Cina. La ciotola di ferro


L’economia di Pechino cresce meno rispetto al passato e la disoccupazione giovanile è alta. Anche per questo si sono diffusi termini come «tangping» (stare sdraiati), «neijuan» (involuzione), «bailan» (lasciare marcire), indicatori di un malessere preoccupante, soprattutto tra i più giovani.

«Posso semplicemente dormire nella mia botte godendomi un bagno di sole come Diogene, o vivere in una grotta come Eraclito e pensare al “logos”. Poiché su questa terra non è mai esistita davvero una scuola di pensiero che esalti la soggettività umana, posso crearla io stesso. Stare sdraiati (tangping) è il mio movimento filosofico: solo stando sdraiato l’uomo può diventare misura di tutte le cose».

Nell’aprile 2021, sul forum Baidu Tieba, un giovane cinese di nome Luo Huazhong spiegava il motivo che lo aveva portato a scegliere uno stile di vita sobrio e minimalista.

Annoiato dalla routine, nel 2016 il ventiseienne aveva lasciato un lavoro in fabbrica poco gratificante. Inforcata la sua bici, aveva poi pedalato per 2.100 chilometri dalla provincia del Sichuan al Tibet tra vallate sconfinate e paesaggi mozzafiato. Tornato nella sua città natale, nella Cina orientale, all’epoca del suo post, trascorreva il tempo leggendo libri di filosofia e tirava a campare con lavoretti da 60 dollari al mese. Certo, ormai poteva permettersi solo due pasti al giorno, ma – come recitava il post – meglio stare sdraiati ad assaporare i piccoli piaceri della quotidianità piuttosto che trascorrere le proprie giornate sulla catena di montaggio.

Cinesi e «sdraiati»

Luo non è l’unico a pensarla così. Nel 2021, la parola tangping è stata annoverata tra i dieci meme più popolari dell’anno dal «Centro nazionale di monitoraggio e ricerca delle risorse linguistiche», agenzia affiliata al ministero dell’Istruzione cinese. Secondo un sondaggio condotto nel 2022 dalla società di ricerca Tsingyan Group, circa il 96% di seimila rispondenti ha affermato di conoscere persone «sdraiate», con una concentrazione maggiore tra la popolazione di età compresa tra i 26 e i 40 anni.

La viralità del tangping non è, però, solo un fenomeno di costume, una moda del momento. È il sintomo di un malessere più ampio: come altrove, anche in Cina, le aspettative personali cambiano di generazione in generazione. Ma nella Repubblica popolare, più che altrove, l’insolita «apatia giovanile» rispecchia la mancanza di prospettive professionali.

D’altronde gli «sdraiati» sono in buona compagnia. Negli ultimi anni la blogosfera cinese ha generato espressioni simili a tangping: neijuan (involuzione) e bailan (lasciare marcire) sono termini che – sebbene con gradi diversi – esprimono ugualmente il profondo pessimismo dei più giovani verso il futuro. La crescita cinese rallenta e i millennials (si intende la generazione nata negli anni ‘80 e prima metà ‘90, ndr), cresciuti nell’era della prosperità, sperimentano le prime difficoltà economiche.

Grafico con i dati sul tasso di disoccupazione in Cina. Immagine Statista.com.

Stipendi da 256 euro

Stando alla Banca mondiale, nel 2022 il reddito pro capite cinese si aggirava sui 13mila dollari rispetto ai mille scarsi del 2000. Ma ora «l’ascensore» sembra essersi un po’ fermato.

Dall’inizio del Covid, per molte categorie professionali gli stipendi sono rimasti invariati o sono persino diminuiti. Secondo uno studio della Beijing Normal University, circa 964 milioni di persone in Cina guadagnano ancora meno di 2.000 yuan al mese (256 euro). Nel migliore dei casi si tratta di una fase di assestamento. Nel peggiore degli scenari, sono già i primordi della famigerata «trappola del reddito medio»: se così fosse, esaurita la scintilla del progresso, il gigante asiatico sarebbe condannato a restare bloccato in una fase di stagnazione. D’altronde, la mobilità sociale è in evidente fase di stallo.

Settori che hanno trainato la locomotiva cinese nei primi anni Duemila sono entrati in crisi: l’immobiliare – bene rifugio per molte famiglie cinesi – risulta distorto da decenni di bolla speculativa. L’economia digitale – miniera d’oro di Alibaba, Tencent & Co. – sconta ancora il colpo di coda della pandemia. Complice la stretta normativa avviata dal Governo tre anni fa per disciplinare le big tech: come in Occidente, anche in Cina sono fioccate accuse di pratiche anticompetitive, ma anche di sfruttamento. Non è un caso che i vari meme tangping, neijuan e bailan, abbiano attecchito soprattutto tra gli impiegati nell’Information technology (It), mediamente ben pagati, certo, ma sottoposti a turni di lavoro mortali (nel vero senso della parola).

