Costa Rica. Un Paese tranquillo?

Stato centroamericano con 5,1 milioni di abitanti, il Costa Rica è sempre stato considerato un Paese tranquillo. Lo scorso gennaio ha eletto al primo turno la sua nuova presidente, Laura Fernández Delgado, candidata del Partido pueblo soberano, espressione politica della destra populista. Neppure quarantenne, succede a Rodrigo Chaves Robles, uno dei fondatori del partito della vincitrice. Dal prossimo 6 maggio, Laura Delgado sarà la seconda donna alla guida del Paese.

Essendo un paese relativamente prospero (il tasso di povertà è attorno al 15 per cento) e politicamente stabile, il Costa Rica è meta di migranti e richiedenti asilo provenienti da altre parti dell’America Latina. Nell’ultimo decennio, il paese ha registrato un’impennata delle richieste di asilo principalmente a causa della repressione politica nel vicino Nicaragua. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel 2025 in Costa Rica risiedevano quasi 200mila nicaraguensi, oltre a 30mila venezuelani.

Mappa del Costa Rica, un tempo considerato un Paese tranquillo. Da anni non è più così, soprattutto a causa del narcotraffico. (Foto Fabio Fistarol-Unsplash)

A febbraio 2025, Marco Rubio, segretario di Stato degli Usa, ha visitato il Costa Rica definendolo un modello per l’intera regione. Ad agosto dello stesso anno, Donald Trump ha però citato San José de Costa Rica, la capitale del Paese, tra le città più pericolose del mondo. Pur in presenza di un’amministrazione statunitense molto ondivaga, la nuova presidenza pare intenzionata a rafforzare ulteriormente il legame con Washington.
In ogni caso, tutto indica che il Costa Rica non è più quell’oasi di pace a tal punto decantata da guadagnarsi l’appellativo di «Svizzera del Centro America».

Un dato su tutti testimonia questo cambio: il tasso annuale di omicidi. Questo si attestava a 4 ogni 100.000 abitanti negli anni Ottanta. Poi è iniziata una crescita sempre più rapida. Nel 2024, il tasso è stato di 16,6 persone uccise ogni 100.000. Ancora lontano dal tasso dei paesi confinanti, ma anche da quello dei paesi virtuosi (in Italia, è di 0,54 vittime ogni 100.000 persone).
La causa principale di questa escalation della violenza è il narcotraffico. Il Costa Rica, infatti, è diventato una fondamentale base logistica dei trafficanti della Colombia e del Messico. Da questa scomoda presenza scaturisce una sanguinosa lotta tra bande. L’enorme giro di denaro prodotto dalla droga sta, inoltre, alimentando la corruzione. L’ultimo scandalo – l’arresto dell’ex ministro Celso Gamboa Sánchez (giugno 2025) – ha coinvolto anche l’attuale presidente e funzionari del suo governo.

Sull’aggravarsi della situazione interna è intervenuta anche la locale Conferenza episcopale, organismo importante in un Paese a grande maggioranza cattolico. Nel suo messaggio del 6 febbraio, l’assemblea dei vescovi costaricensi ha scritto tra l’altro: «Ribadiamo le principali sfide nazionali che permangono e che richiedono urgente attenzione e un fermo impegno da parte di tutti i settori del Paese. Tra queste, l’aumento della violenza e dell’insicurezza dei cittadini, la lotta alla povertà e alla crescente disuguaglianza sociale, la creazione di un’occupazione dignitosa e stabile, la crisi del sistema educativo, il rafforzamento della sanità pubblica, […] e la gestione responsabile della nostra casa comune».

Paolo Moiola




Uganda. Settimo mandato per Yoweri Museveni

Sabato 17 gennaio, la Commissione elettorale ugandese ha comunicato i risultati provvisori delle presidenziali di due giorni prima. Senza sorprese, secondo i dati ufficiali, il capo di Stato uscente, Yoweri Museveni, ha ottenuto un settimo mandato con il 71,65% dei voti. Il suo maggiore sfidante, invece, il cantante e politico Bobi Wine (nome d’arte di Robert Kyagulanyi), si è fermato al 24,72%.
I risultati provvisori danno al partito di Museveni, il National resistance movement (Nrm), anche il controllo pressoché totale del Parlamento.

Quarant’anni di presidenza
Museveni è salito al potere nel 1986, quando il National resistance movement (allora movimento armato) ha deposto il generale Milton Obote, andato al potere dopo la caduta del dittatore Idi Amin nel 1979.
Da quel momento, Museveni non ha più abbandonato la presidenza, arrivando anche a modificare due volte la Costituzione per mantenerla. In un caso, ha ottenuto l’eliminazione del limite di età (75 anni, Museveni oggi ne ha 81) per candidarsi a capo dello Stato; nell’altro, ha fatto sì che venisse rimosso il numero massimo di mandati che ciascuna persona può ricoprire.
Dal 1986, quindi le elezioni sono sempre state una pura formalità. Per quattro volte, a sfidare Museveni è stato Kizza Besigye. Nel 2024, però, lo storico oppositore è stato rapito in Kenya. Portato davanti a una corte militare ugandese, al momento, Besigye è sotto processo con un’accusa di tradimento (se condannato, rischia la pena di morte).
Nel 2021, invece, il principale sfidante di Museveni è stato Wine. Conosciuto anche come il «ghetto president» (presidente del ghetto) – in quanto originario degli slum della capitale Kampala – Wine si è ricandidato anche nel 2026.

Repressione e brogli
Secondo Tigere Chagutah, direttore di Amnesty international (www.amensty.it) per l’Africa orientale e australe, il periodo preelettorale è stato «caratterizzato da repressione massiccia e aggressioni senza precedenti a partiti di opposizione e voci di dissenso». Tant’è che, verso la fine della campagna, Wine ha iniziato a presentarsi in pubblico con elmetto e giubbotto antiproiettile, mentre i raid della polizia ai suoi comizi sono diventati sempre più frequenti, con alcuni morti e centinaia di arresti tra i suoi sostenitori.
Pochi giorni prima del voto, i militari sono stati dispiegati nella capitale. Human rights watch (organizzazione per la difesa dei diritti umani con base a New York) ha invece denunciato la sospensione di dieci Ong: tra esse, organizzazioni che si occupavano del monitoraggio elettorale e della tutela dei diritti umani.
A ciò si è poi aggiunto il blocco di internet, ordinato dall’esecutivo con l’obiettivo di «prevenire la diffusione di informazioni false e l’incitazione alla violenza». In realtà, l’intenzione del governo era silenziare le voci di dissenso e limitare la circolazione di informazioni. Bloccare internet ha anche «limitato la possibilità di controllare la reale trasparenza del voto, aumentando il sospetto di brogli», come detto da Goodluck Jonathan (ex presidente nigeriano e oggi rappresentante degli osservatori dell’Unione africana e di altri organi regionali).

