Kenya: Inondazioni a Parkati


C’è un villaggio praticamente sconosciuto nella profondità della Rifty Valley in Kenya, pochi chilometri a Sud del Lago Turkana. Per la gente di quel villaggio, nel 1981 padre Luigi Graiff, missionario della Consolata, ha dato la vita, ucciso da razziatori mentre andava per aiutare i più poveri. Quel villaggio si chiama Parkati.

La notte tra il 25 e il 26 aprile ha piovuto abbondantemente e Parkati è stata spazzata da un’inondazione terribile che ha causato la perdita di bestiame e la distruzione di edifici, comprese parti della scuola e del dispensario. Per fortuna non ci sono morti tra la gente perché è precipitosamente scappata verso le parti più alte della valle mentre l’acqua invadeva le capanne, i pochi negozi e i recinti del bestiame portando via tutto.

Un colpo terribile per una comunità che, duramente provata dalle distruzioni, è rimasta praticamente senza cibo a causa dei danni ai pochi negozi e alla morte di moltissime capre.

Le immagini parlano per loro. Si sono salvate la chiesa e la scuola materna, mentre le toilette sono da ricostruire.

Il villaggio di Parkati è nella diocesi di Maralal ed è servito dai missionari di Yarumal che hanno sede nella missione di Tuum.

notizia segnalata da Daniel Lorunguya

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Viaggio di solidarietà a Kherson e dintorni


La città di Kherson si trova nel sud del paese (foto 1). È costruita interamente sulla sponda occidentale del fiume Dnieper che lì vicino sfocia nel mar Nero. La città e stata occupata all’inizio della guerra alla fine di febbraio del 2022 e liberata l’11 novembre. La liberazione della città purtroppo non ha coinciso con la ritrovata pace. I soldati russi hanno arretrato sulla sponda orientale del fiume e da li costantemente colpiscono la città a poche centinaia di metri, separati soltanto dal fiume.

Foto 1

Qui vive don Massimo, parroco dell’unica parrocchia cattolica della città dedicata al Sacro Cuore, insieme al suo vicario anche lui don Massimo. Lì, con don Leszek Krzyża, direttore dell’ufficio di aiuto per le chiese dell’Est presso la conferenza episcopale polacca, abbiamo incontrati nell’ultimo nostro viaggio avvenuto tra il 17 e il 21 marzo. Don Massimo è giovane, ha solo 36 anni ed è nativo proprio di Kherson, guida la parrocchia nella quale e cresciuto da bambino. Abbiamo deciso di venirlo a trovare perché sappiamo che sono poche le persone che qui vengono, cosa da lui molto apprezzata. Ci diamo appuntamento in macchina fuori dalla città per essere da lui accompagnati. Occorre infatti passare diversi check point per entrare. Nell’ultimo controllo dopo aver mostrato i documenti e l’aiuto umanitario che trasportiamo: generatori di corrente e una stufa a legna, il soldato, indicandoci con un cenno che potevamo proseguire, ci dice in inglese «good luck», buona fortuna. La città di Kherson prima della guerra contava circa 300.000 abitanti, oggi ne ha circa 20.000. Il coprifuoco inizia alle 17.00 col divieto di uscire per le strade, ma in realtà ci spiega don Massimo già dalle 14.00 nessuno si vede più in giro. C’è un silenzio strano, profondo e triste, interrotto soltanto dai colpi sparati a pochi chilometri che risuonano nell’aria (video 2).

 

A distanza di un anno chi vive qui riesce a capire dal rumore chi e stato a sparare. Piu volte siamo tranquillizzati, non vi preoccupate questi sono i nostri.

Non potendo uscire, trascorriamo il pomeriggio e la serata nella casa parrocchiale (foto 3).

Foto 3

Facciamo lunghe chiacchierate alternando temi allegri che ci fanno sorridere a racconti più seri su quanto accade qui. Ci accorgiamo quanto sia importante l’esserci, l’ascoltarci e il guardarci, molto piu prezioso di tanti aiuti materiali che comunque, ringraziando il cielo, non mancano e che sono vitali per le persone che qui vivono (foto 4). In questo luogo anche la distribuzione degli aiuti e problematica. Il problema non è la mancanza di aiuti quanto il fatto che le persone si radunano insieme durante la distribuzione diventando cosi un possibile ed invitante bersaglio. Per questo motivo il giorno e l’ora vengono sempre cambiati. Nonostante la pericolosità e i divieti, alcuni, per essere tra i primi a ricevere gli aiuti, trascorrono la notte all’aperto aspettando.

Foto 4

Don Massimo ci accompagna nel solaio e ci mostra il buco lasciato dal razzo inesploso che è entrato nella soffitta a dicembre e oggi custodito come ricordo dopo essere stato messo in sicurezza lì vicino. Era il 23 dicembre. Le donne stavano preparando la chiesa per il Natale quando improvvisamente il rumore dal tetto. La notizia del “miracolo” aveva fatto velocemente il giro, amplificata dal web. E veramente inspiegabile quello che era accaduto. Tuttavia, la pubblicità fattasi attorno a questo ha preoccupato non poco chi abita qui perché il web e visto anche da coloro che sono dalla parte opposta del fiume…

Foto 5
Foto 5

La notte riusciamo a riposare e al mattino di buon’ora ci mettiamo in macchina per visitare la città. Qualche persona cammina per le strade principali per fare un po’ di spesa. Con sorpresa notiamo che funzionano gli autobus anche se non quelli elettrici perché i cavi sono stati tagliati. Tuttavia, l’impressione è quella di una citta vuota e triste. Andiamo sulla piazza centrale (foto 5) luogo prima di proteste e poi dei festeggiamenti. Il grande edifico del governatore ha sulla sinistra una parte completamente distrutta, centrata da un razzo, le finestre dell’ultimo piano che si affaccia sulla piazza sono tutte saltate e alcune penzolano nel vuoto. La parete laterale e stata centrata e distrutta (video 6).

