Dopo 140 anni di premier uomini, Sanae Takaichi è la prima donna alla guida di un governo giapponese. Leader del partito conservatore e nazionalista, Takaichi non è certamente una femminista. Tuttavia, la sua salita al potere potrebbe aiutare le donne in un Paese in cui la parità di genere è inesistente.
Sanae Takaichi è diventata la prima donna nella storia del Giappone a ricoprire la carica di Primo ministro, ponendo fine a 140 anni (dal 1885) di governi esclusivamente maschili. Per questo il 21 ottobre 2025 è divenuta una data storica per il Paese del Sol levante.
La scena del suo insediamento era, in sé, eloquente: una donna al vertice assoluto del potere, in un’aula quasi interamente occupata da uomini.
Nata nel 1961 a Yamatokō-riyama, senza retroterra politico familiare, Takaichi ha costruito la propria carriera da zero. Prima conduttrice televisiva, poi stagista del Congresso statunitense, infine deputata dal 1993, ha cambiato diversi partiti prima di approdare stabilmente al Partito liberal democratico (Pld). Si era già candidata alla leadership del Pld nel 2021 e nel 2024, perdendo entrambe le volte. Al terzo tentativo, nell’ottobre 2025, ha vinto.
Ha poi sciolto anticipatamente il Parlamento e convocato elezioni per l’8 febbraio 2026, trasformando la pressione cinese su di lei in carburante elettorale: il Pld ha conquistato 315 seggi, superando da solo la maggioranza dei due terzi.
donne giapponesi in una foto d’epoca. – national-museum-of-denmark-unsplash
Un paradosso di genere
La prima domanda che molti si sono posti è stata: è una buona notizia per le donne giapponesi? La risposta degli esperti è: non necessariamente. Il Giappone si colloca al 118° posto su 148 Paesi nel Global gender gapreport 2025. Le donne rappresentano appena il 15,7% dei seggi parlamentari, i salari femminili sono inferiori del 22% rispetto a quelli maschili, e la legge sul cognome unico coniugale – che nel 95% dei casi si traduce nel cognome del marito -, resta invariata.
Takaichi si oppone a qualsiasi riforma su quel fronte, definendo la proposta del doppio cognome «distruttiva per il sistema familiare». Si oppone al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha dichiarato che il concetto di work-life balance (equilibrio vita-lavoro) «è un’idea sbagliata» e, nel primo gabinetto, ha nominato solo due donne su venti ministri.
La ricercatrice Rosalind Dixon l’ha inserita nel gruppo del «femminismo abusivo» – accanto a Thatcher, Le Pen e Meloni -, che usa la retorica della rappresentanza femminile per legittimare agende che perpetuano le disuguaglianze. Mari Miura della Sophia University è stata lapidaria: «Il soffitto di cristallo non è stato rotto, è stato fatto un piccolo foro».
Eppure, il quadro non è completamente negativo: Takaichi ha introdotto agevolazioni fiscali per le aziende con asili nido interni e ha reso deducibili le spese per le babysitter. E la cosiddetta sanakatzu, la moda ispirata al suo stile, con borse e penne rosa, ha fatto di lei un’icona involontaria tra le giovani giapponesi, mostrando che la visibilità femminile ai vertici ha un impatto culturale indipendente dalle intenzioni politiche di chi la incarna.
L’economia
In economia, Takaichi è la candidata di continuità dell’«Abenomics», la strategia dell’ex premier Shinzō Abe, suo mentore, basata su spesa pubblica espansiva, politica monetaria ultra accomodante e investimenti strategici. I suoi avversari hanno già coniato il termine «Sanaenomics».
Il programma prevede un bilancio record da 122mila miliardi di yen (656 miliardi di euro) per il 2026, con massicci investimenti in semiconduttori, intelligenza artificiale, biotecnologie e difesa.
Sul costo della vita, con l’inflazione oltre il 3% e il prezzo del riso aumentato del 68%, ha proposto l’abolizione della tassa dell’8% sui consumi alimentari e sussidi mirati per le famiglie a basso reddito.
I critici, Fondo monetario internazionale incluso, avvertono che senza disciplina fiscale il debito pubblico, già al 250% del Pil, il più alto tra i Paesi avanzati, rischia di esplodere ulteriormente. Takaichi ha – finora -ignorato questi richiami, preferendo rispondere all’urgenza del consenso. Una posizione che l’ha già messa in rotta di collisione con il governatore della Banca del Giappone, Kzuo Ueda, che intende alzare i tassi senza precondizioni politiche.
giapponesi in vestiti tradizionali. – susann-schuster–unsplash
Il «tech-sovranismo»
Il curriculum scientifico e tecnologico di Takaichi è tra i più solidi che un premier giapponese abbia mai portato in carica. Ha guidato il ministero per la Politica scientifica e tecnologica, il ministero per
l’Innovazione, il ministero degli Affari interni e delle Comunicazioni, e infine, sotto
Kishida, il ministero per la Sicurezza economica, dove ha costruito l’architettura legislativa per proteggere le filiere produttive strategiche dalla dipendenza da fornitori stranieri e dagli investimenti esteri in settori sensibili.
Come premier ha dichiarato di voler fare dell’intelligenza artificiale una priorità assoluta, riconoscendo il ritardo del Giappone rispetto a Cina e Stati Uniti. Ha rafforzato la cooperazione con Washington sulla sicurezza dei dati e delle terre rare. La sua visione della tecnologia è profondamente connessa alla sicurezza nazionale: non separa mai l’innovazione dalla difesa, i semiconduttori dalla sovranità militare. È un approccio «tech sovranista» in cui lo Stato guida la ricerca in funzione degli interessi nazionali (declinato in chiave democratica, ma con un’intensità che ricorda il modello cinese più che quello liberista americano).
Revisionismo e nazionalismo culturale
una giovane; il Giappone ha un basso tasso di natalità e un’alta età media – jin-nishichan-unsplash
L’elemento più controverso del profilo di Takaichi agli occhi dei vicini asiatici è la sua visione della storia imperiale giapponese. Iscritta al Nippon Kaigi, l’organizzazione ultranazionalista che nega il massacro di Nanchino e promuove una lettura revisionista della Seconda guerra mondiale, ha minimizzato più volte le atrocità dell’esercito imperiale e si è opposta a richieste di scuse formali verso i Paesi asiatici occupati.
Il simbolo più esplosivo è il santuario Yasukuni, che onora i caduti giapponesi, inclusi quattordici criminali di guerra di «Classe A» condannati dal Tribunale di Tokyo.
Dal 1985 nessun premier in carica lo aveva visitato ufficialmente, con la sola eccezione di Abe nel 2013, che scatenò una crisi diplomatica con Cina e Corea del Sud.
Takaichi non si è limitata alle dichiarazioni di intenti: nell’aprile 2026, in coincidenza con l’approvazione parlamentare della riforma sull’export di armi letali, ha inviato al santuario offerte rituali, scatenando una dura reazione di Pechino.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha definito il gesto «un’offesa alla giustizia e una provocazione contro le vittime di guerra», mentre sui social cinesi l’hashtag legato all’offerta ha raggiunto oltre 29 milioni di visualizzazioni in poche ore. La coincidenza delle due mosse, riarmo e omaggio ai criminali di guerra, non è apparsa casuale agli occhi dei vicini asiatici.
La crisi con Pechino
Il 7 novembre 2025, tre settimane dopo l’insediamento, Takaichi ha innescato la peggiore crisi diplomatica sino-giapponese degli ultimi anni.
Durante una sessione della Dieta nazionale (il parlamento giapponese, ndr) ha affermato che un attacco o un blocco militare cinese a Taiwan potrebbe costituire una «situazione che minaccia la sopravvivenza» del Giappone, termine tecnico-giuridico preciso che, nella legislazione del 2015, autorizza il Giappone all’autodifesa collettiva, ovvero all’intervento militare in difesa di un alleato. Per la prima volta, un premier giapponese ha collegato esplicitamente Taiwan alla sicurezza nazionale nipponica.
Pechino ha reagito furiosamente. Il ministero degli Esteri cinese ha chiesto una formale ritrattazione, accusando Tokyo di voler sfruttare la questione taiwanese per giustificare la propria espansione militare. Sono seguite ritorsioni economiche informali, calo del turismo cinese, pressioni sui mercati automobilistici e attacchi diplomatici alle conferenze internazionali.
Takaichi ha reagito trasformando la crisi in una risorsa. Anziché cercare la de-escalation, a gennaio 2026 ha sciolto il Parlamento e ha presentato l’ostilità cinese come prova della minaccia esterna che il Giappone deve fronteggiare.
Alle elezioni anticipate di febbraio, il risultato è stato chiaro: il mandato più ampio conquistato da un premier giapponese da decenni.
Pechino aveva commesso un errore di calcolo colossale: le sue pressioni non avevano intimidito Takaichi, le avevano consegnato una vittoria storica. Merito soprattutto dei giovani, che adorano l’esuberanza della loro premier e la modernità con cui si propone al suo pubblico.
Showa 100th Anniversary Ceremony is held at Nippon Budokan in Chiyoda Ward, Tokyo on April 29, 2026. Showa era is a period of Japanese history corresponding to the reign of Emperor Showa (Hirohito) from December 25, 1926, until his death on January 7, 1989. This year marks exactly 100 years since the beginning of the Showa era. Japanese Emperor Naruhito and Empress Masako attend the event. ( The Yomiuri Shimbun ) (Photo by Pool for Yomiuri / The Yomiuri Shimbun via AFP)
«Japan first»
In politica estera, Takaichi combina nazionalismo «Japan First» e solida alleanza con Washington. Ha accelerato il riarmo portando il bilancio della difesa verso il 2% del Pil, con la spesa 2026 che ha superato i 9mila miliardi di yen (48,5 milioni di euro), un record assoluto. Ha avviato la revisione dei documenti strategici fondamentali della difesa, dispiegato sistemi missilistici a Yonaguni, a pochi chilometri da Taiwan, e dichiarato al congresso del Pld di aprile 2026 che «è giunto il momento» di riformare la Costituzione, con l’obiettivo di arrivare a un referendum entro un anno. La prospettiva ha scatenato le più grandi manifestazioni di piazza in Giappone dal 2015: il 19 aprile 2026 oltre 36mila persone si sono radunate davanti alla Dieta a Tokyo, e il 4 maggio, Giorno della Costituzione, una folla stimata in 50mila persone ha sfilato sotto lo striscione «Stop alla revisione costituzionale e all’espansione militare». Una parte significativa dei giovani tra i 18 e i 35 anni sta rielaborando il concetto di pace in termini strumentali, equiparando la sicurezza alla deterrenza militare.
La contrarietà alla revisione formale dell’articolo 9 è trasversale e maggioritaria, ma chi scende in piazza è soprattutto giovane e di sesso femminile, mentre una parte della stessa generazione tende a vedere il rafforzamento militare come una forma di sicurezza realistica, non come una violazione del pacifismo. È, alla fine, una frattura generazionale interna, non un conflitto tra vecchi pacifisti e giovani guerrafondai.
Il rapporto di Takaichi con Donald Trump è uno degli assi della sua politica estera. I due si sono incontrati a Tokyo dopo l’insediamento: Trump ha portato un accordo commerciale (dazi al 15%) e l’annuncio di 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi negli Usa. A marzo 2026 Takaichi si è recata alla Casa Bianca per un secondo summit: Trump ha premuto per inviare navi giapponesi nello Stretto di Hormuz, ma Takaichi ha risposto che esistono cose che il Giappone «può e non può fare nei limiti delle proprie leggi», una risposta che ha soddisfatto i pacifisti in patria quanto irritato Washington. All’attivismo con gli alleati americani si è affiancata, nei primi giorni di maggio, una missione in Vietnam e Australia volta a rafforzare la strategia indopacifica e le filiere di minerali critici, presentata come aggiornamento della visione «Indo Pacifico libero e aperto» di Abe a dieci anni dal suo lancio.
La premier italiana, Giorgia Meloni, era stata tra le prime a telefonarle per congratularsi dell’elezione.
In un registro completamente diverso, Takaichi ha suonato la batteria con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung eseguendo un brano K-pop, un gesto di diplomazia informale che ha fatto il giro del mondo, catturato la simpatia di moltissimi giovani e mostrando una flessibilità tattica che i soli ritratti da «Lady di ferro» non catturano.
Donne giapponesi in abiti tradizionali. Foto buddy-an-unsplash
Donne e matrimonio
Il contesto in cui si inserisce l’elezione di Takaichi è quello di un Paese strutturalmente in ritardo sull’uguaglianza di genere. Il modello del dopoguerra, il salaryman (l’uomo che riceve un salario), che prevede una moglie che rinuncia alla carriera per il matrimonio, ha lasciato tracce profonde nel sistema fiscale, pensionistico e culturale. Le politiche di womenomics di Abe hanno aumentato l’occupazione femminile, ma spesso in forme precarie: part-time, contratti a termine, posizioni di supporto anziché di leadership. Nel frattempo, il tasso di natalità è sceso a 1,20 figli per donna nel 2023, l’età media supera i 48 anni. Questi dati, insieme alla riluttanza nei confronti dell’immigrazione, rendono la crisi demografica ancora più difficile da affrontare. Takaichi non intende cambiare rotta su nessuno di questi fronti strutturali. La generazione più giovane, più istruita e connessa al mondo, guarda alla sua elezione con sentimenti misti: un primato storico reale, ma non necessariamente una svolta per le donne che combattono ogni giorno il sistema.
Una «montagna» impervia
La tentazione è quella di ridurre la premier giapponese a uno schema: la delfina di Abe, l’antifemminista al potere, la nazionalista che sfida Pechino. Ogni etichetta coglie qualcosa, nessuna coglie tutto. C’è una Takaichi che da ragazza suonava la batteria in una band heavy metal e guidava una Toyota Supra. Una che ha perso due volte la sfida per la leadership del Pld e alla terza ha vinto. Una che lavora con un’intensità – saltando pasti e dormendo poco – che preoccupa i suoi collaboratori. Una che sui princìpi non cede, ma sa usare le crisi con una scaltrezza politica inattesa.
Al momento della sua elezione aveva detto: «Da oggi devo lavorare molto duramente, o dovrò scusarmi con lui», riferendosi ad Abe, assassinato nel 2022. Una frase che rivela il motore interiore della sua carriera: non una rivendicazione femminista, ma un debito di riconoscenza trasformato in missione politica. Sei mesi dopo, è ancora in cima alla montagna che ha scalato per trent’anni, ma la sua permanenza si annuncia impervia: i sondaggi di marzo 2026 hanno segnato il primo calo significativo, tra i 4 e i 7 punti a seconda degli istituti, in parte per uno scandalo legato a regali distribuiti ai parlamentari del Pld, in parte per la resistenza crescente ai piani di riarmo, che ha portato in piazza decine di migliaia di giovani sotto lo striscione «No alla guerra».
Quello che lascerà al Giappone – una Costituzione riscritta, un Paese più armato, un’economia più indebitata, o magari un soffitto di cristallo un po’ più sottile – lo deciderà la Storia.
Piergiorgio Pescali
la premier giapponese con il presi- dente sudcoreano Lee Jae Myung in una pausa di divertimento a Nara, lo scorso 13 gennaio. – Foto Japan’s Government Public Relations Office
Madagascar, la Gen Z tradita dai militari
Padre Jean Tuluba, missionario della Consolata, risponde alle nostre domande. Ci guida nel Paese dove la generazione Z continua a chiedere cambiamenti e soluzioni ai vecchi problemi dell’isola.
«Dopo alcuni mesi dal cambio di regime, nulla è cambiato rispetto al governo precedente: i giovani della Generazione Z che osano manifestare subiscono una dura repressione e alcuni addirittura spariscono. Oggi si parla di quattro giovani manifestanti arrestati e di due scomparsi». Così padre Jean Tuluba, missionario della Consolata congolese che lavora in Madagascar, riassume la situazione non rosea del Paese ad aprile, mentre scriviamo. I giovani della cosiddetta «Gen Z» – nati, cioè, dopo il 2000 – avevano avuto un ruolo chiave nel movimento di protesta che, fra settembre e ottobre 2025, aveva riempito le piazze malgasce@. Gridando «Leo délestage» («Basta blackout») e «Miala Rajoelina» («Vattene Rajoelina», cioè il presidente Andry Rajoelina), i manifestanti chiedevano la fine di disservizi come le continue interruzioni di corrente elettrica e la mancanza di acqua che, oltre a creare ovvi disagi, erano il simbolo dell’incapacità della classe dirigente di affrontare e ridurre le profonde ingiustizie sociali nel Paese.
L’ondata di proteste autunnali, spiega padre Jean, aveva interessato soprattutto le grandi città, in particolare Antananarivo, Antsirabe, Fianarantsoa, Toamasina, Tulear, Diego Suarez. C’erano stati diversi episodi di violenza contro i manifestanti da parte delle forze dell’ordine e almeno ventidue persone erano state uccise. «Era stato in questo contesto che una parte dell’esercito, responsabile di tutta la logistica militare del Paese e guidata dal colonnello Michaël Randrianirina, si era rifiutata di reprimere i manifestanti e si era unita a loro contro la parte di forze armate rimaste fedeli al presidente Rajoelina». Randrianirina ha preso il potere dopo la fuga di Rajoelina, promettendo di migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma ha deluso le aspettative molto presto e i giovani ora si sentono traditi. I ragazzi, riportava France24 lo scorso aprile, vedono nella repressione e negli arresti arbitrari «un segno che è il momento di tornare in strada»@.
A peggiorare la situazione è arrivata ora la guerra in Iran: un’ulteriore dimostrazione – commenta padre Tuluba – che il mondo di oggi è interconnesso, come affermava già papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’.
La conseguenza più visibile e tangibile della guerra è la carenza di carburante nelle stazioni di servizio. «Bisogna fare lunghe code e aspettare molto tempo, per poi ottenere una quantità minima di benzina». Questo alimenta la crisi politica e sociale, poiché molti cittadini che gestiscono piccole attività commerciali utilizzano generatori elettrici alimentati con il carburante, visto che l’infrastruttura, al momento, non è in grado di garantire una fornitura costante di elettricità. «Quindi, la logica è chiara: niente carburante, niente elettricità stabile, niente sviluppo per le piccole e grandi attività di produzione, niente commercio, niente mezzi per sopravvivere. Così la tensione sociale aumenta e c’è un nuovo rischio di implosione».
La crisi climatica
A questo si aggiunge che il Madagascar è uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Gli ultimi due cicloni, Fytia e Gezani, ne sono un esempio concreto, in particolare dopo la devastazione, lo scorso 10 febbraio, della città portuale di Toamasina, distrutta all’80%. Continua il missionario: «Diciottomila abitazioni distrutte, 36 morti e molti feriti, 424mila sfollati (altre fonti dicono 60 morti e oltre mezzo milione di sfollati, ndr), strade e rete elettrica danneggiate, raccolti perduti.
Il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza e ha stimato i costi di ricostruzione in oltre 2 miliardi di dollari americani». Questo disastro ha un impatto considerevole sull’economia nazionale, sottolinea padre Jean, dato che la città di Toamasina ospita il principale porto del Paese.
Anche molte altre regioni subiscono gli effetti del cambiamento climatico. In quelle meridionali ci sono zone semi desertiche dove piove troppo poco. Lì, la popolazione, che sopravvive quasi esclusivamente grazie all’agricoltura, non può produrre nulla senza acqua. In queste condizioni la fame raggiunge livelli molto elevati. «Nella nostra regione (la missione di Beandrarezona è nel Nord dell’isola, a oltre 1.100 metri di altitudine, ndr) non ci sono cicloni – spiga padre Jean -, perché siamo lontani dalle coste e in una zona molto montuosa. Quando c’è un ciclone, ne subiamo solo gli effetti a distanza: molta acqua ovunque a causa delle piogge lunghe e intense».
Un lavoro importante, nota padre Jean, sarebbe la sensibilizzazione della popolazione riguardo all’impatto del cambiamento climatico sulla vita delle persone, ma questa sensibilizzazione è ancora troppo scarsa.
«Le poche foreste rimaste vengono devastate ogni giorno dal taglio degli alberi per produrre legna da ardere e carbone per cucinare. Gli alberi non vengono sostituiti e questo fa presagire gravi conseguenze in un futuro non troppo lontano.
La sola sensibilizzazione, comunque, non è sufficiente, deve essere accompagnata da politiche pubbliche e sociali che aiutino la popolazione a provvedere ai propri bisogni senza distruggere l’ecosistema».
La crisi politica e sociale, secondo l’analisi che emerge dai messaggi del 2024 e 2025 della Conferenza episcopale del Madagascar, è dovuta a diversi fattori, fra i quali la corruzione generalizzata, le diseguaglianze, la mancanza di ascolto e di rappresentanza politica (che crea un deficit di fiducia), i problemi strutturali irrisolti, la violenza, l’instabilità e la mancanza di sicurezza@.
Il tasso di disoccupazione per le persone fra i 15 e i 24 anni è intorno al 5%, ma a pesare è soprattutto l’elevata proporzione di lavoro informale, che rappresenta il 94% del totale. «I giovani studiano, ma poi non trovano opportunità per servire la loro nazione, non esiste una politica orientata all’inserimento e all’occupazione giovanile. Anche questo genera nei ragazzi molta frustrazione e il desiderio di far sentire la propria voce a modo loro, come si è visto alla fine dello scorso anno».
La storia della presenza dei missionari della Consolata in Madagascar, racconta padre Jean, «è un lungo percorso, che ha inizio con l’arrivo sull’isola di padre Antonio Noè Cereda, missionario della Consolata. Egli, dopo aver lavorato nella Repubblica democratica del Congo e in Italia come responsabile dell’Emi (Editrice missionaria italiana), alla fine del 1999 si è trasferito in Madagascar. Qui ha trascorso quasi 20 anni collaborando con le Suore discepole del Sacro Cuore, basate a Nosy Be, nella diocesi di Ambanja, e ad Antananarivo, la capitale».
L’idea di una possibile presenza Imc sull’isola è nata nel 2010, durante la vista dell’allora vice-superiore generale padre Stefano Camerlengo@ ed è diventa concreta con l’apertura ufficiale nel 2018 e l’arrivo, il 13 marzo 2019, dei primi tre missionari: padre Jean Tuluba, padre Kizito Mukalazi dell’Uganda e padre Jared Makori Mayaka del Kenya.
«Ma perché proprio il Madagascar? – si domanda padre Jean -. Per rispondere alla triplice motivazione dei missionari della Consolata. In primo luogo, essere fedeli alla propria identità di missionari ad gentes: nel Paese, i cattolici rappresentano il 28,5% della popolazione e solo il 3% nella nostra missione. In secondo luogo, per lavorare in un Paese che è un ponte tra l’Africa e l’Asia, con una parte della popolazione di origine africana e l’altra di origine austronesiana», cioè diffusa nella zona fra l’Oceania, l’Asia sudorientale e, appunto, il Madagascar@. «In terzo luogo, è un’occasione per i missionari africani di realizzare una missione africana in uno spazio culturalmente speciale e diverso».
Sono due le grandi priorità dell’Imc in Madagascar, continua padre Tuluba: l’annuncio esplicito del Vangelo e la promozione umana. Una delle prime opere realizzate è stata la scuola secondaria Notre dame de la Consolata, che ha aperto nel settembre 2024 e che accoglie gli studenti delle ultime tre classi della scuola secondaria, per un totale, oggi, di 34 studenti. «La scuola è per noi uno strumento fondamentale di evangelizzazione e formazione dei giovani in un mondo in continua evoluzione. Oltre alle materie previste dal programma scolastico nazionale, offriamo loro anche corsi sulle nuove tecnologie, con attrezzature moderne per l’apprendimento dell’informatica e delle lingue straniere, senza dimenticare la catechesi, per chi lo desidera». Per gli studenti i cui genitori non riescono a pagare la retta, è prevista la copertura parziale delle spese.
Alla scuola si affiancherà anche un progetto di sostegno alle donne e alle ragazze madri che i missionari intendono avviare a breve. Si tratterà di corsi professionali come sartoria, pasticceria e ristorazione «per aiutarle, attraverso piccole attività commerciali, a raggiungere l’autonomia economica e contribuire così al rafforzamento delle loro economie domestiche, che al momento sono troppo fragili».
Gli obiettivi di sviluppo a lungo termine che i missionari si sono dati sono quelli di formare i giovani e di ridurre la vulnerabilità delle ragazze e delle donne del villaggio. «Molte adolescenti non completano gli studi secondari perché rimangono incinte molto presto e diventano madri prima di raggiungere la maggiore età». A collaborare con i missionari ci sono gli insegnanti, i genitori, le autorità locali, i privati e l’associazione svizzera Boky Mamiko, che visita la missione ogni anno e si fa carico delle spese scolastiche di una parte delle studentesse.
Alcune ragazze vivono in convitto presso il convento delle suore che collaborano con i missionari. C’è una richiesta pressante da parte dei genitori che chiedono un convitto anche per i ragazzi, dato che nelle loro case non c’è un ambiente che favorisca la concentrazione e lo studio. I missionari stanno, dunque, valutando di elaborare un progetto che includa la costruzione di un convitto anche per loro.
A livello sanitario, l’insufficienza dei servizi ha generato un’altra richiesta da parte della popolazione: la costruzione di una piccola clinica locale per consentire l’accesso a cure sanitarie di qualità alle popolazioni di Beandrarezona e dei villaggi circostanti. «Già ora, la nostra auto, l’unica sul territorio, viene spesso utilizzata come ambulanza per trasportare malati di ogni tipo nella vicina città di Bealanana, a 18 chilometri, affinché ricevano un minimo di cure». A Beandrarezona c’è un centro sanitario di base non attrezzato e quasi abbandonato, che non consente di fornire assistenza adeguata ai pazienti che vi si recano. «Avere un dispensario ben attrezzato entro i prossimi cinque anni darebbe grande sollievo alle nostre popolazioni.