Calma tesa
Il giorno del voto, in molte aree urbane (spesso fortezze dell’opposizione), le macchine per l’identificazione biometrica non hanno funzionato. Ciò, oltre a causare ritardi, ha anche scatenato ulteriori timori di frodi elettorali, a causa dell’utilizzo di registri cartacei.
Jonathan ha detto che la giornata è trascorsa nella calma. Ma ha anche sottolineato che, secondo lui, era apparenza, dovuta al fatto che nei cittadini «era stata instillata la paura» ed era stata «erosa la loro fiducia nel processo elettorale».
Una volta annunciati i risultati, un portavoce del partito di Wine, la National unity platform, li ha definiti una «vergogna». A inasprire le tensioni è anche l’incertezza che circonda la figura di Wine. Secondo quanto raccontato dallo stesso leader di opposizione sui suoi social, inizialmente è stato posto agli arresti domiciliari, per poi sfuggire a un tentativo di rapimento. Nulla di nuovo in realtà. Già nel 2021, dopo il voto, Wine era stato arrestato per giorni – con l’accusa di non aver rispettato le norme di distanziamento sociale dovute al Covid-19 – e ciò aveva scatenato manifestazioni a Kampala. La cui repressione, secondo Human rights watch, aveva causato almeno 54 morti.
Il rischio concreto – soprattutto se gli attacchi all’opposizione dovessero continuare – è che lo scenario si ripeta. Dopotutto, le proteste di ottobre nella vicina Tanzania (ma non solo) dimostrano che i giovani africani sono sempre meno disposti a stare in silenzio e a subire le conseguenze di regimi autoritari e dittatoriali.

Aurora Guainazzi




Guinea. Elezioni scontate

Il 28 dicembre, il generale Mamady Doumbouya – salito al potere in Guinea nel 2021 con un colpo di stato – ha vinto le elezioni presidenziali. Secondo i risultati ufficiali, Doumbouya ha ottenuto quasi l’87% dei consensi. Una percentuale che supera ampiamente la maggioranza assoluta, assicurandogli immediatamente la presidenza senza il ballottaggio. Infatti, Yero Balde, secondo classificato (su nove partecipanti totali), ufficialmente, ha raccolto il 6,5% dei voti.

Legittimazione del potere
Le elezioni di fine dicembre 2025 sono state le prime dopo il colpo di stato che, nel 2021, ha deposto il presidente Alpha Condé. Eletto nel 2010 – con la prima transizione democratica nella storia di un Paese martoriato da continui golpe sino dall’indipendenza dalla Francia (1958) – Condé era poi stato confermato presidente nel 2015. Nel 2021, però, la sua decisione di candidarsi per un terzo mandato – legittimato da una modifica costituzionale approvata con un controverso referendum l’anno precedente – ha creato terreno fertile per il colpo di stato capitanato da Doumbouya.
Il voto dello scorso dicembre è quindi diventato un modo per legittimare il mantenimento del potere da parte dell’esercito, nonostante la Carta di transizione, adottata subito dopo il golpe, avesse escluso categoricamente qualsiasi candidatura militare al termine della transizione. La cui durata di 18 mesi, tra l’altro, è stata ampiamente disattesa: sono serviti più di quattro anni perché il Paese tornasse a votare.
Nel frattempo, era diventato sempre più chiaro che i militari non avrebbero rispettato la promessa di non ricandidarsi. A settembre 2025, con un referendum – che secondo i risultati ufficiali è stato approvato con l’89% dei consensi, ma è stato boicottato dall’opposizione -, i golpisti hanno ottenuto una nuova Costituzione, che permetteva loro di candidarsi.

Repressione e brogli
Secondo i dati del direttorato generale delle elezioni, l’81% dei 6,7 milioni di votanti registrati si è recato alle urne. Ma – denuncia l’opposizione – gli osservatori internazionali non hanno avuto accesso ai seggi, così come non hanno potuto assistere al conteggio dei voti. E, quindi, gli oppositori sostengono che sia i risultati dell’elezione, sia le cifre dei votanti siano state volutamente «gonfiate» dal regime per enfatizzare il consenso nei suoi confronti.
D’altronde, nei mesi precedenti il voto, l’attività politica dell’opposizione e qualsiasi forma di dissenso sono state impedite. Una settimana prima del 28 dicembre, l’accesso a Facebook è stato bloccato. Volker Turk, responsabile dei diritti umani per le Nazioni Unite, ha quindi denunciato: «La campagna elettorale è stata fortemente limitata, marcata da intimidazioni nei confronti degli oppositori, sparizioni forzate e politicamente motivate, oltre che da limitazioni alla libertà dei media».
Il principale oppositore di Doumbouya, Cellou Dalein Diallo (ex primo ministro e leader dell’Unione delle forze democratiche di Guinea), è stato costretto all’esilio per sfuggire ad accuse di corruzione. Squalificato dal voto poiché residente in un Paese straniero – come anche Sidya Toure, candidato dell’Unione delle forze repubblicane e da anni in Costa d’Avorio -, ha visto restare fuori dai giochi anche il suo partito per «mancanze nei documenti». Anche il movimento di Condé, il Raggruppamento del popolo guineano, è stato escluso per «non aver soddisfatto tutte le richieste necessarie». In generale, più di 50 partiti sono stati sciolti o sospesi e innumerevoli manifestazioni dell’opposizione vietate.

Ricchezza e povertà
La Guinea ha le maggiori riserve globali di bauxite (minerale fondamentale per la produzione di alluminio) e uno dei principali depositi di ferro al mondo. Lo sfruttamento di quest’ultimo – grazie al progetto Simandou avviato a novembre 2024 – è uno dei fiori all’occhiello del regime di Doumbouya. Il generale infatti punta – anche nella retorica – sulla crescita di progetti minerari come evidenza dell’effetto positivo delle sue politiche di crescita economica e creazione di posti di lavoro.
In più, Doumbouya – al pari dei golpisti in Mali, Burkina Faso e Niger – ha avviato piani di nazionalizzazione. Ad esempio, ha revocato la licenza di sfruttamento alla Guinea alumina corporation (sussidiaria di Emirates global aluminium), trasferendola a una compagnia statale.
Ma, nonostante le ricchezze minerarie, più della metà dei 15 milioni di abitanti della Guinea si trova in condizioni di povertà. Mentre l’insicurezza alimentare, secondo il World food programme (agenzia Onu per la sicurezza alimentare), sta raggiungendo livelli record con 3 milioni di famiglie in insicurezza alimentare. Il tutto in un Paese con un’età media di 19 anni e dove la disoccupazione riguarda metà degli abitanti.
Ancora una volta, il rischio è che il Paese sia governato da un’élite più interessata ad arricchirsi che al reale miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti.

Aurora Guainazzi




Cile. Il fantasma di Pinochet

Il nuovo presidente del Cile è il candidato di estrema destra, ultraconservatore del Partito repubblicano e nostalgico del regime di Pinochet. José Antonio Kast vince con il 58% dei voti, 17 punti percentuali in più rispetto alla sua antagonista, Jeannette Jara, rappresentante del Partito comunista, che porta a casa solamente il 41% delle preferenze, nonostante la vittoria nel primo turno del 16 novembre con un lieve vantaggio sull’avversario.
Kast ha 59 anni, è di origine tedesca ed è figlio di un militare che secondo fonti ufficiali avrebbe militato nel partito nazista di Adolf Hitler, anche se il neopresidente ha negato in molteplici occasioni il coinvolgimento della sua famiglia con il dittatore tedesco. Tuttavia nella sua campagna elettorale ha dimostrato di apprezzare il pugno duro dei regimi militari, citando molteplici volte Augusto Pinochet, che, secondo la sua opinione, avrebbe votato per lui se fosse stato vivo.