 

Nel parco della città camminando con attenzione solo sui vialetti cementati colpiti dalle schegge dell’esplosioni (foto 7) ed evitando di calpestare l’erba dei giardini nascondiglio insidioso delle mine sparse dappertutto, ci avvinciamo alla grande torre televisiva che giace sul prato. Sarà lunga oltre 60 metri (video 8). Si avvicina a noi una macchina della polizia attirata forse del fatto che stiamo facendo fotografie, ma dopo pochi secondi prosegue oltre. Dai vialetti raccogliamo alcune schegge lasciate dai razzi, sono di metalli molto affilate e toccandole si può immaginare il danno che provocano lanciate all’impazzata dalla forza dell’esplosione.

Foto 7
Foto 7

 

Facciamo ancora un salto davvero breve fino alla sponda del fiume in una delle tante piazze della città che vi si affacciano. Si vede a poche centinaia di metri la sponda opposta coperta prima dai canneti che galleggiano sull’acqua e poi la terra ferma. Qui inizia la zona occupata (video 9).

 

Per motivi di sicurezza acceleriamo le operazioni, giusto il tempo di fare qualche foto e un breve video per poi tornare alla macchina e dirigersi in parrocchia. Essendo domenica mattina si celebra la Messa coi fedeli. Sono circa 20. Tra questi ci sono 3 bambini molto allegri e sorridenti quasi incuranti del luogo e delle condizioni in cui abitano (foto 10-11). Gli doniamo della cioccolata che apprezzano tanto. Quel giorno e la 4a domenica di quaresima chiamate laetare (gioire). La chiesa invita alla gioia nel cammino quaresimale perché le feste di Pasqua sono vicine. Un invito che anche qui risuona accolto nella fede e nella speranza.

Foto 11

Foto 10

Mikołajów

A poche decine di chilometri in direzione ovest quasi sulla sponda del mar Nero si trova la città di Mikołajów che raggiungiamo la domenica stessa. Qui si trova il Santuario di S. Giuseppe che oggi celebra la festa patronale. La città a differenza di Kherson non è stata occupata anche se porta i segni e le ferite dei tentativi di occupazione.

Dopo la celebrazione solenne, presieduta dal vescovo locale della diocesi di Odessa, a cui hanno partecipato decine di fedeli, ci troviamo coi sacerdoti. Tra loro siedono non solo i cattolici ma anche i greco cattolici e un prete ortodosso della chiesa ucraina. Il clima e piacevole e interessanti sono gli argomenti che scambiamo (foto 12).

Foto 12
Foto 12

È presente anche il «mer», il sindaco della città anche lui cattolico. Nella piazza principale della città si affacciano due grandi palazzi, uno del sindaco e l’atro opposto del governatore della regione. Il palazzo della regione si presenta con un gigantesco buco causato dallo scoppio di un razzo che lo ha centrato (foto 13).

Foto 13
Foto 13

Era le 8.30 di mattina quando avvenne lo scoppio. Per quel giorno era convocata una riunione di ufficio. Il presidente fece ritardo e si scusò mandando un messaggio. Nel frattempo, avvenne l’attacco che causò la morte di oltre 40 persone. Quel ritardo gli salvò la vita. Nel pomeriggio passeggiamo in centro recandoci in quel luogo. Il clima, a differenza di Kherson, è diverso. Sono molte le persone che passeggiano, giovani e bambini corrono con le biciclette in una domenica con le temperature già primaverili. Se non fosse per gli allarmi che di tanto in tanto risuonano, sembrerebbe quasi un ritorno alla normalità.

Fastow

Il giorno successivo sulla strada per Kiev ci fermiamo a Fastow, una cittadina a circa 100 km di distanza. Qui vive una comunità di Domenicani. Sono molto attivi. Lavorano con un gran numero di laici, giovani soprattutto. Ci accoglie padre Marco, ucraino. Dopo aver mangiato nel locale gestito dai giovani della comunità, visitiamo l’asilo e la scuola elementare. Quasi cento bambini provenienti dalle zone del fronte dove si combatte a Est, hanno trovato qui alloggio e l’accesso alla scuola. Le classi sono ben attrezzate e le insegnati garantiscono un ottimo lavoro (video 14).

 

Nel seminterrato sono allestiti tre piccoli locali rifugio. La procedura impone che ad ogni suono di allarme i bambini devo essere qui condotti fino al termine del cessato allarme (video 15). Questo purtroppo spesso accade, come nella giornata odierna e alcuni di essi manifestano un disagio e una sofferenza ogni qualvolta che devono qui scendere.

 

Nel giardino è allestita una tenda da campo sotto la quale ognuno, gratuitamente e in ogni momento, può qui venire e ricevere qualcosa di caldo, scaldato dalla cucina di campo posta all’esterno (video 16). Sul fondo della tenda si trova un gran presepio che dà il nome alla tenda.

Questa comunità e impegnata non solo qui, ma anche organizza viaggi al fronte per raggiungere i villaggi e portare aiuti alle famiglie che ancora là vivono. La sfida, ci racconta padre Marco, e quella di poter ricevere sempre gli aiuti da distribuire, mensilmente circa 200 tonnellate. Ci impegniamo anche noi a organizzare un nuovo trasporto di aiuto che possa qui arrivare (foto 17).

Foto 17
Foto 17

A margine di questo viaggio ci raggiunge la notizia della arrivo del tir che abbiamo spedito alla citta di Zaporoze costantemente sotto attacco. Riceviamo un calso ringraziamento del Vescovo locale (video 18),

 

Ringrazia anche la comunità dei frati cappuccini (foto 19) a Dnieper ai quali abbiamo mandato un altro trasporto contente aiuti e sistemi fotovoltaici che dovrebbero assicura l’energia elettrica.

