Giordania. Il lento esodo dei cristiani

Il Paese islamico è stretto tra Israele, Siria, Iraq e Arabia saudita. Unico finora in pace nell’area, ospita milioni di profughi. La piccola e antica comunità cristiana vive libertà di culto, ma non di religione. Resiste alle difficoltà, sebbene il rischio della diaspora sia grande.

Fuheis, cittadina a una trentina di chilometri a est del fiume Giordano e a quindici a nord ovest di Amman, la capitale della Giordania, è immersa in un ambiente rurale e montano.

La via principale è costellata di punti di ristoro, diversi dei quali richiamano anche il cibo italiano, dalla pizza alla pasta.

Tra i negozi, ci sono quelli che vendono articoli religiosi, statue per adornare giardini e case, rosari e presepi. Su circa quarantamila abitanti, oltre il 90 per cento sono cristiani.

«Nella piazza principale, ogni anno a dicembre facciamo un grande albero di Natale, e arrivano da tutto il Paese per ammirarlo», dice padre Paul Haddad, parroco della Chiesa greco cattolica melchita di Fuheis.

Nella città, nell’arco di pochi chilometri quadrati, sono presenti cinque chiese di rito cattolico latino e melchita, oltre agli ortodossi.

«I cristiani sono qui da duemila anni, e ancora oggi si celebrano decine di battesimi e matrimoni», sottolinea padre Paul, spiegando che tra i fattori che rafforzano l’identità cristiana della popolazione ci sono le scuole cristiane, le quali, per il loro alto livello di insegnamento, attraggono anche famiglie musulmane.

«Cristiani e musulmani crescono insieme fin dai banchi di scuola, ed è lì che si comincia a coltivare il dialogo tra le fedi», spiega il sacerdote.

Minoranza in diminuzione

La Giordania, incastonata tra Siria, Iraq, Arabia saudita e Israele, ha una superficie poco più grande di un quarto dell’Italia, e conta 12 milioni di abitanti. Di questi, secondo i dati della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), il 95,4 per cento sono musulmani, quasi tutti sunniti. I cristiani sono l’1,3 per cento (circa 156mila). Il resto si divide tra agnostici, atei, baha’i, buddhisti e altre minoranze storiche come zoroastriani e yezidi.

In questo contesto, una città a maggioranza cristiana come Fuheis è un’eccezione.

Altre importanti comunità cristiane nel Paese si trovano a Madaba, la città dei mosaici, a 40 km a sud di Fuheis, dove è forte il culto per Giovanni Battista, o ad Anjara, 50 km a nord di Fuheis, dove c’è il santuario mariano della Madonna del Monte.

I parrocchiani di Fuheis con i quali parliamo non nascondono le difficoltà della convivenza con famiglie di diverse fedi o provenienze: «I cristiani non vendono le case ai musulmani. Le vendono ad altri cristiani per attrarre famiglie che hanno la loro stessa fede da tutto il Paese», spiegano, descrivendo una realtà – comune a tutti i Paesi musulmani – segnata dalla preoccupazione di difendere la propria identità e dal tentativo di conservare una sorta di «christian quarter».

La presenza cristiana, infatti, è drasticamente diminuita negli anni, soprattutto per cause economiche. «Non abbiamo problemi di convivenza tra le fedi. Il mio problema – dice padre Yousef Francis, parroco cattolico latino ad Anjara, originario dell’Egitto ma presente in Giordania con i Missionari del Verbo incarnato da molti anni – è che la comunità perde una, due famiglie l’anno. Prima vanno ad Amman a cercare lavoro. E da lì, poi, vanno all’estero, soprattutto in Canada ed Australia».

Croce sul Monte Nebo, Giordania. Foto in CC da Catholic Church (England and Wales)_flickr


Libertà di culto, ma non di religione

Ovunque si vada in Giordania, i cristiani raccontano di essere rispettati. Hanno rappresentanti in Parlamento, nel Governo e anche nelle forze armate.

L’apertura della monarchia hashemita, che da sempre custodisce anche i luoghi santi a Gerusalemme, è confermata dall’ultimo rapporto sulla libertà religiosa di Acs: «Le relazioni tra musulmani sunniti e cristiani nel Paese sono solitamente pacifiche. La comunità cristiana ha più volte lodato la famiglia reale per aver favorito uno spirito di tolleranza. La Chiesa cattolica è presente con parrocchie e istituzioni, come Caritas Giordania. C’è accoglienza anche per i migranti cristiani e indù, provenienti soprattutto dall’Asia, che vivono e lavorano temporaneamente nel Paese».

Tuttavia, benché sia garantita la libertà di culto, e vengano anche incentivati i pellegrinaggi nei luoghi cristiani dalle stesse autorità giordane, non si può parlare di una vera e propria libertà di religione, perché sono vietati sia il proselitismo che le conversioni al cristianesimo dall’islam.

Conflitti e pellegrinaggi

I conflitti che riguardano tutta l’area del Medio Oriente, da quello tra Israele e Hamas dopo il 7 ottobre 2023 a quello iraniano, hanno inevitabilmente avuto conseguenze anche in Giordania, Paese che ha scelto da anni la via della pace.

Incontriamo ad Amman il Nunzio apostolico monsignor Giovanni Pietro Dal Toso. Egli sottolinea che la comunità cristiana «qui è piccola ma fortunata, perché abbiamo ben tre ministri cristiani nel Governo, e poi i cristiani gestiscono scuole, ospedali, università».

La Giordania, prosegue Dal Toso, «è una terra bellissima, ed è Terra Santa. Può essere meta di turismo, ma soprattutto di pellegrinaggi», esperienze che possono arricchire spiritualmente chi le compie, e aiutare economicamente le comunità cristiane che vi abitano. Ma i pellegrinaggi, a partire dall’ottobre 2023, arrivano con il contagocce: «Quando in Italia si parla di Giordania, in tanti tendono a confondersi e a pensare alla Cisgiordania», prosegue Dal Toso, e questo può rappresentare un freno.

Dopo il 28 febbraio, con l’offensiva di Israele e Usa contro l’Iran, e successivamente contro i villaggi del Libano dove c’è la roccaforte di Hezbollah, anche la Giordania è finita tra i Paesi per i quali, ad esempio le autorità italiane chiedono ai viaggiatori di muoversi con «grande cautela». Le sirene, infatti, talvolta risuonano anche in questo angolo di Medio Oriente che cerca di difendere la pace, perché è difficile proteggere i cieli dal passaggio dei missili.

L’Opera romana pellegrinaggi, però, sta cercando il modo di rilanciare i viaggi di fede nel Paese: «Venire in Giordania – afferma la responsabile dell’Opera, madre Rebecca Nazzaro, pure lei ad Amman – è anche un segno di solidarietà concreta nei confronti dei cristiani che rimangono qui».

Madre Rebecca parla proprio dei giordani cristiani che decidono di non emigrare, nonostante le difficoltà: «Si tratta di un piccolo gregge, come lo ha chiamato papa Leone nel suo viaggio in Turchia, di cui ogni cristiano dovrebbe sentirsi responsabile in uno spirito missionario, a cui tutti siamo chiamati, soprattutto noi che abbiamo la libertà di vivere la nostra fede, affinché possiamo portare anche solo una goccia di speranza, di incoraggiamento, ai cristiani di questo Paese».

Il fiume Giordano nel punto in cui, secondo la tradizione, è avvenuto il battesimo di Gesù. Foto in CC da Ankur Panchbudhe_flickr.

Sul confine con la West Bank

Il conflitto israelo-palestinese è al di là dei confini della Giordania, ma ci sono posti del Paese nei quali il dramma della vicina Palestina si sente più forte.

Uno di questi è il luogo nel quale, secondo la tradizione, fu battezzato Gesù, chiamato Betania al di là del Giordano, in arabo Al-Maghtas, sulla sponda est del fiume.

A separare la Giordania dalla West Bank, la Cisgiordania, c’è solo una lingua d’acqua, il fiume Giordano, appunto. Padre Andres Nowakowski, missionario del Verbo incarnato che vive in un convento sul confine, nel quale durante le messe si rinnovano le promesse battesimali, racconta: «Arriva sempre alle nostre orecchie il suono delle sirene. Quando sono passati i droni dall’Iran diretti su Gerusalemme e Tel Aviv, qui ha tremato tutto. Da noi, la guerra non c’è, ma le conseguenze sì: se prima del 7 ottobre 2023 arrivavano uno o due gruppi di pellegrini al giorno, ora ne arrivano uno o due a settimana».

Le bandiere che sventolano sulle acque del Giordano cambiano di colore a seconda della riva sulla quale sono piantate, come anche le divise dei militari che presidiano il sito religioso, un luogo ultrasensibile sotto il profilo della sicurezza.

Nel santuario cattolico, dove vivono religiosi e religiose, si prega ogni giorno per la pace. «Nella parrocchia di Gaza sono della nostra stessa congregazione», ricorda padre Andres.

Il contatto con i confratelli di Gaza è continuo: «Per noi è molto difficile sopportare il pensiero che qui la vita continua in modo abbastanza normale e che di là, invece, no.

La pace non è ancora arrivata», chiude con tristezza il religioso.

Dialogo interconfessionale

Betania è anche un importante luogo di dialogo tra le confessioni cristiane. A pochi metri, l’una dall’altra, ci sono una chiesa cattolica, una greco ortodossa e una degli ortodossi che fanno riferimento al Patriarcato di Mosca.