La vittoria di Kast era nell’aria già dalle ore successive al primo turno, grazie all’endorsement dei partiti di destra sconfitti, tra cui la destra tradizionale guidata da Evelyn Matthei che hanno fatto convolare i loro voti sul candidato del Partito Repubblicano. A questi si sono aggiunti anche parte dei sostenitori di Franco Parisi, economista antisistema arrivato terzo con il 20% dei voti.
Kast entra a «La Moneda», lo storico palazzo presidenziale, alla sua terza candidatura, dopo quattro anni di governo di centrosinistra guidato da Gabriel Boric, che ha riconosciuto la vittoria dell’avversario di fronte alla sconfitta di un progetto politico di sinistra, in continuità con il governo uscente, incarnato proprio da Jara, ex ministra del Lavoro.
Le elezioni più polarizzate degli ultimi decenni in Cile, segnate da toni radicalmente agonistici, hanno premiato un programma politico che promette tolleranza zero verso la criminalità e verso i migranti, in linea con le politiche di Donald Trump, ma anche dell’estrema destra latinoamericana, come quella incarnata da Nayib Bukele, presidente del Salvador, noto per aver smantellato le pandillas a scapito delle libertà di espressione e di manifestazione, con migliaia di arresti arbitrari e durissimi regimi detentivi in cui sono finite diverse persone innocenti, accusate di essere parte di bande criminali solo per la presenza di un tatuaggio.

Il programma anti migranti
Kast ha vinto anche, e soprattutto, grazie al suo programma di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere, volto a ridurre l’immigrazione irregolare, che definisce un atto di delinquenza e una minaccia alla stabilità del Paese, piuttosto che un’emergenza umanitaria.
Il presidente eletto promette lo schieramento delle forze armate e dei Carabineros e la sospensione di qualsiasi diritto costituzionale in un perimetro di dieci chilometri dalle dogane ufficiali. Ciò trasformerebbe le frontiere in vere e proprie terre di nessuno, dove potrebbero verificarsi violazioni sistematiche dei diritti umani, tra cui perquisizioni domiciliari, sospensione della libertà di transito, controlli senza giustificazione legale. A questo si aggiunge il progetto di costruire muri, sul modello di Stati Uniti, Israele e Ungheria.
Di fronte a questo scenario, molti migranti venezuelani già residenti in Cile stanno valutando di lasciare il Paese. Tuttavia, a causa dell’aumento dei controlli alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, la maggior parte dei migranti latinoamericani sta tornando nei Paesi di origine, fatta eccezione per i venezuelani che, impossibilitati a rientrare in una nazione schiacciata dalla crisi economica e dalle recenti minacce e pressioni statunitensi, puntano a dirigersi verso Paesi del Sud come il Cile, appunto, che a partire dal 2013 era stato uno dei principali Paesi di destinazione per chi fuggiva dal regime di Maduro.
A questo punto, la svolta a destra del Cile apre un grande interrogativo sul destino dei migranti venezuelani, cubani e haitiani che, respinti dagli Stati Uniti dopo la fine dei programmi umanitari di accoglienza, si ritrovano sospesi e incastrati tra un Nord che non li accetta e un Sud che, con Kast, rischia di trasformarsi in uno specchio delle politiche statunitensi di respingimento.
Le reazioni dei leader latinoamericani
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha ripudiato l’elezione di Kast in maniera diretta. Sul social X ha dichiarato che «non stringerà la mano a un nazista, e meno ancora a un figlio di nazisti, che sono la morte fatta persona. È triste che oggi la gente torni a votare i propri Pinochet».
Petro è stato uno dei pochi leader latinoamericani a non congratularsi per la vittoria, mentre presidenti della sua parte politica come Claudia Sheinbaum, in Messico, e Luiz Inácio Lula da Silva, in Brasile, hanno inviato messaggi di auguri al nuovo presidente cileno, auspicando una collaborazione per il bene del continente.

La ciclica svolta a destra dell’America Latina
L’America Latina non è estranea a governi di destra e ultranazionalisti, che ciclicamente tornano al potere come un abito sempre di moda. La vittoria di Kast rappresenta per il Cile proprio la svolta più a destra degli ultimi 35 anni, dal ritorno della democrazia dopo la dittatura di Pinochet.
Sebbene le tendenze ultranazionaliste del presidente eletto siano particolarmente esplicite, anche in Paesi come Bolivia e Honduras, dove i risultati elettorali sono ancora oggetto di dispute e problemi di conteggio, la sinistra sembra stia scomparendo velocemente.
Attualmente sono undici i Paesi dell’America Latina governati dalla destra: Cile, Bolivia, Honduras, Argentina, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Panama, Paraguay, Perù e Repubblica Dominicana. In quest’ultimo la violenza contro i migranti e le persone dominicane di origine haitiane rese apolidi da una politica razzista e discriminate, ha raggiunto i livelli tra i più alti del continente.
Resistono grandi colossi regionali come Brasile, Messico e Colombia, particolarmente influenti nel continente da punto di vista economico e politico. Tuttavia, la retorica della lotta all’immigrazione irregolare, violenta nei toni e nei fatti, sembra piacere così tanto da spingere l’elettorato latinoamericano sempre più destra. Kast è solo uno dei volti più recenti di questa narrativa inumana ma vincente.

Simona Carnino




Honduras. L’ombra di Trump nelle elezioni

Domenica 30 novembre l’Honduras è andata alle urne per eleggere il nuovo Presidente del paese centroamericano, che con 60% della popolazione in condizione di povertà, è il più povero di tutta l’area mesoamericana.

A oggi il risultato elettorale non è ancora ufficiale, nonostante oltre il 90% delle schede scrutinate. Il conteggio è stato rallentato da problemi tecnici nel sistema di trasmissione dei dati del conteggio, difficoltà logistiche nel trasporto delle urne dalle aree più rurali e il sospetto di brogli.

A fronteggiarsi in un testa a testa, ancora troppo incerto per dichiarare un vincitore, ci sono Nasry Asfura, del Partito Nacional di destra, apertamente sostenuto dagli Stati Uniti, che conduce con il 40,52% dei voti, e il candidato del Partito Liberal, Salvador Nasralla con il 39,20%. Nei primi giorni dopo le elezioni il favorito è stato proprio Nasralla che di fatto si era proclamato vincitore in alcune uscite pubbliche. Tuttavia il cambio inaspettato degli ultimi giorni di scrutinio, ha accorciato le distanze tra la casa presidenziale e Asfura, al suo secondo tentativo dopo la disfatta contro Castro nel 2021.

Al terzo posto, con un timido 19%, c’è la candidata filogovernativa Rixi Moncada, del partito Libertad y refundación (Libre), con un programma che intende proseguire la linea della collega di partito e Presidente uscente Xiomara Castro.

La disfatta del partito di sinistra honduregno

L’unico partito di sinistra del Paese ha perso parte del proprio sostegno proprio durante il mandato della prima donna alla guida dello Stato, accusata di non aver rispettato molte delle sue promesse elettorali. Le sono stati rivolti sospetti di nepotismo e corruzione, nonostante fosse stata lei stessa a proporre la creazione della Commissione internazionale contro la corruzione in Honduras (Cicih), guidata dalle Nazioni Unite, che però si è trovata presto in difficoltà operative. Anche sul fronte dei diritti umani il bilancio è stato deludente, e Human rights watch ha riportato un aumento degli attacchi letali contro i difensori dell’ambiente.