Per ammortizzare il calo dei ricavi, nel 2022, Alibaba ha ridotto la propria forza lavoro di 19.576 unità, per poi effettuare un ulteriore taglio di 11.065 posti, arrivando a circa 230mila dipendenti (luglio 2023). «Ottimizzazioni» simili sono state annunciate da Tencent e dagli altri principali competitor nazionali per un totale di 216.800 posizioni chiuse tra luglio 2021 e marzo 2022. Strage anche nel comparto del tutoring online, sottoposto a un’analoga campagna di rettificazione. Mentre il Governo cinese puntava ad alleggerire la spesa delle famiglie e il carico degli studenti, l’unico risultato concreto della ferrea regolamentazione è riscontrabile nella perdita di almeno un milione di posti di lavoro. L’impatto in termini occupazionali è molto più devastante considerata la popolarità del settore tra i giovani alle prime esperienze professionali. Un bel problema per i neolaureati che, secondo stime del ministero dell’Istruzione, il prossimo anno raggiungeranno quota 11,79 milioni, 210mila in più rispetto al 2023. Quel che è peggio i numeri vanno proiettati nel calo generalizzato del settore dei servizi, e in particolare del comparto privato; proprio quello che assorbe ben l’80% dell’occupazione urbana, ma lo scorso anno quello stesso comparto privato ha rappresentato solo il 40% delle 100 maggiori società quotate del paese, il valore più basso dal 2019.

Panorama di Shenzhen. Foto Darmau – Unsplash.

Voglia di pubblico

Al tentativo di rafforzare il controllo statale sull’economia, i giovani hanno risposto come prevedibile. Ovvero facendo a gomitate per aggiudicarsi la cosiddetta «ciotola di ferro»: lavori nel settore pubblico retribuiti così così, ma stabili e con numerosi benefit. A novembre, 2,25 milioni di persone hanno sostenuto l’esame nazionale per diventare dipendenti pubblici a fronte di soli 39.600 posti vacanti. Altri, al contrario, valutando la precarietà del momento, hanno optato per soluzioni di transizione. Nel 2021 erano circa 200 milioni i «lavoratori flessibili», inclusi 4 milioni di rider e oltre 1,6 milioni di live streamer (coloro che trasmettono in diretta via web). Un trend, quello della gig economy, rimasto costante anche una volta rimosse le misure anti Covid. Secondo un rapporto pubblicato dalla principale piattaforma di reclutamento Zhilian Zhaopin e dall’Università di Jinan, nel primo trimestre del 2023 la domanda per lavoretti temporanei è continuata ad aumentare nonostante il graduale calo dell’offerta.

Chiariamo: seppure con il freno a mano tirato, l’economia cinese continua a generare milioni di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione complessivo è rimasto stabile, poco sopra il 5%. Ma, si sa, i numeri ufficiali vanno presi con le molle. Non solo perché tengono conto esclusivamente della popolazione urbana, laddove il 40% dei cinesi vive ancora in campagna. Dopo aver segnalato a giugno un tasso di disoccupazione giovanile del 21,3%, il livello più alto mai registrato, l’Ufficio nazionale di statistica ha sospeso «momentaneamente» la pubblicazione dei dati. E quando, a gennaio, l’ha ripresa, l’indice era sceso al 15%, secondo un nuovo sistema di valutazione.

Percorrere altre strade

In assenza di stime attendibili, sono proprio le testimonianze sporadiche dei giovani internauti la risorsa più utile per ricostruire la situazione lavorativa nel Paese. Oltre agli «sdraiati», gli ultimi anni di incertezze hanno favorito la diffusione di abitudini di vita parimenti «anticonformiste»: è questo il caso della popolarità riscossa dai luoghi sacri. Stando ai dati diffusi dalla piattaforma turistica Qunar, le visite ai templi sono aumentate del 367% nel primo trimestre del 2023. Una conversione mistica in buona parte associata ai millennials, tanto che circa la metà dei visitatori risultava nata dopo il 1990.

«Qui mi sento rilassato e a mio agio», spiega al Lianhe Zaobao un trentenne entrato come volontario in un tempio di Shenzhen per sperimentare una «vita diversa». Anziché pregare per trovare un buon lavoro, qualcuno ha tentato la fortuna. Tra gennaio e ottobre 2023, i biglietti della lotteria sono andati a ruba, con vendite in aumento del 53% rispetto all’anno precedente.