«Ci incontriamo periodicamente – riferisce padre Andres -, anche per decidere come accogliere i pellegrini, e recitiamo, in queste occasioni, un salmo insieme».

Non mancano scambi di doni, di bottiglie di vino, da parte dei monaci nuovi arrivati.

Il dialogo tra le diverse confessioni non è scontato, né in Terra Santa, né in altri luoghi.

Basta spostarsi di pochi metri e i cellulari cambiano gestore e fuso orario. I territori dei due Paesi, infatti, qui, dove il fiume fa da confine, si compenetrano.

Padre Andres ci parla della speranza che si riesca a voltare pagina, perché l’eco della guerra tra Israele e Hamas, a Betania di Giordania, non è costituito solo dal suono delle sirene, ma anche dal calo dei viaggi di fede, e quindi dell’economia, e dall’aumento delle famiglie cristiane che cercano fortuna all’estero.

Qui, sulla riva del Giordano, si prega e si spera guardando al futuro. Il santuario cattolico in costruzione non è finito, mancano i mosaici e diversi servizi per i pellegrini, «ma contiamo di essere pronti per il 2030 – assicura padre Andres – quando celebreremo i duemila anni del battesimo di Gesù».

Solidarietà targata Italia

In Giordania ci sono diverse opere di solidarietà «made in Italy». Un esempio è «l’Arsenale dell’incontro» a Madaba, dove andiamo a incontrare tre consacrate del Sermig, il Servizio missionario giovanile, nato a Torino nel 1964 da una intuizione di Ernesto Olivero.

Appena fuori della città, hanno aperto un centro diurno per assistere ragazzi disabili ai quali offrire anche una chance per il loro futuro. Ci sono laboratori di arte, di mosaico, di cucina e di agricoltura sostenibile.

A guidare questa coraggiosa esperienza sono Cristiana, Chiara e un’altra Chiara. Le tre donne hanno lasciato l’Italia, imparato l’arabo e si sono messe al servizio delle famiglie in difficoltà. L’opera fa riferimento alla rete caritativa del Patriarcato latino di Gerusalemme.

«L’idea è molto semplice – spiega una delle tre, Chiara Giorgio -: ci si incontra a partire da ciò che ci unisce, come quella sofferenza che accomuna tanti che è la disabilità». Una condizione che in Giordania ha un’elevata incidenza nella popolazione. Nell’Arsenale dell’incontro si cerca allora di trasformare «la sofferenza in una opportunità per imparare a incontrarci» e «diventare famiglia attorno ai più piccoli, perché loro ci insegnino a dialogare».

I bambini e giovani seguiti nella sede del Sermig di Madaba sono attualmente 275, «ma abbiamo duecento persone in lista d’attesa», fanno presente le missionarie, sottolineando che la richiesta è cresciuta anche per il passaparola tra le famiglie.

Al piano terra c’è una cappella. Come nelle altre sedi del Sermig, a chiudere il tabernacolo è lo sportello a tenuta stagna dei forni con i quali in passato si realizzavano bombe e armi. Un simbolo per dimostrare che la conversione, a partire dagli oggetti per passare ai cuori, è possibile.

«L’Arsenale dell’incontro – spiega Chiara – oggi dà lavoro a 29 persone tra educatori, educatrici e servizi ausiliari. Tra loro c’è anche un giovane ex assistito che oggi lavora a pieno titolo. Un segno di speranza anche per tutti gli altri».

Laboratorio di mosaico organizzato dalla Caritas a Madaba. Foto in c da Catholic Church (England and Wales)_flickr.

Il vino di Anjara

Parla italiano anche la piccola produzione di vino che è stata aperta ad Anjara, al santuario della Madonna del Monte.

Il marchio del vino è «La Giara», e l’azienda è stata avviata grazie all’aiuto della Conferenza episcopale italiana. In essa si offre una formazione e anche un’occasione di guadagno ai giovani.

Italiana è anche la statua della Madonna che fu portata decenni fa in questo angolo della Giordania da un prete italiano, don Angelo Foresto, oggi sepolto presso l’area del santuario insieme alla madre.

Il sito di Anjara, oltre a essere l’unico santuario mariano della Giordania, è anche una vera e propria parrocchia. Essa ha aperto, grazie alla dedizione di religiosi e religiose, anche in questo caso del Verbo incarnato, una serie di opere di misericordia: una scuola, un centro per la fisioterapia dedicato ai ragazzi disabili, un punto Caritas che aiuta le famiglie in difficoltà, e un orfanotrofio. «Ma noi non li chiamiamo orfani – ci tiene a precisare padre Yousef Francis, parroco e responsabile di tutta la struttura -, li chiamiamo “i bambini della casa”».

E qui, presso il santuario di Anjara si ripete l’invito di riprendere i pellegrinaggi, perché il turismo era uno dei pochi settori trainanti dell’economia.

Nell’area mediorientale la Giordania è considerata un Paese a reddito medio, ma la disoccupazione supera il 21 per cento (il 31 se si considerano solo le donne).

Aspettando Leone XIV

Il ritorno dei pellegrini è auspicato anche a Madaba, dove è custodita la prima mappa della città di Gerusalemme. In particolare, si spera in una prossima visita di Papa Leone XIV.

A farsi portavoce di questo desiderio è padre Tareq Abu Hanna, parroco della chiesa latina della Decapitazione di San Giovanni Battista: «Abbiamo avuto la visita in Giordania, e anche qui a Madaba, di quattro pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Auspichiamo che anche Leone venga qui. Conosce la nostra realtà tramite il Patriarca Pierbattista Pizzaballa e sa che lo aspettiamo».

«Sappiamo che per il 2033 è in programmazione un grande evento in Terra Santa», riferisce don Giovanni Biallo, assistente spirituale dell’Opera romana pellegrinaggi, parlando dei duemila anni dalla morte e resurrezione di Cristo, anniversario per il quale papa Leone ha già parlato, a fine novembre, nel corso del suo viaggio in Turchia, di un incontro ecumenico da tenersi a Gerusalemme, dopo quello che si è svolto l’anno scorso a Nicea.

«Ricordo quando venne papa Francesco in Terra Santa, il primo luogo che visitò fu proprio la Giordania».

Quanto a papa Leone, «abbiamo la certezza – conclude don Giovanni – che ha un desiderio molto profondo di venire in questa terra. È qui che noi cristiani siamo nati».

Manuela Tulli

View in the Zaatari Camp Jordan

Profughi

Sono più di 2,39 milioni, secondo l’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi nel vicino Oriente), i rifugiati palestinesi registrati in Giordania.

La maggior parte di essi, per motivi storici che risalgono agli anni tra il 1948 e il 1967, hanno cittadinanza giordana.

Circa il 18 per cento vive in dieci campi profughi ufficiali sparsi in tutto il territorio. Oltre a questi dieci, ce ne sono altri tre non ufficiali, e altri rifugiati vivono vicino ai campi. La gran parte dei profughi palestinesi nel Paese sperimenta condizioni socio economiche difficili.

Dopo il 7 ottobre 2023, la linea ufficiale del Governo giordano è stata quella della chiusura della frontiera, con l’intento di arginare lo «svuotamento» della Cisgiordania.

Ai profughi palestinesi si aggiungono quelli provenienti da altri Paesi. Secondo l’Unhcr, erano circa 561mila a fine 2025, per la gran parte siriani, poi iracheni, yemeniti, sudanesi, somali e altri. Circa l’80% di essi non vive in campi per rifugiati, ma nelle aree urbane. Quasi la metà di questa popolazione rifugiata è costituita da minorenni.

Dal dicembre 2024, con il cambio di regime nella confinante Siria, molti profughi provenienti da quel Paese stanno tornando nella loro terra. L’Unhcr prevede che entro la fine del 2026, la popolazione di rifugiati registrata in Giordania (esclusi i palestinesi) potrebbe diminuire a 290mila persone.

Luca Lorusso




Nepal. Venti himalayani

Una foto della città vecchia di Bhaktapur; fondata nell’VIII secolo, fu capitale tra il XII e il XV secolo; nel periodo di massimo splendore, durante il regno di Bhupatindra Malla, la città ospitava 172 tra templi e monasteri, sia buddhisti che induisti. Foto Angelo Calianno.

Emigrare o ribellarsi
Povertà e ingiustizie non lasciano scelta

Il turismo internazionale non basta per far uscire il Paese dalla miseria. Milioni di nepalesi sono costretti a emigrare, anche per occupazioni particolari come combattere nelle fila dell’esercito russo. Nell’ultimo anno, i giovani si sono però ribellati per esigere una vita diversa.

Kathmandu. Manca un mese alle elezioni quando – a febbraio – arriviamo nella capitale nepalese. Le strade sono un brulicare di automobili, risciò e soprattutto motociclette, il mezzo di trasporto preferito dai nepalesi. Per strada, data l’elevatissima concentrazione di smog, è quasi sempre necessario indossare una mascherina.