La delusione per il mandato di Xiomara ha quindi alimentato una crescente sfiducia nel partito di sinistra, spianando il campo, di fatto, ai due storici partiti di centro e destra incarnati da Nasralla, che in realtà ha militato in diversi partiti tra cui quello di Castro, e dal conservatore Asfura.

Per legge, il Comitato nazionale elettorale ha fino a 30 giorni di tempo per comunicare i risultati ufficiali e verificare qualsiasi irregolarità del sistema. Tra gli osservatori della regolarità delle elezioni ci sono gli Stati Uniti, che hanno dichiarato la regolarità del processo elettorale. Tuttavia, l’aperto supporto ad Asfura solleva dubbi sull’imparzialità dell’osservazione esterna del paese nordamericano.

Lo zampino di Trump

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha più volte manifestato la sua opposizione al partito di Castro, fondato dal marito ed ex presidente Manuel Zelaya. La candidata alla presidenza Rixi Moncada ha denunciato interferenze del tycoon nelle elezioni, che sui social ha dichiarato di smettere di sostenere economicamente il Paese in caso di vittoria della candidata di sinistra o di Nasralla, mostrando invece un aperto appoggio ad Asfura.

A questo si aggiunge l’annuncio dell’indulto a Juan Orlando Hernández, ex presidente honduregno colluso con il narcotraffico ed ex leader del Partito nacional.

L’indulto a Juan Orlando Hernández

Hernández è tra le figure più invise al popolo honduregno. Condannato a 45 anni di carcere da un tribunale statunitense, era stato estradato nel 2022, portato a processo e poi incarcerato. Lunedì primo dicembre però è ritornato in libertà perché, secondo Trump, sarebbe stato «trattato troppo duramente» dalla giustizia degli Stati Uniti.

Una decisione che risuona come uno schiaffo all’Honduras, che ora rischia di vedere rientrare in patria Hernández, un soggetto in parte rimosso dall’opinione pubblica locale perché considerato uno dei capitoli più bui della storia politica del Paese. L’ex presidente era stato condannato da un tribunale di New York per aver favorito il traffico di tonnellate di cocaina e armi verso gli Stati Uniti. Durante il processo venne dimostrato che Hernández governava il Paese come un vero narcostato, garantendo protezione ai trafficanti, in cambio di mazzette da milioni di dollari, e impiegando la polizia nazionale per scortare i carichi di droga.

La scelta di liberarlo è stata letta come una forma di sostegno al Partito nacional, di cui Asfura fa parte. Tuttavia, anche negli Stati Uniti la decisione è stata accolta con freddezza, in particolare dalla Dea, l’agenzia federale antidroga. Secondo fonti ufficiali, un funzionario dell’agenzia avrebbe commentato il fatto come «una pazzia».

L’indulto a un ex presidente condannato per narcotraffico stride con il proposito dichiarato di Trump di combattere il crimine organizzato, missione che invece cerca di portare avanti con aggressività contro Nicolás Maduro e il Venezuela, nonostante non sia mai stata provata una collusione diretta del Presidente venezuelano con il traffico di droga.

Due pesi e due misure che restituiscono l’immagine di una «lotta al narcotraffico» negli Stati Uniti sempre più ideologica e poco improntata, invece, alla reale riduzione del potere dei cartelli.

Simona Carnino




Guinea-Bissau. «Colpo di stato cerimoniale»

Mercoledì 26 novembre, in Guinea-Bissau aleggiava un’attesa carica di tensione: il giorno successivo, era prevista la comunicazione dei risultati delle elezioni presidenziali del 23 novembre. Un voto di cui entrambi i principali candidati – il presidente uscente Umaro Sissoco Embaló e Fernando Dias da Costa della coalizione di opposizione «Pai terra raika» – si erano già dichiarati vincitori.

Ma in realtà i risultati non sono mai arrivati: nel frattempo, il potere è stato preso dai militari che, tra le altre cose, hanno sospeso anche il processo elettorale.

Il colpo di stato

Il 26 novembre infatti, Embaló e Domingos Simões Pereira – leader del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (Paigc), movimento centrale nella lotta di indipendenza e oggi componente chiave di Pai-terra raika – sono stati arrestati. In manette sono finiti anche il ministro dell’Interno, Botché Candé, il capo di stato maggiore dell’esercito, Biague Na Ntam, e il suo vice, Mamadou Touré. Da Costa invece è sfuggito all’arresto.

Poi, i militari sono apparsi in televisione. In diretta sull’emittente pubblica Tgb, il portavoce Denis N’Chana ha denunciato la «scoperta di un piano di destabilizzazione e manipolazione dei risultati elettorali». Minaccia che – a suo dire – ha spinto i soldati a intervenire, sospendendo le istituzioni. Il governo del Paese «fino a nuovo ordine» è stato affidato all’Alto comando militare per il ripristino della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico.

Anche le operazioni di scrutinio e comunicazione dei risultati del voto sono state sospese: il presidente della Commissione elettorale è stato arrestato e l’organo sciolto. Nel mentre, le frontiere terrestri, aeree e marittime sono state chiuse e in tutto il Paese è stato imposto il coprifuoco notturno.

«Colpo di stato cerimoniale»

Il giorno successivo il colpo di stato, il generale Horta Inta-A ha giurato come presidente di transizione. Poi ha nominato l’ex ministro delle Finanze di Embaló, Ilidio Vieira Te, come nuovo Primo ministro. Entrambi sono figure vicine al presidente deposto, che nel frattempo è atterrato in Senegal (per poi spostarsi nel fine settimana nella Repubblica del Congo).

Sono proprio i legami tra i nuovi vertici del Paese ed Embaló ad alimentare il sospetto – sempre più diffuso a Bissau – che in realtà quello andato in scena sia un autogolpe. Consapevole dell’imminente sconfitta elettorale, dunque, il presidente deposto avrebbe orchestrato la presa di potere dei militari per mantenere comunque un controllo sulle istituzioni.

A insospettire è anche il fatto che ad annunciare il colpo di stato sia stato Embaló stesso, ancora prima dell’annuncio televisivo di N’Chana: nel pomeriggio del 26 novembre, il presidente uscente ha telefonato alla testata francese Jeune Afrique, annunciando di essere stato vittima di un golpe. Una dinamica alquanto strana, dato che normalmente i militari non permettono a chi viene deposto di comunicare esso stesso la sua caduta alla stampa.

Tant’è che l’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan – presente in Guinea-Bissau come componente della missione di osservatori elettorali dell’Unione africana – ha accusato Embaló di aver inscenato un «colpo di stato cerimoniale» unicamente per restare al potere.

Democrazia fragile

D’altra parte, la Guinea-Bissau è conosciuta per la fragilità delle sue istituzioni: dall’indipendenza dal Portogallo (1974), ha visto nove tentativi di colpo di stato (di cui quattro riusciti) e una guerra civile (1998-1999).

Embaló stesso (ex militare, diventato presidente nel 2019, ma già Primo ministro tra il 2016 e il 2018) ha contribuito a erodere le istituzioni democratiche, accentrando il potere nelle proprie mani. A farne le spese, è stata l’Assemblea nazionale, dominata dall’opposizione e per questo sciolta due volte nel 2020 e 2023 e, da quel momento, non più convocata.