© Chi Lok Trang – Unsplash

Migrazione verso gli Usa

Optando per un’esistenza più rilassante in tipico spirito tangping, sono sempre di più i giovani cinesi che si trasferiscono nelle località più selvagge e amene del Paese; chi in smart working chi in cerca di forme più hipster di sostentamento. Qualcun altro ha, invece, deciso di rifarsi una vita all’estero. Anche a costo di finire nelle grane.

Secondo dati del Dipartimento per la Sicurezza nazionale americana, il numero di persone con passaporto cinese ad aver attraversato il confine degli Stati Uniti senza documenti validi è più che raddoppiato negli ultimi anni. Quasi 60mila immigrati cinesi sono stati arrestati per aver attraversato illegalmente il confine negli ultimi 14 mesi. In confronto ammontano solo a 24.603 i visti rilasciati regolarmente. Ma non serve andare tanto lontani per trovare una stabilità economica. A marzo 2023, in Cina, risultavano esserci 16 milioni di «figli a tempo pieno»: adulti (perlopiù disoccupati) disposti a vivere a casa assistendo i propri genitori in cambio di una retribuzione mensile.

Occupazioni digitali

Consapevoli del problema, le autorità stanno cercando di correre ai ripari. Nuove linee guida dovrebbero regolamentare meglio la gig economy. Nel 2022, la Cina ha aggiunto 158 nuove occupazioni al suo elenco dei lavori ufficialmente riconosciuti: 97 riguardano l’economia digitale, dal marketing online all’intelligenza artificiale.

Se tutto andrà come da programma, entro il 2030 saliranno a 449 milioni i posti sostenuti dalla digitalizzazione. Nel frattempo, Pechino si affida a misure estemporanee.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero delle Finanze, nel 2023 il governo centrale ha destinato 66,76 miliardi di yuan (9,17 miliardi di dollari) alle indennità di disoccupazione, un aumento annuo dell’8%. In alcune province, come lo Anhui, le imprese statali sono tenute non solo a reclutare neolaureati, ma anche a farlo rispettando quote prefissate.

Legittimità e benessere

Tanta premura è comprensibile: preservare la salute del mercato del lavoro è una questione in parte economica, in gran parte di stabilità sociale. Lo è soprattutto in Cina dove, in mancanza di elezioni popolari, il partito comunista fonda la propria legittimità politica sulla capacità di assicurare benessere economico. Dal movimento del 5 maggio 1919 alle proteste di piazza Tian’anmen, nel corso della storia cinese sono sempre stati i giovani a guidare le grandi mobilitazioni di piazza.

È proprio guardando al passato che, negli ultimi anni, la leadership cinese ha lanciato programmi di formazione di ispirazione maoista. Controllare la qualità delle coltivazioni, dipingere muri e ravvivare la lealtà politica dei contadini: sono alcune delle mansioni svolte dai giovani disposti a lavorare nelle campagne come ai tempi della Rivoluzione culturale. Oggi, tuttavia, non si vuole solo indottrinare le nuove generazioni. Domare la disoccupazione urbana è un’altra condizione imprescindibile per «costruire un paese socialista moderno», come vuole Xi. Questo aveva quasi certamente in mente il presidente quando ha ordinato di «guidare sistematicamente i laureati nelle zone rurali».

Propagandare l’ottimismo

Può sembrare una decisione disperata. Se così è, però, Pechino non lo dà a vedere. Alla parola disoccupazione la dirigenza comunista preferisce l’eufemismo «occupazione lenta»: secondo la vulgata ufficiale, il problema non sta nella mancanza di lavoro, ma nei giovani che, finiti gli studi, prendono tempo per pianificare il proprio futuro. L’importante è crederci, come si suol dire. D’altronde, la comunicazione o – meglio – la propaganda è tutto per il regime comunista che, dai tempi di Mao, legittima i propri (in)successi con la mobilitazione di massa.

Così, se la parola del 2021 era tangping, secondo i media governativi lo scorso anno è stata zhen, «rivitalizzazione». Uno sfoggio di ottimismo per incoraggiare i cittadini a sostenere il paese (e la sua leadership) davanti alle avversità economiche. Peccato che gli «sdraiati» di alzarsi non sembrano averne alcuna voglia.