Kathmandu è il cuore della nazione, con oltre 1,7 milioni di abitanti in costante aumento nel contesto di una popolazione complessiva di circa 29 milioni. La città è stata completamente ricostruita dopo il terremoto del 2015 che, con una magnitudo di 7,8, con quasi 9mila morti e decine di migliaia di sfollati, è stato il più devastante della storia nepalese. La ricostruzione è stata un processo lungo e costoso. Tanti sono stati gli aiuti provenienti dall’estero, denaro soprattutto destinato alla ristrutturazione degli edifici storici e di culto. Nei pressi di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, è facile imbattersi in cartelli con la scritta «China Aid», testimonianza delle donazioni del governo cinese. La Cina ha contribuito in maniera significativa alla riedificazione inviando quasi 500 milioni di dollari. Tuttavia, gli aiuti si sono concentrati solo sui centri di interesse storico e turistico, lasciando i villaggi nelle zone rurali con ancora visibili tutti i segni della devastazione.

Fatta eccezione per i pellegrini che si recano al Budhanath Stupa – uno dei principali monumenti al mondo per i buddhisti e miracolosamente rimasto quasi intatto dopo il terremoto -, in Nepal,  a febbraio non sono ancora arrivati i visitatori stranieri. La stagione turistica comincerà a marzo, praticamente in concomitanza con le elezioni parlamentari. I possibili scontri a ridosso delle votazioni preoccupano non poco gli operatori turistici. Gli introiti maggiori del Paese, infatti, provengono principalmente dal turismo di montagna, soprattutto quello legato alle escursioni verso l’Everest.

Partecipare a una spedizione è un’attività per nulla economica. Il costo totale per provare a raggiungere la vetta, partendo dal campo base, va dai 40mila agli 80mila dollari a persona, a seconda dell’agenzia alla quale ci si affida. Il prezzo raggiunge anche i 100mila dollari se la guida è occidentale. Di questa cifra, lo Stato incassa 15mila dollari per il permesso di scalata.

Considerati questi numeri, quasi tutta l’economia gira attorno al turismo. Chiunque qui, dal titolare del negozio di souvenir all’autista di taxi, proporrà un proprio contatto che si occupa di organizzare viaggi verso le vette delle montagne più ambite. Moltissimi dei giovani, presenti durante le manifestazioni di protesta di settembre 2025, lavorano come guide o portatori.

La politica, un impegno elitario

Camminando per le strade di Kathmandu, non vediamo alcun poster che raffiguri le foto dei candidati, nessuno che distribuisca volantini elettorali o qualcosa che possa farci capire che presto si andrà alle urne. Una persona ci spiega: «Non è usanza nepalese fare una campagna elettorale come quelle che fate in Occidente. Qui è più discreta. Alcuni candidati vanno casa per casa, oppure, al massimo, ci sono piccoli comizi di quartiere, ma non vedrai mai la città tappezzata di foto e volantini. Nelle zone rurali, e in quelle di montagna, se non ci fosse qualcuno ad avvisarli, nessuno saprebbe nemmeno che a breve ci saranno le elezioni».

La nostra ricerca, per comprendere meglio quello che potrebbe accadere, parte dai protagonisti delle rivolte di settembre, quelli che oggi dovrebbero essere la nuova speranza per il Nepal.

Davanti a quella che era la sede del Parlamento, ora chiusa a causa della devastazione durante le proteste, incontriamo Jagat B.K.. Ha 28 anni, è un medico che da tre anni lavora in Florida, negli Usa. Come molti nepalesi, nel settembre 2025 si trovava nel proprio Paese in vacanza per partecipare al festival religioso del Dashain, la festività induista più importante del Nepal. Dopo le proteste, B.K. ha deciso di non tornare negli Stati Uniti e di rimanere qui per contribuire, con l’attivismo, a quello che sarà il futuro del suo Paese.

Quando lo intervistiamo ha appena terminato un colloquio con Sushila Karki. «Ho incontrato la prima ministra per chiedere la possibilità di posticipare le elezioni. Questa richiesta è qualcosa a cui aderiscono molti nepalesi. Per noi non ci sono le condizioni per votare ora. Bisognerebbe prima di tutto cambiare il sistema elettorale e vigilare sulla compravendita dei voti. Inoltre, in Nepal candidarsi costa 10 milioni di rupie nepalesi (circa 58mila euro). In un Paese dal reddito così basso, vuol dire che la politica diventa un’esclusiva per un ristretto gruppo d’élite.

Quello che è accaduto a settembre credo fosse inevitabile. Era solo una questione di tempo. La corruzione aveva raggiunto livelli troppo alti. L’ostentazione della ricchezza dei figli della politica, e l’oscuramento dei social media, sono stati la scintilla decisiva. Personalmente, non avrei mai detto che la protesta potesse raggiungere il livello che ha toccato. Pensavo sarebbe stata una normale manifestazione come tante ce n’erano già state in passato.

Ero lì quando la polizia ha cominciato a sparare, sono stato testimone di tutto. Da medico, sono subito andato a soccorrere i feriti. A tantissimi ho praticato un primo soccorso e, con l’aiuto di altri ragazzi, abbiamo portato i feriti in ospedale. A un certo punto, non facevamo altro che fare la spola tra il luogo degli scontri e il pronto soccorso, siamo andati avanti così per tutto il giorno. Ma devo dirvi che la violenza non è partita né dagli studenti né dai gruppi organizzati dei manifestanti. Chi ha attaccato le forze dell’ordine, e poi fomentato la folla, è stato il gruppo dei Tob (Tibetan origin blood). Sono stati loro, a bordo di motociclette e con il volto coperto, a tentare di sfondare le barricate della polizia, soprattutto nel secondo giorno di proteste. Basta guardare i video in internet per poterlo constatare».

I Tob, a cui fa riferimento B.K., in questi giorni sono oggetto di molte controversie. I Tibetan origin blood sono una sorta di associazione culturale di Kathmandu, in particolare formata da motociclisti che hanno in comune origini tibetane. La maggior parte di loro però è nata in Nepal da famiglie arrivate nel Paese due o tre generazioni fa. Il gruppo si è formato ufficialmente nel 2024 e si è sempre occupato di organizzare concerti e attività sui social media. I Tob si sono sempre dichiarati estranei alla politica, affermando di non avere nessun legame con il movimento «Free Tibet». Tuttavia, sono in tanti a sospettare che il gruppo sia stato finanziato da qualche partito politico di opposizione per creare caos, e favorire la caduta del Governo. La Polizia ha aperto formalmente un’indagine a riguardo. Sono stati interrogati diversi membri di spicco del Tob, in particolare uno dei suoi leader, Tenzin Dawa. A oggi, non è stata trovata nessuna prova a sostegno delle accuse.

La coordinatrice del «GenZ front»

Una delle protagoniste delle manifestazioni di settembre, apparsa anche su diverse riviste, è la giovane attivista Rakshya Bam, coordinatrice del movimento: GenZ front.

Già prima delle proteste che hanno fatto cadere il Governo, Rakshya era nota all’opinione pubblica per la sua lotta contro la violenza di genere, e a sostegno dei diritti dei venditori ambulanti (una delle leggi dell’ultimo Governo vietava la vendita per strada di prodotti agricoli, nonostante per tantissime persone delle zone rurali quest’attività rappresenti l’unica fonte di sostentamento).

Quando la incontriamo, Rakshya ci racconta: «La protesta, prima di essere portata per le strade, è nata sui social. I ragazzi della generazione Z hanno cominciato a esporre e condividere i post dei figli dei politici con l’hashtag: #NepoKids, ovvero ragazzi/figli del nepotismo. Quelle immagini hanno suscitato nervosismo, tensione e indignazione. Il blocco dei social media, poi, ha fatto il resto. Dovete comprendere che, per una generazione che vive sui social media, il loro oscuramento è a tutti gli effetti una violazione della libertà d’espressione. Il Governo ha sottovalutato la forza dei giovani. Lo ha fatto anche la polizia, che si è trovata totalmente impreparata nel fronteggiare una folla così numerosa».

Quando le chiediamo come mai si è arrivati a un tale livello di violenza, ci risponde: «La violenza non è qualcosa che ha riguardato il nostro gruppo o gli studenti, anzi. Io sono stata tra quelle che hanno invitato la gente ad andare a casa, perché ho capito che la situazione stava diventando troppo pericolosa. Le violenze sono partite da questi gruppi di motociclisti a volto coperto, persone che, ancora oggi, non sono state identificate».

Rakshya conclude: «Io sono d’accordo con le elezioni anticipate. Il voto è l’unico mezzo con cui possiamo davvero cambiare qualcosa. La cosa più importante è che il prossimo governo sia stabile, che lotti contro la corruzione e che avvii indagini su tutta quella parte di politica corrotta che ci ha portati fino a questo punto».

Prima di salutarci, Rakshya ci confida di essere stata avvicinata da alcuni partiti con una proposta di candidatura: le hanno chiesto di essere uno dei nuovi volti del Nepal. La giovane attivista ha rifiutato dicendo di non sentirsi ancora pronta e di non avere la giusta esperienza. In ogni caso, Rakshya vede un suo possibile futuro in ambito politico.

Un venditore nella piazza di Durbar Square, nel centro di Kathmandu; alle sue spalle, l’hotel Sugat che, negli anni ’70, è stato uno degli alloggi più popolari tra i viaggiatori che arrivavano in questo Paese. Foto Angelo Calianno.

Chi ha assassinato 76 manifestanti?

Oggi, delle tensioni di settembre rimangono le macerie dei luoghi attaccati nel centro di Kathmandu: centri commerciali legati alle caste politiche ed edifici come l’hotel Hilton, incendiato per essere di proprietà di una delle famiglie che governavano il Paese.