Per realizzare questi diversi sogni, contiamo sempre sul sostegno dei nostri vari collaboratori e su tutte le persone di buona volontà, che hanno nel cuore la nostra stessa preoccupazione di aiutare i fratelli e le sorelle di Beandrarezona e dintorni a vivere con dignità».
In questi giorni domina il numero 12, ma non quello degli apostoli, sfortunatamente. A Milano c’è un milionario ogni 12 persone, mentre «i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono da soli una ricchezza superiore a quella detenuta dalla metà più povera dell’umanità, ossia 4,1 miliardi di persone» (dal rapporto Oxfam del 19 gennaio 2026 sullo stato delle diseguaglianze sociali a livello globale e in Italia).
Numeri da vertigine, considerando poi che gran parte di questa ricchezza non è usata per il bene comune, ma per aumentare le diseguaglianze e imbrigliare ogni opposizione; per rafforzare un sistema politico e informativo che silenzia, imprigiona, sopprime ogni alternativa, obiezione, dissenso.
Questi stessi ricchi sono poi quelli che guadagnano sulle guerre e considerano il mondo terra di conquista e spartizione, senza alcuna considerazione per chi vi abita e per il diritto dell’umanità a disporre delle sue risorse collettivamente, e non a favore di pochi privilegiati.
In questo mese di marzo, ci aspettano due appuntamenti importanti per rinnovare la nostra contrarietà a ingiustizia e diseguaglianze: la giornata internazionale della donna, l’8, e la 34ª giornata dei «Missionari martiri, gente di primavera, portatori di nuova vita e speranza», il 24. Assieme a questi due appuntamenti mi piace ricordarne un altro, già celebrato l’8 febbraio: la giornata contro la tratta. Tre appuntamenti di speranza e di rinnovato impegno per un mondo più giusto, fraterno e in pace.
La giornata contro la tratta è stata l’occasione per ribadire un forte no allo sfruttamento delle persone, siano esse lavoratori maltrattati, donne e minori trafficati per ogni genere di abuso, migranti e rifugiati spremuti fino in fondo con false promesse, o immigrati arrestati senza pietà e senza rispetto dei loro diritti e delle norme internazionali. Ogni persona è un valore, è immagine di Dio, è cittadina del mondo, è degna di rispetto ed ha diritto a una vita piena.
La giornata internazionale della donna offre l’opportunità di ripensare, rinnovare, rigenerare le relazioni tra uomo e donna, in una visione d’insieme, dove nessuno è padrone dell’altro o dell’altra. È l’occasione per ribadire il «no» ai soprusi e alla violenza di genere, certamente, ma soprattutto a ogni tipo di sopraffazione nella relazione tra persone. Occorre rigettare tutte le degenerazioni del cosiddetto patriarcato, nei tempi antichi strumento di sopravvivenza essenziale in una vita dura, oggi degenerato in forme inaccettabili di superiorità e dominio che legittimano l’abuso e la brutalità e, soprattutto, rivelano una grande confusione dei ruoli, non visti più come strumenti per un cammino da compiere insieme, ma spesso solo come mezzi per l’affermazione di sé, del proprio io.
La giornata dei missionari (e cristiani) martiri ci parla, invece, di primavera e di vita nuova. Celebrata dal 1993, nel giorno del tredicesimo anniversario del martirio di monsignor Oscar Romero, avvenuto nel 1980, ricorda quest’anno 17 «martiri» (cioè «testimoni»). Da quando si celebra, l’anno con il maggiore numero di cristiani uccisi per la fede (264) è stato il 1994. In tutto, dal 1990 a oggi sono stati 1.181, tra cui 679 sacerdoti e 214 religiosi.
Personalmente, questa giornata mi suscita due sentimenti contrapposti: tristezza e grande gioia.
Tristezza per la violenza, l’intolleranza e la persecuzione ancora oggi praticate in troppe parti del mondo, con oltre 350 milioni di cristiani non liberi di vivere la loro fede. Soprattutto perché spesso violenza e intolleranza sono giustificate come via per mantenere o ritrovare una presunta «grandezza», messa in pericolo da chi è diverso o non allineato con l’ideologia o la religione dominante.
Gioia grande perché trovo di una bellezza incredibile il fatto che ci siano persone che continuano a dare la vita per amore, che non si lasciano intimidire dalla cattiveria, dai soprusi, dalle vessazioni e rispondono con il dono della loro stessa vita, con la gratuità e il perdono. Testimoni che non fuggono, ma stanno con la loro gente fino alla fine, sono vicini ai più poveri, ai popoli indigeni, agli sfruttati della terra, ai migranti, dando tutto grazie alla forza che trovano nell’amore di Gesù. Stupendi uomini e donne di pace e fraternità, fiori di una nuova primavera per tutta l’umanità, incredibile antidoto a ogni pessimismo.
Cittadini e visitatori leggono e si riposano lungo il Cheonggyecheon, corso d’acqua recuperato alla capitale coreana dopo un importante investimento pubblico; le sovrastanti lanterne colorate sono state appese per la celebrazione del «compleanno del Buddha». Foto Paolo Moiola.
Dopo la lunga sottomissione all’Impero giapponese e una guerra civile sanguinosa, la Corea è rimasta divisa tra il Nord comunista e il Sud filoccidentale. Negli ultimi settant’anni, Seul ha fatto passi da gigante, pur sacrificando spesso la democrazia. Oggi, la Corea del Sud è una potenza economica, ma i problemi non mancano.
Seul, fine aprile. Alle sette del mattino l’aria è fresca. Sui grandi cartelloni digitali la pubblicità scorre senza sosta, ma le strade di Myeong-dong (dove il suffisso «dong» è traducibile con «quartiere») sono ancora deserte, i negozi e i ristoranti chiusi. Soltanto ieri sera, qui era un flusso ininterrotto di persone, una sequela di bancarelle che vendeva ogni sorta di cibo cucinato al momento (l’acclamato street food coreano). E poi luci e ancora luci di tutti i colori: Myeong-dong è zona di negozi di cosmetici (un’eccellenza della Corea del Sud), vestiti, accessori, giochi, fotografia e, ovviamente, di locali e ristoranti. Insomma, un distretto dello shopping e dello svago. Sono trascorse soltanto poche ore, ma adesso pare di essere stati catapultati in un altro luogo. Tutto è ordine e pulizia.
Sul The Korea Times, per spiegare il suo stupore davanti al decoro del Paese, un professore universitario indiano è ricorso a una citazione: «La pulizia è vicina alla santità». Come accade il più delle volte, l’affermazione è di attribuzione incerta, ma il concetto espresso non è lontano dalla realtà. La Corea è un paese dove i luoghi pubblici – strade, mezzi di trasporto, giardini – sono così immacolati e ordinati da lasciare a bocca aperta. Per non parlare dei bagni pubblici (sempre gratuiti), che – agli occhi di uno straniero – rimandano all’igiene di una clinica o al film di Wim Wenders, Perfect days (ambientato nei bagni pubblici di Tokyo).
Difficile non collegare questa condizione all’influsso del confucianesimo, la filosofia che permea ogni aspetto della vita dei coreani, indipendentemente dalla loro eventuale affiliazione religiosa.
Senso civico e iper-consumismo
Modernissimi grattacieli si affacciano su una delle più note spiagge di Busan, seconda città della Corea. Foto Paolo Moiola.
Seul, capitale della Corea del Sud, è una metropoli cresciuta attorno al fiume Han (o Hangang) fino a raggiungere i dieci milioni di abitanti, pari al venti per cento dell’intera popolazione coreana (52 milioni, ma – come vedremo – in costante decrescita).
Il modo migliore per raggiungere piazza Gwanghwamun, cuore della capitale coreana, è prendere la metropolitana. Estesa ed efficiente, la metro svela molte cose. Per esempio, il senso civico dei coreani, ma anche una società votata all’iperconsumismo. Tra le molteplici pubblicità che, nelle stazioni e nei vagoni della metro, circondano la folla dei passeggeri, risaltano quelle di cliniche e medici. Qui c’è la reclame di alcuni oculisti, più avanti quella dei dermatologi. «Ma il vero business – ci spiega Han Gyeol, il giovane coreano che ci fa da guida e che si fa chiamare Antonio, il suo nome da battezzato cattolico – è la chirurgia estetica».
Nel frattempo, è il momento di scendere dal vagone, ordinatamente come fanno i coreani. All’uscita della metro, ecco apparire piazza Gwanghwamun, di forma allungata, costeggiata da palazzi moderni e con ampi spazi pedonali. La statua di Sejong il Grande (1397-1450), monarca della dinastia Joseon, famoso per aver inventato l’alfabeto della lingua coreana (lo «Hangul», che sostituì i caratteri cinesi), s’innalza imponente poche centinaia di metri prima della porta del Gyeongbokgung, uno dei palazzi reali costruiti dalla sua dinastia.
Attorno al monumento, l’associazione dei fotoreporter coreani ha allestito la mostra del 61° Korea press photo contest. Quest’anno la foto che ha vinto il concorso raffigura soldati schierati davanti all’edificio principale dell’Assemblea nazionale il 3 dicembre 2024, quando il presidente Yoon Seok-yeol ha dichiarato la legge marziale. I soldati inviati da Yoon si sono trovati ad affrontare le persone accorse per proteggere l’istituzione e permettere ai legislatori riuniti all’interno di respingere la legge. Una notte drammatica nel contesto di una vicenda con molti punti oscuri e che non può essere disgiunta dalla storia del Paese.
Nord-Sud, una ferita non rimarginata
Una storia in cui la democrazia non ha ancora avuto modo di consolidarsi. Quella dello scorso dicembre risulta essere, infatti, la diciassettesima volta che è stata dichiarata la legge marziale dalla fondazione della Repubblica, nel 1948. Inoltre, dalla tregua bellica del 1953, il Paese vive con la spada di Damocle delle azioni ostili della Corea del Nord, Paese fratello ma prigioniero di Kim Jong-un, dittatore tanto folle quanto imprevedibile.
Il confine del 38.mo parallelo, probabilmente il più militarizzato al mondo, è poco distante da Seul. «In questo momento, però, non conviene visitare la zona demilitarizzata (conosciuta con la sigla inglese Dmz, nda)», spiega Han Gyeol. Negli ultimi tempi, le relazioni tra Pyongyang e Seul sono (di nuovo) peggiorate. Oltre alle minacce e alle esercitazioni militari, nell’ultimo anno Kim Jong-un, sostenuto da Pechino e Mosca, ha iniziato a inviare sulla Corea del Sud palloni aerostatici carichi di rifiuti e di escrementi. Di conseguenza, per precauzione, gran parte dei siti visitabili della zona demilitarizzata (nei pressi della città di Paju) sono attualmente chiusi. La Dmz – 250 chilometri di lunghezza, 4 di ampiezza – è il lascito visibile della Guerra fredda e della sanguinosa guerra di Corea, che hanno sancito la divisione tra Nord e Sud del Paese. Una ferita dolorosa che, al momento, pare impossibile da rimarginare, nonostante, dal 1969, Seul abbia istituito il ministero dell’Unificazione (Mou). «No – precisa Han Gyeol -, non credo che la riunificazione avverrà. O, perlomeno, non credo che accadrà nel corso della mia vita».
La tensione permanente con il regime comunista di Pyongyang è stata utilizzata anche da Yoon Suk-yeol, nel suo tentativo di instaurare la legge marziale. Nel discorso televisivo del 3 dicembre 2024, il politico conservatore aveva accusato l’opposizione democratica, maggioritaria al Congresso, di essersi alleata con i comunisti, affermando, tra l’altro: «Cari cittadini, dichiaro la legge marziale d’emergenza per difendere la libera Repubblica di Corea dalle minacce delle forze comuniste nordcoreane e per sradicare le spudorate forze anti stato filo-nordcoreane che stanno saccheggiando la libertà e la felicità del nostro popolo, nonché per proteggere il libero ordine costituzionale».
A causa del suo fallito colpo di stato, il presidente è stato destituito rendendo necessarie nuove elezioni presidenziali previste per il 3 giugno. Eppure, a parte per alcuni, sparuti striscioni elettorali, non percepiamo un clima elettorale. Forse anche per il fatto che la città è distratta dalla preparazione dei festeggiamenti per il «compleanno del Buddha» (Chopail), che quest’anno cade il 5 maggio (una data che cambia in ragione del calendario lunare). È una celebrazione non solo per i quasi nove milioni di buddhisti coreani, ma per tutto il Paese che la classifica come festa nazionale.
Le lanterne di carta colorata – simbolo di luce e speranza, preghiera e ricordo dei defunti – sono appese in tutti i templi, ma spesso pure in vie e luoghi pubblici. Alcune sono appese anche in piazza Gwanghwamun, in direzione opposta rispetto all’entrata del palazzo reale, accanto alla statua dell’ammiraglio Yi Sun-sin (1545-1598). E poi s’infittiscono più avanti, in piazza Cheonggye, dove parte il Cheonggyecheon, un corso d’acqua – è meno di un fiume, ma più di un ruscello – recuperato a partire dal 2003 con un grande e riuscito progetto di riqualificazione urbana e valorizzazione ambientale. Per quasi undici chilometri la gente può passeggiare lungo camminamenti verdi o sedersi nei pressi dell’acqua a conversare o leggere un libro.
Passare dalle camminate lungo il Cheonggyecheon al distretto di Bukchon è facile e piacevole. Bukchon è un vecchio quartiere residenziale, ma è anche un’attrazione turistica perché ospita un «villaggio hanok».
Il termine hanok deriva dalla combinazione di due caratteri cinesi, «han» (che significa «il popolo coreano») e «ok» (che significa «casa»). Di conseguenza, la parola è traducibile come «casa del popolo coreano». O, per dirla con il dizionario locale, «termine usato per riferirsi alle case costruite nello stile architettonico tradizionale coreano distinte dagli edifici in stile occidentale».
Un tempo, le hanok erano case familiari costruite con materiali naturali (legno e pietre) e con carta speciale (per porte e finestre), in armonia con il contesto. Erano caratterizzate da un pavimento riscaldato (ieri come oggi, in casa i coreani non usano scarpe) tramite il calore recuperato dal fuoco della cucina, un patio, un tetto di tegole d’argilla (ma, in passato, anche di paglia per le famiglie meno abbienti). Spazzate via dagli eventi storici (guerre e distruzioni) e dai mutamenti della società (tutte le città coreane sono circondate da altissimi grattacieli, esatto contrario delle case tradizionali), ultimamente le hanok sono tornate di moda, anche se con caratteristiche adattate ai tempi e soltanto per famiglie con redditi elevati.
Originali o ricostruite che siano, le hanok testimoniano armonia, bellezza, tradizione.
Come il percorso lungo il Cheonggyecheon, anche il villaggio hanok è un luogo tranquillo e piacevole che infonde serenità. Tuttavia, sarebbe sbagliato dedurre da questi aspetti esteriori che quella coreana sia una società felice.
Insegna pubblicitaria di un medico all’entrata di una stazione della metro, a Busan; in Corea, le pubblicità di cliniche e medici sono diffusissime; in particolare, vanno per la maggiore quelle della chirurgia estetica, molto praticata dai sudcoreani. Foto Paolo Moiola.
Una società (troppo) competitiva
Secondo il The Korea Times, che cita i dati di alcune ricerche pubbliche del 2023, soltanto il 35 per cento dei coreani sarebbe felice. Il dato trova conferma nel recente rapporto mondiale sull’indice di felicità («2025 World happiness report», University of Oxford). Ebbene, la Corea del Sud si piazza solamente al 58.mo posto su 147 Paesi.
Pressione sociale, competizione esagerata fin dai primi anni di vita e stress lavorativo (è legale arrivare a 52 ore settimanali, l’antisindacalismo è una consuetudine radicata e gli scioperi sono praticamente inesistenti) sono le cause più citate.
«In Corea – ci spiega il professor Kim Sanghyuk -, il divario tra ricchi e poveri è molto forte, e le misure del welfare statale sono deboli, rendendo molto più difficile la vita dei bisognosi. Inoltre, i coreani hanno una forte tendenza al confronto. Questo si riflette nei bassi livelli di felicità e in un elevato tasso di suicidi».
«Il suicidio – ha scritto Kwon Jun-soo, psichiatra all’ospedale della Seoul national university – è la principale causa di morte tra le persone di età compresa tra i 12 e i 39 anni. Con un tasso di fecondità di 0,8 e appena 200mila neonati all’anno, la fertilità ha raggiunto un livello seriamente preoccupante, per non parlare del rapido invecchiamento della popolazione e dell’aumento della solitudine tra gli anziani. I giovani coreani stanno rinunciando a frequentare qualcuno, a sposarsi e ad avere figli». «È così – conferma Han Gyeol -. È vero che in Corea non si fanno più figli. È vero che deteniamo il più alto tasso di suicidio tra i Paesi industrializzati».
È lo stesso quadro che ci dipinge padre Kim Moon-jung, coreano e missionario della Consolata in Messico: «Quando ero bambino – ci racconta via email -, ben più della metà della città era composta da bambini, e ora ben più della metà è composta da adulti e anziani, senza figli. Con l’adozione del capitalismo, la Corea è diventata una società estremamente competitiva. Questo ha permesso al Paese di svilupparsi rapidamente, ma ha anche causato molto stress. Sebbene la vita di molte persone sia diventata più prospera, anche le pressioni sono aumentate. Oggi le persone non hanno tempo per fare altro, se non lavorare sodo per avere una vita migliore. Pertanto, molti coreani non vogliono più avere bambini. Sia per mancanza di tempo, sia per evitare ai figli lo stress imposto da una società troppo competitiva».
Paolo Moiola
Byun Jae-woon con in mano una copia del Kookmin Ilbo, quotidiano coreano nel quale il giornalista ha lavorato per molti anni. Foto archivio Byun Jae-woon.
Come ha fatto il Paese asiatico a diventare una potenza economica mondiale? Quali costi sociali ha dovuto pagare per il suo successo? Quali sono le differenze con il vicino Giappone? E come comportarsi con i «fratelli» separati della Corea del Nord? Abbiamo chiesto questo e altro a un giornalista coreano.
In Corea del Sud, salvo poche eccezioni, le montagne sono poco più che colline. Con Byun Jae-woon, giornalista, ci siamo conosciuti durante una camminata nel parco di Seoraksan. Anche lì, per raggiungere la sommità, non si fa molta fatica. Avvantaggiati dalla situazione, un passo dopo l’altro, la nostra conversazione è andata avanti senza affanni fisici. Data la sintonia abbiamo, quindi, deciso di risentirci subito dopo l’appuntamento elettorale del 3 giugno, e così abbiamo fatto.
Le elezioni sono state vinte da Lee Jae-myung, candidato del Partito democratico (Dpk), che ha sconfitto Han Duck-soo, candidato del Partito del potere popolare (Ppp) al potere. Un altro candidato, Lee Jun-seok, fondatore del Partito riformatore ma ex dirigente del Ppp, è arrivato al terzo posto. Ha vinto, sì, l’opposizione, ma sommando i voti ottenuti dai due partiti conservatori la situazione sarebbe stata in parità.
Preso contatto con Byun Jae-woon, che ha lavorato nel quotidiano Kookmin Ilbo (redattore, caporedattore, direttore e – infine – anche amministratore delegato, prima di andare in pensione), gli chiediamo un commento ai risultati elettorali.
«Nei Paesi con un sistema presidenziale – esordisce -, la popolazione è divisa, e i conflitti possono essere rilevanti a causa delle rispettive inclinazioni ideologiche. Personalmente, sono soddisfatto e ho grandi aspettative perché il candidato del partito che ho scelto è diventato presidente, ma chi ha sostenuto altri candidati non lo sarà. Parlando solo dal mio punto di vista, mentre Yoon Suk-yeol, l’ex presidente messo sotto accusa, era un ex procuratore brutale e incompetente, questo presidente, avendo già ricoperto la carica di sindaco e governatore, ha una capacità di governo del Paese quantomeno eccellente. Per questo, penso che aiuterà la Repubblica di Corea a fare un balzo in avanti e ad aumentare il Prodotto interno lordo per migliorare la vita della popolazione. Inoltre, mentre l’ex presidente è nato in una famiglia benestante e ha studiato e cresciuto in un ambiente favorevole, il presidente eletto è nato in una famiglia estremamente povera e si è fatto strada da solo. Dato che conosce la gente comune, è probabile che attuerà politiche a favore dei normali cittadini piuttosto che della classe privilegiata».
Samsung, Lg, Hyundai, Kia sono marchi universalmente conosciuti della Corea potenza economica mondiale. Tuttavia, il loro successo è dovuto anche a un sistema produttivo che privilegia sempre e comunque le imprese a scapito dei lavoratori. Come dimostra l’irrilevanza dei sindacati.
«In verità, dopo la democratizzazione della vita politica coreana, il potere dei sindacati è notevolmente aumentato. Però, è vero che i passati regimi militari hanno oppresso i lavoratori attuando politiche che favorivano le grandi aziende e che ciò ha contribuito a una rapida crescita del Paese. Era simile all’attuale politica economica cinese, guidata dal governo centrale, che ha soppresso i diritti umani fondamentali dei lavoratori e delle persone in generale per ottenere un’elevata crescita economica. Tuttavia, questo da solo non può spiegare il successo della Corea. I suoi cittadini sono fondamentalmente laboriosi e molto impazienti. Secondo alcuni studi, la natura impaziente dei coreani ha giocato un ruolo decisivo nel balzo del Paese verso l’economia digitale (penso alla diffusione di internet ad alta velocità). Inoltre, la Corea è una società in cui la competizione per conquistare un livello di vita migliore di quello degli altri è molto agguerrita. Credo che questi diversi fattori si siano combinati per contribuire alla crescita del Paese».
In tutto questo, qual è il ruolo del confucianesimo?
«La Corea è stata fortemente influenzata dal pensiero confuciano. La sua influenza persiste ancora, ma è diminuita significativamente rispetto al passato. Il confucianesimo era la dottrina che governava il popolo durante la dinastia Joseon, fermamente applicata dal re e dalla classe dirigente dell’epoca (1392-1910, ndr), ma la situazione era completamente diversa durante la precedente dinastia Goryeo (936-1392, ndr). Ad esempio, sotto la filosofia confuciana della dinastia Joseon, gli uomini avevano un vantaggio assoluto sulle donne, ma prima, durante il regno di Goryeo, uomini e donne godevano di pari dignità. Credo che le tendenze dei coreani assomiglino in realtà a quelle della dinastia Goryeo e che tali tendenze stiano rivivendo dopo il declino del confucianesimo in seguito alla modernizzazione».
Con o senza l’influenza del confucianesimo, il successo economico coreano ha (almeno) due lati oscuri: l’alto tasso di suicidi e il bassissimo tasso di natalità.
«Sono due problemi seri. La Corea è una società fortemente orientata al successo. Per esempio, c’è una spiccata tendenza a conoscere in quale università una persona si sia laureata come standard per giudicare le sue capacità. Poiché è una società in cui la superiorità è determinata dal background accademico e dalla ricchezza, chi rimane indietro prova un profondo senso di sconfitta, che spesso porta alla depressione.
Credo che questo sia il risultato dell’aver seguito il capitalismo della giungla in stile americano piuttosto che la socialdemocrazia in stile europeo. Il partito conservatore coreano è più vicino a un partito di estrema destra, e l’attuale partito al governo, che viene definito un partito progressista, è più vicino a un partito conservatore secondo gli standard europei. Ecco perché la gente non è felice, nonostante sia un Paese economicamente prospero.
Rispetto al tasso di natalità, occorre ricordare che, per integrare i bambini in una società altamente competitiva come quella coreana, è necessario mandarli in buone scuole e buone università, ma poiché l’istruzione è molto costosa fin da piccoli, i novelli sposi sono riluttanti ad avere figli. La maggior parte di loro sono coppie che lavorano e, se hanno figli, non è facile crescerli a causa della mancanza di asili nido pubblici. Sebbene stia gradualmente aumentando, la spesa sociale della Corea è ancora bassa rispetto a quella degli altri membri dell’Ocse e soprattutto rispetto a quella dei Paesi europei».
Per molti occidentali Corea e Giappone si somigliano. In realtà, le differenze sono sostanziali e poi ci sono pesanti ferite della storia – 35 anni di dominazione giapponese (dal 1910 al 1945) – non ancora rimarginate.
«La Corea del Sud e il Giappone sono paesi geograficamente prossimi, ma con molte questioni da risolvere, sia politiche che diplomatiche.
Personalmente, auspico che i due paesi si avvicinino. Se essi unissero le forze, sarebbero in grado di esercitare una maggiore influenza nel mondo. A tal fine, sarebbe però indispensabile che il Giappone mostrasse un atteggiamento più flessibile, che si scusasse ancora una volta per le sue azioni passate e risarcisse le vittime civili.
Tuttavia, non mi pare che abbia alcuna intenzione di farlo e, a meno che il governo di Tokyo non cambi atteggiamento, sarà difficile per quello di Seul cambiare la sua posizione nei confronti del vicino. Premesso questo, nell’ordinarietà non ci sono molti conflitti tra i due paesi. Per esempio, sia da una parte che dall’altra il numero di turisti è aumentato vertiginosamente».
Capita spesso che la Corea del Nord faccia esercitazioni militari con lancio di missili o annunci il rafforzamento dei propri programmi nucleari. Come sudcoreani temete gli ordigni atomici di Pyongyang?
«La Corea del Sud ha un vantaggio schiacciante sulla Corea del Nord in termini di armi convenzionali, fatta eccezione per quelle nucleari. Tuttavia, è vero che le armi convenzionali sono inutili di fronte agli ordigni atomici. Il modo più efficace per evitare la guerra sarebbe che anche la Corea del Sud si dotasse di armi nucleari.