Foto 19


Preghiamo per la pace, costruiamo la pace.

padre Luca Bovio
23 marzo 2023




Siria: Accerchiati e bombardati


I curdi del Nord Est della Siria sono stati fondamentali per fermare gli estremisti dello Stato islamico (Isis-Daesh). Dimenticato il loro contributo, oggi sono in balia dei vicini, la Siria di Assad e l’ambigua Turchia di Erdogan.

Semalka (confine Kurdistan iracheno-Siria), 10 novembre 2022. Entrare in Rojava non è semplice per uno straniero. Riesco a varcare il confine, con il visto giornalistico, dopo circa due mesi di iter burocratico. L’unico accesso al Nord Est della Siria è via terra, dal Kurdistan iracheno attraverso Semalka, valico aperto tre giorni a settimana. I controlli di sicurezza durano ore, sei nel mio caso. Attraverso la frontiera insieme ad altre poche decine di persone. Alcuni tornano a casa dopo essere stati, per motivi di salute, a Erbil, città curda con ospedali più moderni ed equipaggiati. Sono migliaia invece le persone in uscita, chi ne ha la possibilità prova a fuggire per cercare un futuro migliore.

Sono diretto a Qamishle (anche Qamishlo, ndr) una delle città principali del Nord Est della Siria e, per la sua posizione, un ottimo luogo come base logistica. A parte questo, le città del Rojava non hanno molto da offrire, quasi tutto sembra in uno stato di semi abbandono: case distrutte e mai ricostruite, cantieri di palazzi iniziati e mai terminati. Molte delle strade, fatta eccezione per alcune costruite con l’aiuto di Ong straniere, somigliano a sentieri sterrati. Piove molto al mio arrivo. Il maltempo ha tenuto alla larga per qualche giorno i droni della Turchia, ma ha riversato terra e fango sulle strade, rendendo ancora più difficile ogni spostamento. Tutte le città sono divise in quartieri, alcuni dei quali ancora sotto il controllo del regime di Assad.

Il medico «terrorista»

Per poter comprendere meglio quello che accade, visito il centro di riabilitazione della Mezzaluna rossa di Qamishle. Nella struttura vengono curati centinaia di pazienti feriti dai bombardamenti, dagli attentati e dalle decine di mine antiuomo lasciate dall’Isis, prima della sua ritirata.

È qui che incontro il dottor
Adnan Malla Ali, direttore del centro e medico degli sfollati interni (Internally displaced persons, Idp) che, in più di 300mila, dovettero fuggire da Afrin durante l’invasione turca del gennaio 2018.

«Non potrò mai dimenticare – racconta il medico – il giorno dell’attacco. Erano le 4 di pomeriggio, stavo curando dei bambini. Sentii il rumore dei razzi. All’inizio pensai fossero solo delle esplosioni isolate, la Turchia ha sempre attaccato le nostre città, come a “ricordarci” della sua presenza. Ma quel giorno è stato diverso. Gli aerei turchi hanno sganciato ben 72 bombe».

Perché la Turchia ha invaso proprio Afrin?, gli chiedo. «I fattori sono diversi: la vicinanza con il loro confine prima di tutto. Afrin poi, è anche la zona più verde di tutta questa regione, famosa anche per la qualità del suo olio d’oliva, forse il migliore di tutto il Medio Oriente. Ma a parte questo, è un’affermazione di potere. Erdogan ha manie di espansione e considera tutti i curdi dei terroristi. Io stesso sono annoverato nelle “liste nere” come terrorista, semplicemente perché, da medico, ho curato dei combattenti delle milizie curde».

Oltre a quanto affermato dal medico, molto dell’interesse nel Rojava deriva dalle sue risorse. Qui, infatti, si trova l’80% del petrolio di tutta la Siria. Il Rojava, però, non possiede raffinerie, infrastrutture che si trovano tutte nel territorio sotto il regime di Assad.

Nonostante le sue risorse e il suo ruolo chiave nella lotta al terrorismo, il Rojava oggi versa in uno stato di estrema povertà. Materie prime, forniture ospedaliere, medicine e qualsiasi prodotto inviato dall’estero non possono arrivare direttamente qui (almeno legalmente), tutto deve passare da Damasco. La logistica è sempre complicata, perché il regime di Assad non ha mai riconosciuto ufficialmente l’indipendenza di questo stato. L’unico canale di accesso è il Kurdistan iracheno, via però tutt’altro che semplice a causa di una grande mancanza di strade e un grave problema di sicurezza.

Inoltre, le città del Nord Est della Siria hanno pagato e pagano ancora un prezzo altissimo per la guerra contro l’Isis. Interi quartieri nelle città di Kobane e Raqqa sono in rovina, distrutti dai bombardamenti americani alcuni, e fatti saltare in aria dagli uomini di Daesh altri.

dottor Adnan Malla

Il campo di Al-Hol

E poi c’è l’onnipresente Turchia. L’operazione «Claw-Sword» (riquadro a pag.14) non è terminata con gli eventi del 19 novembre 2022. La sera del 23 novembre, infatti, alle 19.30, un nuovo attacco di droni ha colpito il campo di rifugiati di Al-Hol, uccidendo otto militari che lo sorvegliavano.

Vi arrivo qualche giorno dopo il bombardamento. Al-Hol è un campo di detenzione dove si trovano famiglie dei membri più radicali dell’Isis. Le persone al suo interno, ufficialmente, non sono accusate di nulla, ma per le forze di sicurezza curde sono potenziali terroristi. All’interno è impossibile vedere il volto di una donna adulta senza il burqa, molte hanno anche gli occhi coperti da un velo.