Alessandra Colarizi

 




Cassa integrazione, un’àncora di salvezza

testo di Francesco Gesualdi |

Il coronavirus ha travolto l’economia. Mai come in questo caso l’intervento della Cassa integrazione è stato ed è essenziale. Vediamo come funziona e cosa andrebbe fatto per migliorare lo strumento.

Riavvolgiamo il nastro della memoria. L’Italia scopre di essere stata raggiunta dal coronavirus lo scorso 21 febbraio. Quel giorno, un trentottenne di nome Mattia si presenta al pronto soccorso dell’ospedale di Codogno con febbre e sintomi respiratori. Di professione ricercatore, fino a pochi giorni prima valido maratoneta, ha cominciato con i classici disturbi influenzali che però si sono complicati con difficoltà respiratorie costringendolo al ricovero ospedaliero. Mattia è definito il paziente coronavirus numero uno, ma ulteriori ricerche appureranno poi che, in Lombardia, il virus circolava già dal dicembre 2019. Da uno, i casi diventano quattro, dieci, cento. Soltanto un mese dopo se ne contano già sessantamila, ma a rimarcare la gravità dell’epidemia sono i tremila ricoverati in terapia intensiva e i cinquemila morti che non hanno resistito all’infezione. Intanto l’11 marzo, l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara lo stato di pandemia a livello mondiale e il governo italiano si convince che la priorità del paese è fermare il contagio con una chiusura totale. Con un decreto del 22 marzo, il presidente del Consiglio proibisce gli spostamenti fuori dal proprio comune, decreta la chiusura di tutte le scuole, ordina la sospensione di tutte le attività produttive industriali e commerciali non essenziali. Provvedimenti validi per tutto il territorio nazionale. È l’inizio del cosiddetto lockdown.

Le misure si dimostrano appropriate: pur con grande lentezza e dopo migliaia di morti, il contagio frena, ma i contraccolpi per le famiglie sono gravissimi. Su tutti i piani: relazionale, scolastico, economico.

In altri tempi, probabilmente, sarebbe stata la catastrofe sociale, ma dopo l’insoddisfazione popolare per l’austerità, questa volta la classe politica non pare avere dubbi sul da farsi. In particolare, pare aver chiaro che non può assumere come criterio guida il rigore finanziario: davanti a una simile emergenza fare nuovo debito è indispensabile. Tra il marzo e il luglio 2020, il governo Conte stanzia una cinquantina di miliardi di euro per misure d’emergenza a favore di famiglie ed imprese. Fra essi, 20 miliardi per potenziare il sistema della cassa integrazione. Con tale termine si intende l’insieme dei fondi attraverso i quali l’Inps, l’Istituto nazionale della previdenza sociale, garantisce la copertura salariale a tutti quei lavoratori occupati in imprese che navigano in cattive acque.

Nascita della cassa

La prima pietra della cassa integrazione venne posta in epoca fascista e non per iniziativa del legislatore, ma delle corporazioni sindacali. Del resto al tempo del fascismo potevano esistere solo i sindacati ammessi dal regime e a conferma di come essi operassero in nome e per conto del governo, era stato stabilito che i contratti stipulati con le controparti padronali avessero valore erga omnes, ossia nei confronti di tutti, come se fossero leggi. Nel 1940 l’Italia entrò in guerra e molti stabilimenti industriali si trovarono in grave difficoltà a causa del crollo del mercato e della scarsa reperibilità delle materie prime. Molti di loro funzionavano a singhiozzo riducendo drasticamente gli orari e quindi le paghe dei lavoratori. Per porvi rimedio, nel 1941 venne inserita una nuova tutela previdenziale nei contratti di lavoro dell’industria: la cassa integrazione guadagni finalizzata a compensare la paga dei lavoratori occupati nelle aziende incapaci di lavorare a pieno regime. E anche se lo scopo principale del nuovo istituto era quello di attenuare gli effetti negativi degli eventi bellici sui lavoratori, l’associazione degli industriali aveva accettato di buon grado la proposta per evitare l’esodo delle maestranze dalle industrie civili in crisi, verso quelle belliche ben più prospere. Con la caduta del fascismo, crollò anche l’impalcatura corporativa e, assieme a essa, i contratti di lavoro aventi valore di legge. Perciò nell’immediato dopoguerra vennero emanati vari provvedimenti legislativi tesi a non disperdere le più importanti tutele  dei lavoratori incluse nei contratti di lavoro. Fra esse, anche la Cassa integrazione guadagni che venne recepita dalla legislazione con un decreto luogotenenziale del 9 novembre 1945.