Tuttavia, è probabile che, se il nostro governo sviluppasse programmi nucleari a scopo militare, subirebbe sanzioni internazionali che causerebbero al Paese enormi danni economici. Inoltre, gli Stati Uniti si oppongono a un riarmo nucleare temendo un effetto domino (anche il Giappone lo farebbe e così altri Paesi).
Pertanto, la pace deve essere mantenuta attraverso sforzi diplomatici. Il nuovo presidente ha recentemente sottolineato che si impegnerà per la riconciliazione e la cooperazione intercoreane. Alcuni esperti di politica estera ritengono che il presidente Usa (del quale, però, io non ho una buona opinione) stia cercando di portare la Corea del Nord dalla sua parte per tenere sotto controllo la Cina. A tal fine, è probabile che Trump visiti la Corea del Nord già quest’anno e si prevede che le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Corea del Nord si stabilizzeranno. Se ciò accadrà, sarà il modo più auspicabile ed efficace per garantire la pace nella penisola coreana».
Al momento, l’obiettivo auspicato da Byun Jae-woon rimane molto lontano. Tuttavia, Seul sta mettendo in campo almeno un po’ di buona volontà. Pochi giorni dopo la sua elezione, il governo del neoeletto presidente ha sospeso alcune sue azioni di disturbo verso Pyongyang per mantenere – è stato scritto – «un impegno con l’opinione pubblica, ripristinare la fiducia nelle relazioni intercoreane e raggiungere la pace nella penisola».
Paolo Moiola
Manifestazione di protesta per le strade di Busan. Foto Paolo Moiola.
Buddhisti, protestanti e cattolici: la maggior parte dei fedeli coreani appartiene a uno di questi tre gruppi. Su tutto prevale però il confucianesimo, che non è una religione in senso proprio, ma una filosofia a cui ogni coreano – credente e non – fa riferimento. Ne abbiamo parlato con alcuni missionari.
Jeonju. Sul lungo striscione bianco appeso sopra la cancellata d’ingresso campeggia l’immagine di Francesco da un lato e lo stemma del Vaticano dall’altra. Si riescono a distinguere anche alcuni numeri, ma il resto è una scritta in lingua coreana. Tuttavia, non occorre arrabattarsi troppo per avere la sua traduzione. Preso in mano il cellulare e fatta la fotografia, Naver – il principale motore di ricerca coreano – in pochi istanti ci ritorna l’immagine dello striscione in versione italiana: «Signore, dona a Francesco la vita eterna». E, sotto, in caratteri più piccoli: «Papa Francesco muore il 21 aprile 2025».
L’entrata è quella della chiesa di Jeondong, una struttura che assomiglia in modo evidente alla cattedrale di Myeog-dong di Seul. Il motivo è spiegato nella bacheca dove è raccontata la sua storia: le due costruzioni hanno avuto lo stesso disegnatore, padre Poinel.
Nell’arioso e soleggiato piazzale antistante la chiesa si aggirano varie persone, tutte intente a cercare la migliore inquadratura per l’immancabile selfie. Molte di loro indossano sofisticati e colorati «hanbok», gli splendidi abiti tradizionali del Paese, vera passione dei coreani di qualsiasi età come testimoniano i numerosi negozi che questi vestiti li noleggiano.
La chiesa di Jeonju è stata costruita in onore dei martiri cattolici della dinastia Joseon. È sotto la sua dominazione (1392-1910) che gli storici hanno individuato almeno cinque grandi persecuzioni contro i cattolici coreani. Oggi, le cose sono cambiate: la Corea del Sud, infatti, è divenuta il Paese dell’Asia continentale con più cristiani (protestanti e cattolici, con i primi in maggioranza).
Uno striscione all’entrata della chiesa cattolica di Jeonju ricorda la morte di papa Francesco. Foto Paolo Moiola.
I coreani e la religione
Dal centro di dialogo interreligioso di Daejeon, padre Diego Cazzolato, da oltre trent’anni in Corea, dice: «I coreani sembra abbiano con le religioni una relazione complessa. Mentre non ci sono assolutamente situazioni di ateismo dichiarato, l’adesione a una religione particolare sembra essere difficile per molte persone. Infatti, ben la metà della popolazione dichiara, nelle statistiche ufficiali, di non aderire a nessuna Chiesa e anche coloro che aderiscono a una o l’altra delle religioni della Corea – cristianesimo, buddhismo, religioni autoctone tipo buddhismo-won, ceondoismo e sciamanesimo – spesso non partecipano davvero».
In questo elenco di religioni manca il confucianesimo. «In Corea – ci spiega il missionario -, il confucianesimo è onnipresente, però non come “religione” (che è praticata da ben poche persone) ma come base della cultura coreana. Con il suo mandato a ogni persona di essere il “meglio” che possa arrivare a essere, il confucianesimo si manifesta in modo positivo nell’alto livello di coscienza etica della popolazione (fare bene il proprio dovere; lavorare con impegno per il successo della nazione; istruzione a tutti i costi dei figli; rispetto dell’autorità e delle istituzioni; le “regole” basiche delle relazioni interpersonali). A volte, però, esso sfocia nell’autoritarismo (anche nella Chiesa), nel non riconoscere la meritocrazia, in poca libertà personale nelle relazioni sociali e nella politica, in mancanza di senso critico».
«La forma mentis di tutti – conferma padre Gianpaolo Lamberto, anche lui da trent’anni in Corea del Sud – è profondamente confuciana. Confucio ce l’hanno nel sangue. Anche i cattolici, dal vescovo in giù».
Un momento di una celebrazione buddhista. Foto Paolo Moiola.
Croci e chiese evangeliche
Già colpiti dal barocchismo dei templi buddhisti (tra l’altro, amplificato dalla moltiplicazione delle lanterne durante le celebrazioni per il compleanno del Buddha), nelle città coreane abbiamo notato un proliferare di croci, spesso croci rosse al neon. «Ma – ci spiega con fervore padre Gianpaolo – quelle croci rosse da tantissimi anni stanno sulla cima delle chiese protestanti. A volte, si tratta di chiesette di poche decine di fedeli: il numero sufficiente per mantenere un pastore. Comunque, sì, i protestanti sono tanti. Loro sono arrivati a fine Ottocento, quando i cattolici erano esausti per via delle persecuzioni. Hanno cominciato aprendo scuole e università e così hanno attirato molti coreani. Quanto alla qualità… personalmente penso che se Lutero venisse in Corea, si farebbe cattolico!».
Più diplomatico, si mostra padre Diego: «In Corea, il dialogo ecumenico tra cristiani è presente e attivo. Sfortunatamente, la frammentazione delle Chiese protestanti è un ostacolo formidabile. Buona parte di esse sono di matrice “evangelica”, la quale non sente il bisogno di dialogare con le altre Chiese. In tal modo, al dialogo ecumenico partecipa solo circa un terzo delle chiese protestanti – quelle affiliate al Kncc (Korean national conference of churches, a sua volta affiliato al World council of churches) – che operano in Corea del Sud».
Gianpaolo Lamperto (a sinistra) e Diego Cazzolato, padri missionari Imc, da oltre trent’anni in Corea del Sud. Foto archivio Imc Corea.
Non soltanto tecnologia
Entrambi i missionari italiani sembrano aver subito il fascino del Paese. «Per capire la Corea – ci dice padre Gianpaolo -, occorre svuotarsi dagli schemi mentali con cui un occidentale è abituato a giudicare la realtà. Occorre ascoltare, guardare e cercare di capire senza metterci dentro il nostro mondo». Mondi diversi, dunque. Ma come spiegare il fatto che un paese semi sconosciuto in Occidente in pochi anni sia diventato prima notissimo per i suoi prodotti tecnologici e le auto e infine, ai giorni nostri, un paese di successo nei campi più svariati, dalla musica alle serie televisive?
«Alla base dell’hallyu – l’«onda coreana», come viene chiamata – che sta invadendo il mondo, c’è – spiega padre Diego – il sentimento nazionalista di tutta la popolazione (a sua volta rinforzato dal confucianesimo). L’amore per la nazione è un “sine qua non” per ogni coreano. I coreani sentono come una umiliazione storica il fatto di essere stati colonizzati dai giapponesi fino alla fine della Seconda guerra mondiale; di essere divisi tra Corea del Sud e del Nord; di essere un paese piccolo di fronte ai “giganti” del mondo. Per tutte queste ragioni adesso reagiscono dicendo a tutti che la Corea è invece una grande nazione, con una lunga storia e una grande cultura, degna di stare alla pari con qualunque altro Paese del mondo. E lo fanno, appunto, in vari campi, dallo sviluppo tecnologico, alla musica, ai film, alla cucina. Ognuno nel suo campo è impegnato a far conoscere ed apprezzare la Corea sulla scena mondiale».
La cattedrale di Myeong-dong, a Seul, è luogo simbolo della Chiesa cattolica coreana. Foto Paolo Moiola.
I costi dell’onda
L’«onda coreana» esiste, ma ci sono anche i suoi costi. Uno di questi è il Suneung exam (o «College scholastic ability test», Csat). Questo esame è noto per essere «il primo e più importante obiettivo nella vita di un coreano». Esso determina se uno studente è idoneo o meno all’università.
«L’esame di Stato per accedere a posti importanti nell’amministrazione – spiega padre Diego – è una antica tradizione della Corea, in uso da molti secoli. La sua versione moderna consiste nel famoso “esame di accesso all’università”, che chiunque voglia entrare all’università deve affrontare alla fine del Liceo. È un esame comprensivo di quasi tutte le materie studiate, e si svolge nell’arco di una giornata, normalmente nel mese di novembre. Dal risultato di tale esame, misurato con esattezza fino al centesimo (es. 247,36) dipende, in buona misura, il futuro di ogni studente. È ben diverso poter studiare ciò che uno desidera in una delle grandi università del Paese, o doversi immatricolare in altre università meno rinomate o adattarsi a studiare qualcosa che non rientrava nei piani e desideri personali e con meno aperture positive verso il futuro. La competizione per far bene all’esame, quindi, è estrema, e la preparazione allo stesso diventa di fondamentale importanza (per la gioia delle tante “accademie di studio” che preparano i giovani all’esame).
Il giorno dell’esame il Paese si ferma: la gente va al lavoro un’ora più tardi del solito (per non creare traffico che potrebbe far ritardare qualcuno al luogo dell’esame); la polizia è a disposizione per accompagnare velocemente possibili ritardatari; gli aerei non volano nel tempo previsto per l’esame di inglese, per permettere agli studenti di ascoltare bene il testo inglese proposto per l’esame, ecc.
Le mamme degli esaminandi passano la giornata in chiesa, o al tempio, a pregare per i figli (magari dopo aver frequentato una preghiera speciale per il buon esito dell’esame, durante i cento giorni che lo precedono). E, alla fine di tutto, grande gioia o grande disperazione».
Sul tema, padre Kim Moon-jung, missionario della Consolata in Messico, ha esperienza diretta: «Ricordo che, all’epoca dell’università, per un anno, dormivo soltanto quattro ore al giorno per prepararmi all’esame di ammissione. Un’esperienza che non vorrei ripetere».
Paolo Moiola
Una fedele s’inchina davanti ai due «guardiani» (di solito, raffigurati con un aspetto truce) posti all’entrata del tempio buddhista. Foto Paolo Moiola.
La sua natura l’ha portata a diventare una frequentata meta turistica. L’isola di Jeju è però molto altro. È la tempra delle sue «haenyeo», le pescatrici subacquee. La loro epopea è simbolo di riscatto per la tragica storia delle «comfort women» ed è d’esempio per le donne coreane d’oggi la cui condizione è ancora d’inferiorità.
Seogwipo, isola di Jeju. L’ampia vetrata guarda sul lungomare. Certamente un bel vedere, ma all’interno del ristorante le distrazioni sono molte. A capotavola, c’è un piccolo schermo tattile – già incontrato in vari locali – sul quale scorre il menu: immagine, descrizione e costo dei piatti disponibili. Il cliente sceglie attraverso il monitor e il suo ordine arriva direttamente in cucina. Al centro di ogni tavolo – il ristorante è specializzato in carne alla brace e, in particolare, in quella di maiale nero -, si trova una griglia a carbone (sormontata da un tubo d’aspirazione) sulla quale il commensale si cuoce la propria carne.
Non è tutto qui, però. Nel locale si muovono camerieri-robot che portano i piatti dalla cucina ai tavoli e, se trovano un ostacolo davanti a sé, cambiano immediatamente direzione. I camerieri umani ci sono (e, peraltro, debbono correre da un tavolo all’altro), ma sono aiutati da quelli assemblati in fabbrica. Insomma, siamo in un locale che fa sfoggio di molta tecnologica efficienza, ma probabilmente sprigiona meno romanticismo e meno atmosfera di uno tradizionale.
Possiamo vedere questo ristorante come un piccolo esempio di una delle due facce della Corea: quella lanciata a grandi falcate nel futuro. Come lo sono – ma con più obiezioni da parte della popolazione (anche se formulate con «calma confuciana», che è uno dei dieci insegnamenti del filosofo cinese) – le decine di enormi pale eoliche innalzate per chilometri (sia sulla terraferma che in mare) lungo la costa non lontana da qui.
In questa immagine esposta al Haenyeo Museum dell’isola di Jeju, un gruppo di donne (con in mano la tipica attrezzatura) entra nelle acque dell’oceano per andare a immergersi. Foto Haenyeo Museum.
Storie di donne coreane
Non è futuro, ma storica tradizione dell’isola di Jeju la figura delle haenyeo, le «donne del mare». Trattenendo il fiato anche per un paio di minuti (in apnea, quindi), queste donne s’immergono nelle acque dell’oceano fino a dieci metri di profondità per raccogliere dal fondo marino polpi, abaloni, crostacei, ricci, ma anche alghe. Escono in mare in gruppo (anche per limitare i rischi, che – nonostante il meticoloso addestramento e, forse, anche la genetica di queste donne – ci sono sempre) e poi si dividono equamente il pescato, indipendentemente dalla raccolta di ognuna.
Le haenyeo rispettano i tempi del mare e della natura per questo la loro pesca è considerata sostenibile (diversamente da quella di molti altri). Nella tradizione delle sommozzatrici di Jeju rientrano anche alcuni riti sciamanici in onore di Yeongdeung Halmang, la dea del mare.
La scrittrice coreana Han Kung, premio Nobel per la letteratura 2024. Foto John Sears – Wikimedia.
La loro storia è talmente straordinaria che, nel 2016, l’Unesco le ha dichiarate patrimonio immateriale dell’umanità. Le haenyeo ci sono ancora, pur se in numero molto ridotto rispetto alle quindici-ventimila del passato. Nel 2024, il governo provinciale di Jeuju ne ha contate 2.839, ma il novanta per cento di esse aveva 60 anni o più.
Purtroppo, non abbiamo l’opportunità di vederle in azione e, quindi, dobbiamo accontentarci di visitare il museo a loro dedicato. Oltre a foto e filmati d’epoca, alle ricostruzioni delle abitazioni delle famiglie, sono esposti gli attrezzi utilizzati per le immersioni, veramente minimi: maschere subacque, cinte con pesi di piombo per scendere più velocemente, galleggianti con una rete attaccata per raccogliere il pescato.
Le sommozzatrici di Jeju hanno un posto nella storia coreana non soltanto per la loro epopea e le loro straordinarie abilità d’immersione, ma anche per quello che hanno rappresentato per le donne coreane. Con riferimento ad esse, molti hanno addirittura parlato di società matriarcale.
Su un pannello del museo a loro dedicato è scritto: «La vita delle donne di Jeju è molto diversa da quella delle donne in altre parti della Corea. Nella Corea continentale, le donne erano tradizionalmente responsabili delle faccende domestiche, mentre gli uomini si guadagnavano da vivere, a causa della differenziazione dei ruoli di genere. Al contrario, le donne di Jeju si dedicavano ad attività economiche, come l’agricoltura e le immersioni per la pesca dei molluschi, oltre alle faccende domestiche».
Se quella delle haenyeo è una storia di determinazione e coraggio, ne esiste un’altra in cui le donne coreane (e di altri paesi asiatici) sono state umiliate senza mai ricevere scuse ufficiali dai responsabili. Ci riferiamo alle military comfort women («donne di conforto per i militari»), traduzione inglese del termine giapponese jūgun-ianfu. Durante la sua lunga dominazione sulla Corea (dal 1910 al 1945), il Giappone costituì una rete di bordelli in cui le donne venivano costrette a prostituirsi per il «conforto» dei militari. Ebbene, dal 1992, ogni mercoledì, persone di diversa estrazione sociale in Corea del Sud organizzano una manifestazione in memoria davanti all’ambasciata giapponese a Seul.
«È una protesta – ci spiega Byun Jae-woon, giornalista -, che mira ad avere dal governo giapponese scuse ufficiali e un risarcimento per le donne che furono ridotte in schiavitù sessuale dall’esercito nipponico e subirono uno sfruttamento fisico e psicologico. Tuttavia, l’atteggiamento del Giappone non è mai cambiato. Nel frattempo, le vittime hanno continuato a morire e, a quanto mi risulta, oggi ne rimangono poche».
Una protesta, questa, le cui modalità ricordano quelle delle «madres de Plaza de Mayo», a Buenos Aires, in Argentina. Dal 1977, le Madri s’incontrano ogni giovedì alle 15,30 in Plaza de Mayo, nella capitale argentina, davanti alla Casa Rosada, per girare in tondo, in una manifestazione pacifica e altamente simbolica con cui esse chiedono giustizia per i loro figli e figlie scomparsi durante l’ultima dittatura argentina.
Ceremony for unveiling comfort woman statue in Seoul – International Memorial Day For Comfort Women – August 14, 2019 Namsan, Yongsan-gu, Seoul, Ministry of Culture, Sports and Tourism. Korean Culture and Information Service, Korea.net (www.korea.net) Official Photographer : Kim Sunjoo
La resistenza della società patriarcale
A parte gli estremi delle «haenyeo» e delle «comfort women», ad oggi, al successo economico mondiale della Corea del Sud non è corrisposto un eguale successo delle donne coreane, ancora limitate in una società dalle strutture patriarcali. I numeri dei report internazionali sembrano confermare la situazione. Secondo l’«Indice del soffitto di vetro» (Glass ceiling index 2025, «The Economist») sulla condizione lavorativa delle donne, la Corea del Sud è al 28.mo posto tra i 29 paesi appartenenti alla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). A sua volta, l’«Indice sulla disparità di genere» (Global gender gap index 2024, «World economic forum») colloca il paese asiatico al 94.mo posto su 146.
Kim Sang-hyuk, già professore alla Università nazionale dei trasporti, ci dice: «La Corea è fortemente influenzata dal confucianesimo e credo che la discriminazione di genere abbia avuto origine da esso. Se ci liberiamo del confucianesimo, la discriminazione di genere si ridurrà».
«Bisogna sempre fare riferimento al confucianesimo dominante – ci conferma padre Diego Cazzolato, missionario in Corea -, dove la donna ha un ruolo “strutturalmente” inferiore a quello dell’uomo. In più, potrei dire che un movimento femminista degno di tale nome in Corea non si è mai sviluppato. Per cui le donne sembrano accontentarsi di essere “belle” il più possibile, e di avere un loro ruolo ben ritagliato in famiglia. Tuttavia, devo anche aggiungere che adesso le giovani mogli riescono ad ottenere in casa una certa parità, in quanto anche gli uomini vengono paritariamente coinvolti nelle faccende di casa e nel badare ai figli. Non è un cambiamento da poco».
In effetti, la rivincita delle donne coreane è già cominciata. Non ci riferiamo soltanto al movimento femminista delle «4B» (dove «bi» – «no», in coreano – è l’iniziale dei quattro principi del movimento: niente matrimonio, niente parto, niente appuntamenti, niente sesso), ma anche e soprattutto ad Han Kang, la scrittrice sudcoreana che, nel 2024, è stata insignita del premio Nobel per la letteratura, prima volta per una donna asiatica.
Peraltro, Han Kang ha dedicato uno dei suoi romanzi – «Non dico addio» – proprio a Jeju e sono sempre due donne (Gyeong-ha e In-seon) a far rivivere una rivolta avvenuta sull’isola tra il 1948 e il 1949 e repressa nel sangue dalle autorità dell’epoca. «Per la sua intensa prosa poetica – recita la motivazione del Nobel -, che affronta i traumi storici ed espone la fragilità della vita umana».
Paolo Moiola
Il sorriso di una giovane signora coreana intenta a giocare. Foto Paolo Moiola.
Dai Tre regni alle elezioni presidenziali di giugno 2025
57 a.C – 661 d.C. È il periodo dei «Tre regni di Corea»: Baekje, Goguryeo e Silla. Quest’ultimo finirà con l’avere il sopravvento sugli altri due.
661-935 Munmu è il trentunesimo re di Silla dal 661 al 681. Gli storici sono soliti identificare nella sua figura il primo sovrano del periodo definito del Silla unificato, cosiddetto per aver inglobato i regni di Baekje (nel 660) e Goguryeo (nel 668).
Maschere esposte presso il Museo nazionale della Corea, a Seul.Foto Paolo Moiola.
936-1392 Sono i secoli del regno di Goryeo che subentra a Silla. In questo periodo il buddhismo viene dichiarato religione di Stato. Ad esso succede la dinastia Joseon.
1392-1910 Sono i secoli della dinastia Joseon, l’ultima e più longeva dinastia della Corea. Fondata dal generale Yi Seong-Gye, che stabilì la capitale a Hanyang (l’odierna Seul), il regno prese il nome di Joseon dall’omonimo stato che aveva dominato la penisola coreana in tempi antichi. Durante il periodo Joseon, viene incoraggiato il radicamento degli ideali e delle dottrine confuciane cinesi nella società coreana, e il neoconfucianesimo venne installato come ideologia di Stato della nuova dinastia. La dinastia termina con il 26.mo re, Gojong, che nel 1897 diviene il primo imperatore dell’Impero coreano, cui pongono fine fine i giapponesi nel 1910.
1397-1450 Re Sejong il Grande, quarto sovrano della dinastia Joseon, introduce lo «hangul», l’alfabeto coreano usato per scrivere la lingua coreana. Esso sostituisce il sistema di scrittura cinese, basato sugli «hanja» e usato fino a quel momento dalle élite colte del Paese.
Prezioso reperto cartaceo esposto nel Museo, nella capitale sudcoreana Seul.Foto Paolo Moiola.
1784-1866 In Corea viene lanciato il movimento cattolico con l’organizzazione della prima chiesa a Seul da parte di Yi Seung-hun (1756-1801) e dei suoi compagni convertiti. Nel 1801, Chiesa cattolica coreana è soggetta alla prima grande repressione da parte del governo (la persecuzione Shinyu) in cui vengono uccise più di 300 persone. Yi Seung-Hun diventa il primo martire cristiano, decapitato l’8 aprile del 1801. Altre persecuzioni contro i cattolici avvengono nel 1839 (persecuzione di Kihae) e nel 1866 (persecuzione di Byungin).
1904 (novembre) – 1945 (15 agosto) Nel 1904 viene firmato un trattato di protettorato con il Giappone, nel 1910 il trattato di annessione. L’impero giapponese dominerà sulla Corea per trentacinque anni, fino al 15 agosto del 1945. Per tutta la durata della dominazione, Tokyo attuerà la sistematica umiliazione della cultura coreana, inclusa la distruzione di palazzi, templi buddhisti, libri.
1930-1945 Sono gli anni delle «military comfort women» (jugun ianfu, in giapponese). Si stima che le donne (non soltanto coreane) coinvolte in questo sistema di schiavitù sessuale siano state 200mila.
1945, luglio-agosto Alla conferenza di Potsdam (luglio 1945), a un mese dalla fine della Seconda guerra mondiale, i negoziatori delle potenze vincitrici stabiliscono che il 38° parallelo diventi il confine temporaneo tra la Corea del Nord (controllata dall’Unione Sovietica) e la Corea del Sud (controllata dagli Stati Uniti). L’inizio della Guerra fredda congelerà questa situazione.
1945, 7 settembre Il generale dell’esercito Usa Douglas MacArthur proclama che «tutti i poteri del governo sul territorio della Corea a Sud dei 38 gradi di latitudine Nord e sulla sua popolazione saranno per il momento esercitati sotto la mia autorità». In seguito al proclama, il governo militare dell’esercito degli Stati Uniti in Corea (Usamgik) diviene l’organo governativo ufficiale per tre anni, fino alla costituzione della Repubblica di Corea (Roc) il 15 agosto 1948.
1948 (maggio-luglio) Sotto il controllo delle Nazioni Unite, il 10 maggio del 1948 si tengono le elezioni nella sola Corea del Sud. A luglio viene approvata la Costituzione: nasce la Repubblica di Corea (Rok). Syngman Rhee, uomo degli Usa, sarà il primo presidente (e dittatore) del Paese fino al 1960.
1948-1949 Tra il 3 aprile 1948 e il maggio del 1949 nell’isola di Jeju avviene un’insurrezione guidata da gruppi di sinistra che si oppongono alla divisione del paese in due. Si stima che un numero imprecisato di persone – i numeri variano dalle 14mila alle 100mila – perda la vita a causa della repressione dell’esercito sudcoreano a guida Usa e di un gruppo paramilitare di estrema destra. È una carneficina di pescatori e povera gente, donne e bambini. Il motivo della repressione è la presunta simpatia verso le idee comuniste da parte degli insorti. Nel 2000 viene istituita una commissione nazionale per far luce su quegli avvenimenti di cui il presidente Roh Moo-hyun chiederà perdono. Alla vicenda storica di Jeju, il premio Nobel Han Kang dedicherà il suo ultimo romanzo «Non dico addio».