Lo spazio, dove sorge questa enorme tendopoli, è circondato da pali e reti metalliche. Ci sono diversi check point, guardie e veicoli blindati a presenziare ogni accesso. Ad accogliermi c’è Gihan, una giovane donna curda che si occupa della gestione del campo: «Qui vivono circa 53mila persone, l’80% sono donne, bambini e bambine fino ad un massimo di 12 anni. Il resto sono anziani e alcuni uomini adulti “Idp” (sfollati interni), che hanno perso la casa durante i vari conflitti. Il campo è diviso in diverse zone, quello dove ci sono gli Idp appunto, poi un’ulteriore divisione viene fatta per nazioni: c’è un settore dove si trovano solo iracheni e siriani. Un altro ancora raccoglie gli stranieri che arrivano da oltre 50 nazioni diverse, la maggior parte da Egitto, Tunisia e Kuwait».

Chiedo a Gihan se può spiegarmi cosa è accaduto la sera del 23 novembre, quando la Turchia ha lanciato l’attacco. Qual era il loro scopo? Perché attaccare voi? La donna racconta: «Erano le 19.30 quando abbiamo sentito due forti esplosioni. Abbiamo in seguito capito che erano state delle bombe sganciate da droni. Ci sono state diverse ore di panico ma l’attacco è stato ben mirato: ha colpito e ucciso otto delle nostre guardie. Le bombe non sono cadute nel campo ma bensì fuori dalle reti di protezione per colpire noi, le forze di sicurezza curde. Lo scopo, che la Turchia cerca di raggiungere da tempo, è quello di creare caos e destabilizzare il governo di Rojava. Uno dei metodi più usati è quello di colpire luoghi come il nostro in modo che potenziali terroristi possano scappare e riunirsi alle cellule di Daesh operanti così da organizzare nuovi attentati. Qui, fortunatamente, siamo riusciti a riprendere chi cercava di fuggire. In un altro campo invece, nella città di Al-Hassakah, dopo i bombardamenti ci sono state diverse evasioni. Se usiamo le nostre risorse per continuare a combattere l’Isis e riprendere chi scappa, saremo più deboli nel momento in cui la Turchia dovesse invaderci. Questo sembra essere il loro piano».

Chiedo: «Pensa che, all’interno dei campi come questo, ci siano davvero molti potenziali terroristi?». «Assolutamente sì – risponde sicura -. Lo sappiamo noi, lo sa la Turchia, lo sanno le forze di coalizione. Posso fare molti esempi a riguardo. Qualche giorno fa, nel settore degli egiziani, sono state trovate due ragazzine morte, due sorelle assassinate. Abbiamo allora fatto una perquisizione e, nelle tende, abbiamo trovato centinaia di armi, soprattutto Kalashnikov e Rpg (entrambi di produzione russa, ndr). C’era un arsenale sufficiente a cominciare una nuova guerra. All’interno del campo abbiamo scuole e anche 20 ambulatori. In uno di questi uno dei nostri dottori ha curato la gamba di un ragazzino, per mesi. Il bambino di sette anni era stato colpito da alcune schegge di granata. Alla fine della cura, il bambino ha detto al medico: “Quando sarò grande, uscirò da qui e ti ucciderò. Lo farò velocemente, tagliandoti la testa per non farti soffrire perché, mi hai curato, ma sei pur sempre un infedele”. Noi operatori, molto spesso, abbiamo paura perché il campo è enorme e gli eventi sono imprevedibili. Il prossimo passo per la sicurezza sarà un’ulteriore divisione dei settori, in modo da poter avere più controllo. Benché la maggior parte dei residenti siano donne e bambine, ogni anno nel campo ci sono circa sessanta nuove nascite».

«Allah Akbar»

Lasciato l’ufficio di Gihan, comincio a camminare per le stradine fangose della tendopoli, mi rendo subito conto dei problemi di sicurezza di cui mi parlava la manager. All’ingresso del settore egiziano e tunisino, io e il mio interprete siamo bersagli di una sassaiola. Il lancio di pietre comincia prima da alcuni ragazzini a cui, man mano, se ne aggiungono altri e in seguito anche donne. Molti urlano: «Allah Akbar» (Dio è grande), esclamazione spesso usata prima degli attentati. Siamo costretti a lasciare questo primo settore.

Entrando nella zona a maggioranza irachena e siriana, l’accoglienza è molto diversa. Vengo accerchiato da tantissime donne, non vogliono darmi il proprio nome ma vogliono descrivermi le condizioni in cui vivono. Una signora, nella parte del campo destinata al mercato, mi racconta: «I nostri mariti sono in galera ma noi non abbiamo fatto nulla. Siamo rinchiuse qui a crescere i nostri figli, senza soldi né risorse. È vero, il cibo è gratis ma è poco, non basta praticamente mai. Manca tutto, sono tre giorni che siamo senza corrente e per quattro siamo stati senz’acqua. Non c’è il diesel per il riscaldamento e nelle tende si muore dal freddo. Veniamo trattate come criminali. Alcuni militari mi hanno anche rubato i soldi».

I racconti di chi gestisce il campo, e di chi ci vive, sono tra loro estremamente contrastanti. In questo clima, è molto difficile capire chi, tra le persone rinchiuse qui, sia innocente e chi un potenziale pericolo.

Incertezze e pericoli

I bombardamenti degli ultimi mesi sono solo l’ultimo capitolo di una regione che non trova pace. Nella conferenza stampa del 30 novembre, il generale Abid Mazloum, comandante dell’Sdf (Syrian democratic force) ha dichiarato: «In caso di invasione da parte della Turchia saremo pronti a combattere e combatteremo. Quello che però gli stati occidentali devono capire è che, se saremo impegnati in una guerra contro la Turchia, non potremo usare le nostre risorse per continuare a combattere l’Isis e mantenere quello stato di sicurezza garantito fino ad ora. Una nuova guerra, inoltre, significherà migliaia di nuovi profughi che scapperanno dai luoghi in conflitto e quindi, una nuova emergenza umanitaria. Una guerra in Rojava non riguarderà solo il Rojava, ma sarà un problema anche per tutti quegli stati che hanno interessi in Medioriente».