Ad agosto, invece, in vista delle elezioni, le autorità hanno espulso dal Paese tre testate portoghesi, sostenendo che avessero violato la sovranità dello Stato. Nel frattempo, il Paigc, principale partito di opposizione, è stato escluso sia dalle legislative che dalle presidenziali (in particolare, l’esclusione del suo leader, Pereira, dalle presidenziali, secondo società civile e opposizione era politicamente motivata).

Trend regionale

A preoccupare gli osservatori internazionali è anche il trend regionale: dal 2020, l’Africa occidentale è stata teatro di numerosi colpi di stato, che la stanno rendendo un’area sempre più instabile e fragile.

Il più delle volte, i militari non accennano a voler cedere il potere ai civili, mentre le sanzioni e la sospensione dagli organi regionali (Ecowas/Cedeao) e continentali (Unione africana) non hanno effetto.

Si ricorda, inoltre, che la Guinea-Bissau è il principale Paese di arrivo della cocaina dal Sud America, nella rotta che la vede poi trasitare nei Paesi della regione per raggiungere l’Europa.

A ciò si aggiunge l’avanzata dei movimenti jihadisti verso Sud: diffondendo instabilità e insicurezza nella regione, contribuiscono a incentivare potenziali nuovi colpi di stato. In un’ondata di cui, al momento, si fatica a intravedere la fine.

Aurora Guainazzi




Cile. Tra comunismo e fascismo

Lo scorso 16 novembre il Cile è andato al voto per scegliere il suo nuovo presidente per il mandato 2026-2030. Con una partecipazione dell’85,4% degli aventi diritto, il 26,8% dei voti ha premiato Jeannette Jara, rappresentante del Partito comunista, in cui milita da sempre, ed ex ministra del lavoro nel governo di Gabriel Boric, il presidente uscente (che non ha potuto ricandidarsi). Dietro di lei, con il 23,9%, l’ultraconservatore di destra estrema José Antonio Kast, del Partito repubblicano. Uno scarto minimo che, di fatto, determina non tanto la vittoria della sinistra, quanto l’ascesa dell’ultraderecha cilena.

Il prossimo 14 dicembre Jara e Kast si affronteranno nuovamente nel turno di ballottaggio. La possibilità che la leader di sinistra veda sfumare il suo sogno di entrare a La Moneda, la storica sede presidenziale, è concreta. Infatti, i partiti di destra sconfitti al primo turno avrebbero già comunicato la propria intenzione di sostenere Kast. Tra di loro c’è la candidata della destra tradizionale Evelyn Matthei, arrivata al quinto posto.

Il grande punto interrogativo, decisivo per il ballottaggio, è dove si dirigerà il voto degli elettori del populista Franco Parisi, arrivato sorprendentemente terzo, con oltre il 19% delle preferenze. L’indicazione di voto del suo partito potrebbe essere determinante e, sebbene su alcuni temi come sanità pubblica e diritto alla casa, Parisi sia più vicino a Jara, allo stesso tempo, però, ha dichiarato che non suggerirà di votare nessuno dei due candidati, considerandoli guidati dall’ideologia e non dal buon senso.

Jeannette Jara, vincitrice del primo turno elettorale, nel ballottaggio del 14 dicembre contenderà la presidenza del Cile a José Kast, esponente dell’ultradestra.

La proposta politica di Jara

A meno di due mesi dal ballottaggio, Jara e Kast, due politici opposti, stanno dividendo il Paese latinoamericano con proposte totalmente antitetiche. Durante la campagna elettorale, l’ex ministra del Lavoro, candidata unica alla presidenza per la coalizione Unidad por el Chile, si è concentrata principalmente su quattro temi: economia, sicurezza, sanità pubblica e migrazione.

Tra le sue prime innovazioni economiche, rientra l’applicazione di un «ingreso vital», una sorta di salario minimo di circa 800 euro, in linea con il costo della vita nel Paese, come misura per combattere la povertà. Tuttavia, il fulcro della sua campagna è stato la sicurezza che prevede controlli più severi e tracciabilità dei conti per individuare i flussi di denaro legati al narcotraffico, oltre a un aumento del budget destinato alle forze di polizia per limitare la criminalità.

Molte anche le proposte in ambito sociale, dalla pensione universale per tutti i maggiori di 65 anni a un miglioramento della sanità pubblica, accessibile e basata sulla prevenzione, per finire con un aumento del contributo statale ai caregiver. Sul tema della migrazione, parte centrale anche del programma di Kast, Jara propone la regolarizzazione di chi lavora, ha dei vincoli familiari nel paese ed è privo di precedenti penali.

La proposta politica di Kast

Anche Kast ha al centro del suo programma sicurezza e migrazione, ridotte a due parole di ispirazione trumpiana: tolleranza zero. Il candidato repubblicano, difatti, promette mano dura contro la delinquenza e contro quella che definisce migrazione irregolare, un tema caldo nel paese ormai da un decennio, da quando è iniziata la fase più aspra della crisi economica venezuelana. Si calcola, infatti, che in Cile vivano oltre 300mila venezuelani senza documenti, a cui si aggiungeranno a breve anche i nuovi arrivi di chi sta tornando a Sud a causa dell’inasprimento dei controlli alla frontiera statunitense e della cancellazione dei programmi umanitari che permettevano di ottenere un visto temporaneo durante la richiesta di asilo politico.

Per loro, e per tutti gli altri migranti senza documenti, Kast non mostra nessuna pietà. Come parte del suo programma c’è il finanziamento di almeno duemila voli di deportazione verso i paesi di origine. Secondo Kast, inoltre, i migranti dovrebbero pagarsi il biglietto di ritorno, finanziando di fatto la loro stessa deportazione.

La retorica della forza sembra essere il pilastro della sua visione del mondo e della politica. D’altronde, Kast non nasconde l’ammirazione per leader che hanno costruito il proprio consenso attraverso discorsi d’odio e autoritarismo, come Bolsonaro, Trump e soprattutto Pinochet, che sostiene non sia stato un dittatore. Infine, difende apertamente il diritto all’autodifesa, pur dichiarandosi contrario alla pena di morte.

Voto obbligatorio e previsioni

Secondo gli analisti, non ci sono dubbi: al ballottaggio presidenziale del 14 dicembre dovrebbe prevalere José Kast. A favorirlo ulteriormente è il voto obbligatorio, reintrodotto nel 2022 dopo essere stato abolito per anni. La misura era stata promossa dalla stessa destra, in un paese dove i sentimenti ultraconservatori stanno crescendo e dove i nuovi elettori, obbligati dalla legge a dirigersi alle urne, potrebbero finire per votare proprio a destra. Un altro fattore che potrebbe giocare a favore di Kast.

Simona Carnino




Tanzania. Elezioni farsa, centinaia i morti

La mattina di mercoledì 29 ottobre – giorno delle elezioni presidenziali in Tanzania – molti seggi in tutto il Paese sono rimasti quasi vuoti. Tra coloro che non si sono recati a votare, c’erano moltissimi giovani. Quei giovani che, il pomeriggio, hanno invece iniziato a radunarsi per le strade di Dar es Salaam (capitale economica del Paese) per manifestare il loro malcontento nei confronti di un regime sempre più oppressivo. Oltre che per denunciare l’inutilità di un’elezione, il cui risultato – la vittoria della presidente uscente, Samia Suluhu Hassan – era deciso già da tempo. Infatti, i principali esponenti dell’opposizione (Tundu Lissu del partito Chadema e Luhaga Mpina dell’Act-wazalendo) erano stati esclusi, servendosi di accuse giudiziarie e cavilli burocratici.