1950 (25 giugno) – 1953 (27 luglio) Il 25 giugno del 1950 la Corea del Nord di Kim Il-sung (appoggiata dall’Unione Sovietica di Stalin e dalla Cina di Mao) invade la Corea del Sud. È l’inizio della guerra di Corea. Il conflitto durerà tre anni, provocando un olocausto in termini di numero di vite perse: circa tre milioni di coreani (tra militari e civili), oltre un milione di «volontari» cinesi e 36,516 soldati americani perirono durante i combattimenti. Questi terminano nel luglio del 1953 con la firma di una tregua, tuttora in vigore.
1961-1979 Il 16 maggio del 1961 il generale Park Chung-hee compie un colpo di stato, dissolve il Parlamento, impone la legge marziale e forma un Consiglio supremo per la ricostruzione nazionale. Il generale riesce a trasformare il paese in una potenza economica. È sotto il suo governo che nascono i grandi conglomerati industriali e finanziari a conduzione familiare (i «chaebol»), organizzati «secondo principi di lealtà e integrità ideologica». I suoi anni al potere sono però segnati dall’autoritarismo. Il 26 ottobre 1979 Park viene assassinato dal direttore dei servizi segreti coreani.
1965 (22 giugno) Dopo quattordici anni di discussioni, vengono ristabilite normali relazioni diplomatiche tra Corea e Giappone.
1980-1988 Al generale Park Chung-Hee subentra con un colpo di Stato il generale Chun Doo-hwan che instaura una nuova dittatura. Contro di lui si solleva un movimento popolare a Gwangju. Gli scontri e la successiva repressione ad opera dell’esercito sudcoreano portano a un numero di vittime stimato tra le diverse centinaia ed alcune migliaia (18 maggio 1980). La storia è raccontata da Hang Kang nel romanzo «Atti umani». Anche nel periodo di Chun Doo-hwan prosegue la crescita economica della Corea.
1988 La Corea ospita i giochi delle ventottesime Olimpiadi.
1991 (14 agosto) Kim Hak-soon (1924-1997) è la prima donna coreana a testimoniare pubblicamente la sua esperienza come «military comfort woman» per gli occupanti giapponesi. Nel dicembre del 1991, Kim denuncia il governo giapponese per i danni subiti durante quegli anni.
1993-1998 Kim Young-sam è il settimo presidente della Corea e – soprattutto – il primo a formare un governo non legato ai militari.
2005 (1° dicembre) Viene istituita una commissione governativa – «Commissione per la verità e riconciliazione» – per indagare sui fatti storici delittuosi avvenuti dalla dominazione giapponese (1910) alla fine della dittatura (1993).
2024 La scrittrice coreana Han Kang vince il Premio Nobel per la letteratura. Tra i suoi romanzi, tradotti in tutto il mondo: «La vegetariana», «Atti umani», «Convalescenza», «Non dico addio», «L’ora di greco».
2024, 10 aprile Alle elezioni per l’Assemblea nazionale (unicamerale), il Partito democratico (Dpk) ottiene 171 seggi su 300. Il Partito del potere popolare (Ppp), conservatore e al governo, soltanto 107.
2024 (3-27 dicembre) Il 3 dicembre il presidente conservatore Yoon Suk-yeol dichiara la legge marziale. Sei ore dopo l’Assemblea nazionale la annulla. Il 14 dicembre viene avviato un procedimento di impeachement e nominato presidente ad interim il primo ministro Han Duck-soo. Il 27 dicembre, a soli dodici giorni dalla nomina, anche questi viene rimosso accusato di non aver voluto promulgare le misure contro l’ex presidente e sua moglie. Sia Yoon Suk Yeol che Han Duck-soo appartengono al conservatore Partito del potere popolare (Ppp).
2025 (24 marzo) La Corte costituzionale respinge l’impeachment del primo ministro Han Duck-soo, reintegrandolo come presidente ad interim, un ruolo che gli era stato assegnato dopo che l’allora presidente Yoon Suk-yeol era stato sospeso per aver dichiarato la legge marziale.
2025 (4 aprile) La Corte costituzionale coreana si esprime a favore della rimozione definitiva del presidente conservatore Yoon Suk-yeol. Il verdetto trova l’unanimità dei suoi otto giudici.
2025 (3 giugno) L’affluenza alle urne per le elezioni presidenziali anticipate raggiunge il 79,4%, la più alta degli ultimi 28 anni, a dimostrazione del coinvolgimento dei coreani in un periodo di sconvolgimenti politici. Lee Jae-myung, candidato del Partito democratico (Dpk), vince con il 49,42% delle preferenze. Han Duck-soo, candidato del Partito del potere popolare (Ppp) al potere, ottiene il 41,15%. Un altro 8,34% va al Partito riformatore, fondato da Lee Jun-seok, ex dirigente del Ppp.
2025 (4 giugno) Il presidente Lee Jae-myung giura davanti all’Assemblea nazionale. Rimarrà in carica per cinque anni.
2025 (11 giugno) Dopo aver interrotto la distribuzione di volantini antiregime, la Corea del Sud interrompe anche le sue trasmissioni di propaganda – attuate tramite altoparlanti posti sul confine – anti Pyongyang.
Paolo Moiola
Fonti principali: Yonhap News Agency; Young Ick Lew, «Brief History of Korea»; Britannica.com.
Ha firmato il dossier
Paolo Moiola, giornalista, redazione Missioni Consolata. Ha viaggiato in Corea del Sud tra aprile e maggio 2025.
Hanno collaborato: Byun Jae-woon*, giornalista; Kim Sang-hyuk, professore universitario; Han Gyeol, guida turistica e insegnante; Kim Moon-jung, missionario della Consolata in Messico; Diego Cazzolato, missionario della Consolata in Corea; Gianpaolo Lamperto, missionario della Consolata in Corea.
(*) In Corea, il cognome precede il nome proprio e spesso quest’ultimo è composto da due caratteri.
Una giovane coppia di coreani con vestiti tradizionali (hanbok) si fotografa davanti alla chiesa cattolica di Jeonju. Foto Paolo Moiola.
Uno su cinque non ce la fa
Il numero degli occupati è aumentato, ma sono aumentati anche i lavoratori poveri, soprattutto in Italia. Inflazione, contratti precari, mancanza di tutele legislative sono le cause principali della situazione.
Il 30 ottobre 2024, nella trasmissione «Porta a porta», la premier italiana Giorgia Meloni aveva affermato: «L’unico modo per combattere la povertà è creare lavoro». La stessa frase l’aveva pronunciata nel 2020 durante un festival curato dall’Ordine dei consulenti del lavoro. Ed è in ossequio a questo mantra che, a fine 2023, fra i primi atti del suo governo, c’è stata l’abolizione del così detto «reddito di cittadinanza», sostituito con altre forme di provvidenze per la formazione al lavoro. Tuttavia, secondo la Caritas (Rapporto su povertà ed esclusione sociale 2024), 331mila famiglie, per un totale di 665mila persone, non sono rientrate nella riforma e hanno perso qualsiasi tipo di sussidio. Nel 2024, la stessa Caritas ha assistito 277.775 persone (La povertà in Italia. Report 2025).
Un salario da poveri
La grande novità dei nostri tempi è che si può rimanere poveri pur lavorando. Lo certifica lo stesso istituto di statistica italiano: «Non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia». E aggiunge: «Nel 2023, i lavoratori a basso reddito (che hanno lavorato almeno un mese nell’anno e hanno percepito un reddito netto da lavoro inferiore al 60% della mediana della distribuzione individuale) sono pari al 21% del totale».
Tradotto in termini concreti, l’Istat ci sta dicendo che si è lavoratori poveri quando si guadagna meno di 12.700 euro l’anno. Ci dice anche che, a trovarsi in questa condizione, sono 3,8 milioni di lavoratori, ossia uno su cinque. Una tendenza che è andata peggiorando nel tempo: «Nel 2023, la quota dei lavoratori a basso reddito risulta più alta di circa quattro punti rispetto a quella stimata nell’anno pre crisi 2007, quando era pari al 16,7%».
Di recente anche l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) si è soffermata sui salari pagati in Italia con uno studio uscito nell’aprile 2025. In maniera impietosa, lo studio rivela che – dal 2008 al 2024 – i salari italiani hanno perso l’8,7% in termini di potere d’acquisto. Questo significa che da un punto di vista monetario possono essere pure aumentati, ma la quantità di cose che riescono a comprare si è ridotta.
Fra i paesi del G20, i lavoratori italiani hanno conseguito il risultato peggiore, considerato che i salari giapponesi hanno perso il 6,3%, quelli spagnoli il 4,5% e quelli inglesi il 2,5%. Altre nazioni, invece, hanno registrato aumenti addirittura a due cifre, com’è successo in Corea del Sud (+20,2%), in Germania (+14,4%), negli Stati Uniti (+11,2%).
A corrodere i salari è stata ovunque l’inflazione, che ha raggiunto il suo apice nel 2022, quando i prezzi hanno registrato un aumento attorno al 9% nei Paesi a economia avanzata.
In Italia gli aumenti più consistenti si sono fatti sentire nel settore alimentare, negli affitti e nelle utenze domestiche. Come tutti hanno sperimentato, le bollette del gas e dell’energia elettrica, sono più che raddoppiate nel corso del 2022.
Un tempo in Italia avevamo la scala mobile, un meccanismo che faceva aumentare in automatico i salari all’aumentare dei prezzi. Il meccanismo non era perfetto, ma rappresentava una buona difesa contro l’inflazione. Nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso, il meccanismo venne duramente attaccato dai governi e dalle associazioni imprenditoriali, finché, nel 1992, il sindacato cedette e accettò di eliminarla. Da allora, le sole possibilità per i salari di aumentare sono legate agli aumenti contrattuali e alla decisione del potere politico di ridurre la pressione fiscale sui salari. Ossia, nel secondo caso, di accettare minori entrate pubbliche per fare crescere i soldi in tasca ai lavoratori. In questa direzione sono andati, ad esempio, il bonus introdotto da Renzi nel 2014 e la riduzione del così detto «cuneo fiscale» da parte del governo Draghi prima, e del governo Meloni dopo. Manovre che però non sono state sufficienti a compensare pienamente la corrosione dell’inflazione come documenta lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Ovviamente i dati dell’Oil si riferiscono all’impatto che l’inflazione ha avuto sulla media dei salari e come – succede ogni volta che si procede per medie – la realtà ne può uscire distorta.
Trilussa lo spiegò in romanesco con l’esempio dei polli: «Da li conti che se fanno seconno le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra nelle spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perch’è c’è un antro che ne magna due».
Anche nel caso dell’inflazione, le conseguenze non sono equamente distribuite. Se già non arrivi alla fine del mese, un minimo aumento dei prezzi può gettarti nella disperazione, mentre non te ne accorgi neanche se tutti i mesi hai di che far crescere il tuo conto in banca. Dunque, per avere un’idea più precisa della sofferenza reale provocata dall’inflazione bisogna studiare meglio la distribuzione dei salari.
Salari giù, profitti su
Se puntiamo la lente sulle imprese private ed eliminiamo le poche decine di amministratori delegati con retribuzioni che vanno anche oltre i venti milioni di euro l’anno, rimangono 16 milioni di dipendenti che l’associazione «A buon diritto» ha studiato utilizzando la banca dati dell’Inps del 2022.
Dai calcoli effettuati dall’associazione e pubblicati sul sito rapportodiritti.it, risulta che il 52% dei dipendenti delle imprese private percepisce salari lordi inferiori ai 20mila euro, il 37% addirittura inferiori ai 15mila euro. Solo il 41% percepisce una retribuzione lorda da ceto medio, compresa fra i 20mila e i 40mila euro. Mentre i dirigenti con salari fino a 80mila euro sono appena il 7% del totale.
Per la verità i salari in Italia sono fermi dal 1991. Lo certifica l’Inapp, l’ente pubblico che effettua ricerche sulle politiche del lavoro. Nel suo rapporto 2023 precisa che fra il 1991 e il 2022 «in termini reali i livelli salariali sono rimasti pressoché invariati, con una crescita dell’1%, a differenza degli altri paesi Ocse (a economia avanzata) ove sono cresciuti in media del 32,5%».
Studiando le serie storiche, si scopre che la slavina dei salari è cominciata negli anni Sessanta del secolo scorso con vantaggio speculare per i profitti. Lo mostra chiaramente la composizione del prodotto interno lordo. Nel 1960 i salari rappresentavano il 77% della ricchezza prodotta in Italia, i profitti il 23%. A inizio millennio, la quota di prodotto nazionale formata dai salari era scesa attorno al 60%, quella formata dai profitti era salita al 40%. Una situazione rimasta invariata fino ai nostri giorni.
Lavoratori precari
Il livello dei salari dipende in parte dalla tecnologia (in gergo produttività), in parte dai rapporti di forza fra lavoratori e imprese, in parte dall’orientamento politico dei governi in carica. Negli anni successivi al secondo dopoguerra tutte queste dinamiche si muovevano in maniera favorevole ai lavoratori e i salari crebbero. Ma poi gli equilibri sono cambiati. La tecnologia ha continuato a progredire, ma dentro un progetto di profitto e di mercato sempre più selvaggio che – per giunta – si stava estendendo a livello globale.
Il lavoro è stato trattato sempre di più come un costo da comprimere affinché le imprese, in concorrenza perenne fra loro a livello nazionale e mondiale, potessero vincere la loro lotta per la sopraffazione reciproca. Le tutele conquistate hanno cominciato a sgretolarsi e accanto ai rapporti di lavoro stabili e tutelati si sono fatti strada contratti di assunzione precari pensati per soddisfare unicamente le esigenze delle imprese.
Contratti a tempo determinato, contratti a chiamata, contratti in affitto, contratti stagionali: la lista delle tipologie possibili è nota solo ai consulenti del lavoro, ma è chiaro a tutti che il numero dei precari è andato crescendo e, assieme a essi, la debolezza dei lavoratori con inevitabili ripercussioni sui livelli salariali.
Immigrati e donne
Il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia segnala che dal 2014 al 2024 il numero complessivo delle persone occupate è cresciuto di oltre un milione e settecentomila unità, ma i lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato sono aumentati del 14,2%, quelli a termine del 40%. E se facciamo una fotografia con fermo immagine al 2022, troviamo che le persone che lavoravano con un contratto a termine da più di cinque anni, dunque in maniera continuativa, erano quasi 4 milioni, il 17% degli occupati. Tutte persone a bassa tutela lavorativa, soprattutto fra gli immigrati.
Basti dire che, fra i lavoratori immigrati, la quota di quelli con contratto a tempo determinato è del 19% contro il 12% fra i lavoratori italiani. Non a caso un elemento di disuguaglianza salariale è anche la nazionalità: «I lavoratori migranti in Italia percepiscono un salario orario inferiore del 26,3% rispetto a quello dei lavoratori nazionali». Lo sostiene lo studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Un’altra categoria penalizzata sul piano salariale è quella delle donne. Secondo il Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, «nel 2022 complessivamente la retribuzione media annua degli uomini è stata superiore del 43,3% rispetto a quella delle donne». E aggiunge: «Ciò non significa direttamente che vi sia una disparità di trattamento economico a parità di mansioni e lavoro tra uomini e donne, ma mette in evidenza come vi sia una forte disparità, dal punto di vista delle opportunità di lavoro, che di fatto discrimina le donne».
Un’ulteriore spiegazione fornita dall’Oil è «il maggiore ricorso al lavoro a tempo parziale da parte delle donne ed elementi retributivi che favoriscono i lavoratori rispetto alle lavoratrici, in particolare in tema di carichi familiari».
n Italia crescono i lavoratori poveri: da anni i salari reali diminuiscono. Foto Nikguy-Pixabay.
Come aumentare i salari
Il dibattito su come fare aumentare i salari è un tema aperto e, mentre c’è chi sostiene che l’importante è investire in tecnologia per consentire alle imprese di aumentare i salari senza subire contraccolpi, la storia ci dice che la tecnologia da sola non basta.
Le imprese non offrono aumenti salariali spontaneamente, ma solo sotto pressione dei lavoratori e della legge. Per questo servono misure legislative che potenzino la forza contrattuale dei lavoratori e protezione speciale per le categorie che non sono in grado di organizzarsi. Ecco due ambiti rispetto ai quali la legge può avere un ruolo determinante procedendo lungo quattro direttrici.
La prima è quella di regolamentare in maniera più rigida il ricorso al lavoro a tempo determinato o esternalizzato, perché la precarietà induce i lavoratori ad accettare qualsiasi sopruso per paura di non essere riassunti. Allo stesso tempo, vanno rafforzate le strutture di controllo che devono poter agire con ampio potere di intervento perché solo la paura della sorpresa conferisce ai controlli capacità di deterrenza verso chi è incline a violare la legge. Del resto, che oggi i controlli siano insufficienti e inefficaci lo dimostra anche l’alto numero di incidenti sul lavoro.
La terza linea di intervento riguarda la revisione della normativa sui licenziamenti per impedire che questi siano utilizzati come arma di ricatto verso chi si impegna in ambito sindacale.
Infine, bisogna fissare per legge il minimo salariale al di sotto del quale nessuno può scendere. Che non significa impedire ai sindacati di usare la propria forza per contrattare salari più alti, ma garantire a chi di forza non ne ha che l’articolo 36della Costituzione vale anche per lui: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Formulazione chiara che deve solo essere applicata.
Francesco Gesualdi
Scienziate visionarie
Sono poco conosciute, ma molto importanti: le donne che nell’ultimo secolo hanno contribuito con i loro studi a rinnovare la scienza e, insieme, la società. Un libro ne presenta dieci, con le loro impostazioni «visionarie» e innovative.
L’interesse del pubblico verso le storie di donne scienziate cresce nel tempo, stimolato anche da diversi libri.
Per esempio, nel 2018 è uscito Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie, volume curato da Sara Sesti e Liliana Moro.
Come sottolinea Adriana Giannini nella sua recensione del libro, «ci si rende subito conto che le scienziate selezionate […] oltre alle doti intellettuali fuori dall’ordinario, dovevano possedere una grande tenacia e sete di sapere per riuscire a evadere dal ruolo che la società prevedeva inesorabilmente per le donne che non volevano essere emarginate: occuparsi della famiglia o chiudersi in convento».
Molte di quelle donne hanno incontrato grossi ostacoli per realizzare i loro progetti, per farsi riconoscere e trovare spazio in un mondo dominato dal potere e dai pregiudizi maschili.
Tra il 2023 e il 2024 sono usciti altri tre titoli su donne scienziate, ciascuno dei quali presenta alcune figure femminili, scelte sulla base di specifiche caratteristiche: si sono occupate di scienze naturali, ambientali, mediche. Tutte con un approccio trans disciplinare, attento ai contesti sociali e alle relazioni interpersonali.
Tra «ribelli», «prime» e «visionarie», queste donne hanno introdotto nuovi modi di vedere, pensare e agire nel loro lavoro.
Visionarie
Ci soffermiamo qui sul libro di Cristina Mangia e Sabrina Presto, Scienziate visionarie, del 2024.
Le due autrici sono ricercatrici del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) che da anni studiano questioni ambientali e di salute pubblica.
La scelta delle dieci figure è in sintonia con il vissuto professionale delle autrici, e con la loro riflessione sulla scienza come impresa collettiva, immersa in un tessuto sociale che condiziona le domande di ricerca, le metodologie di lavoro, gli obiettivi.
Il filo ideale che connette tra loro le studiose presentate nel volume è proprio la convinzione che la scienza debba smettere di essere percepita (e praticata) come lo studio neutrale e oggettivo di una realtà esterna. Deve essere invece riconosciuta come una pratica collettiva e intersoggettiva di esplorazione delle relazioni tra umanità e natura, dipendente dal contesto storico in cui è fatta, dai mezzi tecnici e, soprattutto, dagli obiettivi dell’indagine. Gli obiettivi, infatti, orientano le domande di ricerca, le quali, a loro volta, condizionano la raccolta e interpretazione dei dati che contribuiscono a costruire una visione del mondo per l’intera società.
Un aspetto comune delle studiose presentate è la loro «visionarietà»: la capacità di proporre delle trasformazioni sociali tali da proteggere la sicurezza ambientale, la giustizia e la pace.
Un altro elemento è l’impegno politico. Tutte sono state protagoniste di varie forme di contestazione del maschilismo (spesso razzista) che caratterizzava le leggi, le abitudini, le regole, i vincoli del loro tempo dominato dalla tecno-scienza. Tutte hanno fatto ricorso a metodologie empatiche e nonviolente per sovvertire quella forma insidiosa di patriarcato che impediva alle donne di esprimere le loro potenzialità, e ostacolava la loro attitudine a indagare il mondo naturale con l’obiettivo d’imparare, anziché di usarlo e dominarlo.
L’esigenza di trasformare il modo di pensare e praticare la scienza si è manifestata gradualmente, a partire da quando una minoranza della comunità scientifica (soprattutto femminile) ha fatto emergere la coscienza che la complessità del mondo non può essere esplorata dalle singole discipline separate tra loro, e che occorre far collaborare visioni diverse, non solo scientifiche ma trans disciplinari.
Relazione umanità natura
Le due autrici presentano per prima la figura di Donella Meadows (Usa, 1941-2001), che negli anni 70 del Novecento, insieme ai suoi colleghi, propose l’idea che la Terra sia un sistema complesso, interconnesso e, soprattutto, «finito», ossia con risorse limitate, e limitate capacità di ripristinare gli ecosistemi alterati dalle azioni umane.
Il libro I limiti alla crescita, di cui Meadows fu prima autrice, segnò uno spartiacque nella percezione della relazione tra umanità e natura, anche se alla nuova comprensione delle cose non seguì una sufficiente consapevolezza, né furono prese adeguate misure per ridimensionare l’impatto umano sul pianeta.
Seguono le presentazioni di altre scienziate: Alice Hamilton (Usa, 1869-1970) a partire dall’inizio del Novecento, esplorò per prima le conseguenze dei processi industriali e della produzione di sostanze tossiche sui lavoratori. Aprì la strada alla moderna medicina occupazionale.
Nello stesso periodo Sara Josephine Baker (Usa, 1873-1945) avviò una rivoluzione nella sanità pubblica, introducendo e applicando norme di igiene e prevenzione soprattutto con i bambini e le fasce di popolazione più disagiate.
Un altro esempio significativo della diversa prospettiva delle donne di fronte ai problemi è quello di Alice Stewart (Regno Unito, 1906-2002): mentre ingenti finanziamenti erano destinati a sviluppare prodotti industriali sempre nuovi, pochi fondi venivano assegnati alla medicina sociale, cioè all’indagine degli effetti dei nuovi prodotti sulla salute delle persone.
Fu Alice Stewart a scoprire gli effetti della tecnologia nucleare (dalle radiografie ai fallout delle esplosioni) e a denunciare i rischi dell’esposizione alle sostanze radioattive.
Anche la giapponese Katsuko Saruhashi (1920-2007) fu coinvolta nelle indagini sugli effetti delle radiazioni e ne denunciò le gravi patologie. Non esitò a mettere le sue competenze scientifiche al servizio di una intensa attività pubblica antinucleare, e a incoraggiare le giovani ad approfondire le conoscenze scientifiche a difesa di scelte politiche consapevoli.
La statunitense Rachel Carson (1907-1964), diventata famosa a livello mondiale non solo per i suoi studi, ma anche per le sue doti di scrittrice, ha avuto il merito di opporsi coraggiosamente alla potente industria chimica che, senza scrupoli e senza controlli, stava spargendo pesticidi nelle campagne e nei campi coltivati, con effetti devastanti su ambiente e salute.
Meno famosa, ma altrettanto combattiva, fu Beverly Paigen (1938-2020), anch’essa statunitense, ricercatrice impegnata nello studio di varie forme di cancro. Raccogliendo le segnalazioni di mamme residenti nella città di Niagara Falls a riguardo di malattie e malformazioni nei loro figli, rilevò la presenza di sostanze tossiche nell’area. Dopo anni ottenne di far riconoscere una grave contaminazione nei terreni della zona.
Le ricerche di Carson e Paigen furono ostacolate da scienziati, politici e industriali che screditarono il lavoro scientifico delle due studiose e le attaccarono personalmente in quanto donne.
Solo dopo molti anni, e grazie alla loro competenza e tenacia, furono approvate importanti leggi e create istituzioni nazionali a difesa dell’ambiente e della salute.
Delle altre studiose presentate nel libro, due in particolare, Wangari Maathai (1940-2011), keniana, prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace, e Suzanne Simard, canadese, nata nel 1960, sono ricordate soprattutto per l’attenzione che hanno dedicato alle foreste.
Wangari, con il movimento di donne da lei fondato (il Green belt movement), promosse e realizzò la riforestazione di ampie aree del Kenya, recuperando alberi autoctoni e il ripristino di eco-agro-sistemi in grado di sviluppare una agricoltura di sussistenza per le comunità locali.
Suzanne, contrariata dall’abitudine dell’industria del legno di piantare monocolture di alberi e di utilizzare diserbanti chimici per tenere «pulite» le radure, incominciò a indagare se ci fossero delle relazioni, degli scambi di informazioni tra i singoli alberi. Grazie ai suoi studi scoprì che le foreste sono ecosistemi interconnessi, le cui radici, associate a reti di funghi, costituiscono una fittissima rete sotterranea, che sarebbe stata poi chiamata «wood wide web».
L’interpretazione che Simard fornì delle relazioni scoperte dentro l’ecosistema foresta era che tra le diverse forme di vita ci sia cooperazione e mutuo sostegno: una spiegazione che fu accolta con diffidenza e scetticismo dalla comunità accademica.