Nel 2018, dopo le molte battaglie vinte contro l’Isis, i media occidentali osannavano le milizie curde. Si guardava al Rojava come un grande esempio di democrazia e convivenza tra religioni. Il Nord Est della Siria oggi è circondato dai suoi nemici: da una parte le forze ostili del regime di Assad, dall’altra le numerose cellule dell’Isis ancora attive. A tutto questo, si aggiunge la Turchia con i suoi raid aerei e una lotta senza sosta contro l’etnia curda. Erdogan continua a mantenere le proprie truppe vicine al confine, pronte per un’invasione via terra. Nonostante Onu e Usa abbiano condannato gli attacchi contro il Rojava, nessun passo concreto è stato fatto per scongiurare quello che potrebbe essere un nuovo, sanguinoso conflitto in quest’angolo di Medio Oriente.

Angelo Calianno
(1- continua)


Il Rojava e i curdi

La lotta per uno stato indipendente

Il Rojava è uno stato, autoproclamatosi indipendente, che comprende i territori del Nord Est della Siria. In lingua curda, la parola Rojava sta a identificare il luogo dove tramonta il sole: l’Ovest. Non essendo ufficialmente riconosciuto da nessuna nazione, a parte il Kurdistan iracheno, nei documenti ufficiali ci si riferisce a quest’area geografica come: Siria del Nord Est o Kurdistan dell’Ovest.

Gli storici fanno risalire la lotta curda per una propria patria al 1916 con l’accordo Sykes-Picot, conosciuto anche come accordo sull’Asia minore.

Questa trattativa stipulava un’intesa segreta fra l’Inghilterra, rappresentata da Mark Sykes, e la Francia, rappresentata da Georges Picot, con l’assenso della Russia zarista. L’accordo ridefiniva confini e controllo dei territori dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Il piano Sykes-Picot lasciava i curdi senza una propria nazione, divisi in un territorio frammentato tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.

La prima forma di governo in Rojava arriva nel 2012 quando le milizie curde prendono il controllo di alcune delle principali città istituendo il Dfns (Democratic federation of north-eastern Syria). La nascita ufficiale dello stato e la sua dichiarazione di indipendenza avviene nel 2016.

Oggi il Rojava è amministrato dall’Aanes (Autonomous administration of North and East Syria), una coalizione politica formata da: Sdc (Syrian democratic council), e dall’Sdf (Syrian democratic forces). Quest’ultimo gruppo racchiude, in un unico corpo militare, milizie curde e ribelli di diverse etnie e credi religiosi.

L’esperimento democratico in Rojava è stato oggetto di studio di centinaia di attivisti e ricercatori di tutto il mondo. La sua «Carta del contratto sociale» (una sorta di Costituzione provvisoria) prende ispirazione dall’ideologia del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), e dalla filosofia del suo leader Abdullah Ocalan che, nel 1978, fondò il partito di stampo marxista leninista. L’idea di base del Pkk e di Ocalan è quella di un decentramento del potere denominato: «Confederalismo democratico». I punti fondamentali sono: uguaglianza e pari rappresentanza per ognuna delle religioni ed etnie presenti nello stato; istruzione gratuita e accessibile per tutti; assoluta parità nei ruoli tra uomini e donne. Detto questo, Ankara considera il Pkk, e chiunque gli sia collegato, come un gruppo terroristico. Da 22 anni, Ocalan è incarcerato nell’isola prigione di İmralı a Bursa, in Turchia, dove sta scontando l’ergastolo.

Le continue migrazioni, lo spostamento dei confini e le migliaia di profughi interni, rendono difficile una stima del numero degli abitanti in Rojava. L’ultima statistica risale al 2021 e contava 4 milioni e 500 mila abitanti. Il 60% della popolazione è di etnia curda anche se, dopo l’annessione delle città di Manjin, Deir ez Zor e Raqqa, riconquistate dopo essere state sotto il controllo dell’Isis, la proporzione della popolazione araba ha quasi eguagliato quella curda.

Le altre minoranze sono rappresentate da: Yazidi, Turkmeni, e Cristiani (divisi tra Siriaci, Assiri, Armeni, Greco ortodossi). Prima della guerra contro l’Isis, i cristiani erano 150mila, ora una stima approssimativa ne conta 55mila.

Gli abitanti del Rojava si considerano in guerra con la Turchia, anche se nessuna comunità internazionale riconosce questo conflitto. Un’inchiesta della Bbc, effettuata tra il 2016 e oggi, ha contato più di duecento «incidenti di confine», azioni in cui la Turchia, con diversi pretesti, ha attaccato e provato a invadere il Nord Est della Siria.

Angelo Calianno


I giochi politici della Turchia

La guerra di Erdogan ai Curdi

Il 19 novembre 2022 la Turchia ha lanciato l’operazione Claw-Sword (spada-artiglio), una serie di bombardamenti aerei che hanno attaccato il Nord Est della Siria, la regione a maggioranza curda conosciuta come Rojava (*).