Non lontano da quello che rimane dell’hotel, incontriamo Bhawani, giovane nepalese che, da settembre, capeggia un gruppo di ragazzi e ragazze che dormono in tenda presidiando uno spazio pubblico in segno di protesta. Questi giovani, dal 19 gennaio, sono in sciopero della fame per chiedere giustizia per le 76 vittime uccise durante gli scontri.

Così come Jagat B.K., anche Bhawani è del parere che queste elezioni dovrebbero essere posticipate: «Non possiamo avere delle elezioni se prima non si farà luce su chi ha ucciso i nostri 76 compagni. Dopo mesi, non abbiamo ancora risposte. Inoltre, per noi non si possono avere delle votazioni se prima non otterremo quello che chiediamo al Governo: che siano rilasciati gli attivisti in carcere e puniti coloro che hanno assassinato i manifestanti; che siano indagati i politici corrotti e stabilita un’elezione diretta del Primo ministro; che siano previsti nuovi emendamenti costituzionali o riscritta completamente la Costituzione; che venga assicurata la possibilità di votare a chi vive all’estero».

Uno dei punti fondamentali che tutti lamentano, infatti, è la questione delle migliaia di giovani che, a marzo, non potranno votare perché vivono in altri Paesi.

La prostituzione

Il Nepal non prevede nessuna modalità di voto a distanza. Per le elezioni di marzo sono stati stimati circa 19 milioni di votanti. Si è registrato, in questi anni, che i nepalesi all’estero sono quasi il 10% degli aventi diritto al voto. Questa cifra non comprende chi è emigrato illegalmente, cosa molto comune per tanti lavoratori che partono, soprattutto verso Emirati arabi uniti, Arabia Saudita e Malaysia. Secondo la rivista dell’organizzazione non governativa Nepal economic forum, il numero dei migranti irregolari supererebbe addirittura il 20% dell’elettorato nepalese. Una ricerca, della stessa organizzazione, stima in centinaia di migliaia le persone che, ogni anno, attraversano i confini senza documenti.

Una tristissima realtà che riguarda spesso chi è costretto a lasciare il Nepal per cercare un futuro migliore, è quella della prostituzione legata alla tratta di esseri umani. Le organizzazioni Save the Children e l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) hanno stimato che, ogni anno, siano quasi diecimila le ragazze minorenni nepalesi che finiscono nei bordelli indiani.

Sono state diverse le inchieste giornalistiche, soprattutto del network Asia News, che hanno raccolto queste storie.

Negli articoli si menziona l’altissima richiesta, da parte degli indiani, di ragazze nepalesi per la loro esoticità e il colore della pelle, più chiaro rispetto a quello delle ragazze indiane. Sempre secondo i reportage, questo farebbe aumentare del doppio il «valore» delle prostitute. La maggior parte di loro proviene dai villaggi più poveri e remoti del Paese, vengono vendute dalle proprie famiglie per saldare debiti, oppure ingannate con promesse di lavoro e di una vita migliore.

Una veduta del cuore della città vecchia di Kathmandu attorno a Durbar square; la piazza Durbar è stato uno dei luoghi più danneggiati dal terremoto del 2015; oggi, soprattutto grazie ai fondi Unesco e aiuti dalla Cina, tutti i monumenti sono stati ricostruiti. Foto Angelo Calianno.

I «Gurkha» e l’esercito britannico

Durante le nostre ricerche, siamo anche venuti a conoscenza di un altro tipo di migrazione, quasi sconosciuta ai media: quella dei ragazzi nepalesi che fuggono verso la Russia. Si tratta di giovani che, per denaro, passano il confine arruolandosi nelle file dell’esercito russo e vengono mandati a combattere in Ucraina.

Dopo molti tentativi di contatto e molte risposte negative a causa del loro timore di essere scoperti, siamo riusciti a incontrare alcuni di loro.

Ram (nome di fantasia) ci racconta: «Io stavo per finire il mio servizio nell’esercito, quando sono stato avvicinato da un “broker” che mi ha proposto di andare a combattere per i russi. Uno stipendio base per un soldato in Nepal è di 200-250 dollari al mese. I russi mi hanno offerto più di 2mila dollari. Una volta arruolati, ci viene dato un bonus che, a seconda della nostra competenza o specializzazione, può raggiungere anche 20mila dollari. In più, dopo un anno di missioni, ci promettono anche un passaporto russo. Tutti i soldi che guadagniamo li mandiamo a casa per sostenere le nostre famiglie».

I soldati nepalesi sono molto ricercati da Mosca per il loro particolare addestramento. I combattenti vengono chiamati Gurkha, come i guerrieri tradizionali della regione del Gorkha, nel Nepal centrale, tra Kathmandu e Pokhara. Per anni, i soldati nepalesi hanno combattuto anche nelle file dell’esercito del Regno Unito, partecipando a guerre nelle Falkland, in Iraq e in Afghanistan.

Secondo un’inchiesta di Al-Jazeera, ogni anno circa 20mila nepalesi presentano domanda per entrare nelle forze speciali britanniche. Di questi, ne vengono assunti soltanto trecento.

Sul fronte ucraino (per denaro)

Considerando la pesante situazione economica interna e la grave carenza di soldati russi sul fronte ucraino, negli ultimi anni il fenomeno dei combattenti nepalesi è aumentato in maniera esponenziale. Prima di cadere, il Governo segnalava circa duecento soldati nelle file dell’esercito di Mosca. Fonti non ufficiali, però, parlano di oltre 15mila persone arruolate sin dall’inizio della guerra.

Dopo diverse ricerche, riusciamo a raggiungere un altro ex soldato che ha voglia di raccontarci la sua storia. Il suo nome è Dawa, ha 26 anni e, dopo essere stato ferito in Ucraina, si è rifugiato in Giappone. «Una volta finiti gli studi, cercavo un modo per sostenere economicamente la mia famiglia, ma, in Nepal, è molto difficile trovare lavoro. Nel mio villaggio, ho conosciuto una persona che mi ha parlato della possibilità di potermi arruolare. Insieme, allora, abbiamo contattato un agente su TikTok. Questa persona ci ha detto che avremmo guadagnato circa 2mila dollari al mese e ci ha anche rassicurato che non saremmo mai stati mandati in prima linea, tuttalpiù avremmo lavorato nelle retrovie per occuparci di logistica.

Una volta arrivato a Mosca, con un visto turistico, sono rimasto alcuni giorni in un hotel indicatomi dall’agente e poi sono stato mandato in un campo d’addestramento. Lì ho trovato gente proveniente da tutto il mondo: India, Cina, Giappone, Africa, Bangladesh e anche Stati Uniti. Ho cominciato il mio lavoro nelle squadre di salvataggio. Ovunque c’era dolore e tristezza. Ho visto montagne di corpi accatastati, soldati che avevano perso gli arti o che erano impazziti. Dopo quelle scene, pian piano ho perso la speranza di sopravvivere a quella guerra. A un certo punto, hanno cominciato a scarseggiare i ricambi dei soldati per la prima linea e, così, mi hanno mandato al fronte. Il giorno prima della partenza, ho chiamato mia madre dicendole che molto probabilmente non sarei più tornato. In un’imboscata, sono stato ferito gravemente a una gamba. Nonostante la mia ferita fosse grave e non del tutto guarita, dall’ospedale da campo venivo rispedito continuamente al fronte. In quei giorni ho cominciato a pensare a qualche modo per fuggire. Tutti i miei amici erano morti, ho capito che sarei morto anche io se non me ne fossi andato. Così mi sono messo in contatto con un altro agente, questa persona aveva già aiutato altri nepalesi a scappare dalla guerra. Grazie al suo aiuto, ancora gravemente ferito e senza documenti, sono riuscito a fuggire».

Quando chiediamo a Dawa se è valsa la pena arruolarsi per denaro, ci risponde: «Oggi penso che non sarei mai dovuto partire. Sarei dovuto rimanere nel mio villaggio e lavorare nella fattoria di famiglia. Vi rilascio questa intervista anche per dire a tutti quelli che pensano di arruolarsi, assolutamente di non farlo».

L’arruolamento nelle file dell’esercito russo è illegale, per questo è impossibile trovare statistiche certe. Parlando, però, con le famiglie dei combattenti, si capisce che sono tantissimi quelli che non sono più tornati.

Jeena e sua figlia Smriti (in piedi); Jeena mostra l’ultima lettera ricevuta da suo marito, in carcere in Ucraina. Foto Angelo Calianno.

Storia di Ishwor

Ishwor è un uomo di 39 anni, ex soldato nepalese attualmente detenuto in un carcere ucraino. Nella periferia di Kathmandu incontriamo sua moglie Jeena e sua figlia Smriti, di 13 anni.

Jeena racconta: «Ishwor è andato a combattere nel 2023. È entrato in Russia con un visto turistico e, dopo due mesi di prove, lo hanno arruolato. Nei primi mesi, ci inviava regolarmente denaro, dopodiché, non abbiamo più avuto sue notizie. Insieme, con altre cinquanta famiglie a cui è capitata la stessa cosa, siamo andate a chiedere aiuto al ministro degli Esteri e all’ambasciata russa, ma senza successo. Siamo riuscite a ottenere qualche informazione solo grazie alla Croce Rossa internazionale, i loro operatori sono riusciti a trovare mio marito rintracciandolo in un carcere ucraino.