È lo stesso tipo di reazione che incontrò Lynn Margulis (1938-2011), biologa statunitense, quando propose che, all’interno di singole cellule, siano attive complesse forme di cooperazione tra i corpuscoli intracellulari.
Lo sguardo femminile delle due studiose avrebbe portato a una radicale reinterpretazione di molti scambi tra gli organismi, a tutti i livelli.
Foreste e cellule, e, in generale, tutti i viventi, non sono solo in competizione tra loro, ma elaborano anche raffinati dialoghi e strumenti di cooperazione, che in certi casi portano all’evoluzione di nuove forme di vita.
Al termine della carrellata di presentazioni viene ricordata l’unica scienziata italiana del gruppo, Laura Conti (1921-1993). Come ricordano le due autrici, fu «partigiana, medica, studiosa instancabile, politica, scrittrice, divulgatrice».
Laura Conti riuscì a intrecciare competenze scientifiche e impegni sociali, e a porre alla comunità scientifica domande cruciali sugli intrecci tra scienza, etica, democrazia e condizioni sociali. Domande che – come fanno notare le due autrici – sono ancora oggi di grande attualità.
Trasformare la scienza
La mancanza di fiducia nella capacità delle donne di contribuire allo sviluppo della scienza ha accompagnato tutto il Novecento, e ancora oggi molte studiose fanno fatica a entrare in gruppi di ricerca e farsi ascoltare. Sono portatrici di modi diversi di guardare il mondo, di affrontare i problemi, di svolgere le ricerche: le loro prospettive, quando riescono a farsi sentire, possono aprire la strada a nuove piste, offrire soluzioni innovative a problemi irrisolti.
Questo approccio all’idea di scienza, ormai presente da alcuni decenni a livello internazionale, viene individuato con il termine «scienza post normale» (Pns): propone una metodologia di indagine per affrontare problemi complessi e controversi, tipici dell’interfaccia tra scienza, politica e società, ed è parte di un interessante movimento di democratizzazione della scienza. Tuttavia, è condivisa finora da una componente minoritaria della comunità scientifica, ed è contrastata dalla crescente influenza dei poteri forti (economici, politici, finanziari) e dell’apparato industriale militare in favore della competitività e della guerra.
Elena Camino
Suggerimenti di lettura
Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, I limiti alla crescita, Editoriale scientifica, Napoli 2023, pp. 252, 16 €.
Laura Conti, Una lepre con la faccia di bambina, Fandango libri, Roma 2021, pp. 144, 13 €.
Laura Conti, La condizione sperimentale, Fandango libri, Roma 2024, pp. 256, 17 €.
Laura Conti, Discorso sulla caccia. Dove si parla anche di evoluzione, antropogenesi, anatomia femminile, agricoltura. Di coccolamenti durati milioni di anni. Di primati, gatte e lupi. Della dubbia compatibilità tra uomo e pianeta Terra. Di possibili catastrofi. E dei rischi di facili rimedi, Altreconomia, Milano 2023, pp. 144, 13 €.
Laura Conti, Il tormento e lo scudo. Un compromesso contro le donne, Fandango libri, Roma 2023, pp. 272, 18 €.
Laura Conti, Cecilia e le streghe, Fandango libri, Roma 2021, pp. 176, 16 €.
Wangari Maathai, Solo il vento mi piegherà. La mia vita, la mia lotta, Sperling & Kupfer, Milano 2012, pp. 393, 17,50 €.
Le difensore. Donne di lotta e resistenza in America Latina
Donna indigena a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.
La repressione contro chi difende l’ambiente è in aumento in ogni parte del mondo. Per le donne «difensore» la situazione è addirittura peggiore. Su di loro, infatti, si abbattono anche pesanti discriminazioni di genere. Ecco cosa succede in America Latina.
«L e minacce che ho ricevuto sono molto dure. Ti dicono “Ti stupreremo”. Questo non succede agli uomini. O ti chiamano “puttana”, cosa che non viene detta agli uomini. O ti attaccano nel tuo essere madre. A quel punto scatta un campanello d’allarme molto grave. Che dicano qualcosa a me, lo metto in conto, ma quando minacciano di far del male ai tuoi figli ha luogo un attacco molto pesante, che colpisce dove può fare più male. Queste cose agli uomini non accadono. Non attaccano la loro vita privata, i loro figli, il loro stato civile». Sono le accorate parole della filosofa e avvocata aymara Beatriz Bautista.
Difendere il territorio significa difendere la vita, come ricordano diverse organizzazioni indigene latinoamericane, ma anche rischiare di perderla: secondo l’Ong Global witness, tra il 2012 e il 2023 almeno 2.106 persone sono state uccise nel mondo perché impegnate nella difesa del pianeta. Una ogni due giorni. Dietro a questa cifra allarmante si celano numerosi altri pericoli a cui devono far fronte coloro che si impegnano nella protezione dell’ambiente e del territorio: minacce, persecuzioni e violenze sono infatti molteplici e, secondo diverse organizzazioni della società civile e organismi multilaterali come l’Alto commissionato delle Nazioni Unite per i diritti umani, sono in aumento in tutto il mondo, compresa l’Europa.
Le forme e gli attori della repressione
La repressione a cui sono soggette le persone, le comunità e i movimenti sociali che difendono i diritti ambientali assume molteplici forme, caratterizzate spesso da violenze multidimensionali. Le norme legali e amministrative che limitano le libertà di associazione, espressione e manifestazione ne sono un esempio, a cui si aggiungono la stigmatizzazione e la criminalizzazione, così come l’uso di misure di sicurezza che includono la militarizzazione dei territori e la sorveglianza massiva e selettiva.
Tra gli strumenti repressivi più evidenti vi sono poi minacce, aggressioni, violenze sessuali e crimini di lesa umanità. A queste azioni si affiancano pratiche come il blocco o il ritiro di fondi a movimenti e organizzazioni, la diffamazione tramite campagne mediatiche e sulle reti sociali e l’infiltrazione nelle comunità per frammentare il tessuto sociale.
Le azioni repressive sono promosse da attori statali e da soggetti privati, quali ad esempio gruppi paramilitari, narcotrafficanti e guardie di sicurezza. Inoltre, diverse imprese transnazionali, anche europee, sono accusate di gravi violazioni dei diritti umani e di danni ambientali su larga scala. Tuttavia, malgrado una crescente sensibilizzazione in materia e numerose denunce pubbliche, le misure globali e regionali volte a regolamentare l’operato di tali aziende procedono con eccessiva lentezza o sono poco rispettate. Come nel caso della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che sancisce un principio spesso ignorato: il diritto delle comunità indigene a un consenso libero, previo e informato in caso di iniziative che interessino il loro territorio. Inoltre, il progressivo riconoscimento dell’impatto del cambiamento climatico in corso e dell’urgenza di promuovere economie «verdi» e abbandonare i combustili fossili a favore di una transizione energetica non si è tradotto finora in un freno per le politiche estrattiviste. Il crescente sfruttamento delle risorse naturali prosegue infatti senza sosta, generando conflitti in numerose regioni del mondo, spesso a scapito delle comunità locali e indigene: se nel 2019 l’Atlante di giustizia ambientale («Environmental justice atlas» con il quale Missioni Consolata ha un rapporto consolidato, ndr) registrava 2.688 casi di conflitti socio ambientali, oggi questi sono 4.171, con un incremento del 55% in appena 5 anni.
Donna indigena vende biglietti della lotteria in una piazza di Quito, Ecuador. Foto Paolo Moiola.
Politiche estrattiviste e donne
Le conseguenze delle politiche estrattiviste non sono neutre dal punto di vista di genere. L’inquinamento ambientale, l’accaparramento di terre e le deforestazioni si traducono nella perdita dei mezzi di sussistenza per molte donne che, tradizionalmente, si dedicavano all’agricoltura e alla cura dell’acqua e dei boschi per garantire la sicurezza alimentare delle proprie famiglie. Come segnala Lina (nome di fantasia), una difensora nicaraguense attualmente esiliata in Costa Rica, «Tutte viviamo della semina. Se non abbiamo la terra, dove possiamo seminare? Il nostro sudore ci procura la sopravvivenza, ci procura da mangiare. ma senza terra, come possiamo farlo? Non possiamo andare a lavorare in ufficio, lì chiedono solo titoli di studio che non abbiamo». L’impoverimento delle comunità, che perdono progressivamente l’accesso ai propri mezzi di sussistenza e vedono stravolta la propria economia, si traduce in un peggioramento delle condizioni di vita complessive. Questo comporta la migrazione di parte degli abitanti, nuove esigenze di cura dei membri più deboli delle famiglie e delle comunità, e rinnovati sforzi per garantire la sopravvivenza del gruppo. Tali carichi ricadono principalmente sulle donne, che si trovano a vivere in contesti di radicato maschilismo, in cui le tensioni sociali prodotte dall’occupazione del territorio comportano spesso un incremento della violenza basata sul genere. Inoltre, ai danni fisici generati dall’inquinamento delle industrie estrattive, delle miniere illegali e delle monocolture, si aggiungono l’impatto emotivo e la sofferenza generati dalla rottura dei processi organizzativo-comunitari e famigliari, la violenza contro la spiritualità delle donne (spesso basata su un rapporto privilegiato con il proprio ambiente circostante) e la violenza contro il loro corpo-territorio.
Per tali ragioni, molte attiviste, oggi riconosciute come «difensore», ritengono di non avere altra scelta se non prendere posizione.
La scelta obbligata e i sogni rimandati
Sorrisi di donna sul Rio Putumayo, nei pressi della triplice frontiera Colombia-Ecuador-Perù. Foto Paolo Moiola.
«Siamo obbligati a vivere in resistenza», spiega Marysol García Apagueño, difensora peruviana.
Una scelta che, come ricorda la filosofa e avvocata aymara Beatriz Bautista, «bisognerebbe assumere perché esiste un pianeta e tutti dovremmo esserne difensori. E non solo le persone che vivono qui o che hanno studiato. Questa dovrebbe essere una responsabilità di tutti gli esseri umani che abitano il pianeta».
Una scelta, tuttavia, che ha un costo elevato, come puntualizza la coordinatrice di Contiopac (Coordinadora nacional de defensa de territorios indígenas originarios campesinos y áreas protegidas de Bolivia) Ruth Alipaz Cuqui: «Io sogno di ritornare a una vita in cui non sono difensora. Questo ti fa rimandare i tuoi sogni. Avevo molti altri progetti per la mia vita, cose che desideravo fare, e ho dovuto metterli da parte e rimandarli perché la difesa del territorio è diventata una priorità. E questo ti impoverisce economicamente perché non puoi lavorare, e se lavori devi usare il tuo lavoro per la lotta e la difesa del territorio».
Essere una donna difensora espone, inoltre, a rischi specifici e differenziati rispetto a quelli affrontati dai difensori, perché le violenze a cui sono soggette complessivamente le persone difensore si intrecciano con le discriminazioni di genere. Nelle società in cui viviamo, infatti, le donne che occupano lo spazio pubblico – tradizionalmente maschile – per protestare, mobilitare altri soggetti, organizzare una resistenza, trasgrediscono il proprio mandato di genere e, per tale ragione, sono doppiamente colpevoli: colpevoli di protestare e colpevoli di farlo abbandonando la posizione subordinata e protetta all’interno del sistema di status previsto dal patriarcato. Questo le espone quindi alla violenza, che ha una funzione non solo punitiva ma anche correttiva, e in quanto tale ha sfumature specifiche.
Per tale ragione, Alianza por la solidaridad, una organizzazione non governativa spagnola (membro di ActionAid), ha pubblicato nella scorsa primavera un rapporto che rende visibili i tipi specifici di violenza affrontati dalle difensore del territorio e dell’ambiente a causa del proprio impegno. Il rapporto Mujeres defensoras: voces que no se silencian (Donne difensore: voci che non tacciono) si concentra su quattro Paesi dell’America Latina -Bolivia, Guatemala, Nicaragua e Perù – attraverso le voci di ventuno difensore, «mette in evidenza, da una prospettiva di genere e intersezionale, come secoli di patriarcato, colonialismo, discriminazione e razzismo convergano nella repressione e, di conseguenza, nella violazione sistematica, e per lo più invisibilizzata, dei diritti».
Le donne intervistate nel rapporto appartengono principalmente a popoli indigeni o afrodiscedenti, hanno dai 22 ai 70 anni e livelli educativi e professioni molto diversi: sono ingegnere, pescatrici, avvocate, contadine, sindacaliste, interpreti, dirigenti indigene, infermiere o, più semplicemente, abitanti di luoghi interessati da politiche estrattiviste. Inoltre, partecipano tutte a processi collettivi di resistenza, giacché anche se il discorso sulle persone difensore tende a concentrarsi maggiormente sugli individui piuttosto che sulle lotte collettive, le loro rivendicazioni sono spesso prodotto di azioni comunitarie destinate a proteggere i diritti di tutte e tutti.
Quella è «una poco di buono»
La testimonianza di Beatriz Bautista mette in luce alcune delle tattiche utilizzate per indurre al silenzio le donne difensore, tattiche che diversi studi in materia hanno qualificato come «guerre», poiché non sono mai utilizzate in modo isolato, ma fanno parte di un insieme coordinato di azioni volto a smobilitare, intimidire e zittire qualsiasi resistenza. Le «guerre» a cui si fa riferimento non si limitano alla dimensione fisica, ma comprendono anche dimensioni psicologiche, sociali, giuridiche ed economiche, e il rapporto di Alianza por la solidaridad ne identifica cinque principali.
Donna indigena a Huancavelica, Perù, durante un corso organizzato da una Ong. Foto Paolo Moiola.
Una delle più evidenti è la «guerra d’immagine», che implica l’uso di diffamazioni e calunnie per screditare le difensore davanti alle loro comunità e ai propri alleati. Attraverso i media, le reti sociali e i pettegolezzi, si insinuano dubbi sulla loro legittimità come attiviste e come donne, attaccando non solo la loro attività pubblica, ma anche la loro vita privata. Questi attacchi spesso includono commenti sui loro ruoli come madri, mogli o sulla loro moralità sessuale, utilizzando frasi come «è una cattiva madre» o «esce solo perché è una poco di buono». Queste narrazioni non cercano solo di compromettere la loro immagine pubblica, ma anche di generare sfiducia all’interno delle loro comunità, indebolendo il tessuto sociale e la loro lotta collettiva.
La «guerra giuridica» è un altro potente strumento utilizzato per frenare il loro attivismo. Può dispiegarsi attraverso macchinazione giudiziarie e denunce pretestuose contro le difensore o membri delle loro famiglie, arresti arbitrari e la creazione di leggi che limitano la difesa dei diritti. In molti casi, il sistema giudiziario viene utilizzato come un’arma per criminalizzare le difensore, sottoponendole a persecuzioni legali che paralizzano il loro lavoro e generano paura e incertezza, mentre, parallelamente, in caso di aggressioni contro le attiviste, si registra una paralisi diffusa del sistema giudiziario e una conseguente impunità, aggravata dal fatto che l’accesso alla giustizia è storicamente limitato per le donne a causa della discriminazione di genere imperante.
Un’altra strategia è la «guerra sporca», che comprende le forme più brutali di violenza, come l’omicidio, le minacce di morte, la violenza sessuale, le sparizioni forzate e gli sfollamenti coatti. Sebbene gli omicidi siano più comuni tra i difensori uomini, le donne difensore subiscono spesso violenze basate sul genere, come stupri, minacce di aggressione sessuale e attacchi diretti ai loro figli e figlie. Queste aggressioni mirano a demoralizzarle e costringerle ad abbandonare la loro lotta.
La «guerra psicologica» si riferisce alle azioni volte a generare logoramento emotivo e isolamento, per allontanare le attiviste dalla difesa dei diritti. Gli attacchi e le intimidazioni, infatti vanno a colpire di solito non solo le difensore ma anche i famigliari e le persone vicine, compromettendo una loro stabilità emotiva spesso già provata dal vivere in contesti altamente violenti e repressivi, come evidenzia la testimonianza della difensora maya q’eqchi’ María Choc: «Purtroppo è così che viviamo, e questo crea traumi… E poi iniziano le malattie, che hanno anche un costo, giusto? Quindi, quando non hai un lavoro, ma hai bisogno di andare dal medico, e il medico ti dice: “Bisogna controllare le emozioni”. Certo, bisogna controllare le emozioni, ma se viviamo in un paese pieno di violenza, dove siamo perseguitate, e quella routine si ripete giorno dopo giorno, allora è proprio lì che si sente di più il colpo, giusto? A volte ci si chiede: “Perché mi sono messa in queste situazioni?”. [E altri dicono:] “Perché stai vivendo una solitudine così triste, che colpisce costantemente le tue emozioni e poi ti ammali?”».
Infine, la «guerra economica» mira ad attaccare i mezzi di sussistenza delle difensore. Attraverso blocchi finanziari, tagli ai fondi internazionali di supporto a chi difende i diritti umani o la confisca di proprietà, si cerca di privarle delle risorse necessarie per continuare il proprio lavoro. Nel caso delle donne che difendono la terra, la spoliazione dei territori rappresenta la perdita della loro fonte di vita e sostentamento, e colpisce in modo sproporzionato le donne indigene e contadine, che già sono costrette a scontrarsi con barriere economiche storiche.
Un’anziana signora a Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.
Una strategia multidimensionale
Le difensore dell’ambiente e del territorio non affrontano quindi solo attacchi fisici o verbali, ma sono bersaglio di una strategia multidimensionale che include la diffamazione, l’uso della giustizia come strumento di repressione, la violenza fisica e psicologica, e il blocco delle risorse.
Tali strategie mirano non solo a silenziarle, ma anche a distruggere il tessuto sociale che esse proteggono. Tuttavia, nonostante queste aggressioni, molte continuano a lottare per la giustizia, sostenute dalla solidarietà e dalla sorellanza di altre donne, consapevoli che il loro attivismo è cruciale per il futuro delle loro comunità e del pianeta giacché, come ricorda Atenea (nome di fantasia), difensora nicaraguense: «Se io mollo, lascio in eredità questo problema alle future generazioni. E non sono attrezzate. Io non posso lasciar loro un compito che oggi spetta a me. Loro avranno i loro compiti, più avanti, quando sarà il momento di assumersi o meno le proprie responsabilità. Perché qui si tratta di decidere di volerlo fare».
Anna Avidano e Francesca Nugnes
Teresa conduce un’imbarcazione sul Rio Putumayo a Puerto Leguizamo, Colombia. Foto Paolo Moiola.
Accade in Perù. Machismo, razzismo, esclusione
Lo Stato centrale opera ancora secondo una mentalità coloniale che favorisce le multinazionali e le attività illegali. Ai popoli indigeni rimangono i disastri e le accuse.
«Per 500 anni, la resistenza è stata nelle mani degli uomini e non si è ottenuto nulla. Vediamo se noi donne ci mettiamo di più o di meno, ma devono darci l’opportunità di provare cosa possiamo realizzare, perché stiamo già dimostrando che contribuiamo attivamente alla difesa del territorio e allo sviluppo della nostra comunità», afferma Marisol García Apagueño, presidente della Federazione dei popoli indigeni Kechwa di Chazuta Amazonas (Fepikecha).
Le vere cause della devastazione
L’Amazzonia peruviana copre il 61% del territorio nazionale e comprende il 94% dei suoi boschi, rappresentando un polmone verde fondamentale per il Paese e il pianeta. Tuttavia, tra il 2000 e il 2021, il Perù ha perso 27.746 chilometri quadrati di foresta (più dei territori di Abruzzo, Marche e Molise messi insieme).
Le cause principali di questa devastazione sono l’espansione agricola, le attività minerarie (legali e illegali) e la coltivazione di sostanze stupefacenti.
Il governo peruviano ritiene che l’agricoltura su piccola scala sia il principale motore della deforestazione in Amazzonia, ma recenti studi dell’Enviromental investigation agency (Eia) e della Coordinadora nacional de derechos humanos peruviana denunciano come siano piuttosto l’espansione dell’agrobusiness (in particolare, delle monocolture di palma da olio e cacao) e dell’industria mineraria (stimolata dalla domanda globale di rame e altri minerali necessari per la transizione energetica verso fonti rinnovabili) a causare profondi impatti ambientali e trasformazioni sociali sul territorio.
Le attività estrattive si intrecciano poi con le economie illegali: l’Organismo di supervisione delle risorse forestali peruviane segnala che, nel 2021, oltre il 20% del legname estratto in Perù aveva un’origine illecita e la deforestazione è strettamente legata all’estrattivismo minerario illegale e alla produzione e al traffico di sostanze stupefacenti, due attività con un forte impatto sull’economia locale. Nel 2024, la Unidad de inteligencia financiera ha stimato che le economie illegali in Perù generano oltre 33 miliardi di dollari, quasi la metà del bilancio nazionale.
Secondo la Eia, la distruzione della regione sarebbe conseguenza della mentalità coloniale di una parte dello stato peruviano, che continua a considerare l’Amazzonia come «un territorio vuoto da colonizzare e da cui estrarre ricchezza, mentre si puniscono le popolazioni che si oppongono a tale processo».
Colta di sorpresa sul Rio Putumayo, frontiera Colombia-Ecuador-Perù.. Foto Paolo Moiola.
I migliori custodi del territorio
Recenti studi, come il rapporto di MapBiomas Amazonía, dimostrano che le popolazioni indigene sono le migliori custodi del territorio regionale: del totale degli ecosistemi distrutti nell’area, appena il 4% faceva parte di territori indigeni formalmente riconosciuti.
Tuttavia, le comunità indigene continuano a incontrare significative difficoltà nel consolidare il riconoscimento giuridico dei propri territori a causa di ostacoli legali, politici e burocratici. Inoltre, la loro strenua difesa del territorio le pone nel mirino di diversi attori, legati alle economie legali e illegali, interessati alle ricchezze dell’Amazzonia: anche se nella regione risiede appena il 9% della popolazione peruviana, 20 delle 22 persone difensore assassinate in Perù tra il 2020 e il 2022 vivevano in Amazzonia, dove si registra – inoltre – il 25% del totale delle aggressioni contro difensore e difensori denunciate a livello nazionale.
Razzismo strutturale e impunità
Giovane indigena peruviana. Foto Paolo Moiola.
Nelle comunità indigene dell’Amazzonia, lo Stato centrale è poco presente. Alcune delle difensore intervistate da Alianza por la solidaridad per il rapporto, Mujeres defensoras: voces que no se silencian lamentano che «nella maggior parte delle comunità i servizi di salute ed educazione sono scarsi» poiché, come indica la leader ashánika Magaly Peréz Mendoza, «lo Stato non ci ha mai dato la priorità».
Secondo la presidente della Federazione dei popoli indigeni Kichwa di Chazuta Amazonas, Marisol García Apagueño, questa situazione è il prodotto del retaggio coloniale, che oggi si traduce in un doppio discorso secondo cui le comunità indigene sono le responsabili della devastazione dell’Amazzonia mentre le multinazionali aiuterebbero a proteggere il pianeta: «Limitano l’uso delle nostre pratiche ancestrali, non vogliono che coltiviamo i nostri appezzamenti tradizionali perché dicono che inquinano, ci chiamano “deforestatori”, mentre parallelamente accolgono le richieste delle multinazionali per proiettare una falsa immagine verde nella società attraverso la vendita di crediti di carbonio».
Nel caso di aggressioni contro le difensore, il livello di impunità è molto alto, come testimonia nuovamente Marisol: «Anche se denunciamo, se chiediamo misure di protezione, non c’è alcuna risposta. E quelli che ci minacciano contano proprio su questo. Ci prendono anche in giro: “Denuncia quel che vuoi, tanto non mi succederà niente”. Le denunce e le minacce si accumulano, ma lo Stato non risponde, e noi continuiamo a non avere giustizia».
E lo stesso avviene anche nel caso della presenza di gruppi illegali sul territorio: «Qui a Ucayali siamo invasi dai narcotrafficanti. Ci sono aeroporti clandestini e lo Stato lo sa, lo sanno tutti, ma nessuno fa niente, nessuno. E chi ci rimette? Qui ci viviamo noi», segnala Magaly.
Il senso di abbandono da parte dello Stato è forte, perché, come sottolinea nuovamente la leader ashánika: «A volte lo stesso Stato non adempie ai suoi doveri nei nostri confronti», né per garantire la protezione delle comunità indigene, né contro il narcotraffico, né nel rispetto delle leggi che proprio lo stesso Stato ha stabilito: «Abbiamo la legge sulla consultazione previa, ma è solo una facciata, perché nemmeno loro la rispettano. È vero che noi, come leader, lottiamo, agiamo, e veniamo uccisi per difendere… Noi diciamo: non ci uccidono per il narcotraffico, ci uccidono a causa della difesa del nostro territorio, mentre lo Stato non ci offre protezione né garantisce la nostra vita», chiosa Magaly.
Anche dalla propria comunità
In attesa di visita medica a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.
Le minacce alle comunità indigene amazzoniche provengono per lo più da attori esterni al territorio, ma le difensore devono combattere anche contro una profonda discriminazione di genere a livello locale.
Danitza Cenepo, una giovane difensora kichwa, racconta che «molte volte gli uomini non mi lasciavano partecipare nell’organizzazione comunitaria per il fatto di essere donna. Non mi lasciavano andare alle riunioni e mi dicevano: “Ci va un altro Apu [autorità locale, ndr] maschio. Tu che ci fai qui? Occupati della segreteria”».
I tentativi di esclusione si intrecciano con un allarmante fenomeno di violenza basata sul genere, come denuncia la difensora awajún Yanua Atamain: «Una volta le donne erano considerate sacre, meritavano rispetto e tutto il resto… Però oggi i valori sono andati completamente perduti, al punto che, se una donna alza la voce, è facile zittirla. E, se necessario, persino ucciderla, pur di farla tacere».