Lo scoppio delle proteste

Dar es Salaam è una città di oltre sette milioni di abitanti. Affacciata sull’Oceano Indiano, è uno snodo commerciale fondamentale, grazie al suo porto. È proprio in questo agglomerato urbano che, il giorno del voto, sono iniziate le proteste dei giovani tanzaniani. Mentre i manifestanti sfogavano la loro rabbia contro il sistema, bruciando veicoli, pompe di benzina e stazioni di polizia, le forze dell’ordine hanno risposto con gas lacrimogeni, proiettili e blocchi stradali.

Poi, è sceso in strada anche l’esercito, rafforzando la repressione. A nulla è servito il coprifuoco, dichiarato dalle autorità la sera di mercoledì: i manifestanti l’hanno ignorato, continuando a protestare e la polizia ha risposto con colpi d’arma da fuoco e gas lacrimogeni.

Nel frattempo, la situazione nel resto del Paese è diventata sempre più confusa. Già prima del voto, le autorità avevano bloccato l’accesso a internet e posto i media sotto rigido controllo, tanto che le uniche notizie sulle proteste circolano sui social. Tutti i dipendenti pubblici lavoravano da remoto e gli uffici governativi erano chiusi. Anche la riapertura di università e college (prevista per lunedì 3 novembre) è stata posticipata a data da destinarsi.

Sui social circolavano video non verificati che mostravano i manifestanti mentre invadono l’aeroporto di Dar es Salaam. D’altra parte, gli scali di Dar es Salaam, Arusha e del Kilimangiaro sono stati chiusi e molti voli cancellati, provocando una situazione di panico e caos soprattutto tra i viaggiatori stranieri. Solo l’aeroporto di Zanzibar continua a funzionare, anche se con difficoltà.

I risultati contestati

Mentre giovedì 30 la rete televisiva statale, la Tanzania broadcasting corporation, mandava in onda i risultati provvisori del voto – che davano Hassan in testa con il 96,99% dei consensi -, le proteste si sono intensificate, coinvolgendo diverse città del Paese, tra cui Dar es Salaam, Arusha, Dodoma e Mbeya.

Nell’arcipelago semiautonomo di Zanzibar, invece, la vittoria del Chama cha mapinduzi (Ccm) – il partito di cui fa parte Hassan e che governa la Tanzania dall’indipendenza nel 1961 – era certa già giovedì, quando la Commissione elettorale ha annunciato che il presidente uscente, Hussein Mwinyi, aveva ottenuto il 78,8% dei consensi. L’opposizione ha reagito, denunciando «frodi massicce».

Sabato primo novembre, invece, sono stati annunciati i risultati definitivi anche per la Tanzania: senza sorprese, Hassan è stata riconfermata con il 97,66%. Nel comunicare i dati ufficiali, la Commissione ha sottolineato che la presidente uscente aveva «dominato in ogni circoscrizione». Un risultato che John Kitoka, portavoce del Chadema (il principale partito di opposizione, escluso dal voto per non aver firmato il Codice di condotta elettorale), ha definito «una parodia di un processo democratico».

Centinaia di manifestanti uccisi

Il bilancio di questi primi giorni di protesta non è chiaro. La mancanza di una connessione internet affidabile e le poche notizie che escono dal Paese rendono difficile avere certezze.

Venerdì, esponenti del Chadema hanno riferito all’Agence France Presse (Afp) che almeno 700 persone erano rimaste uccise nelle manifestazioni. Il bilancio stilato dalle Nazioni Unite invece, per il momento, si ferma a dieci morti. Da parte sua, il governo tanzaniano nega qualsiasi decesso, oltre a rigettare le accuse sulla violenza della polizia. Le autorità hanno derubricato le proteste a semplici tafferugli e Hassan – che, nel frattempo, il 3 novembre, si è nuovamente insediata come presidente – ha accusato i manifestanti di atteggiamenti irresponsabili e antipatriottici.

Ma i giovani tanzaniani, in realtà, non sembrano avere intenzione di fermarsi. D’altra parte, la loro decisione di scendere in massa per le strade delle maggiori città del Paese è sintomo di un malessere generalizzato – comune a quello di tanti altri giovani del continente – nei confronti di una classe politica spesso anziana, lontana dai reali bisogni della popolazione e interessata solo a mantenersi al potere e ad arricchire la propria cerchia di fedeli.

Aurora Guainazzi




Bolivia. La fine del socialismo

Il nuovo presidente è Rodrigo Paz Pereira, esponente del centro destra e figlio dell’ex presidente Jaime Paz Zamora. Eletto il 19 ottobre scorso, il suo successo potrebbe essere sintetizzato in quattro parole: fine del socialismo boliviano. La sua vittoria, contro il suo avversario Jorge Tuto Quiroga, è stata sostenuta da oltre il 54% dei votanti, e ha segnato un cambio di rotta del Paese, da oltre 20 anni guidato dal «Movimiento al socialismo» (Mas), il partito fondato da Evo Morales, e più recentemente dall’ultimo presidente Luis Arce Catacora.

Rodrigo Paz è riuscito a convogliare su di sé il voto, ma anche il malcontento e la frustrazione, di molti di coloro che per anni hanno votato il Mas, ma che oggi delusi dalla sua politica economica, dall’aumento generalizzato dei prezzi e dalla difficoltà di accedere a beni importati sempre più cari. A questo si aggiunge la scarsità di combustibile, che ha gravato sulla produzione in generale e sui trasporti.
L’ascesa del centrodestra in Bolivia riflette la crisi dei governi di sinistra di matrice marxista, accomunati da stagioni di forti riforme sociali, ma anche brama di potere dei suoi leader, spesso accusati di autoritarismo e di aver isolato economicamente i propri Paesi. Questo ha favorito l’avvento di governi orientati al libero mercato e alla riduzione dello statalismo.

Il caso Bolivia

Nel 2016 un referendum costituzionale permise la rielezione del presidente Evo Morales. Nel 2019, presunti brogli elettorali che avrebbero favorito la vittoria dell’ex presidente hanno scatenato proteste di piazza. A dieci giorni dalle elezioni, l’opposizione richiese la rinuncia di Morales proprio quando gli osservatori elettorali dell’Organizzazione degli stati americani (Oea, sigla in spagnolo, ndr) avevano pubblicato un rapporto nel quale si metteva nero su bianco la comprovata presenza di irregolarità nel voto.

L’escalation delle tensioni raggiunse il culmine con l’abbandono dell’incarico da parte dei militari dell’Unidad táctica de operaciones policiales (Utop), incaricata della difesa del presidente. Questo fatto fu la miccia che portò a quello che Evo Morales e altri leader latinoamericani definirono Golpe.

Pochi giorni dopo, Morales, ormai vulnerabile e a rischio di detenzione da parte delle sue stesse forze armate, si rifugiò in Messico, e al suo posto prese il potere Jeanine Áñez, vicepresidente del senato, poi arrestata nel 2021 con le accuse di sedizione, terrorismo e cospirazione per la partecipazione al colpo di Stato del 2019.