Quanto dura

Inizialmente la tutela era accordata solo agli operai dipendenti da imprese industriali e prevedeva un’integrazione fino al 75% della retribuzione. A finanziarla sarebbero state le imprese con un contributo pari al 5% delle retribuzioni lorde corrisposte agli operai. Lo stato sarebbe intervenuto con un contributo di pari importo a quello versato dai datori di lavoro. Il fondo sarebbe stato istituito presso l’Inps e si sarebbe chiamato «Cassa per l’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria». Inoltre era previsto che il pagamento dell’integrazione fosse effettuato dal datore di lavoro che in seguito sarebbe stato rimborsato dall’Inps tramite conguaglio fra prestazioni corrisposte e contributi complessivi dovuti.

Nel corso degli anni, la legge è tornata varie volte sull’argomento, ma sostanzialmente l’impostazione è rimasta la stessa. Di diverso oggi c’è che i settori coperti non sono solo quelli dell’industria, ma anche dell’edilizia e delle attività estrattive. Inoltre, è stata estesa anche agli impiegati. Quanto all’ammontare, copre fino all’80% del salario ed è fruibile per un massimo di 13 settimane continuative e in ogni caso non più di 52 settimane nello stesso biennio. Il tutto è finanziato con contributi delle aziende che, a seconda del settore, versano dall’1,7 al 4,7% delle retribuzioni lorde. Lo stato interviene con una sua parte.

Chi dentro, chi fuori

Uno dei limiti più seri della cassa integrazione, imbastita in epoca fascista e tramandata ai nostri giorni, è che copre una platea di lavoratori piuttosto ristretta: circa 4 milioni di salariati su un totale di 17 milioni. Ad esempio, esclude tutti gli addetti ai servizi e al commercio che oggi rappresentano la parte più ampia degli occupati.

La cosa più saggia per porre fine a questa anomalia sarebbe la creazione di una nuova cassa integrazione estesa a tutti i lavoratori. Ma invece di imboccare la strada della riforma, si è preferito procedere per aggiunte, e oggi il sistema della cassa integrazione è diventata una giungla di sigle e casse, nella quale è difficile districarsi.

Ad esempio, nel 1972 venne istituita la cassa integrazione per i dipendenti agricoli, ma solo quelli a tempo indeterminato. Inoltre, a partire dal 1996, la legge ha come riesumato l’esperienza fascista del 1941 consentendo a sindacati e associazioni padronali di creare, tramite contrattazione collettiva, dei fondi specifici con funzione di integrazione salariale.

Oggi di tali fondi ne esistono una decina. Fra i più importanti quello a favore dei lavoratori postali, del credito, del trasporto aereo. Sono denominati Fondi di solidarietà, sono costituiti presso l’Inps, hanno gestione autonoma e sono finanziati con contributi aziendali.

Ma esiste un altro fondo ancora, denominato Fis (Fondo di integrazione salariale), istituito dalla legge stessa nel 2015, a cui debbono partecipare, in forma praticamente obbligatoria, tutti i datori di lavoro che occupano mediamente più di cinque dipendenti, che non partecipano ad alcun fondo di solidarietà e che non rientrano nel campo di applicazione della cassa integrazione guadagni. Il Fondo è finanziato con contributi aziendali pari allo 0,65% delle retribuzioni lorde, ha obbligo di bilancio in pareggio e non può erogare prestazioni in carenza di disponibilità.

Purtroppo, le complicazioni non finiscono qui. Ne vanno citate almeno altre due.

Tipologie di cassa

La prima è collegata alle crisi e alle ristrutturazioni aziendali che negli ultimi decenni si sono fatte sempre più numerose a causa della tecnologia e della globalizzazione. Basti dire che solo negli anni della crisi, 2008 e 2009, il numero di imprese cessate ha sfiorato le 630 mila unità. Al novembre 2019, presso il ministero dello Sviluppo, erano ancora aperti 150 tavoli di trattative per trovare la soluzione alla crisi di altrettante aziende che avevano annunciato di voler chiudere.

Fin dai primi anni successivi alla Seconda guerra mondiale si è cominciato ad avvertire il problema di imprese costrette a ridimensionare il proprio personale a causa delle innovazioni tecnologiche e, già nel 1968, venne emanata una legge per garantire la continuità del salario, almeno per qualche tempo, ai lavoratori colpiti dalle ristrutturazioni. A tale scopo venne introdotta una nuova erogazione da parte dell’Inps, denominata Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs). Erogazione che purtroppo nasceva con le stesse anomalie della sorella maggiore che, nel frattempo, era stata battezzata Cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo), tanto per tenerla distinta.