Combattere per l’equità di genere
Questa situazione preoccupa fortemente le difensore, che ricordano che non è possibile portare avanti la difesa del territorio senza combattere parallelamente per l’equità di genere: «Il territorio è fondamentale per la nostra vita, per la nostra sussistenza e per le generazioni future. Ma cosa fai con un territorio pieno di persone, di donne, che sono sistematicamente uccise? Ha una sostenibilità per il futuro? Non credo. Anche questo fa parte del buen vivir di cui si parla tanto», sottolinea Yanua. E Marisol rivendica il ruolo fondamentale che possono giocare le donne nella difesa del territorio amazzonico: «Qui non abbiamo il diritto di essere autorità o presidenti. In molte occasioni, a quelle che sono riuscite a diventare Apu è stato proibito di indossare la corona o il bastone, e solo chi porta la corona è considerato un’autorità. Tuttavia, anche senza corona o bastone possiamo governare».
Per questo, le difensore dell’Amazzonia si sono organizzate in reti locali per sostenersi reciprocamente e per lottare insieme per l’equità di genere nella regione, consapevoli che quello che stanno ottenendo oggi potrà avere un impatto su tutte, e che la loro stessa lotta si inserisce nel solco aperto da altre donne: «Ciò che conquisto come donna non servirà solo a me, ma a tutte le donne. Sto percorrendo un cammino che altre donne hanno già tracciato, affrontando grandi lotte. Raccogliamo i frutti di quelle donne che hanno fatto il primo passo nelle battaglie per il riconoscimento e la partecipazione femminile», ricorda Marisol.
Anna Avidano e Francesca Nugnes
Donne indigene a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.
Amazzonia peruviana. I popoli indigeni
Il popolo Ashaninka è il gruppo indigeno demograficamente più importante dell’Amazzonia peruviana. È composto da circa 118mila persone che abitano 675 comunità, concentrate principalmente nei dipartimenti di Junín, Ucayali, Pasco, Cusco, Huánuco e Ayacucho. Il 40% di queste non è riconosciuta come «nativa» e, quindi, non può accedere al processo di titolazione (cioè di attribuzione dei titoli di proprietà) del proprio territorio. A livello nazionale, altre 55.493 persone si identificano come Ashaninka.
Il popolo Awajún è composto da circa 70.500 persone che abitano 488 comunità, concentrate nei dipartimenti di Loreto, Amazonas, San Martín, Cajamarca e Ucayali. Il 50% di tali comunità non è riconosciuta come «nativa» e non può, pertanto, ottenere la titolazione del proprio territorio. A livello nazionale, altre 38mila persone si identificano come Awajún.
Il popolo Kichwa abita diverse zone dell’Amazzonia ecuadoriana e peruviana. In Perù, la popolazione, di circa 82mila persone, risiede in 498 comunità concentrate principalmente nei dipartimenti di San Martín, Loreto e Madre de Dios. Il 25% di tali comunità non è riconosciuta come «nativa» e non può, quindi, accedere al processo di titolazione del proprio territorio.
A.A. – F.N.
Fonte: Base de datos de pueblos indígenas u originarios dello stato peruviano.
Donna indigena nell’interno del Perù. Foto Paolo Moiola.
Terre indigene. Riconoscimento arduo
In Perù, la titolazione delle terre delle comunità indigene rappresenta il riconoscimento di un diritto preesistente, dal momento che queste popolazioni abitano i loro territori da tempi ancestrali. Si tratta però di un processo complesso, perché si basa su diversi meccanismi legislativi soggetti a continue riforme, costoso ed estremamente lento: di fatto, per le comunità indigene l’iter di approvazione può durare oltre 20 anni. Questa situazione genera incertezza giuridica nei Territori indigeni non riconosciuti ufficialmente – quasi il 30% del totale – e facilita l’ingresso di attori legati ad attività illecite e l’imposizione di attività estrattive da parte del governo senza rispettare i meccanismi di consultazione previa previsti dalla Convenzione 169 dell’Ilo. Quando coinvolgono le terre indigene, le concessioni estrattive e altre forme di gestione del territorio riconosciute dallo Stato generano conflitti che spesso bloccano il processo di titolazione.
Come sottolineato da Michel Forst, ex relatore speciale delle Nazioni Unite per le persone difensore, queste difficoltà sono tra le principali cause dei conflitti socio ambientali in Perù. I tempi lunghi del processo di titolazione, inoltre, favoriscono spesso le grandi aziende che ottengono il diritto a operare nei territori in poco tempo, a scapito dei diritti delle comunità indigene.
A.A. – F.N.
Donna di Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.
Accade In Nicaragua. Zittite (e in esilio)
«Volevano distruggerci, ma non ci siamo fermate», afferma Atenea, difensora della costa caraibica del Paese centroamericano. Tuttavia, in molte sono state costrette all’esilio.
In Nicaragua, le donne che difendono i diritti umani e la terra affrontano sfide enormi in un contesto di violenza sistematica e patriarcale. Se sono indigene e afrodiscendenti, il razzismo e la discriminazione rendono ancora più complessa la loro condizione.
Negli ultimi anni, la situazione dei diritti umani nel Paese centroamericano è peggiorata drasticamente. Sebbene ci fossero già numerose avvisaglie, il mese di aprile del 2018 ha segnato un punto di svolta: a partire dalla brutale repressione con cui il governo di Daniel Ortega ha frenato le proteste contro la riforma del sistema di previdenza sociale, si è assistito a una progressiva chiusura di tutti gli spazi civici e democratici, che ha provocato l’esodo di migliaia di persone. Secondo Human rights watch, tra il 2018 ed il 2022, più di 260mila persone, circa il 4% della popolazione, sono fuggite dal Paese.
A gennaio 2022, Ortega ha iniziato il suo quarto mandato presidenziale consecutivo, introducendo ulteriori misure repressive, tra cui la chiusura massiccia delle organizzazioni della società civile e della Chiesa cattolica, con particolare accanimento verso le associazioni di donne e quelle femministe, i media e le università, e una persecuzione sempre più capillare all’opposizione, compreso il settore religioso. Le persone che difendono i diritti umani sono bersaglio di minacce, omicidi, arresti forzati, violenze sessuali, femminicidi, torture e altre gravi forme di violenza.
Indigene e afrodiscendenti senza difesa
Donna indigena peruviana colta mentre fila. Foto Paolo Moiola.
Le aggressioni contro le donne difensore in Nicaragua sono aumentate drasticamente nel 2024. Secondo l’Iniciativa mesoamericana (Im-Defensoras), nei primi sette mesi del 2024 sono stati registrati 1.534 attacchi, quasi il doppio di quelli registrati nello stesso periodo del 2023.
Secondo la Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal) delle Nazione Unite, la crisi politica, sociale e dei diritti umani che scuote il Nicaragua contribuisce a esacerbare la povertà e le diseguaglianze, colpendo soprattutto le popolazioni indigene e afrodiscendenti.
Questo è ciò che sta accadendo nella regione della Costa Caribe. Le donne indigene e afrodiscendenti che difendono la loro terra si trovano a dover affrontare aggressioni da parte di coloni armati (colonos, individui o gruppi provenienti da altre regioni del paese) che invadono i loro territori, all’interno di una complessa rete di violenze strutturali alimentate da un modello politico economico centralizzato ed estrattivista. Queste violenze risalgono a ben prima del 2018 e si verificano su terre ricche di risorse naturali, sottratte alle popolazioni locali, dove il razzismo e la discriminazione si intrecciano con un profondo abbandono statale e una crescente presenza di imprese e gruppi che si spartiscono le ricchezze.
La testimonianza di alcune di queste donne è inclusa nel già citato rapporto Mujeres defensoras: voces que no se silencian. Alcune continuano a resistere rimanendo in Nicaragua, mentre la maggior parte è stata costretta all’esilio in Costa Rica. Per ragioni di sicurezza, molte preferiscono usare pseudonimi.
L’autonomia rimane sulla carta
La Costa caraibica (Costa Caribe) è situata lungo la costa orientale del Nicaragua, copre quasi la metà del territorio nazionale ed è suddivisa in due regioni: la Regione autonoma della Costa Caribe Nord (Raccn) e la Regione autonoma della Costa Caribe Sud (Raccs). Questa zona è abitata principalmente da popolazioni indigene e afrodiscendenti che denunciano come il razzismo strutturale perpetui l’emarginazione economica e sociale. «Ci trattano come cittadini di seconda classe, negandoci i nostri diritti fondamentali», spiega una delle difensore intervistate.
Le popolazioni indigene e afrodiscendenti hanno storicamente rivendicato il diritto all’autonomia. Dopo una faticosa lotta, che si è intrecciata anche con il conflitto tra il governo sandinista e i gruppi armati «controrivoluzionari», nel 1987 è stato promulgato lo Statuto di autonomia delle regioni della Costa Caribe, che sancisce il diritto alla gestione e protezione delle terre ancestrali da parte delle comunità locali. Tuttavia, il processo di «demarcazione territoriale», che discende dallo Statuto, ossia l’iter di riconoscimento e delimitazione formale dei territori di queste popolazioni, ha subito gravi ritardi, e le comunità si trovano da anni di fronte alle azioni di colonos che, con la complicità dello Stato, invadono le loro terre causando sfollamenti forzati, degrado ambientale e conflitti territoriali.
Militari e violenze sessuali
Attualmente, la presenza dello Stato in questa regione è soprattutto militare, con conseguenze nefaste. Una difensora intervistata ha denunciato come gli episodi di violenze sessuali siano sempre più comuni: «Una bambina è stata violentata da diversi membri dell’esercito. I leader locali lo hanno denunciato, ma la polizia ha minacciato il coordinatore che ha tentato di rendere pubblico il crimine». Il caso è rimasto impunito, evidenziando un modello di corruzione e protezione degli aggressori. «Ci sono state molte altre ragazze di 13 e 15 anni rimaste incinte per colpa dei militari», ha aggiunto la difensora.
Donna indigena a Huancavelica, Perù. Foto Paolo Moiola.
Senza consenso previo
Le risorse naturali della Costa Caribe sono state sistematicamente sfruttate senza il «consenso libero, previo e informato» delle popolazioni indigene: «Questi progetti non solo distruggono l’ambiente, ma negano alle nostre comunità il diritto di decidere del proprio futuro», denuncia una difensora.
Secondo dati dell’Ong Fundación del Río, il 23% del territorio nazionale è stato dato in concessione a compagnie minerarie internazionali, che sfruttano principalmente minerali come oro e argento.
La strategia statale mira a smobilitare le forme di resistenza comunitaria. «Le donne sono costrette a fuggire perché non c’è lavoro, non c’è cibo, e la violenza è ovunque», afferma Miriam. «Hanno ucciso i nostri leader e perseguitato, sequestrato le persone. Molte donne indigene sono state anche violentate. Per questo motivo abbiamo deciso di lasciare le nostre comunità. Mentre le grandi concessionarie stanno sfruttando le nostre terre», ricorda Mama Tara, leader esiliata.
Di tutto per silenziarle
Avvocata del popolo rama in esilio, Becky Mc Cray ha raccontato come le autorità nicaraguensi abbiano istituito una rete di sorveglianza che colpisce le difensore e le loro famiglie: «Noi siamo sorvegliate costantemente. Non solo nelle nostre attività, ma anche nelle nostre case, nelle nostre vite private». Atenea, un’altra difensora intervistata, spiega: «Non posso parlare liberamente nemmeno al telefono. Sappiamo che ci stanno ascoltando e monitorando a ogni passo». E aggiunge Miriam: «Ci dicono che ci violenteranno, ci chiamano puttane…».
Un altro tipo di violenza diffusa è la criminalizzazione, attraverso accuse legali infondate. Atenea spiega: «Noi siamo criminalizzate semplicemente per alzare la voce in difesa dei nostri diritti». Questi processi giudiziari mirano a prosciugare le loro risorse. «Ci tagliano i mezzi di sussistenza, ci sfrattano dalle nostre terre… tutto per silenziare la nostra lotta», aggiunge Minerva.
L’esilio forzato tra invisibilità e inutilità
La maggior parte delle donne intervistate si trova in esilio, dove affronta nuove forme di violenza. «Siamo costrette a lavorare in condizioni che nessuno accetterebbe, solo perché siamo rifugiate e non abbiamo scelta», afferma una delle intervistate. La povertà e la mancanza di un supporto istituzionale incidono pesantemente sul loro benessere fisico e mentale: «Non ho accesso a cure mediche adeguate. Quando mio figlio si ammala, non posso permettermi di pagare i medicinali», racconta un’altra difensora.
Altro aspetto cruciale è la discriminazione che affrontano in quanto donne e migranti: «Ci trattano come criminali, solo perché siamo nicaraguensi», racconta Miriam. Costrette a lasciare le loro reti familiari e comunitarie, si trovano in un nuovo paese senza il supporto né il riconoscimento che avevano: «In Nicaragua ero una leader, le persone si affidavano a me. Qui, invece, mi sento invisibile», confessa una difensora. «A volte mi sento inutile, come se avessi abbandonato le persone per cui combattevo», confida un’altra.
Nonostante si trovino fuori dal Nicaragua, molte di loro sono ancora sorvegliate e minacciate. Continuano però a resistere, mantenendo viva la speranza di un futuro migliore.
«Tutta questa situazione per me è stata molto difficile, dolorosa, ma soprattutto rischiosa. Tuttavia, la convinzione che ho come donna, madre e leader indigena, così come l’impegno che sento verso il mio popolo e verso gli altri popoli indigeni, è stata la mia forza per andare avanti e non perdere la speranza di continuare a resistere, perché in fin dei conti, se non noi: chi? Inoltre, perché è un processo continuo e di transizione verso le nuove generazioni», è la sintesi dell’imperativo morale di Becky Mc Cray. In Costa Rica, infatti, le donne nicaraguensi hanno trovato nuovi modi per continuare la loro lotta.
Uno degli esempi è il collettivo Voz de la resistencia de los pueblos originarios de la nación Moskitia attraverso cui denunciano le violenze subite dai loro popoli in Nicaragua, nonostante il pericolo anche fuori dai confini nazionali: «Ci siamo organizzate nel momento in cui siamo arrivate in Costa Rica. Abbiamo creato una rete per denunciare le persecuzioni e gli omicidi dei nostri leader», raccontano.
Queste donne assumono anche un ruolo fondamentale di appoggio, supplendo all’assenza dello Stato: «Andiamo di casa in casa cercando i bambini che non vanno a scuola per vedere come fornire loro l’uniforme (in Costa Rica hanno espulso bambini e bambine rifugiate dalle scuole per non avere l’uniforme, ndr), abbiamo raccolto dati e ottenuto aiuti per le uniformi. La maggior parte delle donne indigene non parla spagnolo. Quando i bambini vengono espulsi dalle classi, cerchiamo di intercedere, e lo facciamo anche per il lavoro, poiché, non parlando la lingua, non vengono assunte. Lo stesso accade con l’ufficio immigrazione: dato che non sanno leggere, i loro documenti vengono respinti», aggiungono.
Resistere per sperare
Anche in Nicaragua, la resistenza continua in maniera clandestina. Atenea ricorda: «Ci hanno accusato di crimini inesistenti, solo perché siamo donne e volevamo proteggere i nostri diritti territoriali. Volevano distruggerci, ma non ci siamo fermate». Nonostante la repressione, queste donne trovano modi per continuare a sostenere le loro comunità, diffondendo informazioni, organizzando aiuti umanitari e sfidando il governo attraverso piccoli atti di disobbedienza.
Sia dentro che fuori dal Nicaragua, la loro resistenza è un simbolo di speranza. «Se moriamo, che i nostri figli e nipoti continuino a difendere i nostri diritti», dice Mama Tara, una delle leader in esilio.
Anna Avidano e Francesca Nugnes
Donna indigena nella propria abitazione in un barrio di Iquitos, Perù. Foto Paolo Moiola.
Nicaragua, popoli indigeni e colonos
Il Nicaragua ha una popolazione di circa 7,05 milioni di persone. Una parte significativa di questa appartiene a gruppi indigeni e afrodiscendenti, concentrati principalmente nelle regioni autonome della Costa Caribe. Tra i principali popoli indigeni di questa zona, i Miskito costituiscono il gruppo più numeroso, con una popolazione stimata tra 150mila e 200mila persone, residenti per lo più nella Costa Caribe Nord (Raccn) e nelle aree di confine con l’Honduras. I Mayagna, con circa 27mila persone, vivono nelle aree remote della stessa regione e nella riserva di Bosawás. I Rama, con circa 2mila persone, si concetrano lungo la costa e nell’isola di Rama Cay. Per quanto riguarda la popolazione afrodiscendente: i Creole contano circa 43mila persone, concentrate principalmente nella Costa Caribe Sud (Raccs), in città come Bluefields; i Garífuna, con una popolazione di circa 2.500 persone, vivono in comunità come Orinoco e in altre zone del Sud della Costa Caribe.
L’arrivo dei «colonos»
L’invasione di coloni armati nella Costa Caribe risponde a interessi economici che stanno causando una crescente pressione sui territori ancestrali.
Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), nei processi di invasione omicidi e attacchi armati contro le popolazioni locali sono ormai «abituali». La Commissione interamericana dei diritti umani (Iachr) ha documentato episodi di distruzione deliberata dei mezzi di sussistenza delle comunità, inclusi risorse naturali, mezzi di trasporto, bestiame e foreste.
Queste invasioni non solo minacciano gravemente il diritto alla vita e all’integrità fisica delle comunità indigene della Costa Caribe, costringendo molte persone ad abbandonare le proprie case, ma compromettono anche il territorio. Secondo Global forest watch, tra il 2002 e il 2021 il Nicaragua ha perso l’11% della sua copertura arborea e il 28% delle sue foreste primarie umide; un tasso di deforestazione tra i più alti dell’America centrale.
A.A. – F.N.
Fonti: Iwgia, Indigenous people in Nicaragua; Minority rights group.
Raccontare liberazioni. Teologia e femminismo brasiliani
Le storie di alcune donne cristiane impegnate per la liberazione propria e delle loro comunità narrano di un modo di essere Chiesa. Incontriamo l’autrice di un libro che, descrivendo alcune esperienze del passato, vuole aprire a buone pratiche per oggi e domani.
Neide Furlan, nata il 14 marzo 1957, è una donna brasiliana. Quando Viviana Premazzi, autrice del libro Per una società e una Chiesa senza esclusioni, la incontra nel 2005, vive nella diocesi di Lages, nello stato di Santa Catarina, zona Sud del Paese: uno dei territori più poveri dove la terra è nelle mani di pochi latifondisti.
L’ingiustizia è la radice dell’impoverimento della popolazione, e la condizione subalterna delle donne fa parte della situazione generale di oppressione.
Neide, moglie di un sindacalista camponeso (contadino), ha capito che la lotta per la terra e la dignità è diversa se si è donne o uomini. E, osservando la situazione attorno a sé, ha deciso di impegnarsi anche lei per i diritti dei contadini, in particolare per quelli delle donne camponesas.
Per anni è coordinatrice regionale del Movimento de mulheres camponesas (Movimento delle donne contadine).
Il suo impegno l’ha portata a prendere una laurea in storia. Pensa, infatti, che per lavorare nei movimenti sociali sia necessario conoscere il passato e i meccanismi che hanno generato l’ingiustizia. Non una storia generale, però, ma una storia specifica, di un luogo e di persone precisi. In particolare, pensa che la riscoperta delle storie di alcune donne che in passato hanno avuto ruoli di liberazione per i loro popoli possa aiutare la lotta delle donne del presente.
Data la sua formazione cattolica e il suo impegno nelle comunità ecclesiali di base (Cebs) approfondisce anche le figure femminili presenti nella Bibbia, perché crede che la Parola liberi.
I lavoratori rurali protestano davanti al Ministero dell’Agricoltura (José Cruz/Agência Brasil)
Neide, Romilda e le altre
La storia di Neide è contenuta nel libro di Premazzi, pubblicato nel 2023 da Effatà editrice con il sottotitolo Teologia e femminismo in Brasile.
Assieme alla sua, l’autrice racconta anche la storia di Romilda che, a sua volta ispirata dall’esperienza delle Cebs, dalla teologia della liberazione e dalle donne della Bibbia, si impegna nella società e nella Chiesa per la liberazione della donna nelle vesti di leader di comunità, catechista, ministra della Parola e dell’eucaristia, animatrice di un gruppo famiglia.
Marione, invece, è una suora della Divina Provvidenza che lavora con le donne del barrio São José proponendo corsi di cucito, di teologia e di Bibbia, perché esse acquistino maggiore dignità e rispetto da parte degli uomini della comunità.
Proprio come Neide, anche Viviana Premazzi, lombarda, 43 anni, ha raccolto e raccontato le storie di alcune donne brasiliane per fare – ci dice – la sua parte nella costruzione di una società e una Chiesa senza esclusioni.
Pur pubblicandolo nel 2023, l’autrice ha lavorato sul materiale del libro nel 2005. Ha conosciuto Neide, Romilda, Marione e molte altre persone impegnate per la liberazione degli oppressi, durante un viaggio in Brasile per la sua tesi di laurea in Scienze politiche. Una volta laureata, ha lasciato decantare il testo finché non ha incrociato una ragazza induista e il suo scoraggiamento nei confronti della condizione delle donne nelle religioni. «In occasione di un evento interreligioso a Roma – scrive Premazzi nell’introduzione -, una ragazza di religione induista […] ha detto che non ci sarebbe mai stato nulla da fare per le donne nelle religioni, perché sono intrinsecamente misogine ed escludenti, perché perpetuano una cultura di sottomissione, violenza ed oppressione […]. Le sue parole mi hanno catapultato a vent’anni fa […]. Ho chiesto la parola […] e le ho detto che […] capivo benissimo quello che stava vivendo e che l’avevo vissuto anche io e che questa ricerca mi aveva portato in Brasile a cercare, scoprire e trovare un altro modo di vivere la religione e di essere Chiesa per le donne […]». A quel punto ha deciso che valeva la pena riproporre quelle esperienze ai lettori di oggi.
Ci colleghiamo online con Viviana Premazzi poco prima dell’inizio dell’estate. Si trova a Malta, dove vive dal 2018, ma è in procinto di «scappare»: quando l’isola si riempie di turisti, preferisce andare altrove.
Nata a Venegono Inferiore (Va), Viviana è da sempre impegnata in ambito sociale ed ecclesiale.
Nella quarta di copertina si legge su di lei che «ha un dottorato in sociologia delle migrazioni e un master in gestione dei conflitti interculturali e interreligiosi. Ha lavorato come ricercatrice, consulente e formatrice per organizzazioni, università e centri di ricerca in Europa, Nord America, Africa e Medio Oriente». Nel 2018 ha fondato a Malta il Global mindset development, una società di consulenza sul dialogo interculturale e interreligioso al servizio di aziende, Ong, enti pubblici, scuole, università, per «aiutare a formare – dice – una mentalità inclusiva e globale».
Le domandiamo come è nata la sua relazione con il mondo missionario e con il Brasile.
«Conosco i missionari Comboniani fin da piccola – risponde -. Quando sono partita per il Brasile per la tesi, sono andata tramite loro. In quegli anni ho incontrato anche i Missionari della Consolata grazie a suor Angela Puricelli che mi ha fatto conoscere i progetti che padre Giordano Rigamonti faceva nelle scuole della mia zona tramite l’Associazione Impegnarsi serve. Poi mi sono trasferita a Torino dove ho lavorato per il Fieri, il Forum internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione, per l’Università di Torino, la Banca Mondiale e l’Oim, sempre sul tema delle migrazioni, seconde generazioni, identità, culture. Nel 2009 sono tornata in Brasile con i Missionari della Consolata per raccogliere materiale da usare poi nelle scuole. Sono stata a Catrimani con gli Yanomami e a Raposa con i Macuxì. Nei miei viaggi ho scoperto che esistono tanti “Brasili”. La prima volta sono andata a Rio Grande do Sul, al forum sociale di Porto Alegre, la seconda volta sono andata per la tesi nella diocesi di Lages, a Santa Catarina, la terza volta in Amazzonia, a Salvador de Bahia, a Fortaleza, a Vittoria, poi in Paranà e infine di nuovo in Santa Catarina».
Chiesa e liberazione
Viviana racconta che la sua ricerca sulla teologia femminista è nata in risposta a un suo sentimento di disagio: «Ero una giovane donna impegnata nel mondo ecclesiale, associativo, ecc. Stavo bene, ma, allo stesso tempo c’era qualcosa che mi mancava, che non mi tornava. Al Forum sociale mondiale di Porto Alegre ho sentito parlare di teologia della liberazione, e ho capito che quella poteva essere una risposta alle mie domande. Ho deciso quindi di fare la tesi su una delle sue declinazioni: la teologia femminista, e mi ci sono buttata. Ho scoperto, così, e approfondito la realizzazione di una Chiesa strumento di liberazione per gli oppressi».
La conoscenza di una realtà specifica come quella della diocesi di Lages è stata fondamentale per lei, per vedere come la teologia femminista della liberazione si fosse incarnata nella vita di persone e comunità.
«Un comboniano mi ha messa in contatto con Maria Soave Buscemi, una missionaria laica italiana, una teologa, che ha vissuto tutta la vita in Brasile. A Lages ha lavorato molti anni per la diocesi e poi fondato, insieme ad altri, e anche con il sostegno di realtà italiane, il Centro ecumenico di studi biblici che molto ha fatto e continua a fare.
L’incontro con Soave è stato fondamentale: lei viveva come le persone, tra le quali stava, e io sono potuta entrare nelle comunità da eguale, non come una che andava per aiutare.
È stata Soave a permettermi di conoscere molte donne impegnate a livello ecclesiale che avevano trovato il loro empowerment in una certa modalità di lettura della Bibbia e di vivere la comunità. Donne impegnate a livello sociale. Donne impegnate in politica».
