa più vicina a casa? Perché, credo, noi francescani siamo “carne e ossa”, siamo comprensivi. A volte, ti capita un tipo molto rigido, puritano, che vuole confessarsi: “Perché non ho pregato la quaresima di San Michele all’alba”, dice, “ma se lavori tutto il giorno, non è peccato”, lo rincuoriamo noi. Mentre, magari, un altro confessore gli direbbe di fare qualche preghiera per recuperare, rafforzando così l’idea del peccato. Quando qualcuno ci dice che è posseduto dal diavolo, noi ci concentriamo innanzitutto sui problemi psicologici, prima che su quelli spirituali», conclude Frei Gabriel.

Federico Nastasi

Gli autori

  • Federico Nastasi, ricercatore e giornalista freelance, vive in America Latina, collaborando con media e centri studi, in italiano
    (Il Manifesto, Espresso) e spagnolo (El País, Brecha semanario). È coautore di Macondo, un podcast sull’America Latina prodotto da Treccani.
  • Mauricio Zina (Montevideo, 1987), fotogiornalista, lavora per vari media uruguayani e internazionali su temi di carattere politico e sociale. Il suo sito: www.mauriciozina.com

Un francescano benedice una fedele. Foto Mauricio Zina.


Chiesa cattolica e le nuove Chiese evangeliche

La sfida

In Brasile, il paese con più cattolici al mondo, da decenni vive un cambio religioso importante. Negli anni Settanta, i cattolici erano il 92%, oggi sono il 45%. Nello stesso periodo di tempo, gli evangelici sono passati dal 5% al 30%. Nel prossimo decennio, dicono le statistiche, saranno il primo gruppo religioso del paese. Il cambio avviene soprattutto attraverso le conversioni: si nasce cattolici, ci si converte al culto evangelico.

«In Brasile, come in tutta l’America Latina, chi crede diversamente, l’altro religioso, è uno di noi», scrive Gustavo Morelo, sociologo delle religioni. «Non è uno straniero che viene da un altro paese e che trasforma la nostra identità religiosa, come magari avviene in Europa. È un nostro prossimo, è mia sorella, mio fratello, un mio parente che si converte».

E generalmente, le conversioni avvengono in giovane età, prima dei 25 anni.

Secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 54% dei protestanti in Brasile afferma di essere stato battezzato cattolico. Ma perché si convertono? Secondo il sondaggio, la spiegazione più comune è che cercano una connessione più intima con Dio, un culto diverso, una chiesa più utile ai suoi membri.

«Quello pentecostale è un successo sociologico, non teologico», scrive Clara Mafra, antropologa, che ha studiato l’ascesa dei pentecostali in Brasile. La trasformazione religiosa del paese è conseguenza della trasformazione urbanistica: la crescita delle città e il contemporaneo abbandono delle campagne. A San Paolo vivono venti milioni di persone, sette a Rio de Janeiro. Le metropoli sono diventate immense, attorniate da gigantesche zone periferiche, dimenticate dallo stato e, a volte, anche dalla Chiesa cattolica. La segregazione sociale e urbana, non la povertà, è una chiave del successo pentecostale. E le chiese evangeliche hanno trasformato queste periferie da «terre di nessuno, in un luogo almeno abitabile», scrive Mafra.

Le persone che aderiscono alle chiese entrano in una comunità e si sentono valorizzate. A Vila Misionaria, periferia Sud di San Paolo, ho chiesto a una fedele neopentecostale cosa le piacesse del culto evangelico: «Mi piacciono le feste, i canti, gli incontri che altrove non potrei fare. Se non ci fosse la Chiesa, resterei da sola a casa a guardare la tv», mi ha detto. Il pastore che apre la chiesa in un garage o anche nel suo salotto di casa viene dal quartiere, ha dei figli che frequentano la (pessima) scuola pubblica della zona e nessun parco dove andare a giocare, una moglie che ha avuto a che fare con la sanità pubblica, e ogni giorno fa tre ore di viaggio su mezzi pubblici.

In Brasile, come nel resto dell’America Latina, quella evangelica è un’importante trasformazione religiosa e sociale. E una grande sfida per la Chiesa cattolica.

Fe.Na.

Momento di preghiera di una fedele. Foto Mauricio Zina.