Ancora una volta l’anomalia principale era la copertura di un numero limitato di settori. Per cui tutte le casse istituite successivamente per garantire l’integrazione salariale anche ai lavoratori dei settori non industriali, sono nate con un doppio incarico. Da una parte, quello così detto ordinario, teso ad integrare il salario nei casi di riduzione di orario di lavoro dovuto a momentanee difficoltà di mercato. Dall’altra, quello così detto straordinario, finalizzato a garantire il salario nei casi di sospensione del lavoro per ristrutturazioni, ridimensionamenti o addirittura chiusure aziendali indotte da calcoli di mercato.

Per una cassa universale

La legge stabilisce limiti ben precisi ai tempi di assistenza, sia quelli forniti dalla Cassa integrazione ordinaria che da quella straordinaria. Ma talvolta tali tempi non sono sufficienti a risolvere le crisi. Perciò è data la possibilità alle regioni o al ministero del Lavoro, a seconda delle dimensioni dell’azienda in questione, di decretare un prolungamento del sostegno, in deroga a ciò che prevede la legge. La stessa procedura può essere utilizzata anche per permettere ad aziende normalmente escluse da qualsiasi tipo di sostegno, di richiedere assistenza. Tali trattamenti eccezionali assumono il nome di cassa integrazione guadagni in deroga e rappresentano il secondo elemento di complicazione.

Sotto questo titolo è andato anche il decreto legge del 17 marzo 2020 che ha stanziato cinque miliardi di euro per garantire nove settimane di cassa integrazione a tutti i lavoratori occupati in aziende che hanno dovuto chiudere a causa del coronavirus. E non è stato che il primo dei provvedimenti assunti. Il decreto legge di agosto 2020 è intervenuto ancora per prorogare la cassa.

Nei primi sette mesi del 2020, le ore autorizzate di cassa sono state 2,7 miliardi con un aumento dell’881% sull’intero anno precedente (dati Inps).

Ora che abbiamo capito quanto sia importante dare sicurezza a tutti i lavoratori, sarebbe bene approfittare dell’occasione per varare una riforma radicale del sistema, in modo da rendere la cassa più lineare, più razionale e soprattutto universale.

Francesco Gesualdi

Assunzioni-licenziamenti. Foto di Gerd Altmann-Pixabay.




Il lavoro (nell’era dei mercanti)

testo di Francesco Gesualdi


La teoria economica classica distingue tre fattori di produzione: terra, capitale e lavoro. La loro parabola è stata opposta. I primi due sono diventati sempre più rilevanti, il terzo sempre meno. Prima a causa della rivoluzione industriale, poi della globalizzazione neoliberista e oggi per la rivoluzione informatica e robotica.

Da quando l’uomo ha messo piede sulla terra ha sperimentato che, per procurarsi da vivere, non è sufficiente la sola forza muscolare. Altri due elementi sono di fondamentale importanza: gli strumenti (oggi chiamati tecnologia) e la terra (oggi, la natura e gli ecosistemi). Benché molto diversi fra loro, da quando siamo entrati nell’«era dei mercanti», questi due aspetti hanno finito per essere etichettati sotto la stessa categoria: il capitale. Tant’è che, se parla il proprietario terriero, il suo capitale è la terra; se parla l’allevatore, il suo capitale sono gli animali; se parla l’imprenditore manifatturiero, il suo capitale sono le macchine. Una scelta non casuale: il linguaggio è fra i più potenti condizionatori del pensiero.

Premesso che capitale è sinonimo di importante, fondamentale, senza accorgercene siamo cresciuti con la convinzione che gli aspetti essenziali dell’attività economica siano le macchine, i palazzi, i terreni, le miniere. In una parola, diamo valore a ciò che il mercante reclama come «suo», mentre disprezziamo tutto il resto. In particolare, lavoro e beni comuni. È il trionfo del pensiero mercantile.

Senza mezzi

Un tempo, quando l’economia ruotava attorno all’agricoltura, il capitale di riferimento era la terra. Oggi è rappresentato principalmente dalla tecnologia. Sopra all’uno e all’altro, domina il denaro che, rappresentando la chiave di accesso a qualsiasi bene, ha finito per essere il capitale per eccellenza. Tant’è che il sistema bancario e finanziario oggi è il vero dominus dell’economia.

Ma ciò che interessa notare è che, nel corso della storia, si è assistito a una separazione crescente fra capitale e lavoro. E non per rinuncia da parte dei lavoratori a possedere i  propri mezzi di produzione, ma per la prepotenza di pochi a prendersi con la forza il capitale di tutti. Non a caso, in molti paesi del Sud del mondo, i senzaterra continuano a lottare per riprendersi ciò che i latifondisti hanno accumulato con il sopruso.