L’accaparramento da parte di pochi ricchi delle risorse fondamentali del territorio, l’acqua e la terra, provoca ancora oggi nella diocesi di Lages un forte impoverimento della popolazione. Ai tempi delle ricerche di Viviana, la Chiesa locale affrontava la povertà tramite l’esperienza delle comunità ecclesiali di base che incarnavano la teologia della liberazione diventando scuole di partecipazione ecclesiale, sociale e politica.
Oggi, ci dice Viviana, la vita delle diocesi è cambiata: quella di Lages era una delle ultime fedeli alla teologia della liberazione, ma nel tempo, per vari motivi, tutti i movimenti si sono raffreddati. Non sono spariti, ma sono diventati più sotterranei, e l’unica esperienza sopravvissuta ufficialmente è il Centro ecumenico di studi biblici, nonostante Soave oggi sia nel Mato Grosso.
Raccontare le donne
Chiediamo a Viviana in che modo le storie di Neide e delle altre donne parlano del patriarcato e della teologia femminista della liberazione.
«Per quanto riguarda la riflessione sul patriarcato, ad esempio, l’attenzione di Neide alla storia locale è un elemento fondamentale. Io, ad esempio, sono di Venegono Inferiore, un paesino nel quale da qualche anno si stanno riscoprendo alcune storie di streghe locali. Queste rappresentano un’occasione per riflettere non solo su come le donne sono escluse, ma anche su come vengono raccontate. Le ricerche storiche hanno mostrato che esse, dopo essere state sfruttate da alcuni signori locali, a un certo punto sono state accusate di stregoneria per interessi politici.
La riscoperta della storia locale sotto questo profilo è un insegnamento che Neide e le altre mi hanno lasciato».
Oltre al modo in cui le donne sono raccontate, per Viviana è importante riflettere anche sul modo in cui le donne sono escluse dal racconto della storia. «Anche nella Bibbia succede qualcosa di simile. Se io non vedo raccontate altre donne come me nella Bibbia e nella storia, penso di essere sbagliata a volere stare in questa storia. Ed è facile farmi sentire sbagliata se oggi decido di avere un ruolo, perché in qualche modo mi viene detto che io, in quanto donna, un ruolo non ce l’ho.
La cosa rilevante, secondo me, del lavoro fatto da persone come Neide, è la volontà di portare alla luce il ruolo delle donne, e di dirlo ad altre, oltre all’impegno diretto nella Chiesa, nei movimenti, nella politica».
La teologia femminista è stata il contesto ecclesiale nel quale le esperienze di Neide e delle altre hanno trovato casa. La lettura della Bibbia sperimentata nelle comunità ecclesiali di base, a volte condotte da coppie, altre volte da donne, è stata uno degli strumenti di emancipazione. In questo senso, ci dice Viviana, le storie di queste donne parlano della teologia femminista.
Nel suo libro, Viviana Premazzi dedica uno spazio molto ampio, i primi tre capitoli, ad approfondire cosa è la teologia della liberazione e la sua declinazione femminista. Domandiamo all’autrice di darci qualche indicazione sintetica. «L’idea di fondo – risponde – è che una persona non è povera per colpa sua, ma perché vive una situazione di oppressione. Allora l’obiettivo della Chiesa è quello di aiutare questa persona a liberarsi. Riprende l’immagine della liberazione del popolo ebraico dall’Egitto sotto la guida di Mosè.
Il passaggio fatto dalla teologia femminista è questo: la condizione di sfruttamento socio economico non è la stessa per gli uomini e per le donne, così come la teologia indigenista afferma che l’oppressione subita dai popoli nativi ha i suoi caratteri specifici, la teologia nera parla della condizione degli afrodiscendenti, e così via.
La domanda che queste teologie suscitano è: “Da dove deriva la mia situazione di oppressione socio economica, o di genere? Come attuare la liberazione?”».
Gli strumenti sono, oltre alla riflessione teologica, quello della lettura della Parola e quello della comunità. «Dalla teologia della liberazione nascono le comunità ecclesiali di base: la teologia non è una cosa che si fa da soli, ma assieme, e partendo dal basso, come accadeva alle prime comunità cristiane. Partendo dal suo popolo, la Chiesa si deve domandare: “Stiamo con i potenti o con i poveri?”».
Viviana ci racconta che il titolo del suo libro ricalca quello delle linee guida per la diocesi di Lages consegnate alla curia nel 2005 dalla rete delle Cebs dopo un processo partecipativo. «Quando hanno presentato queste linee guida intitolate “Per una società e una Chiesa senza esclusioni”, la curia voleva togliere il termine “Chiesa”. Ma le comunità hanno insistito perché il cammino dell’inclusione anche nella Chiesa è ancora lungo.
Il primo nucleo delle comunità sono le famiglie, cioè il luogo delle relazioni affettive. In quelle zone in Brasile la maggior parte delle famiglie sono composte da donne sole con i figli, quindi i gruppi di famiglie sono spesso gruppi di donne.
La leadership è a rotazione, e ciascuno porta il suo talento. Le decisioni vengono prese in modo partecipativo. Nelle Cebs esiste anche la decima, un’autotassazione per sostenere, oltre alle attività ecclesiali, anche le persone bisognose all’interno della comunità».
Retroutopia
Il libro di Viviana Premazzi è composto da cinque capitoli: i primi tre sulla teologia della liberazione, il quarto, sulla diocesi di Lages al tempo del viaggio dell’autrice, il quinto su alcune figure di donne.
La teologa Maria Soave Buscemi, nella prefazione, parla del testo di Premazzi prima paventando il rischio che esso proponga una «retrotopia» – il racconto di qualcosa di bello, ma morto -, poi parlando di «retroutopia» – il racconto di un passato che può far scorgere nel presente simili segni di liberazione -.
«Anche io inizialmente avevo paura che il libro fosse retrotopia – conclude l’autrice -: cioè il racconto di una cosa bella, ma appartenente al passato, finita nella forma in cui l’avevo conosciuta. Un bel ricordo.
Però è fondamentale continuare a riflettere. Guardare indietro serve per sognare e pianificare qualcosa per l’oggi e il futuro. Anche per riconoscere le stesse cose che adesso magari hanno altre forme e non sono ancora state riconosciute.
Quello che racconto nel libro, che ha una collocazione spazio temporale precisa, non è un unicum. Esiste da altre parti. E dobbiamo parlarne».
Luca Lorusso
Messico. Claudia, doctora y presidenta
Lei è Claudia Sheinbaum Pardo, delfina di Amlo, il presidente uscente. Guiderà il secondo paese dell’America Latina per popolazione. Un paese in crescita ma afflitto da una violenza endemica.
Nel paese dei femminicidi – nel 2023 sono stati 827 -, dal primo di ottobre una donna, la doctora Claudia Sheinbaum, sarà alla guida del Messico. Nelle elezioni dello scorso 2 giugno ha battuto – nettamente (36 milioni di voti contro 16,5, oltre 30 punti percentuali di scarto) – un’altra donna, la senatrice di origini indigene Xóchitl Gálvez.
Il dato (ufficiale) dei femminicidi è certamente drammatico, ma la contesa elettorale tra due donne indica che nel Paese latino-americano è in corso un cambiamento radicale. Inevitabilmente lento, ma effettivo.
Forse il passo più significativo può essere individuato nel decreto del 6 giugno del 2019, soprannominato «paridad de genéro en todo». Con esso furono modificati nove articoli della Costituzione messicana per applicare la parità di genere nelle candidature e nei posti negli organi esecutivo, legislativo e giudiziario, a livello federale, statale e municipale.
I sei anni di Amlo
Il presidente uscente Amlo, padre politico di Claudia Sheinbaum, prima presidente donna del Messico. Foto. Eneas De Trya – via Flickr.
Claudia Sheinbaum prenderà il posto del suo mentore Andrés Manuel López Obrador (Amlo), fondatore di Morena (oggi primo partito del Paese) e presidente tanto popolare quanto controverso. Fin dalla sua entrata nell’arena politica, la missione di Amlo è stata riassunta in una frase: «Por el bien de todos, primero los pobres» (Per il bene di tutti, prima i poveri), affermazione meritoria, ma molto impegnativa. Di sicuro, dopo decenni di dominazione dei due partiti conservatori (Pan e Pri), la sua presidenza – forse catalogabile come «populismo di centrosinistra» – è stata una novità assoluta.
Nei sei anni del suo mandato la spesa pubblica per programmi sociali è aumentata in modo significativo, ma i problemi fondamentali – l’insicurezza e la povertà su tutti – non hanno trovato soluzione.
Nonostante sei aumenti del salario minimo giornaliero (passato dagli 88 pesos del 2018 agli attuali 249, pari a circa 13 euro), il livello della povertà è rimasto alto. Secondo i dati di Coneval (un organismo costituzionale autonomo), ben 46,8 milioni di persone vivono in povertà, pari al 36,3 per cento della popolazione del paese. Di queste, oltre nove milioni (7,1 per cento) sono afflitte da povertà estrema.
Per gli strani giochi della politica e dell’economia, nel sessennio di Amlo i miliardari messicani hanno visto incrementare (di molto) le proprie fortune. Dietro a Carlos Slim (diciassettesimo nella classifica mondiale di Forbes), ci sono altre 13 persone: questo ristrettissimo gruppo di privilegiati – racconta un rapporto di Oxfam Mexico – controlla l’8 per cento dell’economia complessiva del paese.
Non è andata meglio in tema di sicurezza. La politica di Amlo sintetizzata nello slogan «abrazos, no balazos» (abbracci, non proiettili) è fallita, stando al numero degli omicidi e delle sparizioni, sempre altissimo.
Nei primi quattro mesi del 2024 la media è stata di 81 omicidi al giorno. Nelle statistiche degli ultimi sei anni impressionano poi due cifre: l’uccisione di 9 sacerdoti cattolici (vedere riquadro) e di 44 giornalisti (5 nel 2023 più uno scomparso).
Secondo Article 19, organizzazione messicana indipendente e apartitica che promuove la libertà d’espressione, nel 2023 nel Paese latino-americano ci sono state 561 aggressioni a giornalisti o mezzi d’informazione, un numero più alto rispetto ai governi che hanno preceduto quello di Amlo.
Questa è la pesante eredità di Obrador. Detto ciò, chiedersi se Claudia sarà una mera esecutrice delle volontà del presidente uscente, suo grande sponsor e padre politico, è un ragionamento dal vago sapore maschilista: dubitare della sua autonomia decisionale perché donna?
Il curriculum di Claudia
Nata in una famiglia di ebrei non praticanti, padre chimico con genitori della Lituania, madre biologa con genitori della Bulgaria, laureata in fisica all’Universidad Autónoma de México (Unam), un master a Berkeley e un dottorato, Claudia Sheinbaum è stata sindaca di Città del Messico.
Da anni, Amlo parla di «quarta trasformazione» della vita messicana. Nelle sue intenzioni si tratta di un indispensabile passaggio storico dopo le precedenti tre fasi: la guerra d’indipendenza (1810-1821), il periodo della riforma (1858-1861) e gli anni della rivoluzione (1910-1917), culminati con la promulgazione della Costituzione messicana (5 febbraio 1917).
Claudia Sheinbaum ha promesso più volte che continuerà sulla strada segnata da Amlo per dare seguito alla quarta trasformazione.
Sarà poi interessante vedere come la presidenta affronterà la questione climatica in un Paese che ne sta già patendo le conseguenze con picchi straordinari di calore e gravi carenze di acqua.
Il curriculum parla a suo favore, avendo lei collaborato con gli scienziati delle Nazioni Unite riuniti nel Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc). Le sue scelte prima dell’elezione sono però state contraddittorie. È stata infatti accusata di aver appoggiato il Tren Maya, la grande opera di Amlo contestata dagli ambientalisti.
Sul fronte energetico, Claudia Sheinbaum ha confermato di voler incrementare le fonti rinnovabili, senza dimenticare che il Messico è l’undicesimo produttore mondiale di petrolio tramite la Pemex (Pétroleos mexicanos), compagnia interamente di proprietà statale. La presidenta afferma che non sarà privatizzata, nonostante sia gravata da molti debiti.
Una panoramica di Guanajuato, città patrimonio dell’umanità. Foto Dennis Schrader – Unsplash.
Il vicino di casa
Il giorno seguente alla vittoria elettorale di Claudia Sheinbaum, il presidente americano Joe Biden ha chiamato l’eletta per complimentarsi.
Tutto prevedibile, considerato che Messico e Stati Uniti condividono molti affari e molti problemi. Il Paese latino-americano è il secondo socio commerciale degli Usa dopo il Canada. Inoltre, 11 dei 12 milioni di messicani nati in patria ma che vivono all’estero risiedono negli Stati Uniti, generando un enorme flusso di rimesse. Infine, dalla frontiera settentrionale del Messico – 3.169 chilometri di lunghezza – transitano la gran parte dei migranti illegali diretti negli Usa, una delle questioni più dibattute nella contesa elettorale tra Biden e lo sfidante Trump.
Le dimensioni del problema sono evidenziate da un dato: nel solo mese di dicembre 2023, la polizia di frontiera Usa ha fermato 250mila migranti che cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti.
Cosa accadrà se nelle elezioni del 5 novembre dovesse prevalere il candidato repubblicano? Durante la lunga e scorrettissima campagna elettorale, Trump ha affermato che, dopo la sua vittoria (che lui dà per certa) farà espellere milioni di immigrati senza documenti. Secondo il Pew research center, questi sono circa 11 milioni. Di questi 4,1 milioni (il 40 per cento) sono messicani, risultando di gran lunga il principale gruppo di immigrati senza documenti (irregolari), precedendo nell’ordine quelli provenienti da El Salvador, India, Guatemala e Honduras.
La previsione
Oltre ai problemi citati, la situazione messicana è complicata da un’altra questione rilevante, interna al Paese.
Il presidente Amlo ha, infatti, proposto un pacchetto di venti riforme costituzionali, alcune molto interessanti (su diritti e ambiente), altre più opinabili (su organi giudiziari e guardia nazionale).
Per essere approvate, esse necessitano una maggioranza qualificata sia alla Camera che al Senato. Vedremo cosa accadrà in questi mesi di transizione tra le due presidenze.
Avendo in mente quanto accaduto alle (poche) colleghe latinoamericane elette alla medesima carica, possiamo prevedere che Claudia Sheinbaum, doctora y presidenta, avrà un compito duro.
Ed è molto probabile, anzi quasi certo, che sarà osservata e valutata con più severità rispetto a un presidente maschio.
Paolo Moiola
La Chiesa cattolica messicana e la neopresidente
BUONI PROPOSITI
Al contrario di altri paesi latinoamericani, in Messico la Chiesa cattolica ha resistito meglio all’erosione di fedeli per mano delle Chiese evangeliche. Stando ai dati dell’ultimo censimento (Inegi, 2020), i cattolici sono il 77,2 percento della popolazione. Questo non significa che non ci siano problemi. Per esempio, la Chiesa cattolica messicana ha avuto un rapporto piuttosto conflittuale con il presidente Andrés Manuel López Obrador (Amlo). A parte le tematiche sensibili (aborto, eutanasia, gender), l’accusa principale è di non aver fatto abbastanza contro la violenza del crimine organizzato. Violenza di cui è stata vittima la stessa Chiesa: durante la presidenza di Amlo sono stati ben nove i sacerdoti assassinati.
Di discendenza ebraica, la neopresidente ha spesso affermato di essere cresciuta in una famiglia laica con entrambi i genitori che si professavano atei. Questo non le ha impedito di incontrare papa Francesco in Vaticano lo scorso 15 febbraio.
Dopo la sua vittoria, la Conferenza episcopale messicana (Cem) ha rilasciato un comunicato di felicitazioni e di speranza.
«Oltre a sottolineare il privilegio di essere la prima donna a raggiungere la più alta carica del Paese, eleviamo le nostre preghiere affinché, con la responsabilità e la saggezza che la carica richiede, e cercando sempre il bene comune, possa condurre il Messico verso orizzonti migliori», ha scritto, tra l’altro, la Cem nel suo messaggio.
Pa.Mo.
La cattedrale di Mazatlán, nello stato di Sinaloa, dove domina l’omonimo cartello di narcos. Foto Mick Haupt – Unsplash.
Rwanda, un Paese per donne. Forse
In occasione dell’8 marzo, giornata internazionale delle donne, parliamo delRwanda, Paese dell’Africa centrorientale ai primi posti nel mondo per le politiche sull’uguaglianza di genere, ma, in realtà, ancora profondamente patriarcale.
Più del 61% dei seggi in Parlamento sono occupati da donne, le quali ricoprono anche metà delle posizioni ministeriali. I loro diritti sono tutelati da numerose leggi, tra cui spicca quella contro la violenza di genere. Negli ultimi anni, la mortalità materna è calata drasticamente e le norme statali garantiscono equità tra maschi e femmine nell’accesso a ogni livello d’istruzione.
Il Rwanda sembra il Paese ideale per le donne. Tanto più che, da inizio anni Duemila, questo piccolo Stato dell’Africa centrorientale si posiziona stabilmente ai primi posti delle classifiche mondiali su uguaglianza di genere ed empowerment femminile, con indicatori di gran lunga superiori a molti Paesi occidentali.
L’immagine del Rwanda come Paese al femminile è nata subito dopo il genocidio del 1994, a seguito del quale il 70% della popolazione era composto da donne: molte avevano preso il posto degli uomini – uccisi, fuggiti o incarcerati – come capifamiglia e nel mondo del lavoro. Nel 2003, poi, la parità di genere è stata inserita nel preambolo della Costituzione di «uno Stato basato sul principio dell’uguaglianza di tutti i rwandesi, così come dell’uguaglianza tra uomini e donne».
Nei fatti, però, la situazione è ben diversa. Come spesso accade, tra la teoria e la pratica c’è un abisso e, dietro ai dati che descrivono una situazione apparentemente invidiabile, si nascondono diversi ostacoli e problematiche.
Con il 61% di deputate e il 35% di senatrici, nel 2023, il Rwanda era il Paese del mondo con il maggior numero di donne in Parlamento (mentre nel 2008 era stato il primo a eleggere più donne che uomini). Ma, in uno Stato la cui politica dal 1994 è dominata dal crescente autoritarismo di Paul Kagame e del suo Fronte patriottico rwandese, la maggioranza delle parlamentari appartiene al partito dominante ed è incapace di portare avanti una propria agenda per la tutela dei diritti femminili.
Il considerevole numero di donne in Parlamento, quindi, il più delle volte, non si traduce nell’approvazione di politiche a loro favore, se non sono coerenti con le direttive del partito. Dunque, non deve sorprendere che sia stata un’Assemblea, composta per il 56% da donne, ad approvare nel 2009 la riduzione da dodici a sei settimane del congedo pagato per la maternità.
Le donne che si oppongono alla narrativa di Kagame sono spesso – ancor più degli uomini – oggetto di violenze e persecuzioni, anche a sfondo sessuale. Quando nel 2010 Victoire Ingabire, principale rivale del presidente in vista delle elezioni di quell’anno, è tornata nel Paese dopo sedici anni di esilio, è stata immediatamente arrestata e incarcerata con l’accusa di cospirazione. Foto di Diane Rwigara nuda hanno invece iniziato a circolare sul web appena 72 ore dopo l’annuncio della sua candidatura alle presidenziali del 2017. Esclusa sulla base di presunte irregolarità nella registrazione della domanda, poco dopo, Rwigara è stata arrestata per una presunta evasione fiscale.
Più ombre che luci, dunque. E la politica, l’esempio più sfavillante del Rwanda al femminile, non è altro che la punta dell’iceberg di un sistema dove l’uguaglianza di genere è in realtà ben lontana dall’essere realizzata.
Uguaglianza apparente
Come si è detto, il Paese si è dotato di un panorama legislativo all’avanguardia nella tutela dei diritti delle donne, ma tra norma e prassi persiste ancora una grande distanza, a causa di cultura patriarcale e tradizioni sociali particolarmente radicate.
Dal 1999, le donne possono ereditare le proprietà di famiglia, ma, di fatto, la condizione posta dalla legge – presentare un certificato di registrazione di un matrimonio monogamo, in un Paese dove le unioni informali e/o poligame sono frequenti – impedisce loro di beneficiare di questo diritto.
Limiti che ritornano anche nella gestione delle risorse finanziarie e nell’esercizio dei diritti fondiari: tendenzialmente, le decisioni su denaro e proprietà sono assunte dagli uomini, mentre le donne, senza certificati di matrimonio, faticano anche solo a ottenere prestiti bancari. Non a caso, esse rappresentano il maggior numero di poveri in Rwanda.
Anche quando sono vittime di violenza, le donne sono spesso in difficoltà. Nonostante la legge sulla violenza di genere (2008) abbia condannato qualsiasi forma di aggressione nei loro confronti e inasprito le pene, la violenza è ancora diffusa – soprattutto nei contesti rurali – e poco denunciata. Le donne temono infatti di essere stigmatizzate dalla società se denunciassero, e di perdere qualsiasi risorsa finanziaria, dal momento che il denaro familiare il più delle volte è nelle mani degli uomini.
Non va meglio nel mondo dell’istruzione: sebbene la legge prescriva parità nell’accesso alle scuole, solo il 30% di coloro che ricevono un’istruzione secondaria sono ragazze. È infatti ancora profondamente radicata l’idea che le donne si debbano occupare della casa e della cura di marito e figli e che quindi non sia necessario investire nella prosecuzione dei loro studi.
Dunque, l’8 marzo in Rwanda – come in tanti altri Paesi di tutto il mondo – ricorda quanto la strada verso la reale parità di genere sia ancora lunga e passi, non solo attraverso leggi e provvedimenti, ma attraverso il superamento di una cultura patriarcale ancora profondamente radicata.
di Aurora Guainazzi
Donne. Perseguitate due volte
Le donne delle minoranze religiose sono la fascia più colpita dalle persecuzioni. La maggior parte sono cristiane, ma non mancano altri casi, come quello delle musulmane rohingya o delle yazide. Rapite, convertite forzosamente, picchiate, violentate, tenute segregate.
Rapite, violentate, schiavizzate. Le donne delle minoranze religiose sono spesso perseguitate due volte: innanzitutto perché appartenenti a gruppi tenuti ai margini della società, poi perché, appunto, donne.
Accade in Pakistan, Nigeria, Burkina Faso, Egitto, solo per fare qualche esempio, e per la gran parte si tratta di donne cristiane.
Non mancano, però, casi che riguardano altri gruppi religiosi.
In Myanmar, per esempio, Paese a maggioranza buddhista nel quale da anni viene perseguitata la minoranza musulmana dei Rohingya, una donna non può sposare un musulmano se non a rischio della vita.
Qualche anno fa a Pegu, una delle più grandi città del Paese, una folla impazzita incendiò l’intero quartiere di una ragazza buddhista per punirla della sua relazione con un musulmano.
Stesso destino di discriminazione spetta alle donne rohingya. «Nascere donna ed essere di origine rohingya significa, molto probabilmente, essere destinata a una vita fatta di privazioni e discriminazioni di natura etnica, religiosa e sessuale», sottolinea Amnesty international.
Amina, donna nigeriana fuggita in Niger dopo l’uccisione del marito da Boko Haram
Cristiane, le più perseguitate
Tornando alle donne cristiane che vivono in paesi nei quali la loro fede è in minoranza, come in molte zone dell’Asia, del Medio Oriente o dell’Africa, esse «sono le prime vittime», afferma la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) in un rapporto di novembre 2022: «Se credere in Gesù Cristo implica seri rischi in molte parti del mondo, essere una donna cristiana è ancora più difficile. In molti paesi in cui vige la persecuzione religiosa, la violenza contro le donne è spesso usata come arma di discriminazione».
Sulla stessa linea sono i dati emersi nella ricerca The 2023 gender report presentata, in occasione della giornata internazionale della donna dell’8 marzo 2023, da Porte Aperte/Open Doors, organizzazione internazionale che sostiene i cristiani perseguitati e che aggiorna ogni anno, con la sua World watch list, la classifica dei paesi dove si registrano le maggiori persecuzioni a causa della fede.
«Per le donne – sottolinea il rapporto – la violenza sessuale e fisica, il matrimonio forzato e la riduzione in schiavitù, uniti alle minacce e al controllo dei cellulari, sono elementi che le intrappolano in una ragnatela soffocante».
Il report presenta anche la classifica dei paesi nei quali le donne sono perseguitate sia per la loro fede che per il loro genere.
Al primo posto troviamo la Nigeria. A seguire Camerun, Somalia, Sudan, Siria, Etiopia, Niger, India, Pakistan e Mali.
Nelle regioni settentrionali della Nigeria, dove i cristiani subiscono i livelli più alti di violenza, le donne cristiane sono vittime di rapimenti, spostamenti forzati, traffico di esseri umani, uccisioni e violenza sessuale.
La punta di un iceberg
I casi di donne rapite, violentate, convertite forzosamente, uccise che emergono nelle cronache sono solo la punta di un iceberg. Spesso, infatti, le famiglie, per paura o per vergogna, non denunciano i crimini subiti.
Secondo l’Associazione cristiana della Nigeria, per esempio, il 90 per cento delle donne e delle ragazze detenute dagli islamisti è di fede cristiana. In Pakistan, il Movimento per la solidarietà e la pace ha stimato che le cristiane costituivano, già dal 2014, fino al 70 per cento delle ragazze e delle giovani di minoranze religiose che ogni anno erano costrette a convertirsi e a contrarre matrimonio.
Ma le denunce non corrispondono mai alla reale entità del fenomeno.
Un altro dato chiave, che emerge frequentemente nelle ricerche sull’argomento, è la maggiore incidenza di persecuzioni sessuali e religiose ai danni delle donne in aree di conflitto.