Un giorno mi è arrivata una lettera, ho riconosciuto la sua calligrafia e ho capito che mio marito era davvero vivo. Non ci credevo, sono quasi svenuta dall’emozione. Gli è permesso scrivere, in un limitato spazio, su di una lettera che poi ci viene consegnata dalla Croce Rossa. Qui è durissima senza di lui, non abbiamo soldi. Io cerco di fare tanti lavori per far studiare mia figlia, ma non scrivo mai nulla di queste cose nelle mie lettere. Dico sempre a mio marito che va tutto bene e che vogliamo solo che torni presto a casa. In ambasciata ci hanno detto che potrebbe essere presto rilasciato, grazie a un’operazione di scambio tra prigionieri, ma non ho più saputo nulla a riguardo e non ricevo lettere da novembre».

Prima di cadere, il governo di Kathmandu aveva fatto pressione su Mosca per fermare questi arruolamenti illegali. Nonostante le promesse, la Russia continua a far finta che questa situazione non esista. Di recente, sono stati scoperti diversi canali, su TikTok e Telegram, tramite i quali diventa sempre più semplice entrare in comunicazione con i broker e avviare le procedure di arruolamento.

Angelo Calianno

Un cartello di China Aid, l’organizzazione di Pechino che ha finanziato la ricostruzione dopo il terremoto del 2015. Foto Angelo Calianno.

Nepal, «paradiso dei comunisti»
Da monarchia a repubblica

Dal 2008, il Nepal è una repubblica parlamentare federale. Fino a quella data, il Paese era stato retto da una monarchia assoluta, caduta dopo una guerra civile scatenata da gruppi di ideologia maoista. Oggi il potere esecutivo spetta al Primo ministro, mentre quello legislativo e giudiziario sono separati. Si vota normalmente ogni 5 anni, ma le proteste della «Generazione Z» di settembre 2025 hanno portato allo scioglimento del Parlamento e alle elezioni anticipate dello scorso 5 marzo 2026.

Il Nepal ha un panorama politico estremamente frammentato. Attualmente sono registrati 120 partiti, 68 di questi hanno presentato una propria candidatura alle elezioni. Nuovi partiti nascono e muoiono in continuazione, oppure si assiste ad alleanze e scissioni dei gruppi storici.

In Nepal è assente una corrente politica che, almeno secondo i parametri occidentali, possa essere considerata di destra. Tutti i partiti, infatti, fatta eccezione per quelli centristi e quelli conservatori nostalgici della monarchia, si considerano di sinistra, almeno per ideologia. Il Nepal è stato soprannominato «Il paradiso dei comunisti», ma nella realtà dei fatti non è esattamente così.

Lungo un sentiero all’interno del Paese, una scritta murale di uno dei numerosi partiti comunisti del Nepal. Foto Paolo Moiola.

Sigle e simboli, ideologia e realtà

Esistono due grandi partiti comunisti, entrambi nati con la denominazione Cpn (Communist party of Nepal): il Cpn-Mc (Communist party of Nepal-Maoist centre) e il Cpn-Uml (Communist party of Nepal-Unified marxist leninist).

K.P. Sharma Oli, primo ministro nell’ultima legislatura, era membro e leader del Cpn-Uml. Questo partito, pur professandosi di sinistra e di ideologia marxista-leninista, in realtà, quando è stato al potere non ha assolutamente agito in favore del popolo o delle classi operaie. Il Cpn-Uml, negli anni, è stato accusato di nepotismo, clientelismo familiare e corruzione in tutti gli appalti pubblici del suo ultimo mandato. Malgrado le denominazioni di nascita, quindi, i partiti nepalesi non seguono una corrente ideologica coerente: la denominazione non ne definisce affatto le azioni.

Dopo le proteste del settembre 2025, è nato un nuovo, l’ennesimo, partito comunista: l’Ncp (Nepali communist party), che punta a inglobare membri di entrambe le altre due organizzazioni in una nuova forza politica. L’unione tra i maoisti e i marxisti-leninisti era già stata provata nel 2018, ma senza molto successo.

Dato l’alto grado di analfabetismo in Nepal, il voto si esprime solo con una croce sul simbolo, non è previsto scrivere nessun nome dei candidati sulla scheda elettorale. Per questa ragione, i simboli dei partiti in Nepal sono estremamente distintivi e riconoscibili. I maoisti del Cpn-Mc hanno la classica falce e martello, i marxisti-leninisti del Cpn-Uml un sole, i People socialist party Nepal un ombrello, il Nepali congress l’albero, il Rastriya swatantra party (Rsp) una campana in un cerchio, ecc.

La difficile lotta alla corruzione

Il Partito per l’indipendenza nazionale (Rsp), vincitore delle ultime elezioni, è stato fondato nel 2022 e si identifica come partito centrista e anti corruzione. Tuttavia, il suo fondatore, Rabi Lamichhane, è stato arrestato nel 2024 proprio con l’accusa di frode e riciclaggio di denaro.

I membri del partito hanno sempre difeso il proprio presidente, dichiarando che l’arresto, in realtà, sia solo una persecuzione per combattere un partito che lotta contro la corruzione, e che l’accusa sia stata montata per proteggere i veri colpevoli appartenenti alle forze politiche storiche.

An.Ca

Donne a Changu Narayan durante una «puja», rituale dell’induismo durante il quale si fanno offerte (fiori, cibo, incenso) alla divinità; il tempio di Changu Narayan è la più antica meta di pellegrinaggio nella valle di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.

Tutto è iniziato con un «post»
Il cammino verso un nuovo paese

I social e la Generazione Z sono stati fondamentali per scuotere il Nepal. Occorre però aspettare le prime mosse di Balendra Shah, il  vincitore delle elezioni di marzo e nuovo Primo ministro, per capire se sarà vera rivoluzione. 

Settembre 2025. Da giorni, attraverso i social media, i ragazzi della «Generazione Z» stanno denunciando la deriva e la corruzione del Governo. Ogni post condiviso dai giovani nepalesi, soprattutto su TikTok, riporta un hashtag in particolare: #GenZRevolution. La parola è diventata immediatamente il marchio di una nuova rivoluzione che sembra stia per arrivare.

A scatenare le indignazioni sono stati, soprattutto, alcuni post sui social media dei figli delle alte cariche dello Stato. Video di vacanze di lusso, automobili, alberghi esclusivi, voli in prima classe, orologi e gioielli.

In un Paese dove lo stipendio medio di un lavoratore si aggira intorno agli 80 dollari al mese, in quella che è stata dichiarata la nazione più povera dell’Asia (e la trentottesima nel mondo secondo la classifica «World’s poorest countries 2025» di Global finance), questa ostentazione di ricchezza ha fatto esplodere la rabbia. Sono stati soprattutto gli studenti a manifestare il proprio dissenso, loro che, da anni, non riescono a immaginare un futuro che non sia fuori dalla propria nazione.

Le visualizzazioni dei post di denuncia si moltiplicano, gli studenti creano diversi gruppi su Telegram e cominciano a pianificare delle possibili proteste anche per strada.

Due degli attivisti entrati in sciopero della fame il 19 gennaio 2026; alle loro spalle, le foto delle 76 persone uccise durante gli scontri di settembre 2025. Ad oggi nessun colpevole è stato individuato. Foto Angelo Calianno.

Giovani in strada

Il 4 settembre 2025, il governo nepalese oscura 26 tra le piattaforme social più usate. Il divieto è la goccia che fa traboccare il vaso. L’8 settembre, migliaia di ragazze e ragazzi, soprattutto studenti, decidono di riversarsi per le strade di Kathmandu.

La protesta parte in maniera pacifica, tantissimi sono anche i minorenni che sfilano con le divise della propria scuola. Il corteo raggiunge il palazzo del Parlamento, la polizia ha transennato l’area. Nessuno tra le forze dell’ordine si aspettava così tanta gente. Il corteo comincia a lanciare slogan contro il primo ministro K.P. Sharma Oli.

La polizia intima alla folla di non avvicinarsi troppo alle transenne. Alcune persone, che sembrano estranee al corteo, almeno a giudicare dal loro abbigliamento, cominciano a spingere e calciare la barriera predisposta dalle autorità. Accerchiate e in inferiorità numerica, le forze dell’ordine rispondono lanciando lacrimogeni e getti d’acqua dagli idranti: si accende una battaglia urbana. Non riuscendo a respingere la folla, la polizia comincia prima sparare proiettili di gomma e, in seguito, pallottole vere.

Dopo aver assistito ai fatti in tv, alla protesta si uniscono anche gli adulti. La seconda ondata di manifestanti attacca i centri economici legati alla politica, luoghi come la villa del ministro dell’Interno Ramesh Lekhak.

Alla fine degli scontri sono 19 i morti e oltre 200 i feriti. Ma tutto questo è solo il preludio di quanto sta per accadere.

Il 9 settembre il Governo toglie il blocco dai social media e istituisce un coprifuoco nella capitale, ma ormai è troppo tardi per placare gli animi. La folla, composta non più solo da studenti ma da persone di ogni generazione, sfonda i posti di blocco della polizia usando automobili e motociclette. Il corteo arriva fino alla sede del Parlamento, incendiandola. Vengono distrutti anche il palazzo del Governo e la sede della Corte suprema. Inoltre, vengono attaccate e incendiate le residenze dei membri dei partiti storici del Nepal (il Cpn-Uml e il Cpn-Mc) e, ancora, viene vandalizzata la casa del presidente Ram Chandra Poudel.