Gli storici riempiono pagine per raccontarci delle scorribande organizzate dai vari sovrani per strapparsi le terre a vicenda, ma la vera guerra che si dovrebbe studiare è quella combattuta all’interno delle singole comunità da parte di pochi prepotenti per sottrarre terre ai propri conterranei. Con l’obiettivo esplicito di ridurre la popolazione in povertà e costringerla a lavorare al proprio servizio. Per un certo periodo addirittura in schiavitù. Poi, per fortuna, lo spirito si è affinato e la schiavitù (intesa come  sopraffazione dell’uomo sull’uomo attraverso la proprietà della persona) non è stata più ammessa. Ma non è cresciuta  la condanna per la povertà e a partire dal 1600 in Europa si sono intensificati i meccanismi per privare le famiglie rurali dei propri mezzi di sostentamento. In Inghilterra sono famose le leggi emanate per privatizzare  le terre comuni, l’unica fonte di sostentamento a disposizione dei nullatenenti. Improvvisamente milioni di individui si sono trovati costretti a migrare verso le città in cerca di una soluzione. Che passava  per una sola strada: la vendita del proprio lavoro, unica merce a loro disposizione. Del resto l’obiettivo era proprio questo: permettere alla nuova classe dominante, che ora si basava sul capitale industriale, di poter disporre di uno sterminato esercito di nullatenenti costretti a svendersi. Alla fine il progetto di espropriazione ha sortito i propri effetti: noi tutti siamo nullatenenti capaci di vivere solo se troviamo qualcuno disposto a comprarsi il nostro lavoro. La condizione di spossessamento è talmente diffusa che non ci facciamo neanche più caso: ci pare semplicemente normale dipendere da qualcun altro per poter vivere, anche se vendere lavoro significa vendere il proprio tempo ossia parte della nostra esistenza. Forse servirebbe qualche riflessione in più sulla liceità del lavoro salariato.

L’economia dello scarto

Dopo averci ridotto al rango di nullatenenti e averci convinti che l’unico modo per vivere è spendere al supermercato i soldi guadagnati vendendo il nostro lavoro, è successo che il sistema ci ha strappato il tappeto da sotto i piedi. Ci ha semplicemente informati che di lavoro per tutti non ce n’è, perché il capitalismo non è organizzato per creare lavoro, ma per distruggerlo. Il fatto è che per i capitalisti il lavoro è solo un costo da contenere, una merce qualsiasi da comprare al prezzo più basso possibile. E poiché la legge di mercato sancisce che il prezzo scende quando c’è più offerta che domanda, per fare scendere il prezzo del lavoro bisogna creare più offerenti di lavoro di quanto siano i posti disponibili. Un progetto definito da papa Francesco come l’«economia dello scarto», e se fino a ieri gli scartati eravamo abituati a vederli nel Sud del mondo, oggi li troviamo sempre più nelle nostre case, a giudicare dalla crescita dei poveri e dei disoccupati.

Trasformato il lavoro in una variabile dipendente dall’andamento del mercato e dai calcoli di convenienza del mercante, l’umanità è sprofondata in una situazione d’insicurezza mai vista prima. Era brutta la condizione di schiavi e servi della gleba, ma – paradossalmente – fra una frustata e l’altra ci scappava anche la scodella di fagioli, perché il padrone aveva bisogno di tutti e aveva interesse a che tutti gli abili al lavoro rimanessero in vita. Oggi invece, il sistema può permettersi di dire a qualche miliardo di persone che sono in sovrappiù e può condannarli a vivere rovistando fra i  rifiuti prodotti dai pochi ammessi.