L’offensiva ha colpito diversi obiettivi nelle città di Kobane, Raqqa, Al-Hassakah, Al- Malikiyah e Darbasiya. I portavoce dello Stato maggiore turco hanno dichiarato di aver centrato solo bersagli militari e potenziali terroristi. In realtà, ci sono state anche diverse vittime civili, tra cui Issam Abdullah, giornalista siriano ucciso durante un raid aereo mentre intervistava dei contadini nelle zone rurali di Al-Malikiyah. L’operazione Claw-Sword è nata come risposta all’attentato di Istanbul del 13 novembre 2022 quando, su Istiklal street, una delle principali vie dello shopping della capitale, una forte esplosione ha ucciso 6 persone e ferito altre 81. Il giorno dopo veniva arrestata una donna di origine siriana, Ahlam Albashir, accusata di essere l’esecutrice materiale dell’attentato. I primi comunicati stampa da parte del governo turco hanno affermato che la donna è stata addestrata dalle milizie curde dell’Ypg (unità di protezione popolare curda), e che l’attentato sarebbe stato ordinato dal Pkk (Partito dei lavoratori).

Il ministro dell’interno turco Suleyman Soylu, a seguito del messaggio di cordoglio da parte degli Stati Uniti, ha dichiarato: «Rifiutiamo le condoglianze da parte degli Usa. Sono nostri alleati ma, nello stesso momento, finanziano organizzazioni terroristiche curde che minacciano la nostra libertà».

Cosa accade ora in Rojava dopo l’offensiva turca? Ci sono davvero le milizie curde dietro l’attentato a Istanbul? Ad oggi non si hanno più notizie di cosa sia accaduto alla sospettata, Ahlam Albashir. Nessuna novità riguardante le sue dichiarazioni o quelle degli altri 46 arrestati. Sia il Pkk che l’Ypg negano con forza qualsiasi coinvolgimento, accusando Erdogan di aver strumentalizzato la tragedia, usandola come ennesima scusa per attaccare e invadere il Rojava. Non è la prima volta, infatti, che la Turchia lancia offensive verso questa parte della Siria. Anzi, queste sono state una costante sin dalla nascita di questo stato. Uno degli attacchi più cruenti, poi seguiti da un’invasione e occupazione da parte dei Turchi, è avvenuto nel 2018 per l’importante città di Afrin. Durante quell’anno, le milizie curde dell’Ypg si rendevano protagoniste nella guerra contro l’Isis, sconfiggendo decine di cellule terroristiche e costringendo gli uomini dello Stato islamico a fuggire dai principali centri abitati. Subito dopo queste vittorie, la Turchia attaccava e invadeva Afrin, considerato luogo di nascita e attuale centro dei movimenti politici curdi. Questa operazione, denominata Olive Branch (Ramoscello d’ulivo), fu eseguita anche con il supporto economico dell’amministrazione Trump.

Gli Stati Uniti hanno un ruolo molto ambiguo nel Nord Est della Siria, essendo da una parte al fianco dei curdi nella coalizione anti Isis, dall’altra alleati strategici della Turchia.

An.Ca.

(*) La regione è stata interessata dal devastante terremoto dello scorso 5-6 febbraio (mentre questa rivista andava in stampa). In particolare, è stata colpito il centro di Afrin, oggi in mano turca.




Libia: Le macerie della guerra


Una città abitata da discendenti degli schiavi. Una popolazione che durante la guerra si è schierata dalla parte sbagliata. Tawargha ha pagato tutto questo con l’annientamento della sua comunità. Vediamo cosa è successo durante la guerra e che ne è oggi.

Siamo a Misurata, nel luglio 2012. Ciccio è ossessionato dal ricordo del suo chihuahua. Si chiamava Alex: un omaggio al suo idolo calcistico Alessandro Del Piero. Alex è morto nella primavera del 2011, nella fase più calda della guerra civile libica. Terrorizzato dal colpo di un mortaio esploso vicino casa, aveva cercato rifugio in una grondaia nella quale era rimasto incastrato. Ciccio lo ha trovato lì, morto.

«Il cuore di Alex – ricorda Ciccio – non resistette allo stress di quei giorni. A Misurata non faceva altro che piovere piombo».

Ciccio è di Misurata, una delle città che più hanno dato filo da torcere agli uomini di Muammar Gheddafi. La sua famiglia conta ben nove martiri della rivoluzione. La perdita di tutti quei parenti lo aveva scosso, ma non così tanto da indurlo a imbracciare un fucile per vendicarli e liberare la Libia da Shafshufa (Ricciolone), come veniva chiamato sottovoce il Rais. È stata la perdita di Alex a sancire l’inizio del nuovo corso rivoluzionario di Ciccio.

«Vedere il mio Alex morto di crepacuore fece scattare qualcosa in me. Era la creatura più innocente sulla faccia della terra. Montò in me una collera mai provata prima e il giorno seguente ero già un thuwar (rivoluzionario)».

Murad – il vero nome di Ciccio – ha 27 anni. Ciccio è il soprannome che i suoi compagni d’armi gli hanno affibbiato quando si è presentato alla qatiba (brigata) cui appartenevano alcuni dei suoi cari perduti in combattimento. L’ingombrante stazza di Murad, sommata alla diffusione della lingua italiana in Libia, non ha lasciato scampo al ragazzo: il nome di battaglia «Ciccio» è stato un plebiscito.

Ciccio il miliziano

Da oltre un anno Ciccio fa parte della qatiba misuratina Malik Idris, in onore di re Idris, detronizzato nel 1969 a seguito del golpe di Gheddafi.

Il quartier generale della Malik Idris si trova all’ingresso Ovest di Misurata, sullo stradone che collega la città alla capitale Tripoli. L’intero compound è circondato da scheletri di carri armati e pick up andati distrutti durante la guerra.

È luglio inoltrato, il caldo è asfissiante e le prime ombre della sera non portano alcun refrigerio. È finalmente arrivata l’ora della rottura del digiuno del Ramadan. Un’unica scodella con del latte di mandorla viene fatta girare tra i miliziani e il primo a poggiarci le labbra è Ali, il capo della Malik Idris.