Il governo di Morales, come quello di altri leader di ispirazione socialista, portò a numerose riforme per la riduzione della povertà, ottenute anche grazie alla nazionalizzazione delle risorse naturali e al miglioramento dello stato sociale, a partire dall’educazione e dal sistema sanitario. Dall’altra parte, però, il Paese rimase isolato finanziariamente e diplomaticamente. Le forti tensioni tra Stati Uniti e Bolivia portarono alla reciproca espulsione delle ambasciate, a cui è seguita da parte di Morales la successiva esclusione dal territorio nazionale dell’agenzia di cooperazione governativa statunitense Usaid e dell’agenzia antidroga Dea. Allo stesso tempo, la scarsità di dollari rese difficili l’approvvigionamento di materiali sanitari e del combustibile, che avveniva attraverso acquisti in valuta estera, aumentando di fatto l’instabilità del mercato e l’inflazione nel Paese.

Rodrigo Paz e la new wave

Il programma elettorale di Rodrigo Paz presenta chiari elementi antitetici rispetto ai suoi predecessori. Dopo la vittoria elettorale ha dichiarato che porrà fine allo statalismo, cavallo di battaglia di Morales, e aprirà il Paese agli investimenti esteri, abbracciando di fatto un’ideologia neoliberista e promuovendo la crescita del settore privato boliviano.

Paz ha inoltre promesso di porre fine alla scarsità di combustibile che negli ultimi tempi è stata evidente nelle lunghe code di automobili nelle stazioni di servizio, e di aumentare la disponibilità di dollari nel Paese, misura che potrebbe favorire una graduale rivitalizzazione dell’economia.
Lo slogan di Paz è capitalismo para todos, che si svilupperebbe appunto attraverso l’apertura al libero mercato, senza dimenticare, a quanto dice, le riforme sociali che in passato hanno permesso a molte persone di uscire da contesti di estrema povertà.

Soprattutto, Paz parla di ricucire le fratture diplomatiche con gli Stati Uniti, che hanno espresso commenti favorevoli alla sua elezione e ribadito l’importanza di sostenere il nuovo leader nell’espansione del settore privato nazionale.

La vicinanza espressa da Paz nei confronti di Washington comporterà probabilmente un distanziamento da partner storici come Cuba e Venezuela. D’altro canto, sul piano geopolitico, l’elezione di Paz conferma il progressivo isolamento dei governi di sinistra in America Latina.

Rimane sullo sfondo la relazione con la Cina, potenza silenziosa ma saldamente inserita nell’economia di molti Paesi della regione e oggi uno dei principali partner commerciali della Bolivia.
Dalla prima riunione con l’ambasciatore cinese a La Paz, Wang Liang, è emerso l’interesse del nuovo presidente a rafforzare le relazioni diplomatiche e commerciali, senza escludere la possibilità di aprire il Paese a nuove partnership e finanziatori. In parallelo, Paz ha dichiarato che intende rendere più trasparenti gli accordi sul litio siglati dai governi precedenti con Russia e Cina.

Simona Carnino




Costa d’Avorio. Il successo scontato

I risultati provvisori pubblicati il 27 ottobre dalla Commissione elettorale indipendente (Cei) della Costa d’Avorio, non lasciano dubbi: Alassane Dramane Ouattara (Ado) è rieletto Presidente della Repubblica con l’89,77% dei suffragi.
Ouattara, eletto la prima volta nel 2010, è al suo quarto mandato e ha oggi 83 anni.
Alle elezioni di sabato 25 ottobre, tuttavia, non erano presenti i due maggiori oppositori, la cui candidatura era stata respinta dal Consiglio costituzionale.
Uno è Laurent Gbagbo (del Partito del popolo africano, Ppa), già presidente (2000-2010), e oppositore storico di Ouattara che gli successe all’epoca della crisi politico-isituzionale del 2010. L’altro è Tidjane Thiam, banchiere e politico del Partito democratico della Costa d’Avorio – Raggruppamento democratico africano (Pdci-Rda), altro nome di peso.
Tra i quattro contendenti rimasti in lizza contro Ado, c’erano due donne, tra cui Simone Ehivet, la controversa ex moglie di Laurent Gbagbo che ha ottenuto 2,4% arrivando terza.

Alassane Dramane Ouattara, rieletto presidente della Costa d’Avorio per un quarto mandato di cinque anni (Foto screenshot France25)

Boicottaggio
Il tasso di partecipazione si è attestato al 50,1%, inferiore rispetto al precedente scrutinio, probabilmente perché Gbabgo e Thiem hanno chiesto ai propri sostenitori di boicottare le elezioni.
I due partiti Ppa e Pdci-Rda, il 26 ottobre, hanno emesso un comunicato congiunto, chiedendo l’organizzazione di nuove elezioni presidenziali credibili.
Al margine del processo elettorale ci sono stati episodi di violenze che hanno causato, dal 10 ottobre, una decina di morti.
Diversi dirigenti di Ppa e Pdci sono stati più volte ascoltati dalla polizia, per motivi sconosciuti. I due partiti hanno pure convocato una manifestazione di protesta da tenersi l’8 novembre prossimo.

Legislative in vista
Intanto la Cei si prepara alle elezioni legislative, che si terranno il 27 dicembre prossimo. A partire da oggi, 31 ottobre, fino al 12 novembre, sono aperte le candidature per i futuri deputati.
Il partito di Ouattara, il Raggruppamento degli houphouëtistes per la democrazia (Rphd, da Félix Houpohuët-Boigny, padre della patria e primo presidente delle Costa d’Avorio, che, tra l’altro, portò Ouattara in politica nominandolo primo ministro nel 1990, rda), punta a una larga maggioranza in Assemblea nazionale.
Il parlamento ha 255 seggi e, nella passata legislatura, l’Rphd ne aveva 155.
La Costa d’Avorio di Ouattara resta uno dei capisaldi della Francia in Africa dell’Ovest, dove la sua influenza si è ridotta drasticamente negli ultimi anni.

Marco Bello




Camerun. Il «vecchio» che avanza

Ebbene sì, la conferma è arrivata lo scorso 27 ottobre. Paul Biya, 92 anni, è stato rieletto presidente del Camerun, per il suo ottavo mandato. Da 43 anni ininterrottamente al potere, Biya è oggi il secondo presidente più longevo dell’Africa, dopo Teodoro Obiang Nguema, al potere in Guinea Equatoriale dal 1979.

Ma le elezioni, avvenute il 12 ottobre, non sono andate così lisce come la macchina organizzativa avrebbe voluto.

Il risultato, vede Biya con il 53,66% delle preferenze, e Issa Tchiroma Bakary, già ministro del «grande vecchio», al secondo posto con 35,15%. Il primo, candidato del partito Raggruppamento democratico del popolo camerunese (Rdpc), il secondo con il Fronte per la salvezza nazionale del Cemerun (Fsnc). Il tasso di partecipazione complessivo è stato del 57,76% degli aventi diritto.

Paul Biya, 92 anni, da 43 presidente del Camerun. Rieletto – secondo i risultati ufficiale – anche il 12 ottobre scorso. (Foto sreenshot Globalnews)

La rivolta delle piazze

Mentre la gran parte dei candidati sconfitti hanno riconosciuto la vittoria del «neo» presidente, Tchiroma – come viene comunemente chiamato – ha accusato la macchina elettorale di frodi, dicendo di avere le prove (copie di verbali di scrutinio), e si è autoproclamato vincitore. Non solo, ha esortato i suoi sostenitori a scendere in piazza «pacificamente». E così è stato. Però già domenica 26, a Douala, la capitale economica, le manifestazioni sono degenerate in scontri con la polizia. Ci sono stati quattro morti e decine di feriti. Anche a Garoua, città di Tchiroma, e in altre città del Nord (Maroua, Kondengui) si sono verificate manifestazioni e disordini. Come pure in alcuni quartieri della capitale Youndé.