Il capitalismo può essere raccontato come la storia di un sistema che si è organizzato per creare disoccupazione e assicurarsi costantemente lavoro a buon mercato. Ai primordi della rivoluzione industriale l’esercito di riserva venne creato – lo abbiamo ricordato – con la privatizzazione delle terre comuni. In seguito il pezzo forte è stata la tecnologia: l’introduzione di macchine sempre più veloci ed autosufficienti capaci di sostituirsi ai lavoratori. Un processo che si è intensificato con l’avvento dell’informatica come mostra l’avanzata dei robot e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito del vivere industriale e umano. Nessuno sa ancora quanti posti di lavoro verranno distrutti dalla robotizzazione. Qualcuno sostiene che alla fine sarà un’operazione a somma zero: da una parte si perderanno posti, ma dall’altra se ne creeranno. A rimetterci saranno le mansioni meno qualificate mentre crescerà la richiesta di ingegneri, matematici, programmatori. Un ottimismo confortato dalla constatazione che, in passato, nonostante l’introduzione delle macchine, alla fine l’occupazione ha tenuto. Ma il contesto era diverso. Per cominciare c’era un’Europa da ricostruire e molta strada da fare sul piano dei consumi. Inoltre c’erano governi molto interventisti che attivavano tutti gli strumenti a propria disposizione per stimolare gli investimenti. E per finire le imprese erano molto più legate ai propri territori perché c’erano regole assai più stringenti rispetto alla circolazione internazionale dei capitali e delle merci. Ma gradatamente tutto questo è cambiato: il mercato si è saturato, il neoliberismo ha tarpato le ali agli stati, merci e capitali hanno avuto licenza di muoversi in piena libertà a livello mondiale. Le imprese, insomma, hanno assunto il mondo intero come territorio di riferimento anche da un punto di vista produttivo e tutte le carte hanno cominciato a rimescolarsi.

Disoccupati al Nord, sfruttati al Sud

Con la globalizzazione, miliardi di persone mantenute in povertà da cinquecento anni di colonialismo, sono state riscoperte dal sistema delle imprese, non come consumatori, ma come lavoratori a buon mercato. E l’intera geografia internazionale del lavoro è stata ridisegnata. Marchi storici con una solida filiera produttiva nei paesi in cui erano nati, hanno scoperto che è più conveniente sbarazzarsi della produzione che mantenerla. La soluzione è appaltarla a terzisti esterni reperiti ora in Corea del Sud, ora in Cina, ora in Bangladesh, in base alle condizioni offerte. Così il mondo delle imprese si è ristrutturato e la produzione frantumata, internazionalizzata, deflagrata: un pezzo qua, un pezzo là; un anno qui, un anno là: sempre in movimento a seconda dei calcoli di convenienza. Il risultato è più lavoro sfruttato al Sud e meno lavoro garantito al Nord. Ovunque più concorrenza fra lavoratori disposti a ridurre i propri salari e i propri diritti pur di ottenere un posto di lavoro. E i risultati si vedono: nei paesi più ricchi, fra il 1975 e il 2011, la quota di reddito nazionale andata ai salari è diminuita mediamente del 10%, passando dal 67% al 56%. In Italia, la diminuzione è stata addirittura dell’11,8%, contro il 6,2% della Francia e il 4,2% del Giappone. Una perdita a tutto vantaggio dei profitti che sono cresciuti specularmente.

Poi gli immigrati

Anche l’immigrazione è usata per alimentare la discesa dei salari e dei diritti. Ma al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è l’apertura a favorire lo sfruttamento, bensì la chiusura. Più si chiudono le frontiere, più si creano ostacoli al rilascio dei permessi di soggiorno, più cresce l’immigrazione clandestina e irregolare che va a finire tutta fra le braccia dell’economia in nero e criminale. In Italia la politica degli ultimi governi, che ha ridotto l’accoglienza, ha abolito i permessi di soggiorno per motivi umanitari, ha reso più difficile il riconoscimento dello status di rifugiato, ha prodotto 650mila irregolari. Un esercito di braccati che non potendo svolgere un lavoro regolare finisce inevitabilmente fra le grinfie dei caporali che usano l’arma del ricatto per portali nei campi e nei cantieri edili a lavorare per due euro l’ora.

L’occupazione è citata da tutte le forze politiche come una priorità. Ma spesso è solo strumentalizzata per giustificare investimenti pubblici inutili e dispendiosi, o per avallare attività private socialmente inaccettabili e ambientalmente dannose. E si può parlare di strumentalizzazione perché nel contempo si rendono complici della costruzione di un ordine economico che dà sempre più potere ai mercanti. Che è come affidare il servizio antincendio ai piromani. La via d’uscita si può ottenere solo costruendo un altro potere economico, di tipo pubblico, parallelo a quello dei mercanti. Oggi i mercanti si sentono onnipotenti perché sanno di possedere il monopolio della produzione e del lavoro. Ma quando si renderanno conto di non essere più così determinanti, perché la gente trova altrove la soluzione ai propri problemi, allora verranno a più miti consigli. Spesso per spengere gli incendi si usano i controfuochi in modo da creare delle aree prive di vegetazione che impediscono alle fiamme di avanzare. Dovremo adottare la stessa strategia anche in ambito economico, per impedire al fuoco mercantilista di divorarsi tutto.

Francesco Gesualdi
(prima parte – continua)