Il 10 settembre il primo ministro Karma Oli annuncia le dimissioni, seguito a ruota da molti membri del suo partito. In strada arrivano i militari che istituiscono un nuovo, e più esteso, coprifuoco. L’arrivo dell’esercito (che al contrario della polizia, in Nepal, è estremamente rispettato), le dimissioni del Primo ministro, e la promessa di elezioni anticipate, calmano momentaneamente le proteste.

Tre giorni dopo, viene nominata l’ex giudice supremo Sushila Karki come Primo ministro di un governo di transizione. La Karki, nota per la sua strenua lotta alla corruzione, rimarrà in carica fino alle elezioni.

Le elezioni e il vincitore

L’ex primo ministro Karma Oli, travolto dalla rivolta di settembre 2025. Foto Wikimedia.

Cinque Marzo 2026, è il giorno tanto atteso delle elezioni. Nonostante il timore di molti, non c’è stato nessun disordine nei giorni precedenti. Oggi, sono stati disposti più di 300mila uomini come forze di sicurezza. Gli elettori arrivano a Kathmandu (la capitale, infatti, concentra la metà della popolazione e gran parte delle sezioni elettorali) da tutti gli angoli del Paese, anche dalle remote aree ai piedi dell’Himalaya.

I ragazzi appartenenti alla Generazione Z, tra i primi a votare, riempiono i social media di foto dove mostrano il proprio pollice macchiato di inchiostro. L’inchiostro, sull’unghia del dito, rappresenta da decenni un sistema antifrode per impedire che si voti più di una volta, cosa molto comune in passato.

Alla fine della giornata, l’affluenza è del 60%. Sulla percentuale pesa molto l’assenza dei tantissimi giovani all’estero per lavoro.

Ci vogliono cinque giorni per effettuare lo spoglio di tutte le schede ma, alla fine, il 10 marzo, il Nepal ha il suo vincitore: si tratta di Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco di Kathmandu.

La commissione elettorale valida i voti e certifica la maggioranza, dopodiché, il 27 marzo, il vincitore Shah ottiene il voto di fiducia durante la prima convocazione parlamentare. Nelle stesse ore, viene arrestato l’ex primo ministro K.P. Sharma Oli, accusato delle violenze durante gli scontri di settembre.

Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco, vincitore delle elezioni di marzo 2026. Immagine Wikimedia.

Il partito di Balendra Shah, l’Rsp (Rastriya swatantra party, ovvero Partito per l’indipendenza nazionale), ha ottenuto una maggioranza con uno scarto quasi senza precedenti nelle moderne elezioni nepalesi: 125 seggi, staccando di netto il partito dell’Nc (il Nepali congress) che di seggi ne ha conquistati solo 18. L’Rsp è un partito che ha nella sua ideologia il liberalismo economico, il socialismo progressista e la trasparenza. Durante la campagna elettorale, il nuovo premier aveva promesso ai nepalesi l’istruzione gratuita e 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro.

La vittoria di «Balen», così veniva soprannominato Shah durante la sua carriera artistica, è stata soprattutto frutto dei tanti voti della Generazione Z che, sin dalle proteste di settembre, sperava nella sua vittoria come nuovo premier. Balen aveva conquistato i giovani con i testi delle sue canzoni, spesso veri e propri slogan contro la vecchia classe politica nepalese. Nella sua prima dichiarazione dopo la vittoria, Balendra Shah ha detto: «Aspettiamo a festeggiare. Abbiamo perso tanti amici nelle rivolte del 2025, priorità è giustizia per loro».

Gruppo di soldati nepalesi. Foto Paolo Moiola.

Felici e in attesa

Dopo l’annuncio della vittoria di Shah, abbiamo nuovamente interpellato i giovani nepalesi, intervistati prima delle elezioni, per sentire i loro commenti a caldo. Tutti, anche chi era contrario alle elezioni anticipate, si sono dichiarati molto felici della vittoria ma, soprattutto, della sconfitta dei partiti storici e della vecchia classe politica.

Tra canti e festeggiamenti per le strade di Kathmandu, la Generazione Z ripone molta speranza in questo nuovo governo. Per la prima volta, in Nepal, i giovani sembrano essere stati i protagonisti del loro destino: sono riusciti a smascherare il nepotismo con l’arma dei social media, hanno fatto cadere un governo e sono stati decisivi per la vittoria di un partito. Solo il futuro potrà dire loro se la fiducia è stata ben riposta, e se l’ex rapper riuscirà davvero a trasformare i suoi slogan e le canzoni di protesta, in riforme concrete per il cambiamento del suo Paese.

Angelo Calianno

Cerimonia funebre induista al tempio di Pashupatinath. Foto Paolo Moiola.

Indù nel paese di Buddha
Le fedi dei nepalesi

Anche se il Nepal ha dato i natali a Buddha, il buddhismo non è la religione predominante. La maggior parte della popolazione pratica l’induismo. Islam e cristianesimo sono presenti, ma costituiscono fedi minoritarie.

In Nepal, il culto religioso più antico è attestato dall’ottavo secolo prima di Cristo ed è conosciuto come kiratismo. Il nome deriva dai Kirati, un gruppo etnico autoctono presente ancora oggi, per lo più nelle zone ai piedi dell’Himalaya. Il kiratismo è un sistema di credenze animiste legato al culto della natura e degli antenati, con pratiche sciamaniche.

Nel 623 avanti Cristo, a Lumbini, nell’attuale Nepal meridionale, nasce Siddhārtha Gautama, meglio conosciuto come Buddha. Tuttavia, bisogna aspettare quasi due secoli per vedere la diffusione del buddhismo nel Paese. Nel 400 dopo Cristo, dall’India, arrivano i Licchavi, dinastia che impone l’induismo e il sistema delle caste. Nonostante l’imposizione, induismo e buddhismo riescono a coesistere per secoli senza particolari problemi.

Le cose cambiano con l’arrivo del re Narayan Shah, sovrano che, nel 1769, unisce tanti piccoli Stati nel Nepal che conosciamo oggi. Shah dichiara l’induismo religione di Stato ed espelle i missionari cristiani. Bisogna aspettare il 2008, con la caduta della monarchia, per arrivare a una concezione laica dello Stato.

Oggi in Nepal la coesistenza è pacifica e con elementi che qualcuno definisce sincretici. Per esempio, gli induisti venerano Buddha come un’incarnazione di Vishnu, i buddhisti onorano divinità induiste come Shiva. Le due religioni condividono templi – ad esempio, quello di Pashupatinath – e alcune cerimonie come il Newar, funzione che incorpora i riti di entrambe le religioni.

In Nepal, è presente anche una minoranza musulmana, totalmente sunnita, arrivata qui con le migrazioni dei mercanti che provenivano dal Kashmir. 

Secondo i dati del censimento del 2021, l’induismo è seguito dall’81,2 per cento della popolazione. Seguono il buddhismo (8,2%), l’islam (5%), il kiratismo (3,2%) e il cristianesimo (1,8%). Poi ci sono altre minoranze animiste, jainisti, sick, baha’i.

Padre Silas Bogati è l’amministratore apostolico del Nepal. (Screenshot)

Il cristianesimo

Le prime tracce di cristianesimo sono da ricondurre al 1628, con l’arrivo di un missionario gesuita: il portoghese padre Juan Cabral. La maggior parte delle conversioni, però, si ebbero a partire dagli anni Cinquanta dello stesso secolo. Stando alle cronache dell’epoca, esse avvennero, per lo più, per fuggire dal sistema castale e usufruire degli aiuti sociali promessi dalla Chiesa.

I cristiani, in Nepal, oggi sono sottoposti a leggi anti-proselitismo. Le pene per conversioni forzate o offese religiose sono punite con multe fino a mille euro e con detenzioni fino a 5 anni.

Il 90% dei cristiani è protestante. Secondo l’Annuario pontificio e fonti ecclesiali come Agenzia Fides, i cattolici nel Paese sono appena ottomila.

Pur essendo un’esigua minoranza, la comunità cattolica del Nepal è stata spesso bersaglio di attacchi. Uno degli episodi più gravi avvenne nella Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, a Kathmandu, il 23 maggio 2009. Durante una messa domenicale, una bomba, nascosta in un sacchetto di plastica, uccise due persone e ne ferì altre trenta.

L’attacco fu opera di una donna: Sita Thapa Shrestha, militante della Nepal defence army (Nda), formazione radicale induista. L’Nda si macchiò di diversi attentati durante il primo decennio degli anni 2000, tra cui l’omicidio di un sacerdote salesiano e diverse campagne intimidatorie per cacciare i cristiani dal Nepal. I gruppi estremisti, specie dopo la fine della monarchia, hanno accusato le conversioni cristiane di essere un pericolo per l’identità indù. Dopo l’attentato del 2009, l’Nda venne smantellato e dei suoi componenti oggi non vi è più traccia. Nuove fazioni, tuttavia, continuano a minacciare le minoranze religiose, non solo cristiane ma anche musulmane.

Tra queste spicca l’Hindu samarat sena, banda radicale che propaga accuse infondate di proselitismo. Tramite volantini e social media, il gruppo minaccia, tra l’altro, di incendiare le chiese durante le celebrazioni eucaristiche. Fortunatamente, nessuna di queste organizzazioni ha raggiunto il livello di violenza e pericolosità dell’Nda.