Questo è stato particolarmente evidente durante la presa del potere da parte dell’Isis (Daesh) su alcune aree della Siria e dell’Iraq. In quelle zone, in quegli anni – secondo il dossier del luglio 2020 della Coalition for genocide response intitolato Without justice and recognition the genocide by daesh continues – vigeva «un sistema organizzato di schiavitù sessuale delle minoranze».
Rohingya women with kids are walikng to the camp with relief food. Near Block D5, Kutupalong extension Camp, Cox’s Bazar, Bangladesh 2 July 2018.
Nadia Murad e le schiave sessuali
A raccontare le atrocità subite in prima persona, perché yazida, cioè donna della minoranza religiosa che vive per lo più nella Piana di Ninive, in Iraq, è stata Nadia Murad, Premio Nobel per la pace 2018. Nel suo libro L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’Isis, edito da Mondadori, l’attivista per i diritti umani racconta: «A un certo punto non restano altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio». È il racconto dello stupro usato come arma di guerra. È la storia del rapimento e della prigionia che nel 2014 ha cambiato la vita di questa ventenne yazida che sognava una vita normale.
Nadia ha deciso di denunciare al mondo le violenze subite nella speranza di essere lei «l’ultima» del suo popolo ad aver vissuto quel genere di sofferenze.
La prassi di ridurre le donne delle minoranze religiose in schiave sessuali è presente anche altrove. Ad esempio in Mozambico e in altri paesi nei quali il fondamentalismo religioso ha gettato nel caos intere comunità.
Le violenze dei gruppi terroristici e islamisti hanno inoltre determinato una forte intensificazione del traffico di esseri umani.
C’è poi il caso della Nigeria dove si sono ripetuti diversi rapimenti di massa nei confronti delle donne cristiane da parte del gruppo jihadista di Boko Haram.
L’intento della milizia vicina all’Isis è, tra gli altri, quello di cacciare le comunità cristiane dai loro villaggi (cfr. MC 10/2016).
Asia Bibi e le altre
La persecuzione e le sofferenze non sono però solo numeri e dati, sono soprattutto storie di persone concrete.
Il caso che ha avuto maggiore rilievo sui media internazionali è stato quello della donna cristiana pachistana Asia Bibi che, dopo dieci anni di carcere duro e con una condanna a morte che pendeva sulla sua testa con l’accusa di blasfemia, ha ritrovato la libertà nel novembre 2018.
Oggi vive in Canada con la sua famiglia perché restare in Pakistan sarebbe stato per lei e i suoi familiari troppo pericoloso.
Ma ci sono tante altre Asia Bibi nel mondo. In Somaliland, ad esempio, due donne sono in carcere dal 2022 perché colpevoli di essere cristiane. Una delle due donne si chiama Hanna Abdirahman Abdimalik. Il 30 maggio 2022 è stata arrestata per essersi convertita al cristianesimo e per aver condiviso la sua fede attraverso un gruppo cristiano su
Facebook. La polizia non ha esibito un mandato d’arresto, ha interrogato la ragazza senza la presenza di un avvocato e le avrebbe ripetutamente domandato chi l’avesse convertita, aggiungendo che, qualora avesse rivelato l’identità della persona, oppure si fosse nuovamente convertita all’islam, sarebbe stata rilasciata. Hanna ha rifiutato di abiurare e il 27 giugno le forze di polizia del Somaliland hanno concluso le indagini presentando un fascicolo a suo carico al procuratore regionale di Hargeisa. Il procuratore ha quindi formalizzato le accuse di «crimini contro la religione dello stato» nei suoi confronti. I capi di accusa sono: blasfemia, oltraggio alla religione islamica e al Profeta dell’islam tramite social media, e diffusione del cristianesimo. Il 6 agosto 2022 il tribunale regionale l’ha condannata a cinque anni.
Il secondo caso riguarda la ventisettenne Hoodo Abdi Abdillahi, condannata a sette anni di carcere per essersi convertita, anche lei, al cristianesimo.
La donna è reclusa dall’ottobre 2022 presso il carcere femminile di Gebiley. Nel corso del processo non avrebbe avuto un avvocato difensore, mentre durante la reclusione non avrebbe potuto avere contatti con la famiglia.
Attualmente i due casi sono all’esame della Corte d’appello del Somaliland, in attesa di una sentenza definitiva.
Bangladesh, istruzione negata
Rahima Akter Khushi, 20 anni, è una giovane rifugiata rohingya, la maggiore di cinque fratelli nati nel campo profughi di Kutupalong a Cox’s Bazar, in Bangladesh. A raccontare la sua storia è Amnesty international.
Dopo aver completato gli studi superiori, a gennaio 2019 Rahima si era iscritta alla Cox’s Bazar international university con il sogno di conseguire una laurea in giurisprudenza. Dopo che un’agenzia di stampa internazionale l’aveva inserita in un video come una delle pochissime giovani donne rohingya in grado di raggiungere l’eccellenza accademica, il 6 settembre 2019, l’università le ha proibito di proseguire gli studi poiché «secondo le regole del governo del Bangladesh, nessun Rohingya può studiare in alcuna università pubblica o privata».
Negare l’istruzione alle giovani delle minoranze religiose è una delle armi di persecuzione: ad esempio in Nigeria è accaduto più volte che Boko Haram rapisse studentesse il giorno prima degli esami per negare loro un futuro.
Magda, rapita in Egitto
In Egitto, negli ultimi anni, la situazione dei cristiani è migliorata dopo l’ondata di attentati e vittime che c’erano stati nel periodo in cui era forte la presenza nel Paese del movimento dei Fratelli musulmani.
Se in generale nel Paese rimangono strascichi di emarginazione, ad esempio nel mondo del lavoro, situazioni nelle quali i cristiani continuano a essere penalizzati, è soprattutto nel Sud che si manifestano ancora oggi le forme più forti di persecuzione: una di queste è la piaga dei rapimenti di donne copte che avvengono lontani dagli occhi dei media, anche a causa del fatto che la maggior parte dei casi non viene denunciata.
Magda Mansur Ibrahim, cristiana copta ventenne, il 3 ottobre del 2020 è stata sequestrata mentre viaggiava dalla sua casa di Al-Badari verso il college di Assiut.
A riferire la sua vicenda è stato il portale Coptic solidarity. Sebbene la famiglia abbia denunciato il caso alla polizia, le autorità non hanno preso provvedimenti.
Tre giorni dopo il rapimento, è stato pubblicato sui social media un video in cui Magda appariva con indosso un hijab e dichiarava di essersi convertita all’islam sei anni prima, di essere fidanzata con un musulmano e, alla fine del filmato, chiedeva di non essere cercata.
I suoi genitori non si sono arresi e alla fine, poco meno di una settimana dopo, Magda è stata restituita loro. Dopodiché la famiglia ha chiuso ogni comunicazione senza fornire ulteriori informazioni circa il rapimento. Alcuni ipotizzano che tra le condizioni poste per la liberazione della ragazza vi fosse il divieto di parlare con i media, di sporgere denuncia o di cercare di scoprire l’identità del rapitore.
Rifugiata rohingya
Gli stupri in Pakistan
Era il 14 febbraio 2021 quando la trentenne Neelam Majid Masih, cristiana, è stata aggredita da Faisal Basra. Lui era armato quando è entrato in casa di Neelam nel villaggio di Nanokay, Punjab, Pakistan. Sotto minaccia della pistola la ragazza è stata trascinata nella camera da letto, picchiata e violentata. Poi un vicino e cugino di secondo grado della donna è intervenuto costringendo Basra alla fuga.
A raccontare la vicenda è il portale persecution.org: «Pretendeva che lo sposassi e che mi convertissi, ma io ho rifiutato dicendo che non ero disposta a rinnegare Gesù. Lui ha risposto che mi avrebbe uccisa se non avessi accettato», ha raccontato la ragazza. La giovane, che ha riportato ferite al viso, alla spalla e alle gambe, ha sporto denuncia contro Faisal Basra, accusandolo di stupro. L’avvocato della vittima, Sumera Shafique, chiedendo aiuto all’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre, ha sottolineato: «Neelam è determinata a raccontare la propria storia per porre fine alle aggressioni contro le ragazze e le giovani donne cristiane».
Schiava in Mozambico
Nel rapporto Ascolta le sue grida già citato si racconta la storia di Aana (nome di fantasia), giovane cristiana del Mozambico, rapita da un gruppo armato.
La giovane, dopo la sua liberazione, ha riferito che alle ragazze cristiane veniva imposta una «scelta»: «Avevamo tre opzioni. Le prime due erano essere selezionate da uno dei soldati per diventarne la moglie oppure essere scelte da alcuni uomini, non per il matrimonio, ma per seguire le norme più radicali dell’islam. Loro istruivano le giovani donne a diventare vere islamiche e brave madri perché credono che la donna sia colei che educa la famiglia a seguire i precetti nel modo corretto. La terza opzione riguardava le cristiane che non volevano convertirsi. Queste sarebbero state scelte dai soldati per essere loro schiave».
Aana ha spiegato che il suo indottrinamento è iniziato non appena è stata presa in ostaggio: «Il giorno in cui siamo arrivate ci hanno letto dei passi del Corano e hanno parlato dell’ingiustizia nel Paese, degli abusi sociali e della corruzione. Una delle cose che ripetevano più spesso era che la democrazia era demoniaca, perché in Mozambico permetteva ai politici di rubare e alla gente di morire di fame senza alcun tipo di assistenza. Cercavano di indottrinare le donne perché accettassero la loro proposta». Alla fine, la pressione psicologica conduceva le ragazze a «cambiare parte», ha spiegato la giovane. In condizioni di riduzione in schiavitù, spesso è l’unica via d’uscita.
Aana è riuscita a scappare e a denunciare. Oggi non è più prigioniera.
Manuela Tulli
Kenya. Due donne e la Rieti farm
Sara e Gladys, una volontaria e una suora, fanno una scommessa vincente sulla voglia di riscatto e sull’energia di altre donne, e sulle capacità organizzative di una
piccola Odv trevigiana. Nel giro di un decennio cambiano il volto e la qualità della vita di una comunità a due passi dalla sponda keniana del grande Lago Vittoria.
A Manyonge, un villaggio rurale di un migliaio di abitanti nella Siaya County, a due passi dalla sponda keniana del grande Lago Vittoria, Un articolato progetto di agricoltura sociale con l’impiego di nuove tecniche di coltivazione è diventato strumento di promozione della parità di genere e di tutela dei diritti umani.
La storia collega quel lontano lembo d’Africa con Montebelluna (Treviso), dove è nata nel 1987 l’Associazione volontariato insieme (Avi), promossa dallo scomparso padre Pierino Schiavinato, Missionario della Consolata (1939-2016).
L’associazione ha avuto come primo presidente Daniele Schiavinato, un fratello di padre Pierino che tutt’ora vive nella storica missione keniana di Mujwa (fondata nel 1911), dove ha creato un’impresa sociale rilanciando l’attività di una vecchia falegnameria che i Missionari della Consolata avevano avviato ancora in epoca coloniale. Per oltre vent’anni è stata guidata da Gino Merlo, che ne ha forgiato l’attuale impronta all’insegna del motto «se non fai niente non succede niente», e che ha poi passato il testimone all’attuale presidente Francesco Tartini.
coltivazioni e consociazione tra alberi e piante orticole
Due agronome
Sara P., montebellunese di nascita, anche se oggi vive sull’Appennino romagnolo, ha conseguito a Padova una laurea triennale in Cooperazione allo Sviluppo con specializzazione in area rurale, e ha poi completato gli studi a Firenze, con una laurea magistrale in Studi geografici e antropologici.
Gladys Adiambo Owuor è, invece, una religiosa keniana delle Franciscan sisters of st. Anna (Fsa), congregazione nata in Olanda nella prima metà dell’Ottocento che oggi ha la sua casa generalizia a Nairobi. La tonaca non le ha mai impedito di salire su un trattore o sul sellino posteriore di una moto, e accanto alla professione di fede può vantare anche un diploma in agronomia.
Nel 2004 le Fsa acquistano a Manyonge una tenuta agricola semi abbandonata di circa 8 ettari, digradanti verso il fiume Yala, e da quel momento suor Gladys inizia a coltivare il sogno di rivitalizzare la «Rieti farm» (così ribattezzata dopo un soggiorno di alcune suore nella cittadina laziale) e di trasformarla in un centro comunitario capace di migliorare le condizioni di vita della popolazione.
Il sogno inizia a concretizzarsi nel 2013 quando Sara decide di visitare l’ovest del Kenya, un territorio lontano dagli usuali percorsi turistici, e viene accolta nella missione in cui suor Gladys vive e presta il suo servizio, trovandosi a condividere idee e progetti di sviluppo di quel grande appezzamento di terreno.
Suor Gladys ha in mente di realizzare una fattoria modello che possa affiancare alla produzione di frutta e ortaggi anche un centro di formazione per gli agricoltori locali, per metterli in condizione di valorizzare al meglio i loro piccoli appezzamenti, e che possa incentivare la piccola imprenditoria femminile.
In Kenya le donne hanno un ruolo centrale nella lavorazione manuale dei campi, così come in tutti gli aspetti della vita economica e sociale, ma nel contempo soffrono una forte disparità di genere che le priva di diritti umani fondamentali e le sovraccarica di responsabilità familiari.
L’agricoltura praticata dalle donne Luo, l’etnia prevalente nella Contea di Siaya, è di mera sussistenza, incentrata su piccoli appezzamenti di terreno coltivati con metodi tradizionali, qualche capra e qualche pollo, e nelle famiglie più fortunate una mucca.
Le colture principali, destinate all’autoconsumo e al piccolo commercio locale, sono mais, sorgo, fagioli, piselli, arachidi, cassava, patata dolce, cavoli e banana. In un contesto così povero, anche a causa della deforestazione e di attività estrattive che hanno ridotto la biodiversità, alto è il rischio di abbandono della scuola e delle coltivazioni da parte della componente giovanile della comunità, per inseguire il miraggio di una vita migliore in qualche grande città come Kisumu. Un sogno che, per lo più, si infrange nelle squallide baraccopoli di periferia.
coltivazioni e consociazione tra alberi e piante orticole
I sogno diventa realtà
Sara raccoglie le idee dell’amica suor Gladys ma anche dati statistici e analisi socio economiche. Studia le linee di sviluppo del governo nazionale ed elabora il tutto mettendo a frutto i propri studi universitari, arrivando alla stesura del progetto: «Agricoltura, sicurezza alimentare e salute: il centro comunitario per lo sviluppo rurale integrato “Rieti farm”». Esso si propone di contrastare la povertà e la malnutrizione infantile con il miglioramento delle pratiche agricole, la diversificazione delle piccole produzioni locali e altre strategie per l’incremento del reddito, e soprattutto con il rafforzamento delle organizzazioni femminili. Il tutto garantendo al massimo l’equilibrio con il fragile ambiente naturale.
La scommessa è quella di trasformare un’agricoltura di sussistenza in un’agricoltura di resistenza e resilienza.
Resistenza e resilienza contro la tentazione di abbandonare il duro lavoro dei campi, regolato per secoli dai cicli delle piogge che i cambiamenti climatici hanno irreversibilmente alterato, e contro la deforestazione causata dalle monocolture industriali, come le piantagioni di ananas, quelle di palma da olio per il biodiesel o le coltivazioni in serra di rose che hanno ormai avvelenato, con il massiccio impiego di pesticidi, il Lago Naivasha.
sopralluogo al punto di prelievo acqua irrigua dal fiume Yala -2016
Il coinvolgimento dell’Avi
A questo punto inizia la ricerca dei finanziamenti, e per Sara è naturale bussare alla porta dell’Avi che, pur essendo una piccola organizzazione, opera in Kenya da oltre trent’anni. L’associazione ha una buona esperienza in materia di bandi pubblici, e ha già realizzato con successo alcuni progetti alimentari finanziati dalla Presidenza del Consiglio, grazie ai fondi dell’otto per mille che sono gestiti direttamente dallo stato e sono destinati a contrastare la fame nel mondo.
Il progetto della «Rieti farm» viene adattato alle linee guida di Palazzo Chigi e presentato nel 2014. La risposta positiva arriva l’8 febbraio 2016. Nel frattempo, il 24 maggio 2015 papa Francesco ha regalato al mondo la sua enciclica Laudato si’ che esorta alla cura della «casa comune» offrendo nuove importanti motivazioni per realizzare il progetto.
Dopo una missione di verifica in loco e una rimodulazione del quadro economico, la prima tranche viene accreditata alla fine del 2017, e i lavori iniziano a febbraio 2018.
particelle per coltivazioni dimostrative -2019
Investimenti
Tra il 2018 ed il 2020 si procede alla recinzione dell’intera proprietà e al rifacimento dell’impianto di irrigazione, per il pompaggio dell’acqua del fiume Yala sino alla parte sommitale della fattoria, dove vengono collocati quattro serbatoi sopraelevati da 10mila litri e un quinto da 6mila, che poi la distribuiscono per caduta ai vari appezzamenti coltivati. Vengono ristrutturati alcuni edifici già presenti, ricavandone un ufficio con la necessaria dotazione tecnologica, una sala riunioni, una cucina condivisa e alcuni alloggi per i dipendenti, con servizi igienici. Nel tempo arriva anche l’allacciamento alla rete elettrica che consente la sostituzione della vecchia pompa a diesel e l’illuminazione dei fabbricati. Viene acquistata una moto per gli spostamenti del personale e anche tendoni e sedie per ospitare i seminari di formazione.
La gente di Manyonge ha sempre utilizzato l’acqua del fiume anche per usi domestici, limitandosi a farla bollire. Il progetto iniziale prevede soltanto la realizzazione di un serbatoio e di un impianto di filtraggio per distribuirla chiarificata in prossimità del villaggio, evitando alla popolazione una lunga discesa sino alla riva dello Yala, sempre con l’occhio attento ai coccodrilli.
Ci si accorge ben presto che non è una soluzione sufficiente e Avi riesce a ricavare dal proprio bilancio ulteriori risorse per realizzare un pozzo che pesca l’acqua potabile a 80 metri di profondità. Per la comunità di Manyonge, e soprattutto per i bambini, più esposti alle patologie intestinali, la qualità della vita fa un gigantesco passo avanti.
S.P. e sr. Gladys all’uscita da un ufficio governativo a Siaya -2016
Produzioni
Vengono selezionati e messi a dimora piante particolarmente adatte alla tipologia di terreno e al clima, resistenti alle fitopatie e alla siccità, e allo stesso tempo rispondenti alle abitudini alimentari della popolazione. Alle orticole e alle leguminose si affianca la frutta tropicale per la quale il Kenya è famoso: ananas, banano, papaya, frutto della passione, mango, avocado, ma anche arance e meloni.
Il progetto prevede pure la costruzione di una stalla e l’acquisto di cinque mucche da latte, libere di muoversi in un’area a pascolo dove vengono seminate erbe specifiche per l’alimentazione bovina, mentre il letame viene reimpiegato per la fertilizzazione del terreno.
A seconda delle stagioni, la produzione oscilla dai venti ai quaranta litri di latte al giorno, sufficiente per soddisfare le esigenze di una trentina di famiglie, ma la domanda è molto più alta.
Allevamento, orticoltura e attività agroforestali sono praticate in sinergia, con gli obiettivi di ottenere un buon livello di fertilità del terreno, alternare le aree a pascolo con le aree coltivate, nutrire gli animali con foraggio e fieno autoprodotti, ottenere alimenti sani e vitali, instaurare un ciclo produttivo virtuoso per l’uomo e per l’ambiente e incentivare gli agricoltori locali a riprodurlo nelle rispettive piccole proprietà.
La produzione del centro comunitario viene venduta sul mercato locale: in parte alle mense scolastiche della subcontea, in parte alla popolazione delle immediate vicinanze che la acquista all’ingrosso per rivenderla al mercato e incrementare il proprio reddito. I ricavi ottenuti dalla vendita permettono al centro di sostenere le proprie attività al servizio della comunità.
Incontro volontari AVI con gruppi femminili della comunità di Manyonge -2016
Formazione
Alla Rieti farm viene introdotta la riforestazione, piantando oltre tremila alberi per contrastare l’erosione del suolo, fungere da barriera frangivento e ombreggiare il terreno, in modo da conservarne l’umidità e proteggere le orticole e le piante da frutto dal torrido sole tropicale.
La presenza di varietà arboree è di importanza strategica per la funzione educativa del centro, dove i piccoli produttori locali apprendono un nuovo approccio all’agricoltura che integra consapevolezza ecologica e conservazione ambientale.
Parte del terreno viene destinata a produzioni dimostrative che consentono di trasmettere la pratica della pacciamatura (tecnica agricola di protezione del suolo intorno alle piante, ndr) per conservare al massimo l’umidità naturale, la rotazione delle coltivazioni.
Le attività formative prevedono anche l’organizzazione di visite guidate in altre fattorie della regione, strategie di diversificazione del reddito domestico incentrate su pollicoltura e apicoltura, strategie di commercializzazione dei prodotti agricoli e tecniche di conservazione e stoccaggio dell’ortofrutta e dei prodotti caseari.
Attenzione particolare viene dedicata alla gestione dell’acqua, alle tecniche di potabilizzazione domestica, alle malattie veicolate da acqua infetta e alla loro prevenzione, e anche al riutilizzo a scopi irrigui.
Altri percorsi formativi sono incentrati su gestione della salute e la prevenzione delle patologie più comuni nella zona, come la malaria, la nutrizione bilanciata e le tecniche di conservazione e la preparazione del cibo, le dinamiche familiari, il ruolo maschile e femminile e quello dei giovani, i cambiamenti culturali e i conflitti intergenerazionali.
Durante l’emergenza Covid questi incontri hanno confortato e supportato una comunità disorientata e allarmata, e il centro ha assunto anche un ruolo di ammortizzatore sociale, interfacciandosi con le istituzioni locali e offrendo alla popolazione informazioni e materiali utili alla prevenzione del contagio.
Visitatori speciali
il nuovo apiario e l’arrivo delle attrezzature per la lavorazione del miele
L’attività del Centro è stata occasione formativa anche per alcuni studenti dell’istituto agrario Sartor di Castelfranco Veneto (Tv), che, nel 2018 e nel 2019, ha organizzato due visite in loco di altrettanti gruppi di studenti guidate dalla dirigente Antonella Alban, che lasceranno un ricordo indelebile nei giovani partecipanti.
Nel tempo la Rieti farm è diventata una tappa obbligata anche per chi si avvicina all’Avi per dedicare le proprie vacanze a visitare i suoi progetti di cooperazione internazionale.
Nuove idee, nuovo progetto
La pandemia ha dilatato di circa un anno i tempi di realizzazione del progetto, e la decisione del governo del Kenya di chiudere per l’intero anno scolastico 2020 tutte le scuole ha fortemente penalizzato la vendita dei prodotti alle mense, che dopo l’emergenza è fortunatamente ripresa.
Suor Gladys viene scherzosamente ribattezzata Iron sister per la tenacia e l’energia con le quali, a dispetto del suo fisico minuto, riesce a coordinare ogni cosa, mentre Sara svolge dall’Italia un lavoro certosino e prezioso di gestione contabile. Da questo scambio continuo nascono fatalmente nuove idee, anche per rispondere alle nuove fragilità sociali che la pandemia ha portato con sé.
Nasce così il nuovo progetto «A rural hub for change» con l’obiettivo di affrontare la crisi sociale ed economica che il Covid-19 ha lasciato in eredità, allargando l’ambito di azione anche ad altri villaggi della contea e perseguendo due obiettivi specifici: il contrasto alla disoccupazione giovanile e la valorizzazione del ruolo femminile nei processi di trasformazione e sviluppo delle comunità rurali.
Il sostegno al piccolo allevamento come attività integrativa di reddito
Sara e Gladys definiscono precise linee strategiche di intervento, volte a consolidare i risultati già acquisiti e a raggiungerne di nuovi: produzione agricola basata sulla diversificazione e sull’introduzione di nuovi prodotti come miele e funghi shitake; acquisto di nuove mucche da latte; realizzazione di un laboratorio per la trasformazione dei prodotti; formazione di gruppi di giovani e di donne in attività agricole sostenibili e generatrici di reddito. Ma anche consulenza per l’avvio di piccole imprese agricole; formazione nell’ambito della promozione della salute, della prevenzione, della nutrizione, dell’ecologia e della sostenibilità ambientale; promozione della cultura e dell’informazione attraverso la creazione di una biblioteca di comunità.
Gli investimenti prevedono l’acquisto di un trattore per ridurre la necessità di lavoro manuale e garantire alle lavoratrici una maggiore disponibilità di tempo per la vita familiare e la formazione personale; la costruzione di un apiario e di una fungaia; la realizzazione di un vivaio per diffondere l’agroforestazione, la realizzazione di un laboratorio per la produzione di marmellate, conserve e altri trasformati e, non ultimo, la costruzione di una biblioteca comunitaria, con annessa sala riunioni, a supporto delle attività educative e formative.
Il sostegno al piccolo allevamento come attività integrativa di reddito
In questa nuova fase vengono individuati come possibili beneficiari delle azioni di supporto alla piccola imprenditoria locale 250 giovani tra i 18 ed i 35 anni, e 150 donne. Mentre le attività formative e il servizio biblioteca si stima possano raggiungere 900 persone tra adulti e minori.
Nel frattempo, il Centro comunitario Rieti farm è diventato un punto di riferimento per le istituzioni locali, come gli uffici regionali del ministero dell’Agricoltura, la Jooust University di Bondo e due istituti agrari della contea, e ha istaurato collaborazioni e scambi anche con altri progetti di agricoltura sostenibile promossa nella regione da varie organizzazioni internazionali.