Poco più che quarantenne, fisico asciutto e baffi neri, Ali apre la busta di datteri da distribuire ai suoi. «Guai a te se te li mangi tutti come l’ultima volta», intima Ali al povero Ciccio. «È un bravissimo ragazzo, ma ha un chiodo fisso: quel chihuahua. Mi chiedo come possa piacere tanto una bestia del genere».

Incurante, Ciccio caccia dalla tasca dei jeans un Nokia malconcio sul cui display c’è una foto che lo ritrae con Alex in braccio. «Lui è dalla mia parte. Mi porta bene! Se sono sopravvissuto a Shafshufa è anche un po’ merito suo». Bacia lo schermo del cellulare come se fosse una reliquia.

La guerra è ufficialmente finita da quasi un anno. Tutto fa sperare al meglio per la nuova Libia hurra (libera). Ma nessuno vuole abbandonare le armi, e la qatiba Malik Idris non è da meno. Ali e i suoi uomini vogliono dimostrare cosa fanno i rivoluzionari in tempo di pace.

L’appuntamento è per l’indomani all’alba. I thuwar, puntualissimi, si fanno trovare già con i motori accesi a bordo di due pick up tirati a lucido. Saldata sui cassoni, l’immancabile artiglieria contraerea.

Oltre a Ciccio e ad Ali, ci sono Mohamed, cinquantenne capo in seconda; Salam, appena diciottenne; Abdul-Kareem, trentenne; Amir, l’undicenne primogenito di Ali che maneggia il kalashnikov con la destrezza di un veterano. I thuwar, in tre per vettura, sono eccitatissimi. «Si va a caccia di negri a Tawergha», annuncia con un ghigno Ali.

Città fantasma

Tawergha, distante una quarantina di chilometri da Misurata, è stata ridotta a un cumulo di macerie dalla furia della qatiba di Misurata. Prima della rivoluzione del 2011 era abitata dai circa 35mila neri discendenti degli schiavi condotti in Libia nel corso del XVIII secolo. Oggi è deserta.

Gheddafi aveva piazzato ad hoc molti tawergha (pure il nome degli abitanti, ndr) agli alti ranghi dell’esercito e della pubblica amministrazione. Durante la guerra, Tawergha era stata anche la base di lancio dei missili governativi Grad che avevano messo in ginocchio Misurata.

«Odiamo i negri tawergha – afferma senza giri di parole Mohamed – perché stuprarono le donne misuratine durante la guerra. Per questo ci siamo scatenati contro di loro».

Mohamed, Salam e Ciccio, l’equipaggio del pick up che fa da apripista, giurano di non avere in famiglia casi di donne violentate.

Difficile arrivare a un numero approssimativo delle presunte violenze sessuali perpetrate dai tawergha. L’Onu non dispone di dati attendibili. A Misurata c’è chi sostiene di avere visto i video degli stupri scovati nei cellulari confiscati ai prigionieri tawergha, ma sono immagini che con ogni probabilità non verranno mai utilizzate come prova davanti a un tribunale, soprattutto per la reticenza dei familiari delle vittime.

Tawergha è una città fantasma. Mohamed ha una mano sul volante e l’altra sul kalashnikov. Appena scorge in lontananza un cagnone nero che rovista tra i rifiuti in cerca di cibo, lo punta, si scaglia contro di lui a tutta velocità, caccia fuori dal finestrino del pick up l’arma e fa fuoco con la mano sinistra, non la sua preferita. «Sarà appartenuto a un tawergha e quindi è un cane tawergha», urla e digrigna i denti. Manca di parecchio il bersaglio. A tutta velocità i pick up percorrono quella grande groviera che è diventata la città. Inchiodano davanti a una villetta danneggiata esternamente dal fuoco e disabitata. «È questa qui. Dai, rapidi», urla Ali.

Ha inizio lo spettacolo: Ali fa fuori due caricatori contro la credenza della cucina e un frigorifero malandato; Mohamed mette in fila delle bottiglie, e questa volta centra ogni bersaglio al primo colpo; con una spranga di ferro Abdul-Kareem si scaraventa contro le pale di un ventilatore da soffitto; Salam sfonda a calci le ante di un armadio nella camera da letto dei bambini; il piccolo Amir raggruppa dei giornali ingialliti e gli dà fuoco senza riuscire ad appiccare un incendio: «La benzina! Dovevo portare la benzina!»; Ciccio urina sulle foto di famiglia trovate in un ripostiglio.

Il tutto dura più di mezz’ora. Ali prende una mappa di Tawergha e con un pennarello fa una croce sul punto dove è segnata la villetta. «Ogni volta che visitiamo una casa – sorride il capo – la segniamo qui. Ci manca poco per passare al setaccio tutta la città».

I tesori dei Tawergha

Ciccio sussurra qualcosa all’orecchio di Ali. «Ok ma fa presto. E se trovi qualcosa voglio la mia parte», gli risponde il comandante. Ciccio afferra una pala dal cassone del pick up e comincia a scavare davanti l’uscio della villetta vandalizzata. Secondo una recente leggenda, durante la guerra, al momento della fuga dalla città, i tawergha avrebbero scavato delle buche all’ingresso di casa seppellendo oggetti preziosi per non farli finire nelle mani dei thuwar. E, vuole sempre la leggenda, i tawergha approfitterebbero delle tenebre per recuperare i loro tesori.

Ciccio raggiunge il gruppo a mani vuote e tutto sporco di terra. Il goffo miliziano emana una puzza di sudore acido che fa subito scattare le battute impietose dei suoi compagni. Ripone la pala nel cassone e sbuffa sonoramente. È tempo di ripartire. Per i 250 chilometri che dividono Tawergha da Tripoli, disseminati di posti di blocco delle milizie, quasi non viene proferita parola. La sete e la fame del Ramadan si fanno sentire.