Da gennaio 2025, l’amministratore apostolico del Nepal è padre Silas Bogati, già parroco della Cattedrale dell’Assunzione a Kathmandu. Padre Bogati ha lodato pubblicamente le proteste dei GenZ di settembre 2025, sottolineando l’impegno giovanile e sperando in un futuro di buon governo e di lotta alla corruzione.

Angelo Calianno

L’interno della cattedrale cattolica di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.

Ha firmato il dossier:

Angelo Calianno:  Giornalista e fotografo, è specializzato in reportage da luoghi di conflitto. Per MC ha scritto di Iraq, Siria (Rojava), Afghanistan, Palestina, Pakistan e Libano.

A cura di Paolo Moiola, giornalista MC, a sua volta autore di un reportage sul Nepal pubblicato ad aprile 2007.

La cattedrale di Kathmandu – consacrata all’Assunzione di Maria – è la principale chiesa cattolica del Nepal, si trova nel quartiere di Park Street, a circa 5 km dal centro di Kathmandu; costruita nel 1760 da frati cappuccini, fu uno dei primi edifici cristiani del Paese e sopravvisse anche alle espulsioni del 1769. La cattedrale è stata restaurata più volte. Foto Angelo Calianno.



Timor Est. Paese piccolo tra giganti


Colonia portoghese fino al 1975, poi occupato dall’Indonesia, Timor Est è indipendente dal 2002. È l’unico paese a maggioranza cattolica in Asia assieme alle Filippine. In cerca di una via d’uscita dalla povertà per i suoi 1,5 milioni di abitanti, investe nei giovani.

Alle prime luci dell’alba, João Lima parte, come ogni giorno, dal suo campo, a circa venti chilometri dalla città di Dili, capitale di Timor Est, ufficialmente Repubblica democratica di Timor Leste, per vendere al mercato banane, chicchi di caffè essiccati, ortaggi.

Sul pulmino dai colori sgargianti che si ferma sul ciglio della strada, sale con lui Ricardo, suo figlio undicenne che, in camicia bianca e pantaloncini blu, sta andando a scuola.

Ad accogliere Ricardo c’è suor Albertina, una delle tante religiose impegnate negli istituti scolastici cattolici disseminati sull’isola del Sudest asiatico.

La vita di João è simile a quella di tanti altri piccoli agricoltori che, come lui, nel Paese sbarcano il lunario con fatica e sognano un futuro diverso per i figli. Magari in Corea o in Europa.

Il Paese più giovane d’Asia

La strada che costeggia il mare passando per il porto di Dili e per il piccolo aeroporto Nicolau Lobato, se percorsa in direzione ovest, è una delle poche che oltrepassano il confine terrestre con l’Indonesia, arrivando fino a Kupang, città posta all’estremo occidente dell’isola.

Saliamo a Dili tra colline verdeggianti, campi coltivati, banchetti di venditori ambulanti che fanno capolino qua e là.

L’aeroporto Nicolau Lobato porta nel nome la dicitura «internazionale»: non potrebbe essere diversamente. Infatti, è l’unico scalo del Paese e non esistono «voli domestici».

I due aeroplani che atterrano ogni giorno sull’unica pista vengono uno da Denpasar, sull’isola indonesiana di Bali, e uno dalla città australiana di Darwin.

Sono proprio l’Indonesia e l’Australia le due potenze che hanno avuto – e hanno tuttora – un’influenza determinante nella storia recente della piccola nazione, la più giovane d’Asia, diventata indipendente dall’Indonesia il 20 maggio 2002. La sua popolazione oggi conta 1,5 milioni di abitanti, e i suoi 14.874 km2 di superficie (poco meno del Lazio) si estendono sulla metà orientale dell’isola di Timor, sull’exclave di Oecusse, in territorio indonesiano, l’isola di Atauro e l’isolotto di Jaco.

Le ferite dell’indipendenza

L’isola di Timor fu colonizzata a partire dal XVI secolo da portoghesi e olandesi. Tra il 1859 e il 1914 i due paesi europei si spartirono il territorio in una parte occidentale olandese e in una orientale portoghese.

Era il 28 novembre 1975 quando quest’ultima si dichiarò indipendente. Nove giorni dopo, però, l’Indonesia la occupò per incorporarla nel 1976 come provincia di Timor Timur.

Durante i successivi due decenni, segnati da scontri tra il fronte degli indipendentisti, il Falintil, e l’esercito indonesiano, morirono tra le 100mila e le 250mila persone.

Il 30 agosto 1999, in seguito a forti pressioni internazionali, fu indetto un referendum per l’indipendenza dal quale, il 20 maggio 2002, nacque finalmente la Timor Est indipendente.

La vicenda politica, che ha lasciato una tragica scia di sofferenza – un esempio su tutti, il massacro di Santa Cruz del novembre 1991, che costò la vita a 200 giovani timoresi -, vide indirettamente coinvolto anche la vicina Australia che, nella sua politica di mezzo secolo fa, mascherava di «lotta al comunismo» il suo interesse per le ingenti risorse petrolifere dei giacimenti nel mare di Timor.

Timor Est è ancora oggi alle prese con una lenta ripresa.

Dopo il voto referendario del 1999, le milizie lealiste, sostenute dall’esercito indonesiano, avviarono una campagna punitiva uccidendo circa 1.400 cittadini timoresi e costringendo oltre 300mila persone alla fuga. I gruppi paramilitari pro-Indonesia ebbero l’ordine di lasciare dietro di sé solo macerie prima di ritirarsi nell’Ovest, e Timor Est si ritrovò a dover ricostruire da zero strutture e infrastrutture, classe dirigente e l’intera architettura dello stato.

Giovani e cambiamento

Si tratta di un iter che, dopo più di 20 anni, è ancora in via di realizzazione, mentre il cammino per lo sviluppo implica un cambio di mentalità e di paradigmi sociali ed economici: «La nostra società, essenzialmente agricola e rurale – spiega Joel Casimiro Pinto, frate minore e rettore della Universidade católica timorese São João Paulo II a Dili, primo e unico ateneo nella nazione -, è chiamata a rigenerarsi con la creazione di un tessuto imprenditoriale. E questo processo passa necessariamente dalla formazione dei giovani».

Intitolato a papa Wojtyla, l’ateneo ha aperto i battenti nel 2021 ed è frequentato da 1.700 studenti divisi tra quattro facoltà: scienze sanitarie; scienze umane; ingegneria agraria; scienze dell’educazione, arti e cultura. «Sono molti i giovani che chiedono di essere ammessi: ogni anno abbiamo oltre 1.500 candidati, ma possiamo accoglierne solo 500. Tra i giovani timoresi c’è un grande desiderio di crescere e di contribuire al futuro della nazione», nota il rettore, aggirandosi fiero tra le strutture del campus, attorniato da giovani curiosi ed entusiasti.

L’obiettivo è «fornire un’istruzione di qualità in tutti i settori dell’attività umana e preparare le generazioni future al mercato del lavoro per formare una nuova classe dirigente».

Paese emigrante

Dopo la storica visita di papa Wojtyla nel 1989 – evento che diede energie morali, spirituali e politiche al cammino di Timor Est verso l’indipendenza -, la piccola nazione – unica a maggioranza cattolica in Asia, assieme alle Filippine -, all’inizio di settembre ha accolto papa Francesco nella terza tappa del suo viaggio in Asia e Oceania che l’ha visto sbarcare anche in Indonesia, Papua Nuova Guinea e Singapore.

Dalla sua presenza, e dal suo apprezzamento per una Timor Est in cui «si respira freschezza», il Paese ha tratto incoraggiamento per il suo futuro che già oggi si intravede nelle nuove generazioni. Gli abitanti sotto i 30 anni, infatti, secondo statistiche ufficiali, sono circa il 70%.

Per loro, però, oggi le prospettive di lavoro e di formazione restano limitate. «A causa della disoccupazione – rileva Acacio Domingo De Castro, sociologo salesiano, docente all’ateneo -, molti emigrano verso Corea del Sud, Australia, Europa, e inviano le loro rimesse alle famiglie di origine, per migliorarne le condizioni economiche».

Un esempio è quello di Heriberto del Rio, 25enne che dopo aver studiato lingue, ora si destreggia tra la lingua timorese (il tetun), quella indonesiana (il bahasha), il portoghese, l’inglese e il cinese, e si è trapiantato nella capitale indonesiana Giacarta dove lavora come interprete per aziende locali che operano nell’import export.

Heriberto non intende tornare in patria, e vede il suo futuro all’estero, ma molti altri giovani non hanno le sue stesse possibilità e, d’altronde, la nazione ha bisogno di loro.

«Il governo di Timor Est – racconta De Castro sorseggiando il caffè orgogliosamente prodotto nel Paese – ha messo in campo delle misure per incentivare lo sviluppo e l’imprenditoria giovanile, ad esempio promuovendo nuove tecnologie per l’agricoltura e finanziando micro progetti su tutto il territorio nazionale per attivare piccole imprese e cercare di frenare il fenomeno dell’emigrazione».

Guidato dall’ex capo della resistenza Xanana Gusmao, il Governo di Dili intende creare una Banca per lo sviluppo allo scopo di concedere ai giovani opportunità di microcredito.

«In questo scenario – riprende il rettore -, l’università rappresenta il contributo della Chiesa cattolica per la formazione integrale dei giovani, perché crescano come persone di fede e cultura, animate da valori come pace, tolleranza, giustizia, democrazia, inclusività». E, continua, «perché siano pronti a mettersi al servizio del prossimo, soprattutto dei poveri e dei più vulnerabili, nella logica del Vangelo».