In effetti, Issa Tchiroma Bakary, essendo stato a lungo nel sistema, conosce bene come vengono realizzate le frodi elettorali nel Paese centro africano.

Un fatto insolito da registrare è che alla proclamazione dei risultati da parte del Consiglio costituzionale, non erano presenti i rappresentanti di Unione europea, Usa, Francia, Canada e Gran Bretagna.

L’economia frena

Anche l’economia è rallentata, a causa dei tafferugli e dei problemi di sicurezza (tra l’altro, alcune stazioni di benzina sono state incendiate). Gli autotrasportatori si sono fermati, così carburante e beni di prima necessità iniziano a scarseggiare. Gli imprenditori delle piccole e medie imprese manifestano una certa preoccupazione.

Il 28 ottobre, Issa Tchiroma Bakari, in una nuova dichiarazione pubblica ha detto: «Questa volta non ci fermeremo. Abbiamo già vinto. Nessuna proclamazione falsificata potrà toglierci la legittimità delle urne. Noi chiediamo, senza ritardo, di fermare tutti gli atti di barbarie: le uccisioni, gli arresti arbitrari e le intimidazioni. Mettere il Paese a ferro e fuoco per restare attaccati al potere non è solo un errore morale, è un crimine contro il popolo e contro l’umanità. […] Continueremo a restare mobilitati e a resistere fino alla vittoria finale».

L’arcivescovo di Garoua, monsignor Faustin Ambassa Njodo, preoccupato delle violenze, chiede che si fermino i disordini. Mentre l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, con un messaggio su X ha pure chiesto il ritorno alla calma e l’apertura di un’inchiesta sulle violenze.

Intanto, i Paesi della comunità internazionale restano in attesa senza sbilanciarsi, per vedere cosa succederà.

Marco Bello




Tanzania. Al voto senza opposizione

Il prossimo 29 ottobre, in Tanzania, si terranno le elezioni presidenziali. Ma il risultato – la riconferma per altri cinque anni della presidente in carica Samia Suluhu Hassan – è già certo. Negli ultimi mesi, infatti, l’esecutivo ha dispiegato tutti gli strumenti repressivi a sua disposizione – dalla polizia, al sistema giudiziario, passando per gli organi elettorali – per mettere fuori gioco i principali esponenti dell’opposizione. Il tutto con un unico obiettivo: spianare la strada al secondo mandato di Hassan.

Da Magufuli ad Hassan

Nel 2021, alla morte dell’allora capo di Stato John Magufuli, Hassan (sua vice) era diventata presidente del Paese. Entrambi erano esponenti del Chama cha mapinduzi (Ccm), l’unico partito ad avere mai governato la Tanzania dall’indipendenza dal Regno Unito nel 1961. Nel sistema a partito unico – in vigore dal 1977 al 1992 -, il Ccm era l’unico movimento ammesso.

Ma anche con l’avvento del multipartitismo il partito ha vinto tutte le elezioni. La Tanzania infatti è considerata un esempio di autoritarismo elettorale: anche se si vota regolarmente, il Ccm manipola sistematicamente i risultati, grazie a controllo sull’apparato statale, reti clientelari, violenze e intimidazioni.

Eletto nel 2015 e riconfermato nel 2020, Magufuli aveva bandito numerosi media, censurato diversi giornalisti, limitato la libertà di azione dei partiti di opposizione e imprigionato attivisti per i diritti umani. Sotto la sua presidenza, la Tanzania era sprofondata sempre di più in un clima di autoritarismo e repressione.

Nel 2021, la salita al potere di Hassan e le sue prime disposizioni – a garanzia di una maggiore libertà di stampa e a tutela degli incontri pubblici dell’opposizione – avevano fatto pensare che il Paese stesse per intraprendere un percorso più democratico.

Ma, in realtà, la repressione di dissidenti e attivisti è proseguita, mentre la violenza politica degli organi statali (in particolare la polizia) è aumentata. Ad esempio, se in teoria gli incontri pubblici a sfondo politico erano possibili, nella pratica spesso erano impediti. Mentre le elezioni locali del 2024 sono state manipolate su vasta scala.

A rischio pena di morte

In vista del voto di fine ottobre, i leader dell’opposizione sono stati ripetutamente arrestati, incarcerati e colpiti da accuse particolarmente gravi come quella di tradimento. Chiaramente fabbricati ad arte, questi capi d’imputazione non permettono di uscire dal carcere su cauzione e, se condannati, il rischio è la pena di morte. Durante la presidenza di Hassan, per molti oppositori è diventata la normalità (mentre Magufuli generalmente non era arrivato a tanto).

Nel 2021, ad esempio, Freeman Mbowe – l’allora presidente del maggiore partito di opposizione, il Chama cha demokrasia na maendeleo (Chadema) – è stato accusato di terrorismo. Il suo rilascio è giunto solo dopo 226 giorni di detenzione, a seguito di complessi negoziati (mediati da imprenditori, giornalisti e figure religiose) tra la dirigenza del Chadema e Hassan.

Invece, il suo successore Tundu Lissu (sopravvissuto a un tentativo di assassinio nel 2017) è stato arrestato al termine di un comizio il 9 aprile 2025 e accusato di tradimento per un post su X, dove aveva incitato i tanzaniani a boicottare le elezioni, denunciando il rischio di frodi. Il processo – dove se condannato rischia la pena di morte – è stato posticipato per mesi ed è cominciato solo a inizio ottobre. Le forze dell’ordine tanzaniane hanno impedito a diversi attivisti per i diritti umani (anche stranieri) di presenziare alle prime udienze, mentre il vicepresidente del Chadema, quando ha tentato di assistere al processo, è stato arrestato.

Nel frattempo, il Chadema è stato bandito da tutte le elezioni fino al 2030 e sospeso da qualsiasi attività politica. Il tutto per non aver firmato il Codice di condotta elettorale. Il partito, infatti, prima di dare il suo assenso sul testo, aveva chiesto la realizzazione di reali riforme elettorali, essenziali per garantire un voto democratico e trasparente. D’altronde, lo slogan di Lissu e del partito è «No reforms, no elections» (nessuna riforma, nessuna elezione).

Solo piccoli sfidanti

Hassan ha poi anche eliminato quel poco che restava dei rivali più pericolosi. In particolare, Luhaga Mpina, leader dell’Alliance for change-wazalendo, che non ha potuto candidarsi a causa di cavilli burocratici. Il suo tentativo di presentarsi comunque agli uffici della Commissione elettorale nazionale indipendente per consegnare i documenti è stato impedito da diversi poliziotti che lo hanno bloccato fuori dall’edificio.

Il 29 ottobre, dunque, Hassan competerà per la presidenza con altri 16 candidati minori. In un Paese dove Human rights watch e Amnesty international (organizzazioni per i diritti umani) denunciano il clima di crescente repressione e le sistematiche violazioni dei diritti umani nei confronti di attivisti, giornalisti e oppositori, il risultato del voto è scontato.

Aurora Guainazzi