Essere nero in Libia

La tappa successiva è il campo per sfollati di Fellah, alle porte della capitale. Prima della guerra questo era il cantiere di una clinica privata. Oggi sono rimasti solo una quindicina di container utilizzati per ospitare i tawergha scappati dalla loro città. L’Onu presta una modestissima assistenza a circa mille sfollati della città fantasma che non hanno potuto trovare una soluzione più dignitosa, magari all’estero. La «sicurezza» è gestita dai thuwar. Non è un’impresa semplice convincere Ali e la sua truppa a rimanere al di fuori della recinzione. Vogliono assistere ai colloqui con gli sfollati. «Quei negri – sbotta Mohamed – raccontano un sacco di balle. Sono delle serpi, negano di avere violentato le figlie di Misurata». Ma alla fine desistono e optano per un riposino all’ombra di una palma.

Gli anziani tawergha sono tutti riuniti sotto un tendone. «Non abbiamo nulla da perdere, ci ammazzassero pure quei cani. Questa non è più vita per noi», esordisce Houssein, 73 anni, maestro di scuola elementare in pensione, che durante la guerra ha perso sette dei suoi undici figli. «Essere nero in Libia oggi vuol dire essere un uomo morto. È vero, Tawergha è rimasta fedele a Gheddafi fino alla fine. Ma che potevamo fare?».

«Siamo cittadini libici – interviene Omar, 68 anni, che a Tawergha aveva un piccolo ristorante – e abbiamo dei diritti che vengono calpestati di continuo. Gli stupri delle donne ci sono stati da una parte e dall’altra. E poi, dato che siamo neri, ci associano ai mercenari africani assoldati da Gheddafi».

Una donna spinge la sedia a rotelle di Samir, 27 anni. L’uomo è in queste condizioni da quasi un anno. Fuggiva da Tawergha insieme al fratello maggiore Yoosuf. I due sono incappati in una qatiba misuratina. I miliziani hanno pestato a sangue i due fratelli fino a spaccare loro le ossa di braccia e gambe. L’ultimo colpo in testa, sferrato con una mazza di legno, è stato letale per Yoosuf. Samir ha visto un solo dottore dopo settimane dall’aggressione, troppo tardi per ricomporre le fratture riportate.

Il tempo a disposizione al campo di Fellah è terminato. È Ciccio a comunicarlo, indicando col dito l’orologio al polso. Una volta varcata l’uscita, senza dire nulla, Ciccio corre indietro verso gli anziani tawergha. Visto da lontano, il miliziano sembra usare modi gentili nei loro confronti. Ma la cortesia dura ben poco: Ciccio comincia a imprecare contro di loro, arrivando a puntargli contro il kalashnikov. «Non mi hanno voluto dire dove hanno sepolto i loro tesori. Gli ho pure proposto che avremmo potuto fare a metà, che l’oro l’avrei recuperato io. Sono furbi quei negri, vogliono tenersi tutto per loro».

Aprile 2021

Dopo nove anni dal nostro viaggio, ci domandiamo come sia la situazione della città di Tawerga oggi, se continua a essere una città fantasma o meno. Riusciamo a contattare due tawergha. Non è stato facile. Hanno accettato di parlare a patto di rimanere nel più assoluto anonimato. Sono due cugini di Tawergha, dal 2011 residenti a Tripoli.

Raggiunti via Skype, si mostrano in video con delle sciarpe che coprono la parte inferiore del volto. Hanno gli occhi scavati e una profonda stempiatura. Sembrano avere più anni di quelli dichiarati, 33 e 36. Si percepisce subito che i due uomini sono molto affiatati: uno termina le frasi dell’altro.

Spiegano che la tregua stipulata nel 2019 tra Misurata e Tawergha sembra tenere, e che da allora circa 4mila persone hanno fatto ritorno alla città fantasma. «Noi abbiamo deciso di vivere in capitale ma abbiamo alcuni parenti che hanno preferito riappropriarsi delle loro case. Non è un’impresa facile rimettere in piedi una montagna di macerie, specialmente quando i fondi a disposizione sono scarsissimi».

Il governo di Fayez al-Serraj ha stanziato circa 100 milioni di dinari (circa 18 milioni di euro) per la ricostruzione di Tawergha e i risarcimenti ai familiari delle vittime di Misurata morte in battaglia contro i tawergha. «Non è chiara la distribuzione di questo denaro e se realmente è arrivato a destinazione», si fanno eco i due cugini.

Le uniche attività commerciali che hanno riaperto a Tawergha sono negozi di alimentari e qualche ferramenta. «Per qualsiasi altro prodotto bisogna mettersi in macchina e raggiungere Misurata, con il rischio di essere presi a schiaffi solo per il colore della pelle, oppure andare a Tripoli. Che razza di vita può mai essere questa?».

Il neo governo di Mohamed al-Menfi (in carica dal 15 marzo scorso, ndr) si è detto interessato alla rinascita di Tawergha. «È giusto dargli il tempo di lavorare, ma non vogliamo farci troppe illusioni. Tutti sanno ciò che ha dovuto subire la nostra gente, peggio di come siamo stati trattati dalla cacciata di Gheddafi non può certo andarci».

Dalla fine della guerra, la maggior parte dei tawergha si è stabilmente stanziata a Tripoli e Bengasi. Persone che sono riuscite, tra mille difficoltà, a ricostruirsi una parvenza di vita normale grazie a lavori umili. Gli stessi due cugini, ai bei tempi di Tawergha geometra e titolare di una ditta di spedizioni, attualmente sono impiegati come netturbini con una paga da fame.

«Quelli che sono tornati non vogliono parlare, temono rappresaglie. Non crediamo che Tawergha si ripopolerà più come una volta. Ormai quello è un luogo di dolore, non è rimasto nulla di buono lì. Neanche i tesori di cui tanto hanno parlato i thuwar di Misurata».

Luca Salvatore Pistone