Una «societas christiana»

Quando si parla di «comunità cattolica» a Timor Est, si intende quasi l’intera popolazione. I battezzati sono il 98%, e la vita sociale, politica, culturale dà a un visitatore straniero l’impressione di trovarsi in una societas christiana, in cui i valori della Chiesa influenzano scelte personali e pubbliche. Eppure, solo cinquant’anni fa, nel 1975, era battezzato solo un terzo della popolazione. La crescita esponenziale dei cattolici si ebbe proprio negli anni critici dell’oppressione, quando l’elemento della fede divenne un baluardo, e suore, preti, catechisti restarono accanto a indigenti, vulnerabili, emarginati.

Non si può dimenticare una figura come Martinho Da Costa Lopes (1918-1991), dal 1977 vicario apostolico di Dili, uomo che denunciò più volte apertamente le atrocità commesse dall’esercito indonesiano, anche in colloqui con il dittatore Suharto, allora al potere in Indonesia.

Il suo ruolo risultò determinante quando, incontrando l’allora astro nascente della resistenza, Xanana Gusmao, gli disse che il movimento indipendentista avrebbe dovuto abbandonare l’ideologia marxista per avere successo nella lotta.

Gusmao nel 1988 presentò un documento politico che, scegliendo la strada dell’unità nazionale, sanciva la rinuncia all’ideologia comunista.

L’unico riferimento ideale per la popolazione che lottava per la libertà, allora, restò il Vangelo.

Tutt’oggi, parlando con la gente, guardando la vita delle famiglie, frequentando le parrocchie brulicanti di bambini e di giovani, ci si accorge che la fede cristiana impregna la cultura e la mentalità comune, ed è un fattore che resiste all’inesorabile processo di secolarizzazione e alle sfide delle nuove tecnologie.

Soprattutto colpisce che questo accada nella vita dei giovani che «hanno visione, ambizione e speranza e nella loro vita, in patria o all’estero, laureati o già lavoratori, mantengono viva la fede», spiega il vicario episcopale di Dili, Graciano Santos.

Un segno di tutto questo è il Seminario maggiore interdiocesano a Fatumeta, un quartiere della capitale, dove 300 giovani si formano per il sacerdozio. Altrettanti ragazzi studiano nel Seminario minore, mentre l’Istituto superiore per la filosofia e la teologia «accompagna la crescita culturale di circa 350 giovani, seminaristi, consacrati e laici, ed esprime la missione della Chiesa nel campo della formazione umana e spirituale», spiega il rettore, Giustino Tanec, raccontando che «la visita di papa Francesco si è rivelata un balsamo per i nostri giovani». Inoltre, i giovani migranti che da Timor Est si trasferiscono all’estero per cercare lavoro «sono anche dei missionari, perché portano con sé il loro patrimonio di fede e vivono la testimonianza cristiana con semplicità e convinzione», sottolinea il cardinale Virgilio do Carmo da Silva, arcivescovo di Dili.

Davide tra i Golia

Nella capitale, distesa sulle rive del mare di Timor, i giovani sfrecciano sui motorini e al tramonto si incontrano e socializzano sul lungomare, mangiando pesce arrostito e frittelle di gamberetti, mentre sorseggiano cachaça, un’acquavite di origine brasiliana, prodotta anche in loco. Sognano di lasciare una realtà che è ancora in via di sviluppo, che registra un’alta percentuale di famiglie in condizioni di povertà, con circa il 40% della popolazione che vive con meno di due dollari al giorno e non è alfabetizzata.

È la povertà che si scorge con chiarezza laddove, ai bianchi palazzi pubblici in stile coloniale, fanno da contrappunto, a poca distanza, quartieri di casupole attaccate l’una all’altra e zone dove da poco il servizio pubblico garantisce i servizi essenziali come l’acqua e l’elettricità.

Lo sviluppo e la promozione sociale e culturale della popolazione – nelle città ma soprattutto nelle aree rurali – sono la priorità per Timor Est.

Perseguendo quest’obiettivo, il governo ha chiesto l’adesione all’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e, dal 2022, ha ottenuto lo status di osservatore ufficiale e «l’approvazione di principio» per diventarne membro a pieno titolo.

Il Paese spera così di incentivare i rapporti economici con i paesi della regione (l’Indonesia in primis) e di attirare investitori soprattutto in un settore che è ancora in embrione: il turismo.

L’altro grande asset del Paese è costituto dalle sue riserve di petrolio e gas che suscitano l’interesse soprattutto di Australia e Cina. L’Australia, storica partner, in cambio dello sfruttamento dei giacimenti nel mare di Timor prospetta di spendere la propria influenza politica a beneficio di Dili nei rapporti con il blocco occidentale.

Pechino, dal canto suo, entrata con decisione nella competizione, offre l’edificazione di moderne infrastrutture.

L’economia di Timor Est oggi fa affidamento quasi interamente sulle entrate derivanti da quelle materie prime, che compongono circa l’85% del bilancio statale. Sia nel caso dei giacimenti di oro nero, sia per quelli di gas naturale, Dili sta seguendo un principio chiave: dopo l’estrazione, la conduttura deve arrivare a Timor Est, in modo che quelle risorse diventino un volano per lo sviluppo interno e possano generare occupazione e lavoro qualificato, con un impatto sociale ed economico virtuoso in patria.

Timor Est resta un piccolo stato stretto tra i giganti, ma proprio per questo ha attivato un’iniziativa che appare significativa: una rete con altri paesi fragili. È l’iniziativa del gruppo denominato «G7+», organizzazione intergovernativa che riunisce nazioni uscite da un conflitto e che sperimentano vie di ripresa socioeconomica. Con quei 20 paesi di Africa, Asia Pacifico, Medio Oriente e Caraibi, scambia buone pratiche, suggestioni, speranze e prospettive, in un fecondo rapporto di solidarietà e di cooperazione.

Paolo Affatato*

*Paolo Affatato, giornalista e saggista, è responsabile della redazione Asia nell’agenzia di stampa Fides, delle Pontificie opere missionarie. Membro di «Lettera 22», associazione di giornalisti, è autore di reportage e analisi dal continente asiatico. Il suo ultimo libro, edito in italiano e inglese, è Shahbaz Bhatti. L’aquila del Pakistan, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2020.




Bangladesh. La sceicca si conferma al potere

Lo scorso 7 gennaio si sono svolte in Bangladesh le prime elezioni del 2024. Nessuna sorpresa dalle urne: ha stravinto l’«Awami League» (222 seggi parlamentari su 300), il partito della premier Sheikh Hasina Wazed, giunta al quinto mandato, il quarto consecutivo. Una vittoria scontata anche perché ottenuta dopo che il «Bangladesh nationalist party» (Bnp, guidato da un’altra donna, Khaleda Zia), il principale partito d’opposizione, si era ritirato dalla competizione elettorale, giudicandola – con molte ragioni – gravemente viziata.

La premier Sheikh Hasina, 76 anni, è al suo quinto mandato, il quarto consecutivo: una vita al potere. (Screenshot da «The Daily Star»)

La leader Sheikh Hasina, 76 anni, viene da lontano. Nel 1971, suo padre, Sheikh Mujibur Rahman, era stato l’artefice della separazione del paese (già Pakistan orientale o Bengala orientale) dal Pakistan, dopo una guerra con almeno 3 milioni di morti.

Nel corso degli ultimi 15 anni il potere della premier e del suo partito si è però trasformato in autoritarismo. Molti membri dell’opposizione sono stati arrestati o processati, e la libertà di parola è stata soffocata.

Altri due fatti di rilievo hanno caratterizzato i governi di Hasina: l’accoglienza di quasi un milione di profughi di etnia rohingya, popolazione islamica perseguitata nel confinante Myanmar; i pessimi rapporti con l’economista Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, fondatore della Grameen Bank, probabilmente il più noto bangladese al mondo.

Anche alle ultime elezioni non sono mancate le violenze. Il 9 gennaio The Daily Star, il principale quotidiano in lingua inglese del Paese, riportava due notizie contrapposte, molto significative: da una parte la reazione degli Stati Uniti che hanno giudicato le elezioni non libere e non giuste, dall’altra quella della Cina che si è congratulata con i vincitori per il successo elettorale.

Il Bangladesh conta oltre 171 milioni di abitanti, al 90 per cento di religione islamica (e un 9 per cento di induisti). Con i suoi 1.315,1 abitanti per chilometro quadrato, possiede una delle più alte densità demografiche al mondo. Nonostante l’impetuosa crescita economica degli ultimi anni (più 6-7 per cento all’anno, incremento dovuto soprattutto all’industria dell’abbigliamento), il Paese rimane una nazione povera, diseguale e con un alto tasso di emigrazione. Vivono all’estero 7,5 milioni di bangladesi. In Italia, ce ne sono oltre 150mila (secondo i dati ministeriali), formando la più numerosa comunità del Paese asiatico in Europa.

Dalle elezioni in Bangladesh si possono trarre alcune lezioni di carattere generale: l’autoritarismo e e la trasformazione dei governi in principati (nel senso descritto da Machiavelli) sono tendenze mondiali sempre più diffuse; la contrapposizione tra i paesi a democrazia occidentale e gli altri è destinata ad acuirsi sotto la spinta di Cina e Russia; non basta essere donna per rendere la politica migliore.

Paolo Moiola